Il Giappone e la sua civiltà. Profilo storico [2 ed.] 8849136749, 9788849124873

Il volume illustra in italiano il passato del Giappone con termini tecnici essenziali in giapponese. Una conoscenza così

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Il Giappone e la sua civiltà. Profilo storico [2 ed.]
 8849136749, 9788849124873

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TOSHIAKI TAKESHITA

IL GIAPPONE E LA SUA CIVILTÀ: PROFILO STORICO

Testo in italiano Terminologia in giapponese

Seconda edizione

© 2005 CLUEB Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna Prima edizione 1996 Seconda edizione 2005

Volume pubblicato con il contributo di The Japan Foundation Japanese Language Institute, Urawa e dell’Università degli Studi di Bologna

Takeshita, Toshiaki Il Giappone e la sua civiltà: profilo storico / Toshiaki Takeshita – Bologna : CLUEB, 2005 463 p. ; 24 cm. (Studi e testi orientali / collana diretta da Giorgio Renato Franci ; 8) ISBN 978-88-491-2487-3

CLUEB Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna 40126 Bologna - Via Marsala 31 Tel. 051 220736 - Fax 051 237758 www.clueb.com In copertina: grafica di A. Foresti e R. Pancaldi

INDICE

Nota alla seconda edizione: 9 Nota alla prima edizione: 11 Avvertenze: 13 Sistema di traslitterazione in caratteri latini adottato nel testo: 17 Capitolo I Dalle origini all’unità nazionale: 19 §1. Scoperta della cultura paleolitica, 19 §2. Periodo jōmon (Età neolitica), 20 §3. Periodo Yayoi (Età dei metalli), 22 Capitolo II Età antica 1: periodo Yamato e periodo Nara: 29 §4. Istituzione socio-politica anteriore alla metà del VII secolo, 29 §5. Centralizzazione del potere, 31 §6. Sistema ritsuryō, 35 §7. Periodo Nara (710-794) e inizio del crollo del regime fondiario, 38 §8. Arrivo e introduzione della civiltà cinese, 41 §9. Religione autoctona: shintō, 44 §10. Storiografia e geografia, 46 §11. Letteratura, 50 §12. Buddhismo, 56 §13. Arti figurative, 63 §14. Vita quotidiana e varie, 69 Capitolo III Età antica 2: periodo Heian: 75 §15. Periodo Heian (794-1185/1192), 75 §16. Dittatura dei Fujiwara e insei, 77 §17. Sviluppo delle proprietà terriere, 82 §18. Nascita ed ascesa della classe dei guerrieri; gli Heishi e i Genji, 84 §19. Fine dell’invio di missioni culturali in Cina, 88 §20. Cultura nazionale (kokufū bunka) e classe aristocratica, 89 §21. Nascita dei kana, 90 §22. Letteratura, 93 §23. Buddhismo e shintoismo, 112 §24. Arti figurative, 119 §25. Vita quotidiana e varie, 125

Capitolo IV Medioevo: periodo Kamakura e periodo Muromachi: 131 §26. Ruolo storico dei bushi e periodizzazione del medioevo, 131 §27. Periodo Kamakura (1185/1192-1333), 132 §28. Restaurazione Kenmu (1334) e anni turbolenti della scissione dinastica (1336-1392), 140 §29. Periodo Muromachi (1338-1568/1573), 142 §30. Attività economica e fenomeno di urbanizzazione, 145 §31. Scambi commerciali con il continente, 148 §32. Fenomeni caratterizzanti la cultura del medioevo, 149 §33. Buddhismo, 151 §34. Letteratura, 161 §35. Teatro, 174 §36. Arti figurative; manifestazioni artistiche sotto l’influenza dello zen, 177 §37. Diffusione della cultura nelle province, 183 §38. Vita quotidiana e varie, 184 Capitolo V Kinsei: periodo Azuchi-Momoyama e periodo Edo: 193 §39. Panorama degli sviluppi storici del kinsei, 193 §40. Fase di ristabilimento dell’ordine, 194 §41. Nascita del sistema bakuhan, 202 §42. In cammino verso l’isolamento nazionale (sakoku), 215 §43. Fase di stabilità del sistema bakuhan, 219 §44. Fase di difficoltà del bakuhan, 225 §45. Fase di crollo del regime dei Tokugawa, 229 §46. Osservazioni generali sulla cultura del kinsei, 233 §47. Cultura Momoyama, 234 §48. Ambiente culturale del periodo Edo, 239 §49. Cultura Genroku e cultura Kasei, 242 §50. Letteratura della cultura Genroku, 244 §51. Letteratura della cultura Kasei, 251 §52. Teatro popolare (ningyō jōruri e kabuki ), 258 §53. Studi ed istruzione, 263 §54. Arti figurative, 283 §55. Vita quotidiana e varie, 288 Capitolo VI Età moderna 1: era Meiji: 305 §56. Periodizzazione della storia del Giappone nelle età moderna e contemporanea, 305 §57. Il Giappone di fronte alla pressione dell’Occidente, 306 §58. Restaurazione Meiji, 307 §59. Slogan: ‘Arricchire il paese e rafforzare la potenza militare’ (fukoku kyōhei ), 312 §60. In cammino verso il governo costituzionale, 314 §61. Rapporti internazionali e diplomazia, 317 §62. Sviluppo del capitalismo, problemi sociali e movimento socialista, 322

§63. Bunmei kaika, 326 §64. Politica religiosa del governo Meiji, 328 §65. Ordinamento scolastico e politica d’istruzione, 332 §66. Studi e ricerche scientifiche, 338 §67. Letteratura moderna (narrativa - 1), 339 §68. Letteratura moderna (poesia - 1), 350 §69. Movimento di unificazione delle lingue parlata e scritta, 360 §70. Attività in alcuni campi artistici, 362 Capitlo VII Età moderna 2: era Taishō e primo ventennio dell’era Shōwa: 367 §71. Rapporti con l’estero nel periodo dalla prima guerra mondiale alla vigilia della grande depressione del 1929, 367 §72. Alti e bassi dell’economia giapponese nel periodo dalla prima guerra mondiale alla vigilia della grande depressione del 1929, 370 §73. Avanzata della ‘democrazia Taishō’ e suo naufragio, 371 §74. Espansione giapponese in Cina, 375 §75. La seconda guerra mondiale e il Giappone, 380 §76. Letteratura moderna (narrativa - 2), 383 §77. Letteratura moderna (poesia - 2), 389 §78. Attività in alcuni campi artistici, 393 §79. Assenza della libertà di ricerca scientifica, di pensiero e di parola, 394 §80. Dall’insegnamento pacifico all’insegnamento al servizio dell’Impero, della lingua giapponese, 396 §81. Affermazione della cultura di massa, 397 Carte dei toponimi: 403 Indice dei termini: 415

Nota alla seconda edizione

Le novità di questa edizione de Il Giappone e la sua civiltà: profilo storico sono riassumibili in quattro punti: 1. Molte pagine sono dedicate alle informazioni folcloristiche, difficilmente ricavabili dai libri di storia, per avere una visione la più globale possibile sul passato del Giappone. 2. I termini specialistici giapponesi sono utilizzati anche per l’apprendimento dei singoli kanji (caratteri cinesi). A questo fine sono ripetuti anche in kanji ad ogni loro comparsa. 3. È citato un numero considerevole di opere letterarie e di arti figurative. 4. Infine sono inserite sotto forma di note molte didascalie preparate originariamente per la prima edizione, ma non pubblicate. ̆̆̆̆̆ Agli inizi del 2004 ho avuto il piacere di ricevere dal Magnifico Rettore una lettera che dice: «...l’indagine sulle Opinioni degli studenti sulla didattica per l’anno accademico 2002-2003, condotta dall’Osservatorio Statistico della nostra Università ha messo in evidenza la maggiore soddisfazione complessiva degli studenti per l’insegnamento “Lingua e letteratura giapponese II” da Te impartito...». Sono certo che se il mio insegnamento ha ottenuto il consenso degli studenti, ciò deriva da un ‘accorgimento’* su cui si basa una forma particolare di immersion in grado di unire gli studi giapponesi e lo studio della lingua, quando quest’ultimo è ancora in fase iniziale. Con questa edizione ampliata e con una didattica più globale il detto ‘accorgimento’ riuscirà a raggiungere meglio il suo scopo. Casalecchio di Reno, maggio 2005 T. Takeshita

*

Vedi: ‘Introduction to Japanese studies through elementary level of linguistic competence — a group of teaching materials for that purpose’. The Preceedings of the 8th Japanese Language symposium, September 12-14 2003, Bern, Association of Japanese Language Teachers in Europe.

9

Nota alla prima edizione Nei trattati in giapponese di storia, letteratura, religioni ecc. relative al Giappone si fa uso di molti termini che il redattore di un vocabolario giapponese-italiano difficilmente inserirebbe fra gli esponenti, in quanto non esistono corrispondenti parole in italiano, lingua che veicola una realtà storico-culturale diversa da quella giapponese. A mo’ d’esempio prendiamo il termine shŇen, e diciamo subito che nessuna parola italiana ha un esatto riscontro con esso. Qualora non ci sia motivo di essere molto rigorosi, si trovano dei vocaboli parzialmente equivalenti come questi: latifondo e corte (quest’ultimo nel senso presente nell’espressione di « economia curtense »). Difatti, l’idea di « grande proprietà fondiaria privata » è accomunata dai tre termini in esame (ossia shŇen, latifondo e corte). A stretto rigore, però, bisogna dire che ciascuno dei tre racchiude un contesto storico diverso, e quindi non equivale perfettamente agli altri due. Lo shŇen nella storia giapponese non può essere chiamato diversamente da shŇen. Per afferrare pienamente il suo significato, bisogna studiare 800 anni di storia del Giappone dall’VIII al XVI secolo. Per l’autore questo volume costituisce uno dei materiali didattici sperimentali, finalizzati a unificare l’insegnamento della lingua e le lezioni propedeutiche di studi giapponesi; in particolare esso si propone di presentare in lingua originale e nel contesto storico-culturale alcune centinaia di termini specialistici del tipo shŇen, nonché nomi di persona e toponimi di rilievo, onde iniziare i novizi di nipponistica al giapponese scritto mediante la lettura di Lineamenti di storia della cultura giapponese ଐஜ૨҄ӪƷƋǒLJƠ(1994, Clueb), altro manuale sperimentale il cui testo sintetizza in giapponese accessibile quanto è esposto in italiano in questo nostro volume. Ulteriori informazioni su questi testi gemelli si trovano nel seguente mio articolo: How Should the Japanese Language Be Taught in European Universities?: Invitation to an ‘Irregular Immersion Program’. Japanese-Language Education around the Globe, Vol. 5, April 1995. The Japan Foundation Japanese Language Institute. Alcuni chiarissimi Colleghi hanno avuto la gentilezza di intervenire in mio aiuto. Il Prof. A. Tamburello mi ha avanzato innumerevoli proposte di miglioramento scaturite dalla sua alta competenza in materia. Il Prof. L. Dalsecco, invece, ha prodigato tutto se stesso per correggere e limare il mio italiano. Ho un debito inoltre verso i Proff. A. Albanese e A. Passi, i quali in un modo o nell’altro mi hanno dato una mano per la realizzazione di questo volume. Ringrazio, infine, il Prof. G.R. Franci per aver voluto creare un posto per questo manuale nella collana Studi e testi orientali, sebbene il suo formato, per motivi tecnici, superi alquanto le misure standard degli altri volumi della serie. Prima di premere il tasto « STAMPA » ho voluto apportare le ultime modifiche; temo di aver inficiato un testo già così ben sistemato con gli aiuti offerti dai citati Colleghi, e perciò eventuali pecche nel linguaggio sono esclusivamente imputabili al sottoscritto. Casalecchio di Reno, giugno 1996 T. Takeshita

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Avvertenze

(1) Per la traslitterazione in caratteri latini e la divisione dei termini giapponesi, sono stati seguiti, in linea di massima, i criteri riportati a pag. XXXIX della Kodansha Encyclopedia of Japan, vol. 9, (Index), 1983, e più specificamente: ࡮Il sistema di traslitterazione seguito è quello dato a pag. 17. Va notato che per la resa del kana « ࠎ », diversamente dalla citata enciclopedia, è usata la « n » in tutti i contesti fonici in ottemperanza alla tradizione accademica italiana. Per esempio, TenpyŇ bunka, kanbun, Jinmu TennŇ. ࡮In giapponese le vocali lunghe hanno la funzione distintiva, di distinguere cioè una parola da un’altra. Il segno diacritico () posto sopra le vocali (Ć, ĩ, ş, ē, Ň) segnala che la durata di tali vocali raddoppia. P.es. ojisan (zio) vs. ojĩsan (nonno; anziano), kuki (stelo) vs. kşki (aria), koko (questo luogo) vs. kŇkŇ (scuola media superiore). ࡮Quanto alla divisione di certi termini giapponesi, essa costituisce un problema di difficile soluzione. Si tratta della questione di « Qual è la forma traslitterata da preferire, per esempio, tra yamatoe, yamato-e e yamato e ? » Sembra proprio impossibile stabilire un criterio netto. (2) Le date di nascita e morte, di accesso al trono e ritiro di imperatori, di inizio e fine della carica di shŇgun, ministri ecc. riportate da pubblicazioni in materia, spesso non coincidono. In questo volume, per quanto riguarda i personaggi giapponesi, tali date sono state ricavate unicamente dal dizionario biografico Konsaisu jinmei jiten Nihon-hen (a cura di Ueda, M. et alii), TŇkyŇ, SanseidŇ, 1981. (3) Per i nomi personali giapponesi è rispettato l’uso giapponese, quello cioè di mettere prima il cognome seguito dal nome. (4) Tutti i termini giapponesi sono resi al maschile in italiano. Ad eccezione di toponimi, nomi personali e cosiddetti nengŇ essi sono scritti in corsivo. (5) Tutte le traduzioni in italiano sono dell’autore. (6) Tutti i termini giapponesi sono stampati anche in kanji ṽሼ ogni volta che si presentano. Si tenga presente che i kanji ṽሼ adoperati nei termini specialistici di storia giapponese e nei nomi propri rappresentano con frequenza letture insolite. Ciò è particolarmente vero per la terminologia buddhista. Riguardo ai singoli kanji ṽሼ si segnala che: • nel testo vengono presentati 1,092 kanji ṽሼ diversi, un numero sufficiente per coprire il secondo livello (numero di kanji ṽሼ richiesti: 1.000 circa) del ‘Japanese 13

Language Proficiency Test’ effettuato annualmente su scala mondiale (l’Italia inclusa), e • i numeri alla destra di ciascun kanji ṽሼ riportati a piè di pagina corrispondono al numero progressivo attribuito ai kanji ṽሼ nei seguenti due manuali per stranieri: ࡮N. Kuratani et alii, A New Dictionary of Kanji Usage, TŇkyŇ, Gakken, 1982. ࡮W. Hadamitzky & M. Spahn, Kanji & Kana, Rutland/TŇkyŇ, Charles E. Tuttle Company, 1997. Per esempio, ᣥ 808/1216 indica che ᣥ porta il numero 808 su A New Dictionary of Kanji Usage e il numero 1216 su Kanji & Kana. L’indicazione non reg. (p.es. ⇰ 1684/non reg.) significa che il kanji di cui si tratta non è registrato (nel caso dell’esempio citato in Kanji & Kana). (7) Quanto ai termini ed ai nomi propri cinesi, è data la precedenza, qualora esista, alla forma latinizzata seguita, di regola, prima dall’espressione cinese (in trascrizione pinyin ed eventualmente anche Wade-Giles), quindi da quella giapponese. Per esempio: forma latinizzata

pinyin

Wade-Giles

࡮confucianesimo (rujiao, juchiao ఌᢎ giapp. jukyŇ); pinyin

Wade-Giles

pinyin

Wade-Giles

࡮Chang’an (Ch’ang-an 㐳቟ giapp. ChŇan; oggi Xi’an, Hsi-an ⷏቟ giapp. Seian [pronuncia effettiva per contrazione] Sēan). A questo proposito, è da tenere presente che qualora i nomi personali e toponimi cinesi siano trascritti in caratteri latini o pronunciati in cinese, i giapponesi non riescono a identificarli. Bisogna ricorrere alle relative letture giapponesi (p.es. 㐳቟ ChŇan e non Chang’an, Ch’ang-an) o, per iscritto, ai caratteri cinesi non semplificati. (8) Per la seconda edizione sono state consultate principalmente le seguenti pubblicazioni: ࡮Enoki, K. (a cura di), (ShinchŇ Nihon koten shşsei) RyŇjin hishŇ, TŇkyŇ, ShinchŇsha, 1979. ࡮Kitagawa, T. (a cura di), (ShinchŇ Nihon koten shşsei) Kanginshş, SŇan koutashş, TŇkyŇ, ShinchŇsha, 1982. ࡮Sahara, M. et alii, Nihon rekishi-kan, TŇkyŇ, ShŇgakukan, 1993. ࡮Sahara, M. et alii, Nihon no shoku, Gengo, Vol. 23, No. 1, TŇkyŇ, Taishşkan shoten, 1994. ࡮Sakakura, A. et alii (a cura di), (ShinchŇ Nihon koten shşsei) Konjaku monogatarishş, HonchŇ sezoku-bu, voll. 1-4, TŇkyŇ, ShinchŇsha, 1978-1984. ࡮Tanabe, Y. et alii, Atarashii shakai - Rekishi, TŇkyŇ, TŇkyŇ tosho k. k., 2002.

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(9) Di regola le note brevi sono date tra parentesi. Quelle relativamente lunghe, invece, sono sistemate a parte e contradistinte con un segno come questo:

ٟ

(10) Abbreviazioni e segni usati: ࡮abbr. ̆̆̆ abbreviazione ࡮c. ̆̆̆ in carica ࡮ca. ̆̆̆ circa ࡮cin. ̆̆̆ cinese ࡮giapp. ̆̆̆ giapponese ࡮ingl. ̆̆̆ inglese ࡮it. ̆̆̆ italiano ࡮lett. ̆̆̆ letteralmente ࡮pag. ̆̆̆ pagina ࡮p.es. ̆̆̆ per esempio ࡮portogh. ̆̆̆ portoghese ࡮r. ̆̆̆ regnato ࡮sans. ̆̆̆ sanscrito ࡮sec. ̆̆̆ secolo ࡮sp. ̆̆̆ spagnolo ࡮(ψ§...), (ψcarta...): La freccia sta per « Vedi ». ࡮(=...): Il segno di uguaglianza è usato con valore di « ossia », « in altre parole » e simili.

15

Sistema di traslitterazione in caratteri latini adottato nel testo

a

i

u

e

o

a

i

u

e

o

ka

ki

ku

ke

ko

ga

gi

gu

ge

go

kya

kyu

kyo

ka

ki

ku

ke

ko

ga

(ghi)

gu

(ghe)

go

kya

kyu

kyo

shi

su

se

so

za

ji

zu

ze

zo

sa

(sci)

(gi)

shu

sho

(sciu)

(scio)

ta

chi

tsu

te

to

da

ji

ta

(ci)

(zu)

te

to

da

(gi)

na

ni

nu

ne

na

ni

nu

ne

ha

hi

fu

he

ho

ba ba

bi

bu

be

bo

ma

mi

mu me

mo

pa

pi

pu

pe

po mya myu myo

ma

mi

mu

mo

pa

pi

pu

pe

po

me

de

do

cha

chu

cho

de

do

(cia)

(ciu)

(cio)

no

nya

nyu

nyo

no

nya

nyu

nyo

hya

hyu

hyo

ya

yu

yo

(ia)

(iu)

(io)

ra

ri

ru

re

ro

zu

sha (scia)

bi

bu

gya

gyu

gyo

(ghia)

(ghiu)

(ghio)

bo

mya

myu

myo

ja

ju

jo

rya

ryu

ryo

(gia)

(giu)

(gio)

rya

ryu

ryo

byo

wa

o

bya byu

(ua)

o

bya

n

be

byu

byo

pya pyu

pyo

pya

pyo

pyu

Di regola il sistema di traslitterazione qui riportato si basa sullo ‘spelling’ inglese. Gli italofoni devono prestare attenzione alla lettura di certi suoni, in particolare quelli nei quadretti grigi: • Taluni suoni quali p.es. shi, chi, tsu, ya, wa sarebbero scritti in italiano come tra parentesi, ossia rispettivamente sci, ci, zu [‘z’ sorda come in Firenze], ia e ua [‘i’ e ‘a’, ‘u’ e ‘a’ pronunciate in pratica contemporaneamente]. • La s è sempre sorda come in sasso, e la z, invece, sempre sonora come in zaino. • Le consonanti di ha, hi, fu, he, ho sono scritte con i simboli dell’alfabeto IPA rispettivamente [h], [ç], [ɮ], [h], [h]. [h]: suono di quando si appanna un vetro con il fiato. / [ç]: suono accompagnato da una frizione meno forte della consonante tedesca ‘ch’ in ich, Terzo Reich. / [ɮ]: suono prodotto quando si soffia leggermente attraverso l’apertura fra le labbra avvicinate. Si pronuncia immaginando di spegnere una candala con una leggera soffiata. In giapponese non esiste la consonante rappresentata dalla lettera ‘f ’ (fricativa labiodentale sorda [f] come in fama, anfora). Si veda inoltre il punto (1) delle Avvertenze.

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CAPITOLO I

Dalle origini all’unità nazionale

§1. Scoperta della cultura paleolitica CULTURA PRECERAMICA

È relativamente di recente che la storia del Giappone viene integrata da quella dell’età paleolitica (kyşsekki jidai ᣥ⍹ེᤨઍ1 lett. età degli antichi arnesi di pietra). Che anche il Giappone avesse avuto una cultura paleolitica (kyşsekki bunka ᣥ⍹ེᢥൻ2 lett. cultura degli antichi arnesi di pietra) fu provato, difatti, soltanto nel 1949, da strumenti di pietra scheggiati (dasei sekki ᛂ⵾⍹ ེ3 lett. arnesi in pietra di fabbricazione a forza di battere) rinvenuti, senza essere accompagnati da ceramica, a Iwajuku (Iwajuku iseki ጤኋㆮ〔4 lett. scavi archeologici di Iwajuku ψcarta 10). Si tratta d’una cultura che mentre conosceva la fabbricazione di arnesi di pietra scheggiati (dasei sekki ᛂ⵾⍹ེ), ignorava ancora l’uso del vasellame (doki ࿯ེ5 lett. recipiente di terra), per cui la cultura paleolitica giapponese viene chiamata comunemente cultura pre-ceramica (sendoki bunka వ࿯ེᢥൻ 6 ), cultura senza vasellame di terracotta (mudoki bunka ή࿯ེᢥൻ7) o anche cultura pre-jŇmon (pure-jŇmon bunka ࡊ࡟✽ᢥᢥൻ8; jŇmon ✽ᢥ ψ§2). Sin dal 1949 sono stati rinvenuti ciottoli scheggiati, che hanno consentito di datare l’inizio della preistoria giapponese a 70-50 mila anni fa. A tutt’oggi non si conosce ancora molto su questo stadio di sviluppo primordiale della storia giapponese. Si può 1 2 3 4 5 6 7 8

kyş/sek/ki/ ji/dai ᣥ 808/1216 ⍹ 276/78 ེ 483/527 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 kyş/sek/ki/ bun/ka ᣥ 808/1216 ⍹ 276/78 ེ 483/527 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 da/sei/ sek/ki ᛂ 180/1020 ⵾ 318/428 ⍹ 276/78 ེ 483/527 Iwa/juku/ i/seki ጤ 744/1345 ኋ 406/179 ㆮ 780/1172 〔 931/1569 do/ki ࿯ 316/24 ེ 483/527 sen/do/ki/ bun/ka వ 201/50 ࿯ 316/24 ེ 483/527 ᢥ 136/111 ൻ 100/254㩷 mu/do/ki/ bun/ka ή 227/93 ࿯ 316/24 ེ 483/527 ᢥ 136/111 ൻ 100/254㩷 pu/re-/jŇ/mon/ bun/ka ࡊ࡟✽ 1005/1760 ᢥ 136/111 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 19

comunque dire che trattandosi ancora dell’epoca glaciale era freddo, la gente cacciava grandi mammiferi e si spostava in piccoli gruppi alla cerca del cibo senza sedentarizzarsi. ٟ Un certo numero di pubblicazioni in materia uscite verso la fine del XX secolo

fa risalire l’età paleolitica giapponese a ben 600 mila anni fa. Tali descrizioni, tuttavia, sono state ufficialmente dichiarate erronee, in quanto frutto di un inganno tramato da un appassionato dilettante di archeologia. Costui era riuscito a continuare, per un quarto di secolo e in poco meno di duecento scavi, ad interrare inosservato ciottoli scheggiati per poi dissotterrarli, davanti ai colleghi, con le proprie mani definite con timore reverenziale dai professionisti di archeologia come kami no te (␹ߩᚻ9 lett. mani divine). Il caso (chiamato kyşsekki hakkutsu netsuzŇ mondai ᣥ⍹ེ⊒ជ᝘ㅧ໧㗴10 lett. questione dei falsi ritrovamenti di antichi arnesi di pietra) è venuto a galla nel novembre del 2000.

§2. Periodo jŇmon (Età neolitica) CULTURA JņMON

L’ultima fase dell’età della pietra, ossia la cosiddetta età neolitica (shinsekki jidai ᣂ⍹ེᤨઍ11 lett. età dei nuovi arnesi di pietra), invece, è già messa sufficientemente in luce. Si ritiene che in Giappone durasse migliaia d’anni fino al IV secolo ca. a.C. Ciò che distingue nettamente questo periodo da quello precedente è la presenza di terrecotte (doki ࿯ེ) e strumenti di pietra levigati (masei sekki ⏴⵾⍹ ེ12 lett. arnesi in pietra di fabbricazione per levigatura), e siccome non pochi oggetti fittili (doki ࿯ེ) prodotti in questa fase di evoluzione recano decorazioni a corda dette jŇmon (✽ᢥ lett. impronta di corda), l’età ritenuta come la fase neolitica giapponese, la relativa cultura con la sua ceramica (doki ࿯ེ) vengono chiamate rispettivamente periodo jŇmon (jŇmon jidai ✽ ᢥ ᤨ ઍ ), cultura jŇmon (jŇmon bunka ✽ ᢥ ᢥ ൻ ) e ceramiche jŇmon (jŇmonshiki doki ✽ᢥᑼ࿯ེ13).  ‫ޣ‬UNA ARRETRATEZZA MARCATA‫ޤ‬Bisogna tenere presente, però, che il periodo jŇmon (jŇmon jidai ✽ᢥᤨઍ) non si identifica perfettamente con l’età neolitica (shinsekki jidai ᣂ⍹ེᤨઍ) delle grandi civiltà fluviali. Esso presenta, infatti, una kami/no/te ␹ 229/310 ߩᚻ 42/57 kyş/sek/ki/ hak/kutsu/ netsu/zŇ/ mon/dai ᣥ 808/1216 ⍹ 276/78 ེ 483/527 ⊒ 43/96 ជ 1276/1803 ᝘ non reg./non reg.ㅧ 460/691 ໧ 75/162 㗴 123/354 11 shin/sek/ki/ ji/dai ᣂ 36/174 ⍹ 276/78 ེ 483/527 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 12 ma/sei/ sek/ki ⏴ 1376/1531 ⵾ 318/428 ⍹ 276/78 ེ 483/527 13 jŇ/mon/shiki/ do/ki ✽ 1005/1760 ᢥ 136/111 ᑼ 185/525 ࿯ 316/24 ེ 483/527 9

10

20

carenza economica marcata: a dispetto della presenza di arnesi di pietra politi (masei sekki ⏴⵾⍹ེ) e vasellame (doki ࿯ེ), due elementi che contraddistinguono fondamentalmente il neolitico (shinsekki jidai ᣂ⍹ེᤨઍ), il jŇmon jidai ✽ᢥᤨઍ era, peraltro, caratterizzato dall’assenza (per non dire assoluta, ma pressoché totale) di agricoltura e pastorizia. Conseguentemente, la vita quotidiana era ancora basata sulla caccia, la pesca e la raccolta di cibi vegetali che la natura produceva spontaneamente (saishş keizai ណ㓸⚻ ᷣ14 lett. economia di raccolta). Non fu condotta, perciò, una vita collettiva su vasta scala, né vennero accumulati beni, né si delineò un’organizzazione politica o gerarchica di amministrazione di un potere. Che i membri d’un villaggio fossero praticamente pari nello status è testimoniato sia dal fatto che tutti i morti venivano seppelliti indistintamente in fosse comuni, sia dalle abitazioni scavate nel terreno, dette abitazioni a fossa (tateana[shiki] jşkyo ┱ⓣ[ᑼ]૑ዬ15 lett. abitazioni consistenti in una buca verticale), che avevano tutte pressoché una stessa struttura e dimensione.  ‫ޣ‬CUMULI DI CONCHIGLIE‫ޤ‬Finora sono stati rinvenuti lungo le coste circa 2.500 scarichi, chiamati kaizuka (⽴Ⴆ 16 lett. cumuli di conchiglie), utilizzati dagli uomini preistorici, specie del periodo jŇmon (jŇmon jidai ✽ᢥᤨઍ), per depositarvi rifiuti, in particolare gusci di conchiglie. Lì viene ritrovata una gran quantità non solo di gusci di bivalvi, ma anche di cocci (doki ࿯ེ), strumenti di pietra (sekki ⍹ེ) ed altre cose ancora che offrono informazioni archeologiche assai preziose. ‫ޣ‬DOGŞ ‫ޤ‬Avviene che nelle zone archeologiche jŇmon vengano ritrovate statuette di terracotta, dette dogş (࿯஧17 lett. statue in forma umana di terra), che rappresentano figure femminili. Si presume che tali opere fossero utilizzate a scopo religioso.  ‫ޣ‬PROTO-GIAPPONESI‫ޤ‬Secondo il parere prevalente degli studiosi, gli uomini jŇmon sarebbero gli antenati diretti dei giapponesi odierni e sono denominati proto-giapponesi (gen nihonjin ේᣣᧄੱ18), ma del processo della loro formazione non si sa ancora molto di sicuro, come pure resta ancora un mistero se la lingua giapponese sia geneticamente isolata o faccia parte di qualche famiglia.

14 15 16 17 18

sai/shş/ kei/zai ណ 815/933 㓸 168/436 ⚻ 135/548 ᷣ 288/549 tate/ana/[shiki]/ jş/kyo ┱ non reg./non reg.ⓣ 1201/899[ᑼ 185/525] ૑ 248/156 ዬ 777/171 kai/zuka ⽴ 1590/240 Ⴆ 782/1751 do/gş ࿯ 316/24 ஧ 1708/1639 gen/ ni/hon/jin ේ 132/136 ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ੱ 9/1 21

§3. Periodo Yayoi (Età dei metalli) CULTURA YAYOI

Verso il IV secolo ca. a.C. il Giappone entrò nell’età dei metalli (kinzokuki jidai ㊄ዻེᤨઍ 19 lett. periodo degli arnesi di metallo) chiamata periodo Yayoi (Yayoi jidai ᒎ↢ᤨઍ20), che durò alcune centinaia di anni fino al III secolo ca. d.C.. Ciò che ci dice che siamo in presenza di una nuova fase di cultura, chiamata cultura Yayoi (Yayoi bunka ᒎ↢ᢥൻ), è, ancora una volta, la presenza di stoviglie di terracotta (doki ࿯ེ): diversamente dal vasellame del periodo precedente, le ceramiche Yayoi (yayoishiki doki ᒎ↢ᑼ࿯ེ) è di qualità più dura e sottile, quindi migliore ed hanno decorazioni assai semplici o ne sono addirittura completamente prive. ٟ La denominazione Yayoi ᒎ↢ viene dal nome d’una località di TŇkyŇ (᧲੩ 21 ψcarta 10), Yayoi ᒎ↢, dove nel 1884 fu rinvenuto per la prima volta un vaso (doki ࿯ེ) di tale fattura.

 ‫ޣ‬AVVENTO DELLA CIVILTÀ CINESE‫ޤ‬Nel periodo Yayoi (Yayoi jidai ᒎ↢ ᤨઍ) ebbe inizio la penetrazione in Giappone, tramite la penisola coreana, di una avanzata civiltà cinese. A questo riguardo sono da segnalare i seguenti due avvenimenti di sicura importanza: Ԙ Vennero apprese la risicoltura (inasaku Ⓑ૞22) e le tecniche agricole. La coltivazione del riso (kome ☨23) ebbe inizio prima nella parte settentrionale del Kyşshş (਻Ꮊ24 ψcarta 1), salendo poi man mano verso nord. ԙ Furono introdotti utensili e armi di bronzo (seidŇki 㕍㌃ེ25) e di ferro (tekki ㋕ེ26) quasi contemporaneamente. Per questo la storia del Giappone entrò direttamente nell’età del ferro (tekki jidai ㋕ེᤨઍ) senza una netta distinzione con l’età del bronzo (seidŇki jidai 㕍㌃ེᤨઍ).

19 20 21 22 23 24 25 26

kin/zoku/ki/ ji/dai ㊄ 59/23 ዻ 799/1637 ེ 483/527 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Ya/yoi/ ji/dai ᒎ 1536/2065 ↢ 29/44 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 TŇ/kyŇ ᧲ 11/71 ੩ 16/189 ina/saku Ⓑ 966/1220 ૞ 99/360 kome ☨ 90/224 Kyş/shş ਻ 58/11 Ꮊ 542/195 sei/dŇ/ki 㕍 390/208 ㌃ 1437/1605 ེ 483/527 tek/ki ㋕ 327/312 ེ 483/527 22

ٟ Nel 1943 nella località ora chiamata Toro iseki (⊓ํㆮ〔27 sito archeologico

di Toro ψcarta 9) furono scoperte tracce di un villaggio del periodo Yayoi (Yayoi jidai ᒎ↢ᤨઍ). Con gli scavi effettuati negli anni 1947-1950 è emerso che il villaggio aveva un totale di oltre 75.000 m2 di risaie. Oggi il Toro iseki ⊓ํㆮ〔 è fra i siti archeologici di maggior interesse di tutto il Giappone. ٟ Da quando fu introdotta la coltivazione del riso (kome ☨) ai giorni nostri l’alimentazione dei giapponesi si è sempre basata sul riso (kome ☨) accompagnato soprattutto da verdure e prodotti del mare. Si tratta di un regime alimentare essenzialmente vegetariano denominato nihongata shokuseikatsu (ᣣᧄဳ㘩↢ᵴ28 lett. vita dietetica del tipo giapponese) che oggi gode di grande pregio. ٟ Nel maggio del 2003 il National Museum of Japanese History (Kokuritsu rekishi minzoku hakubutsukan ࿖┙ᱧผ᳃ଶඳ‛㙚29 lett. Museo nazionale di storia e folclore giapponesi) ha fatto un annuncio sensazionale confermato successivamente nel dicembre dello stesso anno. Nella parte settentrionale del Kyşshş ਻Ꮊ l’inizio dello Yayoi jidai ᒎ↢ᤨઍ, (e quindi anche della risicoltura) risalirebbe intorno al X secolo a.C. Qualora il mondo accademico confermasse questi dati, l’attuale descrizione del Giappone preistorico e protostorico subirà profonde modifiche. ٟ I cinesi ai tempi della dinastia Shang (Shang ໡30 giapp. ShŇ, 1500 ca.-1100 ca. a.C.), ossia della dinastia che un tempo i giapponesi chiamavano In (Გ31 cin. Yin, Yin) dal nome della sua ultima capitale, adoperavano già strumenti in bronzo (seidŇki 㕍㌃ེ) fusi con tecniche progredite; avevano conosciuto inoltre, molto tempo prima (intorno al 4000 a.C.), sia l’agricoltura sia la pastorizia, e verso l’VIII secolo a.C. entravano nell’età del ferro (tekki jidai ㋕ེᤨઍ). Quando nacque il grande impero unificato della dinastia Han (Han ṽ32 giapp. Kan, 202 a.C.- 220 d.C. [per la precisione, dinastia Han anteriore, 202 a.C.8 d.C. e dinastia Han posteriore, 25-220]), ebbero non poca influenza sui popoli limitrofi con la loro cultura d’alto livello. La ‘via della seta’ (giapp. Kinunomichi ⛚ߩ㆏33㧘KinukaidŇ ⛚ⴝ㆏34 o anche Shiruku rŇdo ࠪ࡞ࠢ ࡠ࡯࠼ dall’ingl. Silk Road), antichissima via carovaniera che collegava la Cina con il Levante, ha la sua origine nell’epoca Han (Han ṽ giapp. Kan). 27 28 29

30 31 32 33 34

To/ro/ i/seki ⊓ 572/960 ํ 1509/2036 ㆮ 780/1172 〔 931/1569 ni/hon/gata/ shoku/sei/katsu ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ဳ 423/888 㘩 269/322 ↢ 29/44 ᵴ 203/237 Koku/ritsu/ reki/shi/ min/zoku/ haku/butsu/kan ࿖ 8/40 ┙ 61/121 ᱧ 692/480 ผ 563/332 ᳃ 70/177 ଶ 1498/1126 ඳ 802/601 ‛ 126/79 㙚 319/327 ShŇ ໡ 353/412 In Გ non reg./non reg. Kan ṽ 1394/556 Kinu/no/michi ⛚ 1010/1261 ߩ㆏ 129/149 Kinu/kai/dŇ ⛚ 1010/1261 ⴝ 790/186 ㆏ 129/149

23

 ‫ޣ‬NASCITA DI TANTI PICCOLI STATI䇽 Il trapianto della risicoltura (inasaku Ⓑ૞) trasformò radicalmente la società primitiva giapponese. Una volta appresa la coltivazione del riso (kome ☨), che richiede sia una gran mole di lavori intensi che un’ingente quantità d’acqua, le comunità cominciarono a ingrandire, spinte dall’esigenza della collaborazione di numerosa manodopera. Divenne possibile mettere da parte prodotti sovrabbondanti. Fu questo il primo passo verso la disgregazione sociale. È fuor di dubbio che l’uso degli efficienti utensili di metello (tekki ㋕ེ) accelerò tale processo. Inoltre, i lavori in collaborazione tra più villaggi per il governo delle acque o per l’irrigazione, richiedevano una coordinazione, che andò accrescendo man mano autorità politica fino al punto che chi la esercitava poté definirsi dominatore o signore potente (gŇzoku ⽕ᣖ35 lett. [capo di] clan influente), di una zona a carattere territoriale. Si assiste così alla nascita di tanti ‘piccoli stati’ (shŇkoku ዊ࿖36). Siamo intorno al I secolo a.C.. A partire dagli ultimi secoli a.C. cominciano a parlare del Giappone le fonti cinesi. Una tra le testimonianze più antiche oggi nota sulle situazioni protostoriche giapponesi è un breve cenno dello Hanshu (Han shu 䇺ṽᦠ䇻37 giapp. Kanjo, lett. libro della dinastia Han ṽ). Riferendosi al Giappone intorno al I secolo a.C., il suo autore dice:

« Ho appreso che al largo della Corea abitano i woren (wo-jên ୸ੱ38 giapp. wajin, giapponesi). Sono organizzati in oltre 100 stati. Vengono periodicamente a renderci omaggio con tributi ».

ٟ Lo Hanshu (Han shu 䇺ṽᦠ䇻 giapp. Kanjo) viene a volte chiamato anche Qianhan shu (Ch’ien Han shu 䇺೨ṽᦠ䇻 39 giapp. Zenkanjo, lett. libro della dinastia Han anteriore [202 a.C.-8 d.C]), perché malgrado il suo titolo non parla dell’intera storia della dinastia Han, ma soltanto di quella degli Han anteriori, Zenkan ೨ṽ, per l’appunto.

 ‫ޣ‬DUE ZONE DI CULTURA AVANZATA‫ޤ‬I reperti archeologici ci insegnano, 35 36 37 38 39

gŇ/zoku ⽕ 898/1671 ᣖ 599/221 shŇ/koku ዊ 63/27 ࿖ 8/40 Kan/jo 䇺ṽ 1394/556 ᦠ 130/131䇻 wa/jin ୸ non reg./non reg.ੱ 9/1 Zen/kan/jo 䇺೨ 38/47 ṽ 1394/556 ᦠ 130/131䇻 24

d’altro canto, che all’epoca dei ‘piccoli stati’ (shŇkoku ዊ࿖), c’erano in Giappone due zone progredite, di cultura però alquanto diversa l’una dall’altra (ψi e j della carta 2). Fra i reperti in bronzo dell’epoca, figurano armi a forma di spada (dŇken ㌃೶40 lett. spada di rame e dŇhoko ㌃㋿ o anche ㌃⍦41 lett. lancia di rame) ed oggetti a forma di campana leggermente schiacciata e ritenuti di uso a scopo religioso (dŇtaku ㌃ 㐇42 lett. campana [o sonaglio] di rame). I primi vengono ritrovati principalmente nella parte settentrionale del Kyşshş (Kita Kyşshş ർ਻Ꮊ43) e i secondi nella regione chiamata Kinki (Kinki chihŇ ㄭ⇰࿾ᣇ44 ψcarta 1). Oggi non si sa ancora a quale di queste due zone si riferisca quella breve descrizione dello Hanshu (Han shu 䇺ṽᦠ䇻), ossia del Kanjo. YA M ATA I K O K U

Più tardi, un altro libro di storia ufficiale cinese compilato nel III secolo d.C., il Sanguo zhi (San-kuo chih 䇺ਃ࿖ᔒ䇻45 giapp. Sangokushi, lett. Storia dei tre Regni), ci fornisce informazioni abbastanza dettagliate sul Giappone. Dalle sue descrizioni che fanno riferimento al Giappone del III secolo ca., risulta che c’era uno stato detto Yamatai (Yamatai koku ㇎㚍บ࿖46) e governato da una regina di nome Himiko (ඬᒎ๭47 cin. Beimihu, Peimihu) che comandava ad una trentina di stati. Ma non si sa dove si trovasse lo stato dello Yamatai koku ㇎㚍บ࿖, in quanto se si seguisse l’itinerario così come segnato, si finirebbe addirittura nell’Oceano Pacifico. Chi lo localizza nella parte settentrionale del Kyşshş (Kita Kyşshş ർ਻Ꮊ), chi nella zona dello Yamato (ᄢ๺48 oggi prefettura di Nara [Nara-ken ᄹ⦟⋵49] ψ carta 8). In ogni caso, si può affermare che durante i primi secoli d.C. il Giappone attraversava una fase di unificazione politica.  ‫ޣ‬VITA SPIRITUALE DEI GIAPPONESI AI TEMPI DELLO YAMATAI KOKU ‫ޤ‬Il Sanguo zhi (San-kuo chih 䇺ਃ࿖ᔒ䇻 giapp. Sangokushi ) fa riferimento anche agli usi e costumi dei giapponesi del III secolo ca. d.C.:

40 41 42 43 44 45 46 47 48 49

dŇ/ken ㌃ 1437/1605 ೶ 1248/879 dŇ/hoko ㌃ 1437/1605 ㋿ non reg./non reg., ㌃ 1437/1605 ⍦ 1672/773 dŇ/taku ㌃ 1437/1605 㐇 non reg./non reg. Kita/ Kyş/shş ർ 103/73 ਻ 58/11 Ꮊ 542/195 Kin/ki chi/hŇ ㄭ 127/445 ⇰ 1684/non reg. ࿾ 40/118 ᣇ 28/70 San/goku/shi 䇺ਃ 10/4 ࿖ 8/40 ᔒ 622/573䇻 Ya/ma/tai/ koku ㇎ 1643/1457 㚍 512/283 บ 216/492 ࿖ 8/40 Hi/mi/ko ඬ p.412/1521 ᒎ 1536/2065 ๭ 640/1254 Yamato ᄢ 7/26 ๺ 151/124 Na/ra/ ken ᄹ 822/2044 ⦟ 520/321 ⋵ 195/194 25

« [...] Quando muore qualcuno, la bara è trattenuta per oltre dieci giorni senza essere seppellita. In questo frattempo non si mangia carne; il responsabile del funerale piange ad alta voce, mentre gli altri cantano, ballano e bevono alcolici. Inumata la salma, tutta la famiglia si purifica in acqua [...]. Quando vengono in Cina, proibiscono ad uno di essi di pettinarsi, di ripulirsi dalle cimici, di lavarsi il vestito, di mangiare carne e di avvicinarsi alle donne come se fosse in lutto. [...] Quando hanno bisogno di prevedere il futuro, screpolano ossa sul fuoco per interpretare le fenditure con profezie fauste o infauste, come da noi si ricorre alla divinazione con gusci di tartaruga. [...] La regina Himiko ඬᒎ๭ è assai abile ad influenzare la sua gente con i suoi incantesimi medianici fra l’uomo e gli spiriti. [...] ».

Si ritiene che le descrizioni rispecchino la vita religiosa dei giapponesi del III secolo, la quale in età posteriore prese il nome di shintŇ (␹㆏50 lett. via delle divinità ψ§9). Taluni elementi qui descritti quali pratiche purificatoria e sciamanica (ࠪࡖ࡯ࡑ࠾࠭ ࡓ), sono ancor oggi vivi nella tradizione shintoista. ٟ L’ultimo dei brani sopra riportati si trova, più precisamente, nel Wei zhi (Wei-

chih 䇺㝵ᔒ䇻51 giapp. Gishi ) che fa parte appunto del Sanguo zhi (San-kuo chih 䇺ਃ࿖ᔒ䇻 giapp. Sangokushi ). L’insieme delle sue descrizioni sul Giappone è noto ai giapponesi con il nome di Gishi wajinden (㝵ᔒ୸ੱવ52 lett. descrizioni sui giapponesi del Gishi 䇺㝵ᔒ䇻).

UNITÀ NAZIONALE COMPIUTA

Dopo le descrizioni sullo Yamatai koku ㇎㚍บ࿖, tuttavia, tutte le fonti (straniere) tacciono della situazione giapponese per circa 100 anni a partire dalla metà del III secolo. Quando ripresero a parlarne, una vasta area dal Kyşshş ਻Ꮊ alla regione detta Chşbu (Chşbu chihŇ ਛㇱ࿾ᣇ53 ψ carta 1) era già stata unificata dal potere con sede nella zona dello Yamato ᄢ๺. Oggi questa sede governativa e il suo potere politico si chiamano rispettivamente corte dello Yamato (Yamato chŇtei ᄢ๺ᦺᑨ54 lett. [governo presso] la corte dello Yamato ᄢ๺) e Yamato seiken (ᄢ๺᡽ᮭ55 lett. potere politico dello Yamato). 50 51 52 53 54 55

shin/tŇ ␹ 229/310 ㆏ 129/149 Gi/shi 䇺㝵 non reg./non reg.ᔒ 622/573䇻 Gi/shi/ wa/jin/den 㝵 non reg./non reg.ᔒ 622/573 ୸ non reg./non reg.ੱ 9/1 વ 494/434 Chş/bu chi/hŇ ਛ 13/28 ㇱ 37/86 ࿾ 40/118 ᣇ 28/70 Yamato chŇ/tei ᄢ 7/26 ๺ 151/124 ᦺ 257/469 ᑨ 1493/1111 Yamato sei/ken ᄢ 7/26 ๺ 151/124 ᡽ 50/483 ᮭ 260/335 26

Tutto considerato, si presume che l’unità a livello quasi nazionale fosse compiuta prima della metà del IV secolo. Ancora oggi non si sa che cosa fosse accaduto durante il periodo a cavallo fra il III e il IV secolo, dato che, come detto, le fonti non ne fanno menzione. Il periodo Yayoi (Yayoi jidai ᒎ↢ᤨઍ) viene incluso a volte nell’età preistorica (senshi jidai వผᤨઍ56), ossia fase di sviluppo culturale di cui non esistono documenti ed altre volte nell’età protostorica (genshi jidai ේผᤨઍ57), fase di cui rimangono materiali scritti ma quantitativamente scarsi e poco attendibili.

Ricapitoliamo quanto abbiamo visto finora nel seguente prospetto: a.C ȸ 10.000

periodo pre-ceramico

sendoki jidai

5.000

1.000

500

periodo jŇmon

jŇmon jidai ✽ᢥᤨઍ

వ࿯ེᤨઍ

ᛂ⵾⍹ེ) ʀ cultura senza vasellame (mudoki bunka

ή࿯ེᢥൻ) età paleolitica kyşsekki jidai

ᣥ⍹ེᤨઍ

56 57

100

(masei sekki ⏴⵾⍹ེ) ʀ ceramiche jŇmon (jŇmonshiki

✽ᢥᑼ࿯ེ) ⽴Ⴆ ʀ dogş ࿯஧ doki

1

Ⱥ d.C 100

200

300

periodo Yayoi Yayoi jidai ᒎ↢ᤨઍ

abitazione a fossa (tateana[shiki] jşkyo

caccia, pesca e raccolta del cibo (saishş keizai ណ㓸⚻ᷣ) ʀ strumenti di pietra levigati

ʀ strumenti di pietra scheggiati (dasei sekki

200

┱ⓣ[ᑼ]૑ዬ)

risicoltura (inasaku

Ⓑ૞)

ʀ strumenti di bronzo (seidŇki

㕍㌃ེ) e di ferro (tekki ㋕ ེ) ʀ dŇken ㌃೶, dŇtaku ㌃㐇 ʀ ceramiche Yayoi (yayoishiki

ʀ kaizuka

doki

ᒎ↢ᑼ࿯ེ)

ʀ Yamatai koku ㇎㚍บ࿖ età dei metalli kinzokuki jidai

età neolitica shinsekki jidai

ᣂ⍹ེᤨઍ

㊄ዻེᤨઍ

età preistorica senshi jidai

età protostorica genshi jidai

వผᤨઍ

ේผᤨઍ

sen/shi/ ji/dai వ 201/50 ผ 563/332 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 gen/shi/ ji/dai ේ 132/136 ผ 563/332 ᤨ 19/42 ઍ 68/256

27

CAPITOLO II

Età antica 1: periodo Yamato e periodo Nara

Parte prima: Aspetti politico, sociale ed economico (Centralizzazione del potere e formazione della classe aristocratica)

§4. Istituzione socio-politica anteriore alla metà del VII secolo FORMA DI GOVERNO: SISTEMA S HISEI

Il potere politico (Yamato seiken ᄢ๺᡽ᮭ) nato, come si è detto, nello Yamato poggiava sulla coalizione dei gŇzoku (⽕ᣖ58 ψ§3) che avevano allora la propria sfera di autorità appunto nello Yamato ᄢ๺ o nelle aree limitrofe. Essi, che avevano intanto organizzato presumibilmente entro la fine del V secolo, ciascuno intorno a sé, un gruppo di famiglie, detto uji (᳁59 unità familiare riservata al ‘ceto dominante’, resa quasi sempre come clan con approssimazione), riunite fra loro dal vincolo di sangue, presunto o reale, prestavano servizio presso il governo Yamato (Yamato chŇtei ᄢ๺ᦺᑨ) come capi uji (uji no kami ᳁਄60). Il governo, dal canto suo, diede agli uji ᳁ diversi titoli onorifici ereditari chiamati nel loro insieme kabane ᆓ61, quali per esempio omi ⤿62, muraji ㅪ63, kimi ำ64 che designavano status socio-politici. In altre parole, il governo era, per così dire, una federazione di uji ᳁, differenziati però, sul piano dello status, dai titoli kabane ᆓ, 58 59 60 61 62 63 64

gŇ/zoku ⽕ 898/1671 ᣖ 599/221 uji ᳁ 177/566 uji/ no/ kami ᳁ 177/566 ਄ 21/32 kabane ᆓ 1766/1746 omi ⤿ 981/835 muraji ㅪ 87/440 kimi ำ 700/793 29

motivo per cui a questa istituzione socio-politica si dà il nome di sistema shisei (shisei seido ᳁ᆓ೙ᐲ65; nei testi in inglese: uji-kabane system).  ‫ޣ‬ORIGINE DELL’IMPERATORE‫ޤ‬Al vertice della coalizione di potere c’era un capo uji ᳁ che si potrebbe chiamare capo della federazione, ossia capo del gruppo di quella famiglia chiamata oggi famiglia imperiale (kŇzoku ⊞ᣖ66 ψ§58). In origine, quindi, anche l’imperatore (tennŇ ᄤ⊞67) era semplicemente capo di uno e un solo uji ᳁.  Per fare riferimento al capo dei capi uji ᳁, ossia al primus inter pares, si usava il termine Ňkimi (ᄢ₺68 letto anche daiŇ, lett. gran re) che stava ad indicare il primo fra i detentori del titolo Ň (₺ lett. re) concesso dalla Cina. L’uso del titolo sumeramikoto (ᄤ ⊞ oggi si legge esclusivamente tennŇ ed è reso, per tacito accordo, sempre come imperatore) iniziò nel VII secolo. (cfr. origine mitologica imperiale ψ§9, §10) ٟ Nel 1784 nei pressi del luogo dove si trova oggi la città di Fukuoka (⑔ጟ69 ψ

carta 3) nel Kyşshş settentrionale (Kita Kyşshş ർ਻Ꮊ) fu casualmente trovato da un agricoltore un sigillo di puro oro massiccio (23mm × 23mm, 109g) che porta incisi i seguenti cinque kanji: ṽᆔᅛ࿖₺70. Viene letto solitamente ‘Kan no Wa no Na no kokuŇ’ (lett. re dello stato di Na del Wa [ossia Giappone] degli Han [ossia Cina]; ᆔ = ୸). Il Na ᅛ era uno dei ‘piccoli stati’ (shŇkoku ዊ࿖) e si trovava intorno all’anno uno d.C. appunto là dove si estende oggi la città di Fukuoka ⑔ጟ. Si sa che i gŇzoku ⽕ᣖ di quei tempi cercavano ottenere dalla Cina il prestigioso titolo Ň ₺ per valersene a scopo politico. Anche Himiko ඬᒎ๭ aveva il titolo Ň ₺ concesso dalla Cina dei Wei (㝵 giapp. Gi, 220-265). ٟ La residenza del tennŇ ᄤ⊞, ossia la corte (kyştei ችᑨ71), se la si considerava come sede del governo, si chiamava chŇtei ᦺᑨ. Se il primo governo unitario è detto Yamato chŇtei ᄢ๺ᦺᑨ, è perché si trattava del governo con sede presso la corte sita nello Yamato ᄢ๺. A partire dalla riforma Taika (Taika no kaishin ᄢൻᡷᣂ72, dal 645 ψ§5) fino 65 66 67 68 69 70 71 72 73

shi/sei/ sei/do ᳁ 177/566 ᆓ 1766/1746 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 kŇ/zoku ⊞ 964/297 ᣖ 599/221 ten/nŇ ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 Ň/kimi ᄢ 7/26 ₺ 499/294 Fuku/oka ⑔ 450/1379 ጟ 370/non reg. Kan/ no/ Wa/ no/ Na/ no/ koku/Ň ṽ 1394/556 ᆔ 171/466 ᅛ 1891/1933 ࿖ 8/40 ₺ 499/294 kyş/tei ች 419/721 ᑨ 1493/1111 Tai/ka/ no/ kai/shin ᄢ 7/26 ൻ 100/254 ᡷ 294/514 ᣂ 36/174 E/do/ ji/dai ᳯ 517/821 ᚭ 342/152 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 30

a tutto il periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ73 1600/1603-1867 ψ§39, §41) la denominazione rimase, invece, semplicemente chŇtei ᦺᑨ.

 ‫ޣ‬TERRENI E POPOLAZIONE DI PROPRIETÀ PRIVATA‫ޤ‬Come mezzi di sostentamento gli uji ᳁, ovvero i gŇzoku ⽕ᣖ, possedevano privatamente terreni e popolazione, chiamati rispettivamente tadokoro ↰⨿74 e be no tami ㇱ᳃75. I terreni di proprietà dell’uji ᳁ dell’Ňkimi ᄢ₺, vennero chiamati con un termine particolare: miyake ገୖ76. I be no tami ㇱ ᳃ erano costituiti da agricoltori, pescatori ed artigiani che lavoravano per l’uji ᳁ da cui dipendevano. Al di sotto dei be no tami ㇱ᳃ c’erano, sia pure in numero esiguo, i paria (nuhi ᅛ ᇗ77) di norma adibiti ai servizi domestici dei padroni e soggetti a compravendita.

§5. Centralizzazione del potere LOTTE PER L’EGEMONIA DEI GņZOKU POTENTI

Al governo Yamato (Yamato chŇtei ᄢ ๺ ᦺ ᑨ ) c’erano alcuni gŇzoku ⽕ᣖ particolarmente influenti, fra cui il Sogauji (⯃ᚒ᳁78, comunemente letto Sogashi) con mansioni finanziarie, il Mononobeuji (‛ㇱ᳁79, Mononobeshi) e l’ņtomouji (ᄢ઻᳁80, ņtomoshi) entrambi responsabili degli affari miliari. Da una serie di lotte per l’egemonia usciva vittorioso, verso la fine del VI secolo, il Sogauji (Sogashi ⯃ᚒ᳁) con una potenza paragonabile a quella dell’uji ᳁ dell’Ňkimi ᄢ₺. PRINCIPE SHņTOKU E IL SUO IDEALE

È di quei tempi (592) l’ascesa al trono di una sovrana Suiko (Suiko tennŇ ផฎᄤ⊞ 81 r. 592-628), affiancata da un personaggio di rilievo nella storia giapponese: il principe ShŇtoku (ShŇtoku taishi ⡛ᓼ

74 75 76 77 78 79 80 81

ta/dokoro ↰ 24/35 ⨿ 1208/1327 be/ no/ tami ㇱ 37/86 ᳃ 70/177 miyake ገ p.412/1936 ୖ 708/1307 nu/hi ᅛ 1891/1933 ᇗ non reg./non reg. So/ga/shi ⯃ non reg./non reg.ᚒ 1392/1302 ᳁ 177/566 Mono/nobe/shi ‛ 126/79 ㇱ 37/86 ᳁ 177/566 ņ/tomo/shi ᄢ 7/26 ઻ 1115/1027 ᳁ 177/566 Sui/ko/ ten/nŇ ផ 635/1233 ฎ 373/172 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 31

ᄥሶ82 574-622?), reggente (sesshŇ ៨᡽83) dal 593. Fra i diversi meriti politici, diplomatici e culturali a lui attribuibili figurano: Ԙ l’introduzione di un nuovo sistema meritocratico di carriera cortigiana in dodici ranghi distinti per colori di copricapo (Kan’i jşnikai ౰૏චੑ㓏84 lett. ranghi di copricapo in dodici livelli, 603) in sostituzione del vecchio kabane (ᆓ ψ§4) ereditario, e ԙ l’emanazione del noto Codice in Diciassette Articoli (KenpŇ jşshichijŇ ᙗᴺච ৾᧦85 604, chiamato anche JşshichijŇ kenpŇ ච৾᧦ᙗᴺ it. Costituzione in Diciassette Articoli) steso sotto l’influenza del pensiero confuciano e buddhista. Il suo ideale politico, che cominciò a vedersi realizzato, tuttavia, soltanto dopo la sua morte, consisteva, in ultima analisi, nel creare uno Stato centralizzato sotto l’autorità indiscussa del sovrano (imperatore) invece del regime decentralizzato che lasciava ai gŇzoku ⽕ᣖ ampie autonomie e la possibilità di sfidare il vertice. ٟ I dodici livelli gerarchici del Kan’i jşnikai ౰૏චੑ㓏 vennero riorganizzati

in età posteriori in un complesso sistema di trenta ranghi di corte chiamato ikai (૏㓏86 lett. ranghi). Nel Giappone contemporaneo gli ikai ૏㓏, semplificati, costutuiscono puramente onorificenze concesse ai defunti meritevoli. ٟ Il KenpŇ jşshichijŇ ᙗ ᴺ ච ৾ ᧦ , malgrado il termine kenpŇ ( ᙗ ᴺ lett. Costituzione), è da intendere nel senso di norme disciplinari* imposte ai gŇzoku ⽕ ᣖ e come tali fondamentalmente diverso dalla Costituzione di uno Stato nell’età moderna e contemporanea. * P.es. « Art. 1 - Date importanza all’armonia e per principio non litigate. [...]. / Art. 2 Venerate i Tre Tesori. I Tre Tesori sono Buddha (hotoke ੽87 ψ§12), il dharma (hŇ ᴺ88 ψ§12) e la comunità dei monaci. [...]. / Art. 3 - Di fronte agli editti imperiali, rendetevi ossequiosi. [...] ».

82 83 84 85 86 87 88

ShŇ/toku/ tai/shi ⡛ 1306/674 ᓼ 839/1038 ᄥ 343/629 ሶ 56/103 ses/shŇ ៨ 1754/1692 ᡽ 50/483 Kan’/i/ jş/ni/kai ౰ 1548/1615 ૏ 482/122 ච 5/12 ੑ 6/3 㓏 253/588 Ken/pŇ/ jş/shichi/jŇ ᙗ 943/521 ᴺ 145/123 ච 5/12 ৾ 44/9 ᧦ 391/564 i/kai ૏ 482/122 㓏 253/588 hotoke ੽ 678/583 hŇ ᴺ 145/123 32

RIFORMA TAIKA

‫ޣ‬COLPO DI STATO‫ ޤ‬Nel 645 il principe Naka no ņe (Naka no ņe no Ňji ਛᄢఱ⊞ሶ89 614?-671) destinato a diventare l’imperatore Tenji (Tenji tennŇ ᄤᥓᄤ⊞90 r. 668-671), insieme con Nakatomi no Kamatari (ਛ⤿㎨⿷91 614-669), riuscì ad eliminare, in un bagno di sangue, il Sogauji (Sogashi ⯃ᚒ᳁) che dominava la corte (Yamato chŇtei ᄢ๺ᦺᑨ), aprendo, così, la via per una serie di rinnovamenti istituzionali che nell’insieme prende il nome di riforma Taika (Taika no kaishin ᄢൻᡷᣂ92 lett. riforma di grande trasformazione) di capitale importanza. ٟ L’opinione generalmente accettata individua nella storia del Giappone tre

grandi riforme di radicale mutamento istituzionale: c riforma Taika (Taika no kaishin ᄢൻᡷᣂ dal 645), d restaurazione Meiji (Meiji ishin ᣿ᴦ⛽ᣂ93 lett. riforma Meiji o rinnovamento Meiji, dal 1868) e e riforma nel secondo dopoguerra a cui ci si riferisce di solito con l’espressione di sengo no kaikaku (ᚢᓟ ߩᡷ㕟94 dal 1945). ٟ < Istituzione del nengŇ > In occasione della riforma Taika (Taika no kaishin ᄢൻᡷᣂ) venne deciso, sull’esempio cinese, di dare un nome di riferimento (giapp. nengŇ ᐕภ95 cin. nianhao, nien-hao, lett. denominazione dell’anno) ad ogni raggruppamento d’un certo numero di anni. Il primo della serie fu Taika ᄢ ൻ e la riforma Taika (Taika no kaishin ᄢൻᡷᣂ) ebbe inizio il primo anno Taika ᄢൻ, l’anno che coincide con il 645 dell’era cristiana. A cominciare dalla riforma Taika (Taika no kaishin ᄢൻᡷᣂ), numerosi avvenimenti storici e fenomeni culturali vengono designati prefissando loro il nengŇ ᐕภ del momento. Così, ad esempio, TenpyŇ ᄤᐔ96, JŇkyş ᛚਭ97 e Meiji ᣿ ᴦ98 in TenpyŇ bunka (ᄤᐔᢥൻ ψ§13), JŇkyş no ran (ᛚਭߩੂ99 ψ§27) e Meiji ishin (᣿ᴦ⛽ᣂ100 ψ§58) sono tutti nengŇ ᐕภ. Fino al 1867 un nengŇ ᐕภ durò mediamente solo cinque anni, in quanto

Naka/ no/ ņ/e/ no/ Ň/ji ਛ 13/28 ᄢ 7/26 ఱ 1049/406 ⊞ 964/297 ሶ 56/103 Ten/ji/ ten/nŇ ᄤ 364/141 ᥓ 1416/2099 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 91 Naka/tomi/ no/ Kama/tari ਛ 13/28 ⤿ 981/835 ㎨ 1277/2257 ⿷ 305/58 92 Tai/ka/ no/ kai/shin ᄢ 7/26 ൻ 100/254 ᡷ 294/514 ᣂ 36/174 93 Mei/ji/ i/shin ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ⛽ 926/1231 ᣂ 36/174 94 sen/go/ no/ kai/kaku ᚢ 88/301 ᓟ 45/48 ߩᡷ 294/514 㕟 686/1075 95 nen/gŇ ᐕ 3/45 ภ 368/266 96 Ten/pyŇ ᄤ 364/141 ᐔ 143/202 97 JŇ/kyş ᛚ 861/942 ਭ 591/1210 98 Mei/ji ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 99 JŇ/kyş/ no/ ran ᛚ 861/942 ਭ 591/1210 ߩੂ 734/689 100 Mei/ji/ i/shin ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ⛽ 926/1231 ᣂ 36/174 89 90

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vennero cambiati frequentemente in occasione, per esempio, dell’insediamento d’un nuovo tennŇ ᄤ⊞, di avvenimenti fausti o infausti d’un certo rilievo e per altri motivi ancora. A partire dal 1868, tuttavia, si è usato un solo nengŇ ᐕภ durante tutto il regno d’un tennŇ ᄤ⊞. Ad esempio, il 2005 è il XVII anno Heisei (Heisei Jşshichinen ᐔᚑච৾ᐕ101), e lo Heisei ᐔᚑ durerà fino al decesso o all’eventuale abdicazione dell’attuale CXXV tennŇ (ovvero kinjŇ tennŇ ੹਄ᄤ⊞102 lett. attuale tennŇ che sta in alto. Soltanto dopo il suo decesso o l’eventuale abdicazione si chiamerà Heisei tennŇ ᐔᚑᄤ⊞). ٟ Il Nakatomiuji (Nakatomishi ਛ⤿᳁ ) si occupava degli affair del culto shintoista dello Yamato chŇtei ᄢ๺ᦺᑨ. Nakatomi no Kamatari ਛ⤿㎨⿷, in riconoscimento dei suoi meriti per la riforma Taika (Taika no kaishin ᄢൻᡷᣂ), ebbe un nuovo uji ᳁ appunto dall’imperatore Tenji (Tenji tennŇ ᄤᥓᄤ⊞) e si chiamò Fujiwara no Kamatari ⮮ ේ ㎨ ⿷ 103 , capostipite di quei Fujiwarauji (Fujiwarashi ⮮ ේ ᳁ ) che nel periodo Heian (Heian jidai ᐔ ቟ ᤨ ઍ 104 794-1185/1192) dominarono a loro volta la vita politica giapponese (ψ§16).

 ‫ޣ‬NASCITA DEL SISTEMA RITSURYņ ‫ޤ‬Nel 646 era emanato l’Editto di riforma (Kaishin no mikotonori ᡷᣂߩ⹎105) che contemplava direttive a ispirazione centralizzante, riassumibili in 3 punti: Ԙ Avocazione allo Stato di tutti i terreni e della popolazione che prima erano alle dirette dipendenze di ogni singolo gŇzoku ⽕ᣖ, principio chiamato kŇchi kŇmin (౏࿾౏᳃106 lett. suolo pubblico e popolazione pubblica). ԙ Creazione di un apparato burocratico centralizzato e di reti stradali. Ԛ Introduzione di nuovi regimi, fondiario e tributario, a sostegno della nuova struttura politica.  < TaihŇ ritsuryŇ > Nel 701 fu portata a termine la redazione del codice detto TaihŇ ritsuryŇ (ᄢቲᓞ઎ 107 in vigore dal 702; TaihŇ ᄢቲ: nengŇ ᐕภ), legge fondamentale dello Stato, modellata sulla legislazione cinese della dinastia Tang (T’ang

101 102 103 104 105 106 107

Hei/sei/ yo/nen ᐔ 143/202 ᚑ 115/261 ྾ 18/6 ᐕ 3/45 kin/jŇ ten/nŇ ੹ 146/51 ਄ 21/32¶ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 Fuji/wara/ no/ Kama/tari ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ㎨ 1277/2257 ⿷ 305/58 Hei/an/ ji/dai ᐔ 143/202 ቟ 128/105 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Kai/shin/ no/ mikotonori ᡷ 294/514 ᣂ 36/174 ߩ⹎ p.412/1885 kŇ/chi/ kŇ/min ౏ 122/126 ࿾ 40/118 ౏ 122/126 ᳃ 70/177 Tai/hŇ/ ritsu/ryŇ ᄢ 7/26 ቲ 661/296 ᓞ 1048/667 ઎ 668/831

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໊108 giapp. TŇ, 618-907 ψ§8). All’inizio dell’VIII secolo il Giappone divenne così uno stato governato a norma di legge. Il ritsu (ᓞ109 cin. lü, lü) e il ryŇ (઎110 cin. ling, ling) corrispondono rispettivamente al codice penale e, grosso modo, all’insieme dei codici amministrativo e civile. Al centralismo retto dal codice ritsuryŇ ᓞ઎ si fa riferimento con l’espressione di ritsuryŇ seido (ᓞ઎೙ᐲ111 lett. sistema ritsuryŇ).

§6. Sistema ritsuryŇ APPARATO BUROCRATICO

‫ޣ‬ORGANI CENTRALI‫ޤ‬Il governo centrale era presieduto da due organi: jingikan ␹␧ቭ112 per gli affari del culto shintoista e daijŇkan ᄥ᡽ቭ113, massimo organo per gli affari politici. Quest’ultimo era costituito, in ordine gerarchico, da daijŇ daijin (ᄥ᡽ᄢ⤿114 gran ministro; organo non permanente), sadaijin (Ꮐᄢ⤿115 ministro della sinistra), udaijin (ฝᄢ⤿116 ministro della destra), dainagon (ᄢ⚊⸒117 lett. gran consigliere, vice-ministro) e pochi altri. Alle dipendenze del daijŇkan ᄥ᡽ቭ agivano otto segretariati (shŇ ⋭118 lett. ministeri, dicasteri).  ‫ޣ‬ORGANI LOCALI‫ޤ‬Il territorio nazionale venne diviso in 60-70 kuni (࿖119 it. province ψcarta 12), amministrati dai kokushi (࿖ม120 it. governatori) nominati dal governo centrale ed inviati dalla capitale. I kuni ࿖, a loro volta, vennero suddivisi in gun (o anche koori ㇭121 it. distretti), e i posti dei loro amministratori detti gunji ㇭ม122 furono riservati ai gŇzoku ⽕ᣖ locali. 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122

TŇ ໊ 1668/1697 ritsu ᓞ 1048/667 ryŇ ઎ 668/831 ritsu/ryŇ/ sei/do ᓞ 1048/667 ઎ 668/831 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 jin/gi/kan ␹ 229/310 ␧ non reg./non reg. ቭ 225/326 dai/jŇ/kan ᄥ 343/629 ᡽ 50/483 ቭ 225/326 dai/jŇ/ dai/jin ᄥ 343/629 ᡽ 50/483 ᄢ 7/26 ⤿ 981/835 sa/dai/jin Ꮐ 477/75 ᄢ 7/26 ⤿ 981/835 u/dai/jin ฝ 503/76 ᄢ 7/26 ⤿ 981/835 dai/na/gon ᄢ 7/26 ⚊ 994/758 ⸒ 279/66 shŇ ⋭ 245/145 kuni ࿖ 8/40 koku/shi ࿖ 8/40 ม 712/842 gun ㇭ 797/193 gun/ji ㇭ 797/193 ม 712/842 35

Alle località chiave furono preposti organi speciali, fra cui il Dazaifu (ᄢቿᐭ123 lett. governatorato del capo dei funzionari pubblici ψ carta 3) nel Kyşshş settentrionale (Kita Kyşshş ർ਻Ꮊ) tra l’altro per esigenze diplomatiche e di difesa nazionale.

APPARATO BUROCRATICO RAPPRESENTATO SCHEMATICAMENTE DEL SISTEMA RITSUTYƿ ORGANI CENTRALI

䎧䏄䏌䏍䒏䏎䏄䏑䎃 ᄥ᡽ቭ䎃 䎃 udaijin ฝᄢ⤿

daijǀ daijin ᄥ᡽ᄢ⤿

䏍䏌䏑䏊䏌䏎䏄䏑

ORGANI LOCALI kuni ࿖

località chiave

kokushi * ࿖ม

Dazaifu ᄢቿᐭ

␹␧ቭ

sadaijin Ꮐᄢ⤿ (omissis)

Dainagon ᄢ⚊⸒

Gunji ㇭ม * L’insieme degli uffici da

ubenkan shǀnagon sabenkan ฝᑯቭ ዋ⚊⸒ Ꮐᑯቭ

loro diretti e la località dove tali uffici avevano sede si chiamano rispettivamente kokuga

quattro segretariati

quattro segretariati

࿖ⴟ e kokufu ࿖ᐭ.

REGIMI FONDIARIO E TRIBUTARIO

L’obiettivo di fondo del sistema ritsuryŇ (ritsuryŇ seido ᓞ઎೙ ᐲ) stava nel concretizzare il principio di ‘suolo e popolo di dominio pubblico’ (kŇchi kŇmin ౏࿾౏᳃ ψ§5). Difatti, tutti i terreni e tutte le popolazioni, tranne certe categorie di paria, furono dichiarati soggetti allo Stato; intanto, sull’esempio del sistema fondiario-tributario della Cina dei Tang (T’ang ໊ giapp. TŇ) era varato un meccanismo d’amministrazione del suolo e delle entrate finanziarie: furono assegnate vita natural durante determinate porzioni di terreno chiamato kubunden (ญಽ↰124 lett. risaie ripartite per numeri di 123 124

Da/zai/fu ᄢ 7/26 ቿ 1826/1488 ᐭ 156/504 ku/bun/den ญ 213/54 ಽ 35/38 ↰ 24/35 36

bocche) a quanti avessero oltre 6 anni d’età (Handen shşju no hŇ ⃰↰෼᝼ᴺ125 lett. regolamento di distribuzione ed incameramento dei terreni) con l’obbligo di pagare un’imposta (in pratica, locale) so ⒅126 in natura (riso) e un’altra chŇ ⺞127 ugualmente in natura (prodotti regionali quali seta, cotone, fili, tessuti, riso, sale ecc.). Ce n’era poi una terza, detta yŇ ᐾ128, consistente nelle prestazioni di manodopera per lavori di fatica, oppure in sostituzione, col controvalore pagabile in natura (tessuti). I terreni dei defunti venivano incamerati in occasione della prima assegnazione terriera successiva al decesso.  Il trasporto di chŇ ⺞ e yŇ ᐾ fino alla capitale, da effettuare con spese e vitto a carico dei contribuenti stessi, costituiva un onere particolarmente gravoso quanto lo erano le corvée (zŇyŇ 㔀ᓷ129) da prestare per ordine del kokushi ࿖ม, nonché gli obblighi di leva. Molti contadini-trasportatori, chiamati unkyaku (ㆇ⣉130 lett. gambe che trasportano), partiti dalla loro casa a fossa (tateana[shiki] jşkyo ┱ⓣ[ᑼ]૑ዬ ψ§2) in cui abitavano ancora nelle province, non vi ritornarono più, perché letteralmente morti di fame, specie affrontando il viaggio di ritorno. Si pensi che un viaggio di andata e ritorno poteva richiedere 30-40 giorni di cammino con carichi sulle spalle. FORMAZIONE DELLA NOBILTÀ

I gŇzoku ⽕ᣖ ai tempi del sistema shisei (shisei seido ᳁ᆓ೙ᐲ) vennero inquadrati nella struttura governativa della corte (chŇtei ᦺ ᑨ ) in qualità di alti funzionari statali, costituendo fin dagli inizi una classe privilegiata: l’aristocrazia. ٟ In seguito alla riforma Taika (Taika no kaishin ᄢൻᡷᣂ) tutta la popolazione fu divisa in due grandi categorie: ryŇmin (⦟᳃131 lett. gente buona) e senmin (⾭᳃ 132 lett. gente umile, paria). Il primo fa riscontro in pratica con il kŇmin (౏᳃133 lett. popolazione pubblica) e si riferiva all’insieme di membri imperiali, nobili (ossia funzionali statali di alti e medi ranghi), funzionali statali di bassi ranghi, contadini e tecnici. Il secondo che risaliva alla gente definita nuhi ᅛᇗ sotto il sistema shisei

125 126 127 128 129 130 131 132 133

Han/den/ shş/ju/ no/ hŇ ⃰ 1448/1381 ↰ 24/35 ෼ 411/757 ᝼ 558/602 ᴺ 145/123 so ⒅ 1481/1083 chŇ ⺞ 108/342 yŇ ᐾ 1909/1696 zŇ/yŇ 㔀 812/575 ᓷ non reg./non reg. un/kya/ku ㆇ 179/439 ⣉ 1021/1784 ryŇ/min ⦟ 520/321 ᳃ 70/177 sen/min ⾭ non reg./non reg.᳃ 70/177 kŇ/min ౏ 122/126 ᳃ 70/177 37

(shisei seido ᳁ᆓ೙ᐲ) si suddivideva al suo interno in cinque categorie chiamate goshiki no sen (੖⦡ߩ⾭134 lett. cinque specie di paria). Certe categorie di senmin ⾭᳃ erano soggette a compravendita al pari dei loro avi.

Ai nobili, in particolare ai cortigiani altolocati (ossia ex-gŇzoku ⽕ᣖ della zona dello Yamato ᄢ๺), vennero concessi, insieme con manodopera, dei terreni a diverso titolo, molti dei quali esentasse, e furono distribuiti periodicamente i tributi trasportati alla capitale. I figli e i nipoti di coloro al di sopra d’un certo livello godevano, poi, del privilegio di poter iniziare una carriera statale già partendo da buone posizioni, in deroga al principio, senza dover sostenere esami di Stato, privilegio detto on’i (⬺૏135 lett. ranghi dovuti alla nascita, ranghi concessi grazie al papà e al nonno).  ‫ޣ‬ISTITUTI RELIGIOSI COME CATEGORIA PRIVILEGIATA‫ޤ‬Rientravano nella classe privilegiata anche i grandi templi shintoisti e buddhisti, in quanto anche a loro furono concessi vasti terreni esenti da tassazione.

§7. Periodo Nara (710-794) e inizio del crollo del regime fondiario DAL PERIODO YAMATO AL PERIODO NARA

Prima dell’VIII secolo la sede della corte (chŇtei ᦺᑨ), ossia del governo, si spostava frequentemente quasi sempre nell’ambito della zona dello Yamato ᄢ๺. Nel 710 la corte (chŇtei ᦺᑨ) venne trasferita per l’ennesima volta, ma questa volta in una città ancora più grandiosa della precedente sede governativa, costruita sull’esempio della capitale cinese d’allora: Chang’an (Ch’ang-an 㐳቟136 giapp. ChŇan ψcarta 11; oggi Xi’an, Hsi-an ⷏቟137 giapp. Seian). La città prese il nome di HeijŇkyŇ (ᐔၔ੩138 lett. capitale-cittadella della pace, oggi città di Nara ᄹ⦟139 ψcarta 7).

134 135 136 137 138 139

go/shiki/ no/ sen ੖ 14/7 ⦡ 326/204 ߩ⾭ non reg./non reg. on’/i ⬺ 1848/non reg.૏ 482/122 ChŇ/an 㐳 25/95 ቟ 128/105 Sei/an ⷏ 167/72 ቟ 128/105 Hei/jŇ/kyŇ ᐔ 143/202 ၔ 638/720 ੩ 16/189 Na/ra ᄹ 822/2044 ⦟ 520/321

38

Il periodo che va dalla Piano di HeijŇkyŇ ᐔၔ੩ Le sue strade ricordano la scacchiera nascita del governo Yamato ̆̆̆̆̆̆̆̆̆ (Yamato chŇtei ᄢ ๺ ᦺ ᑨ ψ§3) al 710 è chiamato peżShŇsŇin (Ⱥ§13) riodo Yamato (Yamato jidai żTŇdaiji (Ⱥ§13) KŇfukuji (Ⱥ§18) ᄢ๺ᤨઍ o anche Yamato chŇtei jidai ᄢ๺ᦺᑨᤨઍ) ż e i successivi 84 anni perioż città odierna di Nara TŇshŇdaiji (Ⱥ§13) do Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨ Yakushiji (Ⱥ§13) ઍ 710-794). 0 2km Gli studiosi giapponesi chiamano kodai ( ฎ ઍ 140 città di Yamato kŇriyama lett. età antica) l’insieme dei tre periodi di Yamato (Yamato jidai ᄢ๺ᤨઍ, metà IV sec.-710), Nara (Nara jidai ᄹ ⦟ᤨઍ 710-794) e successivo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ141 794-1185/1192 ψ §15).  La storia del Giappone esce dalla fase protostorica (genshi jidai ේผᤨઍ142) verso il VI-VII secolo. Qui sotto si dà uno specchietto della periodizzazione della storia politica e con l’occasione anche della storia della cultura, specie delle arti figurative, fino all’VIII secolo: E

T À

Unità nazional e c o mp iu ta

IV sec. s t o r i a politica storia della cultura

periodo

A N

T I C

A



Avvento del buddhismo

Inizio della riforma Taika

538

645

YAMATO



710 794 periodo NARA ᄹ⦟ᤨઍ periodo Asuka 㘧㠽ᤨઍ

ᄢ ๺ ᤨ ઍ

Sistema shisei ᳁ᆓ೙ᐲ

sistema ritsuryǀ ᓞ઎೙ᐲ

cultura KOFUN

cultura ASUKA

c. HAKUHƿ

cultura TENPYƿ

ฎზᢥൻ

㘧㠽ᢥൻ

⊕㡅ᢥൻ

ᄤᐔᢥൻ

VACILLA E CROLLA IL REGIME FONDIARIO

È fuor di dubbio che il sistema ritsuryŇ (ritsuryŇ seido ᓞ ઎೙ᐲ) avesse favorito una grande crescita della forza nazionale, crescita testimoniata in diversi settori; in particolare le arti figurative ebbero

140 141

ko/dai ฎ 373/172 ઍ 68/256 Hei/an ji/dai ᐔ 143/202 ቟ 128/105 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 39

uno dei momenti più gloriosi appunto durante il periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ). Tuttavia, nonostante la floridezza della sovrastruttura, la base dell’ordinamento ritsuryŇ (ritsuryŇ seido ᓞ઎೙ᐲ) cominciò a vacillare a causa degli oneri eccessivi imposti ai contadini. Già agli inizi del periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ) ci furono casi di abbandono (tŇbŇ ㅏ੢143 lett. fuga o anche furŇ ᶋᶉ144 lett. vagabondaggio) di kubunden ญಽ↰, proprio quando, invece, lo Stato aveva bisogno di entrate crescenti. Inoltre si assisteva ad una crescita demografica. In breve, occorreva più terra coltivata per arricchire le casse dello Stato.  ‫ޣ‬SANZE ISSHIN NO Hņ ‫ޤ‬Per venire incontro all’esigenza di maggiori entrate venne emanato l’editto Sanze isshin no hŇ (ਃ਎৻りᴺ145 lett. regolamento di tre generazioni o una generazione, 723) che permetteva a chi dissodasse terreni di coltivarli, naturalmente con l’obbligo di pagare le imposte, per un periodo di una o tre generazioni. Il provvedimento, tuttavia, si rivelò insufficiente. Ci voleva un incentivo decisamente allettante.  ‫ޣ‬KONDEN EINEN SHIZAI Hņ ‫ޤ‬A questo punto lo Stato, venendo meno al proprio principio iniziale (ossia kŇchi kŇmin ౏࿾౏᳃ lett. suolo pubblico e popolazione pubblica ψ§5), finiva nel 743 per autorizzare quanti dissodassero terreni a privatizzarli ‘per sempre’ con l’editto Konden einen shizai no hŇ (ნ↰᳗ᐕ⑳⽷ᴺ146 lett. legge sulla privatizzazione eterna dei terreni dissodati, detto anche Konden eitai shiyş rei ნ↰᳗ઍ⑳᦭઎147 lett. ordinanza sulla eterna proprietà privata dei terreni dissodati). Quest’ultimo provvedimento costituì uno dei momenti decisivi nel corso della storia del Giappone.  ‫ޣ‬INIZIO DELLA FORMAZIONE DEGLI SHņEN ‫ޤ‬I nobili residenti alla capitale e i grandi templi buddhisti e shintoisti, categorie principali che disponevano allora di mezzi necessari, diedero il via alla gara di acquisizione delle terre incolte, assorbendo manodopera alimentata da non pochi contadini fuggiti dai kubunden ญಽ ↰, perché oberati dalle imposte: fu così l’inizio della formazione di ‘vasti possedimenti gen/shi/ ji/dai ේ 132/136 ผ 563/332 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 tŇ/bŇ ㅏ 864/1566 ੢ 887/672 144 fu/rŇ ᶋ 1047/938 ᶉ 1445/1753 145 San/ze/ is/shin/ no/ hŇ ਃ 10/4 ਎ 152/252 ৻ 4/2 り 331/59 ᴺ 145/123 146 Kon/den/ ei/nen/ shi/zai/ no/ hŇ ნ 1962/1136 ↰ 24/35 ᳗ 690/1207 ᐕ 3/45 ⑳ 221/125 ⽷ 569/553 ᴺ 145/123 147 Kon/den/ ei/tai/ shi/yş/ rei ნ 1962/1136 ↰ 24/35 ᳗ 690/1207 ઍ 68/256 ⑳ 221/125 ᦭ 268/265 ઎ 142 143

668/831

40

terrieri privati’, detti shŇen (⨿࿦148 lett. [shŇ ⨿] edificio per l’amministrazione del terreno e [en ࿦] campo coltivato), che a loro volta determinarono fondamentalmente l’evoluzione della storia giapponese, per circa 800 lunghi anni, fino al XVI secolo. Nel settore strettamente politico cominciava l’ascesa del Fujiwarauji (Fujiwarashi ⮮ේ᳁149 i Fujiwara ψ§5) in virtù dei suoi intrighi e della sua abile politica matrimoniale consistente nel fornire mogli ai tennŇ ᄤ⊞ (ψ §16). I FUJIWARA

EMISSIONE DI MONETE

Sempre sull’esempio cinese dei Tang (T’ang ໊ giapp. TŇ) fu coniata per la prima volta nel 708 una moneta d’argento e di rame, chiamata wadŇ kaihŇ (๺ห㐿⃠150 letto anche wadŇ kaichin; WadŇ ๺ห: nengŇ ᐕภ. Il significato di kaihŇ/kaichin è poco chiaro.), e nel periodo che va dal 708 al 958 vennero battuti dodici tipi di monete (kŇchŇ jşnisen ⊞ᦺචੑ㌛151 lett. dodici monete del governo imperiale), ma generalmente l’ambito della loro circolazione era limitato alla capitale e alle zone circostanti. Infatti, per soddisfare le esigenze della vita quotidiana, la gente ricorreva ancora al baratto. Era soprattutto il riso (kome ☨) a sostituirsi al ruolo delle monete.

Parte seconda: Cultura

§8. Arrivo e introduzione della civiltà cinese PENISOLA COREANA MEDIATRICE DELLA CULTURA CINESE 148 149 150 151

Quando verso il IV secolo il Giappone cominciava ad essere unificato sotto il governo

shŇ/en ⨿ 1208/1327 ࿦ 412/447 Fuji/wara/shi ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ᳁ 177/566 wa/dŇ/ kai/hŇ ๺ 151/124 ห 23/198 㐿 80/396 ⃠ non reg./non reg. kŇ/chŇ/ jş/ni/sen ⊞ 964/297 ᦺ 257/469 ච 5/12 ੑ 6/3 ㌛ 1097/648 41

Yamato (Yamato chŇtei ᄢ๺ᦺᑨ), la Cina aveva già alle spalle una lunga storia di civiltà. Era naturale che una cultura di così alto livello come quella cinese dovesse estendersi al Giappone, proprio per motivi geografici, tramite la penisola coreana. A partire dal V secolo l’introduzione si andò intensificando, specie per merito degli immigrati (toraijin ᷰ᧪ੱ152 lett. gente proveniente dall’estero, detti a volte anche kikajin Ꮻൻੱ153 lett. i naturalizzati) cinesi e soprattutto coreani. Essi portarono con sé conoscenze e tecniche di diversi settori, realizzando un balzo in avanti della cultura, delle tecniche e della produzione agricola del Giappone. Particolarmente meritevoli furono i contributi apportati da coloro venuti dallo Stato coreano di Paekche ([pronuncia: in italiano si scriverebbe Pec’ce] ⊖ᷣ 154 giapp. Kudara, 350 ca.- 660 ψcarta 11). Al più tardi nel VI secolo vennero introdotti, per il tramite degli immigrati (toraijin ᷰ᧪ੱ) o da Kudara ⊖ᷣ, anche i caratteri cinesi (kanji ṽሼ155 ψ§11), il confucianesimo (rujiao, juchiao ఌᢎ156 giapp. jukyŇ ψ§53) e il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ157 ψ§12) tutti destinati ad esercitare grande influenza sulla storia e cultura giapponese.  I toraiji ᷰ᧪ੱ, cui veniva riconosciuto valore e merito della loro presenza, ebbero adeguate sistemazioni anche nella struttura governativa. INVIO DI MISSIONI CULTURALI IN CINA: KENZUIS HI E KENTņS HI

L’anno 607 (oppure l’anno 600 secondo il Suishu [Sui shu 䇺㓍ᦠ䇻158 giapp. Zuisho], uno dei libri di storia ufficiale cinese) fu il primo anno dell’iniziativa presa dal principe ShŇtoku (ShŇtoku taishi ⡛ ᓼ ᄥ ሶ ψ §5) con il preciso intento di introdurre direttamente dalla Cina quella sua civiltà e cultura avanzata. Si trattò dell’invio di ambascerie dette kenzuishi (㆜㓍૶159 it. ambascerie) e, dal 630, kentŇshi (㆜໊૶160 it. ambascerie) a Chang’an (Ch’ang-an 㐳቟ giapp. ChŇan ψ§7), capitale cinese delle dinastie Sui (Sui 㓍 giapp. Zui, 589-618) e Tang (T’ang ໊ giapp. TŇ, 618-907).

152 153 154 155 156 157 158 159 160

to/rai/jin ᷰ 615/378 ᧪ 113/69 ੱ 9/1 ki/ka/jin Ꮻ 454/317 ൻ 100/254 ੱ 9/1 Kudara ⊖ 73/14 ᷣ 288/549 kan/ji ṽ 1394/556 ሼ 612/110 ju/kyŇ ఌ 1968/1417 ᢎ 97/245 buk/kyŇ ੽ 678/583 ᢎ 97/245 Zui/sho 䇺㓍 non reg./non reg.ᦠ 130/131䇻 ken/zui/shi ㆜ 1180/1173 㓍 non reg./non reg.૶ 226/331 ken/tŇ/shi ㆜ 1180/1173 ໊ 1668/1697 ૶ 226/331 42

ٟ In Cina alla dinastia Sui (Sui 㓍 giapp. Zui) di breve durata successe la

gloriosa dinastia dei Tang (T’ang ໊ giapp. TŇ) che dominava un territorio sconfinatamente vasto estendentesi ad ovest fin quasi al Mar Caspio (Kasupikai ࠞࠬࡇᶏ161). Riprese il traffico est-ovest che era stato a lungo inerte dopo la caduta della dinastia Han (Han ṽ giapp. Kan ψ§3). La capitale Chang’an (Ch’ang-an 㐳቟ giapp. ChŇan) con oltre un milione di abitanti era a quei tempi una fiorente città cosmopolita.

 Agli inizi le ambascerie partivano a bordo di una o due navi e successivamente formarono una flotta di quattro navi che trasportava un totale di 500-600 persone. Erano composte da ambasciatore e suo seguito, capitano e suo equipaggio, studenti, bonzi, medici, divinatori, pittori, tecnici quali carpentieri, artigiani, guardie, interpreti ecc. Con le tecniche nautiche di allora arrivare alle coste cinesi era un’impresa assai rischiosa. Comunque, nell’arco di quasi due secoli e mezzo dal 607 (o eventualmente dal 600) al 838 (l’anno in cui partì l’ultimo kentŇshi ㆜໊૶) l’invio di dette ambascerie fu ripetuto quasi venti volte, e ciò produsse un accrescersi dell’influenza cinese, specie sulla vita pubblica dei giapponesi a cominciare dalle istituzioni politiche varate in occasione della riforma Taika (Taika no kaishin ᄢൻᡷᣂ).  < Episodio 1: Paese del Sol Levante > In occasione della spedizione dell’anno 607 con l’ambasciatore nella persona di Ono no Imoko (ዊ㊁ᆂሶ162 ?-?) ci fu un incidente diplomatico, da cui trae origine il nome nazionale Nippon o Nihon (ᣣᧄ163 lett. origine del sole; ‘Paese del Sol Levante’, Giappone). Una lettera, redatta da ShŇtoku taishi ⡛ᓼᄥሶ, iniziava con questa frase:

« Il Figlio del cielo del paese dove sorge il sole presenta questa lettera al Figlio del cielo del paese dove tramonta il sole. Sta bene? [...]»

Visto che i cinesi erano (e sono) consapevoli di essere culturalmente superiori a tutti gli altri popoli (chşka shisŇ ਛ⪇ᕁᗐ164 visione sino-centrica, sinocentrismo), la frase citata non poté che provocare l’ira dell’allora imperatore cinese. Difatti avrebbe comunicato all’addetto agli affari esteri: « È una lettera dei barbari. Manca del dovuto 161 162 163 164

Ka/su/pi/kai ࠞࠬࡇᶏ 158/117 O/no/ no/ Imo/ko ዊ 63/27 ㊁ 85/236 ᆂ 1204/408 ሶ 56/103 Nip/pon / Ni/hon ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 chş/ka/ shi/sŇ ਛ 13/28 ⪇ 807/1074 ᕁ 149/99 ᗐ 352/147

43

rispetto. Non riferite più le loro parole ». L’episodio ci induce comunque a notare che nel VII secolo, diversamente dai tempi in cui il titolo Ň (₺ lett. re) era stato concesso dalla Cina, il consolidamento della base dello Stato aveva fatto nascere in Giappone aspirazioni tese ad innalzare il prestigio nazionale. (ψ§10)  < Episodio 2: Abe no Nakamaro > Tra gli studenti dell’invio dell’anno 717 ci fu un giovane di nome Abe no Nakamaro (㒙୚ખ㤗ํ165 698-770). La seguente poesia citata in parecchi classici è oggi nota praticamente a tutti i giapponesi. Si tratta di un cosiddetto waka (๺᱌166 lett. poesia giapponese ψ§11) che Nakamaro ખ㤗ํ compose pensando con nostalgia alla capitale Nara ᄹ⦟, quando gli si offrì nel 753 un’occasione di rimpatriare:

ᄤߩේ167߰ࠅߐߌ⷗168ࠇ߫ᤐᣣ169ߥࠆਃ═170ߩጊ171ߦ޿ߢߒ᦬172߆߽ Amanohara / furisake mireba / Kasuga naru / Mikasa no yama ni / ideshi tsuki kamo [Trad. Guardo su verso il firmamento, quand’ecco vedo quella luna che avevo visto salita sul monte Mikasa a Kasuga!]

Nakamaro ખ㤗ํ, tuttavia, non poté rivedere la patria a causa di un naufragio. Morì a Chang’an (Ch’ang-an 㐳቟ giapp. ChŇan).

§9. Religione autoctona: shintŇ  ‫ޣ‬UN NUMERO INFINITO DI KAMI ‫ޤ‬Sulla vita spirituale dei giapponesi durante la fase iniziale del periodo Yamato (Yamato jidai ᄢ๺ᤨઍ) le notizie che abbiamo sono scarse e incerte. Si sa, comunque, per certo che la vita quotidiana dei 165 166 167 168 169 170 171 172

A/be/ no/ Naka/ma/ro 㒙 1515/2258 ୚ 809/87 ખ 892/1347 㤗 1118/1529 ํ 1509/2036 wa/ka ๺ 151/124 ᱌ 478/392 Ama/no/hara ᄤ 364/141 ߩේ 132/136 mi/ru ⷗ 48/63 ࠆ (giapp. moderno: id.) Kasuga ᤐ 461/460 ᣣ 1/5 Mi/kasa ਃ 10/4 ═ non reg./non reg. ya/ma ጊ 60/34 tsu/ki ᦬ 26/17 44

giapponesi era circondata da innumerevoli divinità, dette kami ␹173, di svariata origine e natura. Mettendole insieme, si parla infatti di ottocento miriadi (ossia ottomilioni) di kami (yaoyorozu no kami ౎⊖ਁߩ␹174).  Costituiva oggetto di culto qualsiasi cosa purché incutesse timore o fosse ritenuta dotata d’una forza straordinaria e misteriosa, benefica o malefica che fosse. Così, potevano essere venerati come kami ␹ volpi, serpenti, spade, pietre lavorate e qualunque oggetto del mondo naturale quali astri, rocce, montagne, fiumi, alberi, e via dicendo. Accanto alla credenza primitiva essenzialmente animistica (ࠕ࠾ࡒ ࠭ࡓ lett. animismo) e sicuramente di origine molto antica, sorse in seguito alla formazione dei gruppi di famiglie uji (᳁ ψ§4) un altro tipo di kami ␹, ossia divinità protettrici chiamate ujigami ᳁␹, che ogni uji ᳁ si assegnava. Tale culto (ujigami shinkŇ ᳁␹ା ઔ 175 ) consisteva e consiste nel venerare gli antenati dell’uji ᳁ di appartenenza. L’ujigami ᳁␹ poteva essere a volte protettore di tutti i nativi di uno stesso luogo. ٟ Il protettore degli oriundi di un dato ‘luogo’ si chiama, a stretto rigore,

ubusunagami (↥࿯␹176 lett. divinità della terra di nascita), in un certo senso paragonabile al santo patrono nella tradizione cristiana.

 ‫ޣ‬POPOLO GIAPPONESE E RISICOLTURA‫ޤ‬La società primitiva giapponese non conosceva la pastorizia ed era essenzialmente agricola. Il ritmo della vita era regolato fondamentalmente dai cicli della risicoltura (inasaku Ⓑ૞). Per pregare e ringraziare quel dato kami ␹ dalla cui volontà benevola o malevola era ritenuto che dipendesse un raccolto abbondante o scarso, e con un officiante nella persona del capo uji (uji no kami ᳁਄) venivano celebrati gli incontri (matsuri ⑂177) stagionali tra uomini e kami ␹, in particolare il toshigoi no matsuri (o alternativamente kinensai ␨ᐕ⑂178 matsuri primaverile di preghiere per un buon raccolto; ᐕ [in questa espressione non significa anno, età, ma] raccolto annuo di riso) e il niinamesai (o anche niiname no matsuri ᣂཏ⑂179 matsuri autunnale di ringraziamento per il raccolto). Durante le cerimonie venivano eseguite frequentemente pratiche magiche quali misogi ⑏180 e harai ␯181, atti 173 174 175 176 177 178 179 180

ka/mi ␹ 229/310 yaoyorozu/ no/ kami ౎ 41/10 ⊖ 73/14 ਁ 96/16 ߩ␹ 229/310 uji/gami/ shin/kŇ ᳁ 177/566 ␹ 229/310 ା 198/157 ઔ 1658/1056 ubu/suna/gami ↥ 142/278 ࿯ 316/24 ␹ 229/310 matsuri ⑂ 899/617 ki/nen/sai ␨ 1573/621 ᐕ 3/45 ⑂ 899/617 nii/name/sai ᣂ 36/174 ཏ non reg./non reg. ⑂ 899/617 misogi ⑏ non reg./non reg. 45

di purificazione ritenuti necessari per mettersi in comunicazione con i kami ␹, in quanto ai kami ␹ non piaceva (e non piace) lo stato contaminato (kegare ⓚࠇ182 scritto anche ᳪࠇ lett. impurità, sporcizia), specie in senso spirituale e morale.  Con l’avvento nel VI secolo del buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ183), l’insieme di questi culti e riti, con l’aggiunta di altri elementi folcloristici e locali, venne ad essere distinto con il nome di shintŇ (␹㆏184 lett. via dei kami ␹; it. shintoismo, scintoismo).  ‫ޣ‬RELIGIONE NATURALISTICA E RURALE CARATTERIZZATA DALLA MAGIA‫ޤ‬In sintesi, per shintŇ ␹㆏, almeno nella sua forma primitiva, s’intende il complesso di pratiche magiche, usi e costumi sorti intorno alla produzione risicola dei giapponesi. Originariamente, quindi, non esisteva dottrina, né v’erano libri sacri paragonabili alla Bibbia o al Corano. Anche oggi il vero contenuto dello shintŇ ␹㆏ consiste nei riti magici per il benessere e la felicità della vita terrena, nonché per l’allontanamento dei mali di questo mondo.  ‫ޣ‬FAMIGLIA IMPERIALE E AMATERASU ņMIKAMI ‫ޤ‬Durante il periodo kofun (kofun jidai ฎზᤨઍ185 ψ§13) vennero man mano costruiti santuari (jinja ␹␠ 186 it. santuario shintoista) da consacrare ai kami ␹, animali, oggetti materiali o ujigami ᳁␹ che fossero. Fra i più noti è l’Ise jingş (દ൓␹ች187 santuario shintoista di Ise) sito nella città di Ise (દ൓ ψcarta 7) e dedicato alla divinità centrale della mitologia giapponese ( ψ §10), Amaterasu Ňmikami ( ᄤ ᾖ ᄢ [ ᓮ ] ␹ 188 lett. grande divinità illuminatrice del cielo; tradotta comunemente come dea del sole) da cui l’uji ᳁ dell’Ňkimi ᄢ₺189, ovvero la casa imperiale, pretendeva di discendere.

§10. Storiografia e geografia

181 182 183 184 185 186 187 188 189

harai ␯ non reg./non reg. kega/re ⓚ non reg./non reg.ࠇ buk/kyŇ ੽ 678/583 ᢎ 97/245 shin/tŇ ␹ 229/310 ㆏ 129/149 ko/fun/ ji/dai ฎ 373/172 ზ 1901/1662 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 jin/ja ␹ 229/310 ␠ 30/308 I/se/ jin/gş દ 603/2011 ൓ 365/646 ␹ 229/310 ች 419/721 Ama/terasu/ Ň/mi/kami ᄤ 364/141 ᾖ 1072/998 ᄢ 7/26[ᓮ 620/708]␹ 229/310 Ň/kimi ᄢ 7/26 ₺ 499/294 46

KOJIKI E NIHON S HOKI

Con il progressivo consolidarsi della base dello Stato centralizzato, la corte (chŇtei ᦺᑨ190) cominciò ad interessarsi dell’attività storiografica e produsse, agli inizi dell’VIII secolo, due opere sulla storia del Giappone, la quale, per non poche parti, è inventata o modificata a scopo politico e, per giunta, si identifica con la storia della famiglia imperiale: Kojiki (䇺ฎ੐⸥䇻191 lett. cronaca di cose antiche, it. Cronaca di antichi avvenimenti, 712) e Nihon shoki (䇺ᣣᧄᦠ♿䇻192 it. Annali del Giappone, 720; dapprima chiamato Nihongi 䇺ᣣᧄ♿䇻193 e a partire dal periodo Heian [Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ194 794-1185/1192] Nihon shoki 䇺ᣣᧄᦠ♿䇻). Entrambe iniziano dai tempi mitologici. Il primo arriva fino agli inizi e il secondo alla fine del VII secolo. Il Kojiki 䇺ฎ੐⸥䇻 è un’opera in prevalenza letteraria, e perciò, sotto l’aspetto dell’attendibilità, salvo naturalmente la mitologia, il Nihon shoki 䇺ᣣᧄᦠ ♿䇻 le è superiore. Quest’ultimo, inoltre, fu scritto apparentemente con l’intento di elevare il prestigio nazionale nei confronti dei cinesi.(ψ§8)  Al fine di tenere i gŇzoku ⽕ᣖ sotto controllo la corte (chŇtei ᦺᑨ) introdusse nel campo politico il sistema ritsuryŇ (ritsuryŇ seido ᓞ઎೙ᐲ195 ψ§6); nel campo spirituale unificò intorno agli antenati della casa imperiale miti e leggende che riguardavano gli ujigami (᳁␹ ψ§9) d’altri uji ᳁ con il preciso intento di legittimare la supremazia politica dell’imperatore (tennŇ ᄤ⊞). La mitologia, chiamata kiki no shinwa (⸥♿ߩ␹ ⹤196 lett. mitologia del Kojiki 䇺ฎ੐⸥䇻 e Nihon shoki 䇺ᣣᧄᦠ♿䇻; kiki ⸥♿ φ Koji/ki 䇺ฎ੐⸥䇻 㧗 Nihon sho/ki 䇺ᣣᧄᦠ♿䇻; detta anche Nihon shinwa ᣣᧄ␹⹤ 197 lett. mitologia giapponese), quale oggi si legge nelle suddette due opere storiografiche, venne così creata intenzionalmente (ψ§79) presso la corte (chŇtei ᦺᑨ). Data tale forzatura, sono presenti qua e là incoerenze. Inoltre i primi quattordici sovrani (ovvero tennŇ ᄤ⊞) di cui parlano i due libri di storia giapponese sono comunemente ritenuti mitici, perciò mai esistiti. SOMMARIO DEL KIKI NO SHINWA

Quando si separarono il cielo e la terra, nel paese celeste di nome Takama ga Hara (㜞ᄤ 190 191 192 193 194 195 196 197

chŇ/tei ᦺ 257/469 ᑨ 1493/1111 Ko/ji/ki 䇺ฎ 373/172 ੐ 32/80 ⸥ 147/371䇻 Ni/hon/ sho/ki 䇺ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ᦠ 130/131 ♿ 930/372䇻 Ni/hon/gi 䇺ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ♿ 930/372䇻 Hei/an/ ji/dai ᐔ 143/202 ቟ 128/105 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 ritsu/ryŇ/ sei/do ᓞ 1048/667 ઎ 668/831 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 ki/ki/ no/ shin/wa ⸥ 147/371 ♿ 930/372 ߩ␹ 229/310 ⹤ 133/238 Ni/hon/ shin/wa ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ␹ 229/310 ⹤ 133/238 47

ේ 198 lett. piano dell’alto cielo) apparvero dopo diverse generazioni due kami ␹ , un maschio e una femmina: l’augusto Izanagi (Izanagi no mikoto દ㇎㇊ጘ๮199; mikoto ๮: suffisso onorifico) e l’augusta Izanami (Izanami no mikoto દ㇎㇊⟤๮200). I due si sposarono e crearono innanzi tutto l’arcipelago giapponese (ņyashima ᄢ౎ᵮ 201 lett. molte isole). Generarono poi molti kami ␹ fra cui la divinità del fuoco, ma nel partorirla Izanami no mikoto દ㇎㇊⟤๮ si ustionò e morì. Rattristatosi per la sua morte, Izanagi no mikoto દ㇎㇊ጘ๮, la inseguì nel mondo dei morti (Yomi no kuni 㤛ᴰ࿖202 lett. paese delle sorgenti gialle). La moglie, però, gli fece promettere di non guardarla finché non avesse ottenuto il permesso di ritornare fra i vivi, ma Izanagi no mikoto દ㇎㇊ጘ๮, venuto meno alla parola data, la guardò e la trovò in stato di decomposizione. Atterrito, scappò dall’oltretomba ed andò a lavarsi in acqua per purificarsi (misogi ⑏ ψ§9). Quando si lavò l’occhio sinistro, nacque la dea del sole (Amaterasu Ňmikami ᄤᾖᄢ[ᓮ] ␹ ψ§9). Quando si lavò l’occhio destro, nacque la divinità della luna (Tsukuyomi no mikoto ᦬⺒๮203) ed infine quando si lavò il naso, nacque la divinità della tempesta (Susanoo no mikoto 㗇૒ਯ↵๮204). Izanagi no mikoto દ㇎㇊ጘ๮ ordinò allora a questi tre figli di governare rispettivamente il Takama ga Hara 㜞 ᄤ ේ , la notte e il mare. Tuttavia, l’ultimogenito disobbedì, dicendo di voler andare, chissà perché, al paese della madre, cioè al mondo delle tenebre. Sentendolo dire questo, l’augusto Izanagi (Izanagi no mikoto દ㇎㇊ጘ ๮) andò in collera e lo mandò in esilio in Izumo (Izumo no kuni ಴㔕࿖205 provincia di 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217

Takama/ ga/ Hara 㜞 49/190 ᄤ 364/141 ේ 132/136 I/za/na/gi/ no/ mikoto દ 603/2011 ㇎ 1643/1457 ㇊ 1257/non reg.ጘ 1433/872 ๮ 388/578 I/za/na/mi/ no/ mikoto દ 603/2011 ㇎ 1643/1457 ㇊ 1257/non reg.⟤ 289/401 ๮ 388/578 ņ/ya/shima ᄢ 7/26 ౎ 41/10 ᵮ non reg./non reg. Yomi/ no/ kuni 㤛 1063/780 ᴰ 902/1192 ࿖ 8/40 Tsuku/yomi/ no/ mikoto ᦬ 26/17 ⺒ 484/244 ๮ 388/578 Su/sa/no/o/ no/ mikoto 㗇 936/2263 ૒ 697/2004 ਯ 697/2004 ↵ 228/101 ๮ 388/578 Izumo/ no/ kuni ಴ 17/53 㔕 1124/636 ࿖ 8/40 Shima/ne/ ken ፉ 173/286 ᩮ 535/314 ⋵ 195/194 kuni ࿖ 8/40 ken ⋵ 195/194 ņ/kuni/nushi/ no/ mikoto ᄢ 7/26 ࿖ 8/40 ਥ 91/155 ๮ 388/578 Ni/ni/gi/ no/ mikoto ㆸ non reg./non reg.ㆸ non reg./non reg.⧓ 588/435 ๮ 388/578 Taka/chi/ho/no/mine 㜞 49/190 ජ 79/15 Ⓞ 1485/1221 ፄ 1369/1350 ten/son/ kŇ/rin ᄤ 364/141 ቊ 1356/910 㒠 787/947 ⥃ 897/836 San/shu/ no/ jin/gi ਃ 10/4 ⒳ 435/228 ␹ 229/310 ེ 483/527 Kusa/nagi/ no/ tsurugi ⨲ 705/249 ⭿ non reg./non reg.೶ 1248/879 Ya/ta/ no/ kagami ౎ 41/10 ຎ non reg./non reg.㏜ 1358/863 Ya/sa/kani/ no/ maga/tama ౎ 41/10 ዤ 1842/1895 Ⅽ non reg./non reg.ߩᦛ 604/366 ₹ 610/295 Jin/mu/ ten/nŇ ␹ 229/310 ᱞ 448/1031 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297

48

Izumo, oggi la metà orientale della prefettura di Shimane [Shimane-ken ፉᩮ⋵206] ψcarta 5). Lì l’augusto Susanoo (Susanoo no mikoto 㗇૒ਯ↵๮) prese moglie e cominciò ad estendere la sua autorità nel mondo terrestre. ٟ In questo nostro testo kuni ( ࿖ 207 ingl. province, it. provincia), unità d’amministarazione locale premoderna, è tradotto quale provincia seguendo la tradizione accademica italiana, e ken (⋵208 ingl. prefecture, it. prefettura), unità d’amministrazione locale nell’età moderna e contemporanea o, meglio, versione moderna del kuni, è reso come prefettura sempre in conformità alla tradizione accademica italiana, anche se è improprio usare il termine italiano ‘prefettura’ in senso ‘territoriale’.  La dea del sole, Amaterasu Ňmikami ᄤᾖᄢ[ᓮ]␹ , d’altro canto, pensando che il Giappone doveva essere governato da un suo figlio, trattò la donazione della terra di Izumo ಴㔕 con l’augusto ņkuninushi (ņkuninushi no mikoto ᄢ࿖ਥ๮209 lett. padrone del grande paese), discendente di Susanoo no mikoto 㗇૒ਯ↵๮.  Riuscita a pattuirla dopo molti anni, Amaterasu Ňmikami ᄤᾖᄢ[ᓮ]␹ inviò un suo nipote (Ninigi no mikoto ㆸㆸ⧓๮210) a governare il Giappone. [A questo punto successe un grosso disguido.] Il nipote [invece di scendere logicamente in Izumo ಴㔕] scese [chissà perché] nel Kyşshş ਻Ꮊ, sul monte Takachihonomine (㜞ජⓄፄ211 ψcarta 3) (discesa denominata tenson kŇrin ᄤቊ㒠⥃212 lett. discesa del nipote celeste), portando con sé tre insegne imperiali (Sanshu no jingi ਃ⒳␹ེ213 lett. tre utensili divini, ossia Spada [Kusanagi no tsurugi ⨲⭿೶214], Specchio [Yata no kagami ౎ຎ㏜215] e Gioielli [Yasakani no magatama ౎ ዤ Ⅽ ߩ ᦛ ₹ 216 ]) consegnatigli dalla dea del sole con l’incarico di tramandarli di generazione in generazione.  Dopo tre generazioni, un uomo destinato a diventare il primo sovrano con il nome di Jinmu (Jinmu tennŇ ␹ᱞᄤ⊞217 lett. imperatore Jinmu) organizzò una spedizione militare verso est e salì al trono nel 660 a.C. in Yamato (ᄢ๺ ψ§3).

 È palese, in queste narrazioni, l’intento di legittimare la supremazia politica della famiglia imperiale in base alla ‘donazione della terra’, detta kuniyuzuri (࿖⼑ࠅ218 lett. cessione del paese).  ‫ޣ‬FUDOKI ‫ޤ‬Nel 713, ossia nell’anno successivo alla compilazione del Kojiki 䇺ฎ ੐⸥䇻, la corte (chŇtei ᦺᑨ) ordinò a ciascuna provincia (kuni ࿖) la compilazione di un’opera, chiamata fudoki (㘑࿯⸥ 219 lett. note geo-etnografiche), su produzione

218 219

kuni/yuzu/ri ࿖ 8/40 ⼑ 960/1013 ࠅ fu/do/ki 㘑 246/29 ࿯ 316/24 ⸥ 147/371 49

mineraria, flora, fauna, fertilità del terreno, toponomi, leggende, folclore ecc. Si tratta di materiali utili ai fini conoscitivi delle situazioni provinciali non rilevabili dalle due opere del Kojiki 䇺ฎ੐⸥䇻 e del Nihon shoki 䇺ᣣᧄᦠ♿䇻 incentrate sulla famiglia imperiale. Purtroppo sono andate quasi tutte disperse e oggi ne restano soltanto cinque, di cui ci è giunta in forma integrale una sola: Izumo fudoki (䇺಴㔕㘑࿯⸥䇻 lett. fudoki della provincia di Izumo, 733).

§11. Letteratura Ad una data non precisata della seconda metà del periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ 710-794) risale una delle maggiori opere dell’intera letteratura giapponese: Man’yŇshş (䇺ਁ⪲㓸䇻220 it. Raccolta di diecimila foglie, seconda metà VIII sec.), cioè l’antologia più antica tramandataci di circa 4.500 liriche cantate nell’arco di 400 anni dal IV all’VIII secolo. Una sua peculiarità che la distingue da tutte le altre opere del genere compilate in età posteriori è che gli autori delle liriche ivi incluse provenivano da tutti i ceti sociali. Per non parlare di tennŇ ᄤ⊞, membri della famiglia imperiale e cortigiani, fra gli autori figurano anche contadini, mendicanti e soldati detti sakimori (㒐ੱ221 lett. difensori) inviati nel Kyşshş ਻Ꮊ per la difesa nazionale (ψ§6). Ciò sta a dimostrare Ԙ che la classe dominante, diversamente da quella dell’età successiva, manteneva ancora contatti diretti con le masse e non viveva in un mondo chiuso e riservato a sé (ψ§20), e ԙ che anche un contadino, una contadinella o una massaia improvvisavano poesie in qualsiasi momento della loro vita quotidiana. Il tono prevalente è la schiettezza d’animo espressa senza artifici (detto man’yŇchŇ ਁ⪲⺞222 lett. tono del Man’yŇshş), e anche per questo il Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻 si distingue da tutte le altre raccolte di poesie. A questo riguardo è da segnalare che molti secoli più tardi venne elogiato più volte proprio per questa sua qualità (‘makoto’ no bungaku 䇸 ߹ ߎ ߣ 䇹 ߩ ᢥ ቇ 223 lett. letteratura della ‘sincerità’) che rispecchia la spontaneità dell’animo degli antichi. MAN’YņSHŞ

220 221 222 223

Man’/yŇ/shş 䇺ਁ 96/16 ⪲ 405/253 㓸 168/436䇻 sakimori 㒐 325/513 ੱ 9/1 man’/yŇ/chŇ ਁ 96/16 ⪲ 405/253 ⺞ 108/342 ‘makoto’ no bungaku 䇸߹ߎߣ䇹ߩᢥ 136/111 ቇ 33/109 50

ٟ La letteratura giapponese non ha tradizioni di poesia epica (jojishi ค੐⹞224).

Tutti i componimenti poetici sono liriche (jojŇshi ᛦᖱ⹞225). Il cosiddetto Man’yŇ [no] jidai (ਁ⪲[ߩ]ᤨઍ lett. tempi del Man’yŇ, ovvero poco oltre un secolo che arriva alla metà del periodo Nara) fu l’epoca d’oro delle liriche.

 ‫ ޣ‬METRICA DELLA POESIA TRADIZIONALE DETTA WAKA ‫ ޤ‬È pressoché impossibile capire la metrica della poesia giapponese in base al concetto di sillaba italiana, specie di fronte al testo trascritto in caratteri latini. Il primo passo per capirla sta nell’afferrare il concetto di haku ᜉ226.  < Haku > L’unità fonica di ‘durata’ rappresentata, nella stragrande maggioranza dei casi, da ogni singolo kana (઒ฬ227 ψ§21) e di solito chiamata sillaba (onsetsu 㖸▵ 228 unità fonetica fondamentale costituita da uno o più suoni che si pronunciano con la stessa emissione di voce) nei trattati di letteratura giapponese, si chiama a stretto rigore haku (ᜉ ‘tempo’ nel senso dell’espressione di ‘battere il tempo’). Così, ciascun kana ઒ฬ quali per esempio ޽, ޿, ߁, ߫, ߬, ࠎ, ߟ, ߞ (ߟ piccolo) costituisce uno haku ᜉ.  Nei casi poi come ad esempio ߈߾, ߈ࠀ, ߈ࠂ, ߯߾, ߯ࠀ, ߯ࠂ ۭ: uno haku ۭ ۭ ۭ ۭ ۭ ۭ la combinazione di due kana ઒ ฬ di ߦ ߞ ߸ ࠎ ߦߞ߸ࠎ Nippon Ni p po n cui il primo è di ߹ࠎࠃ߁ߒࠀ߁ ߹ ࠎ ࠃ ߁ ߒࠀ ߁ grandezza normale Man’yŇshş Ma n yo o shu u e il secondo piccolo rappresenta esso pure uno haku ᜉ. Ne consegue che come risulta dal prospetto Nippon ᣣᧄ e Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻 sono parole rispettivamente di 4 e 6 haku ᜉ. Purché non ci siano motivi particolari, ciascun haku ᜉ tende ad essere pronunciato con la stessa durata degli altri. 224 225 226 227

jo/ji/shi ค 1574/1067 ੐ 32/80 ⹞ 1094/570 jo/jŇ/shi ᛦ non reg./non reg.ᖱ 286/209 ⹞ 1094/570 haku ᜉ 1529/1178 ka/na ઒ 1322/1049 ฬ 116/82

51

ٟ Dal punto di vista della lingua italiana le due espressioni Nippon ᣣᧄ e Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻 sarebbero sillabate così: Nip/pon (due sillabe), Man/yŇ/shş (tre sillabe). Si tenga presente che la divisione in sillabe e quella in haku ᜉ fanno riscontro nella stragrande maggioranza dei casi, ma non sempre.

 ‫ޣ‬BASE DELLA METRICA‫ޤ‬Le poesie tradizionali giapponesi, dette nel loro complesso waka (๺᱌229 lett. poesie giapponesi; chiamate non di rado semplicemente uta ᱌230) in opposizione alle poesie cinesi (kanshi ṽ⹞231 oppure semplicemente shi ⹞232), sono composte di due tipi di versi, uno di 5 haku ᜉ e l’altro di 7 haku ᜉ, solitamente alternati per un certo numero di volte. Si hanno, così, ad esempio schemi come questi: Ԙ 5-7-5-7-[...]-5-7-5-7-7 ԙ5-7-5-7-7 Ԛ 5-7-7-5-7-7

chŇka (㐳᱌233 lett. poesia lunga) tanka (⍴᱌234 lett. poesia breve) sedŇka (ᣓ㗡᱌235 lett. poesia a forma iterata)

Di questi tre e pochi altri schemi numericamente ridottissimi soltanto il tipo ԙ è sopravvissuto fino ad oggi: tutti gli altri vennero ben presto abbandonati. Difatti, nel Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻 il tanka ⍴᱌ è già numericamente dominante. Così, dal periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ 794-1185/1192) fin circa a metà dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ236 1868-1912 ψ§56, §68) le liriche originariamente in uno schema ben specifico, ossia i tanka ⍴᱌, vennero chiamati solitamente col termine generale waka ๺᱌. In altre parole, per un lungo periodo di tempo sin dal periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) fino all’età moderna e contemporanea waka ๺᱌ e tanka ⍴᱌ erano praticamente sinonimi, però si usava di preferenza il termine waka ๺᱌.  Eccone un esempio dal Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻:

228 229 230 231 232 233 234 235 236

on/setsu 㖸 402/347 ▵ 731/464 wa/ka ๺ 151/124 ᱌ 478/392 uta ᱌ 478/392 kan/shi ṽ 1394/556 ⹞ 1094/570 shi ⹞ 1094/570 chŇ/ka 㐳 25/95 ᱌ 478/392 tan/ka ⍴ 789/215 ᱌ 478/392 se/dŇ/ka ᣓ 1648/1005 㗡 386/276 ᱌ 478/392 Mei/ji/ ji/dai ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 52

↰ሶߩᶆ237ࠁ߁ߜ಴238ߢߡ⷗ࠇ߫⌀⊕239ߦߙን჻240ߩ㜞Ꭸ241ߦ㔐242ߪ㒠243 ࠅߌࠆ Tagonoura yu / uchiidete mireba / mashiro ni zo / Fuji no takane ni / yuki wa furikeru [Trad. Attraversato Tagonoura, ecco apparire davanti a me alta in cielo e bianca di neve la vetta del monte Fuji!] Autore: Yamabe no Akahito (ጊㇱ⿒ੱ244 VIII sec.)

Vediamo di quanti haku ᜉ è composto ciascun verso: ߚߏߩ߁ࠄࠁ (6 haku) / ߁ߜ޿ߢߡߺࠇ߫ (8 haku) / ߹ߒࠈߦߙ (5 haku) / ߰ߓߩߚ߆ߨߦ ( 7 haku) / ࠁ߈ߪ߰ࠅߌࠆ ( 7 haku). Risulta che il primo e il secondo verso hanno uno haku ᜉ in eccesso. Si tratta d’un fenomeno, piuttosto raro, chiamato jiamari (ሼ૛ࠅ245 lett. kana ઒ฬ di troppo).  L’autore Yamabe no Akahito ጊㇱ⿒ੱ, insieme con Kakinomoto no Hitomaro (ᩑ ᧄੱ㤗ํ246 seconda metà VII sec.), fu in pratica poeta di corte (kyştei shijin ችᑨ⹞ੱ 247). Akahito ⿒ੱ è noto per le sue poesie pittoresche. ٟ Si segnala con l’occasione che la letteratura giapponese non ha mai avuto una

tradizione di poeti di corte (kyştei shijin ችᑨ⹞ੱ). In questo senso Hitomaro ੱ 㤗ํ e Akahito ⿒ੱ erano figure eccezionali. ٟ I lettori sono invitati a constatare che il waka ๺᱌ citato al §8 di Abe no Nakamaro 㒙୚ખ㤗ํ segue lo schema di 5-7-5-7-7.

Alcuni altri esempi di uta ᱌ sempre dal Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻: 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247

Ta/go/no/ura ↰ 24/35 ሶ 56/103 ߩᶆ 856/1442 i/zu ಴ 17/53 ߠ (giapp. moderno: de/ru ಴ 17/53 ࠆ) ma/shiro ⌀ 278/422 ⊕ 266/205 Fu/ji ን 539/713 ჻ 301/572 taka/ne 㜞 49/190 Ꭸ non reg./2058 yuki 㔐 907/949 fu/ru 㒠 787/947 ࠆ (giapp. moderno: id.) Yama/be/ no/ Aka/hito ጊ 60/34 ㇱ 37/86 ⿒ 476/207 ੱ 9/1 ji/ama/ri ሼ 612/110 ૛ 735/1063 ࠅ Kaki/no/moto/ no/ Hito/ma/ro ᩑ 1568/non reg.ᧄ 15/25 ੱ 9/1 㤗 1118/1529 ํ 1509/2036 kyş/tei/ shi/jin ች 419/721 ᑨ 1493/1111 ⹞ 1094/570 ੱ 9/1 53

ᤐ248ㆊ249߉ߡᄐ250᧪251ߚࠆࠄߒ⊕ᩪ252ߩ⴩253ᐓ254ߒߚࠅᄤ255ߩ㚅ౕጊ256 Haru sugite / natsu kitaru rashi / shirotae no / koromo hoshitari / ama no Kaguyama [Sembra che sia passata la primavera e siamo in estate. Vedo abiti bianchi esposti al sole sul celeste monte Kagu.] Autrice: imperatrice regnante JitŇ (JitŇ tennŇ ᜬ⛔ᄤ⊞257 r. 690-697)

޽ߥ㉛258ߊ⾫259ߒࠄࠍߔߣ㈬260㘶261߹ߧੱ262ࠍࠃߊ⷗263ࠇ߫₎264ߦ߆߽ૃ 265ࠆ Ana miniku / sakashira wo su to / sake nomanu / hito wo yoku miraba / saru ni ka mo niru [Ma che brutto! Guardate bene quel tizio che atteggiandosi a saggio, non beve sake. Quanto somiglia alle scimmie!] Autore: ņtomo no Tabito (ᄢ઻ᣏੱ266 665-731)

Ⓑ267ߟߌ߫⊾268ࠆ޽߇ᚻ269ࠍߎࠃ߽߭߆Ლ270ߩ⧯ሶ271߇ข272ࠅߡགྷ273߆߻ 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268

haru ᤐ 461/460 su/gu ㆊ 399/413 ߋ (giapp. moderno: su/gi/ru ㆊ 399/413 ߉ࠆ) natsu ᄐ 580/461 ku ᧪ 113/69 (giapp. moderno: ku/ru ᧪ 113/69 ࠆ) shiro/tae ⊕ 266/205 ᩪ non reg./non reg. koromo ⴩ 1019/677 ho/su ᐓ 1179/584 ߔ (giapp. moderno: id.) ama ᄤ 364/141 Ka/gu/yama 㚅 832/1682 ౕ 513/420 ጊ 60/34 Ji/tŇ/ ten/nŇ ᜬ 184/451 ⛔ 239/830 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 mini/ku/shi ㉛ 1969/1527 ߊߒ (giapp. moderno miniku/i ㉛ 1969/1527 ޿) saka/shi/ra ⾫ 1488/1288 ߒࠄ sake ㈬ 781/517 no/mu 㘶 935/323 ߻ (giapp. moderno: id.) hito ੱ 9/1 mi/ru ⷗ 48/63 ࠆ (giapp. moderno: id.) saru ₎ 1717/1584 ni/ru ૃ 1219/1486 ࠆ (giapp. moderno: id.) ņ/tomo/ no/ Tabito ᄢ 7/26 ઻ 1115/1027 ᣏ 566/222 ੱ 9/1 ine Ⓑ 966/1220 kaka/ru ⊾ non reg./non reg.ࠆ(giapp. moderno: id.) 54

Ine tsukeba / kakaru a ga te wo / koyoi mo ka / tono no wakugo ga / torite nagekamu [A forza di battere il riso, ho le mani screpolate. Anche stasera il signorino del padrone le prenderà nelle sue e mi compiangerà.] Autrice ignota

㒐ੱ274ߦⴕ275ߊߪ⺕276߇⢛277ߣ໧278߰ੱࠍ⷗ࠆ߇⟴279ߒߐ‛ᕁ280߽߭ߖߕ Sakimori ni / iku wa ta ga se to / tŇ hito wo / miru ga tomoshisa / monoomoi mo sezu [Chi è la moglie di quel sakimori in partenza? Sono invidiosa di chi fa tale domanda spensieratamente.] Autrice ignota

La penultima poesia è uno dei cosiddetti azumauta ( ᧲ ᱌ 281 lett. poesie orientali) composti da contadini e contadinelle delle province orientali (tŇgoku ᧲࿖ 282). Nel Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻 ce ne sono oltre duecento. L’autrice dell’ultimo tanka ⍴᱌ è indubbiamente moglie di chi fu chiamato al servizio di sakimori 㒐ੱ. La maggior parte dei sakimori 㒐ੱ era originaria dei tŇgoku ᧲࿖. QUESTIONE DI SCRITTURA

La prima scrittura che i giapponesi ebbero a disposizione furono i caratteri cinesi chiamati in giapponese kanji ṽሼ, ma agli inizi della loro introduzione erano usati, come era naturale, dagli immigrati coreani e cinesi

269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282

te ᚻ 42/57 tono Ლ 1194/1130 waku/go ⧯ 372/544 ሶ 56/103 to/ru ข 190/65 ࠆ (giapp. moderno: id.) nage/ku གྷ 1594/1246 ߊ (giapp. moderno: id.) sakimori 㒐 325/513 ੱ 9/1 i/ku ⴕ 31/68 ߊ (giapp. moderno: id.) ta ⺕ 1652/non reg. (giapp. moderno: dare ⺕ 1652/non reg.) se ⢛ 796/1265 tŇ ໧ 75/162 ߰ (giapp. moderno: tŇ ໧ 75/162 ߁) tomo/shi ⟴ non reg./non reg.ߒ (giapp. moderno: uraya/ma/shi/i ⟴ non reg./non reg.߹ߒ޿) mono/omo/i ‛ 126/79 ᕁ 149/99 ߭ (giapp. moderno: mono/omo/i ‛ 126/79 ᕁ 149/99 ޿) azuma/uta ᧲ 11/71 ᱌ 478/392 tŇ/goku ᧲ 11/71 ࿖ 8/40 55

(toraijin ᷰ᧪ੱ ψ§8) e dai loro discendenti operanti in seno al governo Yamato (Yamato chŇtei ᄢ๺ᦺᑨ) come scribi. Sulle prime essi eseguivano lavori di stesura e di registrazione in lingua cinese e poi man mano cominciarono a tentare di traslitterare il giapponese in kanji ṽሼ.  L’adattamento dei kanji ṽሼ al giapponese fu laborioso. Comunque, ai tempi della sovrana Suiko (Suiko tennŇ ផฎᄤ⊞ r. 592-628 ψ§5) anche i giapponesi (quelli colti, naturalmente) scrivevano in un modo o in un altro il giapponese in caratteri cinesi. Successivamente, nel periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ) li adoperavano ormai con una notevole scioltezza. Il metodo di traslitterazione era assai complesso, ma l’idea di fondo consisteva comunque nell’utilizzare i kanji ṽሼ come segni fonetici, trascurandone l’aspetto semantico. I kanji ṽሼ usati nell’età antica come fonogrammi si chiamano man’yŇgana ਁ⪲઒ฬ283, in quanto il Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻 è ricco sia di svariati modi d’impiego di kanji-fonogrammi che sotto l’aspetto quantitativo.  Ecco come si presenta il testo della citata tanka ⍴᱌ di Akahito ⿒ੱ in una copia manoscritta del Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻:

↰ాਯᶆᓬᛂ಴⠰⷗⠪⌀⊕⴩ਇ⋘⢻㜞ᎨῺ㔐ᵄ㔖ኅ⇐

Sembrerebbe un testo in cinese. Dato il metodo astruso d’impiego dei kanji ṽሼ, il Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻 risultava di difficile decodificazione già nel successivo periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ).

§12. Buddhismo UN CENNO SUL BUDDHISMO

Il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ284 lett. insegnamento del Buddha) è l’insieme di dottrina e pratica per la liberazione dal dolore (sans. du  kha, giapp. ku ⧰285) dell’esistenza umana e risale all’insegnamento di SiddhĆrtha Gotama (giapp. GŇtama ShiddĆruta ࠧ࡯࠲ࡑ = ࠪ࠶࠳࡯࡞࠲ 566?-486? a.C. 283 284 285

man’/yŇ/ga/na ਁ 96/16 ⪲ 405/253 ઒ 1322/1049 ฬ 116/82 buk/kyŇ ੽ 678/583 ᢎ 97/245 ku ⧰ 597/545 56

oppure 463?-383? a.C.), principe indiano della stirpe ŒĆkya che popolava la regione himalayana (zona sud dell’attuale Nepal).䎃  In Giappone, SiddhĆrtha Gotama è meglio noto con i nomi di Butsuda o Budda (੽ 㒚286 trascrizione fonetica del sanscrito Buddha, che significa il risvegliato, l’illuminato; detto semplicemente anche hotoke ੽287), Shaka (㉼ㄸ288 abbreviazione di Shakamuni [㉼ㄸ—ዦ trascrizione fonetica di ŒĆkyamuni, ossia il saggio della stirpe degli ŒĆkya]), Shakuson (㉼ዅ289 espressione onorifica di Shaka ㉼ㄸ) e infine Seson (਎ዅ290 sans. Bhagavat, lett. l’uomo nobile del mondo). ٟ Un tempo, dando risalto al lato dottrinale, il bukkyŇ ੽ᢎ si chiamava buppŇ

੽ᴺ291 e in riferimento alla vita e pratica religiosa invece butsudŇ ੽㆏292. Il termine bukkyŇ ੽ᢎ di creazione nell’età moderna si usa nei due sensi di buppŇ ੽ᴺ e butsudŇ ੽㆏.  < SiddhĆrtha Gotama diviene Buddha > Da giovane Gotama condusse una vita agiata e spensierata. Non gli mancava niente. Si sposò ed ebbe anche un figlio. Fuori del palazzo paterno, intanto, ebbe modo di vedere un anziano sofferente, un ammalato e un morto, e quando aveva ventinove anni, abbandonò la vita di principe e la sua famiglia e si a) dal dolore sottomise all’ascesi in cerca di liberazione (gedatsu ⸃⣕293 sans. vimok  esistenziale nell’eterno ciclo di nascita e morte (rinne ベᑫ sans. sa sĆra; detto anche rinne tenshŇ ベᑫォ↢294) sancito dalla tradizione speculativa indiana. Tuttavia, dopo sei anni di ogni sforzo trovò tale pratica inutile. Ormai trentacinquenne, si sedette nella posizione del loto sotto un albero pĩpal (giapp. bodaiju ⪄ឭ᮸ 295 lett. albero di illuminazione), ottenendo finalmente la liberazione dal ciclo delle reincarnazioni (rinne ベ ᑫ) e rivelò quale Buddha (butsuda ੽㒚) la legge vera ed eterna detta in sanscrito dharma (giapp. hŇ o nori ᴺ296 lett. legge), parola chiave del bukkyŇ ੽ᢎ. 䎃 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296

Butsu/da ੽ 678/583 㒚 non reg./non reg. hotoke ੽ 678/583 Sha/ka ㉼ 1214/595 ㄸ non reg./non reg. Shaku/son ㉼ 1214/595 ዅ 1220/704 Se/son ਎ 152/252 ዅ 1220/704 bup/pŇ ੽ 678/583 ᴺ 145/123 butsu/dŇ ੽ 678/583 ㆏ 129/149 ge/datsu ⸃ 192/474 ⣕ 843/1370 rin/ne/ ten/shŇ ベ 959/1164 ᑫ non reg./non reg. ォ 339/433 ↢ 29/44 bo/dai/ju ⪄ non reg./non reg.ឭ 378/628 ᮸ 1034/1144 hŇ ᴺ 145/123 57

Il Buddha Gotama morì all’età di ottant’anni dopo quarantacinque anni di predicazione. ٟ Se il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) è un insegnamento di liberazione dal dolore esistenziale e se SiddhĆrtha Gotama divenne un Buddha (butsuda ੽㒚) riuscendo a liberarsi eternamente da tale dolore, si potrebbe dire che il buddhismo è l’insegnamento per diventare buddha. Difatti, SiddhĆrtha Gotama è uno di essi. Ne consegue che qualsiasi persona è dotata della possibilità di diventare un buddha (busshŇ ੽ᕈ297 buddhità).

 ‫ޣ‬CHE COSA È IL DHARMA?‫ޤ‬Nell’ottica di Gotama, la vita è piena di dolore. Per non parlare della nascita (shŇ ↢298), dell’invecchiamento (rŇ ⠧299), della malattia (byŇ ∛ 300) e della morte (shi ᱫ301), l’incontrare la persona che non piace, il separarsi dalla persona che si ama e il non ottenere ciò che si desidera costituiscono dolore (Issai kaiku. ৻ಾ⊝⧰302 lett. Tutto è dolore.). E questo, perché si è presi dall’attaccamento (shşjaku Ć [lett. sete]) alle cose impermanente di questo mondo, tenacemente ၫ⌕303 sans. t    radicato nell’animo. 䎃 A dispetto del fatto che per via dell’engi (✼⿠304 l’originarsi interdipendentemente; sans. pratĩtyasamutpĆda) tutte le cose sono prive di natura propria (shohŇ muga ⻉ᴺή ᚒ305) e soggette a mutamenti continui (shogyŇ mujŇ ⻉ⴕήᏱ306; shogyŇ ⻉ⴕ tutte le cose dell’universo; mujŇ ήᏱ impermanenza, sans. anitya), ci si inganna e ci si aggrappa a quel che è inevitabilmente destinato a subire mutamenti e a venire a mancare. Ne consegue che per eliminare l’attaccamento (shşjaku ၫ⌕) quale causa del dolore, bisogna rendersi conto che nulla può rimanere eternamente cos’ com’è (shogyŇ mujŇ ⻉ ⴕήᏱ). Inversamente, se ci si libera dalla ignoranza (mumyŇ ή᣿307 sans. avidyĆ) della verità 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307

bus/shŇ ੽ 678/583 ᕈ 199/98 shŇ ↢ 29/44 rŇ ⠧ 788/543 byŇ ∛ 441/380 shi ᱫ 254/85 Is/sai/ kai/ku. ৻ 4/2 ಾ 204/39 ⊝ 1324/587 ⧰ 597/545 shş/jaku ၫ 965/686 ⌕ 314/657 en/gi ✼ 1362/1131 ⿠ 443/373 sho/hŇ/ mu/ga ⻉ 602/861 ᴺ 145/123 ή 227/93 ᚒ 1392/1302 sho/gyŇ/ mu/jŇ ⻉ 602/861 ⴕ 31/68 ή 227/93 Ᏹ 356/497 mu/myŇ ή 227/93 ᣿ 84/18

58

(hŇ ᴺ) rendendosi conto dell’engi ✼⿠, ci si renderà liberi dall’attaccamento con conseguenza di annullare il dolore, di spezzare quindi la catena di reincarnazioni (rinne ベᑫ) e ci si così troverà in quello stato di perfetta quiete chiamato nirvĆ  a (lett. estinzione del fuoco; giapp. nehan ᶔ᭯308, detto anche in tanti altri modi: jakumetsu ኎ Ṍ309, metsudo Ṍᐲ310, satori no kyŇchi ᖗࠅߩႺ࿾311 ecc.), mèta ultima dei buddhisti.䎃  ‫ޣ‬SVILUPPO E DIFFUSIONE DEL BUDDHISMO‫ޤ‬Nel III secolo a.C. sotto la protezione del re Aœoka (ࠕ࡚ࠪ࡯ࠞ₺ r. 268?-232? a.C.) il buddhismo (bukkyŇ ੽ ᢎ) si diffuse per tutta l’India. (In seguito, però, verso la fine del XII secolo vi scomparve, assorbito dall’induismo).  < MahĆyĆna e TheravĆda > Intorno al 200 d.C. il buddhismo acquisì una nuova dimensione con NĆgĆrjuna (giapp. Ryşju 㦖᮸312 150 ca.-250 ca.), monaco-filosofo indiano, che teorizzò la concezione dello shohŇ muga ⻉ᴺήᚒ con il termine ‘vuoto’ (kş ⓨ sans. œşnya o anche œşnyatĆ): tutto è vuoto (Issai kaikş. ৻ಾ⊝ⓨ313), ossia tutte le cose sono prive di natura propria, in quanto esistono condizionate reciprocamente secondo la legge dell’engi ✼⿠. Di qui deriva la seguente espressione ben nota in Hannya daya-sştra; sştra [giapp. kyŇten ⚻ౖ 315 ]: shingyŇ 䇺⥸⧯ᔃ⚻䇻 314 (sans. PrajñĆpĆramitĆh sacra scrittura buddhista):䎃

« La realtà fenomenica non differisce dal nirvĆ  a, né il nirvĆ  a dalla realtà fenomenica ». (Shiki soku ze kş. Kş soku ze shiki ⦡හᤚⓨ316 ⓨහᤚ⦡, lett. Forma ⦡ non è altro che vuoto ⓨ. Vuoto ⓨ non è altro che forma ⦡).

La citata frase, che esprime in estrema sintesi l’essenza della filosofia buddhista, sta a significare che la vita di tutti i giorni e il nirvĆ  a (giapp. nehan ᶔ᭯317) sono da

308 309 310 311 312 313 314 315 316 317

ne/han ᶔ non reg./non reg.᭯ non reg./non reg. jaku/metsu ኎ 1871/1669 Ṍ 1387/1338 metsu/do Ṍ 1387/1338 ᐲ 83/377 sato/ri/ no/ kyŇ/chi ᖗ 1479/1438 ࠅߩႺ 792/864 ࿾ 40/118 Ryş/ju 㦖䋨=┥ 1110/1758䋩᮸ 1034/1144 Is/sai/ kai/kş. ৻ 4/2 ಾ 204/39 ⊝ 1324/587 ⓨ 233/140 Han/nya/ shin/gyŇ 䇺⥸ 559/1096 ⧯ 372/544 ᔃ 139/97 ⚻ 135/548䇻 kyŇ/ten ⚻ 135/548 ౖ 956/367 Shi/ki/ so/ku/ ze/ kş. ⦡ 326/204 හ 1052/463 ᤚ 1404/1591 ⓨ 233/140 ne/han ᶔ non reg./non reg.᭯ non reg./non reg. 59

considerarsi una stessa cosa. Così, darsi alla vita buddhista non significava più cercare di afferrare il nirvĆ  a (nehan ᶔ᭯) , poiché non c’è niente da afferrare, visto che qualsiasi persona così com’è è già in nirvĆ  a, anche se non se ne rende conto per mancanza della vera saggezza chiamata hannya (⥸⧯ sans. prajñĆ), un particolare tipo di facoltà intuitiva che ci consente di vedere le cose così come sono realmente (shinnyo ⌀ᅤ318 realtà assoluta, ossia non contaminata dall’attività mentale dell’uomo, sans. tathatĆ).  Si cominciò intanto a credere in una serie di Buddha (butsuda ੽㒚) quali AmitĆbha ajyaguru (Yakushi nyorai ⮎Ꮷᅤ᧪320) e tanti (Amida butsu 㒙ᒎ㒚੽319 ψ§23), Bhai  altri in aggiunta al Buddha storico (ovvero il Buddha Gotama) e bodhisattva (bosatsu ⪄ ⮋321; trascrizione fonetica del sans. bodhisattva), coloro cioè che, seppur in grado di conseguire l’illuminazione, con compassione (jihi ᘏᖤ322; ji ᘏ sans. maitrĩ; hi ᖤ sans. a (nehan karu  Ć) avevano fatto voto (hongan ᧄ㗿323) di entrare definitivamente nel nirvĆ  ᶔ᭯) soltanto dopo aver salvato tutti gli altri esseri viventi. Si assistette così alla nascita del buddhismo cosiddetto mahĆyĆna o grande veicolo (daijŇ bukkyŇ ᄢਸ਼੽ᢎ324), che si distinse dal buddhismo conservatore, chiamandolo hĩnayĆna o piccolo veicolo (shŇjŇ bukkyŇ ዊਸ਼੽ᢎ325). 䎃 Il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) trasmesso in Giappone è principalmente il mahĆyĆna (daijŇ bukkyŇ ᄢਸ਼੽ᢎ). ٟ Il daijŇ bukkyŇ ᄢਸ਼੽ᢎ si chiama anche hokuden bukkyŇ (ർવ੽ᢎ326 lett.

buddhismo trasmesso a nord) o hoppŇ bukkyŇ (ർᣇ੽ᢎ327 lett. buddhismo del nord). Lo shŇjŇ bukkyŇ ዊਸ਼੽ᢎ, d’altra parte, viene chiamato anche nanden bukkyŇ (ධવ੽ᢎ328 lett. buddhismo trasmesso a sud) o nanpŇ bukkyŇ (ධᣇ੽ᢎ lett. buddhismo del sud), ma oggi lo si preferisce chiamare jŇzabu bukkyŇ ਄ᐳㇱ ੽ᢎ329 lett. buddhismo dei posti d’onore, sans. TheravĆda, ossia ‘scuola degli 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329

shin/nyo ⌀ 278/422 ᅤ 1521/1747 A/mi/da/ butsu 㒙 1515/2258 ᒎ 1536/2065 㒚 non reg./non reg. ੽ 678/583 Yaku/shi/ nyo/rai ⮎ 541/359 Ꮷ 490/409 ᅤ 1521/1747 ᧪ 113/69 bo/satsu ⪄ non reg./non reg.⮋ non reg./non reg. ji/hi ᘏ 1829/1547 ᖤ 1032/1034 hon/gan ᧄ 15/25 㗿 869/581 dai/jŇ/ buk/kyŇ ᄢ 7/26 ਸ਼ 359/523 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 shŇ/jŇ/ buk/kyŇ ዊ 63/27 ਸ਼ 359/523 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 hoku/den/ buk/kyŇ ർ 103/73 વ 494/434 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 hop/pŇ/ buk/kyŇ ർ 103/73 ᣇ 28/70 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 nan/den/ buk/kyŇ ධ 205/74 વ 494/434 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 jŇ/za/bu/ buk/kyŇ ਄ 21/32 ᐳ 377/786 ㇱ 37/86 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 60

anziani’). ٟ Fra tutti i pensieri buddhisti v’erano lo shogyŇ mujŇ ⻉ⴕήᏱ, il kş (ⓨ o, meglio, il mu ή 330[cin. wu; nulla], termine della filosofia taoista [RŇsŇ shisŇ ⠧⨿ ᕁᗐ331 ψ§33]) e la Terra Pura (jŇdo ᵺ࿯332 ψ§23) i quali ebbero un peso straordinario sulla cultura giapponese. Di questi tre parleremo a più riprese in seguito.

BUDDHISMO NEL GIAPPONE ANTICO

䇼BUDDHISMO COME INCANTESIMO䇽 Fu nel VI secolo (e precisamente nel 538 o con minor probabilità nel 552) che il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) venne trasmesso alla corte dello Yamato (Yamato chŇtei ᄢ๺ᦺᑨ) da Paekche (⊖ᷣ giapp. Kudara ψ§8), avvenimento chiamato bukkyŇ kŇden (੽ᢎ౏વ333 lett. trasmissione ufficiale del buddhismo) I giapponesi d’allora, la cui coscienza religiosa era assai semplice e primitiva (ψ§9) non riuscirono a capire la dottrina buddhista. Nel VII secolo c’erano sì coloro, fra cui ShŇtoku taishi (⡛ᓼᄥሶ ψ§5), che ne ebbero una buona conoscenza, a volte anche profonda, ma generalmente per i giapponesi del VI e VII secolo il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) era semplicemente una pratica magica e non un insegnamento della liberazione dal dolore esistenziale. Il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) e lo shintoismo (shintŇ ␹㆏) svolgevano in sostanza una stessa funzione magica. Ci si aspettava da ambedue i culti effetti vantaggiosi per la vita terrena: guarigione dalle malattie, vittoria sui nemici ecc.  ‫ ޣ‬BUDDHISMO COME PROTETTORE DELLO STATO‫ ޤ‬In seguito alla politica filo-buddhista varata da ShŇtoku taishi ⡛ᓼᄥሶ la storia del buddhismo giapponese entrò in una nuova fase verso la fine del VII secolo: a partire dai tempi dell’imperatore Tenmu (Tenmu tennŇ ᄤᱞᄤ⊞334 r. 673-686) e durante tutto il periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ) fu lo Stato ritsuryŇ (ritsuryŇ kokka ᓞ઎࿖ኅ335 lett. stato retto secondo il sistema ritsuryŇ) a prendere l’iniziativa di diffondere questa religione. Ciò perché, nella convinzione che la presunta potenza magica e taumaturgica buddhista proteggesse lo Stato, conformemente a quanto era predicato dal KonkŇ myŇkyŇ (䇺㊄శ᣿ aprabhĆsottama-sştra), la corte (chŇtei ᦺᑨ) si propose di ottenere la ⚻䇻336 sans. Suvar garanzia religiosa di stabilità e di pace dello Stato. All’idea che il buddhismo (bukkyŇ ੽ 330 331 332 333 334 335 336

mu ή 227/93 RŇ/sŇ/ shi/sŇ ⠧ 788/543 ⨿ 1208/1327 ᕁ 149/99 ᗐ 352/147 jŇ/do ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 buk/kyŇ/ kŇ/den ੽ 678/583 ᢎ 97/245 ౏ 122/126 વ 494/434 Ten/mu/ ten/nŇ ᄤ 364/141 ᱞ 448/1031 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 ritsu/ryŇ/ kok/ka ᓞ 1048/667 ઎ 668/831 ࿖ 8/40 ኅ 81/165 Kon/kŇ/ myŇ/kyŇ 䇺㊄ 59/23 శ 417/138 ᣿ 84/18 ⚻ 135/548䇻

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ᢎ) protegga lo Stato ci si riferisce con l’espressione di chingo kokka ㎾⼔࿖ኅ337. 䎃 La politica filo-buddhista, che d’altra parte tenne sotto controllo il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) in ogni suo aspetto, raggiunse il suo apice durante il regno dell’imperatore ShŇmu (ShŇmu tennŇ ⡛ᱞᄤ⊞ 338 r. 724-749). Nel 741 fu ordinata la costruzione dei monasteri, detti kokubunji ࿖ಽኹ339 e kokubunniji ࿖ಽዦኹ340, in ogni provincia e successivamente la costruzione, nella capitale Nara ᄹ⦟, del TŇdaiji ( ᧲ ᄢ ኹ 341 743-a tutt’oggi), monastero di grandi proporzioni, dedicato ad una gigantesca statua in bronzo del Buddha Birushana (Birushana butsu Ჩ⋝ㆤ㇊੽342 trascrizione fonetica del sans. Vairocana, 752-presente) La gigantesca statua del Vairocana del TŇdaiji ᧲ ᄢ ኹ si chiama popolarmente Nara no daibutsu (ᄹ⦟ߩᄢ੽343 lett. grande buddha a Nara). Distrutta più volte da incendi, quella attuale è alta metri 16,2. Sia il TŇdaiji ᧲ᄢ ኹ che il suo daibutsu ᄢ੽ simboleggiavano la ricchezza e la forza dello Stato ritsuryŇ (ritsuryŇ kokka ᓞ઎࿖ኅ344). ٟ In materia del bukkyŇ ੽ᢎ ShŇtoku taishi ⡛ᓼᄥሶè ricordato soprattutto quale l’autore di tre commentari ad altrettanti sştra (kyŇten ⚻ౖ) tutti fondamentali della tradizione mahĆyĆna: MyŇhŇ rengekyŇ (䇺ᅱᴺ⬒⪇⚻䇻345 it. Il sştra del loto arĩka-sştra), YuimagyŇ ( 䇺⛽៺⚻䇻 346 sans. della buona legge; sans. Saddharmapu  Vimalakĩrti-nirdeœa-sştra) e ShŇmangyŇ ( 䇺ൎ㝍⚻䇻 347 sans. ŒrĩmĆlĆdevĩ-sihanĆdasştra). Mettendo insieme i tre commentari, si parla del SangyŇ gisho (ਃ⚻⟵⇺348 lett. commentari a tre sştra).䎃 ٟ



Ebbe inizio nei sette grandi templi (nanto shichidaiji ධㇺ৾ᄢኹ349; nanto ධㇺ lett.

337

chin/go/ kok/ka ㎾ 1520/1786 ⼔ 653/1312 ࿖ 8/40 ኅ 81/165 ShŇ/mu/ ten/nŇ ⡛ 1306/674 ᱞ 448/1031 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 koku/bun/ji ࿖ 8/40 ಽ 35/38 ኹ 687/41 koku/bun/ni/ji ࿖ 8/40 ಽ 35/38 ዦ 1661/1620 ኹ 687/41 TŇ/dai/ji ᧲ 11/71 ᄢ 7/26 ኹ 687/41 Bi/ru/sha/na/ butsu Ჩ non reg./non reg.⋝ non reg./non reg.ㆤ 1927/1767 ㇊ 1257/non reg.੽ 678/583 Na/ra/ no/ dai/butsu ᄹ 822/2044 ⦟ 520/321 ߩᄢ 7/26 ੽ 678/583 ritsu/ryŇ/ kok/ka ᓞ 1048/667 ઎ 668/831 ࿖ 8/40 ኅ 81/165 MyŇ/hŇ/ ren/ge/kyŇ 䇺ᅱ 1045/1154 ᴺ 145/123 ⬒ non reg./non reg.⪇ 807/1074 ⚻ 135/548䇻 Yui/ma/gyŇ 䇺⛽ 926/1231 ៺ 1074/1530 ⚻ 135/548䇻 ShŇ/man/gyŇ 䇺ൎ 197/509 㝍 non reg./non reg.⚻ 135/548䇻 San/gyŇ/ gi/sho ਃ 10/4 ⚻ 135/548 ⟵ 287/291 ⇺ non reg./non reg. nan/to/ shichi/dai/ji ධ 205/74 ㇺ 92/188 ৾ 44/9 ᄢ 7/26 ኹ 687/41

338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349

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capitale a sud, ossia Nara ᄹ⦟), tra cui il TŇdaiji ᧲ᄢኹ, costruiti a Nara ᄹ⦟ lo studio approfondito della dottrina buddhista. Ce n’erano allora sei scuole filosofiche (nanto rikushş ධㇺ౐ቬ350 letto anche nanto rokushş; lett. sei scuole a Nara) che, però, come tali miravano all’acquisizione di conoscenze intellettuali, e quindi non avevano in pratica nulla a che fare con la vita religiosa in senso proprio della popolazione in generale.  Inoltre, la protezione del buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) da parte dello Stato permise che, da un lato, gli shŇen (⨿࿦351 ψ§7) dei grandi templi aumentassero smisuratamente e, dall’altro, si verificassero casi di ingerenza da parte di monaci negli affari politici dello Stato. DŇkyŇ (㆏㏜352 ?-772), ad esempio, esercitò un tale ascendente sulla corte (chŇtei ᦺᑨ) da osare aspirare al trono imperiale.  Stando così le cose, il buddhismo del periodo Nara (Nara bukkyŇ ᄹ⦟੽ᢎ lett. buddhismo di Nara) era ancora lontano dallo svolgere la sua vera missione salvifica.

§13. Arti figurative CULTURA KOFUN

Nella storia della cultura la prima fase notevolmente lunga del periodo Yamato (Yamato jidai ᄢ๺ᤨઍ353) è chiamata periodo kofun (kofun jidai ฎზᤨઍ354) e la relativa cultura kofun bunka (ฎზᢥൻ355 lett. cultura kofun), in quanto i gŇzoku ⽕ᣖ si facevano costruire tumuli sepolcrali mastodontici, detti appunto kofun (ฎზ lett. tumuli sepolcrali antichi), che simboleggiavano la loro autorità.  < zenpŇ kŇenfun > I kofun ฎზ hanno diverse forme. I più caratteristici sono a forma di ‘toppa di serratura’, e tali tumuli sono chiamati zenpŇ kŇenfun (೨ᣇᓟ౞ზ356 lett. tumulo sepolcrale quadrilatero nella parte anteriore e rotondo in quella posteriore).

350 351 352 353 354 355 356

nan/to/ riku/shş ධ 205/74 ㇺ 92/188 ౐ 20/8 ቬ 1023/616 shŇ/en ⨿ 1208/1327 ࿦ 412/447 DŇ/kyŇ ㆏ 129/149 ㏜ 1358/863 Yamato ji/dai ᄢ 7/26 ๺ 151/124 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 ko/fun/ j/idai ฎ 373/172 ზ 1901/1662 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 ko/fun/ bun/ka ฎ 373/172 ზ 1901/1662 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 zen/pŇ/ kŇ/en/fun ೨ 38/47 ᣇ 28/70 ᓟ 45/48 ౞ 2/13 ზ 1901/1662 63

Ne è un esempio tipico la tomba chiamata Daisen kofun (ᄢ઄ฎზ358 V sec.) ed ‘attribuita’ all’imperatore Nintoku (Nintoku tennŇ ੳᓼᄤ ⊞359 prima metà V sec.) che occupa un’area oltre due volte maggiore di quella della piramide di Cheope. Le salme furono seppellite di solito nella parte rotonda, cioè posteriore. 486m  < haniwa > Fra i ritrovamenti sono figure di Daisen kofun ᄢ઄ฎზ, chiamato terracotta, chiamate haniwa (ၨベ360 lett. cilindro anche NintokuryŇ kofun ੳᓼ㒺ฎ di creta), disposte all’intorno dei kofun ฎზ. Nei 357 (lett. sepolcro kofun di Nintoku ზ sarcofagi o intorno ad essi sono solitamente sitennŇ Ⱥcarta7) stemati, oltre ad oggetti per l’uso religioso, armi, strumenti agricoli, stoviglie ed altre cose ancora. A volte vengono rinvenuti dipinti murali. Ci sono due tipi di haniwa ၨベ: entŇ haniwa (౞╴ၨベ361 lett. haniwa cilindrico) letteralmente a forma cilindrica e keishŇ haniwa (ᒻ⽎ၨベ362 lett. haniwa che rappresentano diverse figure [case, animali, barche, persone ecc.]). DUE SECOLI E MEZZO D’ORO DELLE ARTI FIGURATIVE BUDDHISTE

Come si è detto precedentemente, i giapponesi non erano a tutta prima in grado di cogliere l’essenza del buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ), ma dalle opere d’arte ed architettoniche ispirate a tale dottrina e loro pervenute erano rimasti affascinati, e nel periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ), mossi anche dall’idea di un ‘buddhismo protettore dello Stato’ (chingo kokka ㎾⼔࿖ኅ363 ψ§12), produssero opere di prim’ordine nel campo delle arti figurative buddhiste.  ‫ޣ‬CULTURA ASUKA‫ޤ‬La denominazione cultura Asuka (Asuka bunka 㘧㠽ᢥൻ 364) è dovuta al toponimo Asuka (㘧㠽 ψcarta 3), cioè alla zona della parte meridionale, in cui risiedeva la corte (chŇtei ᦺᑨ), della conca di Nara ᄹ⦟. 357 358 359 360 361 362 363 364

Nin/toku/ryŇ/ ko/fun ੳ 1346/1619 ᓼ 839/1038 㒺 1912/1844 ฎ 373/172 ზ 1901/1662 Dai/sen/ ko/fun ᄢ 7/26 ઄ 1025/1891 ฎ 373/172 ზ 1901/1662 Nin/toku/ ten/nŇ ੳ 1346/1619 ᓼ 839/1038 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 hani/wa ၨ non reg./non reg.ベ 959/1164 en/tŇ/ hani/wa ౞ 2/13 ╴ 1567/1472 ၨ non reg./non reg.ベ 959/1164 keishŇ haniwa ᒻ 408/395 ⽎ 575/739 ၨ non reg./non reg.ベ 959/1164 chin/go/ kok/ka ㎾ 1520/1786 ⼔ 653/1312 ࿖ 8/40 ኅ 81/165 Asuka bun/ka 㘧 440/530 㠽 932/285 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 64

Si tratta della cultura rappresentata dal tempio di HŇryşji (ᴺ㓉ኹ365 607-presente), Nara-ken ᄹ⦟⋵, considerato eretto da ShŇtoku taishi ⡛ᓼᄥሶ e da una serie di opere (statue, dipinti e oggetti d’artigianato) ivi custodite.  < Architettura: HŇryşji > È il tempio più noto in Giappone. I suoi edifici originari (chiamati Wakakusagaran ⧯⨲ૄ⮣366 lett. tempio delle erbe giovani) sono ritenuti distrutti da un incendio nel 670. Benché quelli attuali non risalgano presumibilmente oltre l’inizio dell’VIII secolo, si tratta comunque della costruzione in legno più antica che oggi esista al mondo. Le colonne presentano la cosiddetta entasi (entashisu ࠛࡦ࠲ࠪࠬ). ٟ < Periodo kofun e periodo Asuka nella storia politica > Anche nella storia

politica si parla sia del periodo kofun (kofun jidai ฎზᤨઍ) che del periodo Asuka (Asuka jidai 㘧㠽ᤨઍ). Originariamente le espressioni kofun jidai ฎზᤨઍ e Asuka jidai 㘧㠽ᤨઍ furono usate rispettivamente in archeologia e in storia dell’arte, ed adesso sono adoperate, per estensione, anche nella storia politica. Il periodo Asuka (Asuka jidai 㘧㠽ᤨઍ) nella storia politica si riferisce quasi sempre al regno (592-628) della sovrana Suiko (Suiko tennŇ ផฎᄤ⊞ r. 592-628 ψ§5)

Anche diversi uji ᳁ gareggiavano in tale epoca nel costruirsi un tempio (ujidera ᳁ ኹ p.es. Asukadera 㘧㠽ኹ367 di Sogashi ⯃ᚒ᳁368) che fungesse da simbolo del proprio potere al posto dei giganteschi kofun ฎზ andati ormai fuori moda.  < Scultura > Per quanto riguarda la scultura, è da ricordare innanzitutto la Triade di ŒĆkyamuni (Shaka sanzonzŇ 䇺㉼ㄸਃዅ௝䇻369 sans. trikĆya, 623) di Kuratsukuri no Tori (㕷૞ᱛ೑370 ?-?; toraijin ᷰ᧪ੱ371 cinese), conservata nello HŇryşji ᴺ㓉ኹ. I loro volti abbozzano un ‘arcaico sorriso’ (arukaikku sumairu ࠕ࡞ࠞࠗ࠶ࠢ ࠬࡑࠗ࡞ dall’ingl. archaic smile) al pari delle altre statue di questo periodo. Sono ben note poi le statue aggraziate, dette hanka shiizŇ (䇺ඨ〉ᕁᗅ௝䇻372 lett. 365 366 367 368 369 370 371 372

HŇ/ryş/ji ᴺ 145/123 㓉 1255/946 ኹ 687/41 Waka/kusa/ga/ran ⧯ 372/544 ⨲ 705/249 ૄ non reg./non reg.⮣ non reg./non reg. Asuka/dera 㘧 440/530 㠽 932/285 ኹ 687/41 So/ga/shi ⯃ non reg./non reg.ᚒ 1392/1302 ᳁ 177/566 Sha/ka/ san/zon/zŇ 䇺㉼ 1214/595 ㄸ non reg./non reg.ਃ 10/4 ዅ 1220/704 ௝ 906/740䇻 Kura/tsukuri/ no To/ri 㕷 non reg./non reg.૞ 99/360 ᱛ 400/477 ೑ 219/329 to/rai/jin ᷰ 615/378 ᧪ 113/69 ੱ 9/1 han/ka/ shi/i/zŇ 䇺ඨ 224/88 〉 non reg./non reg.ᕁ 149/99 ᗅ non reg./non reg.௝ 906/740䇻 65

immagine di meditazione con la gamba destra appoggiata sul ginocchio sinistro) del Miroku bosasu (ᒎ൅⪄⮋373 sans. Maitreya, ossia bodhisattva destinato a diventare un buddha in un lontano avvenire per salvare l’umanità, it. il Buddha futuro), conservate presso i templi di KŇryşji (ᐢ㓉ኹ374 603?) a KyŇto ੩ㇺ375 e Chşgşji (ਛችኹ376 ricostruito nel XVI sec.) adiacente allo HŇryşji ᴺ㓉ኹ.  < Oggetti d’artigianato > È degno di menzione il Tamamushi no zushi (䇺₹⯻෠ ሶ䇻377 lett. cassa-custodia di statuette e sştra buddhisti con bupresti, prima metà VII sec.), opera d’artigianato ricoperta di quasi diecimila elitre iridate di insetti detti bupresti, tramandata fino ad oggi presso lo HŇryşji ᴺ㓉ኹ. Da ultimo, Tenjukoku shşchŇ 䇺ᄤኼ ࿖❭Ꮽ䇻378, tessuto ricamato conservato nel tempio di Chşgşji ਛችኹ.  < Cultura internazionale > Le opere architettoniche e di belle arti presentano influenze non soltanto cinesi, ma a volte anche indiane, persiane e greche. Naturalmente tali influenze furono mediate dalla Cina e dalla Corea.  ‫ޣ‬CULTURA HAKUHņ‫ޤ‬La cultura HakuhŇ (HakuhŇ bunka ⊕㡅ᢥൻ379; HakuhŇ: nengŇ ᐕภ non usato effettivamente) può essere definita uno specchio della fiducia in sé che aveva la classe dominante dello Stato ritsuryŇ (ritsuryŇ kokka ᓞ઎࿖ኅ) in corso di riassetto ed è piena di forza e vitalità. In questo periodo si cominciò a costruire templi e a scolpire una statuaria buddhista anche nelle province. Però le maggiori opere del periodo sono la pittura murale che ricorda quella di Ajanta (antico centro monastico) in India, dello HŇryşji ᴺ㓉ኹ e la Pagoda orientale (TŇtŇ ᧲Ⴁ380) dello Yakushiji (⮎Ꮷኹ381 698-presente) a Nara ᄹ ⦟. Fanno parte di questa cultura anche i dipinti murali dai colori tuttora vividi del Takamatsuzuka kofun (㜞᧻Ⴆฎზ382 ψcarta 7).  ‫ޣ‬CULTURA TENPYņ‫ޤ‬La cultura del periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ) è

373 374 375 376 377 378 379 380 381 382

Mi/roku/ bo/sasu ᒎ 1536/2065 ൅ non reg./non reg.⪄ non reg./non reg.⮋ non reg./non reg. KŇ/ryş/ji ᐢ 311/694 㓉 1255/946 ኹ 687/41 KyŇ/to ੩ 16/189 ㇺ 92/188 Chş/gş/ji ਛ 13/28 ች 419/721 ኹ 687/41 Tama/mushi/ no/ zu/shi 䇺₹ 610/295 ⯻ 1073/873 ෠ non reg./non reg.ሶ 56/103䇻 Ten/ju/koku/ shş/chŇ 䇺ᄤ 364/141 ኼ 1132/1550 ࿖ 8/40 ❭ non reg./non reg.Ꮽ 1181/1107䇻 Haku/hŇ/ bun/ka ⊕ 266/205 㡅 non reg./non reg.ᢥ 136/111 ൻ 100/254 TŇ/tŇ ᧲ 11/71 Ⴁ 1516/1840 Yaku/shi/ji ⮎ 541/359 Ꮷ 490/409 ኹ 687/41 Taka/matsu/zuka/ ko/fun 㜞 49/190 ᧻ 215/696 Ⴆ 782/1751 ฎ 373/172 ზ 1901/1662 66

chiamata cultura TenpyŇ (TenpyŇ bunka ᄤᐔᢥൻ383; TenpyŇ: nengŇ ᐕภ 729-749), in quanto si manifestò in modo particolarmente esuberante durante l’era appunto TenpyŇ ᄤᐔ che coincide praticamente al regno dell’imperatore ShŇmu [ShŇmu tennŇ ⡛ᱞᄤ⊞384 r. 724-749]) e si colloca all’apice delle arti figurative buddhiste giapponesi sia qualitativamente che quantitativamente. La città di Nara ᄹ⦟ e i suoi dintorni costituiscono, difatti, una mecca di tutti i cultori di belle arti buddhiste.  < Architettura: TŇdaiji > A Nara ᄹ⦟ vennero eretti, oltre al già citato TŇdaiji ᧲ᄢኹ con i suoi edifici massicci, molti grandi templi (chiamati nel loro insieme nanto shichidaiji ධㇺ৾ᄢኹ ψ§12) con le loro costruzioni ugualmente poderose dalle colonne e gronde tinte di vermiglio e con grate-finestre di verde, dando alla capitale un aspetto imponente simile a quello di una grande e rigogliosa città cinese. Il seguente tanka (⍴᱌ ossia poesia conforme allo schema 5-7-5-7-7 ψ§11) del Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻 canta appunto tale veduta:

 ޽ࠍߦࠃߒ*ᄹ⦟ߩㇺ385ߪດ386ߊ⧎387ߩߦ߶߰߇ߏߣߊ੹388⋓389ࠅߥࠅ  Awoniyoshi * / Nara no miyako wa / saku hana no / niŇ ga gotoku / ima sakari nari  [Adesso la capitale Nara è all’apice dei suoi splendori come se fossero fiori dai colori vivi e brillanti]. Autore: Ono no Oyu (ዊ㊁⠧390 ?-737) * Il termine ‘awoniyoshi ’ è uno dei cosiddetti makurakotoba (ᨉ⹖391 lett. parole da guanciale) 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397

Ten/pyŇ/ bun/ka ᄤ 364/141 ᐔ 143/202 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 ShŇ/mu/ ten/nŇ ⡛ 1306/674 ᱞ 448/1031 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 miyako ㇺ 92/188 sa/ku ດ 1435/927 ߊ (giapp. moderno: id.) hana ⧎ 551/255 ima ੹ 146/51 saka/ri ⋓ 737/719 ࠅ O/no/ no/ Oyu ዊ 63/27 ㊁ 85/236 ⠧ 788/543 makura/kotoba ᨉ non reg./non reg.⹖ 1624/843 haha Უ 554/112 oya ⷫ 381/175 kusa/makura ⨲ 705/249 ᨉ non reg./non reg. tabi ᣏ 566/222 tsuyu 㔺 1144/951 yş ᄕ 627/81 67

usati preposti a una determinata parola (o a un determinato gruppo di parole) a scopo retorico (per motivi, cioè, di ritmo, tono, risonanza, estetica ecc.). Ecco alcune combinazioni: • awoniyoshi ޽ࠍߦࠃߒ 㧗 Nara ᄹ⦟ • tarachine no ߚࠄߜߨߩ 㧗 haha (Უ • kusamakura

⨲ᨉ394

㧗 tabi

(ᣏ395

392madre),

oya (ⷫ

393genitori)

viaggio), tsuyu (㔺396 rugiada), yş (ᄕ397 sera)

• hisakata no ਭᣇߩ398 㧗 ame (ᄤ399 cielo), ame (㔎 pioggia), hikari (శ400 luce), kumo (㔕401 nubi), tuki (᦬402 luna) ecc.

 < Scultura > La cultura TenpyŇ (TenpyŇ bunka ᄤᐔᢥൻ) si distinse soprattutto nel campo scultoreo con una serie di opere di rara qualità, tra cui il NikkŇ bosatsuzŇ (䇺ᣣ శ⪄⮋௝䇻403 lett. statua del bodhisattva della luce solare, sans. SşryaprabhĆ) e il GakkŇ bosatsuzŇ (䇺᦬శ⪄⮋௝䇻 404 lett. statua del bodhisattva del chiaro di luna, sans. CandraprabhĆ) del TŇdaiji ᧲ᄢኹ. Si tratta di statue pacate e piene di grazia. Con i citati capolavori ai due lati si innalza al centro un terzo capolavoro: Fukşkenjaku kannonzŇ (䇺ਇⓨ⟚⚝ⷰ㖸௝䇻405 lett. statua del bodhisattva della rete e della corda, sans. AmoghapĆœa). Si ricorda poi il ritratto di Jianzhen (giapp. GanjinzŇ 䇺㐓⌀௝䇻406 lett. immagine di Ganjin) conservato nel TŇshŇdaiji (໊᜗ឭኹ407 759-presente) da lui stesso eretto. Jianzhen (Chien Chên 㐓⌀, giapp. Ganjin, 688-763) fu un bonzo cinese. Malgrado oltre dieci anni di un continuo calvario persistette nei suoi propositi, riuscendo alla fine a mettere piede in Giappone nel 753. Da lui vennero ufficialmente trasmessi in Giappone i precetti (kairitsu ᚓᓞ408), parte indispensabile del buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ).  < Pittura > È degno di menzione il KichijŇten gazŇ (䇺ศ␽ᄤ↹௝䇻409 lett. disegno raffigurante KichijŇten; KichijŇten ศ␽ᄤ divinità della buona fortuna, sans. Œri398

hisa/kata/ no ਭ 591/1210 ᣇ 28/70 ߩ

399

ame ᄤ 364/141 (giapp. moderno: letto solitamente ten)

400

hikari శ 417/138

401

kumo 㔕 1124/636

402

tuki ᦬ 26/17

Nik/kŇ/ bo/satsu/zŇ 䇺ᣣ 1/5 శ 417/138 ⪄ non reg./non reg.⮋ non reg./non reg.௝ 906/740䇻 Gak/kŇ/ bo/satsu/zŇ 䇺᦬ 26/17 శ 417/138 ⪄ non reg./non reg.⮋ non reg./non reg.௝ 906/740䇻 405 Fu/kş/ken/jaku/ kan/non/zŇ 䇺ਇ 134/94 ⓨ 233/140 ⟚ non reg./non reg.⚝ 1155/1059 ⷰ 463/604 㖸 402/347 ௝ 906/740䇻 406 Gan/jin/zŇ 䇺㐓 1171/1664 ⌀ 278/422 ௝ 906/740䇻 407 TŇ/shŇ/dai/ji ໊ 1668/1697 ᜗ 747/455 ឭ 378/628 ኹ 687/41 408 kai/ritsu ᚓ 1191/876 ᓞ 1048/667 409 Kichi/jŇ/ten/ ga/zŇ 䇺ศ 464/1141 ␽ 1549/1576 ᄤ 364/141 ↹ 150/343 ௝ 906/740䇻

403

404

68

mahĆdevĩ) dello Yakushiji ⮎Ꮷኹ a Nara ᄹ⦟. È un’ottima fonte di informazioni sull’abbigliamento femminile della classe cristocratica dell’epoca.  < ShŇsŇin: oggetti d’artigianato > Anche se non è di cultura strettamente buddhista, il deposito shŇsŇin (ᱜୖ㒮 410 metà VIII sec.) annesso al TŇdaiji ᧲ᄢኹ conserva in stato perfetto oltre diecimila oggetti d’artigianato usati giornalmente dall’imperatore ShŇmu (ShŇmu tennŇ ⡛ᱞᄤ⊞ ψ§12). Si trovano anche oggetti (p.es. strumento musicale che porta un disegno d’un cammello) provenienti, tramite la Cina dei Tang (T’ang ໊ giapp. TŇ ψ§8), dall’Asia Centrale, dal Vicino Oriente, dalla Grecia ecc.. Al pari dell’Asuka bunka 㘧㠽ᢥൻ anche la cultura TenpyŇ (TenpyŇ bunka ᄤᐔᢥൻ) poteva considerarsi di dimensione internazionale, anche se il traffico era unidirezionale.

§14. Vita quotidiana e varie VITA DELLA GENTE

䇼VITA DEI MEMBRI IMPERIALI E DELL’ALTO STRATO NOBILIARE䇽 Nel 1987 a Nara ᄹ⦟ vennero rinvenuti oltre tremila pezzi di mokkan (ᧁ◲411 documenti su legno). Dalla scritta recata da uno di essi fu appurato che lì si trovava l’abitazione del principe Nagaya (Nagaya Ň 㐳ደ₺ 412 684?-729), nipote dell’imperatore Tenmu (Tenmu tennŇ ᄤᱞᄤ⊞ ψ§12). Trattandosi di un personaggio che ricoprì la carica di ministro della sinistra (sadaijin Ꮐᄢ⤿), i reperti ivi ritrovati offrono la possibilità di ricostruire la vita quotidiana e del suo tenore nell’alto strato nobiliare dell’VIII secolo. Il terreno su cui risiedeva Nagaya Ň 㐳ደ₺, si estendeva per ben 60.000 m2. Su questo vasto terreno dotato di due pozzi e circondato dalle mura esistevano 45-50 fabbticati classificabili in tre gruppi: (a) edifici destinati alla vita privata del principe, (b) abitazioni del personale alle sue dipendenze e (c) costruzioni adibite a molteplici scopi (p.es. ufficio per l’amministrazione della residenza, cucina, una serie di laboratori per la produzione di bevande alcoliche, diversi arnesi, tessuni ed altri oggetti di consumo giornaliero, locali in cui prestavano servizio calligrafi, scultori di statue del Buddha ecc.). Dalla presenza di diversi laboratori e di personale specializzato, si può desumere che per quanto riguarda la fornitura e la produzione dell’occorrente per la vita di tutti i

410 411 412

shŇ/sŇ/in ᱜ 109/275 ୖ 708/1307 㒮 236/614 mok/kan ᧁ 148/22 ◲ 870/1533 Naga/ya/ Ň 㐳 25/95 ደ 270/167 ₺ 499/294 69

giorni, Nagaya Ň 㐳ደ₺ disponesse praticamente di tutti i mezzi necessari, manodopera compresa, all’interno delle mura della propria residenza, anche se finanziariamente dipendeva dai terreni agricoli che possedeva altrove, fuori delle mura. Si desume inoltre che i suoi redditi annui ammontassero a una cifra astronomica corrispondente a più di un milione di euro dei nostri tempi. Da ultimo, si ritiene assai probabile che anche altri nobili d’alto rango del periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ) disponessero più o meno di un’analoga organizzazione che rendeva la loro vita privata autosufficiente.  ‫ޣ‬VITA DEI SEMPLICI DIPENDENTI PUBBLICI‫ޤ‬Della realtà che certe categorie degli statali di bass’ordine dovevano affrontare quotidianamente possiamo informarci abbastanza bene per quanto riguarda le loro condizioni di lavoro nel periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ), in quanto sono tuttora conservati nel deposito ShŇsŇin (ᱜୖ㒮 ψ§13) dei documenti che parlano del personale addetto alla copiatura di sştra (kyŇten ⚻ౖ), naturalmente di quelli tradotti in cinese. Il loro compito consisteva nel tracciare accuratamente col pennello in media 3.800 caratteri cinesi (kanji ṽሼ) al giorno, il che richiedeva ore e ore di lavoro sin dal primo mattino. A loro non era permesso di rincasare giornalmente; tutti insieme consumavano pasti forniti dallo Stato e si riposavano in dormitorio di proprietà statale e soltanto dopo 2-3 mesi di servizio era loro permesso far ritorno a casa per un paio di giorni. A causa del loro lavoro sedentario, dei pasti poveri di valore nutritivo e delle cattive condizioni igienico-sanitarie erano soggetti a diverse malattie professionali e infettive. Soffrivano non di rado anche di malattie della pelle, di pustole e simili, giacché non soltanto non si lavavano quasi mai, ma portavano per giorni e giorni gli stessi indumenti sudici. I dipendenti pubblici di cui stiamo parlando erano pagati a cottimo, quindi chi contraeva una malattia, poteva trovarsi immediatamente in difficoltà economiche, cui cercava rimedio impegnando le proprie future retribuzioni col chiedere prestiti all’ufficio di appartenenza, pur sapendo che il tasso d’interesse mensile era addiritura del 10 percento. Si verificavano a volte anche casi di fuga di coloro che, oberati dai debiti, si trovavano ad essere insolventi. Si vede che fra ricchi e poveri c’era un gap economico assai enorme. ‫ޣ‬VITA NELLE COMUNITÀ RURALI‫ ޤ‬La quasi totalità della popolazione dello ‫ޣ‬ Stato ritsuryŇ (ritsuryŇ kokka ᓞ઎࿖ኅ) era costituita dai contadini. Tuttavia, gli strati letterati d’allora, in particolare, i nobili, non facero quasi mai nessun riferimento, negli scritti, alla vita degli agricoltori, il che rende pressoché impossibile ricostruire la loro

70

vita quotidiana; comunque, le seguenti sono tappe principali del corso della loro vita. Con la nascita erano registrati all’anagrafe chiamata KŇgonenjaku (ᐬඦᐕ☋413 lett. anagrafe dell’anno di KŇgo, cioè del 670), la prima anagrafe giapponese a livello nazionale. Il parto avveniva, per usanza, in una piccola costruzione, detta ubuya ↥ደ414, messa su solitamente ad hoc volta per volta. Compiuti almeno 6 anni d’età erano soggetti allo Handen shşju no hŇ (⃰↰෼᝼ᴺ415 ψ§6) con l’obbligo di pagare le imposte. Secondo le disposizioni del codice ritsuryŇ (TaihŇ ritsuryŇ ᄢቲᓞ઎416 701, in vigore dal 702; YŇrŇ ritsuryŇ 㙃⠧ᓞ઎417 718, in vigore dal 757) gli uomini e le donne potevano sposarsi rispettivamente a 15 e 13 anni d’età. Visto che la società giapponese nell’età antica era sessualmente assai libera, i rapporti sessuali precedevano la formalità (ossia riti nuziali) e dopo il matrimonio il marito che per costume viveva separato dalla moglie la visitava di notte (tipo di vita coniugale detto tsumadoikon ᆄ໧ᇕ418 ψ§22). Le coppie, piuttosto prolifere, generavano a volte anche 10 figli. Sembra che le percentuali di divorzio fossero altissime. La mancata visita per un periodo di circa tre mesi da parte dell’uomo e il rifiuto di aprirsi la porta da parte della donna nei confronti dell’uomo venivano interpretati quale manifestazione della volontà di divorziare. Difficilmente si poteva sperare di vivere fino a sessant’anni, poiché molto probabilmente cadevano vittime di malattie. Difatti, mietevano la popolazione gravi malattie infettive quali vaiolo, dissenteria e colera. L’habitat poco affidabile sotto l’aspetto igienico-sanitario facilitava non solo il manifestarsi frequente delle epidemie, ma anche le infestazioni parassitarie. Le salme erano trasferite in una piccola capanna, detta moya ༚ደ419, dove venivano svolti i riti di stampo confuciano per la rinascita, consistenti nel richiamare indietro lo spirito che si riteneva si fosse separato dal corpo. < Hinkyş mondŇ no uta > Per quanto riguarda il tenore di vita della gente di campagna, abbiamo una testimonianza: si tratta di un chŇka (㐳᱌420 metrica: 5-7-5-7413 414 415 416 417 418 419 420

KŇ/go/nen/jaku ᐬ non reg./non reg.ඦ 98/49 ᐕ 3/45 ☋ 1463/1198 ubu/ya ↥ 142/278 ደ 270/167 Han/den/ shş/ju/ no/ hŇ ⃰ 1448/1381 ↰ 24/35 ෼ 411/757 ᝼ 558/602 ᴺ 145/123 Tai/hŇ/ ritsu/ryŇ ᄢ 7/26 ቲ 661/296 ᓞ 1048/667 ઎ 668/831 YŇ/rŇ/ ritsu/ryŇ 㙃 605/402 ⠧ 788/543 ᓞ 1048/667 ઎ 668/831 tsuma/doi/kon ᆄ 767/671 ໧ 75/162 ᇕ 633/567 mo/ya ༚ 1614/1678 ደ 270/167 chŇ/ka 㐳 25/95 ᱌ 478/392 71

[...]-5-7-5-7-7) nel Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻, noto con il nome di Hinkyş mondŇ no uta (⽺┆ ໧╵ߩ᱌ 421 lett. Domanda e risposta sulla povertà e sull’indigenza, detto anche Hinkyş mondŇka ⽺┆໧╵᱌ 731 ca.) di Yamanoue (o anche Yamanoe) no Okura (ጊ਄ ᙘ⦟422 660-733). L’autore di nascita presumibilmente poco brillante, ma dotto e promosso al basso rango nobiliare, andò più volte in province in veste di governatore (kokushi ࿖ม423) ed ebbe così modo di osservare da vicino la vita stentata dei contadini. Okura ᙘ⦟ stesso dovrebbe peraltro aver condotto, almeno in età avanzata, una vita abbastanza agiata, quale si confaceva al suo rango.

« Nelle notti di pioggia mista a vento, nelle notti di neve mista a pioggia, fa così freddo che non so cosa fare, prendo in mano di tanto in tanto un pizzico di sale grezzo e me lo metto in bocca, succhio la feccia di sake sciolta nell’acqua calda, continuo a tossire, tiro su col naso, accarezzo la mia barba misera, dico che all’infuori di me non ci saranno altri esseri umani e me ne sento fiero, ma fa tanto freddo che mi copro con una tela di canapa, mi metto tutti i miei abiti privi di maniche, nelle notti così fredde i padri e le madri di gente più povera di me avranno fame, si intirizziranno, le mogli e i figli piangeranno chiedendo cibi e vestiti, nei momenti così, tu, come tiri avanti? Dicono che il cielo e la terra sono vasti, ma per me si sono fatti angusti? Dicono che il sole e la luna risplendono, ma a me sono avari di dare la loro luce? È così per tutta la gente o solo per me? Mi è capitato di nascere quale uomo, anch’io sono fatto come tutti gli altri, porto sulle spalle stracci senza imbottitura di cotone, paragonabili ad alghe marine, nel tugurio schiacciato e storto mi circondano sulla paglia messa in diretto contatto con la terra il mio papà e la mia mamma da parte del mio guanciale e mia moglie e i miei figli verso i miei piedi, gemono e si lamentano, dal fornello non sale fumo, nell’apparecchio a vapore per il riso ci sono delle ragnatele, non penso più a cuocere il riso, mi addoloro e gemo, quand’ecco mi arriva dall’ingresso la voce esigente del capo villaggio con una frusta in mano come il proverbio che dice, ‘tagliare le estremità a una cosa già corta’, non so proprio dove sbattere la testa, è così la vita umana? »

421 422 423

Hin/kyş/ mon/dŇ/ no/ uta ⽺ 1282/753 ┆ 1821/897 ໧ 75/162 ╵ 434/160 ߩ᱌ 478/392 Yama/no/ue/ no/ Oku/ra ጊ 60/34 ਄ 21/32 ᙘ 1662/381 ⦟ 520/321 koku/shi ࿖ 8/40 ม 712/842 72

REGIME ALIMENTARE DEGLI ABITANTI DELLA CAPITALE

Dal citato chŇka 㐳᱌ di Okura ᙘ⦟ si può desumere che la gente di campagna si trovassero con ogni probabilità vicini a morire per fame o per denutrizione. Sembra invece che gli abitanti della capitale, specie i nobili-funzionali pubblici residenti alla capitale, si nutrissero di cibi non molto dissimili da quelli che i giapponesi d’oggi consumano. Si nota in particolare l’abbondanza di varietà di pesci ed altri prodotti del mare. Le carni di animali domestici non venivano consumate o quasi, in quanto il buddhismo ammonisce di non uccidere alcun essere vivente. Difatti il « non privare della vita » è il primo dei precetti che i buddhisti sono tenuti ad osservare. Così, ai tempi dell’imperatore Tenmu (Tenmu tennŇ ᄤᱞᄤ⊞) e per l’esattezza nel 675 fu proibito consumare la carne di certi animali (« È vietato consumare le carni di bovini, cavalli, cani, scimmie e galline »). In seguito, nel 736 un editto dell’imperatore ShŇmu (ShŇmu tennŇ ⡛ᱞᄤ⊞) decretava fuorilegge la macellazione. Inoltre, in certe occasioni, dette hŇjŇe (᡼↢ળ 424 lett. riunione di liberazione degli esseri viventi), venivano liberati animali in cattività. Si sa che quando il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) fu introdotto in Giappone, il regime alimentare dei giapponesi consisteva già fondamentalmente nella combinazione di ‘riso’, ‘verdure’ e ‘prodotti del mare’. Non c’è dubbio che i sopraccitati provvedimenti produssero l’effetto che tale consuetudine dietetica si consolidasse ulteriormente. La gente d’allora conosceva di certo diversi modi di cuocere i cibi. A questo riguardo è da mettere in particolare rilievo il fatto che si preferiva consumare i cibi d’accompagnamento possibilmente ‘crudi’. Adesso si sa per certo che la gente mangiava crudi o quasi non soltanto verdure, ma anche pesci d’acque dolce quali carpe e carassi. Le verdure venivano consumate volentieri in salamoia, quindi crude. È da dire che la predilezione dei giaponesi per ortaggi in salamoia (tsukemono ẃ‛425) e fettine di pesce mangiate crude (sashimi ೝり426), entrambi indispensabili alla cucina giapponese d’oggi, ha un’origine antica. Da ultimo, non si usava quasi mai l’olio. Si vede che la tradizione di una cucina poco oleosa, tanto meno grassa, della cucina giapponese ha anch’essa una lunga storia.

424 425 426

hŇ/jŇ/e ᡼ 282/512 ↢ 29/44 ળ 12/158 tsuke/mono ẃ 1841/1793 ‛ 126/79 sashi/mi ೝ 954/881 り 331/59 73

CAPITOLO III

Età antica 2: periodo Heian

Parte prima: Aspetti politico, sociale ed economico (Governo aristocratico e nascita della classe samuraica)

§15. Periodo Heian (7941185/1192)  Nel 794 l’imperatore Kanmu (Kanmu tennŇ ᪂ᱞᄤ⊞ 427 r. 781-806), per sottrarre la politica dello Stato alle ingerenze delle forze buddhiste (ψ§12), trasferì la corte (chŇtei ᦺᑨ428) a HeiankyŇ (ᐔ቟੩ 429 lett. capitale della pace e della tranquillità, città attuale di KyŇto ੩ㇺ430 ψcarta 7), nuova capitale imponente, costruita anch’essa sul modello di Chang’an (Ch’ang-an 㐳቟ 431 giapp. ChŇan). Da allora 427 428 429 430 431

Piano di HeiankyŇ ᐔ቟੩

żKinkaku (Ⱥ§32) ż RyŇanji (Ⱥ§36) Kitano Tenmangş (Ⱥ§16)

ż Ginkaku (Ⱥ§32) Chion’in (Ⱥ§33)

ż Yasaka jinja (Ⱥ§25) Rokuharamitsuji (Ⱥ§36) SanjşsangendŇ (Ⱥ§36) Stazione ferr. di KyŇto

ż città odierna di KyŇto Katsura rikyş (Ⱥ§54)

TŇji (Ⱥ§23) 0

Kan/mu/ ten/nŇ ᪂ non reg./non reg.ᱞ 448/1031 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 chŇ/tei ᦺ 257/469 ᑨ 1493/1111 Hei/an/kyŇ ᐔ 143/202 ቟ 128/105 ੩ 16/189 KyŇ/to ੩ 16/189 ㇺ 92/188 ChŇ/an 㐳 25/95 ቟ 128/105 75

2km

per oltre mille anni la corte (chŇtei ᦺᑨ) rimase quasi sempre a HeiankyŇ ᐔ቟੩ /KyŇto ੩ㇺ, e di questo periodo fa parte la prima fase, detta periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ 794-1185/1192), di circa 400 anni, durante il quale il potere effettivo risiedeva alla corte (chŇtei ᦺᑨ). ٟ En passant, si segnala che sotto certi aspetti sia HeijŇkyŇ ᐔၔ੩ (lett. ‘capitale-cittadella della pace’) sia HeiankyŇ ᐔ቟੩ (lett. ‘capitale della pace e della tranquillità’) lasciavano molto a desiderare. Citeremo due tali esempi: mancato ordine pubblico e scarsa igiene pubblica. Si sa che in entrambe le città era assai precaria la sicurezza pubblica. Risulta che la gente comune, quando usciva di casa, specie dopo il tramonto, doveva portare con sé una spada o un arco e delle frecce per difendersi. Non venivano risparmiate neanche le monache: in una canzonetta popolare allora in voga alla capitale si trova, infatti, un verso come il seguente: ‘Non c’è monaca che non sia armata di naginata (㐳ಷ432 lett. spada lunga)’ È da dire che a dispetto di come venivano chiamate si trattava di città ben lontane dall’essere ‘tranquille’ e in ‘pace’. Inoltre, adesso si sa per certo che si gettavano direttamente nei fossati scavati ai due lati delle strade le acque di rifiuto e persino quelle dei pozzi neri, nonché le immondizie. Si può facilmente immaginare come da questi piccoli focolai le malattie infettive epidemiche si difondessero (ed infatti si diffondevano ripetutamente) in un batter d’occhio su una vasta zona. Si può dire che diversamente da quanto si immagina spontaneamente dalle opere letterarie ed artistiche d’alto livello del tempo, igienicamente queste capitali dovrebbero essere state inaccettabili.

 Dal punto di vista del regime politico è opportuno suddividere questo periodo in tre fasi: E

T À

A N

T I



sistema ritsuryǀ ᓞ઎೙ᐲ c. KƿNIN-JƿGAN ᒄੳ࡮⽵ⷰᢥൻ



1192 1185

1086

periodo ᐔ ቟

p. NARA ᄹ⦟ᤨઍ

432

A 969

794

c. TENPYƿ ᄤᐔᢥൻ

C

H E I A N





dittatura dei Fujiwara sekkan seiji ៨㑐᡽ᴦ

insei 㒮 ᡽

cultura NAZIONALE / cultura FUJIWARA ࿖㘑ᢥൻ / ⮮ේᢥൻ

naginata 㐳 25/95 ಷ 1494/37

76

 Si è già detto che i tre periodi di Yamato (Yamato jidai ᄢ๺ᤨઍ), Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ) e Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) costituiscono l’età antica (kodai ฎઍ433). Sotto l’aspetto delle istituzioni politiche il periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ), difatti, non andrebbe separato da quello precedente, ma culturalmente ha una sua propria fisionomia che lo distingue; in particolare, nella storia della letteratura si è soliti tracciare una linea netta fra i due periodi di Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ) e Heian (Heian jidai ᐔ ቟ᤨઍ): la letteratura anteriore al trasferimento della capitale a HeiankyŇ (Heian sento ᐔ቟ㆫㇺ434 794) viene spesso chiamata jŇdai bungaku (਄ઍᢥቇ435 lett. letteratura dell’età superiore) e la letteratura che fa riscontro in pratica con quella del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) chşko bungaku (ਛฎᢥቇ436 lett. letteratura dell’antichità media) o anche ŇchŇ bungaku (₺ᦺᢥቇ437 lett. letteratura di corte del sovrano).

§16. Dittatura dei Fujiwara e insei All’inizio del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) vennero varati diversi provvedimenti finalizzati all’aggiustamento e alla rivitalizzazione del sistema ritsuryŇ (ritsuryŇ seido ᓞ઎೙ᐲ) in ogni suo settore, ma con scarsi successi, specie nel settore fondiario. In contrasto con il progressivo rilassamento dello Stato ritsuryŇ (ritsuryŇ kokka ᓞ઎࿖ኅ), l’ascesa del Fujiwarashi (Fujiwarauji ⮮ේ᳁ψ§5, §7) procedeva a ritmo accelerato in virtù sia della politica matrimoniale spinta sempre più energicamente che degli intrighi orditi ai danni dei rivali. SEKKAN S E I J I

ٟ < Sugawara no Michizane: vittima dei Fujiwara > Fra le vittime delle macchinazioni dei Fujiwara (Fujiwarashi ⮮ේ᳁) si ricorda Sugawara no Michizane

(⩲ේ㆏⌀438 845-903), uno dei massimi studiosi d’allora dell’istituto d’istruzione, detto daigakuryŇ (ᄢቇኰ439 lett. università; chiamato anche daigaku ᄢቇ), per la preparazione di funzionari statali.  Fu eccezionalmente promosso a udaijin (ฝᄢ⤿ ψ§6) per controbilanciare i 433 434 435 436 437 438 439

ko/dai ฎ 373/172 ઍ 68/256 Hei/an/ sen/to ᐔ 143/202 ቟ 128/105 ㆫ 1975/921 ㇺ 92/188 jŇ/dai/ bun/gaku ਄ 21/32 ઍ 68/256 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 chş/ko/ bun/gaku ਛ 13/28 ฎ 373/172 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 Ň/chŇ/ bun/gaku ₺ 499/294 ᦺ 257/469 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 Suga/wara/ no/ Michi/zane ⩲ non reg./non reg.ේ 132/136 ㆏ 129/149 ⌀ 278/422 dai/gaku/ryŇ ᄢ 7/26 ቇ 33/109 ኰ 1462/1323 77

Fujiwara (Fujiwarashi ⮮ේ᳁ ), ma nel 901, accusato falsamente da uno dei Fujiwara di aver complottato contro l’imperatore, fu degradato ed esiliato al Dazaifu (ᄢቿᐭ440 ψ§6) dove morì due anni dopo. Sono tramandati gli episodi infausti accaduti dopo la sua morte ed attribuiti al suo spirito vendicativo (onryŇ ᕉ 㔤441 ψ§25). Venne annoverato tra i kami ␹ ed a lui furono dedicati i santuari shintoisti Tenmangş ᄤḩች, fra cui Kitano Tenmangş (ർ㊁ᄤḩች442 detto anche Kitano jinja ർ㊁␹␠443 o Kitano Tenjin ർ㊁ᄤ␹444) di KyŇto ੩ㇺ.  Michizane ㆏⌀, al momento di lasciare KyŇto ੩ㇺ, compose il seguente waka ๺᱌445 ben noto, guardando i fiori di ume * ᪢446 (pronuncia: [mme]) del suo giardino:

ߎߜ็447߆߫ߦ߶߭߅ߎߖࠃ᪢ߩ⧎448޽ࠆߓߥߒߣߡᤐ449ࠍᔓ450 ࠆߥ Kochi fukaba / nioi okose yo / ume* no hana /aruji nashitote / haru wo wasuru na [Voi, fiori di ume*! Quando soffia il vento da est, emanate il vostro profumo. Rimarrete senza il vostro padrone, ma non dimenticate la primavera.] * pianta di origine cinese. I suoi fiori sono intensamente profumati e costituiscono tradizionalmente uno degli argomenti preferiti di poesia waka ๺᱌. I suoi frutti, chiamati anch’essi ume ᪢, sempre agri anche quando sono maturi ricordano a prima vista albicocche immature. Molti dizionari bilingui erroneamente identificano gli ume ᪢ con susine o prugne.

 ‫ ޣ‬SEKKAN SEIJI ‫ ޤ‬Nella seconda metà del IX secolo, furono ricoperti e successivamente monopolizzati dai Fujiwara (Fujiwarashi ⮮ේ᳁) due massimi organi tra quanti creati in aggiunta a quelli dell’apparato burocratico stabilito dal ryŇ (ryŇge no kan ઎ᄖቭ lett. organi istituiti all’esterno del ryŇ ઎; ryŇ ψ§5). Si tratta di sesshŇ (៨

440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450

Da/zai/fu ᄢ 7/26 ቿ 1826/1488 ᐭ 156/504 on/ryŇ ᕉ non reg./non reg.㔤 1361/1168 Kita/no/ Ten/man/gş ർ 103/73 ㊁ 85/236 ᄤ 364/141 ḩ 579/201 ች 419/721 Kita/no/ jin/ja ർ 103/73 ㊁ 85/236 ␹ 229/310 ␠ 30/308 Kita/no/ Ten/jin ർ 103/73 ㊁ 85/236 ᄤ 364/141 ␹ 229/310 wa/ka ๺ 151/124 ᱌ 478/392 ume ᪢ 1009/1734 fu/ku ็ 973/1255 ߊ (giapp. moderno: id.) hana ⧎ 551/255 haru ᤐ 461/460 wasu/ru ᔓ 1095/1374 ࠆ (giapp. moderno: wasu/re/ru ᔓ 1095/1374 ࠇࠆ)

78

᡽451 reggente dell’imperatore minorenne) e kanpaku (㑐⊕452 [in sostanza] reggente dell’imperatore maggiorenne) per l’esercizio delle funzioni sovrane.  Uno dei meccanismi sfruttati dai Fujiwara (Fujiwarashi ⮮ේ᳁) per salire e rimanere al potere consisteva, come abbiamo già accennato a più riprese, nel dare in sposa le proprie figlie agli imperatori, fare poi salire al trono principi-nipoti (spesso di soli 6, 7 o 8 anni d’età) e manovrare gli affari dello Stato in qualità di parente materno (gaiseki ᄖᚘ453) investito del titolo di sesshŇ ៨᡽ o kanpaku 㑐⊕.  Al governo amministrato dalle due cariche di sesshŇ ៨᡽ e kanpaku 㑐⊕ si fa riferimento con l’espressione di sekkan seiji (៨㑐᡽ᴦ454; sekkan ៨㑐 φ ses/shŇ ៨ ᡽ 㧗 kan/paku 㑐⊕).  ‫ޣ‬FUJIWARA NO MICHINAGA‫ޤ‬Il personaggio che rappresenta il successo straordinario del Fujiwarashi ⮮ේ᳁ è Fujiwara no Michinaga (⮮ේ㆏㐳455 966-1027). Dopo aver tenuto l’ufficio di sadaijin Ꮐᄢ⤿, ottenne la carica di sesshŇ ៨᡽. Lo Eiga monogatari (䇺ᩕ⪇‛⺆䇻456 e anche 䇺ᩕ⧎‛⺆䇻 it. Storia di splendori ψ§22) riporta le seguenti sue parole che costituiscono una testimonianza eloquente della gloria di Michinaga ㆏㐳:

« Anche se muoio, non me ne lamenterò minimamente. Ho esercitato da solo il potere supremo per oltre ben 30 anni. Ho dato in moglie all’imperatore IchijŇ ৻᧦457 la primogenita ShŇshi ᓆሶ che ha dato due imperatori, Go-IchijŇ ᓟ৻᧦459 e Go-Sujaku ᓟᧇ㓴. Ho dato in sposa la secondogenita Kenshi ᅪ ሶ all’imperatore SanjŇ ਃ ᧦ , la terzogenita Ishi ᆭሶ all’imperatore Go-IchijŇ ᓟ৻᧦. La quartogenita Kishi ሜሶ andò sposa all’imperatore Go-Sujaku ᓟᧇ㓴 quando egli era ancora principe ereditario, e partorì l’imperatore Go-Reizei ᓟ಄ᴰ. Il primogenito Yorimichi 㗬㆏ è diventato sadaijin Ꮐᄢ⤿ con la carica di 458,

451 452 453 454 455 456 457 458 459

ses/shŇ ៨ 1754/1692 ᡽ 50/483 kan/paku 㑐 104/398 ⊕ 266/205 gai/seki ᄖ 120/83 ᚘ non reg./non reg. sek/kan/ sei/ji ៨ 1754/1692 㑐 104/398 ᡽ 50/483 ᴦ 181/493 Fuji/wara/ no/ Michi/naga ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ㆏ 129/149 㐳 25/95 Ei/ga/ mono/gatari 䇺ᩕ 745/723 ⪇ 807/1074 ‛ 126/79 ⺆ 274/67䇻 Ichi/jŇ ৻ 4/2 ᧦ 391/564 ShŇ/shi ᓆ 1338/1827 ሶ 56/103 Go-/Ichi/jŇ ᓟ 45/48 ৻ 4/2 ᧦ 391/564 79

kanpaku 㑐⊕, e Norimichi ᢎㅢ ministro dell’interno (naidaijin ౝᄢ⤿460 [uno dei ryŇge no kan ઎ᄖቭ461]). Yorimune 㗬ቬ e Yoshinobu ⢻ା sono nominati gon-dainagon (ᮭᄢ⚊⸒462; gon ᮭ provvisorio, in soprannumero), e infine Nagaie 㐳ኅ gon-chşnagon (ᮭਛ⚊⸒; chşnagon ਛ⚊⸒ [uno dei ryŇge no kan ઎ᄖቭ]). A partire dal nostro capostipite nessuno ha avuto una vita così gloriosa come questa mia. Non credo che potremo ripeterla in avvenire. Perciò, trovandomi ora sull’orlo della fossa, non ho niente di cui pentirmi ».

 Poi, secondo il diario ShŇyşki (䇺ዊฝ⸥䇻463 978-1032) di Fujiwara no Sanesuke (⮮ ේታ⾗ 957-1046), Michinaga ㆏㐳 avrebbe cantato, in occasione delle nozze della terzogenita Ishi ᆭሶ, il seguente waka (๺᱌ ψ§11), paragonando se stesso ad una luna piena:

 ߎߩ਎464ࠍ߫ᚒ465߇਎ߣߙᕁ466߰ᦸ᦬467ߩᰳ468ߌߚࠆߎߣ߽ߥߒߣᕁ߳߫ Kono yo woba / waga yo to zo omŇ / mochizuki no / kaketaru koto mo / nashi to omoeba [Questo mondo, lo considero il mio, perché a me non manca nulla, così come non manca niente ad una luna piena].

INSEI: GOVERNO DEGLI IMPERATORI ABDICATARI

Verso la metà dell’XI secolo la dittatura dei Fujiwara (Fujiwarashi ⮮ේ᳁) cominciava a dare i primi segni di declino, quando salì al trono l’imperatore Go-SanjŇ (Go-SanjŇ tennŇ ᓟ ਃ᧦ᄤ⊞ 469 r. 1068-1072). Dopo oltre 100 anni sua madre era la prima a non

460 461 462 463 464 465 466 467 468 469

nai/dai/jin ౝ 51/84 ᄢ 7/26 ⤿ 981/835 ryŇ/ge/ no/ kan ઎ 668/831 ᄖ 120/83 ቭ 225/326 gon-/dai/na/gon ᮭ 260/335 ᄢ 7/26 ⚊ 994/758 ⸒ 279/66 ShŇ/yş/ki 䇺ዊ 63/27 ฝ 503/76 ⸥ 147/371䇻 yo ਎ 152/252 wa/ga ᚒ 1392/1302 ߇ omŇ (omo/o) ᕁ 149/99 ߰ (giapp. moderno: omŇ ᕁ 149/99 ߁) mochi/zuki ᦸ 361/673 ᦬ 26/17 ka/ku ᰳ 968/383 ߊ (giapp. moderno: ka/ke/ru ᰳ 968/383 ߌࠆ) Go-/San/jŇ/ ten/nŇ ᓟ 45/48 ਃ 10/4 ᧦ 391/564 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297

80

discendere dalla linea sesshŇ e kanpaku (sekkanke ៨㑐ኅ470 lett. casa di sesshŇ ៨᡽ e kanpaku 㑐⊕) dei Fujiwara (Fujiwarashi ⮮ේ᳁), ossia la linea principale, detta hokke (ർኅ471 lett. casa settentrionale), dei Fujiwara (Fujiwarashi ⮮ේ᳁) che aveva il diritto esclusivo di fornire mogli agli imperatori (tennŇ ᄤ⊞).  Fu questa l’occasione propizia per ripristinare l’autorità imperiale senza alcun timore. Il suo successore l’imperatore Shirakawa (Shirakawa tennŇ ⊕ᴡᄤ⊞472 r. 1072-1086), unanime con il Go-SanjŇ tennŇ ᓟ ਃ᧦ ᄤ⊞ , dopo l’abdicazione a favore d’un giovanissimo figlio, continuò ad occuparsi degli affari dello Stato presso il suo in (㒮473 abitazione dell’imperatore abdicatario [jŇkŇ ਄⊞474] e di nobildonne d’alto rango), istituendo una nuova forma di governo detta insei (㒮᡽475 it. governo claustrale, [intermittentemente] 1086-1840). Intorno al suo in 㒮 e a quelli dei suoi successori si formò un gruppo di sostenitori anti-Fujiwara, molti dei quali zuryŇ (ฃ㗔476 ψ§17) arricchiti che simboleggiavano una nuova emergente forza sorta nei villaggi agricoli; se si considera, inoltre, che lo insei 㒮 ᡽ era sostenuto anche da un corpo armato, detto hokumen no bushi (ർ㕙ߩᱞ჻477 bushi-guardie del lato settentrionale dello in 㒮 ; bushi ᱞ ჻ ψ §18), alle dirette dipendenze degli imperatori in ritiro, esso fu, in pratica, un potere transitorio foriero dell’avvicinarsi d’un radicale mutamento istituzionale. Sotto lo insei 㒮᡽ il potere dei Fujiwara (Fujiwarashi ⮮ේ᳁) registrò un netto declino. ٟ L’arco di circa un secolo che va dal 1086 (inizio dello insei 㒮᡽) al 1179 (soppressione dello insei 㒮᡽ ad opera di Taira no Kiyomori ᐔᷡ⋓478 ψ§18) o al 1185 (battaglia di Dannoura [Dannoura no tatakai სࡁᶆߩᚢ޿479] ψ§18) durante cui gli imperatori abdicatari, in concorrenza con gli imperatori in carica, rappresentavano la massima autorità politica è chiamato spesso inseiki (㒮᡽ᦼ480 lett. periodo dello insei ).

470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480

sek/kan/ke ៨ 1754/1692 㑐 104/398 ኅ 81/165 hok/ke ർ 103/73 ኅ 81/165 Shira/kawa/ ten/nŇ ⊕ 266/205 ᴡ 698/389 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 in 㒮 236/614 jŇ/kŇ ਄ 21/32 ⊞ 964/297 in/sei 㒮 236/614 ᡽ 50/483 zu/ryŇ ฃ 223/260 㗔 338/834 hoku/men/ no/ bu/shi ർ 103/73 㕙 165/274 ߩᱞ 448/1031 ჻ 301/572 Taira/ no/ Kiyo/mori ᐔ 143/202 ᷡ 509/660 ⋓ 737/719 Dan/no/ura/ no/ tataka/i ს 1384/1839 ࡁᶆ 856/1442 ߩᚢ 88/301 ޿ in/sei/ki 㒮 236/614 ᡽ 50/483 ᦼ 119/449 81

§17. Sviluppo delle proprietà terriere  Si è già detto che in seguito al riconoscimento (743) di privatizzazione del terreno dissodato ex-novo, gli shŇen ⨿࿦481 in possesso dei cortigiani altolocati della capitale e dei monasteri si andavano moltiplicando durante l’VIII e il IX secolo. Si tratta di shŇen ⨿࿦ chiamati dagli storici specificamente jikonchikei shŇen (⥄ნ࿾♽⨿࿦482 lett. shŇen formati per dissodamento per conto proprio) CROLLO DELLA BASE DELLO STATO RITSURYņ

Parallelamente a quanto sopra si rivelava sempre più impraticabile il regime fondiario Handen shşju no hŇ (⃰ ↰෼᝼ᴺ483 ψ§6), che pertanto agli inizi del X secolo fu abbandonato definitivamente. In pratica ciò segnò la fine dello Stato ritsuryŇ (ritsuryŇ kokka ᓞ઎࿖ኅ).

SHņEN INDIPENDENT I DA L L O S TAT O

Originariamente gli shŇen ⨿࿦ erano stati soggetti ad una tassazione identica a quella del regime tributario (ψ §6) istituito dal ritsuryŇ ᓞ઎, ma a partire dal IX-X secolo i loro proprietari (shŇen ryŇshu ⨿࿦㗔ਥ484), ossia nobili residenti alla capitale e istituti religiosi, facendo valere la propria autorità, cominciarono ad ottenere, in proporzioni sempre più cospicue, l’esenzione dalle imposte (fuyu no ken ਇャᮭ485) e, in un secondo tempo, anche la facoltà di respingere l’intervento dei poteri di polizia dello Stato (funyş no ken ਇ౉ᮭ 486). A questo punto gli shŇen ⨿࿦ equivalsero, per così dire, a zone extraterritoriali. Ai coltivatori (shŇmin ⨿᳃ 487 lett. abitanti di shŇen), però, furono ugualmente imposti il tributo nengu (ᐕ⽸488 lett. tributo annuale; tributo che corrispondeva in pratica all’imposta so [⒅489 ψ§6] del sistema ritsuryŇ) e la corvée che finivano poi nelle tasche dei proprietari di shŇen (shŇen ryŇshu ⨿࿦㗔ਥ). Erano, come dire, evasioni fiscali legittimate pubblicamente.

481 482 483 484 485 486 487 488 489

shŇ/en ⨿ 1208/1327 ࿦ 412/447 ji/kon/chi/kei/ shŇ/en ⥄ 53/62 ნ 1962/1136 ࿾ 40/118 ♽ 786/908 ⨿ 1208/1327 ࿦ 412/447 Han/den/ shş/ju/ no/ hŇ ⃰ 1448/1381 ↰ 24/35 ෼ 411/757 ᝼ 558/602 ᴺ 145/123 shŇ/en/ ryŇ/shu ⨿ 1208/1327 ࿦ 412/447 㗔 338/834 ਥ 91/155 fu/yu/ no/ ken ਇ 134/94 ャ 424/546 ᮭ 260/335 fu/nyş/ no/ ken ਇ 134/94 ౉ 74/52 ᮭ 260/335 shŇ/min ⨿ 1208/1327 ᳃ 70/177 nen/gu ᐕ 3/45 ⽸ 1572/1719 so ⒅ 1481/1083 82

SHņEN FORMATI PER DONAZIONE

I nobili d’alto rango della capitale ed i templi non erano gli unici a possedere shŇen ⨿࿦: a causa della progressiva disfunzione dello Handen shşju no hŇ ⃰↰෼᝼ᴺ, che a lungo andare finiva, per forza di cose, col permettere la privatizzazione, per così dire, automatica dei kubunden (ญಽ↰490 ψ §6), i potenti locali (ossia gŇzoku ⽕ᣖ) con in testa i gunji (㇭ม491 ψ§6) e il ceto superiore dei coltivatori pervennero, anch’essi, ad essere dei proprietari (myŇshu ฬਥ 492) di possedimenti (myŇden ฬ↰493 lett. terre che portano il nome del proprietario) di una certa consistenza. Essi come tali, tuttavia, non avevano forza sufficiente a far fronte alle ingerenze prepotenti dei kokushi ࿖ม494 e dei rivali, tanto meno quindi ad ottenere l’immunità fiscale al pari dei personaggi prestigiosi (kenmon seika ᮭ㐷൓ኅ495 p.es. Fujiwarashi ⮮ ේ᳁). Ricorsero allora ad un accorgimento, quello di chiedere a un kenmon seika ᮭ㐷 ൓ኅ di agire da prestanome in cambio di un compenso periodico e continuarono ugualmente ad occuparsi degli affari dei terreni, facendosi nominare dai donatari (ryŇke 㗔ኅ496) amministratore (shŇkan ⨿ቭ497). A volte accadeva che i donatari (ryŇke 㗔ኅ), non sentendosi molto sicuri, si rivolgevano a loro volta ad un superiore (honke ᧄኅ498) per ottenere appoggio e protezione. Così, si formarono shŇen ⨿࿦ chiamati più propriamente kishinchikei shŇen (ነㅴ࿾♽⨿࿦499 shŇen formati per donazione).  ‫ޣ‬SHņEN E SOVRASTRUTTURA‫ޤ‬Mediante il meccanismo descritto qui sopra, a partire dal X secolo, le terre private si concentrarono almeno nominalmente nelle mani di pochi alti personaggi e istituti religiosi. Il governo aristocratico e la cultura aristocratica del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) poggiavano non soltanto sui lauti stipendi elargiti dallo Stato, ma anche sulle ricchezze provenienti da una immensa mole di shŇen ⨿࿦ così accumulatisi in mano a pochi privilegiati che erano proprietari assenti.

490 491 492 493 494 495 496 497 498 499

ku/bun/den ญ 213/54 ಽ 35/38 ↰ 24/35 gun/ji ㇭ 797/193 ม 712/842 myŇ/shu ฬ 116/82 ਥ 91/155 myŇ/den ฬ 116/82 ↰ 24/35 koku/shi ࿖ 8/40 ม 712/842 ken/mon/ sei/ka ᮭ 260/335 㐷 385/161 ൓ 365/646 ኅ 81/165 ryŇ/ke 㗔 338/834 ኅ 81/165 shŇ/kan ⨿ 1208/1327 ቭ 225/326 hon/ke ᧄ 15/25 ኅ 81/165 ki/shin/chi/kei/ shŇ/en ነ 545/1361 ㅴ 125/437 ࿾ 40/118 ♽ 786/908 ⨿ 1208/1327 ࿦ 412/447 83

KOKUSHI PARAGONABILI AD ALTI CORTIGIANI

Da ultimo, riguardo alla terra sotto il diretto controllo dei kokushi ࿖ม, detta kokugaryŇ (࿖ⴟ㗔500 terreni pubblici di proprietà dello Stato; kokuga ࿖ⴟ ψ§6), la situazione non differiva molto. In seguito alla nascita dei myŇshu ฬਥ i compiti dei kokushi ࿖ม si ridussero a uno solo: quello di riscuotere il più alto numero di imposte e versarne al fisco solo una quantità stabilita; tutto il resto veniva intascato con l’avallo tacito del governo. È quindi evidente che per i nobili di medio e basso rango, i posti di kokushi ࿖ม istituzionalmente loro riservati costituivano vere miniere d’oro. L’avidità dei kokushi ࿖ม, insieme a quella dei jitŇ (࿾㗡501 ψ§27) del periodo successivo, è passata alla storia. ٟ En passant, ricordiamo che a partire dalla metà del periodo Heian (Heian jidai

ᐔ ቟ ᤨ ઍ ) i kokushi ࿖ ม furono chiamati solitamente zuryŇ ( ฃ 㗔 502 [originariamente] subentro al predecessore) e quasi tutte le scrittrici-dame di corte (ψ§22) della letteratura Heian (Heian bungaku ᐔ቟ᢥቇ503, chşko bungaku ਛฎ ᢥቇ lett. letteratura dell’antichità media, ŇchŇ bungaku ₺ᦺᢥቇ504 it. letteratura di corte Heian) erano figlie di zuryŇ ฃ㗔.

§18. Nascita ed ascesa della classe dei guerrieri; gli Heishi e i Genji SITUAZIONI SOCIOPOLITICHE LOCALI

L’allentamento del potere dello Stato ritsuryŇ (ritsuryŇ kokka ᓞ઎࿖ኅ) sfociò in un elevato assenteismo nei compiti da parte dei cortigiani, la cui gestione, poi, degli shŇen ⨿࿦, era ben lungi dall’essere da loro svolta, personalmente. Molti kokushi ࿖ม, dal canto loro, anziché recarsi ad occupare le proprie cariche in provincia, non si muovevano dalla capitale (yŇnin ㆝છ505 lett. allontanamento dal compito) e riscuotevano ugualmente le loro spettanze. Le situazioni socio-politiche locali erano pertanto in stato di abbandono, ed ai più abili e spregiudicati tutto ciò forniva cospicui vantaggi.

500 501 502 503 504 505

koku/ga/ryŇ ࿖ 8/40 ⴟ non reg./non reg.㗔 338/834 ji/tŇ ࿾ 40/118 㗡 386/276 zu/ryŇ ฃ 223/260 㗔 338/834 Hei/an/ bun/gaku ᐔ 143/202 ቟ 128/105 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 Ň/chŇ/ bun/gaku ₺ 499/294 ᦺ 257/469 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 yŇ/nin ㆝ non reg./non reg.છ 310/334 84

NASCITA DEI BUSHI

All’epoca in cui i Fujiwara (Fujiwarashi ⮮ේ᳁) godevano del loro secolo d’oro alla capitale, nelle province stava emergendo una nuova forza, che oggi viene chiamata degli storici giapponesi bushi (ᱞ჻506 guerriero; it. samurai ଂ507). Costoro, sia pure di diverse origini, avevano comunque dei terreni agricoli in proprio all’interno degli shŇen ⨿࿦ o dei kokugaryŇ (࿖ⴟ㗔 ψ§17) e loro stessi li amministravano direttamente a differenza dei cortigiani che continuarono ad abitare alla capitale. Col tempo poi dovettero armarsi per difendere i propri interessi di fronte ad una situazione fattasi di anarchia. Si organizzarono inoltre in gruppi chiamati bushidan ᱞ჻࿅508 con il rapporto reciproco di « fedeltà – protezione »; in un secondo tempo più bushidan ᱞ჻࿅ si coalizzarono, sempre mediante vassallaggio, in unità maggiori, ciascuna sotto il comando di un capo carismatico, detto tŇryŇ ᫟᪞509, del gruppo nucleare. Così, sorsero qua e là diversi corpi armati di grande organico.  ‫ޣ‬CRESCITA DEI BUSHI E LORO INGRESSO ALLA CAPITALE‫ ޤ‬I bushi ᱞ჻ si battevano per estendere la propria sfera d’influenza; non solo, ma capitavano ogni tanto casi di insurrezione di taluni bushi ᱞ჻ e le sollevazioni venivano poi represse dai bushi ᱞ჻ stessi. ٟ Del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) sono ben noti i seguenti due casi di insurrezione: ‫ ڏ‬Taira no Masakado no ran ( ᐔ዁㐷ߩੂ 510 lett. Ribellione di Taira no Masakado, prima metà X sec.), tentativo di indipendenza di Taira no Masakado (ᐔ዁㐷 ?-940). Si proclamò shinnŇ (ᣂ⊞511 lett. nuovo tennŇ ᄤ⊞). ‫ ڏ‬Fujiwara no Sumitomo no ran (⮮ේ⚐෹ߩੂ512 lett. Ribellione di Fujiwara no Sumitomo, prima metà X sec.), pirateria di Fujiwara no Sumitomo (⮮ේ⚐ ෹ ?-941), ex-kokushi ࿖ม fattosi pirata capo.

 La forza dei bushi ᱞ჻ e la loro preparazione militare avevano da tempo attirato l’attenzione e l’apprezzamento dei nobili che, vista la propria incapacità di agire di fronte ai disordini, cominciarono ad invitarli alla capitale per la propria sicurezza 506 507 508 509 510 511 512

bu/shi ᱞ 448/1031 ჻ 301/572 samurai ଂ 1823/571 bu/shi/dan ᱞ 448/1031 ჻ 301/572 ࿅ 172/491 tŇ/ryŇ ᫟ 1899/1406 ᪞ non reg./non reg. Taira/ no/ Masa/kado/ no/ ran ᐔ 143/202 ዁ 561/627 㐷 385/161 ߩੂ 734/689 shin/nŇ ᣂ 36/174 ⊞ 964/297 Fuji/wara/ no/ Sumi/tomo/ no/ ran ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ⚐ 828/965 ෹ 543/264 ߩੂ 734/689 85

personale. Ciò soprattutto perché in quei tempi (e anche nei secoli successivi) i monaci armati chiamati sŇhei ( ௯ ౓ 513 lett. monaci-soldati) mantenuti dai grandi templi buddhisti, in particolare dal KŇfukuji ⥝⑔ኹ514 di Nara ᄹ⦟ e dall’Enryakuji (ᑧᥲ ኹ515 ψ§23), per l’esigenza di difesa dei loro shŇen ⨿࿦ si davano spesso ad atti di prepotenza anche nei confronti del chŇtei ᦺᑨ con richieste esorbitanti, e per giunta, non di rado, si scatenavano in combattimenti tra di loro, spargendo disordini per la capitale. Fatto sta che i monasteri che erano stati un tempo il baluardo di garanzia della pace dello Stato ritsuryŇ (ritsuryŇ kokka ᓞ઎࿖ኅ) erano cresciuti e divenuti una potenza terrena che sfidava lo Stato. ٟ Riguardo agli atti prepotenti e sfrenati dei sŇhei ௯౓ l’imperatore abdicatario

Shirakawa hŇŇ (⊕ᴡᴺ⊞516 insei 1086-1129 ψ§16; hŇŇ ᴺ⊞: titolo assunto dagli imperatori che avevano abdicato e si erano fatti monaci) avrebbe deplorato che tre cose sfuggivano al suo controllo: Il fiume Kamogawa (⾐⨃Ꮉ517, ട⨃Ꮉ o anche 㡞Ꮉ) ingrossato, i dadi da gioco e i sŇhei ௯౓ dell’Enryakuji ᑧᥲኹ. ٟ La parola samurai ଂ deriva dal fatto che durante la seconda metà del periodo Heian (Heian jidai ᐔ ቟ ᤨ ઍ ) essi servivano (servire: saburŇ ଂ ߰ 518 e successivamente samurŇ ଂ߰ per mutamento fonetico), come guardie, la famiglia imperiale e la classe aristocratica. I due termini bushi ᱞ჻ e samurai ଂ possono essere considerati in pratica sinonimi, anche se a rigore non coincidono perfettamente. Mentre la tradizione storiografica occidentale ricorre di solito all’uso della parola samurai ଂ, quella giapponese adotta invece il termine bushi ᱞ჻, e samurai ଂ non è mai usato neppure nei testi di storia giapponese ad uso delle scuole elementari. Ciò perché quest’ultima è una parola autoctona (yamato kotoba ᄢ๺⸒⪲519 ψ§22) e come tale agli orecchi dei giapponesi suona fin troppo infantile.

513 514 515 516 517 518 519

sŇ/hei ௯ 1423/1366 ౓ 447/784 KŇ/fuku/ji ⥝ 695/368 ⑔ 450/1379 ኹ 687/41 En/ryaku/ji ᑧ 758/1115 ᥲ 1793/1534 ኹ 687/41 Shira/kawa/ hŇ/Ň ⊕ 266/205 ᴡ 698/389 ᴺ 145/123 ⊞ 964/297 Ka/mo/gawa ⾐ 778/756 ⨃ 1166/1467 Ꮉ 111/33 saburŇ ଂ 1823/571 ߰ (pronuncia: sabura/u Ⱥ saburŇ) yamato/ koto/ba ᄢ 7/26 ๺ 151/124 ⸒ 279/66 ⪲ 405/253 86

GHI HEISHI versus I GENJI

Di uji (᳁ ψ§4) militari detti buke (ᱞኅ520 termine contrapposto a kuge ౏ኅ521, cioè alla nobiltà di corte) ce n’erano due spiccatamente influenti: Heishi (ᐔ᳁522 o anche Tairauji ᐔ᳁) e Genji (Ḯ᳁523 o anche Minamotouji Ḯ᳁). Ambedue erano discendenti di kokushi ࿖ม di origine imperiale (shinseki kŇka ⤿ ☋㒠ਅ524 lett. discesa all’anagrafe di suddito ψ§22) che, senza tornare alla capitale, si erano stabilizzati in province e si occupavano della gestione agricola. Erano, per così dire, i sangue blu della nascente classe samuraica, quindi i tŇryŇ ᫟᪞525 più prestigiosi. ٟ La seguente canzonetta popolare canta sull’emergere dei bushi ᱞ჻ attraverso

la figura di Minamoto no Yoshiie (Ḯ⟵ኅ 1039-1106) detto Hachiman TarŇ ౎ ᐈᄥ㇢, noto per le sue doti militari particolarmente brillanti: Nel profondo delle montagne / abitato da aquile, / come potrebbero vivere / gli uccelli ordinari? / Benché chiamato / ugualmente Genji, / Hachiman TarŇ / fa paura. (dal RyŇjin hishŇ 䇺᪞Ⴒ⒁ᛞ䇻526 1170 ca.)

 ‫ޣ‬GLORIA EFFIMERA DEGLI HEISHI ‫ ޤ‬Nel 1156 e nel 1159 si ebbero conflitti all’interno del kuge ౏ኅ, ossia della nobiltà di corte (chŇtei ᦺᑨ), e per entrambi gli scontri l’ordine venne ristabilito ad opera del buke ᱞኅ, specie per merito di Taira no Kiyomori (ᐔᷡ⋓527 1118-1181), capo degli Heishi ᐔ᳁. Egli prese in pugno le redini dello Stato in pochi anni, ma a dispetto del fatto che i tempi erano ormai profondamente mutati non seppe istituire una nuova forma di governo, bensì riprodusse in pratica una copia esatta del secolo d’oro dei Fujiwara (Fujiwarashi ⮮ේ ᳁) quasi sotto ogni aspetto (p.es. forma di governo, economia basata sugli shŇen ⨿࿦, politica matrimoniale, vita quotidiana dedita agli svaghi ecc.), e proprio in questo risiedette il suo maggior errore. Gli splendori degli Heishi ᐔ᳁ furono di brevissima durata.

520 521 522 523 524 525 526 527

bu/ke ᱞ 448/1031 ኅ 81/165 ku/ge ౏ 122/126 ኅ 81/165 Hei/shi࡮Taira/uji ᐔ 143/202 ᳁ 177/566 Gen/ji࡮Minamoto/uji Ḯ 827/580 ᳁ 177/566 shin/seki/ kŇ/ka ⤿ 981/835 ☋ 1463/1198 㒠 787/947 ਅ 72/31 tŇ/ryŇ ᫟ 1899/1406 ᪞ non reg./non reg. RyŇ/jin/ hi/shŇ 䇺᪞ non reg./non reg.Ⴒ non reg./non reg.⒁ 865/807 ᛞ 1970/1153䇻 Taira/ no/ Kiyo/mori ᐔ 143/202 ᷡ 509/660 ⋓ 737/719 87

Lo Heike monogatari ( 䇺 ᐔ ኅ ‛ ⺆ 䇻 528 it. Storia dei Taira ψ §34), opera sostanzialmente letteraria ma anche fedele ai fatti storici, racconta come gli Heike (ᐔኅ sinonimo di Heishi ᐔ᳁ e Tairauji ᐔ᳁) dovessero essere annientati dai Genji Ḯ᳁ nella battaglia navale di Dannoura (Dannoura no tatakai სࡁᶆߩᚢ޿ 529 , 1185; Dannoura სࡁᶆ ψcarta 5) dopo una serie di scontri armati Genji Ḯ᳁ vs Heishi ᐔ᳁ chiamati, nel loro insieme, genpei gassen (Ḯᐔวᚢ530 lett. battaglie Genji-Heishi, 1180-1185).  Toccò, così, a Minamoto no Yoritomo (Ḯ㗬ᦺ531 ψ§27), capo dei Genji Ḯ᳁ vittoriosi, il compito di aprire una pagina assolutamente nuova della storia giapponese.

Parte seconda: Cultura

§19. Fine dell’invio di missioni culturali in Cina ADATTAMENTO DELLA CULTURA CINESE ALLA REALTÀ GIAPPONESE

Durante i primi 40-50 anni del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) fu inviata in Cina due volte la missione culturale kentŇshi (㆜໊૶532 ψ§8) e tramite questo canale ufficiale vennero introdotte in Giappone due nuove scuole buddhiste (ψ§23). Il terzo invio fu progettato per l’anno 894 con Sugawara no Michizane ⩲ේ㆏⌀ quale ambasciatore, che però propose e ottenne l’abolizione dei kentŇshi ㆜໊૶ (l’anno dell’ultimo invio: 838), visto che la dinastia dei Tang (T’ang ໊ giapp. TŇ), per quanto fosse stata gloriosa, era ormai in netto declino e il suo impero prossimo allo sfacelo (907).

528 529 530 531 532

Hei/ke/ mono/gatari 䇺ᐔ 143/202 ኅ 81/165 ‛ 126/79 ⺆ 274/67䇻 Dan/no/ura/ no/ tataka/i ს 1384/1839 ࡁᶆ 856/1442 ߩᚢ 88/301 ޿ gen/pei/ gas/sen Ḯ 827/580 ᐔ 143/202 ว 46/159 ᚢ 88/301 Minamoto/ no/ Yori/tomo Ḯ 827/580 㗬 706/1512 ᦺ 257/469 ken/tŇ/shi ㆜ 1180/1173 ໊ 1668/1697 ૶ 226/331 88

 Nel X secolo sotto il governo sekkan seiji ៨㑐᡽ᴦ533 l’adattamento progressivo della cultura cinese alla realtà giapponese produsse come risultato una cultura aristocratica, chiamata letteralmente ‘cultura alla maniera/di carattere nazionale’, ‘cultura tipicamente giapponese’ (kokufş bunka ࿖㘑ᢥൻ534 termine contrapposto alla cultura dei Tang, T’ang ໊ detta tŇfş bunka ໊㘑ᢥൻ535) oppure, specie nel campo delle belle arti anche cultura Fujiwara (Fujiwara bunka ⮮ේᢥൻ536), e le tradizioni del kokufş bunka ࿖㘑ᢥൻ continuarono a condizionare lo sviluppo della cultura giapponese per lunghi secoli successivi.  ‫ޣ‬INTERSCAMBI PRIVATI CON LA CINA‫ޤ‬Malgrado la sospensione nell’anno 894 dei rapporti ufficiali con la Cina, dalla metà del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨ ઍ) alla metà del periodo Kamakura (Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ537 1185/1192-1333 ψ§27), specie durante il governo di Taira no Kiyomori ᐔᷡ⋓, furono condotti su base privata scambi commerciali con la Cina della dinastia Song (Sung ቡ538 giapp. SŇ, 960-1279) sorta sulle rovine dell’impero Tang (T’ang ໊ giapp. TŇ, 618-907). Si vedevano monaci buddhisti recarsi in Cina a studiare tramite questo canale privato.

§20. Cultura nazionale (kokufş bunka) e classe aristocratica CULTURA RAFFINATA MA ANCHE INSANA

La cultura nazionale (kokufş bunka ࿖㘑ᢥൻ) nel suo complesso è definita di solito raffinata, elegante, delicata, armoniosa, effeminata, d’alto livello, libera da influssi cinesi, unica al mondo ecc. Non sarebbe giusto negare tali qualità, ma questo tipo di valutazione non è sufficiente.  Fondamentalmente, la cultura nazionale (kokufş bunka ࿖㘑ᢥൻ) è una cultura creata dalla classe privilegiata per essere poi fruita dalla stessa classe che l’aveva prodotta. Si è detto che i cortigiani dimenticarono completamente di essere funzionari statali. Le loro mansioni consistevano in poche cose: eseguire, secondo il calendario prestabilito e tramandato per secoli, cerimonie e feste in conformità delle prassi rituali e

533 534 535 536 537 538

sek/kan/ sei/ji ៨ 1754/1692 㑐 104/398 ᡽ 50/483 ᴦ 181/493 koku/fş/ bun/ka ࿖ 8/40 㘑 246/29 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 tŇ/fş/ bun/ka ໊ 1668/1697 㘑 246/29 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 Fuji/wara/ bun/ka ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 Kama/kura/ ji/dai ㎨ 1277/2257 ୖ 708/1307 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 SŇ ቡ non reg./non reg. 89

convenzioni (yşsoku kojitsu ᦭ ⡯ ᡿ ታ 539 ), e assistere alle funzioni religiose. Diversamente dai funzionari del periodo del Man’yŇshş (䇺ਁ⪲㓸䇻540 ψ§11), i loro interessi erano limitati alla capitale HeiankyŇ ᐔ቟੩, alla natura che la circondava e alla loro stessa vita chiusa. Tutte le altre cose, quali la natura di altre regioni o la vita quotidiana delle masse, essi le ignoravano totalmente come se non esistessero. Quanto stava loro a cuore era darsi agli svaghi, fare una rapida carriera politica, riuscire nel maggior numero possibile di avventure galanti ed ammirare, in primavera, fiori di ciliegio, e, in autunno, la luna. È vero che in campo letterario-artistico sono descritte o dipinte, già raramente però, anche le figure di contadini al lavoro, ma è impossibile riconoscere in loro, donne o uomini che fossero, una qualsiasi comprensione o simpatia verso chi lavorava. Per loro i contadini erano semplicemente degli oggetti facenti parte degli aspetti stagionali al pari dei fiori di ciliegio, della luna, della neve, dei venti, delle foschie, dei canti di cuculi e di usignoli (kachŇ fşgetsu ⧎㠽㘑᦬541 lett. fiori, uccelli, venti e luna, ossia paesaggi naturali considerati quali temi di opere artistiche e letterarie) su cui continuarono a poetare per secoli, chissà perché, senza avvertirne noia alcuna. La cultura nazionale (kokufş bunka ࿖㘑ᢥൻ) era, dunque, anche insana, esageratamente convenzionale e riservata ad una cerchia ristrettissima, sia socialmente che geograficamente.

§21. Nascita dei kana Agli inizi del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) nacquero due gruppi di scrittura hiragana ᐔ઒ฬ542 e katakana  ઒ฬ543 derivati ambedue dai man’yŇgana (ਁ ⪲઒ฬ544 ψ§11), ovvero dai caratteri cinesi (kanji ṽሼ545) usati come fonogrammi.  Generalmente, nei periodi precedenti per rappresentare graficamente, per esempio, il suono /ka/, si adoperava qualsiasi kanji ṽሼ che avesse questa pronuncia. Nel 539 540 541 542 543 544 545

yş/soku/ ko/jitsu ᦭ 268/265 ⡯ 335/385 ᡿ 455/173 ታ 89/203 Man’/yŇ/shş 䇺ਁ 96/16 ⪲ 405/253 㓸 168/436䇻 ka/chŇ/ fş/getsu ⧎ 551/255 㠽 932/285 㘑 246/29 ᦬ 26/17 hira/ga/na ᐔ 143/202 ઒ 1322/1049 ฬ 116/82 kata/ka/na   905/1045 ઒ 1322/1049 ฬ 116/82 man’/yŇ/ga/na ਁ 96/16 ⪲ 405/253 ઒ 1322/1049 ฬ 116/82 kan/ji ṽ 1394/556 ሼ 612/110 90

Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻 sono usati, ad esempio, oltre 10 kanji ṽሼ diversi per questo suono. Tuttavia, con l’andar del tempo, per ciascun suono venne ad essere utilizzato un numero di kanji ṽሼ sempre minore scelti fra i più semplici, e verso la fine del periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ 710-794) per il suono /ka/ ad esempio, se ne adoperavano soltanto alcuni: ട, น, 㑄, ⾐ e pochi altri, mentre alla fine del processo di eliminazione questi pochi kanji ṽሼ rimasti vennero schematizzati o spezzettati fino a diventare nuovi simboli grafici molto semplici, chiamati oggi hiragana (ᐔ઒ฬ p.es. ߆, ߈, ߊ) e katakana ( ઒ฬ p.es. ࠞ, ࠠ, ࠢ). Gli hiragana ᐔ઒ฬ rappresentano ciascuno, per così dire, la resa corsiva di un intero kanji (p.es. ട ψ ߆). Le donne usavano esclusivamente questa scrittura, ragion per cui furono chiamati scrittura da donna (onnade ᅚᚻ546 lett. mano della donna). Durante tutto il periodo Heian (Heian jidai ᐔ ቟ᤨઍ), diversamente dal giapponese scritto odierno, vennero usati solitamente senza essere mescolati con i kanji ṽሼ. HIRAGANA

ࠎ ࠊ ࠄ ᣡ ๺ ⦟ ࠋ ࠅ ὑ ೑ ߁ ࠆ ቝ ⇐ ࠌ ࠇ ᕺ ␞ ࠍ ࠈ ㆙ ํ

߿ ਽ ޿ એ ࠁ ↱ ߃ ⴩ ࠃ ਈ

߹ ᧃ ߺ ⟤ ߻ ᱞ ߼ ᅚ ߽ Ძ

ߪ ᵄ ߭ Ყ ߰ ਇ ߳ ㇱ ߶ ଻

ߥ ᄹ ߦ ੳ ߧ ᅛ ߨ ␼ ߩ ਫ

ߚ ᄥ ߜ ⍮ ߟ Ꮉ ߡ ᄤ ߣ ᱛ

ߐ Ꮐ ߒ ਯ ߔ ኸ ߖ ਎ ߘ ᦥ

߆ ട ߈ ᐞ ߊ ਭ ߌ ⸘ ߎ Ꮖ

޽ ቟ ޿ એ ߁ ቝ ߃ ⴩ ߅ ᣈ

D’altra parte, i katakana  ઒ฬ sono, ciascuno, un frammento estratto da un determinato kanji (p.es. ട ψ ࠞ). Furono monaci e studiosi ad escogitarli come segni ausiliari per leggere o, per meglio dire, tradurre in giapponese testi in cinese chiamati kanbun ṽᢥ547.

KATAKANA

546 547

onna/de ᅚ 178/102 ᚻ 42/57 kan/bun ṽ 1394/556 ᢥ 136/111 91

ࡦ ࡢ ࡜ ዌ ๺ ⦟ ࡣ ࡝ ੗ ೑ ࠙ ࡞ ቝ ᵹ ࡤ ࡟ ᕺ ␞ ࡥ ࡠ ਱ ํ

ࡗ ਽ ࠗ દ ࡙ ↱ ࠛ ᳯ ࡛ ਈ

ࡑ ᧃ ࡒ ਃ ࡓ — ࡔ ᅚ ࡕ Ძ

ࡂ ౎ ࡅ Ყ ࡈ ਇ ࡋ ㇱ ࡎ ଻

࠽ ᄹ ࠾ ࠾ ࠿ ᅛ ࡀ ␼ ࡁ ਫ

࠲ ᄙ ࠴ ජ ࠷ Ꮊ ࠹ ᄤ ࠻ ᱛ

ࠨ ᢔ ࠪ ਯ ࠬ 㗇 ࠮ ਎ ࠰ ᦥ

ࠞ ട ࠠ ᐞ ࠢ ਭ ࠤ ੺ ࠦ Ꮖ

ࠕ 㒙 ࠗ દ ࠙ ቝ ࠛ ᳯ ࠝ ᣈ

ٟ Letteralmente kanbun ṽᢥ significa testi in cinese del periodo Han ṽ. Sul piano effettivo, invece, testi scritti della Cina nei tempi antichi. La parola Kan (ṽ cin. Han, Han) è usata cioè in riferimento alla Cina di ogni epoca senza limitarsi alla Cina degli Han. Sono chiamati kanbun ṽᢥ anche i testi che i giapponesi scrivevano in cinese o più spesso in cinese grammaticalmente scorretto o poco appropriato. Tali kanbun ṽᢥ in pseudo-cinese si chiama, a stretto rigore, hentai kanbun (ᄌ૕ṽᢥ548 lett. testi in cinese anomalo).

 ‫ޣ‬HEITAIGANA E CALLIGRAFIA ARTISTICA‫ޤ‬Come si è detto sopra, per un dato suono c’erano più man’yŇgana ਁ⪲઒ฬ, e quindi altrettante forme diverse di kana ઒ฬ. Per un lungo periodo fino agli inizi del XX secolo tutte le forme, specie quelle del gruppo hiragana ᐔ઒ฬ, continuarono ad essere usate parallelamente. L’insieme di kana ઒ฬ in forma diversa dagli hiragana ᐔ઒ฬ attualmente in uso si chiama hentaigana (ᄌ૕઒ฬ549 lett. kana a forma diversa).  Che gli hiragana ᐔ઒ฬ stentassero tanto a lungo ad unificarsi trova le cause nella calligrafia artistica detta shodŇ (ᦠ㆏550 ψ§24); in altre parole, se la loro unificazione ritardava è perché, diversamente dai katakana  ઒ฬ adibiti ad un uso strettamente pratico, agli hiragana ᐔ઒ฬ si richiedeva di soddisfare anche esigenze di varietà a fini estetici.  ‫ޣ‬SIGNIFICATO STORICO‫ޤ‬Come si capisce dal caso del Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻 rivelatosi illeggibile già nel periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ), con i soli kanji ṽሼ

548 549 550

hen/tai/ kan/bun ᄌ 324/257 ૕ 110/61 ṽ 1394/556 ᢥ 136/111 hen/tai/ga/na ᄌ 324/257 ૕ 110/61 ઒ 1322/1049 ฬ 116/82 sho/dŇ ᦠ 130/131 ㆏ 129/149

92

è impossibile effettuare, in lingua scritta, comunicazioni precise e spedite. È chiaro perciò che il ruolo svolto dai kana ઒ฬ può dirsi incalcolabilmente prezioso. A riprova di ciò basti ricordare che tutta la mole di produzione letteraria della cultura nazionale (kokufş bunka ࿖㘑ᢥൻ) sarebbe stata certamente ineffettuabile senza l’uso degli hiragana ᐔ઒ฬ.

§22. Letteratura TRADIZIONE DELLA LETTERATURA IN CINESE

Ai tempi di ShŇtoku taishi (⡛ᓼᄥሶ 574-622 ψ §5), per non parlare degli immigrati (toraijin ᷰ᧪ ੱ) e dei loro discendenti che servivano il governo Yamato (Tamato chŇtei ᄢ๺ᦺᑨ) come scribi, c’era già un certo numero di giapponesi, fra cui il citato principe, in grado di leggere e scrivere il cinese. Da allora fino al XIX secolo incluso, per gli intellettuali di sesso maschile la padronanza del cinese, lingua aulica e dotta, e gli studi sinologici costituivano parte indispensabile della loro preparazione culturale. Tradizionalmente era dato per scontato che essi si servissero del cinese per scrivere (p.es. per tenere un diario, per scrivere opere di speculazione). Ma ciò non fu tutto. Essi si dedicarono anche al componimento di poesie in cinese (kanshi ṽ⹞551 ψ§11). Durante i secoli dei kenzuishi ㆜㓍૶ e dei kentŇshi (㆜໊૶ ψ§8) comporre poesia in cinese era assai di moda; in particolare, la prima metà del IX secolo (ossia mezzo secolo iniziale del periodo Heian) ne vide una tale fioritura da essere chiamata spesso kokufş ankoku jidai (࿖㘑ᥧ㤥ᤨઍ552 lett. tempi bui per la maniera nazionale, ovvero tempi sfavorevoli al waka; waka ๺᱌ ψ§11). Difatti, durante detto periodo per opere letterarie s’intendevano le poesie in cinese (kanshi ṽ⹞).  ‫ޣ‬LINGUA CINESE LETTA ALLA GIAPPONESE‫ޤ‬Qui sopra si è detto che in passato gli intellettuali maschi sapevano leggere testi in cinese. A stretto rigore, ciò non significa, tuttavia, che leggessero il cinese come lingua straniera: leggevano testi cinesi come se fossero scritti in giapponese con il metodo cosiddetto kundoku (⸠⺒553 lett. lettura con la pronuncia giapponese), servendosi cioè dell’aspetto semantico dei caratteri cinesi. Così, quasi tutti i giapponesi che andarono a studiare in Cina avevano bisogno di 551 552 553

kan/shi ṽ 1394/556 ⹞ 1094/570 koku/fş/ an/koku/ ji/dai ࿖ 8/40 㘑 246/29 ᥧ 1044/348 㤥 317/206 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 kun/doku ⸠ 1059/771 ⺒ 484/244 93

ricorrere ad un interprete, visto che non avevano padronanza del cinese come lingua straniera in senso vero e proprio. ٟ Il kundoku ⸠⺒ è l’insieme di metodo e tecniche per leggere o, meglio,

tradurre in giapponese classico testi cinesi. Anche adesso i giapponesi, quando affrontano testi in cinese antico, ricorrono al metodo kundoku (⸠⺒ ψ§53). Leggere i numeri arabi (1, 2, 3 ...) dicendo ‘uno, due, tre ...’ , ‘ichi, ni, san ...’ o ‘one, two, three ...’ non si differisce sostanzialmente dal kundoku ⸠⺒, in quanto i significati rappresantati dai segni 1, 2, 3 ... vengono espressi o, meglio, resi in italiano, in giapponese o in inglese. Il kundoku ⸠⺒, quindi, non è monopolio dei giapponesi: anche gli italofoni lo eseguono inconsciamente nella vita di tutti i giorni!

LETTERATURA DEL PERIODO DEI FUJIWARA

Durante il periodo aureo della cultura nazionale (kokufş bunka ࿖㘑ᢥൻ) fu prodotta dalle dame di compagnia (nyŇbŇ ᅚᚱ) un’enorme quantità di opere letterarie (nyŇbŇ bungaku ᅚᚱᢥ ቇ554 lett. letteratura di dame di corte). È un fenomeno considerato unico al mondo. Che cosa le spinse a prendere il pennello?  ‫ޣ‬ISTITUZIONI FAMILIARI, NOBILDONNE HEIAN E LETTERATURA‫ޤ‬A questo punto bisogna esaminare quali erano le istituzioni familiari dell’età antica, mettendone subito in rilievo due aspetti: poliginia e il cosiddetto tsumadoikon ᆄ໧ᇕ, ossia istituzione matrimoniale secondo cui la moglie abita nella casa nativa (sato ㉿555) insieme con i genitori, e il marito che abita altrove la visita a casa sua di notte. Sia per rispondere alla domanda di cui sopra, che per interpretare correttamente la letteratura e certe canzonette popolari (minkan kayŇ ᳃㑆᱌⻦556) del periodo Heian (Heian jidai ᐔ ቟ᤨઍ) e delle età posteriori, bisogna tenere presente che, anche senza parlare di poliginia, lo tsumadoikon ᆄ໧ᇕ operava ai danni delle donne. Molte opere narrative di questo periodo possono con ragione essere chiamate letteratura dell’infelicità delle donne.  < Vita coniugale delle nobildonne Heian > La società primitiva giapponese era matriarcale. Durante il periodo del sistema shisei (shisei seido ᳁ᆓ೙ᐲ557 ψ§4), tuttavia, il matriarcato venne man mano sostituito dal patriarcato, e ciò causò un abbassamento progressivo dello status della donna. Ciononostante, si può dire che durante il periodo

554 555 556 557

nyŇ/bŇ/ bun/gaku ᅚ 178/102 ᚱ 772/1237 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 sato ㉿ 1077/142 min/kan/ ka/yŇ ᳃ 70/177 㑆 27/43 ᱌ 478/392 ⻦ 1531/1647 shi/sei/ sei/do ᳁ 177/566 ᆓ 1766/1746 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 94

Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ), sotto l’aspetto economico, le donne, specie le contadine la cui manodopera era preziosa, godevano ancora d’una posizione sociale relativamente alta.  La classe aristocratica non si occupava di alcuna attività produttiva, e quindi donne di quel ceto avevano ben poca ragion d’essere oltre che costituire l’oggetto dell’amore degli uomini. Per questo, pur dicendo che godevano ancora d’uno status relativamente elevato, sotto l’aspetto affettivo, erano deboli, soprattutto a causa della poliginia e dell’istituzione tsumadoikon ᆄ໧ᇕ.  Si potrebbe schematizzare la vita coniugale dei nobili Heian (Heian kizoku ᐔ቟⾆ ᣖ558) nel modo che segue: l’uomo ha più mogli, e ogni moglie abita nella casa nativa e deve aspettare che suo marito la visiti a casa sua. L’uomo, d’altro canto, ha una piena libertà di frequentare sempre la stessa moglie o di corteggiarne qualcun’altra. Non è difficile immaginare quanto, in tali condizioni, le donne soffrissero, sia del timore che un giorno i loro mariti cessassero di colpo di frequentarle, sia per gelosia, venendo a sapere che i mariti frequentavano altre donne. Si presume che, in ultima analisi, fossero l’angoscia e la consapevolezza dell’infelicità femminile ad indurre le dame di compagnia (nyŇbŇ ᅚ ᚱ ) in servizio presso i massimi circoli culturali a rivolgersi all’attività letteraria. ٟ Più avanti alla voce‫ޣ‬NIKKI ‫ޤ‬avremo modo di vedere un esempio della vita infelice di nobildonne Heian. ٟ Un paio di canzonette popolari cantate sullo sfondo del tsumaidoikon ᆄ໧ᇕ: ‫ ڏ‬Il mio amore / l’altro ieri non si è fatto vedere, / ieri non è venuto. / Se oggi non ci sarà la sua visita, / domani come faccio / a sopportarne la mancanza? (dal RyŇjin hishŇ 䇺᪞Ⴒ⒁ᛞ䇻559 1170 ca.) ‫ ڏ‬Vieni, vieni, vieni da me. / Hai già iniziato a farmi visita / e caso mai non venissi più, / la gente pettegolerebbe sul mio conto. / Vieni pure, senza complimenti. (dal Kanginshş 䇺㑄ี㓸䇻560 1518)

 Un’ultima cosa da aggiungere: se le dame di corte (nyŇbŇ ᅚᚱ) possedevano una sufficiente preparazione culturale tale da permettere loro di darsi all’attività letteraria, è perché i loro padri, appartenenti alla classe zuryŇ (ฃ㗔561 ψ§17) arricchita, si erano preoccupati di fornire alle figlie un’istruzione tale da consentirne l’ingresso alla corte 558 559 560 561

Hei/an/ ki/zoku ᐔ 143/202 ቟ 128/105 ⾆ 1119/1171 ᣖ 599/221 RyŇ/jin/ hi/shŇ 䇺᪞ non reg./non reg.Ⴒ non reg./non reg.⒁ 865/807 ᛞ 1970/1153䇻 Kan/gin/shş 䇺㑄 1645/1532 ี 1805/1250 㓸 168/436䇻 zu/ryŇ ฃ 223/260 㗔 338/834 95

(kyştei ችᑨ562 residenza dell’imperatore; cfr. chŇtei ᦺᑨ ψ§4), avendo pur sempre di mira di trarne un vantaggio per la propria carriera politica.  Tre sono i generi che rappresentano la letteratura della cultura nazionale (kokufş bunka ࿖㘑ᢥൻ): waka ๺᱌563, nikki (ᣣ⸥564 lett. diario) e monogatari (‛⺆565 lett. narrativa, racconto).  ‫ޣ‬WAKA ‫ޤ‬Successivamente al periodo detto dei ‘tempi bui per il waka ๺᱌’ (kokufş ankoku jidai ࿖㘑ᥧ㤥ᤨઍ), nel clima generale della nipponizzazione della cultura cinese (ψ§19), era ritornato di moda il waka ๺᱌, e agli inizi del X secolo venne compilato il Kokin [waka]shş (䇺ฎ੹[๺᱌]㓸䇻566 it. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, 905; Il termine waka ๺᱌ viene frequentemente omessa.), la prima della serie di 21 raccolte (nijşichidaishş ੑච৻ઍ㓸 567 ) che, sul modello appunto del Kokin [waka]shş 䇺ฎ੹[๺᱌]㓸䇻 ritenuto a lungo l’antologia più autorevole di waka ๺᱌, vennero via via compilate per ordine imperiale nell’arco di oltre 500 anni. Contiene poco più di 1.100 waka (per la precisione tanka ⍴᱌568, poesie cioè che seguono lo schema di 5-7-5-7-7) di diversi autori, permeate prevalentemente di un tono soave, idealistico e soggettivo (kokinchŇ ฎ੹⺞569 lett. tono del Kokin [waka]shş). Eccone un paio di esempi:

 ਎570ߩਛߦߚ߃ߡ᪉571ߩߥ߆ࠅߖ߫ᤐ572ߩᔃ573ߪߩߤߌ߆ࠄ߹ߒ Yo no naka ni / taete sakura no / nakariseba / haru no kokoro wa / nodokekaramashi [Se non ci fosse un solo ciliegio in questo mondo, l’animo in primavera sarebbe sereno.] 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572

kyş/tei ች 419/721 ᑨ 1493/1111 wa/ka ๺ 151/124 ᱌ 478/392 nik/ki ᣣ 1/5 ⸥ 147/371 mono/gatari ‛ 126/79 ⺆ 274/67 Ko/kin/ [wa/ka]/shş 䇺ฎ 373/172 ੹ 146/51[๺ 151/124 ᱌ 478/392]㓸 168/436䇻 ni/jş/ichi/dai/shş ੑ 6/3 ච 5/12 ৻ 4/2 ઍ 68/256 㓸 168/436 tan/ka ⍴ 789/215 ᱌ 478/392 ko/kin/chŇ ฎ 373/172 ੹ 146/51 ⺞ 108/342 yo ਎ 152/252 sakura ᪉ 1121/928 haru ᤐ 461/460 96

Autore: Ariwara no Narihira (࿷ේᬺᐔ574 825-880)

⑺575᧪576ߧߣ⋡577ߦߪߐ߿߆ߦ⷗578߃ߨߤ߽㘑579ߩ߅ߣߦߙ߅ߤࠈ߆ࠇߧ ࠆ Aki kinu to / me niwa sayakani / mienedomo / kaze no oto ni zo / odorokarenuru [Anche se non vedo chiari segni dell’autunno, resto sorpreso ad udire il vento.] Autore: Fujiwara no Toshiyuki (⮮ේᢅⴕ580 ?-905)

᦬581⷗582ࠇ߫ߜߝߦ߽ߩߎߘᖤ583ߒߌࠇࠊ߇り584߭ߣߟߩ⑺ߦߪ޽ࠄߨߤ Tsuki mireba / chijini mono koso / kanashikere / waga mi hitotsu no / aki niwa aranedo [La luna, a guardarla, mi spezza il cuore. E pensare che non sono solo io ad essere in autunno.] Autore: ņe no Chisato (ᄢᳯජ㉿585 ?-?)

 ‫ޣ‬NIKKI ‫ޤ‬La tradizione letteraria nikki ᣣ⸥ trae origine dal Tosa nikki (䇺࿯૒ᣣ ⸥䇻586 it. Diario di Tosa, 935 ca.) di Ki no Tsurayuki (♿⽾ਯ587 872?-945?), uno dei massimi intellettuali di allora e uno dei compilatori del Kokin [waka]shş 䇺ฎ੹[๺᱌] 㓸䇻588. 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588

kokoro ᔃ 139/97 Ari/wara/ no/ Nari/hira ࿷ 243/268 ේ 132/136 ᬺ 54/279 ᐔ 143/202 aki ⑺ 540/462 ku ᧪ 113/69 (giapp. moderno: ku/ru ᧪ 113/69 ࠆ) me ⋡ 65/55 mi/yu ⷗ 48/63 ࠁ (giapp. moderno: mi/e/ru ⷗ 48/63 ߃ࠆ) kaze 㘑 246/29 Fuji/wara/ no/ Toshi/yuki ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ᢅ 1381/1735 ⴕ 31/68 tsuki ᦬ 26/17 mi/ru ⷗ 48/63 ࠆ (giapp. moderno: id.) kana/shi ᖤ 1032/1034 ߒ (giapp. moderno: kana/shi/i ᖤ 1032/1034 ߒ޿) mi り 331/59 ņ/e/ no/ Chi/sato ᄢ 7/26 ᳯ 517/821 ජ 79/15 ㉿ 1077/142 To/sa/ nik/ki 䇺࿯ 316/24 ૒ 285/1744 ᣣ 1/5 ⸥ 147/371䇻 Ki/ no/ Tsura/yuki ♿ 930/372 ⽾ 1128/914 ਯ 697/2004 Ko/kin/ [wa/ka]/shş 䇺ฎ 373/172 ੹ 146/51[๺ 151/124 ᱌ 478/392]㓸 168/436䇻 97

 < Tosa nikki > Si tratta del diario di 55 giorni tenuto da Tsurayuki ⽾ਯ durante il viaggio di ritorno alla capitale dalla provincia di Tosa (Tosa no kuni ࿯૒࿖ ψcarta 6; oggi KŇchi-ken 㜞⍮⋵589) dove teneva l’ufficio di kokushi ࿖ม.  Come si è rilevato, gli uomini, specie i funzionari pubblici, solevano servirsi del cinese per scrivere. D’altronde tenere un diario è un’attività che rientra nella vita privata; nel diario uno esprime il proprio mondo interiore. Per dire la verità, la lingua cinese e le parole di origine cinese poco si addicevano a tale fine (e poco si addicono anche adesso). Tsurayuki ⽾ਯ (di sesso maschile) preferì, così, tenere il suo diario di viaggio in giapponese, e quindi si vide costretto a servirsi degli hiragana ᐔ઒ฬ considerati allora scrittura da donna (onnade ᅚᚻ ψ§21), ragion per cui dovette iniziare l’opera con la seguente dichiarazione ben nota:

« Ho sentito dire che gli uomini tengano diari. Sono una donna, ma anch’io terrò un diario ».

ٟ Nella lingua giapponese c’è un’opposizione netta fra parole autoctone (yamato

kotoba ᄢ๺⸒⪲590 chiamate anche wago ๺⺆591 ) e parole di origine cinese (kango ṽ⺆592). I giapponesi operano una innata distinzione fra le prime e le seconde, scegliendo quelle che meglio si addicono per esprimere lo stato d’animo e per svolgere attività intellettuale. Le poesie che un tempo gli intellettuali lasciavano (e a volte anche adesso lasciano) in punto di morte (jisei no uta ㄉ਎ߩ᱌593 lett. poesia di chi lascia il mondo) furono (e sono) uno o due waka ๺᱌ composti esclusivamente di yamato kotoba ᄢ๺⸒⪲. Le dolci parole d’amore sono tutte yamato kotoba ᄢ๺⸒⪲; infatti, una confessione d’amore fatta in kango ṽ⺆ suonerebbe falsa. Per contro, ad esempio, le pubblicazioni di carattere accademico sono ricolme di kango ṽ⺆. Qualora fossero redatte in yamato kotoba ᄢ๺⸒⪲, rischierebbero di essere giudicate poco scientifiche, poco accademiche indipendentemente dal contenuto.



Dopo Tsurayuki ⽾ਯ la produzione letteraria del genere nikki ᣣ⸥ passò nelle

589

KŇ/chi/ ken 㜞 49/190 ⍮ 207/214 ⋵ 195/194 yamato/ koto/ba ᄢ 7/26 ๺ 151/124 ⸒ 279/66 ⪲ 405/253 wa/go ๺ 151/124 ⺆ 274/67 kan/go ṽ 1394/556 ⺆ 274/67 ji/sei/ no/ uta ㄉ 868/688 ਎ 152/252 ߩ᱌ 478/392

590 591 592 593

98

mani delle dame di corte (nyŇbŇ ᅚᚱ). La prima di una serie di questo filone fu il KagerŇ nikki.  < KagerŇ nikki > Il KagerŇ nikki (䇺ⱳⰭᣣ⸥䇻594 it. Diario di un’effimera, 974?) scritto dalla madre di Fujiwara no Michitsuna (Fujiwara no Michitsuna no haha ⮮ේ㆏ ✁Უ595 [oggi chiamata così, in quanto il suo nome resta ignoto], 935?-995) ci fornisce un esempio tipico di mogli infelici.  Nell’opera è denunciato insistentemente il tragico modo di essere della vita coniugale dell’autrice stessa. Suo marito è Fujiwara no Kaneie (⮮ේ౗ኅ596, 929-990), padre di Fujiwara no Michinaga (⮮ේ㆏㐳 ψ§16), quindi un alto personaggio. Anche l’autrice è di origine nobiliare, ma di medio rango (zuryŇ ฃ㗔, per l’appunto). Da questo rapporto sbilanciato scaturiscono inevitabilmente frizioni. Per suo marito, che sta facendo una carriera brillantissima, essa, figlia d’un piccolo nobile, non è che un semplice oggetto di svago. Il marito la tradisce in continuazione ed è sempre pronto a fare la corte ad altre. A dispetto di tutti gli sforzi dell’autrice, la situazione peggiora. Il marito le si allontana sempre di più. Così, anche l’autrice, suo malgrado, finisce per essere scontrosa e perversa, e alla fine cerca un ultimo filo di speranza di vita nel suo unico figlio Michitsuna ㆏✁, non avendo altre alternative, condizionata com’è dai limiti invalicabili dei suoi tempi. Dice: « Data la precarietà delle cose, mi sento sospesa fra l’essere e il non essere. Chiamerò, perciò, questo mio il diario di un’effimera ».  < Makura no sŇshi: inizio del genere zuihitsu > Sia pure di natura alquanto diversa dal nikki ᣣ⸥ si ebbe il Makura no sŇshi (䇺ᨉ⨲ሶ䇻597 it. Appunti del guanciale, 1000 ca.) in cui l’autrice Sei ShŇnagon (ᷡዋ⚊⸒ 598 966?-1021/1027?), dama al servizio di una consorte (di sangue Fujiwara ⮮ේ) dell’imperatore IchijŇ (IchijŇ tennŇ ৻᧦ᄤ⊞ r. 986-1011), espose in modo vivido le sue impressioni ed opinioni sulla natura e sulla vita della corte, dando inizio al genere cosiddetto zuihitsu (㓐╩599 lett. lasciarsi guidare dal pennello; [raccolta di] appunti ed osservazioni occasionali su quanto avviene nella società e nella vita di tutti i giorni; miscellanea).  L’opera, anche se le osservazioni ivi esposte si rivelano a volte frivole, è considerata una delle gemme della letteratura Heian.  ‫ޣ‬MONOGATARI 䇽 Si tratta del genere che ebbe origine dalla fusione di due filoni 594 595 596 597 598 599

Kage/rŇ/ nik/ki 䇺ⱳ non reg./non reg.Ⱝ non reg./non reg.ᣣ 1/5 ⸥ 147/371䇻 Fuji/wara/ no/ Michi/tsuna/ no/ haha ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ㆏ 129/149 ✁ 1250/1609 Უ 554/112 Fuji/wara/ no/ Kane/ie ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ౗ 1042/1081 ኅ 81/165 Maku/ra/ no/ sŇ/shi 䇺ᨉ non reg./non reg.⨲ 705/249 ሶ 56/103䇻 Sei/ ShŇ/na/gon ᷡ 509/660 ዋ 231/144 ⚊ 994/758 ⸒ 279/66 zui/hitsu 㓐 1364/1741 ╩ 940/130 99

di natura diversi rappresentati x dal Taketori monogatari (䇺┻ข‛⺆䇻600 it. Storia di un tagliabambù, inizi X sec.; narrativa fantastica familiare ai bambini giapponesi con il titolo di Kaguyahime 䇺߆ߋ߿ ᆢ䇻601, fanciulla meravigliosa venuta dalla luna), e x dall’Ise monogatari (䇺દ൓‛⺆䇻602 it. Racconti di Ise, inizi X sec.; raccolta di poesie waka ๺᱌ con note introduttive sulla vita sentimentale di Ariwara no Narihira ࿷ේ ᬺᐔ603 825-880, uomo reputato di bell’aspetto).  < Genji monogatari > Appartiene a questo genere uno dei massimi capolavori (o il massimo capolavoro secondo non pochi degli studiosi e critici letterari) dell’intera letteratura giapponese: Genji monogatari (䇺Ḯ᳁‛⺆䇻604 it. Storia di Genji, 1008?-1014?) di Murasaki Shikibu (⚡ᑼㇱ605 978?-?), dama di corte (nyŇbŇ ᅚᚱ). Dopo la morte del marito, l’autrice entrò al servizio di una consorte (diversa da quella servita da Sei ShŇnagon ᷡዋ⚊⸒) dell’imperatore IchijŇ (IchijŇ tennŇ ৻᧦ᄤ ⊞). Giacché la padrona era una figlia di Fujiwara no Michinaga (⮮ේ㆏㐳 ψ§16), il Genji monogatari 䇺Ḯ᳁‛⺆䇻, insieme con il Makura no sŇshi 䇺ᨉ⨲ሶ䇻, fu un frutto della gloria dei Fujiwara (Fujiwarashi ⮮ේ᳁).  Romanzo fiume di mole eccezionale, il suo intreccio assai complesso si svolge, sullo sfondo del pensiero buddhista, intorno a due protagonisti. I personaggi che si presentano nel romanzo ammontano ad oltre 300, tutti con una propria personalità. Il pennello dell’autrice penetra in profondità la psicologia umana.  L’opera costituisce, inoltre, una miniera di informazioni sulla vita e sulla società dell’aristocrazia Heian (Heian kizoku ᐔ቟⾆ᣖ606).  Eccone un sunto ridotto ad una mera esposizione di principali vicende appena sufficienti per seguire l’evolversi della storia: SOMMARIO DELLA TRAMA

Sotto chissà quale regno, c’era una dama di lignaggio non molto alto, chiamata Kiritsubo no kŇi (᩿ᄃᦝ⴩607; Kiritsubo ᩿ᄃ lett. Cortile di Paulonia, nome della camera, in cui 600 601 602 603 604 605 606

Take/tori/ mono/gatari 䇺┻ 719/129 ข 190/65 ‛ 126/79 ⺆ 274/67䇻 Ka/gu/ya/hime 䇺߆ߋ߿ᆢ 1534/1757䇻 Ise/ mono/gatari 䇺દ 603/2011 ൓ 365/646 ‛ 126/79 ⺆ 274/67䇻 Ari/wara/ no/ Nari/hira ࿷ 243/268 ේ 132/136 ᬺ 54/279 ᐔ 143/202 Gen/ji/ mono/gatari 䇺Ḯ 827/580 ᳁ 177/566 ‛ 126/79 ⺆ 274/67䇻 Murasaki/ Shiki/bu ⚡ 1489/1389 ᑼ 185/525 ㇱ 37/86 Hei/an/ ki/zoku ᐔ 143/202 ቟ 128/105 ⾆ 1119/1171 ᣖ 599/221 100

abitava la dama in parola, dei palazzi imperiali [dairi ౝⵣ]; kŇi ᦝ⴩ alto titolo di dame al servizio in camera da letto del tennŇ ᄤ⊞) La nobildonna degnata dal sovrano di tutta la sua attenzione diede alla luce una gemma di principe, ma si ammalò e morì, non sapendo resistere al disprezzo e alle gelosie delle sue colleghe invidiose della preferenza accordatale dall’imperatore. ٟ È erroneo giudicare e criticare le usanze giapponesi di mille anni fa con la

legge morale cristiana del XX-XXI secolo. Nel periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) in cui vigeva la poliginia non esisteva una netta distinzione tra consorti (imperiali) e dame (predilette dal tennŇ 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635

Kiri/tsubo/ no/ kŇ/i ᩿ 1569/2110 ᄃ non reg./non reg.ᦝ 978/1008 ⴩ 1019/677 mi/yasun/dokoro ᓮ 620/708 ᕷ 872/1242 ᚲ 107/153 shin/seki/ kŇ/ka ⤿ 981/835 ☋ 1463/1198 㒠 787/947 ਅ 72/31 Hikaru/ Gen/ji శ 417/138 Ḯ 827/580 ᳁ 177/566 Aoi/ no/ ue ⫓ non reg./non reg.਄ 21/32 Fuji/tsubo/ no/ nyŇ/go ⮮ 206/2231 ᄃ non reg./non reg.ᅚ 178/102 ᓮ 620/708 Utsu/semi ⓨ 233/140 ⱻ non reg./non reg. Yş/gao ᄕ 627/81 㗻 527/277 Murasaki/ no/ ue ⚡ 1489/1389 ਄ 21/32 Rei/zei/tei ಄ 607/832 ᴰ 902/1192 Ꮲ 1024/1179 Oboro/zuku/yo/ no/ kimi ᧀ non reg./non reg.᦬ 26/17 ᄛ 258/471 ำ 700/793 Su/ma 㗇 936/2263 ⏴ 1376/1531 Aka/shi ᣿ 84/18 ⍹ 276/78 Aka/shi/ no/ hime/gimi ᣿ 84/18 ⍹ 276/78 ᆢ 1534/1757 ำ 700/793 dai/jŇ/ dai/jin ᄥ 343/629 ᡽ 50/483 ᄢ 7/26 ⤿ 981/835 Roku/jŇ/in ౐ 20/8 ᧦ 391/564 㒮 236/614 jŇ/do ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 Uji/jş/jŇ ቝ 757/990 ᴦ 181/493 ච 5/12 Ꮭ non reg./non reg. Kaoru/ dai/shŇ ⮍ 1735/1774 ᄢ 7/26 ዁ 561/627 Onna/ san/ no/ miya ᅚ 178/102 ਃ 10/4 ች 419/721 U/ji/gawa ቝ 757/990 ᴦ 181/493 Ꮉ 111/33 ņi/ gimi ᄢ 7/26 ำ 700/793 Naka/ no/ kimi ਛ 13/28 ำ 700/793 NiŇ/ no/ miya ൬ non reg./non reg.ች 419/721 Aka/shi/ no/ chş/gş ᣿ 84/18 ⍹ 276/78 ਛ 13/28 ች 419/721 kŇ/gŇ ⊞ 964/297 อ 1759/1119 Uki/fune ᶋ 1047/938 ⥱ 1334/1094 Yo/kawa/ no/ sŇ/zu ᮮ 297/781 Ꮉ 111/33 ௯ 1423/1366 ㇺ 92/188 Gen/shin Ḯ 827/580 ା 198/157

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ᄤ⊞). Non si possono quindi definire queste ultime quali concubine o amanti nell’accezione odierna, carica di una certa connotazione. Tutte le dame che partorivano principi e principesse erano, agli occhi del mondo, ugualmente consorti dette miyasundokoro (ᓮᕷᚲ608 lett. posto di riposo del tennŇ ᄤ⊞) e non avevano nulla da temere sotto l’aspetto morale. Il principe intanto crebbe sano sotto una cura amorevole del padre, il quale, preoccupato per l’avvenire di questo figlio prediletto che sarebbe rimasto senza sostenitori influenti da parte materna dopo il suo ritiro dal trono, preferì ridurlo al rango di suddito (shinseki kŇka ⤿ ☋㒠ਅ609 lett. discesa all’anagrafe di suddito), creando così per lui un nuovo casato non imperiale di nome Genji Ḯ᳁. Un po’ per la sua straordinaria bellezza fisica e un po’ per il suo talento, la gente lo chiamò Hikaru Genji (శḮ᳁610 lett. Genji lo splendente). ٟ Ai tempi di Murasaki Shikibu ⚡ᑼㇱ il matriarcato, sia pure in corso di declino, si faceva tuttora sentire, quindi per fare una carriera brillante era molto importante avere parenti influenti in linea materna. ٟ Shinseki kŇka ⤿☋㒠ਅ: provvedimento preso per diversi motivi. Anche gli Heishi ᐔ᳁ e i Genji Ḯ᳁, discendevano dalla famiglia imperiale per shinseki kŇka ⤿☋㒠ਅ.

All’età di 12 anni, com’era consuetudine in quei tempi, Genji Ḯ᳁ diventò maggiorenne; gli fu data in sposa Aoi no ue (⫓਄611; Aoi ⫓ malva; ue ਄ suffisso posto al nome della consorte d’un nobile) di 16 anni, figlia del ministro della sinistra (sadaijin Ꮐᄢ⤿ ψ§6). Egli però non ne rimase contento; fatto sta che nel suo cuore alloggiava l’immagine di una persona indimenticabile: Fujitsubo no nyŇgo (⮮ᄃᅚᓮ612; Fujitsubo ⮮ᄃ lett. Cortile di Glicine, nome della camera di questa nyŇgo; nyŇgo ᅚᓮ titolo di dame di un rango superiore al kŇi ᦝ⴩) di 17 anni, portata a corte, al posto della defunta madre di Genji Ḯ ᳁, per la sua somiglianza a quest’ultima. L’affezione quale quella filiale di Genji Ḯ᳁ per lei si era mutata col tempo in un tenero sentimento verso l’altro sesso. Tuttavia, data la condizione (quella cioè di essere consorte del padre-imperatore) in cui si trovava Fujitsubo no nyŇgo ⮮ᄃᅚᓮ, ovviamente c’era un limite invalicabile. Ebbe inizio così una serie di avventure galanti insaziabili di Genji Ḯ᳁ con diverse nobildonne (p.es. Utsusemi ⓨⱻ613, Yşgao ᄕ㗻614 ecc.). A 18 anni, in un monastero nei pressi della capitale, Genji Ḯ᳁ trova per caso una graziosa fanciulla sui 10 anni dal volto che ricorda Fujitsubo no nyŇgo ⮮ᄃᅚᓮ. La porta a casa sua con l’intento di allevarla, con le proprie mani, per farne un giorno sua compagna ideale. È Murasaki no ue (⚡਄615; Murasaki ⚡ viola), donna saggia e modesta (e l’unica che si possa definire relativamente felice tra tutte quelle descritte nel Genji monogatari Ḯ᳁‛⺆). Quasi nello stesso tempo Genji Ḯ᳁ finisce con l’avere segretamente un rapporto con Fujitsubo no nyŇgo ⮮ᄃᅚᓮ. Dall’unione nasce un maschio che sarà un giorno l’imperatore Reizei (Reizeitei ಄ᴰᏢ616; tei Ꮲ sinonimo di tennŇ ᄤ⊞). Genji Ḯ᳁ e Fujitsubo no

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nyŇgo ⮮ᄃᅚᓮ si tormentano profondamente. L’ambiente che circanda Genji Ḯ᳁ prende intanto una brutta piega: comincia a farsi sentire l’autorità del ministro della destra (udaijin ฝᄢ⤿ ψ§6), rivale del suocero di Genji Ḯ᳁. Per giunta egli combina un grosso guaio; intreccia una relazione con Oborozukuyo no kimi (ᧀ᦬ᄛำ617; Oborozukuyo ᧀ᦬ᄛ lett. notte con la luna velata di nuvole; kimi ำ suffisso onorifico), figlia del ministro della destra (udaijin ฝᄢ⤿), e la relazione venne scoperta. Vistosi costretto ad allontanarsi dalla capitale, si trattiene per un paio d’anni a Suma (㗇 ⏴618 ψcarta 7) e Akashi (᣿⍹619 ψcarta 7), dove viene a conoscere Akashi no ue ᣿⍹਄, figlia di un ex-kokushi (࿖ม ψ§6) arricchito, la quale darà a Genji Ḯ᳁ una figlia descritta come Akashi no himegimi (᣿⍹ᆢำ620; himegimi ᆢำ espressione onorifica di figlia d’un nobile). A 28 anni Genji Ḯ᳁ fu autorizzato a rientrare alla capitale. L’anno seguente sale al trono l’imperatore Reizei (Reizei tei ಄ᴰᏢ, ossia figlio di Genji Ḯ᳁ e Fujitsubo no nyŇgo ⮮ᄃᅚᓮ), ed egli apprende che il suo vero padre è Genji Ḯ᳁. Prendono ora l’avvio gli anni d’oro del protagonista. Viene promosso a daijŇ daijin (ᄥ᡽ ᄢ⤿621 ψ§6). Genji Ḯ᳁, a 33 anni, non è più quello di prima. È un uomo giudizioso con una brillante carriera alle spalle. Fa costruire un palazzo quanto mai sontuoso di nome RokujŇin ౐᧦㒮622; lì ospita tutte le donne con cui ha avuto a che fare e conduce una vita piena di gusto di rara squisitezza. Il RokujŇin ౐᧦㒮, con le sue quattro zone di primavera, estate, autunno ed inverno, costituisce, per così dire, un paradiso terrestre paragonabile alla Terra Pura (jŇdo ᵺ࿯623 ψ§23). Murasaki no ue ⚡਄ muore a 43 anni. L’anno seguente Hikaru Genji శḮ᳁, ormai di 52 anni, si decide a farsi monaco ed esce di scena.

‫ܮ‬ Gli ultimi 10 capitoli (su un totale di 54), comunemente detti nel loro complesso UjijşjŇ (ቝᴦච Ꮭ624 dieci capitoli di Uji; Uji ቝᴦ ψcarta 7), costituiscono in pratica la parte seconda. La storia ambientata ad un paesino di Uji ቝᴦ riguarda la vita sentimentale di Kaoru daishŇ (⮍ ᄢ዁625; daishŇ ᄢ዁ comandante supremo del gendarme), formalmente figlio di Genji Ḯ᳁, ma in realtà figlio extraconiugale di una donna di sangue imperiale che era una delle sue mogli: Onna san no miya (ᅚਃች626 lett. principessa terzogenita; miya ች suffisso onorifico posto ai membri imperiali). Contrariamente a Genji Ḯ᳁ dal temperamento esuberante, Kaoru ⮍, devoto alla pratica religiosa, ha un carattere introverso e poco deciso.

‫ܮ‬ In riva al fiume Ujigawa ቝᴦᎹ627 abitava appartato un principe, fratellastro di Genji Ḯ ᳁, contrariato dal destino avverso. Viveva con due figlie: ņi gimi (ᄢำ628 espressione onorifica di primogenita d’un nobile) e Naka no kimi (ਛำ629 espressione onorifica di

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secondogenita d’un nobile). Kaoru ⮍ vuole prendere in moglie ņi gimi ᄢำ , che malgrado la fiducia posta in lui si rifiuta di concedersi, ed agisce invece, per il bene di sua sorella, in modo che sia quest’ultima ad unirsi con lui. Naka no kimi ਛำ, tuttavia, finisce con l’essere moglie di NiŇ no miya (൬ች630 lett. principe dal colore smagliante), amico di Kaoru ⮍, nato dall’imperatore Reizei (Reizei tei ಄ᴰᏢ) e Akashi no chşgş (᣿⍹ਛች631 la stessa Akashi no himegimi ᣿⍹ᆢำ; chşgş ਛች imperatrice-moglie). ٟ Durante la prima metà del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ), al di sopra del chşgş ਛች, c’era un altro titolo di massimo rango d’imperatrice-moglie: kŇgŇ ⊞อ632. Nella seconda metà i due titoli furono pareggiati.

ņi gimi ᄢำ, visto che sua sorella non è sposata felicemente, si addolora e muore. Kaoru ⮍ viene poi attratto da una ragazza che ricorda ņi gimi ᄢำ nei lineamenti. Difatti è sorellastra di lei; è l’ultima eroina di nome Ukifune (ᶋ⥱633 lett. nave galleggiante), povera ragazza sballottata dalla sorte. Niou no miya ൬ች, erede dell’indole avventuriera di Genji Ḯ᳁, riesce a sedurla, perché casualmente scambiato per Kaoru ⮍. Ukifune ᶋ⥱, trovatasi tra due uomini e non sapendo regolarsi, cerca di togliersi la vita, gettandosi nel fiume Ujigawa ቝᴦᎹ; salvata poi da Yokawa no sŇzu (ᮮᎹ௯ㇺ634 monaco amidista ritenuto modellato su Genshin Ḯା635 ψ§23; Yokawa ᮮᎹ parte dell’Enryakuji ᑧᥲኹ ψ§23; sŇzu ௯ㇺ alto titolo ecclesiastico), si fa monaca. Alla capitale Ukifune ᶋ⥱ era stata data per morta, ma il sŇzu ௯ㇺ, quando vi si recò, ebbe modo di raccontare l’accaduto. Kaoru ⮍ le inoltrò una lettera affidandola al fratello di lei, ma Ukifune ᶋ⥱ si rifiutò di riconoscere persino il proprio fratello, e la lettera rimase senza risposta.

 In età molto posteriore l’essenza del Genji monogatari 䇺Ḯ᳁‛⺆䇻 fu definita da Motoori Norinaga (ᧄዬት㐳636 ψ§53) come mono no aware (‛ߩຟ637, ‛ߩຟࠇ [grosso modo] atmosfera percepita dall’animo sensibile), ossia clima spirituale permeato d’una sottile malinconia, avvertito quando si fondono armoniosamente l’io ed il mondo esterno che lo circonda, specie quando quest’ultimo è di esistenza precaria. Per Norinaga ት㐳 tale disposizione d’animo fu l’ideale di vita della nobiltà Heian (Heian kizoku ᐔ቟⾆ᣖ).  Scritto ben 300 anni prima della Divina Commedia (Shinkyoku 䇺␹ᦛ䇻638 1304-1321) di Dante (Dante ࠳ࡦ࠹), il Genji monogatari 䇺Ḯ᳁‛⺆䇻 continuò ad esercitare una 636 637 638

Moto/ori/ Nori/naga ᧄ 15/25 ዬ 777/171 ት 1012/625 㐳 25/95 mono/ no/ awa/re ‛ 126/79 ߩຟ 1670/1675 ࠇ࡮‛ 126/79 ߩຟ 1670/1675 Shin/kyoku 䇺␹ 229/310 ᦛ 604/366䇻 104

influenza incalcolabile non soltanto sull’attività letteraria dei posteri, ma perfino sul modo di pensare e sui sensi estetici, quindi anche sui comportamenti dei giapponesi nella loro vita quotidiana. Gli studiosi, specie quelli stranieri di letteratura giapponese assegnano a quest’opera un posto di prim’ordine nella letteratura mondiale. LETTERATURA DEL PERIODO DELLO INSEI

Con il sorgere della classe dei bushi (ᱞ჻ ψ§18) si andò affermando man mano un nuovo tipo di cultura ricco di elementi popolari, sconosciuti alla cultura nazionale fondamentalmente aristocratica (kokufş bunka ࿖㘑ᢥൻ), e quando lo sviluppo di quest’ultima giunse a un punto morto in seguito al mutar dei tempi e per l’inerzia della nobiltà, un altro tipo di cultura rude, ma sana cominciò a guadagnare terreno.  < Konjaku monogatari[shş] > Nel periodo dello insei (㒮᡽ ψ§16) si ebbe, così, il Konjaku monogatari[shş] (䇺੹ᤄ‛⺆[㓸]䇻639 lett. [raccolta di] racconti di « Molti anni or sono », it. Racconti del tempo che fu, fine XI sec. o inizio XII sec.; shş 㓸: omissibile), opera che rispecchia chiaramente le mutate situazioni socio-politiche e si colloca all’apice di una serie di opere chiamate complessivamente setsuwa bungaku (⺑⹤ᢥቇ640 lett. letteratura dei racconti popolari tramandati di generazione in generazione). In essa sono sistemate oltre 1.000 novelle raggruppate in tre categorie: novelle indiane, novelle cinesi e novelle giapponesi.  L’ultima categoria dedicata al Giappone è suddivisa ulteriormente in settore buddhista e settore laico. Se questa raccolta è stimata di grande valore, ciò si deve principalmente alle novelle dell’ultimo settore laico giapponese. I loro protagonisti, al pari degli autori di poesie del Man’yŇshş 䇺 ਁ ⪲ 㓸 䇻 , provengono da tutte le classi sociali: imperatori (tennŇ ᄤ⊞), nobili (kizoku ⾆ᣖ), dipendenti pubblici di bass’ordine, monaci, studiosi, divinatori (onmyŇji 㒶㓁Ꮷ641), commercianti, contadini, pescatori, bushi ᱞ჻. Non mancano, certo, ladri, briganti, mendicanti e simili. Dal punto di vista dell’argomento sono esposti casi non di rado anche di assassinio, di stupro, di corruzione. A totale differenza dal mondo chiuso e morboso e dei sensi estetici estremamente acuiti della letteratura femminile o effeminata, il mondo del Konjaku monogatari[shş] 䇺੹ ᤄ‛⺆[㓸]䇻 è poco elegante, non di rado anche rude e volgare, ma è sano, aperto e soprattutto pieno di vitalità: segni precursori del medioevo (chşsei ਛ਎642). 639 640 641 642

Kon/jaku/ mono/gatari/[shş] 䇺੹ 146/51 ᤄ 1200/764 ‛ 126/79 ⺆ 274/67 [㓸 168/436]䇻 setsu/wa/ bun/gaku ⺑ 307/400 ⹤ 133/238 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 on/myŇ/ji 㒶 1408/867 㓁 990/630 Ꮷ 490/409 chş/sei ਛ 13/28 ਎ 152/252 105

Ecco due novelle dal Konjaku monogatari[shş] 䇺੹ᤄ‛⺆[㓸]䇻:

STORIA DEL SAKAN, ASO, CHE IMBATTUTOSI IN UN RAPINATORE, SE LA CAVÒ GRAZIE AD ACCORGIMENTI ASTUTI

« Molti anni or sono c’era un funzionario cortigiano con la qualifica di sakan* ผ643, di nome Aso no [lacuna] 㒙⯃644[lacuna]. Era basso di statura, ma aveva del fegato. Abitava nella parte occidentale della capitale. Una volta, gli capitò di lasciare l’ufficio a tarda notte per tornare a casa; passò per la porta Taiken (Taikenmon* ᓙ⾫㐷 645 ), percorrendo poi il viale ņmiya (ņmiyaŇji* ᄢችᄢ〝646) verso sud in gissha* ‐ゞ647. Si era intanto spogliato completamente, piegando tutti i capi di vestiario man mano che se li toglieva di dosso e li aveva sistemati con cura sotto la stuoia del pavimento. Così, stava seduto nudo all’interno della carrozza. Aveva su di sé solo il copricapo e un paio di tabi* ⿷ⴼ648. All’incrocio con il viale NijŇ (NijŇŇji* ੑ᧦ᄢ〝649) girò ad ovest, e quando si trovò vicino alla porta Bifuku (Bifukumon* ⟤⑔㐷650), incappò in un bandito. Costui gli venne incontro a passo svelto ed afferrò una stanga della carrozza. Prese a botte il ragazzino che governava il bue e lo costrinse a fuggire, facendogli abbandonare la bestia. Il funzionario aveva al suo seguito un paio di inservienti, che pure se la diedero a gambe. Il malvivente si avvicinò poi alla carrozza e tirò su il sudare* ☄651. Avendo trovato il sakan ผ nudo, domandò con stupore: ‘Ma che scherzo è questo!?’ Il sakan ผ, tenendo in mano uno shaku* ╈652, rispose con compostezza come se si rivolgesse a un personaggio altolocato: ‘Sono finito così in viale ņmiya (ņmiyaŇji* ᄢችᄢ〝). Lì mi sono venuti incontro dei giovanotti

643 644 645 646 647 648 649 650 651 652

sakan ผ 563/332 A/so 㒙 1515/2258 ⯃ non reg./non reg. Tai/ken/mon ᓙ 374/452 ⾫ 1488/1288 㐷 385/161 ņ/miya/Ň/ji ᄢ 7/26 ች 419/721 ᄢ 7/26 〝 367/151 gis/sha ‐ 909/281 ゞ 162/133 ta/bi ⿷ 305/58 ⴼ 703/1329 Ni/jŇ/Ň/ji ੑ 6/3 ᧦ 391/564 ᄢ 7/26 〝 367/151 Bi/fuku/mon ⟤ 289/401 ⑔ 450/1379 㐷 385/161 sudare ☄ non reg./non reg. shaku ╈ non reg./non reg.

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dell’alta nobiltà. Essi si sono degnati di strapparmi gli indumenti. Sentendolo dire questo, il malintenzionato scoppiò a ridere e si allontanò. Dopodiché, chiamati ad alta voce dal sakan ผ, rispuntarono il fanciullo e gli uomini del seguito. Fu così che tornò a casa. Parlò alla moglie dell’accaduto. ‘Hai una tale forza d’animo da far vergogna ai rapinatori!,’ rispose ella, ridendo. Difatti, la sua fu un’audacia davvero rara. Una persona ordinaria non troverebbe il coraggio di denudarsi e di nascondere gli indumenti con l’intenzione di raccontar frottole ad eventuali rapinatori. La gente ha continuato a dire di generazione in generazione che se egli si era espresso in quel modo, era perché sapeva parlare abilmente ». ٟ * sakan ผ : una delle più basse qualifiche del daijŇkan. / Taikenmon ᓙ⾫㐷 , Bifukumon ⟤⑔㐷: due delle porte del quartiere degli uffici governativi. / ņmiyaŇji ᄢ

ችᄢ〝 , NijŇŇji ੑ᧦ᄢ〝 : due delle strade larghe della capitale. / gissha ‐ゞ : carrozza trainata da un bue, usata un tempo dai nobili quale mezzo di trasporto. / tabi ⿷ ⴼ: calze tradizionali giapponesi. / sudare ☄: avvolgibile a stecche di bambù. Svolgeva la funzione di porta e di tenda./ shaku ╈: tavola di legno stretta e lunga circa 30 cm, tenuta nella mano destra. Si usava per appoggiarvi i promemoria letti in occasioni ufficiali. Oggi fa parte dell’abbigliamento dei sacerdoti shintoisti.

YZ

STORIA DELLA VOLPE DEL FIUME KņYA, LA QUALE SI TRAMUTA IN UNA DONNA E SALE IN GROPPA AI CAVALLI

« Anni e anni or sono c’era a est del tempio Ninnaji ੳ๺ኹ653 un fiume di nome KŇya (KŇyagawa 㜞㓁Ꮉ654). Calata la sera, stava in piedi in riva a questo fiume una fanciulla dalla candida presenza. Ella, quando vedeva qualcuno andare a cavallo, chiedeva un favore: ‘Per cortesia, fatemi salire in groppa al vostro cavallo e portatemi alla capitale.’ Una volta montata in groppa, andava per quattro o cinque chŇ* ↸655, saltando 653 654 655

Nin/na/ji ੳ 1346/1619 ๺ 151/124 ኹ 687/41 KŇ/ya/gawa 㜞 49/190 㓁 990/630 Ꮉ 111/33 chŇ ↸ 114/182

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poi giù di punto in bianco. Qualora inseguita, riassumeva le sembianze d’una volpe e scappava, emettendo guaiti. Circolava la voce che il fenomeno si fosse verificato ripetutamente. Una volta, quando chiacchieravano molti takiguchi* Ṛญ nella loro stazione di servizio (takiguchi dokoro Ṛญᚲ656), uno di loro parlò della giovane ragazza-volpe del fiume KŇya. ‘Scommetto che io la catturerò. Se la volpe riesce a scappare, è perché i cavalieri non si ingegnano a catturarla,’ disse un giovane takiguchi Ṛญ coraggioso ed anche giudizioso. Sentendolo parlare così, le [lacuna] guardie eccitate dissero: ‘Questa è grossa! Non ce la farete.’ ‘Vi giuro che domani notte la catturerò e la trascinerò qui,’ replicò il giovane takiguchi Ṛญ. ‘State scherzando. Non ci riuscirete,’ ribadirono i suoi colleghi. Seguì un vivace scambio di parole. Non cedette nessuna delle due parti. La notte seguente la guardia di cui si tratta, senza portare [lacuna], salì sul dorso d’un magnifico cavallo di razza e andò tutta sola al fiume KŇya. Lo attraversò, ma non avendo trovato la fanciulla, prese la strada di ritorno e mentre procedeva alla volta di HeiankyŇ ᐔ቟੩657, vide una giovane ragazza. Ella, vedendo il takiguchi Ṛญ passare, disse con un bel sorriso: ‘Vi prego di prendermi in groppa al vostro cavallo.’ Era carina ed affascinante. ‘Montate subito. Dove volete andare?,’ domandò. ‘Devo andare alla capitale. E siccome si è fatta sera, mi piacerebbe andare in groppa al vostro cavallo.’ Immediatamente il giovane la prese dietro di sé e non appena salita, la legò per la vita alla sella con delle redini che aveva portato con sé per questo preciso scopo. ‘Ma cosa fate!?,’ domandò la giovane. ‘Vi porto con me e stanotte dormirò con voi tra le mie braccia. Se vi lego, è perché non voglio perdervi,’ rispose. Intanto si era fatto completamente buio. Il takiguchi Ṛ ญ procedette per il viale IchijŇ (IchijŇŇji ৻ ᧦ ᄢ 〝 ) in direzione est. Quando aveva oltrepassato il viale Nishi ņmiya (Nishi ņmiyaŇji ⷏

656 657

taki/guchi/ dokoro Ṛ 1285/1759 ญ 213/54 ᚲ 107/153 Hei/an/kyŇ ᐔ 143/202 ቟ 128/105 ੩ 16/189

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ᄢችᄢ〝658), vide venire da est, illuminato da torce, un lungo corteo di carrozze. Si sentiva una voce alta che intimava di fare largo. ‘Passano personaggi d’alto lignaggio?,’ si chiese il takiguchi Ṛญ. Tornò indietro e percorrendo il viale Nishi ņmiya (Nishi ņmiyaŇji ⷏ᄢችᄢ 〝), giunse al viale NijŇ (NijŇŇji ੑ᧦ᄢ〝) e lì andò verso est. Passando poi per il viale ņmiya (ņmiyaŇji ᄢችᄢ〝) della parte orientale di HeiankyŇ ᐔ቟੩, arrivò alla porta Tsuchimikado (Tsuchimikado ࿯ᓮ㐷659). Avendo ordinato ai suoi uomini di aspettarlo presso questa porta, domandò: ‘Siete qui?’ ‘Sì, signore. Siamo qui,’ Apparve una decina di uomini. Il takiguchi Ṛญ slegò la fanciulla e la tirò giù dal cavallo, quindi l’afferrò per il braccio ed entrò per la porta. Con le torce in testa condusse la ragazza alla stazione delle guardie-takiguchi (takiguchi dokoro Ṛญᚲ). I suoi colleghi che lo attendevano tutti insieme, quando sentirono la sua voce, domandarono all’unisono: ‘E allora?’ ‘Eccola qui catturata,’ rispose. ‘Ora lasciatemi andare. C'è molta gente che ci guarda,’ disse la fanciulla addolorata, ma la giovane guardia, invece di liberarla, continuava a tenerla per il braccio. Tutti i suoi colleghi uscirono fuori e circondarono i due. Poi attizzando le torce, dissero: ‘Lasciatela libera qui dentro,’ ‘Ma, cosa dite!? Potrebbe scappare. Non la libererò,’ replicò il giovane. ‘Non preoccupatevene. Suvvia, lasciatela. Divertiamoci. Caso mai scappasse, la colpiremo alla coscia. Siamo in molti. È impossibile che manchiamo il bersaglio.’ Una decina di uomini prendeva la mira, pronta a colpire. ‘D’accordo.’ Il takiguchi Ṛญ mollò la presa. Ed ecco che immediatamente la fanciulla riprese l’aspetto di una volpe e scappò, emettendo guaiti. Scomparvero anche tutti i suoi colleghi come se fossero cancellati da un colpo di spugna. E siccome si spensero anche le fiamme, si fece buio fitto. Il takiguchi Ṛญ, sconcertato, chiamò i suoi uomini, ma non ve n’era più 658 659

Nishi/ ņ/miya/Ň/ji ⷏ 167/72 ᄢ 7/26 ች 419/721 ᄢ 7/26 〝 367/151 Tsuchi/mi/kado ࿯ 316/24 ᓮ 620/708 㐷 385/161

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nessuno. Guardò intorno e si trovò in mezzo a un campo sconosciuto a cielo aperto. Ebbe un terrore indescrivibile. Si sentì più morto che vivo. Comunque, facendosi coraggio, guardò di nuovo tutt’intorno, e dall’aspetto delle montagne e del luogo capì che si trovava nel cimitero di Toribeno* 㠽ㇱ㊁660. ‘Credevo di aver prima preso il viale Nishi ņmiya (Nishi ņmiyaŇji ⷏ᄢችᄢ 〝), e poi percorso un bel tratto del perimetro del Daidairi* ᄢౝⵣ661. E invece …, accidenti! Sono finito in un luogo di questo genere! Anche quel corteo con fiaccole che ho visto nel viale IchijŇ (IchijŇŇji ৻᧦ᄢ〝) dev’essere stato un [inganno tramato*] dalla volpe,’ pensò. Dal momento che non poteva comunque restare lì con le mani in mano, dopo un po’ di tempo si mise a camminare e arrivò a casa verso mezzanotte. Il giorno seguente il giovane si sentì male e rimase inchiodato a letto come se fosse morto. Nel frattempo, visto che il takiguchi Ṛญ atteso non si era fatto vivo quella notte, i suoi colleghi dissero tra risate: ‘Che fine avrà fatto quel certo Signore che ha dichiarato di farcela a catturare la volpe del fiume KŇya (KŇyagawa 㜞㓁Ꮉ)?’ Lo fecero chiamare. La sera del terzo giorno il giovane takiguchi Ṛญ si presentò alla stazione delle guardie (takiguchi dokoro Ṛญᚲ) con l’aria di chi era stato gravemente ammalato. ‘Cosa avete fatto della volpe di quella notte?,’ domandarono i colleghi. ‘Quella notte ho avuto una malattia insopportabile, e quindi non sono potuto andare. Ci proverò stanotte'. ‘Allora, questa volta ne catturerete due,’ dissero così, prendendosi gioco di lui. Il takiguchi Ṛญ si allontanò senza replicare parola, ma pensò dentro di sé: ‘Visto che la volpe è stata prima ingannata da me, non credo che stasera si farà vedere. Comunque, caso mai si presentasse, questa volta non la libererò per nessun motivo durante tutta la notte. Se non apparirà, non verrò mai più a farmi vedere alla stazione (takiguchi dokoro Ṛญᚲ) e rimarrò rinchiuso in casa.’ Quella notte andò a cavallo al fiume KŇya (KŇyagawa 㜞㓁Ꮉ), accompagnato da molti suoi uomini muscolosi. ‘Potrei eventualmente finire con il rovinare la mia vita per una stupidaggine di questo genere.’ pensò. Tuttavia, siccome era stato lui a dichiarare di farcela, non poteva tornare indietro. Attraversò il fiume, ma non trovò la fanciulla. Quando tornò indietro, la vide in 660 661

Tori/be/no 㠽 932/285 ㇱ 37/86 ㊁ 85/236 Dai/dai/ri ᄢ 7/26 ౝ 51/84 ⵣ 755/273

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piedi in riva. Il suo viso non era quello della giovane della sera precedente. ‘Vorrei salire in groppa al vostro cavallo,’ gli fu chiesto come prima. La fece montare. La legò ben stretta anche questa volta con delle redini. A HeiankyŇ ᐔ቟੩ prese il viale IchijŇ (IchijŇŇji ৻᧦ᄢ〝), e siccome era diventato buio, si fece precedere da uomini con torce e si fece scortare da altri uomini accanto al cavallo, prendendo altri provvedimenti opportuni. Procedette intimando di fare largo. Non incontrò nessuno. Sceso da cavallo alla porta Tsuchimikado (Tsuchimikado ࿯ᓮ㐷), afferrò la giovane per i capelli e si mise a trascinarla. La ragazza, piangendo, oppose resistenza, ma fu condotta alla stazione delle guardie (takiguchi dokoro Ṛญᚲ). ‘Com’è andata la cosa?,’ chiesero. ‘Eccola,’ rispose il takiguchi Ṛญ. La fanciulla, legata questa volta assai strettamente, fu messa a sedere. Mantenne l’aspetto umano per un po’ di tempo, sennonché maltrattata spietatamente in mille modi diversi, finì col riassumere la figura di una volpe. Il giovane takiguchi Ṛญ la malmenò con una torcia, bruciandole quasi interamente il pelo. Ogni tanto scoccava una [freccia sibilante*]. ‘Voi, d’ora in poi, non prenderete in giro più nessuno con i vosti scherzi di cattivo gusto,’ disse e la lasciò andare. La volpe ridotta al punto di non poter più camminare si allontanò a malapena. Dopodiché il takiguchi Ṛญ raccontò ai suoi colleghi per filo e per segno la sua storia, a cominciare dal fatto di essere finito, ingannato, a Toribeno 㠽ㇱ㊁ e altre esperienze. Circa dieci giorni più tardi il takiguchi Ṛญ, volendo catturarla un’altra volta, andò a cavallo al fiume KŇya (KŇyagawa 㜞㓁Ꮉ). Quella stessa fanciulla stava in piedi in riva con l’aria di chi aveva sofferto di una grave malattia. ‘Cara mia, montate in groppa al cavallo,’ disse. ‘Verrei montare ..., ma non ce la faccio a sopportare le vostre fiamme…’ rispose e scomparve. La nostra volpe se la passò male, perché aveva ingannato quell’uomo. È una faccenda che dev’essere accaduta non molto tempo fa. Poiché si tratta di una storia rara, la gente l’ha tramandata. Ora vediamo un po’. Si sa che fin dai tempi antichi le volpi hanno l’abitudine di tramutarsi in persone. La nostra era talmente abile nell’ingannare gli uomini da condurli persino a Toribeno 㠽ㇱ㊁. Se era così brava, quando fu catturata per la seconda volta, come mai non fece apparire carrozze e come mai non gli fece smarrire il cammino? La gente ha continuato a dire di generazione in generazione

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che le volpi sembrano agire diversamente a seconda della disposizione d’animo dell’uomo con cui hanno a che fare ». ٟ * chŇ ↸: unità di distanza. Un chŇ equivale a circa 109 metri. / takiguchi Ṛญ: bushi

ᱞ჻662 con compito di sorveglianza dei palazzi imperiali. / Toribeno 㠽ㇱ㊁: si scrive anche 㠽ㄝ㊁ fin dai tempi antichi uno dei cimiteri di KyŇto ੩ㇺ663. / Daidairi ᄢ ౝⵣ: quartiere in cui si trovavano i palazzi imperiali e quelli governativi, di HeiankyŇ ᐔ ቟੩ e anche di HeijŇkyŇ ᐔၔ੩ / [inganno tramato], [freccia sibilante]: lacune facilmente colmabili. C’era la credenza che la freccia sibilante potesse scongiurare gli influssi malefici.

 ‫ޣ‬REKISHI MONOGATARI ‫ޤ‬Per concludere, si ricorda una serie di opere chiamate rekishi monogatari (ᱧผ‛⺆ 664 Storie romanzate), qualcosa come opere storiche e romanzi insieme, cui appartengono ad esempio l’ņkagami (䇺ᄢ㏜䇻665 it. Il grande specchio, inizi XII sec.) e lo Eiga monogatari (䇺ᩕ⪇‛⺆䇻666 scritto anche come 䇺ᩕ⧎‛⺆䇻 it. Storia di splendori, XI sec.). Quest’ultimo racconta la storia di 200 anni dall’887 al 1092, incentrandosi soprattutto sulla gloria di Fujiwara no Michinaga ⮮ේ㆏ 㐳. Si può dire che anche questo genere fu un frutto della nipponizzazione della tradizione culturale cinese.

§23. Buddhismo e shintoismo  Nei primi anni del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) vennero introdotte dalla Cina due nuove scuole buddhiste, una da Kşkai ⓨᶏ667 e l’altra da SaichŇ ᦨẴ668.

662 663 664 665 666 667 668

bu/shi ᱞ 448/1031 ჻ 301/572 KyŇ/to ੩ 16/189 ㇺ 92/188 reki/shi/ mono/gatari ᱧ 692/480 ผ 563/332 ‛ 126/79 ⺆ 274/67 ņ/kagami 䇺ᄢ 7/26 ㏜ 1358/863䇻 Ei/ga/ mono/gatari 䇺ᩕ 745/723 ⪇ 807/1074 ‛ 126/79 ⺆ 274/67䇻 Kş/kai ⓨ 233/140 ᶏ 158/117 Sai/chŇ ᦨ 121/263 Ẵ 1637/1334

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SCUOLA SHINGON

Nell’806 venne fondata la setta Shingon (Shingonshş ⌀⸒ቬ669; shş ቬ scuola, setta) da Kşkai (ⓨᶏ 774-835), che eresse il KongŇbuji (㊄೰ፃ 670 ኹ lett. tempio sulla punta del diamante, 816-a tutt’oggi) sul monte di nome KŇyasan (㜞㊁ጊ671 monte KŇya ψcarta 7; san ጊ montagna) nella provincia di Kii (Kii no kuni ♿દ࿖672 ψcarta 8; oggi Wakayama-ken ๺᱌ጊ⋵673). Si tratta di una scuola la cui dottrina altamente metafisica fu quella del buddhismo esoterico (mikkyŇ ኒᢎ674 sans. VajrayĆna [veicolo di diamante], it. tantrismo). Il mikkyŇ ኒᢎ dello Shingonshş ⌀⸒ቬ fu chiamato tŇmitsu (᧲ኒ675 lett. mikkyŇ orientale; tŇmitsu ᧲ኒ φ TŇ/ji ᧲ኹ 㧗 mik/kyŇ ኒᢎ), denominazione di derivazione dal TŇji (᧲ኹ lett. tempio orientale, 796-presente) dello Shingonshş ⌀⸒ቬ a KyŇto ੩ㇺ.  Il buddhismo esoterico è una forma di mahĆyĆna (daijŇ bukkyŇ ᄢਸ਼੽ᢎ ψ§12) sorta in India verso il IV secolo (secondo certe pubblicazioni di vecchia data verso il VII sec.) ed accompagnata da riti mistici. Esso predica che se ci si concentra, pronunciando la formula magica shingon (⌀⸒ lett. vera parola; sans. mantra; cin. zhenyan, chên-yen) e ponendo le mani in date posizioni, si può diventare buddha con il corpo fatto di carne e ossa (sokushin jŇbutsu හりᚑ੽676 lett. Il corpo così com’è diventa buddha.) e che nello stesso tempo ci si assicura benessere e felicità in questo mondo.  Kşkai ⓨᶏ era assai versatile ed è noto ai giapponesi non soltanto come fondatore dello Shingonshş ⌀⸒ቬ, ma anche come calligrafo, poeta, studioso e operatore di servizi sociali, tra cui fondazione a KyŇto ੩ㇺ di un istituto d’istruzione di nome Shugei shuchiin (⛱⧓⒳ᥓ㒮677, 828), il primo in Giappone per l’istruzione della gente comune. Fu insignito con il nome postumo di KŇbŇ daishi (ᒄᴺᄢᏧ678, lett. Grande Maestro-Diffusore del dharma; dharma ψ§12).

669 670 671 672 673 674 675 676 677 678

Shin/gon/shş ⌀ 278/422 ⸒ 279/66 ቬ 1023/616 Kon/gŇ/bu/ji ㊄ 59/23 ೰ 1854/1610 ፃ 1369/1350 ኹ 687/41 KŇ/ya/san 㜞 49/190 ㊁ 85/236 ጊ 60/34 Ki/i/ no/ kuni ♿ 930/372 દ 603/2011 ࿖ 8/40 Waka/yama/ ken ๺ 151/124 ᱌ 478/392 ጊ 60/34 ⋵ 195/194 mik/kyŇ ኒ 858/806 ᢎ 97/245 tŇ/mitsu ᧲ 11/71 ኒ 858/806 soku/shin/ jŇ/butsu හ 1052/463 り 331/59 ᚑ 115/261 ੽ 678/583 Shu/gei/ shu/chi/in ⛱ non reg./non reg.⧓ 588/435 ⒳ 435/228 ᥓ 1416/2099 㒮 236/614 KŇ/bŇ/ dai/shi ᒄ 1075/2064 ᴺ 145/123 ᄢ 7/26 Ꮷ 490/409 113

SCUOLA TENDAI

SaichŇ (ᦨẴ 767-822) studiò sul monte cinese Tiantai (T’ien-t’ai ᄤบ679 giapp. Tendai). Al rimpatrio (805) fondò la setta Tendai (Tendaishş ᄤบ 680 ቬ ) sul monte Hiei (Hieizan Ყซጊ681 detto non di rado semplicemente Eizan ซ ጊ ψcarta 7; zan ጊ montagna) vicino a KyŇto ੩ㇺ. Un piccolo monastero che egli aveva fondato in quel luogo divenne col tempo una gigantesca comunità religiosa: l’Enryakuji (ᑧᥲኹ682 788-a tutto’oggi). La sua tradizione di studi era caratterizzata dall’eclettismo-sincretismo di diverse dottrine, pur privilegiando il MyŇhŇ rengekyŇ (䇺ᅱᴺ ⬒⪇⚻䇻 683 it. Il sştra del loto della buona legge; sans. Saddharmapu arĩka-sştra abbr. 684 HokkekyŇ o anche HokekyŇ 䇺ᴺ⪇⚻䇻 it. Il sştra del loto) e, dopo la morte di SaichŇ ᦨẴ, da elementi del buddhismo esoterico con il nome di taimitsu (บኒ685 lett. mikkyŇ del Tendaishş; taimitsu บኒ φ Ten/dai/shş ᄤบቬ 㧗 mik/kyŇ ኒᢎ).  SaichŇ ebbe il nome postumo onorifico di DengyŇ daishi (વᢎᄢᏧ 686 lett. Grande Maestro-Trasmettitore dell’Insegnamento).  < Enryakuji > L’Enryakuji ᑧᥲኹ, che da una parte manteneva un gran numero di sŇhei (௯౓687 ψ§18) ed esercitava un enorme ascendente, costituiva dall’altra anche la massima sede di studi di molteplici discipline e di cultura, paragonabile ad una università: furono impartite lezioni non soltanto di diverse forme buddhiste, ma anche di agraria, ingegneria civile, farmacologia, arte militare, astronomia, waka ๺᱌ 688 , confucianesimo (rujiao, juchiao ఌᢎ689 giapp. jukyŇ ψ§53) ecc. Grazie comunque alla sua flessibilità nel permettere la coesistenza di più dottrine buddhiste l’Enryakuji ᑧᥲኹ diventò la culla dei movimenti riformatori (ψ§33) del buddismo giapponese. Insieme con lo HŇryşji (ᴺ㓉ኹ ψ§13) e il TŇdaiji (᧲ᄢኹ ψ §12) è il monastero più citato nella storia del Giappone.

679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689

Ten/dai ᄤ 364/141 บ 216/492 Ten/dai/shş ᄤ 364/141 บ 216/492 ቬ 1023/616 Hi/ei/zan Ყ 557/798 ซ non reg./non reg.ጊ 60/34 En/ryaku/ji ᑧ 758/1115 ᥲ 1793/1534 ኹ 687/41 MyŇ/hŇ/ ren/ge/kyŇ 䇺ᅱ 1045/1154 ᴺ 145/123 ⬒ non reg./non reg.⪇ 807/1074 ⚻ 135/548䇻 Hok/ke/kyŇ / Ho/ke/kyŇ 䇺ᴺ 145/123 ⪇ 807/1074 ⚻ 135/548䇻 tai/mitsu บ 216/492 ኒ 858/806 Den/gyŇ/ dai/shi વ 494/434 ᢎ 97/245 ᄢ 7/26 Ꮷ 490/409 sŇ/hei ௯ 1423/1366 ౓ 447/784 wa/ka ๺ 151/124 ᱌ 478/392 ju/kyŇ ఌ 1968/1417 ᢎ 97/245 114

RICAPITOLAZIONE:

Kşkai (KŇbŇ daishi) ⓨᶏ㧔ᒄᴺᄢᏧ㧕 SaichŇ (DengyŇ daishi) ᦨẴ㧔વᢎᄢᏧ㧕

KŇyasan 㜞㊁ጊ Hieizan Ყซጊ

KongŇbuji ㊄೰ፃኹ Enryakuji ᑧᥲኹ

Shingonshş ⌀⸒ቬ Tendaishş ᄤบቬ

tŇmitsu ᧲ኒ taimitsu บኒ

ٟ Mettendo insieme lo Shingonshş ⌀⸒ቬ e il Tendaishş ᄤบቬ, si parla spesso del buddhismo delle montagne (sangaku bukkyŇ ጊጪ੽ᢎ690; sangaku ጊ ጪ montagne), in quanto diversamente dal buddhismo del periodo Nara (Nara bukkyŇ ᄹ⦟੽ᢎ 691 ), le due scuole ebbero la loro sede nel profondo delle montagne.

 ‫ޣ‬BUDDHISMO PER L’ARISTOCRAZIA‫ޤ‬Le nuove forme di buddhismo, lo Shingonshş ⌀⸒ቬ e il Tendaishş ᄤบቬ resosi esoterico, vennero abbracciati con entusiasmo dalla nobiltà non tanto per le loro dottrine solenni e profonde quanto per le loro preghiere e pratiche magiche e taumaturgiche (kajikitŇ ടᜬ␨⑄692) in grado di rispondere alle esigenze dei nobili nella loro vita terrena, e furono, infatti, assai in voga durante la prima metà del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ).  In seguito alla introduzione delle dottrine esoteriche, il buddhismo giapponese mutò il suo ruolo, per così dire, dal talismano per la pace e sicurezza dello Stato (chingo kokka ㎾⼔࿖ኅ693 ψ§12) al mago che appagava con incantesimi (kajikitŇ ടᜬ␨⑄) i desideri terreni dei singoli nobili od esorcizzava i demoni che li perseguitavano (ψ §25).  Non tendeva ancora la sua mano salvifica verso la gente comune, ma è altrettanto vero che nel frattempo andavano maturando i tempi per la nascita d’un nuovo tipo di buddhismo diverso dai preesistenti. BUDDHISMO DELLA TERRA PURA ED ESCATOLOGIA

䇼CULTO DELLA TERRA PURA‫ޤ‬JŇdokyŇ (ᵺ ࿯ ᢎ 694 buddhismo della Terra Pura), così si chiamava questa nuova forma del buddhismo sorta verso la metà del periodo Heian.

690 691 692 693 694

san/gaku/ buk/kyŇ ጊ 60/34 ጪ 1091/1358 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 Na/ra/ buk/kyŇ ᄹ 822/2044 ⦟ 520/321 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 ka/ji/ki/tŇ ട 187/709 ᜬ 184/451 ␨ 1573/621 ⑄ non reg./non reg. chin/go/ kok/ka ㎾ 1520/1786 ⼔ 653/1312 ࿖ 8/40 ኅ 81/165 jŇ/do/kyŇ ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 ᢎ 97/245

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(Ma, per dire la verità, il buddhismo della Terra Pura era già stato introdotto dal continente nel lontano VI secolo.) ٟ Terra Pura (jingtu, ching-t’u ᵺ࿯ giapp. jŇdo): terra priva di dolore e piena di

beatitudine, abitata da buddha e bodhisattva (bosatsu ⪄⮋). È predicato che esiste un gran numero di jŇdo ᵺ࿯, ma nella tradizione religiosa dell’Asia orientale il termine jŇdo ᵺ࿯ si riferisce in pratica ad « una » ben specifica: Gokuraku jŇdo (ᭂᭉᵺ࿯695 sans. SukhĆvatĩ, detto anche SaihŇ gokuraku jŇdo ⷏ᣇᭂᭉᵺ࿯696, perché si ritiene che si trovi a ponente).

 Uno dei primi a predicare il culto della Terra Pura (jŇdo ᵺ࿯) in Giappone fu Kşya (ⓨ਽ letto anche KŇya, 903-972), monaco del Tendaishş ᄤบቬ. Successivamente un altro monaco pure del Tendaishş ᄤบቬ, Genshin (Ḯା697 detto anche EshinsŇzu ᕺᔃ௯ㇺ698 942-1017), nella sua opera ņjŇyŇshş (䇺ᓔ↢ⷐ㓸䇻 699 lett. Essenza sulla rinascita nella Terra Pura, 985) così insegnava: se si presta fede al Buddha Amida (Amida butsu 㒙ᒎ㒚੽700; Amida 㒙ᒎ㒚: trascrizione fonetica del sanscrito AmitĆbha e AmitĆyus), ovvero Buddha-Salvatore che presiede la sua Terra Pura (jŇdo ᵺ࿯) situata a ponente (SaihŇ gokuraku jŇdo ⷏ᣇᭂᭉᵺ࿯), sia evocando costantemente la sua immagine e le immagini della sua Terra Pura (pratica detta kansŇ ⷰᗐ701 lett. visualizzazione mentale), che pronunciando il suo nome (pratica chiamata shŇmyŇ ⒓ฬ702), si può rinascere, dopo la morte, nel Paradiso di nome Terra Pura (Gokuraku ŇjŇ ᭂᭉᓔ↢703 lett. andare in Gokuraku jŇdo ᭂᭉᵺ࿯ e rinascervi).  Il buddhismo della Terra Pura (jŇdokyŇ ᵺ ࿯ ᢎ , chiamato alternativamente buddhismo amidista o amidismo) che prometteva la felicità nella vita ultraterrena, in netto contrasto con il buddhismo esoterico (mikkyŇ ኒᢎ) volto ad appagare i desideri terreni, andò via via sostituendo questo ultimo, trovando i suoi fedeli principalmente fra i nobili.

695 696 697 698 699 700 701 702 703

Goku/raku/ jŇ/do ᭂ 652/336 ᭉ 232/358 ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 Sai/hŇ/ goku/raku/ jŇ/do ⷏ 167/72 ᣇ 28/70 ᭂ 652/336 ᭉ 232/358 ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 Gen/shin Ḯ 827/580 ା 198/157 E/shin/sŇ/zu ᕺ 875/1219 ᔃ 139/97 ௯ 1423/1366 ㇺ 92/188 ņ/jŇ/yŇ/shş 䇺ᓔ 1283/918 ↢ 29/44 ⷐ 117/419 㓸 168/436䇻 A/mi/da/ butsu 㒙 1515/2258 ᒎ 1536/2065 㒚 non reg./non reg.੽ 678/583 kan/sŇ ⷰ 463/604 ᗐ 352/147 shŇ/myŇ ⒓ 1187/978 ฬ 116/82 Goku/raku/ Ň/jŇ ᭂ 652/336 ᭉ 232/358 ᓔ 1283/918 ↢ 29/44

116

ٟ L’insieme di kansŇ (ⷰᗐ: evocare l’immagine dell’Amida butsu 㒙ᒎ㒚੽ e le immagini del suo jŇdo ᵺ࿯) e shŇmyŇ (⒓ฬ: recitare il nome d’Amida, pronunciando « Namu Amida butsu » (ධή㒙ᒎ㒚੽704 Ho fede nel Buddha Amida) si chiama nenbutsu (ᔨ੽705 lett. evocare l’immagine del buddha). Genshin Ḯା diede importanza al kansŇ ⷰᗐ e allo shŇmyŇ ⒓ฬ un posto marginale. Tale forma di nenbutsu ᔨ੽ si chiama specificatamente kansŇ nenbutsu ⷰᗐᔨ੽. Nel periodo successivo il contenuto dottrinario del nenbutsu ᔨ੽ fu rivoluzionato (ψ §33). ٟ La disposizione mentale, rilevabile soprattutto in opere letterarie, di voler odiare e lasciare questo mondo sporco (onri edo ෤㔌ⓚ࿯706) e di vagheggiare la rinascita nella Terra Pura (gongu jŇdo ᰵ᳞ᵺ࿯707) è caratteristica dell’amidismo per eccellenza.

 ‫ޣ‬ESCATOLOGIA DEL BUDDHISMO‫ޤ‬La crescente popolarità dell’amidismo (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ) non era senza motivi. La seconda metà, specie l’ultima fase, del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) fu un tempo caotico di transizione durante il quale il potere politico passava man mano dalla classe aristocratica (kuge ౏ኅ) nelle mani dei bushi ᱞ჻: prepotenze della famiglia Fujiwara (Fujiwarashi ⮮ේ᳁), battaglie combattute frequentemente e dappertutto, grandi templi con i loro monaci armati (sŇhei ௯౓). Inoltre, c’era un susseguirsi di carestie, epidemie e calamità naturali. Per la gente comune di allora vivere significava come riuscire a mantenersi in vita. La situazione reale del tempo ricordava l’escatologia del buddhismo conosciuta con il nome di mappŇ shisŇ (ᧃᴺᕁᗐ708 lett. pensiero sulla fine del dharma) che prevedeva il declino dell’insegnamento del Buddha attraverso tre stadi successivi.  Se l’amidismo (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ) veniva accettato da un numero sempre crescente di gente, era perché in quei tempi si credeva che si sarebbe entrati nel 1052 nell’ultima fase di declino del dharma (mappŇ ᧃᴺ lett. fine del dharma) e che una volta cominciata l’era mappŇ ᧃᴺ, non ci sarebbe stata altra salvezza che affidarsi alla mano salvifica del Buddha Amida (Amida butsu 㒙ᒎ㒚੽) il quale, prima di diventare Buddha (Butsuda, Budda ੽㒚), aveva fatto voti (in particolare il 18° dei 48 voti) di bosatsu (⪄⮋709 sans. 704 705 706 707 708 709

Na/mu/ A/mi/da/ butsu ධ 205/74 ή 227/93 㒙 1515/2258 ᒎ 1536/2065 㒚 non reg./non reg.੽ 678/583 nen/butsu ᔨ 469/579 ੽ 678/583 on/ri/ e/do ෤ non reg./non reg.㔌 641/1281 ⓚ non reg./non reg.࿯ 316/24 gon/gu/ jŇ/do ᰵ non reg./non reg.᳞ 332/724 ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 map/pŇ/ shi/sŇ ᧃ 528/305 ᴺ 145/123 ᕁ 149/99 ᗐ 352/147 bo/satsu ⪄ non reg./non reg.⮋ non reg./non reg.

117

bodhisattva ψ§12). FUSIONE DEL BUDDHISMO E DELLO SHINTOISMO

Il Nihon shoki (ᣣᧄᦠ♿ ψ§10) parla di un conflitto fra Sogashi (⯃ᚒ᳁ ψ§5) e Mononobeshi ‛ㇱ᳁ riguardo all’accettazione o meno del buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ). Oggi, l’opinione prevalente vuole che si trattasse di uno scontro facente parte di una serie di lotte per il potere all’interno del governo Yamato (Yamato chŇtei ᄢ๺ᦺᑨ), e come tale non fu, quindi, un conflitto di carattere strettamente religioso. Si può affermare benissimo che sin da quando fu introdotto il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) nel VI secolo, le due religioni, quella straniera e quella autoctona, coesistevano pacificamente.  ‫ޣ‬SHINBUTSU SHŞGņ ‫ޤ‬Ma poi, nel periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ) quel certo stato di simbiosi si tramutò in fusione (shinbutsu shşgŇ ␹੽⠌ว710 o anche shinbutsu konkŇ ␹੽ᷙᶳ711 lett. sincretismo shintŇ-buddhista): via via vennero costruiti, accanto e quindi annessi ai santuari shintoisti, templi buddhisti chiamati jingşji (␹ች ኹ712: ␹ች santuario shintoista; ኹ tempio buddhista). Così, per esempio, si eseguivano letture orali di sştra (kyŇten ⚻ౖ), ossia scritture sacre buddhisti, davanti all’altare shintoista. (Ciò sarebbe come dire: messa cattolica celebrata in una moschea).  ‫ޣ‬HONJI SUIJAKUSETSU ‫ޤ‬Successivamente, nel periodo Heian (Heian jidai ᐔ ቟ᤨઍ) si sostenne addirittura che le divinità shintoiste (kami ␹) non fossero altro che manifestazioni in forme diverse di buddha e bodhisattva, idea denominata honji suijakusetsu (ᧄ࿾ုㅇ⺑713 lett. teoria sulla manifestazione in diverse figure dell’entità suprema; honji ᧄ ࿾ esseri supremi, ossia buddha e bodhisattva; suijaku ု ㅇ manifestazione in forma di kami). Sorsero così forme alquanto diverse di shintŇ ␹㆏ rappresentate dal cosiddetto ryŇbu shintŇ ਔㇱ␹㆏714, shintoismo cioè dottrinalmente organizzato sul modello dello Shingonshş ⌀⸒ቬ. La conseguenza dello shinbutsu shşgŇ ␹੽⠌ว fu che per un lungo periodo di dieci secoli fino al 1868 (l’anno in cui fu operato il cosiddetto shinbutsu bunri ␹੽ಽ㔌 715 lett. separazione di shintŇ ␹㆏ e bukkyŇ ੽ᢎ ψ§64) avveniva che si erigesse una pagoda accanto ad un santuario shintoista (qualcosa come se la Basilica di S. Pietro 710 711 712 713 714 715

shin/butsu/ shş/gŇ ␹ 229/310 ੽ 678/583 ⠌ 665/591 ว 46/159 shin/butsu/ kon/kŇ ␹ 229/310 ੽ 678/583 ᷙ 888/799 ᶳ non reg./non reg. jin/gş/ji ␹ 229/310 ች 419/721 ኹ 687/41 hon/ji/ sui/jaku/setsu ᧄ 15/25 ࿾ 40/118 ု 1716/1070 〔 931/1569 ⺑ 307/400 ryŇ/bu/ shin/tŇ ਔ 281/200 ㇱ 37/86 ␹ 229/310 ㆏ 129/149 shin/butsu/ bun/ri ␹ 229/310 ੽ 678/583 ಽ 35/38 㔌 641/1281 118

ospitasse una statua del Buddha al posto della Pietà di Michelangelo) o che dei sacerdoti buddhisti servissero in un tempio shintoista senza che per questo si avvertisse alcunché di strano. ٟ < Honji suijaku > Nel sştra del loto (HokekyŇ 䇺ᴺ⪇⚻䇻) il Buddha storico (ossia Shaka ㉼ㄸ) è considerato quale manifestazione dell’eterna verità assoluta. Lo honji suijaku ᧄ࿾ုㅇ fu la naturale conseguenza dell’applicazione di tale concetto sui rapporti tra buddha e bodhisattva buddhisti (considerati quali honji ᧄ࿾, cioè esseri supremi) da una parte e kami ␹ shintoisti (visti come suijaku ုㅇ, ossia manifestazione in forme diverse di buddha e bodhisattva) dall’altra. Il significato di honji suijaku ᧄ࿾ုㅇ può essere visualizzato, ad esempio, come segue: < honji > buddha eterno come quello predicato nel Sştra del Loto

Ȼ

< honji > buddha e bodhisattva

Ö

< suijaku > Buddha storico

Ȼ < suijaku > kami

ٟ È lecito dire che sin dai tempi antichi i giapponesi erano e sono assai indulgenti

con le religioni in sé. Anche oggi, per una stragrande maggioranza dei giapponesi, tanto per fare un esempio, matrimonio secondo i riti shintoisti e funerale in tempio buddhista non sono atti incompatibili fra di loro. cfr. « [...] non avrai altri dèi all’infuori di me ». « [...] io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso [...] ». (Esodo).

§24. Arti figurative OPERE D’ARTE DEL PERIODO KņNIN-JņGAN

Nella storia della cultura, i primi cento anni circa del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) sono distinti con il nome di periodo KŇnin-JŇgan (KŇnin-JŇgan jidai ᒄੳ࡮⽵ⷰᤨઍ716 810-824 / 859-877; KŇnin, JŇgan: nengŇ ᐕภ). Si tratta d’un periodo caratterizzato, nel campo letterario, dalla composizione poetica in cinese (kanshi ṽ⹞ ψ§11, §22) e, nel campo delle arti figurative, dalla produzione di statue, strumenti e dipinti utilizzati per i riti del buddhismo esoterico

716

KŇ/nin/-/JŇ/gan/ ji/dai ᒄ 1075/2064 ੳ 1346/1619࡮⽵ 1318/1681 ⷰ 463/604 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 119

(mikkyŇ ኒᢎ). Questi ultimi oggetti oggi considerati opere d’arte del buddhismo esoterico (mikkyŇ bijutsu ኒᢎ⟤ⴚ717) ispirano, per la loro misticità ed inscrutabilità, uno strano sentimento di soggezione. Un paio di esempi delle opere del mikkyŇ bijutsu ኒᢎ⟤ⴚ: pittura del KifudŇ (䇺㤛 ਇേ䇻718 838; FudŇ ਇേ sans. Acala) dell’OnjŇji ࿦ၔኹ719, città di ņtsu (ᄢᵤ720 ψ ajyaguru) del GangŇji carta 7), statua dello Yakushi nyoraizŇ (䇺⮎Ꮷᅤ᧪௝䇻721 sans. Bhai ర⥝ኹ 722 a Nara ᄹ⦟ e statua del Nyoirin kannonzŇ (䇺ᅤᗧベⷰ㖸௝䇻 723 sans. icakra, 850 ca.) del Kanshinji ⷰᔃኹ724, prefettura di ņsaka (ņsaka fu ᄢ㒋ᐭ CintĆma 725 ψcarta 8).䎃  ‫ޣ‬CALLIGRAFIA ARTISTICA 1‫ޤ‬A questo punto, indipendentemente dal mikkyŇ bijutsu ኒᢎ⟤ⴚ, è opportuno parlare brevemente dello shodŇ (ᦠ㆏726 lett. via della scrittura), ossia calligrafia artistica eseguita con pennelli simili a quelli da pittore e inchiostro di china. Si tratta di un fenomeno peculiare nato in Cina e sviluppatosi nella sua area culturale, specie in Cina e in Giappone. La storia dello shodŇ ᦠ㆏ in Giappone risale al periodo Asuka (Asuka jidai 㘧㠽 ᤨઍ). Molti anni dopo, agli inizi del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) Kşkai (ⓨ ᶏ ψ§23) promosse per primo lo shodŇ ᦠ㆏ quale forma d’arte. Ai suoi tempi c’erano tre calligrafi particolarmente abili, tra cui Kşkai ⓨᶏ. I tre furono chiamati in età posteriore sanpitsu (ਃ╩727 lett. tre pennelli). Ai loro tempi sotto l’influenza della cultura cinese andavano di moda gli stili vigorosi della Cina dei Tang (T’ang ໊ giapp. TŇ). L’esemplare di calligrafia più noto di questo periodo è dato dalla raccolta di lettere, chiamata FşshinjŇ (䇺㘑ାᏝ䇻728 lett. fascicolo di notizie portate dal vento, 812 ca.), scritte da Kşkai ⓨᶏ a SaichŇ ᦨẴ.

717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728

mik/kyŇ/ bi/jutsu ኒ 858/806 ᢎ 97/245 ⟤ 289/401 ⴚ 299/187 Ki/fu/dŇ 䇺㤛 1063/780 ਇ 134/94 േ 86/231䇻 On/jŇ/ji ࿦ 412/447 ၔ 638/720 ኹ 687/41 ņ/tsu ᄢ 7/26 ᵤ 679/668 Yaku/shi/ nyo/rai/zŇ 䇺⮎ 541/359 Ꮷ 490/409 ᅤ 1521/1747 ᧪ 113/69 ௝ 906/740䇻 Gan/gŇ/ji ర 328/137 ⥝ 695/368 ኹ 687/41 Nyo/i/rin/ kan/non/zŇ 䇺ᅤ 1521/1747 ᗧ 118/132 ベ 959/1164 ⷰ 463/604 㖸 402/347 ௝ 906/740䇻 Kan/shin/ji ⷰ 463/604 ᔃ 139/97 ኹ 687/41 ņ/saka/-fu ᄢ 7/26 㒋 401/non reg.ᐭ 156/504 sho/dŇ ᦠ 130/131 ㆏ 129/149 san/pitsu ਃ 10/4 ╩ 940/130 Fş/shin/jŇ 䇺㘑 246/29 ା 198/157 Ꮭ non reg./non reg.䇻 120

OPERE D’ARTE ED ARCHITETTONICHE DELLA CULTURA FUJIWARA

Per quanto riguarda poi la cultura nazionale (kokufş bunka ࿖㘑ᢥൻ729), ossia la cultura tipicamente giapponese, si è già parlato della letteratura. Restano da vedere altri campi:  ‫ޣ‬SHINDENZUKURI E YAMATOE ‫ ޤ‬I nobili Heian (Heian kizoku ᐔ቟⾆ᣖ) abitavano una casa di stile chiamato shindenzukuri (ኢᲚㅧ730 lett. stile architettonico di palazzo da letto). Visto che oggi non ne rimane una, la sua pianta e il suo aspetto si possono soltanto presumere da materiali scritti e da cosiddetti emakimono (⛗Ꮞ‛731 lett. rotoli di dipinti). Comunque si sa per certo che su un vasto terreno (in media 120m ca. ˜ 120m ca.) c’erano parecchi edifici collegati tra loro da corridoi (watadono ᷰᲚ 732 lett. edifici di passaggio). Si tratta di una abitazione sontuosa, ma il pavimento non era ancora ricoperto di tatami ⇥733. L’edificio più grande e adibito alla vita pubblica e privata del padrone si trovava al centro e si chiamava appunto shinden (ኢᲚ lett. palazzo da letto). Il tutto era esposto a sud. shindenzukuri Uno degli elementi caratteኢᲚㅧ ristici dello shindenzukuri ኢᲚ                  watadono ㅧ stava in un grande giardino                  shinden riproducente in ‘miniatura’ scene della natura, con laghetyarimizu to (ike ᳰ 734 ), corsi d’acqua                  (yarimizu ㆜ ᳓ 735 ), ponti, cumuli di terra paragonati a                  tsuridono                  ike montagne (tukiyama ▽ ጊ 736                  nakajima lett. montagne costruite) ecc. 737  I paraventi (byŇbu ዳ㘑 ) e le altre pareti divisorie (fusuma ⶲ738 porte scorrevoli rivestite di carta o di tessuto) 729 730 731 732 733 734 735 736 737

koku/fş/ bun/ka ࿖ 8/40 㘑 246/29 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 shin/den/zukuri ኢ 1079/1079 Ლ 1194/1130 ㅧ 460/691 e/maki/mono ⛗ 976/345 Ꮞ 636/507 ‛ 126/79 wata/dono ᷰ 615/378 Ლ 1194/1130 tatami ⇥ 1300/1087 ike ᳰ 548/119 yari/mizu ㆜ 1180/1173 ᳓ 144/21 tuki/yama ▽ 820/1603 ጊ 60/34 byŇ/bu ዳ non reg./non reg.㘑 246/29 121

degli ambienti all’interno degli edifici erano ornati dai cosiddetti yamatoe (ᄢ๺⛗739 pittura [di stile] giapponese) che rappresentavano diverse scene stagionali della natura o aspetti delle ricorrenze celebrative.  < Yamatoe > Fu chiamato così in contrapposizione a karae (໊⛗740 pittura [di stile] cinese). Generalmente, si tratta di dipinti o, meglio, disegni non eseguiti dal vero, ma piuttosto stilizzati, idealizzati e decorativi, quindi privi sia di prospettiva che di ombra e come tali non rappresentano fedelmente la realtà concreta. Questa sua qualità costituì il nucleo della pittura giapponese in genere, manifestandosi in pieno nel periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ 1600/1603-1867).  < Vita umana e natura > È da rilevare con l’occasione che a partire dal periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) la fusione della vita umana e la natura o, per meglio dire, un certo atteggiamento dei giapponesi di voler vivere in seno alla natura costituì un pilastro della cultura giapponese. Il giardino annesso allo shindenzukuri ኢᲚㅧ ne parla eloquentemente.  ‫ޣ‬CALLIGRAFIA ARTISTICA 2‫ޤ‬Nel processo generale di nipponizzazione della cultura cinese anche lo stile ideale dello shodŇ ᦠ㆏ mutò da quello rigido e vigoroso imparato dalla Cina in un altro elegante, armonioso e fluido. Questa volta si parla del sanseki (ਃそ741 lett. tre tracce di pennello), di cui è ben noto Ono no Michikaze (o anche Ono no TŇfş) (ዊ㊁㆏㘑742 894-966). Nacque così verso la metà del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) uno stile definito giapponese (wayŇshofş ๺᭽ᦠ㘑743 detto anche jŇdaiyŇ ਄ઍ᭽744 lett. stile dell’età antica) e venne preso a modello dai posteri.  ‫ ޣ‬ARTE DELL’AMIDISMO‫ < ޤ‬HŇŇdŇ e KonjikidŇ > Con il sorgere del buddhismo della Terra Pura (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ), poi, molti nobili si costruirono padiglioni amidisti, detti amidadŇ 㒙ᒎ㒚ၴ745, sia per mettere in pratica il nenbutsu (ᔨ੽ ψ§23), sia per potersi immergere, già durante la vita terrena, nella beatitudine del Paradiso della Terra Pura (Gokuraku jŇdo ᭂᭉᵺ࿯). Ne sono esempi magnifici tramandati fino ad

738 739 740 741 742 743 744 745

fusuma ⶲ non reg./non reg. Yamato/e ᄢ 7/26 ๺ 151/124 ⛗ 976/345 kara/e ໊ 1668/1697 ⛗ 976/345 san/seki ਃ 10/4 〔 931/1569 O/no/ no/ Michi/kaze ዊ 63/27 ㊁ 85/236 ㆏ 129/149 㘑 246/29 wa/yŇ/sho/fş ๺ 151/124 ᭽ 472/403 ᦠ 130/131 㘑 246/29 jŇ/dai/yŇ ਄ 21/32 ઍ 68/256 ᭽ 472/403 a/mi/da/dŇ 㒙 1515/2258 ᒎ 1536/2065 㒚 non reg./non reg.ၴ 662/496 122

oggi lo HŇŇdŇ (㡅ಪၴ746 lett. padiglione hŇŇ, it. Sala [o Aula] della fenice, 1053) del ByŇdŇin (ᐔ╬㒮747 lett. tempio di uguaglianza) costruito a Uji (ቝᴦ ψcarta 7) da Fujiwara no Yorimichi (⮮ේ㗬ㅢ 992-1074), figlio di Michinaga ㆏㐳 e il KonjikidŇ (㊄⦡ၴ748 lett. padiglione del colore oro, 1105) del tempio di Chşsonji ਛዅኹ749 a Hiraizumi (ᐔᴰ 750 ψcarta 4). Nel periodo dello insei (inseiki 㒮᡽ᦼ 751 10861179/1185) la cultura della capitale cominciò a diffondersi nelle province. La costruzione di un padiglione amidista (amidadŇ 㒙ᒎ㒚ၴ) sontuoso come il KonjikidŇ ㊄⦡ ၴ a Hiraizumi ᐔᴰ fu espressione di tale tendenza.  < Amida nyorai zazŇ e Amida raigŇzu > Oltre che dagli amidadŇ 㒙ᒎ㒚ၴ l’arte del buddhismo amidista (jŇdokyŇ geijutu ᵺ࿯ᢎ⧓ⴚ752) è rappresentata anche dalle statue del Buddha Amida (Amida nyorai zazŇ 䇺㒙ᒎ㒚ᅤ᧪ထ௝䇻753 lett. statua dell’Amida butsu seduto) come quella (1053) magnifica posta nello HŇŇdŇ 㡅ಪၴ, opera di JŇchŇ (ቯᦺ754 ?-1057), massimo scultore di arte sacra buddhista dell’epoca, e dalla pittura detta Amida raigŇzu (㒙ᒎ㒚᧪ㄫ࿑755 lett. disegno raffigurante l’Amida che viene ad accogliere; a volte detto semplicemente raigŇzu ᧪ㄫ࿑). Con il diffondersi del buddhismo amidista nacque la credenza che l’Amida butsu 㒙 ᒎ㒚੽ discendesse, insieme con molti bodhisattva (bosatsu ⪄⮋), a prendere i morenti per portarli al suo jŇdo ᵺ࿯. Gli Amida raigŇzu 㒙ᒎ㒚᧪ㄫ࿑ rappresentano appunto il momento della sua discesa. Il più noto è il KŇyasan shŇju raigŇzu (䇺㜞㊁ ጊ⡛ⴐ᧪ㄫ࿑䇻756 lett. disegno della discesa del Buddha Amida accompagnato da bodhisattva, del monte KŇyasan, 1100 ca.; KŇyasan 㜞㊁ጊ ψ§23). Anche all’interno dello HŇŇdŇ 㡅ಪၴ ce n’è uno dipinto su una porta.  I nobili, che, in questo mondo tenevano in pugno il potere, all’ultimo momento della loro vita prendevano nello stesso pugno un filo tenuto all’altra estremità dalHŇ/Ň/dŇ 㡅 non reg./non reg.ಪ non reg./non reg.ၴ 662/496 ByŇ/dŇ/in ᐔ 143/202 ╬ 601/569 㒮 236/614 748 Kon/jiki/dŇ ㊄ 59/23 ⦡ 326/204 ၴ 662/496 749 Chş/son/ji ਛ 13/28 ዅ 1220/704 ኹ 687/41 750 Hira/izumi ᐔ 143/202 ᴰ 902/1192 751 in/sei/ki 㒮 236/614 ᡽ 50/483 ᦼ 119/449 752 jŇ/do/kyŇ/ gei/jutu ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 ᢎ 97/245 ⧓ 588/435 ⴚ 299/187 753 A/mi/da/ nyo/rai/ za/zŇ 䇺㒙 1515/2258 ᒎ 1536/2065 㒚 non reg./non reg.ᅤ 1521/1747 ᧪ 113/69 ထ 1874/non reg.௝ 906/740䇻 754 JŇ/chŇ ቯ 62/355 ᦺ 257/469 755 A/mi/da/ rai/gŇ/zu 㒙 1515/2258 ᒎ 1536/2065 㒚 non reg./non reg.᧪ 113/69 ㄫ 726/1055 ࿑ 631/339 756 KŇ/ya/san/ shŇ/ju/ rai/gŇ/zu 䇺㜞 49/190 ㊁ 85/236 ጊ 60/34 ⡛ 1306/674 ⴐ 570/792 ᧪ 113/69 ㄫ 746 747

123

l’Amida butsu 㒙ᒎ㒚੽, nella speranza di essere issati al Paradiso della Terra Pura (Gokuraku jŇdo ᭂᭉᵺ࿯). Anche per loro l’ultimo sostegno spirituale era quello religioso.  ‫ޣ‬EMAKIMONO ‫ޤ‬Da ultimo, a partire dal periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ), specie dalla seconda metà del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) fino al periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ ψ§29) venne prodotto un gran numero di emakimono (⛗Ꮞ‛ 757 lett. rotoli di dipinti), ossia rotoli che portano solitamente alternati una serie di disegni in stile yamatoe ᄢ๺⛗ e testi detti kotobagaki ⹖ᦠ758. Sono reputati una forma artistica di cui è assai difficile trovarne simili in altri paesi. Tra le opere prodotte nello Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ sono Genji monogatari emaki (䇺Ḯ ᳁‛⺆⛗Ꮞ䇻759 lett. rotolo illustrato del Genji monogatari, prima metà XII sec.) di Fujiwara no Takayoshi (⮮ේ㓉⢻760 ?-?), uno dei massimi capolavori di emakimono ⛗ Ꮞ‛, e ChŇjşgiga (䇺㠽₞ᚨ↹䇻 761 lett. disegni raffiguranti uccelli e bestie che si divertono, periodo a cavallo tra Heian e Kamakura) attribuito a TobasŇjŇ (㠽⠀௯ᱜ762 1053-1140; sŇjŇ ௯ᱜ massimo rango di bonzo), capolavoro forse meglio noto di qualsiasi altro per il contenuto peculiare. Originariamente è privo di kotobagaki ⹖ᦠ.  < Hikime kagihana > hikime kagihana (ᒁ⋡㋭㥦763 lett. occhi a linea e naso a uncino). In certi emakimono ⛗Ꮞ‛, tra cui il Genji monogatari emaki 䇺Ḯ᳁‛⺆⛗Ꮞ䇻, tutti i nobili (e solo essi) hanno un viso stereotipato degli occhi e dal naso rappresentati rispettivamente da due linee semplici (hikime ᒁ⋡) e da una linea piegata quasi a uncino ( ) (kagihana ㋭㥦) con l’effetto di essere resi impersonali, e ciò per facilitare i nobili-fruitori ad immedesimarsi facilmente nei personaggi che sarebbe loro piaciuto essere nella vita reale. Le donne della classe aristocratica guardavano i dipinti, ascoltando i testi letti da una dama di compagnia. Questa modalità di fruizione degli emakimono ⛗Ꮞ‛ non differiva sostanzialmente dal vedere, nel XXI secolo, la televisione o il cinema.

࿑ 631/339䇻 e/maki/mono ⛗ 976/345 Ꮞ 636/507 ‛ 126/79 kotoba/gaki ⹖ 1624/843 ᦠ 130/131 Gen/ji/ mono/gatari/ e/maki 䇺Ḯ 827/580 ᳁ 177/566 ‛ 126/79 ⺆ 274/67 ⛗ 976/345 Ꮞ 636/507䇻 Fuji/wara/ no/ Taka/yoshi ⮮ 206/2231 ේ 132/136 㓉 1255/946 ⢻ 341/386 ChŇ/jş/gi/ga 䇺㠽 932/285 ₞ 1600/1582 ᚨ 1632/1573 ↹ 150/343䇻 To/ba/sŇ/jŇ 㠽 932/285 ⠀ 732/590 ௯ 1423/1366 ᱜ 109/275 hiki/me/ kagi/hana ᒁ 238/216 ⋡ 65/55 ㋭ non reg./non reg.㥦 1459/813

726/1055

757 758 759 760 761 762 763

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§25. Vita quotidiana e varie VITA DELLA GENTE

䇼 VITA PUBBLICA DEI DIPENDENTI STATALI ‫ ޤ‬Tutti i funzionari statali, quindi i nobili inclusi, erano tenuti a prestare servizio presso l’ufficio da cui dipendevano, ed inoltre, fin dai tempi di ShŇtoku taishi (⡛ᓼᄥ ሶ 574-622?), a iniziare la loro giornata lavorativa di buon mattino, terminandola ugualmente presto (Art. 8 del KenpŇ jşshichijŇ ᙗᴺච৾᧦ ψ§5). Secondo quanto stabilito dall’Engishiki (ᑧ༑ᑼ764, 927, in vigore dal 967; engi ᑧ ༑: nengŇ ᐕภ), codice di norme applicative del ritsuryŇ ᓞ઎, l’orario di lavoro terminava, durante la stagione estiva, verso le dieci e in inverno, invece, un po’ più tardi, verso mezzogiorno. Comunque, per tutto l’anno i funzionari pubblici avevano l’intero pomeriggio a proprio completa disposizione. A loro era conecesso, inoltre, un giorno di riposo per ogni quattro giornate lavorative consecutive. C’era, tuttavia, una categoria assai ristretta di nobili altolocati che costituiva un’eccezione a quanto sopra. Si tratta dei cosiddetti kugyŇ ౏෌765, componenti del massimo organo collegiale dello Stato. Risulta che nel periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ ᤨઍ) essi si recavano a corte verso sera, uscendone a notte inoltrata, dato che detto organo soleva riunirsi, di norma in presenza dell’imperatore (tennŇ ᄤ⊞), verso sera e con l’andar del tempo a ora sempre più tarda. Capitava spesso che pernottassero alla corte, rincasando presto la mattina seguente. Così, gli affari di massima importanza dello Stato (quali promozione da un rango ad un altro, nomina a posti vacanti, messa a punto dei particolari relativi alla celebrazione di solennità tradizionali ecc.) venivano discussi e delibrati di notte. < Doppio lavoro degli statali di bass’ordine > Poco innanzi abbiamo detto che nel periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) anche i semplice funzionari godevano di mezza giornata lavorativa. Si sa, peraltro, che con i soli redditi di lavoro dipendente questi subalterni potevano difficilmente sostenere la propria vita. È noto inoltre che non erano sempre pagati a cedenza regolare a causa del calo delle entrate tributarie dovuto al diffondersi a macchia d’olio degli shŇen (⨿࿦ ψ§17) esentasse. Si può quindi ragionevolmente presumere che per arrotondare lo stipendio quasi tutti i semplici statali dedicassero il pomeriggio a un secondo lavoro, con ogni probabilità, agricolo, e ciò sia perché abitavano di solito alla periferia dove la vita costava meno, sia perché venivano loro fornite due volte l’anno

764 765

En/gi/shiki ᑧ 758/1115 ༑ 770/1143 ᑼ 185/525 ku/gyŇ ౏ 122/126 ෌ non reg./non reg. 125

dallo Stato delle zappe a titolo di emolumenti stagionali (kiroku ቄ⑍766 lett. stipendi stagionali).  ‫ޣ‬VITA CONDIZIONATA DA MILLE SUPERSTIZIONI E TABÙ‫ޤ‬In ogni occasione la gente, specie la nobiltà, aveva bisogno di consultare l’oracolo per appurare se un dato giorno fosse fausto o meno, se una data direzione fosse propizia o no (kikkyŇ kafuku ศರ⑒⑔767 lett. buona e cattiva sorte); qualora la sorte risultasse avversa o fosse successa qualche disgrazia a dispetto di tutte le precauzioni divinatorie, doveva allora fare allontanare i presunti influssi malefici ricorrendo all’esorcismo (kajikitŇ ടᜬ␨⑄) eseguito dai monaci del buddhismo esoterico (mikkyŇ ኒᢎ ψ §23). Se poi cambiava frequentemente nengŇ ᐕภ è fondamentalmente perché aveva esigenza di sentirsi sempre assistita dalla buona sorte. ٟ Un paio di esempi delle ‘precauzioni divinatorie’:

monoimi (‛ᔊ768 lett. tabù) — Nei giorni prestabiliti del mese e in quelli giudicati infausti dall’oracolo si rimaneva in casa per evitare di venire contaminati dalle impurità (kegare ⓚࠇ769 ψ§9) temute secondo la tradizione shintoista o ci si asteneva dall’avvicinarsi alle donne, dal fare certe cose ecc. ‫ ڏ‬katatagae (ᣇ㆑770 lett. cambio di direzione) — Per raggiungere un luogo, qualora la direzione risultasse malaugurata, un giorno prima ci si recava appositamente altrove e di lì si andava alla destinazione. ‫ڏ‬

Nell’epoca a cavallo tra i due periodi Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ) e Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) si andò sempre più generalizzando la credenza che gli spiriti maligni (goryŇ ᓮ㔤771, detto anche mononoke ‛ߩᕋ772) dei morti fuoriusciti dal corpo, invece di andare immediatamente all’aldilà, provocassero guai e incidenti nefasti (goryŇ shinkŇ ᓮ㔤ାઔ773). Si temevano soprattutto gli spiriti vendicativi (onryŇ ᕉ㔤774 lett. spirito che serba rancore) di coloro che erano morti di morte violenta o accusati falsamente. L’onryŇ (ᕉ 766 767 768 769 770 771 772 773

ki/roku ቄ 871/465 ⑍ non reg./non reg. kik/kyŇ/ ka/fuku ศ 464/1141 ರ 1725/1280 ⑒ 1753/1809 ⑔ 450/1379 mono/imi ‛ 126/79 ᔊ 1819/1797 kega/re ⓚ non reg./non reg.ࠇ kata/tagae ᣇ 28/70 ㆑ 496/814 go/ryŇ ᓮ 620/708 㔤 1361/1168 mono/no/ke ‛ 126/79 ߩᕋ 1367/1476 go/ryŇ/ shin/kŇ ᓮ 620/708 㔤 1361/1168 ା 198/157 ઔ 1658/1056 126

㔤) più noto sarà forse quello di Sugawara no Michizane (⩲ේ㆏⌀ ψ§16). Anche il Sandai jitsuroku (䇺ਃઍታ㍳䇻775 lett. registro dei fatti dei tre regni, 901), libro di storia trentennale (858-887), parla di spiriti onryŇ ᕉ㔤:

« L’imperatore SudŇ (SudŇ tennŇ ፏ㆏ᄤ⊞776), il principe Iyo (Iyo shinnŇ દ੍ ⷫ₺777) e sua madre Fujiwara (Fujiwara fujin ⮮ේᄦੱ778), Tachibana no Hayanari ᯌㅺ൓779, Fun’ya no Miyatamaro ᢥቶች↰㤗ํ780 ed altri ancora furono uccisi in seguito a false accuse. Per questo essi si sono trasformati in onryŇ ᕉ㔤. Di recente, se siamo stati colpiti frequentemente da gravi epidemie che hanno mietuto molte vittime, ciò è attribuibile ai loro goryŇ ᓮ㔤 ».

< ņnmyŇdŇ > Ad alimentare lo spirito irrazionale della gente fu soprattutto la credenza popolare di origine cinese dello yin-yang (㒶㓁 giapp. onmyŇdŇ 㒶㓁㆏781 letto anche on’yŇdŇ); insieme di credenze astrologiche e divinatorie cinesi. Al governo centrale c’era persino un ufficio adibito a tali arti. Il più noto divinatore di questa tradizione fu Abe no Seimei (቟୚᥍᣿ 921-1005) raccontato ad esempio nel Konjaku monogatari[shş] 䇺੹ᤄ‛⺆[㓸]䇻. < Dalla cerimonia goryŇe ad una festa popolare > Per placare gli onryŇ ᕉ㔤 la corte (chŇtei ᦺᑨ) celebrò nel 863 a Shinsen’en (␹ᴰ⧞782 lett. giardino delle sorgenti divine) una festa, chiamata goryŇe ᓮ㔤ળ783, invitando sia sacerdoti del buddhismo esoterico (mikkyŇ ኒᢎ), che cantanti e danzatrici. Da allora il goryŇe ᓮ㔤ળ venne celebrato sempre più frequentemente e anche con la partecipazione delle masse presso diversi santuari shintoisti (jinja ␹␠784) di KyŇto ੩ㇺ.

774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784

on/ryŇ ᕉ non reg./non reg.㔤 1361/1168 San/dai/ jitsu/roku 䇺ਃ 10/4 ઍ 68/256 ታ 89/203 ㍳ 416/538䇻 Su/dŇ/ ten/nŇ ፏ 1855/1424 ㆏ 129/149 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 I/yo/ shin/nŇ દ 603/2011 ੍ 160/393 ⷫ 381/175 ₺ 499/294 Fuji/wara/ fu/jin ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ᄦ 265/315 ੱ 9/1 Tachi/bana/ no/ Haya/nari ᯌ non reg./non reg.ㅺ 1581/734 ൓ 365/646 Fun’/ya/ no/ Miya/ta/ma/ro ᢥ 136/111 ቶ 421/166 ች 419/721 ↰ 24/35 㤗 1118/1529 ํ 1509/2036 on/myŇ/dŇ 㒶 1408/867 㓁 990/630 ㆏ 129/149 Shin/sen’/en ␹ 229/310 ᴰ 902/1192 ⧞ non reg./non reg. go/ryŇ/e ᓮ 620/708 㔤 1361/1168 ળ 12/158 jin/ja ␹ 229/310 ␠ 30/308 127

Tra tutti i goryŇe ᓮ㔤ળ erano ben noti i seguenti due: Tenjin matsuri ᄤ␹⑂785 per calmare l’onryŇ ᕉ㔤 di Sugawara no Michizana ⩲ේ㆏⌀ e Gion goryŇe (␧࿦ᓮ 㔤ળ786 oggi Gion matsuri ␧࿦⑂787, ossia matsuri ⑂ del Yasaka jinja ౎ဈ␹␠788 lett. santuario Yasaka) rivolto a tutti gli onryŇ ᕉ㔤 . In particolare, quest’ultima celabrazione perse, col tempo, il suo carattere originario, trasformandosi man mano in una festa popolare a puro scopo di divertimento. REGIME ALIMENTARE

A norma del codice TaihŇ ritsuryŇ ᄢቲᓞ઎ furono istituiti nel 703 a FujiwarakyŇ (⮮ේ੩789 694-710), capitale modellata per la prima volta su quella cinese, due mercati a gestione governativa: mercato est (higashi no ichi ᧲Ꮢ790) e mercato ovest (nishi no ichi ⷏Ꮢ791). In seguito tali luoghi commerciali furono aperti sia a HeijŇkyŇ ᐔၔ੩ che a HeiankyŇ ᐔ቟੩. I mercati di quest’ultima capitale erano regolati dall’Engishiki ᑧ༑ᑼ. Dall’elenco degli alimentari oggetto di transazione da esso stabiliti ci si può fare un’idea di quale fosse il regime alimentare della gente di HeiankyŇ ᐔ቟੩. Al mercato est (higashi no ichi ᧲Ꮢ) ad esempio si vendevano i seguenti generi alimentari: riso, sale, frutti di alberi e di piante erbacee, alghe marine, pesci seccati, pesci crudi, oli, grano, hiru ( ⫦ 792 spezie quale aglio), hishio ( ㉟ 793 sostanza pastosa consumata come cibo d’accompagnamento al riso), sakubei (⚝㘿794 una specie di pasta), kokorobuto (ᔃᄥ795 sostanza gelatinosa fatta di alghe marine e ridotta a forma di grossi spaghetti), wakame (⧯Ꮣ796 tipo particolare di alghe marine),. Nel Giappone antico c’era una forte carenza di sapore dolce. Si sa che nel periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) c’era un dolcificante liquido chiamato amazura (↞⪾797 lett. pianta dolce rampicante/strisciante). Era un alimento assai prezioso, estratto da 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796

Ten/jin/ matsuri ᄤ 364/141 ␹ 229/310 ⑂ 899/617 Gi/on/ go/ryŇ/e ␧ non reg./non reg.࿦ 412/447 ᓮ 620/708 㔤 1361/1168 ળ 12/158 Gi/on/ matsuri ␧ non reg./non reg.࿦ 412/447 ⑂ 899/617 Ya/saka/ jin/ja ౎ 41/10 ဈ 595/443 ␹ 229/310 ␠ 30/308 Fuji/wara/kyŇ ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ੩ 16/189 higashi/ no/ ichi ᧲ 11/71 Ꮢ 78/181 nishi/ no/ ichi ⷏ 167/72 Ꮢ 78/181 hiru ⫦ non reg./non reg. hishio ㉟ non reg./non reg. saku/bei ⚝ 1155/1059 㘿 non reg./non reg. kokoro/buto ᔃ 139/97 ᄥ 343/629 waka/me ⧯ 372/544 Ꮣ 749/675 128

una pianta omonima. Oggi però non si sa più esattamente di quale pianta si trattasse, in quanto non era più cercata da quando nel periodo NanbokuchŇ (NanbokuchŇ jidai ධ ർᦺᤨઍ798 1336-1392) i giaponesi vennero a conoscere lo zucchero. Si immagina, comunque, che la sua dolcezza non sarebbe molto gradita da noi che siamo abituati al sapore gradevole dei nostri zuccheri. Sotto l’influenza del buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) non si consumavano carni di animali domestici o di allevamento. Difatti, i maiali entrati in Giappone quasi contemporaneamente con la risicoltura non si vedevano più nel periodo Heian (Heian jidai ᐔ ቟ᤨઍ). Da ultimo, come nei secoli precedenti si consumavano due pasti, uno al mattino e l’altro la sera, a base di riso cotto a vapore (kowaii ᒝ㘵799). ABBIGLIAMENTO DEI NOBILI

L’abbigliamento dei nobili che nel periodo Nara (Nara jidai ᄹ ⦟ᤨઍ) era stato di stile cinese prese un aspetto comunemente giudicato giapponese nel processo di adattamento della cultura cinese alla realtà giapponese. A questo riguardo si suol parlare dell’abbigliamento da cerimonia delle dame di corte (nyŇbŇ ᅚᚱ), detto nyŇbŇ shŇzoku (ᅚᚱⵝ᧤800 ufficialmente chiamato karaginumo shŇzoku ໊⴩⵷ⵝ᧤801 e meglio noto con il nome popolare di jşnihitoe චੑන802 lett. un capo di kimono ⌕‛803 consistente di dodici vestiti), composto da molti (e non necessariamente dodici) abiti di seta di diversi colori indossati l’uno sopra l’altro. Le combinazioni di colori che si vedevano intorno al collo e all’apertura delle maniche costituivano il punto chiave dell’eleganza e di buon gusto, quindi anche un argomento preferito di pettegolezzi di solito maliziosi. L’abbigliamento maschile corrispondente al nyŇbŇ shŇzoku ᅚ ᚱ ⵝ ᧤ era il cosiddetto sokutai ᧤Ꮺ804.

797 798 799 800 801 802 803 804

ama/zura ↞ 1212/1492 ⪾ 1313/non reg. Nan/boku/chŇ/ ji/dai ධ 205/74 ർ 103/73 ᦺ 257/469 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 kowa/ii ᒝ 112/217 㘵 1083/325 nyŇ/bŇ/ shŇ/zoku ᅚ 178/102 ᚱ 772/1237 ⵝ 589/1328 ᧤ 998/501 kara/ginu/mo/ shŇ/zoku ໊ 1668/1697 ⴩ 1019/677 ⵷ 1803/non reg.ⵝ 589/1328 ᧤ 998/501 jş/ni/hitoe ච 5/12 ੑ 6/3 න 593/300 ki/mono ⌕ 314/657 ‛ 126/79 soku/tai ᧤ 998/501 Ꮺ 718/963 129

CAPITOLO IV

Medioevo: periodo Kamakura e periodo Muromachi

Parte prima: Aspetti politico, sociale ed economico (Passaggio del potere dalla corte imperiale al governo samuraico)

§26. Ruolo storico dei bushi e periodizzazione del medioevo  Dell’arco di circa 400 anni (1185/1192-1568/1573) ci sono diverse interpretazioni, ma gli storici giapponesi sono quasi unanimi nel chiamare il periodo in esame chşsei (ਛ ਎805 medioevo). Si tratta della fase di evoluzione che costituisce la storia del processo graduale dell’acquisizione, da parte della classe samuraica (bushi kaikyş ᱞ჻㓏⚖806), d’un pieno potere de facto, riconoscendo agli imperatori (tennŇ ᄤ⊞) soltanto l’autorità spirituale e non di rado volgendola a proprio vantaggio. Quindi, diversamente dall’omonima epoca europea, il medioevo (chşsei ਛ਎) giapponese sarebbe da considerare come una lunga fase preparatoria del feudalesimo (hŇken seido ኽᑪ೙ᐲ807) a pieno titolo. Il ruolo storico che spettò ai bushi ᱞ჻ fu quello di demolire le istituzioni aristocratiche e di instaurare il regime feudale (hŇken seido ኽᑪ೙ᐲ) onde portare avanti la storia giapponese. Anche se i bushi ᱞ ჻ impiegarono quattro lunghi secoli, alla fine comunque pervennero al pieno dominio. I circa 400 anni di cui si tratta vengono divisi solitamente secondo il seguente schema:

805 806 807

chş/sei ਛ 13/28 ਎ 152/252 bu/shi/ kai/kyş ᱞ 448/1031 ჻ 301/572 㓏 253/588 ⚖ 505/568 hŇ/ken/ sei/do ኽ 1039/1463 ᑪ 244/892 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 131

M 1192 1185

E D I O E 1338 1333 1336

periodo KAMAKURA ㎨ ୖ ᤨ ઍ

V O 1392



਎ 1477 1467

p e r i o d o M U R O MAC H I ቶ ↸ ᤨ ઍ periodo

periodo SENGOKU ᚢ ࿖ ᤨ ઍ

NANBOKUCHƿ

ධർᦺᤨઍ

cultura KAMAKURA ㎨ୖ ᢥൻ

1573 1568

cultura KITAYAMA ർጊ ᢥൻ

cultura HIGASHIYAMA ᧲ጊ ᢥൻ

Restaurazione Kenmu (Kenmu no shinsei ᑪᱞᣂ᡽)

ٟ Ci sono degli studiosi che includono nel chşsei ਛ਎ il cosiddetto inseiki (㒮᡽ ᦼ808 lett. periodo dello insei, 1086-1179/1185). ٟ Come appare dal prospetto, sia il NanbokuchŇ jidai ධർᦺᤨઍ809 che il Sengoku jidai ᚢ ࿖ ᤨ ઍ 810 sono periodi distinti solitamente all’interno del Muromachi jidai ቶ ↸ ᤨ ઍ 811 , ma taluni studiosi preferiscono limitare il Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ ad un arco di tempo compreso tra il 1392 e il 1467 (oppure il 1568/1573).

§27. Periodo Kamakura (1185/1192-1333) KAMAKURA BAKUFU

La fase iniziale di circa 150 anni del medioevo (chşsei ਛ਎) viene chiamata periodo Kamakura (Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ 812 1185/ 1192-1333), in quanto il governo del buke ᱞኅ813, ossia della classe militare, detto bakufu (᐀ᐭ814 lett. sede governativa [al riparo] di tende; originariamente quartiere generale dell’accampamento), fondato, su consenso della corte (chŇtei ᦺᑨ815), da Mi808 809 810 811 812 813 814 815

in/sei/ki 㒮 236/614 ᡽ 50/483 ᦼ 119/449 Nan/boku/chŇ/ ji/dai ධ 205/74 ർ 103/73 ᦺ 257/469 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Sen/goku/ ji/dai ᚢ 88/301 ࿖ 8/40 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Muro/machi/ ji/dai ቶ 421/166 ↸ 114/182 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Kama/kura/ ji/dai ㎨ 1277/2257 ୖ 708/1307 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 bu/ke ᱞ 448/1031 ኅ 81/165 baku/fu ᐀ 836/1432 ᐭ 156/504 chŇ/tei ᦺ 257/469 ᑨ 1493/1111

132

namoto no Yoritomo (Ḯ㗬ᦺ816 1147-1199), capo dei Genji Ḯ᳁ (Minamotouji Ḯ ᳁) usciti vittoriosi sugli Heishi ᐔ᳁ a Dannoura (სࡁᶆ817 ψcarta 5), si trovava a Kamakura (㎨ୖ ψcarta 10) poco distante dalla città odierna di TŇkyŇ ᧲੩818. Il bakufu ᐀ᐭ istituito a Kamakura ㎨ୖ si chiama Kamakura bakufu (㎨ୖ᐀ᐭ governo samuraico con sede a Kamakura). ٟ La storia del Giappone ebbe tre bakufu ᐀ᐭ senza che venisse mai soppresso il chŇtei ᦺᑨ, ossia il governo retto (almeno formalmente) dai tennŇ ᄤ⊞. Il Kamakura bakufu ㎨ୖ᐀ᐭ fu il primo della serie. Ne consegue che da questo momento fino al 1867 (ψ§45) in Giappone esistevano, parallelamente, quasi sempre due governi centrali, uno de facto della classe samuraica (ossia bakufu ᐀ ᐭ) e l’altro ideale e nominale della classe nobiliare della corte (ovvero chŇtei ᦺ ᑨ).

ORGANIZZAZIONE DEL K A M A K U R A BA K U F U

䇼ORGANI CENTRALI A KAMAKURA‫ޤ‬Rispetto all’ordinamento politico del ritsuryŇ (ritsuryŇ seido ᓞ઎ ೙ᐲ819 ψ§6), la struttura del Kamakura bakufu ㎨ୖ᐀ᐭ, specie nella sua fase iniziale, fu estremamente semplice. Dal capo detto shŇgun ዁ァ820 dipendevano tre organi principali:

Ԙ Samurai dokoro ଂᚲ821 per il controllo dei vassalli detti gokenin ᓮኅੱ822, ԙ Mandokoro ᡽ᚲ823 (nei primi momenti detto Kumonjo ౏ᢥᚲ824) per gli affari politici e finanziari, e Ԛ Monchşjo ໧ᵈᚲ825 con competenza giudiziaria. 

< ShŇgun > In origine lo shŇgun ዁ァ fu uno dei ryŇge no kan (઎ᄖቭ826 ψ§16),

816

Minamoto/ no/ Yori/tomo Ḯ 827/580 㗬 706/1512 ᦺ 257/469 Dan/no/ura ს 1384/1839 ࡁᶆ 856/1442 TŇ/kyŇ ᧲ 11/71 ੩ 16/189 ritsu/ryŇ/ sei/do ᓞ 1048/667 ઎ 668/831 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 shŇ/gun ዁ 561/627 ァ 193/438 Samurai/ dokoro ଂ 1823/571 ᚲ 107/153 go/ke/nin ᓮ 620/708 ኅ 81/165 ੱ 9/1 Man/dokoro ᡽ 50/483 ᚲ 107/153 Kumonjo ౏ 122/126 ᢥ 136/111 ᚲ 107/153 Mon/chş/jo ໧ 75/162 ᵈ 437/357 ᚲ 107/153 ryŇ/ge/ no/ kan ઎ 668/831 ᄖ 120/83 ቭ 225/326

817 818 819 820 821 822 823 824 825 826

133

e per la precisione il comandante della spedizione militare contro i non assoggettati, detti ezo (Ⲍᄱ827 letto anche emishi), che abitavano nella parte settentrionale dello Honshş (ᧄᎺ828 ψcarta 1), e a partire da Yoritomo 㗬ᦺ, che nel 1192 fu nominato shŇgun ዁ァ dalla corte (chŇtei ᦺᑨ), venne a designare il capo del governo militare, ossia del bakufu ᐀ᐭ. Ufficialmente fu chiamato seii tai shŇgun (ᓕᄱᄢ዁ァ829 lett. generalissimo assoggettatore dei barbari). ٟ Taluni studiosi ritengono che i termini ezo Ⲍᄱ e emishi Ⲍᄱ si riferissero a una minoranza etnica, oggi chiamata ainu ࠕࠗ࠿ (circa 30.000 al 1993), diversa dai giapponesi veri e propri. ٟ Il termine shogunato, forma italianizzata di derivazione da shŇgun ዁ァ, si usa nel senso sinonimico di bakufu ᐀ᐭ. Perciò le seguenti parole ed espressioni sono intercambiabili: bakufu ᐀ᐭ, shogunato, governo militare, governo samuraico, governo del buke ᱞኅ, governo dei bushi ᱞ჻ e infine governo dei samurai ଂ.

 < Gokenin > I gokenin ᓮኅੱ furono quei bushi ᱞ჻ unitisi allo shŇgun ዁ァ con il rapporto reciproco di ‘beneficio (goon ᓮᕲ830) – prestazioni (hŇkŇ ᄺ౏831) e fedeltà (chşsei ᔘ⺈832)’. È vero che non pochi bushi ᱞ჻ preferirono mantenere la propria autonomia senza assoggettarsi allo shŇgun ዁ァ, ma se il periodo Kamakura (Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ) si distingue da quello precedente, è appunto per la presenza, sia pure ancora parziale, di tale vincolo tipicamente feudale.  ‫ޣ‬ORGANI LOCALI‫ޤ‬Per quanto riguarda l’amministrazione locale, Ԙ in ogni kuni (࿖833 it. provincia ψ§6) fu posto un governatore militare detto shugo (቞⼔834 lett. difensore, protettore) per gli affari, in specie militari e di polizia, ԙ mentre negli shŇen ⨿࿦835 e nei kokugaryŇ (࿖ⴟ㗔836 ψ§17) si installava un 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836

ezo Ⲍ non reg./non reg.ᄱ non reg./non reg. Hon/shş ᧄ 15/25 Ꮊ 542/195 sei/i/ tai/ shŇ/gun ᓕ 1492/1114 ᄱ non reg./non reg.ᄢ 7/26 ዁ 561/627 ァ 193/438 go/on ᓮ 620/708 ᕲ 1353/555 hŇ/kŇ ᄺ 1106/1541 ౏ 122/126 chş/sei ᔘ 1040/1348 ⺈ 1244/718 ku/ni ࿖ 8/40 shu/go ቞ 564/490 ⼔ 653/1312 shŇ/en ⨿ 1208/1327 ࿦ 412/447 koku/ga/ryŇ ࿖ 8/40 ⴟ non reg./non reg.㗔 338/834 134

amministratore militare detto jitŇ (࿾㗡837 lett. capo terreno) con compiti di sovrintendenza e di esazione delle imposte nengu (ᐕ⽸838 ψ§17). Ԛ Furono gokenin ᓮኅੱ ad essere nominati shugo ቞⼔ e jitŇ ࿾㗡.  ‫ޣ‬CONFLITTI DI INTERESSI‫ޤ‬Prima della nomina di shugo ቞⼔ e jitŇ ࿾㗡, nei kuni (࿖ it. province) c’erano già kokushi (࿖ม839 it. governatori ψ§6) inviati dalla corte (chŇtei ᦺᑨ). Inoltre, gli shŇen ⨿࿦ erano gestiti dagli amministratori (shŇkan ⨿ ቭ840 ψ§17) nominati dai proprietari. Ne conseguirono inevitabilmente conflitti di interessi, nei kokugaryŇ ࿖ⴟ㗔 (terreni pubblici di proprietà dello Stato; kokuga ࿖ⴟ ψ§6), fra shugo ቞⼔ e kokushi ࿖ม e, negli shŇen ⨿࿦, fra jitŇ ࿾㗡 da una parte e proprietari terrieri, ossia nobiltà e istituti religiosi dall’altra. Un punto importante della storia medievale giapponese sta nel processo di scioglimento dell’antagonismo fra le due forze: la nuova (ossia il buke ᱞኅ) e l’antica (cioè il kuge ౏ኅ). FAMIGLIA HņJņ E SUA DITTATURA

Morto Yoritomo (㗬ᦺ c[arica di shŇgun] 1192-1199) nel 1199, il potere del Kamakura bakufu ㎨ୖ᐀ᐭ passò nelle mani della vedova, HŇjŇ Masako (ർ᧦᡽ሶ841 1157-1225) soprannominata amashŇgun (ዦ዁ ァ842 lett. shŇgun-monaca) e del di lei padre, HŇjŇ Tokimasa (ർ᧦ᤨ᡽843 1138-1215; un discendente degli Heishi ᐔ᳁, quindi ex-rivali dei Genji Ḯ᳁, ma pur sempre di origine samuraica). Da quel momento la famiglia HŇjŇ (HŇjŇshi, HŇjŇuji ർ᧦᳁844) esercitò il potere effettivo, monopolizzando, da una parte, l’ufficio detto shikken (ၫᮭ 845 lett. presa in pugno del potere; in pratica reggente dello shŇgun ዁ァ) e insediando, dall’altra, degli shŇgun-fantocci prima nelle persone dei figli di Yoritomo 㗬ᦺ e poi di sangue nobile o imperiale di KyŇto ੩ㇺ846. Il governo così amministrato a nome del bakufu ᐀ᐭ dalla famiglia HŇjŇ (HŇjŇshi ർ᧦᳁) viene chiamato shikken seiji ၫᮭ᡽

837 838 839 840 841 842 843 844 845 846

ji/tŇ ࿾ 40/118 㗡 386/276 nen/gu ᐕ 3/45 ⽸ 1572/1719 koku/shi ࿖ 8/40 ม 712/842 shŇ/kan ⨿ 1208/1327 ቭ 225/326 HŇ/jŇ/ Masa/ko ർ 103/73 ᧦ 391/564 ᡽ 50/483 ሶ 56/103 ama/shŇ/gun ዦ 1661/1620 ዁ 561/627 ァ 193/438 HŇ/jŇ/ Toki/masa ർ 103/73 ᧦ 391/564 ᤨ 19/42 ᡽ 50/483 HŇ/jŇ/shi ർ 103/73 ᧦ 391/564 ᳁ 177/566 shik/ken ၫ 965/686 ᮭ 260/335 KyŇ/to ੩ 16/189 ㇺ 92/188 135

ᴦ847. ٟ Si noti il ripetersi tenacemente del fenomeno peculiare secondo cui il potere

veniva esercitato, a vario titolo, da qualcuno diverso dal suo legittimo titolare: in passato ‘idealmente’ la sovranità spettava sempre al tennŇ ᄤ⊞, ma nella seconda metà del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) le funzioni sovrane erano svolte, sul piano effetivo, dai reggenti (sesshŇ ៨᡽) e simili (kanpaku 㑐⊕ e jŇkŇ ਄⊞ imperatori abdicatari). Nel Kamakura jidai ㎨ ୖ ᤨ ઍ accadde, poi, che il governo effettivo non era più presso il chŇtei ᦺᑨ, ma da parte del bakufu ᐀ᐭ capeggiato dallo shŇgun ዁ァ , che a sua volta era controllato dal reggente chiamato shikken ၫᮭ. Anche in seguito fino al 1868 il tennŇ ᄤ⊞ rimaneva ugualmente privo del potere sovrano. L’attuale Costituzione (1947-presente) definisce il tennŇ ᄤ⊞ quale simbolo dell’unità del popolo giapponese a cui spetta la sovranità (Art. 1). Ormai semplicemente per tacito accordo il termine tennŇ ᄤ⊞ viene tradotto come ‘imperatore’, ma tale traduzione è poco appropriata, perché ingannevole.

AVANZATA DEL BUKE E RETROCESSIONE DEL KUGE

A KyŇto ੩ㇺ intanto era in corso lo insei (㒮 ᡽ ψ§16). Nel 1221 l’ex-imperatore Go-Toba (Go-Toba jŇkŇ ᓟ 㠽 ⠀ ਄ ⊞ 848 insei 1198-1221; jŇkŇ ਄ ⊞ : imperatori in ritiro) emanava un’ordinanza affinché si insorgesse contro lo shogunato (bakufu ᐀ᐭ), ma soltanto pochi bushi ᱞ჻ vi aderivano. Una serie di battaglie chiamata JŇkyş no ran (ᛚ ਭߩੂ849 lett. Disordini di JŇkyş, 1221; JŇkyş ᛚਭ: nengŇ ᐕภ) finì con la vittoria schiacciante del bakufu ᐀ᐭ ed ebbe il risultato di consolidare l’autorità di Kamakura ㎨ୖ e di accelerare, per contro, il declino del potere di KyŇto ੩ㇺ.  ‫ޣ‬EROSIONE DEI TERRENI DA PARTE DEI BUSHI ‫ޤ‬Man mano che cresceva la forza dei bushi ᱞ჻, andavano aumentando i casi della loro ingerenza aggressiva negli affari degli shŇen ⨿࿦850: molti jitŇ ࿾㗡851 e gokenin ᓮኅੱ852 si appropriavano delle imposte-riso e spesso finirono per impossessarsi addirittura dei terreni. In particolare, i jitŇ ࿾㗡, anche quando venivano incaricati dai proprietari terrieri della riscossione di imposte (jitŇ uke ࿾㗡⺧853 lett. incarico dato ai jitŇ), non di 847 848 849 850 851 852 853

shik/ken/ sei/ji ၫ 965/686 ᮭ 260/335 ᡽ 50/483 ᴦ 181/493 Go-/To/ba/ jŇ/kŇ ᓟ 45/48 㠽 932/285 ⠀ 732/590 ਄ 21/32 ⊞ 964/297 JŇ/kyş/ no/ ran ᛚ 861/942 ਭ 591/1210 ߩੂ 734/689 shŇ/en ⨿ 1208/1327 ࿦ 412/447 ji/tŇ ࿾ 40/118 㗡 386/276 go/ke/nin ᓮ 620/708 ኅ 81/165 ੱ 9/1 ji/tŇ/ uke ࿾ 40/118 㗡 386/276 ⺧ 657/661 136

rado finivano col depositare il riso raccolto nei propri magazzini. Casi di dispute si susseguivano interminabili, ma poi generalmente si addiveniva alla loro soluzione con cessioni da parte del kuge ౏ኅ. I proprietari ricorrevano persino alla divisione dello shŇen ⨿࿦ in due parti, dandone una in dono al jitŇ ࿾㗡 in cambio del suo impegno di non intromettersi più nell’altra (shitaji chşbun ਅ࿾ਛಽ854 lett. dimezzamento della terra [di shŇen ⨿࿦]). ٟ Il detto popolare: « Naku ko to jitŇ ni wa katenu » (ᵅߊ855ሶ856ߣ࿾㗡ߦߪൎߡ

È impossibile vincere bambini che piangono e jitŇ) sta a significare che i jitŇ erano irragionevoli e prepotenti al pari dei bambini che non vogliono più capire, quando piangono.

857ߧ

Così, la storia medievale del processo di scioglimento dell’antagonismo fra le due forze: la nuova e l’antica si riduce, in ultima analisi, a quella di un vero e proprio processo di erosione degli shŇen ⨿࿦ da parte dei bushi ᱞ჻.  ‫ޣ‬GOSEIBAI SHIKIMOKU ‫ޤ‬Nel 1232 il potere HŇjŇ ർ᧦ compilò il primo codice della classe dei bushi (bushi kaikyş ᱞ჻㓏⚖858), il Goseibai shikimoku (ᓮᚑᢌᑼ ⋡859 lett. articoli per il giudizio) detto anche JŇei shikimoku (⽵᳗ᑼ⋡ lett. articoli dell’era JŇei; JŇei ⽵᳗: nengŇ ᐕภ). Si tratta di una legislazione in cui vennero codificati per la prima volta diritto consuetudinario e regole della classe samuraica (bushi kaikyş ᱞ჻㓏⚖). In età posteriore fu assunta dai bushi ᱞ჻ sempre a modello della loro legislazione.(ψ§29, §41)  ‫ޣ‬ISTITUZIONI FAMILIARI DEI BUSHI ‫ޤ‬Diversamente dall’età antica in cui vigeva lo tsumadoikon (ᆄ໧ᇕ860 ψ§22), nel periodo Kamakura (Kamakura jidai ㎨ୖ ᤨઍ) si andava generalizzando man mano lo yomeirikon ᇾ౉ᇕ861, iniziatosi fra i bushi ᱞ჻, istituzione questa che imponeva la coabitazione dei coniugi nella casa del marito e che costituì l’inizio di una graduale caduta sociale della donna. Tuttavia, per quanto riguarda il Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ lo status socio-economico femminile non fu ancora tanto basso quanto lo divenne nei periodi successivi, dal momento che per 854 855 856 857 858 859 860 861

shita/ji/ chş/bun ਅ 72/31 ࿾ 40/118 ਛ 13/28 ಽ 35/38 na/ku ᵅ 1192/1236 ߊ (giapp. moderno: id.) ko ሶ 56/103 ka/tsu ൎ 197/509 ߟ (giapp. moderno: id.) bu/shi/ kai/kyş ᱞ 448/1031 ჻ 301/572 㓏 253/588 ⚖ 505/568 Go/sei/bai/ shiki/moku ᓮ 620/708 ᚑ 115/261 ᢌ 562/511 ᑼ 185/525 ⋡ 65/55 tsuma/doi/kon ᆄ 767/671 ໧ 75/162 ᇕ 633/567 yome/iri/kon ᇾ 1469/1749 ౉ 74/52 ᇕ 633/567 137

effetto del sistema di successione ereditaria detta bunkatsu sŇzoku ಽഀ⋧⛯862, i beni venivano ancora divisi fra moglie, figli e figlie. TENTATIVI D’INVASIONE DEI MONGOLI

Nel 1271 sorse in Cina una dinastia dei mongoli, di nome Yuan (Yüan ర giapp. Gen, 1271-1368). 863 Khubilai (ᔮᔅὓ giapp. Kubirai ࠢࡆ࡜ࠗ o anche Fubirai ࡈࡆ࡜ࠗ 12151294, r. 1271-1294), il primo a sedere sul trono cinese, di fronte al rifiuto del potere HŇjŇ ർ᧦ alle sue reiterate richieste di rendergli omaggio, organizzò due spedizioni militari di punizione (genkŇ రና864 lett. disastri a causa degli Yüan), la prima nel 1274 con 30.000 uomini e successivamente nel 1281 con un numero schiacciante di 140.000 soldati. ٟ Proprio in quei tempi Marco Polo ࡑ࡞ࠦ = ࡐ࡯ࡠ si trovava in Cina al servizio di Khubilai.

Sia dal punto di vista tattico, che sotto l’aspetto dell’efficienza delle armi, i mongoli erano superiori, ma per divina provvidenza, in ambedue le battaglie infuriarono i tifoni, che colarono a picco una buona parte delle navi di Kubilai, salvando così il Giappone e diffondendo fra i giapponesi la credenza, nota con il nome di shinkoku shisŇ ␹࿖ᕁᗐ 865, che il Giappone fosse un paese fondato e protetto dai kami ␹ shintoisti, credenza destinata ad esercitare una grande influenza sul pensiero dei periodi successivi.  ‫ޣ‬SUPERIORITÀ SAMURAICA ORMAI AFERMATASI‫ޤ‬Il fatto che malgrado le lettere di Kubilai presentate al Dazaifu (ᄢቿᐭ866 ψ§6), che era un organo del potere di KyŇto ੩ㇺ, spettasse al governo di Kamakura (Kamakura bakufu ㎨ୖ᐀ ᐭ) svolgere azioni diplomatiche, stava a testimoniare che nella seconda metà del XIII secolo il potere de facto era ormai nelle mani del bakufu ᐀ᐭ e che l’autorità del chŇtei ᦺᑨ era in netto declino.  ‫ޣ‬COLLASSO DELLA BASE DELLO SHOGUNATO‫ޤ‬Anche se l’indipendenza nazionale era stata salvata grazie ai venti divini (kamikaze ␹㘑867), le tentate invasioni mongole lasciarono al Kamakura bakufu ㎨ୖ᐀ᐭ gravi problemi finanziari: non c’era

862 863 864 865 866 867

bun/katsu/ sŇ/zoku ಽ 35/38 ഀ 357/519 ⋧ 66/146 ⛯ 214/243 Khu/bi/lai ᔮ non reg./non reg.ᔅ 292/520 ὓ 1382/1331 gen/kŇ ర 328/137 ና non reg./non reg. shin/koku/ shi/sŇ ␹ 229/310 ࿖ 8/40 ᕁ 149/99 ᗐ 352/147 Da/zai/fu ᄢ 7/26 ቿ 1826/1488 ᐭ 156/504 kami/kaze ␹ 229/310 㘑 246/29 138

nessun bottino da distribuire a coloro che lo meritavano. Pretendevano ricompense persino i sacerdoti, sostenendo che erano state le loro preghiere a fare intervenire i kamikaze ␹㘑. Non vedendo alcuna possibilità di essere premiati in modo soddisfacente, la fedeltà dei gokenin ᓮኅੱ868 cominciò a vacillare.  Fra i motivi che li inducevano ad allontanarsi dallo shogunato, ce n’era un altro: a causa del progressivo spezzettamento terriero dovuto al frazionamento provocato dalle successioni (bunkatsu sŇzoku ಽഀ⋧⛯) di cui si è parlato poco innanzi, non pochi fra i gokenin ᓮኅੱ, rivoltisi agli usurai, finivano per rimanere senza terra con la conseguenza di non essere più in grado di prestare servizi per sopraggiunte ulteriori difficoltà economiche. Con le ordinanze come quella nota con il nome di Einin no tokuseirei (᳗ੳߩᓼ᡽઎869 lett. decreto benevolo di Einin, 1297; Einin ᳗ੳ: nengŇ ᐕภ) il bakufu ᐀ᐭ cercò di salvare i gokenin ᓮኅੱ in crisi finanziaria, ordinando, per esempio, depennamenti dei loro debiti ai danni dei creditori. Ovviamente tali provvedimenti non fecero altro che gettare la società in disordine. La base del bakufu ᐀ᐭ andò, così, crollando gradualmente. FINE DELLO SHOGUNATO DI KAMAKURA

Le difficoltà in cui versava il potere degli HŇjŇ (HŇjŇshi, HŇjŇuji ർ᧦᳁) per conto del bakufu ᐀ᐭ offrirono al chŇtei ᦺᑨ il destro per tentare ancora una volta il ripristino dell’autorità imperiale. Il promotore del progetto fu l’imperatore Go-Daigo (Go-Daigo tennŇ ᓟ㉑㉓ᄤ⊞870 r. 1318-1339) sostenuto dai suoi fedeli, tra cui Kusunoki Masashige (ᬮᧁᱜᚑ 871 1294-1336), potente bushi ᱞ჻ locale, elogiato per la sua fedeltà indiscussa al tennŇ ᄤ ⊞. A differenza di quanto era avvenuto nel tentativo del 1221 (JŇkyş no ran ᛚਭߩੂ 872) questa volta si schierò, alla fin fine, dalla parte dell’imperatore un gran numero di bushi ᱞ჻, fra cui persino potenti vassalli shogunali (gokenin ᓮኅੱ) quali Ashikaga Takauji (⿷೑ዅ᳁873 ψ§29), Nitta Yoshisada (ᣂ↰⟵⽵874 1301-1338) ed altri. Nel 1333 lo shogunato di Kamakura (Kamakura bakufu ㎨ୖ᐀ᐭ) fu rovesciato, e si chiudeva così l’omonimo periodo. 868 869 870 871 872 873 874

go/ke/nin ᓮ 620/708 ኅ 81/165 ੱ 9/1 Ei/nin/ no/ toku/sei/rei ᳗ 690/1207 ੳ 1346/1619 ߩᓼ 839/1038 ᡽ 50/483 ઎ 668/831 Go-/Dai/go/ ten/nŇ ᓟ 45/48 ㉑ non reg./non reg.㉓ non reg./non reg.ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 Kusu/no/ki/ Masa/shige ᬮ non reg./non reg.ᧁ 148/22 ᱜ 109/275 ᚑ 115/261 JŇ/kyş/ no/ ran ᛚ 861/942 ਭ 591/1210 ߩੂ 734/689 Ashi/kaga/ Taka/uji ⿷ 305/58 ೑ 219/329 ዅ 1220/704 ᳁ 177/566 Nit/ta/ Yoshi/sada ᣂ 36/174 ↰ 24/35 ⟵ 287/291 ⽵ 1318/1681 139

§28. Restaurazione Kenmu (1334) e anni turbolenti della scissione dinastica (1336-1392) VITA EFFIMERA DELLA RESTAURAZIONE KENMU

Il dominio della corte (chŇtei ᦺᑨ) in seguito alla restaurazione del potere imperiale (Kenmu no shinsei 875 ᑪᱞᣂ᡽ lett. nuovo governo di Kenmu; Kenmu ᑪᱞ: nengŇ ᐕภ) del 1334 fu di breve durata (1334-1336), in quanto, di fronte alla parzialità delle premiazioni, si ribellò Ashikaga Takauji ⿷೑ዅ᳁, sia insediando nel 1336 un altro tennŇ ᄤ⊞ a KyŇtŇ ੩ ㇺ, che aprendo nel 1338 un suo bakufu ᐀ᐭ. ٟ Un tempo, sotto l’influenza del kŇkoku shikan ( ⊞࿖ผⷰ 876 lett. inter-

pretazione della storia [giapponese] nell’ottica di stato governato dal tennŇ ᄤ⊞), si usava un’altra espressione in riferimento alla restaurazione del potere impariale del 1334: Kenmu no chşkŇ (ᑪᱞਛ⥝877 lett. restaurazione imperiale Kenmu ᑪ ᱞ al punto intermedio [tra gli altri due momenti in cui l’imperatore divenne la figura centrale della vita politica giapponese, ossia riforma Taika [Taika no kaishin ᄢൻᡷᣂ878] del 645 (ψ§5) e restaurazione del governo imperiale [Ňsei fukko ₺ ᡽ᓳฎ879] del 1867 (ψ§45)]). Il kŇkoku shikan ⊞࿖ผⷰ fu dominante negli anni 1931-’45.

Go-Daigo tennŇ ᓟ㉑㉓ᄤ⊞, fedelissimo alla propria causa, fuggì nel 1336, accompagnato da pochi kuge ౏ኅ, a sud di KyŇtŇ ੩ㇺ, in una località montuosa di nome Yoshino (ศ㊁880 ψcarta 7) e fu così l’inizio del periodo durato una sessantina d’anni, chiamato periodo NanbokuchŇ (NanbokuchŇ jidai ධർᦺᤨઍ881 1336-1392) durante cui esistevano due corti (NanbokuchŇ ධർᦺ lett. due corti sud e nord): una al sud (ossia a Yoshino ศ㊁) chiamata NanchŇ (ධᦺ882 lett. corte del sud) e una al nord (a KyŇto ੩ㇺ) detta HokuchŇ (ർᦺ883 lett. corte del nord).

875 876 877 878 879 880 881 882 883

Ken/mu/ no/ shin/sei ᑪ 244/892 ᱞ 448/1031 ᣂ 36/174 ᡽ 50/483 kŇ/koku/ shi/kan ⊞ 964/297 ࿖ 8/40 ผ 563/332 ⷰ 463/604 Ken/mu/ no/ chş/kŇ ᑪ 244/892 ᱞ 448/1031 ਛ 13/28 ⥝ 695/368 Tai/ka/ no/ kai/shin ᄢ 7/26 ൻ 100/254 ᡷ 294/514 ᣂ 36/174 Ň/sei/ fuk/ko ₺ 499/294 ᡽ 50/483 ᓳ 585/917 ฎ 373/172 Yoshi/no ศ 464/1141 ㊁ 85/236 Nan/boku/chŇ/ ji/dai ධ 205/74 ർ 103/73 ᦺ 257/469 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Nan/chŇ ධ 205/74 ᦺ 257/469 Hoku/chŇ ർ 103/73 ᦺ 257/469 140

EPOCA NANBOKUCHņ

Dopo un susseguirsi di battaglie in ogni parte, l’era NanbokuchŇ (NanbokuchŇ jidai ධർᦺᤨઍ) si concluse nel 1392 formalmente con la fusione delle due corti (chŇtei ᦺᑨ), ma sul piano effettivo con la soppressione di quella del sud. Il fatto più saliente registrato durante il NanbokuchŇ jidai ධർᦺᤨઍ fu che l’ascesa del buke ᱞኅ e la caduta del kuge ౏ኅ erano divenute ormai irreversibili.  ‫ޣ‬SHUGO DAIMYņ ‫ޤ‬Furono gli shugo ቞⼔884 a saper abilmente approfittare della situazione caotica. I proprietari di shŇen ⨿࿦885, afflitti dalle mancate entrate a causa dell’appropriazione di imposte nengu ᐕ⽸886 operata dai jitŇ ࿾㗡887, iniziarono ad affidare l’incarico delle esazioni agli shugo (shugouke ቞⼔⺧888 lett. incarico dato agli shugo ቞⼔) nella speranza di potersi assicurare un’entrata sia pure modesta ma costante. Gli shugo ቞⼔, tuttavia, si rivelarono non meno avidi e subdoli; fu quindi il loro turno di immagazzinare il riso-nengu ᐕ⽸ nei propri depositi.  Inoltre, col passar del tempo, gli shugo ቞⼔, usurpando sia shŇen ⨿࿦ che kokugaryŇ ࿖ⴟ㗔889, andarono trasformando le province (kuni ࿖), originariamente unità amministrative locali del sistema ritsuryŇ (ritsuryŇ seido ᓞ઎೙ᐲ890), in domini quasi a sé stanti e a volte anche ereditari. I jitŇ ࿾㗡 ed altre categorie di bushi ᱞ჻ finirono con l’essere incorporati nella loro struttura feudale. Gli shugo ቞⼔, saliti nel potere fino al punto di divenire signori autonomi, si chiamano shugo daimyŇ ቞⼔ᄢฬ 891. ٟ < daimyŇ ᄢฬ > È uno dei termini usati frequentemente nella storia

giapponese. La traduzione letterale nel contesto storico sarebbe ‘proprietari di vasti/molti terreni’, in quanto etimologicamente deriva da daimyŇshu ᄢฬਥ892, ossia proprietari (myŇshş ฬਥ ψ§17) di una grande quantità (dai ᄢ) di myŇden (ฬ↰893 terreni privati dei myŇshu). (Se è così, dovrebbe esistere e, infatti, esiste

884 885 886 887 888 889 890 891 892 893

shu/go ቞ 564/490 ⼔ 653/1312 shŇ/en ⨿ 1208/1327 ࿦ 412/447 nen/gu ᐕ 3/45 ⽸ 1572/1719 ji/tŇ ࿾ 40/118 㗡 386/276 shu/go/uke ቞ 564/490 ⼔ 653/1312 ⺧ 657/661 koku/ga/ryŇ ࿖ 8/40 ⴟ non reg./non reg.㗔 338/834 ritsu/ryŇ/ sei/do ᓞ 1048/667 ઎ 668/831 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 shu/go/ dai/myŇ ቞ 564/490 ⼔ 653/1312 ᄢ 7/26 ฬ 116/82 dai/myŇ/shu ᄢ 7/26 ฬ 116/82 ਥ 91/155 myŇ/den ฬ 116/82 ↰ 24/35 141

anche il termine shŇmyŇ ዊฬ894, ovvero sempre nel contesto storico proprietari di piccola/modesta quantità di terreni, anche se esso non si incontra quasi mai in una trattazione generale di storia giapponese).

§29. Periodo Muromachi (1338-1568/1573) SHOGUNATO DI MUROMACHI

Lo shogunato creato nel 1338 da Ashikaga Takauji (⿷೑ዅ᳁895 c. 1338-1358) si chiama Muromachi bakufu (ቶ↸᐀ᐭ896 o anche Ashikaga bakufu ⿷೑᐀ᐭ), in quanto ai tempi del III shŇgun ዁ァ897 Ashikaga Yoshimitsu (⿷೑⟵ḩ898 c. 1368-1394) la sede shogunale fu posta presso quella residenza sontuosa chiamata Hana no gosho (⧎ߩᓮᚲ899 lett. palazzo dei fiori) che egli si fece costruire in una zona dal nome, appunto, di Muromachi ቶ↸ di KyŇto ੩ㇺ. L’arco di circa 230 anni dello shogunato degli Ashikaga (Ashikagashi, Ashikagauji ⿷೑ ᳁) si chiama periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ o anche Ashikaga jidai ⿷೑ᤨઍ 1338-1568 [oppure 1573, anno del crollo del Muromachi bakufu ቶ↸᐀ᐭ]).  La sua struttura governativa fu pressoché identica a quella dello shogunato di Kamakura (Kamakura bakufu ㎨ୖ᐀ᐭ), ma diversamente da quest’ultimo il Muromachi bakufu ቶ↸᐀ᐭ aveva l’unica alternativa di poggiare sull’equilibrio delle forze fra shŇgun ዁ァ e potenti shugo daimyŇ ቞⼔ᄢฬ; di conseguenza, anche se il potere del chŇtei ᦺᑨ era ormai decaduto, non fu in genere cosa facile per gli shŇgun ዁ァ far sentire appieno la propria autorità. GUERRA DI ņNIN E UN SECOLO DI ANARCHIA PER L’EGEMONIA

䇼GUERRA DI ņNIN‫ޤ‬Ai tempi dell’VIII shŇgun ዁ァ Ashikaga Yoshimasa (⿷೑⟵ 900 ᡽ c. 1449-1473) scoppiò la cosiddetta guerra di ņnin (ņnin no ran ᔕੳߩੂ901 1467-1477; ņnin ᔕੳ: nengŇ ᐕภ) per un concorso di molteplici cause attribuibili, in ultima analisi, allo spirito fazioso e di rivalità generatosi all’interno del bakufu ᐀ᐭ. Per 894 895 896 897 898 899 900 901

shŇ/myŇ ዊ 63/27 ฬ 116/82 Ashi/kaga/ Taka/uji ⿷ 305/58 ೑ 219/329 ዅ 1220/704 ᳁ 177/566 Muro/machi/ baku/fu ቶ 421/166 ↸ 114/182 ᐀ 836/1432 ᐭ 156/504 shŇ/gun ዁ 561/627 ァ 193/438 Ashi/kaga/ Yoshi/mitsu ⿷ 305/58 ೑ 219/329 ⟵ 287/291 ḩ 579/201 Hana/ no/ go/sho ⧎ 551/255 ߩᓮ 620/708 ᚲ 107/153 Ashi/kaga/ Yoshi/masa ⿷ 305/58 ೑ 219/329 ⟵ 287/291 ᡽ 50/483 ņ/nin/ no/ ran ᔕ 413/827 ੳ 1346/1619 ߩੂ 734/689

142

undici anni venne combattuta una continua battaglia sia dentro che intorno alla città di KyŇto ੩ㇺ, riducendola pressoché alla rovina.  ‫ޣ‬PERIODO SENGOKU‫ޤ‬I disordini si estesero man mano a tutto il territorio nazionale, sfociando, così, in un secolo di vera e propria anarchia, detto periodo Sengoku (Sengoku jidai ᚢ࿖ᤨઍ902 lett. periodo del paese in guerra, 1467/1477-1568/ 1573). Il Muromachi bakufu ቶ↸᐀ᐭ si ridusse ad una mera esistenza nominale. Si assisteva a scene pietose di kuge ౏ኅ che, spogliati ormai delle proprietà terriere, e quindi non sapendo più come sostentarsi, o avendo avuto la casa bruciata, andavano ad abitare in provincia, contando sull’amicizia delle conoscenze. I contadini, dal canto loro, iniziarono insurrezioni in massa con le armi in mano. < GekokujŇ > Fu un secolo crudo e brutale durante cui non vigeva nient’altro che l’imperativo di ‘uccidere’. Spuntavano e poi sparivano una dopo l’altra nuove figure. Non furono risparmiati neppure gli shugo daimyŇ ቞⼔ᄢฬ: quasi tutti scomparvero dalla scena politica e militare, vinti da rivali o più spesso addirittura rovesciati da un proprio suddito, a sua volta, messo fuori gioco da un proprio dipendente. Questo fenomeno, che si potrebbe definire una sorta di intenso metabolismo socio-politico, era chiamato allora gekokujŇ (ਅ೦਄903 lett. il basso vince l’alto).  ‫ޣ‬SENGOKU DAIMYņ ‫ޤ‬Col tempo, intanto, cominciarono ad affermarsi qua e là dei bushŇ (ᱞ዁904 lett. capo militare, condottiero; capo di un gruppo organizzato di bushi ᱞ჻), abili nel mantenersi a galla nel caos del gekokujŇ ਅస਄. Per una buona parte erano stati vassalli o valvassori di qualcuno. I nuovi padroni saliti al potere vengono chiamati oggi dagli storici sengoku daimyŇ ᚢ࿖ᄢฬ905.  I sengoku daimyŇ ᚢ࿖ᄢฬ, tagliati i ponti con la tradizione e ignorando gli shŇgun ዁ァ, non avevano altro scopo che quello di consolidare la propria autorità ed allargare il proprio dominio territoriale, chiamato ryŇgoku (㗔࿖906 detto propriamente bunkoku ಽ࿖907), su cui esercitarla in modo esclusivo (ichien chigyŇ ৻౞⍮ⴕ908 esercizio pieno ed esclusivo del potere su un territorio). Ogni dominio era come un piccolo stato indipendente. Al fine di rafforzare la propria forza militare e favorire lo sviluppo econo902 903 904 905 906 907 908

Sen/goku/ ji/dai ᚢ 88/301 ࿖ 8/40 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 ge/koku/jŇ ਅ 72/31 ೦ non reg./non reg.਄ 21/32 bu/shŇ ᱞ 448/1031 ዁ 561/627 sen/goku/ dai/myŇ ᚢ 88/301 ࿖ 8/40 ᄢ 7/26 ฬ 116/82 ryŇ/goku 㗔 338/834 ࿖ 8/40 bun/koku ಽ 35/38 ࿖ 8/40 ichi/en/ chi/gyŇ ৻ 4/2 ౞ 2/13 ⍮ 207/214 ⴕ 31/68 143

mico nel proprio dominio (ryŇgoku 㗔࿖) essi vararono diversi provvedimenti: emanazione di una legge (bunkokuhŇ ಽ࿖ᴺ909 detta anche kahŇ ኅᴺ910) per uno stretto controllo dei sudditi e degli agricoltori; governo delle acque fluviali e bonifiche; sfruttamento di miniere; sistemazione della rete stradale; costruzione, intorno al proprio castello, di una città (oggi chiamata jŇkamachi ၔਅ↸911 lett. città ai piedi di un castello, it. città-castello ψ§30) economicamente fiorente.  È inutile dire che i sengoku daimyŇ ᚢ࿖ᄢฬ, signori assoluti, non riconobbero l’istituzione dello shŇen ⨿࿦912, terreno gravato di diversi diritti esercitati da più persone (ψ§17, §27), preparando, così, la strada al regime feudale (hŇken seido ኽᑪ೙ᐲ 913) del periodo successivo.  ‫ޣ‬CRESCITA E RIVOLTE DEI CONTADINI‫ ޤ‬A partire dall’epoca NanbokuchŇ (NanbokuchŇ jidai ධർᦺᤨઍ) anche la vita nei villaggi agricoli registrò mutamenti. Grazie all’aumento della resa del suolo e in generale allo sviluppo di diverse industrie (ψ§30), i contadini riuscirono ad innalzare il loro tenore di vita. Inoltre, cominciarono via via ad unirsi, prima nell’ambito dei singoli villaggi, in organizzazioni autogestite, chiamate sŇ ᗉ914, che avrebbero dato origine ad una vita solidale e, in un secondo tempo, a livello di maggior dimensione fra più villaggi. L’unione di più villaggi mediante il sŇ ᗉ viene chiamata gŇsonsei (ㇹ᧛೙915 lett. sistema gŇson). Essi, così organizzati, non assomigliavano più ai loro antenati, i quali non conoscevano altre forme di protesta che la fuga (tŇbŇ ㅏ੢916, chiamata dal medioevo in avanti chŇsan ㅏᢔ917, ψ§7). Entrati nel XV secolo, diedero, difatti, il via ad una serie di insurrezioni dette doikki (࿯৻ឨ918 letto anche tsuchi ikki; do / tsuchi ࿯ abbr. di domin ࿯᳃ indigeni; ikki ৻ឨ [originariamente] solidarietà) per molteplici rivendicazioni.

909 910 911 912 913 914 915 916 917 918

bun/koku/hŇ ಽ 35/38 ࿖ 8/40 ᴺ 145/123 ka/hŇ ኅ 81/165 ᴺ 145/123 jŇ/ka/machi ၔ 638/720 ਅ 72/31 ↸ 114/182 shŇ/en ⨿ 1208/1327 ࿦ 412/447 hŇ/ken/ sei/do ኽ 1039/1463 ᑪ 244/892 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 sŇ ᗉ non reg./non reg. gŇ/son/sei ㇹ 1004/855 ᧛ 210/191 ೙ 196/427 tŇ/bŇ ㅏ 864/1566 ੢ 887/672 chŇ/san ㅏ 864/1566 ᢔ 611/767 doik/ki ࿯ 316/24 ৻ 4/2 ឨ non reg./non reg. 144

Inoltre, qua e là si ebbero sollevazioni, chiamate ikkŇ ikki ৻ะ৻ឨ919, degli adepti del JŇdo shinshş (ᵺ࿯⌀ቬ920 ψ§33), scuola buddhista chiamata anche ikkŇshş ৻ะቬ 921. I rivoltosi infersero, così, duri colpi al Muromachi bakufu ቶ↸᐀ᐭ, agli shugo daimyŇ ቞⼔ᄢฬ e ai proprietari di shŇen ⨿࿦, anche se con il sorgere dei sengoku daimyŇ ᚢ࿖ᄢฬ fu tolta loro ogni possibilità di sommossa. Comunque, sta di fatto che l’istituzione shŇen ⨿࿦ si stava sgretolando anche dal suo interno in seguito al risveglio dei contadini e di altre categorie di gente oppressa.

§30. Attività economica e fenomeno di urbanizzazione SVILUPPO ECONOMICO

Il periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ), malgrado l’instabilità politica, vide svilupparsi molte industrie. L’uso intensivo del terreno e del concime, le migliorate tecniche agricole e la costruzione di canali di irrigazione aumentarono notevolmente la produttività della terra. Era fiorente anche l’industria artigiana per la quale si segnalava un aumento della domanda. Gli sviluppi dell’agricoltura e delle attività artigiane influenzarono così favorevolmente gli scambi commerciali. Il commercio, che nella seconda metà del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) era esercitato solitamente come secondo lavoro a tempo perso, diventò nel periodo Kamakura (Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ) un’attività a sé stante, e nel periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ) sorsero, ad esempio, negozi fissi accanto ai mercati periodici (ichi Ꮢ922). C’erano poi spedizionieri a dorso di cavallo (spedizionieri chiamati bashaku 㚍୫923 lett. presa in prestito di cavalli) o a bordo di un veicolo (spedizionieri detti shashaku ゞ ୫924 lett. presa in prestito di un veicolo) e grossisti (toimaru ໧ਣ925 detti anche toiya ໧ደ926). 919 920 921 922 923 924 925 926

ik/kŇ/ ik/ki ৻ 4/2 ะ 217/199 ৻ 4/2 ឨ non reg./non reg. JŇ/do/ shin/shş ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 ⌀ 278/422 ቬ 1023/616 ik/kŇ/shş ৻ 4/2 ะ 217/199 ቬ 1023/616 ichi Ꮢ 78/181 ba/shaku 㚍 512/283 ୫ 996/766 sha/shaku ゞ 162/133 ୫ 996/766 toi/maru ໧ 75/16275/162 ਣ 567/644 toi/ya ໧ 75/162 ደ 270/167 145

 L’attività finanziaria fu svolta non soltanto dai monti di pietà chiamati allora dosŇ (࿯ ୖ927 lett. magazzino dai muri di terra), ma anche dai produttori di sake ㈬928, detti sakaya ㈬ደ929. Le tasse che lo shogunato di Muromachi (Muromachi bakufu ቶ↸᐀ ᐭ) imponeva sull’attività finanziaria costituivano una voce importante fra le entrate di bilancio. Va da sé che anche lo sviluppo di tutte queste attività economiche contribuì al collasso degli shŇen ⨿࿦ ad economia chiusa.  < Associazioni monopolistiche di mercanti e artigiani > Nel medioevo i mercanti e gli artigiani costituivano ‘corporazioni professionali’ o ‘gilde’, dette za ᐳ930 sotto la protezione di kuge ౏ኅ o istituti religiosi e godevano il monopolio d’una determinata attività in una data zona in cambio di prestazioni e contributi finanziari. (ψ §40) ٟ Anche adesso teatri e cinema giapponesi portano nomi che terminano di solito

in za ᐳ (p.es. Kabukiza ᱌⥰પᐳ931 , Odeonza ࠝ࠺ࠝࡦᐳ ). Tale za ᐳ deriva appunto dalle associazioni esclusive che un tempo erano costituite dalla gente dello spettacolo. Per analogia il Teatro alla Scala, ad esempio, viene chiamato in giapponese Sukaraza ࠬࠞ࡜ᐳ.

 < Economia monetaria > L’emissione di monete, dopo le prime esperienze (ψ §7), era rimasta sospesa a partire dalla metà del periodo Heian (sin verso la fine del XVI secolo ψ§40). Durante il medioevo alcuni tipi di monete importate dalla Cina erano largamente in circolazione, favorendo così lo sviluppo dell’attività commerciale. Non di rado si pagavano in moneta anche le imposte.  < Pellegrinaggio > Le escursioni ed i pellegrinaggi ai templi buddhisti e ai santuari shintoisti, che avevano avuto inizio nel Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ, divennero sempre più di moda nel Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ. NASCITA E CRESCITA DELLE CITTÀ

Lo sviluppo dell’attività di produzione e del commercio da una parte e l’aumento dei traffici dall’altra fecero sorgere, specie durante il Sengoku jidai ᚢ࿖ᤨઍ, numerose città di diversa origine:

927 928 929 930 931

do/sŇ ࿯ 316/24 ୖ 708/1307 sake ㈬ 781/517 saka/ya ㈬ 781/517 ደ 270/167 za ᐳ 377/786 Ka/bu/ki/za ᱌ 478/392 ⥰ 746/810 પ non reg./non reg.ᐳ 377/786 146

Ԙ jŇkamachi (ၔਅ↸932 lett. città ai piedi di un castello, it. città-castello), città cioè cresciuta intorno ad un castello che i sengoku daimyŇ ᚢ࿖ᄢฬ933 costruivano intorno ai loro castelli, invitando mercanti ed artigiani a venirvi a risiedere (p.es. Yamaguchi ጊญ934 ψcarta 5; Odawara ዊ↰ේ935 ψcarta 10), ԙ monzenmachi (㐷೨↸936 lett. città di fronte al cancello degli istituti religiosi) cresciute intorno ai templi buddhisti e ai santuari shintoisti (p.es. Uji-Yamada ቝᴦጊ↰937 oggi Ise દ൓938 ψcarta 7), Ԛ shukubamachi ኋ႐↸939, ossia villaggi-sosta per viaggiatori, ԛ minatomachi ᷼↸940, cioè città portuali (p.es. Sakai ႓941 ψcarta 7; Hakata ඳᄙ942 oggi parte di Fukuoka ⑔ጟ943 ψcarta 3). ٟ Si rileva con l’occasione che le città giapponesi, diversamente da quelle ad

esempio italiane, non furono mai circondate da mura.

 < Machishş > Riguardo alle ultime due città di cui sopra (Sakai ႓ e Hakata ඳ ᄙ), è da ricordare che, durante il Sengoku jidai ᚢ࿖ᤨઍ, esse ebbero una gloriosa storia di autonomia per mano dei loro abitanti chiamati machishş (↸ⴐ944 letti a volte anche chŇshu, lett. gente di comunità [di una città]), ossia in pratica mercanti ed artigiani di città del Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ, organizzatisi in un corpo di autogoverno e di autodifesa. Tra i più noti sono quelli di KyŇto ੩ㇺ, Sakai ႓ e Hakata ඳᄙ. La loro tradizione culturale libera dalle convenzioni venne ereditata, nell’età successiva, dai chŇnin (↸ੱ945 lett. gente di comunità [di una città]; mercanti ed artigiani di città dell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ ψ§40, §41) e fiorì sotto il nome di cultura dei chŇnin 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945

jŇ/ka/machi ၔ 638/720 ਅ 72/31 ↸ 114/182 sen/goku/ dai/myŇ ᚢ 88/301 ࿖ 8/40 ᄢ 7/26 ฬ 116/82 Yama/guchi ጊ 60/34 ญ 213/54 O/da/wara ዊ 63/27 ↰ 24/35 ේ 132/136 mon/zen/machi 㐷 385/161 ೨ 38/47 ↸ 114/182 U/ji/-/Yama/da ቝ 757/990 ᴦ 181/493 ጊ 60/34 ↰ 24/35 I/se દ 603/2011 ൓ 365/646 shu/ku/ba/machi ኋ 406/179 ႐ 34/154 ↸ 114/182 minato/machi ᷼ 445/669 ↸ 114/182 Sakai ႓ non reg./non reg. Haka/ta ඳ 802/601 ᄙ 161/229 Fuku/oka ⑔ 450/1379 ጟ 370/non reg. machi/shş ↸ 114/182 ⴐ 570/792 chŇ/nin ↸ 114/182 ੱ 9/1 147

(chŇnin bunka ↸ੱᢥൻ946 ψ§48).

§31. Scambi commerciali con il continente MERCANTI ARMATI

Durante i due periodi di lotte ed anarchia (ossia, NanbokuchŇ jidai ධർᦺᤨઍ e Sengoku jidai ᚢ࿖ᤨઍ) nella parte occidentale del Giappone c’erano gruppi di abitanti che si recavano fin sulle coste coreane e cinesi per svolgervi scambi commerciali, ma con richieste impossibili da soddisfare. Vistisi respinte le richieste, si trasformavano di colpo in saccheggiatori. Le loro razzie erano talmente devastanti da creare una causa del crollo della dinastia coreana d’allora. Chiamati wakŇ (୸ና 947 cin. wokou, wok’ou, pirati-depredatori giapponesi), i loro misfatti facevano rabbrividire coreani e cinesi. COMMERCIO A TAGLIANDO DI RISCONTRO

Nello stesso anno del 1368 in cui Ashikaga Yoshimitsu (⿷೑⟵ḩ948 ψ§29) venne nominato shŇgun ዁ ァ, in Cina nacque la dinastia Ming (Ming ᣿949 giapp. Min, 1368-1644). Yoshimitu ⟵ ḩ, accogliendo la richiesta cinese di sopprimere le attività dei wakŇ ୸ና e qualificandosi come suddito dell’imperatore cinese, iniziò in via ufficiale scambi commerciali con la Cina, e siccome per l’esigenza di distingere le navi regolari da quelle dei wakŇ ୸ና, i comandanti di quelle autorizzate dovevano esibire in Cina un tagliando di riscontro chiamato kangŇfu ൊว╓950, ossia parte staccata di una bolletta a madre e figlia, il commercio esercitato per i canali ufficiali con la Cina durante il Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ si chiama kangŇ bŇeki (ൊว⾏ᤃ951 1404-1547).

946 947 948 949 950 951

chŇ/nin/ bun/ka ↸ 114/182 ੱ 9/1 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 wa/kŇ ୸ non reg./non reg.ና non reg./non reg. Ashi/kaga/ Yoshi/mitsu ⿷ 305/58 ೑ 219/329 ⟵ 287/291 ḩ 579/201 Min ᣿ 84/18 kan/gŇ/fu ൊ 1309/1502 ว 46/159 ╓ 1653/505 kan/gŇ/ bŇ/eki ൊ 1309/1502 ว 46/159 ⾏ 1037/760 ᤃ 810/759 148

Parte seconda: Cultura

§32. Fenomeni caratterizzanti la cultura del medioevo NUOVI PROTAGONISTI DELLA CULTURA

Nella parte prima si è visto che nell’arco di 400 anni l’opposizione dicotomica iniziale fra kuge ౏ኅ e buke ᱞኅ si andava sciogliendo in seguito ad una stabilizzazione sempre più solida di quest’ultima categoria nei campi politico e socio-economico. Questi mutamenti ambientali determinarono fondamentalmente l’indirizzo evolutivo della cultura del periodo in esame, operando, cioè, in modo tale che la presenza sia dei bushi ᱞ჻ che dei cittadini comuni si riflettesse sulla cultura con un peso sempre maggiore. Tanto per fare un paio di esempi, nel periodo Kamakura (Kamakura jidai ㎨ୖᤨ ઍ), si assistette, da una parte, all’affermazione del buddhismo amidista (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ 952) e, dall’altra, alla nascita d’un nuovo genere letterario cosiddetto guerresco (gunki monogatari ァ⸥‛⺆953). I protagonisti furono rispettivamente la gente comune, in quanto fu ad essa che le nuove scuole amidiste (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ) tesero una mano di salvezza e i bushi ᱞ჻, in quanto fu di loro che le opere guerresche (gunki monogatari ァ⸥‛⺆) narrarono. Nel periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ) poi, per l’interessamento del buke ᱞኅ, sorsero nuove forme di cultura, a tutta prima, e in buona parte, popolari, ma assurte nel corso del tempo ad un livello artistico di prim’ordine. La nascita del teatro nŇ ⢻954 ne offre un buon esempio. Si può parlare, così, di un gekokujŇ (ਅ೦਄ 955 ψ§29) anche nel campo della cultura.  Parallelamente a quanto sopra, è da notare inoltre che, soprattutto in seguito alla formazione di città-centri culturali provinciali, per la prima volta anche le masse giunsero a fruire, seppure parzialmente, della cultura che, fino allora, era stata monopolizzata dai ceti più elevati. CULTURA DEL KUGE E LA SUA ASSIMILAZIONE DA PARTE DEL BUKE 952 953 954 955

Ciò non significa, tuttavia, che i cortigiani (kuge ౏ኅ) perdessero di colpo ogni

jŇ/do/kyŇ ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 ᢎ 97/245 gun/ki/ mono/gatari ァ 193/438 ⸥ 147/371 ‛ 126/79 ⺆ 274/67 nŇ ⢻ 341/386 ge/koku/jŇ ਅ 72/31 ೦ non reg./non reg.਄ 21/32 149

facoltà creativa della loro propria cultura in concomitanza con l’istituzione del primo bakufu ᐀ᐭ a Kamakura ㎨ୖ. Prima di decadere anche dalla posizione di promotori culturali per non più risollevarsi, essi produssero, difatti, agli inizi del periodo Kamakura (Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ), un’ultima opera degna di nota e qualitativamente irripetibile. Per spiegarci con un esempio moderno, essi furono come una lampadina irradiante un bagliore intenso prima di spegnersi per sempre, fulminata. Subentrarono a loro nella produzione della cultura monaci buddhisti e bushi ᱞ჻ di alto rango, permettendo, così, alla tradizione della cultura aristocratica di Heian ᐔ቟ di avere un’eredità.  Agli inizi, tuttavia, i bushi ᱞ჻ non erano all’altezza di qualificarsi come eredi, tanto meno quindi come promotori culturali. Quasi tutti illetterati e culturalmente barbari, dovettero genuflettersi davanti ai nobili di KyŇto ੩ㇺ e fare ogni sforzo per acquisire una cultura aristocratica. E tali sforzi diedero il loro frutto, nel periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ), sotto gli shŇgun ዁ァ Ashikaga Yoshimitsu (⿷೑⟵ḩ ψ§29) e Ashikaga Yoshimasa (⿷೑⟵᡽ ψ§29). Si tratta di due fasi culminanti distinte nella storia della cultura con i nomi di cultura Kitayama (Kitayama bunka ർጊᢥൻ956) e cultura Higashiyama (Higashiyama bunka ᧲ጊᢥൻ957).  ‫ޣ‬CULTURA KITAYAMA E CULTURA HIGASHIYAMA‫ޤ‬Si chiamano così perché si tratta di culture simboleggiate da due edifici concepiti per la villeggiatura e di alto pregio architettonico: il Padiglione d’oro (Kinkaku ㊄㑑 958 1397-a tutt’oggi; distrutto dal fuoco nel 1950 e ricostruito nel 1955) e il Padiglione d’argento (Ginkaku ㌁㑑959 1489-presente) costruiti rispettivamente da Yoshimitsu ⟵ḩ a Kitayama ർ ጊ e da Yoshimasa ⟵᡽ a Higashiyama ᧲ጊ, di KyŇto ੩ㇺ. Tali culture sono caratterizzate, specie quella di Higashiyama (Higashiyama bunka ᧲ጊᢥൻ), da una profonda influenza esercitata dal buddhismo zen (zenbukkyŇ ⑎੽ᢎ960 ψ§33) sulla fusione di elementi culturali di origine popolare con quelli della tradizione culturale aristocratica. ٟ Tra tutti gli edifici ora esistenti in Giappone il più noto agli stranieri sarà il

Kinkaku ㊄㑑. Si tratta di una costruzione che fa parte del tempio zen (zendera ⑎ ኹ961) di nome Rokuonji 㣮⧞ኹ962 detto popolarmente Kinkakuji ㊄㑑ኹ. È

956 957 958 959 960 961

Kita/yama/ bun/ka ർ 103/73 ጊ 60/34 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 Higashi/yama/ bun/ka ᧲ 11/71 ጊ 60/34 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 Kin/kaku ㊄ 59/23 㑑 480/837 Gin/kaku ㌁ 264/313 㑑 480/837 zen/buk/kyŇ ⑎ 1551/1540 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 zen/dera ⑎ 1551/1540 ኹ 687/41 150

scorretto, quindi, parlare del Kinkakuji ㊄㑑ኹ in riferimento solo al Kinkaku ㊄ 㑑 come accade frequentemente. Alla stessa stregua non è corretto chiamare il Ginkaku ㌁㑑 Ginkakuji ㌁㑑 ኹ. Difatti anche il Ginkaku ㌁㑑 è uno degli edifici che costituiscono un tempio zen (zendera ⑎ኹ): JishŇji ᘏᾖኹ963 chiamato popolarmente Ginkakuji ㌁㑑 ኹ.

 ‫ޣ‬CULTURA GIAPPONESE CHE OGGI AFFASCINA GLI STRANIERI: TEATRO Nņ, PITTURA MONOCROMATICA, IKEBANA, CERIMONIA DEL TÈ ECC.‫ޤ‬Le diverse manifestazioni artistiche sorte durante il Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ vivono ancor oggi nella vita quotidiana dei giapponesi proprio al confine tra l’arte e la religione. Quando si parla della cultura squisitamente giapponese, ci si riferisce il più delle volte appunto a loro. (ψ§35, §36).

§33. Buddhismo  Il periodo Kamakura (Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ) costituì un’epoca particolarmente significativa sia per la nascita di diverse forme di buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) a favore della gente comune, che per l’introduzione della scuola zen (Zenshş ⑎ቬ964) destinata a svolgere un ruolo fondamentale per lo sviluppo della cultura giapponese. Diversamente da quanto avveniva per le scuole preesistenti, quali per esempio anni e anni di studi faticosi di sştra (kyŇten ⚻ౖ965), molteplici pratiche gravose di lunga durata, costruzione di templi o donazione di terreni, tutti i nuovi tipi di buddhismo del Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ, chiamati complessivamente Kamakura [shin]bukkyŇ ㎨ୖ[ᣂ]੽ᢎ966, erano comunemente caratterizzati dalla loro esortazione a mettere in atto una sola forma di pratica (ossia nenbutsu ᔨ੽967, shŇdai ໒㗴968o zazen ᐳ⑎969) accessibile a qualsiasi persona. 962 963 964 965 966 967 968 969

Roku/on/ji 㣮 1141/2279 ⧞ non reg./non reg.ኹ 687/41 Ji/shŇ/ji ᘏ 1829/1547 ᾖ 1072/998 ኹ 687/41 Zen/shş ⑎ 1551/1540 ቬ 1023/616 kyŇ/ten ⚻ 135/548 ౖ 956/367 Kama/kura/ [shin]/buk/kyŇ ㎨ 1277/2257 ୖ 708/1307[ᣂ 36/174]੽ 678/583 ᢎ 97/245 nen/butsu ᔨ 469/579 ੽ 678/583 shŇ/dai ໒ 1062/1646 㗴 123/354 za/zen ᐳ 377/786 ⑎ 1551/1540

151

RINNOVAMENTO DEL BUDDHISMO

Dapprima si vedranno ulteriori sviluppi della scuola amidista (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ970 ψ§23) e la nascita della scuola Nichiren 971 (Nichirenshş ᣣ⬒ቬ ). Tre furono i protagonisti principali dei movimenti riformatori: HŇnen ᴺὼ972, Shinran ⷫ㣦973 e Nichiren ᣣ⬒974. Come succede spesso con i rinnovatori in qualsiasi campo d’attività, anche loro furono vittime delle persecuzioni da parte delle forze sclerotizzate.  ‫ޣ‬HņNEN‫ޤ‬Fu HŇnen (ᴺὼ 1133-1212) a muovere i primi passi sul terreno della riforma nel periodo a cavallo Heian e Kamakura.  Naturalmente ai suoi tempi si conosceva già il culto della Terra Pura (jŇdokyŇ ᵺ࿯ ᢎ) del tipo predicato due secoli prima da Genshin (Ḯା975 ψ§23). Per HŇnen ᴺὼ, tuttavia, la mente degli uomini era talmente debole da non poter meditare sull’immagine dell’Amida butsu 㒙ᒎ㒚੽976. Quindi egli insegnava che per rinascere nella Terra Pura bastava semplicemente recitare la formula: « Namu Amida butsu » (ධή㒙ᒎ㒚੽977 Ho fede nel Buddha Amida.).  Si tratta del tipo di nenbutsu ᔨ੽ detto shŇmyŇ nenbutsu (⒓ฬᔨ੽978 lett. nenbutsu consistente nel recitare il nome). Si noti che il contenuto effettivo del nenbutsu ᔨ੽ è molto diverso da quello (ossia kansŇ nenbutsu ⷰᗐᔨ੽979) consigliato da Genshin Ḯ ା. E fu soltanto a questo punto, dopo oltre sei secoli dal suo avvento in Giappone (bukkyŇ kŇden ੽ᢎ౏વ980 538), che il buddhismo fu posto finalmente alla portata di qualsiasi persona.  Man mano che HŇnen ᴺὼ andava guadagnando la stima di un numero crescente di gente, le forze buddhiste preesistenti, sia ritenendolo eterodosso, sia per questioni di concorrenza, vollero che la sua dottrina venisse soppressa, riuscendo nel 1207 a far

970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980

jŇ/do/kyŇ ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 ᢎ 97/245 Nichi/ren/shş ᣣ 1/5 ⬒ non reg./non reg.ቬ 1023/616 HŇ/nen ᴺ 145/123 ὼ 375/651 Shin/ran ⷫ 381/175 㣦 non reg./non reg. Nichi/ren ᣣ 1/5 ⬒ non reg./non reg. Gen/shin Ḯ 827/580 ା 198/157 A/mi/da/ butsu 㒙 1515/2258 ᒎ 1536/2065 㒚 non reg./non reg.੽ 678/583 Na/mu/ A/mi/da/ butsu ධ 205/74 ή 227/93 㒙 1515/2258 ᒎ 1536/2065 㒚 non reg./non reg.੽ 678/583 shŇ/myŇ/ nen/butsu ⒓ 1187/978 ฬ 116/82 ᔨ 469/579 ੽ 678/583 kan/sŇ/ nen/butsu ⷰ 463/604 ᗐ 352/147 ᔨ 469/579 ੽ 678/583 buk/kyŇ/ kŇ/den ੽ 678/583 ᢎ 97/245 ౏ 122/126 વ 494/434 152

emanare nei suoi confronti il divieto (nenbutsu chŇji ᔨ੽஗ᱛ981 lett. soppressione del nenbutsu), avvenimento detto Ken’ei no hŇnan (ᑪ᳗ߩᴺ㔍982 lett. persecuzione del buddhismo di Ken’ei; Ken’ei ᑪ᳗: nengŇ ᐕภ), e in quella occasione HŇnen ᴺὼ, ormai anziano, venne esiliato nello Shikoku (྾࿖ ψcarta 1).  La scuola che ha origine da HŇnen ᴺὼ è chiamata JŇdoshş (ᵺ࿯ቬ983 lett. scuola della Terra Pura) con sede centrale (sŇhonzan ✚ᧄጊ984; zan ጊ montagna: un altro modo di dire tempio buddhista) presso il Chion’in (⍮ᕲ㒮985 1212/1234-presente) a KyŇto ੩ㇺ. ٟ cfr. Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. (S. Paolo, Lettera ai

Romani)

 ‫ޣ‬SHINRAN‫ޤ‬Shinran (ⷫ㣦 1173-1262), discepolo di HŇnen ᴺὼ, spingendosi all’estremo del cammino intrapreso dal suo maestro, predicò così: la rinascita nel Paradiso della Terra Pura (Gokuraku jŇdo ᭂᭉᵺ࿯986) è assicurata, se si recita semplicemente « Namu Amida butsu » ධή㒙ᒎ㒚੽, affidandosi totalmente ai voti (hongan ᧄ 㗿987) misericordiosi del Buddha Amida (Amida butsu 㒙ᒎ㒚੽) nel più profondo abbandono di sé alle leggi della Natura (jinen hŇni ⥄ὼᴺῺ988 lett. così com’è, stato privo di qualsiasi intenzione e volontà umana).  Presso Shinran ⷫ㣦 il Buddha Amida (Amida butsu 㒙ᒎ㒚੽) e la Terra Pura (jŇdo ᵺ࿯) non sono altro che il simbolo dello stato libero da ogni attività mentale (wuwei ziran, wu wei tzu jan ήὑ⥄ὼ989 giapp. mui shizen ψ§33). Se è così, è da dire che, al punto definitivamente raggiunto da Shinran ⷫ㣦, il buddhismo amidista (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ) non differisce sostanzialmente dal buddhismo zen (zenbukkyŇ ⑎੽ᢎ990) anche se si presenta in una forma (tariki ઁജ991 ψ§33) diametralmente opposta a

981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991

nen/butsu/ chŇ/ji ᔨ 469/579 ੽ 678/583 ஗ 752/1185 ᱛ 400/477 Ken’/ei/ no/ hŇ/nan ᑪ 244/892 ᳗ 690/1207 ߩᴺ 145/123 㔍 442/557 JŇ/do/shş ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 ቬ 1023/616 sŇ/hon/zan ✚ 154/697 ᧄ 15/25 ጊ 60/34 Chi/on’/in ⍮ 207/214 ᕲ 1353/555 㒮 236/614 Goku/raku/ jŇ/do ᭂ 652/336 ᭉ 232/358 ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 hon/gan ᧄ 15/25 㗿 869/581 ji/nen/ hŇ/ni ⥄ 53/62 ὼ 375/651 ᴺ 145/123 Ὼ non reg./non reg. mu/i/ shi/zen ή 227/93 ὑ 1137/1484 ⥄ 53/62 ὼ 375/651 zen/buk/kyŇ ⑎ 1551/1540 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 ta/riki ઁ 355/120 ജ 69/100 153

quella (jiriki ⥄ജ992 ψ§33) di quest’ultimo.  Un altro fatto che caratterizza il buddhismo di Shinran ⷫ㣦 è che per lui fra vita monastica e vita laica non sussisteva alcuna differenza. Egli stesso prese moglie, creando così un nuovo modello di vita buddhista (zaike bukkyŇ ࿷ኅ੽ᢎ993 lett. buddhismo di chi sta a casa, ossia buddhismo praticato a casa senza farsi monaco).  In occasione del nenbutsu chŇji ᔨ੽஗ᱛ del 1207 fu esiliato nella provincia di Echigo (Echigo no kuni ⿧ᓟ࿖994 ψcarta 12; oggi Niigata-ken ᣂẟ⋵995).  La scuola da lui fondata si chiama JŇdo shinshş (ᵺ࿯⌀ቬ996 lett. vera scuola della Terra Pura), detto popolarmente anche IkkŇshş ৻ะቬ997, in quanto i suoi fedeli si affidano con slancio (ikkŇ ৻ะ) al Buddha Amida (Amida butsu 㒙ᒎ㒚੽). Tempio principale (sŇhonzan ✚ᧄጊ): Honganji ᧄ㗿ኹ (1272-1602). Dal 1602 ad oggi ci sono due sŇhonzan ✚ᧄጊ per scisma: Higashi honganji ᧲ᧄ㗿ኹ998 e Nishi honganji ⷏ᧄ㗿ኹ999 ambedue a KyŇto ੩ㇺ.  ‫ޣ‬NICHIREN‫ޤ‬Sia Nichiren (ᣣ⬒ 1222-1282), che HŇnen ᴺὼ e Shinran ⷫ㣦 studiarono tutti al monastero di Enryakuji (ᑧᥲኹ1000 ψ§23), ma solo Nichiren ᣣ⬒ scelse di imboccare una via alquanto diversa da quella degli altri due. Egli ereditò dalla scuola Tendai (Tendaishş ᄤบቬ1001) il MyŇhŇ rengekyŇ (䇺ᅱᴺ⬒⪇⚻䇻1002 ψ§23), ritenendolo l’unico e supremo sştra (kyŇten ⚻ౖ1003) idoneo a salvare la gente nell’era mappŇ (ᧃᴺ1004 ψ§23). Diversamente dall’amidismo (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ) che indirizzava il pensiero della gente verso la vita ultraterrena, Nichiren ᣣ⬒, profondamente interessato ai problemi del mondo terreno e alla loro soluzione, quindi tutto preso dalla coscienza ardente della missione, che riteneva affidatagli, di trasformare questo mondo in quello del Buddha, esercitò tali pressioni sul Kamakura bakufu ㎨ୖ᐀ᐭ affinché si adottasse detto sştra ji/riki ⥄ 53/62 ജ 69/100 zai/ke/ buk/kyŇ ࿷ 243/268 ኅ 81/165 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 994 Echi/go/ no/ kuni ⿧ 529/1001 ᓟ 45/48 ࿖ 8/40 995 Nii/gata/ ken ᣂ 36/174 ẟ 1036/1626 ⋵ 195/194 996 JŇ/do/ shin/shş ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 ⌀ 278/422 ቬ 1023/616 997 Ik/kŇ/shş ৻ 4/2 ะ 217/199 ቬ 1023/616 998 Higashi/ hon/gan/ji ᧲ 11/71 ᧄ 15/25 㗿 869/581 ኹ 687/41 999 Nishi/ hon/gan/ji ⷏ 167/72 ᧄ 15/25 㗿 869/581 ኹ 687/41 1000 En/ryaku/ji ᑧ 758/1115 ᥲ 1793/1534 ኹ 687/41 1001 Ten/dai/shş ᄤ 364/141 บ 216/492 ቬ 1023/616 1002 MyŇ/hŇ/ ren/ge/kyŇ 䇺ᅱ 1045/1154 ᴺ 145/123 ⬒ non reg./non reg.⪇ 807/1074 ⚻ 135/548䇻 1003 kyŇ/ten ⚻ 135/548 ౖ 956/367 992 993

154

(kyŇten ⚻ౖ), da finire per essere mandato ben due volte in esilio. Fu anche aggressivo nei confronti delle altre forme di buddhismo, in particolare verso l’amidismo (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ), in quanto quest’ultimo era dottrinalmente contrastante con il suo buddhismo (aldilà vs mondo terreno). Incitava, del resto, la gente a recitare una formula assai semplice, chiamata daimoku 㗴⋡1005: « Namu MyŇhŇ rengekyŇ » (ධήᅱᴺ⬒⪇⚻1006 Ho fede nel Sştra del loto della buona legge). Si tratta della pratica chiamata shŇdai ໒㗴1007 (shŇ ໒ recitare + dai 㗴 㗴⋡) φdaimoku㗴  La scuola Nichiren (Nichirenshş ᣣ⬒ቬ1008 detta anche Hokkeshş ᴺ⪇ቬ1009 lett. setta del Sştra del loto), sua creatura, quindi di nascita giapponese ed erede della sua personalità, è tradizionalmente faziosa, fanatica ed interessata ai problemi politici dello Stato. Tempio principale (sŇhonzan ✚ ᧄጊ): Kuonji ਭ ㆙ኹ 1010 (1281-presente) sul mon- te Minobu (Minobusan りᑧጊ1011 ψcarta 9). ٟ In seguito al sorgere delle nuove forme di buddhismo, apparvero anche presso

le diverse scuole buddhiste preesistenti (kyşbukkyŇ ᣥ੽ᢎ1012 lett. vecchio buddhismo) dei bonzi eccellenti, tra cui MyŇe (᣿ᕺ1013 chiamato anche KŇben 㜞 ᑯ1014 1173-1232). Monaco dall’anima candida e cristallina, è oggi rispettato ed

map/pŇ ᧃ 528/305 ᴺ 145/123 dai/moku 㗴 123/354 ⋡ 65/55 1006 Na/mu/ MyŇ/hŇ/ ren/ge/kyŇ ධ 205/74 ή 227/93 ᅱ 1045/1154 ᴺ 145/123 ⬒ non 807/1074 ⚻ 135/548 1007 shŇ/dai ໒ 1062/1646 㗴 123/354 1008 Nichi/ren/shş ᣣ 1/5 ⬒ non reg./non reg.ቬ 1023/616 1009 Hok/ke/shş ᴺ 145/123 ⪇ 807/1074 ቬ 1023/616 1010 Ku/on/ji ਭ 591/1210 ㆙ 803/446 ኹ 687/41 1011 Mi/nobu/san り 331/59 ᑧ 758/1115 ጊ 60/34 1012 kyş/buk/kyŇ ᣥ 808/1216 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 1013 MyŇ/e ᣿ 84/18 ᕺ 875/1219 1014 KŇ/ben 㜞 49/190 ᑯ 793/711 1015 Kawa/bata/ Yasu/nari Ꮉ 111/33 ┵ 942/1418 ᐽ 783/894 ᚑ 115/261 1016 kumo 㔕 1124/636 1017 i/zu ಴ 17/53 ߠ (giapp. moderno: de/ru ಴ 17/53 ࠆ) 1018 ware ᚒ 1392/1302 1019 fuyu ౻ 903/459 1020 tsuki ᦬ 26/17

1004

1005

155



reg./non reg.

amato da non pochi giapponesi. È noto soprattutto per le controversie con HŇnen ᴺὼ. Il seguente suo waka ๺᱌ fu riportato da Kawabata Yasunari (Ꮉ┵ᐽᚑ1015 1899-1972 ψ§76), premio Nobel per la letteratura nel 1968, nella sua conferenza tenuta all’Accademia svedese:

㔕1016ࠍ಴1017ߢߡᚒ1018ߦߣ߽ߥ߰౻1019 ߩ᦬1020㘑1021߿り1022 ߦߒ߻ 㔐1023߿಄1024߼ߚ߈ Kumo o idete / ware ni tomonŇ / fuyu no tsuki / kaze ya mi ni shimu / yuki ya tsumetaki? [La luna d’inverno, uscita dalle nubi, mi fa compagnia. Non ti penetra il vento? Non ti gela la neve?] BUDDHISMO ZEN

Indipendentemente dai movimenti rinnovatori di cui sopra, fu introdotto dalla Cina il buddhismo zen (zenbukkyŇ ⑎੽ᢎ1025). I contributi offerti a questo riguardo dai monaci zenisti cinesi trasferitisi in Giappone non sono da trascurare, ma i maggiori meriti sono attribuibili ai due monaci giapponesi: Eisai ᩕ⷏ 1026 e DŇgen ㆏ర1027. Entrambi, dopo aver studiato al monte Hiei (Hieizan Ყซጊ 1028 ψ§23; si usa per lo più nel senso del monastero di Enryakuji ᑧᥲኹ 1029 ), andarono in Cina per ulteriori studi.  Il buddhismo zen (zenbukkyŇ ⑎੽ᢎ) con la sua pratica zazen (ᐳ⑎ 1030 lett. meditazione zen nella posizione del loto) fu accettato volentieri dai bushi ᱞ჻ in virtù del severo autocontrollo che lo caratterizzava (e naturalmente lo caratterizza tuttora).  ‫ޣ‬EISAI‫ޤ‬Fu MyŇan Eisai (᣿ᐻᩕ⷏1031 1141-1215; si suole chiamarlo semplicemente Eisai ᩕ⷏ o anche YŇsai ᩕ⷏) ad introdurlo per primo nel XII secolo. Egli fondò la scuola Rinzai (Rinzaishş ⥃ᷣቬ1032).

1021 1022 1023 1024 1025 1026 1027 1028 1029 1030 1031 1032

kaze 㘑 246/29 mi り 331/59 yuki 㔐 907/949 tsu/me/ta/shi ಄ 607/832 ߼ߚߒ㧔giapp. moderno: tsume/ta/i ಄ 607/832 ߚ޿㧕 zen/buk/kyŇ ⑎ 1551/1540 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 Ei/sai ᩕ 745/723 ⷏ 167/72 DŇ/gen ㆏ 129/149 ర 328/137 Hi/ei/zan Ყ 557/798 ซ non reg./non reg.ጊ 60/34 En/rya/ku/ji ᑧ 758/1115 ᥲ 1793/1534 ኹ 687/41 za/zen ᐳ 377/786 ⑎ 1551/1540 MyŇ/an/ Ei/sai ᣿ 84/18 ᐻ non reg./non reg.ᩕ 745/723 ⷏ 167/72 Rin/zai/shş ⥃ 897/836 ᷣ 288/549 ቬ 1023/616

156

Eisai ᩕ⷏ è noto anche come diffusore dell’abitudine di bere tè (ψ§36). Templi principali (chiamati daihonzan ᄢᧄጊ1033) del Rinzaishş ⥃ᷣቬ: Nanzenji ධ⑎ኹ 1034 (1291-presente), Tenryşji ᄤ㦖ኹ 1035 (1339-attuale) e parecchi altri a KyŇto ੩ㇺ, Kamakura ㎨ୖ ecc.  ‫ޣ‬DņGEN‫ޤ‬Successivamente nel 1227 venne portato anche da Eihei DŇgen (᳗ᐔ ㆏ర1036 1200-1253; è chiamato di solito semplicemente DŇgen ㆏ర), che aprì la scuola SŇtŇ (SŇtŇshş ᦡᵢቬ1037). Fu quest’ultimo a dargli una solida base dottrinale. Secondo lui il fine ultimo del buddhismo si realizza nell’intimo di ciascuno soltanto mediante la pratica di continuare a stare seduti in meditazione zenista (shikan taza ด▤ ᛂထ1038 lett. non fare altro che restare seduto in meditazione zenista). Al contrario dell’amidismo (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ) che esortava all’abbandono totale e passivo di sé ai voti (hongan ᧄ㗿1039) del Buddha Amida (tariki ઁജ1040 lett. forza altrui), DŇgen ㆏ర insistette sulla necessità di dedicarsi, con le proprie forze (jiriki ⥄ജ1041 lett. forza di sé), alla pratica. Ciò perché, mentre per HŇnen ᴺὼ e Shinran ⷫ㣦 il buddhismo doveva servire alla salvezza del debole genere umano, totalmente preso dall’attaccamento (shşjaku ၫ⌕1042 ψ§12), per DŇgen ㆏ర il buddhismo non era altro che la vita reale di tutti i giorni. Templi principali (daihonzan ᄢᧄጊ) del SŇtŇshş ᦡᵢቬ: Eiheiji (᳗ᐔኹ 1043 1244-attuale) alla omonima cittadina e SŇjiji (✚ᜬኹ1044 1321-presente) a Yokohama (ᮮᵿ1045 ψcarta 10).  ‫ޣ‬PUNTO DI INCONTRO DELLO ZEN CON LA CULTURA‫ޤ‬Un fatto curioso del buddhismo zen (zenbukkyŇ ⑎੽ᢎ) giapponese è che lo stesso, oltrepassando i confini della religione, si unì strettamente all’attività artistica. A questo punto è opportuno distinguere lo zen (⑎ meditazione zen, cin. chan, 1033 1034 1035 1036 1037 1038 1039 1040 1041 1042 1043 1044

dai/hon/zan ᄢ 7/26 ᧄ 15/25 ጊ 60/34 Nan/zen/ji ධ 205/74 ⑎ 1551/1540 ኹ 687/41 Ten/ryş/ji ᄤ 364/141 㦖䋨=┥ 1110/1758䋩ኹ 687/41 Ei/hei/ DŇ/gen ᳗ 690/1207 ᐔ 143/202 ㆏ 129/149 ర 328/137 SŇ/tŇ/shş ᦡ p.412/1929 ᵢ 1756/1301 ቬ 1023/616 shi/kan/ ta/za ด non reg./non reg.▤ 519/328 ᛂ 180/1020 ထ 1874/non reg. hon/gan ᧄ 15/25 㗿 869/581 ta/riki ઁ 355/120 ജ 69/100 ji/riki ⥄ 53/62 ജ 69/100 shş/jaku ၫ 965/686 ⌕ 314/657 Ei/hei/ji ᳗ 690/1207 ᐔ 143/202 ኹ 687/41 SŇ/ji/ji ✚ 154/697 ᜬ 184/451 ኹ 687/41 157

ch’an, sans. dhyĆna) dal buddhismo zen (zenbukkyŇ ⑎੽ᢎ) o la setta zen (Zenshş ⑎ ቬ): lo zen ⑎ trae origine in India ed è una delle pratiche presenti presso ogni forma di buddhismo, mentre il buddhismo zen (zenbukkyŇ ⑎੽ᢎ), sorto ed affermatosi in Cina e come tale colmo di essenze cinesi, si riferisce a un tipo particolare del buddhismo che insegna a mettere in pratica solo lo zen ⑎ secondo determinate modalità.  L’obiettivo dello zen ⑎ sta nell’afferrare con immediatezza il vuoto (kş ⓨ1046 ψ §12), ossia, a dirlo alla cinese, il nulla (wu, wu ή1047 giapp. mu) o, per meglio dire, il mondo della non-mente (wuxin, wu hsin ήᔃ1048 giapp. mushin), ossia lo stato non elaborato dall’attività mentale (wuwei ziran, wu wei tzu jan ήὑ⥄ὼ1049 giapp. mui shizen), pensiero base della filosofia taoista (RŇsŇ shisŇ ⠧⨿ᕁᗐ 1050 ), specie di Zhuangzi (Chuang-tzu ⨿ሶ giapp. SŇshi). ٟ Messi insieme i pensieri di Lao-tzu (⠧ሶ giapp. RŇshi, ?-? [IV sec. a.C.]) e di

Zhuangzi (Chuang-tzu ⨿ሶ giapp. SŇshi, 365?-290? a.C.), due grandi pensatori cinesi, si parla del RŇsŇ shisŇ (⠧⨿ᕁᗐ; RŇsŇ ⠧⨿ φRŇshi ⠧ሶ + SŇshi ⨿ሶ).

 < KŞ, MU > Si tratta del mondo in cui si annulla ogni tipo di dualità quali, ad esempio, bello e brutto, molto e poco, vita e morte, esserci e non esserci, sì e no, dentro e fuori, più scuro e meno scuro, soggettività ed oggettività e così via, in quanto tali opposizioni sono semplicemente frutti del giudizio soggettivo ed arbitrario della mente umana su una stessa medesima cosa. Ogni fenomeno è un prodotto illusorio creato dall’operazione mentale dell’uomo. Non c’è niente che abbia un suo proprio essere che possa chiamarsi tale. Nel mondo privo di qualsiasi operazione concettuale discriminante (wuxin, wu hsin ήᔃ giapp. mushin), per opera della prajñĆ (giapp. hannya ⥸⧯1051 ψ §12) la totalità apparirà un tutto unico armonioso che trascende sia il tempo che lo spazio, e di ciò, può rendersi conto soltanto chi abbia fatto un tipo di esperienza religiosa strettamente personale e diretta chiamata, solitamente in giapponese, satori (ᖗ

1045 1046 1047 1048 1049 1050 1051

Yo/ko/hama ᮮ 297/781 ᵿ 418/785 kş ⓨ 233/140 mu ή 227/93 mu/shin ή 227/93 ᔃ 139/97 mu/i/ shi/zen ή 227/93 ὑ 1137/1484 ⥄ 53/62 ὼ 375/651 RŇ/sŇ/ shi/sŇ ⠧ 788/543 ⨿ 1208/1327 ᕁ 149/99 ᗐ 352/147 han/nya ⥸ 559/1096 ⧯ 372/544 158

ࠅ1052 il rendersi conto del dharma).  Chi abbia fatto tale esperienza rappresenterà simbolicamente il nuovo mondo che gli si è dischiuso. Ciò perché si tratta di un mondo privo di forma concreta, quindi inesprimibile, né trasmissibile con parole (Furyş monji. KyŇge betsuden. ਇ┙ᢥሼ ᢎᄖ ೎વ1053 La verità non si trasmette con parole, ma da cuore a cuore.). Ciò che viene espresso da chi abbia fatto l’esperienza del satori ᖗࠅ non è altro che il mondo della non-mente (mui shizen ήὑ⥄ὼ) che si estende all’infinito temporalmente, spazialmente e anche quantitativamente, ed è qui che lo zen ⑎ si unisce all’attività artistica. L’infinito è espresso simbolicamente in forma definita: l’eternità è ridotta ad un momento; l’estensione illimitata ad un punto; il massimo al minimo.  Un buon esempio della cultura artistica zenista è offerto dai quadri cosiddetti suibokuga (᳓ა↹1054 chiamati anche sumie ა⛗1055) di origine cinese, ossia quadri dipinti solo ad inchiostro nero. Essi sono caratterizzati, inoltre, dagli spazi lasciati in bianco che occupano a volte anche oltre il 50% della superficie. Se li si guarda con la mente zenista, ossia con gli occhi della mente di cui alla seconda metà della nota espressione già citata: « Forma non è altro che vuoto. Vuoto non è altro che forma » (Shiki soku ze kş. Kş soku ze shiki. ⦡හᤚⓨ ⓨහᤚ⦡1056 ψ§12), il nero si trasformerà in una continuità infinita di sfumature di qualsiasi colore (Sumi ni gosai ari. აߦ੖ᓀ1057޽ࠅ䇯 lett. Nel colore nero ci sono cinque colori.), e gli spazi non dipinti rappresenteranno innumerevoli paesaggi (Muichimotsuchş mujinzŇ. ή৻‛ਛ ήዧ⬿1058 lett. Laddove non c’è una sola cosa c’è di tutto inesauribilmente). Dire che non c’è che un colore equivale a dire che ci sono tutti i colori. Dire che non è dipinto niente equivale a dire che è dipinto un numero infinito di cose. Il « non esserci » zenista non è quel non esserci o assenza contrapposto all’esserci o presenza. Il non esserci e sato/ri ᖗ 1479/1438 ࠅ Fu/ryş/ mon/ji/. KyŇ/ge/ betsu/den. ਇ 134/94 ┙ 61/121 ᢥ 136/111 ሼ 612/110 ᢎ 97/245 ᄖ 120/83 ೎ 255/267 વ 494/434 1054 sui/boku/ga ᳓ 144/21 ა 1431/1705 ↹ 150/343 1055 su/mie ა 1431/1705 ⛗ 976/345 1056 Shiki/ soku/ ze/ kş/. Kş/ soku/ ze/ shiki. ⦡ 326/204 හ 1052/463 ᤚ 1404/1591 ⓨ 233/140 ⓨ 233/140 හ 1052/463 ᤚ 1404/1591 ⦡ 326/204 1057 go/sai ੖ 14/7 ᓀ 1341/932 1058 Mu/ichi/motsu/chş/ mu/jin/zŇ. ή 227/93 ৻ 4/2 ‛ 126/79 ਛ 13/28 ή 227/93 ዧ 1603/1726 ⬿ 1052 1053

159

l’esserci non sono divisi come due concetti contrastanti, ma formano un tutt’uno. La mente zenista non è nemmeno quella mente che abbia perso completamente la sua facoltà: il mondo del nulla zenista (mui shizen ήὑ⥄ὼ) è un mondo dinamico e generativo; di lì vengono fuori cose infinite così come dallo zero (espressione matematica del kş ⓨ [vuoto], per l’appunto) nascono numeri infiniti. Si osservi la seguente rappresentazione:

VUOTO, KŞ, MU ‫ڢ‬ 㧗п ̖ Ⱥ 㧗㧟 Ⱥ 㧗㧞 Ⱥ 㧗㧝 Ⱥ 㧜 Ⱥ 㧙㧝 Ⱥ 㧙㧞 Ⱥ 㧙㧟 Ⱥ ̖ 㧙п

Forma

non

è

altro

che

vuoto. Vuoto non

è altro

che forma.

 Lo zen ⑎ è tradotto di solito con questa parola: meditazione. Ma la meditazione nel senso occidentale (p.es. « il considerare attentamente e a lungo un’idea, un problema, un testo e sim., allo scopo di intenderli bene, d’indagarli » in: Il Grande Dizionario Garzanti della Lingua Italiana, 2005) è l’esatto opposto dello zen ⑎, ossia proprio ciò che non si dovrebbe fare per l’esperienza del satori ᖗࠅ.  Alla mente razionale la cultura zenista si presenterà in forme definibili con i seguenti tipi di concetto a valenza negativa: uno (o, uni-, mono-), piccolo (o, poco), povero (o, misero), vecchio (o, brutto, sporco), senza (o, in-), buio (o, scuro), quieto (o, silenzioso), semplice (o, sobrio, disadorno), fermo (o, lento), irregolare (o, deforme, asimmetrico). ‫ޣ‬CINQUE TEMPLI ZEN DI KYņTO E ALTRETTANTI DI KAMAKURA‫ޤ‬ ‫ޣ‬ Nel periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ ↸ ᤨ ઍ ) vennero designati sul modello cinese cinque templi zenisti d’alto rango per ciascuna località di KyŇto ੩ㇺ e Kamakura ㎨ୖ. Furono tutti del Rinzaishş ⥃ᷣቬ e chiamati rispettivamente KyŇto gozan (੩ㇺ੖ጊ1059 lett. cinque montagne di KyŇto; zan ጊ montagna: un altro modo di dire tempio buddhista) e Kamakura gozan (㎨ୖ੖ጊ lett. cinque templi di Kama429/1286

1059

KyŇ/to/ go/zan ੩ 16/189 ㇺ 92/188 ੖ 14/7 ጊ 60/34 160

kura). A partire dal 1386 al di sopra dei dieci templi ce n’era uno di massimo rango: Nanzenji ධ⑎ኹ1060 già citato. Messi insieme tutti gli undici, si parla semplicemente di gozan (੖ጊ lett. cinque montagne).  I monaci zenisti di questi templi sotto una particolare protezione shogunale, anziché essere religiosi, erano piuttosto dei cultori della cultura cinese, specie della filosofia neo-confuciana di Zhuzi (Chu Hsi ᧇሶ1061 giapp. Shushi ψ§53) e prepararono la base della fioritura degli studi confuciani (ruxue, juhsüeh ఌቇ1062 giapp. jugaku), in particolare neo-confuciani (shushigaku ᧇሶቇ) del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ 1063).

§34. Letteratura ‫ޣ‬WAKA ‫ޤ‬Nei tempi d’inquietudini sociali e politiche che facevano da transizione fra il mondo antico e quello medievale, come si è visto, c’era un gruppo di monaci (p.es. HŇnen ᴺὼ) che si era gettato coraggiosamente nel bel mezzo delle masse sofferenti nell’ardente speranza di salvare quelle anime. Peraltro, c’erano altri monaci (p.es. Kamo no ChŇmei 㡞㐳᣿ 1064 ) che, ritirandosi in montagna e tenendosi lontani dalle agitazioni e dai disordini sociali, aspiravano a trovare una pace spirituale personale, conducendo vita eremitica. I nobili invece sceglievano una terza via: preferivano continuare ad abitare a KyŇto ੩ㇺ e darsi al componimento di poesie estremamente fantastiche che riecheggiavano il loro abbandono nostalgico ai ricordi di un tempo. Così, crearono ancora un’altro mondo di waka ๺᱌, per così dire, sospeso fra realtà e sogno. Lo Shin kokin [waka]shş (䇺ᣂฎ੹[๺᱌]㓸䇻1065 it. Nuova raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, 1205; waka ๺᱌: omissibile) sta a rappresentare il punto definitivamente raggiunto dalla cultura aristocratica. Ecco un paio di waka ๺᱌ dallo Shin kokin [waka]shş 䇺ᣂฎ੹[๺᱌]㓸䇻:

POESIE

1060 1061 1062 1063 1064 1065

Nan/zen/ji ධ 205/74 ⑎ 1551/1540 ኹ 687/41 Shu/shi ᧇ 1720/1503 ሶ 56/103 ju/gaku ఌ 1968/1417 ቇ 33/109 E/do/ ji/dai ᳯ 517/821 ᚭ 342/152 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Kamo/ no/ ChŇ/mei 㡞 1570/non reg.㐳 25/95 ᣿ 84/18 Shin/ ko/kin/ [waka]/shş 䇺ᣂ 36/174 ฎ 373/172 ੹ 146/51[๺ 151/124 ᱌ 478/392]㓸 168/436䇻 161

᥵1066ࠇߡࠁߊᤐ1067ߩߺߥߣߪߒࠄߨߤ߽㔰1068ߦ⪭1069ߟࠆቝᴦ1070ߩᩊ ⥱1071 Kurete yuku / haru no minato wa / shiranedomo / kasumi ni otsuru / Uji no shibabune [La primavera si va inoltrando; in quale porto andrà a finire? Vedo scivolare giù nella foschia del fiume Uji una barca carica di ramoscelli.] Autore: Jakuren hŇshi (኎⬒ᴺᏧ1072 bonzo Jakuren, ?-1202)

ᕁ1073߭޽߹ࠅߘߥߚߩⓨ1074ࠍߥ߇߻ࠇ߫㔰ࠍಽ1075ߌߡᤐ㔎1076ߙ㒠1077 ࠆ Omoiamari / sonata no sora o / nagamureba / kasumi o wakete / harusame zo furu [Non potendomi contenere, guardo il cielo su di te, quand’ecco vedo cadere la pioggia primaverile attraverso la foschia.] Autore: Fujiwara no Toshinari (⮮ේବᚑ1078 1114-1204)

᩿1079ߩ⪲1080߽〯1081ߺಽߌ߇ߚߊߥࠅߦߌࠅ߆ߥࠄߕੱ1082ࠍᓙ1083ߟߣ ߥߌࠇߤ 1066 1067 1068 1069 1070 1071 1072 1073 1074 1075 1076 1077 1078 1079 1080 1081 1082 1083

ku/ru ᥵ 915/1428 ࠆ (giapp. moderno: ku/re/ru ᥵ 915/1428 ࠇࠆ) ha/ru ᤐ 461/460 kasumi 㔰 1530/2261 o/tu ⪭ 393/839 ߟ (giapp. moderno: o/chi/ru ⪭ 393/839 ߜࠆ) U/ji ቝ 757/990 ᴦ 181/493 shiba/bune ᩊ non reg./non reg.⥱ 1334/1094 Jaku/ren/ hŇ/shi ኎ 1871/1669 ⬒ non reg./non reg.ᴺ 145/123 Ꮷ 490/409 omŇ (o/mo/o) ᕁ 149/99 ߰ (giapp. moderno: omŇ ᕁ 149/99 ߁) sora ⓨ 233/140 wa/ku ಽ 35/38 ߊ (giapp. moderno: wa/ke/ru ಽ 35/38 ߌࠆ) haru/same ᤐ 461/460 㔎 655/30 fu/ru 㒠 787/947 ࠆ (giapp. moderno: id.) Fuji/wara/ no/ Toshi/nari ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ବ 1321/1845 ᚑ 115/261 kiri ᩿ 1569/2110 ha ⪲ 405/253 fu/mu 〯 1067/1559 ߻ (giapp. moderno: id.) hito ੱ 9/1 ma/tsu ᓙ 374/452 䈧 (giapp. moderno: id.) 162

Kiri no ha mo / fumiwakegataku / narinikeri / Kanarazu hito o / matsu to nakere do [Si sono ammucchiate così tante foglie di paulonia da ostacolare il cammino! Non m’aspetto però la visita di nessuno.] Autrice: Shikishi naishinnŇ (ᑼሶౝⷫ₺1084 principessa Shikishi, ?-1201)

 < Yşgen > A proposito delle poesie dello Shin kokin [waka]shş 䇺ᣂฎ੹[๺᱌]㓸䇻, si suole parlare d’un ideale estetico permeato da un tono squisitamente medioevale: yşgen (ᐝ₵ 1085 lett. oscuro, recondito, appena percettibile). La parola yşgen ᐝ₵, termine di provenienza dalla filosofia taoista (RŇsŇ shisŇ ⠧ ⨿ ᕁ ᗐ 1086 ψ §33), cominciò ad essere usata nella letteratura saggistica di poesia verso la fine del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ). Da allora ne parlarono molti fra cui Kamo no ChŇmei (㡞㐳᣿1087 ψ§34) nel MumyŇshŇ (䇺ήฬᛞ䇻1088 it. Trattato senza nome, 1211?):

« Quando si sente parlare del cosiddetto yşgen ᐝ₵, non si capisce bene che cosa significa. Siccome io stesso non ho approfondito molto questo argomento, non penso di poterlo definire in modo chiaro e netto. Mi risulta, comunque, che gli intenditori autorevoli in materia si siano riferiti a certi sentimenti non espressi con parole o ad una certa atmosfera suggerita da una visione poco consistente. Faccio un esempio: il cielo serale d’autunno non ha colori ed è dominato dal silenzio. Guardandolo, succede che i nostri occhi si riempiano di lacrime senza motivo e non possiamo spiegarcene il perché, né sappiamo dire dov’è lo yşgen ᐝ₵. Chi non se ne intende pensa che in un cielo siffatto non ci sia un bel niente da gustare, ed ammira soltanto fiori di ciliegio e foglie colorate d’autunno che si presentano realmente alla vista. [...] Un altro esempio: quando si guardano montagne autunnali attraverso gli squarci lasciati dal diradarsi delle nebbie, ciò che si vede è indistinto, ma attraente ed allora ci si lascia rapire dalle fantasie, domandandoci fin dove si estendano quei colori autunnali ed ammirando lo splendore di quella veduta immaginata. Le immagini che la mente si crea in tal modo, possiamo allora dirle superiori al paesaggio reale colto 1084 1085 1086 1087 1088

Shiki/shi/ nai/shin/nŇ ᑼ 185/525 ሶ 56/103 ౝ 51/84 ⷫ 381/175 ₺ 499/294 yş/gen ᐝ 1876/1228 ₵ 1514/1225 RŇ/sŇ/ shi/sŇ ⠧ 788/543 ⨿ 1208/1327 ᕁ 149/99 ᗐ 352/147 Kamo/ no/ ChŇ/mei 㡞 1570/non reg.㐳 25/95 ᣿ 84/18 Mu/myŇ/shŇ 䇺ή 227/93 ฬ 116/82 ᛞ 1970/1153䇻 163

dalla vista in tutta la sua nitidezza ».

 Il termine yşgen ᐝ₵ fu usato con diverse connotazioni, ma quasi tutti i letterati d’oggi sono unanimi nel dire che si riferisca a un clima psicologico tendente alla malinconia causata dalla presenza di ‘due elementi’ (come, per esempio, le montagne autunnali e la nebbia di cui al brano di ChŇmei 㐳᣿). Sarebbe insomma qualcosa come un terzo colore indefinibile quale si ottiene sovrapponendo due pezzi di vetro diversamente colorati.  Per esemplificare la ‘doppia struttura’ di yşgen ᐝ₵ si suole citare il seguente ben noto waka ๺᱌ dello Shin kokin [waka]shş 䇺ᣂฎ੹[๺᱌]㓸䇻:

⷗1089ࠊߚߖ߫⧎1090߽߽ߺߝ߽ߥ߆ࠅߌࠅᶆ1091ߩߣ߹ደ1092ߩ⑺1093ߩᄕ ᥵1094 Miwataseba / hana mo momiji mo / nakarikeri / ura no tomaya no / aki no yşgure [A perdita d’occhio non vedo fiori di ciliegio, né foglie colorate d’autunno, ma soltanto una capanna dal tetto di giunchi vicino all’insenatura nel crepuscolo autunnale.] Autore: Fujiwara no Sadaie (⮮ේቯኅ1095 1162-1241)

Uno dei due elementi è il colore grigio scuro della sera e l’altro consiste nei fiori e nelle foglie dai colori sgargianti che stanno nei ricordi di Sadaie ቯኅ. Egli proietta questi ultimi nel paesaggio in penombra e li guarda attraverso un vetro colorato quale semioscurità serale. Che si percepisca o meno uno yşgen ᐝ₵ là dove s’incontrano i ‘due elementi’ di natura opposta fra loro, dipende dalla disposizione e capacità mentale di chi legge questo waka ๺᱌. È evidente, comunque, che agli inizi del periodo Kamakura (Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ) i pensieri taoisti e zenisti cominciavano ad infiltrarsi 1089 1090 1091 1092 1093 1094 1095

mi/wa/ta/su ⷗ 48/63 ࠊߚߔ (giapp. moderno: id.) ha/na ⧎ 551/255 ura ᶆ 856/1442 ya ደ 270/167 aki ⑺ 540/462 yş/gure ᄕ 627/81 ᥵ 915/1428 Fuji/wara/ no/ Sada/ie ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ቯ 62/355 ኅ 81/165 164

nel criterio estetico. ‫ޣ‬ ‫ޣ‬RENGA ‫ޤ‬Dopo la compilazione dello Shin kokin [waka]shş 䇺ᣂฎ੹[๺᱌]㓸䇻, ci fu un processo di decadenza del waka ๺᱌, e in sua sostituzione venne in voga la cosiddetta poesia a catena (renga ㅪ᱌1096 lett. poesie collegate, poesie congiunte) che aveva origine dai tempi del Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻. Sotto l’aspetto metrico, dapprima si trattò di una poesia, formalmente identica al tanka (⍴᱌ 5-7-5-7-7), cantata però non da una ma da due persone in collaborazione: qualcuno componeva la prima metà (kami no ku ਄ߩฏ1097 5-7-5) e qualcun altro la seconda (shimo no ku ਅߩฏ1098 7-7) (tanrenga ⍴ㅪ᱌1099 lett. renga breve). Successe, poi, nel periodo dello insei (inseiki 㒮᡽ᦼ1100 1086-1179/1185), che più di due persone cominciassero a comporre, sempre in collaborazione, molte strofe concatenate:

(5-7-5)-(7-7)-(5-7-5)-(7-7)-(5-7-5)-(7-7)- ̖ genere di poesia detto specificamente kusari renga (㎮ㅪ᱌1101 lett. poesia a catena) o anche chŇrenga (㐳ㅪ᱌1102 lett. renga lungo). La gente si divertiva a vedere sviluppi veriegati o, meglio, inaspettati sia come significato che come atmosfera poetica. Oggi, quando si parla semplicemente del renga ㅪ᱌ ci si riferisce senz’altro a quest’ultimo tipo di poesia consistente in tante strofe (44, 50, 100, 1,000, ... strofe) che si susseguono. Più tardi, nel periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ), soppiantando il tanka ⍴᱌ tradizionale, il kusari renga ㎮ㅪ᱌, ossia la poesia a catena (renga ㅪ᱌), andò trovando appassionati cultori anche fra i contadini attraverso, per esempio, l’organizzazione sŇ (ᗉ1103 ψ§29) da loro stessi amministrata e per merito di Iio SŇgi (㘵የቬ␧1104 1421-1502), considerato il massimo maestro nel genere del renga ㅪ᱌. SŇgi ቬ␧, nelle sue numerose peregrinazioni, lo trapiantò in una vasta zona del 1096 1097 1098 1099 1100 1101 1102 1103 1104

ren/ga ㅪ 87/440 ᱌ 478/392 kami/ no/ ku ਄ 21/32 ߩฏ 1258/337 shimo/ no/ ku ਅ 72/31 ߩฏ 1258/337 tan/ren/ga ⍴ 789/215 ㅪ 87/440 ᱌ 478/392 in/sei/ki 㒮 236/614 ᡽ 50/483 ᦼ 119/449 kusari/ ren/ga ㎮ 1605/1819 ㅪ 87/440 ᱌ 478/392 chŇ/ren/ga 㐳 25/95 ㅪ 87/440 ᱌ 478/392 sŇ ᗉ non reg./non reg. Ii/o/ SŇ/gi 㘵 1083/325 የ 675/1868 ቬ 1023/616 ␧ non reg./non reg. 165

Giappone.  Fu da questo genere poetico che nacque nel periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ 1600/1603-1867) una nuova forma di poesia brevissima (ψ§50) che oggi, insieme con il tanka ⍴᱌, è autentica espressione della tradizionale versificazione giapponese. LETTERATURA GUERRESCA

Si è già detto che a partire dalla metà del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ), specie nel medioevo (chşsei ਛ਎) venne prodotto un gruppo di opere narrative chiamato gunki [o anche senki ] monogatari (ァ⸥[ᚢ⸥]‛⺆ 1105 lett. racconti guerreschi) o anche gunkimono (ァ⸥‛ lett. opere guerresche). Tale letteratura, sorta insieme con la nascita della classe samuraica (bushi kaikyş ᱞ჻㓏⚖), costituì il filone che rispecchiò meglio di qualsiasi altro i tempi profondamente mutati. Si tratta di opere che narrano battaglie e gesta eroiche dei bushi ᱞ჻, costituendo in tal modo un mondo di forza dinamica e virile, estraneo ai monogatari ‛⺆ (p.es. Genji monogatari Ḯ᳁‛⺆) del periodo precedente, ed è proprio qui che i gunkimono ァ⸥‛ si distinguono nettamente dalle opere aristocratiche, delicate, fragili, effeminate e a volte anche lugubri della cultura nazionale (kokufş bunka ࿖㘑ᢥൻ). ‫ޣ‬HEIKE MONOGATARI ‫ޤ‬Il massimo capolavoro del genere (e nel contempo una delle opere che rappresentano la letteratura giapponese di tutti i tempi) è lo Heike monogatari (䇺ᐔኅ‛⺆䇻1106 it. Storia dei Taira, prima metà XIII sec. ψ§18) che, dopo aver esposto diversi episodi durante il periodo di gloria effimera dei Taira (Tairauji ᐔ ᳁, Heishi ᐔ᳁; Le tre espressioni di Heike ᐔኅ, Tairauji ᐔ᳁ e Heishi ᐔ᳁ sono tutte sinonimiche.), passa a raccontare diverse battaglie, ordinandole in modo tale che ciascuna di esse costituisca una tappa fatale verso la patetica totale disfatta subita nel 1185 a Dannoura (სࡁᶆ1107 ψcarta 5). Dalla prima frase sino all’ultima, infatti, è fortemente permeato dal pensiero buddhista shogyŇ mujŇ (⻉ⴕήᏱ1108 lett. Ogni cosa terrena è impermanente. ψ§12), entrato ormai nel profondo dell’animo dei giapponesi con il diffondersi del culto della Terra Pura (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ1109).  L’intera opera può essere paragonata ad una creazione epica, non soltanto per il contenuto, ma anche per la ritmicità della lingua chiamata wakan konkŇbun (๺ṽᷙᶳᢥ gun/ki/ mono/gatari ァ 193/438 ⸥ 147/371 ‛ 126/79 ⺆ 274/67࡮sen/ki/ mono/gatari ᚢ 88/301 ⸥ 147/371 ‛ 126/79 ⺆ 274/67࡮gun/ki/mono ァ 193/438 ⸥ 147/371 ‛ 126/79 1106 Hei/ke/ mono/gatari 䇺ᐔ 143/202 ኅ 81/165 ‛ 126/79 ⺆ 274/67䇻 1107 Dan/no/ura ს 1384/1839 ࡁᶆ 856/1442 1108 sho/gyŇ/ mu/jŇ ⻉ 602/861 ⴕ 31/68 ή 227/93 Ᏹ 356/497 1109 jŇ/do/kyŇ ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 ᢎ 97/245

1105

166

lett. frasi composte promiscuamente da parole giapponesi e da [un’alta percentuale di] parole cinesi).  Ecco alcune righe iniziali e del resto ben note dell’opera:

1110

␧࿦♖⥢1111ߩ㏹1112ߩჿ1113, GionshŇja no / kane no koe, / ⻉ⴕήᏱߩ㗀1114߈޽ࠅ‫ޕ‬ shogyŇ mujŇ no / hibiki ari. ᴕ⟜෺᮸1115ߩ⧎ߩ⦡1116, Shara sŇju no / hana no iro, / ⋓⠪1117ᔅ⴮1118ߩℂ1119ࠍ㗼1120ߔ‫ޕ‬ jŇja / hissui no / kotowari o / arawasu. ᅍ1121ࠇࠆੱ߽ਭ1122ߒ߆ࠄߕ‫ޕ‬ Ogoreru hito mo / hisashikarazu. / ด1123ᤐߩᄛ1124ߩᄞ1125ߩᅤ1126ߒ‫ޕ‬ Tada haru no yo no / yome no gotoshi. ⁴1127߈⠪1128߽ㆀ1129ߦߪ੢1130߮ߧ‫ޕ‬ Takeki mono mo / tsuini wa horobinu. / 1110 1111 1112 1113 1114 1115 1116 1117 1118 1119 1120 1121 1122 1123 1124 1125 1126 1127 1128 1129 1130

Il suono della campana del monastero Jetavana-vihĆra vibra del tono dell’impermanenza delle cose terrene. Il colore dei fiori degli alberi œĆla simboleggia il destino di chi è in auge e deve inevitabilmente decadere. I potenti non possono continuare ad esserlo eternamente. È come un sogno fuggevole di una notte primaverile. Anche l’eroe più valoroso è destinato ad essere vinto,

wa/kan/ kon/kŇ/bun ๺ 151/124 ṽ 1394/556 ᷙ 888/799 ᶳ non reg./non reg.ᢥ 136/111 Gion/shŇ/ja ␧ non reg./non reg.࿦ 412/447 ♖ 672/659 ⥢ 1056/791 kane ㏹ 1425/1821 koe ჿ 467/746 hibi/ki 㗀 647/856 ߈ sha/ra/ sŇ/ju ᴕ non reg./non reg.⟜ 1762/1860 ෺ 1178/1594 ᮸ 1034/1144 iro ⦡ 326/204 jŇ/ja ⋓ 737/719 ⠪ 22/164 his/sui ᔅ 292/520 ⴮ 1577/1676 kotowari ℂ 95/143 arawa/su 㗼 1682/1170 ߔ (giapp. moderno: id.) ogo/ru ᅍ non reg./non reg.ࠆ (giapp. moderno: id.) hisa/shi ਭ 591/1210 ߒ (giapp. moderno: hisa/hi/i ਭ 591/1210 ߒ޿) tada ด non reg./non reg. yo ᄛ 258/471 yume ᄞ 969/811 goto/shi ᅤ 1521/1747 ߒ (giapp. moderno: yŇ/da ࠃ߁ߛ) take/shi ⁴ 1378/1579 ߒ mono ⠪ 22/164 tsui/ni ㆀ 1427/1133 ߦ horo/bu ੢ 887/672 ߱ (giapp. moderno: horo/bi/ru Ṍ 1387/1338 ߮ࠆ࡮੢ 887/672 ߮ࠆ) 167

஍1131ߦ㘑1132ߩ೨ߩႲ1133ߦหߓ‫ޕ‬ Hitoeni / kaze no mae no / chiri ni onaji.

proprio come lo è la polvere al cospetto del vento.

 Il testo che descrive, com’è ovvio, scontri armati Genji Ḯ᳁ versus Heishi ᐔ᳁ è cosparso anche di preziosi episodi a volte commoventi o pietosi ed altre volte pittoreschi. Di seguito se ne riporta il sommario di un paio:

DUE SHIRABYņSHI: GIņ E HOTOKE GOZEN

Taira no Kiyomori (ᐔᷡ⋓ ψ§18) promosso, nel 1167, a daijŇ daijin ᄥ᡽ᄢ⤿1134 era gonfio di superbia. In quei tempi andava in voga alla capitale una danza accompagnata da canti, detta shirabyŇshi (⊕ᜉሶ1135; si usa anche nel senso di danzatrice-cantante di tale arte), eseguita da donne travestite da uomo e solitamente di facili costumi. Ce n’era una assai abile nel mestiere, di nome GiŇ ␳₺1136, mantenuta nell’abbondanza da Kiyomori ᷡ⋓. Trascorsi tre anni, venne alla capitale una bella shirabyŇshi ⊕ᜉሶ più giovane di lei, chiamata Hotoke gozen (੽ᓮ೨1137; gozen ᓮ೨ suffisso onorifico), che volle esibirsi davanti a Kiyomori ᷡ⋓. Quando si accorse del disinteresse di questi, poté eseguire il suo numero per intercessione di GiŇ ␳₺. Kiyomori ᷡ⋓, infatuatosi immediatamente della nuova venuta, sostituì GiŇ ␳₺ con la giovane. « Vattene di qui senza indugio » furono le sue parole. Le venne tagliato anche ogni mezzo di sostentamento. Prima di congedarsi dal palazzo di Kiyomori ᷡ⋓, GiŇ ␳₺ dal cuore straziato lasciò scritto un waka ๺᱌ nella camera in cui abitava:

⪢1138߃಴1139ߠࠆ߽ᨗ1140ࠆࠆ߽หߓ㊁ㄝ1141ߩ⨲1142޿ߠࠇ߆⑺*ߦ޽ 1131 1132 1133 1134 1135 1136 1137 1138 1139 1140 1141

hitoe/ni ஍ 1649/1159 ߦ kaze 㘑 246/29 chiri Ⴒ non reg./non reg. dai/jŇ/ dai/jin ᄥ 343/629 ᡽ 50/483 ᄢ 7/26 ⤿ 981/835 shira/byŇ/shi ⊕ 266/205 ᜉ 1529/1178 ሶ 56/103 Gi/Ň ␳ non reg./non reg.₺ 499/294 Hotoke/ go/zen ੽ 678/583 ᓮ 620/708 ೨ 38/47 mo/yu ⪢ non reg./non reg.ࠁ (giapp. moderno: mo/e/ru ⪚ non reg./non reg.߃ࠆ) i/zu ಴ 17/53 ߠ (giapp. moderno: da/su ಴ 17/53 ߔ) ka/ru ᨗ 1783/974 ࠆ (giapp. moderno: ka/re/ru ᨗ 1783/974 ࠇࠆ) no/be ㊁ 85/236 ㄝ 696/775 168

ߪߢߪߟߴ߈ Moeizuru mo / karuru mo onaji / nobe no kusa / izure ka aki* ni / awade hatsubeki [Le erbe, fresche o secche, sono ugualmente piante del campo. Entrambe sono destinate ad andare incontro all’autunno (al disinteresseާda parte dell’uomo䈁)]. * La parola aki è usata in due sensi diversi di ‘autunno’ [aki ⑺] e ‘disinteresse, noia’ [aki 㘻߈]. L’uso di tali parole, dette kakekotoba [ដ⹖1143 o anche  ⹖ parola a doppio senso], fa parte delle tecniche retoriche tradizionali di versificazione giapponese.

L’anno successivo GiŇ ␳₺ venne inaspettatamente chiamata da Kiyomori ᷡ⋓ ad eseguire numeri davanti a Hotoke gozen ੽ᓮ೨ per intrattenerla. Sopportando l’insopportabile, comunque si recò e si trovò assegnata ad un posto miserabile. Di fronte all’umiliazione più volte inflittale, si decise a farsi monaca insieme con la madre e la sorella minore. Aveva 21 anni. Una notte le tre, mentre recitavano il nome d’Amida butsu (nenbutsu ᔨ੽1144 ψ§23), sentirono bussare alla porta di bambù della loro capanna. Era Hotoke gozen ੽ᓮ೨, fattasi anch’essa monaca. Aveva abbandonato la sistemazione offertale da Kiyomori ᷡ⋓, convinta della caducità meno durevole d’un lampo degli splendori terreni. Aveva appena 17 anni. Mentre ascoltava Hotoke gozen ੽ᓮ೨ parlare col cuore in mano, GiŇ ␳₺ sentì sciogliersi il rancore; Hotoke gozen ੽ᓮ೨ non aveva la minima intenzione di subentrarle. Le due anime che fino allora non si erano incontrate si conciliarono armoniosamente, e da quel momento le quattro devote d’Amida butsu 㒙ᒎ㒚੽ praticarono tutte insieme la via della salvezza. ٟ Oggi alla periferia di KyŇto ੩ㇺ si trova un monastero di monache detto GiŇji ␳₺ኹ. Un tempo lì c’era il tempio ņjŇin (ᓔ↢㒮1145; ŇjŇ ᓔ↢ rinascita nella Terra Pura; in 㒮 qui sinonimo di tera ኹ) presso cui si ritirarono GiŇ ␳ ₺, la madre, la sorella e Hotoke gozen ੽ᓮ೨.

YZ NASU NO YOICHI

Si tratta di un episodio su una mirabile frecciata durante la battaglia di Yashima (Yashima

1142 1143 1144 1145

kusa ⨲ 705/249 kake/kotoba ដ 1183/1464 ⹖ 1624/843 nen/butsu ᔨ 469/579 ੽ 678/583 ņ/jŇ/in ᓔ 1283/918 ↢ 29/44 㒮 236/614 169

no tatakai ደፉߩᚢ޿1146, 1185; Yashima ደፉ ψcarta 6) combattuta poco oltre un mese prima di quella finale a Dannoura სࡁᶆ. C’era, a terra, una cavalleria Genji Ḯ᳁ di circa 300 uomini guidata da Minamoto no Yoshitsune (Ḯ⟵⚻1147 1159-1189, fratellastro di Minamoto no Yoritomo Ḯ㗬ᦺ ψ§27); in mare, a bordo di imbarcazioni, c’erano gli Heishi ᐔ᳁. Scendeva la sera senza che nessuna parte risultasse vittoriosa, quand’ecco che si vide una nave addobbata accostarsi a terra. A bordo si vedeva una giovane donna elegantemente vestita. Ella, tirato fuori un ventaglio rosso con al centro un disco d’oro, lo innestò all’estremità di un’asta, piantandola quindi alla prua. Fece poi cenno con la mano. « Cosa vorrebbe dire? » Yoshitsune ⟵⚻ si consultò con un tale erudito. « Gli Heishi ᐔ᳁ vorrebbero invitarci a colpire il ventaglio con una frecciata. Può darsi, però, che abbiano teso qualche tranello. Sarà comunque il caso di abbatterlo al più presto ». « Abbiamo un arciere all’altezza del compito? » « Sì, mio Signore. Ne abbiamo uno che si chiama Nasu no Yoichi (㇊㗇ਈ৻1148 ?-?). È un giovane basso di statura, ma è un tiratore sicuro » « Ne hai qualche prova da addurre? » « Riesce a colpire due uccelli su tre in volo, mio Signore ». « Chiamalo subito ». [...] « Yoichi ਈ৻, dimostra davanti a tutti la tua maestria ». L’ordine di Yoshitsune ⟵⚻ fu perentorio. Yoichi ਈ৻, a dorso di cavallo, si spinse fin oltre la battigia, in mezzo ad un gran numero di spettatori che seguiva ogni sua mossa. Se ci riusciva, bene; in caso contrario sarebbe stato un disonore dei Genji Ḯ᳁ per generazioni. Yoichi ਈ৻ era pronto ad uccidersi sul posto. Il bersaglio era lontano alcune decine di metri, e il mare era mosso per una tramontana che si era alzata da poco. Gli sembrava impossibile riuscirci. Ad occhi chiusi Yoichi ਈ৻ pregò tutti i kami (␹ ψ§9). La preghiera fu esaudita; il vento calò. Fu il momento da non perdere. Scoccata una prima freccia, il ventaglio, colpito a tre centimetri dal perno, volò all’insù, svolazzò per un attimo al vento e finì giù in mare, ridotto in tre pezzi. A vederli andare su e giù in balia delle onde e luccicare al sole del tramonto, si alzò tutt’intorno un’acclamazione. Vinto forse da una forte emozione, un uomo sui cinquant’anni degli Heike ᐔኅ eseguì, cantando, una danza mai ⥰1149 con in mano una naginata (㐳ಷ1150 lett. spada lunga; Si immagini una spada con una manica lunga quanto un’asta di una lancia. it. alabarda [forse dall’ingl. halbert]).

‫ܮ‬ 1146 1147 1148 1149 1150

Ya/shima/ no/ tataka/I ደ 270/167 ፉ 173/286 ߩᚢ 88/301 ޿ Minamoto/ no/ Yoshi/tsune Ḯ 827/580 ⟵ 287/291 ⚻ 135/548 Na/su/ no/ Yo/ichi ㇊ 1257/non reg.㗇 936/2263 ਈ 485/539 ৻ 4/2 mai ⥰ 746/810 naginata 㐳 25/95 ಷ 1494/37

170

Lo Heike monogatari 䇺ᐔኅ‛⺆䇻 ha una novantina di versioni alquanto diverse tra loro. In certi testi l’episodio si conclude diversamente:

‫ܮ‬ La giovane donna che aveva fatto cenno d’invito ai Genji Ḯ᳁ era una Heike selezionata tra mille dame. Di fronte allo spettacolo che ricordava fiori di ciliegio e foglie colorate d’autunno improvvisò un waka ๺᱌:

ߣ߈ߥࠄߧ⧎߿߽ߺߓࠍߺߟࠆ߆ߥ⧐㊁*ೋἑ**ߩ߽߰ߣߥࠄߨߤ Tokinaranu / hana ya momiji o / mitsuru kana / Yoshino Hatsuse no / fumoto naranedo [Ho avuto modo di ammirare fiori di ciliegio e foglie rosse di aceri, cose che non m’aspettavo di vedere. E pensare che non siamo a Yoshino, né a Hatsuse]. * Yoshino (⧐㊁ = ศ㊁ ψcarta 7) / ** Hatsuse ೋἑ: una località dell’Asuka (㘧㠽 ψcarta 7). Sia Yoshino ศ㊁ che Hatsuse ೋἑ erano (e sono) note per i loro fiori di ciliegio.

 < Biwa hŇshi > La letteratura guerresca (gunki monogatari ァ ⸥ ‛ ⺆ ) è caratterizzata anche dal fatto che molte delle sue opere non soltanto erano lette come tutti gli altri monogatari ‛⺆, ma anche e soprattutto venivano recitate da cantastorie ciechi dai capelli rasi a mo’ di bonzo e vestiti da monaci, chiamati biwa hŇshi (ℚℛᴺᏧ 1151; ᴺᏧ lett. bonzo), professionisti (e non necessariamente bonzi nel vero senso della parola) che declamavano, accompagnandosi con uno strumento a corda detto biwa ℚℛ. Essi, affidandosi ad un solo bastone e con un biwa ℚℛ sulla schiena, andavano in giro di villaggio in villaggio e recitavano passi di romanzi guerreschi (gunkimono ァ⸥ ‛) a volte in palazzi di nobili e bushi ᱞ჻ ed altre volte per strada davanti a contadini, artigiani, pescatori, giovani e vecchi. Si capisce che a differenza del Genji monogatari (Ḯ ᳁‛⺆ ψ§22) che secondo l’autrice del Sarashina nikki (䇺ᦝ⚖ᣣ⸥䇻1152 [opera della cultura Fujiwara] it. Diario di Sarashina, 1060 ca.), lei stessa avrebbe letto dietro un paravento, avvicinando a sé una lampada ad olio, la letteratura guerresca (gunki monogatari ァ⸥‛⺆) penetrò, per opera dei biwa hŇshi ℚℛᴺᏧ ed altre categorie di narratori, in tutti i ceti sociali, illetterati compresi. Così, anche sotto l’aspetto sia della modalità di fruizione che delle categorie di appartenenza dei fruitori, la letteratura 1151 1152

bi/wa/ hŇ/shi ℚ non reg./non reg.ℛ non reg./non reg.ᴺ 145/123 Ꮷ 490/409 Sara/shina/ nik/ki 䇺ᦝ 978/1008 ⚖ 505/568 ᣣ 1/5 ⸥ 147/371䇻 171

guerresca (gunki monogatari ァ⸥‛⺆) del medioevo (chşsei ਛ਎) e quella femminile ed aristocratica (nyŇbŇ bungaku ᅚᚱᢥቇ1153 lett. letteratura di dame di corte) del periodo precedente appartenevano a due mondi diversi. Lo Heike monogatari 䇺ᐔኅ‛⺆䇻 narrato dai biwa hŇshi ℚℛᴺᏧ fu chiamato in particolare heikyoku (ᐔᦛ 1154 φ Hei/ke monogatari 䇺ᐔኅ‛⺆䇻 㧗 kyoku ᦛ melodia) o anche heikebiwa ᐔኅℚℛ1155 e risultò sempre un genere strappalacrime.  < Etica dei bushi > Come si può constatare da un episodio, riportato poco innanzi, dello Heike monogatari 䇺ᐔኅ‛⺆䇻, dalla letteratura guerresca (gunkimono ァ⸥ ‛) trapela il mondo dello spirito dei bushi ᱞ჻ che in età posteriore fu codificato sotto l’etichetta di bushidŇ (ᱞ჻㆏1156 ψ§53), ma che nel medioevo (chşsei ਛ਎) era chiamato con diverse espressioni, fra cui kyşba no michi (ᑿ㚍ߩ㆏1157 lett. via dell’arte del tiro con l’arco e dell’equitazione). Potrebbe essere definito come cavalleria dei bushi ᱞ჻ ed era caratterizzato principalmente dalla pronta rinuncia alla vita pur di difendere il proprio onore, dall’osservanza della lealtà, dell’autocontrollo e della frugalità. Pare che diversamente dalla cavalleria occidentale la cortesia verso le donne non entrasse in tali regole di vita. ٟ In quei tempi i bushi ᱞ჻ erano intenti a esercitarsi nell’arte del tiro con l’arco dal dorso di un cavallo al galoppo. Secondo i bersagli l’esercitazione veniva chiamata diversamente: se il bersaglio consisteva in una serie di tavole quadrate da colpire, una dopo l’altra, con frecce fornite di una palla sibilante (dette kaburaya ㏒ ⍫1158), si chiamava yabusame (ᵹ㏒㚍1159 lett. lasciare andare kaburaya dal cavallo). Se si colpivano cani in corsa, inuŇmono (›ㅊ‛1160 lett. esercitazione di caccia al cane). Qualora il bersaglio fosse un oggetto a forma di cappello, kasagake (═ 1161 lett. cappello di falasco appeso).

 ‫ޣ‬TAIHEIKI ‫ޤ‬Del gunki㩷 monogatari ァ⸥‛⺆ c’era un’altra opera familiare al

1153 1154 1155 1156 1157 1158 1159 1160 1161

nyŇ/bŇ/ bun/gaku ᅚ 178/102 ᚱ 772/1237 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 hei/kyoku ᐔ 143/202 ᦛ 604/366 hei/ke/bi/wa ᐔ 143/202 ኅ 81/165 ℚ non reg./non reg.ℛ non reg./non reg. bushi/dŇ ᱞ 448/1031 ჻ 301/572 ㆏ 129/149 kyş/ba/ no/ michi ᑿ 1539/212 㚍 512/283 ߩ㆏ 129/149 kabura/ya ㏒ non reg./non reg.⍫ 1092/213 yabusame ᵹ 296/247 ㏒ non reg./non reg.㚍 512/283 inu/Ň/mono › 1295/280 ㅊ 398/1174 ‛ 126/79 kasa/gake ═ non reg./non reg.  1275/911 172

pubblico: Taiheiki (䇺ᄥᐔ⸥䇻1162 it. Cronaca della grande pace, seconda metà XIV sec.) che narra il susseguirsi di disordini durante l’epoca NanbokuchŇ (NanbokuchŇ jidai ධർ ᦺᤨઍ1163) e il ristabilimento dell’ordine. Anche di quest’opera veniva data una lettura ritmica da professionisti, che in età posteriore vennero chiamati taiheiki yomi (ᄥᐔ⸥⺒ ߺ1164 lett. lettori/recitatori del Taiheiki).  ‫ޣ‬LETTERATURA D’EREMITI‫ޤ‬Quasi tutti i gunki monogatari ァ⸥‛⺆, data la loro origine recitativa, sono anonimi e senza data, ma si ritiene che gli autori appartenessero alla categoria degli eremiti. L’insieme delle opere dovute al loro pennello viene chiamato a volte letteratura d’eremiti (inja bungaku 㓝⠪ᢥቇ1165) o letteratura di romitaggio (sŇan bungaku ⨲ᐻᢥቇ1166). Un altro genere rappresentativo della letteratura d’eremiti (inja bungaku 㓝⠪ᢥቇ) è lo zuihitsu (㓐╩1167 ψ§22). Sono ben noti lo HŇjŇki (䇺ᣇ 1168 lett. appunti in un romitaggio di un jŇ per un jŇ [un jŇ = 3m ca.], it. Ricordi di ਂ⸥䇻 un eremo, Ricordi della mia capanna, 1212) di Kamo no ChŇmei (㡞㐳᣿1169 1155?-1216) e lo Tsurezuregusa (䇺ᓤὼ⨲䇻1170 lett. osservazioni per ammazzare la noia, it. Ore d’ozio, 1331?) del bonzo KenkŇ (KenkŇ hŇshi ౗ᅢᴺᏧ1171 detto anche Yoshida KenkŇ ศ↰ ౗ᅢ, 1283?-1350?).  ChŇmei 㐳᣿ parla, nella prima metà, della precarietà della vita umana in questo mondo (shogyŇ mujŇ ⻉ⴕήᏱ1172) attraverso diversi avvenimenti calamitosi che egli stesso aveva visto e vissuto da giovane ed espone, nella seconda metà, la sua vita semplice di eremita in una piccola capanna (3 m˜3 m˜2 m) in montana nei pressi di KyŇto ੩ㇺ.  Lo Tsurezuregusa 䇺 ᓤ ὼ ⨲ 䇻 invece è caratterizzato da una netta tendenza speculativa e saggistica, il che gli ha procurato un posto particolare nella letteratura ZUIHITSU

1162 1163 1164 1165 1166 1167 1168 1169 1170 1171 1172

Tai/hei/ki 䇺ᄥ 343/629 ᐔ 143/202 ⸥ 147/371䇻 Nan/boku/chŇ/ ji/dai ධ 205/74 ർ 103/73 ᦺ 257/469 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 tai/hei/ki/ yo/mi ᄥ 343/629 ᐔ 143/202 ⸥ 147/371 ⺒ 484/244 ߺ in/ja/ bun/gaku 㓝 1511/868 ⠪ 22/164 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 sŇ/an/ bun/gaku ⨲ 705/249 ᐻ non reg./non reg.ᢥ 136/111 ቇ 33/109 zui/hitsu 㓐 1364/1741 ╩ 940/130 HŇ/jŇ/ki 䇺ᣇ 28/70 ਂ 1317/1325 ⸥ 147/371䇻 Ka/mo/ no/ ChŇ/mei 㡞 1570/non reg.㐳 25/95 ᣿ 84/18 Tsurezure/gusa 䇺ᓤ 768/430 ὼ 375/651 ⨲ 705/249䇻 Ken/kŇ/ hŇ/shi ౗ 1042/1081 ᅢ 308/104 ᴺ 145/123 Ꮷ 490/409 sho/gyŇ/ mu/jŇ ⻉ 602/861 ⴕ 31/68 ή 227/93 Ᏹ 356/497 173

giapponese. Copre una vasta gamma di argomenti quali religione e filosofia, vita umana, usi e costumi, etica, società, natura, waka ๺᱌, politica, la casa ecc. Al pari dello HŇjŇki 䇺 ᣇ ਂ ⸥ 䇻 poggia fondamentalmente sulla concezione buddhista della caducità, impermanenza di tutte le cose (shogyŇ mujŇ ⻉ⴕήᏱ), ma il tono è meno pessimista e parla anche delle gioie che può dare la vita terrena. OTOGIZņS HI

Da ultimo, nel periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ) si ebbe un gruppo di brevi racconti, chiamato otogizŇshi ᓮૄ⨲ሶ1173, che insieme con la letteratura d’eremiti (inja bungaku 㓝 ⠪ ᢥ ቇ ) rispecchiò bene, ma con angolazione diversa da quella di quest’ultima, le mutate situazioni socio-politiche del periodo. Benché si tratti di opere create per passatempo e come tali non di alto valore artistico, tuttavia esse sono ricche di elementi popolari. Nella storia della letteratura o della cultura sono definite opere di transizione dai monogatari ‛⺆ aristocratici del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) alla narrativa per le masse del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ).  Fanno parte di questo genere certe fiabe assai popolari anche oggi fra i bambini giapponesi quali IssunbŇshi (䇺৻ኸᴺᏧ䇻1174 lett. bonzo-nanetto alto issun [tre centimetri ca.]) e Urashima TarŇ ( 䇺 ᶆ ፉ ᄥ ㇢ 䇻 1175 [nome del protagonista, pescatore immaginario]).

§35. Teatro Uno dei maggiori avvenimenti culturali che si ebbero durante il medioevo (chşsei ਛ਎1176) fu la nascita del cosiddetto nŇ ⢻1177. Si tratta di una forma teatrale altamente stilizzata, con l’uso di maschera, consistente principalmente in tre elementi: danza (mai ⥰ 1178 ), canto (utai ⻦ 1179 ) e musica TEATRO Nņ

1173 1174 1175 1176 1177 1178 1179

o/togi/zŇ/shi ᓮ 620/708 ૄ non reg./non reg.⨲ 705/249 ሶ 56/103 Is/sun/bŇ/shi 䇺৻ 4/2 ኸ 1523/1894 ᴺ 145/123 Ꮷ 490/409䇻 Ura/shima/ Ta/rŇ 䇺ᶆ 856/1442 ፉ 173/286 ᄥ 343/629 ㇢ 237/980䇻 chş/sei ਛ 13/28 ਎ 152/252 nŇ ⢻ 341/386 mai ⥰ 746/810 utai ⻦ 1531/1647 174

strumentale (hayashi ྭ ሶ 1180 ). Nella storia della cultura giapponese merita un’attenzione particolare, e ciò non tanto perché si trattò della prima forma teatrale d’arte, quanto perché sorse con la piena partecipazione di tutti i fenomeni culturali manifestatisi nel medioevo (chşsei ਛ਎), e precisamente: Ԙ innalzamento a livello artistico di elementi della cultura popolare, ԙ successione da parte del buke ᱞኅ della tradizione della cultura del kuge ౏ ኅ, Ԛ influenza dello zen ⑎ sull’estetica, ԛ salvezza mediante l’amidismo (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ), e infine Ԝ partecipazione delle masse alla fruizione della cultura. Il nŇ ⢻, una delle tre espressioni rappresentative del teatro tradizionale giapponese, raggiunse una perfezione artistica di rara qualità nel periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ) per merito di due drammaturghi che erano anche attori: Kan’ami (ⷰ 㒙ᒎ1181 pronunciato a volte anche Kannami, 1332?-1384?) e suo figlio Zeami (਎㒙ᒎ 1182 1363-1443). I testi cantati del nŇ ⢻ si chiamano yŇkyoku ⻦ᦛ1183.  ‫ޣ‬CENNO STORICO‫ޤ‬Le origini del nŇ ⢻ risalgono al periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ). Nei villaggi agricoli d’allora si davano diversi spettacoli popolari ed attrazioni varie per lo più di provenienza straniera quali, ad esempio, acrobazie, mimica, giochi di destrezza. Dall’insieme di questi sorse, in un primo tempo, durante il periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ), una rappresentazione scenica di carattere farsesco nota con il nome di sarugaku (₎ᭉ1184 lett. musica scimmiesca) la cui essenza consisteva in mimica (ossia, interpretazione e rappresentazione realistica). Da allora e per un lungo periodo di tempo questo spettacolo buffonesco seguì, negli ambienti prevalentemente popolari, un lento processo di evoluzione ed assimilazione di diversi elementi artistici di altre forme di spettacolo, e nel 1374 ebbe la fortuna di incontrare il patrocinio del III shŇgun ዁ァ Ashikaga Yoshimitsu (⿷೑⟵ḩ ψ§29) del Muromachi bakufu ቶ↸᐀ ᐭ.  La protezione accordata dal buke ᱞኅ fu il momento decisivo per la nascita del nŇ 1180 1181 1182 1183 1184

haya/shi ྭ non reg./non reg.ሶ 56/103 Kan’/a/mi ⷰ 463/604 㒙 1515/2258 ᒎ 1536/2065 Ze/a/mi ਎ 152/252 㒙 1515/2258 ᒎ 1536/2065 yŇ/kyoku ⻦ 1531/1647 ᦛ 604/366 saru/gaku ₎ 1717/1584 ᭉ 232/358 175

(⢻ chiamato inizialmente sarugaku no nŇ ₎ᭉ⢻ 1185 ). Prima di incontrare il suo mecenate, Kan’ami ⷰ㒙ᒎ aveva mirato a creare un teatro artistico, perfeziondo la mimica realistica, ma al nuovo ambiente in cui doveva ora esibirsi, il suo sarugaku ₎ᭉ, teatro fino ad allora a ispirazione ‘realistica’, risultò poco confacente, non essendo in grado di soddisfare pienamente il gusto aristocratico. Ciò perché il buke ᱞኅ aveva ormai assimilato (ψ§32) appieno la cultura del kuge ౏ኅ dando pregio così allo yşgen (ᐝ₵1186 ψ§34), e soltanto quando il figlio subentrò al padre, si vide nascere il nŇ ⢻ dal raffinato simbolismo.  < Yşgen del nŇ > L’ulteriore tocco dato dal figlio Zeami ਎㒙ᒎ al sarugaku ₎ ᭉ, una volta innalzato già a livello d’arte dal padre Kan’ami ⷰ㒙ᒎ, consisteva nel porre l’eleganza e la soavità della danza in primo piano, ossia di fronte alla mimica realistica; o, sarà forse meglio dire che egli cercò di ‘adombrare, con la danza, la mimica realistica’ che stava tanto a cuore a suo padre. Si noti che lo yşgen ᐝ₵, concetto-chiave del teatro di Zeami ਎㒙ᒎ, è a doppia struttura, come pure lo è presso il waka ๺᱌ (ψ§34) dello Shin kokin [waka]shş 䇺ᣂฎ ੹[๺᱌]㓸䇻. Se il nŇ ⢻ viene solitamente definito teatro di simbolismo, lo si deve appunto a questa doppia struttura.  < Due modi diversi di manifestazione dello yşgen > È da notare in particolare che lo yşgen ᐝ₵ del waka ๺᱌ si presenta con una certa atmosfera oscura e sentimentale, ma nel teatro nŇ ⢻, invece, si riferisce ad una bellezza semplicemente graziosa come Zeami ਎㒙ᒎ stesso dice: « La vera essenza dello yşgen ᐝ₵ è la bellezza e la soavità ». « Ciò che è sfarzoso non è altro che lo yşgen ᐝ₵ ». Risulta perciò che sono diametralmente opposte le manifestazioni rappresentate dalla stessa parola yşgen ᐝ₵, ma quanto al meccanismo per cui, di due elementi, uno serve a nascondere e negare l’altro, non c’è nessuna differenza.  ‫ޣ‬PALCOSCENICO E MASCHERA‫ޤ‬Si è visto che per l’estetica yşgen ᐝ₵ del nŇ ⢻ c’è di mezzo lo zen ⑎. Lo stesso dicasi anche sia per il palcoscenico assai sobrio, sia per le maschere che sembrano a prima vista senza espressione. Dire, con la mente razionale, che il palcoscenico del nŇ ⢻ è pressoché privo di arredo e le sue maschere non hanno espressione è uguale a dire, nell’ottica zenista, che il palcoscenico è arredato a puntino e le maschere assumono qualsiasi espressione.  ‫ޣ‬Nņ E AMIDISMO‫ޤ‬Per la trama, invece, è il buddhismo della Terra Pura (jŇdokyŇ ᵺ ࿯ ᢎ ) che ne costituisce lo sfondo: molte pièce di Zeami ਎ 㒙 ᒎ sono comunemente caratterizzate dall’apparizione di un fantasma, anima non ancora 1185 1186

saru/gaku/ no/ nŇ ₎ 1717/1584 ᭉ 232/358 ⢻ 341/386 yş/gen ᐝ 1876/1228 ₵ 1514/1225 176

rassegnata d’un defunto. La sua salvezza viene attuata mediante le preghiere rivolte alla compassione (jihi ᘏᖤ1187) dell’Amida butsu 㒙ᒎ㒚੽. Con l’affermazione del nŇ ⢻ come teatro serio e classico, gli elementi comici che originariamente facevano parte del sarugaku ₎ᭉ assunsero una diversa forma di spettacolo a sé stante, detta kyŇgen (⁅⸒1188 lett. parole pazze), qualcosa di simile alla farsa realistica e satirica. Sia linguisticamente che sotto l’aspetto dei temi trattati, è un teatro degno di essere definito di gusto popolare. I kyŇgen ⁅⸒ vengono rappresentati intercalati fra un nŇ ⢻ e l’altro in modo da alternare la tensione al rilassamento.  Mettendo insieme nŇ ⢻ e kyŇgen ⁅⸒, si parla spesso del nŇgaku ⢻ᭉ1189. KYņGEN

§36. Arti figurative; manifestazioni artistiche sotto l’influenza dello zen ARTI FIGURATIVE DELLA CULTURA KAMAKURA

Parlando dello Heike monogatari 䇺ᐔኅ‛⺆䇻 si è già rilevata la tendenza di fondo della cultura Kamakura (Kamakura bunka ㎨ୖᢥൻ 1190 ) contraddistinta dalla forza, dal dinamismo e dal realismo, elementi che rispecchiano la figura e lo spirito dei bushi ᱞ჻, padrone del periodo.  ‫ޣ‬SCULTURA‫ޤ‬La virilità che caratterizza fondamentalmente la cultura Kamakura (Kamakura bunka ㎨ୖᢥൻ) si rileva in modo particolarmente evidente nel campo della scultura. È noto che la cultura Kamakura (Kamakura bunka ㎨ୖᢥൻ), al pari della cultura TenpyŇ (TenpyŇ bunka ᄤᐔᢥൻ1191), diede molte statue d’alto livello artistico. Furono attivi degli scultori i cui nomi finiscono in -kei: Unkei (ㆇᘮ1192 ?-1223, discendente di JŇchŇ ቯᦺ1193 ψ§24), Tankei (Ḗᘮ1194 1173-1256; primogenito di 1187 1188 1189 1190 1191 1192 1193 1194

ji/hi ᘏ 1829/1547 ᖤ 1032/1034 kyŇ/gen ⁅ 1352/883 ⸒ 279/66 nŇ/gaku ⢻ 341/386 ᭉ 232/358 Kama/kura/ bun/ka ㎨ 1277/2257 ୖ 708/1307 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 Ten/pyŇ/ bun/ka ᄤ 364/141 ᐔ 143/202 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 Un/kei ㆇ 179/439 ᘮ 962/1632 JŇ/chŇ ቯ 62/355 ᦺ 257/469 Tan/kei Ḗ non reg./non reg.ᘮ 962/1632 177

Unkei) e Kaikei (ᔟᘮ1195 ?-?, discepolo del padre di Unkei). Ecco un paio di capolavori statuari: Una coppia di guardiani, detti KongŇ rikishizŇ (䇺㊄೰ജ჻௝䇻 1196 lett. statue dell’uomo invincibile dotato di forza, chiamato anche NiŇzŇ 䇺ੳ₺௝䇻1197 lett. statue del re benevolo, 1203, sans. Vajradhara) del tempio del TŇdaiji ᧲ᄢኹ. Le opere alte oltre 8 m circa furono scolpite in soli 70 giorni da Unkei ㆇᘮ e Kaikei ᔟᘮ in collaborazione. MuchakuzŇ (䇺ή⪺௝䇻1198 lett. ritratto di Muchaku, 1208 ca; Muchaku ή⪺sans. Asa ga, monaco indiano del IV-V sec.) e SeshinzŇ (䇺਎ⷫ௝䇻1199 lett. statua di Seshin, 1208 ca.; Seshin ਎ⷫ sans. Vasubandhu, monaco e fratello di Asa ga) di Unkei ㆇᘮ, presso il KŇfukuji ⥝⑔ኹ1200 a Nara ᄹ⦟. Ambedue le opere sono particolarmente realistiche. 䎃 Kşya shŇninzŇ (䇺ⓨ਽਄ੱ௝䇻1201 lett. statua del reverendo bonzo Kşya (ⓨ਽ o anche KŇya ψ§23) di KŇshŇ (ᐽൎ1202 ?-?, quartogenito di Unkei), Rokuharamitsuji ౐ ᵄ ⟜ Ᵽኹ 1203 a KyŇto ੩ ㇺ . È nota soprattutto per il modo ingegnoso di rappresentare il nenbutsu ᔨ੽1204 (« Namu Amida butsu » (ධή㒙ᒎ㒚੽1205 Ho fede nel Buddha Amida ψ§23) recitato da Kşya ⓨ਽. Il nenbutsu ᔨ੽ è letteralmente ‘scolpito’ ed esce dalla bocca di Kşya ⓨ਽㧍  ‫ޣ‬PITTURA‫ޤ‬La produzione di emakimono ⛗Ꮞ‛1206 toccò l’apice soprattutto sotto l’aspetto quantitativo: p.es. Kitano Tenjin engiemaki (䇺ർ㊁ᄤ␹✼⿠⛗Ꮞ䇻1207 lett. emakimono raffigurante l’origine del Kitano Tenjin; Kitano Tenjin ർ㊁ᄤ␹ ψ§16, 1219) di Fujiwara no Nobusane (⮮ේାታ1208 1177-1265?). Kai/kei ᔟ 882/1409 ᘮ 962/1632 1196 Kon/gŇ/ riki/shi/zŇ 䇺㊄ 59/23 ೰ 1854/1610 ജ 69/100 ჻ 301/572 ௝ 906/740䇻 1197 Ni/Ň/zŇ 䇺ੳ 1346/1619 ₺ 499/294 ௝ 906/740䇻 1198 Mu/chaku/zŇ 䇺ή 227/93 ⪺ 773/859 ௝ 906/740䇻 1199 Se/shin/zŇ 䇺਎ 152/252 ⷫ 381/175 ௝ 906/740䇻 1200 KŇ/fuku/ji ⥝ 695/368 ⑔ 450/1379 ኹ 687/41 1201 Kş/ya/ shŇ/nin/zŇ 䇺ⓨ 233/140 ਽ 1553/2005 ਄ 21/32 ੱ 9/1 ௝ 906/740䇻 1202 KŇ/shŇ ᐽ 783/894 ൎ 197/509 1203 Roku/hara/mitsu/ji ౐ 20/8 ᵄ 606/666 ⟜ 1762/1860 Ᵽ non reg./non reg.ኹ 687/41 1204 nen/butsu ᔨ 469/579 ੽ 678/583 1205 Na/mu/ A/mi/da/ butsu ධ 205/74 ή 227/93 㒙 1515/2258 ᒎ 1536/2065 㒚 non reg./non reg.੽ 678/583 1206 e/maki/mono ⛗ 976/345 Ꮞ 636/507 ‛ 126/79 1207 Kita/no/ Ten/jin/ en/gi/e/maki 䇺ർ 103/73 ㊁ 85/236 ᄤ 364/141 ␹ 229/310 ✼ 1362/1131 ⿠ 443/373 ⛗ 976/345 Ꮞ 636/507䇻 1208 Fuji/wara/ no/ Nobu/sane ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ା 198/157 ታ 89/203 1195

178

Lo spirito del realismo imperante portava, d’altra parte, alla produzione di molti ritratti detti nisee (ૃ⛗ 1209 lett. pittura somigliante). Il più noto è il Minamoto no YoritomozŇ (䇺Ḯ㗬ᦺ௝䇻1210 lett. ritratto di Minamoto no Yoritomo; c’è una voce che dice che si tratta del ritratto di un’altra persona) di Fujiwara no Takanobu (⮮ේ㓉ା1211 1142-1205).  ‫ޣ‬ARCHITETTURA‫ ޤ‬In questo periodo furono trasmessi dalla Cina dei Song (Sung ቡ1212 giapp. SŇ, 960-1279) due stili architettonici: tenjikuyŇ (ᄤ┼᭽1213 lett. stile indiano [ma per la verità l’India non ha nulla a che fare], detto anche daibutsuyŇ ᄢ੽᭽ 1214 lett. stile grande buddha), stile grandioso e karayŇ (໊᭽1215 lett. stile T’ang, ossia TŇ, detto anche zenshşyŇ ⑎ቬ᭽1216 stile scuola zen), stile semplice e disadorno. Il tenjikuyŇ ᄤ┼᭽ fu adottato per la ricostruzione del TŇdaiji nandaimon (᧲ᄢኹ ධᄢ㐷 1217 lett. grande portale meridionale del TŇdaiji ᧲ᄢኹ ψ§12, 1199). La coppia del KongŇ rikishizŇ 䇺㊄೰ജ჻௝䇻 di cui abbiamo parlato poco innanzi è posta all’interno di questo portale, uno di fronte all’altro. Il karayŇ ໊᭽, invece, venne utilizzato di solito per templi zen (zendera ⑎ኹ). Un buon esempio è offerto dallo Shariden (⥢೑Ლ 1218 lett. edificio per le reliquie, Muromachi jidai [1338-1568]) del tempio di Enkakuji (౞ⷡኹ1219 1282-presente) a Kamakura ㎨ୖ. In contrapposizione ai sopraccitati due stili esogeni lo stile preesistente, quindi tradizionale giapponese, si chiama wayŇ (๺᭽ 1220 lett. stile giapponese). Ne è un esempio il tempio a forma assai oblunga, chiamato popolarmente SanjşsangendŇ (ਃච ਃ㑆ၴ1221 lett. padiglione delle trentatré campate, 1164, 1266-presente) a KyŇto ੩ㇺ. Nella penombra del suo interno sono disposte ordinatamente, per oltre cento metri,

1209 1210 1211 1212 1213 1214 1215 1216 1217 1218 1219 1220 1221

nise/e ૃ 1219/1486 ⛗ 976/345 Minamoto/ no/ Yori/tomo/zŇ 䇺Ḯ 827/580 㗬 706/1512 ᦺ 257/469 ௝ 906/740䇻 Fuji/wara/ no/ Taka/nobu ⮮ 206/2231 ේ 132/136 㓉 1255/946 ା 198/157 SŇ ቡ non reg./non reg. ten/jiku/yŇ ᄤ 364/141 ┼ non reg./non reg.᭽ 472/403 dai/butsu/yŇ ᄢ 7/26 ੽ 678/583 ᭽ 472/403 kara/yŇ ໊ 1668/1697 ᭽ 472/403 zen/shş/yŇ ⑎ 1551/1540 ቬ 1023/616 ᭽ 472/403 TŇ/dai/ji/ nan/dai/mon ᧲ 11/71 ᄢ 7/26 ኹ 687/41 ධ 205/74 ᄢ 7/26 㐷 385/161 Sha/ri/den ⥢ 1056/791 ೑ 219/329 Ლ 1194/1130 En/kaku/ji ౞ 2/13 ⷡ 896/605 ኹ 687/41 wa/yŇ ๺ 151/124 ᭽ 472/403 San/jş/san/gen/dŇ ਃ 10/4 ච 5/12 ਃ 10/4 㑆 27/43 ၴ 662/496 179

mille e una statua del senju kannon (ජᚻⷰ㖸1222 lett. bodhisattva dalle mille mani). La loro vista a colpo d’occhio è spettacolare. Passiamo al mondo dei laici. I bushi ᱞ჻ abitavano una casa di stile detto bukezukuri (ᱞኅㅧ1223 lett. stile architettonico dei guerrieri). Dall’Ippen shŇnin eden (䇺৻ ㆉ਄ੱ⛗વ䇻1224 lett. disegni biografici del reverendo Ippen, 1299) sul conto del noto monaco amidista Ippen (৻ㆉ 1239-1289), fondatore della scuola Jishş ᤨቬ1225, risulta che la casa dei bushi ᱞ჻ era costruita nel bel mezzo di risaie e campi coltivati ed era circondata da fossato. Sopra il cencello erano disposti, pronto per l’uso, archi, frecce e scudi. All’interno del recinto c’era una stalla ed era tenuto anche un falco per la caccia.  ‫ޣ‬ARMATURA‫ޤ‬Una descrizione a parte spetta all’armatura. Il tipo detto Ňyoroi (ᄢ ㎸1226 lett. grande armatura) destinato all’uso per combattimenti a cavallo assunse forme definitive. Assai ricco di decorazioni sfarzose, pesava mediamente ben trenta chili. Le battaglie dette genpei gassen (Ḯᐔวᚢ1227 1180-1185 ψ§18) costituirono ‘momenti d’oro’ per lo Ňyoroi ᄢ㎸. Tuttavia, sia per la scarsa praticità, che per il mutamento dell’arte militare cadde man mano in disuso. DIVERSE FORME ARTISTICHE ZENISTI DELLA CULTURA HIGASHIYAMA

Nel periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ ↸ ᤨ ઍ ) sorsero, sotto una forte influenza dello zen ⑎, molte forme d’arte e ne abbiamo già esaminato le seguenti due: Ԙ < nŇ ⢻ ψ§35>, teatro di simbolismo, e ԙ < suibokuga (᳓ა↹ chiamato anche sumie ა⛗) ψ§33>, in particolare sansuiga (ጊ᳓↹1228 lett. pittura di montagne e acque, ossia pittura paesaggistica), rappresentati dalle opere di Sesshş TŇyŇ (㔐⥱╬ᬢ1229 1420-1506), monaco zenista, pittore e autore di un’opera reputata massimo capolavoro di sansuiga ጊ᳓↹ in Giappone: Sansui chŇkan (䇺ጊ᳓㐳Ꮞ䇻1230 lett. lunga opera

1222 1223 1224 1225 1226 1227 1228 1229 1230

sen/ju/ kan/non ජ 79/15 ᚻ 42/57 ⷰ 463/604 㖸 402/347 bu/ke/zukuri ᱞ 448/1031 ኅ 81/165 ㅧ 460/691 Ip/pen/ shŇ/nin/ e/den 䇺৻ 4/2 ㆉ 1861/1160 ਄ 21/32 ੱ 9/1 ⛗ 976/345 વ 494/434䇻 Ji/shş ᤨ 19/42 ቬ 1023/616 Ň/yoroi ᄢ 7/26 ㎸ non reg./non reg. gen/pei/ gas/sen Ḯ 827/580 ᐔ 143/202 ว 46/159 ᚢ 88/301 san/sui/ga ጊ 60/34 ᳓ 144/21 ↹ 150/343 Ses/shş/ TŇ/YŇ 㔐 907/949 ⥱ 1334/1094 ╬ 601/569 ᬢ non reg./non reg. San/sui/ chŇ/kan 䇺ጊ 60/34 ᳓ 144/21 㐳 25/95 Ꮞ 636/507䇻 180

paesaggistica [40cm × 15m ca.], 1486). È ben nota anche una coppia di queste altre opere: ShştŇ sansuizu (䇺⑺౻ጊ᳓࿑䇻1231 lett. paesaggi in autunno e in inverno, ?). Un altro esemplare frequentemente citato del suibokuga ᳓ა↹ è lo HyŇnenzu (ⅺ㞜࿑1232 lett. disegno di zucca vuota e pesce gatto) di Josetsu (ᅤ᜕ 1233 inizi del Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ). Nella parte superiore ci sono frasi (san ⼝1234 o anche san ⾥) scritte da una trentina di monaci zen (zensŇ ⑎௯ 1235). Nell’area culturale cinese i dipinti sono accompagnati non di rado da poesie o frasi. Tali scritti si chiamano in giapponese san (⼝࡮⾥). Riguardo alla cultura Higashiyama (Higashiyama bunka ᧲ጊᢥൻ) si ricordino inoltre: Ԛ < cerimonia del tè (sadŇ ⨥㆏1236 letto anche chadŇ) > meglio nota agli stranieri quale chanoyu ⨥ߩḡ1237. La tradizione del sadŇ ⨥㆏ risale al monaco zen, Eisai (ᩕ⷏ ψ§33) e tre secoli dopo ad opera di Murata JukŇ (᧛↰⃨శ1238 1422-1502) il ‘bere tè’ ebbe la sua forma artistica con il nome di wabicha (ଌ⨥1239; wabi ଌ ψ§47). Nella stanza detta chashitsu ⨥ቶ1240, di stile sukiyazukuri ᢙነደㅧ1241 estremamente piccola e disadorna destinata a tale cerimonia, regnava (e regna) un profondo silenzio. Lo wabicha ଌ⨥ fu poi trasmesso prima a Takeno JŇŇ (ᱞ㊁⚫㣁1242 1502-1555) che lo elaborò ulteriormente, quindi da JŇŇ ⚫㣁 a Sen no Rikyş (ජ೑ભ1243 1522-1591 ψ§47) che gli diede la forma definitiva.

1231 1232 1233 1234 1235 1236 1237 1238 1239 1240 1241 1242 1243

Shş/tŇ/ san/sui/zu 䇺⑺ 540/462 ౻ 903/459 ጊ 60/34 ᳓ 144/21 ࿑ 631/339䇻 HyŇ/nen/zu ⅺ non reg./non reg.㞜 non reg./non reg.࿑ 631/339 Jo/setsu ᅤ 1521/1747 ᜕ 1785/1801 san ⼝ non reg./non reg.࡮⾥ 881/745 zen/sŇ ⑎ 1551/1540 ௯ 1423/1366 sa/dŇ ⨥ 805/251 ㆏ 129/149 cha/no/yu ⨥ 805/251 ߩḡ 1022/632 Mura/ta/ Ju/kŇ ᧛ 210/191 ↰ 24/35 ⃨ 1540/1504 శ 417/138 wabi/cha ଌ non reg./non reg.⨥ 805/251 cha/shitsu ⨥ 805/251 ቶ 421/166 su/ki/ya/zukuri ᢙ 188/225 ነ 545/1361 ደ 270/167 ㅧ 460/691 Take/no/ JŇ/Ň ᱞ 448/1031 ㊁ 85/236 ⚫ 938/456 㣁 non reg./non reg. Sen/ no/ Ri/kyş ජ 79/15 ೑ 219/329 ભ 583/60 181

ԛ < arte di disporre fiori, composizione floreale (kadŇ ⪇㆏1244 scritto a volte anche ⧎㆏) > conosciuta agli stranieri con il nome di ikebana ↢ߌ⧎1245, termine entrato ormai anche nel lessico italiano. L’origine del kadŇ ⪇㆏ sta nell’antica abitudine di offrire fiori all’anima dei defunti. Molti secoli dopo, nel Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ sorse ad opera di IkenobŇ Senkei (ᳰဌኾᘮ1246 ?-?) la scuola IkenobŇ (IkenobŇryş kadŇ ᳰဌᵹ ⪇㆏1247) che oggi raccoglie il numero magiore di seguaci. Ԝ < karesansui teien (ᨗጊ᳓ᐸ࿦1248 it. giardino di paesaggio asciutto) >, ovvero giardini zenisti d’alto simbolismo nati nel Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ. Rappresentano la natura solo con pietre, sabbia bianca e a volte anche con arbusti, ma non vi è mai usata l’acqua. Nati sotto l’influenza del sansuiga (ጊ᳓ ↹ pittura paesaggistica), l’effetto sulla visione mentale è identico a quello di tale stile di pittura. Uno degli esemplari più noti ed anche il più austero è quello comunemente detto sekitei (⍹ᐸ1249 lett. giardino di pietre, 1499) presso il RyŇanji (㦖቟ኹ 1250 o anche ┥቟ኹ 1450-tuttora) di KyŇto ੩ㇺ. Si tratta di un giardino costituito da 15 pietre grandi e piccole sistemate in cinque gruppi, sabbia bianca e un po’ di muschio ai piedi delle pietre. Non vi è una sola pianta, tanto meno una goccia d’acqua. ԝ < shoinzukuri ᦠ㒮ㅧ1251 >, prototipo dello stile architettonico dell’abitazione odierna. Per shoin ᦠ㒮 s’intendeva originariamente lo studio dei monaci zenisti. Fu nell’abitazione shoinzukuri ᦠ㒮ㅧ che il pavimento di legno venne per la prima volta ricoperto per intero di tatami ⇥1252. L’esemplare più citato è il TŇgudŇ (᧲᳞ၴ1253 1486-presente) che si trova dall’altra parte del laghetto antistante il Ginkaku (㌁㑑1254 ψ§32). Lo shoin ᦠ

1244 1245 1246 1247 1248 1249 1250 1251 1252 1253 1254

ka/dŇ ⪇ 807/1074 ㆏ 129/149࡮⧎ 551/255 ㆏ 129/149 i/ke/bana ↢ 29/44 ߌ⧎ 551/255 Ike/no/bŇ/ Sen/kei ᳰ 548/119 ဌ 1203/1858 ኾ 526/600 ᘮ 962/1632 Ike/no/bŇ/ryş/ ka/dŇ ᳰ 548/119 ဌ 1203/1858 ᵹ 296/247 ⪇ 807/1074 ㆏ 129/149 kare/san/sui/ tei/en ᨗ 1783/974 ጊ 60/34 ᳓ 144/21 ᐸ 560/1112 ࿦ 412/447 seki/tei ⍹ 276/78 ᐸ 560/1112 RyŇ/an/ji 㦖䋨=┥ 1110/1758䋩቟ 128/105 ኹ 687/41 sho/in/zukuri ᦠ 130/131 㒮 236/614 ㅧ 460/691 tatami ⇥ 1300/1087 TŇ/gu/dŇ ᧲ 11/71 ᳞ 332/724 ၴ 662/496 Gin/kaku ㌁ 264/313 㑑 480/837 182

㒮 nel TŇgudŇ ᧲᳞ၴ è noto con il nome di DŇjinsai หੱᢪ1255. ٟNel Giappone premoderno, specie medievale, la gente che si occupava delle

attività, oggi considerate squisitamente artistiche, di spettacolo di varietà (geinŇ ⧓ ⢻1256), giardinaggio, architettura, artigianato e simili era collocata a uno strato sociale paragonabile a quello dei paria (senmin ⾭᳃1257 ψ§6). Difatti, disprezzata, era chiamata kawaramono (ᴡේ⠪1258 lett. gente del greto), perché si esibiva lì o perché aveva la propria dimora lì. Anche il sarugaku ₎ᭉ, prima di assurgere al teatro nŇ ⢻, era chiamato atti dei mendicanti (kojiki no shogyŇ ਼㘩ߩᚲᬺ1259) e come tale considerato un’arte dei paria.

§37. Diffusione della cultura nelle province  La diffusione della cultura non si limitò in senso verticale, ma si verificò anche spazialmente, specie a partire dalla guerra di ņnin (ņnin no ran ᔕੳߩੂ1260 14671477) per tutto il periodo Sengoku (Sengoku jidai ᚢ࿖ᤨઍ1261). Tradizionalmente i kuge ౏ኅ preferivano abitare a KyŇto ੩ㇺ, ma nel periodo Sengoku (Sengoku jidai ᚢ࿖ᤨઍ), essi, impoveritisi di anno in anno fino al punto di non saper più come mantenere la propria famiglia alla capitale, andavano ad abitare in provincia, o perché lì possedevano i propri shŇen ⨿࿦, o perché lì avevano conoscenze su cui potevano contare. I nobili di KyŇto ੩ㇺ, ossia i kuge ౏ኅ, contribuirono a loro insaputo a trapiantare la cultura della capitale in diverse località del paese. Nacquero così in province centri culturali, fra cui Yamaguchi ጊญ1262 e Odawara ዊ↰ේ1263, entrambe jŇkamachi (ၔਅ↸1264 lett. città ai piedi di un castello ψ§30).

1255 1256 1257 1258 1259 1260 1261 1262 1263 1264

DŇ/jin/sai ห 23/198 ੱ 9/1 ᢪ 1363/1478 gei/nŇ ⧓ 588/435 ⢻ 341/386 sen/min ⾭ non reg./non reg.᳃ 70/177 kawara/mono Ꮉ 111/33 ේ 132/136 ⠪ 22/164 ko/jiki/ no/ sho/gyŇ ਼ non reg./non reg.㘩 269/322 ߩᚲ 107/153 ᬺ 54/279 ņ/nin/ no/ ran ᔕ 413/827 ੳ 1346/1619 ߩੂ 734/689 Sen/goku/ ji/dai ᚢ 88/301 ࿖ 8/40 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Yama/guchi ጊ 60/34 ญ 213/54 O/da/wara ዊ 63/27 ↰ 24/35 ේ 132/136 jŇ/ka/machi ၔ 638/720 ਅ 72/31 ↸ 114/182 183

§38. Vita quotidiana e varie VITA DELLA GENTE

‫ޣ‬VITA DEGLI BUSHI IN UN JņKAMACHI ‫ޤ‬In una stretta valle non molto lontana dall’Eiheiji (᳗ᐔኹ1265 1244-a tutt’oggi), celebre complesso di templi zen (zendera ⑎ኹ1266) fondato da DŇgen (㆏ర ψ§33), nella provincia di Echizen (Echizen no kuni ⿧೨࿖1267 ψcarta 12; oggi Fukui-ken ⑔੗⋵ 1268), c’era un centro abitato di nome IchijŇdani (৻ਸ਼⼱1269 1471-1573). Si tratta di un jŇkamachi ၔਅ↸1270 costruito dagli Asakura (Asakurashi, Asakurauji ᦺୖ᳁1271), una delle casate più potenti di sengoku daimyŇ ᚢ࿖ᄢฬ1272 e nota specie per la legge (e più precisamente bunkokuhŇ ಽ࿖ᴺ1273 ψ§29) denominata Diciassette articoli di Asakura Toshikage (Asakura Toshikage jşshichikajŇ ᦺୖᢅ᥊ච৾▎᧦1274 1471-1481). Le ricerche archeologiche ivi effettuate assai recentemente (seconda metà del XX sec.) hanno messo in luce l’intero urbanistica di questo centro abitato in montagna e la vita quotidiana che i bushi ᱞ჻ conducevano lì. Adesso si sa che sia materialmente che culturalmente la vita della classe samuraica (bushi kaikyş ᱞ჻㓏⚖) era più ricca di quanto si credeva. Gli Asakura (Asakurashi, Asakurauji ᦺୖ᳁) avevano un rapporto d’amicizia con non pochi kuge ౏ኅ. Erano anche imparentati con un paio di famiglie nobili di KyŇto ੩ㇺ, e questi ultimi venivano ben accolti a IchjŇdani ৻ਸ਼⼱ e trasmisero agli Asakura (Asakurashi ᦺୖ᳁) e ai loro sudditi l’essenza della tradizionale cultura aristocratica. C’erano inoltre attori del teatro nŇ ⢻1275, maestri della poesia a catena (renga ㅪ᱌1276), studiosi di chiara fama ed altri personaggi esperti in qualche arte a soggiornare in questa valle. Gli Asakura (Asakurashi ᦺୖ᳁) spronavano i propri sudditi a imparare anche da loro per arricchire le risorse umane del proprio dominio

Ei/hei/ji ᳗ 690/1207 ᐔ 143/202 ኹ 687/41 zen/dera ⑎ 1551/1540 ኹ 687/41 1267 Echi/zen/ no/ kuni ⿧ 529/1001 ೨ 38/47 ࿖ 8/40 1268 Fuku/i/ ken ⑔ 450/1379 ੗ 252/1193 ⋵ 195/194 1269 Ichi/jŇ/dani ৻ 4/2 ਸ਼ 359/523 ⼱ 249/653 1270 jŇ/ka/machi ၔ 638/720 ਅ 72/31 ↸ 114/182 1271 Asa/kura/shi ᦺ 257/469 ୖ 708/1307 ᳁ 177/566 1272 sen/goku/ dai/myŇ ᚢ 88/301 ࿖ 8/40 ᄢ 7/26 ฬ 116/82 1273 bun/koku/hŇ ಽ 35/38 ࿖ 8/40 ᴺ 145/123 1274 Asa/kura/ Toshi/kage/ jş/shichi/ka/jŇ ᦺ 257/469 ୖ 708/1307 ᢅ 1381/1735 ᥊ 645/853 ච 5/12 ৾ 44/9 ▎ 1943/1473 ᧦ 391/564 1275 nŇ ⢻ 341/386 1265 1266

184

(ryŇgoku 㗔࿖1277 o anche bunkoku ಽ࿖). Nel 1536 a IchijŇdani ৻ਸ਼⼱ fu pubblicato da un medico un libro di medicina. Si tratta di un testo altamente specialisico redatto sotto l’influenza della medicina cinese dei Ming (Ming ᣿1278 giapp. Min, 1368-1644), e inoltre laddove esisteva la casa di un altro medico, è stata rinvenuta parte di una copia a mano di un testo in cinese di farmacologia. Questi reperti ed altri indizi ci insegnano che anche a IchijŇdani ৻ਸ਼⼱, malgrado si trattasse di una cittadina provinciale in montagna, erano condotti studi d’alto livello in diversi campi e possiamo anche presumere che gli intellettuali, quali sacerdoti, bushi ᱞ჻ di categorie superiori, medici ecc. fossero assetati di sempre maggior sapere. Si sa che la famiglia Asakura (Asakurashi ᦺୖ᳁) possedeva servizi da tè di grande valore artisico, ma il piacere della cosiddetta cerimonia del tè (sadŇ ⨥㆏1279 o anche chanoyu ⨥ߩḡ1280) non era monopolio del padrone. Rusulta che tale cerimonia era appassionatamente seguita anche dai suoi sudditi. Difatti, in quasi tutte le zone di IchijŇdani ৻ਸ਼⼱ è stato portato alla luce un gran numero di utensili per il chanoyu ⨥ ߩḡ: tazze da tè, macinini in pietra, recipienti per tè polverizzato, vasi di porcellana per tè ed altri oggetti ancora. Le stanze erano ornate sia da incensieri che da fiori posti in vasi a volte dai disegni originali. Si può immaginare che in tale ambiente di gusto fine ed anche artistico i bushi ᱞ჻ si divertivano a giocare a shŇgi (዁ᫎ1281 scacchi giapponesi) nei momenti di pace. Sembra proprio che la loro vita quotidiana fosse più pacata ed anche più squisita di quanto non si creda. ‫ޣ‬VITA DEI BAMBINI E DEGLI ANZIANI‫ޤ‬Di solito siamo portati a ritenere che nei passati lontani in cui la vita non era certo facile anche i giovanissimi fassero sottoposti a lavori per una buona parte della giornata. Sembra invece che tale presunzione sia erronea, dal momento che in non pochi emakimono ⛗Ꮞ‛1282 di produzione medievale sono disegnate molte figure di warawa (┬1283 bambini-fanciulli) 1276 1277 1278 1279 1280 1281 1282 1283

ren/ga ㅪ 87/440 ᱌ 478/392 ryŇ/goku 㗔 338/834 ࿖ 8/40 Min ᣿ 84/18 sa/dŇ ⨥ 805/251 ㆏ 129/149 cha/no/yu ⨥ 805/251 ߩḡ 1022/632 shŇ/gi ዁ 561/627 ᫎ 1259/1835 e/maki/mono ⛗ 976/345 Ꮞ 636/507 ‛ 126/79 warawa ┬ 1111/410 (giapp. moderno: ko/domo ሶ 56/103 ଏ 456/197, ji/dŇ ఽ 556/1217 ┬ 1111/410) 185

che si danno spensieratamente a molteplici giochi. Che i bambini solessero divertirsi a giocare molto è testimoniato anche da una nota canzonetta del già citato RyŇjin hishŇ (䇺᪞Ⴒ⒁ᛞ䇻1284 1170 ca.), raccolta di canzonette popolari (chiamate specificamente imayŇ ੹᭽1285 lett. moda corrente, costume attuale) in voga dalla metà del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ) agli inizi del periodo Kamakura (Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ). Si tratta di un imayŇ ੹᭽ che ci dà la sensazione di udire le voci allegre di bambini del tutto presi dai giochi:

ㆆ1286߮ࠍߖࠎߣ߿↢1287߹ࠇߌ߻ Asobi o sen to ya / umarekemu. ᚨ1288ࠇߖࠎߣ߿↢߹ࠇߌ߻ Tawabure sen to ya / umarekemu. ㆆ1289߱ሶଏ1290ߩჿ1291⡞1292ߌ߫ Asobu kodomo no / koe kikeba, ᚒ1293߇り1294ߐ߳ߎߘേ1295߇ࠆࠇ waga mi sae koso / yurugarure.

Saranno forse nati con l’intento di giocare. Saranno forse nati per divertirsi. Quando sento i bambini giocare, mi comincia a ballare da sé il corpo.

È vero che in emakimono ⛗Ꮞ‛1296 non mancano figure di ragazzini che eseguono certi compiti a loro affidati come quello di accompagnare bushi ᱞ჻ o monaci; nelle processioni di nobili, poi, sono sempre disegnati fanciulli, ma malgrado tutto sembra lecito dire che rispetto ai bambini e ai fanciulli dei nostri giorni i warawa ┬ del medioevo fossero associati più strettamente all’idea ludica.

1284 1285 1286 1287 1288 1289 1290 1291 1292 1293 1294 1295 1296

RyŇ/jin/ hi/shŇ 䇺᪞ non reg./non reg.Ⴒ non reg./non reg.⒁ 865/807 ᛞ 1970/1153䇻 ima/yŇ ੹ 146/51 ᭽ 472/403 aso/bi ㆆ 728/1003 ߮ u/ma/ru ↢ 29/44 ߹ࠆ (giapp. moderno: u/ma/re/ru ↢ 29/44 ߹ࠇࠆ) tawabu/re ᚨ 1632/1573 ࠇ (lettura alternativa: tawamu/re ᚨ 1632/1573 ࠇ) aso/bu ㆆ 728/1003 ߱ ko/domo ሶ 56/103 ଏ 456/197 koe ჿ 467/746 ki/ku ⡞ 262/64 ߊ wa/ga ᚒ 1392/1302 ߇ mi り 331/59 yu/ru/gu േ 86/231 ࠆߋ (giapp. moderno: yu/ru/gu ំࠆߋ) e/maki/mono ⛗ 976/345 Ꮞ 636/507 ‛ 126/79 186

Gli anziani, d’altro canto, come trascorrevano le loro giornate? Dagli emakimono ⛗ Ꮞ‛ sono rilevabili solo alcuni compiti a loro congeniali: prendersi cura dei bambini, lavori di filatura, sorveglianza dei campi coltivati ecc., e delle loro condizioni di vita non trapela nessuna informazione. Era praticata loro la virtù kŇ (ቁ1297 cin. xiao, hsiao, it. pietà filiale) confuciana? REGIME ALIMENTARE

Generalmente i pasti del periodo Kamakura (Kamakura jidai ㎨ୖ ᤨઍ) non poteva dirsi ricchi. Per rendersene conto basta pensare che prima dell’epoca NanbokuchŇ (NanbokuchŇ jidai ධർᦺᤨઍ) si assisteva piuttosto ad una penuria di cibo. In particolare, nei tempi di carestie venivano presto a mancare anche quasi totalmente i viveri. Da diversi indizi si può quindi arguire per certo che agli inizi del periodo Kamakura (Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ) anche i bushi ᱞ჻ di categoria superiore consumavano pasti frugali. Con ogni probabilità i pranzi da loro offerti agli ospiti d’onore o consumati in occasione dei banchetti erano ugualmente sobri. Nel periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ), tuttavia, la produzione e la fornitura dei generi alimentari realizzarono un salto quantitativo, grazie soprattutto al grande sviluppo compiuto nell’agricoltura e in tutte le altre attività produttive (ψ§30). Inoltre, i bushi ᱞ჻ che fecero di tutto per acquisire la raffinata cultura aristocratica di KyŇto ੩ㇺ assimilarono anche la tradizione culinaria della nobiltà, riuscendo così a creare una nuova cultura gastronomica accanto al caratteristico pasto vegetariano (shŇjin ryŇri ♖ㅴᢱℂ1298) formatosi nei templi zen (zendera ⑎ኹ). Il tipo di pasto che rappresentava la nuova cultura gastronomica è il cosiddetto honzen ryŇri (ᧄ⤝ᢱℂ1299 lett. pranzo servito su un ‘tavolino-vassoio principale a quattro gambe’) consistente nelle vivande servite, davanti a ciascun commensale, su una fino a cinque ‘piccole tavole quadrate’ (dette zen ⤝) simili ad altrettanti vassoi muniti di quattro gambe. In origine era pranzo da cerimonia dei nobili Heian (Heian kizoku ᐔ቟ ⾆ᣖ), e dal periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ) venne consumato quotidianamente sia dal kuge ౏ኅ che dal buke ᱞኅ. Sembra che nel medioevo (chşsei ਛ਎) l’honzen ryŇri ᧄ⤝ᢱℂ avesse un aspetto sfarzoso, in quanto insieme con le vivande venivano servite, a scopo puramente decoraivo, tante altre cose fantasiose che in realtà non potevano essere consumate, e se esso ha un’importanza nella storia della cucina giapponese, è perché nel periodo

1297 1298 1299

kŇ ቁ 1249/542 shŇ/jin/ ryŇ/ri ♖ 672/659 ㅴ 125/437 ᢱ 212/319 ℂ 95/143 hon/zen/ ryŇ/ri ᧄ 15/25 ⤝ non reg./non reg.ᢱ 212/319 ℂ 95/143 187

successivo diede origine al chakaiseki (⨥ᙬ⍹1300 o semplicemente anche kaiseki ᙬ⍹) sotto l’influenza esercitata dallo shŇjin ryŇri ♖ㅴᢱℂ. Si può perciò certamente dire che, così come molte altre forme artistiche oggi definite squisitamente giapponese traggono origine nel Muronachi jidai ቶ↸ᤨઍ, anche la base della cucina giapponese venne preparata appunto in questo periodo. Abbiamo già detto che i giapponesi vennero a conoscere lo zucchero nel NanbokuchŇ jidai ධർᦺᤨઍ. Difatti, a partire dal XIV secolo vennero effettuate importazioni di notevole quantità di tale alimento, ma è chiaro che esso era ancora prezioso. Per vederlo prodotto in Giappone si doveva attendere il periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ 1600/1603-1867 ψ§41). ABBIGLIAMENTO

Uno dei fattori che concorrono a costituire la storia dell’abbigliamento è quello dei materiali con cui sono confezionati gli indumenti. Attualmente è senz’altro il cotone il materiale usato più largamente ed anche confortevole a contatto con la pelle. La storia del cotone in Giappone risale al periodo Asuka (Asuka jidai 㘧㠽ᤨઍ1301 ψ§13). Presso il celebre tempio HŇryşji (ᴺ㓉ኹ1302 VII/VII sec. - a tutt’oggi ψ§13) è custodito ancora oggi del tessuto di cotone di fabbricazione indubbiamente cinese. Secondo una credenza, poi, sarebbero arrivati in giappone, nel 799, portati da nuafraghi stranieri, semi di cotone che però non si adattarono al nuovo habitat. Così, per un lungo tempo fino al medioevo (chşsei ਛ਎) il cotone restava pressoché sconosciuto in Giappone, e fu solanto nel periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ) che se ne cominciò a vedere, prima importato dalla Corea e dalla Cina, poi coltivato anche in Giappone. Prima di allora per la produzione di tessuti si utilizzavano le fibre di svariate piante in gran parte erbacee (tutte chiamate promiscuamente asa 㤗1303) rappresentate dalla canapa (asa 㤗, e per l’esattezza taima ᄢ㤗1304). La seta si usava anche in Giappone fin dall’età antica, ma era in praica riservata al vestiario dei nobili. Ovviamente nel medioevo (chşsei ਛ਎) gli indumenti di cotone non erano ancora alla portata delle tasche di tutti, ma di fronte alla poca flessibilità, alla cattiva tenuta del calore e ai problemi di tintura dei mateiali di tessuto preesistenti, la qualità e la praticità 1300 1301 1302 1303 1304

cha/kai/seki ⨥ 805/251 ᙬ 1736/1408 ⍹ 276/78 Asuka/ ji/dai 㘧 440/530 㠽 932/285 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 HŇ/ryş/ji ᴺ 145/123 㓉 1255/946 ኹ 687/41 asa 㤗 1118/1529 tai/ma ᄢ 7/26 㤗 1118/1529 188

del cotone come fibra tessile devono essere state una piccola, ma piacevole rivoluzione nella vita di tutti i giorni. Difatti, per le sue proprietà positive già agli inizi dell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ il cotone, al pari degli asa 㤗, era comunemente usato anche per gli indumenti dei contadini. VIAGGI E PELLEGRINAGGI

Nel medioevo (chşsei ਛ਎), soprattutto nella seconda metà, un numero sempre maggiore di gente intraprendeva viaggi per varie esigenze malgrado un alto rischio di restare vittime di briganti. I venditori ambulanti in particolare percorrevano in lungo e in largo quasi tutto il territorio nazionale in seguito al cospicuo sviluppo avvenuto in ogni campo dell’attività produttiva. C’erano poi trasportatori di mestiere, bashaku (㚍୫1305 ψ§30), che viaggiavano per conto di terzi con carichi a dorso di cavallo. Si vedevano inoltre artisti di strada andare in giro non di rado con i loro animali addestrati. Non erano pochi infine quei pellegrini che si recavano a templi buddhisti (tera ኹ) e santuari shintoisti (jinja ␹␠1306) siti in luoghi anche lontani e di non facile accesso. Riguardo a quanto sopra, degni di menzione sono i cosiddetti Kumano mŇde (ᾢ㊁ 1307 ⹚ lett. pellegrinaggi a Kumano). ٟ Montuoso, impervio ed inoltre coperto da una vegetazione lussereggiante,

Kumano (ᾢ㊁ ψcarta7) è avvolto anche oggi da una certa atmosfera (definibile come kami ␹, oggetto di venerazione della tradizione shintoista) che incute timore. Difatti sin dai tempi remoti era considerato come luogo sacro abitato da divinità. Più tardi con il sorgere del sincretismo shintŇ-buddhista (shinbutsu shşgŇ ␹੽ ⠌ว1308 ψ§23) i kami ␹ di Kumano ᾢ㊁ furono considerate come manife-

ba/sha/ku 㚍 512/283 ୫ 996/766 jin/ja ␹ 229/310 ␠ 30/308 1307 Kuma/no/ mŇde ᾢ 1148/2149 ㊁ 85/236 ⹚ non reg./non reg. 1308 shin/butsu/ shş/gŇ ␹ 229/310 ੽ 678/583 ⠌ 665/591 ว 46/159 1309 A/mi/da/ butsu 㒙 1515/2258 ᒎ 1536/2065 㒚 non reg./non reg.੽ 678/583 1310 Yaku/shi/ nyo/rai ⮎ 541/359 Ꮷ 490/409 ᅤ 1521/1747 ᧪ 113/69 1311 Kan/non/ bo/satsu ⷰ 463/604 㖸 402/347 ⪄ non reg./non reg.⮋ non reg./non reg. 1312 Sai/hŇ/ goku/raku/ jŇ/do ⷏ 167/72 ᣇ 28/70 ᭂ 652/336 ᭉ 232/358 ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 1313 jŇ/kŇ ਄ 21/32 ⊞ 964/297 1314 Kuma/no/ san/sha ᾢ 1148/2149 ㊁ 85/236 ਃ 10/4 ␠ 30/308 1315 Yoshi/no/-/Kuma/no/ koku/ritsu/ kŇ/en ศ 464/1141 ㊁ 85/236 ᾢ 1148/2149 ㊁ 85/236 ࿖ 8/40 ┙ 61/121 ౏ 122/126 ࿦ 412/447 1305 1306

189

stazioni del Buddha Amida (Amida butsu 㒙ᒎ㒚੽ 1309 ψ§23), del Buddha Yakushi (Yakushi nyorai ⮎Ꮷᅤ᧪1310, sans. Bhai ajyaguru) e del Kannon bosatsu (ⷰ㖸⪄⮋1311, sans. Avalokiteœvara).䎃 Successivamente, nella seconda metà del periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨ ઍ), con il diffondersi del buddhismo amidista (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ) Kumano ᾢ㊁ venne paragonato alla Terra Pura a Ponente (SaihŇ gokuraku jŇdo ⷏ᣇᭂᭉᵺ࿯ 1312 ). Nella speranza di potersi assicurare la rinascita nel paradiso presieduto dall’Amida butsu 㒙ᒎ㒚੽, i membri della casa imperiale, i nobili e soprattutto gli imperatori abdicatari (jŇkŇ ਄⊞1313) si recavano assiduamente in pellegrinaggio ai tre santuari di Kumano (Kumano sansha ᾢ㊁ਃ␠1314). ٟ Oggi Kumano ᾢ㊁ insieme con Yoshino (ศ㊁ ψ§28) sostituisce un parco nazionale (Yoshino-Kumano kokuritsu kŇen ศ㊁ᾢ㊁࿖┙౏࿦1315).

Nel medioevo, specie dopo il JŇkyş no ran (ᛚਭߩੂ1316 1221), con il declino politico della corte (chŇtei ᦺᑨ) si vedevano raramente imperatori in ritiro partire per Kumano ᾢ㊁, mentre presso bushi ᱞ჻, monaci e soprattutto gente comune, i Kumano mŇde ᾢ㊁⹚ andarono sempre più di moda, arrivando al punto massimo di affluenza nella seconda metà del XVI secolo. In riferimento alle visite incessanti di fedeli nel medioevo (chşsei ਛ਎) è stata tramandata fino ad oggi un’espressione come questa: una lunga coda di formiche in pellegrinaggio ai santuari di Kumano (ari no Kumano mŇde Ⳟߩᾢ㊁⹚1317). Una della peculiarità che caratterizzavano i pellegrinaggi Kumano (Kumano mŇde ᾢ㊁⹚) stava nel numero elevato di donne che vi partecipava, in quanto diversamente dai celebri monasteri, quali l’Enryakuji ᑧᥲኹ 1318 , il KongŇbuji ㊄೰ፃኹ 1319 , il TŇdaiji ᧲ᄢኹ1320 e da altri, che vietavano l’accesso alle donne (nyonin kinzei ᅚੱ⑌ ೙1321, lett. divieto alle donne), a Kumano ᾢ㊁ potevano recarsi liberamente anche loro. ٟAl 2004 si attiene al nyonin kinzei ᅚੱ⑌೙ solo il monte ņminesan (ᄢፄጊ 1322

1316 1317 1318 1319 1320 1321 1322

ψcarta 7), uno dei maggiori centri di pratica del cosiddetto shugendŇ ୃ㛎㆏

JŇ/kyş/ no/ ran ᛚ 861/942 ਭ 591/1210 ߩੂ 734/689 ari/ no/ Kuma/no/ mŇde Ⳟ non reg./non reg.ߩᾢ 1148/2149 ㊁ 85/236 ⹚ non reg./non reg. En/ryaku/ji ᑧ 758/1115 ᥲ 1793/1534 ኹ 687/41 Kon/gŇ/bu/ji ㊄ 59/23 ೰ 1854/1610 ፃ 1369/1350 ኹ 687/41 TŇ/dai/ji ᧲ 11/71 ᄢ 7/26 ኹ 687/41 nyo/nin/ kin/zei ᅚ 178/102 ੱ 9/1 ⑌ 853/482 ೙ 196/427 ņ/mine/san ᄢ 7/26 ፄ 1369/1350 ጊ 60/34 190

nato dal sincretismo tra il mikkyŇ ኒᢎ e il culto tradizionale giapponese delle montagne (sangaku shinkŇ ጊጪାઔ1324). 1323

ISTRUZIONE

Si è già rilevato che agli inizi del Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ il buke ᱞኅ, militarmente brillante ma culturalmente barbaro, dovette genuflettersi davanti al kuge ౏ኅ e fare ogni sforzo per trapiantare la cultura aristocratica di KyŇto ੩ㇺ nella parte orientale (tŇgoku ᧲࿖1325 lett. province orientali) del Giappone. Faceva parte di tali sforzi la creazione nella provincia di Musashi (Musashi no kuni ᱞ⬿࿖1326 ψcarta 12) di una ricca biblioteca, chiamata Kanesawa bunko (㊄ᴛᢥᐶ1327 letto anche Kanazawa bunko: lett. biblioteca Kanesawa, verso la metà del Kamakura jidai), dotata di oltre ventimila titoli fra sştra (kyŇten ⚻ౖ1328) e libri cinesi e giapponesi. Lì furono impartite anche lezioni. Nel Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ, poi, venne aperto nella provincia di Shimotsuke (Shimotsuke no kuni ਅ㊁࿖1329 ψcarta 12) un istituto d’istruzione di nome Ashikaga gakkŇ (⿷೑ቇᩞ1330 lett. scuola Ashikaga) per bushi ᱞ჻ e bonzi. Nel XVI secolo fu chiamato dai gesuiti (ψ§40, §47) bantŇ no daigaku (ဈ᧲ߩᄢቇ1331 lett. università delle province orientali: bantŇ ဈ᧲ sinonimo di tŇgoku ᧲࿖ lett. province orientali). Difatti, insieme con il Kanesawa bunko ㊄ᴛᢥᐶ, costituiva uno dei maggiori centri di studi d’alto livello nel Giappone medioevale. Da ultimo, fu ugualmente nel Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ che i figli dei bushi ᱞ჻ e dei mercanti iniziarono ad imparare a leggere e a scrivere nei templi buddhisti (tera ኹ). ٟ Riguardo all’istruzione e cultura della gente comune del tŇgoku ᧲࿖ nel

medioevo ci è stato tramandato un episodio (eventualmente di creazione da parte di qualcuno) oggi noto in pratica a tutti i giapponesi, perché citato da molti testi ad uso dell’istruzione obbligatoria.

1323 1324 1325 1326 1327 1328 1329 1330 1331

shu/gen/dŇ ୃ 644/945 㛎 404/532 ㆏ 129/149 san/gaku/ shin/kŇ ጊ 60/34 ጪ 1091/1358 ା 198/157 ઔ 1658/1056 tŇ/goku ᧲ 11/71 ࿖ 8/40 Mu/sashi/ no/ kuni ᱞ 448/1031 ⬿ 429/1286 ࿖ 8/40 Kane/sawa/ bun/ko ㊄ 59/23 ᴛ 403/994 ᢥ 136/111 ᐶ 656/825 kyŇ/ten ⚻ 135/548 ౖ 956/367 Shimo/tsuke/ no/ kuni ਅ 72/31 ㊁ 85/236 ࿖ 8/40 Ashi/kaga/ gak/kŇ ⿷ 305/58 ೑ 219/329 ቇ 33/109 ᩞ 176/115 ban/tŇ/ no/ dai/gaku ဈ 595/443 ᧲ 11/71 ߩᄢ 7/26 ቇ 33/109

191

Un giorno ņta DŇkan (ᄥ↰㆏ἠ1332 1432-1486), fondatore di una modesta città castello (jŇkamachi ၔਅ↸1333) destinato a diventare l’odierna città di TŇkyŇ ᧲੩, fu sorpreso da un acquazzone durante una caccia, ma ebbe la fortuna di trovare nei pressi una casupola. Alla contadinella venuta al suo appello chiese in prestito qualcosa per ripararsi dalla pioggia. Ella tuttavia gli porse in silenzio un ramo munito di fiori dello yamabuki ( ጊ็ 1334 arbusto delle rosacee diffuso nell’Asia orientale. In primavera porta fiori di colore giallo, raccolti a capolino, che non danno frutti). Sul momento DŇkan ㆏ἠ non riuscì a capire il significato del gesto e solo più tardì venne a sapere che in quel momento la ragazza aveva in mente il seguente waka ๺᱌ antico:

৾㊀౎㊀ 1335 ⧎ߪດߌߤ߽ጊ็ߩታ 1336 ߩ৻䈧䈣䈮䈭䈐䈡ᖤ 1337䈚䈐

Nanae yae / hana wa sake domo / yamabuki no / mi no hitotsu dani /naki zo kanashiki [È vero che gli yamabuki fioriscono con infiorescenza a capolino, ma non danno un solo frutto. Mi rincresce.] L’espressione ‘mi no hitotsu dani naki zo’ (non c’è un solo frutto) può essere interpretata anche nel senso di ‘mino䋨⬉1338䋩 hitotsu dani naki zo’ (non c’è un solo impermeabile di paglia di riso). La contadinella, cioè, servendosi addirittura della tecnica retorica kakekotoba (ដ⹖1339 ψ§34), volle rispondergli in questo senso: ‘Gli yamabuki fioriscono con infiorescenza a capolino senza dare un solo frutto, e noi non abbiamo un solo impermeabile di paglia. Mi dispiace di non poter soddisfare la Sua richiesta.’ Secondo l’episodio, DŇkan ㆏ἠ, vergognatosi profondamente della propria ignoranza, si sarebbe messo d’impegno a coltivare l’arte di comporre waka ๺᱌. Se è vero che i bushi ᱞ჻, inizialmente quasi tutti illetterati, fecero ogni sforzo per la propria preparazione culturale, è altrettanto vero che tra la gente comune c’erano non pochi contadini che sapevano leggere e scrivere.

1332 1333 1334 1335 1336 1337 1338 1339

ņ/ta/ DŇ/kan ᄥ 343/629 ↰ 24/35 ㆏ 129/149 ἠ non reg./non reg. jŇ/ka/machi ၔ 638/720 ਅ 72/31 ↸ 114/182 yama/buki ጊ 60/34 ็ 973/1255 nana/e/ ya/e ৾ 44/9 ㊀ 155/227 ౎ 41/10 ㊀ 155/227 mi ታ 89/203 kana/shi ᖤ 1032/1034 ߒ (giapp. moderno: kana/shi/i ᖤ 1032/1034 ߒ޿) mino ⬉ non reg./non reg. kake/kotoba ដ 1183/1464 ⹖ 1624/843

192

CAPITOLO V

Kinsei: periodo Azuchi-Momoyama e periodo Edo (o Tokugawa)

Parte prima: Aspetti politico, sociale e economico (Regime feudale e suo crollo)

§39. Panorama degli sviluppi storici del kinsei  1341

L’arco di 300 anni successivo al medioevo (chşsei ਛ਎1340) si chiama kinsei (ㄭ਎ lett. epoca vicina; trad. ingl. ‘early modern age’).

K 1573 1568

I N

1603 1600

p. A-M ቟࿯ ᩶ጊᤨઍ Ristabilimento dell’ordine

cultura MOMOYAMA

᩶ጊᢥൻ

S E



I

1651



1843

1716

1867

p e r i o d o E D O o anche p e r i o d o T O K U G A W A ᳯ ᚭ ᤨ ઍ / ᓼ Ꮉ ᤨ ઍ Consolidamento del sistema bakuha ᐀⮲૕೙

Stabilità del sistema bakuhan ᐀⮲૕೙

Crisi dello Stato bakuhan • riforma KyŇhŇ (1716-1745) • riforma Kansei (1787-1793) • riforma TenpŇ (1841-1943)

c u l t u r a GENROKU ర ⑍ ᢥ ൻ

Crollo dello Stato bakuhan

c u l t u r a KASE I ൻ ᡽ ᢥ ൻ

Il kinsei ㄭ਎ consiste in due periodi tradizionalmente separati con altrettanti nomi diversi ed è interpretato, dal punto di vista dell’ordinamento socio-politico, come l’era

1340 1341

chş/sei ਛ 13/28 ਎ 152/252 kin/sei ㄭ 127/445 ਎ 152/252 193

del feudalesimo (hŇken seido ኽᑪ೙ᐲ1342), malgrado la presenza di molti fenomeni ed elementi difficilmente interpretabili del periodo feudale (hŇken jidai ኽᑪᤨઍ1343) nel senso occidentale dell’espressione. Si suole dividere il kinsei ㄭ਎ in più fasi come appare dal prospetto. Di seguito ne vedremo una per una.

§40. Fase di ristabilimento dell’ordine  La situazione del più completo decentramento e di anarchia creata e mantenuta per un secolo dai sengoku daimyŇ ᚢ࿖ᄢฬ1344 che non prendevano ordini da nessuno, fu portata a termine durante gli ultimi trent’anni del XVI secolo da tre bushŇ (ᱞ዁1345 lett. capi militari, condottieri) di origine poco brillante o addirittura contadina. In ordine di successione, cioè, da x Oda Nobunaga (❱↰ା㐳1346 1534-1582), x Toyotomi Hideyoshi (⼾⤿⑲ศ1347 1536?-1598) e x Tokugawa Ieyasu (ᓼᎹኅᐽ1348 1542-1616). Furono i primi due a preparare la via al feudalesimo, sia unificando il territorio nazionale che iniziando a creare nuovi ordinamenti, e il tutto fu ereditato da Ieyasu ኅ ᐽ di cui si parlerà più avanti (ψ§41). ٟ La seguente poesia faceta (zareuta ᚨ᱌1349) tramandata fino ad oggi dice che

Ieyasu ኅᐽ riuscì a diventare padrone del Giappone senza fatica, entrando abilmente in possesso dei frutti degli sforzi dei suoi predecessori: Nobunaga ା㐳 e Hideyoshi ⑲ศ.

1342 1343 1344 1345 1346 1347 1348 1349

hŇ/ken/ sei/do ኽ 1039/1463 ᑪ 244/892 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 hŇ/ken/ ji/dai ኽ 1039/1463 ᑪ 244/892 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 sen/goku/ dai/myŇ ᚢ 88/301 ࿖ 8/40 ᄢ 7/26 ฬ 116/82 bu/shŇ ᱞ 448/1031 ዁ 561/627 O/da/ Nobu/naga ❱ 753/680 ↰ 24/35 ା 198/157 㐳 25/95 Toyo/tomi/ Hide/yoshi ⼾ 642/959 ⤿ 981/835 ⑲ 859/1683 ศ 464/1141 Toku/gawa/ Ie/yasu ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ኅ 81/165 ᐽ 783/894 zare/uta ᚨ 1632/1573 ᱌ 478/392 194

❱↰߇ߟ߈⠀ᩊ*߇ߎߨߒᄤਅ1350㘿**ߔࠊࠅߒ߹߹ߦ㘩1351߁ߪᓼ Ꮉ Oda ga tsuki / Hashiba* ga koneshi / tenka mochi** / suwarishi mamani / kş wa Tokugawa. [Il mochi** detto territorio nazionale, pestato da Oda e impastato da Hashiba*, lo mangia Tokugawa comodamente seduto] * Hideyoshi ⑲ศ, prima che si chiamasse Toyotomi Hideyoshi ⼾⤿⑲ศ, si chiamava Hashiba Hideyoshi ⠀ᩊ⑲ศ. / ** Pezzi, solitamente lasciati indurire, di riso di qualità glutinosa cotto a vapore e pestato. Si consumano riscaldati direttamente sul fuoco, perché così tornano ad essere molli. Specialità tradizionale soprattutto per le festività di capodanno. Le operazioni di pestatura e di impastatura costituiscono lavori pesanti.

 Al potere esercitato da Oda Nobunaga ❱↰ା㐳 e Toyotomi Hideyoshi ⼾⤿⑲ ศ, ci si riferisce con l’espressione shokuhŇ seiken (❱⼾᡽ᮭ1352 lett. potere politico di Oda e Toyotomi; sho/kuhŇ ❱⼾ φ O/da ❱↰ 㧗 Toyo/tomi ⼾⤿) e il relativo periodo si chiama periodo Azuchi-Momoyama (Azuchi-Momoyama jidai ቟࿯᩶ጊᤨ ઍ1353 seconda metà XVI sec.), mettendo insieme i nomi di due località (Azuchi ቟࿯ ψcarta 7 e Momoyama ᩶ጊ parte della città odierna di KyŇto ੩ㇺ) dove i due si costruirono castelli (AzuchijŇ [቟࿯ၔ1354 1576] di Nobunaga e FushimijŇ [ફ⷗ၔ1355 1594] di Hideyoshi). ODA NOBUNAGA

Nobunaga ା㐳, in origine un modesto sengoku daimyŇ ᚢ࿖ᄢฬ nella provincia di Owari (Owari no kuni የᒛ࿖ ψcarta 12), intraprese l’impresa di unificazione nazionale verso il 1560, eliminando nel 1573 anche il Muromachi bakufu ቶ↸᐀ᐭ che esisteva ormai solo nominalmente. Tuttavia, ancora prima di aver potuto ristabilire l’ordine su tutto il territorio nazionale fu tradito da un proprio suddito, Akechi Mitsuhide (᣿ᥓశ⑲1356 1526-1582) e si vide costretto a suicidarsi al tempio HonnŇji ᧄ⢻ኹ1357 a KyŇto ੩ㇺ, avenimento detto HonnŇji no

1350 1351 1352 1353 1354 1355 1356 1357

ten/ka ᄤ 364/141 ਅ 72/31 kş 㘩 269/322 ߁ (giapp. moderno: kş 㘩 269/322 ߁ o, meglio, ta/be/ru 㘩 269/322 ߴࠆ) shoku/hŇ/ sei/ken ❱ 753/680 ⼾ 642/959 ᡽ 50/483 ᮭ 260/335 A/zuchi/-/Momo/yama/ ji/dai ቟ 128/105 ࿯ 316/24 ᩶ 1642/1567 ጊ 60/34 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 A/zuchi/jŇ ቟ 128/105 ࿯ 316/24 ၔ 638/720 Fushi/mi/jŇ ફ 1412/1356 ⷗ 48/63 ၔ 638/720 Ake/chi/ Mitsu/hide ᣿ 84/18 ᥓ 1416/2099 శ 417/138 ⑲ 859/1683 Hon/nŇ/ji ᧄ 15/25 ⢻ 341/386 ኹ 687/41

195

hen (ᧄ⢻ኹߩᄌ1358 Incidente all’HonnŇji, 1582).  Era stato Nobunaga ା㐳 a sopprimere definitivamente il potere dei templi buddhisti che ostacolavano l’opera di unificazione politica: per esempio, distruzione dell’Enryakuji mediante fuoco e massacro di oltre 1,600 bonzi (Enryakuji yakiuchi ᑧᥲ ኹ὾ᛂߜ1359 1571), una lunga serie di battaglie (1570-1580) con l’Ishiyama Honganji (⍹ጊᧄ㗿ኹ1360 1496-1580), tempio che con sede ad ņsaka (ᄢဈ; dall’era Meiji ᄢ 㒋) costituiva allora il quartiere generale degli ikkŇ ikki (৻ะ৻ឨ1361 ψ§29). TOYOTOMI HIDEYOSHI

Hideyoshi ⑲ศ nacque nella famiglia di un contadino (che era stato uno dei cosiddetti ashigaru [⿷シ1362 lett. gambe leggere, gambe agili], guerrieri della classe più bassa, alle dipendenze degli Oda [Odashi, Odauji ❱↰᳁]) e da giovane cominciò a servire Nobunaga ା㐳 quale suo attendente personale con il compito di badare alle sue calzature. Riuscì a fare una rapida carriera e dopo l’Incidente all’HonnŇji, subentrò al padrone nell’impresa di unificazione del territorio nazionale. Nel 1585 fu nominato kanpaku (㑐⊕1363 ψ§16) dall’imperatore (tennŇ ᄤ⊞) e successivamente nel 1586 daijŇ daijin (ᄥ᡽ᄢ⤿1364 ψ§6). Preferì così avvalersi, a proprio vantaggio, dell’autorità virtuale del tennŇ ᄤ⊞ anziché aprire il suo bakufu ᐀ ᐭ, riuscendo nel 1590 ad imporre la propria autorità su tutti i daimyŇ ᄢฬ1365. Fu così compiuta l’unificazione nazionale, chiamata in particolare tenka tŇitsu ᄤਅ⛔৻1366. ٟ A stretto rigore il termine daimyŇ ᄢฬ usato sopra andrebbe sostituita con sengoku daimyŇ ᚢ࿖ᄢฬ, ma a partire dal periodo Azuchi-Momoyama (AzuchiMomoyama jidai ቟࿯᩶ጊᤨઍ) si suol parlare semplicemente di daimyŇ ᄢฬ.

 Tra tutte le azioni ed imprese anche megalomani (p.es. i falliti tentativi di conquista della Corea e della Cina, 1592-1596 e 1597-1598) di Hideyoshi ⑲ศ, rivestono una importanza particolare i seguenti due provvedimenti, in quanto i loro esiti, ereditati da

1358 1359 1360 1361 1362 1363 1364 1365 1366

Hon/nŇ/ji/ no/ hen ᧄ 15/25 ⢻ 341/386 ኹ 687/41 ߩᄌ 324/257 En/ryaku/ji/ yaki/u/chi ᑧ 758/1115 ᥲ 1793/1534 ኹ 687/41 ὾ 733/920 ᛂ 180/1020 ߜ Ishi/yama/ Hon/gan/ji ⍹ 276/78 ጊ 60/34 ᧄ 15/25 㗿 869/581 ኹ 687/41 ik/kŇ/ ik/ki ৻ 4/2 ะ 217/199 ৻ 4/2 ឨ non reg./non reg. ashi/garu ⿷ 305/58 シ 650/547 kan/paku 㑐 104/398 ⊕ 266/205 dai/jŇ/ dai/jin ᄥ 343/629 ᡽ 50/483 ᄢ 7/26 ⤿ 981/835 dai/myŇ ᄢ 7/26 ฬ 116/82 ten/ka/ tŇ/itsu ᄤ 364/141 ਅ 72/31 ⛔ 239/830 ৻ 4/2 196

Ieyasu ኅᐽ, fecero parte della base della società feudale dei Tokugawa (Tokugawa hŇkenshakai ᓼᎹኽᑪ␠ળ1367). Ԙ < Sistemazione catastale dei terreni > Al fine di assicurarsi uno stretto controllo a livello nazionale dei terreni e dei contadini, a partire dal 1582 effettuò una verifica fondiaria (kenchi ᬌ࿾1368), chiamata in particolare TaikŇ kenchi ᄥ㑒ᬌ࿾1369, consistente nel misurare ogni appezzamento di terreno, determinare la sua area, valutarne la capacità produttiva espressa in koku (⍹1370; un koku = 180 litri ca. [150kg ca.]) di riso ed iscrivere il relativo coltivatore nel registro catastale, detto kenchichŇ ᬌ࿾Ꮽ1371. La conseguenza logica fu che da questo momento per contadini s’intesero coloro iscritti nel registro, e sempre in base al registro essi vennero sottoposti ad una imposta nengu ᐕ ⽸ 1372 ed obbligati a risiedere inchiodati su di un determinato terreno. Inoltre, il TaikŇ kenchi ᄥ㑒ᬌ࿾ fece piazza pulita degli ultimi, sia pure pochissimi, avanzi di shŇen ⨿࿦1373; dopo questa operazione non rimase più niente del regime dell’età antica (kodai ฎઍ1374). ԙ < Disarmo dei civili > L’altro provvedimento fu costituito dal privare delle armi tutti coloro che non si identificavano in uno status samuraico, operazione chiamata katanagari (ಷ⁚1375 lett. caccia alle spade, 1588). Ai contadini fu così tolta la possibilità di insurrezioni armate (doikki o anche tsuchi ikki ࿯৻ឨ1376 ψ§29).  ‫ޣ‬INIZIO DI CREAZIONE DEL SISTEMA DI CLASSI STRATIFICATE‫ޤ‬ Mediante le due operazioni schematizzate qui sopra venne tracciata una linea netta

1367 1368 1369 1370 1371 1372 1373 1374 1375 1376

Toku/gawa/ hŇ/ken/sha/kai ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ኽ 1039/1463 ᑪ 244/892 ␠ 30/308 ળ 12/158 ken/chi ᬌ 351/531 ࿾ 40/118 Tai/kŇ/ ken/chi ᄥ 343/629 㑒 non reg./non reg.ᬌ 351/531 ࿾ 40/118 koku ⍹ 276/78 ken/chi/chŇ ᬌ 351/531 ࿾ 40/118 Ꮽ 1181/1107 nen/gu ᐕ 3/45 ⽸ 1572/1719 shŇ/en ⨿ 1208/1327 ࿦ 412/447 ko/dai ฎ 373/172 ઍ 68/256 katana/gari ಷ 1494/37 ⁚ 1650/1581 do/ik/ki ࿯ 316/24 ৻ 4/2 ឨ non reg./non reg. 197

fra bushi ᱞ჻ ed agricoltori (nŇmin ㄘ᳃1377); si tratta della separazione chiamata heinŇ bunri (౓ㄘಽ㔌1378 lett. separazione di bushi e agricoltori; hei ౓ 㧩 bushi ᱞ჻㧧 nŇ ㄘ φnŇ/min ㄘ᳃). Inoltre, non soltanto i bushi ᱞ჻, ma anche artigiani e commercianti vennero radunati, non di rado forzatamente, in zone urbanizzate, specie in jŇkamachi (ၔਅ↸1379 lett. città ai piedi di un castello ψ§30). Venne loro proibito di cambiare mestiere. Fu così che i contadini vennero separati anche dai cosiddetti chŇnin (↸ੱ1380 l’insieme di artigiani e commercianti che conducevano una vita comunitaria in città ψ§41). Fu preparata in questo modo la via a quel sistema di classi stratificate (ovvero bushi ᱞ჻ - contadini [nŇmin ㄘ᳃] - chŇnin ↸ੱ) che caratterizzò l’ordinamento feudale dei Tokugawa (Tokugawa hŇkenseido ᓼᎹኽᑪ೙ᐲ1381). ‫ޣ‬POLITICA ECONOMICA DI NOBUNAGA E HIDEYOSHI‫ ޤ‬Gli za (ᐳ1382 ‫ޣ‬ ψ§30) monopolistici vennero sciolti dai sengoku daimyŇ ᚢ࿖ᄢฬ affinché venissero liberalizzate ed incoraggiate le attività dei commercianti e degli artigiani, politica detta rakuichi-rakuza ᭉᏒ࡮ᭉᐳ1383. A questo riguardo è particolarmente nota la politica varata da Nobunaga ା㐳 nel 1577 ad Azuchi ቟࿯, suo jŇkamachi ၔਅ↸. Sotto Hideyoshi ⑲ ศ , inoltre, si procedette nel 1588 ad una ripresa della coniazione di monete dopo una lunga interruzione di tale attività (ψ§7, §30). Come si vedrà più avanti, fra i fattori che determinarono il crollo del regime feudale (hŇken seido ኽᑪ೙ᐲ) ci fu un fiorente commercio accompagnato da un’economia monetaria sviluppata. Ne furono gettati i primi semi già in questo periodo. PRIMI CONTATTI CON GLI EUROPEI

Poco prima dei tempi di Nobunaga ା㐳 e Hideyoshi ⑲ศ era intervenuto un elemento decisamente nuovo nella storia del Giappone, aprendo quell’arco di circa cento anni che gli studiosi occidentali di storia giapponese chiamano secolo cristiano (tradotto in giapponese solitamente come kirishitan no seiki ࠠ࡝ࠪ࠲ࡦߩ਎♿1384 metà XVI sec.- metà XVII sec.).  In seguito alle grandi scoperte geografiche effettuate intorno al 1500 da navigatori 1377 1378 1379 1380 1381 1382 1383 1384

nŇ/min ㄘ 362/369 ᳃ 70/177 hei/nŇ/ bun/ri ౓ 447/784 ㄘ 362/369 ಽ 35/38 㔌 641/1281 jŇ/ka/machi ၔ 638/720 ਅ 72/31 ↸ 114/182 chŇ/nin ↸ 114/182 ੱ 9/1 Toku/gawa/ hŇ/ken/sei/do ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ኽ 1039/1463 ᑪ 244/892 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 za ᐳ 377/786 raku/ichi/-/raku/za ᭉ 232/358 Ꮢ 78/181࡮ᭉ 232/358 ᐳ 377/786 ki/ri/shi/ta/n/ no/ sei/ki ࠠ࡝ࠪ࠲ࡦߩ਎ 152/252 ♿ 930/372 198

ed esploratori europei, il XVI secolo vide portoghesi e spagnoli espandersi oltremare. I due popoli, in particolare i portoghesi, conducevano allora intense attività commerciali in Asia, servendosi come base dei loro possedimenti in India (Goa, portoghesi), sulla penisola di Malacca (Malacca, portoghesi), in Cina (Macao ψcarta 11, portoghesi) e nelle Filippine (Manila, spagnoli). La loro venuta in Giappone era in ogni caso scontata.  Nel 1543, nel bel mezzo del caos del periodo Sengoku (Sengoku jidai ᚢ࿖ᤨઍ 1385) approdò accidentalmente all’isola di nome Tanegashima (⒳ሶፉ1386 ψcarta 3), a sud del Kyşshş ਻Ꮊ1387, una nave mercantile straniera che era diretta in Cina. A bordo c’era un certo numero di portoghesi. I giapponesi ebbero, così, il primo contatto diretto con gli europei e vennero a conoscere con l’occasione il fucile (per l’esattezza hinawajş Ἣ✽㌂1388 archibugio a miccia), avvenimento chiamato teppŇ denrai (㋕⎔વ᧪1389 lett. avvento del fucile). ٟ L’arma da fuoco venne riprodotta immediatamente da artigiani, specie della

città di Sakai (႓1390 ψ§30). Si dice che dopo solo alcuni anni dall’arrivo dei primi due esemplari Nobunaga ା㐳 disponesse già di un reparto di fucilieri. Il reparto, utilizzato abilmente da Nobunaga ା㐳, svolse un ruolo fondamentale per l’opera di unificazione nazionale. Un buon esempio ne è offerto dalla cosiddetta battaglia di Nagashino (Nagashino no tatakai 㐳◉ߩᚢ޿1391 1575). In sostanza si trattò di un incontro fra 3.000 archibugieri di Nobunaga ା㐳 e cavalleria tradizionale del Takedashi ᱞ↰᳁1392 uno dei potenti sengoku daimyŇ ᚢ࿖ᄢฬ. La battaglia finì con la vittoria schiacciante dell’alleanza Nobunaga ା㐳 - Ieyasu ኅᐽ, e fece epoca nella storia delle battaglie giapponesi.

 ‫ޣ‬FRANCESCO SAVERIO‫ޤ‬La venuta dei mercanti portoghesi fu seguita dall’arrivo di numerosi missionari cattolici, specie gesuiti, di cui il primo a mettere piede in Giappone nel 1549 fu Francesco Saverio (sp. Francisco de Xavier, giapp. Furanshisuko Zabieru ࡈ࡜ࡦࠪࠬࠦ = ࠩࡆࠛ࡞ 1506-1552) della Compagnia di Gesù (Iezusu-

1385 1386 1387 1388 1389 1390 1391 1392

Sen/goku/ ji/dai ᚢ 88/301 ࿖ 8/40 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Tane/ga/shima ⒳ 435/228 ሶ 56/103 ፉ 173/286 Kyş/shş ਻ 58/11 Ꮊ 542/195 hi/nawa/jş Ἣ 432/20 ✽ 1005/1760 ㌂ 1163/829 tep/pŇ/ den/rai ㋕ 327/312 ⎔ 1217/1764 વ 494/434 ᧪ 113/69 Sakai ႓ non reg./non reg. Naga/shino/ no/ tataka/i 㐳 25/95 ◉ non reg./non reg.ߩᚢ 88/301 ޿ Take/da/shi ᱞ 448/1031 ↰ 24/35 ᳁ 177/566 199

kai ࠗࠛ࠭ࠬળ1393 detto anche Yasokai ⡍⯃ળ1394). I giapponesi d’allora usavano il termine kirishitan (ࠠ࡝ࠪ࠲ࡦ dal portogh. christão) per riferirsi sia alla religione cattolica che ai cattolici. I missionari vennero chiamati bateren (ࡃ࠹࡟ࡦ, ઻ᄤㅪ1395 dal portogh. padre).  ‫ޣ‬NANBAN ‫ޤ‬Nel 1584 giunsero anche i primi mercanti spagnoli. I portoghesi e gli spagnoli, fra i quali gli italiani sia pure poco numerosi, furono chiamati nanbanjin (ධⱄ ੱ1396 barbari del sud) sull’esempio dei cinesi che li chiamavano appunto barbari del sud, sia perché i cinesi avevano (e anche adesso hanno) una forte visione sino-centrica (chşka shisŇ ਛ⪇ᕁᗐ1397 ψ§8), sia perché questi europei venivano via mare appunto dal sud. ٟ In passato i cinesi chiamavano barbari tutti i popoli che abitavano intorno alla

Cina. Gli abitanti (p.es. vietnamiti) della penisola oggi detta indocinese erano chiamati nanban (ධⱄ barbari del sud), in quanto vivevano a sud della Cina. Per analogia, popoli quali tibetani e turchi seijş (⷏ᚐ1398 barbari dell’ovest), i popoli delle steppe hokuteki (ർ⁇1399 barbari del nord) e infine coreani e giapponesi tŇi (᧲ᄱ1400 barbari dell’est).

Si rileva con l’occasione che in generale qualsiasi cosa che avesse a che fare con i nanbanjin ධⱄੱ prese nei relativi vocaboli l’espressione nanban ධⱄ: nanbanji ධⱄ ኹ1401 tempio dei barbari del sud, ossia chiesa cattolica; nanbansen ධⱄ⦁ nave dei barbari del sud; nanban fşzoku ධⱄ㘑ଶ usi e costumi dei barbari del sud; nanban bŇeki ධⱄ⾏ᤃ commercio con i barbari del sud, e via dicendo.  ‫ޣ‬SCAMBI COMMERCIALI‫ޤ‬Il commercio con gli europei venne condotto principalmente nei porti di Hirado (ᐔᚭ1402 ψcarta 3), Nagasaki (㐳ፒ1403 ψcarta 3) Ie/zu/su/kai ࠗࠛ࠭ࠬળ 12/158 Ya/so/kai ⡍ non reg./non reg.⯃ non reg./non reg.ળ 12/158 1395 ba/te/ren ઻ 1115/1027 ᄤ 364/141 ㅪ 87/440 1396 nan/ban/jin ධ 205/74 ⱄ 1894/1879 ੱ 9/1 1397 chş/ka/ shi/sŇ ਛ 13/28 ⪇ 807/1074 ᕁ 149/99 ᗐ 352/147 1398 sei/jş ⷏ 167/72 ᚐ non reg./non reg. 1399 hoku/teki ർ 103/73 ⁇ non reg./non reg. 1400 tŇ/i ᧲ 11/71 ᄱ non reg./non reg. 1401 nan/ban/ji ධ 205/74 ⱄ 1894/1879 ኹ 687/41 㧔-sen ~⦁ 313/376, -fş/zoku ~㘑 246/29 ଶ 1498/1126, 1037/760 810/759 ᤃ 㧕 -bŇ/eki ~⾏ 1402 Hira/do ᐔ 143/202 ᚭ 342/152 1403 Naga/saki 㐳 25/95 ፒ 457/1362

1393 1394

200

e Funai (ᐭౝ1404 oggi ņita ᄢಽ1405 ψcarta 3), tutti localizzati nel Kyşshş ਻Ꮊ, sotto la protezione dei daimyŇ ᄢฬ delle rispettive zone.  C’erano, d’altra parte, delle navi mercantili giapponesi che si spingevano fino nella penisola indocinese, in Indonesia e in India (ψ§42).  ‫ޣ‬RELIGIONE CATTOLICA‫ޤ‬Con l’evangelizzazione impegnativa di molti missionari venuti poco più di due anni dopo Francesco Saverio ࡈ࡜ࡦࠪࠬࠦ = ࠩࡆ ࠛ࡞, la chiesa cattolica annoverò numerosi fedeli, specie nel Kyşshş ਻Ꮊ: a livello nazionale, 100 mila nel 1579, 150 mila nel 1582 e 200 mila nel 1587. Per la preparazione di sacerdoti e per dare istruzione a ragazzi giapponesi furono fondati rispettivamente korejio (ࠦ࡟ࠫࠝ dal portogh. collegio) e seminariyo (࠮ࡒ࠽࡝࡛ dal portogh. seminario).  Sia nel Kyşshş ਻Ꮊ che nel Kinki ㄭ⇰1406 abbracciò la fede cristiana anche una ventina di daimyŇ (kirishitan daimyŇ ࠠ࡝ࠪ࠲ࡦᄢฬ1407) fra cui ņmura Sumitada (ᄢ᧛ ⚐ᔘ1408 1533-1587), ņtomo SŇrin (ᄢ෹ቬ㤅1409 1530-1587), Arima Harunobu (᦭ 㚍᥍ା1410 1567-1612) e Takayama Ukon (㜞ጊฝㄭ1411 ?-1615).  ‫ޣ‬POLITICA DI NOBUNAGA E HIDEYOSHI NEI CONFRONTI DEL CATTOLICESIMO‫ޤ‬Nobunaga ା㐳 protesse la religione cattolica per tenere sotto controllo i templi buddhisti e si dimostrò favorevole agli scambi commerciali con i nanbanjin ධⱄੱ, mentre Hideyoshi ⑲ศ, che agli inizi dava il suo tacito avallo all’evangelizzazione, nel 1587 mise al bando il cattolicesimo (kinkyŇrei ⑌ᢎ઎1412 lett. ordinanza di divieto del cristianesimo; ordinanza detta specificamente bateren tsuihŇrei ࡃ࠹࡟ࡦㅊ᡼઎ lett. ordine di espulsione dei bateren) in ultima analisi per timore che la solidarietà dei convertiti costituisse un ostacolo alla sua politica interna. Il bando, però, non produsse che scarsi effetti, in quanto era egli stesso a promuovere attivamente gli scambi commerciali ai quali l’attività dei missionari era strettamente legata. Sta di fatto, comunque, che il cambiamento del suo atteggiamento verso il cristianesimo segnò l’inizio della politica anti-cattolica giapponese. Nel 1597 si ebbero i

1404 1405 1406 1407 1408 1409 1410 1411 1412

Fu/nai ᐭ 156/504 ౝ 51/84 ņita ᄢ 7/26 ಽ 35/38 Kin/ki ㄭ 127/445 ⇰ 1684/non reg. ki/ri/shi/ta/n/ dai/myŇ ࠠ࡝ࠪ࠲ࡦᄢ 7/26 ฬ 116/82 ņ/mura/ Sumi/tada ᄢ 7/26 ᧛ 210/191 ⚐ 828/965 ᔘ 1040/1348 ņ/tomo/ SŇ/rin ᄢ 7/26 ෹ 543/264 ቬ 1023/616 㤅 non reg./non reg. Ari/ma/ Haru/nobu ᦭ 268/265 㚍 512/283 ᥍ 739/662 ା 198/157 Taka/yama/ U/kon 㜞 49/190 ጊ 60/34 ฝ 503/76 ㄭ 127/445 kin/kyŇ/rei ⑌ 853/482 ᢎ 97/245 ઎ 668/831 201

primi 26 martiri (Nijşroku seijin junkyŇ ੑච౐⡛ੱᱵᢎ1413 lett. martirio dei 26 santi; tutti santificati nel 1862).

§41. Nascita del sistema bakuhan  Morto Hideyoshi ⑲ศ nel 1598, sorse un contrasto fra Tokugawa Ieyasu (ᓼᎹኅ ᐽ1414 1542-1616) e Ishida Mitsunari (⍹↰ਃᚑ1415 1560-1600), entrambi ex-potenti sudditi di Hideyoshi ⑲ศ. Il disaccordo sfociò nel 1600 nella cosiddetta battaglia di Sekigahara (Sekigahara no tatakai 㑐ࡩේߩᚢ޿1416; Sekigahara 㑐ࡩේ ψcarta 9), la quale fu l’ultimo degli innumerevoli scontri ‘eliminatori’ occorsi sin dal periodo Sengoku (Sengoku jidai ᚢ࿖ ᤨઍ). Fu Ieyasu ኅᐽ a uscirne vittorioso. Nel 1603, nominato shŇgun ዁ァ1417, aprì il suo bakufu ᐀ᐭ1418 a Edo (ᳯᚭ oggi TŇkyŇ ᧲੩ ψcarta 10). SHņGUNATO DEI TOKUGAWA, HAN E SISTEMA BAKUHAN

I 265 anni da allora (1603) oppure dalla battaglia di Sekigahara (Sekigahara no tatakai 㑐 ࡩේߩᚢ޿, 1600) fino alla restaurazione del governo imperiale (Ňsei fukko ₺᡽ᓳฎ 1419 1867 ψ§45) costituiscono il periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ1420 detto anche Tokugawa jidai ᓼ Ꮉ ᤨ ઍ 1421 1600/1603-1867). Il bakufu ᐀ ᐭ dei Tokugawa (Tokugawashi, Tokugawauji ᓼᎹ᳁) è chiamato Tokugawa bakufu (ᓼᎹ᐀ᐭ1422 detto anche Edo bakufu ᳯᚭ᐀ᐭ, it. bakufu Tokugawa). Vennero definitivamente sistemate dai successivi II e III shŇgun ዁ァ, Tokugawa Hidetada (ᓼᎹ⑲ᔘ1423 c. 1605-1623) e Tokugawa Iemitsu (ᓼᎹኅశ1424 c. 1623-

1413 1414 1415 1416 1417 1418 1419 1420 1421 1422 1423

Ni/jş/roku/ sei/jin/ jun/kyŇ ੑ 6/3 ච 5/12 ౐ 20/8 ⡛ 1306/674 ੱ 9/1 ᱵ 1885/1799 ᢎ 97/245 Toku/gawa/ Ie/yasu ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ኅ 81/165 ᐽ 783/894 Ishi/da/ Mitsu/nari ⍹ 276/78 ↰ 24/35 ਃ 10/4 ᚑ 115/261 Seki/ga/hara/ no/ tataka/i 㑐 104/398 ࡩේ 132/136 ߩᚢ 88/301 ޿ shŇ/gun ዁ 561/627 ァ 193/438 baku/fu ᐀ 836/1432 ᐭ 156/504 Ň/sei/ fuk/ko ₺ 499/294 ᡽ 50/483 ᓳ 585/917 ฎ 373/172 E/do/ ji/dai ᳯ 517/821 ᚭ 342/152 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Toku/gawa/ ji/dai ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Toku/gawa/ baku/fu ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ᐀ 836/1432 ᐭ 156/504 Toku/gawa/ Hide/tada ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ⑲ 859/1683 ᔘ 1040/1348 202

1651) le sue istituzioni politiche, chiamate dagli storici giapponesi sistema bakuhan (bakuhan taisei ᐀⮲૕೙1425; bakuhan ᐀⮲ φ baku/fu ᐀ᐭ 㧗 han ⮲). ٟ Dopo la morte di Hideyoshi ⑲ศ era presente al castello di ņsaka (ņsakajŇ

ᄢဈၔ1426) il suo erede Toyotomi Hideyori (⼾⤿⑲㗬1427 1593-1615) che si era ridotto ad un semplice daimyŇ ᄢฬ in seguito alla battaglia di Sekigahara (Sekigahara no tatakai 㑐ࡩේߩᚢ޿). Egli tuttavia, insieme con sua madre Yodogimi ( ᶰำ 1428 1567?-1615; gimi ำ suffisso onorifico), costituiva ugualmente una grande minaccia al Tokugawashi ᓼᎹ᳁, in quanto sostenuto da un numero notevole di fedelissimi ai Toyotomi (Toyotomishi, Toyotomiuji ⼾⤿᳁ 1429 , Toyotomike ⼾⤿ኅ ). L’egemonia definitiva del Tokugawashi ᓼᎹ᳁ fu stabilita soltanto dopo le due campagne dette campagna d’inverno e campagna d’estate, a ņsaka (ņsaka fuyu no jin ᄢဈ౻ߩ㒯1430 1614 e ņsaka natsu no jin ᄢ ဈᄐߩ㒯 1615; messi insieme ņsaka no jin ᄢဈߩ㒯).

‫ޣ‬SUCCESSIONE (1603-1867) DEGLI SHņGUN DEI TOKUGAWA‫ޤ‬ ԘIeyasu

ኅᐽ

ԙHidetada

ԚIemitsu

⑲ᔘ

ኅశ

٧‫غ‬

٧: gosanke ᓮਃኅ1431 ψ§53

ԛIetsuna

ኅ✁ ‫ غ‬ԝIenobu ኅት

: shŇgun citati nel testo ԞIetsugu

ኅ⛮

ԜTsunayoshi

✁ศ ٧‫غ‬

ԟYoshimune

ԠIeshige

ศቬ

ኅ㊀ ‫غ غ‬

ԡIeharu

ኅᴦ ԢIenari

ኅᢧ ٧‫غ‬

ԣIeyoshi

ԤIesada

ኅᘮ ኅቯ ‫ غ‬ԥIemochi ኅ⨃ ԦYoshinobu

ᘮ༑

1424 1425 1426 1427 1428 1429 1430

Toku/gawa/ Ie/mitsu ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ኅ 81/165 శ 417/138 baku/han/ tai/sei ᐀ 836/1432 ⮲ 1566/1382 ૕ 110/61 ೙ 196/427 ņ/saka/jŇ ᄢ 7/26 ဈ 595/443 ၔ 638/720 Toyo/tomi/ Hide/yori ⼾ 642/959 ⤿ 981/835 ⑲ 859/1683 㗬 706/1512 Yodo/gimi ᶰ non reg./non reg.ำ 700/793 Toyo/tomi/shi ⼾ 642/959 ⤿ 981/835 ᳁ 177/566 (-ke ~ኅ 81/165) ņ/saka/ fuyu/ no/ jin ᄢ 7/26 ဈ 595/443 ౻ 903/459 ߩ㒯 823/1404 (-natsu- ~ᄐ 580/461~) 203

‫ޣ‬ORGANIZZAZIONE DEL SISTEMA BAKUHAN ‫ޤ‬La seguente rappresentazione grafica dimostra schematicamente l’organizzazione del sistema bakuhan (bakuhan taisei ᐀⮲૕೙):

‫ޣ‬SISTEMA BAKUHAN (BAKUHAN TAISEI ᐀⮲૕೙)‫ޤ‬

TOKUGAWA BAKUFU ᓼᎹ᐀ᐭ

HAN ⮲

chŇtei ᦺ ᑨ Ļ istituti religiosi ኹ␠1432

SHņGUN ዁ァ

Ȼ JIKISAN ⋥ෳ1433

Ȼ DAIMYņ ᄢฬ

(vassalli dello shŇgun con meno di 10 mila koku ⍹1434 di riso. Ce n’erano due categorie: hatamoto e gokenin) HATAMOTO

ᣛᧄ1435

GOKENIN

(jikisan autorizzati a presentarsi davanti allo shŇgun)

* ᓮኅੱ1436

(jikisan non autorizzati a presentarsi davanti allo shŇgun)

Ļ

Ȼ valvassori

Ļ Contadini artigiani commercianti

Ļ contadini artigiani commercianti

: nominato dal tennŇ ᄤ⊞

1431 1432 1433 1434 1435 1436

Ȼ vassalli di daimyŇ

Vassalli

* Da non confondere con i gokenin ᓮኅੱ del Kamakura bakufu ㎨ୖ᐀ᐭ /

(vassalli dello shŇgun con oltre 10 mila koku di riso)

Ⱥ: controllato da...

go/san/ke ᓮ 620/708 ਃ 10/4 ኅ 81/165 ji/sha ኹ 687/41 ␠ 30/308 jiki/san ⋥ 329/423 ෳ 392/710 koku ⍹ 276/78 hata/moto ᣛ 1174/1006 ᧄ 15/25 goke/nin ᓮ 620/708 ኅ 81/165 ੱ 9/1

204

 Il sistema bakuhan (bakuhan taisei ᐀⮲૕೙) aveva due centri di governo, uno centrale e gli altri locali. Quello centrale era il bakufu ᐀ᐭ con al vertice lo shŇgun ዁ ァ e gli altri locali erano i cosiddetti han (⮲ 1437 [grosso modo] domini feudali) governati dai daimyŇ ᄢฬ. Lo han ⮲ era il feudo (chigyŇchi ⍮ⴕ࿾1438) di un daimyŇ ᄢฬ su cui gli era riconosciuto dallo shŇgun ዁ァ l’esercizio (chigyŇ ⍮ⴕ) dei poteri tributario, esecutivo e giudiziario, e retto dal proprio ordinamento amministrativo. A prescindere dalla presenza dello shogunato dei Tokugawa (Tokugawa bakufu ᓼᎹ᐀ᐭ), lo han ⮲ di un daimyŇ ᄢฬ era proprio come se fosse il dominio (ryŇgoku 㗔࿖1439 ψ§29) di un sengoku daimyŇ ᚢ࿖ᄢฬ. In altre parole, salvo certi doveri e prestazioni gli han ⮲, notevolmente autonomi, non dovevano, ad esempio, alcun tributo periodico al bakufu ᐀ᐭ, né il bakufu ᐀ᐭ nessun aiuto finanziario agli han ⮲. Inoltre, a parte le restrizioni imposte dallo shŇgun ዁ァ, un daimyŇ ᄢฬ era libero di governare il suo han ⮲ come meglio credeva. Il sistema bakuhan ᐀⮲ (bakuhan taisei ᐀⮲૕೙) accomunava in sé, quindi, due aspetti: quello centralizzato e quello decentralizzato.  Nell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ per daimyŇ ᄢฬ s’intendevano i bushi ᱞ჻ a cui veniva concesso dallo shŇgun ዁ァ un feudo (chigyŇchi ⍮ⴕ࿾) con oltre 10 mila koku ⍹ di riso. Ce n’erano agli inizi circa 200 e nella seconda metà dell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ circa 270.  ‫ޣ‬STRUTTURA DEL BAKUFU E DELLO HAN ‫ޤ‬L’organigramma riportato alla pagina successiva può costituire una rappresentazione schematica della struttura del Tokugawa bakufu ᓼᎹ᐀ᐭ.  L’apparato burocratico del Tokugawa bakufu ᓼᎹ᐀ᐭ era in pratica un’organizzazione smisuratamente ingrandita rispetto a quella del Tokugawashi ᓼᎹ᳁ di quando questi erano ancora semplice daimyŇ ᄢฬ. Ciò significa, inversamente, che, prescindendo dall’imponenza del bakufu ᐀ᐭ, la struttura governativa di uno han ⮲ era pressoché uguale a quella del bakufu ᐀ᐭ. Data la natura anche decentralizzata del sistema bakuhan (bakuhan taisei ᐀⮲૕೙), non è detto tuttavia che tutti gli han ⮲ fossero organizzati in modo identico.

1437 1438 1439

han ⮲ 1566/1382 chi/gyŇ/chi ⍮ 207/214 ⴕ 31/68 ࿾ 40/118 ryŇ/goku 㗔 338/834 ࿖ 8/40 205

ORGANIGRAMMA SCHEMATICO DEL TOKUGAWA BAKUFU ᓼᎹ᐀ᐭ SHņGUN ዁ァ TAIRņ ᄢ⠧1440 (organo non permanente, 1 posto)

ņsaka jŇdai ᄢဈၔઍ1441 rappresentante capo a ņsaka, 1 posto

KyŇto shoshidai ੩ㇺᚲมઍ1442 controllo della corte e dei daimyŇ del Giappone occidentale, 1 posto

jishabugyŇ

wakadoshiyori

rŇjş

ኹ␠ᄺⴕ1443 controllo degli istituti religiosi, 4 posti

⧯ᐕነ1444 collaborazione con i rŇjş, 3-5 posti

⠧ਛ1445 affari politici, 5-6 posti

metsuke

OngokubugyŇ

kanjŇbugyŇ

⋡ઃ1446 sor veglianza di hatamoto e gokenin, circa 10 posti

㆙࿖ᄺⴕ1447 ammin., polizia e affari giudiziari di città importanti e lontane (KyŇto, ņsaka, Nagasaki ecc.)

ൊቯᄺⴕ1448 affari finanziari e controllo dei terreni alle dirette dipendenze shogunali (tenryŇ ᄤ㗔1449), 4

1440 1441 1442 1443 1444 1445 1446 1447 1448 1449 1450 1451 1452 1453

daikan

gundai

ઍቭ1452 tenryŇ piccolo

㇭ઍ1453 tenryŇ grande

Edo

machibugyŇ ᳯᚭ↸ᄺⴕ1450 amministrazione, polizia e affari giudiziari di Edo, 2 posti

tai/rŇ ᄢ 7/26 ⠧ 788/543 ņ/saka/ jŇ/dai ᄢ 7/26 ဈ 595/443 ၔ 638/720 ઍ 68/256 KyŇ/to/ shoshi/dai ੩ 16/189 ㇺ 92/188 ᚲ 107/153 ม 712/842 ઍ 68/256 ji/sha/bu/gyŇ ኹ 687/41 ␠ 30/308 ᄺ 1106/1541 ⴕ 31/68 waka/doshi/yori ⧯ 372/544 ᐕ 3/45 ነ 545/1361 rŇ/jş ⠧ 788/543 ਛ 13/28 me/tsuke ⋡ 65/55 ઃ 251/192 on/goku/bu/gyŇ ㆙ 803/446 ࿖ 8/40 ᄺ 1106/1541 ⴕ 31/68 kan/jŇ/bu/gyŇ ൊ 1309/1502 ቯ 62/355 ᄺ 1106/1541 ⴕ 31/68 ten/ryŇ ᄤ 364/141 㗔 338/834 E/do/ machi/bu/gyŇ ᳯ 517/821 ᚭ 342/152 ↸ 114/182 ᄺ 1106/1541 ⴕ 31/68 Ň/me/tsuke ᄢ 7/26 ⋡ 65/55 ઃ 251/192 dai/kan ઍ 68/256 ቭ 225/326 gun/dai ㇭ 797/193 ઍ 68/256 206

Ňmetsuke ᄢ⋡ઃ1451 sorvegl. dei daimyŇ, 4-5 posti

MECCANISMI DI CONTROLLO

䇼NEI CONFRONTI DEI BUSHI ‫ޤ‬A seconda dei rapporti di « intimità – estraneità » con la famiglia Tokugawa (Tokugawashi, Tokugawauji ᓼᎹ᳁) i daimyŇ ᄢฬ vennero classificati in tre categorie:

Ԙ shinpan (ⷫ⮲1454 lett. han imparentato): daimyŇ ᄢฬ legati allo shŇgun ዁ァ da vincoli di parentala, ԙ fudai [daimyŇ] (⼆ઍ[ᄢฬ]1455; fudai ⼆ઍ lett. vassallaggio ereditario; daimyŇ ᄢฬ: omissibile): coloro che erano già sudditi prima della battaglia di Sekigahara (Sekigahara no tatakai 㑐ࡩේߩᚢ޿), e Ԛ tozama [daimyŇ] (ᄖ᭽[ᄢฬ]1456; tozama ᄖ᭽ lett. signore esterno): coloro che si assoggettarono solo dopo detta battaglia, ossia ex-rivali o ex-colleghi di Ieyasu ኅᐽ. I primi due furono infeudati in zone-chiave, e i tozama [daimyŇ] ᄖ᭽[ᄢฬ], quelli cioè che avrebbero potuto eventualmente ribellarsi, in regioni remote e in maniera tale che si sorvegliassero tra loro. Questi ultimi, inoltre, per motivi ovvi erano raramente chiamati a ricoprire cariche di grande responsabilità del bakufu ᐀ᐭ.  < Governo ferreo che faceva leva sulla forza militare > Nei primi anni furono eseguiti frequentemente il ritiro-sequestro di feudo (kaieki ᡷ ᤃ 1457 ), la sua decurtazione (genpŇ ᷫኽ1458) e il suo cambiamento (tenpŇ ォኽ1459 detto anche kunigae ࿖ᦧ1460), con la conseguenza di privare di sostentamento alcune centinaia di migliaia di bushi ᱞ჻ senza padrone, detti rŇnin (ᶉੱ1461 o anche ‗ੱ), ossia coloro senza impiego, quindi senza stipendi (hŇroku ୊⑍1462), creando così un grave problema sociale.  < Norme di divieto > Nel 1615 usciva la prima versione del Buke shohatto ᱞኅ⻉ ᴺᐲ 1463 , contenente le norme di divieto imposte ai daimyŇ ᄢฬ. In occasione

1454 1455 1456 1457 1458 1459 1460 1461 1462 1463

shin/pan ⷫ 381/175 ⮲ 1566/1382 fu/dai/ [dai/myŇ] ⼆ 1407/1167 ઍ 68/256 [ᄢ 7/26 ฬ 116/82] to/zama/ [dai/myŇ] ᄖ 120/83 ᭽ 472/403 [ᄢ 7/26 ฬ 116/82] kai/eki ᡷ 294/514 ᤃ 810/759 gen/pŇ ᷫ 533/715 ኽ 1039/1463 ten/pŇ ォ 339/433 ኽ 1039/1463 kuni/gae ࿖ 8/40 ᦧ 849/744 rŇ/nin ᶉ 1445/1753 ੱ 9/1࡮‗ non reg./non reg.ੱ 9/1 hŇ/roku ୊ 1914/1542 ⑍ non reg./non reg. Bu/ke/ sho/hat/to ᱞ 448/1031 ኅ 81/165 ⻉ 602/861 ᴺ 145/123 ᐲ 83/377 207

dell’insediamento di un nuovo shŇgun ዁ァ ne venne data lettura davanti a tutti i daimyŇ ᄢฬ convocoti.  < Residenze alternate nel servizio > Fra tutti i provvedimenti di controllo nei confronti dei daimyŇ ᄢฬ il più geniale fu l’istituzione detta sankin kŇtai (ෳൕ੤ઍ1464 1635-1864) consistente nel far risiedere ad anni alterni a Edo ᳯᚭ e al proprio han ⮲, ideata al preciso scopo di far sostenere enormi spese sia per i soggiorni a Edo ᳯᚭ che per questi viaggi periodici accompagnati da centinaia di sudditi. La moglie e i figli dovevano invece rimanere sempre a Edo ᳯᚭ come ostaggi.  ‫ޣ‬NEI CONFRONTI DEGLI AGRICOLTORI‫ޤ‬Anche di coltivatori, ce n’erano diverse categorie di cui i principali erano honbyakushŇ (ᧄ⊖ᆓ1465 lett. contadini veri e propri; [approssimativamente] coltivatori diretti), ossia contadini iscritti nel registro catastale (ψ§40), e mizunomi byakushŇ (᳓๘⊖ᆓ1466 lett. contadini che bevono acqua), ossia fittavoli e simili.  < Pilastro delle entrate dello stato > Oltre all’imposta principale detta honto mononari ( ᧄ ㅜ ‛ ᚑ 1467 lett. frutti della terra censita), da pagare in riso, che rappresentava per lo più il 40% (shikŇ rokumin ྾౏౐᳃1468 imposta 40%, percentuale spettante al contadino 60%) e a volte anche il 50% (gokŇ gomin ੖౏੖᳃1469 imposta 50%, quota che spetta al contadino 50%) sul raccolto, i coltivatori erano sottoposti a più tributi di diverso titolo, detti complessivamente nengu (ᐕ⽸1470 ψ§17).  L’atteggiamento dei bushi ᱞ჻ in materia di riscossione del nengu ᐕ⽸ era questo: « Quanto più si strizzano i contadini e gli stracci bagnati, tanto più ne esce ». « Bisogna fare sì che i contadini non muoiano, ma non possano neppur campare ». Per assicurarsi la regolare esazione tributaria il bakufu ᐀ᐭ prese diversi provvedimenti fra cui il cosiddetto divieto eterno di compravendita dei terreni agricoli (Denpata [o anche Tahata] eitai baibai kinshirei ↰⇌᳗ઍᄁ⾈⑌ᱛ઎ 1471 1643-1872) e l’accollamento obbligatorio di un eventuale mancato pagamento di taluno, da parte degli altri membri

san/kin/ kŇ/tai ෳ 392/710 ൕ 750/559 ੤ 200/114 ઍ 68/256 1465 hon/byaku/shŇ ᧄ 15/25 ⊖ 73/14 ᆓ 1766/1746 1466 mizu/nomi/ byaku/shŇ ᳓ 144/21 ๘ non reg./non reg.⊖ 73/14 ᆓ 1766/1746 1467 hon/to/ mono/nari ᧄ 15/25 ㅜ 814/1072 ‛ 126/79 ᚑ 115/261 1468 shi/kŇ/ roku/min ྾ 18/6 ౏ 122/126 ౐ 20/8 ᳃ 70/177 1469 go/kŇ/ go/min ੖ 14/7 ౏ 122/126 ੖ 14/7 ᳃ 70/177 1470 nen/gu ᐕ 3/45 ⽸ 1572/1719 1471 Den/pata (= Ta/hata)/ ei/tai/ bai/bai/ kin/shi/rei ↰ 24/35 ⇌ 1216/36 ᳗ 690/1207 ઍ 68/256 ᄁ 131/239 ⾈ 330/241 ⑌ 853/482 ᱛ 400/477 ઎ 668/831 1464

208

del suo gruppo di appartenenza, detto goningumi (੖ੱ⚵1472 lett. gruppo di cinque persone), ossia gruppo di cinque o sei famiglie corresponsabilizzate nella vita sociale).  La vita quotidiana dei contadini era regolata fin nei minimi particolari affinché non diminuissero le entrate tributarie. Le istruzioni note con il nome di Keian no o-furegaki (ᘮ቟ᓮ⸅ᦠ1473 lett. direttive di Keian, 1649; Keian ᘮ቟: nengŇ ᐕภ) parlano, ad esempio, in questi sensi:

x « Lavorate dalla mattina a tarda sera senza commettere negligenze ». x « Non bevete sake ㈬1474 e tè comprati a pagamento ». x « Voi contadini avete poco cervello. In autunno spensieratamente fate mangiare alla moglie e ai figli riso ed altri cereali, ma il cibo è prezioso. Non mangiate troppo riso ». x « Sia il marito che la moglie devono lavorare. Divorziate, quindi, dalla moglie, anche se bella, qualora questa beva frequentemente tè o viaggi molto spesso per diporto ». x « Non fumate, perché il fumo non serve a riempire lo stomaco ». x « Una volta pagate le imposte, sarete completamente liberi da ogni pensiero come nessun altro. Rendetevene conto e continuate a dire, di generazione in generazione, che è bello fare il contadino ».

 Per il controllo dei villaggi agricoli i bushi ᱞ჻ si servivano delle organizzazioni autogestite dai contadini, i cui capi, nanushi (ฬਥ1475 da non confondere con i myŇshu ฬਥ dei secoli passati, un altro nome di nanushi è shŇya ᐣደ1476) nominati fra gli honbyakushŇ ᧄ⊖ᆓ, facevano da tramite fra contadini e autorità.  ‫ޣ‬NEI CONFRONTI DEI CHņNIN ‫ޤ‬Nel periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) per chŇnin (↸ੱ1477 lett. persona/gente del chŇ [↸ unità comunitaria dotata di una certa autonomia in città]) s’intendevano, a stretto rigore, gli abitanti delle città che si occupavano di attività commerciali o artigianali e che erano, inoltre, proprietari di beni 1472 1473 1474 1475 1476 1477

go/nin/gumi ੖ 14/7 ੱ 9/1 ⚵ 189/418 Kei/an/ no/ o/fure/gaki ᘮ 962/1632 ቟ 128/105 ᓮ 620/708 ⸅ 1256/874 ᦠ 130/131 sake ㈬ 781/517 na/nushi ฬ 116/82 ਥ 91/155 shŇ/ya ᐣ non reg./non reg.ደ 270/167 chŇ/nin ↸ 114/182 ੱ 9/1 209

immobili (jinushi ࿾ਥ1478 proprietari di terreni; iemochi ኅᜬ1479 proprietari di case). Gli affittuari (jigari ࿾୫ 1480 affittuari di un terreno; tanagari ᐫ୫ 1481 detti anche tanako ᐫሶ1482 affittuari di una casa, inquilino), in uno stato di seminterdizione, non erano chŇnin ↸ੱ a pieno titolo, quindi non potevano partecipare all’organo di autogoverno del chŇ ↸ di appartenenza, né avavano autonomia giuridica. I chŇnin ↸ੱ veri e propri e gli affittuari di immobili delle città corrispondevano rispettivamente agli honbyakushŇ ᧄ⊖ᆓ e ai mizunomi byakushŇ ᳓๘⊖ᆓ dei villaggi agricoli.  Anche i chŇnin ↸ੱ dovevano versare le tasse (dette unjŇ [ㆇ਄1483 lett. consegna delle cose trasportate ai superiori] e myŇgakin [౵ട㊄1484 lett. denaro di riconoscenza per la protezione]), ma tali imposte erano, agli occhi del bakufu ᐀ᐭ, di importanza secondaria, quindi non erano così gravose come i nengu ᐕ⽸ imposti ai contadini. Si può dire che pure essendo anch’essi sotto il torchio delle restrizioni, beneficiavano di una relativa libertà. Queste condizioni permisero loro di acquisire una forza economica a volte perfino superiore a quella dei daimyŇ ᄢฬ, e riuscirono ben presto a farsi promotori di cultura.  ‫ޣ‬NEI CONFRONTI DELLA CORTE E DEGLI ISTITUTI RELIGIOSI‫ޤ‬ Formalmente il bakufu ᐀ᐭ dimostrava rispetto per la famiglia imperiale e il kuge ౏ ኅ. Sul piano effettivo, invece, controllava rigorosamente ogni loro mossa mediante il KyŇto shoshidai (੩ㇺᚲมઍ1485 ψ§41 [organigramma: Struttura dello shogunato dei Tokugawa]). Nei confronti sia della corte (chŇtei ᦺᑨ1486) che degli istituti religiosi il bakufu ᐀ ᐭ aveva imposto sue norme di divieto: Kinchş narabini kuge shohatto (⑌ਛਗ౏ኅ⻉ᴺ ᐲ1487 lett. norme di divieto nei confronti della famiglia imperiale e del kuge, 1615) e

ji/nushi ࿾ 40/118 ਥ 91/155 ie/mochi ኅ 81/165 ᜬ 184/451 1480 ji/gari ࿾ 40/118 ୫ 996/766 1481 tana/gari ᐫ 211/168 ୫ 996/766 1482 tana/ko ᐫ 211/168 ሶ 56/103 1483 un/jŇ ㆇ 179/439 ਄ 21/32 1484 myŇ/ga/kin ౵ non reg./non reg.ട 187/709 ㊄ 59/23 1485 KyŇ/to/ sho/shi/dai ੩ 16/189 ㇺ 92/188 ᚲ 107/153 ม 712/842 ઍ 68/256 1486 chŇ/tei ᦺ 257/469 ᑨ 1493/1111 1487 Kin/chş/ narabini/ ku/ge/ sho/hat/to ⑌ 853/482 ਛ 13/28 ਗ 716/1165 ౏ 122/126 ኅ 81/165 ⻉ 602/861 ᴺ 145/123 ᐲ 83/377

1478

1479

210

Shoshş jiin hatto (⻉ቬኹ㒮ᴺᐲ1488 lett. norme di divieto nei confronti dei templi buddhisti di tutte le sette, 1601). Il chŇtei ᦺᑨ era ormai un’istituzione solo formale. ISTITUZIONI SOCIALI E FAMILIARI

䇼ISTITUZIONI SOCIALI‫ޤ‬Fra le istituzioni caratteristiche che costituivano i pilastri per il mantenimento del regime dei Tokugawa (Tokugawa shihaitaisei ᓼᎹᡰ㈩૕೙1489) c’era una rigida divisione della popolazione in ceti sociali paragonabili ad un sistema di casta, operata prima da Hideyoshi ⑲ศ mediante kenchi ᬌ࿾1490 e katanagari (ಷ⁚1491 ψ§40), poi ereditata e stabilizzata dal Tokugawashi ᓼᎹ᳁. Si tratta dell’organizzazione delle categorie socio-politiche di appartenenza, chiamate mibun りಽ1492, per nascita, e quindi ereditarie, quali shi (჻1493 φbu/shi ᱞ჻), nŇ (ㄘ1494 φnŇ/min ㄘ᳃ agricoltori), kŇ (Ꮏ 1495 φshok/kŇ ⡯Ꮏ artigiani), shŇ (໡ 1496 φ shŇ/nin ໡ੱ commercianti). Questa divisione in quattro classi fondamentali, dette nel loro insieme shimin (྾᳃1497 lett. quattro popoli), rispecchiava la valutazione, nell’ottica dei bushi ᱞ჻, dell’ordine di importanza delle occupazioni. L’espressione che si incontra immancabilmente negli scritti che parlano del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ), e cioè

SHI - Nņ - Kņ - SHņ (჻ㄘᎿ໡ pronuncia: SHI Ϫ NņKņSHņ) ( Ϫ : dal tono alto al tono basso)

fa riferimento appunto a questo ordinamento gerarchico delle classi sociali (mibun り ಽ), e siccome le ultime due, messe insieme, venivano chiamate, come si è già visto a più riprese, chŇnin ↸ੱ, le quattro categorie di fondo si riducevano sostanzialmente a tre: SHI - Nņ - CHņNIN (჻࡮ㄘ࡮↸ੱ) 1488 1489 1490 1491 1492 1493 1494 1495 1496 1497

Sho/shş/ ji/in/ hat/to ⻉ 602/861 ቬ 1023/616 ኹ 687/41 㒮 236/614 ᴺ 145/123 ᐲ 83/377 Toku/gawa/ shi/hai/tai/sei ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ᡰ 302/318 ㈩ 304/515 ૕ 110/61 ೙ 196/427 ken/chi ᬌ 351/531 ࿾ 40/118 katana/gari ಷ 1494/37 ⁚ 1650/1581 mi/bun り 331/59 ಽ 35/38 shi ჻ 301/572 nŇ ㄘ 362/369 kŇ Ꮏ 169/139 shŇ ໡ 353/412 shi/min ྾ 18/6 ᳃ 70/177 211

 Il sistema bakuhan (bakuhan taisei ᐀ ⮲ ૕ ೙ 1498 ) era fondamentalmente un meccanismo per lo sfruttamento dei contadini da parte dei bushi ᱞ჻. La classe dei chŇnin ↸ੱ era considerata qualcosa di accessorio. Era naturale, quindi, che i contadini fossero collocati idealmente al secondo posto per il ruolo loro assegnato, ma sul piano effettivo essi venivano dopo i chŇnin ↸ੱ, sia perché dovevano sostenere praticamente tutti gli oneri della società che per le gravose restrizioni loro imposte.  Per stornare il malcontento dei chŇnin ↸ੱ, il Tokugawashi ᓼᎹ᳁ istituzionalizzò, al di sotto degli shimin ྾᳃, due gruppi di paria: eta (ⓚᄙ1499 [kanji utilizzati foneticamente per scrivere eta, mattatore ] lett. molta impurità) e hinin (㕖ੱ1500 lett. non persona), soggetti a restrizioni particolarmente dure sia come mestieri a cui potevano accedere (conciatura, esecuzione della pena capitale, elemosinare ecc.), sia come zone di abitazione in cui venivano isolati (burakumin ㇱ⪭᳃1501 lett. gente dei ‘ghetti’ ψ§58).  Il kuge ౏ኅ e i sacerdoti costituivano entrambi una classe a sé.  I bushi ᱞ჻ che si erano collocati al massimo vertice gerarchico godevano di diversi privilegi, come quello di portare la spada o di praticare il kirisute gomen (ಾᝥᓮ ఺1502 lett. Mi permetto di ucciderti con un colpo di spada.) che li autorizzava ad uccidere chŇnin ↸ੱ e contadini sul posto, qualora ne avessero ricevuto offesa.  Contrarre matrimonio e allacciare rapporti di amicizia tra gente di categorie diverse venivano poi ad essere resi estremamente difficili.  < Principio di organizzazione sociale > Il rapporto fra una categoria e un’altra era regolato secondo il principio di ‘superiore > inferiore / nobile > umile’ (jŇge sonpi ਄ਅዅඬ1503). Inoltre una stessa categoria fu suddivisa ulteriormente in più strati, ed il principio di gerarchia regolava anche il rapporto fra individuo e individuo di una stessa categoria. Per non parlare dell’ordine di: x shi ჻ > nŇ ㄘ > kŇ Ꮏ > shŇ ໡, c’era tutta una serie di ‘alto – basso’ in ogni campo d’attività e di relazioni sociali: 

1498 1499 1500 1501 1502 1503

baku/han/ tai/sei ᐀ 836/1432 ⮲ 1566/1382 ૕ 110/61 ೙ 196/427 e/ta ⓚ non reg./non reg.ᄙ 161/229 hi/nin 㕖 491/498 ੱ 9/1 bu/raku/min ㇱ 37/86 ⪭ 393/839 ᳃ 70/177 kiri/sute/ go/men ಾ 204/39 ᝥ 1223/1444 ᓮ 620/708 ఺ 1084/733 jŇ/ge/ son/pi ਄ 21/32 ਅ 72/31 ዅ 1220/704 ඬ p.412/1521 212

x uomo > donna, x shŇgun ዁ァ > daimyŇ ᄢฬ࡮hatamoto ᣛᧄ࡮gokenin ᓮኅੱ > bushi ᱞ჻ di medio rango > bushi ᱞ჻ di categorie inferiori, x honbyakushŇ ᧄ⊖ᆓ > mizunomi byakushŇ ᳓๘⊖ᆓ, x chŇnin ↸ੱ a pieno titolo (jinushi ࿾ਥ࡮iemochi ኅᜬ) > jigari ࿾୫࡮tanagari ᐫ ୫, x datore di lavoro (shujin ਥੱ1504) > impiegati (hŇkŇnin ᄺ౏ੱ1505). Quest’ultima classe impiegatizia aveva al suo interno tre sottoclassi: bantŇ (⇟㗡1506 manager) > tedai (ᚻઍ1507 dipendenti ordinari) > detchi (ৼ⒩1508 garzone-apprendista).  Così pure anche nella famiglia ormai organizzata in modo patriarcale: x marito > moglie, x genitori > figli, x primogenito > secondogenito > ̖ > primogenita > secondogenita ̖.  In una parola, la società del periodo Tokugawa (Tokugawa jidai ᓼᎹᤨઍ) era strutturata in modo da assumere, mediante concatenazione di innumerevoli rapporti di ‘alto – basso’ (jŇge ਄ਅ), l’aspetto di una gigantesca piramide con al vertice lo shŇgun ዁ァ. Lì ad ogni individuo era assegnato un posto preciso, a scarsa mobilità.  Se i Tokugawa (Tokugawashi ᓼᎹ᳁), ereditando da Hideyoshi ⑲ศ la sua politica di separazione heinŇ bunri (౓ㄘಽ㔌1509 ψ§40), creò e stabilizzò il sistema di classi così minutamente stratificate, è perché avevano bisogno di tenere la società scissa appunto in mille categorie per impedire che gli assoggettati, compresi i bushi ᱞ჻ subalterni, si sollevassero solidalmente.  Per giustificare e mantenere tale ordinamento socio-politico il Tokugawa bakufu ᓼ Ꮉ᐀ᐭ adottò la dottrina confuciana o, meglio, neo-confuciana (ψ§53).  ‫ޣ‬ISTITUZIONI FAMILIARI‫ޤ‬Lo status della donna che era stato svilito sin dal periodo Kamakura (Kamakura jidai ㎨ୖᤨઍ), toccò il fondo con l’istituzione del regime dei Tokugawa (Tokugawa shihaitaisei ᓼᎹᡰ㈩૕೙1510).

1504 1505 1506 1507 1508 1509 1510

shu/jin ਥ 91/155 ੱ 9/1 hŇ/kŇ/nin ᄺ 1106/1541 ౏ 122/126 ੱ 9/1 ban/tŇ ⇟ 323/185 㗡 386/276 te/dai ᚻ 42/57 ઍ 68/256 det/chi ৼ 794/184 ⒩ 1368/1230 hei/nŇ/ bun/ri ౓ 447/784 ㄘ 362/369 ಽ 35/38 㔌 641/1281 Toku/gawa/ shi/hai/tai/sei ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ᡰ 302/318 ㈩ 304/515 ૕ 110/61 ೙ 196/427 213

Sotto l’istituzione matrimoniale yomeirikon (ᇾ౉ᇕ1511 ψ§27) ormai generalizzata e a seconda dell’insegnamento confuciano, la giovane sposa, invece di essere la moglie del marito, era in realtà la sposa della famiglia del marito, era costretta a servire incondizionatamente il suocero e la suocera con cui coabitava e che rappresentavano la casa del marito, ed infine era utilizzata come strumento di procreazione per non far estinguere la famiglia, unità base della piramide dei Tokugawa. Pur di assicurare a tutti i costi la continuazione del lignaggio familiare, veniva incoraggiata la poliginia, mentre l’adulterio della moglie, invece, era punito con la pena capitale. Il diritto di divorzio spettava solo al marito. Bastava che il marito desse alla moglie un foglio (chiamato mikudarihan ਃⴕඨ lett. tre righe e mezzo) recante scritta appunto in tre righe e mezzo la sua volontà di divorziare espressa sostanzialmente con queste parole: ‘Divorzio da te. Sei libera di risposarti.’ Tutto qui. D’altra parte, le mogli che non ne potevano più non avevano altra scelta che condurre, per ottenere il divorzio, tre anni di vita monacale presso uno di un paio di determinati templi buddhisti chiamati popolarmente enkiridera (✼ಾኹ1512 lett. tempio che taglia il vincolo, detto anche kakekomidera 㚟ㄟኹ1513 lett. tempio in cui rifugiarsi). ٟ Erano particolarmente note le seguenti due enkiridera ✼ಾኹ: TŇkeiji ᧲ᘮ ኹ1514 e Mantokuji ḩᓼኹ1515 rispettivamente nella provincia di Sagami (Sagami no kuni ⋧ᮨ࿖1516 ψcarta 12) e in quella di KŇzuke (KŇzuke no kuni ਄㊁࿖ 1517).

 Quanto alla successione ereditaria, specie nella classe samuraica (bushi kaikyş ᱞ჻ 㓏⚖1518), era il primogenito ad essere il solo a subentrare al padre (tandoku sŇzoku න⁛ ⋧⛯1519). Per non parlare delle figlie, tutti gli altri figli erano considerati di infimo grado. La dignità del singolo era l’utopia delle utopie.  In breve, la società organizzata dai Tokugawa (Tokugawashi ᓼᎹ᳁) fu una società

1511 1512 1513 1514 1515 1516 1517 1518 1519

yome/iri/kon ᇾ 1469/1749 ౉ 74/52 ᇕ 633/567 en/kiri/dera ✼ 1362/1131 ಾ 204/39 ኹ 687/41 kake/komi/dera 㚟 1477/1882 ㄟ 280/776 ኹ 687/41 TŇ/kei/ji ᧲ 11/71 ᘮ 962/1632 ኹ 687/41 Man/toku/ji ḩ 579/201 ᓼ 839/1038 ኹ 687/41 Sagami/ no/ kuni ⋧ 66/146 ᮨ 691/1425 ࿖ 8/40 KŇzuke/ no/ kuni ਄ 21/32 ㊁ 85/236 ࿖ 8/40 bu/shi/ kai/kyş ᱞ 448/1031 ჻ 301/572 㓏 253/588 ⚖ 505/568 tan/doku/ sŇ/zoku න 593/300 ⁛ 479/219 ⋧ 66/146 ⛯ 214/243 214

a ordinamento esageratamente gerarchico, dal maschilismo (danson johi ↵ዅᅚඬ1520 lett. pregiare gli uomini e svilire le donne) spinto all’estremo, e da un tipo di collettività di fronte alla quale la volontà del singolo individuo non contava alcunché.

§42. In cammino verso l’isolamento nazionale (sakoku ) SCAMBI COMMERCIALI CON GLI STRANIERI

Nel porto di Hirado (ᐔᚭ1521 ψcarta 3, §39) ebbero inizio scambi commerciali anche con olandesi ed inglesi rispettivamente nel 1609 e nel 1613. Questi stranieri, diversamente da portoghesi e spagnoli, erano chiamati, prima dai cinesi e poi anche dai giapponesi, gente dai capelli rossi (kŇmŇjin ⚃Ძੱ1522).  Giungevano ogni anno nei porti del Kyşshş ਻Ꮊ peraltro decine di navi cinesi.  Sin dai tempi di Hideyoshi ⑲ศ, le navi giapponesi, chiamate [go]shuinsen ([ᓮ]ᧇශ ⦁1523 lett. navi del sigillo vermiglio; go ᓮ: omissibile) si spingevano fino all’Asia sudorientale (TŇnan Ajia ᧲ධࠕࠫࠕ1524), munite di una patente (detta shuinjŇ ᧇශ ⁁1525 lett. documento dal bollo vermiglio) con cui anche Ieyasu ኅᐽ, che incoraggiava attivamente il commercio con l’estero, garantiva che non si trattava di una nave pirata wakŇ (୸ና1526 ψ§31). Il commercio condotto con le navi [go]shuinsen [ᓮ]ᧇශ ⦁ viene chiamato [go]shuinsen bŇeki ([ᓮ]ᧇශ⦁⾏ᤃ1527 dai tempi di Hideyoshi al 1635).  Cresceva intanto il numero dei giapponesi che andavano anche a trasferirsi nei paesi sudorientali dell’Asia, dando vita qua e là a veri e propri quartieri giapponesi chiamati nihonmachi ᣣᧄ↸1528.  Si vede che i giapponesi del periodo Azuchi-Momoyama (Azuchi-Momoyama jidai ቟࿯᩶ጊᤨઍ tutta la seconda metà del XVI sec.) e di una trentina d’anni iniziali del 1520 1521 1522 1523 1524 1525 1526 1527 1528

dan/son/ jo/hi ↵ 228/101 ዅ 1220/704 ᅚ 178/102 ඬ p.412/1521 Hira/do ᐔ 143/202 ᚭ 342/152 kŇ/mŇ/jin ⚃ 927/820 Ძ 521/287 ੱ 9/1 [go]/shu/in/sen [ᓮ 620/708]ᧇ 1720/1503 ශ 720/1043 ⦁ 313/376 TŇ/nan/ A/ji/a ᧲ 11/71 ධ 205/74 ࠕࠫࠕ shu/in/jŇ ᧇ 1720/1503 ශ 720/1043 ⁁ 414/626 wa/kŇ ୸ non reg./non reg.ና non reg./non reg. [go]/shu/in/sen/ bŇ/eki [ᓮ 620/708]ᧇ 1720/1503 ශ 720/1043 ⦁ 313/376 ⾏ 1037/760 ᤃ 810/759 ni/hon/machi ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ↸ 114/182 215

periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ 1600/1603-1867) avevano una mentalità aperta verso l’estero ed erano curiosi di cose esotiche. POLITICA ISOLAZIONISTA E ANTICATTOLICA

Visti gli introiti che gli venivano dal commercio estero, agli inizi Ieyasu ኅᐽ chiudeva un occhio sul diffondersi del cristianesimo (kirishitan ࠠ࡝ࠪ࠲ࡦ, in termine moderno kirisutokyŇ ࠠ࡝ࠬ ࠻ᢎ1529). Il numero dei convertiti, intanto, che nel 1587 erano 200 mila (ψ§40) arrivava nel 1605 a qualcosa come 750 mila. Geograficamente il cattolicesimo era ormai presente anche nella regione del TŇhoku (TŇhoku chihŇ ᧲ർ࿾ᣇ1530 ψcarta 1). La sua dottrina (ossia, l’uguaglianza di tutti davanti a Dio), tuttavia, non era compatibile con le istituzioni feudali dei Tokugawa (Tokugawa hŇkenseido ᓼᎹኽᑪ೙ ᐲ1531 ψ§40). Il bakufu ᐀ᐭ ebbe un primo sospetto dell’eventualità che i giapponesi cattolicizzati potessero mettersi solidalmente contro il regime. Inoltre, non piaceva affatto al bakufu ᐀ᐭ che i daimyŇ ᄢฬ degli han ⮲ meridionali si arricchissero grazie al commercio con gli stranieri.  Diversamente dai portoghesi e dagli spagnoli, i nuovi arrivati, ovvero olandesi ed inglesi, invece, non ne volevano sapere di questioni religiose. Per monopolizzare il commercio con il Giappone fecero pervenire all’orecchio del bakufu ᐀ᐭ la voce che i due paesi iberici avrebbero progettato di colonizzare terre straniere servendosi dell’evangelizzazione e provocarono così un inasprimento della politica anticattolica shogunale cui si accompagnò ben presto una progressiva restrizione sulle transazioni commerciali: x È del 1624 il divieto di approdo alle navi spagnole. x Nel 1633 vengono imposte restrizioni al rimpatrio dei giapponesi residenti all’estero. x Nel 1635 scatta il divieto nei confronti delle navi giapponesi di recarsi oltremare (fine del [go]shuinsen bŇeki [ᓮ]ᧇශ⦁⾏ᤃ). x Nel 1639 il divieto di approdo viene esteso alle navi portoghesi in seguito all’insurrezione di contadini-cristiani (Shimabara-Amakusa no ikki ፉේ࡮ᄤ⨲ ৻ឨ1532 lett. solidarietà a Shimabara-Amakusa; Shimabara-Amakusa ፉේ࡮ᄤ 1529 1530 1531 1532

ki/ri/su/to/kyŇ ࠠ࡝ࠬ࠻ᢎ 97/245 TŇ/hoku/ chi/hŇ ᧲ 11/71 ർ 103/73 ࿾ 40/118 ᣇ 28/70 Toku/gawa/ hŇ/ken/sei/do ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ኽ 1039/1463 ᑪ 244/892 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 Shima/bara/-/Ama/kusa/ no/ ik/ki ፉ 173/286 ේ 132/136࡮ᄤ 364/141 ⨲ 705/249 ৻ 4/2 ឨ

non reg./non reg.

216

⨲ ψcarta 3; a volte detta anche Shimabara no ran ፉේߩੂ1533 lett. rivolta a Shimabara) scoppiata nel 1637 nel Kyşshş ਻Ꮊ. x Nel 1641 viene trasferita la casa commerciale olandese (Oranda shŇkan ࠝ࡜ࡦ ࠳໡㙚1534 1609-1858) da Hirado ᐔᚭ all’isoletta artificiale (13.000 m2) di nome Dejima (಴ፉ1535 it. [quasi sempre] Deshima) creata nel 1634, originariamente per confinarvi portoghesi, nel porto di Nagasaki 㐳ፒ1536. ٟ L’isoletta artificiale Dejima ಴ፉ era a forma di ventaglio. In seguito ad una serie di lavori di bonifica eseguiti a partire dall’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ1537, 1868-1912) fu persa la sua forma originaria e adesso rimane soltanto il toponimo di DejimachŇ (಴ፉ↸1538 lett. area/zona/quartiere Dejima). Quasi tutti gli studiosi europei ed americani di storia giapponese la chiamano Deshima, ma un giapponese medio, quando parla spontaneamente, direbbe Dejima. Difatti è ߢߓ߹ la pronuncia registrata nei dizionari enciclopedici autorevoli quali KŇjien ᐢㄉ⧞1539 e KŇjirin ᐢㄉᨋ1540.

 Gli inglesi, vinti dagli olandesi in questa gara commerciale, si erano ritirati volontariamente dal Giappone sin dal 1623.  ‫ޣ‬ISOLAMENTO NAZIONALE (SAKOKU )‫ޤ‬Il 1639 (taluni studiosi preferiscono l’anno 1641) fu il primo anno dell’isolamento nazionale, chiamato sakoku (㎮࿖ 1541 lett. chiusura del paese, paese chiuso, 1639/1641-1854), istituzione che, insieme con il sistema di stratificazione sociale (shi-nŇ-kŇ-shŇ ჻ㄘᎿ໡ ψ§41), caratterizzò fondamentalmente il periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ). Per oltre 200 anni, fino al 1854 (apertura del paese ψ§45), Nagasaki 㐳ፒ costituì uno dei pochissimi spiragli tenuti aperti dal Tokugawashi ᓼᎹ᳁ verso il resto del mondo con mediatori nelle persone di olandesi al Dejima ಴ፉ e di cinesi nel quartiere cinese (TŇjin yashiki ໊ੱ ደᢝ1542 lett. area di abitazioni dei cinesi, dal 1688) pure a Nagasaki 㐳ፒ.

1533 1534 1535 1536 1537 1538 1539 1540 1541 1542

Shima/bara/ no/ ran ፉ 173/286 ේ 132/136 ߩੂ 734/689 O/ra/n/da/ shŇ/kan ࠝ࡜ࡦ࠳໡ 353/412 㙚 319/327 De/ji/ma ಴ 17/53 ፉ 173/286 Naga/saki 㐳 25/95 ፒ 457/1362 Mei/ji/ ji/dai ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 De/jima/chŇ ಴ 17/53 ፉ 173/286 ↸ 114/182 KŇ/ji/en ᐢ 311/694 ㄉ 868/688 ⧞ non reg./non reg. KŇ/ji/rin ᐢ 311/694 ㄉ 868/688 ᨋ 420/127 sa/koku ㎮ 1605/1819 ࿖ 8/40 TŇ/jin/ ya/shiki ໊ 1668/1697 ੱ 9/1 ደ 270/167 ᢝ 1053/1451 217

ٟ Oltre che a Nagasaki 㐳ፒ il Giappone, malgrado il regime del sakoku ㎮࿖,

mantenne contatti con l’estero tramite due han ⮲: Tsushima han (ኻ㚍⮲1543 ψ carta 3) e Satsuma han (⮋៺⮲1544 ψcarta 3) rispettivamente con la Corea e con le isole Ryşkyş (℄⃿1545 oggi Okinawa-ken ᴒ✽⋵1546 ψcarta 13)

A partire dal 1644 (secondo certe fonti, dal 1641) il bakufu ᐀ᐭ pretese dagli olandesi la presentazione di un notiziaio annuale detto Oranda fşsetsugaki (䇺๺⯗㘑⺑ ᦠ䇻 1547 ; ๺⯗ trascrizione fonetica di Olanda; fşsetsugaki 㘑⺑ᦠ lett. appunti di dicerie) mediante il quale poteva continuare ad informarsi sulla situazione mondiale.  En passant, si segnala che c’era un gruppo di studiosi che, affascinati dalle scienze europee, non lasciavano nulla di intentato pur di apprenderle attraverso la piccola apertura di Nagasaki 㐳ፒ. (ψ§52)  ‫ޣ‬PERSECUZIONE DEI CATTOLICI‫ޤ‬Contemporaneanente a quanto sopra all’interno del paese cominciò ad infuriare la persecuzione dei cristiani. x Nel 1612 v’è il divieto di professare la fede cattolica (kinkyŇrei ⑌ᢎ઎1548 lett. Ordinanza di divieto del cristianesimo) nelle zone alle dirette dipendenze shogunali (tenryŇ ᄤ㗔1549 ψ§41). x Nel 1614 vi furono 148 kirishitan ࠠ࡝ࠪ࠲ࡦ, fra cui Takayama Ukon (㜞ጊฝ ㄭ1550 ψ§40), esiliati all’estero. x Risale poi con tutta probabilità al 1629 la prima messa in atto del cosiddetto fumie (〯⛗1551 lett. premere la pittura col piede), operazione per scoprire i kirishitan ࠠ࡝ࠪ࠲ࡦ, consistente nel far calpestare immagini sacre cristiane. La pratica si protrasse fino al 1858. Molti caddero martiri. ٟ Il termine fumie 〯⛗ si usa di solito sia in riferimento all’immagine sia all’atto

di calpestarla, ma per quest’ultimo alcuni studiosi preferiscono il termine ebumi ⛗ 〯. 1543 1544 1545 1546 1547 1548 1549 1550 1551

Tsushima/ han ኻ 55/365 㚍 512/283 ⮲ 1566/1382 Satsu/ma/ han ⮋ non reg./non reg.៺ 1074/1530 ⮲ 1566/1382 Ryş/kyş ℄ non reg./non reg.⃿ 379/726 Oki/nawa/ ken ᴒ 829/1346 ✽ 1005/1760 ⋵ 195/194 Oranda/ fş/setsu/gaki 䇺๺ 151/124 ⯗ non reg./non reg.㘑 246/29 ⺑ 307/400 ᦠ 130/131䇻 kin/kyŇ/rei ⑌ 853/482 ᢎ 97/245 ઎ 668/831 ten/ryŇ ᄤ 364/141 㗔 338/834 Taka/yama/ U/kon 㜞 49/190 ጊ 60/34 ฝ 503/76 ㄭ 127/445 fumi/e 〯 1067/1559 ⛗ 976/345

218

 < Templi buddhisti al servizio del bakufu > Per assicurarsi il totale sradicamento della fede cattolica il Tokugawashi ᓼᎹ᳁ utilizzò il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ1552) a scopo politico. A tutti i cittadini venne richiesto di iscriversi presso un tempio buddhista che a sua volta doveva attestare l’adesione di maschi e di femmine al buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ). Si tratta della politica religiosa del Tokugawashi ᓼᎹ᳁ chiamata terauke seido (ኹ⺧೙ ᐲ1553 a partire dal 1640 ca.). Senza il certificato, che fungeva da carta d’identità, rilasciato dal tempio di iscrizione era ormai impossibile celebrare funerali, sposarsi, impiegarsi, mettersi in viaggio ecc. I templi buddhisti finirono così per essere in pratica anagrafi del bakufu ᐀ᐭ.  < Kirishitan entrati nella clandestinità > Malgrado le severe persecuzioni, tuttavia, una parte dei kirishitan ࠠ࡝ࠪ࠲ࡦ sopravvisse clandestinamente fino alla loro scoperta nel 1865 (ψ§64).

§43. Fase di stabilità del sistema bakuhan GOVERNO A ISPIRAZIONE BENEVOLA CONFUCIANA

Diversamente dal mezzo secolo iniziale durante cui i primi tre shŇgun ዁ ァ avevano adottato una severa politica oppressiva (budan seiji ᱞᢿ᡽ᴦ1554 lett. governo ferreo che fa leva sulla forza militare) per la sistemazione del regime, la fase successiva, di poco oltre mezzo secolo dal IV al VII shŇgun ዁ァ, ossia dal 1651 al 1716, fu caratterizzata sia dall’autorità shogunale ormai ben stabilizzata che dal governo illuministico e umanitario, detto bunchi seiji (ᢥᴦ᡽ᴦ1555 lett. governo civile), amministrato secondo lo spirito di benevolenza confuciana (cin. ren, jen ੳ1556, giapp. jin ψ§52).  Al riguardo di quanto sopra è da ricordare la partecipazione al governo sotto il VI e il VII shŇgun ዁ァ di Arai Hakuseki (ᣂ੗⊕⍹ 1557 1657-1725 ψ§53), uno dei massimi studiosi neo-confuciani del tempo. Il bunchi seiji ᢥᴦ᡽ᴦ che raggiunse

1552 1553 1554 1555 1556 1557

buk/kyŇ ੽ 678/583 ᢎ 97/245 tera/uke/ sei/do ኹ 687/41 ⺧ 657/661 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 bu/dan/ sei/ji ᱞ 448/1031 ᢿ 493/1024 ᡽ 50/483 ᴦ 181/493 bun/chi/ sei/ji ᢥ 136/111 ᴦ 181/493 ᡽ 50/483 ᴦ 181/493 jin ੳ 1346/1619 Ara/i/ Haku/seki ᣂ 36/174 ੗ 252/1193 ⊕ 266/205 ⍹ 276/78 219

l’apice con il suo intervento è chiamato in particolare ShŇtoku no chi (ᱜᓼߩᴦ1558 lett. governo/amministrazione secondo la retta virtù, 1709-1716; ShŇtoku ᱜᓼ: nengŇ ᐕ ภ). CRESCITA DELL’ECONOMIA E DELLE CITTÀ

Fin dai tempi antichi e sin verso il 1600 l’incremento demografico giapponese era appena percettibile, ma poi durante tutta la prima metà dell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ continuò a registrare un forte attivo. Dal primo censimento a livello nazionale del 1721 risulta che il Giappone era allora abitato da oltre 31 milioni di persone, ossia dal doppio della popolazione stimata ai tempi di Nobunaga ା㐳 e Hideyoshi ⑲ศ. Tale aumento presuppone che ci fosse stato, ed infatti c’era stato, un intenso sviluppo economico, ed in particolare durante il periodo del bunchi seiji ᢥᴦ᡽ᴦ si assistette ad una piena espansione sia dell’economia che delle città.  ‫ޣ‬SVILUPPO DI DIVERSE INDUSTRIE‫ޤ‬Fu l’attività agricola a sostenere l’intera struttura del sistema bakuhan (bakuhan taisei ᐀⮲૕೙), perciò sia lo shogunato (bakufu ᐀ᐭ) che gli han ⮲ fecero ogni sforzo per la bonifica e il dissodamento di terreni incolti allo scopo di realizzare maggiori raccolti e quindi maggiori entrate. Rispetto all’epoca di Hideyoshi ⑲ศ, agli inizi del XVIII secolo la terra coltivata era aumentata di due volte per estensione. Vennero apportate, inoltre, notevoli migliorie agli utensili agricoli. Intorno alle grandi città ebbe inizio la coltivazione di ortaggi destinati alla vendita.  Al pari dell’agricoltura, anche le altre industrie (artigianale, tessile, estrattiva, forestale, ittica, salifera, del sake ㈬1559 ecc.) fecero un notevole passo avanti. Una stragrande maggioranza di prodotti, oggi detti tipici regionali, ha origine in questa epoca.  ‫ޣ‬INFRASTRUTTURE‫ In seguito all’istituzione del sankin kŇtai (ෳൕ੤ઍ1560 residenze alternate nel servizio ψ§41) venne sistemata la rete stradale, a cominciare dalle cinque arterie chiamate gokaidŇ ੖ⴝ㆏1561, fra cui TŇkaidŇ (᧲ᶏ㆏1562 ψcarta 2) che collegava Edo ᳯᚭ e KyŇto ੩ㇺ con 53 tappe dette shukuba (ኋ႐1563 lett. luoghi di alberghi, ossia stazione di sosta ψ§30) e NakasendŇ

1558 1559 1560 1561 1562 1563

ShŇ/toku/ no/ chi ᱜ 109/275 ᓼ 839/1038 ߩᴦ 181/493 sake ㈬ 781/517 san/kin/ kŇ/tai ෳ 392/710 ൕ 750/559 ੤ 200/114 ઍ 68/256 go/kai/dŇ ੖ 14/7 ⴝ 790/186 ㆏ 129/149 TŇ/kai/dŇ ᧲ 11/71 ᶏ 158/117 ㆏ 129/149 shuku/ba ኋ 406/179 ႐ 34/154 220

(ਛጊ㆏1564 o anche ਛ઄㆏ ψcarta 2) che da Edo ᳯᚭ si allungava fin vicino a KyŇto ੩ㇺ in 67 shukuba ኋ႐. Benché il bakufu ᐀ᐭ avesse proibito, da una parte, la costruzione di ponti sui fiumi strategicamente importanti e istituito, dall’altra, posti di blocco detti sekisho 㑐ᚲ1565, fra cui quello al passo di Hakone (Hakone no seki ▫ᩮ㑐 1566; Hakone ▫ᩮ ψcarta 2, carta 9), il traffico ne risultò, comunque, assai facilitato. ٟ I fiumi strategicamente importanti dovevano essere guadati a piedi, a cavallo,

sulle spalle o in portantina. A volte poteva capitare che i trasportatori, detti kumosuke 㔕ഥ1567, solitamente senza dimora fissa e privi di scrupoli, arrivati nel bel mezzo del fiume, pretendessero una maggiorazione del compenso, e qualora non venissero soddisfatti, gettasero i clienti nell’acqua. In caso di piena i viaggiatori restavano per forza bloccati anche giorni e giorni. ٟ Ad alcuni posti di blocco, fra cui lo Hakone no seki ▫ᩮ㑐, il Tokugawa bakufu ᓼᎹ᐀ᐭ sorvegliava il traffico con una severità particolare per impedire che venissero trasportati a Edo ᳯᚭ fucili e si allontanesseo per contro da Edo ᳯᚭ mogli-ostaggi di daimyŇ ᄢฬ. A questa politica shogunale finalizzata a sopprimere ogni possibilità di insurrezione ci si riferisce con l’espressione irideppŇ ni deonna (౉ࠅ㋕⎔ߦ಴ᅚ1568 lett. fucili che entrano e donne che escono).

 < Linee di navigazione > Malgrado la sistemazione della rete stradale, non si verificarono progressi degni di nota nei veicoli a ruote. In seguito all’apertura di linee costiere e fluviali i trasporti di carichi pesanti e di gran mole continuavano ad essere effettuati di solito per via d’acqua. È detto che giornalmente un totale di 2.000 natanti entrassero ed uscissero dal porto di ņsaka (ᄢဈ ψcarta 7). I trasporti marittimi ņsaka-Edo (ᄢဈ㨪ᳯᚭ) erano particolarmente intensi ed avvenivano a bordo di navi dette higakikaisen (⪉၂ᑫ⦁1569 lett. navi ‘losanghe’ di trasporto marittimo) e tarukaisen (ᮻᑫ⦁1570 lett. navi ‘botti’ di trasporto marittimo) in concorrenza.  < Servizio postale > C’era il servizio postale detto hikyaku (㘧⣉1571 lett. gambe volanti [perché i corrieri andavano di corsa a mo’ di maratona]) che collegava, ad 1564 1565 1566 1567 1568 1569 1570 1571

Naka/sen/dŇ ਛ 13/28 ጊ 60/34 ㆏ 129/149࡮ਛ 13/28 ઄ 1025/1891 ㆏ 129/149 seki/sho 㑐 104/398 ᚲ 107/153 Hako/ne/ no/ seki ▫ 944/1091 ᩮ 535/314 㑐 104/398 kumo/suke 㔕 1124/636 ഥ 407/623 i/ri/dep/pŇ/ ni/ de/onna ౉ 74/52 ࠅ㋕ 327/312 ⎔ 1217/1764 ߦ಴ 17/53 ᅚ 178/102 hi/gaki/kai/sen ⪉ 980/non reg.၂ 1272/1276 ᑫ non reg./non reg.⦁ 313/376 taru/kai/sen ᮻ 1730/non reg.ᑫ non reg./non reg.⦁ 313/376 hi/kyaku 㘧 440/530 ⣉ 1021/1784 221

esempio, Edo ᳯᚭ e ņsaka ᄢဈ via KyŇto ੩ㇺ — 550km — tre volte al mese in 5-9 giorni per andata e ritorno.  ‫ޣ‬ECONOMIA MONETARIA E ATTIVITÀ BANCARIA‫ޤ‬Il bakufu ᐀ᐭ che aveva ereditato la politica monetaria di Hideyoshi ⑲ศ continuò a coniare monete e le fece circolare in ogni angolo del paese. Sorsero in grandi città agenzie di cambio, dette ryŇgaeshŇ ਔᦧ໡1572, che svolgevano praticamente gli stessi servizi di quelli offerti dalle banche d’oggi, compresa l’emissione di titoli di credito simili agli assegni odierni. Tra le maggiori erano Mitsui ਃ੗ di Edo ᳯᚭ e KŇnoike 㡨ᳰ di ņsaka ᄢဈ.  < Monete > Avevano corso legale monete d’oro, d’argento e di metalli comuni. Le monete d’oro si distinguevano in Ňban (ᄢ್1573 lett. formato grande) e koban (ዊ್1574 lett. formato piccolo); quelle d’argento in chŇgin (ৼ㌁1575 lett. pezzo d’argento) e mameitagin (⼺᧼㌁ 1576 lett. piccola piastra d’argento). Quanto infine a monete di metalli comuni erano in larga circolazione Kan’ei tsşhŇ (ኡ᳗ㅢቲ1577; Kan’ei ኡ᳗ nengŇ; tsşhŇ ㅢቲ lett. tesori che vanno in giro). I cambi dei tre tipi di monete erano estremamente complessi, motivo per cui la presenza dei ryŇgaeshŇ ਔᦧ໡ era indispensabile.  ‫ ޣ‬CITTÀ RIGOGLIOSE ‫ ޤ‬Le città di diversa origine dei periodi precedenti (jŇkamachi ၔਅ↸1578, monzenmachi 㐷೨↸1579, shukubamachi ኋ႐↸1580, minatomachi ᷼↸1581 ψ§30) si ingrandirono ulteriormente. La crescita, specie di Edo ᳯᚭ, fu sbalorditiva: nella prima metà del XVIII secolo, e per la precisione nel 1721, essa vantava un milione di abitanti. ņsaka ᄢဈ, con i suoi 380 mila abitanti, era il centro del commercio. (cfr. Nel 1801 Londra aveva 850 mila abitanti). ٟ La metà della popolazione di Edo ᳯ ᚭ era costituita da coloro che appartenevano alla classe samuraica (bushi kaikyş ᱞ ჻ 㓏 ⚖ 1582 ) e di loro

1572 1573 1574 1575 1576 1577 1578 1579 1580 1581 1582

ryŇ/gae/shŇ ਔ 281/200 ᦧ 849/744 ໡ 353/412 Ň/ban ᄢ 7/26 ್ 291/1026 ko/ban ዊ 63/27 ್ 291/1026 chŇ/gin ৼ 794/184 ㌁ 264/313 mame/ita/gin ⼺ 988/958 ᧼ 709/1047 ㌁ 264/313 Kan’/ei/ tsş/hŇ ኡ 1471/1050 ᳗ 690/1207 ㅢ 71/150 ቲ 661/296 jŇ/ka/machi ၔ 638/720 ਅ 72/31 ↸ 114/182 mon/zen/machi 㐷 385/161 ೨ 38/47 ↸ 114/182 shuku/ba/machi ኋ 406/179 ႐ 34/154 ↸ 114/182 minato/machi ᷼ 445/669 ↸ 114/182 bu/shi/ kai/kyş ᱞ 448/1031 ჻ 301/572 㓏 253/588 ⚖ 505/568 222

inservienti (hŇkŇnin ᄺ౏ੱ1583). Se un’alta percentuale (50%) degli abitanti di Edo ᳯᚭ era rappresentata da bushi ᱞ჻ e loro familiari, è perché ogni han ⮲ adibiva un notevole numero di persone al servizio a Edo (edozume ᳯᚭ⹣1584 o anche edoban ᳯᚭ⇟1585) per venire incontro a diverse esigenze, tra sui quella di amministrare residenze, magazzini ed altri edifici di sua proprietà costruiti a Edo (nel loro complesso chiamati edoyashiki ᳯᚭደᢝ1586 lett. case a Edo) per il sankin kŇtai ෳൕ੤ઍ1587. Il numero del personale edozume ᳯᚭ⹣ di uno han ⮲ poteva ammontare a volte anche a 3.000-5.000. ٟ < Un aspetto urbanistico dei jŇkamachi > Nei jŇkamachi ၔਅ↸, la gente abitava in zone differenziate secondo la distinzione di shi-nŇ-kŇ-shŇ (჻ㄘᎿ໡1588 ψ §41). Le zone immediatamente circostanti il castello erano riservate alle abitazioni dei bushi ᱞ჻ chiamate bukeyashiki (ᱞኅደᢝ1589, dette anche samurai yashiki ଂደᢝ1590). Al di fuori delle zone residenziali samuraiche abitavano i chŇnin ↸ੱ. I quartieri dei chŇnin ↸ੱ erano a loro volta ulteriormente suddivisi per mestieri: rione dei pescivendoli, rione degli erbivendoli, rione dei falegnami, rione dei tintori ecc. Gli eta ⓚᄙ 1591 e hinin 㕖ੱ 1592 vivevano isolati alle periferie. In origine anche Edo ᳯᚭ fu un jŇkamachi ၔਅ↸. Così, anche oggi rimangono toponomi quali KajichŇ (㎊ಃ↸1593 rione dei fabbri), Kon’yachŇ (⚬ደ↸1594 rione dei tintori), DaikuchŇ (ᄢᎿ↸1595 rione dei falegnami), BakurŇchŇ (㚍༟↸ 1596 rione dei commercianti di cavalli) ecc.



1583 1584 1585 1586 1587 1588 1589 1590 1591 1592 1593 1594 1595 1596 1597

La voga dei pellegrinaggi (jisha sankei ኹ␠ෳ⹚1597) e dei viaggi di piacere (monomi

hŇ/kŇ/nin ᄺ 1106/1541 ౏ 122/126 ੱ 9/1 e/do/zume ᳯ 517/821 ᚭ 342/152 ⹣ 1035/1142 e/do/ban ᳯ 517/821 ᚭ 342/152 ⇟ 323/185 e/do/ya/shiki ᳯ 517/821 ᚭ 342/152 ደ 270/167 ᢝ 1053/1451 san/kin/ kŇ/tai ෳ 392/710 ൕ 750/559 ੤ 200/114 ઍ 68/256 shi/nŇ/kŇ/shŇ ჻ 301/572 ㄘ 362/369 Ꮏ 169/139 ໡ 353/412 bu/ke/ya/shiki ᱞ 448/1031 ኅ 81/165 ደ 270/167 ᢝ 1053/1451 samurai/ ya/shiki ଂ 1823/571 ደ 270/167 ᢝ 1053/1451 e/ta ⓚ non reg./non reg.ᄙ 161/229 hi/nin 㕖 491/498 ੱ 9/1 Ka/ji/chŇ ㎊ 1733/1817 ಃ non reg./non reg.↸ 114/182 Kon’/ya/chŇ ⚬ 1738/1493 ደ 270/167 ↸ 114/182 Dai/ku/chŇ ᄢ 7/26 Ꮏ 169/139 ↸ 114/182 Ba/kurŇ/chŇ 㚍 512/283 ༟ non reg./non reg.↸ 114/182 ji/sha/ san/kei ኹ 687/41 ␠ 30/308 ෳ 392/710 ⹚ non reg./non reg.

223

yusan ‛⷗ㆆጊ1598) intrapresi da un numero crescente di gente (ψ§55) concorse a rendere fiorenti le città ‘sante’ (monzenmachi 㐷೨↸ ψ§30) e le città di sosta (shukubamachi ኋ႐↸). MECCANISMO FONDAMENTALE DELL’ECONOMIA ED ASCESA ECONOMICA DEI CHņNIN

Favorita dai forti aumenti della produzione agricola ed artigianale, dalla sistemazione di infrastrutture, dalla circolazione monetaria e dall’attività degli operatori bancari, anche il commercio registrò uno sviluppo rigoglioso su scala nazionale; anzi, per la verità, bisogna dire che fin dal primo momento l’attività commerciale era destinata a fiorire per effetto d’un certo meccanismo insito nell’organizzazione economica della società feudale dei Tokugawa (Tokugawa hŇkenshakai ᓼ Ꮉኽᑪ␠ળ1599).  ‫ޣ‬MECCANISMO FONDAMENTALE DELL’ ECONOMIA‫ޤ‬Sia il bakufu ᐀ ᐭ che gli han ⮲ riscuotevano le imposte (nengu ᐕ⽸1600) in natura, ossia in riso, ma poi tramite i commercianti, dovevano per forza convertirne il valore in moneta per far fronte alle esigenze di uscita.  Basta pensare al sankin kŇtai ෳൕ੤ઍ: non era certo il caso di portare con loro sacchi di riso pesanti ed ingombranti per pagare alloggio e vitto durante il viaggio. I vassalli poi ricevevano gli stipendi (hŇroku ୊⑍1601) in forma di assegnazioni in terreni (chigyŇchi ⍮ⴕ࿾1602) o riso (fuchimai ᛔᜬ☨1603 riso dato a titolo di stipendio), e siccome anche i redditi dei terreni erano costituiti in riso, essi pure erano costretti a cedere il cereale ai commercianti in cambio di denaro. Se era scontato lo sviluppo dell’attività commerciale, fu proprio per via di questo meccanismo detto komezukai no keizai (☨૶޿ߩ⚻ᷣ1604 lett. economia d’uso del riso).  ‫ޣ‬ASCESA ECONOMICA DEI CHņNIN ‫ޤ‬I centri economici durante la prima metà del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) furono Edo ᳯᚭ, KyŇto ੩ㇺ e soprattutto ņsaka ᄢဈ. Il riso ed altri prodotti venivano concentrati prima ad ņsaka ᄢဈ per essere poi distribuiti in ogni parte del Giappone.

1598 1599 1600 1601 1602 1603 1604

mono/mi/ yu/san ‛ 126/79 ⷗ 48/63 ㆆ 728/1003 ጊ 60/34 Toku/gawa/ hŇ/ken/sha/kai ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ኽ 1039/1463 ᑪ 244/892 ␠ 30/308 ળ 12/158 nen/gu ᐕ 3/45 ⽸ 1572/1719 hŇ/roku ୊ 1914/1542 ⑍ non reg./non reg. chi/gyŇ/chi ⍮ 207/214 ⴕ 31/68 ࿾ 40/118 fu/chi/mai ᛔ 1748/1721 ᜬ 184/451 ☨ 90/224 kome/zuka/i/ no/ kei/zai ☨ 90/224 ૶ 226/331 ޿ߩ⚻ 135/548 ᷣ 288/549 224

 Ad ņsaka ᄢဈ ogni han ⮲ disponeva di magazzini, detti kurayashiki ⬿ደᢝ1605, in cui depositare riso ed altri prodotti del proprio han ⮲ destinati alla vendita. Per il ruolo chiave che spettava ad ņsaka ᄢဈ nell’economia del paese essa fu a volte chiamata tenka no daidokoro (ᄤਅߩบᚲ 1606 lett. cucina dell’intera nazione). La quotazione di mercato fissata ad ņsaka ᄢဈ venne presa in ogni parte del paese quale prezzo cui conformarsi. ٟ Anche oggi ņsaka ᄢ㒋, insieme con TŇkyŇ ᧲੩, costituisce uno dei due centri dell’economia del Giappone.

L’aumento del volume d’affari sfociò necessariamente in un’ascesa economica della classe dei chŇnin ↸ੱ. Col tempo emerse un ceto di mercanti non solo abbienti, ma estremamente facoltosi (gŇshŇ ⽕໡1607), fra cui, tanto per fare un solo nome, Kinokuniya Bunzaemon (♿࿖ደᢥᏀⴡ㐷1608 ?-?). I chŇnin ↸ੱ cominciavano così a dominare il campo economico e la vita economica dei bushi ᱞ჻ a dispetto della valutazione negativa che gravava sull’attività commerciale considerata ignobile, perché a scopo di lucro senza produrre niente.  Con la cultura Genroku (Genroku bunka ర⑍ᢥൻ1609 ψ§49) si ebbe la prima manifestazione rigogliosa di questa esuberante ricchezza dei mercanti straricchi (gŇshŇ ⽕໡).

§44. Fase di difficoltà del bakuhan IMPOVERIMENTO DEI BUS HI

Contrariamente a quanto si verificava con le condizioni floride dei chŇnin ↸ੱ, dal XVIII secolo si ebbe l’inizio di tempi duri per i bushi ᱞ჻, i cui stipendi erano privi di ogni meccanismo di aumento, malgrado la vita in città accrescesse l’esigenza di soddisfare molti bisogni. Per sbarcare il lunario i bushi ᱞ჻ ricorrevano a prestiti ipotecari, impegnavano le spade, simbolo del loro

1605 1606 1607 1608

kura/ya/shiki ⬿ 429/1286 ደ 270/167 ᢝ 1053/1451 ten/ka/ no/ dai/dokoro ᄤ 364/141 ਅ 72/31 ߩบ 216/492 ᚲ 107/153 gŇ/shŇ ⽕ 898/1671 ໡ 353/412 Ki/no/kuni/ya/ Bun/za/e/mon ♿ 930/372 ࿖ 8/40 ደ 270/167 ᢥ 136/111 Ꮐ 477/75 ⴡ 394/815

㐷 385/161 1609 Gen/roku/ bun/ka ర 328/137 ⑍ non reg./non reg.ᢥ 136/111 ൻ 100/254 225

status, o chiedevano ai chŇnin ↸ੱ lavori a domicilio. Verso la fine del secolo non era già più raro che i bushi ᱞ჻, vendendo lo status samuraico a commercianti benestanti, adottassero loro figli, con doti naturalmente. La distinzione che era regnata fra le categorie sociali iniziò così a venir meno. VILLAGGI AGRICOLI MUTATI

A dire il vero, tuttavia, furono i cambiamenti nei villaggi agricoli quelli che infersero i colpi più seri al sistema bakuhan (bakuhan taisei ᐀⮲૕೙1610). L’economia monetaria andava distruggendo la loro economia chiusa ed iniziò così la disgregazione della classe agraria. La vita degli strati inferiori era in condizioni di estrema indigenza: chi, malgrado il divieto (Denpata eitai baibai kinshirei ↰⇌᳗ઍᄁ⾈⑌ᱛ઎1611 ψ§41), vendeva terreni e forniva manodopera a chi li comprava o si dava al vagabondaggio; chi, per pagare le imposte, vendeva le proprie figlie ai quartieri di piacere (yşri ㆆ㉿1612 ψ§48); chi uccideva neonati, non trovandosi economicamente in grado di allevarli, infanticidio detto mabiki (㑆ᒁ1613 lett. sfoltimento). Di fronte alle difficili condizioni di vita, l’incremento demografico subì un arresto. Non erano più rispettati i divieti shogunali. La base del regime feudale (hŇken seido ኽᑪ ೙ᐲ1614) cominciava così a cedere.  ‫ޣ‬SOMMOSSE DEI CONTADINI E DI ALTRE CATEGORIE DI GENTE‫ޤ‬  In concomitanza col deteriorarsi delle condizioni di vita, a partire dalla metà del XVIII secolo, si moltiplicarono, ad un ritmo crescente, i tumulti dei contadini, chiamati hyakushŇ ikki (⊖ᆓ৻ឨ1615 lett. solidarietà dei contadini). Inoltre, sopraggiungevano spesso carestie. Si dice che una di esse, che durò parecchi anni verso la fine del XVIII secolo (Tenmei no kikin ᄤ᣿ߩ㘫㙰1616 lett. carestia di Tenmei; Tenmei ᄤ᣿ nengŇ ᐕภ 1781-1789), mietesse centinaia di migliaia di vittime. In città, poi, gli indigenti e i vagabondi spesso insorgevano in massa, devastando case e magazzini dei commercianti, specie di riso, agitazioni chiamate uchikowashi (ᛂᲛߒ1617 lett. distruzione per colpi). baku/han/ tai/sei ᐀ 836/1432 ⮲ 1566/1382 ૕ 110/61 ೙ 196/427 1611 Den/pata(= Ta/hata)/ ei/tai/ bai/bai/ kin/shi/rei ↰ 24/35 ⇌ 1216/36 ᳗ 690/1207 ઍ 68/256 ᄁ 131/239 ⾈ 330/241 ⑌ 853/482 ᱛ 400/477 ઎ 668/831 1612 yş/ri ㆆ 728/1003 ㉿ 1077/142 1613 ma/biki 㑆 27/43 ᒁ 238/216 1614 hŇ/ken/ sei/do ኽ 1039/1463 ᑪ 244/892 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 1615 hyaku/shŇ/ ik/ki ⊖ 73/14 ᆓ 1766/1746 ৻ 4/2 ឨ non reg./non reg. 1616 Ten/mei/ no/ ki/kin ᄤ 364/141 ᣿ 84/18 ߩ㘫 1947/1304 㙰 non reg./non reg. 1617 uchi/kowa/shi ᛂ 180/1020 Მ non reg./non reg.ߒ 1610

226

 Indignatosi per le pietose condizioni di vita delle masse, nel 1837 si sollevò ņshio HeihachirŇ (ᄢႮᐔ౎㇢1618 1793-1837), studioso di yŇmeigaku (㓁᣿ቇ1619 ψ§53) ed ex-agente di pubblica sicurezza del bakufu ᐀ᐭ, in testa ad una moltitudine di rivoltosi, fra cui anche agenti in servizio all’interno dello shogunato (bakufu ᐀ ᐭ ). La sollevazione (ņshio HeihachirŇ no ran ᄢႮᐔ౎㇢ߩੂ1620 1837), anche se repressa immediatamente, fu un duro colpo morale per la classe dominante del regime dei Tokugawa (Tokugawa shihaitaisei ᓼᎹᡰ㈩૕೙1621). RIFORME FINANZIARIE

‫ޣ‬BAKUFU ‫ޤ‬Nel XVIII e nella prima metà del XIX secolo, il progressivo aumento delle difficoltà fece sì che il bakufu ᐀ᐭ effettuasse tre riforme finalizzate al riassetto finanziario:

Ԙ riforma KyŇhŇ* (KyŇhŇ no kaikaku ੨଻ᡷ㕟1622 1716-1745) promotore: VIII shŇgun Tokugawa Yoshimune ᓼᎹศቬ1623 (c. 1716-1745) ԙ riforma Kansei* (Kansei no kaikaku ኡ᡽ᡷ㕟1624 1787-1793) promotore: rŇjş Matsudaira Sadanobu ᧻ᐔቯା1625 (c. 1787-1793) Ԛ riforma TenpŇ* (TenpŇ no kaikaku ᄤ଻ᡷ㕟1626 1841-1843) promotore: rŇjş Mizuno Tadakuni ᳓㊁ᔘ㇌1627 (c. 1834-1845) * KyŇhŇ, Kansei, TenpŇ: nengŇ ᐕภ  La riforma KyŇhŇ (KyŇhŇ no kaikaku ੨଻ᡷ㕟) riuscì a produrre effetti positivi, ma furono di breve durata, e in generale, i promotori di alto rango delle riforme (shŇgun ዁ァ stesso o rŇjş ⠧ਛ1628 ψ§41 [Vedi organigramma]), non seppero fare altro che insistere sull’austerità e sulla frugalità o emettere, per salvare hatamoto ᣛᧄ1629 e gokenin

1618 1619 1620 1621 1622 1623 1624 1625 1626 1627 1628 1629

ņ/shio/ Hei/hachi/rŇ ᄢ 7/26 Ⴎ 1058/1101 ᐔ 143/202 ౎ 41/10 ㇢ 237/980 yŇ/mei/gaku 㓁 990/630 ᣿ 84/18 ቇ 33/109 ņ/shio/ Hei/hachi/rŇ/ no/ ran ᄢ 7/26 Ⴎ 1058/1101 ᐔ 143/202 ౎ 41/10 ㇢ 237/980 ߩੂ 734/689 Toku/gawa/ shihai/tai/sei ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ᡰ 302/318 ㈩ 304/515 ૕ 110/61 ೙ 196/427 KyŇ/hŇ/ no/ kai/kaku ੨ 1952/1672 ଻ 166/489 ᡷ 294/514 㕟 686/1075 Toku/gawa/ Yoshi/mune ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ศ 464/1141 ቬ 1023/616 Kan/sei/ no/ kai/kaku ኡ 1471/1050 ᡽ 50/483 ᡷ 294/514 㕟 686/1075 Matsu/daira/ Sada/nobu ᧻ 215/696 ᐔ 143/202 ቯ 62/355 ା 198/157 Ten/pŇ/ no/ kai/kaku ᄤ 364/141 ଻ 166/489 ᡷ 294/514 㕟 686/1075 Mizu/no/ Tada/kuni ᳓ 144/21 ㊁ 85/236 ᔘ 1040/1348 ㇌ 1001/808 rŇ/jş ⠧ 788/543 ਛ 13/28 hata/moto ᣛ 1174/1006 ᧄ 15/25 227

ᓮኅੱ1630 in crisi economica, l’ordinanza di depennamento forzoso (kienrei ᫈᝙઎ 1631 lett. ordinanza di abbandono, 1789 e 1843) dei debiti da loro contratti, senza poter arrestare la tendenza al mutamento dei tempi.  < Tanuma Okitsugu, capitale commerciale e corruzione > Tra il KyŇhŇ no kaikaku ੨଻ᡷ㕟 e il Kansei no kaikaku ኡ᡽ᡷ㕟 ci sono circa venti anni, oggi definiti periodo di Tanuma (Tanuma jidai ↰ᴧᤨઍ1632), con il potere effettivo nelle mani del rŇjş ⠧ਛ Tanuma Okitsugu (↰ᴧᗧᰴ1633 c. 1767-1786). Diversamente da Yoshimune ศቬ che aveva cercato maggiori entrate nei villaggi agricoli (p.es. con l’aumento della percentuale dei tributi nengu ᐕ ⽸ 1634 ), Tanuma ↰ ᴧ cercò di arricchire le casse shogunali, approfittando del potere economico dei ricchi mercanti con la conseguenza, però, di permettere che dilagasse il malcostume delle tangenti. La ventina d’anni di Tanuma ↰ᴧ è ricordata quale periodo infestato dalla corruzione in una atmosfera liberale.  ‫ ޣ‬HAN ‫ ޤ‬Le situazioni finanziarie degli han ⮲ non erano migliori di quelle shogunali. I debiti che essi contraevano con grossi commercianti si andavano gonfiando smisuratamente. Tuttavia, mentre il bakufu ᐀ᐭ faceva, ma invano, gli estremi tentativi di salvataggio del regime, alcuni han ⮲ delle regioni sud-occidentali conducevano positivamente le loro riforme, preparando anche l’avvento di personaggi cui sarebbe toccato il compito di porre le basi del Giappone moderno. I seguenti sono i principali di tali han ⮲ di solito chiamati yşhan (㓶⮲1635 han potenti [nella fase finale del periodo Edo]). Tutti erano di tozama daimyŇ (ᄖ᭽ᄢฬ1636 ψ§41). Ԙ han di Satsuma (Satsuma han ⮋៺⮲1637 ψcarta 3; territorio dell’odierno Kagoshima-ken 㣮ఽፉ⋵1638 ψcarta 13) e parte meridionale del Miyazaki-ken ችፒ⋵1639)

1630 1631 1632 1633 1634 1635 1636 1637 1638 1639

go/ke/nin ᓮ 620/708 ኅ 81/165 ੱ 9/1 ki/en/rei ᫈ 1103/962 ᝙ non reg./non reg.઎ 668/831 Ta/numa/ ji/dai ↰ 24/35 ᴧ 1150/996 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Ta/numa/ Oki/tsugu ↰ 24/35 ᴧ 1150/996 ᗧ 118/132 ᰴ 235/384 nen/gu ᐕ 3/45 ⽸ 1572/1719 yş/han 㓶 500/1387 ⮲ 1566/1382 to/zama/ dai/myŇ ᄖ 120/83 ᭽ 472/403 ᄢ 7/26 ฬ 116/82 Satsu/ma/ han ⮋ non reg./non reg.៺ 1074/1530 ⮲ 1566/1382 Ka/go/shima/ ken 㣮 1141/2279 ఽ 556/1217 ፉ 173/286 ⋵ 195/194 Miya/zaki/ ken ች 419/721 ፒ 457/1362 ⋵ 195/194 228

ԙ han di ChŇshş (ChŇshş han 㐳Ꮊ⮲1640 ψcarta 5; oggi Yamaguchi-ken ጊญ ⋵1641) Ԛ han di Tosa (Tosa han ࿯૒⮲1642 ψcarta 6; oggi KŇchi-ken 㜞⍮⋵1643) ԛ han di Saga (Saga han ૒⾐⮲1644 detto anche Hizen han ⢈೨⮲1645 ψcarta 3; territorio dell’odierne Saga-ken ૒⾐⋵ e del Nagasaki-ken 㐳ፒ⋵1646) GERMOGLI DELL’INDUSTRIA MODERNA

Agli inizi del XIX secolo, ossia ancora in pieno sistema feudale (hŇken seido ኽᑪ೙ᐲ1647), nel campo dell’industria esisteva già una forma embrionale (kŇjŇsei shukŇgyŇ Ꮏ ႐ ೙ ᚻ Ꮏ ᬺ 1648 industria artigianale caratterizzata dalla divisione del lavoro in un labotorio) del moderno sistema di produzione. Tale organizzazione abbracciava la fabbricazione di prodotti tessili, sake ㈬1649, olio di semi, ghisa e salsa di soia detta shŇyu ㉟ᴤ1650.

§45. Fase di crollo del regime dei Tokugawa FINE DELL’ISOLAMENTO NAZIONALE

Ai gravi problemi che il bakufu ᐀ ᐭ non riusciva a risolvere, vennero ad aggiungersi pressioni dall’esterno 1651 lett. preoccupazioni interne e malattie esterne). (naiyş gaikan ౝᘷᄖᖚ A partire dal periodo a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo cominciarono ad apparire all’orizzonte navi di potenze occidentali, che esprimevano non di rado esplicitamente la richiesta di allacciare rapporti commerciali. Agli inizi il bakufu ᐀ᐭ, fermamente deciso nella propria politica isolazionistica, le allontanava con cannonate (Iko-

1640 1641 1642 1643 1644 1645 1646 1647 1648 1649 1650 1651

ChŇ/shş/ han 㐳 25/95 Ꮊ 542/195 ⮲ 1566/1382 Yama/guchi/ ken ጊ 60/34 ญ 213/54 ⋵ 195/194 To/sa/ han ࿯ 316/24 ૒ 285/1744 ⮲ 1566/1382 KŇ/chi/ ken 㜞 49/190 ⍮ 207/214 ⋵ 195/194 Sa/ga/ han ૒ 285/1744 ⾐ 778/756 ⮲ 1566/1382 Hi/zen/ han ⢈ 1398/1723 ೨ 38/47 ⮲ 1566/1382 Naga/saki/ ken 㐳 25/95 ፒ 457/1362 ⋵ 195/194 hŇ/ken/ sei/do ኽ 1039/1463 ᑪ 244/892 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 kŇ/jŇ/sei/ shu/kŇ/gyŇ Ꮏ 169/139 ႐ 34/154 ೙ 196/427 ᚻ 42/57 Ꮏ 169/139 ᬺ 54/279 sake ㈬ 781/517 shŇ/yu ㉟ non reg./non reg.ᴤ 689/364 nai/yş/ gai/kan ౝ 51/84 ᘷ 1627/1032 ᄖ 120/83 ᖚ 1138/1315 229

kusen uchiharairei ⇣࿖⦁ᛂᛄ઎1652 lett. ordinanza di scacciare le navi stranieri con cannonate, 1825-1842), ma quando nel 1853 entrarono nel porto di Uraga (ᶆ⾐1653 oggi parte di Yokosuka ᮮ㗇⾐1654 ψcarta 10) quattro navi da guerra americane comandate dal Commodoro M.C. Perry (Perĩ ࡍ࡝࡯), latore di una lettera del presidente statunitense Fillmore, la situazione internazionale nell’Asia orientale era giunta ad un punto tale che il Giappone non avrebbe più potuto restare chiuso in se stesso. ٟ I giapponesi, in preda al panico, chiamarono le quattro navi da guerra

americane kurofune (㤥⦁1655 lett. navi nere), perché i nanbansen ධⱄ⦁, navi (anche se non americane, comunque) occidentali, erano dipinti in nero. Oggi l’espressione kurofune 㤥⦁ viene usata quale simbolo della pressione esercitata dalle potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ1656).

Infatti, l’anno successivo (1854) il bakufu ᐀ᐭ non ebbe altra scelta che firmare il Trattato d’amicizia nippo-statunitense (Nichibei washin jŇyaku ᣣ☨๺ⷫ᧦⚂1657 1854) per evitare che il Giappone seguisse la stessa miserabile sorte subita dalla Cina in seguito alla guerra dell’oppio (Ahen sensŇ ࠕࡋࡦᚢ੎1658 o anche 㒙 ᚢ੎ 18401842; guerra oggi definita d’invasione inglese in Cina; ahen ࠕࡋࡦ dall’ingl. opium). Era la fine dell’isolamento (kaikoku 㐿 ࿖ 1659 lett. apertura del paese, 1854). Il Giappone si apriva così anche all’Inghilterra, alla Russia e all’Olanda con analoghi trattati.  ‫ޣ‬TRATTATI INEGUALI‫ ޤ‬Successivamente, nel 1858 (5° anno Ansei ቟᡽1660) su pressioni del console generale statunitense in Giappone T. Harris (Harisu ࡂ࡝ࠬ) venne concluso il Trattato commerciale nippo-statunitense (Nichibei shşkŇ tsşshŇ jŇyaku ᣣ☨ୃᅢㅢ໡᧦⚂1661, 1858), a cui seguirono anche questa volta analoghi trattati con Inghilterra, Russia, Olanda e Francia. I/koku/sen/ uchi/harai/rei ⇣ 707/1061 ࿖ 8/40 ⦁ 313/376 ᛂ 180/1020 ᛄ 664/582 ઎ 668/831 Ura/ga ᶆ 856/1442 ⾐ 778/756 1654 Yoko/su/ka ᮮ 297/781 㗇 936/2263 ⾐ 778/756 1655 kuro/fune 㤥 317/206 ⦁ 313/376 1656 sei/Ň/ rek/kyŇ ⷏ 167/72 ᰷ 766/1022 ೉ 891/611 ᒝ 112/217 1657 Nichi/bei/ wa/shin/ jŇ/yaku ᣣ 1/5 ☨ 90/224 ๺ 151/124 ⷫ 381/175 ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 1658 A/hen/ sen/sŇ ࠕࡋࡦᚢ 88/301 ੎ 271/302࡮㒙 1515/2258   905/1045 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 1659 kai/koku 㐿 80/396 ࿖ 8/40 1660 An/sei ቟ 128/105 ᡽ 50/483 1661 Nichi/bei/ shş/kŇ/ tsş/shŇ/ jŇ/yaku ᣣ 1/5 ☨ 90/224 ୃ 644/945 ᅢ 308/104 ㅢ 71/150 ໡ 353/412 ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 1652 1653

230

 Per il Giappone i trattati del 1858, detti Ansei no gokakoku jŇyaku (቟᡽ߩ੖߆࿖᧦ ⚂1662 lett. trattati di Ansei con cinque paesi), furono penalizzanti, perché ineguali (fubyŇdŇ jŇyaku ਇᐔ╬᧦⚂1663 trattati ineguali) particolarmente sotto due aspetti, di cui uno era di natura giurisdizionale: gli stranieri dei paesi contraenti che avessero commesso reati in Giappone avrebbero goduto del diritto di non essere soggetti alla giurisdizione giapponese (chigai hŇken ᴦᄖᴺᮭ1664 extraterritorialità). L’altro riguardava le tariffe doganali: al Giappone fu negato il diritto di stabilire autonome tariffe doganali (kanzei jishuken 㑐⒢⥄ਥᮭ1665 autonomia tariffaria).  I trattati ineguali (fubyŇdŇ jŇyaku ਇᐔ╬᧦⚂) stavano a significare pertanto che le potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ), con chissà quale autorità, non riconoscevano il Giappone quale stato sovrano a pieno titolo, ossia lo consideravano semicoloniale, e costituirono perciò un gravoso lavorio diplomatico di revisione (jŇyaku kaisei ᧦⚂ᡷᱜ1666) per il successivo governo Meiji. (Meiji seifu ᣿ᴦ᡽ᐭ1667 ψ§61) ٟ Gli Ansei no gokakoku jŇyaku ቟᡽ߩ੖߆࿖᧦⚂ furono firmati dal bakufu

᐀ᐭ rappresentato dal tairŇ ᄢ⠧ 1668 (ψ §41) Ii Naosuke ( ੗દ⋥ᒠ 1669 1815-1860) senza consenso del chŇtei ᦺᑨ, causa per cui s’inasprirono i movimenti delle forze contrarie all’apertura del paese (kaikoku 㐿࿖). Naosuke ⋥ᒠ ricorse alle maniere forti: repressione ferrea (Ansei no taigoku ቟᡽ߩᄢₐ1670 lett. carcerazione di massa di Ansei, 1858-1859). Di lì a non molto, nel 1860, Naosuke ⋥ᒠ fu assassinato (Sakuradamon gai no hen ᪉↰㐷ᄖߩᄌ1671 lett. incidente all’esterno della porta Sakuradamon [del castello di Edo]). La sua morte segnò l’inizio di un rapido declino dell’autorità del Tokugawa bakufu ᓼᎹ᐀ᐭ. FINE DELLO SHOGUNATO DEI TOKUGAWA

1662 1663 1664 1665 1666 1667 1668 1669 1670 1671

L’ultima fase di una quindicina d’anni (1853 ca.-1867) del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) viene chiamata

An/sei/ no/ go/ka/koku/ jŇ/yaku ቟ 128/105 ᡽ 50/483 ߩ੖ 14/7 ߆࿖ 8/40 ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 fu/byŇ/dŇ/ jŇ/yaku ਇ 134/94 ᐔ 143/202 ╬ 601/569 ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 chi/gai/ hŇ/ken ᴦ 181/493 ᄖ 120/83 ᴺ 145/123 ᮭ 260/335 kan/zei/ ji/shu/ken 㑐 104/398 ⒢ 383/399 ⥄ 53/62 ਥ 91/155 ᮭ 260/335 jŇ/yaku/ kai/sei ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 ᡷ 294/514 ᱜ 109/275 Mei/ji/ sei/fu ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᡽ 50/483 ᐭ 156/504 tai/rŇ ᄢ 7/26 ⠧ 788/543 I/i/ Nao/suke ੗ 252/1193 દ 603/2011 ⋥ 329/423 ᒠ non reg./non reg. An/sei/ no/ tai/goku ቟ 128/105 ᡽ 50/483 ߩᄢ 7/26 ₐ 1644/884 Sakura/da/mon/ gai/ no/ hen ᪉ 1121/928 ↰ 24/35 㐷 385/161 ᄖ 120/83 ߩᄌ 324/257 231

bakumatsu (᐀ᧃ1672 lett. fase finale del Tokugawa bakufu; φ Tokugawa baku/fu ᓼ Ꮉ᐀ᐭ 㧗 matsu ᧃ fine, termine; espressione che si usa frequentemente parlando della storia di questo periodo) e fu caratterizzata dall’andamento quanto mai movimentato e burrascoso della situazione interna, creata da una serie di scontri tra le quattro forze del bakufu ᐀ᐭ, del chŇtei ᦺᑨ, di alcuni han ⮲ non sempre concordi fra loro e infine delle potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ), la cui politica nei confronti del Giappone a sua volta conobbe scissioni. E, per giunta, non mancarono sommosse popolari.  A causa della forte inflazione acuitasi in seguito alla ripresa degli scambi commerciali con l’Occidente, si verificò una escalation del movimento politico detto sonnŇ jŇi undŇ (ዅ₺ᡠᄱㆇേ1673 o anche ዅ⊞ᡠᄱㆇേ) che portava avanti sia la ‘riverenza verso l’imperatore’ (sonnŇ ዅ₺, ዅ⊞) che la ‘xenofobia’ (jŇi ᡠᄱ lett. espulsione dei barbari). Ne erano alfieri bushi-patrioti di medio-basso rango dalla mente aperta. Chiamati shishi (ᔒ჻1674 lett. uomini con ideali, ovvero uomini di azione dediti alla causa nobile anche a rischio della propria vita), erano originari principalmente dello han di ChŇshş (ChŇshş han 㐳Ꮊ⮲1675) e degli altri yşhan (㓶⮲1676 ψ§44). Tuttavia, convintisi poi dell’assurdità ed impossibilità di competere con le forze occidentali, nettamente superiori dal punto di vista della forza militare, detto movimento si trasformò in un altro, mirante ad abbattere lo shogunato dei Tokugawa (tŇbaku undŇ ⸛ ᐀ㆇേ1677 lett. movimento di abbattimento del bakufu ᐀ᐭ) e venne promosso dagli shishi ᔒ჻ degli han di ChŇshş (ChŇshş han 㐳Ꮊ⮲) e di Satsuma (Satsuma han ⮋ ៺ ⮲ 1678 ) unitisi in una coalizione (SatchŇ rengŇ ⮋ 㐳 ㅪ ว 1679 lett. alleanza ChŇshş-Satsuma; SatchŇ ⮋㐳 φ Satsuma ⮋៺ 㧗 ChŇshş 㐳Ꮊ).  Nel 1867 anche il bakufu ᐀ᐭ nella persona del XV e ultimo shŇgun ዁ァ Tokugawa Yoshinobu (ᓼᎹᘮ༑1680 c. 1866-1967), rendendosi conto della impossibilità di

1672 1673

baku/matsu ᐀ 836/1432 ᧃ 528/305 son/nŇ/ jŇ/i/ un/dŇ ዅ 1220/704 ₺ 499/294 (⊞ 964/297)ᡠ non reg./non reg.ᄱ non reg./non reg.ㆇ 179/439

േ 86/231 shi/shi ᔒ 622/573 ჻ 301/572 1675 ChŇ/shş/ han 㐳 25/95 Ꮊ 542/195 ⮲ 1566/1382 1676 yş/han 㓶 500/1387 ⮲ 1566/1382 1677 tŇ/baku/ un/dŇ ⸛ 466/1018 ᐀ 836/1432 ㆇ 179/439 േ 86/231 1678 Satsu/ma/ han ⮋ non reg./non reg.៺ 1074/1530 ⮲ 1566/1382 1679 Sat/chŇ/ ren/gŇ ⮋ non reg./non reg.㐳 25/95 ㅪ 87/440 ว 46/159 1680 Toku/gawa/ Yoshi/nobu ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ᘮ 962/1632 ༑ 770/1143 1674

232

resistere, restituì il potere all’imperatore (taisei hŇkan ᄢ᡽ᄺㆶ1681 lett. restituzione del potere politico), con ciò sia segnando la propria fine, che chiudendo definitivamente la lunga storia di circa 700 anni del governo del buke ᱞኅ.  In seguito, nello stesso anno del 1867, con la proclamazione della restaurazione del governo imperiale (Ňsei fukko ₺᡽ᓳฎ1682), aveva inizio la storia dell’età moderna e contemporanea del Giappone. ٟ Nel bakumatsu ᐀ᧃ lo shŇgun ዁ァ fu chiamato dai diplomatici occidentali taikun (ᄢำ1683 termine onorifico di kunshu ำਥ sovrano).

Parte seconda: Cultura

§46. Osservazioni generali sulla cultura del kinsei  Il kinsei ㄭ਎ ebbe tre grandi apici culturali: cultura Momoyama (Momoyama bunka ᩶ጊᢥൻ1684), cultura Genroku (Genroku bunka ర⑍ᢥൻ1685) e cultura Kasei (Kasei bunka ൻ᡽ᢥൻ1686), ciascuna con una fisionomia propria, ben distinta dalle altre. È da tenere presente che è consuetudine includere nel periodo della cultura Momoyama (Momoyama bunka ᩶ጊᢥൻ) i primi quindici anni (ossia fino all’ņsaka natsu no jin ᄢဈᄐߩ㒯1687 1615 ψ§41) di storia politica del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ). (ψ§39)  La tendenza generale di evoluzione consisteva in una crescita della cultura popolare

1681 1682 1683 1684 1685 1686 1687

tai/sei/ hŇ/kan ᄢ 7/26 ᡽ 50/483 ᄺ 1106/1541 ㆶ 1139/866 Ň/sei/ fuk/ko ₺ 499/294 ᡽ 50/483 ᓳ 585/917 ฎ 373/172 tai/kun ᄢ 7/26 ำ 700/793 Momo/yama/ bun/ka ᩶ 1642/1567 ጊ 60/34 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 Gen/roku/ bun/ka ర 328/137 ⑍ non reg./non reg.ᢥ 136/111 ൻ 100/254 Ka/sei/ bun/ka ൻ 100/254 ᡽ 50/483 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 ņ/saka/ natsu/ no/ jin ᄢ 7/26 ဈ 595/443 ᄐ 580/461 ߩ㒯 823/1404 233

fino al punto in cui la maggioranza dei suoi promotori-fruitori fu costituita da chŇnin ↸ ੱ. Non erano poi rari quei bushi (ᱞ჻ e più precisamente rŇnin ᶉੱ1688, ossia bushi ᱞ჻ senza signore ψ§41), specie agli inizi del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ), che, avendo perso la protezione di un daimyŇ ᄢฬ, e quindi lo stipendio (hŇroku ୊⑍ 1689), cercavano di guadagnarsi da vivere come scrittori o studiosi-insegnanti.  Un altro aspetto rilevabile era, salvo pochi casi d’eccezione, la presenza d’una forte dose di realismo, e anche questo si andò accentuando col passare del tempo.  Da ultimo, malgrado oltre un secolo e mezzo di distanza rimangono tuttora, esplicitamente o implicitamente, nella vita quotidiana dei giapponesi delle tracce della realtà giornalmente vissuta dalla gente del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ).

§47. Cultura Momoyama  La cultura Momoyama (Momoyama bunka ᩶ጊᢥൻ seconda metà del XVI sec. e una quindicina d’anni iniziali del periodo Edo) espresse più orientamenti, tutti inconciliabilmente disparati, ma in ultima analisi l’aspetto dominante fu quello della sua imponente, rigogliosa vitalità. Si trattava cioè della manifestazione sia di uno spirito d’iniziativa dei sengoku daimyŇ ᚢ࿖ᄢฬ1690, uomini fattisi da sé, che non badavano alle convenzioni, sia di un’energia talmente esuberante da estendersi fino all’Asia sudorientale (TŇnan Ajia ᧲ධࠕࠫࠕ1691) (ψ§42).  Due erano i settori che rappresentavano questa cultura: anzitutto l’architettura, specie i castelli (jŇkaku kenchiku ၔㇳᑪ▽1692 lett. architettura di castello e di mura) che si ergevano al centro dei jŇkamachi ၔਅ↸ e poi le gigantesche pitture eseguite all’interno delle costruzioni imponenti. CASTELLI E PITTURA DELLA SCUOLA KANņ

‫ޣ‬CASTELLI‫ޤ‬Durante il periodo Azuchi-Momoyama (Azuchi-Momoyama jidai ቟࿯᩶ጊᤨઍ) e nella prima quindicina d’anni del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) prevalse la costruzione a ritmo accelerato di castelli solidi e grandiosi, i quali, oltre a servire naturalmente a scopi 1688 1689 1690 1691 1692

rŇ/nin ᶉ 1445/1753 ੱ 9/1 hŇ/roku ୊ 1914/1542 ⑍ non reg./non reg. sen/goku/ dai/myŇ ᚢ 88/301 ࿖ 8/40 ᄢ 7/26 ฬ 116/82 TŇ/nan/ A/ji/a ᧲ 11/71 ධ 205/74 ࠕࠫࠕ jŇ/kaku/ ken/chiku ၔ 638/720 ㇳ 1770/1673 ᑪ 244/892 ▽ 820/1603 234

militari, erano anche palazzi nei quali i daimyŇ ᄢ ฬ , molti dei quali parvenus, ostentavano il loro potere e la loro ricchezza.  Fra tutti i castelli oggi rimasti, il meglio conservato e più noto è il castello di Himeji (HimejijŇ ᆢ〝ၔ1693 1608, Himeji ψcarta 7) detto anche castello dell’airone bianco (ShirasagijŇ ⊕㣕ၔ1694), in quanto ha i muri dipinti interamente in bianco.  ‫ޣ‬PITTURA GRANDIOSA DELLA SCUOLA KANņ‫ޤ‬Per arredare gli interni dei castelli (p.es. AzuchijŇ [቟࿯ၔ 1576-1582] di Nobunaga, FushimijŇ [ફ⷗ၔ1695 1594-1623] e ņsakajŇ [ᄢဈၔ 1583, distrutto due volte dal fuoco; ricostruito in cemento armato nel 1931] di Hideyoshi) e delle altre costruzioni gigantesche (p.es. Jurakudai ⡝ᭉ╙1696 1587-1595; abitazione di Hideyoshi ⑲ศ a KyŇto ੩ㇺ) con pitture intonate all’imponenza dell’ambiente, vennero chiamati artisti di prim’ordine, specie della scuola KanŇ (KanŇha ⁚㊁ᵷ1697 dalla metà del periodo Muromachi all’era Meiji), filone che emergeva sugli altri per le pitture audaci, di grandi dimensioni e dai colori vividi e forti. Su commissione dei supremi signori quali Nobunaga ା㐳 e Hideyoshi ⑲ศ i suoi artisti rappresentati da KanŇ Eitoku (⁚㊁᳗ᓼ1698 1543-1590) decorarono in squadra porte scorrevoli (fusuma ⶲ1699) e paraventi (byŇbu ዳ㘑1700) pieghevoli dei loro castelli con pitture sfarzose e piene di forza, dette shŇhekiga (㓚ო↹ 1701 lett. pitture su divisori e muri), specie con damie (Ớ⛗1702 [tipo particolare di shŇhekiga 㓚ო↹] lett. pitture a colori intensi con l’uso anche di materiali quali oro, argento, verderame ecc.), fino allora sconosciute nella tradizione pittorica giapponese. ٟ Non è detto che l’interno di tutti i castelli fosse sontuoso. I castelli di semplici

daimyŇ ᄢฬ avevano interni solitamente sobri e disadorni.

 < Pittori e opere > Ecco un paio di massimi pittori dell’epoca e loro opere citate frequentemente: KanŇ Eitoku (⁚㊁᳗ᓼ 1543-1590), Karajishizu byŇbu (䇺໊ₑሶ࿑ዳ

1693 1694 1695 1696 1697 1698 1699 1700 1701 1702

Hime/ji/jŇ ᆢ 1534/1757 〝 367/151 ၔ 638/720 Shira/sagi/jŇ ⊕ 266/205 㣕 non reg./non reg.ၔ 638/720 Fushi/mi/jŇ ફ 1412/1356 ⷗ 48/63 ၔ 638/720 Ju/raku/dai ⡝ non reg./non reg.ᭉ 232/358 ╙ 76/404 Ka/nŇ/ha ⁚ 1650/1581 ㊁ 85/236 ᵷ 293/912 Ka/nŇ/ Ei/toku ⁚ 1650/1581 ㊁ 85/236 ᳗ 690/1207 ᓼ 839/1038 fusuma ⶲ non reg./non reg. byŇ/bu ዳ non reg./non reg.㘑 246/29 shŇ/heki/ga 㓚 676/858 ო 1064/1489 ↹ 150/343 dami/e Ớ 1185/957 ⛗ 976/345 235

㘑䇻1703 lett. paravento recante un disegno di leoni cinesi, ?) di proprietà della casa imperiale, Rakuchş Rakugaizu byŇbu 䇺ᵡਛᵡᄖ࿑ዳ㘑䇻1704 lett. paravento di vedute interne ed esterne di KyŇto; Hasegawa TŇhaku ( 㐳 ⼱ Ꮉ ╬ ષ 1705 1539-1610), Chichakuin fusumae (ᥓⓍ㒮ⶲ⛗1706 lett. dipinti eseguiti su paraventi del tempio di Chichakuin, 1592?) a KyŇto ੩ㇺ; KaihŇ YşshŇ (ᶏർ෹᧻1707 1533-1615), Sansuizu byŇbu (䇺ጊ᳓࿑ዳ㘑䇻1708 lett. paravento di paesaggi, 1602). CULTURA ESOTICA

Ovviamente, di natura assai diversa con il suo esotismo fu la cultura nanban (nanban bunka ධⱄᢥൻ1709 ψ§40) incentrata sui dipinti (nanban bijutsu ධⱄ⟤ⴚ lett. belle arti nanban) eseguiti su paraventi (nanban byŇbu ධⱄዳ 㘑) con tema nanban, quali nanbanjin ධⱄੱ, nanbanji ධⱄኹ, nanbansen ධⱄ⦁, nanban bŇeki ධⱄ⾏ᤃ ecc..  Veicolate dai nanbanjin ධⱄੱ, furono introdotte anche nuove nozioni in diversi campi del sapere quali l’astronomia, la geografia, la medicina, la nautica ecc.  < Missionari e la lingua giapponese > Per l’esigenza dell’attività di evangelizzazione i missionari studiarono il giapponese e produssero materiali per il suo apprendimento, tali, che oggi costituiscono fonti preziose di consultazione per lo studio del giapponese d’allora. Di queste opere sono degne di menzione le seguenti due: Vocabulario da Lingoa de Iapam (Nippo jisho 䇺ᣣ⫁ㄉᦠ䇻 1710 1603-1604, Nagasaki) compilato da un gruppo di alcuni gesuiti e Arte da Lingoa de Iapam (Nihon daibunten 䇺ᣣ ᧄᄢᢥౖ䇻 1711 1604-1608, Nagasaki) di João Rodriguez (Rodorigesu ࡠ࠼࡝ࠥࠬ 1561-1634), gesuita portoghese che riuscì ad acquisire un’ottima padronanza della lingua e cultura giapponese.

Kara/jishi/zu/ byŇ/bu 䇺໊ 1668/1697 ₑ non reg./non reg.ሶ 56/103 ࿑ 631/339 ዳ non reg./non reg.㘑 䇻 1704 Raku/chş/ Raku/gai/zu/ byŇ/bu 䇺ᵡ non reg./non reg.ਛ 13/28 ᵡ non reg./non reg.ᄖ 120/83 ࿑ 631/339 ዳ non reg./non reg.㘑 246/29䇻 1705 Hase/gawa/ TŇ/haku 㐳 25/95 ⼱ 249/653 Ꮉ 111/33 ╬ 601/569 ષ 1671/1176 1706 Chi/chaku/in/ fusuma/e ᥓ 1416/2099 Ⓧ 506/656 㒮 236/614 ⶲ non reg./non reg.⛗ 976/345 1707 Kai/hŇ/ Yş/shŇ ᶏ 158/117 ർ 103/73 ෹ 543/264 ᧻ 215/696 1708 San/sui/zu/ byŇ/bu 䇺ጊ 60/34 ᳓ 144/21 ࿑ 631/339 ዳ non reg./non reg.㘑 246/29䇻 1709 nan/ban/ bun/ka ධ 205/74 ⱄ 1894/1879 ᢥ 136/111 ൻ 100/254㧔-bi/jutsu ~⟤ 289/401 ⴚ 299/187, -byŇ/bu ~ዳ non reg./non reg.㘑 246/29, -jin ~ੱ 9/1, -ji ~ኹ 687/41, -sen ~⦁ 313/376, -bŇ/eki ~⾏ 1037/760 ᤃ 810/759㧕 1710 Nip/po ji/sho 䇺ᣣ 1/5 ⫁ non reg./non reg.ㄉ 868/688 ᦠ 130/131䇻 1711 Ni/hon/ dai/bun/ten 䇺ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ᄢ 7/26 ᢥ 136/111 ౖ 956/367䇻 1703

246/29

236

 Inoltre, vennero stampate pubblicazioni dette kirishitanban ࠠ࡝ࠪ࠲ࡦ  1712 grazie agli attrezzi da stampa a caratteri mobili portati da Alessandro Valignano (BarinyĆno ࡃ࡝࠾ࡖ࡯ࡁ, 1538-1606; detto a volte anche Valignani ࡃ࡝࠾ࡖ࡯࠾), visitatore della Compagnia di Gesù (Iezusukai ࠗࠛ࠭ࠬળ1713, Yasokai ⡍⯃ળ1714), originario di Chieti. ٟ I citati attrezzi da stampa, tuttavia, vennero persi ben presto, in quanto

trasportati a Macao ࡑࠞࠝ, Cina, in seguito all’ordinanza anticattolica (kinkyŇrei ⑌ᢎ઎1715) del 1612 (ψ§42).

 < Prestiti linguistici > Oggetti materiali che non esistevano nel Giappone d’allora entrarono insieme con le parole che li designavano, e siccome i portoghesi precedettero gli spagnoli di circa 40 anni, quasi tutti i prestiti linguistici (gairaigo ᄖ᧪⺆1716 lett. parole venute dall’estero) d’allora furono dal portoghese: pan (ࡄࡦ portogh. pão: pane), tabako (ߚ߫ߎ portogh. tabaco: tabacco), botan (ࡏ࠲ࡦ portogh. botão: bottone), karuta (ࠞ࡞࠲ portogh. carta: carte da gioco giapponesi), birŇdo (ࡆࡠ࡯࠼ portogh. veludo, sp. velludo: velluto), tenpura (ߡࠎ߲ࠄ portogh. temporas: fritti di verdura e di pesce), kanaria (ࠞ࠽࡝ࠕ sp. canaria: canarino) ed altri. TRADIZIONE DELLA CULTURA HIGASHIYAMA

Un aspetto di natura ancora diversa fu rappresentato da una gran voga delle forme artistiche originarie del periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ ↸ ᤨ ઍ ), in particolare della cultura Higashiyama (Higashiyama bunka ᧲ጊᢥൻ1717 ψ§32), di cui la celebre cerimonia del tè (sadŇ, chadŇ ⨥㆏1718, chanoyu ⨥ߩḡ1719) merita una menzione.  ‫ޣ‬WABICHA ‫ ޤ‬Fu Sen no Rikyş (ජ೑ભ1720 1522-1591) ad elevare ulteriormente lo spirito del wabicha (ଌ⨥1721 ψ§36), iniziato da Murata JukŇ (᧛↰⃨శ1722 ψ§36).

1712 1713 1714 1715 1716 1717 1718 1719 1720 1721 1722

ki/ri/shi/ta/n/ban ࠠ࡝ࠪ࠲ࡦ  677/1046 I/e/zu/su/kai ࠗࠛ࠭ࠬળ 12/158 Ya/so/kai ⡍ non reg./non reg.⯃ non reg./non reg.ળ 12/158 kin/kyŇ/rei ⑌ 853/482 ᢎ 97/245 ઎ 668/831 gai/rai/go ᄖ 120/83 ᧪ 113/69 ⺆ 274/67 Higashi/yama/ bun/ka ᧲ 11/71 ጊ 60/34 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 sa/dŇ ⨥ 805/251 ㆏ 129/149 cha/no/yu ⨥ 805/251 ߩḡ 1022/632 Sen/ no/ Ri/kyş ජ 79/15 ೑ 219/329 ભ 583/60 wabi/cha ଌ non reg./non reg.⨥ 805/251 Mura/ta/ Ju/kŇ ᧛ 210/191 ↰ 24/35 ⃨ 1540/1504 శ 417/138 237

La moda del wabicha ଌ⨥ era però in netto contrasto con il fenomeno culturale dei castelli grandiosi, quindi sfarzosi e dei loro annessi e connessi ugualmente appariscenti.  Il wabicha ଌ⨥ consiste, è vero, in ultima analisi, nel bere tè, ma se lo si distingue dal bere caffè o Coca Cola, è perché si tratta di un atto spirituale caratterizzato da una certa coscienza estetica detta wabi ଌ. In altre parole, il wabicha ଌ⨥ non è un atto per soddisfare né il palato, né la sete, ma una pratica quasi rituale per nobilitare l’animo alla zenista, e la sua essenza sta nella parola wabi ଌ.  < Wabi > Diciamo subito che il wabi ଌ è una forma sviluppata dello yşgen ᐝ₵ 1723. Al pari di quest’ultimo, quindi, anche il wabi ଌ è l’effetto di una doppia struttura. I due si differenziano tuttavia in un solo punto: mentre nello yşgen ᐝ₵ uno dei due elementi si intravede attraverso l’altro (per esempio, ‘montagne autunnali’ che, come abbiamo già detto, si presentano allo sguardo tramite squarci di ‘nebbia diradata’ ψ §34), nel wabi ଌ un elemento, ossia l’elemento negatore, copre totalmente l’altro ovvero l’elemento negato, con conseguenza che l’elemento negato non può più essere colto visivamente, ma soltanto percepito dalla mente. Che uno dei due elementi venga negato per intero dall’altro, ma che il negato rimanga ugualmente percepibile trova riscontro rispettivamente con la prima e la seconda metà del detto già citato più volte: « Forma è vuoto. Vuoto è forma » (ψ§12, §33).  Lo stesso fu espresso da JukŇ ⃨శ e Rikyş ೑ભ con queste parole: « Sarebbe buona cosa tenere uno splendido cavallo in una stalla dal tetto di paglia ». (JukŇ ⃨శ). « Per fare un buon cucchiaino da tè, bisogna tagliare il bambù, ma in modo che non appaia bello. Il contenitore del tè va fatto rozzo. Il suo fondo va tagliato in modo che non risulti lavorato accuratamente ». (Rikyş ೑ભ).  Qualsiasi oggetto occorrente per il wabicha ଌ⨥, compresa la stanza chashitsu (⨥ቶ 1724 ψ§36), può apparire agli occhi dei non iniziati piccolo, misero, brutto e quindi di poco o nessun pregio, ma questa fenomenologia negativa nasconde in sé un mondo a valore positivo che si espande all’infinito. Lo spirito del wabicha ଌ⨥ sta nel godersi il ‘valore positivo nato dalla negazione’. Rikyş ೑ભ chiamò questo spirito wakei seijaku ๺ᢘᷡ኎1725.  Il chashitsu ⨥ቶ più noto ora esistente è il Taian ᓙᐻ1726 del tempio zen di MyŇkian ᅱ༑ᐻ1727 costruito, per ordine di Hideyoshi, da Sen no Rikyş ජ೑ભ. Lì 1723 1724 1725 1726 1727

yş/gen ᐝ 1876/1228 ₵ 1514/1225 cha/shitsu ⨥ 805/251 ቶ 421/166 wa/kei/ sei/jaku ๺ 151/124 ᢘ 1247/705 ᷡ 509/660 ኎ 1871/1669 Tai/an ᓙ 374/452 ᐻ non reg./non reg. MyŇ/ki/an ᅱ 1045/1154 ༑ 770/1143 ᐻ non reg./non reg. 238

dentro tutto appare di valore negativo (stanza angusta, muri nerastri ecc.) agli occhi dei non-iniziati.  Nell’ottica della storia della cultura, il mutamento dello yşgen ᐝ₵ in wabi ଌ è da considerare fenomeno parallelo all’indirizzo fondamentale di evoluzione della cultura giapponese (ψ§46): il wabi ଌ era sorto laddove la cultura popolare era divenuta dominante su quella tradizionale dell’aristocrazia di Heian (kokufş bunka ࿖㘑ᢥൻ).

§48. Ambiente culturale del periodo Edo GRANDI CITTÀ E CHņNIN

< ChŇnin bunka > La cultura del periodo Edo (Edo jidai ᳯ ᚭᤨઍ) poté realizzarsi grazie alla piena partecipazione della classe arricchita, quella cioè dei chŇnin ↸ੱ. Per questo è denominata cultura dei chŇnin (chŇnin bunka ↸ੱᢥൻ). È una cultura sorta nelle grandi città.  Sugli aspetti animati e dinamici della vita dei chŇnin ↸ੱ di ņsaka ᄢဈ, KyŇto ੩ㇺ e Edo ᳯᚭ intorno alla fine del XVII secolo, ossia dell’era Genroku (Genroku jidai ర ⑍ᤨઍ 1728 1688-1704; Genroku ర⑍ : nengŇ ᐕภ ), Engelbert Kämpfer (1651-1716), medico tedesco venuto al Dejima ಴ፉ 1729 nel 1690, scrisse quanto segue:

« Questa città (ņsaka ᄢဈ, n.d.a.), popolosa ed avvantaggiata nei collegamenti sia per via d’acqua che di terra, costituisce il maggior centro commerciale in tutto il Giappone. Qui abitano cittadini benestanti, tecnici e produttori di ogni genere di cose. Malgrado i suoi numerosi abitanti, questa città non solo permette di guadagnarsi facilmente da vivere, ma è anche piena di ogni genere di cose che servono alla vita lussuosa e ai piaceri dei sensi, tanto che i giapponesi la chiamano il paradiso dei piaceri. Sia a teatro che nelle case private si eseguono quasi ogni giorno spettacoli teatrali. In mercato i commercianti fanno a gara nel richiamo dei possibili acquirenti. Vi sono esposte anche tante cose rare e straordinarie. Taluni radunano una grande folla di spettatori con i loro uccelli ed animali addestrati, talaltri con i loro 1728 1729

Gen/roku/ ji/dai ర 328/137 ⑍ non reg./non reg.ᤨ 19/42 ઍ 68/256 De/jima ಴ 17/53 ፉ 173/286 239

giochi di prestigio ed esibizioni acrobatiche. Ad ņsaka ᄢဈ c’è, così, tutta una serie di mezzi di divertimento e si può trascorrere piacevolmente il tempo libero. È naturale perciò che un gran numero di gente facoltosa di altre regioni e molti viaggiatori si raccolgano qui e vi si trattengano ». « Questa città (KyŇto ੩ㇺ, n.d.a.) è un centro di varie attività artistiche, di produzione e di commercio. Fondono rame e coniano monete. Stampano libri. Producono tessuti dai disegni meravigliosi a colori d’oro e d’argento. Non c’è quasi nessuna casa che non venda o produca oggetti di prima qualità quali coloranti, statuette finemente lavorate, strumenti musicali, scatole laccate d’artigianato, quadri ecc. ». « (Ad Edo ᳯᚭ) la prima vista che mi si presentò fu quella d’un mercato del pesce. Lì si vendevano in abbondanza alghe marine, molluschi e pesci. Nelle strade c’era più viavai di quanto non avessi mai immaginato. Passavano processioni di daimyŇ ᄢฬ e di sudditi dello shŇgun ዁ァ. C’erano anche andirivieni, a piedi o in portantina, di donne elegantemente vestite. Lungo le strade c’erano, uno accanto all’altro, negozi di abbigliamento, spezie, altari buddhisti, libri, ceramiche, medicinali ed altre cose. C’era chi vendeva in piedi davanti all’ingresso, o anche in negozio, ma tutti ugualmente rivolgendosi ad alta voce ai passanti. Nelle strade poi erano poste grandi bancarelle ». (History of Japan 1727, traduzione da testi originali in tedesco e latino; titolo della versione in giapponese: Nihonshi 䇺ᣣᧄ⹹䇻1730)

 Si vede che nelle grandi città c’erano intense attività commerciali e produttive, inviti ai consumi e una forte inclinazione alla vita godereccia. L’insieme di tali fattori socio-economici e mentali costituiva appunto la forza motrice della cultura dei chŇnin (chŇnin bunka ↸ੱᢥൻ). LIMITI DEL RUOLO STORICO DEI CHņNIN

Tuttavia, al potere dei chŇnin ↸ੱ c’era un limite. Si possono paragonare i chŇnin ↸ ੱ alla borghesia francese sotto l’ancien régime, con la differenza, però, che essi non poterono o, per meglio dire, non pensarono neppur lontanamente di imprimere una svolta decisiva alla storia giapponese. Innanzitutto, i bushi ᱞ჻ erano per loro i maggiori clienti. Inoltre, sapevano bene che la loro forza economica non avrebbe significato niente, qualora i bushi ᱞ჻ si fossero decisi a passare alle maniere forti. Era quindi naturale che, diversamente dai contadini, i chŇnin ↸ੱ non tentassero insurrezioni di sorta.

1730

Ni/hon/shi 䇺ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ⹹ 950/574䇻

240

QUARTIERI DI PIACERE E LA CULTURA BORGHESE

Fra i fenomeni sociali che caratterizzarono il periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) fu un rigoglio dei quartieri di piacere, in particolare, di quei quartieri ufficialmente autorizzati, detti yşri (ㆆ㉿1731 denominazioni alternative: yşkaku ㆆ ㇳ , kuruwa ㇳ , irozato ⦡ ㉿ , akusho ᖡ ᚲ , hanamachi ⧎ ↸ , keiseimachi ௑ ၔ ↸ ; abolito nel 1957), delle case di tolleranza (notevolmente diverse di quelle in senso occidentale: erano quacosa come ‘ristorante di lusso, teatro di varietà e bordello’ messi insieme). Per non parlare di ņsaka ᄢဈ, KyŇto ੩ㇺ ed Edo ᳯᚭ, ce n’erano pure nelle città portuali (minato machi ᷼↸) e nelle città con al centro un castello (jŇkamachi ၔਅ↸). Questi quartieri, yşri ㆆ㉿, erano zone libere dalla distinzione delle categorie di appartenenza. Denominatore comune: il denaro. Tali quartieri costituivano, per così dire, nel deserto feudale dei Tokugawa (Tokugawashi ᓼ Ꮉ ᳁ ) oasi di libertà dove chi poteva permetterselo comprava momenti di libertà e godimento, spendendo con noncuranza somme cospicue. ٟ I principali yşri ㆆ㉿ erano i seguenti: Shimabara ፉේ1732 a KyŇto ੩ㇺ,

Shinmachi ᣂ↸1733 a ņsaka ᄢဈ, Yoshiwara ศේ1734 a Edo ᳯᚭ.

 Per i chŇnin ↸ੱ la vita ideale era mettere da parte più denaro possibile, sia lavorando sodo che limitando le spese quando si era ancora giovani e, dopo essersi ritirati dal lavoro intorno ai 45 anni d’età, darsi a godere la vita, andando a teatro e in pellegrinaggio, mangiando ciò che piaceva, eseguendo la cerimonia del tè (sadŇ, chadŇ ⨥ ㆏1735, chanoyu ⨥ߩḡ) e soprattutto frequentando quartieri di piacere (yşri ㆆ㉿); tutte cose di cui, chi ci riusciva, andava poi orgoglioso. Erano appunto tali località che alimentavano, insieme con il teatro (ψ§52), la cultura dei chŇnin (chŇnin bunka ↸ੱᢥ ൻ).

yş/ri ㆆ 728/1003 ㉿ 1077/142, yş/kaku ㆆ 728/1003 ㇳ 1770/1673, kuruwa ㇳ 1770/1673, iro/zato ⦡ 326/204 ㉿ 1077/142, aku/sho ᖡ 504/304 ᚲ 107/153, hana/machi ⧎ 551/255 ↸ 114/182, kei/sei/ machi ௑ 913/1441 ၔ 638/720 ↸ 114/182 1732 Shima/bara ፉ 173/286 ේ 132/136 1733 Shin/machi ᣂ 36/174 ↸ 114/182 1734 Yoshi/wara ศ 464/1141 ේ 132/136 1735 sa/dŇ, cha/dŇ ⨥ 805/251 ㆏ 129/149, cha/no/yu ⨥ 805/251 ߩḡ 1022/632 1731

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§49. Cultura Genroku e cultura Kasei CULTURA GENROKU

Il termine Genroku ర⑍ è il nengŇ ᐕภ dato agli anni 1688-1704. A stretto rigore, quindi, l’era Genroku (Genroku jidai ర⑍ᤨઍ) durò una quindicina d’anni, ma con una più libera interpretazione, ci si può riferire ad una fascia di una trentina d’anni, corrispondente al periodo del V shŇgun ዁ァ Tokugawa Tsunayoshi (ᓼᎹ✁ศ 1736 c. 1680-1709), conosciuto anche con il soprannome di inukubŇ (›౏ᣇ1737 shŇgun dei cani) a causa della sua predilezione morbosa per gli animali, specie per i cani, ai danni della vita serena dei cittadini. ٟ A partire dal 1685 Tokugawa Tsunayoshi ᓼᎹ✁ศ emanò a più riprese

un’ordinanza conosciuta con il nome di ShŇrui awaremi no rei (↢㘃ᘿߺߩ઎1738 lett. ordinanza d’amore per gli esseri viventi) che mirava a proteggere cani, gatti, uccelli ecc. e addirittura persino topi. Tenne da più parti a Edo ᳯᚭ oltre centomila cani randagi con le spese a carico degli abitanti della città. Essi, inoltre, dovevano contare il numero di pesciolini rossi tenuti a casa e farne rapporto alle autorità. Quando poi ne moriva uno, dovevano denunciarne il decesso. Guai a chi osasse uccidere e mangiare animali! Morto Tsunayoshi ✁ศ , tale fastidiosa ordinanza fu immediatamente soppressa, come era da attendersi.

 Per cultura Genroku (Genroku bunka ర⑍ᢥൻ), d’altro canto, s’intendono solitamente le manifestazioni culturali della prima metà del periodo Edo (Edo jidai ᳯ ᚭᤨઍ 1600/1603-1867) incentrate su quelle degli anni (1680-1709) dello shŇgun Tsunayoshi ዁ァ✁ศ.  I promotori della cultura provenivano dalla classe dei bushi ᱞ჻ ed in particolare dai ceti più facoltosi dei chŇnin (gŇshŇ ⽕໡1739) della regione di ņsaka ᄢဈ e KyŇto ੩ㇺ, e siccome nel periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) questa zona veniva chiamata Kamigata ( ਄ ᣇ 1740 lett. parte ᣇ in cui risiede l’imperatore ਄ ψ carta 2) in opposizione alla regione del KantŇ (KantŇ chihŇ 㑐᧲࿾ᣇ1741 ψcarta 1, lett. regione ad est ᧲ del posto di blocco 㑐ᚲ di Hakone ψ§43) con al centro la città di Edo ᳯᚭ, la cultura Genroku (Genroku bunka ర⑍ᢥൻ) si chiama anche cultura

1736 1737 1738 1739 1740 1741

Toku/gawa/ Tsuna/yoshi ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ✁ 1250/1609 ศ 464/1141 inu/ku/bŇ › 1295/280 ౏ 122/126 ᣇ 28/70 ShŇ/rui/ aware/mi/ no/ rei ↢ 29/44 㘃 680/226 ᘿ non reg./non reg.ߺߩ઎ 668/831 gŇ/shŇ ⽕ 898/1671 ໡ 353/412 Kami/gata ਄ 21/32 ᣇ 28/70 Kan/tŇ/ chi/hŇ 㑐 104/398 ᧲ 11/71 ࿾ 40/118 ᣇ 28/70 242

Kamigata (Kamigata bunka ਄ᣇᢥൻ).  ‫ޣ‬ATTIVITÀ EDITORIALE‫ޤ‬Si rileva con l’occasione che alla fioritura della cultura dei chŇnin (chŇnin bunka ↸ੱᢥൻ), specie della sua letteratura, concorsero positivamente due fattori: da una parte iniziativa editoriale resa possibile dallo sviluppo dell’arte della stampa che si avvaleva di matrici incise nel legno e dall’altra diffusione dell’istruzione (ψ§53).  Con il sorgere di case editrici gestite a base commerciale si ebbe nel XVII secolo un improvviso aumento di pubblicazioni. Senza bisogno di parlare di opere su confucianesimo (rujiao, juchiao ఌᢎ1742 giapp. jukyŇ), buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ1743), medicina e classici, furono oggetto di pubblicazione anche gli scritti dei contemporanei sugli argomenti più disparati. Vennero stampati persino manuali di culinaria (ψ§55), guide turistiche (ψ§55), sull’arte di disporre fiori (kadŇ ⪇㆏1744, ⧎㆏ ikebana ↢ߌ ⧎ ψ§36) ecc. Risulta che nel 1698 (11° anno Genroku, Genroku jşichinen ర⑍ 11 ᐕ 1745) c’erano almeno 400 editori, quasi tutti operanti a KyŇto ੩ㇺ. CULTURA K A S E I

Il termine kasei (ൻ᡽ 1804-1830) è abbreviazione della combinazione di due nengŇ ᐕภ : Bun/ka (ᢥൻ 1804-1818) e Bun/sei (ᢥ᡽ 1818-1830), ma è applicato generalmente al periodo tra la fine (1793) della riforma Kansei (Kansei no kaikaku ኡ᡽ᡷ㕟1746) e l’inizio (1841) della riforma TenpŇ (TenpŇ no kaikaku ᄤ଻ᡷ㕟1747).  L’espressione cultura Kasei (Kasei bunka ൻ᡽ᢥൻ1748), d’altra parte, è usata di solito in riferimento alla cultura della seconda metà del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨ ઍ) incentrata su quella degli anni 1793-1841.  La cultura Kasei (Kasei bunka ൻ᡽ᢥൻ) con il suo centro di produzione ormai spostatosi ad Edo ᳯᚭ, la si può caratterizzare sotto diversi aspetti: Ԙ partecipazione di un numero sempre maggiore di chŇnin ↸ੱ; in particolare, una buona parte degli scrittori era di estrazione medio-bassa della classe dei chŇnin ↸ੱ, 1742 1743 1744 1745 1746 1747 1748

ju/kyŇ ఌ 1968/1417 ᢎ 97/245 buk/kyŇ ੽ 678/583 ᢎ 97/245 ka/dŇ ⪇ 807/1074 ㆏ 129/149࡮⧎ 551/255 ㆏ 129/149, i/ke/bana ↢ 29/44 ߌ⧎ 551/255 Gen/roku/ jşichi/nen ర 328/137 ⑍ non reg./non reg.11 ᐕ 3/45 Kan/sei/ no/ kai/kaku ኡ 1471/1050 ᡽ 50/483 ᡷ 294/514 㕟 686/1075 Ten/pŇ/ no/ kai/kaku ᄤ 364/141 ଻ 166/489 ᡷ 294/514 㕟 686/1075 Ka/sei/ bun/ka ൻ 100/254 ᡽ 50/483 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 243

ԙ decadentismo sempre più marcato, Ԛ innalzamento dei livelli culturali locali.

§50. Letteratura della cultura Genroku  La cultura Genroku (Genroku bunka ర⑍ᢥൻ) fu rappresentata dalla letteratura Kamigata (Kamigata bungaku ਄ᣇᢥቇ) come si suol chiamarla. Difatti, l’era Genroku (Genroku jidai ర⑍ᤨઍ) è considerata quella degli anni d’oro della letteratura.  Spiccano tre nomi: Ihara Saikaku ੗ේ⷏㢬1749, Matsuo BashŇ ᧻የ⧊⭈1750 e Chikamatsu Monzaemon ㄭ᧻㐷Ꮐⴡ㐷1751 rispettivamente per narrativa, poesia e opere teatrali. L’ultimo citato, Chikamatsu ㄭ᧻, fu drammaturgo, quindi ne parleremo al paragrafo riservato al teatro (ψ§52). SAIKAKU E UKIYO-ZņSHI

Ihara Saikaku (੗ේ⷏㢬 1642-1693) nato nella famiglia di un commerciante di ņsaka ᄢဈ, fu uno scrittore di raro realismo. Ebbe successo in particolare per due tipi di opere: kŇshokumono (ᅢ⦡‛1752 lett. opere amoroso-erotiche) e chŇninmono ( ↸ ੱ ‛ 1753 lett. opere sui chŇnin). Il primo è ambientato più o meno nei quartieri di piacere (yşri ㆆ㉿1754) e il secondo descrive la vita e la mentalità dei commercianti presi totalmente dalle questioni di denaro.  Le maggiori opere sono, per il primo, KŇshoku ichidaiotoko (䇺ᅢ⦡৻ઍ↵䇻1755 it. Vita di un libertino, 1682) e, per il secondo, Nippon eitaigura (䇺ᣣᧄ᳗ઍ⬿䇻1756 it. Il magazzino eterno del Giappone, 1688; guraȸkura ⬿ magazzini: simbolo dei beni patrimoniali) in cui Saikaku ⷏㢬 narra trenta episodi di gente arricchita o impoverita, dichiarando: « In questo mondo non c’è niente di più interessante dei soldi » (Yo ni zeni hodo omoshiroki mono wa nashi. ਎ߦ㌛⒟㕙⊕߈‛ߪߥߒ1757).

I/hara/ Sai/kaku ੗ 252/1193 ේ 132/136 ⷏ 167/72 㢬 1120/2277 Matsu/o/ Ba/shŇ ᧻ 215/696 የ 675/1868 ⧊ non reg./non reg.⭈ non reg./non reg. 1751 Chika/matsu/ Mon/za/e/mon ㄭ 127/445 ᧻ 215/696 㐷 385/161 Ꮐ 477/75 ⴡ 394/815 㐷 385/161 1752 kŇ/shoku/mono ᅢ 308/104 ⦡ 326/204 ‛ 126/79 1753 chŇ/nin/mono ↸ 114/182 ੱ 9/1 ‛ 126/79 1754 yş/ri ㆆ 728/1003 ㉿ 1077/142 1755 KŇ/shoku/ ichi/dai/otoko 䇺ᅢ 308/104 ⦡ 326/204 ৻ 4/2 ઍ 68/256 ↵ 228/101䇻 1756 Nip/pon/ ei/tai/gura 䇺ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ᳗ 690/1207 ઍ 68/256 ⬿ 429/1286䇻 1757 Yo/ ni/ zeni/ ho/do/ omo/shiro/ki/ mono/ wa/ na/shi. ਎ 152/252 ߦ㌛ 1097/648 ⒟ 530/417 㕙 165/274 ⊕ 266/205 ߈‛ 126/79 ߪߥߒ 1749 1750

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 Il KŇshoku ichidaiotoko 䇺ᅢ⦡৻ઍ↵䇻, specchio della vita ideale dei chŇnin ↸ੱ, è la prima opera letteraria, degna di tale nome, scritta e letta dalla classe borghese stessa e che diede origine ad un nuovo genere chiamato ukiyozŇshi (ᶋ਎⨲ሶ1758; zŇshi ⨲ሶ fascicolo) caratterizzato dal realismo con cui sono descritti gli aspetti edonistici e gli usi e costumi dei chŇnin ↸ੱ.  < Ukiyo > Il termine ukiyo (ᶋ਎ lett. mondo a galla, it. mondo fluttuante) di uso frequente quando si parla della cultura dei chŇnin ↸ੱ, significa qualcosa come vita e costumi goderecci, e non di rado anche licenziosi, del mondo corrente dei chŇnin ↸ੱ. La parola yo (਎ lett. questo mondo) citata poco innanzi è usata da Saikaku ⷏㢬 proprio in tale senso. Ukiyo ᶋ਎ e yo ਎ sono, infatti, sinonimici. SOMMARIO DEL KņSHOKU ICHIDAI OTOKO

Yonosuke ਎ ਯ ੺ 1759 , figlio nato da una nota intrattenitrice (yşjo ㆆ ᅚ 1760 it. [solitamente] prostituta) d’un quartiere di piacere e da un ricco commerciante del Kamigata ਄ᣇ, sa che cos’è l’amore già a soli 7 anni e in una notte d’estate amoreggia con una donna di servizio di casa sua. A 8 anni, innamoratosi di una cugina di ben 10 anni maggiore di lui, le manda una lettera d’amore fatta scrivere dal maestro di scrittura. Man mano che cresce, allarga la sua sfera d’azione; allaccia rapporti con intrattenitrici, serventi di bagno pubblico, vedove e così via. A 19 anni, nominato direttore della filiale di Edo ᳯᚭ, va in quella città, ma a causa della vita troppo sfrenata viene ripudiato dal padre. Comincia così per lui un lungo periodo di vagabondaggio, durante il quale conosce la necessità di guadagnarsi da vivere, ma non dimentica mai il suo dongiovannismo (kŇshoku ᅢ⦡). Persino quando finisce in carcere, instaura approcci con una detenuta nella cella accanto. Dopo avere vagabondato per 15 anni fino all’età di 33, Yonosuke ਎ਯ੺ è ora un uomo mirabilmente navigato (sui ☴1761 ψ§50) in fatto d’amore. A 34 anni apprende che il padre è morto e gli ha lasciato in eredità una somma tanto ingente da non poter essere spesa neanche in una lunga vita. Inizia allora una vita esemplare da esperto del sui ☴ con le intrattenitrici di prim’ordine delle tre città di Edo ᳯᚭ, KyŇto ੩ㇺ e ņsaka ᄢဈ. A 60 anni Yonosuke ਎ਯ੺ ha ormai visitato tutti i quartieri di piacere dell’intero Giappone. Fino a quel momento ha avuto a che fare con 3.742 donne. Nasconde in una località di KyŇto ੩ㇺ una forte somma rimastagli e con alcuni amici fa costruire una nave cui dà il nome di affari libertini. Salpa diretto ad un’isola che si dice essere abitata da sole donne, poi, da quel momento, non si sa più nulla di lui. 1758 1759 1760 1761

uki/yo/zŇ/shi ᶋ 1047/938 ਎ 152/252 ⨲ 705/249 ሶ 56/103 Yo/no/suke ਎ 152/252 ਯ 697/2004 ੺ 666/453 yş/jo ㆆ 728/1003 ᅚ 178/102 sui ☴ 1537/1708 245

 < Sui > A proposito dell’ukiyozŇshi ᶋ਎⨲ሶ, specie del KŇshoku ichidaiotoko 䇺ᅢ ⦡৻ઍ↵䇻, si parla del sui ☴.  Si tratta d’un senso estetico spirituale ritenuto indispensabile per i divertimenti piacevoli con le intrattenitrici (yşjo ㆆᅚ). Per sui ☴ s’intendevano, cioè, certi comportamenti ed atteggiamenti comprensivi di chi aveva non soltanto una buona cultura ed educazione, ma anche una buona conoscenza degli usi e costumi dei quartieri yşri ㆆ㉿, tale da permettere di trovarvisi sempre in consonanza. Erano fattori contrari al sui ☴ la riluttanza a spendere, il lasciarsi trasportare sfrenatamente, il cercare di monopolizzare una determinata intrattenitrice ecc. Il sui ☴ possiede un che di comune con il mono no aware (‛ߩຟࠇ1762 ψ§22, §53). BASHņ E HAIKAI

Durante l’era Genroku (Genroku jidai ర ⑍ ᤨ ઍ 1688-1704) si affermò per merito di Matsuo BashŇ (᧻የ⧊⭈ 1644-1694) un nuovo genere poetico di soli 17 haku (ᜉ1763 ψ§11; termine di solito usato: onsetsu 㖸▵1764 sillabe o on 㖸 suoni) che insieme con il tanka ⍴᱌ 1765 di 31 haku (5-7-5-7-7) rappresenta la versificazione tradizionale giapponese.  Dapprima si vedrà sommariamente come si originò.  Altrove si è già parlato del renga ㅪ᱌1766, ossia della poesia a catena (ψ§34). Dopo la morte di SŇgi ቬ␧ sorse, accanto al renga ㅪ᱌ vero e proprio, un altro genere di renga ㅪ᱌ di natura diversa che per esigenza di differenziazione venne chiamato haikai no renga (େ⺽ߩㅪ᱌1767 lett. renga spiritoso e umoristico) e in abbreviazione semplicemente haikai (େ⺽ lett. umorismo, arguzia, facezia).  Intervenne, inoltre, un fenomeno singolare: la prima strofa di tre versi (5-7-5) dello haikai no renga େ⺽ߩㅪ᱌ si rese suscettibile di staccarsi da tutto il resto, venendo così a costituire una poesia a sé, brevissima, come si è detto qui sopra, di 17 haku ᜉ. Oggi questo segmento (5-7-5) si chiama haiku େฏ1768, ma nel periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) veniva chiamato hokku (⊒ฏ1769 strofa iniziale) e dopo BashŇ ⧊⭈ anche haikai େ⺽. Il merito di BashŇ ⧊⭈ sta nell’aver elevato lo haikai umoristico (haikai 1762 1763 1764 1765 1766 1767 1768 1769

mo/no/ no/ awa/re ‛ 126/79 ߩຟ 1670/1675[ࠇ] haku ᜉ 1529/1178 on/setsu 㖸 402/347 ▵ 731/464 tan/ka ⍴ 789/215 ᱌ 478/392 ren/ga ㅪ 87/440 ᱌ 478/392 hai/kai/ no/ ren/ga େ 1280/1035 ⺽ non reg./non reg.ߩㅪ 87/440 ᱌ 478/392 hai/ku େ 1280/1035 ฏ 1258/337 hok/ku ⊒ 43/96 ฏ 1258/337 246

no renga େ⺽ߩㅪ᱌) ad un livello artistico.  BashŇ ⧊⭈ visse una vita di viaggi, lasciandone diversi diari considerati capolavori, fra cui Oku no hosomichi (䇺ᅏߩ⚦㆏䇻1770 it. Lo stretto sentiero verso il profondo nord, opera postuma del 1702) che racconta il suo lungo viaggio del 1689 per le regioni oggi chiamate TŇhoku (TŇhoku chihŇ ᧲ർ࿾ᣇ1771 ψcarta 1) e Hokuriku (Hokuriku chihŇ ർ㒽࿾ᣇ1772 ψcarta 1; Hokuriku ർ㒽). È detto che durante questo viaggio giungesse alla convinzione che i suoi predecessori (ossia, SaigyŇ ⷏ⴕ1773 poeta errante del waka ๺᱌1774, 1118-1190; SŇghi ቬ␧1775 ψ§34; Sesshş 㔐⥱1776 ψ§36; Rikyş ೑ ભ1777 ψ§47), ciascuno di un campo artistico diverso da quelli degli altri, avevano cercato una sola cosa comune a tutte le attività artistiche, e che questa sola cosa doveva apparire in veste nuova a seconda dei tempi, pensiero denominato fueki ryşkŇ (ਇᤃᵹ ⴕ1778; fueki ਇᤃ non mutamento, immutabalità; ryşkŇ ᵹⴕ moda corrente, voga) che costituì la base dell’attività artistica di BashŇ ⧊⭈.  BashŇ ⧊⭈ prese l’indirizzo opposto alla forte tendenza realistica ed edonistica della cultura del tempo e si avvicinò al mondo spirituale squisitamente medievale. ٟ Può intervenire facilmente qualche confusione terminologica. La causa sta nel

termine haikai େ⺽ che viene usato in riferimento a due cose diverse. A questo proposito sarà bene tener presente: haikai no renga େ⺽ߩㅪ᱌ [5-7-5]-[7-7]-[5-7-5]-[7-7]- ̖̖ haikai (abbr. di haika no renga) renku (ㅪฏ1779in opposizione allo haiku) hokku ⊒ฏ (dopo BashŇ anche) haikai େ⺽ (dopo Masaoka Shiki [1867-1902 ψ§68]) haiku େฏ Oggi il termine haikai େ⺽ è di uso accademico. Se non si tratta di 1770 1771 1772 1773 1774 1775 1776 1777 1778

Oku/ no/ hoso/michi 䇺ᅏ 878/476 ߩ⚦ 721/695 ㆏ 129/149䇻 TŇ/hoku/ chi/hŇ ᧲ 11/71 ർ 103/73 ࿾ 40/118 ᣇ 28/70 Hoku/riku/ chi/hŇ ർ 103/73 㒽 651/647 ࿾ 40/118 ᣇ 28/70 Sai/gyŇ ⷏ 167/72 ⴕ 31/68 wa/ka ๺ 151/124 ᱌ 478/392 SŇ/ghi ቬ 1023/616 ␧ non reg./non reg. Ses/shş 㔐 907/949 ⥱ 1334/1094 Ri/kyş ೑ 219/329 ભ 583/60 fu/eki/ ryş/kŇ ਇ 134/94 ᤃ 810/759 ᵹ 296/247 ⴕ 31/68 247

dissertazioni scientifiche, è decisamente meglio usare la parola haiku େฏ. Occorre un’altra precisazione: la frase « si affermò un nuovo genere poetico di soli 17 haku ᜉ » non significa che nell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ la prima strofa di tre versi (5-7-5) dello haikai (no renga) େ⺽䋨ߩㅪ᱌䋩 avesse cominciato ad essere composta sempre indipendentemente da tutto il resto. Anzi, il più delle volte essa fu letteralmente la strofa iniziale (hokku ⊒ฏ). In altre parole lo schema di 5-7-5 non era ancora del tutto indipendente. Per la sua perfetta autonomia si doveva attendere Masaoka Shiki ᱜጟሶⷙ1780.

 ‫ޣ‬CHE COSA È LO HAIKU ?‫ޤ‬Se ne riporta un esempio, forse il più noto:

ฎᳰ1781߿ⰶ1782㘧1783߮ߎ߻᳓1784ߩ㖸1785 Furuike ya / kawazu tobikomu / mizu no oto BashŇ [Vecchio stagno... È saltata dentro una rana. Rumor d’acqua.]

⧊⭈

 Nell’età moderna e contemporanea sono sorte diverse correnti haikiste, non di rado incompatibili fra di loro (ψ§68, §77), ma per la stragrande maggioranza dei giapponesi d’oggi uno haiku େฏ, per essere tale, deve soddisfare i seguenti requisiti: Ԙ Lo haiku େฏ è un genere lirico composto di tre versi secondo lo schema di 5-7-5 per un totale di 17 haku ᜉ. Nell’esempio citato i tre versi sono: ߰ (fu) ࠆ (ru) ޿ (i) ߌ (ke) ߆ (ka) ࠊ (wa) ߕ (zu) ߣ (to) ߺ (mi) ߕ (zu) ߩ (no) ߅ (o)

1779 1780 1781 1782 1783 1784 1785

߿ (ya) ߮ (bi) ߣ (to)

ߎ (ko)

ren/ku ㅪ 87/440 ฏ 1258/337 Masa/oka/ Shi/ki ᱜ 109/275 ጟ 370/non reg.ሶ 56/103 ⷙ 488/607 furu/ike ฎ 373/172 ᳰ 548/119 kawazu ⰶ non reg./non reg. to/bi/ko/mu 㘧 440/530 ߮ߎ߻ (giapp. moderno: id.) mi/zu ᳓ 144/21 oto 㖸 402/347

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߻ (mu)

5 haku 7 haku 5 haku

ԙ In uno haiku େฏ c’è sempre una (e una sola) parola che designa una delle quattro stagioni. Tali parole si chiamano kigo (ቄ⺆1786 lett. parola stagionale) o anche kidai (ቄ㗴 lett. tema stagionale). Nella citata poesia di BashŇ ⧊⭈ il kigo ቄ⺆ è kawazu (ⰶ rana) che si riferisce alla primavera. Oltre alle parole ed espressioni quali harukaze (ᤐ㘑1787 vento primaverile), yuku haru (ⴕߊᤐ primavera che se ne va) e simili che, per motivi chiari di per sé, sono kigo ቄ⺆ della primavera, lo sono anche quelle parole che designano (a) cose che in primavera si notano nel mondo della natura quali sakura (᪉ 1788 fiori di ciliegio), chŇ (Ⲕ1789 farfalle), tubame (ῆ1790 rondini), kasumi (㔰1791 foschie), nadare (㔐፣1792 valanghe), kawazu ⰶ per l’appunto ecc., e (b) usi e costumi, fenomeni e ricorrenze che hanno a che fare con la primavera, quali chatsumi (⨥៰1793 raccolta di foglie del té), shunmin (ᤐ⌁1794 sonnolenza primaverile), nyşgakushiki ( ౉ ቇ ᑼ 1795 [in Giappone l’anno scolastico inizia in aprile] cerimonia d’apertura scolastica) ecc. I criteri (a) e (b) si applicano anche alle altre tre stagioni. Ci sono poi kigo ቄ ⺆ la cui appartenenza è stabilita convenzionalmente. Esistono dizionari classificatori di kigo ቄ⺆, chiamati haikai saijiki େ⺽ᱦᤨ ⸥1796 o a volte semplicemente saijiki ᱦᤨ⸥. ٟ Il raggruppamento dei kigo ቄ⺆ per stagioni viene operato secondo il calendario cosiddetto inreki (㒶ᥲ1797 lett. calendario lunare, e più precisamente calendario basato fondamentalmente sul movimento della luna, tenuto conto se1786 1787 1788 1789 1790 1791 1792 1793 1794 1795 1796 1797 1798 1799

ki/go ቄ 871/465 ⺆ 274/67, ki/dai ቄ 871/465 㗴 123/354 haru/kaze ᤐ 461/460 㘑 246/29 sakura ᪉ 1121/928 chŇ Ⲕ non reg./non reg. tubame ῆ non reg./non reg. kasumi 㔰 1530/2261 nadare 㔐 907/949 ፣ 1700/1122 cha/tsumi ⨥ 805/251 ៰ 1065/1447 shun/min ᤐ 461/460 ⌁ 1298/849 nyş/gaku/shiki ౉ 74/52 ቇ 33/109 ᑼ 185/525 hai/kai/ sai/ji/ki େ 1280/1035 ⺽ non reg./non reg.ᱦ 550/479 ᤨ 19/42 ⸥ 147/371 in/reki 㒶 1408/867 ᥲ 1793/1534, kyş/reki ᣥ 808/1216 ᥲ 1793/1534 Mei/ji/ go/nen ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ੖ 14/7 ᐕ 3/45 tai/yŇ/reki ᄥ 343/629 㓁 990/630 ᥲ 1793/1534, shin/reki ᣂ 36/174 ᥲ 1793/1534 249

condariamente anche di quello del sole; detto anche kyşreki [ᣥᥲ lett. vecchio calendario]). Con l’occasione si segnala che in Giappone il 3 dicembre 1872 (5° anno Meiji [Meiji gonen ᣿ᴦ੖ᐕ 1798 ] ψ§56) il calendario lunare (inreki 㒶ᥲ ) venne sostituito con il calendario solare (taiyŇreki ᄥ㓁ᥲ1799 detto anche shinreki ᣂᥲ lett. nuovo calendario) in modo che detta data del vecchio sistema coincidesse con il 1° gennaio 1873 secondo il calendario gregoriano. Tra i due sistemi di datazione c’è quindi una discordanza di circa un mese.

I kigo ቄ⺆ svolgono un ruolo fondamentale: se lo haiku େฏ può essere una forma lirica malgrado la sua brevità eccezionale, lo si deve per una buona parte alla funzione associativo-suggestiva dei kigo ቄ ⺆ che racchiudono immagini comuni ai giapponesi. Ԛ Nello haiku େฏ è usata di solito un’apposita tecnica per concludere nettamente il significato con uno dei tre versi. L’ultima parola che sta in fondo al verso con cui si conclude il significato si chiama kireji (ಾሼ1800 lett. parola che taglia). Il kireji ಾሼ, quindi, può essere qualsiasi parola, ma in pratica si riferisce a ya ߿ e kana ߆ߥ, in quanto questi due sono di uso frequente. In fondo al primo verso dello haiku େฏ sopraccitato è presente ya ߿. I kireji ಾሼ, che con la loro forza espressiva e pregnante danno risalto alla parola che si trova immediatamente prima, servono a richiamare alla mente dei lettori varie immagini attinenti alla parola cui sono posposti. La loro funzione è quindi essenzialmente uguale a quella dei kigo ቄ⺆.  In conclusione, lo haiku େฏ è una forma poetica soggetta allo schema di 5-7-5 e dotata di meccanismi di associazione-suggestione in virtù dei quali (e qualora ci sia una preparazione adeguata da parte dei lettori) riesce a creare con soli 17 haku ᜉ un mondo tridimensionale estensibile all’infinito. A questo riguardo, Donald Keene (1922- ), studioso autorevole della letteratura giapponese, dice: « Si gonfiano (si espandono) le immagini ».  < Sabi > All’essenza dello haikai େ⺽ di BashŇ ⧊⭈ si suol fare riferimento con alcuni termini, tra cui sabi ኎1801. A questo riguardo si tenga presente che il sabi ኎ è un altro modo di dire wabi (ଌ1802 ψ§47). Vale a dire che sabi ኎ e wabi ଌ sono 1800 1801 1802

kire/ji ಾ 204/39 ሼ 612/110 sabi ኎ 1871/1669 wabi ଌ non reg./non reg. 250

sinonimi. L’unica differenza sta nel fatto che in letteratura si usa il termine sabi ኎ e a proposito del wabicha ଌ⨥1803 wabi ଌ. Di conseguenza quanto abbiamo già detto circa il wabi ଌ vale per il sabi ኎.  In breve, il sabi ኎ si riferisce al valore positivo di ciò che appare di valore negativo. A dirlo con le parole di BashŇ ⧊⭈, ‘bisogna nobilitare il proprio animo e tornare a poetare su cose della vita quotidiana, servendosi di parole di tutti i giorni’. Significa che ciò che viene espresso nello haikai େ⺽ ha bisogno di essere l’espressione di un animo nobile, però gli argomenti devono essere dell’ambito della vita di tutti i giorni di qualsiasi persona e le parole da usare devono essere quelle facili e familiari che si usano ugualmente nella vita di tutti i giorni; in altri termini lo haikai େ⺽ deve imperniarsi sulla vita quotidiana e le parole da utilizzare non devono essere né ricercate né di categorie speciali (= negazione, ossia prevalenza dell’elemento popolare), ma gli argomenti banali e le parole semplici e disadorne d’uso giornaliero devono racchiudere o adombrare ispirazioni di un animo elevato (= elemento negato che risorge appunto per negazione).

§51. Letteratura della cultura Kasei  La letteratura, prodotta principalmente ad Edo ᳯᚭ, della cultura Kasei (Kasei bunka ൻ᡽ᢥൻ1804) viene chiamata solitamente letteratura Edo (Edo bungaku ᳯᚭᢥ ቇ) in opposizione alla letteratura Kamigata (Kamigata bungaku ਄ᣇᢥቇ1805 ψ§50), mentre l’intera letteratura dell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ si suol chiamare letteratura kinsei (kinsei bungaku ㄭ਎ᢥቇ1806; kinsei ㄭ਎ ψ§39) oppure a volte anche letteratura del periodo Edo (Edo jidai no bungaku ᳯᚭᤨઍߩᢥቇ) per distinguerla dalla letteratura di Edo (Edo bungaku ᳯᚭᢥቇ). Abbiamo quindi le seguenti equazioni:

LETTERATURA KINSEI (kinsei bungaku ㄭ਎ᢥቇ)

㧩 LETTERATURA DEL PERIODO EDO (Edo jidai no bungaku ᳯᚭᤨઍߩᢥቇ) 㧩 LETT. KAMIGATA 㧗 LETT. EDO (Kamigata bungaku ਄ᣇᢥቇ) (Edo bungaku ᳯᚭᢥቇ)

1803 1804 1805 1806

wabi/cha ଌ non reg./non reg.⨥ 805/251 Ka/sei/ bun/ka ൻ 100/254 ᡽ 50/483 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 Kami/gata/ bun/gaku ਄ 21/32 ᣇ 28/70 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 kin/sei/ bun/gaku ㄭ 127/445 ਎ 152/252 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 251

Ad eccezione delle opere facenti parte del filone ukiyozŇshi ᶋ਎⨲ሶ dell’era Genroku (Genroku jidai ర⑍ᤨઍ1808), in generale la narrativa della letteratura kinsei (kinsei bungaku ㄭ਎ᢥቇ), detta nel suo insieme gesaku (ᚨ૞1809 lett. opere per passatempo), fu priva di originalità ed inoltre caratterizzata da una tale grottesca decadenza da incorrere nella censura severa del bakufu ᐀ᐭ. Così, la cultura Kasei (Kasei bunka ൻ᡽ᢥൻ), malgrado una produzione tanto fertile, non diede opere letterarie che non temessero confronto con il Genji monogatari (䇺Ḯ᳁‛⺆䇻 1810 ψ§22), lo Heike monogatari (䇺ᐔኅ‛⺆䇻 1811 ψ§34) o la letteratura realistica ukiyozŇshi ᶋ਎⨲ሶ di Saikaku ⷏㢬. NARRATIVA

1807

Letteratura del periodo EDO ᳯᚭᤨઍߩᢥቇ Letteratura del Kamigata Letteratura di Edo ਄ ᣇ ᢥ ቇ ᳯ ᚭ ᢥ ቇ GESAKU

era MEIJI ᣿ᴦᤨઍ

ᚨ ૞

yomihon ⺒ᧄ kanazǀshi ઒ฬ⨲ሶ

ukiyozǀshi ᶋ਎⨲ሶ

kokkeibon ṖⓀᧄ sharebon ᵜ⪭ᧄ

letteratura geninjǀbon ੱᖱᧄ

rifor. Kansei REPRESSIONE

rifor. Tenpǀ

kusazǀshi ⨲෺⚕

1807 1808 1809 1810 1811

kibyǀshi 㤛⴫⚕

gǀkan วᏎ

uki/yo/zŇ/shi ᶋ 1047/938 ਎ 152/252 ⨲ 705/249 ሶ 56/103 Gen/roku/ ji/dai ర 328/137 ⑍ non reg./non reg.ᤨ 19/42 ઍ 68/256 ge/saku ᚨ 1632/1573 ૞ 99/360 Gen/ji/ mono/gatari 䇺Ḯ 827/580 ᳁ 177/566 ‛ 126/79 ⺆ 274/67䇻 Hei/ke/ mono/gatari 䇺ᐔ 143/202 ኅ 81/165 ‛ 126/79 ⺆ 274/67䇻 252

saku dei primi anni Mei-

REPRESSIONE

akahon ⿒ᧄ kurohon 㤥ᧄ aohon 㕍ᧄ

Continua alla

ji.

 ‫ޣ‬PANORAMA DELLE EVOLUZIONI DEL GESAKU ‫ޤ‬Le ramificazioni del gesaku ᚨ૞ sono assai complesse. Qualora si affrontino opere che trattano diffusamente la letteratura kinsei (kinsei bungaku ㄭ਎ᢥቇ), la rappresentazione delle relative diramazioni riportata alla pagina precedente potrà essere di aiuto per capirne meglio l’evoluzione.  ‫ޣ‬GLI SCRITTORI (DETTI SPECIFICAMENTE GESAKUSHA ᚨ૞⠪1812) PRINCIPALI DELLA LETTERATURA GESAKU ‫ޤ‬ x sharebon (ᵜ⪭ᧄ1813 lett. libri piacevoli): SantŇ KyŇden (ጊ᧲੩વ1814 1761-1816) x kokkeibon (ṖⓀᧄ1815 lett. libri di umorismo): Jippensha Ikku (ච㄰⥢৻਻1816 1765-1831) Shikitei Sanba (ᑼ੪ਃ㚍1817 1776-1822) x ninjŇbon (ੱᖱᧄ1818 lett. libri di sentimento d’amore): Tamenaga Shunsui (ὑ᳗ᤐ᳓1819 1790-1843) x kibyŇshi (㤛⴫⚕1820 lett. libri dalla copertina gialla): Koikawa Harumachi (ᕜᎹᤐ↸1821 1744-1789) x yomihon (detto anche yomibon ⺒ᧄ1822 lett. libri per lettura): Ueda Akinari (਄↰⑺ᚑ1823 1734-1809) Takizawa Bakin (Ṛᴛ㚍ℙ1824 1767-1848)  Si presume che verso la fine del XVIII secolo fra Edo ᳯᚭ e ņsaka ᄢဈ esistessero 800-900 biblioteche a pagamento su un totale di circa un milione e mezzo di abitanti. Inoltre, vennero alla ribalta nuovi scrittori che riuscivano a guadagnarsi da 1812 1813 1814 1815 1816 1817 1818 1819 1820 1821 1822 1823

ge/saku/sha ᚨ 1632/1573 ૞ 99/360 ⠪ 22/164 share/bon ᵜ non reg./non reg.⪭ 393/839 ᧄ 15/25 San/tŇ/ KyŇ/den ጊ 60/34 ᧲ 11/71 ੩ 16/189 વ 494/434 kok/kei/bon Ṗ 1468/1267 Ⓚ non reg./non reg.ᧄ 15/25 Jip/pen/sha/ Ik/ku ච 5/12 ㄰ 586/442 ⥢ 1056/791 ৻ 4/2 ਻ 58/11 Shiki/tei/ San/ba ᑼ 185/525 ੪ 1496/1184 ਃ 10/4 㚍 512/283 nin/jŇ/bon ੱ 9/1 ᖱ 286/209 ᧄ 15/25 Tame/naga/ Shun/sui ὑ 1137/1484 ᳗ 690/1207 ᤐ 461/460 ᳓ 144/21 ki/byŇ/shi 㤛 1063/780 ⴫ 124/272 ⚕ 501/180 Koi/kawa/ Haru/machi ᕜ 1123/258 Ꮉ 111/33 ᤐ 461/460 ↸ 114/182 yomi/hon ⺒ 484/244 ᧄ 15/25 Ue/da/ Aki/nari ਄ 21/32 ↰ 24/35 ⑺ 540/462 ᚑ 115/261 253

vivere solo con la penna. È da dire che l’amore dei giapponesi per la lettura era molto alto, (come lo è, del resto, a tutt’oggi). GENERI POETICI

‫ ޣ‬WAKA E HAIKAI ‫ ޤ‬Al pari della narrativa anche i versi erano qualitativamente in declino a dispetto dell’aumento numerico di coloro che

poetavano.  Nel campo dello haikai େ⺽, tuttavia, sono degni di menzione due nomi: Yosa Buson ( ਈ ⻢ ⭢ ᧛ 1825 1716-1783), haikista-pittore, che compose haikai େ ⺽ pittoreschi e Kobayashi Issa (ዊᨋ৻⨥1826 1763-1827) che espresse sentimenti umanitari.

1824 1825 1826 1827 1828 1829 1830 1831 1832 1833 1834 1835

⩿1827ߩ⧎߿᦬1828ߪ᧲1829ߦᣣ1830ߪ⷏1831ߦ Nanohana ya / tsuki wa higashi ni / hi wa nishi ni Buson [Fiori di colza. La luna a est, il sole a ovest.] (kidai ቄ㗴: nanohana ⩿ߩ⧎ fiori di colza: primavera)

⭢᧛

∳1832ⰶ1833߹ߌࠆߥ৻⨥ᤚ1834ߦ᦭1835ࠅ Yasegaeru / Makeruna Issa / kore ni ari Issa [Rana magra ! Non ti lasciare vincere. Issa è qui, dalla parte tua !] (kidai ቄ㗴: kaeru ⰶ rana: primavera)

৻⨥

Taki/zawa/ Ba/kin Ṛ 1285/1759 ᴛ 403/994 㚍 512/283 ℙ 1486/1251 Yo/sa/ Bu/son ਈ 485/539 ⻢ 1162/901 ⭢ non reg./non reg.᧛ 210/191 Ko/bayashi/ Is/sa ዊ 63/27 ᨋ 420/127 ৻ 4/2 ⨥ 805/251 na/no/hana ⩿ 1108/931 ߩ⧎ 551/255 tsuki ᦬ 26/17 higashi ᧲ 11/71 hi ᣣ 1/5 nishi ⷏ 167/72 ya/su ∳ non reg./non reg.ߔ (giapp. moderno: ya/se/ru ∳ non reg./non reg.ߖࠆ) kaeru ⰶ non reg./non reg. kore ᤚ 1404/1591 a/ri ᦭ 268/265 ࠅ (giapp. moderno: a/ru ޽ࠆ) 254

ᚒ1836ߣ᧪1837ߡㆆ1838ߴ߿ⷫ1839ߩߥ޿㓴1840 Ware to kite / asobe ya oya no / nai suzume [Vieni a giocare con me, o passero orfano!] (kidai ቄ㗴: suzume 㓴 passero: primavera)

৻⨥ Issa

 ‫ޣ‬SENRYŞ ‫ޤ‬Di poesia della cultura Kasei (Kasei bunka ൻ᡽ᢥൻ), ce n’era un genere formalmente identico allo haikai (େ⺽ ossia, 5-7-5), ma da distinguere da questo sia dal punto di vista dell’origine che sotto l’aspetto del contenuto. Chiamato senryş Ꮉᩉ1841, andava assai in voga fra la gente comune.  In origine era un esercizio di composizione poetica consistente nell’anteporre una strofa ( 5-7-5) davanti a un’altra ( 7-7) precedentemente assegnata in modo da costituire una poesia a forma di waka (๺᱌ 5-7-5-7-7). La strofa da anteporre e quella precedentemente data si chiamavano rispettivamente tsukeku (ઃฏ1842 lett. strofa in aggiunta) e maeku (೨ฏ1843 lett. strofa precedente, strofa di prima).  Per esempio, si assegna come maeku ೨ฏ:

ᢾ1844ࠅߚߊ߽޽ࠅᢾࠅߚߊ߽ߥߒ Kiritaku mo ari / kiritaku mo nashi ( 7-7) [Non so se sia il caso di ucciderlo o no con un colpo di spada]. e qualcuno lo fa precedere dal seguente tsukeku ઃฏ: ߧߔੱࠍߣࠄ߳ߡߺࠇ߫ࠊ߇ሶ1845ߥࠅ Nusubito o / toraete mireba / waga ko nari ( 5-7-5)

1836 1837 1838 1839 1840 1841 1842 1843 1844 1845

ware ᚒ 1392/1302 ku ᧪ 113/69 (giapp. moderno: ku/ru ᧪ 113/69 ࠆ) aso/bu ㆆ 728/1003 ߱ (giapp. moderno: id.) oya ⷫ 381/175 suzume 㓴 non reg./non reg. sen/ryş Ꮉ 111/33 ᩉ 1104/1871 tsuke/ku ઃ 251/192 ฏ 1258/337 mae/ku ೨ 38/47 ฏ 1258/337 ki/ru ᢾ non reg./non reg.ࠆ (giapp. moderno: id.) ko ሶ 56/103 255

[Ho catturato un ladro e ho saputo che si tratta di mio figlio]. Si ha così questa poesia divertente: Ho catturato un ladro e ho saputo che si tratta di mio figlio. Non so se sia il caso di ucciderlo o no con un colpo di spada.

 Successe poi che si cominciasse a indire concorsi pubblici di tsukeku ઃฏ a premi. L’arbitro selezionatore (tenja ὐ⠪1846 lett. persona che dà un voto) più autorevole fu Karai Senryş (ᨩ੗Ꮉᩉ1847 1718-1790), motivo per cui col tempo lo tsukeku ઃฏ andò via via prendendo il nome di senryş Ꮉᩉ.  In prosieguo il senryş Ꮉᩉ cominciò ad essere composto come poesia a sé stante. A questo punto, formalmente non si distingueva più dallo haikai େ⺽, se non sotto l’aspetto del contenuto, in quanto il senryş Ꮉᩉ era (ed è) libero dalle restrizioni di kigo ቄ⺆ e kireji (ಾሼ ψ§50) e la sua vera essenza era (ed è) qualcosa di umoristico, spiritoso, arguto, satirico, ironico e simili. Vuoi qualitativamente, vuoi sotto l’aspetto del numero di appassionati (si parla di decine di migliaia), il senryş Ꮉᩉ era pienamente degno di essere considerato ‘poesia di massa’.  In riferimento alla differenza di caratteri dei tre eroi del kinsei ㄭ ਎ , cioè l’impazienza di Nobunaga ା㐳, la volontà ferrea e lo sforzo di Hideyoshi ⑲ศ, e la pazienza e l’abilità da vecchio volpone di Ieyasu ኅᐽ ci sono stati tramandati i seguenti senryş Ꮉᩉ, eventualmente tsukeku ઃฏ o comunque versi faceti (zareuta ᚨ ᱌1848):

x 㡆1849߆ߧߥࠄᲕ1850ߒߡߒ߹߳߶ߣߣ߉ߔ (In riferimento a Nobunaga ା㐳) Nakanu nara / koroshite shimae / hototogisu [I cuculi, se non cantano, li ammazzo].

1846 1847 1848 1849 1850

ten/ja ὐ 141/169 ⠪ 22/164 Kara/i/ Sen/ryş ᨩ 904/985 ੗ 252/1193 Ꮉ 111/33 ᩉ 1104/1871 zare/uta ᚨ 1632/1573 ᱌ 478/392 na/ku 㡆 1186/925 ߊ (giapp. moderno: id.) koro/su Ვ 546/576 ߔ (giapp. moderno: id.) 256

x 㡆߆ߧߥࠄ㡆߆ߒߡߺߖ߁߶ߣߣ߉ߔ (In riferimento a Hideyoshi ⑲ศ) Nakanu nara / nakashite miseyŇ / hototogisu [I cuculi, se non cantano, li faccio cantare]. x 㡆߆ߧߥࠄ㡆ߊ߹ߢᓙ1851ߚ߁߶ߣߣ߉ߔ (In riferimento a Ieyasu ኅᐽ) Nakanu nara / nakumade matŇ / hototogisu [I cuculi, se non cantano, aspetterò fino a quando canteranno].

 ‫ޣ‬KYņKA ‫ޤ‬Accanto al senryş Ꮉᩉ (5-7-5) umoristico e satirico, c’era un altro genere di versi, chiamato kyŇka (⁅᱌1852 lett. poesia pazza), ugualmente di contenuto faceto e formalmente uguale al waka (๺᱌ 5-7-5-7-7). Un folto numero di intellettuali se ne occuparono, permettendo al kyŇka ⁅᱌ di dominare per un certo periodo di tempo la letteratura Edo (Edo bungaku ᳯᚭᢥቇ). Un paio di esempi:

 ߆ߊ߫߆ࠅ߼ߢߚߊ⷗1853ࠁࠆ਎1854ߩਛࠍ߁ࠄ߿߹ߒߊ߿ߩߙߊ᦬ᓇ1855  Kaku bakari / medetaku miyuru / yononaka o / urayamashiku ya nozoku / tsukikage  [La luna spia questo mondo che appare così splendido. Ne sarà invidiosa?] Autore: ņta Nanpo (ᄢ↰ධ⇔1856 1749-1823)  ޿ߟߺߡ߽ߐߡ߅⧯1857޿ߣญ‫ޘ‬1858ߦ߶߼ߘ߿ߐࠆࠆᐕ1859ߙߊ߿ߒ߈  Itsu mitemo / sate owakai to / kuchiguchini / homesoyasaruru /toshi zo kuyashiki  [Mi complimenta la gente, dicendo, ‘Sei sempre giovane, eh!’. Ciò significa che ho già una certa età. Povero me!] Autore: Akera KankŇ (ᧇᭉ▤ᳯ1860 1738-11798) 1851 1852 1853 1854 1855 1856 1857 1858 1859

ma/tsu ᓙ 374/452 ߟ (giapp. moderno: id.) kyŇ/ka ⁅ 1352/883 ᱌ 478/392 mi/yu ⷗ 48/63 ࠁ (giapp. moderno: mi/e/ru ⷗ 48/63 ߃ࠆ) yo ਎ 152/252 tsuki/kage ᦬ 26/17 ᓇ 630/854 ņ/ta/ Nan/po ᄢ 7/26 ↰ 24/35 ධ 205/74 ⇔ p.412/1901 waka/i ⧯ 372/544 ޿ (giapp. moderno: id.) kuchi/guchi/ni ญ 213/54‫ޘ‬174/p.58 ߦ toshi ᐕ 3/45 257

ٟ La letteratura della seconda metà dell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ è comunemente giudicata di scarso valore letterario, ma ciò non significa che il ruolo da essa svolto nell’evoluzione della cultura giapponese sia stato di poco conto. La questione della sua valutazione fuori del puro ambito letterario-estetico e nell’ottica della storia della cultura sembra ancora sostanzialmente aperta.

§52. Teatro popolare (ningyŇ jŇruri e kabuki ) CHIKAMATSU E NINGYņ JņRURI

Accanto al teatro nŇ (⢻1861 ψ§35) che nel periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) fu adibito a teatro da cerimonia shogunale, e come tale non segnò più ulteriori sviluppi, si affermarono due nuove forme di spettacolo popolare: kabuki ᱌⥰પ 1862 e ningyŇ jŇruri ੱᒻᵺℲⅇ 1863 . Oggi quest’ultimo è meglio noto con il nome di bunraku ᢥᭉ1864 di derivazione dal Bunrakuza (ᢥᭉᐳ1865 1872-1963; za ᐳ ψ §30), nome di un teatro a ņsaka ᄢဈ e relativa compagnia del ningyŇ jŇruri ੱᒻᵺℲⅇ.  Su tutti i drammaturghi non solo dell’epoca Genroku (Genroku jidai ర⑍ᤨઍ), ma dell’intero periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) faceva spicco la figura di Chikamatsu Monzaemon (ㄭ᧻㐷Ꮐⴡ㐷1866 1653-1724). Egli scrisse per ambedue i generi, e soprattutto per il ningyŇ jŇruri ੱᒻᵺℲⅇ, combinazione di burattini (ayaturi ningyŇ ᠲ ࠅੱᒻ1867), storia declamata e musica. La storia declamata al suono dello shamisen ਃ ๧✢ si chiamava appunto jŇruri ᵺℲⅇ e il nome di Takemoto Gidayş (┻ᧄ⟵ᄥᄦ 1868 1651-1714) è noto per il brillante stile di declamazione detto gidayşbushi (⟵ᄥᄦ▵ 1869 lett. melodia di Gidayş).  Se Chikamatsu ㄭ ᧻ lasciò una fama imperitura è perché seppe abilmente descrivere in uno stile letterariamente elevato e con profonda emozione la tragedia di

1860 1861 1862 1863 1864 1865 1866 1867 1868 1869

Ake/ra/ Kan/kŇ ᧇ 1720/1503 ᭉ 232/358 ▤ 519/328 ᳯ 517/821 nŇ ⢻ 341/386 ka/bu/ki ᱌ 478/392 ⥰ 746/810 પ non reg./non reg. nin/gyŇ/ jŇ/ru/ri ੱ 9/1 ᒻ 408/395 ᵺ 1559/664 Ⅎ non reg./non reg.ⅇ non reg./non reg. bun/raku ᢥ 136/111 ᭉ 232/358 Bun/raku/za ᢥ 136/111 ᭉ 232/358 ᐳ 377/786 Chika/matsu/ Mon/za/e/mon ㄭ 127/445 ᧻ 215/696 㐷 385/161 Ꮐ 477/75 ⴡ 394/815 㐷 385/161 ayatu/ri/ nin/gyŇ ᠲ 985/1655 ࠅੱ 9/1 ᒻ 408/395 Take/moto/ Gi/da/yş ┻ 719/129 ᧄ 15/25 ⟵ 287/291 ᄥ 343/629 ᄦ 265/315 gi/da/yş/bushi ⟵ 287/291 ᄥ 343/629 ᄦ 265/315 ▵ 731/464 258

chi, in quella società feudale dei Tokugawa (Tokugawa hŇkenshakai ᓼᎹኽᑪ␠ળ1870), istituzionalmente inumana e dalle mille restrizioni, aveva obbedito fino in fondo al comando del proprio cuore (ninjŇ ੱᖱ1871 lett. sentimenti umani). Il suo nome è particolarmente legato ai jŇruri ᵺℲⅇ in cui il protagonista fedele ai dettami del ninjŇ ੱ ᖱ, trovatosi in un vicolo cieco per via dei doveri socio-morali (giri ⟵ℂ1872) a cui non poteva sottrarsi, non vide altra soluzione che suicidarsi insieme alla sua innamorata: tipo di suicidio chiamato shinjş (ᔃਛ1873 lett. l’interno del cuore, ossia reciproca dimostrazione d’affetto degli innamorati, it. doppio suicidio). ٟ A proposito dello shinjş ᔃਛ si tenga presente che ciò che costituisce il suo

sfondo è l’ideologia di ‘odiare e lasciare questo mondo sporco’ (onri edo ෤㔌ⓚ࿯ e di ‘vagheggiare la rinascita nella Terra Pura’ (gongu jŇdo ᰵ᳞ᵺ࿯1875) (ψ §23) dell’amidismo (jŇdokyŇ ᵺ࿯ᢎ1876), per cui, diversamente dalla tradizione cristiana, il suicidio non viene affatto biasimato moralmente. 1874)

 Le pièce in cui Chikamatsu ㄭ᧻ descrisse le tragedie sociali dei chŇnin ↸ੱ sono chiamate in particolare sewamono (਎⹤‛1877 lett. opere sulla vita quotidiana della gente comune nella società odierna). La sua tematica era sesso e denaro, e in questo senso il sewamono ਎⹤‛ di Chikamatsu ㄭ᧻ non differiva dall’ukiyozŇshi ᶋ਎⨲ሶ1878 di Saikaku ⷏㢬1879, ma diversamente da quest’ultimo, che intratteneva i suoi lettori suscitando risate, Chikamatsu ㄭ᧻ strappava lacrime agli spettatori. La sua letteratura è perciò qualitativamente diversa da quella di Saikaku ⷏㢬.  Il massimo capolavoro del sewamono ਎⹤‛ scritto per il ningyŇ jŇruri ੱᒻᵺℲⅇ è il Sonezaki shinjş (䇺ᦥᩮፒᔃਛ䇻1880 it. Doppio suicidio d’amore a Sonezaki, 1703), fatto di cronaca veramente accaduto meno di un mese prima della rappresentazione.

1870 1871 1872 1873 1874 1875 1876 1877 1878 1879 1880

Toku/gawa/ hŇ/ken/sha/kai ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ኽ 1039/1463 ᑪ 244/892 ␠ 30/308 ળ 12/158 nin/jŇ ੱ 9/1 ᖱ 286/209 gi/ri ⟵ 287/291 ℂ 95/143 shin/jş ᔃ 139/97 ਛ 13/28 on/ri/ e/do ෤ non reg./non reg.㔌 641/1281 ⓚ non reg./non reg.࿯ 316/24 gon/gu/ jŇ/do ᰵ non reg./non reg.᳞ 332/724 ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 jŇ/do/kyŇ ᵺ 1559/664 ࿯ 316/24 ᢎ 97/245 se/wa/mono ਎ 152/252 ⹤ 133/238 ‛ 126/79 uki/yo/zŇshi ᶋ 1047/938 ਎ 152/252 ⨲ 705/249 ሶ 56/103 Sai/kaku ⷏ 167/72 㢬 1120/2277 Sone/zaki/ shin/jş 䇺ᦥ 1482/non reg.ᩮ 535/314 ፒ 457/1362 ᔃ 139/97 ਛ 13/28䇻 259

SOMMARIO DEL SONEZAKI SHINJŞ

Tokubē ᓼ౓ⴡ1881 è impiegato (tedai ᚻઍ1882 ψ§41) del negozio Hiranoya ᐔ㊁ደ a ņsaka ᄢဈ. Il suo proprietario è lo zio che, per tramandare (ψ§41) il nome del negozio, ha intenzione di adottare Tokubē ᓼ౓ⴡ e fargli sposare una cugina di parte della moglie. La matrigna di Tokubē ᓼ౓ⴡ, d’accordo, accetta dal padrone di Hiranoya ᐔ㊁ደ una somma di denaro a titolo di dote. Tokubē ᓼ౓ⴡ, tuttavia, respinge questo matrimonio, in quanto ha già una ragazza di nome o-Hatsu ߅ೋ1884, intrattenitrice (yşjo ㆆᅚ1885) d’un quartiere di piacere (yşri ㆆ㉿1886). Ora egli deve restituire il denaro-dote allo zio-padrone, ma il destino vuole che prima di restituirglielo, lo presti ad un amico. Costui, non solo non glielo restituisce, ma lo offende pubblicamente, accusandolo di aver creato una falsa prova di debito. A questo punto, a Tokubē ᓼ౓ⴡ, non più in grado né di restituire il denaro al padrone-zio, né di riscattarsi dal disonore, non resta che uccidersi con o-Hatsu ߅ೋ che vuole essergli compagna anche nella morte. I due si tolgono la vita nel bosco di Sonezaki ᦥ ᩮፒ. 1883

 ‫ޣ‬GIRI vs NINJņ ‫ޤ‬Nelle pubblicazioni che parlano della letteratura kinsei (kinsei bungaku ㄭ਎ᢥቇ) e, in generale, della cultura giapponese ci si imbatte quasi sempre in espressioni come questa: giri to ninjŇ no itabasami (⟵ℂߣੱᖱߩ᧼᜽ߺ1887 trovarsi tra giri e ninjŇ, detto anche giri to ninjŇ no kattŇ ⟵ℂߣੱᖱߩ⪾⮮ lett. conflitti tra giri e ninjŇ). È un’espressione che presuppone la presenza di una frizione fra i due concetti: uno (ossia giri ⟵ℂ) che ha a che fare con la società e l’altro (ninjŇ ੱᖱ) strettamente personale. Li esamineremo un po’ più da civino.  Il giri (⟵ℂ doveri socio-morali) si riferisce alle norme di condotta socialmente sancite e da seguire nei confronti della gente con cui si ha a che fare. In altri termini, usanze o norme consuetudinarie, quindi non codificate, da rispettare nei rapporti interpersonali, e come tali esistenti in ogni tempo e in ogni società. Ovviamente il suo contenuto varia a seconda di quanto variano le norme di comportamento in una data società.  D’altra parte per ninjŇ (ੱᖱ lett. sentimento umano) s’intende ogni sentimento che Toku/bē (Toku/be/e) ᓼ 839/1038 ౓ 447/784 ⴡ 394/815 te/dai ᚻ 42/57 ઍ 68/256 1883 Hira/no/ya ᐔ 143/202 ㊁ 85/236 ደ 270/167 1884 o-/Ha/tsu ߅ೋ 261/679 1885 yş/jo ㆆ 728/1003 ᅚ 178/102 1886 yş/ri ㆆ 728/1003 ㉿ 1077/142 1887 gi/ri/ to/ nin/jŇ/ no/ ita/basa/mi (- no/ kat/tŇ) ⟵ 287/291 ℂ 95/143 ߣੱ 9/1 ᖱ 286/209 ߩ ᧼ 709/1047 ᜽ 1923/1354 ߺ (̖ߩ⪾ 1313/non reg.⮮ 206/2231) 1881 1882

260

nasce spontaneamente nell’animo umano (p.es. amore, pietà, gratitudine, rimorso, odio, tristezza).  Non è detto che il giri ⟵ℂ entri necessariamente in conflitto con il ninjŇ ੱᖱ, ma se viene usato in contrapposizione al ninjŇ ੱᖱ, si riferisce ai doveri od obblighi etico-sociali i quali, pur con tutta l’onerosità, ne esigono ugualmente l’adempimento sotto pena di una sanzione sociale.  Nel periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) la volontà dell’individuo era di solito compressa sia per via dell’ideologia confuciana, che per la prospettiva d’una sicura e severissima sanzione, consistente in una emarginazione detta murahachibu (᧛౎ಽ1888 esclusione dalla vita della collettività salvo occasioni di funerale e incendio). Difatti tale emarginazione sociale quasi integrale rendeva estremamente difficile l’esistenza per via della scarsa possibilità di cambiamento del luogo di residenza.  Ispirato dalla cronaca, Chikamatsu ㄭ ᧻ andò controcorrente. Malgrado la definizione consueta di tragedia, il Sonezaki shinjş 䇺ᦥᩮፒᔃਛ䇻 ed altri jŇruri ᵺℲ ⅇ del genere sewamono ਎⹤‛ sono opere in cui fu esaltata la vittoria del ninjŇ ੱᖱ sul giri ⟵ℂ. ٟ Ancora oggi i comportamenti dei giapponesi, specie quelli della gente di

campagna, sono dominati notevolmente dalla coscienza del giri ⟵ℂ. Le condotte egocentriche che si basano su ‘Io faccio come mi pare’ vengono presto o tardi socialmente punite (p.es. rottura dei rapporti interpersonali, rovina della carriera ecc.).  Con l’occasione si aggiunge che le comunità giapponesi hanno una forte tendenza a privilegiare lo spirito collettivo e a ricercare l’armonia fra tutti i membri anche se ciò va a discapito della propria individualità.

In origine (siamo agli inizi del periodo Edo, quindi intorno al 1600) il kabuki ᱌⥰પ1889 fu un tipo di danza eseguita da donne vestite in modo bizzarro e solitamente di facili costumi. A partire dalla metà del XVIII secolo, ossia sotto la cultura Kasei (Kesei bunka ൻ᡽ᢥൻ), il kabuki ᱌⥰પ sviluppatosi ormai in una forma particolare di rappresentazione teatrale, superò in popolarità il ningyŇ jŇruri ੱᒻᵺℲⅇ e cominciò ad avere grande affluenza di pubblico ad Edo ᳯᚭ.  Per avere una prima idea di cosa fosse (e sia tuttora) il kabuki ᱌⥰પ, di solito definito come teatro, sarebbe forse opportuno considerarlo qualcosa come musical, revue o spettacolo di varietà, in quanto gli elementi centrali non sono mai stati vere e proprie trame, ma piuttosto azioni esageratamente stilizzate degli attori chiamati yakusha KABUKI

1888

mura/hachi/bu ᧛ 210/191 ౎ 41/10 ಽ 35/38 261

ᓎ⠪1890. La gente andava (e va) a vedere innanzitutto gli yakusha ᓎ⠪ preferiti e poi le loro performances. Oggi rimangono a testimoniarlo molti fascicoli, chiamati Yakusha hyŇbanki 䇺ᓎ⠪⹏್⸥䇻1891, di commenti sulla loro immagine e la loro bravura. Non per nulla i pittori di ukiyoe (ᶋ਎⛗1892 ψ§54) li dipingevano e tali opere, chiamate yakushae ᓎ⠪⛗1893, andavano a ruba.  Si può dire che la popolarità personale degli attori (yakusha ᓎ⠪) — il divismo — si perpetuò dalle origini, cioè fin da quando lo spettacolo era rappresentato da donne leggere (onna kabuki ᅚ᱌⥰પ1894) che come tali attiravano gli uomini; ma anche dopo l’allontanamento (1629) di tali donne (e le donne in generale) dalle scene, il carattere originario contro il buoncostume non andò perduto. Prima continuarono ad alimentarlo i giovinetti del wakashu kabuki (⧯ⴐ᱌⥰પ1895 kabuki eseguito principalmente dai giovinetti, vietato nel 1652; wakashu ⧯ⴐ giovane maschio), poi gli onnagata o oyama (ᅚᒻ1896 attori travestiti da donna) dello yarŇ kabuki (㊁㇢᱌⥰પ1897 kabuki eseguito solo dai maschi; yarŇ ㊁㇢ uomo adulto). Fu appunto per questo divismo che il kabuki ᱌⥰પ riscosse una vasta popolarità, ed esso, insieme con gli yşri (ㆆ㉿ ψ§48), costituì un fulcro della cultura dei chŇnin (chŇnin bunka ↸ੱᢥൻ). Il kabuki ᱌⥰પ raggiunse la piena maturità verso la fine dell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ. Difatti, l’opera da ritenersi più nota di tutti i tempi è appunto di quell’epoca: TŇkaidŇ Yotsuya kaidan (䇺᧲ᶏ㆏྾⼱ᕋ⺣䇻1898 lett. storia dell’orrore a Yotsuya del TŇkaidŇ; solitamente detto semplicemente Yotsuya kaidan (䇺྾⼱ᕋ⺣䇻; prima rappresentazione: 1825) di Tsuruya Nanboku (㢬ደධർ1899 1755-1829). Si ricordano quali yakusha ᓎ⠪ i seguenti nomi: Sakata TŇjşrŇ I (ဈ↰⮮ච㇢1900 [shodai ೋઍ 1901 primo di una serie] 1647-1709) di Kamigata ਄ᣇ 1902 , Ichikawa ka/bu/ki ᱌ 478/392 ⥰ 746/810 પ non reg./non reg. yaku/sha ᓎ 315/375 ⠪ 22/164 1891 Yaku/sha/ hyŇ/ban/ki 䇺ᓎ 315/375 ⠪ 22/164 ⹏ 428/1028 ್ 291/1026 ⸥ 147/371䇻 1892 uki/yo/e ᶋ 1047/938 ਎ 152/252 ⛗ 976/345 1893 yaku/sha/e ᓎ 315/375 ⠪ 22/164 ⛗ 976/345 1894 onna/ ka/bu/ki ᅚ 178/102 ᱌ 478/392 ⥰ 746/810 પ non reg./non reg. 1895 waka/shu/ ka/bu/ki ⧯ 372/544 ⴐ 570/792 ᱌ 478/392 ⥰ 746/810 પ non reg./non reg. 1896 onna/gata ᅚ 178/102 ᒻ 408/395 1897 ya/rŇ/ ka/bu/ki ㊁ 85/236 ㇢ 237/980 ᱌ 478/392 ⥰ 746/810 પ non reg./non reg. 1898 TŇ/kai/dŇ/ Yo/tsuya/ kai/dan 䇺᧲ 11/71 ᶏ 158/117 ㆏ 129/149 ྾ 18/6 ⼱ 249/653 ᕋ ⺣ 303/593䇻 1899 Tsuru/ya/ Nan/boku 㢬 1120/2277 ደ 270/167 ධ 205/74 ർ 103/73 1900 Saka/ta/ TŇ/jş/rŇ ဈ 595/443 ↰ 24/35 ⮮ 206/2231 ච 5/12 ㇢ 237/980 1901 sho/dai ೋ 261/679 ઍ 68/256 1889 1890

262

1367/1476

DanjşrŇ I (ᏒᎹ࿅ච㇢ 1903 [shodai ೋઍ] 1660-1704) di Edo ᳯᚭ e Yoshizawa Ayame I (⧐ᴛ޽߿߼1904 [shodai ೋઍ] 1673-1729), onnagata ᅚᒻ.

§53. Studi ed istruzione Per quanto concerne l’influenza sul Giappone nell’età moderna e contemporanea, il settore culturale più importante riguarda senz’altro gli studi e l’istruzione durante il periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ). In considerazione della complessità e della vastità dell’argomento, facciamo precedere questa trattazione da uno specchietto molto schematico dell’evoluzione delle principali scuole di studi in diversi campi, affinché ci si possa fare una prima idea globale in materia. periodo

p. MEIJI ᣿ ᴦ

EDO ᳯ ᚭ ᤨ ઍ

1600

1650

1700

1750

1800

1850 1867

riforma Kansei era Genroku Divieto di studi Governo a ispirazione eterodossi, 1790 benevola confuciana Fujiwara Seika Hayashi Razan

Arai Hakuseki shushigaku Kinoshita Jun’an ᧇሶቇ Yamazaki Ansai Nakae Tǀju ƿshio Heihachirǀ yǀmeiaku Kumazawa Banzan 㓁᣿ቇ Yamaga Sokǀ kogaku Itǀ Jinsai Aoki Kon’yǀ ฎቇ Ogynj Sorai Dazai Shundai Maeno Ryǀtaku Fukuzawa Yukichi rangaku Sugita Genpaku ⯗ቇ

mitogaku* Fujita Tǀko ᳓ᚭቇ Motoori Norinaga kokugaku* Hirata Atsutane ࿖ቇ Ishida Baigan shingaku ᔃቇ

* Esercitò influenza sul movimento sonnŇ jŇi undŇ ዅ₺ᡠᄱㆇേ (Ⱥ§45). 1902 1903 1904

Kami/gata ਄ 21/32 ᣇ 28/70 Ichi/kawa/ Dan/jş/rŇ Ꮢ 78/181 Ꮉ 111/33 ࿅ 172/491 ච 5/12 ㇢ 237/980 Yoshi/zawa/ A/ya/me ⧐ 1339/1775 ᴛ 403/994 ޽߿߼ 263

 Le prime tre scuole sono di studi (neo-)confuciani, la quarta di storiografia e di pensiero sincretistico confuciano-shintoista, la quinta di filologia giapponese e di idealizzazione della vita nel Giappone antico. La sesta si occupa essenzialmente degli studi del sapere tecnico-scientifico dell’Europa centrosettentrionale, e la settima e ultima di un insegnamento moralizzatore delle masse. DOTTRINA FEUDALE DEI TOKUGAWA: CONFUCIANESIMO E NEO-CONFUCIANESIMO

In un lungo arco di tempo anteriore al periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) furono principalmente il confucianesimo (rujiao, juchiao ఌᢎ1905 giapp. jukyŇ) e soprattutto il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ1906) a plasmare una buona parte del pensiero giapponese. Poi, nel periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) avvenne che il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) retrocedesse e, in sostituzione, il confucianesimo (jukyŇ ఌ ᢎ) passasse in primo piano per soddisfare l’esigenza dei Tokugawa (Tokugawashi ᓼᎹ ᳁). In parte tenuto conto che da quel momento fino alla fine della seconda guerra mondiale (Dai niji sekai taisen ╙ੑᰴ਎⇇ᄢᚢ1907) il peso confuciano nella società giapponese non è trascurabile, ed in parte per capire meglio il confucianesimo (jukyŇ ఌ ᢎ) giapponese non perfettamente identificabile con quello cinese, sarà opportuno dare un breve ragguaglio di tale magistero.  ‫ޣ‬CONFUCIANESIMO E NEO-CONFUCIANESIMO IN CINA‫ޤ‬In Cina intorno al 1100 a.C. nacque la dinastia Zhou (Chou ๟ giapp. Shş1908, 1100 ca.- 256 a.C.) poggiata su un ordinamento feudale (hŇken seido ኽᑪ೙ᐲ1909), ma dai periodi delle Primavere e Autunni (Chunqiu shidai, Ch’un-ch’iu-shih-tai ᤐ⑺ᤨઍ1910 giapp. Shunjş jidai, 770-403 a.C.) e dei Regni Combattenti (Zhanguo shidai, Chan-kuo-shih-tai ᚢ࿖ᤨઍ1911 giapp. Sengoku jidai, 403-221 a.C.), la forza di controllo di detta dinastia si trovava in declino. I signori potenti si combattevano tra di loro per l’egemonia. La società era in disordine. Così, in cerca di nuovi principi di governo, sorse una moltitudine di pensatori, fra cui Confucio (Kong Fuzi, K’ung Fu-tzu ሹᄦሶ 551?-479 a.C., comunemente Kongzi, K’ung-tzu ሹሶ1912 giapp. KŇshi). 1905 1906 1907 1908 1909 1910 1911 1912

ju/kyŇ ఌ 1968/1417 ᢎ 97/245 buk/kyŇ ੽ 678/583 ᢎ 97/245 Dai/ ni/ji/ se/kai/ tai/sen ╙ 76/404 ੑ 6/3 ᰴ 235/384 ਎ 152/252 ⇇ 170/454 ᄢ 7/26 ᚢ 88/301 Shş ๟ 694/91 hŇ/ken/ sei/do ኽ 1039/1463 ᑪ 244/892 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 Shun/jş/ ji/dai ᤐ 461/460 ⑺ 540/462 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Sen/goku/ ji/dai ᚢ 88/301 ࿖ 8/40 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 KŇ/shi ሹ 1755/940 ሶ 56/103 264

 < Confucianesimo > Per confucianesimo (rujiao, juchiao ఌᢎ giapp. jukyŇ; a volte anche ruxue [juhsüeh ఌቇ1913 giapp. jugaku, lett. studi confuciani]) s’intende pertanto il complesso delle dottrine etico-politiche predicate appunto da Confucio (Kongzi, K’ung-tzu ሹ ሶ giapp. KŇshi) e sviluppate principalmente da Mencio (Mengzi, Mêng-tzu ቃሶ1914 giapp. MŇshi, 372?-289? a.C.) e Xunzi (Hsü-tzu ⨬ሶ1915 giapp. Junshi, 298?-235? a.C.). L’ideale di Confucio (ሹሶ giapp. KŇshi) stava nell’instaurare e mantenere un nuovo ordine socio-politico mediante la massima osservanza delle norme di condotta sociale, dette nel loro insieme li (li ␞1916 giapp. rei ), nelle stesse forme che Confucio (Kongzi, K’ung-tzu ሹሶ giapp. KŇshi) credeva vigessero agli inizi del periodo Zhou (Chou ๟ giapp. Shş).  Nella tradizione confuciana la virtù-chiave per un buon ordine ad ogni livello è il dovere filiale (cin. xiao, hsiao ቁ1917 giapp. kŇ, [in senso stretto] devozione ed obbedienza al padre; it. pietà filiale) che riguarda il rapporto padre-figlio, uno dei cinque rapporti umani, cioè sovrano-suddito, padre-figlio, marito-moglie, fratello maggiorefratello minore, amico-amico. A partire dal periodo dei Regni Combattenti, venne esaltata anche la lealtà (cin. zhong, chung ᔘ1918 giapp. chş ) del suddito verso il padrone, ma il dovere filiale (cin. xiao, hsiao ቁ giapp. kŇ ) rimase ugualmente di importanza fondamentale, in quanto indissolubile, e perciò permanente, diversamente dal dovere di lealtà (cin. zhong, chung ᔘ giapp. chş ) che poteva essere sciolto mediante il ritiro dal servizio. Come emerge dagli insegnamenti sul dovere filiale (cin. xiao, hsiao ቁ giapp. kŇ ) e di lealtà (cin. zhong, chung ᔘ giapp. chş ), lo schema fondamentale della legge morale confuciana per il mantenimento di un buon ordine socio-politico consiste nell’obbedienza ai superiori da parte degli inferiori. Ciò perché tutti i rapporti interpersonali sono presi nell’ottica di ‘alto – basso’, ‘nobile – umile’ e tale ordine è considerato l’essenza dei rapporti umani. Il li (li ␞ giapp. rei ) citato sopra si riferisce, in parole povere, all’insieme di regole di comportamento richieste appunto da tale ordine.  Ma la sottomissione dei subordinati non è tutto quel che c’è nel confucianesimo (rujiao, juchiao ఌᢎ giapp. jukyŇ ). I confuciani predicavano ai sovrani come governare 1913 1914 1915 1916 1917 1918

ju/gaku ఌ 1968/1417 ቇ 33/109 MŇ/shi ቃ non reg./non reg.ሶ 56/103 Jun/shi ⨬ non reg./non reg.ሶ 56/103 rei ␞ 983/620 kŇ ቁ 1249/542 chş ᔘ 1040/1348 265

il popolo. A loro dire, spettava al governante non soltanto stabilire il li (li ␞ giapp. rei ), ma persino tenere sotto controllo l’intero universo con i suoi atti virtuosi in piena conformità col li (li ␞ giapp. rei ) a lui confacente. La felicità o meno del popolo dipendeva unicamente dalla virtù del sovrano. Gli fu richiesto perciò di esercitare il potere per il benessere del popolo con la benevolenza (cin. ren, jen ੳ1919 giapp. jin ) paragonabile all’amore paterno. Fu sostenuto che il sovrano privo della benevolenza venisse bandito e la sua dinastia fosse sostituita con un’altra virtuosa (cin. yixing geming, ihsing kêming ᤃᆓ㕟๮1920 giapp. ekisei kakumei). Così, tutto sommato, il confucianesimo (jukyŇ ఌᢎ), mentre denotava certamente una tendenza conservatrice, era anche pervaso di spirito umanitaristico.  Quanto sopra esposto per sommi capi costituiva la base dell’insegnamento confuciano in ogni epoca. Sotto la dinastia Han (Han ṽ1921 giapp. Kan, 202 a.C.-220 d.C. ψ§3) il confucianesimo (jukyŇ ఌᢎ) fu designato scuola ufficiale di studi dell’impero e da allora fino agli inizi del XX secolo svolse il ruolo di guida della classe dirigente cinese. Tuttavia, dopo la caduta dell’impero Han (Han ṽ giapp. Kan), rimase confinato al ruolo di studi esegetici-commentari (⚻ቇ1922 giapp. keigaku, studi dei libri canonici confuciani [keiten ⚻ౖ1923]) e come tale non segnò ulteriori sviluppi sotto l’aspetto speculativo. ٟ Si badi di non confondere keiten ⚻ౖ (testi canonici confuciani) e kyŇten ⚻

ౖ (sştra, ossia scritture sacre buddhisti)  < Neo-confucianesimo > Si doveva attendere fino alla dinastia dei Song (Sung ቡ 1924 giapp. SŇ, 960-1279) per vederlo rifiorire sotto la denominazione di neoconfucianesimo (tradotto in giapponese letteralmente quale shinjugaku ᣂఌቇ1925; per l’esattezza Songxue, Sung-hsüeh ቡቇ1926 giapp. sŇgaku, scuola dei Song) caratterizzato dagli interessi metafisici e cosmologici sotto l’influenza esercitata dal buddhismo

1919 1920 1921 1922 1923 1924 1925 1926

jin ੳ 1346/1619 eki/sei/ kaku/mei ᤃ 810/759 ᆓ 1766/1746 㕟 686/1075 ๮ 388/578 Kan ṽ 1394/556 kei/gaku ⚻ 135/548 ቇ 33/109 kei/ten ⚻ 135/548 ౖ 956/367 SŇ ቡ non reg./non reg. shin/ju/gaku ᣂ 36/174 ఌ 1968/1417 ቇ 33/109 sŇ/gaku ቡ non reg./non reg.ቇ 33/109 266

(bukkyŇ ੽ᢎ) e dalla filosofia taoista (giapp. RŇsŇ shisŇ ⠧⨿ᕁᗐ1927). L’elaborazione del neo-confucianesimo (shinjugaku ᣂఌቇ, sŇgaku ቡቇ) si deve soprattutto a Zhu Xi (Chu Hsi ᧇ᾵1928 giapp. Shuki, 1130-1200; meglio noto sia in Cina che in Giappone come Zhuzi, Chu-tzu ᧇሶ1929 giapp. Shushi, da cui shushigaku [ᧇሶቇ 1930 scuola di Zhuzi], termine in pratica sinonimico giapponese di neoconfucianesimo). In breve la sua è dottrina che correla la natura umana, l’ordine sociale e il principio cosmologico chiamato li (li ℂ1931 giapp. ri ). Sostiene che sia la natura umana sia l’ordine sociale sono soggetti al medesimo principio celeste, quindi la pratica della coltivazione morale di ciascuno porta automaticamente alla sistemazione ideale dell’ordine sociale ad opera appunto del principio cosmologico. È caratterizzata dalla soppressione dei desideri e da uno sforzo morale rigoroso, ritenuti entrambi indispensabili per riportare la natura umana ordinaria e torbida a quella originaria, pura e buona.  Alla scuola di Zhuzi (shushigaku ᧇሶቇ) si oppose quella di Lu Xiangshan (Lu Hsiang-shan 㒽 ⽎ ጊ 1932 giapp. Riku ShŇzan, 1139-1192) che dava importanza primaria al sentimento. Molto più tardi quest’ultimo ebbe un erede in Wang Yangming (Wang Yangming ₺ 㓁 ᣿ 1933 giapp. ņ YŇmei, 1472-1528) il quale diede corpo definitivo al Xinxue (Hsin-hsüeh ᔃቇ1934 giapp. shingaku, lett. studio dell’animus; in Giappone chiamato yŇmeigaku 㓁᣿ቇ1935 lett. studio di Yangming). La dottrina di Wang Yangming (₺㓁᣿ giapp. ņ YŇmei) consiste nell’affermare che originariamente l’animo umano è dotato di senso morale, quindi la norma fondamentale di condotta sta nel seguire quanto comanda spontaneamente il cuore, arrivando così alla conclusione quasi diametralmente opposta a quella di Zhuzi (Chu Hsi ᧇሶ giapp. Shushi). Rimase ortodossa, tuttavia, la corrente che seguì Zhuzi (ᧇሶ Shushi).

1927 1928 1929 1930 1931 1932 1933 1934 1935

RŇ/sŇ/ shi/sŇ ⠧ 788/543 ⨿ 1208/1327 ᕁ 149/99 ᗐ 352/147 Shu/ki ᧇ 1720/1503 ᾵ non reg./non reg. Shu/shi ᧇ 1720/1503 ሶ 56/103 shu/shi/gaku ᧇ 1720/1503 ሶ 56/103 ቇ 33/109 ri ℂ 95/143 Riku/ ShŇ/zan 㒽 651/647 ⽎ 575/739 ጊ 60/34 ņ/ YŇ/mei ₺ 499/294 㓁 990/630 ᣿ 84/18 shin/gaku ᔃ 139/97 ቇ 33/109 yŇ/mei/gaku 㓁 990/630 ᣿ 84/18 ቇ 33/109 267

ٟ Per interpretare il kŇ (cin. xiao, hsiao ቁ), uno dei concetti fondamentali del confucianesimo (jukyŇ ఌᢎ), si suole prendere in considerazione solo il rapporto di padre-figlio e per estensione tutt’al più genitori-figlio. A questo riguardo, un autorevole studioso di storia della filosofia cinese ammonisce, dicendo: « [...] si ha la tendenza ad interpretare riduttivamente il kŇ ቁ nel senso di pietà filiale, devozione cioè verso i genitori da parte dei figli, ma tale interpretazione è sbagliata. Il kŇ ቁ racchiude anche altri due aspetti: da una parte esecuzione dei riti religiosi dedicati a tutti gli antenati e dall’altra procreazione dei figli. [...] il kŇ ቁ consiste nell’insieme di questi tre aspetti ». (Kaji Nobuyuki ട࿾િⴕ 䇺ఌᢎߣ ߪ૗߆䇻[Che cosa è il confucianesimo? ], 1990) In parole povere, il kŇ ቁ di cui parla Kaji ട࿾ è il kŇ ቁ religioso che sottostà alle dottrine etico-politiche confuciane, ovvero una ‘trovata’ della mente cinese per assicurare la continuità della vita dal suo primordio al presente e dal presente all’eternità. Se Kaji ട࿾ ha ragione, bisognerà dire che l’espressione italiana di ‘pietà filiale’ (traduzione letterale dell’ingl. ‘filial pity’?) copre solo parzialmente il campo semantico di kŇ ቁ.

 ‫ޣ‬SHUSHIGAKU QUALE DOTTRINA FEUDALE DEI TOKUGAWA ‫ޤ‬Il sistema bakuhan (bakuhan taisei ᐀⮲૕೙1936) con al vertice lo shŇgun ዁ァ fu il regime più organizzato nei minimi particolari rispetto a qualsiasi altro precedente. Il confucianesimo (rujiao, juchiao ఌᢎ giapp. jukyŇ ), specie la scuola di Zhuzi (shushigaku ᧇ ሶቇ), che predicava l’ordine gerarchico di sovrano-suddito, padre-figlio, marito-moglie ecc. e la virtù di obbedienza degli inferiori ai superiori rispondeva squisitamente al fine del consolidamento e mantenimento delle istituzioni socio-politiche conservatrici dei Tokugawa (Tokugawashi ᓼᎹ᳁), e ciò anche perché le virtù e l’ordine sociale predicati da Zhu Xi (Chu Hsi ᧇ᾵ giapp. Shuki, ovvero Zhuzi, Chu-tzu ᧇሶ giapp. Shushi) non si limitavano alla sfera della vita umana, ma si ricollegavano attraverso il principio cosmologico li (li ℂ giapp. ri ), regolatore di qualsiasi cosa, ai fenomeni dell’universo; lo shushigaku ᧇሶቇ poteva cioè servire anche alla legittimazione del regime feudale dei Tokugawa, dichiarandolo conforme alla legge di natura. Fu quindi fin troppo naturale che assurgesse al rango di dottrina ufficiale dei Tokugawa (Tokugawashi ᓼᎹ᳁).  ‫ ޣ‬STUDI (NEO-)CONFUCIANI NEL GIAPPONE TOKUGAWA ‫ ޤ‬La relazione dei Tokugawa (Tokugawashi ᓼᎹ᳁) con la scuola neo-confuciana di Zhuzi (shushigaku ᧇሶቇ) risale a Fujiwara Seika (⮮ේᗗ┃1937 1561-1619), originariamente 1936 1937

baku/han/ tai/sei ᐀ 836/1432 ⮲ 1566/1382 ૕ 110/61 ೙ 196/427 Fuji/wara/ Sei/ka ⮮ 206/2231 ේ 132/136 ᗗ non reg./non reg.┃ non reg./non reg. 268

monaco in uno dei Cinque templi zen di KyŇto (KyŇto gozan ੩ㇺ੖ጊ1938 ψ§33) e successivamente studioso neo-confuciano, che su invito di Ieyasu ኅᐽ gli tenne lezioni. In seguito Hayashi Razan (ᨋ⟜ጊ1939 1583-1657), discepolo di Seika ᗗ┃ e studioso strettamente chuhsista, venne assunto alle dipendenze shogunali, e da quel momento di generazione in generazione la famiglia Hayashi (Rinke ᨋኅ1940) rimase responsabile del settore d’istruzione del Tokugawa bakufu ᓼᎹ᐀ᐭ. Ma la famiglia Hayashi (Rinke ᨋኅ) non diede personalità brillanti, quando invece fuori degli ambienti del bakufu ᐀ᐭ, come si vedrà di seguito, erano attivi eccellenti studiosi d’altre scuole, i quali non potevano non esercitare un’influenza sugli studi shogunali; motivo per cui, in occasione della riforma Kansei (Kansei no kaikaku ኡ᡽ ᡷ 㕟 1941 1787-1793 ψ §44), venne proibito di insegnare dottrine non chuhsiste all’istituto d’istruzione shogunale della famiglia Hayashi (Rinke ᨋኅ), divieto chiamato Kansei igaku no kin (ኡ᡽⇣ቇߩ⑌1942 lett. divieto di studi eterodossi di Kansei, 1790), sebbene ciò non implicasse una proibizione generale di coltivare studi non chuhsisti. È in quel momento che lo shushigaku ᧇሶቇ ottenne lo status di studi shogunali ufficiali a pieno titolo. Nel 1797 l’istituto che era stato piuttosto la scuola privata degli Hayashi (Rinke ᨋ ኅ) fu incorporato nella struttura shogunale quale scuola d’istruzione del bakufu ᐀ᐭ con il nome di ShŇheizaka gakumonjo (᣽ᐔဈቇ໧ᚲ1943 lett. Istituto degli Studi di ShŇheizaka [ShŇheizaka ᣽ᐔဈ: ShŇhei ᣽ᐔ cin. Changping, Ch’ang-p’ing, nome del luogo di nascita di Confucio; zaka ဈ terreno in pendenza], 1797-1871; chiamato anche ShŇheikŇ ᣽ᐔ㤟1944), cui vennero ammessi i figli di hatamoto ᣛᧄ1945 e gokenin (ᓮኅੱ1946 ψ§41).  Nei circoli chuhsisti non shogunali spiccavano due nomi: Kinoshita Jun’an (ᧁਅ㗅 ᐻ1947 1621-1698), maestro rinomato, e Yamazaki Ansai (ጊፒ㑧ᢪ1948 1618-1682),

1938 1939 1940 1941 1942 1943 1944 1945 1946 1947

KyŇ/to/ go/zan ੩ 16/189 ㇺ 92/188 ੖ 14/7 ጊ 60/34 Hayashi/ Ra/zan ᨋ 420/127 ⟜ 1762/1860 ጊ 60/34 Rin/ke ᨋ 420/127 ኅ 81/165 Kan/sei/ no/ kai/kaku ኡ 1471/1050 ᡽ 50/483 ᡷ 294/514 㕟 686/1075 Kan/sei/ i/gaku/ no/ kin ኡ 1471/1050 ᡽ 50/483 ⇣ 707/1061 ቇ 33/109 ߩ⑌ 853/482 ShŇ/hei/zaka/ gaku/mon/jo ᣽ 1552/2089 ᐔ 143/202 ဈ 595/443 ቇ 33/109 ໧ 75/162 ᚲ 107/153 ShŇ/hei/kŇ ᣽ 1552/2089 ᐔ 143/202 㤟 non reg./non reg. hata/moto ᣛ 1174/1006 ᧄ 15/25 go/ke/nin ᓮ 620/708 ኅ 81/165 ੱ 9/1 Ki/no/shita/ Jun’/an ᧁ 148/22 ਅ 72/31 㗅 813/769 ᐻ non reg./non reg. 269

chuhsista severo con i suoi allievi. Entrambi ebbero molti discepoli di valore. Arai Hakuseki (ᣂ੗⊕⍹1949 ψ§43) fu allievo di Jun’an 㗅ᐻ. Ansai 㑧ᢪ è noto anche per il suo sincretismo confuciano-shintoista (suika shintŇ ုട␹㆏1950).  < Istituti d’istruzione degli han > Anche negli han ⮲ i daimyŇ ᄢฬ fondarono istituti d’istruzione, detti hankŇ ⮲ᩞ1951, per istruire i figli dei propri sudditi. In tutto il Giappone ce n’erano oltre trecento. Gli insegnanti erano, per una buona parte, chuhsisti, ma nel bakumatsu (᐀ᧃ1952, ossia una quindicina d’anni finale del Tokugawa bakufu ᓼ Ꮉ᐀ᐭ ψ§45) non pochi han ⮲ accolsero cultori di studi occidentali (yŇgakusha ᵗ ቇ⠪1953 ψ§53) nel corpo docente. Fu aperto inoltre un numero considerevole di scuole, dette gŇgaku ㇹቇ1954, per dare istruzione anche alla gente comune. Di queste ultime, ce n’erano oltre cinquecento in tutto il Giappone agli inizi dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ1955 1868-1912).  < YŇmeigaku > In Giappone il Xinxue (Hsin-hsüeh ᔃቇ1956 giapp. shingaku) di Wang Yangming (₺㓁᣿ giapp. ņ YŇmei) trovò un erede nella persona di Nakae TŇju (ਛᳯ⮮᮸1957 1608-1648) che lo chiamò, come si è già visto, yŇmeigaku 㓁᣿ቇ1958.  < Kogaku > Ad eccezione di pochi, in generale i chuhsisti giapponesi si limitavano a ricalcare quanto avevano appreso dai libri neo-confuciani di autori cinesi, senza cioè svilupparne la critica; come tali a rigore non erano studiosi-pensatori veri e propri, ma piuttosto trasmettitori-divulgatori del pensiero neo-confuciano cinese. Contro tale atteggiamento passivo sorse un gruppo di studiosi che si propose di chiarire la vera essenza del confucianesimo (jukyŇ ఌᢎ) originario tramite la lettura puntuale e l’indagine filologica dei testi canonici confuciani (keiten ⚻ౖ1959) prodotti nella Cina antica. Essi affrontarono materiali di prima mano e pensarono con la propria mente. Il complesso di tale orientamento di studi, caratterizzato soprattutto dalla meto-

1948 1949 1950 1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959

Yama/zaki/ An/sai ጊ 60/34 ፒ 457/1362 㑧 1758/non reg.ᢪ 1363/1478 Ara/i/ Haku/seki ᣂ 36/174 ੗ 252/1193 ⊕ 266/205 ⍹ 276/78 sui/ka/ shin/tŇ ု 1716/1070 ട 187/709 ␹ 229/310 ㆏ 129/149 han/kŇ ⮲ 1566/1382 ᩞ 176/115 baku/matsu ᐀ 836/1432 ᧃ 528/305 yŇ/gaku/sha ᵗ 366/289 ቇ 33/109 ⠪ 22/164 gŇ/gaku ㇹ 1004/855 ቇ 33/109 Mei/ji/ ji/dai ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 shin/gaku ᔃ 139/97 ቇ 33/109 Naka/e/ TŇ/ju ਛ 13/28 ᳯ 517/821 ⮮ 206/2231 ᮸ 1034/1144 yŇ/mei/gaku 㓁 990/630 ᣿ 84/18 ቇ 33/109 kei/ten ⚻ 135/548 ౖ 956/367 270

dologia positivistica di ricerca, è chiamato kogaku (ฎቇ1960 lett. studi antichi) e l’insieme delle correnti di studi a ciò ispirantisi Kogakuha (ฎቇᵷ1961 lett. scuola di studi antichi). In Giappone fu appunto questo filone accademico a conseguire il livello più alto negli studi confuciani (jugaku ఌቇ).  Due furono i massimi esponenti di questa scuola: ItŇ Jinsai (દ⮮ੳᢪ1962 16271705) e Ogyş Sorai (⩆↢ᓖᓭ1963 1666-1728), entrambi, con migliaia di discepoli sparsi per tutto il Giappone. Oggi il loro atteggiamento razionale, anzi scientifico, in particolare di Sorai ᓖᓭ, è valutato assai positivamente per la nascita di studi ugualmente positivistici in altri campi (p.es. filologia giapponese, studi olandesi), preparando in tal modo un buon terreno di trapianto del sapere scientifico occidentale nell’età moderna e contemporanea. Anche dopo il divieto di studi eterodossi di Kansei (Kansei igaku no kin ኡ᡽⇣ቇߩ⑌ 1964 ) che, ripetiamo, escludeva dall’istituto d’istruzione shogunale tutte le dottrine non chuhsiste, la scuola di studi antichi (Kogakuha ฎቇᵷ) non segnò regresso.  I frutti della ricerca che i diversi filoni del kogaku ฎቇ avevano in comune, stavano, in ultima analisi, nella loro conclusione umana ed indulgente grazie alla quale i sentimenti spontanei venivano svincolati dal rigorismo formale chuhsista; atteggiamento che trovava riscontro nell’atmosfera realistica della cultura Genroku (Genroku bunka ర⑍ᢥൻ).  ‫ޣ‬BUSHIDņ ‫ޤ‬Nel periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) l’etica dei bushi ᱞ჻, già chiamata nel medioevo kyşba no michi (ᑿ㚍ߩ㆏1965 ψ§34), venne codificata con il nome di bushidŇ ᱞ჻㆏1966, principalmente da Yamaga SokŇ (ጊ㣮⚛ⴕ1967 16221685), confuciano (jusha ఌ⠪1968) della scuola di studi antichi (Kogakuha ฎቇᵷ).  I bushi ᱞ჻, nel periodo in cui regnava una pace duratura in assenza di battaglie vere e proprie (l’ultima fu la rivolta a Shimabara-Amakusa [Shimabara-Amakusa no ikki ፉේ࡮ᄤ⨲৻ឨ 1637-1638] ψ§42) non erano più guerrieri come lo erano stati prima, ma piuttosto burocrati sia presso il bakufu ᐀ᐭ che negli han ⮲. A loro veniva 1960 1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968

ko/gaku ฎ 373/172 ቇ 33/109 Ko/gaku/ha ฎ 373/172 ቇ 33/109 ᵷ 293/912 I/tŇ/ Jin/sai દ 603/2011 ⮮ 206/2231 ੳ 1346/1619 ᢪ 1363/1478 O/gyş/ So/rai ⩆ non reg./non reg.↢ 29/44 ᓖ non reg./non reg.᧪ 113/69 Kan/sei/ i/gaku/ no/ kin ኡ 1471/1050 ᡽ 50/483 ⇣ 707/1061 ቇ 33/109 ߩ⑌ 853/482 kyş/ba/ no/ michi ᑿ 1539/212 㚍 512/283 ߩ㆏ 129/149 bu/shi/dŇ ᱞ 448/1031 ჻ 301/572 ㆏ 129/149 Yama/ga/ So/kŇ ጊ 60/34 㣮 1141/2279 ⚛ 717/271 ⴕ 31/68 ju/sha ఌ 1968/1417 ⠪ 22/164 271

richiesto innanzi tutto di rendersi esatto conto del ruolo e della responsabilità della classe dirigente che essi stessi avevano costituito. In altre parole, il loro compito maggiore consisteva nell’esemplificare nei confronti delle masse la vita virtuosa confuciana tramite la loro lealtà (chş ᔘ) nei confronti del signore, una stretta autodisciplina quali comportamenti sempre dignitosi anche nelle avversità, e ulteriore sublimazione delle proprie virtù sia attraverso gli studi confuciani (jugaku ఌቇ) che le arti marziali.  Il bushidŇ ᱞ჻㆏, mentre da un lato svolgeva certamente un ruolo positivo nell’elevare il senso di responsabilità sociale nella classe samuraica (bushi kaikyş ᱞ჻㓏 ⚖), permise dall’altro ai Tokugawa (Tokugawashi ᓼᎹ᳁) il mantenimento dello status quo, esigendo dai loro sudditi obbedienza e pazienza in pratica illimitate.  < Storia dei 47 rŇnin (rŇnin ψ§41) > Nell’era Genroku (Genroku jidai ర⑍ᤨ ઍ) si verificò un caso, chiamato nel campo storiografico AkŇ jiken (⿒Ⓞ੐ઙ1969 caso AkŇ) e in quello letterario Chşshingura (䇺ᔘ⤿⬿䇻1970 lett. magazzino dei sudditi leali), di osservanza esemplare dei dettami del bushidŇ ᱞ჻㆏. In Occidente lo stesso è noto come la ‘Storia dei 47 rŇnin’ (corrispondenti espressioni fisse piu vicine giapponesi: AkŇ shijşshichishi [⿒Ⓞ྾ච৾჻1971 lett. quarantasette bushi di AkŇ], AkŇ gishi [⿒Ⓞ⟵჻ 1972 lett. sudditi fedeli di AkŇ], AkŇ rŇshi [⿒Ⓞᶉ჻1973 lett. rŇnin di AkŇ]). La vicenda richiese quasi due anni di tempo per concludersi. Da questo avvenimento ci si può fare una idea di che cosa rappresentava per la classe samuraica (bushi kaikyş ᱞ჻㓏⚖) la lealtà (chş ᔘ) del suddito verso il signore e in generale il bushidŇ ᱞ჻㆏.

SOMMARIO DEL CHŞSHINGURA

Nel marzo del 1701 (14° anno di Genroku [Genroku jşyonen ర⑍ 14 ᐕ]), nel castello di Edo (EdojŇ ᳯᚭၔ1974, oggi kŇkyo ⊞ዬ1975 residenza del tennŇ ᄤ⊞), sede shogunale, Asano Naganori (ᵻ㊁㐳⍱1976 1667-1701), daimyŇ ᄢฬ dello han di AkŇ (AkŇ han ⿒Ⓞ

1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976

A/kŇ/ ji/ken ⿒ 476/207 Ⓞ 1485/1221 ੐ 32/80 ઙ 290/732 Chş/shin/gura 䇺ᔘ 1040/1348 ⤿ 981/835 ⬿ 429/1286䇻 A/kŇ/ shi/jş/shichi/shi ⿒ 476/207 Ⓞ 1485/1221 ྾ 18/6 ච 5/12 ৾ 44/9 ჻ 301/572 A/kŇ/ gi/shi ⿒ 476/207 Ⓞ 1485/1221 ⟵ 287/291 ჻ 301/572 A/kŇ/ rŇ/shi ⿒ 476/207 Ⓞ 1485/1221 ᶉ 1445/1753 ჻ 301/572 E/do/jŇ ᳯ 517/821 ᚭ 342/152 ၔ 638/720 kŇ/kyo ⊞ 964/297 ዬ 777/171 Asa/no/ Naga/nori ᵻ 838/649 ㊁ 85/236 㐳 25/95 ⍱ non reg./non reg. 272

⮲ ψcarta 8), ferì con un colpo di spada Kira Yoshinaka (ศ⦟⟵ᄩ1977 1641-1702), alto dignitario responsabile del cerimoniale shogunale. Si sa che fra i due c’era stato qualche contrasto, e su di esso sono avanzate diverse ipotesi. La vera causa dell’incidente rimane tuttora avvolta nel buio. Asano ᵻ㊁ fu immediatamente condannato a morte mediante seppuku (ಾ⣻1978 it. harakiri ⣻ಾ1979, a volte anche karakiri [forma erronea di harakiri ], tipo di pena capitale ritenuto onorevole, consistente nell’essere decapitato al momento di squarciarsi il ventre), mentre Kira ศ⦟ se la cavò senza incorrere in nessuna pena. La sentenza era iniqua di fronte al codice samuraico che stabiliva che in caso di contesa a viva forza dovevano essere punite entrambe le parti. Alla famiglia Asano (Asanoke ᵻ㊁ኅ1980) fu ritirato (kaieki ᡷᤃ1981 ψ§41) anche il feudo (chigyŇchi ⍮ⴕ࿾1982), il che significava annullamento dello han di AkŇ (AkŇ han ⿒Ⓞ ⮲), quindi estinzione della famiglia Asano (Asanoke ᵻ㊁ኅ). Da quel momento tutti i sudditi si trovarono senza signore (rŇnin ᶉੱ1983). Fallì ogni sforzo di ņishi Yoshio (ᄢ⍹⦟ 㓶1984 1659-1703), capo vassallo (karŇ ኅ⠧1985), che non lasciò nulla di intentato sia per restaurare la casa Asano (Asanoke ᵻ㊁ኅ) che per chiedere che anche Kira ศ⦟ venisse punito. Venne elaborato, così, in tutta segretezza un piano di vendetta da 47 rŇnin (shijşshichishi ྾ච৾჻) fedeli raccoltisi intorno a ņishi ᄢ⍹, e a distanza di un anno e nove mesi, nel dicembre 1702, i 47 fecero irruzione nell’abitazione di Kira ศ⦟, riuscendo a decapitarlo. Il loro sforzo e la loro pazienza in quel frattempo di fronte a mille difficoltà furono davvero sovrumani. La mattina seguente i 46 (uno scomparve dopo l’irruzione) fecero rapporto davanti alla tomba dell’ex signore ed attesero il provvedimento shogunale nei loro riguardi. Ma intanto si formavano due netti partiti; gli uni che sostenevano la loro colpevolezza e gli altri l’assoluta innocenza, esaltandola quale specchio del bushidŇ ᱞ჻㆏. Si susseguirono discussioni incandescenti. Il verdetto finale (febbraio 1703) formulato in base all’opinione di Ogyş Sorai ⩆↢ᓖᓭ1986 (che avrebbe detto: ‘Capisco assai bene il loro stato d’animo, ma la legge non va falsata.’) fu comunque questo: ‘Tutti a morte. È permesso, tuttavia, di compiere il seppuku ಾ⣻’. Il più giovane fu figlio di ņishi Yoshio ᄢ⍹⦟㓶 di 15 anni.

1977 1978 1979 1980 1981 1982 1983 1984 1985 1986

Ki/ra/ Yoshi/naka ศ 464/1141 ⦟ 520/321 ⟵ 287/291 ᄩ 468/351 sep/puku ಾ 204/39 ⣻ 1345/1271 hara/kiri ⣻ 1345/1271 ಾ 204/39 Asa/no/ke ᵻ 838/649 ㊁ 85/236 ኅ 81/165 kai/eki ᡷ 294/514 ᤃ 810/759 chi/gyŇ/chi ⍮ 207/214 ⴕ 31/68 ࿾ 40/118 rŇ/nin ᶉ 1445/1753 ੱ 9/1 ņ/ishi/ Yoshi/o ᄢ 7/26 ⍹ 276/78 ⦟ 520/321 㓶 500/1387 ka/rŇ ኅ 81/165 ⠧ 788/543 O/gyş/ So/rai ⩆ non reg./non reg.↢ 29/44 ᓖ non reg./non reg.᧪ 113/69

273

 Se la lealtà (chş ᔘ) del suddito verso il padrone si poteva concretare con una siffatta drammaticità anche dopo la morte di quest’ultimo, ovvero quando non c’era più nessun rapporto formale d’impiego, è perché diversamente dalla tradizione confuciana in Cina, in Giappone il rapporto ‘signore – suddito’ (e per analogia anche il rapporto ‘datore di lavoro – impiegato’) era regolato alla stessa stregua di quello di ‘padre – figlio’ preso quale prototipo, quindi consapevolizzato come vincolo indissolubile e persino ereditario. Inoltre, il mutamento di natura del rapporto ‘signore – suddito’ rispetto al modello cinese non finiva qui: la lealtà (chş ᔘ) verso il signore aveva persino la priorità sulla devozione ed obbedienza filiare (kŇ ቁ). Appunto per questo ed altri aspetti ancora il confucianesimo (jukyŇ ఌᢎ) giapponese non può essere identificato con quello della Cina, sua terra d’origine.  Le tombe di Asano ᵻ㊁ e i suoi fedeli si trovano ancora oggi nel tempio buddhista Sengakuji ᴰጪኹ1987 di TŇkyŇ ᧲੩. La vicenda ha continuato ad essere sceneggiata e romanzata ripetutamente ed oggi ne esistono parecchie versioni. Anche adesso il Chşshingura 䇺ᔘ⤿⬿䇻 ha qualcosa che tocca la sensibilità dei giapponesi, tanta fu l’influenza esercitata sul loro animo. Secondo il confucianesimo (rujiao, juchiao ఌ ᢎ giapp. jukyŇ) giapponese del periodo Tokugawa (Tokugawa jidai ᓼᎹᤨઍ, Edo jidai ᳯᚭᤨઍ), la lealtà (chş ᔘ) non solo non si estingueva, ma aveva persino la priorità sulla devozione filiare (kŇ ቁ). Abbiamo visto inoltre che nella ‘Storia dei 47 rŇnin’ il chş ᔘ è indirizzato al daimyŇ ᄢฬ, ossia al padrone diretto dei 47, ma ci fu una tradizione di studi, chiamata mitogaku (᳓ᚭቇ1988 lett. scuola di Mito), che nel XIX secolo enucleava che l’autorità destinataria ultima del chş ᔘ non fosse il daimyŇ ᄢฬ, né lo shŇgun ዁ァ, bensì il tennŇ ᄤ⊞. Originariamente si trattava di una scuola di storiografia (Dai Nihonshi 䇺ᄢᣣᧄผ䇻 1989 it. Grande storia del Giappone, 1657-1906) caratterizzata dal sincretismo confucianoshintoista e sviluppatasi nello han di Mito (Mito han ᳓ᚭ⮲1990 parte della odierna prefettura di Ibaraki [Ibaraki-ken ⨙ၔ⋵1991] con il capoluogo alla città di Mito ψ carta 10), uno dei tre shinpan (ⷫ⮲1992 ψ§41) di rango particolarmente elevato (gosanke

MITOGAKU

1987 1988 1989 1990 1991 1992

Sen/gaku/ji ᴰ 902/1192 ጪ 1091/1358 ኹ 687/41 mi/to/gaku ᳓ 144/21 ᚭ 342/152 ቇ 33/109 Dai/ Ni/hon/shi 䇺ᄢ 7/26 ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ผ 563/332䇻 Mi/to/ han ᳓ 144/21 ᚭ 342/152 ⮲ 1566/1382 Ibara/ki/ ken ⨙ 1269/non reg.ၔ 638/720 ⋵ 195/194 shin/pan ⷫ 381/175 ⮲ 1566/1382 274

ᓮਃኅ1993 lett. onorevoli tre famiglie ψ§41 [Successione (1603-1867) degli shŇgun]). L’idea di indirizzare il chş ᔘ all’imperatore (sonnŇron ዅ₺⺰1994) costituì, nel bakumatsu ᐀ᧃ1995, la base ideologica di sostegno del movimento sonnŇ jŇi undŇ (ዅ₺ᡠᄱㆇ േ1996 ψ§45).  Si è già visto che nel XIX secolo il regime bakuhan (bakuhan taisei ᐀⮲૕೙1997) ormai scricchiolava sia per i problemi accumulatisi all’interno del paese che sotto la pressione straniera (naiyş gaikan ౝᘷᄖᖚ 1998 ψ§45). In mezzo a tale difficoltà l’indirizzare il chş ᔘ all’imperatore, ossia la riverenza verso l’imperatore (sonnŇ ዅ₺), della scuola di Mito minava la base del potere Tokugawa. Che una tale ideologia fosse preparata appunto da uno dei tre shinpan ⷫ⮲ investiti di una dignità particolare fu invero una ironia della storia. Per kokugaku (࿖ቇ1999 lett. studi nazionali) s’intende solitamente la corrente accademica di orientamento ‘fondamentalistico’ del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ). Questa tradizione di studi, attraverso ricerche filologiche di opere classiche (quali Kojiki 䇺ฎ੐⸥䇻2000, Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻2001, Genji monogatari 䇺Ḯ᳁‛⺆䇻2002) dell’età antica, mirò a far luce sulla vita spirituale dei giapponesi non ancora ‘contaminata dai pensieri stranieri’ quali confucianesimo (rujiao, juchiao ఌᢎ giapp. jukyŇ) e buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ), ossia su quella loro vita spirituale che dopo l’avvento dei sistemi di pensiero esogeni si sarebbe chiamata shintŇ ␹㆏.  Il kokugaku ࿖ቇ ebbe inizio verso l’era Genroku (Genroku jidai ర⑍ᤨઍ 1688-1704) con uno studio filologico ed obiettivo del Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻 condotto da Keichş (ᄾᴒ 2003 1640-1701), monaco dello Shingonshş ⌀⸒ቬ 2004 . SuccessiKOKUGAKU

1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004

go/san/ke ᓮ 620/708 ਃ 10/4 ኅ 81/165 son/nŇ/ron ዅ 1220/704 ₺ 499/294 ⺰ 267/293 baku/matsu ᐀ 836/1432 ᧃ 528/305 son/nŇ/ jŇ/i/ un/dŇ ዅ 1220/704 ₺ 499/294 ᡠ non reg./non reg.ᄱ non reg./non reg.ㆇ 179/439 േ 86/231 baku/han/ tai/sei ᐀ 836/1432 ⮲ 1566/1382 ૕ 110/61 ೙ 196/427 nai/yş/ gai/kan ౝ 51/84 ᘷ 1627/1032 ᄖ 120/83 ᖚ 1138/1315 koku/gaku ࿖ 8/40 ቇ 33/109 Ko/ji/ki 䇺ฎ 373/172 ੐ 32/80 ⸥ 147/371䇻 Man’/yŇ/shş 䇺ਁ 96/16 ⪲ 405/253 㓸 168/436䇻 Gen/ji/ mono/gatari 䇺Ḯ 827/580 ᳁ 177/566 ‛ 126/79 ⺆ 274/67䇻 Kei/chş ᄾ 1153/565 ᴒ 829/1346 Shin/gon/shş ⌀ 278/422 ⸒ 279/66 ቬ 1023/616 275

vamente, ad opera di Kada no Azumamaro (⩄↰ᤐḩ2005 1669-1736) e Kamo no Mabuchi ( ⾐ ⨃ ⌀ ᷗ 2006 1697-1769), entrambi figli di sacerdoti shintoisti, andò mostrando una tendenza sempre più marcata a liberare i classici dall’interpretazione secondo gli schemi confuciani e buddhisti, consuetudinaria in quei tempi, e nel contempo ad idealizzare il ritorno alla vita spirituale pura e originaria dei giapponesi, dando con Motoori Norinaga (ᧄዬት㐳2007 1730-1801) i frutti maggiori sia sotto l’aspetto della metodologia di ricerca che nell’ottica ideologica.  ‫ޣ‬VIA DEGLI ANTICHI DI NORINAGA‫ޤ‬Il Kojikiden (䇺ฎ੐⸥વ䇻2008 it. Commento al Kojiki, 48 voll., 1764-1798) di Norinaga ት㐳, commentario monumentale al Kojiki 䇺ฎ੐⸥䇻 e frutto di una metodologia di studio rigorosamente positivistica, sta a testimoniare che Norinaga ት㐳 aveva respinto il modo di vedere e pensare alla cinese da lui chiamato karagokoro (ṽᗧ2009 lett. mentalità cinese). Egli trovava nel Kojiki 䇺ฎ੐⸥䇻 la ‘via degli antichi’ (inishie no michi ฎߩ㆏2010 [in termine moderno kodŇ ฎ㆏2011], in pratica identificabile con lo shintŇ primitivo [koshintŇ ฎ␹㆏2012 lett. shintŇ antico], ovvero shintŇ ␹㆏ di quei tempi in cui non portava ancora tale nome) e la vagheggiò quale sublime modello di vita. A suo dire, la via degli antichi si trova nel vero cuore (magokoro ⌀ᔃ2013), ossia nel candido cuore innato (umaretsukitaru mama no kokoro ↢߹ࠇߟ߈ߚࠆ߹߹ߩᔃ2014) ed è modo spontaneo di vivere, in quanto è tale vita quella conforme al volere dei kami ␹. Con questa idea di fondo Norinaga ት㐳 aveva rigettato confucianesimo (jukyŇ ఌ ᢎ) e buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ), definendoli frutti dell’attività vanagloriosa dell’intelletto umano. A costituire il nucleo del pensiero di Norinaga ት㐳 fu appunto il rispetto verso quanto voleva l’animo innato, ivi compresi anche desideri terreni. Per lui tale modo di vivere dei giapponesi nell’età mitologica si accordava con la volontà dei kami ␹.

2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014

Ka/da/ no/ Azuma/maro ⩄ 1020/391 ↰ 24/35 ᤐ 461/460 ḩ 579/201 Ka/mo/ no/ Ma/buchi ⾐ 778/756 ⨃ 1166/1467 ⌀ 278/422 ᷗ 1538/non reg. Moto/ori/ Nori/naga ᧄ 15/25 ዬ 777/171 ት 1012/625 㐳 25/95 Ko/ji/ki/den 䇺ฎ 373/172 ੐ 32/80 ⸥ 147/371 વ 494/434䇻 kara/gokoro ṽ 1394/556 ᗧ 118/132 inishie/ no/ michi ฎ 373/172 ߩ㆏ 129/149 ko/dŇ ฎ 373/172 ㆏ 129/149 ko/shin/tŇ ฎ 373/172 ␹ 229/310 ㆏ 129/149 ma/gokoro ⌀ 278/422 ᔃ 139/97 u/ma/re/tsu/ki/ta/ru/ ma/ma/ no/ kokoro ↢ 29/44 ߹ࠇߟ߈ߚࠆ߹߹ߩᔃ 139/97 276

 Parlando del Genji monogatari 䇺Ḯ᳁‛⺆䇻2015, si è citata la seguente espressione di Norinaga ት㐳: mono no aware (‛ߩຟ[ࠇ]2016 ψ§22). Si tratta di parole uscite come conseguenza naturale del suo atteggiamento di fondo, che fu quello di rispettare lo stato d’animo spontaneo.  Va aggiunto infine che malgrado la dichiarazione in senso contrario di Norinaga ት 㐳, i ricercatori interessati dei nostri tempi sono unanimi nel segnalare molte analogie dello studio di Norinaga ት㐳 con quello di Ogyş Sorai ⩆↢ᓖᓭ nel senso che Norinaga ት㐳 è debitore verso quest’ultimo.  ‫ޣ‬FUKKO SHINTņ DI ATSUTANE‫ޤ‬Dopo la morte di Norinaga ት㐳 i suoi studi filologici e linguistici (Bunkengakuha ᢥ₂ቇᵷ lett. scuola filologica) da una parte e ideologici (KodŇha ฎ㆏ᵷ lett. scuola del kodŇ) dall’altra vennero ereditati separatamente. Fu Hirata Atsutane (ᐔ↰◊⢬2017 1776-1843) a risultare il maggior erede del lato ideologico. L’atteggiamento contro il pensiero straniero e il sogno di ritorno all’antichità, entrambi già rilevabili presso Norinaga ት㐳 e tutti gli altri predecessori, vennero spinti all’estremo da Atsutane ◊⢬, con la conseguenza che l’idea fino allora accarezzata della via degli antichi si tramutasse in un ismo di nome fukko shintŇ (ᓳฎ␹㆏2018 lett. ripristino dello shintŇ ␹㆏, shintŇ ␹㆏ da ripristinare), la cui ideologia imperniata sulla mitologia del kiki (kiki no shinwa ⸥♿ߩ␹⹤ 2019 ψ§10) quale canone più importante, insieme con quella della scuola di Mito (mitogaku ᳓ᚭቇ), costituì nel bakumatsu ᐀ᧃ la forza motrice del movimento sonnŇ jŇi undŇ ዅ₺ᡠᄱㆇേ2020 ed esercitò una grande influenza, tramite la politica religiosa (ψ§64) del governo Meiji (Meiji seifu ᣿ᴦ᡽ᐭ2021), anche sulla storia del Giappone nell’età moderna. Uno dei fattori carenti, per non dire totalmente assenti, per un lungo periodo di tempo, nella cultura tradizionale giapponese, fu senza dubbio lo spirito scientifico e razionale. Fu soltanto durante il periodo Tokugawa (Tokugawa jidai ᓼᎹᤨઍ) che nacque una certa tendenza positivistica in alcuni campi di studio, come si è già visto, a

RANGAKU

2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021

Gen/ji/ mono/gatari 䇺Ḯ 827/580 ᳁ 177/566 ‛ 126/79 ⺆ 274/67䇻 mono/ no/ awa[/]re ‛ 126/79 ߩຟ 1670/1675[ࠇ] Hira/ta/ Atsu/tane ᐔ 143/202 ↰ 24/35 ◊ 1749/1883 ⢬ non reg./non reg. fuk/ko/ shin/tŇ ᓳ 585/917 ฎ 373/172 ␹ 229/310 ㆏ 129/149 ki/ki/ no/ shin/wa ⸥ 147/371 ♿ 930/372 ߩ␹ 229/310 ⹤ 133/238 son/nŇ/ jŇ/i/ un/dŇ ዅ 1220/704 ₺ 499/294 ᡠ non reg./non reg.ᄱ non reg./non reg.ㆇ 179/439 േ 86/231 Mei/ji/ sei/fu ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᡽ 50/483 ᐭ 156/504 277

cominciare dalla scuola confuciana di nome Kogakuha ฎቇᵷ2022, e su questa base metodologicamente indispensabile si vide sorgere un filone di studi chiamati a lungo dai cultori stessi rangaku (⯗ቇ2023 lett. studi olandesi). Essi, però, sapevano che i loro studi erano in sostanza qualcosa come studi occidentali (yŇgaku ᵗቇ2024), ossia studi sul sapere tecnico-scientifico dell’Europa centrosettentrionale (Germania, Inghilterra, Olanda). Se li chiamavano rangaku ⯗ቇ è perché venivano mediati dall’Olanda che, come si ricorderà, era presente al Dejima ಴ፉ2025 nel porto di Nagasaki 㐳ፒ2026.  Fu Arai Hakuseki (ᣂ੗⊕⍹2027 ψ§43) ad essere il primo a riconoscere esplicitamente la netta superiorità delle scienze occidentali per la loro immediata utilizzabilità a fini pratici. Successivamente, durante la riforma KyŇhŇ (KyŇhŇ no kaikaku ੨ ଻ᡷ㕟2028 1716-1745) promossa dall’VIII shŇgun ዁ァ Tokugawa Yoshimune (ᓼᎹ ศቬ2029 c. 1716-1745) per salvare le difficoltà finanziarie, venne varata una politica culturale consistente nell’incoraggiamento degli studi delle scienze occidentali, limitandoli però a quelli utili e mirati a miglioramenti tecnici per aumentare la produttività.  ‫ޣ‬KAITAI SHINSHO E INIZIO DEGLI STUDI OLANDESI‫ޤ‬Una data memorabile per gli studi olandesi (rangaku ⯗ቇ) fu il 1774, l’anno in cui venne pubblicato il Kaitai shinsho (䇺⸃૕ᣂᦠ䇻2030 it. Nuovo testo di anatomia), traduzione ad opera di Maeno RyŇtaku (೨㊁⦟ᴛ2031 1723-1803), Sugita Genpaku (᧖↰₵⊕2032 1733-1817) ed altri di un libro di anatomia, il quale era stato tradotto a sua volta in olandese da un testo originale tedesco. La riuscita in questa vera impresa stava a significare che l’olandese fino allora utilizzato dagli interpreti (oranda tsşji ࠝ࡜ࡦ࠳ㅢ ⹖2033 o anche ࠝ࡜ࡦ࠳ㅢ੐) solo come mezzo di comunicazione orale al Dejima ಴ፉ serviva ormai per aprire, tramite i libri, la via verso una conoscenza notevolmente sistematica delle scienze tecniche e naturali d’Europa attraverso il varco, sia pure

2022 2023 2024 2025 2026 2027 2028 2029 2030 2031 2032 2033

Ko/gaku/ha ฎ 373/172 ቇ 33/109 ᵷ 293/912 ran/gaku ⯗ non reg./non reg.ቇ 33/109 yŇ/gaku ᵗ 366/289 ቇ 33/109 De/jima ಴ 17/53 ፉ 173/286 Naga/saki 㐳 25/95 ፒ 457/1362 Ara/i/ Haku/seki ᣂ 36/174 ੗ 252/1193 ⊕ 266/205 ⍹ 276/78 KyŇ/hŇ/ no/ kai/kaku ੨ 1952/1672 ଻ 166/489 ߩᡷ 294/514 㕟 686/1075 Toku/gawa/ Yoshi/mune ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ศ 464/1141 ቬ 1023/616 Kai/tai/ shin/sho 䇺⸃ 192/474 ૕ 110/61 ᣂ 36/174 ᦠ 130/131䇻 Mae/no/ RyŇ/taku ೨ 38/47 ㊁ 85/236 ⦟ 520/321 ᴛ 403/994 Sugi/ta/ Gen/paku ᧖ 910/1872 ↰ 24/35 ₵ 1514/1225 ⊕ 266/205 o/ra/n/da/ tsş/ji ࠝ࡜ࡦ࠳ㅢ 71/150 ⹖ 1624/843࡮ࠝ࡜ࡦ࠳ㅢ 71/150 ੐ 32/80 278

strettissimo, rimasto aperto a Nagasaki 㐳ፒ.  Di lì a soli 14 anni, nel 1788, venne pubblicato il primo manuale di lingua olandese e successivamente, nel 1796, il primo vocabolario olandese-giapponese di ben 64.000 lemmi, moltiplicando traduzioni in molti campi tecnico-scientifici (p.es. medicina, astronomia, geografia, fisica, chimica, biologia ecc.).  ‫ޣ‬STUDI OCCIDENTALI DEL BAKUMATSU ‫ޤ‬Nel XIX secolo, da quando si presentò la questione della pressione esercitata da alcune potenze straniere (ψ§45), gli studi occidentali si trasformarono prevalentemente in scienze militari per obbedire all’esigenza di una difesa costiera. In seguito, tuttavia, cresciuto l’interesse verso le società moderne europee che avevano reso possibile un enorme progresso delle scienze e delle tecniche, nel bakumatsu ᐀ᧃ si ebbe inizio dell’apprendimento anche dell’inglese e di altre lingue europee ed il campo degli studi fu esteso alle discipline umanistiche e sociali. A questo riguardo, a dire il vero, il diffondersi delle conoscenze anche se solo nel campo delle scienze tecniche e naturali aveva avuto col tempo inevitabilmente una sua influenza nel settore dell’ideologia, ma il pensiero illuministico dei cultori di studi olandesi (rangakusha ⯗ቇ⠪2034) o, meglio, degli occidentalisti (yŇgakusha ᵗቇ⠪2035) aveva finito per restare schiacciato sotto le repressioni shogunali (p.es. Bansha no goku ⱄ ␠ ߩ ₐ lett. carcerazione dell’associazione barbara, 1839).  Ciò che venne effettivamente studiato ed accettato con il nome di rangaku ⯗ቇ e yŇgaku ᵗቇ furono le tecniche e le conoscenze scientifiche occidentali nei loro sviluppi pratici (jitsugaku ታቇ lett. scienze immediatamente utilizzabili a scopo pratico). Se alcuni han ⮲ riuscirono a sanare le loro situazioni finanziarie (ψ§44), ciò fu dovuto in buona parte all’applicazione positiva degli studi occidentali (yŇgaku ᵗቇ) sulla produzione. In breve, l’introduzione della civiltà occidentale nel bakumatsu ᐀ᧃ fu un tentativo di trapiantare nella società tradizionale del Giappone le scienze naturali e le moderne tecniche, specie quelle militari, europee e nordamericane. Le seguenti parole ben note di Sakuma ShŇzan (૒ਭ㑆⽎ጊ 2036 1811-1864), cultore di studi sia confuciani che occidentali e precursore della formazione del Giappone moderno, lo testimoniano eloquentemente: « TŇyŇ no dŇtoku. SeiyŇ no geijutsu ». (᧲ᵗ㆏ᓼ ⷏ᵗ⧓ⴚ2037 lett. ran/gaku/sha ⯗ non reg./non reg.ቇ 33/109 ⠪ 22/164 yŇ/gaku/sha ᵗ 366/289 ቇ 33/109 ⠪ 22/164 2036 Sa/ku/ma/ ShŇ/zan ૒ 285/1744 ਭ 591/1210 㑆 27/43 ⽎ 575/739 ጊ 60/34 2037 TŇ/yŇ/ no/ dŇ/toku./ Sei/yŇ/ no/ gei/jutsu ᧲ 11/71 ᵗ 366/289 ㆏ 129/149 ᓼ 839/1038㩷 ⷏ 167/72 ᵗ 366/289 ⧓ 588/435 ⴚ 299/187 2034 2035

279

etica orientale, arti occidentali), parole con cui ShŇzan ⽎ጊ incoraggiava a unire lo spirito orientale e le tecniche occidentali.  ‫ ޣ‬VALUTAZIONE GENERALMENTE ACCETTATA ‫ ޤ‬Le scienze e la tecnologia del Giappone d’oggi, tuttavia, non possono dirsi frutto della tradizione del rangaku ⯗ቇ e yŇgaku ᵗቇ del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ), in quanto a partire dall’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ 1868-1912) le scienze ad altissimo livello vennero importate ex-novo direttamente dall’Occidente (ψ§65). Si deve riconoscere, comunque, che se il Giappone nell’età moderna e contemporanea ha avuto un buon successo in questa operazione di trapianto, lo deve anche alla buona preparazione del terreno effettuata durante il periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) dai cultori della materia. ٟ In materia di rangaku ⯗ቇ c’è una figura straniera indimenticabile: Philipp Franz von Siebold (ࠪ࡯ࡏ࡞࠻ 1796-1866), medico tedesco venuto a Dejima ಴ፉ nel 1823. L’anno successivo, autorizzato dal bakufu ᐀ᐭ in via eccezionale, aprì a Nagasaki 㐳ፒ una scuola privata di medicina e di scienze naturali (Narutakijuku 㡆ṚႶ2038; Narutaki 㡆Ṛ toponimo; oggi Facoltà di Medicina, Università di Nagasaki). Dalla sua scuola uscirono molti giovani brillanti.

ISTRUZIONE ED EDUCAZIONE DELLA GENTE COMUNE

䇼 GņGAKU ‫ ޤ‬Al gŇgaku ㇹቇ 2039 è già stato fatto cenno, quando si è parlato poco innanzi

degli istituti d’istruzione degli han ⮲.  ‫ޣ‬TERAKOYA ‫ޤ‬L’istruzione dei figli della gente non appartenente alla classe samuraica (bushi kaikyş ᱞ჻㓏⚖), iniziata nel periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ) presso i templi buddhisti (tera ኹ) (ψ§38), si diffuse largamente sia per esigenze reali della vita di tutti i giorni, in particolare per l’attività commerciale, sia a seguito dell’incoraggiamento da parte del bakufu ᐀ᐭ. Per insegnare a ragazzi e ragazze dai 6 ai 13-14 anni a leggere e a scrivere, nonché ad eseguire semplici calcoli, in ogni parte del paese fu aperto, specie nella seconda metà dell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ, un gran numero di scuole private dette terakoya ኹሶደ2040. Venivano chiamate così, perchè gli allievi che avevano ricevuto istruzione presso templi buddhisti (tera ኹ) nei periodi precedenti erano stati chiamati terako (ኹሶ lett. allievi del tera ኹ). Terakoya ኹሶደ significava, quindi, semplicemente case per allievi, ossia

2038 2039 2040

Naru/taki/juku 㡆 1186/925 Ṛ 1285/1759 Ⴖ 1727/1674 gŇ/gaku ㇹ 1004/855 ቇ 33/109 tera/ko/ya ኹ 687/41 ሶ 56/103 ደ 270/167

280

scuola (privata), e come tale non è detto che anche nell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ avessero a che fare con i tera ኹ . Difatti, la stragrande maggioranza (circa l’80%) dei maestri-gestori di terakoya ኹሶደ erano rŇnin (ᶉੱ2041 bushi senza signore, quindi senza stipendi ψ§41), medici, sacerdoti shintoisti e soprattutto chŇnin ↸ੱ2042.  Si dice che verso la fine dell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ ci fossero a livello nazionale ben oltre diecimila terakoya ኹሶደ e che sempre intorno alla metà del XIX secolo il tasso di ‘scolarizzazione’ avesse raggiunto il 40% per i ragazzi e il 10% per le ragazze.  Da ultimo, nell’età successiva sia i terakoya ኹሶደ che i gŇgaku ㇹቇ vennero riorganizzati e incorporati nel moderno sistema scolastico insieme con tutti gli altri tipi di istituti d’istruzione. (ψ§65)   

  

  

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ੱ ⢈ ᡿ ਇ ࡟⾆

Il JitsugokyŇ (䇺ታ⺆ᢎ䇻 attribuito alla penna di Kşkai ⓨᶏ), testo in kanbun

ṽᢥ (cinese classico scritto) e largamente usato nei terakoya ኹሶደ, diede un contributo inestimabile alla diffusione dello spirito confuciano. Inizia con le quattro frasi riportate a sinistra. Proviamo a leggerle con il metodo kundoku ⸠⺒. Si leggono nell’ordine dei numeri e per tradizione in giapponese classico.

Yama takaki ga yue ni tŇtokarazu. Ki aru o motte tŇtoshi to nasu. (kundoku ⸠⺒) ጊ㜞߈߇᡿ߦ⾆߆ࠄߕ‫ޕ‬᮸᦭ࠆࠍએߞߡ⾆ߒߣὑߔ‫ޕ‬ (kakikudashibun ᦠ߈ਅߒᢥ) Se le montagne sono nobili, non è perché sono alte, ma perché hanno gli alberi.

Hito koyuru ga yue ni tŇtokarazu. Chi aru o motte tŇtoshi to nasu. ੱ⢈ࠁࠆ߇᡿ߦ⾆߆ࠄߕ‫ޕ‬ᥓ᦭ࠆࠍએߞߡ⾆ߒߣὑߔ‫ޕ‬ Se le persone sono nobili, non è perché ingrassano, ma perché hanno intelletto.

ٟ In riferimento all’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ ogni tanto si incontrano descrizioni come questa: « Alle scuole di ordine elementare condotte dal clero buddhista (i terakoya) si affiancano [...] ». Le descrizioni del genere sono sbagliate. Può darsi che

2041 2042

rŇ/nin ᶉ 1445/1753 ੱ 9/1 chŇ/nin ↸ 114/182 ੱ 9/1 281

nella mente dell’autore il terakoya sia scritto ኹዊደ2043 (lett. modesta costruzione facente parte di o annessa a un tempio buddista), errore che può essere constatato anche presso non pochi giapponesi.

 ‫ޣ‬SHINGAKU ‫ޤ‬Riguardo all’educazione sia plasmatrice che esaltatrice della morale dei chŇnin ↸ੱ, degno di nota è lo shingaku (ᔃቇ2044 lett. studio del cuore; da non confondere con il Xinxue, Hsin-hsüeh ᔃቇ [giapp. shingaku] di Lu Xiangshan 㒽⽎ ጊ2045 [giapp. Riku ShŇzan] e Wang Yangming ₺㓁᣿2046 [giapp. ņ YŇmei], cioè lo yŇmeigaku 㓁᣿ቇ 2047 ) fondato da Ishida Baigan (⍹↰᪢ጤ 2048 1685-1744). Viene chiamato anche Sekimon shingaku ⍹㐷ᔃቇ2049 (Sekimon ⍹㐷 φ Ishi/da Baigan ⍹↰᪢ጤ 㧗 mon 㐷: scuola, tradizione accademica).  Si trattò di una scuola sincretistica di confucianesimo (rujiao, juchiao ఌᢎ giapp. jukyŇ), shintoismo (shintŇ ␹㆏) e buddhismo zen (zenbukkyŇ ⑎੽ᢎ), caratterizzata dalla predicazione, con esemplificazione tangibile, delle virtù scaturite dalle esperienze e speculazioni personali di Ishida Baigan ⍹↰᪢ጤ.  ‘I profitti dei commercianti corrispondono agli stipendi dei bushi ᱞ჻’. Con queste parole egli sostenne la legittimità dei lucri derivanti dal commercio, attività allora considerata, come si è già detto altrove, ignobile, insistendo nel contempo sul giusto modo di agire per ricavare utili, riassumibile in tre virtù: onestà, parsimonia e diligenza (p.es. ‘Non farti prestare soldi che non intendi restituire’. ‘Non cercare di trarre profitti esagerati’. ‘Se hai continuato ad usare un tot in passato, farai sì che ne bastino due terzi’. ‘Non risparmiarti fatica a favore del tuo padrone’.), e a tale etica fu data, nella successiva era Meiji (Meiji jidai ᣿ ᴦ ᤨ ઍ ), il nome di chŇnindŇ ( ↸ ੱ ㆏ 2050 lett. via dei commercianti) sull’esempio dell’espressione bushidŇ ᱞ჻㆏.  Baigan ᪢ጤ ebbe oltre 400 discepoli ed essi apersero via via quasi 150 corsi per lo shingaku dŇwa (ᔃቇ㆏⹤ 2051 lett. parole moralizzatrici dello shingaku), disseminati ovunque in Giappone, costituendo così, accanto ai terakoya ኹሶደ, un altro grosso veicolo di diffusione del confucianesimo (rujiao, juchiao ఌᢎ giapp. jukyŇ) fra le 2043 2044 2045 2046 2047 2048 2049 2050 2051

tera/ko/ya ኹ 687/41 ዊ 63/27 ደ 270/167 shin/gaku ᔃ 139/97 ቇ 33/109 Riku/ ShŇ/zan 㒽 651/647 ⽎ 575/739 ጊ 60/34 ņ/ YŇ/mei ₺ 499/294 㓁 990/630 ᣿ 84/18 yŇ/mei/gaku 㓁 990/630 ᣿ 84/18 ቇ 33/109 Ishi/da/ Bai/gan ⍹ 276/78 ↰ 24/35 ᪢ 1009/1734 ጤ 744/1345 Seki/mon/ shin/gaku ⍹ 276/78 㐷 385/161 ᔃ 139/97 ቇ 33/109 chŇ/nin/dŇ ↸ 114/182 ੱ 9/1 ㆏ 129/149 shin/gaku/ dŇ/wa ᔃ 139/97 ቇ 33/109 ㆏ 129/149 ⹤ 133/238

282

masse, motivo per cui diversamente da quanto era accaduto sia in Cina che in Corea, dove il jukyŇ ఌᢎ rimaneva confinato alla classe dirigente, nel Giappone Tokugawa esso era praticato a livello di tutto il popolo nella vita di tutti i giorni.

§54. Arti figurative DIVERSE CORRENTI PITTORICHE

‫ ޣ‬POPOLARITÀ DELL’UKIYOE ‫ ޤ‬La cultura dei chŇnin (chŇnin bunka ↸ ੱ ᢥ ൻ ) era rappresentata non soltanto dalla letteratura e dal teatro, ma anche dalla pittura e dalla silografia dette ukiyoe (ᶋ਎⛗2052; ukiyo ᶋ਎ ψ§50). Si tratta di opere in dipinti originali (nikuhitsuga ⡺╩ ↹ 2053 ) e soprattutto silografiche (mokuhanga ᧁ   ↹ 2054 ) che raffiguravano di preferenza donne, specie intrattenitrici (yşjo ㆆᅚ2055 ψ§50) di yşri (ㆆ㉿2056 ψ§48), attori di kabuki (yakusha ᓎ⠪ 2057 ψ§52) e nel XIX secolo anche paesaggi, e si distinguevano per il loro carattere popolare da tutte quelle di altre correnti pittoriche di vario stile presenti durante il periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ).  L’ukiyoe ᶋ਎⛗, originariamente pittura dipinta a pennello detta fşzokuga (㘑ଶ↹ 2058 lett. pittura di usi e costumi della vita quotidiana), cominciò a godere rapidamente d’una vasta popolarità grazie alla produzione in serie a minor costo resa possibile dall’introduzione della tecnica silografica ad opera di Hishikawa Moronobu (⪉ᎹᏧት 2059 1618-1694). La vendita a prezzo contenuto realizzata grazie alla stampa fu un fenomeno parallelo alla diffusione dell’ukiyozŇshi ᶋ਎⨲ሶ2060 nel campo letterario. È ben noto che circa il 30% delle opere di Moronobu Ꮷት ha come oggetto raffigurazioni pornografiche, e tal genere di opere è chiamato in particolare shunga (ᤐ↹2061 lett. pittura di primavera). (Con l’occasione si segnala che il termine ukiyo ᶋ਎ aveva

2052 2053 2054 2055 2056 2057 2058 2059 2060 2061

uki/yo/e ᶋ 1047/938 ਎ 152/252 ⛗ 976/345 niku/hitsu/ga ⡺ 779/223 ╩ 940/130 ↹ 150/343 moku/han/ga ᧁ 148/22   677/1046 ↹ 150/343 yş/jo ㆆ 728/1003 ᅚ 178/102 yş/ri ㆆ 728/1003 ㉿ 1077/142 yaku/sha ᓎ 315/375 ⠪ 22/164 fş/zoku/ga 㘑 246/29 ଶ 1498/1126 ↹ 150/343 Hishi/kawa/ Moro/nobu ⪉ 980/non reg.Ꮉ 111/33 Ꮷ 490/409 ት 1012/625 uki/yo/zŇ/shi ᶋ 1047/938 ਎ 152/252 ⨲ 705/249 ሶ 56/103 shun/ga ᤐ 461/460 ↹ 150/343 283

anche tale connotazione.)  L’ukiyoe ᶋ਎⛗ arrivò alla massima fioritura sotto la cultura Kasei (Kasei bunka ൻ᡽ᢥൻ2062). Uscirono le prime stampe multicolori, dette specificamente nishikie ㍪ ⛗2063, per merito di Suzuki Harunobu (㋈ᧁᤐା2064 1725-1770), creatore di figure muliebri che sembrano uscire dal mondo delle fiabe o, con un esempio dei nostri tempi, dai cartoni animati di Walt Disney, e, dopo Kitagawa Utamaro (༑ᄙᎹ᱌㤚2065 17531806) ben noto anche fra gli stranieri, in particolare per le opere (dette bijinga ⟤ੱ↹ 2066 lett. disegni di belle donne) che raffigurano donne solitamente lascive, si ebbero due grandi ukiyoeshi (ᶋ਎⛗Ꮷ2067 lett. maestri di ukiyoe) brillanti soprattutto quali paesaggisti: Katsushika Hokusai (⪾㘼ർᢪ2068 1760-1849) e AndŇ Hiroshige (቟⮮ᐢ ㊀2069 1797-1858; chiamato anche Utagawa Hiroshige ᱌Ꮉᐢ㊀2070; Utagawa ᱌Ꮉ: cognome del suo maestro). Fra le opere che costoro ci hanno lasciato, si segnalano le note serie, rispettivamente di Fugaku sanjşrokkei (䇺ንᎪਃච౐᥊䇻2071 it. Le trentasei vedute del monte Fuji, 1828) e TŇkaidŇ gojşsantsugi (䇺᧲ᶏ㆏੖චਃᰴ䇻 2072 it. Le cinquantatré stazioni del TŇkaidŇ, 1833 ψ§43).  < Ukiyoe e pittura francese > Nella seconda metà del XIX secolo dopo la fine dell’isolamento nazionale (sakoku ㎮࿖2073), una gran mole di ukiyoe ᶋ਎⛗ venne portata in Europa e negli USA. È noto che esercitarono influenza sugli impressionisti francesi: uno dei casi di contributo offerto in passato dalle arti giapponesi a quelle occidentali unitamente a quelli delle porcellane e delle lacche (shikki ṭེ2074).  ‫ޣ‬PITTURA DECORATIVA DEL RINPA ‫ޤ‬C’era poi una corrente, detta Rinpa (℘ᵷ2075 lett. scuola Rin, it. scuola Rinpa), che ebbe inizio con Tawaraya SŇtatsu (ୈደ

2062 2063 2064 2065 2066 2067 2068 2069 2070 2071 2072 2073 2074 2075

Ka/sei/ bun/ka ൻ 100/254 ᡽ 50/483 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 nishiki/e ㍪ 1512/2256 ⛗ 976/345 Suzu/ki/ Haru/nobu ㋈ 818/1822 ᧁ 148/22 ᤐ 461/460 ା 198/157 Ki/ta/gawa Uta/maro ༑ 770/1143 ᄙ 161/229 Ꮉ 111/33 ᱌ 478/392 㤚 non reg./non reg. bi/jin/ga ⟤ 289/401 ੱ 9/1 ↹ 150/343 uki/yo/e/shi ᶋ 1047/938 ਎ 152/252 ⛗ 976/345 Ꮷ 490/409 Katsu/shika/ Hoku/sai ⪾ 1313/non reg.㘼 972/979 ർ 103/73 ᢪ 1363/1478 An/dŇ/ Hiro/shige ቟ 128/105 ⮮ 206/2231 ᐢ 311/694 ㊀ 155/227 Uta/gawa/ Hiro/shige ᱌ 478/392 Ꮉ 111/33 ᐢ 311/694 ㊀ 155/227 Fu/gaku/ san/jş/rok/kei 䇺ን 539/713 Ꭺ 1091/1358 ਃ 10/4 ච 5/12 ౐ 20/8 ᥊ 645/853䇻 TŇ/kai/dŇ/ go/jş/san/tsugi 䇺᧲ 11/71 ᶏ 158/117 ㆏ 129/149 ੖ 14/7 ච 5/12 ਃ 10/4 ᰴ 235/384䇻 sa/koku ㎮ 1605/1819 ࿖ 8/40 shik/ki ṭ 1966/1546 ེ 483/527 Rin/pa ℘ non reg./non reg.ᵷ 293/912 284

ቬ㆐2076 ?-1643), culminando nel Genroku jidai (ర⑍ᤨઍ2077 1688-1704) con Ogata KŇrin (የᒻశ℘2078 1658-1716). Si tratta di un filone le cui opere furono elaborate stilisticamente e come tali altamente decorative, motivo per cui vengono chiamate sŇshokuga (ⵝ㘼↹2079 lett. pittura decorativa). Si suol dire che la proprietà decorativa considerata la vera essenza della pittura giapponese sin dallo yamatoe (ᄢ๺⛗ ψ§24) si manifestò appieno con Ogata KŇrin የᒻశ℘. Le opere della scuola Rinpa ℘ᵷ sono rappresentate delle seguenti due di KŇrin శ℘: KŇhakubaizu byŇbu (䇺⚃⊕᪢࿑ዳ㘑䇻2080 lett. paravento recante disegni di fiori di ume [᪢2081 ψ§16] rossi e bianchi, inizi XVIII sec.) e Kakitsubatazu byŇbu (䇺ῆሶ⧎࿑ዳ 㘑䇻2082 lett. paravento con disegni di iris, ?).  ‫ޣ‬ATMOSFERA POETICA DELLA PITTURA DEI LETTERATI‫ޤ‬Nella seconda metà dell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ sorse il cosiddetto bunjinga (ᢥੱ↹2083 lett. pittura dei letterati), disegni cioè eseguiti dai letterati quale seconda attività o per diporto, e siccome le opere di questo filone seguono stilisticamente la tradizione meridionale cinese, vengono chiamate anche nanga (ධ↹2084 lett. pittura del sud) e sono permeate di una atmosfera soave e poetica. La massima opera frequentemente citata è il ChŇbenzu (䇺㊒ଢ࿑䇻2085 lett. disegno sulla comodità di pescare) di Ike no Taiga (ᳰᄢ㓷2086 1723-1776), uno di una serie di disegni chiamata JşbenjşgijŇ (䇺චଢචቱᏝ䇻2087 lett. quaderno di dieci comodità e dieci agi, 1771), dipinta in collaborazione da Ike no Taiga ᳰᄢ㓷 e Yosa Buson (ਈ⻢⭢᧛ 2088 1716-1783 ψ§51).  ‫ޣ‬REALISMO DEL MARUYAMAHA ‫ޤ‬A partire da verso la metà dell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ cominciarono a disegnare dal vero molti pittori, fra cui Maruyama ņkyo (ਣ Tawara/ya/ SŇ/tatsu ୈ 1527/1890 ደ 270/167 ቬ 1023/616 ㆐ 525/448 Gen/roku/ ji/dai ర 328/137 ⑍ non reg./non reg.ᤨ 19/42 ઍ 68/256 2078 O/gata/ KŇ/rin የ 675/1868 ᒻ 408/395 శ 417/138 ℘ non reg./non reg. 2079 sŇ/shoku/ga ⵝ 589/1328 㘼 972/979 ↹ 150/343 2080 KŇ/haku/bai/zu/ byŇ/bu 䇺⚃ 927/820 ⊕ 266/205 ᪢ 1009/1734 ࿑ 631/339 ዳ non reg./non reg.㘑 246/29䇻 2081 ume ᪢ 1009/1734 2082 Kakitsubata/zu/ byŇ/bu 䇺ῆ non reg./non reg.ሶ 56/103 ⧎ 551/255 ࿑ 631/339 ዳ non reg./non reg.㘑 246/29䇻 2083 bun/jin/ga ᢥ 136/111 ੱ 9/1 ↹ 150/343 2084 nan/ga ධ 205/74 ↹ 150/343 2085 ChŇ/ben/zu 䇺㊒ 1225/1862 ଢ 578/330 ࿑ 631/339䇻 2086 Ike/ no/ Tai/ga ᳰ 548/119 ᄢ 7/26 㓷 1271/1456 2087 Jş/ben/jş/gi/jŇ 䇺ච 5/12 ଢ 578/330 ච 5/12 ቱ 1872/1086 Ꮭ non reg./non reg.䇻 2088 Yo/sa/ Bu/son ਈ 485/539 ⻢ 1162/901 ⭢ non reg./non reg.᧛ 210/191 2076

2077

285

ጊᔕ᜼2089 1733-1795) con il suo SesshŇzu byŇbu (䇺㔐᧻࿑ዳ㘑䇻2090 lett. paravento con disegni di pini sotto la neve, 1765) e Shaseizukan (䇺౮↢࿑Ꮞ䇻2091 lett. rotolo di illustrazioni disegnati dal vero). La sua scuola, chiamata Maruyamaha (ਣጊᵷ2092 lett. scuola Maruyama), ebbe molti seguaci soprattutto a KyŇto ੩ㇺ. PRODOTTI DELL’ARTIGIANATO

Si è già detto che nel periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) sorsero o si affermarono qua e là prodotti tipici regionali (ψ§43). Tanto per citare solo alcuni degli oggetti più pregiati di produzione artigianale c’erano porcellane di Arita (Aritayaki ᦭↰὾2093; Arita ψcarta 3), tessuti di seta chiamati nishijin’ori ⷏㒯❱2094 di KyŇto ੩ㇺ, tinture yşzenzome ෹⑎ᨴ2095 pure di KyŇto ੩ㇺ, lacche (shikki ṭེ2096) di Wajima (Wajimanuri ベፉႣ2097; Wajima ψcarta 9). Un paio di esempi frequentemente citati di oggetti singoli: scatola-custodia dell’occorrente per scrivere, chiamata suzuribako ⎮▫2098, di cui sono celebri gli esemplari di Hon’ami KŇetsu (ᧄ㒙ᒎశᖝ2099 1558-1637), artista assai versatile e di Ogata KŇrin (የᒻశ℘ 1658-1716), personaggio centrale della scuola pittorica Rinpa ℘ᵷ. Altri esempi sono vasi-contenitori per le foglie del tè in porcellana, chiamati chatsubo ⨥ ᄃ2100, di Nonomura Ninsei (㊁‫᧛ޘ‬ੳᷡ2101 ?-?), ceramista. ARCHITETTURA

Nel campo dell’architettura si ebbe a KyŇto ੩ㇺ il celeberrimo Katsura rikyş ᩵㔌ች2102 lett. palazzo distaccato a Katsura (o del principe Katsura), 1620/1624-presente), residenza di villeggiatura di stile sukiyazukuri ᢙነደㅧ 2103, costruita dal principe HachijŇ no miya Toshihito (HachijŇ no miya Toshihito shinnŇ

2089 2090 2091 2092 2093 2094 2095 2096 2097 2098 2099 2100 2101 2102 2103

Maru/yama/ ņ/kyo ਣ 567/644 ጊ 60/34 ᔕ 413/827 ᜼ 439/801 Ses/shŇ/zu/ byŇ/bu 䇺㔐 907/949 ᧻ 215/696 ࿑ 631/339 ዳ non reg./non reg.㘑 246/29䇻 Sha/sei/zu/kan 䇺౮ 489/540 ↢ 29/44 ࿑ 631/339 Ꮞ 636/507䇻 Maru/yama/ha ਣ 567/644 ጊ 60/34 ᵷ 293/912 Ari/ta/yaki ᦭ 268/265 ↰ 24/35 ὾ 733/920 nishi/jin’/ori ⷏ 167/72 㒯 823/1404 ❱ 753/680 yş/zen/zome ෹ 543/264 ⑎ 1551/1540 ᨴ 1161/779 shik/ki ṭ 1966/1546 ེ 483/527 Wa/jima/nuri ベ 959/1164 ፉ 173/286 Ⴃ 1333/1073 suzuri/bako ⎮ non reg./non reg.▫ 944/1091 Hon’/a/mi/ KŇ/etsu ᧄ 15/25 㒙 1515/2258 ᒎ 1536/2065 శ 417/138 ᖝ 1690/1368 cha/tsubo ⨥ 805/251 ᄃ non reg./non reg. No/no/mura/ Nin/sei ㊁ 85/236䇱174/p.58 ᧛ 210/191 ੳ 1346/1619 ᷡ 509/660 Katsura/ ri/kyş ᩵ 1158/2109 㔌 641/1281 ች 419/721 su/ki/ya/zukuri ᢙ 188/225 ነ 545/1361 ደ 270/167 ㅧ 460/691 286

౎᧦ችᥓੳⷫ₺2104 chiamato anche Katsura no miya ᩵ች2105 1597-1629). In una perfetta armonia con un vasto giardino di tipo chisen kaiyşshiki teien (ᳰᴰ࿁ㆆᑼᐸ࿦ 2106 lett. giardino con laghetti e sorgenti intorno a cui andare a zonzo), è l’ultimo capolavoro del filone della cultura Higashiyama (Higashiyama bunka ᧲ጊᢥൻ2107 ψ §32) e si colloca all’apice dell’architettura residenziale giapponese.  Insieme con il Katsura rikyş ᩵㔌ች, è memorabile il santuario shintoista NikkŇ TŇshŇgş (ᣣశ᧲ᾖች2108 1636; NikkŇ ᣣశ ψcarta 10), mausoleo di Tokugawa Ieyasu ᓼᎹኅᐽ. Si tratta di una costruzione estremamente pomposa eretta dal potere e dalla ricchezza dei Tokugawa (Tokugawashi ᓼᎹ᳁) nell’atmosfera secolare dei tempi. Bruno Taut (ࡉ࡞࡯ࡁ = ࠲࠙࠻ 1880-1938), architetto tedesco, mentre portò alle stelle la semplicità e sobrietà del Katsura rikyş ᩵㔌ች, di fronte all’architettura multicolore e ricca di ornamenti del NikkŇ TŇshŇgş ᣣశ᧲ᾖች parlò invece di un certo cattivo gusto, ma si trattò di un’opinione derivata dai pregiudizi del tempo. Il monocromatismo e la semplicità di opere appartenenti al filone culturale Higashiyama (Higashiyama bunka ᧲ጊᢥൻ) non costituiscono certo la totalità del bello giapponese: anche le opere improntate al gusto ‘barocco’ fanno pienamente parte delle belle arti giapponesi, anzi fu proprio tale spirito ad alimentare l’ukiyo ᶋ਎2109 (ψ§50).  Un altro tipo di costruzione caratteristico del periodo fu l’abitazione adibita anche a negozio dei commercianti di stile detto dozŇzukuri (࿯⬿ㅧ2110 lett. costruzione di stile magazzino dai muri di terra), la quale, a scopo antincendio, aveva una rivestitura esterna massiccia a base di terra e malta. ٟ Per quanto riguarda la scultura l’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ fu mediocre. Non esistono opere degne di menzione ad eccezione di statue di buddha in stato grezzo, lavorate cioè solo con una accetta da Enkş (౞ⓨ2111 ?-1695), bonzo errante.

2104

Ha/chi/jŇ/ no/ miya/ Toshi/hito/ shin/nŇ ౎ 41/10 ᧦ 391/564 ች 419/721 ᥓ 1416/2099 ੳ ⷫ 381/175 ₺ 499/294 Katsura/ no/ miya ᩵ 1158/2109 ች 419/721 chi/sen/ kai/yş/shiki/ tei/en ᳰ 548/119 ᴰ 902/1192 ࿁ 64/90 ㆆ 728/1003 ᑼ 185/525 ᐸ 560/1112

1346/1619

2105 2106

࿦ 412/447 Higashi/yama/ bun/ka ᧲ 11/71 ጊ 60/34 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 2108 Nik/kŇ/ TŇ/shŇ/gş ᣣ 1/5 శ 417/138 ᧲ 11/71 ᾖ 1072/998 ች 419/721 2109 uki/yo ᶋ 1047/938 ਎ 152/252 2110 dozŇ/zukuri ࿯ 316/24 ⬿ 429/1286 ㅧ 460/691 2111 En/kş ౞ 2/13 ⓨ 233/140 2107

287

§55. Vita quotidiana e varie INFRASTRUTTURE ED ORGANIZZAZIONE PER LA VITA QUOTIDIANA A EDO

Con ogni probabilità Edo ᳯ ᚭ era la città più popolata del mondo sin dagli inizi del XVIII secolo fino a quando nel XIX secolo fu sostituita da Londra. Al pari della TŇkyŇ ᧲੩ d’oggi anche Edo ᳯᚭ d’allora aveva bisogno giornaliero di un’ingente quantità di viveri ed altri materiali di ogni genere cui faceva riscontro un’altrettanta mole di rifiuti e simili. Ma vediamo anzitutto, specie sotto il profilo infrastrutturale, com’era organizzata questa metropoli per far fronte alle diverse esigenza di vita quotidiana dei suoi abitanti. ‫ޣ‬ACQUEDOTTI‫ޤ‬Tra le cose indispensabili per la vita di tutti i giorni figura l’acqua. ‫ޣ‬ Quasi tutto il fabbisogno idrico di Edo ᳯᚭ era fornito principalmente da tre canali, tra cui l’acquedotto Tamagawa (Tamagawa jŇsui ₹Ꮉ਄᳓ 2112 ; jŇsui ਄᳓ acqua potabile dell’acquedotto) e l’acquedotto Kanda (Kanda jŇsui ␹↰਄᳓2113), entrambi costruiti nel XVII secolo e utilizzati anche dopo il periodo Tokugawa (Tokugawa jidai ᓼᎹᤨઍ), fino agli inizi del XX secolo. Le acque, una volta condotte in zone urbane, venivano distribuite, tramite reti di conduttura in legno, nei pozzi da cui erano poi attinte all’occorrenza. I pozzi erano a volte annessi, ad uso esclusivo, a botteghe-abitazioni di ricchi commercianti e a residenze di autorità, ma di norma erano scavati lungo le strade per l’uso comune di tutti gli abitanti. Per procurarsi dell’acqua si doveva per forza andare fuori di casa, e il compito spettava, con ogni probabilità, alle donne, come lo testimonia la locuzione tuttora viva: idobata kaigi (੗ᚭ┵ળ⼏2114 lett. riunione intorno al pozzo, ovvero chiacchiere in cui si perdono le donne intorno ai pozzi, mentre attingono acque o fanno il bucato).  Da ultimo, merita di essere messo in particolare evidenza che non si conoscono casi rilevanti di crisi idriche a Edo ᳯᚭ, attribuibili ad insufficienza di fornitura. ‫ޣ‬FORNITURA DEI GENERI ALIMENTARI‫ޤ‬Passiamo ora ad esaminare l’approvigionamento dei viveri. Fin dai tempi antichi l’alimento base dei giapponesi consisteva e consiste a tutt’oggi nel riso (nihongata shokuseikatsu ᣣᧄဳ㘩↢ᵴ ψ§3). Si sa che nel periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) il consumo di questo cereale, che prima era riservato ai ceti superiori, si generalizzò nelle grandi città. Senza dubbio era ingente 2112 2113 2114

Tama/gawa/ jŇ/sui ₹ 610/295 Ꮉ 111/33 ਄ 21/32 ᳓ 144/21 Kan/da/ jŇ/sui ␹ 229/310 ↰ 24/35 ਄ 21/32 ᳓ 144/21 i/do/bata/ kai/gi ੗ 252/1193 ᚭ 342/152 ┵ 942/1418 ળ 12/158 ⼏ 52/292 288

la sua quantità giornalmente consumata a Edo ᳯᚭ che vantava, come abbiamo detto più volte, oltre un milione di abitanti. Il riso proveniente dagli han ⮲ circostanti non era però sufficiente a sfamare la sua popolazione. Occorreva dipendere anche da quel riso che affluiva ad ņsaka ᄢဈ da ogni parte del Giappone per essere poi venduto sul mercato di quella città (ψ§43). È da dire che per quanto riguarda l’alimento base, diversamente dalle risorse idriche, l’approvigionamento di Edo ᳯᚭ era alquanto precario. Quanto agli altri generi alimentari (verdure e prodotti del mare) ed ai combustibili (legna e carbone vegetale) di consumo giornaliero, ebbe inizio, intorno a Edo ᳯᚭ, la loro produzione a scopo di commercializzazione. Della loro distribuzione poi, se ne occuparono organizzazioni appositamente create. ‫ޣ‬SISTEMAZIONE DI IMMONDIZIE E FECI‫ޤ‬Laddove si svolge la vita umana esiste inevitabilmente il problema di come far fronte alle immondizie e ai rifiuti. Sembra che agli inizi essi venissero gettati in fosse scavate negli spazi rimasti aperti nelle aree urbane. Man mano però che andavano scarseggiando spazi liberi in seguito all’aumento della popolazione, si assistette ad un graduale degrado igienico-sanitario: cumuli sempre più grandi di rifiuti cominciavano a farsi notare abbandonati qua e là. Per affrontare tali problemi ambientali furono create, ad esempio, al centro città organizzazioni autogestite dagli abitanti della zona con il preciso compito di raccogliere immondizie per poi gettarle alla foce del fiume Sumidagawa 㓈↰Ꮉ2115, affidandole all’azione scompositrice di agenti naturali. Sembra che non pensassero, chissà perché, alla soluzione alternativa di incenerimento. È da segnalare inoltre che la gente parsinomiosa non buttava via a cuor leggero certi materiali riciclabili quali carta, indumenti ecc., ma li utilizzava più volte, contribuendo, anche se inconsciamente, a frenare l’aumento inarrestabile che altrimenti si sarebbe verificato dei rifiuti. La città di Edo ᳯᚭ doveva far fronte anche a un’enorme quantità di feci, e quest’altro problema fu risolto brillantemente, utilizzandole quale concime nelle zone agricole circostanti. I rifiuti organici espulsi dai suoi abitanti erano merci da commercializzare. Edo ᳯᚭ e suoi dintorni erano cioè uniti tra loro in un rapporto, per così dire, simbiotico in fatto di fornitura di viveri e concime. Riepilogando, diciamo che per la sistemazione di rifiuti ed escrementi veniva sfruttata l’azione ripulitrice della natura. Diversamente dalle antiche capitali giapponesi (ψ§15) e dalle città europee d’allora prive ancora delle fognature, quindi igienicamente 2115

Sumi/da/gawa 㓈 1686/1640 ↰ 24/35 Ꮉ 111/33 289

inaccettabili, la città di Edo ᳯᚭ dotata di un ottimo ecosistema riuscì così a mantenersi senza dubbio pulita e igienica. ‫ ޣ‬SERVIZIO ANTINCENDIO ‫ ޤ‬Per gli abitanti di Edo ᳯ ᚭ gli incendi costituivano una costante fonte di preoccupazione. C’è infatti una nota espressione: « Gli incendi e le risse sono i fiori degli spettacoli di Edo » (Kaji to kenka wa Edo no hana Ἣ੐ߣ༗ནߪᳯᚭߩ⪇2116). Dato che la città era costruita quasi interamente in legno, scoppiava frequentemente un incendio, e una volta verificatosi, si estendeva in un batter d’occhio. Il più disastroso, noto con il nengŇ ᐕภ del momento, Meireki no taika (᣿ᥲ ߩᄢἫ2117 lett. grande incendio di Meireki, 1657), continuò ad infuriare per due giorni, riducendo in cenere il 60% delle zone urbane e mietendo oltre centomila vittime. Si può benissimo dire che gli incendi facevano parte degli avvenimenti quotidiani degli abitanti di Edo ᳯᚭ.  Agli inizi il servizio antincendio era svolto dai corpi costituiti dai bushi ᱞ჻. Nel 1720 vennero costituite anche squadre, chiamate irohagumi machibikeshi (޿ࠈߪ⚵↸Ἣ ᶖ2118 lett. squadre di spegnimento degli incendi contraddistinte dalle lettere i, ro, ha ecc. dell’area abitata dai chŇnin ↸ੱ) di circa diecimila pompieri-chŇnin. Tuttavia, visto che l’operazione di spegnimento consisteva allora principalmente nell’abbattere fabbricati intorno alle zone in fiamme, essa risultava assai pericolosa e poco adatta ai chŇnin ↸ੱ, e pertanto il nucleo dei machibikeshi ↸ Ἣ ᶖ andò costituendosi man mano da personale specializzato.

VITA DELLA GENTE

‫ޣ‬VITA DEI BUSHI ‫ޤ‬Facciamo prima lo schizzo di come i daimyŇ ᄢฬ passavano mediamente tutta la loro vita dalla nascita alla morte. Esaminiamo poi più da vicino un anno della loro vita, e specificatamente di quella di Ikeda Mitsumasa (ᳰ↰శ᡽2119 1609-1682), capo (hanshu ⮲ਥ2120 lett. capo di uno han, in sostanza sinonimo di daimyŇ ᄢฬ) dello han ⮲ di Okayama (Okayama han ጟ ጊ⮲2121 ψcarta 5) e stimato promotore di un governo illuministico-umanitario (bunchi

2116 reg.

2117 2118 2119 2120 2121

Ka/ji/ to/ ken/ka/ wa/ E/do/ no/ hana Ἣ 432/20 ੐ 32/80 ߣ༗ non reg./non reg.ན non reg./non ߪᳯ 517/821 ᚭ 342/152 ߩ⪇ 807/1074 Mei/reki/ no/ tai/ka ᣿ 84/18 ᥲ 1793/1534 ߩᄢ 7/26 Ἣ 432/20 i/ro/ha/gumi/ machi/bi/keshi ޿ࠈߪ⚵ 189/418 ↸ 114/182 Ἣ 432/20 ᶖ 336/845 Ike/da/ Mitsu/masa ᳰ 548/119 ↰ 24/35 శ 417/138 ᡽ 50/483 han/shu ⮲ 1566/1382 ਥ 91/155 Oka/yama/ han ጟ 370/non reg.ጊ 60/34 ⮲ 1566/1382 290

seiji ᢥᴦ᡽ᴦ2122) secondo lo spirito confuciano, e infine vediamo la vita di un bushi ᱞ჻ subalterno.  < daimyŇ > Il corso della vita dalla nascita alla morte di un daimyŇ ᄢฬ può essere illustrato rapidamente attraverso le seguenti tappe principali: all’età di circa dieci anni veniva presentato allo shŇgun ዁ァ. Compiuti quindici anni circa, lo si festeggiava per aver raggiunto la maggior età. Quasi contemporaneamente gli veniva regalato dalla corte (chŇtei ᦺᑨ) di solito il quinto rango (goi ੖૏2123) che come tale l’annoverava nel rango dell’aristocrazia, seppure di bass’ordine. Quando aveva poi all’incirca ventun anni, subentrava al padre e dopo aver trascorso poco più di trentacinque anni in veste di daimyŇ/hanshu (ᄢฬ/⮲ਥ) la sua vita si concludeva in media all’età di poco oltre sessant’anni.  In obbedienza all’istituzione del sankin kŇtai (ෳൕ੤ઍ2124 residenze alternate ψ §41) Mitsumasa శ᡽ partiva da Okayama ጟጊ verso il 10 marzo, arrivando a Edo ᳯᚭ dopo circa 20 giorni di viaggio. L’anno seguente lasciava Edo ᳯᚭ di regola in aprile e faceva ritorno ad Okayama ጟጊ il mese successivo.  Durante l’anno in cui gli toccava risiedere a Edo ᳯᚭ il ciclo della sua vita si svolgeva press’a poco nel modo che segue: a Capodanno riceveva i suoi sudditi al servizio Edozume (ᳯᚭ⹣2125 servizio da prestare a Edo) che gli presentavano gli auguri di buon anno. Il 2 gennaio si recava al castello di Edo (EdojŇ ᳯᚭၔ2126, oggi kŇkyo ⊞ዬ2127 residenza del tennŇ ᄤ⊞), sede shogunale, a presentare a sua volta gli auguri di buon anno allo shŇgun ዁ァ. Successivamente andava in visita tra alcune decine di alti dignitari del bakufu ᐀ᐭ a rendere loro osseguio.  Oltre ai primi giorni del nuovo anno, anche il 1°, il 15 e il 28 di ogni mese, nonché in occasione di certe festività, per un totale di una cinquantina di volte l’anno, si presentava al castello di Edo (EdojŇ ᳯᚭၔ) per essere ricevuto in udienza dallo shŇgun ዁ァ. Inoltre, gli capitava ogni tanto di accompagnare lo shŇgun ዁ァ quando questi si recava, per le funzioni, a certi istituti religiosi, tra cui il TŇshŇgş ᧲ᾖች2128, santuario shintoista dedicato a Ieyasu ኅᐽ, capostipite della famiglia Tokugawa (Tokugawashi, 2122 2123 2124 2125 2126 2127 2128

bun/chi/ sei/ji ᢥ 136/111 ᴦ 181/493 ᡽ 50/483 ᴦ 181/493 go/i ੖ 14/7 ૏ 482/122 san/kin/ kŇ/tai ෳ 392/710 ൕ 750/559 ੤ 200/114 ઍ 68/256 E/do/zume ᳯ 517/821 ᚭ 342/152 ⹣ 1035/1142 E/do/jŇ ᳯ 517/821 ᚭ 342/152 ၔ 638/720 kŇ/kyo ⊞ 964/297 ዬ 777/171 TŇ/shŇ/gş ᧲ 11/71 ᾖ 1072/998 ች 419/721 291

Tokugawauji ᓼᎹ᳁). Agli affari relativi al suo proprio han ⮲ doveva sì riservare notevole numero di ore, ma una maggiore percentuale del suo tempo era dedicato a diverse prestazioni, come quelle sopraccitate, nei confronti dello shŇgun ዁ァ in quanto suo suddito.  In maggio, non appena tornato allo han ⮲ di Okayama (Okayama han ጟጊ⮲), riceveva tutti i suoi sudditi. Gli affari ordinari di cui doveva occuparsi non erano pochi: autorizzazione o meno di successioni, di ritiri dal servizio, di adozioni di figli e di altre cose simili sempre riguardanti i propri sudditi; aumenti e decurtazioni delle retribuzioni; nuove nomine, promozioni e ritiri di mandato nell’apparato amministrativo dello han ⮲; premiazioni dei meritevoli per la pratica della virtù confuciana kŇ ቁ2129 o atti di onestà; appelli presentati non solo dai bushi ᱞ჻ ma anche da qualsiasi abitante del suo han ⮲; riscossioni delle imposte (nengu ᐕ⽸2130 lett. tributi annuali) e così via.  A Capodanno, per ricevere oltre ottocento suoi sudditi impiegava tutta la mattinata. Il giorno seguente si recava al santuario TŇshŇgş ᧲ᾖች di Okayama ጟጊ, e nello stesso giorno del 2 e il giorno successivo 3 concedeva a tutti i suoi sudditi samuraici una fatta di carne delle gru che gli erano state regalate dallo shŇgun ዁ァ a fine anno. In occasione di festività e a fine anno riceveva in udienza i suoi sudditi, come egli stesso era ricevuto dallo shŇgun ዁ァ durante la permanenza a Edo ᳯᚭ.  Ovviamente la sua vita nel proprio han ⮲ era di gran lunga più libera e lo faceva sentire a proprio agio. Di tanto in tanto si concedeva anche svaghi come caccia e gite di piacere. Mitsumasa శ᡽ era un appassionato seguace del confucianesimo (rujiao, juchiao ఌ ᢎ giapp. jukyŇ), quindi certamente dedicava notevole ore della sua giornata all’approfondimento di tale dottrina sia a Okayama ጟጊ che a Edo ᳯᚭ. Si sa che persino durante il viaggio di sankin kŇtai ෳൕ੤ઍ studiava sui commentari dei testi canonici confuciani (keiten ⚻ౖ).  < Bushi subalterno > Quanto ai bushi ᱞ჻ di gradi inferiori e alle loro giornate, prenderemo come esempio un subalterno (di nome Asahi Bunzaemon ᦺᣣᢥᏀⴡ㐷 2131) alle dipendenze del capo vassallo dello han ⮲ di Owari (Owari han የᒛ⮲ ψ carta 9). Quando era ancora giovane, il suo maggior compito consisteva nel montare di guardia al castello di Nagoya (NagoyajŇ ฬฎደၔ2132; Nagoya ψcarta 9). Di norma 2129 2130 2131 2132

kŇ ቁ 1249/542 nen/gu ᐕ 3/45 ⽸ 1572/1719 Asa/hi/ Bun/za/e/mon ᦺ 257/469 ᣣ 1/5 ᢥ 136/111 Ꮐ 477/75 ⴡ 394/815 㐷 385/161 Na/go/ya/jŇ ฬ 116/82 ฎ 373/172 ደ 270/167 ၔ 638/720 292

una volta ogni nove giorni prestava detto servizio 24 ore su 24. Faceva parte delle sue mansioni anche intervenire in aiuto in caso di emergenza (p.es. incendio). Inoltre, tre volte al mese (il 1°, il 15 e il 26) andava dal suo diretto superiore a rendergli omaggio. Dopo che venne promosso al rango di burocrate con il titolo di otatami bugyŇ (ᓮ⇥ᄺⴕ 2133 addetto a quanto riguardava i tatami ⇥ per la pavimentazione del castello) si recava quasi tutti i giorni al suo ufficio, ma l’orario di lavoro terminava in mattinata. C’erano inoltre alcune riunioni mensili a cui partecipava. ‫ޣ‬VITA DEI CHņNIN ‫ޤ‬Si esamina la vita di un paio di chŇnin ↸ੱ che abitava a Edo ᳯᚭ nella prima metà del XIX secolo. Il termine chŇnin ↸ੱ aveva ormai perso il suo significato originario (ψ§41) ed era usato in quei tempi semplicemente nel senso di abitanti non samuraici delle città.  Secondo la statistica dell’ultimo anno (1867) del periodo Tokugawa (Tokugawa jidai ᓼᎹᤨઍ) relativa a una unità comunitaria (chŇ ↸2134) del quartire Shibuya (ᷦ⼱ oggi uno dei quartieri più frequentati di TŇkyŇ ᧲੩) una stragrande maggioranza di chŇnin ↸ੱ (ossia 126 famiglie su un totale di 172) abitava in monolocali presi in affitto, e più specificamente, in cosiddetto nagaya (㐳ደ2135 lett. casa lunga), ossia fabbricato assai modesto di forma oblunga diviso in cinque-dieci minuscoli monolocali (2,7m ˜ 3,6m o poco oltre), eretto solitamente dietro grandi negozi dall’aspetto decoroso di stile dozŇzukuri (࿯⬿ㅧ2136 ψ§54) costruiti lungo le strade. Risulta che gli inquilini si occupavano dei più svariati mestieri: dalle attività commerciali o artigianali ai lavori di fatica, servizi al bagno pubblico, pratica di massaggi o agopuntura, lavori occasionali di qualunque genere ecc.  La statistica, in quanto tale, non parla della realtà quotidiana di questa gente. Abbiamo peraltro un fascicolo intitolato ChşkŇshi (䇺ᔘቁ⹹䇻2137 lett. registro degli atti di chş ᔘ e kŇ ቁ) da cui emergono certi aspetti della loro vita. Ne citeremo un paio di esempi. Entrambi riguardano inquilini di nagaya 㐳ደ in pieno centro di Edo ᳯᚭ.

x ShŇgorŇ ㏹੖㇢2138, falegname. Nacque in una povera famiglia malgrado la professione di suo padre che esercitava l’arte medica. Quando aveva 14-15 anni, guada2133 2134 2135 2136 2137 2138

o/tatami/ bu/gyŇ ᓮ 620/708 ⇥ 1300/1087 ᄺ 1106/1541 ⴕ 31/68 chŇ ↸ 114/182 naga/ya 㐳 25/95 ደ 270/167 do/zŇ/zukuri ࿯ 316/24 ⬿ 429/1286 ㅧ 460/691 Chş/kŇ/shi 䇺ᔘ 1040/1348 ቁ 1249/542 ⹹ 950/574䇻 ShŇ/go/rŇ ㏹ 1425/1821 ੖ 14/7 ㇢ 237/980 293

gnava già piccoli compensi facendo lavoretti per i vicini di casa. All’età di 17 anni si decise a fare il falegname. Imparò il mestiere in alcuni anni di apprendistato. Riuscì a guadagnarsi anche clienti fissi. Bruciata la casa più volte per l’estendersi di incendi, dovette continuamente cambiare dimora insieme con i genitori a suo carico. Senza ammogliarsi prendeva cura dei genitori ormai vecchi. Sin dalle prime ore del mattino era al lavoro in cantiere. x Toyo ߣࠃ, figlia di TomigorŇ ን੖㇢2139. Quasi cieco il padre e malaticcia la madre, toccava a Toyo mantenere la famiglia con lavori a cottimo (pulizie, lavori di cucito, bucati ecc.). Prese marito, ma l’unione, poco felice, finì in divorzio. Perse l’unico figlio. Malgrado le disgrazie che l’avevano colpita una dopo l’altra continuò a praticare la virtù kŇ ቁ senza far mancare vitto e vestiario ai suoi genitori.  Si tratta delle pratiche esemplari del kŇ ቁ predicato dai confuciani del Giappone Tokugawa. Ci dovrebbero peraltro essere stati anche soggetti poco raccomandabili non registrati, in quanto tali, nel ChşkŇshi 䇺ᔘቁ⹹䇻. Comunque sia, si vede che come si può facilmente immaginare, una buona parte dei chŇnin-inquilini di nagaya 㐳ደ viveva alla giornata, sempre incalzata dal bisogno di guadagnare pur di sbarcare il lunario. ٟ Si rileva che diversamente dagli odierni abitanti di condomini (che per questione di ‘tono’ i giapponesi chiamano in inglese mansion, pronunciandola manshon ࡑࡦ࡚ࠪࡦ che non sanno un bel niente dei propri vicini di casa per il culto pedissequo dell’individualismo occidentale o, meglio, per disinteresse o, forse ancora meglio, per menefreghismo, questi semplici cittadini di nagaya 㐳ደ, si aiutavano tra di loro in ogni momento, erano cioè legati tra loro da una coscienza di solidarietà rilevabile in questa locuzione: rinka aidana no mono (㓞ኅ⋧ᐫߩ⠪ 2140 lett. noi, inquilini, che viviamo l’uno accanto all’altro), espressione che fa cogliere qualcosa di umano e filantropico. Essi non erano dei semplici vicini di casa.

‫ޣ‬VITA IN UN VILLAGGIO AGRICOLO‫ޤ‬La vita in campagna, invece, variava alquanto non soltanto a seconda delle regioni, ma anche da stagione a stagione. Prenderemo come esempio un villaggio agricolo di nome Ogawa (Ogawa ዊᎹ2141, oggi città di Suwa ⺪⸰2142 ψcarta 9) nella provincia di Shinano (Shinano no kuni ାỚ࿖

2139 2140 2141 2142

Tomi/go/rŇ ን 539/713 ੖ 14/7 ㇢ 237/980 rin/ka/ ai/dana/ no/ mono 㓞 1002/809 ኅ 81/165 ⋧ 66/146 ᐫ 211/168 ߩ⠪ 22/164 O/gawa ዊ 63/27 Ꮉ 111/33 Su/wa ⺪ non reg./non reg.⸰ 538/1181 294

oggi Nagano-ken 㐳㊁⋵), paesino circondato dalle montagne e situato al centro dello Honshş ᧄᎺ2144, e faremo una rapida rassegna del ciclo di un anno di vita della sua popolazione.

2143

x GENNAIO: Come in tutti gli altri villaggi, anche a Ogawa ዊᎹ i primi 7 giorni del nuovo anno rappresentavano la festività (matsuri ⑂2145) più importante durante tutto l’anno.  A Capodanno uno augurava il buon anno a tutti gli altri compaesani. In ogni famiglia si eseguiva il tradizionale rituale shintoista.  Il 14 era l’inizio dei lavori: si andava a prendere una catasta di legna in quelle montagne, dette iriaiyama ౉ળጊ2146, dove tutti i compaesani erano usufruttuari per diritto consuetudinario. Inoltre, si vangava formalmente in segno di dare il via ai lavori dei campi.  Durante l’inverno giovani e capifamiglia si potevano rapidamente contare, perché molto erano assenti, in quanto lavoravano altrove quali emigrati stagionali. La meta preferita era Edo ᳯᚭ. x FEBBRAIO: I lavori dei campi prendevano l’avvio, e con ciò gli emigrati cominciavano a rientrare in paese. x MARZO e APRILE: Nei semenzai si mettevano a coltura i semi di riso. Concimazione delle risaie. Tradizionalmente il concime consisteva, come altrove, maggiormente di erbe e fogliame tenero raccolti sulle montagne iriaiyama ౉ળጊ. x MAGGIO: Trapianto delle piantine di riso. Inizio della stagione dei lavori intensi che si sarebbe conclusa soltanto con la raccolta in autunno. Di tanto in tanto venivano celebrate feste (matsuri ⑂) tradizionali, fra cui quella primaverile per pregare la divinità ubusunagami (↥࿯␹2147 kami protettore della comunità territoriale ψ§9) un buon raccolto. x GIUGNO: Con la partecipazione anche dei bambini si dava la caccia agli insetti nocivi e si eseguivano atti apotropaici per tenerli lontani. Preghiere per la pioggia in caso di siccità. Al verificarsi di qualche malattia epidemica, si creava una bambola di paglia su cui si faceva scendere il kami ␹ delle epidemie, quindi la si portava fin oltre il confine del paese limitrofo. 2143 2144 2145 2146 2147

Shina/no/ no/ kuni ା 198/157 Ớ 1185/957 ࿖ 8/40 Hon/shş ᧄ 15/25 Ꮊ 542/195 matsuri ⑂ 899/617 iri/ai/yama ౉ 74/52 ળ 12/158 ጊ 60/34 ubu/suna/gami ↥ 142/278 ࿯ 316/24 ␹ 229/310 295

x LUGLIO: Il 7 veniva celebrata la festa (matsuri ⑂) delle stelle chiamata tanabata ৾ ᄕ2148, e nello stesso giorno si dava il via ai preparativi (p.es. pulizie delle tombe degli antenati) di una grande festività (matsuri ⑂), detta urabon ⋃⯗⋆2149 e popolarmente obon ߅⋆, paragonabile a quella di Capodanno.  A Ogawa ዊᎹ l’urabon ⋃⯗⋆ si celebrava per quattro giorni, dal 13 al 16. La sera del 13, dopo aver acceso un piccolo falò (mukaebi ㄫ߃Ἣ 2150 fuoco per il benvenuto) davanti alla casa, ci si recava alle tombe degli antenati a prendere i loro spiriti per poi accompagnarli a casa. Dopo aver trascorso tre giorni insieme con essi, il 16 si accendeva un altro fuoco (okuribi ㅍࠅἫ2151 fuoco per l’arrivederci) e li si rimandava all’aldilà. Si trattava di un breve periodo di riposo e di ricreazione in mezzo ai lavori pesanti ed impagnativi della risicoltura. ٟ La ricorrenza cosiddetta Daimonjiyaki (ᄢᢥሼ὾߈ 2152 lett. il bruciare a forma del carattere dai ᄢ) celebrata a KyŇto ੩ㇺ la sera del 16 agosto (il 16 luglio secondo il ‘vecchio’ calendario [kyşreki ᣥᥲ2153 ψ§50]) è un esempio particolare dell’okuribi ㅍࠅἫ. Esso consiste nel fare un gran numero di falò giganteschi sui pendii di cinque colline attorno a KyŇto ੩ㇺ in modo da rappresentare dei kanji ṽሼ e disegni, ad esempio dai ᄢ a grandi dimensioni e come tali facilmente riconoscibili anche da lontano.

x AGOSTO, SETTEMBRE e OTTOBRE: Dopo diverse feste minori, nel mese di settembre si celebrava la grande festa patronale d’antunno dedicata all’ubusunagami ↥࿯ ␹ con rapprezentazioni del sacro kagura (␹ᭉ2154 combinazione di danza e musica di antica origine per intrattenere l’ubusunagami ↥࿯␹), banchetti, spettacoli teatrali a cura dei giovani del paese ecc.  Durante il periodo a cavallo tra settembre e ottobre si era indaffarati nei lavori di raccolta del riso e di altri frutti della terra, e in ottobre si concludevano in pratica tutti i lavori dei campi. x NOVEMBRE e DICEMBRE: Gli emigrati partivano. Chi rimaneva a Ogawa ዊᎹ andava a raccogliere legna in vista dell’inverno e di notte si occupava di lavoretti 2148 2149 2150 2151 2152 2153 2154

tanabata ৾ 44/9 ᄕ 627/81 u/ra/bon ⋃ non reg./non reg.⯗ non reg./non reg.⋆ 1873/1099 muka/e/bi ㄫ 726/1055 ߃Ἣ 432/20 oku/ri/bi ㅍ 220/441 ࠅἫ 432/20 Dai/mon/ji/ya/ki ᄢ 7/26 ᢥ 136/111 ሼ 612/110 ὾ 733/920 ߈ kyş/reki ᣥ 808/1216 ᥲ 1793/1534 kagu/ra ␹ 229/310 ᭉ 232/358 296

artigianali. Con l’avvicinarsi del nuovo anno ci si metteva a fare i preparativi per la festività di Capodanno. ٟ L’autore di questo libro è nato e cresciuto in una zona prevalentemente

agricola a circa 20km da Suwa ⺪⸰ (ossia Ogawa ዊᎹ). Anche verso la metà degli anni 1900 il ciclo della vita al suo paese natale non differiva sostanzialmente da quello sopra descritto.

Si vede che la vita nelle comunità rurali era fondamentalmente regolata delle esigenze stagionali della risicoltura (inasaku Ⓑ ૞ 2155 ). Si rileva inoltre che essa consisteva anche nell’alternarsi, con una certa cadenza, di ke no hi (ࠤߩᣣ2156 giorno di quotidianità) e hare no hi (᥍ࠇߩᣣ 2157 o anche ࡂ࡟ߩᣣ giorno straordinario, giorno festivo) in modo che la gente potesse ogni tanto ricreare il fisico e lo spirito onde svolgere in buona forma i lavori dei campi. FESTE, RICORRENZE E DIVERTIMENTI

Per la gente di campana i hare no hi ᥍ࠇߩᣣ costituivano occasioni di ricrearsi e al tempo stesso di celebrare ricorrenze (nenchş gyŇji ᐕਛⴕ੐2158 lett. feste e manifestazioni periodiche nell’arco di un anno). I hare no hi ᥍ࠇߩᣣ degli abitanti di città, peraltro, non avevano ovviamente nulla a che vedere con l’attività agricola e come tali erano di una natura piuttosto diversa da quelli celebrati in campagna. Di seguito si vedranno quali erano le principali funzioni delle ricorrenze nelle aree urbane e come si divertiva la gente che viveva in città. Originariamente i chŇnin ↸ੱ erano quelli che agli inizi del kinsei ㄭ਎ formarono comunità, racogliendosi da più parti, in centri abitati, specie in jŇkamachi (ၔਅ↸ lett. città ai piedi di un castello). Visto che provenivano da ogni dove, quindi sradicati dal proprio ambiente, era del tutto naturale che avessero bisogno di sentirsi uniti l’uno all’altro dal senso di coesione che regnava tra i compaesani. Così, essi cercarono di creare tra loro legami spirituali, approfittando anche e soprattutto di feste (matsuri ⑂): le celebravano con la partecipazione di tutti. Il Kanda matsuri (␹↰⑂ 2159 festa del santuario di Kanda), atteso con tanta impazienza in pratica dell’intera città di Edo ᳯᚭ, ne offre un bell’esempio. Si trattava 2155 2156 2157 2158 2159

ina/saku Ⓑ 966/1220 ૞ 99/360 ke/ no/ hi ࠤߩᣣ 1/5 ha/re/ no/ hi ᥍ 739/662 ࠇߩᣣ 1/5 nen/chş/ gyŇ/ji ᐕ 3/45 ਛ 13/28 ⴕ 31/68 ੐ 32/80 Kan/da/ matsuri ␹ 229/310 ↰ 24/35 ⑂ 899/617 297

di una festa (matsuri ⑂) celebrata con una lunga e pomposa processione, non molto dissimile ai cortei carnevaleschi d’oggi, che andava in giro per le strade gremite di spettatori e curiosi venuti anche da fuori Edo ᳯᚭ. ٟ È da mettere in rilievo che originariamente il matsuri ⑂ nella tradizione shin-

toista consisteva nei riti solenni tramite cui i suoi partecipanti e i kami ␹ entravano in comunicazione, quindi come tale ovviamente non aveva nulla a che fare con i concetti di processione, spettatore, divertimento, atmosfera allegra ed animata ecc. (ψ§9)

Verso la fine del XVII secolo, ossia nell’era Genroku (Genroku jidai ర⑍ᤨઍ 1688-1704), uscirono in molte città pubblicazioni quali saijiki (䇺ᱦᤨ⸥䇻 2160 lett. almanacco di ricorrenze), ...meisho zue (䇺ããฬᚲ࿑ળ䇻2161 lett. disegni rappresentanti i luoghi celebri di...) e tanti altri simili. La presenza di tali ‘guide turistiche’ messe a disposizione delle masse sta a significare che al più tardi verso l’era Genroku (Genroku jidai ర⑍ᤨઍ) la gente soleva andare in brevi gite di piacere (monomi yusan ‛⷗ㆆጊ 2162 lett. visita turistica e gita di piacere) in diversi momenti delle quattro stagioni. Per i chŇnin ↸ੱ un tipico esempio del haren no hi (᥍ࠇߩᣣ giorno di non quotidianità) poteva essere un giorno di primavera in cui gli inquilini di un nagaya 㐳ደ e il loro locatore o i dipendenti di un negozio e il loro padrone, tutti vestiti a festa, andavano in comitiva ad ammirare i fiori di ciliegio e fare baldoria sotto i fiori (hanami ⧎⷗2163 lett. il guardare i fiori di ciliegio). Così, i hare no hi ᥍ࠇߩᣣ, giorni ‘speciali’, erano da godersi tutti insieme, collettivamente. ABBIGLIAMENTO E TRATTAMENTI ESTETICI

䇼 ABBIGLIAMENTO ‫ ޤ‬Durante il periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) c’era un vestito che si potrebbe definire di base, in quanto portato in pratica da tutti i maschi e da tutte le femmine della classe samuraica (bushi kaikyş ᱞ჻㓏⚖) e della categoria dei chŇnin ↸ੱ. Si tratta del kosode (ዊⴿ2164 lett. maniche piccole) che nei periodi precedenti l’epoca Sengoku (Sengoku jidai ᚢ࿖ᤨઍ2165 1467 ca.-1568 ca.) era stato indossato dai nobili ed altri come indumento intimo. Anche i vestiti dei contadini avevano sostanzialmente la stessa 2160 2161 2162 2163 2164 2165

sai/ji/ki 䇺ᱦ 550/479 ᤨ 19/42 ⸥ 147/371䇻 ...mei/sho/ zu/e 䇺ããฬ 116/82 ᚲ 107/153 ࿑ 631/339 ળ 12/158䇻 mono/mi/ yu/san ‛ 126/79 ⷗ 48/63 ㆆ 728/1003 ጊ 60/34 hana/mi ⧎ 551/255 ⷗ 48/63 ko/sode ዊ 63/27 ⴿ 1495/non reg. Sen/goku/ ji/dai ᚢ 88/301 ࿖ 8/40 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 298

forma, fatta eccezione per la lunghezza della parte inferiore notevolmente accorciata per motivi di praticità nei lavori dei campi.  La società feudale dei Tokugawa (Tokugawa hŇkenshakai ᓼᎹኽᑪ␠ળ2166) che imponeva restrizioni in ogni settore della vita pubblica e privata non ammetteva neanche la libertà di vestirsi a piacimento. Ciò sta a significare che malgrado l’uso generalizzato del kosode ዊⴿ presso le abitanti in città, tale vestito doveva essere indossato, secondo la categoria di appartenenza, diversamente combinato con determinati altri capi di vestiario o differenziato per colori e disegni.  Riguardo, per esempio, all’abbigliamento della classe samuraica (bushi kaikyş ᱞ჻ 㓏⚖), c’era il cosiddetto kamishimo (ⵛ2167 o anche ਄ਅ lett. indumento superiore e indumento inferiore), uniforme ufficiale dei bushi ᱞ჻, portata sopra il kosode ዊⴿ. Assai caratteristico di forma, consisteva in kataginu (⢋⴩2168 qualcosa come gilè dalle spalle rigide e vistosamente rialzate) e hakama ( ⵑ 2169 una specie di calzoni estremamente larghi). ٟ Col tempo anche la gente comune venne autorizzata a indossare il kamishimo

ⵛ in certe occasioni limitate quali cerimonie nuziali, funerali e simili. Ancora oggi può capitare che gli artisti di certe categorie di intrattenimenti tradizionali del pubblico (geinŇ ⧓⢻2170) si presentino in kamishimo ⵛ. Per quanto riguarda l’abbigliamento dei chŇnin ↸ੱ, notiamo un fenomeno che fa spicco: man mano che miglioravano le tecniche di tintura, specie con l’avvio verso l’era Genroku (Genroku jidai ర⑍ᤨઍ 1688-1704) della tintura yşzenzome ෹⑎ᨴ2171, il kosode ዊⴿ da donna diventava sempre più sfarzoso sia come colori che come disegni. Il crescente accento posto sull’aspetto estetico si notava in particolare nelle sue maniche che andarono difatti allungandosi vistosamente in senso verticale. Di pari passo la cintura, detta obi Ꮺ2172, si fece assai larga (circa 30cm) e veniva annodata in forme anche appariscenti a scopo ornamentale. Così, il kosode ዊⴿ da donna, sotto il nome di furisode (ᝄⴿ 2173 lett. maniche che dondolano), segnò una netta tendenza ad 2166 2167 2168 2169 2170 2171 2172 2173

Toku/gawa/ hŇ/ken/sha/kai ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ኽ 1039/1463 ᑪ 244/892 ␠ 30/308 ળ 12/158 kamishimo ⵛ non reg./non reg. kata/ginu ⢋ 1041/1264 ⴩ 1019/677 hakama ⵑ non reg./non reg. gei/nŇ ⧓ 588/435 ⢻ 341/386 yş/zen/zome ෹ 543/264 ⑎ 1551/1540 ᨴ 1161/779 obi Ꮺ 718/963 furi/sode ᝄ 600/954 ⴿ 1495/non reg. 299

arricchirsi di elementi decorativi di un gusto riconducibile alla cultura classica ed aristocratica.  D’altra parte, durante la seconda metà del periodo che vide ripetersi più volte l’uscita dell’ordinanza shogunale sulla parsimonia (ken’yakurei ୿⚂઎2174 ψ§44) sorse tra i chŇnin ↸ੱ di Edo ᳯᚭ, un nuovo senso estetico, noto come iki ☴2175. ٟ < Iki > Ideale dei modi di essere ed agire, quindi anche del bello spirituale, dei

chŇnin ↸ੱ di Edo ᳯᚭ nella seconda metà del periodo Tokugawa (Tokugawa jidai ᓼᎹᤨઍ). Si riferisce a modi piacevoli da esperto o da dandy (definibile come tale secondo i canoni dei chŇnin ↸ੱ di Edo ᳯᚭ) permeati anche di una sensualità raffinata. Il concetto contrario è yabo ㊁᥵ 2176 , ossia modi goffi, impacciati, poco eleganti di chi non ci sa fare. La coscienza di iki ☴ e yabo ㊁᥵ è tuttora viva presso i giapponesi d’oggi.

Per quel che riguarda specificatamente l’abbigliamento, si tratta di un gusto apparentemente sobrio che preferiva il colore nero, la tinta unita in colori scuri o semplici designi a righe in colori spenti. Abbiamo detto « apparentemente », perché tale sobrietà era, in realtà, accompagnata da colori vivi della fodera e da magnifici disegni delle sottovesti. Così, riguardo alla coscienza estetica dei giapponesi si può constatare, per l’ennesima volta (ψ§34, §35, §47, §50), la doppia struttura, ossia la presenza di due elementi di natura opposta tra loro. ‫ޣ‬ESTETICA PERSONALE‫ ޤ‬Molte donne che risiedevano in città si truccavano e si acconciavano in maniere elaborate, a volte anche con l’uso abbondante di diversi tipi di accessori, come si nota in particolare nei bijinga (⟤ੱ↹2177 lett. disegni di belle donne) di ukiyoe (ᶋ਎⛗ ψ§54). Esistevano non soltanto rossetto, cipria ed altri cosmetici, ma anche persino una pubblicazione specializzata (Miyako fşzoku kewai den 䇺ㇺ㘑ଶൻ♆વ䇻2178 lett. costumi e trucco in voga alla capitale, 1813) che copriva una vasta gamma di arogomenti sulle cure estetiche: dal trucco del viso al portamento aggraziato. Da ultimo, anche se a stretto rigore esuliamo alquanto dall’argomento di cui si tratta, soggiungiamo che nel periodo in considerazione tutte le donne sposate praticavano ken’/yaku/rei ୿ 1949/878 ⚂ 137/211 ઎ 668/831 iki ☴ 1537/1708 2176 ya/bo ㊁ 85/236 ᥵ 915/1428 2177 bi/jin/ga ⟤ 289/401 ੱ 9/1 ↹ 150/343 2178 Miyako/ fş/zoku/ ke/wai/ den 䇺ㇺ 92/188 㘑 494/434䇻 2174 2175

300

246/29



1498/1126



100/254



1218/1699



l’ohaguro (߅ᱤ㤥2179 lett. denti neri, annerimento dei denti), ossia il costume sociale di tingersi i denti di nero. ٟ < Ohaguro > Ebbe inizio nell’età antica tra le donne di ceti superiori. Dal

periodo dello insei (inseiki 㒮 ᡽ ᦼ 2180 1086-1179/1185) lo praticavano non soltanto le donne ma anche gli uomini dell’alta società. Successivamente nel periodo Muromachi (Muromachi jidai ቶ↸ᤨઍ 1338-1568/1573) le ragazze della classe samuraica (bushi kaikyş ᱞ჻㓏⚖) si tingevano i denti di nero all’età di 9 anni e, infine, durante il periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ 1600/1603-1867) tutte le donne sposate seguivano tale costume.

REGIME ALIMENTARE

‫ޣ‬CHANOYU E CUCINA KAISEKI ‫ޤ‬La cultura Momoyama (Momoyama bunka ᩶ ጊ ᢥ ൻ 2181 ), con l’affermazione della cerimonia del tè (chanoyu ⨥ߩḡ2182, sadŇ ⨥㆏, chadŇ ⨥㆏), diede vita ad un nuovo tipo di cucina: kaiseki (ᙬ⍹2183 detto anche chakaiseki ⨥ᙬ⍹). È un semplice pasto servito prima del tè in occasione del chanoyu ⨥ߩḡ ed è caratterizzato soprattutto da uno stretto nesso tra le vivande e la stagione del momento.  Agli inizi la cucina per il chanoyu ⨥ߩḡ non si differenziava dall’honzen ryŇri (ᧄ⤝ ᢱℂ 2184 ψ§38), il quale però venne semplificato e trasformato in kaiseki ᙬ⍹. L’artefice fu Sen no Rikyş ජ೑ભ2185, celebre maestro del wabicha (ଌ⨥2186 ψ§47). Egli si era dedicato alla pratica zen ⑎ nel tempio zenista Daitokuji (ᄢᓼኹ 2187 1319-presente) di KyŇto ੩ㇺ, ed aveva avuto così modo di osservare da vicino la vita di tutti giorni dei monaci i cui pasti erano (e sono) estremamente semplici. ‫ޣ‬CUCINA NANBAN ‫ޤ‬Tra gli elementi che costituivano la cosiddetta cultura nanban (nanban bunka ධⱄᢥൻ ψ§47) era la cucina nanban (nanban ryŇri ධⱄᢱℂ 2188).  La novità di particolare rilievo a questo riguardo fu questa: c’era gente che comin2179 2180 2181 2182 2183 2184 2185 2186 2187 2188

o/ha/guro ߅ᱤ 997/478 㤥 317/206 in/sei/ki 㒮 236/614 ᡽ 50/483 ᦼ 119/449 Momo/yama/ bun/ka ᩶ 1642/1567 ጊ 60/34 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 cha/no/yu ⨥ 805/251 ߩḡ 1022/632 kai/seki ᙬ 1736/1408 ⍹ 276/78 hon/zen/ ryŇ/ri ᧄ 15/25 ⤝ non reg./non reg.ᢱ 212/319 ℂ 95/143 Sen/ no/ Ri/kyş ජ 79/15 ೑ 219/329 ભ 583/60 wabi/cha ଌ non reg./non reg.⨥ 805/251 Dai/toku/ji ᄢ 7/26 ᓼ 839/1038 ኹ 687/41 nan/ban/ ryŇ/ri ධ 205/74 ⱄ 1894/1879 ᢱ 212/319 ℂ 95/143 301

ciava a cibarsi della carne di animali d’allevamento dopo un lungo periodo di esclusione di tale alimento dalla cucina, ripetiamo, sia per effetto del precetto buddhista di ‘non privare della vita’, che per i divieti imposti degli imperatori Tenmu (Tenmu tennŇ ᄤᱞ ᄤ⊞) e ShŇmu (ShŇmu tennŇ ⡛ᱞᄤ⊞).  Malgrado il divieto di professare il cattolicesimo e l’isolamento nazionale (sakoku ㎮࿖2189) sono riscontrabili nell’attuale cucina e nel vernacolo di Nagasaki 㐳ፒ2190 non poche tracce del nanban ryŇri ධⱄᢱℂ. ‫ޣ‬GASTRONOMIA DEL PERIODO EDO ‫ޤ‬Riguardo al regime alimentare e i suoi annessi e connessi, risulta che il periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) si distingueva dai suoi precedenti per i seguenti due fenomeni: pubblicazione di trattati specializzati in gastronomia e usanza largamente seguita di consumare pasti fuori casa. Ambedue stanno a significare che in questo periodo i cibi cominciavano ad essere consumati non solo a scopo nutritivo, ma anche per il piacere della buona tavola, a conferma dell’atmosfera edonistica messa in risalto da tutte le pubblicazioni in materia, della cultura dei chŇnin (chŇnin bunka ↸ੱᢥൻ).  I manuali di culinaria oggi esistenti del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) ammontano ad oltre 200 tra manoscritti e testi stampati. Degna di menzione è l’opera intitolata TŇfu hyakuchin (䇺⼺⣣⊖⃟䇻2191 lett. cento piatti rari di tŇfu [⼺⣣ lett. legumi marci, ossia cibo ad alto contenuto proteico, ricavato dai semi di soia]). Fu accettata assai favorevolmente dal pubblico e diede il via alla pubblicazione di una serie di Cento piatti rari di… (… hyakuchin 䇺ãã⊖⃟䇻).  Pare che agli inizi del periodo (siamo agli inizi del XVII sec.) i pasti non si consumassero ancora quasi mai fuori casa. Fu nella seconda metà che si vedeva aprirsi qua e là un numero sempre maggiore di trattorie, bancarelle e simili, ed uscivano intanto diverse edizioni di guide gastronomiche nelle quali non di rado noti ristoranti venivano valutati e classificati in categorie a mo’ della guida Michelin o del Touring Club Italiano. È assai probabile che certi ristoranti di lusso costituissero una specie di circolo culturale, in quanto venivano certamente frequentati da letterati, pittori ed altri intellettuali quale luoghi di ritrovo. VIAGGI E PELLEGRINAGGI

Si sa che lo shogunato dei Tokugawa (Tokugawa bakufu ᓼᎹ᐀ ᐭ) nei suoi primissimi anni di governo sistemò, a scopo politico, una rete stradale che copriva già l’intera area delle tre isole di Honshş ᧄᎺ, Shikoku 2189 2190 2191

sa/koku ㎮ 1605/1819 ࿖ 8/40 Naga/saki 㐳 25/95 ፒ 457/1362 TŇ/fu/ hyaku/chin 䇺⼺ 988/958 ⣣ 1400/1245 ⊖ 73/14 ⃟ 1224/1215䇻 302

྾࿖ e Kyşshş ਻Ꮊ. Da allora tale rete continuò ad essere ulteriormente migliorata in modo da poter meglio rispondere alle esigenze politiche. Sennonché man mano che un numero sempre maggiore di gente, specie quella di città, migliorava la propria situazione economica, quindi riusciva ogni tanto a regalarsi un viaggio per motivi di culto o per svago, le strade costruite originariamente per l’uso della classe dominante (p.es. daimyŇ ᄢฬ in occasione del sankin kŇtai ෳൕ੤ઍ2192 ψ§41) andavano via via assommando in sé un ruolo sempre maggiore quale percorsi per pellegrinaggi (jisha sankei ኹ ␠ෳ⹚2193) e viaggi turistici (monomi yusan ‛⷗ㆆጊ2194) da parte delle masse. A partire da verso la metà del periodo Tokugawa (Tokugawa jidai ᓼᎹᤨઍ) non era più raro infatti che gli abitanti della regione di Edo ᳯᚭ si recassero a pregare al santuario di Ise (Ise sangş દ൓ෳች2195, detto anche semplicemente sangş ෳች o Ise mairi દ൓ෳࠅ pellegrinaggio al santuaio di Ise [Ise jingş દ൓␹ች ψ§9]) ed andassero con l’occasione a visitare anche KyŇto ੩ㇺ e ņsaka ᄢဈ e i loro dintorni a scopo strettamente turistico, e per contro la gente del Kamigata ਄ᣇ e delle province ad ovest di KyŇto ੩ㇺ e ņsaka ᄢဈ, quando andavano in pellegrinaggio al tempio ZenkŇji (ZenkŇji mairi ༀశኹෳࠅ2196) a Nagano (㐳㊁2197 ψcarta 9), facesse volutamente una deviazione per spingersi fino a Edo ᳯᚭ. Secondo una fonte, il numero dei pellegrini recatisi al santuario di Ise (Ise jingş દ ൓␹ች) sarebbe stato di ben 3.620.000, cifra che rappresentava quasi il 14% degli abitanti d’allora (26.000.000) senza contare la popolazione (5.000.000 ca.) delle due classi samuraica ed aristocratica messe insieme. L’alta percentuale (10.000 visitatori al giorno!) fa capire quanto fosse intenso il desiderio di volersi portare a detto santuario. ٟ Nelle note direttive Keian no o-furegaki (ᘮ቟ᓮ⸅ᦠ2198 ψ§41) del 1649 emanate dal bakufu ᐀ᐭ nei confronti dei contadini si legge: « [...] Divorziate dalla moglie [...] qualora questa [...] viaggi molto spesso per diporto [...] ». Si vede che già nel XVII secolo c’erano coloro che viaggiavano così frequentemente da preoccupare il bakufu ᐀ᐭ per eventuali cali delle entrate tributarie.

Di fronte alla voga dei viaggi le case editrice non restavano certo inoperose. Per i 2192 2193 2194 2195 2196 2197 2198

san/kin/ kŇ/tai ෳ 392/710 ൕ 750/559 ੤ 200/114 ઍ 68/256 ji/sha/ san/kei ኹ 687/41 ␠ 30/308 ෳ 392/710 ⹚ non reg./non reg. mono/mi/ yu/san ‛ 126/79 ⷗ 48/63 ㆆ 728/1003 ጊ 60/34 I/se/ san/gş દ 603/2011 ൓ 365/646 ෳ 392/710 ች 419/721 Zen/kŇ/ji/ mai/ri ༀ 643/1139 శ 417/138 ኹ 687/41 ෳ 392/710 ࠅ Naga/no 㐳 25/95 ㊁ 85/236 Kei/an/ no/ o/fure/gaki ᘮ 962/1632 ቟ 128/105 ᓮ 620/708 ⸅ 1256/874 ᦠ 130/131 303

gitanti, viaggiatori e pellegrini furono pubblicati innumerevoli namuali e prontuari che non hanno niente da invidiare alle moderne guide turistiche. È incontestabile che nei due campi, letterario ed artistico, furono pubblicate molte opere rinomate con tema incentrato su viaggi rappresentate dalle seguenti due: x [narrativa] TŇkaidŇchş hizakurige (䇺᧲ᶏ㆏ਛ⤒ᩙᲫ䇻 2199 lett. viaggio a piedi anziché a cavallo lungo il TŇkaidŇ, it. A cavallo delle gambe lungo il TŇkaidŇ, 1802-1822) di Jippensha Ikku (ච㄰⥢৻਻ ψ§51) x [ukiyoe ] TŇkaidŇ gojşsantsugi (䇺᧲ᶏ㆏੖චਃᰴ䇻 it. Le cinquantatré stazioni del TŇkaidŇ, 1833) di AndŇ Hiroshige (቟⮮ᐢ㊀ ψ§54).

TŇ/kai/dŇ/chş/ hiza/kuri/ge 䇺᧲ 11/71 ᶏ 158/117 ㆏ 129/149 ਛ 13/28 ⤒ non reg./non reg.ᩙ 1571/2111 Ძ 521/287䇻

2199

304

CAPITOLO VI

Età moderna 1: era Meiji

Parte prima: Aspetti politico, sociale ed economico (Rinnovamento istituzionale ed inizio dell’espansione imperialista)

§56. Periodizzazione della storia del Giappone nelle età moderna e contemporanea Si è già detto che a partire dal 1868 si fa riferimento con un unico nengŇ ᐕภ2200 all’intero regno di un imperatore (tennŇ ᄤ⊞2201). Le età moderna e contemporanea (kin-gendai ㄭ࡮⃻ઍ2202, o anche kindai-gendai ㄭઍ࡮⃻ઍ) si suddividono pertanto come segue:

ㄭ ઍ 1912 1926 e ra MEIJI e. TAISHƿ ᣿ ᴦ ᤨ ઍ ᄢᱜᤨઍ cultura moderna

ETÀ

1868 p. EDO

ᳯ ᚭ c. KASEI

ൻ᡽ ᢥൻ

BUNMEI KAIKA

ᢥ᣿㐿ൻ

M O D ERNA

ETÀ CONTEMPORANEA ⃻ ઍ 1945 1989 e r a S H ƿWA e. HEISEI ᐔᚑᤨઍ ᤘ๺ᤨઍ cultura contemporanea

ㄭ ઍ ᢥ ൻ Cultura

⃻ ઍ ᢥ ൻ di

massa

ᄢⴐᢥൻ

La descrizione del nostro testo arriverà sino al 1945 (fine del secondo conflitto mondiale).

2200 2201 2202

nen/gŇ ᐕ 3/45 ภ 368/266 ten/nŇ ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 kin/-/gen/dai ㄭ 127/445࡮⃻ 82/298 ઍ 68/256 305

§57. Il Giappone di fronte all’invasione europea in Asia A SIA INTORNO ALLA METÀ DEL XIX SECOLO

Mentre il Giappone si chiudeva nell’isolamento (sakoku ㎮࿖2203 1639-1854), la situazione mondiale subiva un netto mutamento; in particolare, in seguito ad una serie di rivoluzioni (p.es. ‘gloriosa rivoluzione’ inglese del 1688, indipendenza degli USA del 1776, rivoluzione francese del 1789 e soprattutto rivoluzione industriale in Inghilterra a partire dalla metà del XVIII secolo), nell’Europa occidentale e negli USA nacquero degli Stati moderni ed era in corso lo sviluppo del capitalismo (shihonshugi ⾗ᧄਥ⟵2204). Anche se l’Europa non era ancora nella fase di espansione imperialistica, l’invasione dell’Occidente, specie dell’Inghilterra, in Asia, era già iniziata. ٟ Nel 1842 Hong Kong (㚅᷼2205 giapp. Honkon) fu ceduta in affitto (soshaku

⒅୫2206) dalla Cina all’Inghilterra in seguito alla guerra dell’oppio (Ahen sensŇ ࠕ ࡋࡦᚢ੎2207 ψ§45). (È tornata alla sovranità cinese nel 1997). ٟ Nel 1858 l’India passò alla diretta dipendenza inglese. (Indipendenza dell’India: 1947  La Russia zarista (teisei Roshia Ꮲ᡽ࡠࠪࠕ2208), poi, arrivata al Mare di Okhotsk (OhŇtsukukai ࠝࡎ࡯࠷ࠢᶏ2209), spiava l’occasione di scendere verso sud per procurarsi i porti liberi dai ghiacci invernali.  Gli USA, infine, pressoché stabilizzato l’attuale loro territorio, si dimostravano interessati al commercio con la Cina ed avevano bisogno di un posto intermedio per farvi tappa ed è questo il motivo principale che indusse Fillmore a forzare la porta del Giappone. OBIETTIVO DI FONDO DEL GIAPPONE

In una progressiva sottomissione dell’Oriente all’Occidente, tutte le forze giapponesi, governative o non, e malgrado le frizioni ed i contrasti che si susseguirono, erano unanimi nel riconoscere che fra il Giappone ed i paesi occidentali c’era un enorme dislivello di potenza nazionale; di qui il 2203 2204 2205 2206 2207 2208 2209

sa/koku ㎮ 1605/1819 ࿖ 8/40 shi/hon/shugi ⾗ 230/750 ᧄ 15/25 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 Hon/kon 㚅 832/1682 ᷼ 445/669 so/sha/ku ⒅ 1481/1083 ୫ 996/766 A/he/n/ sen/sŇ ࠕࡋࡦᚢ 88/301 ੎ 271/302 tei/sei/ Ro/shi/a Ꮲ 1024/1179 ᡽ 50/483 ࡠࠪࠕ O/hŇ/tsu/ku/kai ࠝࡎ࡯࠷ࠢᶏ 158/117 306

bisogno di trasformare il paese, mediante la modernizzazione, in uno Stato in grado di assicurarsi l’indipendenza e l’integrità territoriale.  A parte la politica religiosa (ψ§64), per modernizzazione s’intendeva occidentalizzazione, ossia introduzione della civiltà e cultura d’Occidente. Il modello da seguire non era più la Cina, ma bensì l’Europa e gli USA. Così, il Giappone cominciò a muovere i primi passi verso l’occidentalizzazione, non di rado persino arrivando a passare sopra alla propria tradizione.

§58. Restaurazione Meiji RIFORMA DI GRANDI PROPORZIONI

Nel 1868, nel Giuramento in cinque articoli (GokajŇ no goseimon ੖▎᧦[ߩ]ᓮ⹿ᢥ2210) pronunziato ai kami ␹, l’imperatore Meiji (Meiji tennŇ ᣿ᴦᄤ⊞2211 r. 1867-1912) rese pubblica la linea politica del nuovo governo, dando inizio ad un periodo d’una serie di riforme modernizzatrici di vasta portata, chiamata Meiji ishin (᣿ᴦ⛽ᣂ2212 lett. riforma o rinnovamento Meiji; it. restaurazione Meiji). ٟ In riferimento, per esempio, all’imperatore Meiji (Meiji tennŇ ᣿ᴦᄤ⊞) la storiografia italiana parla a volte anche del ‘tennŇ Mutsuhito’ la cui traduzione letterale in giapponese sarebbe Mutsuhito tennŇ ⌬ੳᄤ⊞2213, espressione che non esiste in giapponese.

Successivamente veniva ripristinato il dajŇkan ᄥ᡽ቭ2214 (ψ§6), massimo organo del governo Meiji (Meiji seifu ᣿ᴦ᡽ᐭ2215) fino al 1885. Il nome della città di Edo ᳯ ᚭ fu sostituito nel 1868 con TŇkyŇ (᧲੩ lett. capitale orientale ψcarta 10), nuova capitale (TŇkyŇ sento ᧲੩ㆫㇺ2216 lett. trasferimento della capitale a TŇkyŇ, 1869), stabilendo, come si è visto qui sopra, che il 1868 sarebbe stato il 1° anno dell’era Meiji

2210 2211 2212 2213 2214 2215 2216

Go/ka/jŇ/ no/ go/sei/mon ੖ 14/7 ▎ 1943/1473 ᧦ 391/564 [ߩ] ᓮ 620/708 ⹿ 1743/1395 ᢥ 136/111 Mei/ji/ ten/nŇ ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 Mei/ji/ i/shin ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ⛽ 926/1231 ᣂ 36/174 Mutsu/hito/ ten/nŇ ⌬ 1844/2172 ੳ 1346/1619 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 dajŇ/kan ᄥ 343/629 ᡽ 50/483 ቭ 225/326 Mei/ji/ sei/fu ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᡽ 50/483 ᐭ 156/504 TŇ/kyŇ/ sen/to ᧲ 11/71 ੩ 16/189 ㆫ 1975/921 ㇺ 92/188 307

(Meiji gannen ᣿ᴦరᐕ2217). ٟ La restituzione del potere da parte del bakufu ᐀ᐭ alla corte (chŇtei ᦺᑨ) non fu conclusa in modo del tutto pacifico. Vennero combattute battaglie chiamate nel loro insieme Boshin sensŇ (ᚍㄖᚢ੎2218 lett. guerra di Boshin, 1868-1869; Boshin ᚍㄖ: una delle sessanta combinazioni di riferimento di origine cinese, chiamate nel loro complesso eto ᐓᡰ2219, per date, ore e direzioni) tra le forze filo-shogunali perdenti e le forze filo-imperiali vittoriose. Queste ultime erano costituite principalmente dall’alleanza ChŇshş-Satsuma (SatchŇ rengŇ ⮋㐳ㅪว 2220). ٟ L’espressione Meiji ishin ᣿ᴦ⛽ᣂ è tradotta per tacito accordo sempre come restaurazione Meiji, con ogni probabilità, dall’espressione inglese ‘Meiji restoration’ che si riferiva ovviamente alla restaurazione del governo imperiale del 1867 (Ňsei fukko ₺᡽ᓳฎ2221 ψ§45). La parola ishin ⛽ᣂ in sé significa rinnovamento e non restaurazione. Difatti, l’espressione Meiji ishin ᣿ᴦ⛽ᣂ fu usato originariamente nel senso di rinnovamento totale del sistema politico (ossia soppressione del Tokugawa bakufu ᓼᎹ ᐀ᐭ e ripristino del governo imperiale, e in questo senso si diceva anche goisshin [ᓮ৻ᣂ2222 lett. un colpo di rinnovamento]), ma adesso è usato in riferimento ad un certo arco di tempo dell’intero periodo di modernizzazione non soltanto politica, ma anche economica, sociale e culturale del Giappone. Il nostro testo segue l’interpretazione più restrittiva in riferimento, cioè, al periodo che va dal 1868 alla riforma fondiario-tributaria (chiso kaisei ࿾⒅ᡷᱜ 2223) degli anni 1873-1881. L’interpretazione più estensiva copre, invece, il periodo di mezzo secolo dalla riforma TenpŇ (TenpŇ no kaikaku ᄤ଻ᡷ㕟2224 18411843) all’apertura della Dieta imperiale (Teikoku gikai Ꮲ࿖⼏ળ2225) del 1890. Sembra inoltre che sia generalmente seguita l’interpretazione che l’inizio della restaurazione, ossia riforma/rinnovamento Meiji (Meiji ishin ᣿ᴦ⛽ᣂ) coincida 2217 2218 2219 2220 2221 2222 2223 2224 2225 2226 2227 2228

Mei/ji/ gan/nen ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ర 328/137 ᐕ 3/45 Bo/shin/ sen/sŇ ᚍ non reg./non reg.ㄖ 1562/2246 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 e/to ᐓ 1179/584 ᡰ 302/318 Sat/chŇ/ ren/gŇ ⮋ non reg./non reg.㐳 25/95 ㅪ 87/440 ว 46/159 Ň/sei/ fuk/ko ₺ 499/294 ᡽ 50/483 ᓳ 585/917 ฎ 373/172 go/is/shin ᓮ 620/708 ৻ 4/2 ᣂ 36/174 chi/so/ kai/sei ࿾ 40/118 ⒅ 1481/1083 ᡷ 294/514 ᱜ 109/275 Ten/pŇ/ no/ kai/kaku ᄤ 364/141 ଻ 166/489 ᡷ 294/514 㕟 686/1075 Tei/koku/ gi/kai Ꮲ 1024/1179 ࿖ 8/40 ⼏ 52/292 ળ 12/158 baku/matsu ᐀ 836/1432 ᧃ 528/305 Ni/hon/ kin/gen/dai/shi ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ㄭ 127/445 ⃻ 82/298 ઍ 68/256 ผ 563/332 Tai/ka/ no/ kai/shin ᄢ 7/26 ൻ 100/254 ᡷ 294/514 ᣂ 36/174 308

con l’inizio della storia moderna e contemporanea del Giappone, quindi per coloro per cui il Meiji ishin ᣿ᴦ⛽ᣂ inizia con la caduta nel 1854 dell’isolazionismo (sakoku ㎮࿖), la storia movimentata del bakumatsu ᐀ᧃ2226 (ψ§45) faccia parte della storia moderna e contemporanea del Giappone (Nihon kingendaishi ᣣᧄㄭ ⃻ઍผ2227). ٟ L’organo collegiale ᄥ᡽ቭ istituito con la riforma Taika (Taika no kaishin ᄢ ൻᡷᣂ2228) e lo stesso ad opera del governo Meiji (Meiji seifu ᣿ᴦ᡽ᐭ) vengono letti, per consuetudine, come termini, rispettivamente daijŇkan e dajŇkan.

CENTRALIZZAZIONE

䇼HANSEKI HņKAN ‫ޤ‬Per ricreare uno stato centralizzato con al vertice l’imperatore (tennŇ ᄤ⊞), nel 1869 il governo Meiji (Meiji seifu ᣿ᴦ᡽ᐭ) indusse i daimyŇ ᄢฬ a restituire al tennŇ ᄤ⊞ i territori (han  2229) e le popolazioni (seki ☋2230 anagrafe, quindi popolazione) su cui avevano esercitato fino ad allora la loro autorità, operazione chiamata hanseki hŇkan ( ☋ᄺㆶ2231 lett. restituzione di territori e popolazioni).  ‫ޣ‬HAIHAN CHIKEN ‫ޤ‬Successivamente, nel 1871, sostituì gli han ⮲ (ψ§41) con le unità d’amministrazione locale, chiamate ken (⋵2232 prefetture ψcarta 13; cfr. kuni [࿖ provincia] ψ§10), governate dai prefetti (nei primi momenti chiamati kenrei ⋵઎ 2233, quindi kenchiji ⋵⍮੐2234) tutti nominati dal governo centrale, e a tale riorganizzazione territoriale si fa riferimento con l’espressione haihan chiken (ᑄ⮲⟎⋵2235 lett. abolizione di han ⮲ e istituzione di ken ⋵). Così, veniva sistemata anzitutto la base di uno Stato centralizzato.  ‫ޣ‬GOVERNO DOMINATO DAGLI HANBATSU ‫ޤ‬I posti-chiave del governo centrale erano subito occupati da personaggi influenti originari degli han di Tosa (Tosa han ࿯૒⮲2236), di Saga (Saga han ૒⾐⮲2237) e soprattutto di Satsuma (Satsuma han ⮋៺⮲2238) e di ChŇshş (ChŇshş han 㐳Ꮊ⮲2239) (ψ§44), motivo per cui il governo 2229 2230 2231 2232 2233 2234 2235 2236 2237 2238 2239

han   677/1046 seki ☋ 1463/1198 han/seki/ hŇ/kan   677/1046 ☋ 1463/1198 ᄺ 1106/1541 ㆶ 1139/866 ken ⋵ 195/194 ken/rei ⋵ 195/194 ઎ 668/831 ken/chi/ji ⋵ 195/194 ⍮ 207/214 ੐ 32/80 hai/han/ chi/ken ᑄ 1014/961 ⮲ 1566/1382 ⟎ 322/426 ⋵ 195/194 To/sa/ han ࿯ 316/24 ૒ 285/1744 ⮲ 1566/1382 Sa/ga/ han ૒ 285/1744 ⾐ 778/756 ⮲ 1566/1382 Satsu/ma/ han ⮋ non reg./non reg.៺ 1074/1530 ⮲ 1566/1382 ChŇ/shş/ han 㐳 25/95 Ꮊ 542/195 ⮲ 1566/1382 309

Meiji (Meiji seifu ᣿ᴦ᡽ᐭ) fu definito in età posteriore governo controllato dai pochi e determinati ex-han (hanbatsu seifu ⮲㑓᡽ᐭ2240 it. governo oligarchico [espressione forzatamente applicata, quindi poco appropriata]). ٟ batsu 㑓: gruppo potente, solidale e chiuso all’interno di una organizzazione, di membri di ‘comune provenienza’. Le provenienze possono essere università presso cui ci si è laureati (allora si parla di gakubatsu ቇ㑓2241, p.es. TŇdai batsu ᧲ᄢ㑓 batsu dell’università di TŇkyŇ), luoghi di nascita (kyŇdobatsu ㇹ࿯㑓2242), parenti materni (keibatsu 㑖㑓2243) e simili. I membri di un batsu 㑓, con lo spirito di cricca, cercano di favorirsi reciprocamente per la carriera personale ai danni degli altri, quindi anche di dominare l’organizzazione stessa. Lo hanbatsu ⮲㑓 è una forma particolare del kyŇdobatsu ㇹ࿯㑓, quindi lo hanbatsu seifu ⮲㑓᡽ᐭ è ben diverso dal ‘governo oligarchico’, espressione con cui i libri di storia giapponese in lingue occidentali sogliono fare riferimento al hanbatsu seifu ⮲㑓᡽ᐭ.

 I leaders principali del nuovo governo erano i seguenti, ed essi, come tali, ricorrono frequentemente nella storia dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ): Ԙ Satsuma han ⮋៺⮲ ԙ ChŇshş han 㐳Ꮊ⮲ Ԛ Tosa han ࿯૒⮲ ԛ Saga han ૒⾐⮲ Ԝ kuge ౏ኅ

SaigŇ Takamori (⷏ㇹ㓉⋓ 1827-1877) ņkubo Toshimichi (ᄢਭ଻೑ㅢ 1830-1878) Kido Takayoshi (ᧁᚭቁమ 1833-1877) ItŇ Hirobumi (દ⮮ඳᢥ 1841-1909) Yamagata Aritomo (ጊ⋵᦭᦮ 1838-1922)

42* 39* 36* 28* 31*

Itagaki Taisuke (᧼၂ㅌഥ 1837-1919)

32*

ņkuma Shigenobu (ᄢ㓊㊀ା 1838-1922)

31*

Iwakura Tomomi (ጤୖౕⷞ 1825-1883)

44* * Età nel 1868.

PA R I T À D E L L E QUATTRO CLASSI 2240 2241 2242 2243

La riforma nel campo sociale riguardava la soppressione della divisione in categorie di appartenenza fino ad allora minuta-

han/batsu/ sei/fu ⮲ 1566/1382 㑓 1457/1510 ᡽ 50/483 ᐭ 156/504 gaku/batsu ቇ 33/109 㑓 1457/1510 kyŇ/do/batsu ㇹ 1004/855 ࿯ 316/24 㑓 1457/1510 kei/batsu 㑖 non reg./non reg.㑓 1457/1510 310

mente distinte all’interno di ciascuna categoria e regolate secondo il principio ‘superiore – inferiore’ (jŇge ਄ਅ ψ§41).  Così, la vecchia organizzazione di stratificazione venne ad essere sostituita (1869 e 1871) da una nuova, notevolmente semplificata: Ԙ Famiglia imperiale ψ kŇzoku ⊞ᣖ2244 membri imperiali ԙ kuge ౏ኅ e daimyŇ ᄢฬ ψ kazoku ⪇ᣖ pari* Ԛ bushi ᱞ჻ ψ shizoku ჻ᣖ gentiluomini* contadini, chŇnin ↸ੱ, ԛ ψ heimin ᐔ᳃ plebei*, gente comune* eta ⓚᄙ e hinin 㕖ੱ * Le traduzioni sono tentativi di approssimarsi il più possibile allo spirito dei termini.  Ad eccezione dei kŇzoku ⪇ᣖ2245, la riorganizzazione fu accompagnata dalla soppressione di privilegi e restrizioni, e siccome l’insieme di shizoku ჻ᣖ2246 e heimin ᐔ ᳃2247 rappresentava oltre il 99% di tutta la popolazione, istituzionalmente quasi tutti si trovarono collocati pressoché allo stesso livello (shimin byŇdŇ ྾᳃ᐔ╬2248 lett. parità dei quattro popoli; shimin ྾᳃ ψ§41).  ‫ޣ‬BURAKUMIN ‫ޤ‬Si continuò, tuttavia, ad operare mentalmente con distinzioni e discriminazioni. Ciò è stato particolarmente vero nei confronti dell’ex-eta ⓚᄙ2249 e dell’ex-hinin 㕖ੱ2250 che sono tuttora oggetti di emarginazione sociale, problema cui si fa riferimento con espressioni come queste: mikaihŇ buraku (ᧂ⸃᡼ㇱ⪭2251 lett. ‘ghetti’ non ancora liberati), buraku mondai (ㇱ⪭໧㗴2252 lett. questione dei ‘ghetti’) o burakumin (ㇱ⪭᳃2253 lett. gente dei ‘ghetti’). (ψ§73) RIFORMA FONDIARIO-TRIBUTARIA

2244 2245 2246 2247 2248 2249 2250 2251 2252 2253

Al fine di assicurarsi un’entrata costante che permettesse la programmazione dei lavori, nel 1873 il governo metteva

kŇ/zoku ⊞ 964/297 ᣖ 599/221 ka/zoku ⪇ 807/1074 ᣖ 599/221 shi/zoku ჻ 301/572 ᣖ 599/221 hei/min ᐔ 143/202 ᳃ 70/177 shi/min/ byŇ/dŇ ྾ 18/6 ᳃ 70/177 ᐔ 143/202 ╬ 601/569 e/ta ⓚ non reg./non reg.ᄙ 161/229 hi/nin 㕖 491/498 ੱ 9/1 mi/kai/hŇ/ bu/raku ᧂ 801/306 ⸃ 192/474 ᡼ 282/512 ㇱ 37/86 ⪭ 393/839 bu/raku/ mon/dai ㇱ 37/86 ⪭ 393/839 ໧ 75/162 㗴 123/354 bu/raku/min ㇱ 37/86 ⪭ 393/839 ᳃ 70/177 311

mano alla riforma fondiario-tributaria chiamata chiso kaisei (࿾⒅ᡷᱜ2254 lett. riforma dell’imposta fondiaria, 1873-1881). Vennero emessi titoli fondiari, detti chiken ࿾೛2255, con cui il governo, da un lato, riconosceva sia la proprietà privata di dati appezzamenti di terreno che la facoltà della loro cessione (cfr. Denpata eitai baibai kinshirei ↰⇌᳗ઍᄁ⾈⑌ᱛ઎2256 lett. divieto eterno di compravendita dei terreni agricoli, 1643 ψ§41) e, dall’altra, fissava il valore del terreno in termini monetari. L’imposta fondiaria da pagare in denaro era fissata al 3% del valore del terreno.  Diversamente dall’aspettativa e dalle speranze dei coltivatori, il tributo risultò tanto gravoso quanto lo era stato durante il periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ), con la conseguenza di indurre molti contadini a cedere i loro terreni. Si videro, così, moltiplicarsi campi dati in affitto, arricchirsi ulteriormente, per contro, i proprietari terrieri già ricchi e perdurare a lungo il rapporto ereditato dal passato di ‘superiorità – inferiorità’ fra padrone e fittavoli.(ψ§62) ٟ La questione dei terreni agricoli e i suoi annessi e connessi si protrassero,

difatti, fino alla riforma agraria (nŇchi kaikaku ㄘ࿾ᡷ㕟2257 lett. riforma dei terreni agricoli, 1945-1950) effettuata nel secondo dopoguerra.

§59. Slogan: ‘Arricchire il paese e rafforzare la potenza militare’ (fukoku kyŇhei )  Tutte le riforme istituzionali e tutti gli sforzi del governo erano finalizzati, in fin dei conti, all’‘arricchimento del paese e al rafforzamento delle forze armate’ (fukoku kyŇhei ን࿖ᒝ౓2258 lett. paese ricco, esercito forte). Ciò appunto per creare, come si è già detto, uno Stato in grado di far fronte alle potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ 2259). INDUSTRIALIZZAZIONE PER 䇼STABILIMENTO DI GESTIONE STATAINIZIATIVA GOVERNATIVA LE‫ޤ‬Per ‘arricchire il paese’ (fukoku ን࿖) s’inchi/so/ kai/sei ࿾ 40/118 ⒅ 1481/1083 ᡷ 294/514 ᱜ 109/275 chi/ken ࿾ 40/118 ೛ 584/506 2256 Den/pata(= Ta/hata)/ ei/tai/ bai/bai/ kin/shi/rei ↰ 24/35 ⇌ 1216/36 ᳗ 690/1207 ઍ 68/256 ᄁ 131/239 ⾈ 330/241 ⑌ 853/482 ᱛ 400/477 ઎ 668/831 2257 nŇ/chi/ kai/kaku ㄘ 362/369 ࿾ 40/118 ᡷ 294/514 㕟 686/1075 2258 fu/koku/ kyŇ/hei ን 539/713 ࿖ 8/40 ᒝ 112/217 ౓ 447/784 2259 sei/Ň/ rek/kyŇ ⷏ 167/72 ᰷ 766/1022 ೉ 891/611 ᒝ 112/217 2254 2255

312

tendeva aumentare la produttività, favorendo la nascita e lo sviluppo industriale (shokusan kŇgyŇ ᱺ↥⥝ᬺ2260). A tale scopo il governo, da un lato, introdusse macchinari tecnicamente avanzati sia dall’Europa che dagli USA e dall’altro invitò in Giappone un gran numero di ingegneri e tecnici europei ed americani (oyatoi gaikokujin ᓮ㓹ᄖ࿖ੱ2261 lett. stranieri impiegati ψ§65) per il trapianto del know how di produzione. Fu sempre il governo stesso a gestire anche arsenali, industria estrattiva, cantieri navali. Lo stesso avvenne anche con l’industria leggera. Ne furono esempi tipici le aziende statali, chiamate kan’ei mohan kŇjŇ (ቭ༡ᮨ▸Ꮏ႐2262 lett. stabilimenti modello di gestione statale), nel settore tessile costruite con l’intento che i privati le prendessero a modello di introduzione del moderno sistema di produzione. ٟ L’esempio più noto e tuttora esistente dei kan’ei mohan kŇjŇ ቭ༡ᮨ▸Ꮏ႐ è Tomioka seishijŇ (ንጟ⵾♻႐2263 lett. Filanda di Tomioka, 1872-presente; Tomioka ንጟ ψ carta 10)

 ‫ޣ‬OPERATORI ECONOMICI FAVORITI DAL GOVERNO‫ޤ‬D’altra parte, incoraggiati e protetti dal governo, erano assai attivi gli operatori economici quali la famiglia Mitsui (ਃ੗2264 ψ§43) dei settori bancario e commerciale, e Iwasaki YatarŇ (ጤፒᒎᄥ㇢2265 1834-1885), fondatore del Mitsubishi ਃ⪉2266, originariamente società di trasporto marittimo. Questi privilegiati furono chiamati seishŇ (᡽໡2267 operatori economici favoriti dal governo).  Così, sotto ogni aspetto si trattò di una industrializzazione portata avanti per iniziativa e sotto la protezione governative. COSCRIZIONE OBBLIGATORIA

2260 2261 2262 2263 2264 2265 2266 2267

Per realizzare la seconda metà dello slogan, ossia ‘rafforzamento delle forze armate’ (kyŇhei ᒝ౓), venne istituzionalizzata la co-

shoku/san/ kŇ/gyŇ ᱺ 1647/1506 ↥ 142/278 ⥝ 695/368 ᬺ 54/279 o/yatoi/ gai/koku/jin ᓮ 620/708 㓹 1419/1553 ᄖ 120/83 ࿖ 8/40 ੱ 9/1 kan’/ei/ mo/han/ kŇ/jŇ ቭ 225/326 ༡ 348/722 ᮨ 691/1425 ▸ 1126/1092 Ꮏ 169/139 ႐ 34/154 Tomi/oka/ sei/shi/jŇ ን 539/713 ጟ 370/non reg.⵾ 318/428 ♻ 699/242 ႐ 34/154 Mitsu/i ਃ 10/4 ੗ 252/1193 Iwa/saki/ Ya/ta/rŇ ጤ 744/1345 ፒ 457/1362 ᒎ 1536/2065 ᄥ 343/629 ㇢ 237/980 Mitsu/bishi ਃ 10/4 ⪉ 980/non reg. sei/shŇ ᡽ 50/483 ໡ 353/412 313

scrizione obbligatoria con l’emanazione dell’ordinanza di coscrizione (chŇheirei ᓽ౓઎ 2268 1873). Nacquero così le forze armate (esercito e marina) equipaggiate ed organizzate perfettamente all’occidentale sotto ogni punto di vista. Difatti, furono i militari i primi a vestirsi all’occidentale per motivi di funzionalità.  ‫ޣ‬RESCRITTO IMPERIALE AI SOLDATI E AI MARINAI‫ޤ‬Successivamente nel 1882 il governo emetteva, in forma di rescritto, un codice di etica militare noto con il nome di Gunjin chokuyu (ァੱ഼⻀2269 Rescritto imperiale ai soldati e ai marinai, 1882) al fine di stabilire una volta per sempre le dirette dipendenze delle forze armate dall’imperatore (tennŇ ᄤ⊞) onde assicurare la loro lealtà (chş ᔘ) assoluta al sovrano quale comandante supremo.  Il testo in 2.500 parole fu obbligatoriamente imparato a memoria da tutti i militari e attraverso i congedati fu trasmesso ai civili, diffondendo così, insieme con il Rescritto imperiale sull’educazione (KyŇiku chokugo ᢎ⢒഼⺆2270, 1890 ψ§65), l’ideologia nazionale d’allora in ogni parte del Giappone.

§60. In cammino verso il governo costituzionale MOVIMENTO PER LA LIBERTÀ E PER I DIRITTI DEL POPOLO

Si è già visto che il governo Meiji (Meiji seifu ᣿ᴦ᡽ᐭ2271) era controllato dai pochi e de2272 ψ§58) malgrado il Giuramento in cinque articoli terminati ex-han (hanbatsu ⮲㑓 (GokajŇ no goseimon ੖▎᧦[ߩ]ᓮ⹿ᢥ2273 ψ§58) di cui il primo dichiarava il rispetto delle opinioni pubbliche. Stava crescendo il malcontento generale.  Nel 1874 Itagaki Taisuke ᧼၂ㅌഥ2274 (ψ§58) ed altri che si erano dimessi dai loro uffici governativi per una controversia sull’opportunità o meno di costringere a viva forza la Corea in isolamento ad aprire la sua porta (seikanron ᓕ㖧⺰ 2275 ), sottoposero al governo il loro parere circa la creazione di un organo collegiale pubblico,

2268 2269 2270 2271 2272 2273 2274 2275

chŇ/hei/rei ᓽ 1026/1420 ౓ 447/784 ઎ 668/831 Gun/jin/ choku/yu ァ 193/438 ੱ 9/1 ഼ p.412/1886 ⻀ 1545/1599 KyŇ/iku/ choku/go ᢎ 97/245 ⢒ 250/246 ഼ p.412/1886 ⺆ 274/67 Mei/ji/ sei/fu ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᡽ 50/483 ᐭ 156/504 han/batsu ⮲ 1566/1382 㑓 1457/1510 Go/ka/jŇ/ no/ go/sei/mon ੖ 14/7 ▎ 1943/1473 ᧦ 391/564[ߩ]ᓮ 620/708 ⹿ 1743/1395 ᢥ 136/111 Ita/gaki/ Tai/suke ᧼ 709/1047 ၂ 1272/1276 ㅌ 613/846 ഥ 407/623 sei/kan/ron ᓕ 1492/1114 㖧 685/non reg.⺰ 267/293 314

e ne diedero al tempo stesso divulgazione a mezzo stampa; fu l’inizio del movimento noto come Jiyş minken undŇ (⥄↱᳃ᮭㆇേ2276 it. Movimento per la libertà e per i diritti del popolo, 1874-1889), che verso il 1880, era divenuto un movimento a livello nazionale. Anche all’interno del governo, ņkuma Shigenobu (ᄢ㓊㊀ା2277 ψ§58) insisteva sulla necessità di costituire immediatamente tale organo. Il governo, mentre lo destituiva, prendeva pubblicamente l’impegno che la Dieta (assemblea parlamantare) sarebbe stata riunita nel 1890, e con l’occasione si affermava la leadership politica del gruppo exSatsuma han ⮋៺⮲ ed ex-ChŇshş han 㐳Ꮊ⮲ raccoltosi intorno a ItŇ Hirobumi (દ⮮ඳᢥ2278 ψ§58).  Fissata la data, furono formati i partiti politici, fra cui il JiyştŇ (⥄↱ౄ2279 Partito Liberale, 1881-1884, 1890-1898) di Itagaki ᧼၂ e il Rikken kaishintŇ (┙ᙗᡷㅴౄ2280 Partito Riformatore Costituzionale, 1882-1896) del suddetto ņkuma ᄢ㓊, ma fra l’escalation dell’attivismo, specie del JiyştŇ ⥄↱ౄ, e le repressioni da parte della forza pubblica, il movimento di Jiyş minken undŇ ⥄↱᳃ᮭㆇേ andò diminuendo d’intensità.  ‫ޣ‬SOSTANZA DEL MOVIMENTO‫ޤ‬La sostanza del Jiyş minken undŇ ⥄↱᳃ᮭ ㆇേ non stava nei conflitti fra le forze pro e contro l’istituzione della Dieta, ma riguardava tempi e modi (cioè, se procedere immediatamente o per gradi) della sua creazione, in quanto ancora prima che sorgesse tale movimento, in pratica tutti i leaders governativi erano consci della necessità di istituire, presto o tardi, un’assemblea di tipo parlamentare. PROMULGAZIONE DELLA COSTITUZIONE IMPERIALE

Nel 1882, in vista dell’apertura della Dieta, ItŇ Hirobumi દ⮮ඳᢥ e il suo seguito partirono per l’Europa per studiare le Costituzioni di diversi paesi. Di lì ad alcuni anni un disegno di Costituzione venne redatto, segretamente nel palazzo imperiale, seguendo il modello prussiano (ossia tedesco).  L’11 febbraio 1889 la Costituzione dell’impero del Giappone (Dai Nihon teikoku kenpŇ ᄢᣣᧄᏢ࿖ᙗᴺ2281), detto comunemente Costituzione Meiji (Meiji kenpŇ ᣿ᴦ

2276 2277 2278 2279 2280 2281

Ji/yş/ min/ken/ un/dŇ ⥄ 53/62 ↱ 376/363 ᳃ 70/177 ᮭ 260/335 ㆇ 179/439 േ 86/231 ņ/kuma/ Shige/nobu ᄢ 7/26 㓊 non reg./non reg.㊀ 155/227 ା 198/157 I/tŇ/ Hiro/bumi દ 603/2011 ⮮ 206/2231 ඳ 802/601 ᢥ 136/111 Ji/yş/tŇ ⥄ 53/62 ↱ 376/363 ౄ 106/495 Rik/ken/ kai/shin/tŇ ┙ 61/121 ᙗ 943/521 ᡷ 294/514 ㅴ 125/437 ౄ 106/495 Dai/ Ni/hon/ tei/koku/ ken/pŇ ᄢ 7/26 ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 Ꮲ 1024/1179 ࿖ 8/40 ᙗ 943/521 ᴺ 145/123 315

ᙗᴺ2282), fu proclamata quale forma di concessione al popolo da parte dell’imperatore (tennŇ ᄤ⊞). È vero che i poteri del tennŇ ᄤ⊞ erano fin troppo eccessivi, ma bisogna tenere conto che si trattava della prima costituzione in Asia, e la sua proclamazione stava a significare che rispetto ad appena venti anni prima era stato compiuto un grande passo avanti verso la democrazia. ٟ cfr. Concessione dello Statuto albertino: 4 marzo 1848.

 ‫ޣ‬ISTITUZIONE IE ‫ޤ‬Entrarono in vigore anche diversi codici fra cui il codice civile (minpŇ ᳃ᴺ2283 1898) che ereditò e codificò sostanzialmente le istituzioni familiari (ψ§41) del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ). L’organizzazione familiare di tipo patriarcale giuridicamente stabilizzata dal codice civile (minpŇ ᳃ᴺ) in materia di rapporti familiari e di successione ereditaria viene chiamata ie (ኅ2284 lett. famiglia) o ie no seido (ኅߩ೙ᐲ2285 lett. istituzione ie) e continuò ad ignorare e comprimere la dignità individuale e la parità dei due sessi fino alla disfatta nel secondo conflitto mondiale (Dai niji sekai taisen ╙ੑᰴ਎⇇ᄢᚢ2286 1939-1945).  Ecco un paio di articoli dal codice civile del 1898 (Meiji minpŇ ᣿ᴦ᳃ᴺ):

x Art. 14. x Art.749. x Art.772.

Per gli atti qui di seguito elencati la moglie necèssita di consenso del marito: [...] Contro la volontà del capofamiglia i familiari non hanno facoltà di eleggere il domicilio. [...] Per contrarre matrimonio i figli necessitano del consenso dei genitori [...].

INIZIO DEI LAVORI ALLA DIETA IMPERIALE

2282 2283 2284 2285 2286 2287 2288

La Dieta imperiale (Teikoku gikai Ꮲ࿖⼏ળ2287) si articolava in Camera dei Pari (Kizokuin ⾆ᣖ㒮2288) e Ca-

Mei/ji/ ken/pŇ ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᙗ 943/521 ᴺ 145/123 min/pŇ ᳃ 70/177 ᴺ 145/123 ie ኅ 81/165 ie/ no/ sei/do ኅ 81/165 ߩ೙ 196/427 ᐲ 83/377 Dai/ ni/ji/ se/kai/ tai/sen ╙ 76/404 ੑ 6/3 ᰴ 235/384 ਎ 152/252 ⇇ 170/454 ᄢ 7/26 ᚢ 88/301 Tei/koku/ gi/kai Ꮲ 1024/1179 ࿖ 8/40 ⼏ 52/292 ળ 12/158 Ki/zoku/in ⾆ 1119/1171 ᣖ 599/221 㒮 236/614 316

mera dei Rappresentanti (Shşgiin ⴐ⼏㒮2289). I seggi della Camera dei Pari (Kizokuin ⾆ᣖ㒮) furono riservati ai kŇzoku (⊞ᣖ membri della famiglia imperiale), a quasi tutti i kazoku (⪇ᣖ, ossia ex-kuge ౏ኅ ed ex-daimyŇ ᄢฬ) e a coloro nominati direttamente dall’imperatore (tennŇ ᄤ⊞) nell’ambito di talune categorie ristrette. Per la Camera dei Rappresentanti (Shşgiin ⴐ⼏㒮) vennero indette le prime elezioni nel 1890. L’elettorato attivo fu dato soltanto all’1,1% dei cittadini, in quanto limitato ai maschi al di sopra dei 25 anni d’età a condizione che fossero contribuenti oltre una certa somma di imposte dirette.  Nel novembre dello stesso anno delle elezioni veniva convocata la sessione inaugurale.

§61. Rapporti internazionali e diplomazia  L’obiettivo della politica estera stava, innanzi tutto, nella revisione dei trattati ineguali (fubyŇdŇ jŇyaku ਇᐔ╬᧦⚂2290) firmati dal Tokugawa bakufu ᓼᎹ᐀ᐭ2291 con i paesi occidentali e, in un secondo tempo, nell’assicurare la propria presenza in Corea da dove poi espandersi sul continente asiatico all’insegna di ‘invece di restare solidale con gli altri popoli asiatici di fronte alla politica colonialistica europea, agire nei loro riguardi come se fosse una potenza occidentale’, politica chiamata datsua nyşŇ (⣕੝౉᰷2292 lett. evadere dall’Asia ed entrare in Europa). DIFFICOLTOSE TRATTATIVE PER LA REVISIONE DEI TRATTATI INEGUALI

Non appena terminata la fondazione di uno Stato centralizzato, nel 1871 in occasione dell’invio di una missione negli USA e in Europa (Iwakura kengai shisetsudan ጤୖ㆜ᄖ૶▵࿅ 2293 lett. missione Iwakura ጤୖ inviata all’estero, 1971-1973), il Giappone iniziò i primi sforzi per la revisione dei trattati ineguali (jŇyaku kaisei ᧦⚂ᡷ

Shş/gi/in ⴐ 570/792 ⼏ 52/292 㒮 236/614 fu/byŇ/dŇ/ jŇ/yaku ਇ 134/94 ᐔ 143/202 ╬ 601/569 ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 2291 Toku/gawa/ baku/fu ᓼ 839/1038 Ꮉ 111/33 ᐀ 836/1432 ᐭ 156/504 2292 datsu/a/ nyş/Ň ⣕ 843/1370 ੝ 1331/1616 ౉ 74/52 ᰷ 766/1022 2293 Iwa/kura/ ken/gai/ shi/setsu/dan ጤ 744/1345 ୖ 708/1307 ㆜ 1180/1173 ᄖ 731/464 ࿅ 172/491 2289

2290

317

120/83



226/331



ᱜ2294 lett. revisione dei trattati), ma invano, perché esso non veniva riconosciuto dalle potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ) su un piano di parità. Il cammino per la revisione fu oltremodo spinoso, pietoso e persino umiliante. Lo sforzo finalizzato ad accattivarsi le simpatie delle potenze e a dimostrare a che punto il Paese si trovasse con la modernizzazione-occidentalizzazione, fu spinto fino all’iniziativa di costruire appositamente un palazzo in stile occidentale (Rokumeikan 㣮㡆㙚2295 lett. palazzo del daino che bramisce, 1883-1945; opera di J. J. Conder ࠦࡦ࠼࡞, architetto inglese ψ§70) nel quale intrattenere i corpi diplomatici con feste da ballo e concerti, da organizzarsi come esigeva la tradizione europea. ٟ L’arco di alcuni anni a partire dal 1883 in cui la politica di occidentalizzazione

pedissequa ed esagerata (Ňka seisaku ᰷ൻ᡽╷2296 lett. politica di occidentalizzazione) fu portata avanti intensamente dal ministro degli esteri Inoue Kaoru (੗ ਄㚌2297 1835-1915) è distinto con l’espressione di Rokumeikan jidai (㣮㡆㙚ᤨ ઍ2298 lett. periodo del Rokumeikan). ٟ Contro tale politica adulatoria di occidentalizzazione (Ňka seisaku ᰷ൻ᡽╷) spinta all’estremo sorse una specie di nazionalismo, ma ben aperto verso i paesi stranieri, e come tale non esclusivista (kokusuishugi ࿖☴ਥ⟵2299 lett. essenza nazionale + -ismo; ideologia che dà importanza alla conservazione dell’essenza nazionale.). Il kokusuishugi ࿖☴ਥ⟵, tuttavia, utilizzato da diverse organizzazioni di estrema destra, andò acquistando caratteri sciovinistici. ٟ Nel 1886 al largo della prefettura di Wakayama (Wakayama-ken ๺᱌ጊ⋵2300 ψcarta 8) andò a picco la nave mercantile inglese Normanton (NorumantongŇ ࡁ ࡞ࡑࡦ࠻ࡦภ2301). Si salvarono il capitano inglese e tutti i 26 membri ugualmente inglesi dell’equipaggio. Morirono abbandonati invece tutti i 23 passeggeri giapponesi. Il capitano, giudicato presso il consolato inglese per questione di competenza giurisdizionale (chigai hŇken ᴦᄖᴺᮭ2302 ψ§45), fu dichiarato innocente e anche dopo la protesta del governo giapponese se la cavò con una pena lievissima. Non furono pagati risarcimenti. (NorumantongŇ jiken ࡁ࡞ࡑࡦ࠻ࡦ 2294 2295 2296 2297 2298 2299 2300 2301 2302 2303

jŇ/yaku/ kai/sei ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 ᡷ 294/514 ᱜ 109/275 Roku/mei/kan 㣮 1141/2279 㡆 1186/925 㙚 319/327 Ň/ka/ sei/saku ᰷ 766/1022 ൻ 100/254 ᡽ 50/483 ╷ I/no/ue/ Kaoru ੗ 252/1193 ਄ 21/32 㚌 non reg./non reg. Roku/mei/kan/ ji/dai 㣮 1141/2279 㡆 1186/925 㙚 319/327 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 koku/sui/shu/gi ࿖ 8/40 ☴ 1537/1708 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 Wa/ka/yama/ ken ๺ 151/124 ᱌ 478/392 ጊ 60/34 ⋵ 195/194 No/ru/ma/n/to/n/gŇ ࡁ࡞ࡑࡦ࠻ࡦภ 368/266 chi/gai/ hŇ/ken ᴦ 181/493 ᄖ 120/83 ᴺ 145/123 ᮭ 260/335 No/ru/ma/n/to/n/gŇ/ ji/ken ࡁ࡞ࡑࡦ࠻ࡦภ 368/266 ੐ 32/80 ઙ 290/732 318

ภ੐ઙ 2303 lett. caso della Normanton) Un numero crescente di giapponesi indignatosi di fronte all’ingiustizia, cominciò a chiedere ad alta voce la revisione dei trattati ineguali (fubyŇdŇ jŇyaku ਇᐔ╬᧦⚂). EXTRATERRITORIALITÀ RIMOSSA

Col tempo, incoraggiato sia dalla promulgazione della Costituzione che dallo sviluppo industriale in pieno corso, il governo portò avanti energicamente il suo sforzo nelle trattative con l’Inghilterra che si avvicinava al Giappone per bloccare l’espansione verso sud della Russia, e quando il ministero degli affari esteri si trovò guidato da Mutsu Munemitsu (㒽ᅏቬశ2304 18441897), riuscì finalmente a concludere un nuovo accordo con l’Inghilterra (Nichiei tsşshŇ kŇkai jŇyaku ᣣ⧷ㅢ໡⥶ᶏ᧦⚂2305 it. Trattato commerciale anglo-giapponese, 1894) poco prima dello scoppio della guerra sino-giapponese del 1894-1895 (Nisshin sensŇ ᣣ ᷡᚢ੎2306 lett. guerra Giappone-Cina della dinastia Qing [Ch’ing ᷡ giapp. Shin, 1644-1912]). Seguirono analoghi accordi con gli altri paesi. L’extraterritorialità (chigai hŇken ᴦᄖ ᴺᮭ2307) veniva così rimossa, ma rimaneva ancora aperta la questione dei dazi doganali. GUERRA SINO-GIAPP O N E S E 18 9 4 - 1 8 9 5

Arrogante con i paesi asiatici al pari delle potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ2308) verso l’Asia, nel 1876 il Giappone aveva imposto alla Corea in isolamento, forzando le sue porte, un accordo ineguale (NitchŇ shşkŇ jŇki ᣣᦺୃᅢ᧦ⷙ2309 lett. Articoli d’amicizia nippo-coreana) simile a quelli che aveva subìto dalle potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ), e da quel momento cercò di affermarsi in Corea per fronteggiare l’invesione occidentale in Asia.  Naturalmente ciò non piaceva affatto alla Cina che aveva tradizionalmente considerato la Corea un paese soggetto alla propria autorità. L’esito fu la guerra già citata: Nisshin sensŇ (ᣣᷡᚢ੎ 1894-1895). Uscitone vittorioso, il Giappone fece riconoscere, con il Trattato di Shimonoseki (Shimonoseki jŇyaku ਅ㑐᧦⚂2310, 1895; Shimonoseki ਅ㑐 ψcarta 5), l’indipendenza Mutsu/ Mune/mitsu 㒽 651/647 ᅏ 878/476 ቬ 1023/616 శ 417/138 Nichi/ei/ tsş/shŇ/ kŇ/kai/ jŇ/yaku ᣣ 1/5 ⧷ 449/353 ㅢ 71/150 ໡ 353/412 ⥶ 497/823 ᶏ 158/117 ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 2306 Nis/shin/ sen/sŇ ᣣ 1/5 ᷡ 509/660 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 2307 chi/gai/ hŇ/ken ᴦ 181/493 ᄖ 120/83 ᴺ 145/123 ᮭ 260/335 2308 sei/Ň/ rek/kyŇ ⷏ 167/72 ᰷ 766/1022 ೉ 891/611 ᒝ 112/217 2309 Nit/chŇ/ shş/kŇ/ jŇ/ki ᣣ 1/5 ᦺ 257/469 ୃ 644/945 ᅢ 308/104 ᧦ 391/564 ⷙ 488/607 2310 Shimo/no/seki/ jŇ/yaku ਅ 72/31 㑐 104/398 ᧦ 391/564 ⚂ 137/211

2304 2305

319

della Corea, ossia la rinuncia da parte cinese ad ogni pretesa sulla Corea. Ottenne, inoltre, la penisola del Liaodong (Liaodong bandao, Liaotung pan-tao ㆯ᧲ඨፉ2311 giapp. RyŇtŇ hantŇ ψcarta 11), Taiwan (T’aiwan บḧ2312 giapp. Taiwan ψcarta 11) ed altre isole minori, nonché una forte indennità corrispondente ad oltre tre annualità di entrate dello Stato giapponese d’allora. Una buona parte del bottino in denaro fu impiegato per ulteriori potenziamenti delle forze armate con la conseguenza di accelerare l’industrializzazione.  ‫ޣ‬INTERVENTO TRIPARTITO‫ޤ‬La Russia, tuttavia, che mirava ad espandersi verso sud, non tollerò la presenza del Giappone sul continente, e insieme con Francia e Germania esigette dal Giappone la restituzione della penisola del Liaodong (Liaotung ㆯ᧲ඨፉ giapp. RyŇtŇ hantŇ) alla Cina, atto chiamato Intervento tripartito (Sangoku kanshŇ ਃ࿖ᐓᷤ2313 lett. Ingerenza dei tre Stati, 1895). Il giovane impero, non ancora considerato un loro pari a pieno titolo, si vide costretto a piegarsi. GUERRA RUSSOGIAPPONESE

D’altra parte, emersa agli occhi delle potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ) la debolezza della Cina dei Qing (Ch’ing ᷡ giapp. Shin) in seguito alla perdita della guerra, tale Paese che fino allora era stato temuto quale ‘leonessa dormiente’ (nemureru shishi ⌁ࠇࠆₑሶ2314) si ridusse ad essere considerato ‘oggetto di spartizione’. Fatto sta che era in pieno corso l’imperialismo (teikokushugi Ꮲ࿖ਥ⟵2315) delle potenze. La Manciuria (ψcarta 11) fu invasa massicciamente dai russi che si proponevano di avanzare dalla Manciuria in Corea, contrariamente al Giappone che mirava ad assicurarsi prima la Corea e da lì espandersi in Manciuria per avere mercato e fonti di materie prime. Gli inglesi, poi, si sentirono minacciati dalla pressione russa proveniente da nord e pensarono di utilizzare la forza bellica giapponese per bloccare l’espansione dei russi. Così, su una comune base anti-russa fu firmata l’Alleanza anglo-giapponese (Nichiei dŇmei ᣣ⧷ห⋖2316 1902-1921). Un’azione ostile da parte del Giappone a Port Arthur (Lushun, Lushun ᣏ㗅2317, 2311 2312 2313 2314 2315 2316 2317

RyŇ/tŇ/ han/tŇ ㆯ non reg./non reg.᧲ 11/71 ඨ 224/88 ፉ 173/286 Tai/wan บ 216/492 ḧ 1028/670 San/goku/ kan/shŇ ਃ 10/4 ࿖ 8/40 ᐓ 1179/584 ᷤ nemu/re/ru/ shi/shi ⌁ 1298/849 ࠇࠆₑ non reg./non reg.ሶ 56/103 tei/koku/shu/gi Ꮲ 1024/1179 ࿖ 8/40 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 Nichi/ei/ dŇ/mei ᣣ 1/5 ⧷ 449/353 ห 23/198 ⋖ 775/717 Ryo/jun ᣏ 566/222 㗅 813/769 320

giapp. Ryojun), porto cinese ma affittato (soshaku ⒅୫2318) dai russi in seguito all’Intervento tripartito (Sangoku kanshŇ ਃ࿖ᐓᷤ), fu l’inizio della guerra russo-giapponese (Nichiro sensŇ ᣣ㔺ᚢ੎2319 1904-1905). Ma, passato un anno, malgrado l’avanzata vittoriosa, il Giappone era già all’estremo delle forze. Anche la Russia, dal canto suo, non era in condizione di poter continuare la guerra per l’insorgere in casa propria dei moti rivoluzionari. In occasione della vittoria schiacciante dei giapponesi sulla flotta baltica zarista (Baruchikku kantai ࡃ࡞࠴࠶ࠢ⦘㓌2320) ritenuta la più potente del mondo d’allora (Nihonkai kaisen ᣣᧄᶏᶏᚢ2321 lett. battaglia navale nel Mar del Giappone, 1905) fu negoziata la pace a Portsmouth, USA, tramite i buoni uffici interposti dal presidente americano T. Roosevelt (࡞࡯࠭ࡌ࡞࠻ 1858-1919). Con il Trattato di Portsmouth (PŇtsumasu jŇyaku ࡐ࡯࠷ࡑࠬ᧦⚂2322 1905) la Russia cedeva al Giappone i diritti di cui essa fruiva nella penisola cinese del Liaodong (Liaodong bandao, Liaotung pan-tao ㆯ᧲ඨፉ giapp. RyŇtŇ hantŇ), la parte meridionale della ferrovia mancese (Minami Manshş tetsudŇ ධḩᎺ㋕㆏2323 di solito chiamato in abbreviazione Mantetsu ḩ㋕) insieme con i diritti di sfruttamento delle miniere nella zona da essa attraversata, la metà meridionale dell’isola di Sakhalin (giapp. Karafuto ᮹ ᄥ2324) ecc. Inoltre, la Russia rinunciava ad ogni mira sulla Corea, riconoscendovi la supremazia del Giappone. Fu segnata così la fine dell’espansione russa nell’Asia orientale.  ‫ޣ‬ALLIEVO FEDELE DELL’IMPERIALISMO EUROPEO‫ޤ‬I leaders dei movimenti nazionalistici asiatici considerarono la vittoria giapponese sulla Russia come l’equivalente di una vittoria dell’Asia sull’Europa o, meglio, un trionfo della razza di colore su quella bianca, in quanto il colonialismo europeo era spinto non soltanto dalla necessità di materie prime e mercato, ma anche dal razzismo. Essi videro nel Giappone l’incoraggiatore e liberatore, ma il Giappone non seppe più fare altro che comportarsi come discepolo fedelissimo dell’imperialismo europeo (datsua nyşŇ ⣕੝౉᰷2325 lett. evadere dall’Asia ed entrare in Europa). D’altro canto, i giapponesi, che soffrivano di un complesso d’inferiorità nei con2318 2319 2320 2321 2322 2323 2324 2325

so/shaku ⒅ 1481/1083 ୫ 996/766 Nichi/ro/ sen/sŇ ᣣ 1/5 㔺 1144/951 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 Ba/ru/chi/k/ku/ kan/tai ࡃ࡞࠴࠶ࠢ⦘ 1299/1665 㓌 470/795 Ni/hon/kai/ kai/sen ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ᶏ 158/117 ᶏ 158/117 ᚢ 88/301 PŇ/tsu/ma/su/ jŇ/yaku ࡐ࡯࠷ࡑࠬ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 Minami/ Man/shş/ tetsu/dŇ ධ 205/74 ḩ 579/201 Ꮊ 542/195 ㋕ 327/312 ㆏ 129/149 Kara/futo ᮹ non reg./non reg.ᄥ 343/629 datsu/a/ nyş/Ň ⣕ 843/1370 ੝ 1331/1616 ౉ 74/52 ᰷ 766/1022 321

fronti degli occidentali, si sentivano ormai superiori agli altri popoli asiatici in seguito ai successi militari e la crescita economica. ANNESSIONE DELLA COREA AL GIAPPONE

Tenutasi in pugno la Corea, il Giappone iniziò, infatti, ad esercitare il dominio sulla Corea e sulla parte meridio-

nale della Manciuria. Nel 1910 la Corea, colonizzata, venne annessa al Giappone (Kankoku heigŇ 㖧࿖૬ ว2326 Annessione della Corea, 1910-1945).  In seguito all’espansione sul continente, l’esercito e la marina cominciarono via via a far sentire la loro presenza nel campo politico. PARITÀ NEGLI SCAMBI COMMERCIALI

L’ascesa dello status giapponese facilitò i negoziati di revisione dei Trattati (jŇyaku kaisei ᧦⚂ᡷᱜ2327). Nel 1911 Komura JutarŇ (ዊ᧛ኼᄥ㇢2328 1855-1911), ministro degli affari esteri, riuscì a concludere positivamente la questione delle tariffe doganali (kanzei jishuken 㑐 ⒢⥄ਥᮭ2329 autonomia tariffaria), realizzando gli scopi verso cui aveva teso inizialmente la diplomazia Meiji.

§62. Sviluppo del capitalismo, problemi sociali e movimento socialista SVILUPPO DELL’INDUSTRIA LEGGERA

Verso il 1880 il governo iniziò la cessione, a prezzo irrisorio, di molte aziende a gestione statale ai seishŇ (᡽໡ 2330 operatori economici favoriti dal governo ψ§59), specie a Mitsui ਃ੗ 2331 e Mitsubishi ਃ ⪉ 2332 (kan’ei jigyŇ haraisage ቭ ༡ ੐ ᬺ ᛄ ਅ ߍ 2333 lett. cessione di aziende statali), operazione che diede impulso alla crescita dell’industria leggera, specie nel settore tessile, condotta dai privati. 2326 2327 2328 2329 2330 2331 2332 2333

Kan/koku/ hei/gŇ 㖧 685/non reg.࿖ 8/40 ૬ 961/1162 ว 46/159 jŇ/yaku/ kai/sei ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 ᡷ 294/514 ᱜ 109/275 Ko/mura/ Ju/ta/rŇ ዊ 63/27 ᧛ 210/191 ኼ 1132/1550 ᄥ 343/629 ㇢ 237/980 kan/zei/ ji/shu/ken 㑐 104/398 ⒢ 383/399 ⥄ 53/62 ਥ 91/155 ᮭ 260/335 sei/shŇ ᡽ 50/483 ໡ 353/412 Mitsu/i ਃ 10/4 ੗ 252/1193 Mitsu/bishi ਃ 10/4 ⪉ 980/non reg. kan’/ei/ ji/gyŇ/ harai/sa/ge ቭ 225/326 ༡ 348/722 ੐ 32/80 ᬺ 54/279 ᛄ 664/582 ਅ 72/31 ߍ 322

Furono introdotte man mano anche macchine a vapore. Coincide così, intorno ai tempi della guerra sino-giapponese del 1894-1895 (Nisshin sensŇ ᣣᷡᚢ੎2334) quella che può chiamarsi una rivoluzione industriale di primo livello (dai ichiji sangyŇ kakumei ╙৻ᰴ↥ᬺ㕟๮2335).  Dopo tale guerra, utilizzando parte dell’indennità di guerra, il governo costruì uno stabilimento siderurgico, lo Yawata seitetsujo (౎ᐈ⵾㋕ᚲ2336 lett. azienda siderurgica Yawata, 1901; Yawata ౎ᐈ oggi parte di Kita Kyşshşshi ർ਻ᎺᏒ2337 ψcarta 3), facendo così sviluppare soprattutto un’industria pesante mirata a scopi bellici.  ‫ޣ‬INQUINAMENTO INDUSTRIALE‫ޤ‬Con l’industrializzazione portata avanti energicamente sin da quest’epoca si era affacciato il problema dell’inquinamento industriale. Alla vigilia del XX secolo l’attività estrattiva alla miniera di rame Ashio (AshiodŇzan ⿷የ㌃ጊ2338㧧Ashio ⿷የ ψcarta 10) nella prefettura di Tochigi (Tochigi-ken ᩔᧁ⋵ 2339 ψcarta 10) causava un grave inquinamento ai danni di agricoltori e pescatori, rendendo perfino inabitabile un villaggio, ma con tutto questo la voce delle vittime non fu sufficientemente ascoltata né dal proprietario della miniera, né dal governo (AshiodŇzan kŇdoku jiken ⿷የ㌃ጊ㋶Ქ੐ઙ2340). SVILUPPO DELL’INDUSTRIA PESANTE

Dopo la guerra russo-giapponese (Nichiro sensŇ ᣣ㔺ᚢ੎ 2341 1904-1905) l’industria, in particolare quella pesante e bellica, segnò ulteriori sviluppi (dai niji sangyŇ kakumei ╙ੑᰴ↥ᬺ㕟๮ 2342 lett. rivoluzione industriale di secondo livello). I motori a vapore furono soppiantati da quelli elettrici. L’esito positivo raggiunto nel 1911 nella revisione totale dei trattati ineguali (jŇyaku

2334 2335

Nis/shin/ sen/sŇ ᣣ 1/5 ᷡ 509/660 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 dai/ ichi/ji/ san/gyŇ/ kaku/mei ╙ 76/404 ৻ 4/2 ᰴ 235/384 ↥ 142/278 ᬺ 54/279 㕟 686/1075 ๮

388/578

Ya/wata/ sei/tetsu/jo ౎ 41/10 ᐈ 1159/non reg.⵾ 318/428 ㋕ 327/312 ᚲ 107/153 Kita/ Kyş/shş/shi ർ 103/73 ਻ 58/11 Ꮊ 542/195 Ꮢ 78/181 2338 Ashi/o/dŇ/zan ⿷ 305/58 የ 675/1868 ㌃ 1437/1605 ጊ 60/34 2339 Tochi/gi/ ken ᩔ 1209/non reg.ᧁ 148/22 ⋵ 195/194 2340 Ashi/o/dŇ/zan/ kŇ/doku/ ji/ken ⿷ 305/58 የ 675/1868 ㌃ 1437/1605 ጊ 60/34 ㋶ 1029/1604 Ქ 1165/522 ੐ 32/80 ઙ 290/732 2341 Nichi/ro/ sen/sŇ ᣣ 1/5 㔺 1144/951 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 2342 dai/ ni/ji/ san/gyŇ/ kaku/mei ╙ 76/404 ੑ 6/3 ᰴ 235/384 ↥ 142/278 ᬺ 54/279 㕟 686/1075 ๮ 2336 2337

388/578

323

kaisei ᧦⚂ᡷᱜ2343) produceva intanto una crescita del volume d’affari con l’estero. CAPITALISMO MONOPOLISTICO

Lo sviluppo generale delle industrie fu accompagnato da un fenomeno degno di nota: i capitali cominciarono a concentrarsi nelle mani di pochi capitalisti quali Mitsui ਃ੗, Mitsubishi ਃ⪉ e Sumitomo ૑෹2344. Ciascuno di essi, cioè, andò creando intorno a sé un gruppo, chiamato zaibatsu (⽷㑓2345; batsu 㑓 ψ§58), d’un gran numero di imprese industriali operanti nei settori più disparati. Inoltre, col tempo i gruppi aziendali zaibatsu ⽷㑓 controllati da un pugno di capitalisti cominciarono a dominare l’intera economia giapponese, e nel contempo ebbero voce in capitolo anche negli affari dello Stato. Così, il capitalismo (shihonshugi ⾗ ᧄਥ⟵2346) giapponese cresciuto sotto la protezione e l’incoraggiamento dello Stato raggiunse in poco tempo la fase monopolistica senza conoscere alcun periodo di concorrenza. V ILLAGGI AGRICOLI RIMASTI DIMENTICATI

Diversamente dalle industrie manifatturiere e minerarie che realizzavano rapidi incrementi di produttività, l’agricoltura rimase abbandonata a se stessa. I coltivatori usavano ancora strumenti agricoli del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ). Né la modernizzazione, né la rivoluzione industriale influivano sulla vita dei villaggi agricoli.  In seguito alla disgregazione (ψ§58) dei ceti contadini, c’erano, da una parte, proprietari terrieri ultraricchi che vivevano di rendita, chiamati kisei jinushi (ነ↢࿾ਥ 2347 lett. proprietario terriero parassita), e, dall’altra, coloro che, alla ricerca di mezzi di sussistenza, si offrivano di lavorare in fabbrica. CONDIZIONI DI LAVORO IN FABBRICA

Ma le condizioni di lavoro che li attendevano erano pessime: le retribuzioni erano ad un livello bassissimo, mentre gli orari di lavoro erano esageratamente lunghi.  La stragrande maggioranza della manodopera nell’industria tessile veniva fornita da giovane donne (jokŇ ᅚᎿ2348 lett. operaie). Le stesse condizioni di lavoro non le rispar-

2343 2344 2345 2346 2347 2348

jŇ/yaku/ kai/sei ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 ᡷ 294/514 ᱜ 109/275 Sumi/tomo ૑ 248/156 ෹ 543/264 zai/batsu ⽷ 569/553 㑓 1457/1510 shi/hon/shu/gi ⾗ 230/750 ᧄ 15/25 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 ki/sei/ ji/nushi ነ 545/1361 ↢ 29/44 ࿾ 40/118 ਥ 91/155 jo/kŇ ᅚ 178/102 Ꮏ 169/139 324

miavano: dovevano lavorare per oltre 12 ore, e a volte anche 15-16 ore al giorno, sotto condizioni paragonabili a quelle delle detenute. Come alloggi, usufruivano di reclusori privi delle più elementari risorse igieniche e sanitarie. La vittoria nelle due guerre e l’esistenza grama dei veri protagonisti che a tale vittoria avevano operato erano in netto contrasto, ma è altrettanto vero che non c’era alternativa possibile se non si voleva che l’intero paese si riducesse alla mercé di uno spietato Occidente che imponeva la legge della giungla (jakuniku kyŇshoku no okite ᒙ⡺ᒝ㘩ߩឌ2349 lett. legge secondo cui i deboli sono le carni che i forti mangiano) con il suo imperialismo (teikokushugi Ꮲ࿖ਥ ⟵2350). MOVIMENTO SOCIALISTA NELLA SUA FASE INIZIALE E REPRESSIONI

Fu intorno ai tempi della guerra sinogiapponese del 1894-1895 (Nisshin sensŇ ᣣᷡᚢ੎) che vennero a galla conflitti fra capitale e lavoro (rŇdŇsŇgi ഭ௛੎⼏2351 lett. controversie in materia di lavoro, ossia rivendicazioni dei lavoratori). Anche i fittavoli si levarono collettivamente contro i proprietari terrieri (kosaku sŇgi ዊ૞੎⼏2352 lett. vertenze dei fittavoli), chiedendo riduzioni dei canoni da pagare in natura, equivalenti al 50% dei raccolti. Il movimento socialista conobbe però la repressione fin dal primo momento. Il Partito Socialdemocratico (Shakai minshutŇ ␠ળ᳃ਥౄ2353 1901), il primo a ispirazione socialista, venne sciolto il giorno stesso della sua costituzione, e dopo un Incidente classificato di alto tradimento (Taigyaku [oppure anche Daigyaku] jiken ᄢㅒ੐ઙ2354 1910), la vita del movimento socialista divenne impossibile fin oltre il primo conflitto mondiale (Dai ichiji sekai taisen ╙৻ᰴ਎⇇ᄢᚢ2355 1914-1918), causa l’inasprimento della repressione.  ‫ ޣ‬TAIGYAKU JIKEN ‫ ޤ‬Nel 1910 vennero arrestati centinaia di fautori del socialismo con l’accusa di aver complottato contro la vita dell’imperatore Meiji (Meiji tennŇ ᣿ᴦᄤ⊞2356). Processati a porte chiuse, l’anno successivo ne furono impiccati

2349 2350 2351 2352 2353 2354 2355 2356

jaku/niku/ kyŇ/shoku/ no/ okite ᒙ 819/218 ⡺ 779/223 ᒝ 112/217 㘩 269/322 ߩឌ non reg./non reg. tei/koku/shu/gi Ꮲ 1024/1179 ࿖ 8/40 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 rŇ/dŇ/sŇ/gi ഭ 309/233 ௛ 444/232 ੎ 271/302 ⼏ 52/292 ko/saku/ sŇ/gi ዊ 63/27 ૞ 99/360 ੎ 271/302 ⼏ 52/292 Sha/kai/ min/shu/tŇ ␠ 30/308 ળ 12/158 ᳃ 70/177 ਥ 91/155 ౄ 106/495 Tai/gyaku/ ji/ken ᄢ 7/26 ㅒ 857/444 ੐ 32/80 ઙ 290/732 Dai/ ichi/ji/ se/kai/ tai/sen ╙ 76/404 ৻ 4/2 ᰴ 235/384 ਎ 152/252 ⇇ 170/454 ᄢ 7/26 ᚢ 88/301 Mei/ji/ ten/nŇ ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 325

dodici, tra cui KŇtoku Shşsui (ᐘᓼ⑺᳓2357 1871-1911), uno dei fondatori del Partito Socialdemocratico (Shakai minshutŇ ␠ળ᳃ਥౄ). Si dice che a progettare l’attentato fossero solo alcuni, mentre tutti gli altri, fra i quali Shşsui ⑺᳓, non ne sarebbero stati in alcun modo implicati.  < TokkŇ > Il Taigyaku jiken ᄢㅒ੐ઙ provocò ripercussioni in più campi sotto molteplici forme, fra cui l’istituzione (1911) di una polizia speciale detta Tokubetsu kŇtŇ keisatsu (․೎㜞╬⼊ኤ2358 lett. Polizia d’alto livello speciale) con compito di controllo dei movimenti socialisti e dell’ideologia politica. La sigla TokkŇ ․㜞 con cui era per brevità chiamata, faceva rabbrividire solo a sentirla nominare.  Il 30 luglio 1912 moriva l’imperatore Meiji (Meiji tennŇ ᣿ᴦᄤ⊞), chiudendo una fase che era stata la più movimentata, e nel contempo la più spettacolare e gloriosa di tutta la storia giapponese. Gli subentrava l’imperatore TaishŇ (TaishŇ tennŇ ᄢᱜᄤ⊞ 2359 r. 1912-1926).

Parte seconda: Cultura

§63. Bunmei kaika OCCIDENTALIZZAZIONE DEI COSTUMI DI VITA QUOTIDIANA

Per effetto della politica modernizzatrice promossa dal governo, anche la vita quotidiana veniva almeno in apparenza notevolmente occidentalizzata in un breve giro del tempo.  Agli inizi dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ 1868-1912) la gente usava l’espressione bunmei kaika (ᢥ᣿㐿ൻ2360 lett. il civilizzarsi) per riferirsi ad ogni novità della vita 2357 2358 2359 2360

KŇ/toku/ Shş/sui ᐘ 683/684 ᓼ 839/1038 ⑺ 540/462 ᳓ 144/21 Toku/betsu/ kŇ/tŇ/ kei/satsu ․ 153/282 ೎ 255/267 㜞 49/190 ╬ 601/569 ⼊ 410/706 ኤ 671/619 Tai/shŇ/ ten/nŇ ᄢ 7/26 ᱜ 109/275 ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 bun/mei/ kai/ka ᢥ 136/111 ᣿ 84/18 㐿 80/396 ൻ 100/254 326

di tutti i giorni. Di fronte a qualsiasi cosa, purché provenisse dall’Europa o dall’America si esaltava, dicendo: ‘Ecco, un altro passo di civilizzazione’.  Costruire con mattoni palazzi in stile europeo (dal 1871), illuminare la strada con lampade a gas (1872), adottare il calendario gregoriano (1872), costruire ferrovie (1872) e via dicendo, potevano essere legittimamente considerati ciascuno un passo avanti verso il modello occidentale, ma per la gente d’allora rappresentavano ugualmente un incivilimento anche cose come queste: pettinarsi all’occidentale (1870) anziché portare il chonmage ߜࠂࠎ߹ߍ (ciuffo di capelli che gli uomini portavano sulla testa nell’Edo jidai ᳯ ᚭ ᤨ ઍ ), usare l’ombrello (kŇmorigasa ߎ ߁ ߽ ࠅ ஺ 2361 1870) invece del karakasa ໊஺ (ombrello di bambù e di carta oleata), vestirsi a mo’ degli europei (1870), mangiare pane e vitello e bere latte (1867-1872). Alla stessa stregua era un simbolo del bunmei kaika ᢥ᣿㐿ൻ andare in jinrikisha (ੱജゞ2362 it. risciò), carrozzino, a dire il vero, di invenzione giapponese. Una buona parte della fenomenologia del bunmei kaika ᢥ᣿㐿ൻ consisteva infatti nell’imitare pedissequamente usi e costumi occidentali. Sta di fatto che coloro che si conformavano volentieri alle usanze europee si ritenevano ed erano ritenuti dagli altri superiori a quelli che stentavano ad accettare le novità.  La mentalità di portare alle stelle qualsiasi cosa occidentale aveva il rovescio della medaglia: la cultura e la civiltà giapponesi tramandate dagli antenati erano giudicate prive di valore. Qua e là si verificarono atti di distruzione di patrimonio culturale di gran pregio o svendita a prezzi irrisori di antiche opere d’arte. ATTIVITÀ ILLUMINISTICHE

A dispetto della moda occidentalizzante piuttosto frivola, già poco tempo dopo si videro dei divulgatori (chiamati però keimŇ 2363 lett. illuministi) di moderni pensieri occidentali impegnarsi shisŇka ໪⫥ᕁᗐኅ seriamente nella costruzione d’un nuovo Giappone. Quasi tutti erano occidentalisti (yŇgakusha ᵗቇ⠪2364 ψ§53) associatisi nel 1873 (6° anno Meiji [Meiji rokunen ᣿ᴦ ౐ᐕ2365]) ad una società di nome Meirokusha (᣿౐␠2366 lett. Associazione del 6° anno Meiji ᣿ᴦ), ed essi svolsero una intensa attività illuministica tramite sia la loro

2361 2362 2363 2364 2365 2366

kŇ/mo/ri/gasa ߎ߁߽ࠅ஺ 1856/790 jin/riki/sha ੱ 9/1 ജ 69/100 ゞ 162/133 kei/mŇ/ shi/sŇ/ka ໪ 1452/1398 ⫥ non reg./non reg.ᕁ 149/99 ᗐ 352/147 ኅ 81/165 yŇ/gaku/sha ᵗ 366/289 ቇ 33/109 ⠪ 22/164 Mei/ji/ roku/nen ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ౐ 20/8 ᐕ 3/45 Mei/roku/sha ᣿ 84/18 ౐ 20/8 ␠ 30/308 327

rivista Meiroku zasshi (䇺᣿౐㔀⹹䇻2367 lett. rivista del 6° anno Meiji [Meiji rokunen ᣿ᴦ ౐ᐕ] 1874-1875) che una serie di conferenze. Gli argomenti trattati spaziavano praticamente su tutti i campi della vita umana, dalla politica, economia e giurisprudenza all’istruzione, usi e costumi, lingua.  ‫ޣ‬FUKUZAWA YUKICHI‫ޤ‬Fu Fukuzawa Yukichi (⑔ᴛ⻀ศ2368 1835-1901), socio del Meirokusha ᣿౐␠, a respingere recisamente le idee antiquate ed a continuare a scuotere la gente dal torpore. Nell’opera ben nota Gakumon no Il Gakumon no susume 䇺ቇ໧ࡁࠬࠬࡔ䇻 susume (䇺ቇ໧ 2371 ࡁࠬࠬࡔ䇻 lett. inizia con le seguenti frasi ben note a tutti i giapponesi: incoraggiamento agli studi, it. Incoraggiamento al sapere, in 17 fascicoli, Ten wa hito no ue ni hito o tsukura zu. Hito no 1872-1876) che rappresenta le sue shita ni hito o tsukura zu... (ᄤ2369䊊ੱ䊉਄䊆ੱ pubblicazioni, egli esaltò la libertà e 䊭ㅧ2370䊤䉵ੱ䊉ਅ䊆ੱ䊭ㅧ䊤䉵㵺) l’uguaglianza dell’uomo nonché la Il cielo non crea uomini al di sopra degli parità dello Stato. Parlando della uomini. Non crea uomini al di sotto degli uomini ... necessità di apprendimento, definì gli studi condotti in Occidente nei termini di scienze immediatamente utilizzabili a scopo pratico (jitsugaku ታቇ2372 p.es. giurisprudenza, scienze economiche, medicina, ingegneria, in due parole scienze non umanistiche) ed esortò i connazionali a compiere questi stessi studi. Diede, inoltre, un appoggio morale allo sviluppo dell’economia di mercato, sostenendo che la forza nazionale poteva crescere soltanto tramite la concorrenza e le libere transazioni tra cittadini di pari diritto.  L’opera andò a ruba. Si dice che assommasse a qualcosa come 3.400.000 copie vendute fra i 17 fascicoli con effetti inestimabili sul grande esercito di addormentati-ignoranti.

§64. Politica religiosa del governo Meiji

2367 2368 2369 2370 2371 2372

Mei/roku/ zas/shi 䇺᣿ 84/18 ౐ 20/8 㔀 812/575 ⹹ 950/574䇻 Fuku/zawa/ Yu/kichi ⑔ 450/1379 ᴛ 403/994 ⻀ 1545/1599 ศ 464/1141 ten ᄤ 364/141 tsuku/ru ㅧ 460/691 䉎 (giapp. moderno: id.) gaku/mon ቇ 33/109 ໧ 75/162 jitsu/gaku ታ 89/203 ቇ 33/109 328

SHINTņ E NAZIONALISMO

䇼SHINTņ DI STATO‫ޤ‬Ciò che caratterizzava il mondo religioso durante l’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ 1868-1912), e di seguito fino alla sconfitta (1945) nella seconda guerra mondiale (Dai niji sekai taisen ╙ੑᰴ਎ ⇇ᄢᚢ2373 1939-1945), fu il fatto che lo shintŇ ␹㆏ venne protetto e utilizzato dallo Stato al fine di unire spiritualmente intorno all’imperatore (tennŇ ᄤ⊞) il popolo che era stato a lungo diviso in molti han ⮲. Tale forma di shintŇ ␹㆏ si chiama kokka shintŇ (࿖ኅ␹㆏2374 lett. shintŇ di Stato) e consisteva sia nella deificazione del tennŇ ᄤ ⊞ che nel paragonare lo Stato ad una famiglia (kazoku kokka ኅᣖ࿖ኅ2375 lett. Stato come famiglia).  ‫ޣ‬IMPERATORE QUALE KAMI PERSONIFICATO E STATO-FAMIGLIA‫ޤ‬ La deificazione del tennŇ ᄤ⊞, ossia la sua identificazione con kami ␹ in forma umana, non è monopolio dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ), ma risale all’età antica. Difatti, nel Man’yŇshş (䇺ਁ⪲㓸䇻2376 ψ§11) si leggono poesie che iniziano con questa espressione: « Giacché l’imperatore è kami, [...] » (ņkimi wa / kami ni shimase ba / [...], ᄢำ2377ߪ␹ߦߒ߹ߖ߫ [̖]).  Poi, l’espressione kazoku kokka ኅᣖ࿖ኅ, significa, più precisamente, che lo Stato giapponese è come una famiglia governata dal capofamiglia nella persona del tennŇ ᄤ ⊞. Si tratta di un’idea creatasi secondo il seguente concetto: Tutto il popolo giapponese discende dal progenitore dei kami ␹ celesti. Visto che il tennŇ ᄤ⊞ ne è discendente in linea diretta, egli è capofamiglia del popolo giapponese, e quindi è lui, kami ␹ personificato (arahitogami ⃻ੱ␹2378 detto a volte anche aramikami ⃻ᓮ␹2379 ), a governare lo Stato-famiglia (kazoku kokka ኅᣖ࿖ኅ) giapponese in base al mandato di cui parlano il Kojiki 䇺ฎ੐⸥䇻2380 e il Nihon shoki 䇺ᣣᧄᦠ♿䇻2381. (cfr. kiki no shinwa ⸥♿ߩ␹⹤ 2382 ψ§10; mitogaku ᳓ᚭቇ 2383 ψ§53; fukko shintŇ ᓳฎ␹㆏ 2384 ψ §53). 2373 2374 2375 2376 2377 2378 2379 2380 2381 2382 2383

Dai/ ni/ji/ se/kai/ tai/sen ╙ 76/404 ੑ 6/3 ᰴ 235/384 ਎ 152/252 ⇇ 170/454 ᄢ 7/26 ᚢ 88/301 kok/ka/ shin/tŇ ࿖ 8/40 ኅ 81/165 ␹ 229/310 ㆏ 129/149 ka/zoku/ kok/ka ኅ 81/165 ᣖ 599/221 ࿖ 8/40 ኅ 81/165 Man’/yŇ/shş 䇺ਁ 96/16 ⪲ 405/253 㓸 168/436䇻 Ň/kimi ᄢ 7/26 ำ 700/793 ara/hito/gami ⃻ 82/298 ੱ 9/1 ␹ 229/310 ara/mi/kami ⃻ 82/298 ᓮ 620/708 ␹ 229/310 Ko/ji/ki 䇺ฎ 373/172 ੐ 32/80 ⸥ 147/371䇻 Ni/hon/ sho/ki 䇺ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ᦠ 130/131 ♿ 930/372䇻 ki/ki/ no/ shin/wa ⸥ 147/371 ♿ 930/372 ߩ␹ 229/310 ⹤ 133/238 mi/to/gaku ᳓ 144/21 ᚭ 342/152 ቇ 33/109 329

 Tutti i jinja ␹␠2385, ossia i santuari shintoisti, vennero organizzati gerarchicamente. Al punto più alto c’era l’Ise jingş (દ൓␹ች2386 ψ§9) dedicato alla divinità Amaterasu Ňmikami ᄤᾖᄢ[ᓮ]␹2387. I sacerdoti venivano nominati dal governo. I cittadini erano tenuti ad iscriversi ai loro jinja ␹␠ locali e ad assistere ai riti celebrati in tali santuari.  Lo shintŇ di Stato (kokka shintŇ ࿖ኅ␹㆏) creato a scopo politico, quindi, a stretto rigore, non più da classificare come religione, diede l’appoggio ideologico alle azioni dei nazionalisti giapponesi destinate a segnare una sempre più vistosa ascesa nel contesto internazionale (ψ§61, §71, §74, §75). BUDDHISMO E LA SUA DECADENZA

Sin dal periodo Nara (Nara jidai ᄹ⦟ᤨઍ) lo shintoismo (shintŇ ␹㆏) e il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) coesistevano in stato promiscuo (shinbutsu shşgŇ ␹੽⠌ว2388 ψ§23), ma poi nell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ) per effetto della politica religiosa dianzi accennata, nel 1868 lo shintŇ ␹㆏ fu separato dal bukkyŇ ੽ᢎ (shinbutsu bunri ␹੽ಽ㔌2389 lett. separazione di shintŇ ␹㆏ e bukkyŇ ੽ᢎ), e questo fatto, incrementato dalla febbre dell’occidentalizzazione (bunmei kaika ᢥ᣿㐿ൻ2390 ψ§63), provocò la distruzione di tutto quel che aveva a che fare con il bukkyŇ ੽ᢎ (p.es. templi, statue, arredi sacri), fenomeno sociale chiamato haibutsu kishaku ( ᑄ ੽ Მ ㉼ 2391 lett. eliminare il Buddha e distruggere ŒĆkyamuni).  Malgrado il fatto che in taluni ambienti buddhisti c’erano anche coloro che in quei frangenti intrapresero opere di riforma per mantenere il buddhismo (bukkyŇ ੽ᢎ) al passo con i tempi, ma ciò servì a poco e, generalmente, il bukkyŇ ੽ᢎ rimase fossilizzato per inerzia dei bonzi. Per una buona parte dei giapponesi, specie agli occhi degli intellettuali, esso ormai non rappresentava (e non rappresenta tuttora) altro che una religione adatta ai riti funebri ed era (ed è) chiamato ironicamente sŇshiki bukkyŇ ⫋ ᑼ੽ᢎ2392. Anche le statue buddhiste si ridussero a trovare la loro ragion d’essere soltanto nel

2384 2385 2386 2387 2388 2389 2390 2391 2392

fuk/ko/ shin/tŇ ᓳ 585/917 ฎ 373/172 ␹ 229/310 ㆏ 129/149 jin/ja ␹ 229/310 ␠ 30/308 I/se/ jin/gş દ 603/2011 ൓ 365/646 ␹ 229/310 ች 419/721 Ama/terasu/ Ň/mi/kami ᄤ 364/141 ᾖ 1072/998 ᄢ 7/26[ᓮ 620/708]␹ 229/310 shin/butsu/ shş/gŇ ␹ 229/310 ੽ 678/583 ⠌ 665/591 ว 46/159 shin/butsu bun/ri ␹ 229/310 ੽ 678/583 ಽ 35/38 㔌 641/1281 bun/mei/ kai/ka ᢥ 136/111 ᣿ 84/18 㐿 80/396 ൻ 100/254 hai/butsu/ ki/shaku ᑄ 1014/961 ੽ 678/583 Მ non reg./non reg.㉼ 1214/595 sŇ/shiki/ buk/kyŇ ⫋ 1436/812 ᑼ 185/525 ੽ 678/583 ᢎ 97/245 330

loro intrinseco valore artistico. CRISTIANESIMO

Anche dopo l’apertura del paese (kaikoku 㐿 ࿖ 2393 ) del 1854, il cristianesimo continuò ad essere ugualmente bandito per una ventina d’anni; difatti, quando furono scoperti nel 1865 nei pressi di Nagasaki 㐳ፒ2394 oltre tremila cattolici clandestini (kakure kirishitan 㓝 2395 ࠇࠠ࡝ࠪ࠲ࡦ lett. kirishitan nascosti ψ §42), costoro vennero immediatamente sottoposti ad una stretta sorveglianza e subirono forti pressioni perché abbandonassero la fede cristiana, malgrado il fatto che in seguito ad una fusione avvenuta con altre religioni la loro fede non poteva più considerarsi, a rigore, cattolica.  Il perdurare del bando al cristianesimo non fu certo visto di buon occhio dai paesi occidentali. Il governo Meiji (Meiji seifu ᣿ᴦ᡽ᐭ), da parte sua, per timore di eventuali ripercussioni negative sui negoziati di revisione dei trattati ineguali (jŇyaku kaisei ᧦⚂ᡷᱜ2396) si decideva nel 1873 a dare il suo tacito avallo alla evangelizzazione. Fu in quella occasione che i missionari ripresero le loro attività, ma essi, diversamente da quelli del secolo cristiano (kirishitan no seiki ࠠ࡝ࠪ࠲ࡦߩ਎♿2397 metà XVI sec.metà XVII sec.), erano per la maggioranza protestanti.  I missionari, mentre svolgevano l’evangelizzazione, si dedicarono anche a diverse attività che spaziavano dalla fondazione di istituti d’istruzione e dalle opere di beneficienza e di assistenza sociale ai movimenti contro la prostituzione legalizzata (ψ §48). ٟ Ad opera dei missionari, diplomatici e studiosi europei ed americani recatisi in

Giappone a partire dal bakumatsu ᐀ᧃ2398 venne creata in Occidente la base degli studi giapponesi (nihongaku ᣣᧄቇ2399 it. nipponistica) detti allora yamatologia (φ Yamato ᄢ๺ 㧗 -logia). Tra di essi fu J. C. Hepburn (Hebon ࡋࡏࡦ 1815-1911, soggiorno in Giappone: 1859-1892), missionario presbiteriano e autore di un vocabolario giapponese2393 2394 2395 2396 2397 2398 2399 2400 2401

kai/koku 㐿 80/396 ࿖ 8/40 Naga/saki 㐳 25/95 ፒ 457/1362 kaku/re 㓝 1511/868 ࠇ (φkaku/re/ru 㓝 1511/868 ࠇࠆ nascondersi) jŇ/yaku/ kai/sei ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 ᡷ 294/514 ᱜ 109/275 ki/ri/shi/tan/ no/ sei/ki ࠠ࡝ࠪ࠲ࡦߩ਎ 152/252 ♿ 930/372 baku/matsu ᐀ 836/1432 ᧃ 528/305 ni/hon/gaku ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ቇ 33/109 Wa/ei/ go/rin/shş/sei 䇺๺ 151/124 ⧷ 449/353 ⺆ 274/67 ᨋ 420/127 㓸 168/436 ᚑ 115/261䇻 he/bo/n/shi/ki/ rŇ/ma/ji ࡋࡏࡦᑼ 185/525 ࡠ࡯ࡑሼ 612/110 331

inglese (Waei gorinshşsei 䇺๺⧷⺆ᨋ㓸ᚑ䇻2400 A Japanese and English Dictionary with an English and Japanese Index, prima edizione 1867). Il metodo di traslitterazione in alfabeto latino del giapponese, adottato nella terza edizione (1886) del suo dizionario si chiama comunemente hebonshiki rŇmaji (ࡋࡏࡦᑼࡠ࡯ࡑሼ2401 lett. traslitterazione in caratteri romani a mo’ di Hepburn) ed è seguito anche oggi internazionalmente, anche se poco soddisfacente nell’ottica della fonologia giapponese. Non fu lui solo ad elaborarlo, ma se viene chiamato dal suo nome, è perché il suo vocabolario godette di ampia diffusione.

§65. Ordinamento scolastico e politica d’istruzione ORDINAMENTO SCOLASTICO E SUO SVILUPPO

È nel 1872 che venne mosso il primo passo per la creazione di un moderno sistema scolastico « affinché non ci fosse alcuna famiglia analfabeta in alcun villaggio, né alcun membro analfabeto in alcuna famiglia ». Con l’intento di unificare, a livello nazionale, diversi tipi di scuole esistenti fin dall’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ (p.es. terakoya ኹሶደ2402, hankŇ ⮲ᩞ2403 ψ§53) il governo introdusse nel 1872, sul modello francese, un’organizzazione delle circoscrizioni scolastiche chiamata gakusei (ቇ೙2404 lett. sistema scolastico). Tale piano, ambizioso ed anche ben ordinato, tuttavia, andava al di là delle possibilità del Giappone d’allora per insufficienza di risorse sia materiali (edifici scolastici e materiali didattici adeguati) sia umane (insegnanti all’altezza del compito) e finì col non essere messo in atto così come era stato programmato.  È per iniziativa del ministro dell’educazione, Mori Arinori ( ᫪ ᦭ ␞ 2405 c. 1885-1889) che venne sistemata la struttura base d’istruzione per i periodi successivi, dall’istruzione elementare fino al livello universitario. L’istruzione obbligatoria (varata nel 1872 ma abbandonata) fu stabilita nel 1886 per i primi quattro anni delle elementari, e successivamente nel 1907 venne portata a sei anni.  Agli inizi, il tasso di scolarizzazione risultava assai modesto (28,1% nel 1873), in parte perché l’istruzione non era gratuita e in parte perché il contenuto dei materiali didattici, importati dall’Occidente, non rispondeva alle reali esigenze della gente, ma a

2402 2403 2404 2405

tera/ko/ya ኹ 687/41 ሶ 56/103 ደ 270/167 han/kŇ ⮲ 1566/1382 ᩞ 176/115 gaku/sei ቇ 33/109 ೙ 196/427 Mori/ Ari/nori ᫪ 532/128 ᦭ 268/265 ␞ 983/620 332

distanza di quarant’anni, verso la fine dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ 1868-1912), raggiunse la soglia del 100% (per l’esattezza 98,1% nel 1910).  Aumentò anche il numero di coloro che, terminata l’istruzione elementare, continuavano a studiare presso una scuola di grado superiore. In un quarto di secolo dal 1885 al 1910, ad esempio, si moltiplicarono per ben 12 volte le iscrizioni alle diverse scuole di istruzione secondaria esistenti tra la scuola elementare e l’università. DUE PRINCIPI D’ISTRUZIONE

È da mettere subito in evidenza il fatto che la generalizzazione progressiva dell’istruzione fu accompagnata dal controllo sempre più accentuato da parte dello Stato, e ciò per la convinzione che di fronte alla politica di forza delle potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ2406) bisognava portare avanti, su iniziativa dello Stato, l’istruzione del popolo, ritenuta un fattore determinante per un buon successo dello slogan: ‘Arricchire il paese e rafforzare la potenza militare’ (fukoku kyŇhei ን࿖ᒝ౓2407 ψ§59).  In seguito al compromesso tra la forza conservatrice e quella illuminista ai tempi di Mori Arinori ᫪᦭␞ alla guida del dicastero dell’educazione, questa motivazione di fondo si concretizzò in due linee politiche nettamente distinte e destinate a restare tali fino alla perdita (1945) della seconda guerra mondiale (Dai niji sekai taisen ╙ੑᰴ਎⇇ ᄢᚢ2408), e cioè, educazione morale e preparazione dell’élite, due principi contrastanti ma abilmente fatti conciliare.

EDUCAZIONE M O R A L E

Per educazione morale s’intende la materia di studio delle elementari ed è nota ai giapponesi al di sopra di certe età con il nome di shşshin (ୃり 2409 lett. il governare/moralizzare se stesso). Si trattò della disciplina impartita con il preciso scopo di unificare spiritualmente l’intero popolo intorno all’imperatore (tennŇ ᄤ⊞) e di assicurare nel contempo la sua lealtà (chş ᔘ 2410) verso quest’ultimo.  ‫ޣ‬RESCRITTO IMPERIALE SULL’EDUCAZIONE‫ޤ‬Nel ben noto Rescritto comunemente conosciuto con il nome abbreviato di Rescritto imperiale sull’educazione (KyŇiku chokugo ᢎ⢒഼⺆2411, 1890) steso sotto la forte influenza di Motoda Nagazane 2406 2407 2408 2409 2410 2411

sei/Ň/ rek/kyŇ ⷏ 167/72 ᰷ 766/1022 ೉ 891/611 ᒝ 112/217 fu/koku/ kyŇ/hei ን 539/713 ࿖ 8/40 ᒝ 112/217 ౓ 447/784 Dai/ ni/ji/ se/kai/ tai/sen ╙ 76/404 ੑ 6/3 ᰴ 235/384 ਎ 152/252 ⇇ 170/454 ᄢ 7/26 ᚢ 88/301 shş/shin ୃ 644/945 り 331/59 chş ᔘ 1040/1348 KyŇ/iku/ choku/go ᢎ 97/245 ⢒ 250/246 ഼ p.412/1886 ⺆ 274/67 333

( ర ↰ ᳗ ሾ 2412 chiamato anche Motoda Eifu, 1818-1891), precettore confuciano dell’imperatore Meiji (Meiji tennŇ ᣿ᴦᄤ⊞), venne resa pubblica, combinato con lo shintŇ di Stato (kokka shintŇ ࿖ኅ␹㆏), una serie di virtù confuciane che il popolo era tenuto a praticare.  L’essenza del Rescritto consisteLa settima unità d’un testo (1893) di shşshin va, in ultima analisi, nell’esaltare la ୃり ad uso della scuola elementare iniziava lealtà all’imperatore e il patriottismo con questa frase: (chşkun aikoku ᔘ ำ ᗲ ࿖ 2413 ), Asa ban ni wa chichi haha no kigen o ukagau nonché nel ribadire la identità di chş beshi. (޽ߐ ߫ࠎ ߦ ߪ‫ࠒߪࠒߜ ޔ‬ (ᔘ lealtà al sovrano ψ§53) e kŇ ߩ ߈ߍࠎ ࠍ‫)ߒߴ ߰ࠓ߆߁ ޔ‬ (ቁ2414 devozione al padre ψ§53) La mattina e la sera devi rendere ossequio a (chşkŇ ippon ᔘቁ৻ᧄ2415). tuo padre e a tua madre.  Quest’ultima espressione (ossia Il salutare rispettosamente i genitori da picchşkŇ ippon ᔘቁ৻ᧄ) è un modo coli costituiva il primo passo verso la devodi esprimere, alla confuciana, l’idea zione per il tennŇ ᄤ⊞. dello Stato paragonato ad una famiglia (kazoku kokka ኅᣖ࿖ኅ ψ §64). Significa cioè che siccome il Giappone è una famiglia governata dal capofamiglia (ossia tennŇ ᄤ⊞), il chş ᔘ nei confronti del tennŇ ᄤ⊞ e il kŇ ቁ verso il proprio padre sono originariamente la stessa cosa.  ‫ޣ‬MAESTRI SPECIALIZZATI NELL’EDUCAZIONE MORALE‫ޤ‬I posti da insegnanti di ruolo delle elementari erano rigorosamente riservati ai diplomati delle scuole normali (shihan gakkŇ Ꮷ▸ቇᩞ2416 dal 1886), sede specializzata nella preparazione di maestri per l’educazione morale. Il loro compito maggiore consisteva non tanto nell’insegnare ‘2 + 3 = 5’, ‘l’acqua bolle a 100 gradi’ o ‘il sole sorge ad est’ quanto nel dare una ‘buona’ educazione morale in conformità del Rescritto imperiale sull’educazione (KyŇiku chokugo ᢎ⢒഼⺆).  Venivano imposti anche agli scolari atti come la lettura orale del Rescritto e l’inchino davanti ai ritratti fotografici appositamente esposti dell’imperatore (tennŇ ᄤ⊞) e dell’imperatrice (kŇgŇ ⊞อ 2417 ). A tale proposito, va ricordato un episodio citato

2412 2413 2414 2415 2416 2417

Moto/da/ Naga/zane ర 328/137 ↰ 24/35 ᳗ 690/1207 ሾ non reg./non reg. chş/kun/ ai/koku ᔘ 1040/1348 ำ 700/793 ᗲ 436/259 ࿖ 8/40 kŇ ቁ 1249/542 chş/kŇ/ ip/pon ᔘ 1040/1348 ቁ 1249/542 ৻ 4/2 ᧄ 15/25 shi/han/ gak/kŇ Ꮷ 490/409 ▸ 1126/1092 ቇ 33/109 ᩞ 176/115 kŇ/gŇ ⊞ 964/297 อ 1759/1119 334

frequentemente: Uchimura KanzŇ (ౝ᧛㐓ਃ 2418 1861-1930), cristiano convinto e docente di una scuola liceale, per essersi rifiutato di inchinarsi al Rescritto imperiale sull’educazione (KyŇiku chokugo ᢎ⢒഼⺆), fu licenziato (Uchimura KanzŇ fukei jiken ౝ ᧛㐓ਃਇᢘ੐ઙ2419 lett. Incidente di mancato rispetto a carico di Uchimura KanzŇ, 1891).  ‫ޣ‬TESTI SCOLASTICI SOTTOPOSTI A CONTROLLO‫ޤ‬Fin dal 1886 i libri di testo costituivano (e costituiscono tuttora) oggetto di censura da parte del ministero dell’educazione (kyŇkasho kentei seido ᢎ⑼ᦠᬌቯ೙ᐲ2420) e successivamente, a partire dal 1904, venne proibito ai docenti delle elementari l’uso di testi diversi da quelli curati dal ministero stesso (kokutei kyŇkasho ࿖ቯᢎ⑼ᦠ2421 lett. libri di testo designati dallo Stato, 1903-1948). Questi ultimi testi descrivevano la storia del Giappone iniziandola con la mitologia del kiki (kiki no shinwa ⸥♿ߩ␹⹤2422). Va da sé che era sottolineato in modo particolare l’insegnamento confuciano di chş ᔘ e kŇ ቁ.  ‫ޣ‬KIMIGAYO ‫ޤ‬Riguardo all’educazione morale c’è un’ultima cosa cui accennare: il Kimigayo (䇺ำ߇ઍ䇻2423 lett. il regno di sua maestà l’imperatore; grammaticalmente: kimi ga yo), a lungo mai elevato ufficialmente al rango di inno nazionale, ma accettato come tale de facto dai giapponesi. Si tratta della versione leggermente modificata di un waka ๺᱌ d’amore del Kokin [waka]shş (䇺ฎ੹[๺᱌]㓸䇻2424 ψ§22).  Eccone le parole: ำ߇ઍߪජઍ2425ߦ౎ජઍ2426ߦߐߑࠇ⍹2427ߩᎯ2428ߣߥࠅߡ⧡2429ߩ߻ߔ ߹ߢ Kimigaya wa / chiyo ni yachiyo ni / sazareishi no / iwao to narite / koke no musumade [Che il Regno di Sua Maestà possa durare a lungo fino a quando un ciottolo si Uchi/mura/ Kan/zŇ ౝ 51/84 ᧛ 210/191 㐓 1171/1664 ਃ 10/4 Uchi/mura/ Kan/zŇ fu/kei/ ji/ken ౝ 51/84 ᧛ 210/191 㐓 1171/1664 ਃ 10/4 ਇ 134/94 ᢘ 1247/705 ੐ 32/80 ઙ 290/732 2420 kyŇ/ka/sho/ ken/tei/ sei/do ᢎ 97/245 ⑼ 350/320 ᦠ 130/131 ᬌ 351/531 ቯ 62/355 ೙ 196/427 ᐲ 83/377 2421 koku/tei/ kyŇ/ka/sho ࿖ 8/40 ቯ 62/355 ᢎ 97/245 ⑼ 350/320 ᦠ 130/131 2422 ki/ki/ no/ shin/wa ⸥ 147/371 ♿ 930/372 ߩ␹ 229/310 ⹤ 133/238 2423 Kimi/ga/yo 䇺ำ 700/793 ߇ઍ 68/256䇻 2424 Ko/kin/ [wa/ka]/shş 䇺ฎ 373/172 ੹ 146/51[๺ 151/124 ᱌ 478/392]㓸 168/436䇻 2425 chi/yo ජ 79/15 ઍ 68/256 2426 ya/chi/yo ౎ 41/10 ජ 79/15 ઍ 68/256 2427 ishi ⍹ 276/78 2428 iwao Ꭿ non reg./non reg.

2418

2419

335

tramuterà in una roccia e vi crescano muschi].  Nel 1893 il Kimigayo 䇺ำ߇ઍ䇻 venne designato dal ministero dell’educazione quale inno da cerimonia scolastica, e da allora fu cantato in coro da tutti gli scolari in occasione delle festività nazionali e scolastiche. Anche questo inno mirava ad esaltare lo stesso spirito di quello del Rescritto imperiale sull’educazione (KyŇiku chokugo ᢎ⢒഼ ⺆). ٟ Nel 1977 il ministero della pubblica istruzione ha parlato del Kimigayo 䇺ำ߇

ઍ䇻, definendolo per la prima volta quale inno nazionale. Successivamente nel 1999 il governo gli ha consacrato tale status per vie legali (Kokki kokka hŇ ࿖ᣛ࿖ ᱌ᴺ2430 lett. legge sulla bandiera nazionale e sull’inno nazionale, 1999). Nel Giappone contemporaneo non pochi intellettuali non approvano, per questioni ideologiche, che gli scolari cantino in coro il Kimigayo 䇺ำ߇ઍ䇻 in occasione delle festività scolastiche. ٟ Il waka ๺᱌ d’amore da cui deriva il Kimigayo 䇺ำ߇ઍ䇻: Waga kimi wa / chiyo ni yachiyo ni / sazareishi no / iwao to narite / koke no musumade [Che voi, mio amore, possiate vivere a lungo fino a quando un ciottolo si tramuterà in una roccia e vi crescano muschi]

 ‫ޣ‬EDUCAZIONE MORALE BEN RIUSCITA‫ޤ‬Da una parte, aiutata da un tasso altissimo di scolarizzazione e, dall’altra, tramite il lavaggio del cervello cui gli ex-militari erano stati sottoposti durante il servizio di leva, l’educazione-istruzione, finalizzata a livellare e costringere lo spirito dei giapponesi come in un unico stampo, ebbe un pieno successo. PREPARAZIONE DELL’ÉLITE

Naturalmente i governanti sapevano bene che la formazione dello spirito, diciamo ‘irrazionale’, non bastava per realizzare quanto si proponeva lo slogan: fukoku kyŇhei (ን࿖ᒝ౓2431 lett. paese ricco, esercito forte / arricchire il paese e rafforzare la potenza militare). Erano ben consci che occorreva anche e soprattutto dotare la classe dirigente del sapere scientifico e tecnologico dell’Occidente. Così, un altro pilastro della politica d’istruzione consisteva nel dare un’istruzione scientifica e razionale agli studenti iscritti agli istituti di grado superiore e preparare dirigenti all’altezza di rispondere ai ‘bisogni

2429 2430 2431

koke ⧡ non reg./non reg. Kok/ki/ kok/ka/ hŇ ࿖ 8/40 ᣛ 1174/1006 ࿖ 8/40 ᱌ 478/392 ᴺ 145/123 fu/koku/ kyŇ/hei ን 539/713 ࿖ 8/40 ᒝ 112/217 ౓ 447/784 336

dello Stato’.  ‫ޣ‬UNIVERSITÀ IMPERIALE DI TņKYņ‫ޤ‬Furono le università imperiali a costituire quel nucleo di istituti d’istruzione cui venne affidato tale compito. L’Università imperiale di TŇkyŇ (TŇkyŇ teikoku daigaku ᧲੩Ꮲ࿖ᄢቇ2432 1897 φ Università imperiale [Teikoku daigaku Ꮲ࿖ᄢቇ], 1886 φ Università di TŇkyŇ [TŇkyŇ daigaku ᧲੩ᄢቇ]), 1877; oggi di nuovo Università di TŇkyŇ [TŇkyŇ daigaku ᧲੩ᄢቇ]) in particolare, diede un contributo incalcolabile non soltanto come istituto di ricerca scientifica, ma anche e soprattutto come istituto per la preparazione di burocrati di alta dirigenza.  Per fare una brillante carriera statale non importava quale fosse l’estrazione sociale. Anche per uno nato in una povera famiglia contadina, se riusciva a laurearsi all’Università imperiale di TŇkyŇ (TŇkyŇ teikoku daigaku ᧲੩Ꮲ࿖ᄢቇ) per merito dei propri sforzi, non era mai un sogno vedersi un giorno ad un posto di massima dirigenza statale. Questo meccanismo funzionò mirabilmente in modo tale da permettere allo Stato di assorbire nei propri organici i migliori elementi di tutti i ceti sociali. ٟ Fino agli anni ’80 del XX secolo tra tutti gli enti giapponesi erano gli organi

esecutivi del governo centrale ad avere la parte migliore delle risorse umane. Difatti, per un lungo periodo di circa cento anni i laureati più brillanti delle università prestigiose, specie dell’Università di TŇkyŇ (TŇkyŇ daigaku ᧲੩ᄢቇ), solevano cercare impiego presso i ministeri, e i ministeri non solo avevano un’efficiente funzionalità, ma nel loro insieme costituivano persino qualcosa come un gigantesco think tank. Sul finire del XX secolo, tuttavia, cominciò a venire a galla una serie interminabile di scandali attribuibili al degrado morale di alti burocrati. Per questo agli inizi del XXI secolo è in corso una riforma ministeriale e più in generale un rinnovamento istituzionale di ampio respiro. Tale riforma con ogni probabilità sarà paragonato dai futuri storici alle seguenti tre grandi riforme nella storia del Giappone: riforma Taika (Taika no kaishin ᄢൻᡷᣂ2433 VII sec.), restaurazione Meiji (Meiji ishin ᣿ᴦ⛽ᣂ2434 lett. riforma Meiji, XIX sec.) e alla riforma del secondo dopoguerra (sengo no kaikaku ᚢᓟߩᡷ㕟2435 XX sec.).

‫ޣ‬ISTITUTI D’ISTRUZIONE PRIVATI‫ޤ‬Accanto agli istituti d’istruzione statali vennero aperte per iniziativa privata e, come si è già visto, anche da missionari, non poche scuole superiori, di cui sono degne di menzione almeno le seguenti due: KeiŇ 2432 2433 2434 2435

TŇ/kyŇ/ tei/koku/ dai/gaku ᧲ 11/71 ੩ 16/189 Ꮲ 1024/1179 ࿖ 8/40 ᄢ 7/26 ቇ 33/109 Tai/ka/ no/ kai/shin ᄢ 7/26 ൻ 100/254 ᡷ 294/514 ᣂ 36/174 Mei/ji/ i/shin ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ⛽ 926/1231 ᣂ 36/174 sen/go/ no/ kai/kaku ᚢ 88/301 ᓟ 45/48 ߩᡷ 294/514 㕟 686/1075 337

gijuku (ᘮᔕ⟵Ⴖ, 1868; oggi KeiŇ gijuku daigaku ᘮᔕ⟵Ⴖᄢቇ2436 Università KeiŇ Gijuku) di Fukuzawa Yukichi (⑔ᴛ⻀ศ ψ§63) e TŇkyŇ senmon gakkŇ (᧲੩ኾ㐷ቇᩞ 2437, 1882; oggi Waseda daigaku ᣧⒷ↰ᄢቇ2438 Università Waseda) fondata da ņkuma Shigenobu (ᄢ㓊㊀ା ψ§58). Le scuole e le università private fornirono i leaders ai diversi campi del mondo del lavoro.  ‫ޣ‬GIAPPONESI INVIATI ALL’ESTERO E STRANIERI IMPIEGATI‫ޤ‬Da ultimo, c’era una iniziativa a cui il Giappone Meiji ᣿ᴦ diede molta importanza: mentre da una parte inviava ai paesi occidentali numerosi giovani prescelti per far loro assimilare e riportare in patria le scienze occidentali, dall’altra invitava ugualmente un gran numero di specialisti inglesi, americani, tedeschi e francesi, a volte con stipendi equiparati a quello del primo ministro, per l’istruzione dei giapponesi iscritti agli istituti d’istruzione superiore o dei dipendenti di diversi enti pubblici e privati. L’Italia contribuì nel campo delle arti figurative con Antonio Fontanesi (Fontanēji ࡈࠜࡦ࠲ࡀ࡯ࠫ 1818-1882, in Giapp. 1876-1878), Edoardo Chiossone (KiossŇne ࠠࠝ࠶࠰࡯ࡀ 1832-1898, in Giapp. 1875-1898), Vincenzo Ragusa (Ragşza ࡜ࠣ࡯ ࠩ 1841-1927, in Giapp. 1876-1882) ed altri. Durante i 20 anni dal 1867 al 1887, ad esempio, solo nell’ambito della categoria di insegnanti il loro numero assommava ad oltre 200. Se prendiamo in considerazione tutte le categorie professionali, nel 1874 per esempio, più di 500 stranieri prestarono la loro opera alle dipendenze del governo Meiji (Meiji seifu ᣿ᴦ᡽ᐭ). Chiamati oyatoi gaikokujin (ᓮ㓹ᄖ࿖ੱ2439 lett. stranieri impiegati), essi contribuirono fattivamente sia alla modernizzazione che all’industrializzazione del Giappone.  < Un commento > Parlando dei motivi del buon successo nella modernizzazione riportato in poco tempo dal Giappone, non pochi ricercatori mettono in rilievo i seguenti due fattori: istruzione mediamente alta e percentuale eccezionalmente bassa di analfabeti.

§66. Studi e ricerche scientifiche

2436 2437 2438 2439

Kei/Ň/ gi/juku/ dai/gaku ᘮ 962/1632 ᔕ 413/827 ⟵ 287/291 Ⴖ 1727/1674 ᄢ 7/26 ቇ 33/109 TŇ/kyŇ/ sen/mon/ gak/kŇ ᧲ 11/71 ੩ 16/189 ኾ 526/600 㐷 385/161 ቇ 33/109 ᩞ 176/115 Wa/se/da/ dai/gaku ᣧ 259/248 Ⓑ 966/1220 ↰ 24/35 ᄢ 7/26 ቇ 33/109 o/yatoi/ gai/koku/jin ᓮ 620/708 㓹 1419/1553 ᄖ 120/83 ࿖ 8/40 ੱ 9/1 338

 Durante il primo ventennio dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ 1868-1912) il Giappone era all’estremo suo sforzo solo per assorbire la scienza e la tecnologia dell’Occidente. È ovvio che i giapponesi non erano ancora in grado di condurre ricerche scientifiche originali.  È solo verso la fine del XIX secolo che il Giappone giungeva all’altezza di offrire, nel campo delle scienze naturali, alla comunità internazionale i frutti delle sue proprie ricerche originali. I primi contributi di rilievo riguardavano già parecchi campi: medicina, farmacologia, sismologia, fisica e astronomia. In generale il progresso delle scienze naturali e dell’ingegneria in Giappone fu dovuto, al pari dell’industrializzazione del paese, alla protezione e incentivazione da parte dello Stato.  Nel campo delle scienze umane nei primi momenti vennero introdotti maggiormente studi di tradizione anglosassone, e successivamente, in occasione della stesura della Costituzione Meiji (Meiji kenpŇ ᣿ᴦᙗᴺ2440), cominciò a prendere un netto sopravvento la tradizione accademica tedesca.  Da ultimo, quanto agli studi tradizionali quali storia del Giappone, storia della letteratura giapponese, studi buddhisti e confuciani, sinologia ecc. essi furono metodologicamente rinnovati secondo il magistero occidentale, ma gli studi di scienze umane in generale tendevano ad essere soggette a restrizioni, in quanto non c’era garanzia contituzionale di libertà nella ricerca scientifica. (ψ§79)

§67. Letteratura moderna (narrativa - 1)  Il cammino della narrativa moderna è ricco di complesse evoluzioni. Circa l’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ) se ne riporta un prospetto schematico alla pagina successiva. UNA VENTINA D’ANNI INIZIALI DELL’ERA MEIJI

Agli inizi dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ 18681912), al pari del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ), furono prodotte e fruite opere del filone gesaku (ᚨ૞2441 ψ§51), ma data la circostanza storica in cui veniva importata dall’Occidente qualsiasi cosa per essere presa a modello, è evidente che entrarono e poi furono tradotte anche opere letterarie. Le versioni in giapponese, tuttavia, non furono lette per il piacere letterario in sé, ma per acquisire 2440 2441

Mei/ji/ ken/pŇ ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᙗ 943/521 ᴺ 145/123 ge/saku ᚨ 1632/1573 ૞ 99/360 339

informazioni sugli usi e costumi occidentali. È vero che, in un secondo tempo, sorse, accanto al gesaku ᚨ૞, una letteratura di natura diversa, ma siccome la sua produzione era strettamente legata al Movimento per la libertà e per i diritti del popolo (Jiyş minken undŇ ⥄↱᳃ᮭㆇേ2442 ψ§60), tale attività letteraria mirava a dare opere orientate politicamente (seiji shŇsetsu ᡽ᴦዊ⺑2443 lett. narrativa a scopo politico), ossia per diffondere idee politiche e dare impulso a detto movimento. Così, i primi vent’anni vengono definiti da molti studiosi di storia della letteratura giapponese fondamentalmente come periodo di continuazione della letteratura gesaku ᚨ૞.

1868 1 Meiji

e.TAISHƿ e r a M E I J I ᣿ᴦᤨઍ 1877 1887 1897 1907 1912 10 20 30 40 45 Jiynj minken undǀ ż Costit. Meiji guerra russo-giapp. Taigyaku jiken ż ż ż ż

letteratura GESAKU ᚨ ૞

diversi tentativi e nascita della letteratura moderna

maturità

gesaku ᚨ૞ trad. opere occiden. / opere a scopo politico Ken’ynjsha ⎮෹␠ Shǀsetsu shinzui ዊ⺑␹㜑

Ŷ

Ukigumo ᶋ㔕

Ŷ

Maihime ⥰ᆢ

Ŷ

romanticismo ࡠࡑࡦਥ⟵

Mori ƿgai ᫪㣁ᄖ Natsume Sǀseki ᄐ⋡ẇ⍹

naturalismo ⥄ὼਥ⟵ shishǀsetsu ⑳ዊ⺑ Tanbiha ⡓⟤ᵷ Shirakabaha ⊕᮹ᵷ letteratura per l’infanzia ఽ┬ᢥቇ

 2442 2443

Perché si protrasse a lungo la tradizione della letteratura di Edo (Edo bungaku ᳯᚭ Ji/yş/ min/ken/ un/dŇ ⥄ 53/62 ↱ 376/363 ᳃ 70/177 ᮭ 260/335 ㆇ 179/439 േ 86/231 sei/ji/ shŇ/setsu ᡽ 50/483 ᴦ 181/493 ዊ 63/27 ⺑ 307/400 340

ᢥቇ2444)? ‫ޣ‬MOTIVI RITARDANTI DELL’AVVIO DELLA LETTERATURA MODERNA‫ޤ‬A questo punto bisogna prendere in esame quali erano e come si evolsero gli ambienti storici in cui vivevano gli intellettuali cui spettava produrre opere letterarie.  Come si è già detto, l’introduzione della civiltà e cultura occidentale fu portata avanti allo scopo preciso di creare uno Stato moderno in grado di competere con le potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ2445). Sta di fatto però che pur dicendo introduzione della civiltà e cultura d’Occidente, venne data la priorità assoluta all’acquisizione delle conoscenze immediatamente utilizzabili (jitsugaku ታቇ2446 p.es. giurisprudenza, scienze economiche, medicina, ingegneria, in due parole scienze non umanistiche) al fine della costruzione di un nuovo Stato moderno e potente. È chiaro quindi che almeno agli inizi non si dava importanza ai settori letterario ed artistico. A riprova di ciò basta citare Fukuzawa Yukichi (⑔ᴛ⻀ศ2447 ψ§63) che, pur avendo idee illuministiche degne di ogni rispetto, non si interessava minimamente alla letteratura, alle arti figurative e alla religione. Così, visto che il sapere pratico di tipo jitsugaku ታቇ aveva la precedenza su qualsiasi altra conoscenza, l’introduzione della civiltà e cultura occidentale nei primi anni Meiji ᣿ᴦ era in sostanza la continuazione degli studi occidentali (yŇgaku ᵗቇ2448 ψ§53) del bakumatsu ᐀ᧃ2449  Di conseguenza la professione (anzi il mestiere) di scrittore era considerata persino troppo umile per essere esercitata da un laureato. I giovani intellettuali non ne volevano sapere di letteratura; si davano a quegli studi che andavano incontro ai « bisogni dello Stato » (ψ§65) per poi fare una brillante carriera di funzionario statale nell’alta dirigenza. Fondamentalmente fu per tale motivo che ritardò il decollo della letteratura moderna. (Più avanti si vedrà un esempio tipico, descritto nel romanzo Maihime 䇺⥰ ᆢ䇻 2450 di Mori ņgai ᫪㣁ᄖ 2451 , della mentalità e aspirazione degli intellettuali promettenti d’allora.)  ‫ޣ‬MUTAMENTO DEGLI AMBIENTI‫ޤ‬Passata una ventina d’anni iniziali, tuttavia, tali ambienti cominciavano a manifestare sensibili mutamenti: si verificò, da una 2444 2445 2446 2447 2448 2449 2450 2451

E/do/ bun/gaku ᳯ 517/821 ᚭ 342/152 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 sei/Ň/ rek/kyŇ ⷏ 167/72 ᰷ 766/1022 ೉ 891/611 ᒝ 112/217 jitsu/gaku ታ 89/203 ቇ 33/109 Fuku/zawa/ Yu/kichi ⑔ 450/1379 ᴛ 403/994 ⻀ 1545/1599 ศ 464/1141 yŇ/gaku ᵗ 366/289 ቇ 33/109 baku/matsu ᐀ 836/1432 ᧃ 528/305 Mai/hime 䇺⥰ 746/810 ᆢ 1534/1757䇻 Mori/ ņ/gai ᫪ 532/128 㣁 non reg./non reg.ᄖ 120/83 341

parte, un aumento quantitativo della intellighenzia in virtù della sistemazione (1886) dell’ordinamento di istruzione; la proclamazione (1889) della Costituzione imperiale (Dai Nihon teikoku kenpŇ ᄢᣣᧄᏢ࿖ᙗᴺ2452) significava, dall’altra, che si era ormai consolidato il regime politico. A questo punto gli intellettuali, una volta portabandiera della ‘civilizzazione’ (bunmei kaika ᢥ᣿㐿ൻ2453) secondo il modello occidentale e come tali, quindi, anche leaders del tempo, si videro declassati ad una posizione di tecnici specializzati al servizio del potere. Ormai le conoscenze scientifico-pratiche rispondenti ai bisogni dello Stato o il discutere di politica non offrivano più necessariamente la garanzia di una carriera prestigiosa. PERIODO INTERMEDIO: INIZIO DELLA NARRATIVA NODERNA

All’epoca in cui per gli intellettuali erano sorte le nuove condizioni di cui abbiamo appena parlato, usciva un saggio letterario destinato a restare scritto in neretto nella storia della letteratura giapponese: ShŇsetsu shinzui (䇺ዊ⺑␹㜑䇻2454 it. L’essenza del romanzo, 18851886) di Tsubouchi ShŇyŇ (ဝౝㅖ㆝2455 1859-1935), buon conoscitore della letteratura di Edo (Edo bungaku ᳯᚭᢥቇ), nonché di quella shakespeariana. Ecco il succo dell’opera: Nei paesi civili d’Occidente il romanzo, essendo riconosciuto come un genere artistico indipendente dallo scopo utilitario e politico, ha un valore a sé stante. I romanzieri sono rispettati da tutti. Il disprezzo e i pregiudizi dei giapponesi nei confronti degli scrittori vanno abbattuti. I romanzi, d’altronde, per essere opere artistiche, devono rappresentare la realtà così com’è effettivamente; ossia, in breve, devono essere realistici.

 Il saggio di ShŇyŇ ㅖ㆝ diede il via alla narrativa moderna giapponese, in quanto svegliò molti giovani d’allora che, presi dalle scienze pratiche (jitsugaku ታቇ) o dalla politica, erano rimasti confinati nella concezione restrittiva che scrivere romanzi fosse un’attività di basso rango.  ‫ޣ‬FUTABATEI SHIMEI E UKIGUMO ‫ޤ‬Il primo romanzo moderno giapponese ora ricordato unanimemente come tale da tutti gli autori di storia della letteratura

2452 2453 2454 2455

Dai/ Ni/hon/ tei/koku/ ken/pŇ ᄢ 7/26 ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 Ꮲ 1024/1179 ࿖ 8/40 ᙗ 943/521 ᴺ 145/123 bun/mei/ kai/ka ᢥ 136/111 ᣿ 84/18 㐿 80/396 ൻ 100/254 ShŇ/setsu/ shin/zui 䇺ዊ 63/27 ⺑ 307/400 ␹ 229/310 㜑 1833/1740䇻 Tsubo/uchi/ ShŇ/yŇ ဝ 1354/1896 ౝ 51/84 ㅖ non reg./non reg.㆝ non reg./non reg. 342

giapponese fu Ukigumo ( 䇺 ᶋ 㔕 䇻 2456 lett. nubi galleggianti, it. Nuvole fluttuanti, 1887-1889) di Futabatei Shimei (ੑ⪲੪྾ㅅ2457 1864-1909) che aveva studiato lingua e letteratura russa e che mise in atto quanto sostenuto da ShŇyŇ ㅖ㆝, ossia il realismo (shajitsushugi ౮ታਥ⟵2458).  Ukigumo 䇺ᶋ㔕䇻, romanzo a puntate, tuttavia, finì incompleto, in quanto non venne accolto favorevolmente da un pubblico che non era ancora in grado di valorizzarlo. È assai banale la sua trama sul conto di Utsumi BunzŇ ౝᶏᢥਃ 2459 , di estrazione dell’ex-classe samuraica (bushi kaikyş ᱞ ჻ 㓏 ⚖ 2460 ), che nel periodo precedente avrebbe potuto anche condurre una vita senza grossi problemi, ma che sotto le mutate condizioni Meiji ᣿ᴦ non riesce più a conformarsi alla realtà che lo circonda.  Perché si dice che la letteratura moderna giapponese si apre con Ukigumo 䇺ᶋ㔕䇻?  Come si è già detto a più riprese, il Giappone Meiji ᣿ᴦ, pressato dalle circostanze internazionali, promosse la politica di far prevalere in modo assoluto gli interessi e le esigenze dello Stato (kokkashugi ࿖ኅਥ⟵2461 lett. Stato + -ismo) su quelli individuali. Gli intellettuali erano consapevoli che detta politica faceva scaturire seri problemi di frizione tra Stato, società e individuo. Se ad Ukigumo 䇺ᶋ㔕䇻 spetta la prima pagina nella storia della narrativa moderna giapponese, è perché esso fu appunto il primo a trattare tali problemi, e cioè, diversamente dalle opere gesaku ᚨ૞2462, Ukigumo 䇺ᶋ 㔕䇻 ha il suo protagonista collocato nel contesto sociale e descrive che il suo io svegliato ha un impatto con la società reale che lo circonda. ٟ In generale, in riferimento alla tendenza a far prevalere lo Stato su tutti gli altri

ideali si usa il termine kokkashugi (࿖ኅਥ⟵ lett. Stato + -ismo). Si tratta di una espressione usata frequentemente, quando si parla della storia del Giappone nell’età moderna.

 Shimei ྾ㅅ è ben noto non soltanto quale autore di Ukigumo 䇺ᶋ㔕䇻, ma anche come ottimo traduttore-presentatore della letteratura russa, nonché quale pioniere del

2456 2457 2458 2459 2460 2461 2462

Uki/gumo 䇺ᶋ 1047/938 㔕 1124/636䇻 Futa/ba/tei/ Shi/mei ੑ 6/3 ⪲ 405/253 ੪ 1496/1184 ྾ 18/6 ㅅ 1251/967 sha/jitsushugi ౮ 489/540 ታ 89/203 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 Utsu/mi/ Bun/zŇ ౝ 51/84 ᶏ 158/117 ᢥ 136/111 ਃ 10/4 bu/shi/ kai/kyş ᱞ 448/1031 ჻ 301/572 㓏 253/588 ⚖ 505/568 kok/ka/shu/gi ࿖ 8/40 ኅ 81/165 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 ge/saku ᚨ 1632/1573 ૞ 99/360 343

movimento dell’unificazione delle lingue parlata e scritta (genbun’itchi ⸒ᢥ৻⥌2463 ψ §69).  ‫ޣ‬MAIHIME DI MORI ņGAI‫ޤ‬Un’altra opera che, insieme con Ukigumo 䇺ᶋ㔕䇻 di Shimei ྾ㅅ, annunciò il decollo della letteratura moderna fu Maihime (䇺⥰ᆢ䇻 it. La ballerina, 1890) di Mori ņgai (᫪㣁ᄖ 1862-1922), medico militare che, inviato in Germania per studi igienistici, acquisì una buona conoscenza della letteratura tedesca durante i quattro anni di soggiorno in quel paese.  Maihime 䇺⥰ᆢ䇻 con il suo romanticismo ed esotismo fece presa sull’animo di tantissimi giovani. (Di ņgai 㣁ᄖ, si tornerà a parlarne più diffusamente in seguito.)

SOMMARIO DI MAIHIME

ņta ToyotarŇ ᄥ↰⼾ᄥ㇢2464, laureato all’Università di TŇkyŇ (TŇkyŇ daigaku ᧲੩ᄢ ቇ), funzionario statale promettente, viene inviato dal ministero in Germania per ulteriori studi. A Berlino una sera ToyotarŇ vede piangere sommessamente una ragazza, una ballerina di nome Ellis ࠛ࡝ࠬ, che dice di essere disperata per questione di denaro in vista del funerale del padre. Impietositosi, ToyotarŇ le regala qualche soldo e l’orologio che aveva al polso. I due cominciano a vedersi, ma il caso viene all’orecchio del governo giapponese, a cui non piace affatto che Ellis faccia la ballerina. ToyotarŇ viene licenziato in tronco. Di lì a poco giunge in Germania il ministro con un seguito, fra cui Aizawa ⋧ᴛ2465, suo amico. Consiglia a ToyotarŇ di riguadagnarsi la fiducia del ministro e di rompere con Ellis. Fra lei e la ripresa della carriera statale ToyotarŇ finisce, alla fine, con l’optare per la seconda. Lasciando Ellis che piange col viso premuto sui vestitini che aveva preparato, egli si mette sulla via del ritorno in Giappone. (La storia finisce con questa frase:) ‘Sarebbe difficile trovare un altro vero amico come Aizawa, ma in un angolo del mio cuore è rimasta una certa antipatia per lui’.

 ‫ޣ‬DIVERSI TENTATIVI‫ޤ‬Nel periodo intermedio dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦ ᤨઍ 1868-1912) vennero messi in atto diversi tentativi per creare una nuova letteratura da parte di molti altri, fra cui i soci del circolo letterario Ken’yşsha (⎮෹␠2466 lett. associazione degli amici del suzuri [⎮: lastra di pietra nera su cui stemperare l’inchiostro di china solidificato con la colla forte], 1885-1903) con la sua rivista Garakuta bunko (ᚒ

2463 2464 2465 2466

gen/bun/ it/chi ⸒ 279/66 ᢥ 136/111 ৻ 4/2 ⥌ 916/903 ņ/ta/ Toyo/ta/rŇ ᄥ 343/629 ↰ 24/35 ⼾ 642/959 ᄥ 343/629 ㇢ 237/980 Ai/zawa ⋧ 66/146 ᴛ 403/994 Ken’/yş/sha ⎮ non reg./non reg.෹ 543/264 ␠ 30/308 344

ᭉᄙᢥᐶ2467 lett. biblioteca di cui mi diverto tanto, 1885-1889) e capeggiato da Ozaki KŇyŇ (የፒ⚃⪲2468 1867-1903), autore di Konjiki yasha (䇺㊄⦡ᄛ෷䇻2469 it. Il demone dell’oro, 1897-1903). Si tratta di un gruppo che, prendendo come punto di partenza quanto era stato sostenuto da ShŇyŇ ㅖ㆝ quale incitamento alla rivalutazione e all’aggiornamento della letteratura di Edo (Edo bungaku ᳯᚭᢥቇ), si propose di produrre in veste moderna opere del filone gesaku ᚨ૞. Questa corrente dominò il mondo della narrativa per oltre dieci anni.  Poi ci furono i collaboratori alla rivista Bungakukai (䇺ᢥቇ⇇䇻2470 lett. mondo letterario, 1893-1898) fondata da Kitamura TŇkoku (ർ᧛ㅘ⼱2471 1868-1894) ed altri. Essi promossero il movimento del romanticismo (romanshugi ࡠࡑࡦਥ⟵2472 trascritto foneticamente anche in kanji: ᶉẂਥ⟵), che mentre diede tutta una serie di capolavori nel campo della poesia (shiika ⹞᱌2473 ψ§68), nel settore narrativo non riuscì invece a creare una corrente importante. Il massimo esponente nel campo della prosa fu Izumi KyŇka (ᴰ㏜⧎2474 1873-1939), autore di KŇya hijiri (䇺㜞㊁⡛䇻2475 lett. bonzo itinerante del monte KŇya, it. Il monaco del monte KŇya, 1900).  Proprio a metà dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ 1868-1912) si ebbe una scrittrice molto dotata di talento letterario, ma scomparsa giovanissima e poverissima: Higuchi IchiyŇ (ᮘญ৻⪲2476 1872-1896). È degna di menzione anche in una storia della letteratura giapponese di poche pagine. Durante gli ultimi quattro anni della sua esistenza breve e stentata lasciò alcune gemme in cui narra la vita triste delle donne Meiji ᣿ᴦ in una atmosfera permeata di lirismo e di malinconia. Le sue opere, sia pure scritte in lingua classica, appartengono, per contenuto, alla letteratura moderna. E’ comunemente detto che Takekurabe (䇺ߚߌߊࠄߴ䇻2477 lett. Altezze a confronto, it. Gara d’altezza, 1895-1896), suo capolavoro, è una delle opere che rappresentano la

2467 2468 2469 2470 2471 2472 2473 2474 2475 2476 2477

Ga/raku/ta/ bun/ko ᚒ 1392/1302 ᭉ 232/358 ᄙ 161/229 ᢥ 136/111 ᐶ 656/825 O/zaki/ KŇ/yŇ የ 675/1868 ፒ 457/1362 ⚃ 927/820 ⪲ 405/253 Kon/jiki/ ya/sha 䇺㊄ 59/23 ⦡ 326/204 ᄛ 258/471 ෷䇻 Bun/gaku/kai 䇺ᢥ 136/111 ቇ 33/109 ⇇ 170/454䇻 Kita/mura/ TŇ/koku ർ 103/73 ᧛ 210/191 ㅘ 1592/1685 ⼱ 249/653 ro/ma/n/shu/gi ࡠࡑࡦਥ 91/155 ⟵ 287/291 (ᶉ 1445/1753 Ẃ 1350/1411 trascrizione fonetica) shiika ⹞ 1094/570 ᱌ 478/392 Izumi/ KyŇ/ka ᴰ 902/1192 ㏜ 1358/863 ⧎ 551/255 KŇ/ya/ hijiri 䇺㜞 49/190 ㊁ 85/236 ⡛ 1306/674䇻 Hi/guchi/ Ichi/yŇ ᮘ non reg./non reg.ญ 213/54 ৻ 4/2 ⪲ 405/253 Ta/ke/ku/ra/be 䇺ߚߌߊࠄߴ䇻 345

letteratura Meiji (Meiji bungaku ᣿ᴦᢥቇ2478).  In conclusione gli anni 20°- 40° Meiji ᣿ᴦ (ossia gli anni 1887-1907) costituirono la fase sperimentale. Per vedere la letteratura moderna affermarsi si doveva attendere fin quasi la fine dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ 1868-1912). ULTIMI ANNI MEIJI: LETTERATURA MODERNA GIUNTA A MATURITÀ

䇼NATURALISMO‫ޤ‬Fu soltanto dopo la guerra russo-giapponese (Nichiro sansŇ ᣣ㔺ᚢ੎2479 1904-1905) che venne condiviso da una buona parte degli intellettuali quanto era stato sostenuto da ShŇyŇ ㅖ㆝ e messo in pratica da Shimei ྾ㅅ.  Sotto l’influenza del naturalismo (shizenshugi ⥄ὼਥ⟵2480) francese venne fatto ogni sforzo per descrivere fedelmente la mera realtà, escludendo qualunque sia pure piccola finzione, e così nacque la letteratura naturalistica (shizenshugi bungaku ⥄ὼਥ⟵ ᢥቇ) con 30-40 anni di ritardo rispetto alla Francia, paese d’origine del naturalismo (shizenshugi ⥄ὼਥ⟵). In Giappone si trattò di una corrente del realismo (shajitsushugi ౮ታਥ⟵2481) all’insegna dell’abbattimento di tutte le istituzioni, usi, costumi e norme morali ereditati dal passato. I temi preferiti erano i conflitti tra individuo da una parte e società ed istituzione familiare ie (ኅ2482 ψ§60) dall’altra, od i rapporti sentimentali uomo-donna.  A partire dai primi anni del XX secolo, in sostituzione della letteratura del Ken’yşsha ⎮෹␠2483, il naturalismo (shizenshugi ⥄ὼਥ⟵) divenne un gigantesco movimento degno di essere chiamato il portabandiera della letteratura moderna, ma la sua vita non durò a lungo, in quanto dopo il Taigyaku jiken (ᄢㅒ੐ઙ2484 1910 ψ§62) la mano repressiva prese di mira non soltanto anarchici e socialisti, ma anche gli scrittori naturalisti (shizenshugi sakka ⥄ὼਥ⟵૞ኅ2485) considerati elementi ugualmente pericolosi. Venivano infatti tenuti d’occhio e a volte anche letteralmente pedinati dalla polizia. Il movimento naturalista (shizenshugi bungaku undŇ ⥄ὼਥ⟵ᢥቇㆇേ2486) in senso stret2478 2479 2480 2481 2482 2483 2484 2485 2486

Mei/ji/ bun/gaku ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 Nichi/ro/ san/sŇ ᣣ 1/5 㔺 1144/951 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 shi/zen/shu/gi ⥄ 53/62 ὼ 375/651 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 sha/jitsu/shu/gi ౮ 489/540 ታ 89/203 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 ie ኅ 81/165 Ken’/yş/sha ⎮ non reg./non reg.෹ 543/264 ␠ 30/308 Tai/gyaku/ ji/ken ᄢ 7/26 ㅒ 857/444 ੐ 32/80 ઙ 290/732 shi/zen/shu/gi/ sak/ka ⥄ 53/62 ὼ 375/651 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 ૞ 99/360 ኅ 81/165 shi/zen/shu/gi/ bun/gaku/ un/dŇ ⥄ 53/62 ὼ 375/651 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 346

to fu, così, costretto ad esaurirsi ben presto, già nel 1910, lasciando però di sé un’influenza assai profonda.  I naturalisti (shizenshugi sakka ⥄ὼਥ⟵૞ኅ) erano di solito originari dei villaggi agricoli rimasti arretrati (ψ§62) durante la corsa frenetica alla modernizzazione.  Due sono le opere memorabili di questo movimento: (1) < Hakai di Shimazaki TŇson > Hakai (䇺⎕ᚓ䇻2487 lett. precetto infranto, it. La promessa infranta, 1906) pubblicato a proprie spese da Shimazaki TŇson (ፉፒ⮮᧛ 2488 1872-1943) fu una protesta contro l’emarginazione sociale di una categoria di gente creata e rimasta come tale sul piano effettivo anche nell’età moderna (buraku mondai ㇱ ⪭໧㗴2489 ψ§58). L’opera diede il via al movimento naturalista (shizenshugi bungaku undŇ ⥄ὼਥ⟵ᢥቇㆇേ) vero e proprio. TŇson ⮮᧛ iniziò la sua carriera letteraria quale poeta romantico (ψ§68), e successivamente passò dai versi alla prosa all’età di circa 35 anni, lasciando una grande orma in entrambi i settori. (2) < Futon di Tayama Katai > Se Futon (䇺⫱࿅䇻2490 lett. materasso e trapunta, it. Il materasso, 1907) di Tayama Katai (↰ጊ⧎ⴼ2491 1871-1930) rimane scritto in neretto nella storia della letteratura giapponese, è perchè l’autore Katai ⧎ⴼ si attenne con tale rigore al principio di rappresentare la realtà nuda e cruda da mettere se stesso al posto del protagonista dell’opera e da confessare le proprie esperienze, creando così un nuovo filone peculiare di opere dette shishŇsetsu (⑳ዊ⺑2492 lettura alternativamente possibile: watakushi shŇsetsu; lett. romanzo dell’io).  Dopo il Taigyaku jiken ᄢㅒ੐ઙ i naturalisti (shizenshugi sakka ⥄ὼਥ⟵૞ኅ) scrissero shishŇsetsu ⑳ዊ⺑ per sottrarsi al potere poliziesco dello Stato. Visto che i protagonisti sono gli autori stessi che raccontano nelle opere la loro vita privata di tutti i giorni, gli shishŇsetsu ⑳ዊ⺑ sono qualcosa come diari scritti per essere pubblicati e trovano i loro corrispondenti nei generi nikki ᣣ⸥2493, diari per l’appunto, e zuihitsu ㆇ 179/439 േ 86/231 Ha/kai 䇺⎕ 634/665 ᚓ 1191/876䇻 2488 Shima/zaki/ TŇ/son ፉ 173/286 ፒ 457/1362 ⮮ 206/2231 ᧛ 210/191 2489 bu/raku/ mon/dai ㇱ 37/86 ⪭ 393/839 ໧ 75/162 㗴 123/354 2490 Fu/ton 䇺⫱ 1598/non reg.࿅ 172/491䇻 2491 Ta/yama/ Ka/tai ↰ 24/35 ጊ 60/34 ⧎ 551/255 ⴼ 703/1329 2492 shi/shŇ/setsu ⑳ 221/125 ዊ 63/27 ⺑ 307/400 2493 nik/ki ᣣ 1/5 ⸥ 147/371 2487

347

㓐╩2494 dei secoli passati. (ψ§22).  ‫ޣ‬CORRENTI ANTI-NATURALISTE‫ޤ‬Quando il movimento naturalista (shizenshugi bungaku undŇ ⥄ὼਥ⟵ᢥቇㆇേ) era ancora nei suoi anni d’oro, sorsero un paio di correnti con un ismo diverso. Svariate che fossero nella tendenza, accomunavano l’atteggiamento di opporsi alla letteratura dominante, pessimistica, troppo seria, arida, senza fantasie, né ideali. Mettendo insieme questi nuovi indirizzi antagonisti, si suol parlare di anti-naturalismo (hanshizenshugi ෻⥄ὼਥ⟵2495). Si trattava di due gruppi e di altrettante figure solitarie che facevano spicco: corrente dell’estetismo-decadentismo (Tanbiha ⡓⟤ᵷ2496 lett. scuola dell’mmersione nel bello, chiamato anche Yuibiha ໑ ⟤ᵷ 2497 lett. scuola per cui il bello è tutto), scuola dell’idealismo-umanitarismo (Shirakabaha ⊕᮹ᵷ2498 lett. scuola della betulla bianca), Mori ņgai ᫪㣁ᄖ2499 già citato e infine Natsume SŇseki ᄐ⋡ẇ⍹2500.  Diversamente dai letterati nati in provincia, quasi tutti gli scrittori originari di TŇkyŇ ᧲੩ diventarono anti-naturalisti.  < Tanbiha > Il Tanbiha ⡓⟤ᵷ è una corrente per la quale il compito della letteratura non stava tanto nel rappresentare fedelmente la realtà quanto nel creare un mondo di fantasia e di bellezza. I maggiori esponenti furono Nagai Kafş (᳗੗⩄㘑2501 1879-1959) e Tanizaki Jun’ichirŇ (⼱ፒẢ৻㇢2502 1886-1965).  Quest’ultimo in particolare, da quando debuttò con Shisei ( 䇺 ೝ 㕍 䇻 2503 lett. tatuaggio, 1910), opera che aveva svelato pienamente la tendenza di fondo della sua letteratura, spinse la penna all’estremo di un mondo di estasi altamente sensuale. Nell’era ShŇwa (ShŇwa jidai ᤘ๺ᤨઍ 2504 1926-1989) descrisse anche la bellezza tradizionale giapponese, ad esempio, in Sasame yuki ( 䇺 ⚦ 㔐 䇻 2505 it. Neve sottile,

2494 2495 2496 2497 2498 2499 2500 2501 2502 2503 2504 2505

zui/hitsu 㓐 1364/1741 ╩ 940/130 han/shi/zen/shu/gi ෻ 183/324 ⥄ 53/62 ὼ 375/651 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 Tan/bi/ha ⡓ non reg./non reg.⟤ 289/401 ᵷ 293/912 Yui/bi/ha ໑ 1401/1234 ⟤ 289/401 ᵷ 293/912 Shira/kaba/ha ⊕ 266/205 ᮹ non reg./non reg.ᵷ 293/912 Mori/ ņgai ᫪ 532/128 㣁 non reg./non reg.ᄖ 120/83 Natsu/me/ SŇ/seki ᄐ 580/461 ⋡ 65/55 ẇ non reg./non reg.⍹ 276/78 Naga/i/ Ka/fş ᳗ 690/1207 ੗ 252/1193 ⩄ 1020/391 㘑 246/29 Tani/zaki/ Jun’/ichi/rŇ ⼱ 249/653 ፒ 457/1362 Ả 1597/1202 ৻ 4/2 ㇢ 237/980 Shi/sei 䇺ೝ 954/881 㕍 390/208䇻 ShŇ/wa/ ji/dai ᤘ 549/997 ๺ 151/124 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Sasame/ yuki 䇺⚦ 721/695 㔐 907/949䇻 348

1943-1948). Inoltre, rese in giapponese moderno il Genji monogatari Ḯ᳁‛⺆ 2506 . Molte delle sue opere sono state tradotte in lingue straniere ed oggi è fra gli scrittori moderni giapponesi più noti agli stranieri.  < Shirakabaha > È durante l’era TaishŇ (TaishŇ jidai ᄢᱜᤨઍ2507 1912-1926) che la scuola Shirakabaha ⊕᮹ᵷ fece sentire maggiormente la sua presenza. Se ne parlerà quindi più avanti.(ψ§76).  < Mori ņgai > Dopo aver reso pubblico un paio di opere romantiche quanto Maihime 䇺⥰ᆢ䇻2508, ņgai 㣁ᄖ si allontanò per lungo tempo dall’attività di romanziere, dedicandosi alla traduzione-presentazione di opere occidentali, ed è soltanto verso la fine dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ) che riprese la penna creativa, rivelandosi assai prolifico. A giudizio comune, fu uno scrittore che dimostrò il proprio talento letterario soprattutto nelle opere a tema storico (rekishi shŇsetsu ᱧผዊ⺑2509) quali Takasebune (䇺㜞 ἑ⥱䇻2510 lett. barca del fiume Takase, 1916), Shibue Chşsai (䇺Ằᳯ᛽ᢪ䇻 2511it. Shibue Chşsai, 1916), romanzo sul conto di un medico-confuciano dell’Edo jidai ᳯᚭᤨઍ, ed altri. Il SokkyŇ shijin ( 䇺 හ ⥝ ⹞ ੱ 䇻 2512 1892-1901; it. L’improvvisatore), versione giapponese a traduzione piuttosto libera dell’Improvisatoren (1835) di Hans Christian Andersen (1805-1875), è stimato migliore dell’originale. Per tutta la sua vita riuscì ad accomunare in sé due attività: quella del letterato e quella dell’ufficiale medico al servizio dell’esercito.  < Natsume SŇseki > Natsume SŇseki (ᄐ⋡ẇ⍹ 1867-1916), studioso di letteratura inglese, intraprese la carriera di scrittore dopo il ritorno dall’Inghilterra ove si era recato a scopo di studio per ordine del ministero dell’educazione. Mentre faceva ancora l’insegnante di inglese, scriveva opere di carattere umoristico e popolare, ma da quando aveva abbandonato l’insegnamento per impegnarsi a fondo nella produzione letteraria, aveva continuato a scavare il ‘filone’ (ossia l’indirizzo da seguire) da lui scoperto durante il suo soggiorno in Inghilterra.  Al contrario dei paesi occidentali, la cui modernizzazione venne attuata più autonomamente dalle forze giunte a maturità al loro interno, in Giappone invece, come 2506 2507 2508 2509 2510 2511 2512

Gen/ji/ mono/gatari Ḯ 827/580 ᳁ 177/566 ‛ 126/79 ⺆ 274/67 Tai/shŇ/ ji/dai ᄢ 7/26 ᱜ 109/275 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 Mai/hime 䇺⥰ 746/810 ᆢ 1534/1757䇻 reki/shi/ shŇ/setsu ᱧ 692/480 ผ 563/332 ዊ 63/27 ⺑ 307/400 Taka/se/bune 䇺㜞 49/190 ἑ 947/1513 ⥱ 1334/1094䇻 Shibu/e/ Chş/sai 䇺Ằ non reg./non reg.ᳯ 517/821 ᛽ 1238/987 ᢪ 1363/1478䇻 Sok/kyŇ/ shi/jin 䇺හ 1052/463 ⥝ 695/368 ⹞ 1094/570 ੱ 9/1䇻 349

abbiamo già visto diverse volte, la modernizzazione venne effettuata in modo forzoso e nel giro di poco tempo, sotto le pressioni provenienti dall’esterno. SŇseki ẇ⍹ studiò a fondo diversi problemi sull’io, che erano nati sotto tali condizioni, e come scrittore approfondì la tematica affrontata per la prima volta da Shimei ྾ㅅ, giungendo negli ultimi anni della sua vita alla conclusione tipicamente dell’Asia orientale da lui stesso espressa con questi termini: sokuten kyoshi (ೣᄤ෰⑳2513 lett. seguire il cielo e lasciare l’io).  È impossibile ignorarlo per uno studio approfondito sia della letteratura che dei pensieri giapponesi nell’età moderna e contemporanea (kin-gendai ㄭ࡮⃻ઍ2514).  Ecco alcune delle sue opere: Wagahai wa neko de aru (䇺ᚒヘߪ₀ߢ޽ࠆ䇻2515 it. Io sono un gatto, 1905-1906), Sorekara (䇺ߘࠇ߆ࠄ䇻 it. E dopo, 1909), Mon (䇺㐷䇻2516 it. Il portale, 1910), KŇjin (䇺ⴕੱ䇻2517 it. Il viandante, 1912-1913), Kokoro (䇺ߎߎࠈ䇻 lett. Anima, it. Kokoro, 1914). ٟ Al contrario dei settori artistici e culturali diversi dalla narrativa (ossia poesia,

teatro, arti figurative, musica, religione, architettura, abbigliamento, cucina, arti minori ecc.), presso i quali oggi coesistono pacificamente la tradizione giapponese e quanto è stato appreso dall’Occidente, la narrativa si allontanò dalla tradizione delle opere della letteratura di Edo (Edo bungaku ᳯᚭᢥቇ), assorbì ex-novo gli elementi della letteratura occidentale e si ripresentò tramutata. In altri termini la narrativa sola presenta discontinuità con il passato, ed è, questo, un fenomeno peculiare nella storia della cultura giapponese.

§68. Letteratura moderna (poesia - 1)  Si è già visto che la poesia tradizionale giapponese è rappresentata dai due generi, tanka ( ⍴ ᱌ 2518 5-7-5-7-7 ψ §11) e haiku ( େ ฏ 2519 5-7-5 ψ §50), caratterizzati ambedue dalla loro brevità eccezionale. Nell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ2520 18682513 2514 2515 2516 2517 2518 2519 2520

soku/ten/ kyo/shi ೣ 855/608 ᄤ 364/141 ෰ 618/414 ⑳ 221/125 kin/-/gen/dai ㄭ 127/445࡮⃻ 82/298 ઍ 68/256 Waga/hai/ wa/ neko/ de/ aru 䇺ᚒ 1392/1302 ヘߪ₀ 1763/1470 ߢ޽ࠆ䇻 Mon 䇺㐷 385/161䇻 KŇ/jin 䇺ⴕ 31/68 ੱ 9/1䇻 tan/ka ⍴ 789/215 ᱌ 478/392 hai/ku େ 1280/1035 ฏ 1258/337 Mei/ji/ ji/dai ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 350

1912) vennero ad aggiungersi poesie lunghe composte su modello occidentale. Oggi queste ultime sono chiamate kindaishi (ㄭઍ⹞2521 [lett. poesie moderne] o semplicemente shi ⹞; da non confondere con shi ⹞ nel senso di kanshi [ṽ⹞2522 poesie cinesi ψ§11]). ٟ Per fare riferimento all’insieme di tutti i diversi generi poetici nella tradizione

letteraria giapponese si usa il termine shiika [e non shika] ⹞᱌2523; ka [= uta] ᱌ ψ§11).

 Di seguito diamo per sommi capi una rappresentazione circa l’evoluzione dei tre generi poetici (shi ⹞ sorto ex novo, haiku େฏ e tanka ⍴᱌), e la estendiamo fino al 1945 per offrire una visione panoramica la più completa possibile: era MEIJI ᣿ᴦᤨઍ 1977 10

1887 20

era TAISHƿ ᄢᱜᤨઍ

1897 30

1907 1912 40 1

era ᤘ ๺

1921 1926 10 1

SHƿWA

ᤨ ઍ 1945 20

poesie del nuovo stile ᣂ૕⹞

SHI ⹞

romanticismo ࡠࡑࡦਥ⟵ simbolismo ⽎ᓽ⹞ poesie libere in lingua parlata ญ⺆⥄↱⹞

HAIKU େฏ

Hototogisuha ࡎ࠻࠻ࠡࠬᵷ

c

haiku libero ⥄↱ᓞେฏ

d

TANKA ⍴᱌

Myǀjǀha ᣿ᤊᵷ

e

nuovo

romanticismo

Araragiha ࠕ࡜࡜ࠡᵷ

naturalismo ⥄ὼਥ⟵

c Rivista Hototogisu (1897);

2521 2522 2523

d Rivista Myǀjǀ (1900); e Rivista Araragi (1908)

kin/dai/shi ㄭ 127/445 ઍ 68/256 ⹞ 1094/570 kan/shi ṽ 1394/556 ⹞ 1094/570 shiika ⹞ 1094/570 ᱌ 478/392 351

haiku

La storia del kindaishi ㄭઍ⹞ ebbe inizio nel 1882 con i cosiddetti shintaishi (ᣂ૕⹞2524 lett. poesie del nuovo stile), in parte traduzioni e in parte opere verseggiate sull’esempio delle poesie occidentali. Successivamente, verso la metà dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ), vennero innalzati a livello artistico quali kindaishi ㄭઍ⹞ a pieno titolo grazie al genio di Shimazaki TŇson (ፉፒ⮮᧛2525 ψ§67).  ‫ޣ‬TņSON E LA POESIA ROMANTICA‫ޤ‬Si è già rilevato che TŇson ⮮᧛, grande scrittore naturalista (shizenshugi sakka ⥄ ὼ ਥ ⟵ ૞ ኅ 2526 ), aveva iniziato l’attività letteraria come poeta (shijin ⹞ੱ2527) romantico. Tra il 1897 e il 1901 raccolse le sue opere in quattro volumi (p.es. Wakanashş 䇺⧯⩿㓸䇻2528 lett. raccolta di erbe giovani, 1897). La seguente inclusa nella raccolta del 1901 e composta in lingua classica al ritmo tradizionale di 5 e 7 haku ᜉ2529 alternati è un esemplare del kindaishi ㄭઍ⹞ a schema fisso in lingua classica (bungo teikeishi ᢥ⺆ቯဳ⹞2530). In seguito fu musicata. Con ogni probabilità non c’è un solo giapponese che non l’abbia mai cantata durante le lezioni di educazione musicale alla scuola elementare o comunque sentita cantare in qualche coro di ragazzi. SHI

UNA NOCE DI COCCO

ᬔሶ2531ߩኪ2532 Yashi no mi ฬ2533߽⍮2534ࠄߧ㆙2535߈ፉ2536ࠃࠅ Na mo shiranu / tŇki shima yori ᵹ2537ࠇነ2538ࠆᬔሶߩኪ৻ߟ 2524 2525 2526 2527 2528 2529 2530 2531 2532 2533 2534 2535 2536

Da un’isola il cui nome ignoro è giunta una noce di cocco, portata dalle correnti.

shin/tai/shi ᣂ 36/174 ૕ 110/61 ⹞ 1094/5701094/570 Shima/zaki/ TŇ/son ፉ 173/286 ፒ 457/1362 ⮮ 206/2231 ᧛ 210/191 shi/zen/shu/gi/ sak/ka ⥄ 53/62 ὼ 375/651 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 ૞ 99/360 ኅ 81/165 shi/jin ⹞ 1094/570 ੱ 9/1 Waka/na/shş 䇺⧯ 372/544 ⩿ 1108/931 㓸 168/436䇻 haku ᜉ 1529/1178 bun/go/ tei/kei/shi ᢥ 136/111 ⺆ 274/67 ቯ 62/355 ဳ 423/888 ⹞ 1094/570 ya/shi ᬔ non reg./non reg.ሶ 56/103 mi ታ 89/203 (giapp. moderno: ታ 89/203) na ฬ 116/82 shi/ru ⍮ 207/214 ࠆ (giapp. moderno: id.) tŇ/shi ㆙ 803/446 ߒ (giapp. moderno: tŇ/i ㆙ 803/446 ޿) shima ፉ 173/286 352

Nagareyoru / yashi no mi hitotsu. ᡿ㇹ2539ߩጯ2540ࠍ㔌2541ࠇߡ Furusato no / kishi o hanarete, ᳭2542ߪߘ߽ᵄ2543ߦᐞ᦬2544 Nare wa somo / nami ni iku tsuki?

Da quando hai lasciato la riva del tuo paese, per quanti lunghi mesi sei rimasta in balia delle onde?

⥟2545ߩ᮸2546ߪ↢2547߭߿⨃2548ࠇࠆ Moto no ki wa / oi ya shigereru? ᨑ2549ߪߥ߶ᓇ2550ࠍ߿ߥߖࠆ Eda wa nao / kage o ya naseru?

Il cocco da cui sei caduto sarà in rigoglio? Il ramo sarà tuttora tanto frondoso da fare ombra?

ࠊࠇ߽߹ߚᷪ2551ࠍᨉ2552 Ware mo mata / nagisa o makura, ቅり2553ߩᶋኢ2554ߩᣏ2555ߙ Hitorimi no / ukine no tabi zo.

Anch’io sto vagando solo soletto, riposando giorno dopo giorno vicino al mare.

naga/ru ᵹ 296/247 ࠆ (giapp. moderno: naga/re/ru ᵹ 296/247 ࠇࠆ) yo/ru ነ 545/1361 ࠆ (giapp. moderno: id.) 2539 furusato ᡿ 455/173 ㇹ 1004/855 (giapp. moderno: furu/sato ฎ 373/172 ㉿ 1077/142, ko/kyŇ ᡿ 455/173 ㇹ 1004/855) 2540 kishi ጯ 847/586 2541 hana/ru 㔌 641/1281 ࠆ (giapp. moderno: hana/re/ru 㔌 641/1281 ࠇࠆ) 2542 nare ᳭ non reg./non reg. (giapp. moderno: omae ߅೨ 38/47, kimi ำ 700/793) 2543 nami ᵄ 606/666 2544 iku/ tsuki ᐞ 1646/877 ᦬ 26/17 2545 moto ⥟(= ᣥ 808/1216) (giapp. moderno: moto ᣥ 808/1216) 2546 ki ᮸ 1034/1144 (giapp. moderno: ki ᧁ 148/22) 2547 Ň ↢ 29/44 ߰ (giapp. moderno: sei/chŇ/su/ru ᚑ 115/261 㐳 25/95 ߔࠆ) 2548 shige/ru ⨃ 1166/1467 ࠆ (giapp. moderno: id.) 2549 eda ᨑ 1154/870 2550 kage ᓇ 630/854 2551 nagisa ᷪ non reg./non reg. 2552 makura ᨉ non reg./non reg. 2553 hitori/mi ቅ 1440/1480 り 331/59 (giapp. moderno: hito/ri/mi ⁛ 479/219 ࠅり 331/59) 2554 uki/ne ᶋ 1047/938 ኢ 1079/1079 2555 tabi ᣏ 566/222 2537

2538

353

ኪࠍߣࠅߡ⢷2556ߦ޽ߟࠇ߫ Mi o torite / mune ni atsureba, ᣂ2557ߥࠅᵹ㔌2558ߩᘷ2559 Arata nari / ryşri no urei.

Quando prendo la noce e la stringo al petto, mi si rinnova la nostalgia del paese natio.

ᶏ2560ߩᣣ2561ߩᴉ2562߻ࠍ⷗2563ࠇ߫ Umi no hi no / shizumu o mireba, ỗ2564ࠅ⪭2565ߟ⇣ㇹ2566ߩᶡ2567 Tagiriotsu / ikyŇ no namida.

Quando vedo tramontare il sole sotto il mare, mi rigano impetuosamente il viso le lacrime della terra straniera.

ᕁ2568߭߿ࠆ౎㊀2569ߩ᳤‫ޘ‬2570 Omoiyaru / yae no shiojio, ޿ߠࠇߩᣣߦ߆࿡2571ߦᏫ2572ࠄ߻ Izure no hi ni ka / kuni ni kaeramu.

Volo con la mente sulla grande distesa del mare. Un giorno o l’altro rivedremo il paese di provenienza.

 ‫ ޣ‬NASCITA DELLA POESIA LIBERA IN LINGUA PARLATA ‫ ޤ‬Quasi contemporaneamente al sorgere della poesia a ispirazione simbolista (shŇchŇshi ⽎ᓽ⹞

2556 2557 2558 2559 2560 2561 2562 2563 2564 2565 2566 2567 2568 2569 2570 2571 2572

nume ⢷ 1085/1283 arata/nari ᣂ 36/174 ߥࠅ (giapp. moderno: ara/ta/da ᣂ 36/174 ߚߛ) yş/ri ᵹ 296/247 㔌 641/1281 urei ᘷ 1627/1032 umi ᶏ 158/117 hi ᣣ 1/5 shizu/mu ᴉ 1319/936 ߻ (giapp. moderno: id.) mi/ru ⷗ 48/63 ࠆ (giapp. moderno: id.) tagi/ru ỗ 596/1017 ࠆ (giapp. moderno: ta/gi/ru ߚ߉ࠆ) o/tsu ⪭ 393/839 ߟ (giapp. moderno: o/chi/ru ⪭ 393/839 ߜࠆ) i/kyŇ ⇣ 707/1061 ㇹ 1004/855 namida ᶡ 1360/1239 omŇ ᕁ 149/99 ߰ (giapp. moderno: omŇ ᕁ 149/99 ߁) ya/e ౎ 41/10 ㊀ 155/227 shio/jio ᳤ non reg./non reg.䇱174/p.58 kuni ࿖ 8/40 kae/ru Ꮻ 454/317 ࠆ (giapp. moderno: id.) 354

2573)

sotto l’influenza del simbolismo francese, nacque la poesia in lingua colloquiale e libera dal vincolo dello schema fisso, chiamata di solito kŇgo jiyşshi (ญ⺆⥄↱⹞2574 lett. poesia libera in lingua colloquiale). Il movimento fu portato avanti, da una parte, perché spinto dallo spirito del naturalismo (shizenshugi ⥄ὼਥ⟵ 2575 ), e, dall’altra, perché favorito dall’affermarsi dell’unificazione delle lingue parlata e scritta (genbun’itchi ⸒ᢥ ৻⥌2576 ψ§69), ma è soltanto nell’era TaishŇ (TaishŇ jidai ᄢᱜᤨઍ2577 1912-1926) che riuscì a creare la corrente che doveva rivelarsi dominante nel campo della poesia shi ⹞. (Continua al §77.) Verso la fine del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) la produzione dello haikai େ⺽2578 era in condizioni mediocri con opere stereotipate. La stessa situazione si protraeva a lungo nell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ). Ma è chiaro che il rinnovamento Meiji (Meiji ishin ᣿ᴦ⛽ᣂ it. restaurazione Meiji) che non risparmiava nessun campo, non permise certo al mondo dello haikai େ⺽ di continuare a dormire nel torpore. A mettere mano all’opera del suo aggiornamento fu Masaoka Shiki (ᱜጟሶⷙ2579 1867-1902), figura d’un rilievo eccezionale nella storia dello shiika ⹞᱌2580. La storia dello haiku େฏ2581 inizia, a rigor di termini, con Shiki ሶⷙ.  ‫ޣ‬SHIKI E LA RIFORMA DELLO HAIKAI ‫ޤ‬Shiki ሶⷙ diede una piena autonomia allo hokku (⊒ฏ 2582 ψ§50), che non si era reso ancora pienamente indipendente, e lo chiamò haiku େฏ per l’appunto. Il termine haiku େฏ, quindi, ha in sé una connotazione che lo rende diverso dallo hokku ⊒ฏ del renku (ㅪฏ2583 ψ §50), e ciò avvenne grazie all’innovazione apportata al contenuto delle tre stanze di 5-7-5.  Prendendo spunto dalla teoria sulla pittura ad olio trasmessa da Antonio Fontanesi HAIKU

2573 2574 2575 2576 2577 2578 2579 2580 2581 2582 2583

shŇ/chŇ/shi ⽎ 575/739 ᓽ 1026/1420 ⹞ 1094/570 kŇ/go/ ji/yş/shi ญ 213/54 ⺆ 274/67 ⥄ 53/62 ↱ 376/363 ⹞ 1094/570 shi/zen/shu/gi ⥄ 53/62 ὼ 375/651 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 gen/bun/ it/chi/tai ⸒ 279/66 ᢥ 136/111 ৻ 4/2 ⥌ 916/903 Tai/shŇ/ ji/dai ᄢ 7/26 ᱜ 109/275 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 hai/kai େ 1280/1035 ⺽ non reg./non reg. Masa/oka/ Shi/ki ᱜ 109/275 ጟ 370/non reg.ሶ 56/103 ⷙ 488/607 shiika ⹞ 1094/570 ᱌ 478/392 hai/ku େ 1280/1035 ฏ 1258/337 hok/ku ⊒ 43/96 ฏ 1258/337 ren/ku ㅪ 87/440 ฏ 1258/337 355

(Antonio Fontanēji ࠕࡦ࠻࠾ࠝ = ࡈࠜࡦ࠲ࡀ࡯ࠫ 1818-1882; oyatoi gaikokujin [ᓮ 㓹ᄖ࿖ੱ2584 lett. straniero impiegato ψ§65] per due anni 1876-1878) di Reggio Emilia, Shiki ሶⷙ avanzò la proposta di utilizzare la tecnica pittorica di shasei (౮↢ 2585 lett. copiare dal vero, ispirarsi alla realtà esterna). Sostenne, cioè, che gli autori di haiku (haijin େੱ2586) non dovessero poetare sul proprio stato d’animo, ma rappresentare gli oggetti su cui poetare così come i loro sensi li percepivano. Shiki ሶⷙ esaltò Buson (⭢᧛2587 ψ§51), haikista-pittore, e ciò non senza motivi.  Ecco un paio di haiku େฏ esemplari di Shiki ሶⷙ:

ᩑ2588ߊ߳߫㏹2589߇㡆2590ࠆߥࠅᴺ㓉ኹ2591 Kaki kueba / kane ga naru nari / HŇryşji [Mentre mangio cachi, sento suonare la campana dell’HŇryşji]. (kigo ቄ⺆2592: kaki ᩑ cachi: autunno)

᧻2593ߩ㔐2594ഀ2595ࠇߡ⪭2596ߜߌࠅ᳓2597ߩਛ2598 Matsu no yuki / warete ochikeri / mizu no naka [Una massa di neve sul ramo di pino, spaccatasi, è caduta nell’acqua]. (kigo ቄ⺆: yuki 㔐 neve: inverno)

2584 2585 2586 2587 2588 2589 2590 2591 2592 2593 2594 2595 2596 2597 2598

o/yatoi/ gai/koku/jin ᓮ 620/708 㓹 1419/1553 ᄖ 120/83 ࿖ 8/40 ੱ 9/1 sha/sei ౮ 489/540 ↢ 29/44 hai/jin େ 1280/1035 ੱ 9/1 Bu/son ⭢ non reg./non reg.᧛ 210/191 kaki ᩑ 1568/non reg. kane ㏹ 1425/1821 na/ru 㡆 1186/925 ࠆ (giapp. moderno: id.) HŇ/ryş/ji ᴺ 145/123 㓉 1255/946 ኹ 687/41 ki/go ቄ 871/465 ⺆ 274/67 matsu ᧻ 215/696 yuki 㔐 907/949 wa/ru ഀ 357/519 ࠆ (giapp. moderno: wa/re/ru ഀ 357/519 ࠇࠆ) o/tsu ⪭ 393/839 ߟ (giapp. moderno: o/chi/ru ⪭ 393/839 ߜࠆ) mizu ᳓ 144/21 naka ਛ 13/28 356

 < Shiki e il suo contributo linguistico > Con la teoria dello shasei ౮↢, Shiki ሶⷙ contribuì anche al movimento di unificazione delle lingue parlata e scritta (genbun’itchi ⸒ᢥ৻⥌), dando esempi di uno stile sobrio ed oggettivo della lingua scritta (shaseibun ౮↢ᢥ2599; bun ᢥ frase, scritto).  ‫ޣ‬DOPO SHIKI‫ޤ‬Dei suoi discepoli haikisti (haijin େੱ) Shiki ሶⷙ prediligeva due: Takahama Kyoshi (㜞ᵿ⯯ሶ2600 1874-1959) e Kawahigashi HekigodŇ (ᴡ᧲⏉᪷ ᩿2601 1873-1937).  Dopo la morte di Shiki ሶⷙ era sorto un netto contrasto di orientamento fra i due. HekigodŇ ⏉᪷᩿ abbandonò lo schema tradizionale di 5-7-5, dando inizio al cosiddetto haiku libero (jiyşritsu haiku ⥄↱ᓞେฏ2602 lett. haiku libero dalla metrica). Nel gruppo formatosi in torno a HekigodŇ ⏉᪷᩿ c’erano coloro che abbandonarono anche il kidai ቄ㗴2603. In linea di massima si può dire che nel periodo a cavallo fra Meiji ᣿ᴦ e TaishŇ ᄢᱜ la tendenza innovatrice-progressista era dominante.  Kyoshi ⯯ሶ, che si dava nel frattempo alla produzione narrativa, tornò all’inizio dell’era TaishŇ (TaishŇ jidai ᄢᱜᤨઍ) ai circoli haikisti (haidan େს2604) col preciso intento di contrastare il movimento di nuova tendenza secondo lui fuorviante. (Continua al §77.) Il tanka ⍴᱌2605 dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ) iniziò nel 1893 con la formazione di un’associazione di poeti di tanka (kajin ᱌ੱ2606). Successivamente, con la pubblicazione della rivista letteraria MyŇjŇ (䇺᣿ᤊ䇻2607 lett. Venere, 1900-1908, 1921-1927), si videro acclamati da un largo pubblico i tanka ⍴᱌ di ispirazione romantica. Si chiama MyŇjŇha (᣿ᤊᵷ2608 scuola MyŇjŇ) il gruppo di poeti di tanka ⍴᱌ radunatisi intorno a questa rivista. TANKA

2599 2600 2601 2602 2603 2604 2605 2606 2607 2608

sha/sei/bun ౮ 489/540 ↢ 29/44 ᢥ 136/111 Taka/hama/ Kyo/shi 㜞 49/190 ᵿ 418/785 ⯯ 1588/1572 ሶ 56/103 Kawa/higashi/ Heki/go/dŇ ᴡ 698/389 ᧲ 11/71 ⏉ non reg./non reg.᪷ non reg./non reg.᩿ 1569/2110 ji/yş/ritsu/ hai/ku ⥄ 53/62 ↱ 376/363 ᓞ 1048/667 େ 1280/1035 ฏ 1258/337 ki/dai ቄ 871/465 㗴 123/354 hai/dan େ 1280/1035 ს 1384/1839 tan/ka ⍴ 789/215 ᱌ 478/392 ka/jin ᱌ 478/392 ੱ 9/1 MyŇ/jŇ 䇺᣿ 84/18 ᤊ 877/730䇻 MyŇ/jŇ/ha ᣿ 84/18 ᤊ 877/730 ᵷ 293/912 357

ٟ A partire dall’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ) si usa di nuovo il termine tanka

⍴᱌ in riferimento alla poesia tradizionale di 5-7-5-7-7. ‫ޣ‬YOSANO AKIKO ED IL TANKA ROMANTICO‫ޤ‬Fu la poetessa Yosano Akiko (ਈ⻢㊁᥏ሶ2609 1878-1942) a svolgere non solo l’attività più strepitosa, ma anche il ruolo trainante del gruppo MyŇjŇha ᣿ᤊᵷ con i suoi tanka ⍴᱌ focosi dal contenuto libero da ogni convenzione e, secondo il senso comune di quei tempi, pervaso di una sensualità persino provocante. Per la gente d’allora costituivano una sorpresa.  Da Midaregami (䇺ߺߛࠇ㜬䇻2610 lett. capelli arruffati, 1901), una delle sue raccolte di tanka ⍴᱌, rimasta memorabile nella storia della letteratura giapponese si riportano due opere. (Questa volta li scriviamo col pennello e, in conformità alla tradizione, anche verticalmente da destra verso sinistra)



2610

Yo/sa/no/ Aki/ko ਈ 485/539 ⻢ 1162/901 ㊁ 85/236 ᥏ 1698/1645 ሶ 56/103 Mi/da/re/gami 䇺ߺߛࠇ㜬 1344/1148䇻 358



2609



ℳ ↳↞Ꮋ↝ⅱ↓ⅼᘉກ↚↤↻↱ᙸ↖ ↄ↢ↆⅺ↸↉↳ᢊ⇁ᛟⅾӽ Yawahada no / atsuki chishio ni / fure mo mide / sabishikarazu ya / michi o toku kimi [Senza neppur toccarmi la pelle vellutata dal sangue caldo tu parli della strada che vuoi fare. Ma non ti senti solo?]

Ĭ ⎝⎞⎛⎝⎂ӽ⎞ࢳ⎒⎾⎾⎆⎆⎔⎊⎙Ј⎚⎊ᑶ᣼⎡‫ٲ‬உ‫⎝⍾ٸ‬

ṟ ⎷⎢Ꮋ⎡⍵⎗⎀ᘉກ⎞⎨⎿⎵ᙸ⎚⎈⎦⎊⍾⎼⎍⎷ᢊ⏅ᛟ⎂ӽ

Ⅎ ↙↚↗↙ⅾӽ↚ࢳ↎↺↺ↂↂ←ↆ↕ Ј↖ↆᑶ᣼↝‫ٲ‬உ‫ٸ‬ⅺ↙ Nani to naku / kimi ni mataruru / kokochi shite / ideshi hanano no / yşzukiyo kana [Colta da un sentore improvviso di essere attesa da te, sono uscita per venirti incontro. Ed ecco che mi si presenta agli occhi la luna di sera sul campo di fiori].

‫ޣ‬TENTATIVO DI RINNOVAMENTO AD OPERA DI SHIKI‫ޤ‬Masaoka Shiki ‫ޣ‬ ᱜጟሶⷙ che da anni si era dato all’attività di aggiornamento dello haiku େฏ mise mano anche al settore del tanka ⍴᱌ con quella stessa teoria dello shasei ౮↢ che era stata positivamente collaudata con lo haiku େฏ, ma il momento della sua iniziativa coincise con i tempi d’oro del MyŇjŇha ᣿ᤊᵷ e la sua proposta non ottenne molti consensi.  Shiki ሶⷙ che nel campo dello haiku େฏ aveva apprezzato molto Buson ⭢᧛, per il tanka ⍴᱌ esaltò il Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻2611 le cui poesie sono caratterizzate dal tono schietto e diretto (ψ§11).  ‫ ޣ‬TANKA A ISPIRAZIONE NATURALISTA ‫ ޤ‬Il movimento naturalista (shizenshugi bungaku undŇ ⥄ὼਥ⟵ᢥቇㆇേ2612) diede anche poeti naturalisti di tanka ⍴᱌, fra cui Ishikawa Takuboku (⍹Ꮉໟᧁ2613 1886-1912), morto giovane e povero. Poetò sulla vita. I suoi tanka ⍴᱌ sono scritti divisi in tre righe:

 ߝߞߣᚻࠍ⷗ࠆ  Jitto te o miru  A lungo fisso lo sguardo sulle mie mani.]

⎢⎒⎼⎄⎜

 ߪߚࠄߌߤ₈ࠊ߇↢ᵴᭉߦߥࠄߑࠅ  hatarakedo nao / waga kurashi / rakuni narazari /  ancora lavoro, ma vivo tuttora in miseria.

⎢⎒⎼⎄⎜྅⏂⍿ဃ෇ಏ⎞⎝⎼⎉⎽

⎕⎖ ⎛৖⏅ᙸ⎾

ߪߚࠄߌߤ  Hatarakedo /  [Lavoro e

 ‫ޣ‬ASCESA DELLA SCUOLA ARARAGI ‫ޤ‬Dopo la morte di Shiki ሶⷙ fu Man’/yŇ/shş 䇺ਁ 96/16 ⪲ 405/253 㓸 168/436䇻 shi/zen/shu/gi/ bun/gaku/ un/dŇ ⥄ 53/62 ὼ 375/651 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 ㆇ 179/439 േ 86/231 2613 Ishi/kawa/ Taku/boku ⍹ 276/78 Ꮉ 111/33 ໟ non reg./non reg.ᧁ 148/22

2611 2612

359

pubblicata la rivista Araragi (䇺ࠕ࡜࡜ࠡ䇻2614 1908-1997) dai suoi discepoli di tanka ⍴ ᱌. Essi, chiamati Araragiha (ࠕ࡜࡜ࠡᵷ lett. scuola Araragi), eredi dello shasei ౮↢ del maestro, cominciavano a guadagnare terreno. (Continua al §77.)

§69. Movimento di unificazione delle lingue parlata e scritta DIVARIO DELLE LINGUE PARLATA E SCRITTA E PLURALITÀ DELLA LINGUA SCRITTÀ

È dato quasi per certo che durante il periodo Heian (Heian jidai ᐔ቟ᤨઍ2615, 794-1185) tra la lingua orale della classe aristocratica, specie delle nobildonne e la lingua scritta quale, per esempio, quella che si legge nei generi nikki ᣣ⸥2616 e monogatari ‛⺆2617, non vi fossero che minime differenze. In altre parole, almeno nell’alta società si parlava in pratica la stessa lingua di quella in cui è scritto, per esempio, il Genji monogatari Ḯ᳁‛⺆2618.  A partire dal periodo cosiddetto inseiki (㒮᡽ᦼ 2619 lett. periodo dello insei, 1086-1179/1185), tuttavia, la divergenza inziale ancora piccola tra parlata e scritta andò crescendo col tempo, e nel bakumatsu (᐀ᧃ2620 1853 ca.-1867) presentava enormi discrepanze. Per giunta, nell’ambito della lingua scritta, coesisteva promiscuamente tutta una serie di varietà: lingua classica dei secoli precedenti, lingua che codificava quella orale d’allora, lingua cinese del passato (kanbun ṽᢥ2621 ψ§21), lingua in stile di traduzione dal cinese secondo il metodo kundoku (⸠⺒2622 ψ§22), lingua epistolare in stile classicheggiante, chiamata sŇrŇbun (୥ᢥ2623 frase onorifica in cui viene usata frequentemente la parola sŇrŇ ୥߰2624 con valore di masu ߹ߔ, aru ޽ࠆ o iru ޿ ࠆ) e via dicendo. Ovviamente tale situazione ostacolava la comunicazione precisa e

2614 2615 2616 2617 2618 2619 2620 2621 2622 2623 2624

A/ra/ra/gi 䇺ࠕ࡜࡜ࠡ䇻 Hei/an/ ji/dai ᐔ 143/202 ቟ 128/105 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 nik/ki ᣣ 1/5 ⸥ 147/371 mono/gatari ‛ 126/79 ⺆ 274/67 Gen/ji/ mono/gatari Ḯ 827/580 ᳁ 177/566 ‛ 126/79 ⺆ 274/67 in/sei/ki 㒮 236/614 ᡽ 50/483 ᦼ 119/449 baku/matsu ᐀ 836/1432 ᧃ 528/305 kan/bun ṽ 1394/556 ᢥ 136/111 kun/doku ⸠ 1059/771 ⺒ 484/244 sŇrŇ/bun ୥ 817/944 ᢥ 136/111 sŇrŇ ୥ 817/944 ߰ 360

spedita per iscritto con conseguenti ripercussioni negative sulla modernizzazione del paese. MOVIMENTO DI UNIFICAZIONE DELLE LINGUE PARLATA E SCRITTA

A cavallo del periodo Edo (Edo jidai ᳯ ᚭᤨઍ) e l’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨ ઍ) la necessità di razionalizzare la vita linguistica venne sostenuta, a fine pratico, da alcuni cultori di studi occidentali (yŇgakusha ᵗቇ⠪2625), ma, in parte per disorientamento degli interessati stessi e in parte per mancanza d’interesse da parte delle masse, la razionalizzazione della lingua scritta stentò a procedere.  Perché i tempi fossero maturi, si doveva attendere la nascita (intorno al 1887 [20° anno Meiji ᣿ᴦੑචᐕ]) della letteratura moderna. Furono infatti gli scrittori a tentare la creazione di uno stile di lingua scritta, denominato posteriormente kŇgotai (ญ⺆૕2626 lett. stile colloquiale), su elaborazione della lingua che si parlava allora a TŇkyŇ ᧲੩, città ormai divenuta il centro del Giappone sotto ogni aspetto. Per fare riferimento ad uno stile ideale da creare di lingua scritta si usava, in quei tempi, l’espressione genbun itchitai (⸒ᢥ৻⥌૕ 2627 lett. stile unificato delle lingue parlata [gen ⸒] e scritta [bun ᢥ]). Fu Yamada BimyŇ (ጊ↰⟤ᅱ2628 1868-1910) del Ken’yşsha (⎮෹␠2629 ψ§67) a svolgere, nella fase intermedia del Meiji ᣿ᴦ, l’attività più intensa in proposito, ma il posto d’onore per la migliore riuscita spettò a Futabatei Shimei ੑ⪲੪྾ㅅ2630 in Ukigumo (䇺ᶋ㔕䇻2631 1887-1889) ed in particolare nelle sue traduzioni dal russo. In seguito, favorito anche dal contributo di Masaoka Shiki ᱜጟሶ ⷙ2632 e dei suoi discepoli con i loro shaseibun (౮↢ᢥ2633 ψ§68), lo stile colloquiale kŇgotai ญ ⺆ ૕ si stabilizzò definitivamente per merito degli scrittori naturalisti (shizenshugi sakka ⥄ὼਥ⟵૞ኅ2634).  ‫ޣ‬DIFFUSIONE DELLA LINGUA SCRITTA IN STILE COLLOQUIALE‫ޤ‬  I libri di testo per l’uso dell’istruzione obbligatoria intanto iniziavano ad adottare un

2625 2626 2627 2628 2629 2630 2631 2632 2633 2634

yŇ/gaku/sha ᵗ 366/289 ቇ 33/109 ⠪ 22/164 kŇ/go/tai ญ 213/54 ⺆ 274/67 ૕ 110/61 gen/bun/ it/chi/tai ⸒ 279/66 ᢥ 136/111 ৻ 4/2 ⥌ 916/903 ૕ 110/61 Yama/da/ Bi/myŇ ጊ 60/34 ↰ 24/35 ⟤ 289/401 ᅱ 1045/1154 Ken’/yş/sha ⎮ non reg./non reg.෹ 543/264 ␠ 30/308 Futa/ba/tei/ Shi/mei ੑ 6/3 ⪲ 405/253 ੪ 1496/1184 ྾ 18/6 ㅅ 1251/967 Uki/gumo 䇺ᶋ 1047/938 㔕 1124/636䇻 Masa/oka/ Shi/ki ᱜ 109/275 ጟ 370/non reg.ሶ 56/103 ⷙ 488/607 sha/sei/bun ౮ 489/540 ↢ 29/44 ᢥ 136/111 shi/zen/shu/gi/ sak/ka ⥄ 53/62 ὼ 375/651 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 ૞ 99/360 ኅ 81/165 361

numero sempre maggiore di brani scritti in stile colloquiale kŇgotai ญ⺆૕, contribuendo a diffondere la lingua di TŇkyŇ (TŇkyŇgo ᧲੩⺆2635), ossia la lingua oggi definita quale il giapponese comune (kyŇtsşgo ౒ㅢ⺆2636). ٟ < Stile colloquiale post-Meiji > Con l’occasione si fa riferimento ai fatti più rilevanti verificatisi dall’era TaishŇ (TaishŇ jidai ᄢᱜᤨઍ 1912-1926) in poi. I quotidiani ad alta tiratura, fra i quali in particolare il giornale Asahi (Asahi shimbun ᦺᣣᣂ⡞ 2637 1879-tuttora), ritenuto un tempo il più autorevole, si rifiutavano ostinatamente a tutta prima di scrivere i loro articoli di fondo in stile colloquiale per una questione di solennità stilistica, ma finirono con l’abbandonare la loro politica conservatrice prima della fine dell’era TaishŇ (TaishŇ jidai ᄢᱜᤨ ઍ). Da quel momento rimase acquisito che, per scrivere, ci si doveva servire della lingua colloquiale (kŇgobun ญ⺆ᢥ2638 lett. frase in stile colloquiale), qualunque fosse l’argomento da trattare, con l’unica eccezione dei documenti burocratici e degli articoli di legge. Per l’adeguamento di queste ultime due categorie si doveva attendere fin oltre la fine della seconda guerra mondiale (Dai niji sekai taisen ╙ੑ ᰴ਎⇇ᄢᚢ2639 1939-1945). ٟ Rispetto alla lingua italiana nelle sue forme parlata e scritta, la distanza che separa il giapponese scritto da quello parlato è tuttora di gran lunga maggiore.

§70. Attività in alcuni campi artistici Si è già detto che i primi anni Meiji ᣿ᴦ furono caratterizzati dallo sforzo di apprendere il know how di utilizzabilità immediata (jitsugaku ታቇ2640) per la produzione industriale e per la vita di tutti i giorni. Si è rilevato anche che si verificavano persino casi di distruzione del patrimonio culturale (haibutsu kishaku ᑄ੽Მ㉼ 2641 ) e di svendità di opere d’arte. (ψ§63) Così, nella prima metà dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦ ᤨઍ 1868-1912), al pari della produzione letteraria, anche l’attività artistica in genere non riuscì a dare che scarsi segni di ripresa.

2635 2636 2637 2638 2639 2640 2641

TŇ/kyŇ/go ᧲ 11/71 ੩ 16/189 ⺆ 274/67 kyŇ/tsş/go ౒ 159/196 ㅢ 71/150 ⺆ 274/67 Asa/hi/ shim/bun ᦺ 257/469 ᣣ 1/5 ᣂ 36/174 ⡞ 262/64 kŇ/go/bun ญ 213/54 ⺆ 274/67 ᢥ 136/111 Dai/ ni/ji/ se/kai/ tai/sen ╙ 76/404 ੑ 6/3 ᰴ 235/384 ਎ 152/252 ⇇ 170/454 ᄢ 7/26 ᚢ 88/301 jitsu/gaku ታ 89/203 ቇ 33/109 hai/butsu/ ki/shaku ᑄ 1014/961 ੽ 678/583 Მ non reg./non reg.㉼ 1214/595 362

ARTI FIGURATIVE

Il nome da citare per primo è quello di Okakura Tenshin (ጟୖᄤᔃ 2642 1862-1913) conosciuto soprattutto quale autore di un noto libro scritto originariamente in inglese, The Book of Tea (1906; titolo della versione giapponese: Cha no Hon 䇺⨥ߩᧄ䇻2643 it. Il Libro del Tè), in cui Tenshin ᄤᔃ invitava gli occidentali a volersi avvicinare alla cultura orientale, avvertendoli che la cultura e civiltà occidentale non era l’unica in senso assoluto. ٟ In Occidente Tenshin ᄤᔃ è noto quale KakuzŇ ⷡਃ2644, suo vero nome,

ma in Giappone è conosciuto con lo pseudonimo di Tenshin ᄤᔃ.

Egli non era artista, ma un critico d’arte e un pensatore. Ai suoi tempi c’erano diverse tendenze di pensiero, fra cui il cosiddetto kokusuishugi (࿖☴ਥ⟵2645 ψ§61), nazionalismo ‘aperto’. Tenshin ᄤᔃ fu uno dei pensatori di tale tendenza, e insieme con E. F. Fenollosa (Fenorosa ࡈࠚࡁࡠࠨ 1853-1908, in Giapp. 1878-1890), oyatoi gaikokujin ᓮ㓹ᄖ࿖ੱ2646 statunitense, riscoprì il valore delle opere d’arte tradizionali ed incoraggiò l’attività creativa, nella quale emersero suoi numerosi seguaci quali artisti di pittura di stile tradizionale giapponese (nihonga ᣣᧄ↹ 2647 o anche hŇga ㇌↹2648 ψ§78).  Quanto poi alla pittura occidentale (yŇga ᵗ↹2649 o letteralmente anche seiyŇga ⷏ ᵗ↹2650), essa era stata oggetto di studio già sin dal bakumatsu ᐀ᧃ2651 , perché diversamente dallo yamatoe (ᄢ๺⛗2652 ψ§24) l’arte occidentale era stata sostenuta dallo spirito del realismo (ossia shasei ౮↢2653 lett. dipingere dal vero), quindi si era rivelata utile per le sue funzioni tecniche. ٟ La pittura di stile tradizionale giapponese si chiama, nei confronti della pittura 2642 2643 2644 2645 2646 2647 2648 2649 2650 2651 2652 2653

Oka/kura/ Ten/shin ጟ 370/non reg.ୖ 708/1307 ᄤ 364/141 ᔃ 139/97 Cha/ no/ Hon 䇺⨥ 805/251 ߩᧄ 15/25䇻 Kaku/zŇ ⷡ 896/605 ਃ 10/4 koku/sui/shugi ࿖ 8/40 ☴ 1537/1708 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 o/yatoi/ gai/koku/jin ᓮ 620/708 㓹 1419/1553 ᄖ 120/83 ࿖ 8/40 ੱ 9/1 ni/hon/ga ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ↹ 150/343 hŇ/ga ㇌ 1001/808 ↹ 150/343 yŇ/ga ᵗ 366/289 ↹ 150/343 sei/yŇ/ga ⷏ 167/72 ᵗ 366/289 ↹ 150/343 baku/matsu ᐀ 836/1432 ᧃ 528/305 yamato/e ᄢ 7/26 ๺ 151/124 ⛗ 976/345 sha/sei ౮ 489/540 ↢ 29/44 363

occidentale, nihonga ᣣᧄ↹ o hŇga ㇌↹ e in contrapposizione alla pittura cinese dell’età premoderna yamatoe ᄢ๺⛗.

 Nell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ), poi, sotto la guida di Fontanesi (Fontanēji ࡈ ࠜࡦ࠲ࡀ࡯ࠫ ψ§68) si ebbero i primi artisti che si dedicarono alla pittura quale arte fine a se stessa. Verso la fine del XIX secolo cominciarono a tornare da un soggiorno di studio in Francia pittori come Kuroda Seiki (㤥↰ᷡノ2654 1866-1924). Nel campo della scultura operarono attivamente Takamura KŇun (㜞᧛శ㔕2655 1852-1934) ed altri. Nella seconda metà dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ ᴦᤨ ઍ 1868-1912) sorsero più espressioni teatrali di diverse tendenze, ma più popolare rimase il kabuki ᱌⥰પ2656. Ci furono, è vero, tentativi di aggiornamento, ma con risultati di scarso rilievo. Il nŇ ⢻2657, il kyŇgen ⁅⸒2658 e il ningyŇ jŇruri ੱᒻᵺℲⅇ2659, erano ormai divenuti generi fossilizzati, per non dire morti. TEATRO

Accanto alla musica tradizionale detta complessivamente hŇgaku (㇌ᭉ2660 musica tradizionale giapponese) fece la sua apparizione anche la musica occidentale (yŇgaku ᵗᭉ2661) con Taki RentarŇ (Ṛᑇᄥ㇢2662 1879-1903), compositore e pianista. Si cantano anche adesso sue opere quali il KŇjŇ no tsuki (䇺⨹ၔߩ᦬䇻2663 lett. luna del castello in rovina) e lo Hana (䇺⧎䇻2664 lett. fiori). Era un musicista promettente, ma a causa di una grave malattia fu costretto a rimpatriare dalla Germania ove era stato inviato a studiare dal ministero dell’educazione. Morì giovanissimo.  Nel 1879 la musica occidentale (yŇgaku ᵗᭉ) era stata inserita fra le materie d’insegnamento scolastiche, determinando sin da quel momento una netta inclinazione del-

MUSICA

2654 2655 2656 2657 2658 2659 2660 2661 2662 2663

Kuro/da/ Sei/ki 㤥 317/206 ↰ 24/35 ᷡ 509/660 ノ Taka/mura/ KŇ/un 㜞 49/190 ᧛ 210/191 శ 417/138 㔕 1124/636 ka/bu/ki ᱌ 478/392 ⥰ 746/810 પ non reg./non reg. nŇ ⢻ 341/386 kyŇ/gen ⁅ 1352/883 ⸒ 279/66 nin/gyŇ/ jŇ/ru/ri ੱ 9/1 ᒻ 408/395 ᵺ 1559/664 Ⅎ non reg./non reg.ⅇ non reg./non reg. hŇ/gaku ㇌ 1001/808 ᭉ 232/358 yŇ/gaku ᵗ 366/289 ᭉ 232/358 Taki/ Ren/ta/rŇ Ṛ 1285/1759 ᑇ 1752/1689 ᄥ 343/629 ㇢ 237/980 KŇ/jŇ/ no/ tsuki 䇺⨹ 901/1377 ၔ 638/720 ߩ᦬ 26/17䇻 364

l’interesse musicale dei giapponesi verso lo yŇgaku ᵗᭉ. Anche gli inni liturgici cristiani destarono curiosità. ARCHITETTURA

In questo campo spicca la figura di J. J. Conder (Kondoru ࠦࡦ࠼࡞ 1852-1920, 1877-1920), oyatoi gaikokujin ᓮ㓹ᄖ࿖ੱ inglese, che contribuì a diffondere l’architettura occidentale (seiyŇ kenchiku ⷏ᵗᑪ▽2665) in Giappone, sia con le sue stesse opere (p.es. Rokumeikan 㣮㡆㙚2666 ψ§61) che con l’attività dei suoi allievi giapponesi.

2664 2665 2666

Hana 䇺⧎ 551/255䇻 sei/yŇ/ ken/chiku ⷏ 167/72 ᵗ 366/289 ᑪ 244/892 ▽ 820/1603 Roku/mei/kan 㣮 1141/2279 㡆 1186/925 㙚 319/327

365

CAPITOLO VII

Età moderna 2: era TaishŇ e primo ventennio dell’era ShŇwa

Parte prima: Aspetti politico, sociale ed economico (Dalla prima alla seconda guerra mondiale)

§71. Rapporti con l’estero nel periodo dalla prima guerra mondiale alla vigilia della grande depressione del 1929 LA PRIMA GUERRA MONDIALE E IL GIAPPONE

Quando scoppiò in Europa la prima guerra mondiale (Dia ichiji sekai taisen ╙৻ ᰴ਎⇇ ᄢᚢ 2667 19141918), le potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ2668) si dimostrarono sensibilmente allarmate dalla prospettiva dell’eventuale partecipazione giapponese alla guerra, per timore che tale intervento potesse sfociare in una modifica di vaste proporzioni delle situazioni dell’Asia orientale e del Pacifico. Il Giappone, che dal canto suo mirava, infatti, a migliorare la propria posizione nello scacchiere dell’est asiatico, si schierò dalla parte della Triplice Intesa (ossia l’accordo anglo-franco-russo del 1907; giapp. Sangoku kyŇshŇ ਃ࿖ද໡ 2669 ) con il pretesto dell’Alleanza anglo-giapponese (Nichiei dŇmei ᣣ⧷ห⋖2670 ψ§61) e dichiarò guerra alla Germania a dispetto degli inglesi che non gradirono affatto l’intervento del Giappone ormai temuto dagli occidentali quale pericolo giallo (kŇka 㤛⑒2671). Le azioni giapponesi furono fulminee. Le forze terrestre occuparono Qingdao (Ch’ing-tao

2667 2668 2669 2670 2671

Dia/ ichi/ji/ se/kai/ tai/sen ╙ 76/404 ৻ 4/2 ᰴ 235/384 ਎ 152/252 ⇇ 170/454 ᄢ 7/26 ᚢ 88/301 sei/Ň/ rek/kyŇ ⷏ 167/72 ᰷ 766/1022 ೉ 891/611891/611 ᒝ 112/217 San/goku/ kyŇ/shŇ ਃ 10/4 ࿖ 8/40 ද 209/234 ໡ 353/412 Nichi/ei/ dŇ/mei ᣣ 1/5 ⧷ 449/353 ห 23/198 ⋖ 775/717 kŇ/ka 㤛 1063/780 ⑒ 1753/1809 367

㕍ፉ2672 giapp. Chintao ψcarta 11), concessione (soshakuchi ⒅୫࿾2673) tedesca in Cina, e la marina i possedimenti insulari tedeschi nel Pacifico.  ‫ޣ‬VENTUN DOMANDE‫ޤ‬Inoltre, il Giappone, al fine di assicurarsi una maggiore presenza in Cina, approfittò dell’occasione propizia che gli si offriva mentre le potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ) si trovavano alle prese col conflitto in Europa, per presentare le famigerate Ventun domande (Taika nijşikkajŇ yŇkyş ኻ⪇ੑච৻▎᧦ⷐ ᳞2674 lett. richiesta in 21 articoli nei confronti della Cina, 1915) al governo di Yuan Shikai (Yüan Shih-k’ai ⴹ਎ಫ 2675 giapp. En Seigai, 1859-1916) della Repubblica Cinese (Zhonghua minguo, Chung-hua min-kuo ਛ⪇᳃࿖2676 giapp. Chşka minkoku) nata poco prima (1912), piegandolo ad accettarne sedici che riguardavano, ad esempio, il subentro del Giappone alla Germania nella fruizione dei diritti e privilegi che quest’ultima godeva nella penisola dello Shandong (Shandong bandao, Shantung pan-tao ጊ᧲ ඨፉ2677 giapp. SantŇ hantŇ ψcarta 11) e proroga dei termini ed ampliamento dei diritti giapponesi in Manciuria e Mongolia interna.  Lo sciacallaggio giapponese provocò vivo sdegno da parte cinese, che si sentiva ingiustamente umiliata. Contro l’imperialismo (teikokushugi Ꮲ࿖ਥ⟵2678) giapponese sorsero qua e là movimenti nazionalisti (giapp. kŇnichi undŇ ᛫ᣣㆇേ2679 lett. movimenti di resistenza al Giappone) come quello noto con il nome di Movimento del 4 maggio (cin. Wu-Si yundong, Wu-Ssu yüntung ੖࡮྾ㆇേ2680 giapp. Go-shi undŇ, 1919), destinati ad intensificarsi, man mano che aumentava l’oppressione giapponese sulla Cina, mentre le potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ) cominciavano a guardare l’attività della diplomazia giapponese con sospetto. ٟ Poco prima del Movimento cinese del 4 maggio si era verificato in Corea un

movimento per l’indipendenza dal Giappone, chiamato San-ichi dokuritsu undŇ (ਃ࡮৻⁛┙ㆇേ2681 lett. movimento per l’indipendenza del 1° marzo, 1919). Lo

Chin/tao 㕍 390/208 ፉ 173/286 so/shaku/chi ⒅ 1481/1083 ୫ 996/766 ࿾ 40/118 2674 Tai/ka/ ni/jş/ik/ka/jŇ/ yŇ/kyş ኻ 55/365 ⪇ 807/1074 ੑ 6/3 ච 5/12 ৻ 4/2 ▎ 1943/1473 ᧦ 391/564 ⷐ 117/419 ᳞ 332/724 2675 En/ Sei/gai ⴹ non reg./non reg.਎ 152/252 ಫ non reg./non reg. 2676 Chş/ka/ min/koku ਛ 13/28 ⪇ 807/1074 ᳃ 70/177 ࿖ 8/40 2677 San/tŇ/ han/tŇ ጊ 60/34 ᧲ 11/71 ඨ 224/88 ፉ 173/286 2678 tei/koku/shu/gi Ꮲ 1024/1179 ࿖ 8/40 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 2679 kŇ/nichi/ un/dŇ ᛫ 784/824 ᣣ 1/5 ㆇ 179/439 േ 86/231 2680 Go/-/shi/ un/dŇ ੖ 14/7࡮྾ 18/6 ㆇ 179/439 േ 86/231 2681 San/-/ichi/ doku/ritsu/ un/dŇ ਃ 10/4࡮৻ 4/2 ⁛ 479/219 ┙ 61/121 ㆇ 179/439 േ 86/231 2672 2673

368

stesso è chiamato anche Banzai jiken (ਁᱦ੐ઙ2682 lett. incidente ‘Evviva’), in quanto alcune mila coreani fecero una dimostrazione, gridando ‘Evviva l’indipendenza!’

FINE DELLA GUERRA E POLITICA DI COLLABORAZIONE INTERNAZIONALE

La Conferenza di Versailles (Pari kŇwa kaigi ࡄ ࡝ ⻠ ๺ ળ ⼏ 2683 1919) a cui il Giappone prese parte in qualità di una delle cinque potenze mondiali approvò che il Giappone ereditasse i diritti e i privilegi già fruiti dalla Germania in Cina. (In seguito a questa approvazione sorse in Cina il Movimento del 4 maggio [Go-shi undŇ ੖࡮྾ㆇേ] poco innanzi menzionato).  Successivamente la Società delle Nazioni (Kokusai renmei ࿖㓙ㅪ⋖2684 1920-1939) affidò al Giappone il mandato sulle isole ex coloniali tedesche nel Pacifico a nord dell’equatore e gli offrì un posto permanente nel Consiglio della stessa. Da allora l’azione della diplomazia giapponese, guidata dal ministro degli esteri Shidehara KijşrŇ (ᐊේ༑㊀㇢ 2685 c. 1924-1927 e 1929-1931) fu caratterizzata dalla collaborazione internazionale (kyŇchŇ gaikŇ ද⺞ᄖ੤2686 lett. diplomazia di collaborazione, chiamata anche Shidehara gaikŇ ᐊේᄖ੤ lett. diplomazia di Shidehara), in una politica mirante ad evitare, in sostanza, il pericolo di trovarsi solo tra due fuochi: da una parte l’Occidente che vedeva nel Giappone un rivale pericoloso e dall’altra i movimenti nazionalisti cinesi e coreani in sempre più intenso fermento.  Alla Conferenza di Washington (Washinton kaigi ࡢࠪࡦ࠻ࡦળ⼏2687 1921-1922), cui partecipava anche il Giappone, erano firmati alcuni accordi multilaterali (p.es. Washinton kaigun gunshuku jŇyaku ࡢࠪࡦ࠻ࡦᶏァァ❗᧦⚂2688) che si proponevano, in ultima analisi, di mantenere lo status quo. Le limitazioni dell’armamento navale e la soppressione della possibilità di ulteriori affermazioni giapponesi in Cina provocarono, specie nei circoli delle forze armate, le prime grida di allarme nei confronti della diplomazia conciliante (kyŇchŇ gaikŇ ද⺞ᄖ੤); comunque, fino agli anni 1930-1931 il comportamento giapponese restò, in linea di massima, in sintonia con quello delle potenze occidentali (seiŇ rekkyŇ ⷏᰷೉ᒝ). Ban/zai/ ji/ken ਁ 96/16 ᱦ 550/479 ੐ 32/80 ઙ 290/732 Pa/ri/ kŇ/wa/ kai/gi ࡄ࡝⻠ 649/783 ๺ 151/124 ળ 12/158 ⼏ 52/292 2684 Koku/sai/ ren/mei ࿖ 8/40 㓙 300/618 ㅪ 87/440 ⋖ 775/717 2685 Shide/hara/ Ki/jş/rŇ ᐊ 1902/1781 ේ 132/136 ༑ 770/1143 ㊀ 155/227 ㇢ 237/980 2686 kyŇ/chŇ/ gai/kŇ ද 209/234 ⺞ 108/342 ᄖ 120/83 ੤ 200/114 2687 Wa/shi/n/to/n/ kai/gi ࡢࠪࡦ࠻ࡦળ 12/158 ⼏ 52/292 2688 Wa/shi/n/to/n/ kai/gun/ gun/shuku/ jŇ/yaku ࡢࠪࡦ࠻ࡦᶏ 158/117 ァ 193/438 ❗ 924/1110 ᧦ 391/564 ⚂ 137/211

2682 2683

369

193/438



§72. Alti e bassi dell’economia giapponese nel periodo dalla prima guerra mondiale alla vigilia della grande depressione del 1929 BOOM ECONOMICO DURANTE LA GUERRA

Diversamente dai paesi europei impegnati totalmente nella guerra, il Giappone, partecipante nominale, ottenne non solo grossi vantaggi territoriali, bensì anche profitti cospicui per un boom economico (taisen keiki ᄢᚢ᥊᳇2689 lett. (buona) situazione economica dovuta alla grande guerra) senza precedenti. I prodotti industriali giapponesi invasero infatti i mercati asiatici in sostituzione di quelli occidentali e la bilancia commerciale segnò costantemente un eccesso di esportazioni con volumi d’affari in crescita vertiginosa. Fu un periodo di rapido sviluppo per l’industria pesante. L’industria navale e l’attività di trasporto marittimo in particolare diventarono talmente fiorenti da promuovere la flotta mercantile giapponese al terzo posto della graduatoria mondiale. In seguito poi all’interruzione delle importazioni di prodotti chimici dalla Germania, da cui il Giappone dipendeva pesantemente, si vide sorgere una industria chimica giapponese.  Il rapido sviluppo delle diverse industrie significava, peraltro, anche un ulteriore rafforzamento della presenza degli zaibatsu (⽷㑓2690 ψ§62) nell’economia giapponese. DEPRESSIONE DOPO LA GUERRA E TERREMOTO DEL KANTņ

Il boom economico non fu tuttavia duraturo. Finita la guerra e tornati sui mercati asiatici i prodotti europei, l’economia giapponese, che fino a poco tempo prima andava a gonfie vele, subì una brusca recessione. Ben presto e già nel 1919 la bilancia commerciale passava dall’attivo in passivo e le domande interne erano ugualmente in calo, gettando, così, in crisi molte delle fabbriche sorte l’una dopo l’altra durante la guerra. L’anno successivo, nel 1920, si susseguì una catena di fallimenti aziendali e bancari, che misero sul lastrico, secondo una voce, 200-300 mila operai su un totale di 1.770.000, crisi economica denominata sengo kyŇkŇ (ᚢᓟᕟᘓ2691 lett. depressione del dopoguerra)  ‫ޣ‬TERREMOTO DEL KANTņ‫ޤ‬Per giunta, nel 1923 la regione del KantŇ (㑐᧲ 2692 ψcarta 1), polmone dell’economia giapponese, venne colpita da un terremoto talmente devastante da necessitare l’emanazione di una moratoria (che si sarebbe ripetuta nel 1927). 2689 2690 2691 2692

tai/sen/ kei/ki ᄢ 7/26 ᚢ 88/301 ᥊ 645/853 ᳇ 77/134 zai/batsu ⽷ 569/553 㑓 1457/1510 sen/go/ kyŇ/kŇ ᚢ 88/301 ᓟ 45/48 ᕟ 951/1602 ᘓ 1956/1378 Kan/tŇ 㑐 104/398 ᧲ 11/71 370

 Riguardo ai danni del terremoto e dei susseguenti incendi (KantŇ daishinsai 㑐᧲ᄢ 㔡ἴ2693 lett. grande calamità sismica del KantŇ, 1923) sono riportate le seguenti cifre: 700.000 case distrutte, 3.400.000 terremotati di cui 130.000 fra morti e dispersi. Il numero degli abitanti di TŇkyŇ ᧲੩, che erano allora 2.260.000, si dimezzò, sia pure temporaneamente.  Così, l’economia giapponese degli anni ’20 che non seguì l’andamento generale di quella mondiale non riuscì a dare segni positivi. Procedendo in condizioni di depressione cronica, essa incorse nella grande crisi economica mondiale del 1929 (sekai daikyŇkŇ ਎⇇ᄢᕟᘓ2694 ψ§74). ٟ L’espressione sengo kyŇkŇ ᚢ ᓟ ᕟ ᘓ è a volte usata in senso lato, in riferimento cioè alla depressione cronica degli anni ’20 (propriamente detta ShŇwa kyŇkŇ ᤘ๺ᕟᘓ2695 lett. depressione di ShŇwa).

§73. Avanzata della ‘democrazia TaishŇ’ e suo naufragio SOMMOSSE PER IL RISO

Accanto ai capitalisti che ricavavano lucri esorbitanti dall’intenso sviluppo economico durante la guerra, c’erano le masse, la cui vita quotidiana era oppressa da un rialzo vertiginoso del prezzo del riso, alimento base dei giapponesi, a causa dell’incetta operata dalle grandi ditte mediatrici e dai rivenditori.  Nel 1918, in una cittadina della prefettura di Toyama (Toyama-ken ንጊ⋵2696 ψ carta 9) si verificò una scaramuccia fra un gruppetto di massaie e un commerciante di riso al dettaglio. Riportata la notizia dalla stampa, ne seguirono immediate sommosse per il riso (Kome sŇdŇ ☨㛍േ2697) in quasi tutte le prefetture (ken ⋵). Si dice che i partecipanti superassero i 700 mila. Benché non avessero alcuno sfondo ideologico, oggi quelle sommesse sono ricordate come un avvenimento che fece epoca nella storia delle conquiste democratiche, in quanto resero i cittadini comuni consapevoli che da loro stessi dipendevano il miglioramento delle condizioni di vita.

2693 2694 2695 2696 2697

Kan/tŇ/ dai/shin/sai 㑐 104/398 ᧲ 11/71 ᄢ 7/26 㔡 800/953 ἴ 1061/1335 se/kai/ dai/kyŇ/kŇ ਎ 152/252 ⇇ 170/454 ᄢ 7/26 ᕟ 951/1602 ᘓ 1956/1378 ShŇ/wa/ kyŇ/kŇ ᤘ 549/997 ๺ 151/124 ᕟ 951/1602 ᘓ 1956/1378 To/yama/ ken ን 539/713 ጊ 60/34 ⋵ 195/194 Kome/ sŇ/dŇ ☨ 90/224 㛍 987/875 േ 86/231 371

PARTITI POLITICI ALLE REDINI DELLO STATO

A causa delle sommosse per il riso (Kome sŇdŇ ☨㛍േ) cadde il governo caratterizzato dal hanbatsu (⮲㑓2698 ψ §58) e capeggiato da un burocrate appartenente al kazoku (⪇ᣖ2699 ψ§58), e venne formato per la prima volta un governo parlamentare di partito (seitŇ naikaku ᡽ౄౝ㑑 2700 lett. gabinetto partitico) degno di essere chiamato tale. ٟ Cronologicamente e a stretto rigore il primo seitŇ naikaku ᡽ౄౝ㑑 fu quello formato in collaborazione da ņkuma Shigenobu ᄢ㓊㊀ା2701 (ψ§58) e da Itagaki Taisuke ᧼၂ㅌഥ2702 nel 1898, detto Waihan naikaku (㓊᧼ౝ㑑2703 lett. gabinetto di ņkuma e Itagaki; Wai/han 㓊᧼ φ ņ/kuma ᄢ㓊 㧗 Ita/gaki ᧼၂), di brevissima vita (30/6/1898-8/11/1898).

Fu Hara Takashi (ේᢘ2704 1856-1921), presidente del partito Rikken seiyşkai (┙ᙗ ᡽෹ળ2705 1900-1940) a costituire il governo (Hara naikaku ේౝ㑑2706 1918-1921) con collaboratori (salvo per i ministeri degli esteri, dell’esercito e della marina militare) nominati fra i membri del suo partito. Hara ේ fu il primo a prendere le redini dello Stato senza appartenere né ad alcun hanbatsu ⮲㑓2707, né al kazoku ⪇ᣖ, e per questo venne chiamato heimin saishŇ (ᐔ᳃ቿ⋧2708 lett. primo ministro-heimin; heimin ᐔ᳃ ψ §58).  Al Hara naikaku ේౝ㑑 seguirono governi non partitici, ma dal 1924 con il governo KatŇ (KatŇ naikaku ട⮮ౝ㑑2709 1924-1926), del partito Kenseikai ᙗ᡽ળ 2710, fino al 1932 i partiti politici furono di nuovo alla guida dello Stato (si parla del kensei no jŇdŇ ᙗ᡽ߩᏱ㆏2711 consuetudine costituzionale per cui il potere viene esercitato 2698 2699 2700 2701 2702 2703 2704 2705 2706 2707 2708 2709 2710 2711

han/batsu ⮲ 1566/1382 㑓 1457/1510 ka/zoku ⪇ 807/1074 ᣖ 599/221 sei/tŇ/ nai/kaku ᡽ 50/483 ౄ 106/495 ౝ 51/84 㑑 480/837 ņ/kuma/ Shige/nobu ᄢ 7/26 㓊 non reg./non reg.㊀ 155/227 ା 198/157 Ita/gaki/ Tai/suke ᧼ 709/1047 ၂ 1272/1276 ㅌ 613/846 ഥ 407/623 Wai/han/ nai/kaku 㓊 non reg./non reg.᧼ 709/1047 ౝ 51/84 㑑 480/837 Hara/ Takashi ේ 132/136 ᢘ 1247/705 Rik/ken/ sei/yş/kai ┙ 61/121 ᙗ 943/521 ᡽ 50/483 ෹ 543/264 ળ 12/158 Hara/ nai/kaku ේ 132/136 ౝ 51/84 㑑 480/837 han/batsu ⮲ 1566/1382 㑓 1457/1510 hei/min/ sai/shŇ ᐔ 143/202 ᳃ 70/177 ቿ 1826/1488 ⋧ 66/146 Ka/tŇ/ nai/kaku ട 187/709 ⮮ 206/2231 ౝ 51/84 㑑 480/837 Ken/sei/kai ᙗ 943/521 ᡽ 50/483 ળ 12/158 ken/sei/ no/ jŇ/dŇ ᙗ 943/521 ᡽ 50/483 ߩᏱ 356/497 ㆏ 129/149 372

dai partiti di maggioranza). Si trattò di esperienze che rappresentarono un passo avanti verso una maggiore democrazia. MOVIMENTI SOCIALI E RICHIESTA DEL SUFFRAGIO UNIVERSALE

Le difficili condizioni economiche di vita nel primo dopoguerra (sengo kyŇkŇ ᚢᓟ ᕟᘓ) fecero rilanciare il sindacalismo, rimasto interrotto in seguito al Taigyaku jiken (ᄢ ㅒ੐ઙ2712 ψ§62). Si ebbe anche un aumento numerico delle organizzazioni sindacali. Nelle campagne poi si verificò una vera escalation delle lotte dei fittavoli (kosaku sŇgi ዊ૞੎⼏2713 ψ§62) contro i proprietari terrieri. Il 1920 fu celebrata per la prima volta la festa dei lavoratori (mēdē ࡔ࡯࠺࡯ dall’inglese ‘May Day’). Successivamente nel 1922 fu costituito, clandestinamente perché illegale, anche il Partito comunista giapponese (Nihon kyŇsantŇ ᣣᧄ౒↥ౄ2714) sotto l’influenza della rivoluzione russa (1917).  Anche le donne non rimasero inerti. Alcune intellettuali, fra cui Hiratsuka RaichŇ (ᐔႦ㔗㠽2715 1886-1971), raccoltesi intorno alla rivista SeitŇ (䇺㕍㖀䇻2716 lett. calza blu [dall’inglese ‘bluestocking’, nome di un circolo femminile londinese del XVIII sec.], 1911-1916) portarono avanti il movimento di emancipazione femminile.  I burakumin ( ㇱ ⪭ ᳃ 2717 ψ §58), che erano stati ed erano ancora oggetto d’emarginazione sociale, misero mano all’opera di autoliberazione dalle discriminazioni, organizzandosi in Suiheisha (᳓ᐔ␠ 2718 lett. Associazione orizzontale, 1922-1940; associazione chiamata attualmente Buraku kaihŇ dŇmei ㇱ⪭⸃᡼ห⋖2719 lett. Lega per la liberazione dei buraku). ‫ޣ‬SUFFRAGIO UNIVERSALE PARZIALMENTE REALIZZATO‫ޤ‬Per quanto ‫ޣ‬ riguarda, infine, la democratizzazione del sistema elettorale, tuonava Yoshino SakuzŇ (ศ㊁૞ㅧ2720 1878-1933). Egli predicava lo spirito della democrazia (minshushugi ᳃ਥ 2712 2713 2714 2715 2716 2717 2718 2719 2720

Tai/gya/ku/ ji/ken ᄢ 7/26 ㅒ 857/444 ੐ 32/80 ઙ 290/732 ko/saku/ sŇ/gi ዊ 63/27 ૞ 99/360 ੎ 271/302 ⼏ 52/292 Ni/hon/ kyŇ/san/tŇ ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ౒ 159/196 ↥ 142/278 ౄ 106/495 Hira/tsuka/ Rai/chŇ ᐔ 143/202 Ⴆ 782/1751 㔗 1524/952 㠽 932/285 Sei/tŇ 䇺㕍 390/208 㖀 non reg./non reg.䇻 bu/raku/min ㇱ 37/86 ⪭ 393/839 ᳃ 70/177 Sui/hei/sha ᳓ 144/21 ᐔ 143/202 ␠ 30/308 Bu/raku/ kai/hŇ/ dŇ/mei ㇱ 37/86 ⪭ 393/839 ⸃ 192/474 ᡼ 282/512 ห 23/198 ⋖ 775/717 Yoshi/no/ Saku/zŇ ศ 464/1141 ㊁ 85/236 ૞ 99/360 ㅧ 460/691 373

ਥ⟵2721 [minshu ᳃ਥ lett. il popolo è sovrano] termine con una chiara connotazione di sovranità del popolo) con l’espressione minponshugi ᳃ᧄਥ⟵2722 (minpon ᳃ᧄ lett. il popolo è basilare/fondamentale), usata appositamente per significare, senza contrastare la sovranità generalmente ritenuta spettante all’imperatore (tennŇ ᄤ⊞) sotto la Costituzione Meiji (Meiji kenpŇ ᣿ᴦᙗᴺ), che il governo doveva mirare al benessere pubblico e le politiche andavano formulate tenendo conto delle opinioni pubbliche. Yoshino ศ㊁ chiedeva, cioè, di introdurre il suffragio universale (futsş senkyosei ᥉ㅢㆬ᜼೙2723) e di istituzionalizzare il sistema di governo appoggiato dal partito di maggioranza (seitŇ naikakusei ᡽ౄౝ㑑೙2724). La richiesta del suffragio universale (futsş senkyosei ᥉ㅢㆬ᜼೙) divenne oggetto di lotta anche da parte di sindacalisti ed esponenti femminili. Hiratsuka RaichŇ ᐔႦ㔗㠽 ed altre alzavano la voce per estendere il diritto di voto alle donne. In virtù di diversi movimenti popolari venne riconosciuto nel 1925 il diritto di voto ai maschi al di sopra dei 25 anni d’età senza limitazioni di censo (ψ§60). ٟ Per vedere andare in porto il suffragio femminile si doveva attendere la fine del

secondo conflitto mondiale (Dai niji sekai taisen ╙ ੑ ᰴ ਎ ⇇ ᄢ ᚢ 2725 1939-1945).

 Fu ugualmente Yoshino ศ㊁ a dare una base teorica ai movimenti detti goken undŇ (⼔ᙗㆇേ2726 1912-1913, 1924), finalizzati a realizzare un sistema di governo retto dai partiti politici (seitŇ naikakusei ᡽ౄౝ㑑೙). DEMOCRAZIA TAISHņ

All’insieme dei diversi movimenti esposti qui sopra e di altri ancora per la democratizzazione e loro relative conquiste durante l’era TaishŇ (TaishŇ jidai ᄢᱜᤨઍ) si fa riferimento con l’espressione di TaishŇ demokurashĩ (ᄢᱜ ࠺ࡕࠢ࡜ࠪ࡯2727 it. democrazia TaishŇ). LEGGE PER IL MANTENIMENTO DELL’ORDINE PUBBLICO 2721 2722 2723 2724 2725 2726 2727

In cambio della concessione del suffragio maschile, il governo, per timore di un’eventuale

min/shu/shu/gi ᳃ 70/177 ਥ 91/155 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 min/pon/shu/gi ᳃ 70/177 ᧄ 15/25 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 fu/tsş/ sen/kyo/sei ᥉ 880/1166 ㅢ 71/150 ㆬ 105/800 ᜼ 439/801 ೙ 196/427 sei/tŇ/ nai/kaku/sei ᡽ 50/483 ౄ 106/495 ౝ 51/84 㑑 480/837 ೙ 196/427 Dai/ ni/ji/ se/kai/ tai/sen ╙ 76/404 ੑ 6/3 ᰴ 235/384 ਎ 152/252 ⇇ 170/454 ᄢ 7/26 ᚢ 88/301 go/ken/ un/dŇ ⼔ 653/1312 ᙗ 943/521 ㆇ 179/439 േ 86/231 Tai/shŇ/ de/mo/ku/ra/shĩ ᄢ 7/26 ᱜ 109/275 ࠺ࡕࠢ࡜ࠪ࡯ 374

intensificazione dei movimenti di sinistra, emanava nello stesso 1925 una legge per il mantenimento dell’ordine pubblico (Chian ijihŇ ᴦ቟⛽ᜬᴺ2728 1925-1945) al preciso scopo di reprimere ogni movimento anti-regime. La legge, utilizzata abilmente dalla polizia TokkŇ (․㜞2729 ψ§62), era destinata ad imperversare sempre più spietatamente col passar degli anni (ψ§74, §79). Effimero quindi si rivelò il cammino verso una maggiore democrazia.  Nel 1926 moriva l’imperatore TaishŇ (TaishŇ tennŇ ᄢᱜᄤ⊞ r. 1912-1926), dando inizio all’era ShŇwa (ShŇwa jidai ᤘ๺ᤨઍ2730 1926-1989).

§74. Espansione giapponese in Cina LA GRANDE DEPRESSIONE DEL 1929

La grande depressione (sekai daikyŇkŇ ਎⇇ᄢᕟᘓ2731 lett. grande crisi economica mondiale) iniziatasi negli USA nel 1929 coinvolse, in un batter d’occhio, anche il Giappone. L’economia giapponese, già in stato di recessione cronica fin dagli inizi degli anni ’20 (ShŇwa kyŇkŇ ᤘ๺ᕟᘓ2732 lett. depressione di ShŇwa), fu colpita mortalmente. I salari subirono riduzioni. Le città si riempirono di disoccupati. In particolare, il crollo dei prezzi dei prodotti agricoli ridusse la vita nei villaggi agricoli in uno stato di estrema indigenza. Si diceva che i coltivatori potevano ricavare dalla vendita di cinquanta cavoli appena quanto bastava per comprarsi un pacchetto di sigarette. Erano innumerevoli gli scolari che andavano a scuola a stomaco vuoto.  Si assistette, d’altra parte, ad una ulteriore monopolizzazione dell’economia. I quattro maggiori zaibatsu (yondai zaibatsu ྾ ᄢ ⽷ 㑓 2733 ), ossia Mitsui ਃ ੗ 2734 , Mitsubishi ਃ⪉ 2735 , Sumitomo ૑෹ 2736 e Yasuda ቟↰ 2737 , mentre si andavano 2728 2729 2730 2731 2732 2733 2734 2735 2736

Chi/an/ i/ji/hŇ ᴦ 181/493 ቟ 128/105 ⛽ 926/1231 ᜬ 184/451 ᴺ 145/123 Tok/kŇ ․ 153/282 㜞 49/190 ShŇ/wa/ ji/dai ᤘ 549/997 ๺ 151/124 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 se/kai/ dai/kyŇ/kŇ ਎ 152/252 ⇇ 170/454 ᄢ 7/26 ᕟ 951/1602 ᘓ 1956/1378 ShŇ/wa/ kyŇ/kŇ ᤘ 549/997 ๺ 151/124 ᕟ 951/1602 ᘓ 1956/1378 yon/dai/ zai/batsu ྾ 18/6 ᄢ 7/26 ⽷ 569/553 㑓 1457/1510 Mitsu/i ਃ 10/4 ੗ 252/1193 Mitsu/bishi ਃ 10/4 ⪉ 980/non reg. Sumi/tomo ૑ 248/156 ෹ 543/264 375

ingrandendo smisuratamente con l’assorbimento di aziende e banche sull’orlo del fallimento, aumentarono la loro presenza nella politica dello Stato, approfittando dei rapporti resi sempre più stretti con i partiti politici. VOCE DELL’ESERCITO CHE SI FA ASCOLTARE

Tra la folla cresceva il malcontento nei confronti dei partiti al governo, accusati di dare la priorità agli interessi

degli zaibatsu ⽷㑓. L’irritazione dei militari poi era ulteriormente alimentata dalle limitazioni navali, frutto della politica di collaborazione internazionale (kyŇchŇ gaikŇ ද⺞ᄖ੤2738), poste dall’accordo (Rondon kaigun gunshuku jŇyaku ࡠࡦ࠼ࡦᶏァァ❗᧦⚂2739, 1930) della Conferenza di Londra (Rondon gunshuku kaigi ࡠࡦ࠼ࡦァ❗ળ⼏2740, 1930).  In Cina intanto, in seguito all’unificazione nazionale promossa e realizzata da Chiang Kai-shek (cin. Jiang Jie-shi, Chiang Chieh-shih ⫟੺⍹2741 giapp. ShŇ Kaiseki, 1887-1975) si faceva strada un clima teso a recuperare i diritti arrogatisi dai giapponesi in Manciuria, dove si arrivò al punto di vedere in ogni parte issata la bandiera cinese del Guomindang (Kuomintang ࿖᳃ౄ2742 Partito Nazionalista, giapp. KokumintŇ).  Di fronte a tale situazione l’esercito giapponese, che intendeva risolvere a viva forza e in blocco i diversi problemi accumulatisi in Manciuria, inaugurò lo slogan: « Difendete la Manciuria, il nostro cordone di sicurezza » (Warera no seimeisen Manshş o mamore ᚒࠄ ߩ↢๮✢ḩᎺࠍ቞ࠇ2743), e appoggiato dalla stampa, si diede da fare per persuadere il popolo che l’unica via d’uscita dalle difficili condizioni di vita fosse quella di allargare ed assicurarsi una sfera d’azione sul continente.  Gli zaibatsu ⽷㑓 erano unanimi con le autorità militari. INCIDENTE MANCIURIANO

Il 18 settembre 1931 l’armata giapponese di stanza in Manciuria (KantŇgun 㑐᧲ァ2744; in origine truppe a guardia del Guangdon

Yasu/da ቟ 128/105 ↰ 24/35 kyŇ/chŇ/ gai/kŇ ද 209/234 ⺞ 108/342 ᄖ 120/83 ੤ 200/114 2739 Ro/n/do/n/ kai/gun/ gun/shuku/ jŇ/yaku ࡠࡦ࠼ࡦᶏ 158/117 ァ 193/438 ァ 193/438 ❗ 924/1110 ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 2740 Ro/n/do/n/ gun/shuku/ kai/gi ࡠࡦ࠼ࡦァ 193/438 ❗ 924/1110 ળ 12/158 ⼏ 52/292 2741 ShŇ/ Kai/seki ⫟ non reg./non reg.੺ 666/453 ⍹ 276/78 2742 Koku/min/tŇ ࿖ 8/40 ᳃ 70/177 ౄ 106/495 2743 Ware/ra/ no/ sei/mei/sen/ Man/shş/ o/ mamo/re ᚒ 1392/1302 ࠄߩ↢ 29/44 ๮ 388/578 ✢ ḩ 579/201 Ꮊ 542/195 ࠍ቞ 564/490 ࠇ 2744 Kan/tŇ/gun 㑐 104/398 ᧲ 11/71 ァ 193/438 2737

2738

376

(Kwangtung 㑐᧲ giapp. KantŇ ψcarta 11), agendo per conto proprio, fece saltare la ferrovia mancese meridionale (Mantetsu ḩ㋕2745 ψ§61) e scaricandone la responsabilità sull’esercito cinese, creò uno stato di belligeranza: fu l’inizio del cosiddetto Incidente manciuriano (Manshş jihen ḩᎺ੐ᄌ2746 1931-1933). Senza dare ascolto al governo, intenzionato a circoscrivere la zona delle battaglie, il KantŇgun 㑐᧲ァ, sfrenato, occupò tutta la zona mancese, impiantandovi l’anno successivo (1932) uno Stato formalmente indipendente di nome Manzhouguo (Manchoukuo ḩᎺ࿖2747 giapp. Manshşkoku, 1932-1945 ψcarta 11). A cominciare con il capo dello stato nella persona di Puyi (P’u-i Ḹ௾2748 giapp. Fugi, 1906-1967, imperatore [1934-1945] del Manshşkoku ḩᎺ࿖ [1932-1945]), l’ultimo imperatore cinese (1908-1912) della dinastia mancese Qing (Ch’ing ᷡ2749 giapp. Shin), le alte cariche furono tenute dai mancesi, ma la storia insegna che il Manzhouguo (Manchoukuo ḩᎺ࿖ giapp. Manshşkoku) non fu altro che uno Stato fantoccio manovrato dal Giappone a suo piacimento.  Va da sé che l’economia fu dominata dai capitali giapponesi. Venne imposto anche il culto della dea del sole Amaterasu Ňmikami (ᄤᾖᄢ[ᓮ]␹ 2750 ψ§9). FINE DELLA POLITICA DI COLLABORAZIONE INTERNAZIONALE

La Cina fece appello alla Società delle Nazioni (Kokusai renmei ࿖㓙ㅪ⋖2751), da cui il Giappone si ritirava nel 1933 in seguito alla sconfitta subita alla votazione dell’Assemblea della stessa organizzazione. L’anno successivo nel 1934 disdiceva il trattato sulle limitazioni navali firmato nel 1922 in occasione della Conferenza di Washington (Washinton kaigi ࡢࠪࡦ࠻ࡦળ⼏ 2752), ponendo fine irrevocabilmente alla politica di collaborazione internazionale (kyŇchŇ gaikŇ ද⺞ᄖ੤2753).  Isolato nel contesto internazionale, al Giappone ormai non restava che lanciarsi in

2745 2746 2747 2748 2749 2750 2751 2752 2753

Man/tetsu ḩ 579/201 ㋕ 327/312 Man/shş/ ji/hen ḩ 579/201 Ꮊ 542/195 ੐ 32/80 ᄌ 324/257 Man/shş/koku ḩ 579/201 Ꮊ 542/195 ࿖ 8/40 Fu/gi Ḹ non reg./non reg.௾ 1311/727 Shin ᷡ 509/660 Ama/terasu/ Ň/mi/kami ᄤ 364/141 ᾖ 1072/998 ᄢ 7/26 [ᓮ 620/708]␹ 229/310 Koku/sai/ ren/mei ࿖ 8/40 㓙 300/618 ㅪ 87/440 ⋖ 775/717 Wa/shi/n/to/n/ kai/gi ࡢࠪࡦ࠻ࡦળ 12/158 ⼏ 52/292 kyŇ/chŇ/ gai/kŇ ද 209/234 ⺞ 108/342 ᄖ 120/83 ੤ 200/114 377

una corsa frenetica al riarmo. FINE DEI GOVERNI PARTITICI E INIZIO DELLA DITTATURA MILITARE DE FACTO

Una crescente irritazione nei confronti dei governi retti dai partiti (seitŇ naikaku ᡽ౄౝ㑑2754) e verso la diplomazia poco positiva aveva indotto militari ed elementi di estrema destra a compiere attentati terroristici e ad organizzare una serie di colpi di stato, sventati o messi in atto invano, di cui i seguenti due rivestono grande importanza, in quanto determinarono la presa in pugno del potere ‘de facto’ da parte dell’autorità militare.  ‫ޣ‬INCIDENTE DEL 15 MAGGIO‫ޤ‬Il 15 maggio 1932 fu assassinato Inukai Tsuyoshi (›㙃Პ2755 1855-1932), primo ministro e presidente del partito Rikken seiyşkai (┙ᙗ᡽෹ળ2756 1900-1940), da parte di un gruppo di dieci giovani ufficiali della marina e di undici cadetti dell’esercito, spalleggiati da esponenti della destra. L’avvenimento, detto Incidente del 15 maggio (Go-ichigo jiken ੖࡮৻੖੐ઙ2757), pose fine ai governi sostenuti dai partiti (seitŇ naikaku ᡽ౄౝ㑑2758) dopo soli otto anni di tale esperienza (ψ§73), e da allora fin oltre il secondo conflitto mondiale (Dai niji sekai taisen ╙ੑᰴ਎⇇ᄢᚢ2759 1939-1945) si susseguirono governi capeggiati da militari o burocrati.  ‫ޣ‬INCIDENTE DEL 26 FEBBRAIO‫ޤ‬Il 26 febbraio 1936 si sollevavano ventidue giovani ufficiali dell’esercito con circa 1.400 uomini sotto il loro comando. Persero la vita un paio di personaggi di primo piano, e vennero occupati diversi edifici-chiave. Il caso, chiamato Incidente del 26 febbraio (Ni-niroku jiken ੑ࡮ੑ౐੐ઙ2760), finì per essere domato, ma in seguito fu utilizzato a scopo ricattatorio dalle autorità militari, miranti così a sottomettere i circoli politici al proprio controllo. Dopo l’incidente il gabinetto divenne semplicemente l’organo che realizzava amministrativamente le richieste delle forze armate, specie dell’esercito.  Riferendosi alla dittatura ‘de facto’ dei militari e ai suoi annessi e connessi di questo periodo, gli storici usano parlare del fascismo giapponese (Nihon no fashizumu ᣣᧄߩ ࡈࠔࠪ࠭ࡓ). 2754 2755 2756 2757 2758 2759 2760

sei/tŇ/ nai/kaku ᡽ 50/483 ౄ 106/495 ౝ 51/84 㑑 480/837 Inu/kai/ Tsuyoshi › 1295/280 㙃 605/402 Პ non reg./non reg. Rik/ken/ sei/yş/kai ┙ 61/121 ᙗ 943/521 ᡽ 50/483 ෹ 543/264 ળ 12/158 Go/-/ichi/go/ ji/ken ੖ 14/7࡮৻ 4/2 ੖ 14/7 ੐ 32/80 ઙ 290/732 sei/tŇ/ nai/kaku ᡽ 50/483 ౄ 106/495 ౝ 51/84 㑑 480/837 Dai/ ni/ji/ se/kai/ tai/sen ╙ 76/404 ੑ 6/3 ᰴ 235/384 ਎ 152/252 ⇇ 170/454 ᄢ 7/26 ᚢ 88/301 Ni/-/ni/roku/ ji/ken ੑ 6/3࡮ੑ 6/3 ౐ 20/8 ੐ 32/80 ઙ 290/732 378

 < Assenza di molteplici libertà > Nel frattempo infuriava la repressione delle idee ritenute eversive.(ψ§79) GUERRA SINO-GIAPPONESE 1937-1945

L’esercito giapponese, che aveva preso in mano la Manciuria, continuava a spiare l’occasione per prendere sotto controllo anche la Cina del Nord. Il 7 luglio 1937, in seguito a una decina di colpi di fucile di provenienza incerta, uditi nel buio nei pressi al ponte Luguoqiao (Lu-kou-ch’iao ⋝Ḵᯅ2761 giapp. RokŇkyŇ, it. ponte Marco Polo) alla periferia di Pechino (Beijing, Peiching ർ੩ giapp. Pekin), incidente chiamato RokŇkyŇ jiken (⋝Ḵᯅ੐ઙ2762 lett. incidente al ponte RokŇkyŇ), gli eserciti giapponese e cinese che vi si fronteggiavano entravano in fase di una guerra totale. Ebbe inizio così la guerra cosiddetta sino-giapponese del 1937-1945 (Nitchş sensŇ ᣣਛᚢ੎2763 lett. guerra nippo-cinese, chiamata anche Nikka jihen ᣣ⪇੐ᄌ2764 lett. incidente nippo-cinese, o Shina jihen ᡰ㇊੐ᄌ2765 lett. incidente cinese). Il Giappone che sottovalutava la forza militare e lo spirito nazionalista dei cinesi, prevedeva una vittoria schiacciante di lì a due mesi, ma il corso della guerra si rivelò diametralmente opposto. Di fronte alla tenace resistenza degli eserciti cinesi nazionalista e comunista coalizzatisi in un fronte comune (giapp. kokkyŇ gassaku ࿖౒ว૞2766), unitamente ai civili, la guerra si protraeva oltre ogni previsione.  < Crescita dell’industria bellica > Il passaggio dall’Incidente mancese (Manshş jihen ḩᎺ੐ᄌ) alla guerra totale con la Cina (Nitchş sensŇ ᣣਛᚢ੎) fu accompagnato da un incremento del peso dell’industria pesante nell’economia giapponese. In termini monetari la sua produzione superava quella dell’industria leggera nel 1937.  In aggiunta a quelli già esistenti sorsero nuovi zaibatsu (shinkŇ zaibatsu ᣂ⥝⽷㑓2767 p.es. Nissan ᣣ↥2768, Riken ℂ⎇2769), che estesero intensamente le loro attività alla Corea e alla Manciuria.  La priorità assoluta data alla produzione di materiali bellici, faceva sì che comin-

2761 2762 2763 2764 2765 2766 2767 2768 2769

Ro/kŇ/kyŇ ⋝ non reg./non reg.Ḵ 1706/1012 ᯅ 272/597 Ro/kŇ/kyŇ/ ji/ken ⋝ non reg./non reg.Ḵ 1706/1012 ᯅ 272/597 ੐ 32/80 ઙ 290/732 Nit/chş/ sen/sŇ ᣣ 1/5 ਛ 13/28 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 Nik/ka/ ji/hen ᣣ 1/5 ⪇ 807/1074 ੐ 32/80 ᄌ 324/257 Shi/na/ ji/hen ᡰ 302/318 ㇊ 1257/non reg.੐ 32/80 ᄌ 324/257 kok/kyŇ/ gas/saku ࿖ 8/40 ౒ 159/196 ว 46/159 ૞ 99/360 shin/kŇ/ zai/batsu ᣂ 36/174 ⥝ 695/368 ⽷ 569/553 㑓 1457/1510 Nis/san ᣣ 1/5 ↥ 142/278 Ri/ken ℂ 95/143 ⎇ 426/896 379

ciavano a scarseggiare i beni di consumo per la vita quotidiana.  ‫ޣ‬ASSETTO DI GUERRA‫ޤ‬Man mano che si prolungava la guerra con un totale di ben 800.000 combattenti inchiodati sul suolo cinese, tutto il Giappone era riorganizzato per farvi fronte. Nel 1938 usciva la legge della mobilitazione nazionale (Kokka sŇdŇinhŇ ࿖ኅ✚േຬ 2770 1938-1945) che sottometteva al controllo statale tutte le risorse umane e mateᴺ riali. Nello stesso anno i sindacati venivano riorganizzati in Associazioni industriali al servizio dello Stato (SangyŇ hŇkokukai ↥ᬺႎ࿖ળ2771 1938-1945). Nel 1940 tutti i partiti politici erano sciolti per dare posto all’Associazione di assistenza al governo imperiale (Taisei yokusankai ᄢ᡽⠢⾥ળ2772 1940-1945) con il presidente nella persona del primo ministro. Diversamente dal progetto iniziale, tale associazione tuttavia non risultò un partito politico, bensì finì per essere piuttosto una organizzazione a livello nazionale per la mobilitazione e il controllo popolare.

§75. La seconda guerra mondiale e il Giappone PATTO TRIPARTITO E ROTTURA DEI RAPPORTI NIPPO-STATUNITENSI

Quando nel 1939 scoppiò in Europa il secondo conflitto mondiale (Dai niji sekai taisen ╙ੑᰴ਎⇇ᄢᚢ2773 1939-1945), il Giappone preferì nei primi momenti la politica di non intervento. L’interesse del Giappone stava nel terminare al più presto e positivamente la guerra con la Cina, ma se non ci riusciva, ciò era attribuibile, così fu valutato, agli aiuti materiali forniti ai cinesi dagli USA, dall’Inghilterra e da altri attraverso l’Asia meridionale (giapp. enshŇ rşto េ⫟࡞࡯࠻2774 lett. vie di aiuti a Chiang Kai-shek; enshŇ េ⫟φ en/jo េഥ [aiuto, assistenza] + ShŇ Kaiseki ⫟੺⍹; ࡞࡯ ࠻ dall’ingl. route). Inoltre, il Giappone aveva bisogno di assicurarsi in quella zona materie prime per l’industria bellica. Fu perciò deciso di avanzare verso sud anche a rischio di entrare in guerra con gli USA.  Nel 1940 fu firmato il Patto tripartito (Nichi-Doku-I sangoku dŇmei ᣣ⁛દਃ࿖ห⋖

2770 2771 2772 2773 2774

Kok/ka/ sŇ/dŇ/in/hŇ ࿖ 8/40 ኅ 81/165 ✚ 154/697 േ 86/231 ຬ 47/163 ᴺ 145/123 San/gyŇ/ hŇ/koku/kai ↥ 142/278 ᬺ 54/279 ႎ 306/685 ࿖ 8/40 ળ 12/158 Tai/sei/ yoku/san/kai ᄢ 7/26 ᡽ 50/483 ⠢ 1018/1062 ⾥ 881/745 ળ 12/158 Dai/ ni/ji/ se/kai/ tai/sen ╙ 76/404 ੑ 6/3 ᰴ 235/384 ਎ 152/252 ⇇ 170/454 ᄢ 7/26 ᚢ 88/301 en/shŇ/ rş/to េ 582/1088 ⫟ non reg./non reg.࡞࡯࠻ 380

lett. patto delle tre nazioni di Giappone ᣣ, Germania ⁛ e Italia દ). L’anno successivo (1941), assicuratasi alle spalle la sicurezza con il Patto di neutralità sovieticogiapponese (Nisso chşritsu jŇyaku ᣣ࠰ਛ┙᧦⚂2776), il Giappone sbarcava nell’Indocina meridionale (nanbu Futuin shinchş ධㇱ੽ශㅴ㚢2777; nanbu ධㇱ meridione, Futuin ੽ශ Indocina francese, shinchş ㅴ㚢 occupazione militare). A quel punto i rapporti con gli USA che avevano di tanto in tanto accusato qualche screzio sin dalla fine della guerra russo-giapponese (Nichiro sensŇ ᣣ㔺ᚢ੎2778 1904-1905), precipitarono al punto che la guerra con l’America era divenuta un evento in pratica inevitabile. 2775

GUERRA DEL PAC I F I C O

L’8 dicembre 1941 sotto il governo (18/10/’41 - 18/7/’44) di TŇjŇ Hideki (᧲᧦⧷ᯏ2779 1884-1948), generale e portavoce autorevole dell’esercito, il Giappone dava il via alla guerra del Pacifico (TaiheiyŇ sensŇ ᄥᐔᵗᚢ੎ 2780, detta allora e a volte anche adesso Dai TŇa sensŇ ᄢ᧲੝ᚢ੎2781 lett. guerra della grande Asia orientale, 1941-1945), con l’attacco alla flotta statunitense a Pearl Harbour (Shinjuwan kŇgeki ⌀⃨ḧ᡹᠄2782 lett. attacco a Pearl Harbour, 8/12/1941). ٟ Al posto dell’espressione Shinjuwan kŇgeki ⌀⃨ḧ᡹᠄ si usa a volte anche

quest’altra disonorevole per il Giappone: Shinjuwan kishş (⌀⃨ḧᄸⷅ2783 lett. attacco di sorpresa a Pearl Harbour). Se l’azione ostile finì per essere ‘di sorpresa’, è perché, diversamente dall’intenzione del governo di TŇkyŇ ᧲੩, a causa della negligenza del dovere commessa da alti funzionari dell’ambasciata giapponese a Washington la dichiarazione di guerra fu consegnata agli USA con un’ora e venti minuti di ritardo, quando Pearl Harbour era ormai in fiamme.

Agli inizi la sorte fu favorevole al Giappone. I fronti vennero allargati in breve per l’intera area dell’Asia sudorientale, ma la disfatta nella battaglia aeronavale delle Midway

2775

⋖ 2776 2777 2778 2779 2780 2781 2782 2783

Nichi/-/Doku/-/I/ san/goku/ dŇ/mei ᣣ

1/5



479/219

દ 603/2011 ਃ 10/4 ࿖

8/40

ห 23/198

775/717

Nis/so/ chş/ritsu/ jŇ/yaku ᣣ 1/5 ࠰ਛ 13/28 ┙ 61/121 ᧦ 391/564 ⚂ 137/211 nan/bu/ Futu/in/ shin/chş ධ 205/74 ㇱ 37/86 ੽ 678/583 ශ 720/1043 ㅴ 125/437 㚢 890/599 Nichi/ro/ sen/sŇ ᣣ 1/5 㔺 1144/951 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 TŇ/jŇ/ Hide/ki ᧲ 11/71 ᧦ 391/564 ⧷ 449/353 ᯏ 101/528 Tai/hei/yŇ/ sen/sŇ ᄥ 343/629 ᐔ 143/202 ᵗ 366/289 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 Dai/ TŇ/a/ sen/sŇ ᄢ 7/26 ᧲ 11/71 ੝ 1331/1616 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 Shin/ju/wan/ kŇ/geki ⌀ 278/422 ⃨ 1540/1504 ḧ 1028/670 ᡹ 594/819 ᠄ 433/1016 Shin/ju/wan/ ki/shş ⌀ 278/422 ⃨ 1540/1504 ḧ 1028/670 ᄸ 1189/1360 ⷅ 1262/1575 381

(Middowē kaisen ࡒ࠶࠼࠙ࠚ࡯ᶏᚢ2784 giugno 1942) segnò l’inizio di una ritirata costante.  < Dai TŇa kyŇeiken > A distanza di due anni dallo scoppio della guerra del Pacifico (TaiheiyŇ sensŇ ᄥᐔᵗᚢ੎), nel novembre del 1943, a TŇkyŇ ᧲੩ fu tenuta, su iniziativa giapponese, una conferenza con rappresentanti dalle zone sotto dominio giapponese. Lo scopo dichiarato era quello di liberare l’Asia dalla sottomissione all’Occidente e di creare un blocco comunitario dei popoli asiatici dell’Asia orientale e sudorientale (Dai TŇa kyŇeiken ᄢ᧲੝౒ᩕ࿤2785 lett. area di comune prosperità della grande Asia orientale). Si dice spesso che il vero obiettivo giapponese stesse, invece, nel subentrare alle potenze occidentali nel dominio dell’Asia. (ψ§61, §80).  < Bombe atomiche e resa > La sorte, tuttavia, era ormai segnata. Verso la fine della guerra erano inviati ai fronti anche studenti universitari (gakuto shutsujin ቇᓤ಴㒯 2786). C’erano poi dei giovani che partivano in aereo (kamikaze ␹㘑2787) o a bordo di sommergibili monoposto (kaiten ࿁ᄤ2788 lett. invertire la sorte [stabilita dal cielo]), pur sapendo bene fin dalla partenza che per loro non c’era assolutamente ritorno. Il 6 agosto 1945 l’America sganciò una bomba atomica (genshi bakudan ේሶ῜ᒢ su Hiroshima (ᐢፉ2790 ψcarta 5). L’8 agosto l’Unione Sovietica (Sobieto renpŇ ࠰ࡆࠛ࠻ㅪ㇌2791) entrò in guerra contro il Giappone. Il 9 agosto un’altra bomba atomica esplose questa volta nel cielo di Nagasaki 㐳ፒ2792. Il 15 agosto 1945 il Giappone accettava le condizioni imposte dalla Dichiarazione di Potsdam (Potsudamu sengen ࡐ࠷࠳ࡓት⸒2793), comunicando la resa alle Forze Alleate (rengŇgun ㅪวァ2794). Si era conclusa, così, la lunga guerra durata quasi 15 anni (Jşgonen sensŇ ච੖ᐕᚢ੎2795 guerra dei 15 anni, 1931-1945), ossia l’insieme di Incidente manciuriano (Manshş jihen 

2789)

2784 2785 2786 2787 2788 2789 2790 2791 2792 2793 2794

Mi/d/do/wē/ kai/sen ࡒ࠶࠼࠙ࠚ࡯ᶏ 158/117 ᚢ 88/301 Dai/ TŇ/a/ kyŇ/ei/ken ᄢ 7/26 ᧲ 11/71 ੝ 1331/1616 ౒ 159/196 ᩕ 745/723 ࿤ 1402/508 gaku/to/ shutsu/jin ቇ 33/109 ᓤ 768/430 ಴ 17/53 㒯 823/1404 kami/kaze ␹ 229/310 㘑 246/29 kai/ten ࿁ 64/90 ᄤ 364/141 gen/shi/ baku/dan ේ 132/136 ሶ 56/103 ῜ 475/1015 ᒢ 933/1539 Hiro/shima ᐢ 311/694 ፉ 173/286 So/bi/e/to/ ren/pŇ ࠰ࡆࠛ࠻ㅪ 87/440 ㇌ 1001/808 Naga/saki 㐳 25/95 ፒ 457/1362 Po/tsu/da/mu/ sen/gen ࡐ࠷࠳ࡓት 1012/625 ⸒ 279/66 ren/gŇ/gun ㅪ 87/440 ว 46/159 ァ 193/438 382

ḩᎺ੐ᄌ2796 1931-1933), Nitchş sensŇ (ᣣਛᚢ੎2797 1937-1945) e guerra del Pacifico (TaiheiyŇ sensŇ ᄥᐔᵗᚢ੎2798 1941-1945).

Parte seconda: Cultura

§76. Letteratura moderna (narrativa - 2)  Il prospetto riportato alla pagine seguente è la continuazione di quello del paragrafo §67. NARRATIVA DELL’ERA TAISHņ

Nell’era TaishŇ (TaishŇ jidai ᄢᱜᤨઍ 1912-1926) erano sorte nuove correnti a diversa tendenza, che insieme a quelle già esistenti fin dal periodo precedente costituirono l’epoca d’oro della narrativa moderna. Complessivamente si trattava di una letteratura anti-naturalista (hanshizenshugi bungaku ෻⥄ὼਥ⟵ᢥቇ2799) su cui risaltavano le due figure di ņgai 㣁ᄖ2800 e SŇseki ẇ⍹2801 che continuarono ad operare attivamente.

2795 2796 2797 2798 2799

Jş/go/nen/ sen/sŇ ච 5/12 ੖ 14/7 ᐕ 3/45 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 Man/shş/ ji/hen ḩ 579/201 Ꮊ 542/195 ੐ 32/80 ᄌ 324/257 Nit/chş/ sen/sŇ ᣣ 1/5 ਛ 13/28 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 Tai/hei/yŇ/ sen/sŇ ᄥ 343/629 ᐔ 143/202 ᵗ 366/289 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 han/shi/zen/shu/gi/ bun/gaku ෻ 183/324 ⥄ 53/62 ὼ 375/651 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 ᢥ 136/111 ቇ

33/109

2800 2801

ņ/gai 㣁 non reg./non reg.ᄖ 120/83 SŇ/seki ẇ non reg./non reg.⍹ 276/78 383

e. MEIJI era TAISHƿ ᄢᱜᤨઍ era SHƿWA ᤘ๺ᤨઍ 1912 1921 1926 1935 1945 1 Taishǀ 10 1 Shǀwa 10 20 prima guerra mondiale Incidente mancese guerra del Pacifico ż ż ż ż ż Terremoto del Kantǀ guerra dei 15 anni ż ż ż Mori ƿgai ᫪㣁ᄖ Natsume Sǀseki ᄐ⋡ẇ⍹ naturalismo ⥄ὼਥ⟵ shishǀsetsu ⑳ዊ⺑ Tanbiha ⡓⟤ᵷ Shirakabaha ⊕᮹ᵷ Shinshichǀha ᣂᕁầᵷ lett. proletaria ࡊࡠ࡟࠲࡝ࠕᢥቇ

lett. di defezione ォะᢥቇ

Shinkankakuha ᣂᗵⷡᵷ Letteratura per l’infanzia ఽ┬ᢥቇ Letteratura per tutti ᄢⴐᢥቇ

 ‫ޣ‬SHIRAKABAHA ‫ޤ‬Molti degli scrittori del Shirakabaha (⊕᮹ᵷ2802 lett. scuola della betulla bianca) definito solitamente come umanitario, idealistico ed ottimistico furono ex-allievi del Gakushşin (ቇ⠌㒮2803 1877-1947; oggi Gakushşin daigaku ቇ⠌ 㒮ᄢቇ Università Gakushşin), istituto d’istruzione paragonabile al Collegio di Eton e riservato ai figli di kŇzoku ⊞ᣖ2804 e kazoku (⪇ᣖ2805 ψ§58), e quindi di estrazione elitaria, che non avevano certo bisogno di lottare per problemi di sostentamento. Inoltre, ai loro tempi regnava l’atmosfera liberale della democrazia TaishŇ (TaishŇ demokurashĩ ᄢᱜ࠺ࡕࠢ࡜ࠪ࡯ ψ§73). Erano, cioè, persone bonarie che potevano permettersi di vivere per i propri ideali con un senso naïf di giustizia, in netto contrasto con i

2802 2803 2804 2805

Shira/kaba/ha ⊕ 266/205 ᮹ non reg./non reg.ᵷ 293/912 Gaku/shş/in ቇ 33/109 ⠌ 665/591 㒮 236/614 kŇ/zoku ⊞ 964/297 ᣖ 599/221 ka/zoku ⪇ 807/1074 ᣖ 599/221 384

naturalisti (shizenshugi sakka ⥄ὼਥ⟵૞ኅ2806) di origine provinciale, che dovevano fronteggiare una vita più stentata, o comunque difficile. La denominazione Shirakabaha ⊕᮹ᵷ si deve alla loro rivista letterario-artistica di nome appunto Shirakaba (䇺⊕᮹䇻2807 lett. betulla bianca, 1910-1923).  Le loro opere, che espongono di solito ideali ed esperienze personali, sono in sostanza shishŇsetsu (⑳ዊ⺑2808 ψ§67) e sotto tale aspetto non si distinguono dalla letteratura dei naturalisti (shizenshugi sakka ⥄ ὼ ਥ ⟵ ૞ ኅ ). Ma sotto l’aspetto qualitativo con il loro idealismo, umanitarismo o ottimismo si differenziano nettamente da quest’ultima, ribelle e distruttiva. La letteratura armoniosa del Shirakabaha ⊕᮹ᵷ, sia pure scarsamente ambientata nel contesto sociale, costituì a lungo una delle due colonne portanti del filone shishŇsetsu ⑳ዊ⺑.  I seguenti scrittori ne sono alcuni degli esponenti. L’ultimo elencato aveva una tendenza piuttosto eccezionale per via dei suoi interessi sociali. x MushanokŇji Saneatsu (ᱞ⠪ዊ〝ታ◊2809 1885-1976) ̆ Omedetaki hito (䇺߅⋡ ಴ߚ߈ੱ䇻2810 lett. bonaccione, 1911), YşjŇ (䇺෹ᖱ䇻2811 lett. amicizia, 1919). x Shiga Naoya (ᔒ⾐⋥຦2812 1883-1971) ̆ Kinosaki nite (䇺ၔߩፒߦߡ䇻2813 lett. a Kinosaki, 1917), An’ya kŇro (䇺ᥧᄛⴕ〝䇻2814 lett. strada nella notte buia, it. La strada nelle tenebre, 1921-1937). x Arishima Takeo (᦭ፉᱞ㇢2815 1878-1923) ̆ Kain no matsuei (䇺ࠞࠗࡦߩᧃⵧ䇻 2816 lett. discendenza di Caino, 1917), Aru onna (䇺ᚗࠆᅚ䇻2817 it. Una donna, 1919). ‫ޣ‬SHINSHICHņHA ‫ޤ‬Ad unirsi in uno dei maggiori gruppi letterari dell’era TaishŇ ‫ޣ‬

2806 2807 2808 2809 2810 2811 2812 2813 2814 2815 2816 2817

shi/zen/shu/gi/ sak/ka ⥄ 53/62 ὼ 375/651 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 ૞ 99/360 ኅ 81/165 Shira/kaba 䇺⊕ 266/205 ᮹ non reg./non reg.䇻 shi/shŇ/setsu ⑳ 221/125 ዊ 63/27 ⺑ 307/400 Mu/sha/no/kŇ/ji/ Sane/atsu ᱞ 448/1031 ⠪ 22/164 ዊ 63/27 〝 367/151 ታ 89/203 ◊ 1749/1883 O/me/de/ta/ki/ hito 䇺߅⋡ 65/55 ಴ 17/53 ߚ߈ੱ 9/1䇻 Yş/jŇ 䇺෹ 543/264 ᖱ 286/209䇻 Shi/ga/ Nao/ya ᔒ 622/573 ⾐ 778/756 ⋥ 329/423 ຦ Ki/no/saki/ ni/te 䇺ၔ 638/720 ߩፒ 457/1362 ߦߡ䇻 An’/ya/ kŇ/ro 䇺ᥧ 1044/348 ᄛ 258/471 ⴕ 31/68 〝 367/151䇻 Ari/shima/ Take/o ᦭ 268/265 ፉ 173/286 ᱞ 448/1031 ㇢ 237/980 Ka/i/n/ no/ matsu/ei 䇺ࠞࠗࡦߩᧃ 528/305 ⵧ non reg./non reg.䇻 A/ru/ onna 䇺ᚗ non reg./non reg.ࠆᅚ 178/102䇻 385

(TaishŇ jidai ᄢᱜᤨઍ) furono i collaboratori della loro stessa rivista ShinshichŇ (䇺ᣂᕁ ầ䇻2818 lett. Le nuove correnti di pensiero, 1914, 1916-1917), motivo per cui il gruppo venne chiamato ShinshichŇha (ᣂᕁầᵷ2819 lett. scuola delle nuove correnti di pensiero). Malgrado il loro unanime dissenso al naturalismo (shizenshugi ⥄ὼਥ⟵ 2820 ), non costituivano un corpo compatto ed omogeneo sotto l’aspetto delle idee letterarie.  < Akutagawa Ryşnosuke > Tra tutti i suoi colleghi fu Akutagawa Ryşnosuke (⧂ Ꮉ㦖ਯ੺2821 1892-1927) a lasciare l’impronta maggiore. Da studente pubblicò RashŇmon (䇺⟜↢㐷䇻 2822 lett. porta RashŇ, 1915), breve racconto che prese spunto dal Konjaku monogatari[shş] (䇺੹ᤄ‛⺆[㓸]䇻2823 ψ§22) e successivamente scrisse, con tecniche raffinate, una serie di novelle a tema storico, tutte ugualmente gemme d’una mente lucida e rigogliosa. Se l’attività letteraria fu vista affermarsi quale una delle professioni più ambite dai giovani intellettuali, lo si deve proprio ad Akutagawa ⧂Ꮉ.  Ecco alcune delle sue opere: Hana (䇺㥦䇻2824 lett. naso, 1916), Kumo no ito (䇺Ⱡⰸߩ ♻䇻2825 it. Il filo del ragno, 1918), HŇkyŇnin no shi (䇺ᄺᢎੱߩᱫ䇻2826 lett. morte di una kirishitan, it. La morte di un cristiano(sic), 1918). ٟ < Premio Akutagawa > Dopo la morte (suicidio) di Akutagawa ⧂Ꮉ venne istituito, in sua memoria, da Kikuchi Hiroshi (⩵ᳰኡ2827 chiamato anche Kikuchi Kan, 1888-1948, ‘boss’ del gruppo ShinshichŇha ᣂᕁầᵷ e fondatore della nota rivista mensile Bungei shunjş 䇺ᢥ⮫ᤐ⑺䇻2828 1923-attuale) il Premio Akutagawa (AkutagawashŇ ⧂Ꮉ⾨2829 1935-presente), premio autorevole destinato a opere letterarie a fini artistici (junbungaku ⚐ᢥቇ2830 lett. letteratura pura).

2818 2819 2820 2821 2822 2823 2824 2825 2826 2827 2828 2829 2830

Shin/shi/chŇ 䇺ᣂ 36/174 ᕁ 149/99 ầ 1105/468䇻 Shin/shi/chŇ/ha ᣂ 36/174 ᕁ 149/99 ầ 1105/468 ᵷ 293/912 shi/zen/shu/gi ⥄ 53/62 ὼ 375/651 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 Akuta/gawa/ Ryş/no/suke ⧂ non reg./non reg.Ꮉ 111/33 㦖䋨=┥ 1110/1758䋩ਯ 697/2004 ੺ 666/453 Ra/shŇ/mon 䇺⟜ 1762/1860 ↢ 29/44 㐷 385/161䇻 Kon/jaku/ mono/gatari/[shş] 䇺੹ 146/51 ᤄ 1200/764 ‛ 126/79 ⺆ 274/67 [㓸 168/436]䇻 Hana 䇺㥦 1459/813䇻 Ku/mo/ no/ ito 䇺Ⱡ non reg./non reg.ⰸ non reg./non reg.ߩ♻ 699/242䇻 HŇ/kyŇ/nin/ no/ shi 䇺ᄺ 1106/1541 ᢎ 97/245 ੱ 9/1 ߩᱫ 254/85䇻 Kiku/chi/ Hiroshi ⩵ 1082/475 ᳰ 548/119 ኡ 1471/1050 Bun/gei/ shun/jş 䇺ᢥ 136/111 ⮫ 588/435 ᤐ 461/460 ⑺ 540/462䇻 Akuta/gawa/shŇ ⧂ non reg./non reg.Ꮉ 111/33 ⾨ 507/500 jun/bun/gaku ⚐ 828/965 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 386

NARRATIVA AI TEMPI A CAVALLO FRA TAISHņ E SHņWA

‫ ޣ‬LETTERATURA PROLETARIA ‫ ޤ‬Sotto l’influenza dei movimenti sindacali e socialisti che erano ripresi nella depressione economica susseguitasi alla prima guerra mondiale, nasceva la letteratura cosiddetta proletaria (puroretaria bungaku ࡊࡠ࡟࠲࡝ࠕᢥቇ2831).  Due sono gli scrittori rappresentanti di una narrativa a ispirazione marxista: Kobayashi Takiji (ዊᨋᄙ༑ੑ2832 1903-1933) che in Kani kŇsen (䇺ⳜᎿ⦁䇻2833 lett. nave-conservificio dei granchi, it. La nave-fabbrica per l’inscatolamento dei granchi, 1929) descrisse l’attività sindacale dei lavoratori di una nave attrezzata per la pesca e la lavorazione dei granchi, e Tokunaga Sunao (ᓼ᳗⋥ 2834 1899-1958) che raccontò invece, in base alle proprie esperienze, le lotte degli operai in una tipografia in TaiyŇ no nai machi (䇺ᄥ㓁ߩߥ޿ⴝ䇻2835 lett. quartiere senza sole, 1929).  Agli inizi dell’era ShŇwa (ShŇwa jidai ᤘ๺ᤨઍ 2836 1926-1989) la letteratura proletaria (puroretaria bungaku ࡊࡠ࡟࠲࡝ࠕᢥቇ) fu accolta con tale fervore da dominare il mondo degli scrittori e dei critici letterari (chiamato bundan ᢥს2837) e quello dei giornalisti, ma, a causa dell’intensificata repressione successiva all’Incidente mancese (Manshş jihen ḩᎺ੐ᄌ2838 ψ§74), la letteratura della rivoluzione si sgretolò in poco tempo. Si susseguirono difatti seguaci di una letteratura di defezione (tenkŇ bungaku ォะᢥቇ2839). Kobayashi Takiji ዊᨋᄙ༑ੑ fu sottoposto alla tortura e trucidato dal TokkŇ (․㜞2840 ψ§62).  Si noti la presenza di un parallelismo perfetto sotto ogni aspetto fra il crollo della letteratura proletaria (puroretaria bungaku ࡊࡠ࡟࠲࡝ࠕᢥቇ) con i seguaci che cambiarono bandiera da una parte e dall’altra la fine della letteratura naturalistica (shizenshugi bungaku ⥄ὼਥ⟵ᢥቇ2841) causata dal Taigyaku jiken (ᄢㅒ੐ઙ2842 1910) con i naturalisti (shizenshugi sakka ⥄ὼਥ⟵૞ኅ) che si erano messi al riparo con lo

2831 2832 2833 2834 2835 2836 2837 2838 2839 2840 2841 2842

pu/ro/re/ta/ri/a/ bun/gaku ࡊࡠ࡟࠲࡝ࠕᢥ 136/111 ቇ 33/109 Ko/bayashi/ Ta/ki/ji ዊ 63/27 ᨋ 420/127 ᄙ 161/229 ༑ 770/1143 ੑ 6/3 Kani/ kŇ/sen 䇺Ⳝ non reg./non reg.Ꮏ 169/139 ⦁ 313/376䇻 Toku/naga/ Sunao ᓼ 839/1038 ᳗ 690/1207 ⋥ 329/423 Tai/yŇ/ no/ na/i/ machi 䇺ᄥ 343/629 㓁 990/630 ߩߥ޿ⴝ 790/186䇻 ShŇ/wa/ ji/dai ᤘ 549/997 ๺ 151/124 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 bun/dan ᢥ 136/111 ს 1384/1839 Man/shş/ ji/hen ḩ 579/201 Ꮊ 542/195 ੐ 32/80 ᄌ 324/257 ten/kŇ/ bun/gaku ォ 339/433 ะ 217/199 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 Tok/kŇ ․ 153/282 㜞 49/190 shi/zen/shu/gi/ bun/gaku ⥄ 53/62 ὼ 375/651 ਥ 91/155 ⟵ 287/291 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 Tai/gyaku/ ji/ken ᄢ 7/26 ㅒ 857/444 ੐ 32/80 ઙ 290/732 387

shishŇsetsu ⑳ዊ⺑2843.  ‫ޣ‬SHINKANKAKUHA ‫ޤ‬Sorta contemporaneamente e accanto alla letteratura della rivoluzione fu una corrente che mirava invece ad attuare la rivoluzione della letteratura. Si tratta di un gruppo chiamato Shinkankakuha (ᣂᗵⷡᵷ2844 lett. scuola dei nuovi sensi), corrente che si contraddistinse con l’avanguardismo. Logicamente, si oppose al realismo dello shishŇsetsu ⑳ዊ⺑ e fu anche rivale della letteratura proletaria (puroretaria bungaku ࡊࡠ࡟࠲࡝ࠕᢥቇ).  Il massimo esponente fu Yokomitsu Riichi (ᮮశ೑৻2845 1898-1947) che descrisse la regina Himiko (ඬᒎ๭2846 ψ§3) in Nichirin (䇺ᣣベ䇻2847 lett. sole, 1923), opera rivoluzionaria nel bundan ᢥ ს 2848 d’allora, se la si esamina sotto l’aspetto dell’originalità delle tecniche e delle forme espressive.  < Kawabata Yasunari > Un altro a rappresentare la corrente fu Kawabata Yasunari ( Ꮉ ┵ ᐽ ᚑ 2849 1899-1972), premio Nobel per la letteratura (1968). Quest’ultimo accomunava in sè la tradizione delle opere classiche. Izu no odoriko (䇺દ⼺ߩ〭ሶ䇻2850 it. La danzatrice di Izu, 1926) che rappresenta i suoi esordi è ricco del lirismo ereditato dal passato. Più avanti, in una delle sue maggiori opere, Yukiguni (䇺㔐࿖䇻2851 it. Il paese delle nevi, 1935-1947) descrisse la bellezza ‘negativa’ medievale, ossia quella stessa che si nota nello Shin kokin [waka]shş (䇺ᣂฎ੹[๺᱌] 㓸䇻2852 ψ§34). Si tratta di uno scrittore d’avanguardia che seppe unire nella sua produzione lo spirito della letteratura moderna e la coscienza tradizionale giapponese del bello. Anche in occasione della conferenza (dal titolo Utsukushii Nihon no watakushi 䇺⟤ߒ޿ᣣᧄߩ⑳䇻2853 lett. il bel Giappone e me, 1969), tenuta all’Accademia svedese, egli parlò dei sensi estetici medievali caratterizzati dal kş ⓨ2854, ossia mu ή2855 (ψ §33). 2843 2844 2845 2846 2847 2848 2849 2850 2851 2852 2853 2854

shi/shŇ/setsu ⑳ 221/125 ዊ 63/27 ⺑ 307/400 Shin/kan/kaku/ha ᣂ 36/174 ᗵ 283/262 ⷡ 896/605 ᵷ 293/912 Yoko/mitsu/ Ri/ichi ᮮ 297/781 శ 417/138 ೑ 219/329 ৻ 4/2 Hi/mi/ko ඬ p.412/1521 ᒎ 1536/2065 ๭ 640/1254 Nichi/rin 䇺ᣣ 1/5 ベ 959/1164䇻 bun/dan ᢥ 136/111 ს 1384/1839 Kawa/bata/ Yasu/nari Ꮉ 111/33 ┵ 942/1418 ᐽ 783/894 ᚑ 115/261 I/zu/ no/ odori/ko 䇺દ 603/2011 ⼺ 988/958 ߩ〭 1190/1558 ሶ 56/103䇻 Yuki/guni 䇺㔐 907/949 ࿖ 8/40䇻 Shin/ ko/kin/ [wa/ka]/shş 䇺ᣂ 36/174 ฎ 373/172 ੹ 146/51[๺ 151/124 ᱌ 478/392]㓸 168/436䇻 Utsuku/shi/i/ Ni/hon/ no/ watakushi 䇺⟤ 289/401 ߒ޿ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ߩ⑳ 221/125䇻 kş ⓨ 233/140 388

Insieme con Tanizaki (⼱ፒ2856 ψ§67) è il romanziere più tradotto e più letto dagli stranieri.

§77. Letteratura moderna (poesia - 2) Nell’era TaishŇ (TaishŇ jidai ᄢᱜᤨઍ 1912-1926) si affermò la poesia libera in lingua parlata (kŇgo jiyşshi ญ⺆⥄↱⹞2857), rinviando la poesia shi ⹞ al punto di partenza per ulteriori sviluppi nell’età contemporanea. Il merito della sua affermazione viene attribuito innanzitutto a Hagiwara SakutarŇ (⪤ේᦳᄥ㇢2858 18861942) e poi a Takamura KŇtarŇ (㜞᧛శᄥ㇢2859 1883-1956) che fu anche scultore. Di quest’ultimo riportiamo qui sotto Adokenai hanshi (޽ߤߌߥ޿⹤2860 lett. Una conversazione infantile, 1928).  Sua moglie Chieko ජᕺሶ2861 morì di tubercolosi ed era stata affetta anche da una malattia mentale. Quando KŇtarŇ శᄥ㇢ compose questa poesia, sua moglie era ormai come una bambina indifesa. Atatarayama 㒙ᄙᄙ⟜ጊ2862 è il nome di una montagna del paese natale di Chieko ජᕺሶ. KŇtarŇ శᄥ㇢ è originario di TŇkyŇ ᧲ ੩. È composta nella lingua di stile colloquiale e non segue la metrica tradizionale.

SHI

UNA CONVERSAZIONE INFANTILE

޽ߤߌߥ޿⹤ Adokenai hanashi

ᥓᕺሶߪ᧲੩ߦⓨ2863߇ή2864޿ߣ޿߰‫ ޔ‬Chieko dice che a TŇkyŇ non c’è cielo. Chieko wa TŇkyŇ ni sora ga nai to yş, 2855 2856 2857 2858 2859 2860 2861 2862 2863 2864

mu ή 227/93 Tani/zaki ⼱ 249/653 ፒ 457/1362 kŇ/go/ ji/yş/shi ญ 213/54 ⺆ 274/67 ⥄ 53/62 ↱ 376/363 ⹞ 1094/570 Hagi/wara/ Saku/ta/rŇ ⪤ non reg./non reg.ේ 132/136 ᦳ non reg./non reg.ᄥ 343/629 ㇢ 237/980 Taka/mura/ KŇ/ta/rŇ 㜞 49/190 ᧛ 210/191 శ 417/138 ᄥ 343/629 ㇢ 237/980 A/do/ke/na/i/ hanshi ޽ߤߌߥ޿⹤ 133/238 Chi/e/ko ජ 79/15 ᕺ 875/1219 ሶ 56/103 A/ta/ta/ra/yama 㒙 1515/2258 ᄙ 161/229 ᄙ 161/229 ⟜ 1762/1860 ጊ 60/34 sora ⓨ 233/140 na/i ή 227/93 ޿ 389

߶ࠎߣߩⓨ߇⷗2865ߚ޿ߣ޿߰‫ޕ‬ Honto no sora ga mitai to yş. ⑳ߪ㛳2866޿ߡⓨࠍ⷗ࠆ‫ޕ‬ Watashi wa odoroite sora o miru. ᪉2867⧯⪲2868ߩ㑆2869ߦ࿷2870ࠆߩߪ‫ޔ‬ Sakurawakaba no aida ni aru no wa, ಾ2871ߞߡ߽ಾࠇߥ޿ Kittemo kirenai ߻߆ߒߥߓߺߩ߈ࠇ޿ߥⓨߛ‫ޕ‬ Mukashinajimi no kireina sora da. ߤࠎࠃࠅߌ߻ࠆ࿾ᐔ2872ߩ߷߆ߒߪ Don’yori kemuru chihei no bokashi wa ߁ߔ߽߽⦡2873ߩᦺ2874ߩߒ߼ࠅߛ‫ޕ‬ Usumomoiro no asa no shimeri da. ᥓᕺሶߪ㆙2875ߊࠍ⷗ߥ߇ࠄ⸒2876߰‫ޔ‬ Chieko wa tŇku o minagara yş, 㒙ᄙᄙ⟜ጊߩጊߩ਄ߦ Atatarayama no yama no ue ni Ფᣣ2877಴2878ߡࠋࠆ㕍2879޿ⓨ߇ Mainichi deteiru aoi sora ga ᥓᕺሶߩ߶ࠎߣߩⓨߛߣ޿߰‫ޕ‬ Chieko no honto no sora da to yş. ޽ߤߌߥ޿ⓨߩ⹤ߢ޽ࠆ‫ޕ‬ Adokenai sora no hanashi de aru.

2865 2866 2867 2868 2869 2870 2871 2872 2873 2874 2875 2876 2877 2878 2879

mi/ru ⷗ 48/63 ࠆ odoro/ku 㛳 1107/1778 ߊ sakura ᪉ 1121/928 waka/ba ⧯ 372/544 ⪲ 405/253 aida 㑆 27/43 a/ru ࿷ 243/268 ࠆ ki/ru ಾ 204/39 ࠆ chi/hei ࿾ 40/118 ᐔ 143/202 iro ⦡ 326/204 asa ᦺ 257/469 tŇ/ku ㆙ 803/446 ߊ i/u ⸒ 279/66 ߁ mai/nichi Ფ 396/116 ᣣ 1/5 de/ru ಴ 17/53 ࠆ ao/i 㕍 390/208 ޿ 390

Dice di voler vedere un vero cielo. Colto di sorpresa, io guardo su. Attraverso il fogliame fresco dei ciliegi intravedo quel bel cielo che da piccolo ho visto tante, veramente tante volte. Le nuvole opache sospese sull’orizzonte sono umidità appena rosata del mattino. Guardando lontano, Chieko dice: Il vero cielo di Chieko è quello blu che si vede tutti i giorni sul monte Atatarayama. Abbiamo parlato del cielo come due bambini.

Tornato ai circoli haikisti (haidan େს2880), Takahama Kyoshi 㜞ᵿ⯯ሶ2881 insistette sulla necessità di impiego del kidai ቄ㗴 2882 e di una stretta osservanza dello schema 5-7-5, riuscendo a creare una corrente predominante, favorito anche dall’autodistruzione del gruppo di sostenitori dello haiku libero (jiyşritsu haiku ⥄ ↱ᓞେฏ2883) provocata dal fenomeno del separatismo sorto al suo interno. La scuola guidata da Kyoshi ⯯ሶ e raccoltasi intorno alla rivista Hototogisu (䇺ࡎ࠻࠻ࠡࠬ䇻 lett. cuculo, 1897-tuttora) di cui Kyoshi ⯯ሶ fu il redattore, venne chiamata Hototogisuha (ࡎ࠻࠻ࠡࠬᵷ2884 Corrente hototogisu) ed era caratterizzata da un conservatorismo che, col tempo, andava intensificandosi sempre di più.  Agli inizi dell’era ShŇwa (ShŇwa jidai ᤘ๺ᤨઍ2885 1926-1989) sorsero, all’interno della scuola Hototogisuha ࡎ࠻࠻ࠡࠬᵷ, movimenti scissionistici rinnovatori, chiamati shinkŇ haiku undŇ (ᣂ⥝େฏㆇേ2886 lett. movimenti per nuovi haiku), promossi dai progressisti orientati a loro volta su indirizzi diversi, ma la corrente dominante rimase ed è tuttora quella piuttosto tradizionalista, ossia la scuola Hototogisuha ࡎ࠻࠻ࠡࠬᵷ.  ‫ޣ‬UNA DURA CRITICA‫ޤ‬Subito dopo il secondo conflitto mondiale (Dai niji sekai taisen ╙ੑᰴ਎⇇ᄢᚢ2887), nel 1946, lo haiku େฏ fu sottoposto ad una dura critica da parte di Kuwabara Takeo (᪀ේᱞᄦ2888 1904-1988), studioso di letteratura francese, nel saggio Daini geijutsu gendai haiku ni tsuite (╙ੑ⧓ⴚ ⃻ઍେฏߦߟ޿ߡ2889 Un’arte di serie B sullo haiku moderno).  Così si possono riassumere le sue osservazioni critiche: lo haiku େฏ non può essere una forma d’arte vera e propria a causa della natura insita in sé e dei circoli haikisti (haidan େს) chiusi. Se gli autori di haiku (haijin େੱ 2890 ), nel definirlo, desiderano usare per forza la parole arte, dovrebbero allora chiamarlo arte di serie B.  ‫ޣ‬DAL GIAPPONE AL MONDO‫ޤ‬Sta di fatto invece che lo haiku େฏ non soltanto continua ad essere composto quotidianamente da innumerevoli haikisti (haijin HAIKU

2880 2881 2882 2883 2884 2885 2886 2887 2888 2889

hai/dan େ 1280/1035 ს 1384/1839 Taka/hama/ Kyo/shi 㜞 49/190 ᵿ 418/785 ⯯ 1588/1572 ሶ 56/103 ki/dai ቄ 871/465 㗴 123/354 ji/yş/ritsu/ hai/ku ⥄ 53/62 ↱ 376/363 ᓞ 1048/667 େ 1280/1035 ฏ 1258/337 Ho/to/to/gi/su/ha ࡎ࠻࠻ࠡࠬᵷ 293/912 ShŇ/wa/ ji/dai ᤘ 549/997 ๺ 151/124 ᤨ 19/42 ઍ 68/256 shin/kŇ/ hai/ku/ un/dŇ ᣂ 36/174 ⥝ 695/368 େ 1280/1035 ฏ 1258/337 ㆇ 179/439 േ 86/231 Dai/ ni/ji/ se/kai/ tai/sen ╙ 76/404 ੑ 6/3 ᰴ 235/384 ਎ 152/252 ⇇ 170/454 ᄢ 7/26 ᚢ 88/301 Kuwa/bara/ Take/o ᪀ 1561/1873 ේ 132/136 ᱞ 448/1031 ᄦ 265/315 Dai/ni/ gei/jutsu/ gen/dai/ hai/ku/ ni/ tsu/i/te ╙ 76/404 ੑ 6/3 ⧓ 588/435 ⴚ 299/187 ⃻ 82/298

ઍ 68/256 େ 1280/1035 ฏ 1258/337 ߦߟ޿ߡ 2890

hai/jin େ 1280/1035 ੱ 9/1 391

େੱ) giapponesi, soprattutto dilettanti, ma sta anche diventando una forma poetica a livello mondiale. In diversi paesi del mondo, fra cui l’Italia, esistono infatti circoli haikisti, creati e gestiti da amatori stranieri dello haiku େฏ. (Naturalmente, per esempio, gli appassionati italiani verseggiano in italiano.) Da ultimo, per quanto riguarda il tanka ⍴᱌2891, possiamo dire che i periodi TaishŇ (TaishŇ jidai ᄢᱜᤨઍ) e ShŇwa (ShŇwa jidai ᤘ๺ᤨઍ) sono stati l’epoca d’oro della scuola Araragiha ࠕ࡜࡜ࠡᵷ dal tono fondamentalmente realistico e paragonabile a quello del Man’yŇshş 䇺ਁ⪲㓸䇻2892. Il massimo esponente fu SaitŇ Mokichi (ᢪ⮮⨃ศ 2893 1882-1953), pshichiatra di professione. Lasciò la raccolta ShakkŇ (䇺⿒శ䇻2894 it. Luce rossa, 1913) e tante altre opere.  Ecco un paio di suoi tanka ⍴᱌: TANKA

 ߺߜߩߊߩᲣ2895ߩ޿ߩߜࠍ߭ߣ⋡2896⷗ࠎ߭ߣ⋡⷗ࠎߣߙߚߛߦ޿ߘߍࠆ Michinoku no / haha no inochi o / hitome min / hitome min to zo /tadani isogeru [Mi affretto impaziente di assistere alla morte di mia madre nella località remota a nord.]  ࠧࠝࠟࡦߩ⥄ᦠ௝2897ߺࠇ߫ߺߜߩߊߦጊⴅ2898Ვ2899ߒߒߘߩᣣ2900߅߽߶ࠁ  Googan no / jigazŇ mireba / michinoku ni / yamako koroshishi / sono hi omooyu  [Quando guardo l’autoritratto di Gauguin, mi torna alla mente il giorno in cui uccisi bachi da seta selvatici in un luogo remoto a nord]



2891 2892 2893 2894 2895 2896 2897 2898 2899 2900

Oggi, al pari dello haiku େฏ, il tanka ⍴᱌ ha un gran numero di kajin (᱌ੱ

tan/ka ⍴ 789/215 ᱌ 478/392 Man’/yŇ/shş 䇺ਁ 96/16 ⪲ 405/253 㓸 168/436䇻 Sai/tŇ/ Mo/kichi ᢪ 1363/1478 ⮮ 206/2231 ⨃ 1166/1467 ศ 464/1141 Shak/kŇ 䇺⿒ 476/207 శ 417/138䇻 haha Უ 554/112 me ⋡ 65/55 ji/ga/zŇ ⥄ 53/62 ᦠ 130/131 ௝ 906/740 (di solito scritto ⥄↹ 150/343 ௝) yama/ko ጊ 60/34 ⴅ non reg./ non reg. (ⴅ㧩kaiko Ⰼ p.412/1877) koro/su Ვ 546/576 ߔ (giapp. moderno: id.) hi ᣣ 1/5 392

lett. poeti di tanka) che si divertono a poetare nella vita di tutti i giorni, ma diversamente dallo haiku େฏ non ha ancora dato segni di oltrepassare i confini del Giappone, sua terra d’origine.

§78. Attività in alcuni campi artistici ARTI FIGURATIVE

Nel campo della pittura di stile giapponese (nihonga ᣣᧄ↹2901) il nome di maggior rilievo fu forse quello di Yokoyama Taikan (ᮮጊᄢ ⷰ2902 1868-1958) cresciuto negli ambienti di Okakura Tenshin ጟୖᄤᔃ. Per la pittura occidentale (yŇga ᵗ↹) spiccavano due nomi: Yasui SŇtarŇ (቟੗ᦦ ᄥ㇢2903 1888-1955) e Umehara RyşzaburŇ (᪢ේ㦖ਃ㇢2904 1888-1986), entrambi eredi e trasmettitori della pittura francese. Verso la fine dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ 1868-1912) nacquero, sotto l’infuenza del teatro europeo, compagnie teatrali di tipo occidentale chiamate nel loro insieme shingeki (ᣂ഍2905 lett. teatro nuovo). Successivamente nel 1924 venne costruito da Osanai Kaoru (ዊጊౝ⮍2906 1881-1928) ed altri un teatro stabile, Tsukiji shŇgekijŇ (▽࿾ዊ഍႐2907 lett. Piccolo teatro a Tsukiji; fu anche il nome della compagnia teatrale; Tsukiji ▽࿾ dal nome della località di TŇkyŇ ᧲੩ dove esso si trovava) destinato a divenire subito il centro del movimento shingeki ᣂ഍. Il teatro moderno si rivolgeva prevalentemente agli intellettuali.  Il kabuki ᱌⥰પ2908 nel frattempo continuò a godere di una vasta popolarità. TEATRO

MUSICA ↰⠹▄2909

2901 2902 2903 2904 2905 2906 2907 2908

Man mano che progrediva l’apprendimento della musica occidentale si ebbero diversi nomi noti anche internazionalmente: Yamada KŇsaku (ጊ 1886-1965), compositore, Légion d’honneur (1936); Konoe Hidemaro (ㄭ

nihon/ga ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ↹ 150/343 Yoko/yama/ Tai/kan ᮮ 297/781 ጊ 60/34 ᄢ 7/26 ⷰ 463/604 Yasu/i/ SŇ/ta/rŇ ቟ 128/105 ੗ 252/1193 ᦦ䋨=ᦥ 1482/non reg.䋩ᄥ 343/629 ㇢ 237/980 Ume/hara/ Ryş/zaburŇ ᪢ 1009/1734 ේ 132/136 㦖䋨=┥ 1110/1758䋩ਃ 10/4 ㇢ 237/980 shin/geki ᣂ 36/174 ഍ 458/797 O/sa/nai/ Kaoru ዊ 63/27 ጊ 60/34 ౝ 51/84 ⮍ 1735/1774 Tsuki/ji/ shŇ/geki/jŇ ▽ 820/1603 ࿾ 40/118 ዊ 63/27 ഍ 458/797 ႐ 34/154 ka/bu/ki ᱌ 478/392 ⥰ 746/810 પ non reg./non reg. 393

ⴡ⑲㤚2910 1898-1973), direttore d’orchestra; Miura Tamaki (ਃᶆⅣ2911 1884-1946), soprano. In particolare, quest’ultima raggiunse fama internazionale quale protagonista (ben 2.000 volte) dell’opera Madama Butterfly (ChŇchŇ fujin 䇺ⲔⲔᄦੱ䇻 2912 ) di G. Puccini.  Infine, si deve a Miyagi Michio (ችၔ㆏㓶2913 1894-1956) un nuovo tentativo di far coesistere nella musica tradizionale (hŇgaku ㇌ᭉ) quella occidentale (yŇgaku ᵗᭉ).

§79. Assenza della libertà di ricerca scientifica, di pensiero e di parola  La Costituzione Meiji (Meiji kenpŇ ᣿ᴦᙗᴺ2914) prescriveva una libertà sia pure condizionata di parola, di stesura e di relativa pubblicazione (art. 29), ma di libertà di pensiero e di ricerca scientifica, non ne parlava. È lecito dire quindi che fin dall’era Meiji (Meiji jidai ᣿ ᴦ ᤨ ઍ ) sino all’entrata in vigore (1947) dell’attuale Costituzione (Nihonkoku kenpŇ ᣣᧄ࿖ᙗᴺ2915 La Costituzione del Giappone) in Giappone non esisteva la libertà vera e propria di ricerca scientifica, di pensiero e di parola. Diversamente dagli studi fisici, naturali e simili incoraggiati dallo Stato, le ricerche nel campo delle scienze umane e la pubblicazione dei relativi risultati erano in condizioni assai precarie.  Già nel 1892 era allontanato dall’Università imperiale (Teikoku daigaku Ꮲ࿖ᄢቇ 2916 ), oggi Università di TŇkyŇ [TŇkyŇ daigaku ᧲੩ᄢቇ]) un docente di storia giapponese per la pubblicazione di un articolo sull’origine dello shintŇ ␹㆏ 2917 . L’avvenimento costituì un caso emblematico di incompatibilità fra la ricerca scientifica sulla storia giapponese e l’istituzione imperiale (tennŇsei ᄤ⊞೙2918; cft. kŇkoku shikan

2909 2910 2911 2912 2913 2914 2915 2916 2917 2918

Yama/da/ KŇ/saku ጊ 60/34 ↰ 24/35 ⠹ 1585/1196 ▄ non reg./non reg. Kono/e/ Hide/maro ㄭ 127/445 ⴡ 394/815 ⑲ 859/1683 㤚 non reg./non reg. Mi/ura/ Tamaki ਃ 10/4 ᶆ 856/1442 Ⅳ 991/865 ChŇ/chŇ/ fu/jin 䇺Ⲕ non reg./non reg.Ⲕ non reg./non reg.ᄦ 265/315 ੱ 9/1䇻 Miya/gi/ Michi/o ች 419/721 ၔ 638/720 ㆏ 129/149 㓶 500/1387 Mei/ji/ ken/pŇ ᣿ 84/18 ᴦ 181/493 ᙗ 943/521 ᴺ 145/123 Ni/hon/koku/ ken/pŇ ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ࿖ 8/40 ᙗ 943/521 ᴺ 145/123 Tei/koku/ dai/gaku Ꮲ 1024/1179 ࿖ 8/40 ᄢ 7/26 ቇ 33/109 shin/tŇ ␹ 229/310 ㆏ 129/149 ten/nŇ/sei ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 ೙ 196/427 394

⊞࿖ผⷰ2919 ψ§28). La restrizione ed oppressione intensificata in seguito al Taigyaku jiken (ᄢㅒ੐ઙ2920 1910) fu ulteriormente inasprita dopo l’Incidente manciuriano (Manshş jihen ḩᎺ੐ᄌ 2921 1931). La lista degli arrestati, degli espulsi e delle pubblicazioni finite al bando o censurate sarebbe quasi interminabile. I casi più noti a questo riguardo sono i seguenti:  ‫ޣ‬INCIDENTE TAKIGAWA‫ޤ‬Takigawa Yukitoki (ṚᎹᐘㄖ2922 1891-1962), penalista dell’Università imperiale di KyŇto (KyŇto teikoku daigaku ੩ㇺᏢ࿖ᄢቇ2923 oggi Università di KyŇto [KyŇto daigaku ᄢቇ]), giudicato comunista dal governo, fu messo in congedo forzato nel 1933. Inoltre vennero messi al bando due dei suoi libri. Per protesta si dimisero collettivamente 19 docenti della Facoltà di giurisprudenza. (Takigawa jiken ṚᎹ੐ઙ2924 Incidente Takigawa)  Dietro a questo clamoroso caso c’era una manovra di destra: l’anno precedente era venuto a galla il caso di un’‘infiltrazione’ di elementi comunisti nell’apparato giudiziario, e la scoperta offriva agli ambienti di destra un’occasione da non perdere. Su questo sfondo il caso prese fuoco a seguito di un atto vendicativo da parte di un esponente di destra che, durante una sua conferenza, era stato fortemente contestato dagli studenti.  ‫ޣ‬IMPERATORE QUALE ORGANO DELLO STATO‫ޤ‬Minobe Tatsukichi (⟤ Ớㇱ㆐ศ2925 1873-1948), costituzionalista, professore emerito dell’Università imperiale di TŇkyŇ (TŇkyŇ teikoku daigaku ᧲੩Ꮲ࿖ᄢቇ2926) e membro della Camera dei Pari (Kizokuin ⾆ᣖ㒮2927), sosteneva che la sovranità spettava allo Stato, ente con personalità giuridica, e l’imperatore (tennŇ ᄤ⊞) era il massimo organo dello Stato, teoria sua chiamata comunemente tennŇ kikansetsu (ᄤ⊞ᯏ㑐⺑2928 lett. teoria sull’imperatore quale organo dello Stato). Era stata un’interpretazione approvata tacitamente, ma nel 1935 sotto la pressione dei militari e dei circoli della destra, Minobe ⟤Ớㇱ venne accusato di lesa maestà e si vide costretto a dimettersi dalla Camera. Vennero messi al

2919 2920 2921 2922 2923 2924 2925 2926 2927 2928

kŇ/koku/ shi/kan ⊞ 964/297 ࿖ 8/40 ผ 563/332 ⷰ 463/604 Tai/gyaku/ ji/ken ᄢ 7/26 ㅒ 857/444 ੐ 32/80 ઙ 290/732 Man/shş/ ji/hen ḩ 579/201 Ꮊ 542/195 ੐ 32/80 ᄌ 324/257 Taki/gawa/ Yuki/toki Ṛ 1285/1759 Ꮉ 111/33 ᐘ 683/684 ㄖ 1562/2246 KyŇ/to/ tei/koku/ dai/gaku ੩ 16/189 ㇺ 92/188 Ꮲ 1024/1179 ࿖ 8/40 ᄢ 7/26 ቇ 33/109 Taki/gawa/ ji/ken Ṛ 1285/1759 Ꮉ 111/33 ੐ 32/80 ઙ 290/732 Mi/no/be/ Tatsu/kichi ⟤ 289/401 Ớ 1185/957 ㇱ 37/86 ㆐ 525/448 ศ 464/1141 TŇ/kyŇ/ tei/koku/ dai/gaku ᧲ 11/71 ੩ 16/189 Ꮲ 1024/1179 ࿖ 8/40 ᄢ 7/26 ቇ 33/109 Ki/zoku/in ⾆ 1119/1171 ᣖ 599/221 㒮 236/614 ten/nŇ/ ki/kan/setsu ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 ᯏ 101/528 㑐 104/398 ⺑ 307/400 395

bando tre dei suoi libri. (TennŇ kikansetsu jiken ᄤ⊞ᯏ㑐⺑੐ઙ2929 lett. incidente causato dalla teoria sull’imperatore quale organo dello Stato)  ‫ޣ‬MITOLOGIA DEL KIKI ‫ޤ‬Tsuda SŇkichi (ᵤ↰Ꮐฝศ2930 1873-1961), docente di storia dell’Università Waseda (Waseda daigaku ᣧⒷ↰ᄢቇ2931), dimostrò che la mitologia del kiki (kiki no shinwa ⸥♿ߩ␹⹤2932 ψ§10) era stata il frutto di una manipolazione eseguita a scopo politico in età posteriore per giustificare la presa e il mentenimento del potere da parte dell’imperatore (tennŇ ᄤ⊞). Nel 1940 vennero messi al bando quattro dei suoi libri. Due anni dopo Tsuda ᵤ↰ fu condannato a tre mesi di reclusione sotto l’accusa di aver sconsacrato la famiglia imperiale.

§80. Dall’insegnamento pacifico all’insegnamento al servizio dell’Impero, della lingua giapponese  L’insegnamento più o meno sistematico del giapponese agli stranieri risale intorno al 1880. Un paio di coreani seguirono per primi tale insegnamento in Giappone per poi passare ad acquisire le istituzioni e la tecnologia d’Occidente tramite il Giappone. Circa 15 anni più tardi, dopo la guerra sino-giapponese del 1894-1895 (Nisshin sensŇ ᣣᷡᚢ੎2933), anche i cinesi cominciarono a recarsi in Giappone, come pure i coreani, per acquisirvi quelle conoscenze necessarie per la modernizzazione del loro paese. Va da sé quindi che questi asiatici studiarono il giapponese non come fine a se stesso, ma quale strumento per l’acquisizione di tecniche e conoscenze in diversi campi. Più tardi, verso il 1912-1913 vennero organizzati dei corsi di lingua giapponese anche per i missionari e i diplomatici occidentali.  Le prime esperienze dell’insegnamento condotto all’interno del Giappone erano comunemente caratterizzate dall’iniziativa presa da parte degli stranieri che avevano bisogno di una conoscenza del giapponese per le proprie attività. Anche da parte dei giapponesi l’insegnamento aveva fine pacifico, e ciò perché tale attività era nata spontaneamente negli ambienti non governativi, lontani tal potere. 2929

Ten/nŇ/ ki/kan/setsu/ ji/ken ᄤ 364/141 ⊞ 964/297 ᯏ 101/528 㑐 104/398 ⺑ 307/400 ੐ 32/80 ઙ

290/732

2930 2931 2932 2933

Tsu/da/ SŇ/kichi ᵤ 679/668 ↰ 24/35 Ꮐ 477/75 ฝ 503/76 ศ 464/1141 Wa/se/da/ dai/gaku ᣧ 259/248 Ⓑ 966/1220 ↰ 24/35 ᄢ 7/26 ቇ 33/109 ki/ki/ no/ shin/wa ⸥ 147/371 ♿ 930/372 ߩ␹ 229/310 ⹤ 133/238 Nis/shin/ sen/sŇ ᣣ 1/5 ᷡ 509/660 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 396

INSEGNAMENTO CONDOTTO NELLE ZONE SOTTO IL DOMINIO GIAPPONESE

Ciò che testimonia forse meglio di qualsiasi altra cosa la pretestuosità, spesso sostenuta, del progetto dell’area di comune prosperità della grande Asia orientale (Dai TŇa kyŇeiken ᄢ᧲੝౒ᩕ࿤2934 ψ§75) fu il modo di condurre l’insegnamento del giapponese nelle colonie giapponesi e nelle zone militarmente conquistati dal Giappone, nell’area, cioè, detta allora gaichi (ᄖ࿾2935 lett. terra esterna; ossia Taiwan, Corea, Sakhalin, Manciuria ecc.; termine contrapposto a naichi [ౝ࿾2936 lett. terra interna], che corrisponde grosso modo all’attuale territorio giapponese).  I corsi organizzati in tale area erano caratterizzati quasi comunemente dai seguenti tre punti: Ԙ La programmazione dell’insegnamento era di competenza dell’autorità governativa o militare giapponese. ԙ L’obiettivo ultimo stava nell’effettuare una sorta di lavaggio del cervello mirante ad assicurare la fedeltà al Giappone. Ԛ Spesso l’insegnamento del giapponese era inserito con la denominazione non di lingua giapponese (nihongo ᣣᧄ⺆2937) ma di lingua nazionale (kokugo ࿖⺆ 2938), che è, invece, termine carico della connotazione di lingua del nostro paese: Giappone o lingua di noi giapponesi. Parallelamente furono gestiti corsi non di rado obbligatori destinati agli adulti.  Per un periodo che oscilla tra alcune decine e un paio d’anni, a seconda della zona, l’insegnamento del giapponese era impartito nell’Asia orientale e sudorientale in conformità ai principi di cui sopra ed a vasto raggio (con oltre diecimila insegnanti di giapponese sia in Corea che in Taiwan verso il 1940).

§81. Affermazione della cultura di massa  2934 2935 2936 2937 2938

Tra la fenomenologia che caratterizza la società moderna è la fruizione della cultura Dai/ TŇ/a/ kyŇ/ei/ken ᄢ 7/26 ᧲ 11/71 ੝ 1331/1616 ౒ 159/196 ᩕ 745/723 ࿤ 1402/508 gai/chi ᄖ 120/83 ࿾ 40/118 nai/chi ౝ 51/84 ࿾ 40/118 ni/hon/go ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ⺆ 274/67 koku/go ࿖ 8/40 ⺆ 274/67 397

da parte delle masse. In Giappone è nell’era TaishŇ (TaishŇ jidai ᄢᱜᤨઍ) che si affermò il fenomeno della cultura di massa (taishş bunka ᄢⴐᢥൻ2939). Di seguito ne esamineremo alcuni fenomeni verificatisi in diversi settori culturali e nella vita di tutti i giorni. LETTERATURA PER TUTTI

La narrativa moderna che ebbe inizio con Futabatei Shimei ੑ⪲ ੪྾ㅅ2940 fu una letteratura fin troppo seria, che si proponeva espressamente fini artistici e culturali, ossia una letteratura prodotta dalla classe intellettuali per una cerchia piuttosto ristretta di lettori ugualmente intellettuali. Essa era priva di elementi quali fantasia, avventura, esseri soprannaturali, indagini poliziesche, attività di detective, eroi invincibili, (a parte un paio di opere) umorismo ecc. di cui era stata così ricca la letteratura precedente a quella moderna.  Il primo a rispondere all’esigenza popolare della letteratura di ‘consumo’ (taishş bungaku ᄢⴐᢥቇ2941 lett. letteratura di massa) fu Nakazato Kaizan (ਛ㉿੺ጊ2942 1885-1944) con Daibosatsu tŇge (䇺ᄢ⪄⮋ጼ䇻 2943 it. Il valico del grande Bodhisattva, 1913-1944 ψcarta 9), romanzo-fiume a puntate assai movimentato ed entusiasmante. L’opera ambientata nel bakumatsu ᐀ᧃ2944 fu pubblicata a lungo su quodidiani, senza neppure concludersi con il decesso dell’autore.  Poi, a partire dagli ultimi anni TaishŇ ᄢᱜ, nacquero molte riviste, tra cui Kingu (䇺ࠠࡦࠣ䇻 dall’ingl. King, 1925-1957), dedicate al passatempo. Rivolte a un largo pubblico e gestite in base commerciale, gareggiarono nelle quantità di pagine (a volte 700) e di copie vendute (non di rado ben oltre il milione).  < Yoshikawa Eiji > Il posto d’onore della letteratura per tutti (taishş bungaku ᄢⴐ ᢥቇ) spetta a Yoshikawa Eiji (ศᎹ⧷ᴦ2945 1892-1962). Nel 1960 venne insignito dal governo giapponese della massima onorificenza al merito culturale (bunka kunshŇ ᢥൻ ൟ┨2946 lett. medaglia culturale). Da una lunga lista delle sue opere qui se ne citano due: Miyamoto Musashi (䇺ችᧄᱞ

2939 2940 2941 2942 2943 2944 2945 2946

tai/shş/ bun/ka ᄢ 7/26 ⴐ 570/792 ᢥ 136/111 ൻ 100/254 Futa/ba/tei/ Shi/mei ੑ 6/3 ⪲ 405/253 ੪ 1496/1184 ྾ 18/6 ㅅ 1251/967 tai/shş/ bun/gaku ᄢ 7/26 ⴐ 570/792 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 Naka/zato/ Kai/zan ਛ 13/28 ㉿ 1077/142 ੺ 666/453 ጊ 60/34 Dai/bo/satsu/ tŇge 䇺ᄢ 7/26 ⪄ non reg./non reg.⮋ non reg./non reg.ጼ 1751/1351䇻 baku/matsu ᐀ 836/1432 ᧃ 528/305 Yoshi/kawa/ Ei/ji ศ 464/1141 Ꮉ 111/33 ⧷ 449/353 ᴦ 181/493 bun/ka/ kun/shŇ ᢥ 136/111 ൻ 100/254 ൟ 1312/1773 ┨ 967/857 398

⬿䇻2947 lett. Miyamoto Musashi, 1935-1939), romanzo-fiume a puntate che narra la vita dell’omonimo spadaccino-pittore (1584?-1645) vissuto agli inizi del periodo Edo (Edo jidai ᳯᚭᤨઍ) e Shin Heike monogatari (䇺ᣂᐔኅ‛⺆䇻2948 lett. nuovo Heike monogatari, 1950-1957), ugualmente romanzo-fiume a puntate che descrive la personalità di Taira no Kiyomori (ᐔᷡ⋓2949 ψ§18) costruita in base a una serie di opere della letteratura guerresca (gunki monogatari ァ⸥‛⺆2950 ψ§34).  In generale gli autori di opere rivolte alle masse avevano una vasta esperienza di vita, essendosi precedentemente occupati dei lavori più disparati. Yoshikawa Eiji ศᎹ⧷ᴦ in particolare aveva cambiato mestiere ben una ventina di volte. ٟ < Premio Naoki > Accanto al Premio Akutagawa (AkutagawashŇ ⧂Ꮉ⾨2951

ψ§76) fu istituito ugualmente da Kikuchi Hiroshi ⩵࿾ኡ2952 e per ricordo di Naoki Sanjşgo (⋥ᧁਃච੖2953 1891-1934) il Premio Naoki (NaokishŇ ⋥ᧁ⾨ 2954 1935-attuale), riconoscimento autorevole per opere letterarie destinate al grande pubblico. ٟ Sembra che adesso stia diventando sempre più difficile tracciare una linea netta fra la narrativa a fini artistici (junbungaku ⚐ᢥቇ2955 ψ§76) e quella di consumo o di massa (taishş bungaku ᄢⴐᢥቇ).

 ‫ޣ‬LETTERATURA PER L’INFANZIA‫ޤ‬Come si è avuto modo di vedere volta per volta, il punto medio (verso il 1890) dell’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ) coincise con l’inizio dell’attività letteraria ed artistica. Lo stesso si può dire anche per la letteratura infantile (jidŇ bungaku ఽ┬ᢥቇ2956), che nell’era TaishŇ (TaishŇ jidai ᄢᱜᤨઍ) ebbe la sua prima fioritura con la pubblicazione della rivista mensile specializzata dal titolo Akai tori (䇺⿒޿㠽䇻2957 lett.

2947 2948 2949 2950 2951 2952 2953 2954 2955 2956 2957

Miya/moto/ Mu/sashi 䇺ች 419/721 ᧄ 15/25 ᱞ 448/1031 ⬿ 429/1286䇻 Shin/ Hei/ke/ mono/gatari 䇺ᣂ 36/174 ᐔ 143/202 ኅ 81/165 ‛ 126/79 ⺆ 274/67䇻 Tai/ra/ no/ Kiyo/mori ᐔ 143/202 ᷡ 509/660 ⋓ 737/719 gun/ki/ mono/gatari ァ 193/438 ⸥ 147/371 ‛ 126/79 ⺆ 274/67 Akuta/gawa/shŇ ⧂ non reg./non reg.Ꮉ 111/33 ⾨ 507/500 Kiku/chi/ Hiroshi ⩵ 1082/475 ࿾ 40/118 ኡ 1471/1050 Nao/ki/ San/jş/go ⋥ 329/423 ᧁ 148/22 ਃ 10/4 ච 5/12 ੖ 14/7 Nao/ki/shŇ ⋥ 329/423 ᧁ 148/22 ⾨ 507/500 jun/bun/gaku ⚐ 828/965 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 ji/dŇ/ bun/gaku ఽ 556/1217 ┬ 1111/410 ᢥ 136/111 ቇ 33/109 Aka/i/ tori 䇺⿒ 476/207 ޿㠽 932/285䇻 399

uccello rosso, 1918-1936) a cura di Suzuki Miekichi (㋈ᧁਃ㊀ศ2958 1882-1936). Vi contribuivano scrittori e poeti di prim’ordine. È interessante notare che anche la letteratura per l’infanzia jidŇ bungaku ఽ┬ᢥቇ si divideva al suo interno in due gruppi, uno che corrispondeva alla letteratura ad alto livello artistico (junbungaku ⚐ᢥቇ) e l’altro alla letteratura di massa (taishş bungaku ᄢ ⴐᢥቇ). Il massimo autore del primo gruppo fu Ogawa Mimei (ዊᎹᧂ᣿ 2959 1882-1961) con il suo capolavoro pieno di romanticismo e misticismo: Akai rŇsoku to ningyo (䇺⿒޿ⱼῒߣੱ㝼䇻2960 lett. candele rosse e una sirena, 1921).  ‫ޣ‬CASA EDITRICE IWANAMI‫ޤ‬La casa editrice Iwanami shoten (ጤᵄᦠᐫ2961 1913-attuale) diede inizio nel 1927 alla pubblicazione della collana Iwanami bunko (ጤᵄ ᢥᐶ 2962 lett. biblioteca Iwanami, 1927-attuale) che comprende opere classiche e contemporanee dell’Oriente e dell’Occidente, e più tardi nel 1938 alla pubblicazione di un’altra collana Iwanami shinsho (ጤᵄᣂᦠ 2963 lett. nuovi libri Iwanami, 1938-a tutt’oggi) destinata agli strati colti, contribuendo in modo incalcolabile all’elevazione della preparazione culturale di un grande pubblico giapponese, realizzata soprattutto a prezzi irrisori.  Per gli studiosi giapponesi è uno dei massimi onori scrivere per conto di detta casa editrice rinomata per la pubblicazione di opere ad alto valore scientifico e culturale. MASS MEDIA

Oltre alle iniziative editoriali a cui si è sopra accennato, erano soprattutto quotidiani e radiofonia a contribuire alla diffusione della cultura ed alla preparazione culturale dei cittadini in generale.  Prima della guerra russo-giapponese (Nichiro sansŇ ᣣ㔺ᚢ੎2964 1904-1905) il quotidiano più diffuso non aveva che una tiratura di centomila copie, ma una ventina d’anni più tardi, nel periodo a cavallo tra TaishŇ ᄢᱜ e ShŇwa ᤘ๺, ossia intorno al 1925, c’erano già quattro testate che vantavano, ciascuna, un milione di copie giornalmente vendute, per effetto soprattutto d’un aumento vertiginoso di coloro che sapevano leggere grazie alla diffusione dell’istruzione. Da calcoli eseguiti su dati statistici Suzu/ki/ Mi/e/kichi ㋈ 818/1822 ᧁ 148/22 ਃ 10/4 ㊀ 155/227 ศ 464/1141 O/gawa/ Mi/mei ዊ 63/27 Ꮉ 111/33 ᧂ 801/306 ᣿ 84/18 2960 Aka/i/ rŇ/soku/ to/ nin/gyo 䇺⿒ 476/207 ޿ⱼ non reg./non reg.ῒ non reg./non reg.ߣੱ 9/1 㝼 1008/290䇻 2961 Iwa/nami/ sho/ten ጤ 744/1345 ᵄ 606/666 ᦠ 130/131 ᐫ 211/168 2962 Iwa/nami/ bun/ko ጤ 744/1345 ᵄ 606/666 ᢥ 136/111 ᐶ 656/825 2963 Iwa/nami/ shin/sho ጤ 744/1345 ᵄ 606/666 ᣂ 36/174 ᦠ 130/131 2964 Nichi/ro/ san/sŇ ᣣ 1/5 㔺 1144/951 ᚢ 88/301 ੎ 271/302 2958 2959

400

risulta che a TŇkyŇ ᧲੩ una famiglia leggesse ogni giorno in media ben due testate.  Nel 1925 venne varata anche la trasmissione radiofonica a TŇkyŇ ᧲੩ e a ņsaka ᄢ㒋 dall’NHK (Nihon HŇsŇ KyŇkai ᣣᧄ᡼ㅍදળ2965 trad. ingl. Japan Broadcasting Corporation, 1925-attualmente; ente paragonabile alla RAI italiana). L’anno seguente soltanto a TŇkyŇ ᧲੩ vi furono 200 mila abbonamenti. DISCHI FONOGRAFICI, CINEMA, SPORT

A partire dalla seconda metà Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ 1868-1912) vennero importati grammofoni (chikuonki ⫾ 2966 lett. apparecchio di immagazzinaggio fonico), e dalla fine dell’era TaishŇ (Tai㖸ᯏ shŇ jidai ᄢᱜᤨઍ) andò aumentando la vendita di dischi, familiarizzando i giapponesi alla musica occidentale (yŇgaku ᵗᭉ).  Anche il cinema risale all’era Meiji (Meiji jidai ᣿ᴦᤨઍ). Detto allora katsudŇ shashin (ᵴേ౮⌀2967 lett. immagini fotografiche in azione), nell’era TaishŇ (TaishŇ jidai ᄢᱜᤨઍ) era come il re dei divertimenti popolari. Ancora sprovvisto di colonna sonora, veniva accompagnato da una narrazione a cura di un professionista chiamato benshi (ᑯ჻2968 narratore, oratore, detto propriamente katsuben ᵴᑯ φ katsu/dŇ shashin ᵴേ౮⌀ 㧗 ben/shi ᑯ჻).  L’abitudine di praticare lo sport e l’atletica fa parte, anch’essa, della cultura di massa. L’educazione fisica entrò a far parte del programma di attività scolastica. Alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 il Giappone partecipò per la prima volta con due atleti. Fra tutti i giochi sportivi è il baseball che riuscì a riscuotere la maggiore popolarità, ed è una tradizione tuttora viva.

2965 2966 2967 2968

Ni/hon/ HŇ/sŇ/ KyŇ/kai ᣣ 1/5 ᧄ 15/25 ᡼ 282/512 ㅍ 220/441 ද 209/234 ળ 12/158 chiku/on/ki ⫾ 1287/1224 㖸 402/347 ᯏ 101/528 katsu/dŇ/ sha/shin ᵴ 203/237 േ 86/231 ౮ 489/540 ⌀ 278/422 ben/shi ᑯ 793/711 ჻ 301/572 401

carta 1

• Chşbu chihŇ ਛㇱ࿾ᣇ ԛ Ԡ • Chşgoku chihŇ ਛ࿖࿾ᣇ ԟ • HokkaidŇ ർᶏ㆏ Ԙ • Hokuriku chihŇ ർ㒽࿾ᣇ Ԡ • Honshş ᧄᎺ ԙ+Ԛ+ԛ+Ԝ+ԟ+Ԡ • KantŇ chihŇ 㑐᧲࿾ᣇ Ԛ • Kinki chihŇ ㄭ⇰࿾ᣇ Ԝ • Kyşshş ਻Ꮊ Ԟ • Shikoku ྾࿖ ԝ • TŇhoku chihŇ ᧲ർ࿾ᣇ ԙ

carta 2 • Area dove vengono ritrovati armi a forma di spada (dŇken ㌃೶ e dŇhoko ㌃㋿) Ԟ • Area in cui vengono rinvenuti oggetti a forma di campana (dŇtaku ㌃㐇) ԟ • Edo ᳯᚭ Ԙ • Posto di blocco a Hakone (Hakone no seki ▫ᩮ㑐) Ԛ • KyŇto ੩ㇺ Ԝ • Kamigata ਄ᣇ ԝ • NakasendŇ ਛ઄㆏࡮ਛጊ㆏ ԡ • Shizuoka 㕒ጟ ԛ • TŇkaidŇ ᧲ᶏ㆏ ԙ • TŇkyŇ ᧲੩ Ԙ • Tsumago ᆄ☜ Ԡ

404

carta 3 • Arita ᦭↰ ԣ • Amakusa ᄤ⨲ ԟ • Dazaifu ᄢቿᐭ Ԫ • Fukuoka ⑔ጟ ԧ • Funai ᐭౝ Ԙ • Hakata ඳᄙ ԧ • Hirado ᐔᚭ Ԥ • Kagoshima 㣮ఽፉ Ԟ • Kagoshima-ken 㣮ఽፉ⋵ Ԝ • Kitakyşshş-shi ർ਻ᎺᏒ ԩ • Miyazaki-ken ችፒ⋵ ԙ • Nagasaki 㐳ፒ ԡ • Nagasaki-ken 㐳ፒ⋵ Ԣ • ņita ᄢಽ Ԙ • Saga (=Hizen ) han ૒⾐䋨=⢈೨䋩⮲ ԥ • Saga-ken ૒⾐⋵ Ԧ • Satsuma han ⮋៺⮲ ԛ • Shimabara ፉේ Ԡ • Takachihonomine 㜞ජⓄፄ Ԛ • Takehara kofun ┻ේฎზ Ԩ • Tanegashima ⒳ሶፉ ԝ • Yawata ౎ᐈ ԩ

carta 4

• Hiraizumi ᐔᴰ Ԙ    

405

carta 5

• ChŇshş han 㐳Ꮊ⮲ ԛ • Dannoura სࡁᶆ Ԝ • Hiroshima ᐢፉ Ԛ • Izumo no kuni ಴㔕࿖ Ԡ • Okayama ጟጊ ԙ • Okayama han ጟጊ⮲ Ԙ • Shimane-ken ፉᩮ⋵ ԟ • Shimonoseki ਅ㑐 ԝ • Yamaguchi ጊญ Ԟ • Yamaguchi-ken ጊญ⋵ ԛ      

carta 6

• KŇchi 㜞⍮ Ԙ • KŇchi-ken 㜞⍮⋵ ԙ • Tosa han ࿯૒⮲ ԙ • Tosa no kuni ࿯૒࿖ ԙ • Yashima ደፉ Ԛ   

406

• Akashi ᣿⍹ Ԥ

carta 7

• AkŇ ⿒Ⓞ Ԧ • Asuka 㘧㠽 Ԛ • Azuchi ቟࿯ Ԙ •Biwako ℚℛḓ ԫ • Goshikizuka kofun ੖⦡Ⴆฎზ Ԥ • HeiankyŇ ᐔ቟੩ Ԩ • HeijŇkyŇ ᐔၔ੩ ԙ • Hieizan Ყซጊ ԩ • Himeji ᆢ〝 ԥ • Ise દ൓ Ԝ • KŇyasan 㜞㊁ጊ Ԡ • Kumano ᾢ㊁ Ԟ • KyŇto ੩ㇺ Ԩ • Nara ᄹ⦟ ԙ • Daisen (NintokuryŇ) kofun ᄢ઄䋨ੳᓼ

㒺䋩ฎზ ԡ • ņminesan ᄢፄጊ ԝ • ņsaka ᄢဈ࡮ᄢ㒋 Ԣ • ņtsu ᄢᵤ Ԫ • Sakai ႓ ԡ • Suma 㗇⏴ ԣ • Takamatsuzuka kofun 㜞᧻Ⴆฎზ ԟ • Uji ቝᴦ ԧ • Uji-Yamada ቝᴦጊ↰ Ԝ • Yoshino ศ㊁ ԛ

carta 8

̆̆̆̆̆̆̆ • AkŇ han ⿒Ⓞ⮲ Ԟ • HyŇgo-ken ౓ᐶ⋵ ԝ • Kii no kuni ♿દ࿖ Ԛ • KyŇto-fu ੩ㇺᐭ ԟ • Mie-ken ਃ㊀⋵ ԙ • Nara-ken ᄹ⦟⋵ Ԙ • ņsaka-fu ᄢ㒋ᐭ Ԝ • Wakayama-ken ๺᱌ጊ⋵ ԛ • Yamato (no kuni ) ᄢ๺䋨࿖䋩 Ԙ

407

• Daibosatsu tŇge ᄢ⪄⮋ጼ ԛ

carta 9

• Eiheiji ᳗ᐔኹ Ԩ • Fujisan ን჻ጊ Ԝ • Hakone no seki ▫ᩮ㑐 ԝ • IchjŇdani ৻ਸ਼⼱ ԧ • Minobusan りᑧጊ ԡ • Nagano 㐳㊁ Ԙ • Nagano-ken 㐳㊁⋵ ԫ • Nagashino 㐳◉ Ԣ • Nagoya ฬฎደ ԣ • Owari han የᒛ⮲ Ԥ • Sekigahara 㑐ࡩේ ԥ • Shiojiri Ⴎዥ ԙ • Shinano no kuni ାỚ࿖ ԫ • Shizuoka 㕒ጟ ԟ • Suwa ⺪⸰ Ԛ • Toro iseki ⊓ํㆮ〔 Ԡ • Toyama-ken ንጊ⋵ ԩ • Tagonoura ↰ఽߩᶆ Ԟ • Tsumago ᆄ☜ Ԧ • Wajima ベፉ Ԫ

• Ashio ⿷የ ԣ

carta 10

• Edo ᳯᚭ ԛ • Ibaraki-ken ⨙ၔ⋵ Ԛ • Iwajuku iseki ጤኋㆮ〔 Ԣ • Kamakura ㎨ୖ ԟ • Mito ᳓ᚭ ԙ • Mito han ᳓ᚭ⮲ Ԙ • NikkŇ ᣣశ Ԥ • Odawara ዊ↰ේ Ԡ • Tochigi-ken ᩔᧁ⋵ ԥ • TŇkyŇ ᧲੩ ԛ • Tomioka ንጟ ԡ • Uraga ᶆ⾐ Ԟ • Yokohama ᮮᵿ Ԝ • Yokosuka ᮮ㗇⾐ ԝ

408

carta 11

• Chang’an (Ch’ang-an 㐳቟ giapp. ChŇan; oggi Xi’an, Hsi-an ⷏቟ giapp. Seian) ԡ • Qingdao (Ch’ing-tao 㕍ፉ giapp. Chintao) ԝ • Hong Kong (㚅᷼ giapp. Honkon) ԟ • Guangdon (Kwangtung 㑐᧲ giapp. KantŇ) ԛ • penisola del Liaodong (Liaotung ㆯ᧲ඨፉ giapp. RyŇtŇ hantŇ) ԛ • Macao (cin. Aomên Ồ㐷 giapp. Makao) Ԡ • Manzhouguo (Manchoukuo ḩᎺ࿖ giapp. Manshşkoku) Ԙ

• Manciuria (cin. Manzhou, Manchou ḩᎺ giapp. Manshş) Ԙ • Mimana (giapp. છ㇊) Ԛ • Paekche (⊖ᷣ giapp. Kudara) ԙ • Pechino (Beijing, Peiching ർ੩ giapp. Pekin) Ԣ • Port Arthur (Lushun, Lushun ᣏ㗅 giapp. Ryojun) ԣ • penisola dello Shandong (Shantung ጊ ᧲ ඨ ፉ giapp. SantŇ hantŇ) Ԝ • Taiwan (T’aiwan บḧ giapp. Taiwan) Ԟ

409

410

=carta 12 (kuni ࿖ unità d’amministrazione locale nell’età premoderna e tradotta in italiano come provincia ψ§10)

• La carta rappresenta la divisione territoriale in kuni ࿖ durante il periodo dall’VIII/IX secolo al 1868. • Si suol dire: ‘... no kuni’ (̖࿖ provincia di ...) come ad esempio Musashi no kuni (ᱞ ⬿࿖ provincia di Musashi). Nell’elenco di sotto l’espressione ‘no kuni’ ࿖ è omessa. • Oggi i nomi dei kuni ࿖ sopravvivono per ricorrenze folcloristiche, prodotti tipici locali, ragioni sociali di aziende e soprattutto per toponimi e simili (p.es. Awaodori 㒙ᵄ 〭 danza di Awa / Minogami ⟤Ớ⚕ carta di Mino / IyoginkŇ દ੍㌁ⴕ Banca di Iyo / Sagamiko ⋧ᮨḓ lago di Sagami; Surugawan 㛁ᴡḧ baia di Suruga; KiihantŇ ♿દ ඨፉ penisola di Kii; Shinanogawa ାỚᎹ fiume Shinano; Sanukiheiya ⼝ጘᐔ㊁ pianura di Sanuki; Ise-Shima kokuritsu kŇen દ൓ᔒ៺࿖┙౏࿦ parco nazionale IseShima / senkan Yamato ᚢ⦘ᄢ๺ corazzata Yamato). IN ORDINE ALFEBETICO ޽

߈

Aki ቟⧓ 50 ޽



޽



Awa 㒙ᵄ 55 Awa ቟ᚱ 11 ޽ࠊ ߓ

Awaji ᷆〝 41 ߮ࠎ ߏ

Bingo ஻ᓟ 47 ߮ߞߜࠀ߁

Bitchş ஻ ਛ 46 ߮ ߗࠎ

Bizen ஻೨ 44 ߱ࠎ ߏ

Bungo ⼾ᓟ 64 ߱ ߗࠎ

Buzen ⼾೨ 62 ߜߊ ߏ

Chikugo ╳ᓟ 63 ߜߊߗࠎ

Chikuzen ╳೨ 61 ߢ



Dewa ಴⠀ 1 ߃ߜ ߏ

Echigo ⿧ᓟ 4 ߃ߜߗࠎ

Echizen ⿧೨ 22 ߃ߞߜࠀ߁

Etchş ⿧ ਛ 19 ߪࠅ ߹

Harima ᠞⏴ 40 ߭

ߛ

Hida 㘧㛗 20

߭

ߏ

Higo ⢈ᓟ 65 ߭ ߚ ߜ

Hitachi Ᏹ㒽 7 ߭ ߗࠎ

Hizen ⢈೨ 60 ߶߁ ߈

HŇki ષ⠫ 45 ߭ࠀ߁ ߇

Hyşga ᣣ ะ 66 ޿

߇

Iga દ⾐ 29 ޿

߈

Iki ᄀጘ 59 ޿ߥ ߫

Inaba ࿃ᐈ 42 ޿

ߖ

Ise દ൓ 30 ޿ࠊ ߺ

Iwami ⍹⷗ 51 ޿



Iyo દ੍ 56 ޿

ߕ

Izu દ⼺ 16 ޿ ߕ ߺ

Izumi ๺ᴰ 35 ޿ߕ ߽

Izumo ಴㔕 49 ߆

߇

Kaga ട⾐ 21 ߆

޿

Kai ↲᢫ 13 ߆ࠊ ߜ

Kawachi ᴡౝ 36

߆ ߕ ߐ

Kazusa ਄✚ 10 ߈

޿

Kii ♿દ 38 ߎ߁ߕߌ

KŇzuke ਄㊁ 5 ߺ ߆ࠊ

Mikawa ਃᴡ 24 ߺ߹ߐ߆

Mimasaka⟤૞ 43 ߺ

ߩ

Mino ⟤Ớ 23 ߻ ߐߒ

Musashi ᱞ⬿ 8 ߻

ߟ

Mutsu 㒽ᅏ 2 ߥ߇ ߣ

Nagato 㐳㐷 53 ߩ

ߣ

Noto ⢻⊓ 18 ߅

߈

Oki 㓝ጘ 48 ߅߁ ߺ

ņmi ㄭᳯ 28 ߅߅ߔߺ

ņsumi ᄢ㓈 68 ߅ ࠊࠅ

Owari የᒛ 25 ߐ

ߤ

Sado ૒ᷰ 3 ߐ߇ ߺ

Sagami ⋧ᮨ 14 ߐߧ ߈

Sanuki ⼝ጘ 54

411

ߐߟ ߹

Satsuma ⮋៺ 67 ߖߞ ߟ

Settsu ៨ᵤ 34 ߒ

߹

Shima ᔒ៺ 31 ߒ߽߁ ߐ

ShimŇsa ਅ ✚ 9 ߒ߽ߟߌ

Shimotsukeਅ㊁ 6 ߒߥ ߩ

Shinano ାỚ 12 ߔ ߅߁

SuŇ ๟㒐 52 ߔࠆ ߇

Suruga 㛁ᴡ 15 ߚߓ ߹

Tajima ૉ㚍 39 ߚࠎ ߫

Tanba ਤᵄ 33 ߚࠎ ߏ

Tango ਤᓟ 32 ߣ

ߐ

Tosa ࿯૒ 57 ߣ߅ߣ߁ߺ

TŇtŇmi ㆙ ᳯ 17 ߟߒ ߹

Tsushima ኻ㚍 58 ࠊ߆ ߐ

Wakasa ⧯⁜ 26 ߿߹ߒࠈ

Yamashiroጊၔ 27 ߿ ߹ ߣ

Yamato ᄢ๺ 37

412

(to-dŇ-fu-ken ㇺ㆏ᐭ⋵ unità amministrative locali nell’età moderna e contemporanea, rese in italiano solitamente come prefetture ψ§10)

=carta 13

• Dal 1871 (l’anno dello haihan chiken ᑄ⮲⟎⋵ ψ§58) al 1890 i confini di non poche unità d’amministrazione locali subirono modifiche. La carta rappresenta le linee di demarcazione dal 1890 a questa parte. Dalla fine della seconda guerra mondiale al 1972 non vi fu l’Okinawa-ken ᴒ✽⋵, in quanto fu sottoposto all’amministrazione degli USA. • Oggi le prefetture con capoluogo a TŇkyŇ ᧲੩, KyŇto ੩ㇺ e ņsaka ᄢ㒋 sono denominate con i seguenti suffissi rispettivamente di to ㇺ, fu ᐭ e fu ᐭ, sicché si dicono TŇkyŇ-to ᧲੩ㇺ, KyŇto-fu ੩ㇺᐭ e ņsaka-fu ᄢ㒋ᐭ. Quanto allo HokkaidŇ, nome dell’isola, è il dŇ ㆏ a riferirsi all’unità amministrativa equivalente al ken ⋵. Attualmente ci sono un to, un dŇ, due fu e quarantatré ken (a cui ci si riferisce con questa espressione: itto-ichidŇ-nifu-yonjşsanken 1 ㇺ 1 ㆏ 2 ᐭ 43 ⋵). • Si noti che rimane tuttora, ereditata dai to-dŇ-fu-ken ㇺ㆏ᐭ⋵, una buona parte dei confini di kuni ࿖ del sistema ritsuryŇ (ritsuryŇ seido ᓞ઎೙ᐲ). IN ORDINE ALFEBETICO ޽޿ ߜ ߌࠎ

Aichi-ken ᗲ⍮⋵ 23 ޽߈ ߚ ߌࠎ

Akita-ken ⑺↰⋵ 3 ޽߅ ߽ࠅ ߌࠎ

Aomori-ken 㕍᫪⋵ 2 ߜ

߫ ߌࠎ

Chiba-ken ජ⪲⋵ 14 ߃ ߭߼ ߌࠎ

Ehime-ken ᗲᇫ⋵ 38 ߰ߊ ޿ ߌࠎ

Fukui-ken ⑔੗⋵ 21 ߰ߊ ߅߆ ߌࠎ

Fukuoka-ken ⑔ጟ⋵ 41 ߰ߊ ߒ߹ ߌࠎ

Fukushima-ken ⑔ፉ⋵ 7 ߉

߰ ߌࠎ

Gifu-ken ጘ㒂⋵ 22 ߋࠎ ߹ ߌࠎ

Gunma-ken ⟲㚍⋵ 8

߆

ߏ ߒ߹ ߌࠎ

߆ ߇ࠊ ߌࠎ

Kagawa-ken 㚅Ꮉ⋵ 36 ߆

߭ࠂ߁ ߏ ߌࠎ

HyŇgo-ken ౓ ᐶ⋵ 30 ޿߫ࠄ ߈ ߌࠎ

Ibaraki-ken ⨙ ၔ⋵ 10 ޿ߒ ߆ࠊ ߌࠎ

Ishikawa-ken ⍹Ꮉ⋵ 20 ޿ࠊ ߡ ߌࠎ

Iwate-ken ጤᚻ⋵ 4

߇ ߌࠎ

ߥ ߇ࠊ ߌࠎ

ߎ߁ ߜ ߌࠎ

KŇchi-ken 㜞⍮⋵ 39

ߐ޿ ߚ߹ ߌࠎ

ߊ߹ ߽ߣ ߌࠎ

ߒ

߇ ߌࠎ

Shiga-ken ṑ⾐⋵ 24 ߒ߹ ߨ ߌࠎ

Kumamoto-ken ᾢᧄ⋵ 44 Shimane-ken ፉᩮ⋵ 33 ߈ࠂ߁ ߣ

߰

KyŇto-fu ੩ ㇺᐭ 26 ߺ

߃ ߌࠎ

Mie-ken ਃ㊀⋵ 25 ߺ߿ ߉ ߌࠎ

Miyagi-ken ችၔ⋵ 6 ߺ߿ ߑ߈ ߌࠎ

Miyazaki-ken ችፒ⋵ 45 ߥ߇ ߩ ߌࠎ

Nagano-ken 㐳㊁⋵ 16

߭ࠈ ߒ߹ ߌࠎ

HokkaidŇ ർᶏ㆏ 1

ߐ

Saga-ken ૒⾐⋵ 42

Kanagawa-ken ␹ᄹᎹ⋵ 13 Saitama-ken ၯ₹⋵ 11

ߥ߇ ߐ߈ ߌࠎ

Hiroshima-ken ᐢፉ⋵ 34 Nagasaki-ken 㐳ፒ⋵ 43 ߶ߞ ߆޿ ߤ߁

߅߅ ߐ߆ ߰

Kagoshima-ken 㣮ఽፉ⋵ 46 ņsaka-fu ᄢ㒋ᐭ 27

ߥ

ࠄ ߌࠎ

Nara-ken ᄹ⦟⋵ 28 ߦ޿ ߇ߚ ߌࠎ

Niigata-ken ᣂẟ⋵ 15 ߅߆ ߿߹ ߌࠎ

Okayama-ken ጟጊ⋵ 32 ߅߈ ߥࠊ ߌࠎ

Okinawa-ken ᴒ✽⋵ 47 ߅߅ ޿ߚ ߌࠎ

ņita-ken ᄢಽ⋵ 40

413

ߒߕ ߅߆ ߌࠎ

Shizuoka-ken 㕒ጟ⋵ 18 ߣߜ ߉ ߌࠎ

Tochigi-ken ᩔᧁ⋵ 9 ߣߊ ߒ߹ ߌࠎ

Tokushima-ken ᓼፉ⋵ 37 ߣ߁߈ࠂ߁ ߣ

TŇkyŇ-to ᧲ ੩ ㇺ 12 ߣߞ ߣࠅ ߌࠎ

Tottori-ken 㠽ข⋵ 31 ߣ ߿߹ ߌࠎ

Toyama-ken ንጊ⋵ 19 ࠊ

߆ ߿߹ ߌࠎ

Wakayama-ken ๺᱌ጊ⋵ 29 ߿߹ ߇ߚ ߌࠎ

Yamagata-ken ጊᒻ⋵ 5 ߿߹ ߊߜ ߌࠎ

Yamaguchi-ken ጊญ⋵ 35 ߿߹ ߥߒ ߌࠎ

Yamanashi-ken ጊ᪸⋵ 17

INDICE DEI TERMINI I numeri rinviano ai paragrafi. Il segno § è omesso.

74 ambasceria culturale Ⱥ kenzuishi ᢔ᨜̅, kentŇshi ᢔՓ̅ Amida ᧺ࢄ᧻ Ⱥ Amida butsu ᧺ࢄ᧻ ʿ / Amida butsu ᧺ࢄ᧻ʿ: 23, 24, 33, 35 / amidadŇ ᧺ࢄ᧻ ‫ؘ‬: 24 / Amida nyorai zazŇⅦ᧺ࢄ᧻‫ڦ‬ஹ‫΂׬‬Ⅷ: 24 / Amida raigŇzu ᧺ࢄ᧻ஹᡇ‫׋‬: 24 amidismo Ⱥ jŇdokyŇ ෋‫ם‬૙ AmitĆbha: 12, 23; Ⱥ Amida butsu ᧺ࢄ ᧻ʿ AmitĆyus: 12; Ⱥ Amida butsu ᧺ࢄ᧻ʿ AndŇ Hiroshige ‫ܤ‬ᕲ࠼᣻: 54 animismo: 9 Annessione della Corea al Giappone Ⱥ Kankoku heigŇ ᪡‫́׎‬ӳ Ansai ᧦૬ Ⱥ Yamazaki Ansai ‫᧦߃ޛ‬ ૬ Ansei no gokakoku jŇyaku ‫ܤ‬૎↝ʞⅺ‫׎‬ வኖ: 45 Ansei no taigoku ‫ܤ‬૎↝‫ٻ‬ྉ: 45 anti-naturalismo Ⱥ hanshizenshugi Ӓ ᐯ ໱ɼ፯ Antonio Fontanesi ⇈∙⇮⇱⇐ = ⇻ ⇏∙⇥⇳∞⇞: 65, 68, 70 An’ya kŇroⅦଢ଼‫ٸ‬ᘍែⅧ: 76 aohon ᩷ஜ: 51 Aoi no ue ᔅɥ: 22 Aoki Kon’yŇ ᩷ஙଝᨗ: 53 arahitogami ྵʴᅕ: 64 Arai Hakuseki ૼʟႉჽ: 43, 53 AraragiⅦ⇈∏∏⇔Ⅷ: 68 / Araragiha ⇈ ∏∏⇔෉: 68, 77 archibugio Ⱥ fucile, tanegashima ᆔ‫޽܇‬

A Abe no Nakamaro ᧺̿ː᰺ԏ: 8 Abe no Seimei ‫୑̿ܤ‬ଢ: 25 Adokenai hanashi ⅱ↘ↀ↙ⅳᛅ: 76 A Japanese and English Dictionary with an English and Japanese Index Ⱥ Waei gorin shşseiⅦԧᒍᛖ௎ᨼ঺Ⅷ Ahen sensŇ ⇈⇾∙৆ʗ, ᧺༾৆ʗ: 45 ainu ⇈⇊⇲: 27 Akahito ហ ʴ Ⱥ Yamabe no Akahito ‫ޛ‬ᢿហʴ akahon ហஜ: 51 Akai rŇsoku to ningyoⅦហⅳᗎ༢↗ʴᮄⅧ: 81 Akai toriⅦហⅳᯓⅧ: 81 Akashi ଢჽ: 22 / Akashi no chşgş ଢჽ ɶܷ: 22 / Akashi no himegimi ଢჽ‫ۈ‬ ӽ: 22 / Akashi no ue ଢჽɥ: 22 Akechi Mitsuhide ଢ୓ήᅵ: 40 Akera KankŇ டಏሥ൶: 51 Akiko ୒‫ ܇‬Ⱥ Yosano Akiko ɨᜓ᣼ ୒‫܇‬ AkŇ ហᆞ: 53 / AkŇ gishi ហᆞ፯ٟ Ⱥ ChşshinguraⅦࣙᐫᔺⅧ/ AkŇ han ហ ᆞᕴ: 53 / AkŇ jiken ហᆞʙˑ: 53 akusho फ৑ Ⱥ yşri ᢂ᣺ Akutagawa Ryşnosuke ᑰ߷ᱴʂʼ: 76 / AkutagawashŇ ᑰ߷ច: 76 Alessandro Valignano ⇈−⇩⇛∙⇯∓ = ⇶∐⇱∉∞⇴: 47 Alleanza anglo-giapponese Ⱥ Nichiei dŇmei ଐᒍӷႱ amashŇgun ‫៾ݩށ‬: 27 Amaterasu Ňmikami ‫ټ‬ༀ‫]ࣂ[ٻ‬ᅕ: 9, 10, 415

҄: 13 / Asuka jidai ᫠ᯓ଺ˊ: 13 / Asukadera ᫠ᯓ‫ݢ‬: 13 Atsutane ሶᏚ Ⱥ Hirata Atsutane ࠯ ဋሶᏚ awoniyoshi ⅱ⇁↚↷ↆ: 13 ayatsuri ningyŇ દ↹ʴ࢟: 52 Azuchi ‫םܤ‬: 40 / AzuchijŇ ‫םܤ‬؉: 40, 47 Azuchi-Momoyama jidai ‫םܤ‬ఒ‫ˊ଺ޛ‬: 40, 42, 47 Azumamaro ବ฼ Ⱥ Kada no Azumamaro ᒵဋବ฼ azumauta ிജ: 11

Arima Harunobu ஊᬔ୑̮: 40 ari no Kumano mŇde ᗷ↝༇᣼ᚽ: 38 Arinori ஊᅇ Ⱥ Mori Arinori ౕஊᅇ Arishima Takeo ஊ޽നᨺ: 76 Arita ஊဋ: 54 / aritayaki ஊဋ໲: 54 Ariwara no Narihira ‫נ‬Ҿಅ࠯: 22 arricchire il paese e rafforzare la potenza militare Ⱥ fukoku kyŇhei ݈‫ࢍ׎‬τ Arte da Lingoa de Iapam Ⱥ Nihon daibunten Ⅶଐஜ‫ٻ‬૨χⅧ arukaikku sumairu ⇈∑⇑⇊⇩⇕ ⇟∄ ⇊∑: 13 Aru onnaⅦি↺‫ڡ‬Ⅷ: 76 asa ᰺: 38 Asahi Bunzaemon ஔଐ૨߼ᘓᧉ: 55 Asahi shimbun ஔଐૼᎥ: 69 Asakura Toshikage jşshichi kajŇ ஔ̽૓ ୎җɡሖவ: 38 / Asakurashi (Asakurauji ) ஔ̽൞: 38 Asanoke ෌᣼ܼ: 53 / Asano Naganori ෌᣼ᧈჹ: 53 ashigaru ឱ᠉: 40 Ashikaga bakufu ឱ М ࠧ ࡅ Ⱥ Muromachi bakufu ܴထࠧࡅ / Ashikaga gakkŇ ឱМ‫ܖ‬ఄ: 38 / Ashikaga jidai ឱМ଺ˊ: 29 / Ashikaga Takauji ឱ М‫ݭ‬൞: 27, 28, 29 / Ashikaga Yoshimasa ឱМ፯૎: 29, 32 / Ashikaga Yoshimitsu ឱМ፯฼: 29, 31, 32, 35 AshiodŇzan kŇdoku jiken ឱ‫ޛ᤾ރ‬ᤸ൒ ʙˑ: 62 Aœoka ⇈⇝∍∞⇑ྛ: 12 Associazione di assistenza del governo imperiale Ⱥ Taisei yokusankai ‫ٻ‬૎ᎈ ឃ˟ Associazioni industriali al servizio dello Stato Ⱥ SangyŇ hŇkokukai ငಅ‫׎إ‬ ˟ Asuka ᫠ᯓ: 13 / Asuka bunka ᫠ᯓ૨

B Baigan ప‫ ޥ‬Ⱥ Ishida Baigan ჽဋప ‫ޥ‬ Bakin ᬔ࿃ Ⱥ Takizawa Bakin ๚එᬔ ࿃ bakufu ࠧࡅ: 27, 28, 32, 40, 41, 42, 43, 45, 51, 53 bakuhan taisei ࠧᕴ˳С: 39, 41, 44, 53 bakumatsu ࠧ஛: 45, 53, 58, 64, 70, 81 BakurŇchŇ ᬔւထ: 43 Banca del Giappone Ⱥ Nihon ginkŇ ଐ ஜ᤼ᘍ Bansha no goku ᖴᅈ↝ྉ: 53 bantŇ ဪ᪽: 41 bantŇ no daigaku ‫ק‬ி↝‫ܖٻ‬: 38 Banzai jiken ɢബʙˑ: 71 Banzan ᔾ‫ ޛ‬Ⱥ Kumazawa Banzan ༇ එᔾ‫ޛ‬ barbari del sud Ⱥ nanbanjin Ҥᖴʴ Baruchikku kantai ⇶∑⇧⇩⇕ᑞᨛ: 61 baseball: 81 bashaku ᬔ͈: 30 BashŇ ᑴᕀ Ⱥ Matsuo BashŇ ௅‫ރ‬ᑴ ᕀ bateren ⇶⇬−∙, ˤ‫ټ‬ᡲ: 40 / bateren 416

നܼᡯ: 36 bukkyŇ ʿ૙ Ⱥ 8, 12, 13, 23, 25, 33, 42, 49, 53, 64 / bukkyŇ kŇden ʿ૙πˡ: 12 bunchi seiji ૨඙૎඙: 43 bundan ૨ّ: 76 BungakukaiⅦ૨‫ܖ‬မⅧ: 67 Bungei shunjşⅦ૨ᑸବᅸⅧ: 76 bungo teikeishi ૨ᛖ‫׹ܭ‬ᚿ: 68 bunjinga ૨ʴဒ: 54 bunka kunshŇ ૨҄ѱᇘ: 81 bunkatsu sŇzoku ЎлႻዓ: 27 Bunkengakuha ૨ྂ‫෉ܖ‬: 53 bunkoku Ў‫ ׎‬Ⱥ ryŇgoku ᪸‫׎‬ bunkokuhŇ Ў‫׎‬ඥ: 29 bunmei kaika ૨ଢ᧏҄: 63, 64 bunraku ૨ಏ: 52, 70 / Bunrakuza ૨ಏ ࡈ: 52 buppŇ ʿඥ: 12 buraku mondai ᢿᓳբ᫆: 58, 67, 73 / Buraku kaihŇ dŇmei ᢿᓳᚐ્ӷႱ: 73 bushi നٟ: 18, 22, 23, 26, 27, 28, 32, 40, 41, 43, 44, 45, 48, 49, 53, 58; Ⱥ buke നܼ / bushidan നٟ‫ׇ‬: 18 / bushidŇ നٟᢊ: 53 / bushi kaikyş നٟ᨞ኢ: 26, 27 bushŇ ന‫ݩ‬: 29, 40 Buson ᕍ஭ Ⱥ Yosa Buson ɨᜓᕍ஭ busshŇ ʿࣱ: 12 Butsuda ʿ᧻: 12, 23, 33 butsudŇ ʿᢊ: 12 byŇ ၏ⅬbuddhismoⅭ: 12 byŇbu ‫ގ‬᫘: 24, 47 ByŇdŇin ࠯ሁᨈ: 24

tsuihŇrei ⇶⇬−∙ᡙ્ˋ: 40 battaglia di Dannoura Ⱥ Dannoura no tatakai ّ⇴ි↝৆ⅳ / battaglia di Nagashino Ⱥ Nagashino no tatakai ᧈስ↝৆ⅳ / battaglia di Sekigahara Ⱥ Sekigahara no tatakai ᧙ⅻҾ↝৆ ⅳ / battaglia di Yashima Ⱥ Yashima no tatakai ‫↝޽ދ‬৆ⅳ benevolenza confuciana Ⱥ jin ʶ be no tami ᢿൟ: 4 benshi ࡰٟ: 81 Betulla bianca Ⱥ ShirakabaⅦႉೕⅧ Bifukumon ፦ᅦᧉ: 22 bijinga ፦ʴဒ: 54, 55 BimyŇ ፦‫ ڭ‬Ⱥ Yamada BimyŇ ‫ޛ‬ဋ፦ ‫ڭ‬ Birushana butsu ൖႶᢚ᢯ʿ: 12 biwa ࿄࿅: 34 / biwa hŇshi ࿄࿅ඥࠖ: 34 bodaiju ᓗ੩೔: 12 bodhisattva Ⱥ bosatsu ᓗᕡ bomba atomica: 75 bonnŇ ༁प: 12, 33 bosatsu ᓗᕡ: 12, 23 Boshin sensŇ শᠼ৆ʗ: 58 Bruno Taut ⇼∑∞⇴ = ⇥⇌⇮: 54 budan seiji നૺ૎඙: 43 Buddha ⇼ ⇩ ⇦ Ⱥ Butsuda ʿ ᧻ / Buddha Amida Ⱥ Amida butsu ᧺ࢄ ᧻ʿ / Buddha Birushana Ⱥ Birushana butsu ൖႶᢚ᢯ʿ buddhismo Ⱥ bukkyŇ ʿ ૙ / buddhismo amidista Ⱥ jŇdokyŇ ෋‫ם‬૙ / buddhismo della Terra Pura Ⱥ jŇdokyŇ ෋ ‫ ם‬૙ / buddhismo esoterico Ⱥ mikkyŇ ݅૙ / buddhismo mahĆyĆna Ⱥ mahĆyĆna / buddhismo zen: 31, 32, 52 buke നܼ: 18, 26, 28, 32, 35; Ⱥ bushi ന ٟ / Buke shohatto നܼᜂඥࡇ: 41 / bukeyashiki നܼ‫ދ‬૤: 43 / bukezukuri

C calendario gregoriano: 63 calligrafia artistica Ⱥ shodŇ ୿ᢊ Camera dei Pari Ⱥ Kizokuin ᝮଈᨈ / 417

Camera dei Rappresentanti Ⱥ Shşgiin ᘌᜭᨈ caratteri cinesi Ⱥ kanji ๮‫܌‬ carestia: 44 castello: 47; Ⱥ jŇkaku kenchiku ؉ᣀ࡫ሰ castello di Himeji Ⱥ HimejijŇ ‫ۈ‬ែ؉ ceramica jŇmon ȺjŇmonshiki doki ጃ૨ࡸ ‫ ֥ ם‬/ ceramica Yayoi Ⱥyayoishiki doki ࢄဃࡸ‫֥ם‬ cerimonia del tè Ⱥ sadŇ ᒧᢊ chakaiseki ᒧদჽ: 55 Ch’ang-an ᧈ‫ ܤ‬Ⱥ ChŇan ᧈ‫ܤ‬ Cha no honⅦᒧ↝ஜⅧȺ The Book of Tea chanoyu ᒧ↝ื Ⱥ sadŇ ᒧᢊ chashitsu ᒧܴ: 36, 47 chatsubo ᒧ٦: 54 Chiang Chieh-shih ᔋ ʼ ჽ Ⱥ ShŇ Kaiseki ᔋʼჽ Chiang Kai-shek Ⱥ ShŇ Kaiseki ᔋʼჽ Chian iji hŇ ඙‫ܤ‬ዜਤඥ: 73 Chichakuin fusumae ୓ᆢᨈᙤዋ: 47 Ch’ien Han shuⅦЭ๮୿ⅧȺ Zen-KanjoⅦЭ ๮୿Ⅷ chigai hŇken ඙‫ٳ‬ඥೌ: 45, 61 chigyŇ ჷᘍ: 41 / chigyŇchi ჷᘍ‫ע‬: 41, 43 Chikamatsu Monzaemon ᡈ ௅ ᧉ ߼ ᘓ ᧉ: 50, 52 chiken ‫ע‬У: 58 chikuonki ᔛ᪦ೞ: 81 chingo kokka ᦒᜱ‫ܼ׎‬: 12, 23 Ch’ing-tao ᩷޽ Ⱥ Chintao ᩷޽ Chintao ᩷޽: 71 chisen kaiyşshiki teien ൷ඡ‫ׅ‬ᢂࡸࡊ‫ט‬: 54 chiso ‫ע‬ᅽ: 58 / chiso kaisei ‫ע‬ᅽોദ: 58 Chion’in ჷऍᨈ: 33 chŇ ᛦ: 6 chŇ ထⅬrioneⅭ: 43, 55 chŇ ထⅬunità di distanzaⅭ: 22

chŇ ᗝ: 50 ChŇan ᧈ‫ܤ‬: 7, 8, 15 ChŇbenzuⅦᤊ̝‫׋‬Ⅷ: 54 ChŇchŇ fujinⅦᗝᗝ‫پ‬ʴⅧ: 78 chŇgin ɠ᤼: 43 chŇheirei ࣉτˋ: 59 ChŇjşgigaⅦᯓྎ৉ဒⅧ: 24 chŇka ᧈജ: 11 ChŇmei ᧈଢ Ⱥ Kamo no ChŇmei ᯨ ᧈଢ chŇnin ထʴ: 30, 40, 41, 43, 44, 46, 48, 49, 50, 52, 53, 58 / chŇnin bunka ထʴ૨ ҄: 48, 54 / chŇnindŇ ထʴᢊ: 53 /chŇninmono ထʴཋ: 50 chonmage ←↶⇂↭ↁ: 63 chŇrenga ᧈᡲജ: 34 chŇshu ထᘌ Ⱥ machishş ထᘌ ChŇshş han ᧈ߸ᕴ: 44, 45, 58 chŇtei ஔࡩ: 4, 10, 11, 12, 13, 15, 18, 27, 28, 29, 41, 45 Chou ԗ Ⱥ Shş ԗ chş ࣙ: 53, 65 Chuang-tzu ᒱ‫ ܇‬Ⱥ SŇshi ᒱ‫܇‬ Chşbu chihŇ ɶᢿ‫૾ע‬: 3 chşgş ɶܷ: 22 Chşgşji ɶܷ‫ݢ‬: 13 Chu Hsi ட༐ Ⱥ Shushi ட‫܇‬ chşka shisŇ ɶᓙ࣬े: 8, 40 chşko bungaku ɶӞ૨‫ܖ‬: 15 chşkŇ ippon ܑࣙɟஜ: 65 ChşkŇshiⅦܑࣙᛏⅧ: 55 chşkun aikoku ࣙӽग़‫׎‬: 65 chung ࣙ Ⱥ chş ࣙ chşsei ɶɭ: 27 ChşshinguraⅦࣙᐫᔺⅧ: 53 Chşsonji ɶ‫ݢݭ‬: 24 Chu-tzu ட‫ ܇‬Ⱥ Shushi ட‫܇‬ città ai piedi di un castello Ⱥ jŇkamachi ؉ɦထ 418

cultura Kasei Ⱥ Kasei bunka ҄૎૨ ҄ / cultura Kitayama Ⱥ Kitayama bunka ҅‫ޛ‬૨҄ / cultura kofun Ⱥ kofun bunka Ӟ‫ى‬૨҄ / cultura Momoyama Ⱥ Momoyama bunka ఒ‫ޛ‬ ૨҄ / cultura nanban Ⱥ nanban bunka Ҥᖴ૨҄ / cultura nazionale Ⱥ kokufş bunka ‫ ׎‬᫘ ૨ ҄ , Fujiwara bunka ᕲҾ૨҄ / cultura paleolitica Ⱥ kyşsekki bunka ଒ ჽ ֥ ૨ ҄ / cultura pre-ceramica Ⱥ sendoki bunka έ ‫ ֥ ם‬૨ ҄ / cultura TenpyŇ Ⱥ TenpyŇ bunka ‫ ࠯ ټ‬૨ ҄ / cultura Yayoi Ⱥ Yayoi bunka ࢄဃ૨҄

città portuale Ⱥ minatomachi ลထ Civiltà ed Illuminismo Ⱥ bunmei kaika ૨ଢ᧏҄ clan: 4 Codice in diciassette articoli Ⱥ KenpŇ jşshichijŇ ঙඥҗɡவ Compagnia di Gesù Ⱥ Iezusukai ⇊⇎ ⇠⇟˟ Conder Ⱥ J. J. Conder Conferenza di Londra Ⱥ Rondon gunshuku kaigi ∓∙⇯∙៾጑˟ᜭ / Conferenza di Versailles Ⱥ Pari kŇwa kaigi ⇷∐ᜒԧ˟ᜭ / Conferenza di Washington Ⱥ Washinton kaigi ∕⇝ ∙⇮∙˟ᜭ confucianesimo Ⱥ jukyŇ Η૙, shushigaku ட‫ܖ܇‬, sŇgaku ‫ܖܥ‬ Confucio Ⱥ KŇshi ‫܇܉‬ corte Ⱥ chŇtei ஔࡩ, Yamato chŇtei ‫ٻ‬ԧ ஔࡩ corte di Yamato Ⱥ Yamato chŇtei ‫ٻ‬ԧஔ ࡩ corvée: 6, 17 coscrizione obbligatoria: 59 Costituzione dell’impero del Giappone Ⱥ Meiji kenpŇ ଢ඙ঙඥ cristianesimo: 64; Ⱥ kirishitan ⇓∐⇝⇥ ∙ cultura Asuka Ⱥ Asuka bunka ᫠ᯓ૨҄ / cultura dei chŇnin Ⱥ chŇnin bunka ထʴ૨҄ / cultura Fujiwara Ⱥ Fujiwara bunka ᕲ Ҿ ૨ ҄ / cultura Genroku Ⱥ Genroku bunka Ψᅡ૨ ҄ / cultura HakuhŇ Ⱥ HakuhŇ bunka ႉᯙ૨҄ / cultura Higashiyama Ⱥ Higashiyama bunka ி‫ޛ‬૨҄ / cultura jŇmon Ⱥ jŇmon bunka ጃ૨૨ ҄ / cultura Kamakura Ⱥ Kamakura bunka ᦉ̽૨҄ / cultura Kamigata Ⱥ Kamigata bunka ɥ ૾ ૨ ҄ /

D Daibosatsu tŇgeⅦ‫ٻ‬ᓗᕡ޴Ⅷ: 81 daibutsuyŇ ‫ٻ‬ʿಮ: 36 Daidairi ‫ٻ‬ϋᘻ: 22 daigakuryŇ ‫ݜܖٻ‬: 16 / daigaku ‫ܖٻ‬ Ⱥ daigakuryŇ ‫ݜܖٻ‬ daihonzan ‫ٻ‬ஜ‫ޛ‬: 33 dai ichiji sangyŇ kakumei ᇹɟഏငಅ᪃ ԡ: 62 Dai ichiji sekai taisen ᇹɟഏɭမ‫ٻ‬৆: 62, 71, 72, 76 daijŇ bukkyŇ ‫ٻ‬ʈʿ૙ Ⱥ mahĆyĆna daijŇ daijin ‫ٽ‬૎‫ٻ‬ᐫ: 6, 40 daijŇkan ‫ٽ‬૎‫ܫ‬: 6, 58 daikan ˊ‫ܫ‬: 41 DaikuchŇ ‫߻ٻ‬ထ: 43 daimoku ᫆Ⴘ: 33 Daimonjiyaki ‫ٻ‬૨‫܌‬໲ⅼ: 55 daimyŇ ‫ٻ‬Ӹ: 40, 41, 42, 47, 48, 53, 58 daimyŇshu ‫ٻ‬Ӹɼ: 40 dainagon ‫ٻ‬ኛᚕ: 6 Daini geijutsu: gendai haiku ni tsuite ᇹʚᑸᘐ ྵˊ̴ӟ↚↓ⅳ↕: 77 Dai NihonshiⅦ‫ٻ‬ଐஜӪⅧ: 53 419

Dai Nihon teikoku kenpŇ ‫ٻ‬ଐஜࠔ‫׎‬ঙ ඥ Ⱥ Meiji kenpŇ ଢ඙ঙඥ dai niji sangyŇ kakumei ᇹʚഏငಅ᪃ԡ: 62 Dai niji sekai taisen ᇹʚഏɭမ‫ٻ‬৆: 53, 60, 64, 65, 69, 73, 74, 75, 77 dairi ϋᘻ: 22 Daisen kofun ‫˅ٻ‬Ӟ‫ى‬: 13 Dai TŇa kyŇeiken ‫ٻ‬ிʣσ௿‫ח‬: 75, 80 dajŇkan ‫ٽ‬૎‫ܫ‬: 58 dama di corte: 17, 22, 25 damie ຜዋ: 47 Dannoura ّ⇴ි: 18, 34 / Dannoura no tatakai ّ⇴ි↝৆ⅳ: 18 danson johi ဏ‫ڡݭ‬Ҡ: 41 Dante ⇦∙⇬: 22 dasei sekki ৙ᙌჽ֥: 1 datsua nyşŇ Ꮾʣλ഑: 61, 75 Dazaifu ‫ࡅܸٽ‬: 6, 16, 27 Dazai Shundai ‫ܸٽ‬ବӨ: 53 dea del sole Ⱥ Amaterasu Ňmikami ‫ټ‬ༀ ‫ٻ‬ᅕ deificazione dell’imperatore Ⱥ arahitogami ྵʴᅕ Dejima Ј޽: 42, 48, 53 / DejimachŇ Ј ޽ထ: 42 / Deshima Ⱥ Dejima Ј޽ democrazia: 60, 73 / democrazia TaishŇ Ⱥ TaishŇ demokurashĩ ‫ٻ‬ദ⇭∈⇕∏ ⇝∞ DengyŇ daishi ˡ૙‫ ࠖٻ‬Ⱥ SaichŇ இ ຋ Denpata eitai baibai kinshirei ဋလ൨ˊ٥ ᝰᅠഥˋ: 41 destraⅬparte conservatriceⅭ: 74, 79 detchi ɠᆐ: 41 dharma: 12, 23, 33 Diario di Sarashina ȺSarashina nikkiⅦ୼ ኢଐᚡⅧ Diario di Tosa Ⱥ Tosa nikkiⅦ‫˱ם‬ଐᚡⅧ Diario di un’effimera Ⱥ KagerŇ nikkiⅦᗋ 420

ᖧଐᚡⅧ Dichiarazione di Potsdam Ⱥ Potsudamu sengen ∃⇪⇦∆ܳᚕ Dieta: 60 / Dieta imperiale Ⱥ Teikoku gikai ࠔ‫׎‬ᜭ˟ Difendete la Manciuria, il nostro cordone di sicurezza ঻↸↝ဃԡዴ฼߸⇁‫ܣ‬ ↻: 74 diplomazia di collaborazione Ⱥ kyŇchŇ gaikŇ ңᛦ‫ٳ‬ʩ DŇgen ᢊΨ: 33 dogş ‫ͪם‬: 2 dŇhoko ᤾᤻, ᤾ჳ: 3 DŇjinsai ӷʶ૬: 36 dŇken ᤾г: 3 doki ‫֥ם‬: 1, 2 DŇkyŇ ᢊᦟ: 12 dosŇ ‫̽ם‬: 30 dŇtaku ᤾ᦱ: 3 dovere filiale Ⱥ kŇ ܑ dozŇzukuri ‫ם‬ᔺᡯ: 54

E ebumi ዋ៊: 42 Echigo no kuni ឭࢸ‫׎‬: 33 Echizen no kuni ឭЭ‫׎‬: 38 Edo ൶ৎ: 41, 43, 48, 49, 50, 51, 52, 58 / Edo bakufu ൶ৎࠧࡅ Ⱥ Tokugawa bakufu ࣈ߷ࠧࡅ / edoban ൶ৎဪ: 43 / Edo bungaku ൶ৎ૨‫ܖ‬: 51, 67 / Edo jidai ൶ৎ଺ˊ: 4, 33, 34, 38, 41, 42, 43, 45, 46, 47, 48, 49, 50, 51, 52, 53, 54, 55, 58, 60, 62, 65, 67, 68, 69, 81 / EdojŇ ൶ৎ؉: 53, 55 / Edo machibugyŇ ൶ৎထ‫ڊ‬ᘍ: 41 / edoyashiki ൶ ৎ‫ދ‬૤: 43 / edozume ൶ৎᛄ Ⱥ edoban ൶ৎဪ Edoardo Chiossone ⇓⇐⇩⇣∞⇳: 65 E. F. Fenollosa ⇻⇍⇴∓⇛: 70

Eiga monogatariⅦ௿ᓙཋᛖⅧ Ⅶ௿ᑶཋᛖⅧ , : 16, 22 Eihei DŇgen ൨࠯ᢊΨ Ⱥ DŇgen ᢊ Ψ / Eiheiji ൨࠯‫ݢ‬: 33 Einin no tokuseirei ൨ʶ↝ࣈ૎ˋ: 27 Eisai ௿ᙱ: 33 Eitoku ൨ࣈ Ⱥ KanŇ Eitoku ཮᣼൨ ࣈ Eizan ӛ‫ ޛ‬Ⱥ Hieizan ൔӛ‫ޛ‬ emakimono ዋࠇཋ: 24, 36 Engelbert Kämpfer ⇗∙∀∑: 48 engi ጂឪ: 12 Engishiki ࡨշࡸ: 25 Enkakuji όᙾ‫ݢ‬: 36 enkiridera ጂЏ‫ݢ‬: 41 Enkş όᆰ: 54 Enryakuji ࡨୣ‫ݢ‬: 18, 22, 23, 33, 40 / Enryakuji yakiuchi ࡨୣ‫ݢ‬໲৙←: 40 En Seigai ᘢɭЃ: 71 entashisu ⇎∙⇥⇝⇟: 13 entŇ haniwa όለؒ᠛: 13 EshinsŇzu औ࣎΋ᣃ Ⱥ Genshin เ̮ eta ᆨ‫ٶ‬: 41, 58 etica dei chŇnin Ⱥ chŇnindŇ ထʴᢊ / etica dei bushi Ⱥ kyşba no michi ࡻᬔ ↝ᢊ, bushidŇ നٟᢊ ex-imperatore Go-Toba Ⱥ Go-Toba jŇkŇ ࢸᯓ፶ɥ႐ ezo ᗘ‫ڄ‬: 27

Fontanesi Ⱥ Antonio Fontanesi ⇈∙⇮ ⇱⇐ = ⇻⇏∙⇥⇳∞⇞ Francesco Saverio Ⱥ Furanshisuko Zabieru ⇻∏∙⇝⇟⇙ = ⇜⇹⇎∑ fubyŇdŇ jŇyaku ɧ࠯ሁவኖ: 45, 61, 62, 64 fuchimai ৣਤ቟: 43 fucile: 40 fudai daimyŇ ᜧˊ‫ٻ‬Ӹ: 41 fudoki ᫘‫ם‬ᚡ: 10 fueki ryşkŇ ɧତ්ᘍ: 50 Fugaku sanjşrokkeiⅦ݈߮ɤҗρ୎Ⅷ: 54 Fugi ็Β: 74 Fujisan ݈ٟ‫ޛ‬: 11 Fujita TŇko ᕲဋிฯ: 53 Fujitsubo no nyŇgo ᕲ٦‫ࣂڡ‬: 22 Fujiwara ᕲҾ Ⱥ Fujiwarashi (Fujiwarauji ) ᕲҾ൞ / Fujiwara bunka ᕲҾ ૨҄: 19, 20, 21, 22, 24 / FujiwarakyŇ ᕲҾʮ: 25 / Fujiwara no Kamatari ᕲҾᦉឱ: 5 / Fujiwara no Kaneie ᕲ Ҿψܼ: 22 / Fujiwara no Michinaga ᕲҾᢊᧈ: 16, 22, 24 / Fujiwara no Michitsuna no haha ᕲҾᢊዠ൐: 22 / Fujiwara no Nobusane ᕲҾ̮ܱ: 36 / Fujiwara no Sadaie (Fujiwara no Teika) ᕲҾ‫ܼܭ‬: 34 / Fujiwara no Sanesuke ᕲҾܱ᝻: 16 /Fujiwara no Sumitomo no ran ᕲҾኝӐ↝ʏ: 18 / Fujiwara no Takayoshi ᕲҾᨙᏡ: 24 / Fujiwara no Takenobu ᕲҾᨙ ̮: 36 / Fujiwara no Yorimichi ᕲҾ ᫂ᢊ: 16, 24 / Fujiwara Seika ᕲҾौ ᆾ: 53 / Fujiwarashi (Fujiwarauji ) ᕲ Ҿ൞: 5, 7, 15, 16, 17, 18, 22, 23 Fuji yama Ⱥ Fujisan ݈ٟ‫ޛ‬ fukko shintŇ ࣄӞᅕᢊ: 53, 64 fukoku kyŇhei ݈‫ࢍ׎‬τ: 59, 65 Fukui-ken ᅦʟჄ: 38 Fukşkenjaku kannonzŇⅦɧᆰ፞ኧᚇ᪦

F famiglia imperiale: 4, 9, 10, 58, 60, 76, 79 fascismo Ⱥ fashizumu ⇻⇇⇝⇠∆ fashizumu ⇻⇇⇝⇠∆: 74 fedeltà (al padrone) Ⱥ chş ࣙ, shşsei ࣙ ᛗ Fenollosa Ⱥ E. F. Fenollosa ⇻⇍⇴∓ ⇛ Fillmore ⇻⇉∑∈⇈: 45, 57 421

΂Ⅷ: 13 Fukuoka ᅦ‫ޢ‬: 30 Fukuzawa Yukichi ᅦඑ᛼Ӵ: 53, 63, 65, 67 fumie ៊ዋ: 42 Funai ࡅϋ: 40 Fun’ya no Miyatamaro ૨ܴܷဋ᰺ԏ: 25 funyş no ken ɧλೌ: 17 Furanshisuko Zabieru ⇻∏∙⇝⇟⇙ = ⇜⇹⇎∑: 40 furisode ਰᘨ: 55 Furyş monji. KyŇge betsuden. ɧᇌ૨‫ ܌‬૙ ‫ٳ‬Кˡ: 33 FushimijŇ ˜ᙸ؉: 40, 47 FşshinjŇ ᫘̮ࠐ: 24 fusuma ᙤ: 24, 47 Futabatei Shimei ӑᓶʯׄᡕ: 67, 69, 81 FutonⅦᔓ‫ׇ‬Ⅷ: 67 futsş senkyosei ୍ᡫᢠਫС: 73 FuyŇ ᑭᔝ: 74 fuyu no ken ɧ᠞ೌ: 17 fşzokuga ᫘̨ဒ: 54

GanjinzŇⅦᦷჇ΂Ⅷ: 13 Garakuta bunko ঻ಏ‫ٶ‬૨ࡉ: 67 gedatsu ᚐᏮ: 12 geinŇ ᑸᏡ: 36, 55 gekokujŇ ɦЫɥ: 29, 32 Gen Ψ: 27 genbun itchitai ᚕ૨ɟᐲ˳: 67, 68, 69 gendai ྵˊ: 56 Genji เ ൞ : Ⅼ uji samuraico Ⅽ 18, 27, 34; ⅬromanzoⅭȺ Genji monogatariⅦเ൞ཋ ᛖⅧ, Hikaru Genji ήเ൞ / Genji monogatariⅦเ൞ཋᛖⅧ: 22, 25, 34, 51, 53 / Genji monogatari emakiⅦเ൞ཋᛖ ዋࠇⅧ: 24 genkŇ Ψ݆: 27 gen nihonjin Ҿଐஜʴ: 2 Genpaku ྘ႉ Ⱥ Sugita Genpaku ன ဋ྘ႉ Genpei gassen เ࠯ӳ৆: 18 genpŇ ถ‫ݥ‬: 41 Genroku bunka Ψᅡ૨҄: 39, 43, 46, 49, 53 / Genroku jidai Ψᅡ଺ˊ: 49, 52, 53 genshi jidai ҾӪ଺ˊ: 3, 7 Genshin เ̮: 22, 23, 33 gesaku ৉˺: 51, 67 gidayşbushi ፯‫پٽ‬ራ: 52 Ginkaku ᤼᧚: 32, 36 / Ginkakuji ᤼᧚ ‫ݢ‬: 32 GiŇ ᅒྛ: 34 Gioielli Ⱥ Yasakani no magatama ο‫ݿ‬࿤ ୺ྚ Gion goryŇe ᅋ ‫ ࣂ ט‬ᩙ ˟ : 25 / Gion matsuri ᅋ‫ט‬ᅛ: 25 GionshŇja ᅋ‫ט‬ችᑀ: 34 giornale Asahi Ⱥ Asahi shimbun ஔଐૼ Ꭵ giri ፯ྸ: 52 / giri to ninjŇ no itabasami ፯ ྸ↗ʴऴ↝ெਬ↮: 52

G GahŇ ᨻᢰ Ⱥ Hashimoto GahŇ ೛ஜ ᨻᢰ gaichi ‫עٳ‬: 80 gairaigo ‫ٳ‬ஹᛖ: 47 gaiseki ‫ٳ‬ী: 16 gaisofu ‫ٳ‬ᅑ༵: 16 GakkŇ bosatsuzŇⅦஉήᓗᕡⅧ: 13 Gakumon no susumeⅦ‫ܖ‬բ⇴⇟∟∇Ⅷ: 63 gakusei ‫ܖ‬С: 65 Gakushşin ‫ ܖ‬፼ ᨈ : 76 / Gakushşin daigaku ‫ܖ‬፼ᨈ‫ܖٻ‬: 76 gakuto shutsujin ‫ࢻܖ‬Јᨉ: 75 Ganjin ᦷჇ: 13 422

GishiⅦᮀ࣓Ⅷ: 3 / Gishi wajindenⅦᮀ࣓Ⅷ ͔ʴˡ: 3 gissha ཅ៻: 22 Giuramento in cinque articoli Ⱥ GokajŇ no goseimon ʞሖவ[↝]ࣂᛒ૨ Goa ⇚⇈: 40 Go-Daigo tennŇ ࢸᣥᣦ‫ټ‬႐: 27, 28 gŇgaku ᣂ‫ܖ‬: 53 goi ʞˮ: 55 Go-ichigo jiken ʞ∝ɟʞʙˑ: 74 goisshin ࣂɟૼ: 58 gokaidŇ ʞᘑᢊ: 43 GokajŇ no goseimon ʞሖவ[↝]ࣂᛒ૨: 58, 60 gŇkan ӳࠇ: 51 goken undŇ ᜱঙᢃѣ: 73 gokenin ࣂ ܼ ʴ : Ⅼ Kamakura bakufu Ⅽ 27; ⅬTokugawa bakufuⅭ41, 53 gokŇ gomin ʞπʞൟ: 41 Gokuraku jŇdo ಊಏ෋‫ם‬: 23 / Gokuraku ŇjŇ ಊಏࢮဃ: 23 gon- ೌ⊡: 16 goningumi ʞʴኵ: 41 goon ࣂऍ: 27 goryŇ ࣂᩙ: 25 / goryŇe ࣂᩙ˟: 25 / goryŇ shinkŇ ࣂᩙ̮ˏ: 25 Go-SanjŇ tennŇ ࢸɤவ‫ټ‬႐: 16 gosanke ࣂɤܼ: 53 Goseibai shikimoku ࣂ঺૗ࡸႸ: 27 goshiki no sen ʞᑥ↝ញ: 6 Go-shi undŇ ʞ∝ׄᢃѣ: 71 gŇsonsei ᣂ஭С: 29 gŇshŇ ᝍՠ: 43 goshuinsen ࣂடҮᑔ: 42 / goshuinsen bŇeki ࣂடҮᑔ᝵ତ:.42 GŇtama ShiddĆruta ⇚∞⇥∄ = ⇝⇩ ⇦∞∑⇥ Ⱥ SiddhĆrtha Gotama Go-Toba jŇkŇ ࢸᯓ፶ɥ႐: 27 governo del buke Ⱥ bakufu ࠧ ࡅ / 423

governo Meiji Ⱥ Meiji seifu ଢ඙૎ࡅ / governo Yamato Ⱥ Yamato chŇtei ‫ٻ‬ԧஔࡩ gozan ʞ‫ޛ‬: 33 gosen ࣂЭ: 34 gŇzoku ᝍଈ: 3, 4, 5, 6, 10, 17 G. Puccini ⇽⇩⇧∞⇱: 78 grande depressione Ⱥ sekai daikyŇkŇ ɭ မ‫ऀٻ‬८ / grande crisi economica mondiale Ⱥ sekai daikyŇkŇ ɭမ‫ऀٻ‬ ८ guerra di ņnin Ⱥ ņnin no ran ࣖʶ↝ʏ / guerra dei 15 anni Ⱥ Jşgonen sensŇ җʞ࠰৆ʗ / guerra dell’oppio Ⱥ Ahen sensŇ ᧺༾৆ʗ / guerra del Pacifico Ⱥ TaiheiyŇ sensŇ ‫࠯ٽ‬බ৆ʗ / guerra russo-giapponese Ⱥ Nichiro sensŇ ଐᩧ৆ʗ / guerra sino-giapponese 1894-’95 Ⱥ Nisshin sensŇ ଐ ฌ ৆ ʗ / guerra sino-giapponese 1937-’45 Ⱥ Nitchş sensŇ ଐɶ৆ʗ gun ᢼ: 6 / gundai ᢼˊ: 41 / gunji ᢼӮ: 6, 17 Gunjin chokuyu ៾ʴў᛼: 59 gunki monogatari ៾ ᚡ ཋ ᛖ : 34, 81 / gunkimono ៾ᚡཋ Ⱥ gunki monogatari ៾ᚡཋᛖ

H HachijŇ no miya Toshihito shinnŇ οவܷ ୓ʶᚃྛ: 58 Hachiman TarŇ ο ࠪ ‫ ٽ‬ᢹ Ⱥ Minamoto no Yoshiie เ፯ܼ Hagiwara SakutarŇ ᓬҾஏ‫ٽ‬ᢹ: 76 haibutsu kishaku ࡑʿൌ᣷: 64 haidan ̴ّ: 76 haihan chiken ࡑᕴፗჄ: 58 haijin ̴ʴ: 68 haikai ̴᛺: 50, 51 / haikai no renga ̴

hanshu ᕴɼ: 55 Han shuⅦ๮୿ⅧȺ KanjoⅦ๮୿Ⅷ harai ᅏ: 9 harakiri ᐃЏ↹ Ⱥ seppuku Џᐃ Hara naikaku Ҿϋ᧚: 73 / Hara Takashi Ҿ૟: 73 hare no hi ୑↻↝ଐ, ⇵−↝ଐ: 55 harukaze ବ᫘: 50 Harunobu ବ ̮ Ⱥ Suzuki Harunobu ᤠஙବ̮ Hasegawa TŇhaku ᧈ᜿߷ሁˢ: 47 Hashiba Hideyoshi ፶௷ᅵӴ: 40 hatamoto ଊஜ: 41, 53 hayashi ּ‫܇‬: 35 Hayashi Razan ௎፠‫ޛ‬: 53 Hebonshiki rŇmaji ⇾∂∙ࡸ∓∞∄‫܌‬: 64 hei τ Ⱥ bushi നٟ Heian bungaku ࠯‫ܤ‬૨‫ܖ‬: 17 / Heian jidai ࠯‫ˊ଺ܤ‬: 15 / Heian kizoku ࠯ ‫ܤ‬ᝮଈ: 22 / HeiankyŇ ࠯‫ܤ‬ʮ: 14, 15, 20, 22 / Heian sento ࠯‫ܤ‬ᢟᣃ: 15 / HeijŇkyŇ ࠯؉ʮ: 7, 14 Heike ࠯ܼ Ⱥ Heishi ࠯൞ / heikebiwa ࠯ܼ࿄࿅ Ⱥ heikyoku ࠯୺ / Heike monogatariⅦ࠯ܼཋᛖⅧ: 18, 34, 51 / heikyoku ࠯୺: 34 heinŇ bunri τᠾЎᩉ: 40, 41 heimin saishŇ ࠯ൟܸႻ: 73 Heisei ࠯঺: 5 Heishi ࠯൞: 18, 27, 34 HekigodŇ ᄤ శ ఘ Ⱥ Kawahigashi HekigodŇ ඕிᄤశఘ hentaigana ‫ˎ˳٭‬Ӹ: 21 / hentai kanbun ‫˳٭‬๮૨: 21 Hepburn ⇾∂∙ Ⱥ J. C. Hepburn ⇾ ∂∙ hi ۠: 4 Hidetada ᅵࣙ Ⱥ Tokugawa Hidetada

᛺↝ᡲജ: 50 / haikai saijiki ̴᛺ബ ଺ᚡ: 50 haiku ̴ӟ: 50, 68, 77 / haiku libero Ⱥ jiyşritsu haiku ᐯဌࢷ̴ӟ hainichi undŇ ੎ଐᢃѣ: 71 HakaiⅦᄊ়Ⅷ: 67 hakama ᘲ: 55 Hakata Ҧ‫ٶ‬: 30 Hakone ረఌ: 43 / Hakone no seki ረఌ ᧙: 43 haku ਊ: 11, 50, 68 HakuhŇ bunka ႉᯙ૨҄: 13 Hakuseki ႉჽ Ⱥ Arai Hakuseki ૼʟ ႉჽ hanbatsu seifu ᕴ᧜૎ࡅ: 58, 60 Han ๮ Ⱥ Kan ๮ han ᕴ: 41, 42, 43, 44, 45, 53, 58, 64 han ༿: 58 Hana:ⅬcantoⅭⅦᑶⅧ70;ⅬraccontoⅭⅦᱠⅧ 76 Hana no gosho ᑶ↝ࣂ৑: 29 hanamachi ᑶထ Ⱥ yşri ᢂ᣺ Handen shşju no hŇ ྰဋӓ੉ඥ: 6, 17 han di AkŇ Ⱥ AkŇ han ហᆞᕴ / han di ChŇshş Ⱥ ChŇshş han ᧈ߸ᕴ / han di Mito Ⱥ Mito han ൦ৎᕴ / han di Saga Ⱥ Saga han ˱᝶ᕴ / han di Satsuma Ⱥ Satsuma han ᕡઊᕴ / han di Tosa Ⱥ Tosa han ‫˱ם‬ᕴ haniwa ؒ᠛: 13 hanka shiizŇⅦҞិ࣬ा΂Ⅷ: 13 hankŇ ᕴఄ: 53, 65 hannya ᑍᒉ: 12, 33 / Hannya shingyŇⅦᑍ ᒉ࣎ኺⅧ: 12 Hans Christian Andersen: 67 hanseki hŇkan ༿ቔ‫ᢩڊ‬: 58 hanshizenshugi Ӓ ᐯ ໱ ɼ ፯ : 67, 76 / hanshizenshugi bungaku Ӓᐯ໱ɼ፯૨ ‫ܖ‬: 76 424

ࣈ߷ᅵࣙ Hideyoshi ᅵӴ Ⱥ Toyotomi Hideyoshi ᝅᐫᅵӴ Hieizan ൔӛ‫ޛ‬: 23, 33 higakikaisen ᓛ‫࡬׽‬ᑔ: 43 Higashi honganji ிஜᫍ‫ݢ‬: 33 Higashiyama ி ‫ ޛ‬: 32 / Higashiyama bunka ி‫ޛ‬૨҄: 32, 47, 54 Higuchi IchiyŇ ಿӝɟᓶ: 67 Hikaru Genji ήเ൞: 22 hikime kagihana ࡽႸᤵᱠ: 24 hikyaku ᫠Ꮹ: 43 Himeji ‫ۈ‬ែ: 47 / HimejijŇ ‫ۈ‬ែ؉: 47 Himiko ҠࢄԠ: 3, 76 hĩnayĩna: 12 hinin ᩼ʴ: 41, 58 hinawajş ້ጃ᤽: 40 Hinkyş mondŇ no uta (Hinkyş mondŇka) ᝢ ᇀբሉ↝ജ≋ᝢᇀբሉജ≌: 14 Hirado ࠯ৎ: 40, 42 hiragana ࠯ˎӸ: 21, 22 Hiraizumi ࠯ඡ: 24 Hirata Atsutane ࠯ဋሶᏚ: 53 Hiratsuka RaichŇ ࠯‫ش‬ᩑᯓ: 73 Hiroshige ࠼᣻ Ⱥ AndŇ Hiroshige ‫ܤ‬ ᕲ࠼᣻ Hiroshima ࠼޽: 75 hisakatano ʁ૾↝: 13 Hishikawa Moronobu ᓛ߷ࠖܳ: 54 Hitomaro ʴ ᰺ ԏ Ⱥ Kakinomoto no Hitomaro ௻ஜʴ᰺ԏ Hizen han ᏄЭᕴ Ⱥ Saga han ˱᝶ᕴ hŇ ඥ Ⱥ dharma hŇga ᢰဒ Ⱥ nihonga ଐஜဒ hŇgaku ᢰಏ: 70 HŇjŇ ҅வ: 27 HŇjŇkiⅦ૾ɣᚡⅧ: 34 HŇjŇ Masako ҅ வ ૎ ‫ ܇‬: 27 / HŇjŇ Tokimasa ҅வ଺૎: 27

HokekyŇⅦඥᓙኺⅧȺ MyŇhŇ rengekyŇⅦ‫ڭ‬ ඥᔨᓙኺⅧ hŇken jidai ‫ˊ଺࡫ݥ‬: 40 / hŇken seido ‫ݥ‬ ࡫Сࡇ: 40 hokke ܼ҅: 16 HokkekyŇⅦඥᓙኺⅧȺ MyŇhŇ rengekyŇⅦ‫ڭ‬ ඥᔨᓙኺⅧ hokku ႆӟ: 50, 68 hŇkŇ ‫ڊ‬π: 27 / hŇkŇnin ‫ڊ‬πʴ: 41 hokuden bukkyŇ ҅ˡʿ૙: 12 hokumen no bushi ᩿҅↝നٟ: 16 Hokuriku chihŇ ҅ᨕ‫૾ע‬: 50 Hokusai ҅૬ Ⱥ Katsushika Hokusai ᓹ᫭҅૬ hokuteki ҅ལ: 40 HŇkyŇnin no shiⅦ‫ڊ‬૙ʴ↝രⅧ: 76 honbyakushŇ ஜႊ‫ڿ‬: 41 Hon’ami KŇetsu ஜ᧺ࢄήन: 54 HŇnen ඥ໱: 33 hongan ஜᫍ: 12, 33 Hong Kong ᬐล: 57 honji suijakusetsu ஜ‫׶ע‬ᡗᛟ: 23 honke ஜܼ: 17 HonnŇji ஜᏡ‫ݢ‬: 40 / HonnŇji no hen ஜᏡ‫٭↝ݢ‬: 40 Honshş ஜ߸: 27 honto mononari ஜᡦཋ঺: 41 honzen ryŇri ஜᐗ૰ྸ: 38 hŇŇ ඥྛ: 18 HŇŇdŇ ᯙЂ‫ؘ‬: 24 hoppŇ bukkyŇ ҅ ૾ ʿ ૙ Ⱥ hokuden bukkyŇ ҅ˡʿ૙ hŇroku ̷ᅡ: 41, 43, 46 HŇryşji ඥᨙ‫ݢ‬: 13, 68 Hotoke gozen ʿࣂЭ: 34 Hototogisu Ⅶ ∁ ⇮ ⇮ ⇔ ⇟ Ⅷ : 77 / Hototogisuha ∁⇮⇮⇔⇟෉: 77 Hsi-an ᙱ‫ܤ‬: 8 hsiao ܑ Ⱥ kŇ ܑ 425

Hsin-hsüeh ᨗଢ‫ ܖ‬Ⱥ yŇmeigaku ᨗଢ ‫ܖ‬ Hsü-tzu ᒪ‫ ܇‬Ⱥ Junshi ᒪ‫܇‬ hyakushŇ ikki ႊ‫ڿ‬ɟ੦: 44 HyŇnenzuⅦ࿩ᮊ‫׋‬Ⅷ: 36

Ӽ‫ܪ‬: 29 Ikku ɟʋ Ⱥ Jippensha Ikku җᡉᑀ ɟʋ Ikokusen uchiharairei ီ‫׎‬ᑔ৙৚ˋ: 45 Il paese delle nevi Ⱥ YukiguniⅦᩌ‫׎‬Ⅷ immigrato Ⱥ toraijin บஹʴ imperatore Ⱥ tennŇ ‫ټ‬႐ / imperatore Go-Daigo Ⱥ Go-Daigo tennŇ ࢸᣥᣦ ‫ټ‬႐ / imperatore Go-SanjŇ Ⱥ GoSanjŇ tennŇ ࢸɤவ‫ټ‬႐ / imperatore IchijŇ Ⱥ IchijŇ tennŇ ɟவ‫ټ‬႐ / imperatore Jinmu Ⱥ Jinmu tennŇ ᅕ ന ‫ ټ‬႐ / imperatore Kanmu Ⱥ Kanmu tennŇ ఛന‫ټ‬႐ / imperatore Meiji Ⱥ Meiji tennŇ ଢ ඙ ‫ ټ‬႐ / imperatore Mutsuhito Ⱥ tennŇ Mutsuhito (Mutsuhito tennŇ კʶ‫ټ‬႐) / imperatore Nintoku Ⱥ Nintoku tennŇ ʶࣈ‫ټ‬႐ / imperatore Shirakawa Ⱥ Shirakawa tennŇ ႉ ඕ ‫ ټ‬႐ / imperatore ShŇmu Ⱥ ShŇmu tennŇ Ꭲ ന‫ټ‬႐ / imperatore TaishŇ Ⱥ TaishŇ tennŇ ‫ ٻ‬ദ ‫ ټ‬႐ / imperatore Tenmu Ⱥ Tenmu tennŇ ‫ټ‬ന‫ټ‬႐ / imperatore Tenji Ⱥ Tenji tennŇ ‫୓ټ‬ ‫ټ‬႐ / imperatore Yşryaku Ⱥ Yşryaku tennŇ ᨺဦ‫ټ‬႐ / imperatrice Suiko Ⱥ Suiko tennŇ ਖ਼Ӟ‫ټ‬႐ In േ: 3 in ᨈ: 16 inasaku ᆖ˺: 3 Incidente del 15 maggio Ⱥ Go-ichigo jiken ʞ∝ɟʞʙˑ / Incidente del 26 febbraio Ⱥ Ni-niroku jiken ʚ∝ʚ ρʙˑ / Incidente manciuriano Ⱥ Manshş jihen ฼߸ʙ‫٭‬ inishie no michi Ӟ↝ᢊ: 53 inja bungaku ᨨᎍ૨‫ܖ‬: 34 Inoue Kaoru ʟɥᬓ: 61

I iemochi ܼਤ: 41 Ibaraki-ken ᒠ؉Ⴤ: 53 ichi ࠊ: 30 ichien chigyŇ ɟόჷᘍ: 29 IchijŇdani ɟʈ᜿: 38 IchijŇŇji ɟவ‫ٻ‬ែ: 22 IchijŇ tennŇ ɟவ‫ټ‬႐: 22 Ichikawa DanjşrŇ ࠊ߷‫ׇ‬җᢹ: 52 IchiyŇ ɟᓶ Ⱥ Higuchi IchiyŇ ಿӝɟ ᓶ idobata kaigi ʟৎᇢ˟ᜭ: 55 ideogramma cinese Ⱥ kanji ๮‫܌‬ ie ܼ: 60, 67 / ie no seido ܼ↝Сࡇ Ⱥ ie ܼ Iemitsu ܼή Ⱥ Tokugawa Iemitsu ࣈ ߷ܼή Ieyasu ܼࡍ Ⱥ Tokugawa Ieyasu ࣈ߷ ܼࡍ Iezusukai ⇊⇎⇠⇟˟: 40 Ihara Saikaku ʟҾᙱᰋ: 50, 51, 52 Ii Naosuke ʟ˙Ⴚ࢏: 45 Iio SŇgi ᫨‫ܪރ‬ᅋ: 34, 50 ikai ˮ᨞: 5 ike ൷: 24 Ikeda Mitsumasa ൷ဋή૎: 55 ikebana ဃↀᑶ Ⱥ kadŇ ᓙᢊ, ᑶᢊ IkenobŇryş kadŇ ൷ ‫ ් ש‬ᓙ ᢊ : 36 / IkenobŇ Senkei ൷‫ݦש‬অ: 36 Ike no Taiga ൷‫ٻ‬ᨻ: 54 iki ቦ: 55 ikkŇ ikki ɟӼɟ੦: 29, 40 / ikkŇshş ɟ 426

inreki ᨏୣ: 50 insei ᨈ૎: 15, 16, 27 / inseiki ᨈ૎஖: 16 Intervento Tripartito Ⱥ Sangoku kanshŇ ɤ‫࠮׎‬ฏ intrattenitrice Ⱥ yşjo ᢂ‫ڡ‬ Inukai Tsuyoshi ཚ᫱്: 74 inukubŇ ཚπ૾: 49 inuŇmono ཚᡙཋ: 34 imayŇ ʻಮ: 38 Ippen ɟᢄ: 36 / Ippen shŇnin edenⅦɟᢄ ɥʴዋˡⅧ: 36 iriaiyama λ˟‫ޛ‬: 55 irideppŇ ni deonna λ↹ᤧᄉ↚Ј‫ڡ‬: 43 Irohagumi machibikeshi ⅳ↼↞ኵထ້ෞ: 55 irozato ᑥ᣺ Ⱥ yşri ᢂ᣺ Ise ˙Ѭ: 9, 30 Ise jingş ˙Ѭᅕܷ: 9, 64 Ise mairi ˙ѬӋ↹ Ⱥ Ise sangş ˙ѬӋ ܷ / Ise sangş ˙ѬӋܷ: 55 Ise monogatariⅦ˙ѬཋᛖⅧ: 22 Ishida Baigan ჽဋప‫ޥ‬: 53 Ishida Mitsunari ჽဋɤ঺: 41 Ishikawa Takuboku ჽ߷՞ங: 68 ishin ዜૼ: 58 Ishiyama Honganji ჽ‫ޛ‬ஜᫍ‫ݢ‬: 40 isolamento nazionale Ⱥ sakoku ᦋ‫׎‬ isolazionismo Ⱥ sakoku ᦋ‫׎‬ Issa ɟᒧ Ⱥ Kobayashi Issa ‫ݱ‬௎ɟᒧ Issai kaikş. ɟЏႏᆰ: 12 IssunbŇshiⅦɟ‫ݡ‬ඥࠖⅧ: 34 Itagaki Taisuke ெ‫׽‬ᡚя: 58, 60 ItŇ Hirobumi ˙ᕲҦ૨: 58, 60 ItŇ Jinsai ˙ᕲʶ૬: 53 Iwajuku iseki ‫ܿޥ‬ᢡួ: 1 Iwakura Tomomi ‫ ̽ ޥ‬φ ᙻ : 58 / Iwakura kengai shisetsudan ‫̽ޥ‬ᢔ‫̅ٳ‬ ራ‫ׇ‬: 61

Iwanami bunko ‫ޥ‬ඬ૨ࡉ: 81 / Iwanami shinsho ‫ޥ‬ඬૼ୿: 81 / Iwanami shoten ‫ޥ‬ඬ୿ࡃ: 81 Iwasaki YatarŇ ‫ٽࢄ߃ޥ‬ᢹ: 59 Iyo shinnŇ ˙ʖᚃྛ: 25 Izanagi no mikoto ˙ᢲ᢯‫ޟ‬ԡ: 10 Izanami no mikoto ˙ᢲ᢯፦ԡ: 10 Izumi KyŇka ඡᦟᑶ: 67 Izumo fudokiⅦЈᩏ᫘‫ם‬ᚡⅧ: 10 / Izumo no kuni Јᩏ‫׎‬: 10 Izu no odorikoⅦ˙ᝃ↝៉‫܇‬Ⅷ: 76

J jakuniku kyŇshoku no okite ࢊᎹࢍ᫢↝੒: 62 Japan Broadcasting Corporation Ⱥ NHK J. C. Hepburn ⇾∂∙: 64 jen ʶ Ⱥ jin ʶ Jetavana-vihĆra: 34 jiamari ‫↹˷܌‬: 11 jidŇ bungaku δᇜ૨‫ܖ‬: 81 jigari ‫͈ע‬: 41 jihi ५ब: 12 jikisan ႺӋ: 41 Jinmu tennŇ ᅕന‫ټ‬႐: 10 jin ʶ: 43, 53 jinen hŇni ᐯ໱ඥ༺: 33 jingikan ᅕᅋ‫ܫ‬: 6 jingşji ᅕܷ‫ݢ‬: 23 jinja ᅕᅈ: 9, 38, 64 jinrikisha ʴщ៻: 63 Jinsai ʶ૬ Ⱥ ItŇ Jinsai ˙ᕲʶ૬ jinushi ‫ע‬ɼ: 41 Jippensha Ikku җᡉᑀɟʋ: 51 jiriki ᐯщ: 33 jisei no uta ᠴɭ↝ജ: 22 jishabugyŇ ‫ݢ‬ᅈ‫ڊ‬ᘍ: 41 jisha sankei ‫ݢ‬ᅈӋᚽ: 43 JishŇji ५ༀ‫ݢ‬: 32 427

JukŇ ྫྷή Ⱥ Murata JukŇ ஭ဋྫྷή Jun’an ᪯ࡋ Ⱥ Kinoshita Jun’an ஙɦ ᪯ࡋ junbungaku ኝ૨‫ܖ‬: 76 jşnihitoe җʚҥ Ⱥ nyŇbŇ shŇzoku ‫ڡ‬৐ ᘺள Junshi ᒪ‫܇‬: 53 Jurakudai Ꭴಏᇹ: 47 JşshichijŇ kenpŇ җ ɡ வ ঙ ඥ Ⱥ KenpŇ jşshichijŇ ঙඥҗɡவ

Jishş ଺‫ܪ‬: 36 jitŇ ‫ע‬᪽: 17, 27, 28 /jitŇuke ‫ע‬᪽ᛪ: 27 jitsugaku ܱ‫ܖ‬: 63, 67 JitsugokyŇⅦܱᛖ૙Ⅷ: 53 Jiyş minken undŇ ᐯဌൟೌᢃѣ: 60, 67 jiyşritsu haiku ᐯဌࢷ̴ӟ: 68, 77 JiyştŇ ᐯဌη: 60 J. J. Conder ⇙∙⇯∑: 70 João Rodriguez ∓⇯∐⇘⇟: 47 JŇchŇ ‫ܭ‬ஔ: 24 jŇdai bungaku ɥˊ૨‫ܖ‬: 15 jŇdaiyŇ ɥˊಮ: 24 jŇdo ෋‫ם‬: 12, 23, 24, 33, 34 / jŇdokyŇ ෋ ‫ם‬૙: 23, 24, 32, 33, 35, 52 /JŇdo shinshş ෋‫ם‬Ⴧ‫ܪ‬: 29, 33 / JŇdoshş ෋ ‫ܪם‬: 33 JŇei shikimoku ᝞ ൨ ࡸ Ⴘ Ⱥ Goseibai shikimoku ࣂ঺૗ࡸႸ jŇge ɥɦ: 41 / jŇge sonpi ɥɦ‫ݭ‬Ҡ: 41 jojishi ӗʙᚿ: 11 jojŇshi ৯ऴᚿ: 11 jŇkaku kenchiku ؉ᣀ࡫ሰ: 47 jŇkamachi ؉ɦထ: 29, 30, 37, 40, 43, 47, 48 jokŇ ‫߻ڡ‬: 62 jŇkŇ ɥ႐: 27 JŇkyş no ran ১ʁ↝ʏ: 5, 27 jŇmon ጃ૨: 2 / jŇmon bunka ጃ૨૨҄: 2 jŇmon jidai ጃ૨଺ˊ: 2 /jŇmonshiki doki ጃ૨ࡸ‫֥ם‬: 2 jŇruri ෋࿐࿛: 52 jŇyaku kaisei வኖોദ: 45, 61, 62 jŇzabu bukkyŇ ɥࡈᢿʿ૙: 12 Josetsu ‫ڦ‬ਓ: 36 JşbenjşgijŇⅦҗ̝җ‫ࠐܯ‬Ⅷ: 54 juchiao Η૙ Ⱥ jukyŇ Η૙ / jukyŇ Η ૙ Ⱥ 8, 49, 53, 55 / jugaku Η‫ ܖ‬Ⱥ jukyŇ Η૙ Jşgonen sensŇ җʞ࠰৆ʗ: 75, 76

K kabane ‫ڿ‬: 4 kabuki ജᑈ˛: 52, 54, 70, 78 kaburaya ᦙჵ: 34 kachŇ fşgetsu ᑶᯓ᫘உ: 20 kadŇ ᓙᢊ, ᑶᢊ: 36, 49 Kada no Azumamaro ᒵဋବ฼: 53 Kaempfer ⇗ ∙ ∀ ∑ Ⱥ Engelbert Kaempfer ⇗∙∀∑ Kafş ᒵ᫘ Ⱥ Nagai Kafş ൨ʟᒵ᫘ KagerŇ nikkiⅦᗋᖧଐᚡⅧ: 22 Kagoshima-ken ᰦδ޽Ⴤ: 44 kagura ᅕಏ: 55 Kaguyahime ⅺⅿ↳‫ۈ‬: 22 kahŇ ܼඥ Ⱥ bunkokuhŇ Ў‫׎‬ඥ kaieki ોତ: 41 KaihŇ YşshŇ ෙ҅Ӑ௅: 47 Kaikei ࣛঅ: 36 kaikoku ᧏‫׎‬: 45 Kain no matsueiⅦ⇑⇊∙↝஛ᘼⅧ: 76 kairitsu ়ࢷ: 13 kaiseki দჽ: 55 Kaishin no mikotonori ોૼ↝ᚷ: 5 Kaitai shinshoⅦᚐ˳ૼ୿Ⅷ: 53 Kaizan ʼ‫ ޛ‬Ⱥ Nakazato Kaizan ɶ᣺ ʼ‫ޛ‬ kaizuka ᝝‫ش‬: 2 428

KajichŇ ᦀϫထ: 43 kajikitŇ ьਤᅌᅜ: 23 kajin ജʴ: 68 kakekomidera ᬝᡂ‫ ݢ‬Ⱥ enkiridera ጂЏ ‫ݢ‬ kakekotoba ੑᚺ, ভᚺ: 34 kakikudashibun ୿ⅼɦↆ૨: 53 Kakinomoto no Hitomaro ௻ஜʴ᰽: 11 Kakitsubatazu byŇbuⅦ༚‫܇‬ᑶ‫ގ׋‬᫘Ⅷ: 54 kakure kirishitan ᨨ↻⇓∐⇝⇥∙: 64 Kamakura ᦉ ̽ : 27, 33 / Kamakura bakufu ᦉ ̽ ࠧ ࡅ : 27, 29, 33 / Kamakura [shin]bukkyŇ ᦉ̽[ૼ]ʿ૙: 33 / Kamakura bunka ᦉ̽૨҄: 36 / Kamakura gozan ᦉ̽ʞ‫ޛ‬: 33 / Kamakura jidai ᦉ̽଺ˊ: 19, 27, 30, 32, 33, 34, 38, 41 kami ᅕ: 9, 27, 53, 64 Kamigata ɥ ૾ : 49, 50 / Kamigata bungaku ɥ૾૨‫ܖ‬: 50 / Kamigata bunka ɥ૾૨҄: 49, 51 kamikaze ᅕ᫘: 27, 75 kami no ku ɥ↝ӟ: 34 kami no te ᅕ↝৖: 1 Kamogawa ᝶ᒔ߷, ьᒔ߷, ᯨ߷: 18 Kamo no ChŇmei ᯨᧈଢ: 34 Kamo no Mabuchi ᝶ᒔჇฅ: 53 Kan ๮: 3, 8, 21, 53 kana ˎӸ: 11, 21 kana ⅺ↙ⅬkirejiⅭ: 50 Kanazawa bunko ᣿ එ ૨ ࡉ Ⱥ Kanesawa bunko ᣿එ૨ࡉ Kan’ami ᚇ᧺ࢄ: 35 Kanazawa bunko ᣿ එ ૨ ࡉ Ⱥ Kanesawa bunko ᣿ එ ૨ ࡉ / Kanesawa bunko ᣿එ૨ࡉ: 38 kanazŇshi ˎӸᒬኡ: 51 kanbun ๮૨: 21, 53, 69 Kanda jŇsui ᅕဋɥ൦: 55

Kaneie ψܼ Ⱥ Fujiwara no Kaneie ᕲ Ҿψܼ kan’ei jigyŇ haraisage ‫ܫ‬փʙಅ৚ɦↁ: 62 / kan’ei mohan kŇjŇ ‫ܫ‬փ೉ር߻‫ئ‬: 59, 62 Kan’ei tsşhŇ ‫ݎ‬൨ᡫܰ: 43 KanginshşⅦ᧑ӿᨼⅧ: 22 kangŇ bŇeki ѥӳ᝵ତ: 31 / kangŇfu ѥ ӳᇷ: 31 kango ๮ᛖ: 22 Kan’i jşnikai ϛˮҗʚ᨞: 5 Kani kŇsenⅦᗶ߻ᑔⅧ: 76 kanji ๮‫܌‬: 8, 11, 14, 21, 22 KanjoⅦ๮୿Ⅷ: 3 kanjŇbugyŇ ѥ‫ڊܭ‬ᘍ: 41 Kankoku heigŇ ᪡‫́׎‬ӳ: 61 Kanmu tennŇ ఛന‫ټ‬႐: 15 kannen nenbutsu ᚇࣞࣞʿ: 23 Kannon bosatsu ᚇ᪦ᓗᕡ: 38 Kan no Wa no Na no kokuŇ ๮‫ྛ׎ڢۀ‬: 4 KanŇ Eitoku ཮᣼൨ࣈ: 47 / KanŇha ཮᣼෉: 47 kanpaku ᧙ႉ: 16, 40 kansŇ ᚇे: 23 Kansei igaku no kin ‫ݎ‬૎ီ‫↝ܖ‬ᅠ: 53 Kansei no kaikaku ‫ݎ‬૎ો᪃: 39, 44, 51, 53 kanshi ๮ᚿ: 11, 22, 68 Kanshinji ᚇ࣎‫ݢ‬: 24 KantŇ chihŇ ᧙ி‫૾ע‬: 49, 72 KantŇ daishinsai ᧙ி‫ٻ‬ᩗ໎: 72, 76 KantŇgun ᧙ி៾: 74 kanzei jishuken ᧙ᆋᐯɼೌ: 45, 61 Kaoru daishŇ ᕣ‫ݩٻ‬: 22 karae Փዋ: 23 karafş bunka Փ᫘૨҄ Ⱥ tŇfş bunka Փ ᫘૨҄ Karafuto ೕ‫ٽ‬: 61 429

keimŇ shisŇka գᔎ࣬ेܼ: 63 keiseimachi ͼ؉ထ Ⱥ yşri ᢂ᣺ keishŇ haniwa ࢟ᝋؒ᠛: 13 keiten ኺχ: 53, 55 ken Ⴤ: 10, 58 kenchi ౨‫ע‬: 40, 41 kenchichŇ ౨‫ࠚע‬: 40, 41 kenchiji Ⴤჷʙ: 58 Ken’ei no hŇnan ࡫൨↝ඥᩊ: 33 KenkŇ hŇshi ψ ‫ ڤ‬ඥ ࠖ Ⱥ Yoshida KenkŇ Ӵဋψ‫ڤ‬ kenmon seika ೌᧉѬܼ: 17 Kenmu no chşkŇ ࡫നɶᐻ: 28 / Kenmu no shinsei ࡫നૼ૎: 28 ke no hi ⇗↝ଐ: 55 KenpŇ jşshichijŇ ঙඥҗɡவ: 5 Kenseikai ঙ૎˟: 73 kensei no jŇdŇ ঙ૎↝ࠝᢊ: 73 kentŇshi ᢔՓ̅: 8, 19, 22 ken’yakurei ͖ኖˋ: 55 Ken’yşsha ᄓӐᅈ: 67, 69 kenzuishi ᢔ᨜̅: 8, 22 kibyŇshi ᰾ᘙኡ: 51 KichijŇten Ӵᅙ‫ټ‬: 13 / KichijŇten gazŇ ⅦӴᅙ‫ټ‬ဒ΂Ⅷ: 13 kidai ‫ܓ‬᫆: 50, 51, 68, 77 Kido Takayoshi ஙৎܑΧ: 58 kienrei ూਹˋ: 44 KifudŇ ᰾ɧѣ: 24 Kii no kuni ኔ˙‫׎‬: 23 kikajin ࠙҄ʴ Ⱥ toraijin บஹʴ kiki no shinwa ᚡኔ↝ᅕᛅ: 10, 53, 64, 65, 79 Kikuchi Hiroshi ᓎ‫ݎע‬: 76, 81 kikkyŇ kafuku ӴЅᅤᅦ: 25 kimi ӽⅬkabaneⅭ: 4 Kimigayo ӽⅻˊ: 65 kimono ბཋ: 38, 55 Kinchş narabini kuge shohatto ᅠɶɳπܼ

karaginumo shŇzoku Փᘘᙆᘺள Ⱥ nyŇbŇ shŇzoku ‫ڡ‬৐ᘺள karagokoro ๮ॖ: 53 Karai Senryş ௡ʟ߷௶: 51 Karajishizu byŇbuⅦՓྊ‫ގ׋܇‬᫘Ⅷ: 47 karakasa ՓͲ: 63 karakiri Ⱥ seppuku Џᐃ karayŇ Փಮ: 36 karesansui teien ௗ‫ޛ‬൦ࡊ‫ט‬: 36 karŇ ܼᎊ: 53 kasa Ͳ: 63 kasagake ᇵভ: 34 Kasei bunka ҄૎૨҄: 39, 46, 49, 51, 52, 54 Kasupikai ⇑⇟⇺ෙ: 8 kasumi ᩢ: 50 Katai ᑶᘥ Ⱥ Tayama Katai ဋ‫ޛ‬ᑶᘥ katakana ༾ˎӸ: 21 kataginu Ꮕᘘ: 55 katanagari Ћ཮: 40, 41 katatagae ૾ᢌ: 25 KatŇ naikaku ьᕲϋ᧚: 73 katsuben ෇ࡰ: 81 katsudŇ shashin ෇ѣϙჇ: 81 Katsura no miya ఑ܷ: 54 / Katsura rikyş ఑ᩉܷ: 54 Katsushika Hokusai ᓹ᫭҅૬: 54 Kawabata Yasunari ߷ᇢࡍ঺: 76 Kawahigashi HekigodŇ ඕிᄤశఘ: 68 kawaramono ඕҾᎍ: 36 kawazu ᖬ: 50 kayu ቲ: 25 kazoku ᓙଈ: 58, 60, 76 kazoku kokka ܼଈ‫ܼ׎‬: 64, 65 kegare ᆨ↻∝൲↻: 9, 25 Keian no o-furegaki অ‫ࣂܤ‬ᚑ୿: 41, 55 Keichş ‫ڎ‬ඌ: 53 KeiŇ gijuku অࣖ፯‫ؽ‬: 65 / KeiŇ gijuku daigaku অࣖ፯‫ܖٻؽ‬: 65 430

ᜂඥࡇ: 41 kindai ᡈˊ: 56 kindaishi ᡈˊᚿ: 68 kinensai ᅌ࠰ᅛ Ⱥ toshigoi no matsuri ᅌ ࠰ᅛ King Ⱥ KinguⅦ⇓∙⇖Ⅷ/ KinguⅦ⇓∙ ⇖Ⅷ: 81 kin-gendai ᡈ∝ྵˊ: 56 kinjŇ tennŇ ʻɥ‫ټ‬႐: 5 Kinkaku ᣿᧚: 32 / Kinkakuji ᣿᧚‫ݢ‬: 32 Kinki ᡈဴ Ⱥ Kinki chihŇ ᡈဴ‫ ૾ע‬/ Kinki chihŇ ᡈဴ‫૾ע‬: 3, 40 kinkyŇrei ᅠ૙ˋ: 40, 42, 47 Kinokuniya Bunzaemon ኔ‫ދ׎‬૨߼ᘓ ᧉ: 43 Kinosaki niteⅦ؉߃↚↕Ⅷ: 76 Kinoshita Jun’an ஙɦ᪯ࡋ: 53 Ki no Tsurayuki ኔᝦʂ: 22 kinsei ᡈ ɭ : 39, 46, 51, 55 / kinsei bungaku ᡈɭ૨‫ܖ‬: 51, 52 KinukaidŇ ውᘑᢊ Ⱥ Kinunomichi ው↝ ᢊ / Kinunomichi ው↝ᢊ: 3 kinzokuki jidai ᣿‫ˊ଺֥ޓ‬: 3 Kira Yoshinaka Ӵᑣ፯‫ځ‬: 53 kireji Џ‫܌‬: 50, 51 kirishitan ⇓ ∐ ⇝ ⇥ ∙ : 40, 42 / kirishitanban ⇓∐⇝⇥∙༿: 47 /kirishitan daimyŇ ⇓ ∐ ⇝ ⇥ ∙ ‫ ٻ‬Ӹ : 40 /kirishitan no seiki ⇓∐⇝⇥∙↝ɭ ኔ: 40 kirisute gomen Џਾࣂβ: 41 Kiritsubo no kŇi ఘ٦୼ᘘ: 22 kisei jinushi ݃ဃ‫ע‬ɼ: 62 Kitagawa Utamaro շ‫߷ٶ‬ജ᰽: 54 Kita Kyşshş ҅ ʋ ߸ : 3 / Kita Kyşshş-shi ҅ʋ߸ࠊ: 62 Kitamura TŇkoku ҅஭ᡢ᜿: 67 Kitano Tenmangş ҅ ᣼ ‫ ټ‬฼ ܷ : 16 /

Kitano Tenjin engi emakiⅦ҅᣼‫ټ‬ᅕጂឪ ዋࠇⅧ: 36 Kitayama ҅‫ޛ‬: 32 / Kitayama bunka ҅ ‫ޛ‬૨҄: 32 Kiyomori ฌႮ Ⱥ Taira no Kiyomori ࠯ฌႮ Kizokuin ᝮଈᨈ: 60, 79 kŇ ߻: 40, 41 kŇ ܑ: 53, 65 koban ‫ݱ‬Й: 43 Kobayashi Issa ‫ݱ‬௎ɟᒧ: 51 Kobayashi Takiji ‫ݱ‬௎‫ٶ‬շʚ: 76 KŇben ᭗ࡰ Ⱥ MyŇe ଢऔ KŇbŇ daishi ࢀඥ‫ ࠖٻ‬Ⱥ Kşkai ᆰෙ KŇchi-ken ᭗ჷჄ: 22, 44 kŇchi kŇmin π‫ע‬πൟ: 5, 6 kŇchŇ jşnisen ႐ஔҗʚ᥉: 7 kodai Ӟˊ: 15 kodŇ Ӟᢊ: 53 / KodŇha Ӟᢊ෉: 53 KŇetsu ήन Ⱥ Hon’ami KŇetsu ஜ᧺ ࢄήन KŇfukuji ᐻᅦ‫ݢ‬: 18, 36 kofun Ӟ‫ى‬: 13 / kofun bunka Ӟ‫ى‬૨҄: 13 kogaku Ӟ‫ܖ‬: 53 / Kogakuha Ӟ‫෉ܖ‬: 53 kŇgŇ ႐ӹ: 22, 65 kŇgo jiyşshi ӝᛖᐯဌᚿ: 68, 76 KŇgonenjaku ࡄҜ࠰ቔ: 14 kŇgotai ӝᛖ˳: 69 KŇhakubaizu byŇbuⅦኗႉప‫ގ׋‬᫘Ⅷ: 54 kŇi ୼ᘘ: 22 Koikawa Harumachi ࣾ߷ବထ: 51 KŇjien ࠼ᠴᑽ: 42 KojikiⅦӞʙᚡⅧ: 10, 53, 64 / Kojikiden ⅦӞʙᚡˡⅧ: 53 kojiki no shogyŇ ʌ᫢↝৑ಅ: 36 KŇjinⅦᘍʴⅧ: 67 KŇjirin ࠼ᠴ௎: 42 KŇjŇ no tsukiⅦᒰ؉↝உⅧ: 70 431

KongŇ rikishizŇⅦ᣿бщٟ΂Ⅷ: 36 KŇnin-JŇgan jidai ࢀʶ∝᝞ᚇ଺ˊ: 24 Konjaku monogatari[shş]Ⅶʻଥཋᛖ[ᨼ]Ⅷ: 22, 76 KonjikidŇ ᣿ᑥ‫ؘ‬: 24 Konjiki yashaⅦ᣿ᑥ‫ٸ‬ӎⅧ: 67 KonkŇmyŇ kyŇⅦ᣿ήଢኺⅧ: 12 Konoe Hidemaro ᡈᘓᅵ᰽: 78 KŇnoike ᯬ൷: 43 Kon’yachŇ ኱‫ދ‬ထ: 43 Kon’yŇ ଝᨗ Ⱥ Aoki Kon’yŇ ᩷ஙଝ ᨗ koori ᢼ Ⱥ gun ᢼ KŇrin ή࿂ Ⱥ Ogata KŇrin ‫࢟ރ‬ή࿂ KŇryşji ࠼ᨙ‫ݢ‬: 13 kosaku sŇgi ‫˺ݱ‬ʗᜭ: 62, 73 KŇshi ‫܇܉‬: 53 koshintŇ Ӟᅕᢊ: 53 KŇshŇ ࡍѨ: 36 KŇshoku ichidaiotokoⅦ‫ڤ‬ᑥɟˊဏⅧ: 50 kŇshokumono ‫ڤ‬ᑥཋ: 50 kosode ‫ݱ‬ᘨ: 38 KŇtarŇ ή ‫ ٽ‬ᢹ Ⱥ Takamura KŇtarŇ ᭗஭ή‫ٽ‬ᢹ kotobagaki ᚺ୿: 24 KŇtoku Shşsui ࠳ࣈᅸ൦: 62 kowaii ࢍ᫨: 25 KŇyagawa ᭗ᨗ߷: 22 KŇyasan ᭗ ᣼ ‫ ޛ‬: 23 / KŇyasan shŇju raigŇzuⅦ᭗᣼‫ޛ‬Ꭲᘌஹᡇ‫׋‬Ⅷ: 24 KŇyŇ ኗᓶ Ⱥ Ozaki KŇyŇ ‫߃ރ‬ኗᓶ kŇzoku ႐ଈ Ⱥ famiglia imperiale kş ᆰⅬbuddhismoⅭ: 12, 33, 76 Khubilai ⇕⇹∏⇊, ⇻⇹∏⇊, ࣏࣡ ໟ: 27 kubunden ӝЎဋ: 6, 7, 17 Kudara ႊฎ: 8, 12 kuge πܼ: 18, 27, 28, 29, 30, 32, 37, 41, 58

kŇjŇsei shukŇgyŇ ߻‫ئ‬С৖߻ಅ: 44 kŇka ᰾ᅤ: 71 Kokin [waka]shşⅦӞʻ[ԧജ]ᨼⅧ: 22, 65 / kokinchŇ Ӟʻᛦ: 22 kokka shintŇ ‫ ܼ ׎‬ᅕ ᢊ : 64, 65 / kokkashugi ‫ܼ׎‬ɼ፯: 67 Kokka sŇdŇin hŇ ‫ܼ׎‬ዮѣՃඥ: 74 kokkeibon ๖ᆚஜ: 51 Kokki kokka hŇ ‫׎‬ଊ‫׎‬ജඥ: 65 kŇkoku shikan ႐‫׎‬Ӫᚇ: 28, 79 KokoroⅦↂↂ↼Ⅷ: 67 koku ჽ: 40, 41 kokubunji ‫׎‬Ў‫ݢ‬: 12 / kokubunniji ‫׎‬ Ў‫ݢށ‬: 12 kokufu ‫ࡅ׎‬: 6 kokufş ankoku jidai ‫׎‬᫘ଢ଼᱅଺ˊ: 22 / kokufş bunka ‫׎‬᫘૨҄: 19 kokuga ‫׎‬ᘒ: 6 / kokugaryŇ ‫׎‬ᘒ᪸: 17 18 27 28 kokugaku ‫ܖ׎‬: 53 kokugo ‫׎‬ᛖ: 80 KokumintŇ ‫׎‬ൟη: 74 Kokuritsu rekishi minzoku hakubutsukan ‫׎‬ ᇌഭӪൟ̨Ҧཋ᫾: 3 Kokusai renmei ‫׎‬ᨥᡲႱ: 71, 74 kokushi ‫׎‬Ӯ: 6, 17, 18, 22, 27 kokusuishugi ‫׎‬ቦɼ፯: 70 kokutei kyŇkasho ‫ܭ׎‬૙ᅹ୿: 65 kŇkyo ႐‫އ‬: 55 kome ቟: 3, 7 / Kome sŇdŇ ቟ᬳѣ: 73 / komezukai no keizai ቟̅ⅳ↝ኺฎ: 43 kŇmin πൟ: 6 kŇmŇjin ኗൗʴ: 42 kŇmorigasa ↂⅵ↱↹Ͳ: 63 Komura JutarŇ ‫ݱ‬஭‫ٽݤ‬ᢹ: 61 Konden einen shizai no hŇ َဋ൨࠰ᅶᝠ ඥ: 7 / Konden eitai shiyş rei َဋ൨ˊ ᅶஊˋ: 7 KongŇbuji ᣿б޺‫ݢ‬: 23 432

KyŇto ʮᣃ: 15, 23, 27, 28, 29, 30, 32, 33, 34, 37, 41, 43, 48, 49, 50, 54 / KyŇto gozan ʮ ᣃ ʞ ‫ ޛ‬: 33, 53 / KyŇto shoshidai ʮᣃ৑Ӯˊ: 41 / KyŇto teikoku daigaku ʮᣃࠔ‫ܖٻ׎‬: 79 kyŇtsşgo σᡫᛖ: 69 kyşba no michi ࡻᬔ↝ᢊ: 34, 53 kyşbukkyŇ ଒ʿ૙: 33 kyşreki ଒ୣ: 50 kyşsekki jidai ଒ჽ֥଺ˊ: 1 kyşsekki hakkutsu netsuzŇ mondai ଒ჽ֥ ႆ੐ਸᡯբ᫆: 1 Kyşshş ʋ߸: 3, 6, 10, 11, 40, 42 kyştei ܷࡩ: 4, 22 / kyştei shijin ܷࡩᚿ ʴ: 11

kugyŇ πҷ: 25 Kşkai ᆰෙ: 23, 53 Kumano ༇᣼: 38 / Kumano mŇde ༇᣼ ᚽ: 38 / Kumano sansha ༇᣼ɤᅈ: 38 kamishimo ᘸ: 55 Kumazawa Banzan ༇එᔾ‫ޛ‬: 53 Kumonjo π૨৑: 27 Kumo no itoⅦᗄᖭ↝ነⅧ: 76 kumosuke ᩏя, ᗄᖭя: 43 kundoku ᚞ᛠ: 21, 22, 53, 69 K’ung Fu-tzu ‫ ܇پ܉‬Ⱥ KŇshi ‫܇܉‬ / K’ung-tzu ‫ ܇܉‬Ⱥ KŇshi ‫܇܉‬ kuni ‫׎‬: 6, 12, 27 / kunigae ‫׎‬ஆ: 41 /kuniyuzuri ‫׎‬ᜯ↹: 10 Kuomintang ‫׎‬ൟη Ⱥ KokumintŇ ‫׎‬ ൟη Kuonji ʁᢒ‫ݢ‬: 33 Kuratsukuri no Tori ᪐˺ഥМ: 13 kurayashiki ᔺ‫ދ‬૤: 43 Kuroda Seiki ᱅ဋฌ᠗: 70 kurohon ᱅ஜ: 51 kuruwa ࡗ Ⱥ yşri ᢂ᣺ kusamakura ᒬ்: 13 Kusanagi no tsurugi ᒬᕛг: 10 kusazŇshi ᒬӑኡ: 51 Kusunoki Masashige ౿ஙദ঺: 27 Kuwabara Takeo ఙҾന‫پ‬: 77 Kşya ᆰʍ: 23, 36 Kşya shŇninzŇⅦᆰʍɥʴ΂Ⅷ: 36 Kwantung ᧙ி: 74 kyŇchŇ gaikŇ ңᛦ‫ٳ‬ʩ: 71, 74 kyŇgen ཡᚕ: 35, 70 KyŇhŇ no kaikaku ʭ̬ો᪃: 39, 44, 53 KyŇiku chokugo ૙Ꮛўᛖ: 59, 65 kyŇkasho kentei seido ૙ᅹ୿౨‫ܭ‬Сࡇ: 65 Kyoshi ᖎ‫ ܇‬Ⱥ Takahama Kyoshi ᭗ ාᖎ‫܇‬ kyŇten ኺχ: 14, 23, 33, 38

L La danzatrice di Izu Ⱥ Izu no odorikoⅦ˙ ᝃ↝៉‫܇‬Ⅷ lealtà Ⱥ chş ࣙ legge della mobilitazione nazionale Ⱥ Kokka sŇdŇin hŇ ‫ ܼ ׎‬ዮ ѣ Ճ ඥ / legge per il mantenimento dell’ordine pubblico Ⱥ Chian iji hŇ ඙‫ܤ‬ዜਤඥ letteratura d’eremiti Ⱥ inja bungaku ᨨᎍ ૨‫ ܖ‬/ letteratura di dame di corte Ⱥ nyŇbŇ bungaku ‫ڡ‬৐૨‫ ܖ‬/ letteratura di defezione Ⱥ tenkŇ bungaku ᠃Ӽ૨ ‫ ܖ‬/ letteratura Edo Ⱥ Edo bungaku ൶ৎ૨‫ ܖ‬/ letteratura gesaku Ⱥ gesaku ৉˺ / letteratura guerresca Ⱥ gunki monogatari ៾ ᚡ ཋ ᛖ / letteratura Kamigata Ⱥ Kamigata bungaku ɥ૾૨‫ ܖ‬/ letteratura kinsei Ⱥ kinsei bungaku ᡈɭ૨‫ ܖ‬/ letteratura per l’infanzia Ⱥ jidŇ bungaku δᇜ૨‫ ܖ‬/