Il flaminato femminile imperiale nell’Italia romana 9788871405728, 9788871406268

Solo negli ultimi tempi l’attenzione degli studiosi si è andata soffermando sul ruolo della donna nell’ambito del sacro

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Il flaminato femminile imperiale nell’Italia romana
 9788871405728, 9788871406268

Table of contents :
Premessa. Introduzione. Parte prima – Storia degli studi. Ambito cronologico e distribuzione geografica. Denominazione del sacerdozio. Le donne della domus imperiale per le quali è finora documentato. Il flaminato. Reclutamento. Atti di evergetismo e onori ricevuti. Funzioni e luoghi di culto. Iconografia. Parte seconda – Documenti per una prosopografia delle sacerdotesse. Esclusioni. Qualche riflessione conclusiva. Abbreviazioni bibliografiche. Appendice bibliografica: Il flaminato femminile imperiale nelle province. Donne soggetto e oggetto del “culto imperiale” . Tavole. Indici.

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Il flaminato femminile imperiale nell’Italia romana

URBANA SPECIES Vita di città nell'Italia e nell'Impero romano Collana a cura di Maria Grazia Granino Cecere e Cecilia Ricci

In copertina: Iscrizione relativa al sepolcro realizzato per il marito da Insteia Polla, sacerdotessa di Livia (AE 1910, 191 = ILS 9390, da Polla – Salerno)

Ove non diversamente indicato nel testo, le immagini sono state tratte dalle relative edizioni dei testi epigraici.

e-ISBN 978-88-7140-626-8 © Roma 2014, Edizioni Quasar di Severino Tognon srl via Ajaccio 43 - 00198 Roma, tel. 0685358444 fax 0685833591 e-mail: [email protected] – www.edizioniquasar.it

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Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana Maria Grazia Granino Cecere

Edizioni Quasar

Questo volume è stato realizzato con il contributo del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature Antiche e Moderne dell’Università di Siena

Comitato scientiico Alison Cooley (Warwick) Gian Luca Gregori (Roma) Maria Letizia Lazzarini (Roma) Patrick Le Roux (Paris) Francisco Pina Polo (Zaragoza)

Il presente volume è stato sottoposto a peer review

Sommario Premessa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Introduzione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Parte prima Storia degli studi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ambito cronologico e distribuzione geograica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Denominazione del sacerdozio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le donne della domus imperiale per le quali è inora documentato il laminato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Reclutamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Atti di evergetismo e onori ricevuti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Funzioni e luoghi di culto. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Iconograia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Parte seconda Documenti per una prosopograia delle sacerdotesse . . . . . . . . . . . . . . Esclusioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Qualche rilessione conclusiva. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Abbreviazioni bibliograiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Appendice bibliograica: Il laminato femminile imperiale nelle province . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Donne soggetto e oggetto del “culto imperiale” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Tavole . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Indici. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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La collana ‘URBANA SPECIES. Vita di città nell'Italia e nell'Impero romano’ intende restituire spessore e visibilità ai protagonisti del mondo cittadino. Stimolo a rilettere sul tema è stato oferto dal dibattito sull'esistenza o meno di una ‘classe media’ nel mondo romano. Questo infatti ha richiamato l'attenzione sulle ‘zone grigie’ della società imperiale che, per la varietà delle condizioni giuridiche, della composizione etnica e per la mobilità dei loro componenti, sfuggono alle deinizioni e non riescono ad avere una rappresentazione storica adeguata. I componenti delle società urbane, sia che appartengano agli strati alti, sia a quelli più modesti, si caratterizzano per il contesto di svolgimento della propria attività e per il possesso di alcune prerogative, quali ad esempio la condizione di liberi e il godimento di un patrimonio, sia esso cospicuo o meno. D'altro canto si diferenziano a seconda dei contesti urbani, della consistenza e dell'omogeneità del tessuto cittadino e del suo corpo di magistrati. Degli attori della vita nelle città non è sempre facile ritrovare le tracce; talvolta si possono intravedere attraverso le forme di emulazione dei comportamenti delle cosiddette ‘élites dirigenti'. L'immagine che tale mondo variegato suscita è quella di un arcipelago di ‘specie’ che, se talvolta possono apparire assimilabili per le funzioni e i ruoli rivestiti, viste da vicino si rivelano estremamente diformi e composte da parti ben distinguibili.

A Ludovica, che sta muovendo i primi passi nel suo cammino di donna

Premessa Solo negli ultimi tempi l’attenzione degli studiosi si è andata soffermando sul ruolo della donna nell’ambito del sacro in età romana. Ad esclusione delle Vestali, che per la relativa dovizia di fonti che le riguardano e soprattutto per il loro particolare statuto sono state oggetto di studi speciici, le altre addette al culto, o per meglio dire ai diversi culti, hanno goduto solo di una considerazione marginale, del resto pressocché corrispondente a quella di cui godevano nella società in cui vissero. Tra queste anche le laminicae, le sacerdotesse delle Augustae e delle divae della domus imperiale, che pure appartenevano all’élite della vita municipale in cui svolsero le loro funzioni. Gli studi di genere, che stanno conquistando nuovi spazi, le fanno ora emergere dal variegato stuolo delle addette al sacro, sullo sfondo di un tema tanto complesso come quello del cosiddetto culto imperiale, ma ancora in termini troppo indeiniti. Proprio nella consapevolezza della stretta relazione esistente tra vita religiosa e realtà locale nel mondo romano, si è perciò scelto di prendere in esame il laminato femminile imperiale nell’ambito deinito delle regioni della penisola italica. Tale realtà, ben distinta dall’Urbe così come dal contesto provinciale, si propone come un osservatorio del tutto peculiare. Le fonti utilizzabili sono essenzialmente epigraiche e ad esse, pur nella consapevolezza dei loro limiti, si farà soprattutto riferimento. Il lavoro si presenta strutturato in due parti distinte. Una prima, in cui si prendono in esame i diversi aspetti del laminato desumibili dalle fonti, dalla denominazione stessa del sacerdozio, dalla sua difusione territoriale e cronologica, dall’ambito sociale di reclutamento, per sofermarsi poi sul rapporto tra sacerdotessa e comunità civica, tra atti di evergetismo da un lato e onori tributati dall’altro. A margine di tale prima sezione segue qualche annotazione, limitata alle scarse fonti disponibili, sulle funzioni, i luoghi di culto e gli elementi distintivi nell’abbigliamento della laminica, riservati almeno ai momenti di svolgimento del servizio sacerdotale. La seconda parte propone schede prosopograiche delle sacerdotesse inora note, attraverso un esame accurato delle relative attestazioni epigraiche, sottolineando le relazioni sociali ed economiche di ogni donna con le singole comunità municipali, onde osservare il contesto speciico 11

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dei luoghi in cui hanno operato e il diverso declinarsi del culto imperiale in ciascuno di questi. Per tale motivo le schede prosopograiche sono poste in seriazione secondo il centro antico, indicato in successione alfabetica all’interno delle undici regiones augustee. Tali schede hanno costituito, come è intuibile, la base documentaria fondamentale del lavoro nel suo insieme. Non pochi restano i dubbi e gli interrogativi per i quali non sono stata in grado di ofrire una risposta certa, e in misura maggiore rispetto a quanto sperassi all’inizio della ricerca; tuttavia mi auguro che quanto vengo a proporre possa essere di qualche utilità e di stimolo per proseguire lungo una via d’indagine ben poco esplorata. Non posso mancare inine di rivolgere un pensiero di profonda gratitudine a quanti nel corso del lavoro sono stati nei miei confronti generosamente prodighi di consigli e di suggerimenti, come Alfredo Buonopane, Giuseppe Camodeca, Giovanni Mennella, Antonio Sartori e in particolare Cecilia Ricci, cui debbo lo stimolo a portare a termine un lavoro che solo il conforto di una profonda amicizia può dare. Roma, giugno 2014.

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Introduzione Nel corso dell’età repubblicana le igure femminili che avevano un ruolo signiicativo nel culto pubblico dell’Urbe erano ben poche: le vestali, in particolare, la laminica Dialis e la regina sacrorum, queste ultime due solo in quanto “complementari” rispetto ai relativi coniugi, il lamen Dialis e il rex sacrorum1. Con l’afermarsi del nuovo assetto politico e culturale voluto da Augusto, la funzione pubblica religiosa passò anche alle donne della domus imperiale. Già nel corso della vita del princeps Ottavia, Giulia e soprattutto Livia avevano goduto di particolari onori, ma in qualche modo connessi ai grandi eventi che avevano quali protagonisti i loro uomini, ancora una volta, nel rispetto per la tradizione, in una sorta di “complementarietà”. Livia, in particolare, aveva beneiciato di onori quasi divini nel mondo greco e forse anche in Italia2; poi, nel momento in cui, alla morte del marito, entrò a far parte uicialmente della gens Iulia, ottenne dal senato il particolare onore di diventare sacerdos del divus Augustus3. Forse il nipote Germanico l’aiancava in tale ruolo4, in una coppia cultuale, che però non era coniugale come quella del lamen Dialis o del rex sacrorum. In Roma il sacerdozio femminile per il divus Augustus fu aidato poi nel mese di marzo del 37 per volontà di Caligola a sua nonna Antonia5, che lo detenne per poche settimane, ino alla sua morte, il 1° maggio dello stesso anno. 1 Scheid 1991, pp. 405-437, da attenuare e completare con quanto precisa lo stesso Scheid 2003, pp. 137-151 (ben diversa importanza per il rango sociale d’appartenenza avevano le sacerdotes Cereris, le sacerdotes Bonae Deae o le sacerdotes della Magna Mater). 2 Sebbene in “forma” romana, vd. R. Stepper, Zur Rolle der römischern Kaiserin im Kultleben, in Chr. Kunst – U. Riemer (a cura di), Grenzen der Macht. Zur Rolle der römischen Kaiserfrauen, Potsdamer Altertumswissenschaftliche Beiträge, t. III, Stuttgart 2000, pp. 61-72 (in part. 63-65); vd. anche M.B. Flory, he Deiication of Roman Women, in AHB, 9, 1995, pp. 127-134. 3 Dio 56. 46. 1 e Vell. 2. 75. e Ov. Pont. 4, vv. 107-108 (in entrambi il titolo è di sacerdos); e dal senato le fu decretato anche il privilegio di essere accompagnata da un littore nell’apprestarsi a svolgere tale funzione, privilegio negato poi da Tiberio (Tac. Ann. 1. 14. 1). 4 Per le fonti vd. J. Rüpke – A. Glock, Fasti sacerdotum. Die Mitglieder der Priesterschaften und das sakrale Funktionspersonal römischer, griechischer, orientalischer und jüdisch-christlicher Kulte in der Stadt Rom von 300 v.Chr. bis 499 n.Chr., Stuttgart 2005, pp. 1060-1061 nr. 2006; ma si osservino le riserve in merito espresse da Frei-Stolba 2008, pp. 351-352 e 361, che a p. 351 nt. 34 dà conto delle diverse opinioni degli studiosi in merito. 5 Dio 59. 3. 4; tale sacerdozio (sacerdos divi Augusti) è menzionato post mortem per Antonia sull’arco di Claudio nell’iscrizione relativa alla sua statua (CIL, VI 921, 2; cfr. 31204, pp. 841, 3777 e 4306 = ILS 222) e in un’emissione monetale (RIC I2, 124 nrr. 67 e 68); vd. anche N. Kokkinos, Antonia Augusta. Portrait of a great Roman Lady, London New York 1992, pp. 3941 e Frei-Stolba 2008, p. 360-361. Antonia non è mai stata uicialmente divinizzata; ma di lei sembra sia nota una laminica, Valeria Q. f., se si accolgono le integrazioni proposte per il testo molto frammentario edito da E. Espérandieu, Inscriptions latines de Gaule Narbonnaise, Paris, p. 182 nr. 638, cfr. M. Gayraud, Les inscriptions de Ruscino, in Ruscino. ChâteauRoussillon, Perpignan (Pyrénées-Orientales) I. Etat des travaux et recherches en 1975, Paris 1980, pp. 91-92 nr. 27).

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Il titolo di laminica, quale sacerdotessa dell’imperatore, sembra entrare nell’uso in Roma con Agrippina, che ne fu investita alla morte di Claudio nell’anno 546. Non è dato sapere se la donna fosse in precedenza, ovvero con il divenire Augusta, anche addetta al culto del divus Augustus, ma l’almeno apparente mutare della denominazione7 ha fatto supporre un mutamento nel sacerdozio stesso8, quasi che solo dal 54 si sia stabilito che la sacerdotessa dovesse agire in unione con un lamen, come la coppia sacerdotale tradizionale del lamen Dialis e sua moglie9. Dopo Agrippina venne meno il sacerdozio femminile per gli imperatori in Roma, forse perché, come suggerisce Frei-Stolba10, con la dinastia lavia non vi furono più le condizioni necessarie per l’assunzione del ruolo, dal momento che la moglie di Vespasiano, Domitilla, era morta prima dell’ascesa al trono del marito e Domitia Longina non apparteneva alla gens al potere. Così a Roma. Ma nel frattempo il cosiddetto culto imperiale11 si era andato progressivamente difondendo nell’Italia e nelle province e non solo per i divi e per il principe vivente, ma anche per le donne della domus imperiale. Per quanto riguarda la parte occidentale dell’Impero e l’Italia, nel cui ambito si colloca il presente studio, le fonti, come è noto, rivelano un’organizzazione del culto sia a livello provinciale che a livello locale. La lex de lamonio Galliae Narbonensis12, per quanto limitatamente conservata, consente di afermare che molto probabilmente le norme relative al laminato provinciale sono state emanate dal potere centrale13, 6

Tac. Ann. 13. 2. 6, che ricorda anche il privilegio concessole di essere accompagnata da due littori. 7 Di lamonium Claudiale parla Tacito nel passo indicato. 8 Frei-Stolba 2008, pp. 370-373. 9 E il partner dell’Augusta sarebbe da individuarsi in D. Iunius Silanus Torquatus, già lamen Iulialis e Augustalis prima del suo consolato ordinario dell’anno 53 (J. Rüpke – A. Glock, Fasti sacerdotum, cit., supra, nt. 4, p. 1086 nr. 2137). 10 Frei-Stolba 2008, pp. 373-378. 11 Sulla valenza convenzionale della deinizione vd. Scheid 2001, pp. 85-105. Non è questa la sede per afrontare nella sua complessità il tema del culto imperiale, o meglio per entrare nel merito, in particolare, se nell’area occidentale dell’impero il principe vivente fosse venerato nell’ambito del culto pubblico direttamente quale dio o di lui si venerasse il Genius o il Numen (per un’ultima sintesi in merito, a partire dalla tesi espressa da L. R. Taylor, he Worship of Augustus in Italy during his Lifetime, in TAPA, 51, 1920, 117-123 e Ead. 1975, vd. Fishwick 2004, pp. 361-370). In particolare, inoltre, a lungo si è discusso su come intendere i passi di Suetonio, Aug. 52 e, soprattutto, per quanto riguarda la penisola, quello di Cassio Dione 51. 20. 6-8 in cui lo storico aferma che in Roma e “nel resto d’Italia” nessuno degli imperatori ritenuti degni d’onore ha permesso che gli fossero conferiti onori divini nel corso della vita, soprattutto perché l’afermazione dionea relativa all’Italia appare in contrasto con la consistente documentazione, in particolare epigraica, che rivela un notevole numero di lamines, laminicae e sacerdotes, addetti ad Augusti e Augustae, dunque viventi. Vd. in merito quanto si accenna tra le rilessioni conclusive (pp. 169-172). 12 CIL XII 6038 = ILS 6964 di età vespasianea; vd. da ultimo D. Fishwick, Lex de lamonio provinciae Narbonensis. A Flavian provincial law and the government of the Roman Empire, in L. Capogrossi Colognesi – E. Tassi Scandone (a cura di), Vespasiano e l’impero dei Flavi (Atti del Convegno, Roma, Palazzo Massimo, 18-20 novembre 2009), Roma 2012, pp. 149-170. 13 Vd. C.H. Williamson, A Roman law from Narbonne, in Athenaeum, 65, 1987, pp. 173-189 Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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poiché la coppia laminale appare modellata su quella urbana del lamen Dialis e della sua sposa14. A livello locale, invece, non determinato, a quanto sembra, da norme di carattere generale, il culto imperiale si è venuto ad esprimere in modalità diverse nei diversi luoghi, pur restando in ogni caso nel tempo un culto delle istituzioni: come tale, perciò, veniva celebrato dai magistrati e dai sacerdoti a nome e per conto della comunità cittadina. Di qui l’istituzione anche in ambito municipale dei lamines, sacerdoti dell’imperatore, e delle laminicae, loro corrispondenti al femminile, sacerdotesse delle donne della domus Augusta15. Ma gli uni non sono legati alle altre da un rapporto coniugale. Sulla componente maschile di questo sacerdozio si è maggiormente incentrata l’attenzione degli studiosi, mentre le laminicae hanno soferto di una certa marginalità nell’ambito degli studi. Per questo è sembrato opportuno focalizzare l’attenzione sul laminato femminile imperiale, ma con un orizzonte territorialmente deinito, seppur di particolare interesse, ovvero quello relativo all’Italia romana. Se si vuole tentare di comprendere, infatti, come da un lato sia stata recepita la volontà dei principi di essere venerati e, dall’altro, come tale volontà sia stata interpretata dalle diverse comunità, è necessario scendere di scala, sofermarsi sulle singole regioni, meglio ancora sulle singole città, gelose della loro autonomia e delle loro peculiarità, come già suggeriva Robert Etienne a proposito della variegata realtà della penisola iberica.16 Uno spiccato spontaneismo sembra infatti caratterizzare il nascere del culto imperiale nei vari centri: legato al rapporto con il potere centrale, sorge in momenti diversi nei diversi luoghi, dove si sviluppa e ha eventuale continuità secondo speciiche modalità. Quindi si è cercato di osservare, per quanto possibile, il fenomeno nel suo dispiegarsi nelle diverse regiones della penisola e, nell’ambito di queste, nelle diverse città, laddove inora appare documentato. Nei municipi e nelle colonie dell’Italia romana il laminato femminile imperiale, per il suo stesso carattere politico e religioso a un tempo, ebbe discreta difusione: lo dimostra il notevole numero di attestazioni e Fishwick 2002, pp. 3-13. 14 Ma, come osserva Fishwick 2002, pp. 306-307, non sempre e in ogni luogo la laminica provinciae era necessariamente la moglie del lamen; egli adduce quale esempio il caso di laminicae di Tarragona che non sembrano mogli di tali sacerdoti (CIL, II2 /14, 1184 e 1193; vd. in merito G. Alföldy, Flamines provinciae Hispaniae Citerioris, Madrid 1973, p. 51). 15 Non nella penisola, ma ad es. a Gaulus, attuale isola di Gozzo nell’arcipelago maltese (CIL, X 7501 = ILS 121 = EDR 112580: Cereri Iuliae Augustae / Divi Augusti, matri / Ti(beri) Caesaris Augusti, / Lutatia C.f. sacerdos Augustae / [[Imp(eratoris) perpet(ui)]] uxor / M. Livi M.f. Qui(rina) Optati laminis G[a]ul(itanorum) / Iuliae Augusti [[Imp(eratoris) perpet(ui)]] cum V /liberis s(ua) p(ecunia) consecravit) si ha nella prima età imperiale un lamen addetto al culto di Livia. 16 R. Etienne, Le culte impérial dans la péninsule Ibérique d’Auguste a Dioclétien, Paris 1958, p. 249. 15

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epigraiche di laminicae e sacerdotes, addette alle donne della domus imperiale, sia ancora in vita che ormai divae. Del resto il laminato ha oferto la possibilità alle donne delle élites cittadine di uscire dalla sfera domestica, di ottenere particolare visibilità assumendo un ruolo nella vita municipale, dal momento che nello svolgimento delle loro funzioni celebravano culti in pubblico e in luoghi di culto pubblici. Donne che celebravano per altre donne, le imperatrici e le principesse della corte imperiale, ma in un ruolo che le poneva in rapporto in qualche modo paritetico accanto agli uomini, i lamines, preposti al culto degli imperatori. All’onore loro conferito del lamonium molte risposero con atti di liberalità, che rivelano non solo le notevoli potenzialità economiche di molte donne, ma anche, cosa che maggiormente interessa, la loro autonomia d’azione rispetto a padri, mariti, igli: il ruolo pubblico rivestito conferiva sicurezza d’iniziativa e notevoli varianti nelle modalità di attuazione.

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Parte prima

Storia degli studi Il tema del cosiddetto culto imperiale è stato ed è al centro di interessi e di studi recenti, miranti a individuarne la vera essenza e ragion d’essere attraverso una corretta e adeguata comprensione del fenomeno. Gli interventi fondamentali in merito negli ultimi decenni, quelli in particolare di Clauss17, di Price18, Fishwick19, di Gradel20 e di Scheid21, grazie anche alla diversità e complementarietà delle opinioni espresse, hanno messo a fuoco progressivamente gli aspetti, le modalità e in particolare l’integrazione di tale culto nella religione dei diversi luoghi dell’impero, nella sua variegata declinazione nelle provincie, distinguendo tra quelle orientali e quelle occidentali, nell’Italia e nell’Urbe. Per quanto riguarda i sacerdoti a tale culto preposti, e in particolare il personale femminile, studi di carattere generale per singole province della parte occidentale dell’impero sono stati condotti in buon numero ed in anni recenti: ad es. della penisola iberica si è occupato Delgado Delgado22, seguendo idealmente l’iniziatore degli studi in tale ambito, ovvero Etienne23; dell’Africa si è interessata Ladjimi Sebai24, come delle Gallie e delle Germanie si sono occupati Gysler con Bielmann e Frei Stolba25, Liertz26

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Clauss 1999; contro la sua tesi di un vero e proprio culto diretto dell’imperatore quale divo, e sin dal tempo di Augusto, vd. Letta 2002. 18 Price 1984, con il contributo complementare di R. Turcan, La promotion du sujet par le culte impérial, in A. Small (a cura di), Subject and Ruler. he Cult of the Ruling Power in Classical Antiquity, JRA Suppl. 17, Ann Arbor 1996, pp. 51-62. 19 Fishwick 1987. 20 Gradel 2002. 21 Scheid 2004, solo per indicare l’intervento più sintetico e recente sull’argomento (si tengano in considerazione le sue osservazioni in merito agli studi di U.-M. Liertz, Kult und Kaiser. Studien zu Kaiserkult und Kaiserverehrung in den germanischen provinzen und in Gallia Belgica zur römischen kaiserzeit (Acta Instituti Romani Finlandiae 20), Roma 1998 e di Gradel 2002). 22 J.A. Delgado Delgado, Elites y organizacion de la religion en las provincias de la Betica y las Mauritanias : sacerdotes y sacerdocios, Oxford 1998. 23 Etienne, Culte, cit., supra, nt. 16. 24 L. Ladjimi-Sebaï, À propos du flaminat féminin dans les provinces africaines, in MEFRA, 102, 1991, pp. 651-686; Ead., La femme en Afrique à l’époque romaine (à partir de la documentation épigraphique), Tunis 2011 (in part. pp. 211-221). 25 L.-A. Gysler – A. Bielman, Le laminat municipal, prêtrise oicielle du culte impérial à travers les témoignages épigraphiques de la province des Trois Gaules, in Etudes de Lettres, Lausanne 1994, pp. 93-111; Bielman – Frei Stolba 1994, pp. 113-126. 26 Liertz, Kult und Kaiser, cit., supra, nt. 21, anche se nell’ambito di uno studio di più vasto interesse. 17

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e Spickermann27 e nei loro lavori di carattere più generale anche Van Andringa28, Rémy e Mathieu29; della Sardegna hanno trattato Ruggeri, Porrà e da ultima la stessa Bassignano30. Studi di sintesi sono stati condotti da Bielmann e Frei Stolba31, e, per un orizzonte geograico più vasto, quello dell’insieme delle province occidentali, da Hemelrijk32 con ricchezza di dati, ma quasi sempre presi in considerazione nel loro insieme, sacriicando, di necessità, l’accuratezza di analisi e soprattutto compromettendo la possibilità di mettere a fuoco la speciicità del fenomeno nelle diverse realtà locali. Anche per l’Italia non mancano lavori, e relativamente recenti, sull’argomento, ma si tratta di studi limitati a singole regiones, come per la secunda ad opera di Chelotti33, per la prima, secunda e tertia e per l’area della Cisalpina della Bassignano34; o, se anche viene presa in esame la quasi totalità delle attestazioni epigraiche della penisola, come in un recentissimo contributo ad opera della stessa Bassignano,35 queste sono immerse nella congerie indiferenziata di quelli che si ritengono essere tutti i documenti menzionanti le addette al culto imperiale nel mondo romano, secondo un procedere che certamente ofre un ampio spettro documentario, ma che, come detto, non consente d’intendere nella sua essenza il dispiegarsi del culto imperiale nella realtà locale. Si avverte, di conseguenza, la necessità di un quadro generale, ma che esamini da vicino tutte le attestazioni del laminato femminile nell’ambito dell’Italia imperiale, per consentire da un lato di trarre le deduzioni che possono desumersi solo in base ad una visione d’insieme, e dall’altro di sottolineare eventuali peculiarità, ainità e diferenze nell’ambito di questo aspetto del culto imperiale, nel suo esplicarsi in una regione da un lato prossima al centro del potere, dall’altro ben distinta dalla realtà provinciale. Per lo studio del laminato femminile della penisola le fonti disponibili sono essenzialmente epigraiche, dal momento che quelle letterarie 27

W. Spickermann, Priesterinnen im römischen Gallien, Germanien und den Alpenprovinzen (1.-3. Jahrhundert n. Chr.), in Historia, 43, 1994, pp. 189-240. 28 W. Van Andringa, La religion en Gaule romaine, Paris 2002 in part. pp. 213-214 e nt. 43. 29 B. Rémy – N. Mathieu, Les femmes en Gaule romaine (Ier siècle av. J.C. – Ve siècle apr. J.C.), Paris 2009, pp. 130-134. 30 P. Ruggeri, Per un riesame del dossier epigraico relativo all’organizzazione del culto imperiale in Sardegna, in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigraia, Sassari 1999, pp. 151-169; F. Porrà, Sulla presunta laminica dell’iscrizione sarda CIL, X 7602, in AFLC, 24, 2006, pp. 119-125 e Bassignano 2010, pp. 1679-1692. 31 Bielmann – Frei-Stolba 1994. 32 Hemelrijk 2005, 2006a e 2006b. 33 Chelotti 2000 e 2005. 34 Bassignano 1996, 1994-1995, 2001, 2003a e 2003b. 35 Bassignano 2013, la quale però esclude tutte le testimonianze in cui le laminicae nella loro titolatura non fanno menzione di Augustae. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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che menzionano la laminica si riferiscono quasi sempre alla igura urbana della laminica Dialis, moglie del lamen di Giove36. Rari infatti sono i passi in cui si trova un accenno all’istituzione del laminato femminile: forse nell’Historia Augusta37, laddove tra le iniziative seguite alla consecratio di Faustina, moglie di Antonino Pio, si fa menzione di laminicae al plurale; e in una pagina di Tertulliano38, dove il riferimento appare diretto al sacerdozio municipale, probabilmente riferito all’Africa, in ogni caso a una realtà provinciale39. Si deve tener conto che le fonti epigraiche sono da un lato notevolmente condizionate dalla casualità dei rinvenimenti e dall’altro limitate nelle informazioni che possono fornire in merito alle attività e alle funzioni svolte dalle laminiche. D’altro canto, però, molto possono rivelare sullo status di quante venivano a essere insignite del sacerdozio (vd. Tabella 3), sul ruolo svolto dalla famiglia d’appartenenza nell’ambito della città, della regione, dell’amministrazione centrale; sulle disponibilità inanziarie di tali donne e sugli interventi evergetici (vd. Tabella 4) a favore delle comunità locali che esse curarono; sugli onori loro tributati e spesso proprio a loro nome e non, come ben più frequentemente documentato generalmente per le donne, solo in quanto mogli, madri, iglie di uomini importanti. Ambito cronologico e distribuzione geografica Le fonti epigraiche inora edite consentono di annoverare settantuno sacerdotesse in quarantotto centri della penisola40. L’arco cronologico nel quale s’inquadrano le attestazioni trova un terminus post quem nel 14 d.C., come suggerito dalla presenza di sacerdotes Iuliae Augustae, riferibili a Livia dal momento della sua adozione nella gens Iulia alla morte di Augusto (vd. Insteia Polla a Volcei e Atina, nr. 23; un’anonima a Corinium, nr. 24 e molto probabilmente Vibia Sabina a Pompeii nr. 13), e un terminus ante quem verso la metà del III secolo con Appeiena Philumene, lam(inica) Mut(inae), secondo quanto sugge-

36 Solo un riferimento alla laminica Martialis si ha in Macr. Sat. 3. 13. 10-11 (Publicia, in quanto moglie di L. Cornelius Lentulus Niger, appena consacrato lamen Martialis; vd. Vanggaard 1988, pp. 30-31). 37 SHA v. Pii 6. 7, per cui vd. infra, p. 38 nt. 106. 38 Tert. De idol. 10. 3: Quam Minervalia Minervae quam Saturnalia Saturni, quem etiam serviculis sub tempore Saturnalium celebrari necesse est. Etiam strenae captandae et Septimontium, et Brumae et Carae Cognationis honoraria exigenda omnia. Florae scholae coronandae. Flaminicae et aediles sacriicant creati: schola honoratur feriis (vd. J.H. Waszink – J.C.M. van Winden, Tertullianus. De idololatria. Critical text, translation and commentary, Leiden New York København Köln 1987, pp. 193-194). 39 Il riferimento è chiaramente a una realtà locale, dal momento che il termine laminica è usato al plurale e che tali sacerdotesse sono menzionate accanto agli aediles. 40 Quarantanove se si vuole considerare a sé stante il pagus Arusnatium (vd. infra, pp. 145-146).

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rito dal sarcofago che la donna scelse da viva per sé e suo marito P. Titius Sabinus (nr. 41)41. L’ultima Augusta esplicitamente menzionata nella denominazione del sacerdozio inora nota sembra Iulia Mamaea: a quanto pare, infatti, il suo nome doveva esser leggibile prima dell’erasione nell’iscrizione posta in onore di Arrenia Felicissima a Herdonia (nr. 18). Il che ben si accorda con la tradizione42 che attribuisce a Massimino il Trace negli anni tra il 236 e il 238 la decisione di appropriarsi dei inanziamenti destinati al culto, nell’ambito di una serie di misure restrittive dettate dalla crisi economica e dalle diicoltà dell’approvvigionamento alimentare43. In ogni caso dai decenni centrali del III secolo d.C., in base a quanto desumibile dall’esiguità delle fonti disponibili, il culto imperiale sembra perdere gran parte del suo impatto cultuale e rituale.

Per la denominazione sacerdos/laminica vd. infra, pp. 24-29.

Quanto alla distribuzione cronologica delle attestazioni il graico consente di osservare come solo poco più di un terzo delle sacerdotesse inora note possano essere inquadrate nel I secolo (tra queste vediamo laminiche di Drusilla, di Livia, di Agrippina, di Poppea, di Domitilla, di Giulia di Tito).

41

Del resto tale arco cronologico è in sintonia con gli esiti dello studio di Hemelrijk 2005 sul complesso delle 258 sacerdotesse da lei schedate, operanti nelle province occidentali: solo due sono databili al IV secolo (p. 141). 42 Herod. 7. 3. 5. 43 Gradel 2002, pp. 356-369 ricorda come l’ultimo divus di cui nelle fonti siano ricordati i sodales sia Severo Alessandro, divinizzato nel 235 dal senato (SHA v. Sev. Alex. 63. 3-4). Non può dirsi in quali termini sia da intendere ciò che si legge nell’Historia Augusta a proposito dell’iniziativa dell’imperatore Tacito, che volle costruire un tempio per i divi boni, una sorta di sede di culto collettiva per gli Augusti divinizzati (SHA v. Tac. 9. 5; Gradel 2002, p. 363; Palombi, 2013, p. 142). Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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È nel corso del II secolo che il laminato sembra difondersi su più ampia scala, con la divinizzazione delle donne della corte di Traiano, la sorella Marciana, la nipote Matidia e la moglie Plotina, che, come poi Sabina, ebbero la consecratio in età adrianea. Non sono certo da meno le due Faustine, madre e iglia, la prima, morta poco dopo l’ascesa al trono di Antonino Pio, venerata come diva, la seconda anche in vita, come rivela ad es. il laminato di Neratia Betitia Procilla (nr. 17). Nella Tabella 1 si ha un quadro complessivo dei centri per i quali è inora attestata la presenza di addette al culto imperiale. Come già osservato44, la distribuzione geograica appare notevolmente disomogenea e ciò non può giustiicarsi soltanto con la casualità dei rinvenimenti. Tale disomogeneità si rivela innanzitutto a livello regionale: ben giustiicabile e comprensibile è l’ampia difusione nei numerosi centri della regio I, prossima all’Urbe, mentre indubbiamente degno d’attenzione è il notevole numero delle attestazioni nelle regiones X e XI, che rivelano la presenza del laminato inora rispettivamente in sei e nove località, con una capillarità di difusione che può trovare ragione nell’adesione sentita e immediata da parte delle relative comunità alle direttive del potere centrale45. Si osserva in particolare la precocità di tale adesione rivelata dalla presenza delle due laminiche della prima donna della casa imperiale che ebbe la consecratio, la giovane Drusilla, nei due centri di Augusta Taurinorum e di Brixia. Colpisce per converso che in un luogo come Aquileia, che conserva un patrimonio epigraico vastissimo, sia documentata una sola laminica e in un testo onorario rinvenuto al di fuori della penisola, a Iader, in Dalmazia (nr. 48). D’altro canto se la regio VI, di certo non vasta, vede sacerdotesse del culto imperiale in ben cinque centri, nell’ampia regione dell’Etruria (regio VII), anche prossima a Roma, si ha solo in Florentia una laminica Augustae. Dunque appare evidente un addensarsi e un rarefarsi delle testimonianze nei diversi centri delle regioni augustee. E proprio per la ben nota valenza locale della religiosità romana, è parso opportuno presentare le schede prosopograiche delle laminiche inora note per regiones, e, all’interno di ognuna di queste, secondo località.

44

Granino Cecere 2007, p. 645. Ciò è riscontrabile anche per altre tipologie di addetti al culto, come ad es. per i Laurentes Lavinates (vd. M.G. Granino Cecere, I Laurentes Lavinates nella X regio, in P. Basso – A. Buonopane et alii (a cura di), Est enim ille los Italiae… Vita economica e sociale nella Cisalpina romana. Atti delle Giornate di studi in onore di Ezio Buchi, Verona 30 novembre – 1 dicembre 2006, Verona 2008, pp. 169-190). 45

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Maria Grazia Granino Cecere

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Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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Regio I (Latium et Campania) 1 – Allifae 2 – Anagnia ■ 3 – Aquinum 4 – Casinum 5 – Fabrateria vetus ■ 6 – Ferentinum 7 – Formiae 8 – Herculaneum 9 – Minturnae ■ 10-12 – Ostia ■ 13 – Pompeii

Regio II (Apulia et Calabria)

32-33 – Pisaurum

■ 34 – Sassina

35 – Sentinum 36 – Suasa

Regio VII (Etruria) 37 – Florentia

Regio VIII (Aemilia)

■ 38-40 – Ariminum ■ 41 – Mutina Regio IX (Liguria)

■ 14-17 – Aeclanum 18 – Herdonia ■ 19-20 – Larinum

■ 42-44 – Albingaunum

Regio III (Lucania et Bruttii)

Regio X (Venetia et Histria)

23* – Atina 21-22 – Vibo ■ 23 – Volceii

Regio IV (Sabina et Samnium)

■ 24 – Corinium 25-26 – Pinna 27 – Tibur

Regio V (Picenum) 28 – Auximum

■ 29 – Falerio

30-31–Interamna Praetuttianorum

Regio VI (Umbria)

■ 39* – Forum Sempronii

45 – Albintimilium 46-47 – Pollentia

■ 48 – Aquileia ■ 49-53 – Brixia ■ 47* – Concordia 54 – Patavium ■ 55 – Tergeste ■ 56 – Verona

57-61 – Pagus Arusnatium

Regio XI (Transpadana) 62 – Augusta Praetoria

■ 63-64 – Augusta Taurinorum ■ 65 – Comum 66 – Forum Vibii Caburrum 67 – Laus Pompeia ■ 68 – Mediolanum ■ 69 – Novaria ■ 70 – Ticinum 71 – Vercellae

I numeri sono relativi alle schede prosopograiche delle sacerdotesse. * Località menzionate nella titolatura di una sacerdotessa che ha rivestito il laminato in altri luoghi oltre quello in cui è stato rinvenuto il documento epigraico.

■ Centri per i quali è documentato anche il laminato maschile (vd. ARNALDI 2008 e 2009). 23

Maria Grazia Granino Cecere

Denominazione del sacerdozio Le addette al culto imperiale documentate nei centri dell’Italia romana sono denominate laminicae e sacerdotes. Va precisato preliminarmente che sono state prese in considerazione tutte le testimonianze epigraiche in cui le sacerdotesse recano il titolo di laminica, anche senza speciicazione, mentre tra le numerose in cui si ha la menzione di sacerdotes sono state scelte solo quelle in cui il titolo è seguito dall’indicazione Augustae/divae Augustae o dal nome di una speciica donna della domus imperiale46. Non mancano coloro che tendono ad escludere dal novero di chi ha operato nel culto delle Auguste le donne che recano il titolo di laminica senza speciicazione, vedendo in queste piuttosto delle addette a culti locali 47. Ciò in linea di principio non può escludersi. Ma in tal caso, come si riscontra per i lamines, le laminicae indicano il nome della divinità per la quale operano, di norma la più importante o una delle preminenti nel pantheon locale, come ad es. la Salus Augusta48 a Urbs Salvia o Feronia a Septempeda49. A ciò si aggiunga che apparirebbe inopportuna l’attribuzione del più signiicativo culto locale a donne, certo importanti, ma non oriunde della città, come ad es. nel caso di Arria Priscilla (nr. 32) e di Abeiena Balbina (nr. 33). Ancora una volta è il caso di precisare50 che la laminica non è semplicemente la moglie del lamen, l’addetto al culto imperiale in ambito municipale. Ciò può forse veriicarsi nella realtà del tutto particolare del pagus Arusnatium (vd. p. 145); ma nei casi in cui si ha testimonianza di una coppia di coniugi costituita da un lamen Augusti e da una laminica, è piuttosto indizio del fatto che siamo di fronte a due individui entrambi di spicco nella comunità cittadina, ai quali, indipendentemente, è stato conferito l’onore del sacerdozio imperiale. Si consideri a tal proposito il

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Per questo motivo non è stata presa in considerazione ad es. la clarissima femina Iulia Aemila Gallitta (PFOS p. 364 nr. 425), a Regium Iulium, deinita semplicemente sacerdos nella dedica in suo onore (Eph. Epigr. VIII, 247 e M. Buonocore, Regium Iulium, in Suppl. It. 5, Roma 1989, p. 48), anche se Raepsaet-Charlier 2005a, p. 194 e Ead. 2008, p. 1042 non sembra escludere un suo laminato; sul personaggio vd. anche Raepsaet-Charlier 2005b, p. 299. 47 Ad es. Zaccaria 2008, p. 238 e Bassignano 2013, p. 141. 48 CIL, IX 5534, Vitellia Ruilla, laminica della Salus Augusta, il cui tempio è stato individuato in quello su criptoportico nell’area forense della città grazie al rinvenimento di numerose tegole “di destinazione” (CIL, IX 6078, 1; vd. M.G. Granino Cecere – S.M. Marengo, Le tegulae sacrae dell’Italia romana, in G. Baratta – S.M. Marengo (a cura di), Instrumenta Inscripta III. Manufatti iscritti e vita dei santuari in età romana, Macerata 2012, pp. 172, 182-184); Bassignano 2013, p. 149 nr. 28 considera però Ruilla quale addetta al culto imperiale. Sul tempio urbisalviense della Salus Augusta e sull’epoca cui possono risalire l’istituzione del culto e la costruzione dell’ediicio sacro, vd. Chr. Delplace, La colonie augustéenne d’Urbs Salvia et son urbanisation au Ier siècle ap. J.-C., in MEFRA, 95, 1983, pp. 769-772. Sul culto della Salus Augusta vd. da ultimo M. Mayer i Olivé, Relexiones sobre el nombre romano de Urbisaglia: una propuesta sobre le denominación de la Colonia Pollentia Vrbs Salvia del Piceno, in Picus, 32, 2012, 21-24. 49 CIL, XI 5711 e 5712-5714; per Camurena Celerina, laminica Feroniae municipi Septempedanorum, vd. Asdrubali Pentiti 2008, pp. 204-205 nr. 3. 50 Vd. in merito le osservazioni di Hemelrijk 2005, pp. 147-148 contro tale luogo comune, che spesso aiora anche tra gli studiosi che si interessano e scrivono sulla religione romana. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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caso, quasi esemplare, di Albucia Candida (nr. 69), laminica divae Iuliae Novariae, laminica divae Sabinae Ticini, sposa del procuratore C. Valerius Pansa, lamen divorum Vespasiani, Traiani, Hadriani51. La documentazione disponibile rivela che l’uso dei due termini, sacerdos e laminica, non comporta alcuna sostanziale diferenza, se non probabilmente in particolari realtà municipali (vd. infra, pp. 28-29): appare in genere determinato da preferenze o motivazioni di carattere locale52. Non si può vedere, come sosteneva Geiger53, nell’opposizione tra culto delle donne della casa imperiale viventi e quello delle donne divinizzate la ragione dell’impiego dei due titoli, e ciò è stato chiarito già da Etienne54 e ribadito da ultimo dalla Hemelrijk55. Non è del resto neppure dimostrabile che la denominazione possa essere stata connessa al luogo di culto, un’ara per la sacerdos e un tempio per la laminica, come proponeva Jullian56 per il corrispondente sacerdozio maschile, o alla costituzione, municipale o coloniaria, del relativo centro. Il titolo di sacerdos, ben frequente in Italia, è attestato al di fuori della penisola, seppur raramente, nella regione iberica, in particolare nella Baetica e in un piccolo gruppo di testimonianze epigraiche dell’area orientale dell’impero, in Dalmazia57, in Macedonia58, in Acaia59: ma, se in ambito provinciale si trova quasi esclusivamente riferito al culto di Auguste divinizzate, nella penisola italica presenta, come il titolo di laminica, un uso indiferenziato per tutte le donne della domus imperiale, siano queste 51 Ma anche i due coniugi di Albingaunum, lui lamen Augusti e lei, Sabina, laminica divae Augustae (nr. 44). 52 Anche Fishwick 1987, p. 166 nt. 109 sottolinea come in Italia la denominazione del laminato municipale fosse determinata da preferenze e scelte delle autorità locali. 53 Geiger 1913, p. 3. 54 Etienne, Culte, cit., supra, nt. 16, p. 246. Per la medesima regione dell’impero vd. ora Delgado Delgado, Elites, cit., supra, nt. 22, pp. 82-87 e Id., Los Fasti sacerdotum de las ciudades de la Bética, in Habis, 32, 2001, 297-332, il quale sembra ritenere che la denominazione diversa sia dovuta a diversi oggetti di culto (a suo parere il titolo di laminica, attestato nella regione iberica dall’età tiberiana, sarebbe stato in uso prima della consecratio delle donne della casa imperiale; quello di sacerdos sarebbe stato usato in seguito, quando numerose divennero le divae). 55 Hemelrijk 2005, pp. 139-144. In tal senso si era espresso già Ladage 1971, pp. 44-46 (il quale però considera il termine sacerdos più frequentemente usato rispetto a laminica). 56 Ipotesi espressa per la realtà d’oltralpe: C. Jullian, Histoire de la Gaule, IV, Paris 1920, pp. 426-427 nt. 5. 57 CIL, III 1796 e 6301, Claudia Aesernina e Papia Brocchina, entrambe sacerdotes divae Aug(ustae) a Narona e AE 1993, 1260, iscrizione funeraria della sacerdos divae Augustae Iulia Tertullina rinvenuta ad Asseria. 58 Di particolare interesse il notevole monumento onorario che sorgeva nel foro di Philippi, grande base recante le statue con relative iscrizioni di una serie di donne, forse sette, tra cui almeno quattro sacerdotes divae Augustae (M. Sève –P. Weber, Un monument honoriique au forum de Philippes, in BCH, 112, 1988, pp. 467-479 = AE 1991, 1428 a-f, databile alla ine del I secolo per gli aspetti archeologici e paleograici). Una sacerdos divae Augustae era già nota a Philippi (CIL, III 651). 59 A Patrae, CIL, III 510; cfr. A.D. Rizakis, Achaïe II. La cité de Patras: épigraphie et histoire, Athènes 1998, pp. 84-86 nr. 5: Aequana Sex. f. Musa è sacerdos Dianae Aug(ustae) Laphriae et sacerdos Aug(ustae), non Aug(usti), come ritiene Rizakis.

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Maria Grazia Granino Cecere

ancora in vita o già nella lista delle divae. Si può solo osservare, ma con cautela, che nei centri della penisola, in cui il culto imperiale è presente già nella prima metà del I secolo, prevale la denominazione di sacerdos (a Pompeii, Larinum, Atina e Volceii, Corinium, Pinna, Brixia); ma ad es. per la stessa diva Drusilla a Forum Vibii Caburrum abbiamo una laminica. TABELLA 1  CENTRI IN CUI IL FLAMINATO È DOCUMENTATO E RELATIVA DENOMINAZIONE.

Regiones Regio I

Regio II

Regio III

Regio IV

Regio V

Regio VI

Centri Allifae Anagnia Aquinum Casinum Fabrateria vetus Ferentinum Formiae Herculaneum Minturnae Ostia

Denominazione

sacerdos divarum Augustarum laminica sacerdos divae Augustae sacerdos divarum sacerdos divae Faustinae laminica sacerdos Augustae et patriae lamonium sacerdos August(arum? – ae?) laminica divae Augustae laminica divae Faustinae laminica - - Pompeii sacerdos Iuliae Augustae Aeclanum laminica Agrippinae Aug. laminica divae Iuliae Piae Aug. laminica divae Augustae / sacerdos Augustae laminica Faustinae Aug. [Imp. A]ntonini Aug. [Pii] il(iae) Herdonia sacerdos [[Iuliae Mamaeae?]] Aug. Larinum sacerdos divae [Augustae] sacerdos divae Augustae Atina sacerdos Iuliae Augustae Volceis et Atinae* Vibo sacerdos Augustae [- - -]ae sacerdos per[petua?] Volcei sacerdos Iuliae Augustae Volceis et Atinae* Corinium Iuliae Augustae sacerdos prima Pinna sacerdos divae Drusillae sacerdos divae Poppaeae [Aug.] Tibur laminica - - Auximum lamina (!) August(arum? – ae?) Falerio sacerdos divae Faustinae Interamna Praet. sacerdos Augustarum sacerdos Augustae Forum laminica, sacerdos divae Plotinae Sempronii hic et Foro Semproni*** Pisaurum laminica laminica Pisauri et Arimini** Sassina sacerdos divae Marcianae Sentinum laminica Suasa sacerdos divae Augustae

III, decenni iniziali II, ine-III, inizi I II, 1a metà? II, decenni centrali II, metà III, 3° decennio 70-79 II, 1a metà II, inizi II, 2a metà II? 14-41 50-59 I, ine

Nr. pros. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15

II, inizi

16

148-161 222-235? I, metà I, metà 14-37?

17 18 19 20 23

II ? II, 2a metà 14-37?

21 22 23

14-41 38-41? 65-68 II, 2a meta? II, metà 141-161 I-II II, 2a metà II, 2° quarto

24 25 26 27 28 29 30 31 39

II, 1a metà II, ine II, 1a metà II II, inizi

32 33 34 35 36

Datazione

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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Regio VII Regio VIII

Regio IX

Florentia Ariminum

Mutina Albingaunum

Albintimilium Pollentia

Regio X

Aquileia Brixia

Concordia

Regio XI

Patavium Tergeste Verona (Pagus Arusnatium) Augusta Praetoria Augusta Taurinorum

Comum Forum Vibii Caburrum Laus Pompeia Mediolanum

Novaria

Ticinum

Vercellae

laminica Au[g(ustae)?] sacerdos divae Augustae et divae Matidiae Augustae laminica, sacerdos divae Plotinae hic et Foro Semproni*** laminica, mater coloniae Aug. Arimini et sacerdos divae Sabinae laminica Pisauri et Arimini** laminica Mutinae laminica d[ivae - - -] laminica divae Augustae laminica divae Augustae laminica laminica divae Plotinae Augustae sacerdos divae Plotinae Pollentiae, divae Faustinae Taurinis, divae Faustinae maioris Concordiae**** laminica divae Faustine(!) Aquileiae et Iadere sacerdos divae Drusillae sacerdos divae Matidiae sacerdos divae Plotinae sacerdos divae Plotinae sacerdos divai Augustae sacerdos divae Plotinae Pollentiae, divae Faustinae Taurinis, divae Faustinae maioris Concordiae**** sacerdos divae Domitillae sacerdos divarum sacerdos divae Plotinae Augustae laminica

I-II ?

37

età adrianea

38

II, 2° quarto

39

II, post 138 II, ine III, metà I, ine- II, inizi I, ine- II, inizi I, ine- II, inizi II, ine-III, inizi II, 2° quarto

40 33 41 42 43 44 45 46

II, 4° quarto

47

II, decenni centrali a. 41, inizio II, 2° quarto II, 2° quarto II, 2° quarto II, ine-III, inizi

48 49 50 51 52 53

II, 2a metà I, ultimo decennio II, 1a metà II, 2° quarto I-II

47 54 55 56 57-61

laminica

I, ine-II, inizi

62

laminica laminica- - -Iulia Augusta Taurinorum / laminicia Iulia Augusta sacerdos divae Plotinae Pollentiae, divae Faustinae Taurinis, divae Faustinae maioris Concordiae**** sacerdos divae Matidiae laminica divae Drusillae

I, metà

63

I, decenni centrali

64

II, 4° quarto età adrianea I, post 38

47 65 66

I

67

II, 4° quarto

68

II, metà I, 2a metà

69 70

II, metà II, 1a m.

69 71

laminica laminica divae Faustinae Piae, laminica diva[e Faustinae matris? o maioris?] laminica divae Iuliae Novariae, laminicae divae Sabinae Ticini***** laminica divae Augustae laminica divae Iuliae Novariae, laminicae divae Sabinae Ticini***** sacerdos diva[r(um)]

Sono evidenziati con un asterisco i documenti in cui si fa menzione del sacerdozio rivestito da una stessa donna in più luoghi diversi; vd. infra, p. 30.

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Per 24 località sono documentate laminicae e per altre 24 sacerdotes. Osservando la Tabella, si noterà, seguendo la successione delle testimonianze presentate secondo le diverse località delle undici regiones augustee, come la denominazione varii sì da luogo a luogo, ma rimanga la stessa nell’ambito di un medesimo centro. Ad esempio le cinque addette al culto di Brixia recano tutte lo stesso titolo di sacerdos, seppur distanti nel tempo60, così come le tre di Ostia, tutte laminicae, come le quattro di Aeclanum o le tre di Albingaunum. Ciò a testimonianza di come il culto imperiale assuma anche nell’aspetto della denominazione le peculiarità della vita religiosa locale. Le poche varianti che s’incontrano, come l’uso dei due titoli laminica e sacerdos per una stessa persona61 o in uno stesso centro, possono trovare agevole spiegazione. Ad Aeclanum, dove l’addetta al culto imperiale reca il titolo di laminica, sia che fosse dedita a un’Augusta vivente (nr. 14 e 17), sia a una diva (nrr. 15), vediamo Cantria Paulla essere deinita in un documento laminica divae Augustae, in un altro sacerdos Augustae. La diversità di denominazione ritengo si possa motivare, al di là di quanto proposto da altri (vd. scheda nr. 16), col fatto che nel primo caso si ha una dedica di carattere pubblico, per cui viene usato il titolo “uiciale”, nel secondo, invece, se ne ha una di carattere privato, nella quale l’uso di sacerdos, certo più generico, sarà sembrato suiciente per ricordare l’importante ruolo pubblico svolto dalla donna. A Pollentia, dove il titolo uiciale doveva essere quello di laminica (nr. 46), abbiamo una seconda testimonianza, in cui la moglie del consul designatus Restitutus (nr. 47) è deinita sacerdos. Ma forse quest’ultimo termine, meno speciico, è stato scelto poiché poteva meglio prestarsi ad indicare il ruolo di sacerdotessa tenuto dalla donna in ben tre luoghi diversi e per tre diverse divae: divae Plotinae Pollentiae, divae Faustinae Taurinis, divae Faustinae maioris Concordiae. Una realtà più complessa sembra suggerire invece il caso di Ariminum, dove nella prima metà del II secolo troviamo Lepidia Procula, sacerdos divae Augustae et divae Matidiae (nr. 38)62, Cantia Saturnina63, mater coloniae, laminica, sacerdos divae Plotinae (nr. 39) e [- - -]udia [- - -]nilla, 60 Quindi in linea di principio diicilmente si può pensare a un mutare nel tempo della denominazione in uno stesso centro, ad es. da sacerdos a laminica. Come è noto, per la componente maschile del sacerdozio è in uso quasi esclusivo la denominazione di lamen; solo in rari casi si trova il termine sacerdos (vd. Gradel 2000, pp. 376-379 e Arnaldi 2008-2009). 61 Non è questo il caso per Cantria Longina (nr. 15), poiché è laminica divae Iuliae Piae Augustae e sacerdos Matris Deum Magnae Ideae. 62 Nella diva Augusta può ragionevolmente vedersi Plotina appena dopo la sua consecratio e per questo, credo, menzionata per prima. 63 Credo si possa escludere uno dei possibili intendimenti proposti da Marengo 2008, p. 164 riguardo alle funzioni svolte da Cantia Saturnina, ovvero l’ipotesi che laminica sia usato quale aggettivo rispetto a sacerdos, a indicare una qualità del sacerdozio; infatti per [- - -]udia [- - -]nilla i titoli di laminica e di sacerdos sono separati da quello di mater coloniae.

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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laminica, mater coloniae Aug(ustae) Arimini et sacerdos divae Sabinae (nr. 40). La titolatura di queste tre sacerdotesse64 sembra indicare una distinzione di ruoli tra laminica e sacerdos di singole divae. Tale distinzione è stata intesa65 rispettivamente tra addette all’Augusta/Augustae vivente/i (laminicae) e addette alle Augustae ormai divae (sacerdotes). Pur accogliendo una tale ipotesi, sembra opportuna un’ulteriore precisazione, dal momento che nella titolatura delle due donne, che furono sia laminicae che sacerdotes di una diva, il primo titolo precede sempre il secondo e, in una sorta di cursus al femminile, appare accanto all’appellativo di mater coloniae, di cui furono entrambe insignite; appellativo onoriico, questo, di alta valenza in ambito locale (vd. anche nrr. 31 e 35), quale riconoscimento di un’azione di efettivo e sollecito sostegno verso la comunità cittadina. Dal che sembra di poter dedurre che il laminato dell’Augusta vivente fosse sentito come un ruolo di maggior prestigio rispetto al sacerdozio di una sola diva, come un gradino più elevato nell’ambito delle addette al culto imperiale in Ariminum66. Si dà poi anche il caso di alcuni municipi in cui una stessa sacerdotessa doveva prendersi cura di tutte le donne della domus imperiale67: si tratta delle sacerdotes divarum o Augustarum o divarum Augustarum, che troviamo a Casinum (nr. 4), a Tergeste (nr. 55) a Vercellae (nr. 71), ad Allifae (nr. 1), ad Interamna Praetuttianorum (nr. 30), e probabilmente anche ad Auximum (nr. 28) e Minturnae (nr. 9), se l’abbreviazione qui presente nel titolo di AVGVST è da sciogliersi al plurale. Seguendo Fishwick68 e quanto osserva in merito al titolo dei lamines provinciae della Spagna, appare opportuno considerare le diverse denominazioni quali sacerdos Augustarum (nr. 30 e forse nr. 9), laminica Augustarum(?) (nr. 28) e sacerdos divarum Augustarum (nr. 1) come equivalenti nella sostanza: addette al culto di tutte le Augustae, quelle del passato, certamente divae (altrimenti non sarebbero state incluse nel culto), accanto a 64

Cui si può aggiungere il caso di Abeiena Balbina (nr. 33), però ben più lontana nel tempo rispetto a queste (ine II secolo), detta laminica Pisauri et Arimini: del resto a Pisaurum, dove viene onorata, è inora attestato solo il laminato nude dictus (vd. nr. 32). 65 Vd. Arnaldi – Giuliani 2006-2007, p. 162. 66 E forse non solo in tale centro: si consideri ad es. a Pisaurum, dove il laminato senza speciicazione è aidato a due donne di notevole rilievo sociale (nrr. 32 e 33). Dubbio anche il caso di Mutina, avendo a disposizione una sola testimonianza (nr. 41). Tale sorta di gerarchia tra laminato e sacerdozio di una diva può trovare un parallelo nel fatto che, come rivelano i Commentarii dei fratres Arvales nella celebrazione dei piacula (vd. J. Scheid, Quando fare è credere. I riti sacriicali dei Romani, trad. it., Bari 2011, pp. 52-57), il Genius dell’imperatore vivente è gerarchicamente superiore rispetto ai divi; allo stesso modo il ruolo della laminica addetta all’Augusta vivente risultava di maggior prestigio rispetto a quello delle sacerdotes delle singole donne della casa imperiale ormai defunte e divinizzate. 67 Ladage 1971, p. 78. Non necessariamente il numero dei lamines e delle laminicae per singoli divi appare in diretta relazione con la grandezza e/o la ricchezza della città. 68 D. Fishwick, Flamen Augustorum, in HSPh, 74, 1970, pp. 299-312, in part. pp. 304-306; Id. 1987, pp. 274-276. 29

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quella del presente. Al culto delle sole donne divinizzate sembrano invece dedite le sacerdotes divarum di Casinum (nr. 4), di Tergeste (nr. 55) e di Vercellae (nr. 71). Se, a quanto sembra, dunque, in alcuni centri una sola donna era addetta alle Augustae, nella maggior parte dei municipi e colonie più donne si dividevano tale onore, dedicandosi alle diverse divae e imperatrici viventi. Non mancano i casi in cui una stessa sacerdotessa appare dedita a più di una donna della domus imperiale nel medesimo centro, come Calventia Marcellina, che a Mediolanum fu laminica sia di Faustina maggiore che di Faustina minore (nr. 68), o Lepidia Procula, che ad Ariminum fu sacerdos divae Augustae (nella quale probabilmente è da riconoscere Plotina) et divae Matidiae (nr. 38), in un ruolo che non si può escludere sia stato anche svolto contemporaneamente. In successione nel tempo, invece, necessariamente dovettero assumere tale ruolo, se efettivo e non solo onorario, coloro che si dedicarono a una stessa Augusta ma in luoghi diversi, come Insteia Polla, che fu sacerdos Iuliae Augustae a Volcei e ad Atina (nr. 23), o Cantria Saturnina, sacerdos divae Plotinae sia ad Ariminum che nella prossima Forum Sempronii (nr. 39), o Cossutia, che fu laminica divae Faustinae (nr. 48) ad Aquileia e in Dalmazia, nella lontana Iader; per non parlare, poi, di quelle laminiche che operarono per Augustae diverse in luoghi diversi69, a volte anche notevolmente distanti, come Albucia Candida, che fu dedita a Iulia Titi a Novaria e a Sabina a Ticinum (nr. 69), o la moglie del consul designatus Restitutus che fu sacerdos divae Plotinae Pollentiae, divae Faustinae Taurinis, divae Faustinae maioris Concordiae (nr. 47). In un simile contesto entra in gioco il problema relativo alla durata del sacerdozio. Le fonti disponibili per l’area in esame non ofrono alcun dato certo, ma non vi è ragione di dubitare che la durata fosse limitata nel tempo, almeno nella maggior parte dei centri, e probabilmente annuale, come proposto, anche in base a qualche dato riscontrabile in area provinciale, da quanti si sono occupati dell’argomento sia in ambito generale, che locale70. Del resto una cadenza annuale sembra suggerita dalla presenza in alcune realtà locali di più sacerdotesse di una stessa Augusta o diva in un arco di tempo piuttosto limitato, come nel caso delle due addette alla diva Plotina a Brixia (nrr. 51 e 52) e, forse, della quasi contemporanea attribuzione a Larinum del sacerdozio divae Augustae, sebbene in un caso 69

Sempre se tale funzione sia stata efettivamente svolta o non debba essere intesa come puramente onoraria. 70 Per il problema in generale, vd. Ladage 1971, pp. 80-81; Gradel 2002, p. 87 e nt. 38; per la regione iberica, vd. Etienne, Culte, cit., supra, nt. 16, pp. 236-237 e J.A. Delgado Delgado, Los sacerdotes de las ciudades del occidente latino : una sintesis, in Iberia, 3, 2000, p. 50; per la penisola italica, vd. Bassignano 1996, p. 60 e Arnaldi 2009, p. 879. A favore della durata annuale del sacerdozio in generale parla anche il noto monumento onorario a più sacerdotes divae Augustae collocato nel foro di Philippi (vd. nt. 58). Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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onoriico, a Gabbia [Tertulla?] e Coelia Tertulla, rispettivamente, a quanto sembra, nonna e giovanissima nipote (nrr. 19 e 20). Inoltre vediamo ad Augusta Taurinorum Tullia, Vitrasi uxor, (nr. 64) recare in due documenti il titolo rispettivamente di laminica e di laminicia, ovvero di ex laminica, a indicare, dunque, la limitata durata nel tempo del sacerdozio71. L’attributo perpetua, invece, diicilmente da intendersi in termini di reale assunzione senza limiti di tempo del sacerdozio quanto, più probabilmente, in senso onorario, ovvero come particolare titolo d’onore ottenuto dopo aver regolarmente rivestito il laminato per il periodo stabilito72, sembra sia attestato una sola volta tra le laminiche in Italia, contrariamente alla discreta difusione tra la componente maschile del sacerdozio73. La perpetuitas74, del resto solo ipotizzata da Ferrua per la Tullia laminica ad Augusta Taurinorum (vd. supra e nr. 64), infatti, non ha motivo di essere integrata nella parte perduta del testo epigraico che la menziona; di conseguenza sacerdos per[petua] di una Augusta, il cui nome è andato perduto nella lacuna che precede il titolo, sembra sia stata soltanto una generosa donna di Vibo (nr. 22). Da notare in quest’ultimo caso che il nome dell’Augusta verrebbe a precedere il termine sacerdos, con un’inversione rispetto alla titolatura usuale, come si può riscontrare anche per l’attributo prima, da intendersi ovviamente in senso temporale75, dell’anonima Iuliae Augustae sacerdos prima di Corinium (nr. 24). Il conferimento del laminato spettava al senato locale76. Ciò trova riscontro nella dedica di Gabbia [Tertulla?] per sua nipote, alla quale pri71

Per il termine laminicia, e il corrispondente maschile laminicius, meno frequente di laminalis vd. E. Bickel, s.v. in hLL VI (1926), col. 864 e M. Leumann – J.B. Hofmann, Lateinische Grammatik. Laut-und Formenlehre. Syntax und Stilistik, München 19772, p. 301. 72 L’attributo perpetua è difuso in particolare nelle province africane. Hemerlijk 2005, pp. 157158 accoglie esclusivamente la seconda possibilità, seguendo l’opinione di O. Hirschfeld, Sacerdozi dei municipi nell’Africa, in AnnInst, 38, 1866, p. 55, che appunto ritiene perpetui i lamines cui viene consentito di conservare i privilegi del loro status dopo l’anno di carica, e Ladage 1971, pp. 83-85, il quale sembra però riferirsi nella sua trattazione al lamen provinciae. H.-G. Pflaum, Les lamines de l’Afrique romaine, in Athenaeum, 54, 1976, p. 156, nel recensire il volume della Bassignano sul laminato della regione, si mostra propenso a ritenere che i sacerdoti provinciali fossero deiniti abitualmente perpetui dopo il loro anno di carica, ragione per cui tale attributo si trova usato con tanta frequenza (seguendo l’opinione a suo tempo espressa da Mommsen, in Eph. Epigr. III, p. 82). Hemerlijk 2005 p. 158 ritiene che l’attributo annua talvolta usato in area provinciale per le laminicae venga utilizzato per contrapposizione al molto frequente perpetua. 73 Secondo quanto desumibile dall’elenco proposto da Gradel 2002 nell’Appendix 3, pp. 376379, relativo ai lamines attestati nella penisola, che ne enumera ben 12. Nella prossima provincia di Sardinia, a Calaris, è attestata una laminica perpetua, Titia Flavia Blandina, (CIL, X 7604, cfr. Ruggeri, Riesame, cit., supra, nt. 30, p. 161, P. Floris, Le iscrizioni funerarie di Carales, Cagliari 2005, pp. 488-492 nr. 196 e Porrà, Presunta laminica, cit., supra, nt. 30, pp. 120-121). 74 Sul tema della perpetuitas vd. anche Bassignano 1996, pp. 56-57 e Chelotti 2000, pp. 125-126. 75 Come evidenzia in un ambito più generale Hemerlijk 2005, p. 157 e nt. 63. 76 Non diversamente aferma Etienne, Culte, cit., supra, nt. 16, p. 236 per la realtà municipale della penisola iberica. 31

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mae omnium in municipio annorum VII decurionum decreto sacerdotium datum est (nr. 20), databile entro l’età giulio-claudia. La rilevanza della designazione da parte dell’assemblea decurionale, e del relativo decreto, trova, per così dire, una sorta di conferma nel fatto che le laminiche rammentino in più di un’occasione il nome del luogo in cui hanno esercitato il sacerdozio, benché sia lo stesso in cui era esposto il documento epigraico che le menzionava77: sacerdos Augustae Aeclano (nr. 16, da Aeclanum) laminica coloniae Augustae Ariminensis (nr. 40, da Ariminum) laminica Mutinae (nr. 41, da Mutina) laminicae Iuliae Augustae (nr. 64, da Augusta Taurinorum) Come si potrà notare, nella tabella nr. 1 le sacerdotesse della divae sono di gran lunga più numerose rispetto a quelle addette alle Augustae ancora in vita. Ciò non deve trarci in inganno: infatti alcune sacerdotesse di divae potrebbero aver svolto il loro uicio mentre le rispettive Augustae erano in vita e aver modiicato la loro denominazione dopo la morte e la divinizzazione di quelle78. Le donne della DOMUS imperiale per le quali è finora documentato il flaminato La denominazione del sacerdozio nelle iscrizioni, enunciando spesso il nome dell’imperatrice o delle donne della domus imperiale, consente di annotare, pur sempre tenendo presente i limiti dovuti alla casualità dei rinvenimenti, quali siano state le Augustae maggiormente considerate e in quali regioni. TABELLA 2

Donne della domus imperiale Livia – Iulia Augusta

Drusilla- Iulia Drusilla Agrippina – Iulia Agrippina Poppaea Sabina

Denominazione sacerdotesse Iuliae Augustae sacerdos prima sacerdos Iuliae Augustae sacerdos Iuliae Augustae sacerdos divae Drusillae sacerdos divae Drusillae laminica divae Drusillae laminica Agrippinae Augustae sacerdos divae Poppaeae

Centro

Nr.

Corinium

24

Pompeii Volcei, Atina Brixia Pinna Forum Vibii Caburrum Aeclanum

13 23 49 25

Pinna

26

66 14

Augusta*/ Diva Augusta dal 3/4 settembre del 14, Diva dal 17 gennaio del 42 Muore il 10 giugno del 38 (Fasti Ost.), Diva dal 23 settembre del 38 Augusta dal 50 (muore nel marzo del 59) Augusta dal 63, Diva dall’estate del 65

77

Ovviamente tale menzione ha diverso intendimento quando si vuole sottolineare una pluralità di luoghi in cui il sacerdozio è stato rivestito. 78 Per il mutare della denominazione presso i lamines, vd. Mouritsen – Gradel 1991, p. 149 e Gradel 2002, p. 87. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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sacerdos divae Domitillae

Domitilla-Flavia Domitilla

Patavium

54

Aeclanum

15

Novaria

69

sacerdos divae Marcianae

Sassina

34

sacerdos divae Matidiae sacerdos divae Matidiae sacerdos divae Matidiae sacerdos divae Plotinae sacerdos divae Plotinae sacerdos divae Plotinae sacerdos divae Plotinae laminica divae Plotinae Augustae sacerdos divae Plotinae sacerdos divae Plotinae Augustae sacerdos divae Augustae (= Plotinae?) sacerdos divae Sabinae laminica divae Sabinae

Ariminum Brixia Comum Ariminum Brixia Brixia Forum Sempronii

38 50 65 39 51 52 39

Pollentia Pollentia

46 47

Verona

56

Ariminum Ariminum Ticinum

38 40 69

laminica divae Faustinae sacerdos divae Faustinae maioris sacerdos divae Faustinae sacerdos divae Faustinae laminica diva[e Faustinae?] laminica divae Faustinae [divae Faustin]ae? sacerdos per[petua?] laminica Faustinae Augustae [Imp. A]ntonini Aug.[Pii] ilia sacerdos divae Faustinae laminica div(ae) F[austinae] Pia[e] sacerdos [[Iuliae Mamaeae?]] Augustae

Aquileia

48

Concordia Fabrateria vetus Falerio Mediolanum Ostia

47 5 29 68 11

Vibo

22

Aeclanum

17

Augusta Taurinorum

47

Mediolanum

68

Herdonia

18

laminica divae Iuliae Piae Augustae Iulia Titi–Flavia Iulia Titi laminica divae Iuliae

Marciana – Ulpia Marciana Matidia – Salonia Matidia

Plotina – Pompeia Plotina

Sabina – Vibia Sabina

Faustina maggiore– Annia Galeria Faustina I

Faustina minore – Annia Galeria Faustina II Iulia Mamaea? – Iulia Avita Mamaea?

Morta prima del 69, ebbe forse la consecratio da Domiziano non prima del 90 Forse Augusta dal giugno 79, di certo prima del gennaio dell’81 (Acta Arv., CIL, VI 2059 = 32363 r. 40), Diva non prima del 90 Augusta al più presto nel 102 (di certo prima del 104/105), Diva dal settembre del 112 Augusta dopo la morte di Marciana, il 29 agosto del 112 (Fasti Ost.), Diva dal 119 Augusta con Marciana al più presto nel 102, Diva dal 123

Augusta certo dal 128, ma forse già dal 119, Diva non prima della 2a metà del 136, forse nel 137 Augusta dopo il luglio del 138, Diva alla ine di ottobre del 140 (Fasti Ost.)

Augusta dall’1 dicembre del 147 (Fasti Ost.), Diva dalla 2a metà del 176 (muore all’inizio dell’estate) Augusta dalla 1a metà del 222, muore nel 235

* Per le fonti relative al titolo di Augusta, vd. KOLB 2010, pp. 11-35.

Livia fu la prima donna che, ancora in vita, dopo l’adozione nella gens Iulia, all’indomani della morte di Augusto, ebbe sacerdotesse addette alla sua persona. Tre sono quelle inora note, tutte recanti il titolo di sacerdos Iuliae Augustae, e in due casi attive nelle regioni del sud della penisola, impregnate di quella cultura greca, che rendeva più agevole il difondersi del culto imperiale79: Insteia Polla, forse la più risalente nel tempo, che 79

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Forse la più antica testimonianza del culto imperiale inora nota, appena al di fuori della Maria Grazia Granino Cecere

operò nei due centri di Volcei e Atina (nr. 23) di certo non oltre l’età tiberiana, l’anonima sacerdos prima, che vanta appunto il suo primato temporale a Corinium (nr. 24) e probabilmente Vibia Sabina80 a Pompei (nr. 13). L’operatività di queste tre donne dovrebbe essere collocata cronologicamente entro il tempo di vita di Livia, ovvero entro l’anno 29, poiché, come rammenta anche Tacito81, Tiberio alla morte della madre aveva cercato di limitare gli onori per lei decretati dal senato, afermando sic ipse maluisse e ne aveva dunque impedito ogni tentativo di apoteosi. In ogni caso i documenti menzionanti le tre sacerdotesse presentano quale terminus ante quem l’inizio dell’anno 42, poiché la denominazione della loro funzione non è stata mutata in sacerdotes divae Augustae (vd. supra, p. 32 e nt. 78), ma il momento di esercizio del loro laminato dovrebbe essere compreso tra il 14 e il 29. Infatti dalla data della morte ino alla divinizzazione ad opera di Claudio il 17 gennaio del 42 non dovrebbero essere state nominate sue sacerdotes. Non appare opportuno tuttavia escludere del tutto che a livello municipale per il prestigio di cui Livia godeva e soprattutto per l’ambiguità dello statuto tra l’umano e il divino determinatosi con Augusto e quindi di rilesso con Iulia Augusta sua consorte, si sia deciso di renderle onore ancor prima della consecratio. Del resto una testimonianza sulla viva opposizione da parte anche di molti membri dei ceti eminenti all’atteggiamento tenuto da Tiberio e a favore di un riconoscimento di onori simili ad Augusto anche per Livia dopo la sua morte si ha in un passo dello stesso Tacito82, quando, a proposito della accuse mosse appena dopo la caduta di Seiano a M. Aurelius Cotta Messalinus83, si ricorda che l’autorevole senatore, cum die natali Augustae inter sacerdotes epularetur, aveva deinito tale banchetto una novemdialem cenam.84 Quanto a tale anniversario di Livia i Commentarii dei fratres Arvales ne attestano la continuità di celebrazione prima della consecratio con un sacriicio sul Campidoglio nei frammenti relativi al 30 gennaio degli anni 38 e 39 d.C.85. Dal momento della sua apoteosi ad opera di Claudio86, il suo culto quale diva avrà certo goduto di lunga vita, anche se non è opportuno sotpenisola, si ha nell’isola di Gaulus (vd. nt. 15). 80 Se in lei, come credo, non si debba vedere un’addetta al culto di Agrippina minore. 81 Tac. Ann. 5. 2. 82 Tac. Ann. 6. 5. 1. 83 Per il personaggio, amico di Ovidio, che gli dedica alcune delle sue Epistulae ex Ponto, vd. PIR2 A 1488. 84 A.A. Barret, Livia, irst lady of imperial Rome, New Haven London 2002, pp. 219-220. 85 J. Scheid, Commentarii fratrum Arvalium qui supersunt, Roma 1998, pp. 29, 33 fr. 12c e pp. 36 e 38 fr. 13e (al 30 gennaio). 86 Suet. Claud. 11. 2: Aviae Liviae divinos honores et circensi pompa currum elephantorum Augustino similem decernenda curavit. Dio 60. 5. 2 ricorda come Claudio abbia onorato Livia non solo con delle gare ippiche, ma anche facendo innalzare una sua statua nel tempio di Augusto, assegnando inoltre alle Vestali il compito di celebrare sacriici e ordinando alle donne di invocare il nome di lei nei giuramenti. Per il dies consecrationis ricordato negli Atti degli Arvali, vd. Scheid 1990, pp. 422-423. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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tendere sempre il suo nome nelle numerose denominazioni di sacerdotes / laminicae divae Augustae87. D’altro canto non possiamo neppure avere assoluta certezza che ella non sia stata più venerata dall’età lavia, come proposto88, perché da allora negli stessi Commentarii degli Arvales scompare ogni riferimento alla sua memoria. In ogni caso, quando nella denominazione delle sacerdotesse databili dalla ine del I secolo agli inizi del successivo si fa riferimento a una generica diva Augusta, appare preferibile in linea di principio pensare all’ultima Augusta in ordine di tempo che ha ricevuto la consecratio, senza necessariamente risalire alla moglie di Augusto. La prima donna della casa imperiale a ottenere l’apoteosi, com’è noto, non fu Livia, ma Drusilla, l’amatissima sorella di Caligola. Morta il 10 giugno del 38, come possiamo apprendere dai Fasti Ostienses89, ebbe la consecratio per volere del fratello il 23 settembre dello stesso anno, secondo quanto rivelano i Commentarii fratrum Arvalium90. E la data fu scelta con cura: si trattava del dies natalis del divo Augusto, che si veniva ad arricchire di signiicati e d’intensità celebrative, sommandosi all’anniversario dell’assunzione del titolo di pater patriae da parte di Caligola, avvenuta il 21 settembre dell’anno precedente91. L’apoteosi92 dovette avere subito vasta eco poiché vediamo sue sacerdotesse non solo a Pinna (nr. 25), non lontana dall’Urbe, ma anche a Brixia (nr. 49) e, sorprendentemente, a Forum Vibii Caburrum, sul conine occidentale verso le Alpes Cottiae (nr. 66). Quest’area si rivela di particolare interesse, e non solo in merito al culto della diva Drusilla. Nella non lontana odierna località di Collegno, prossima ad Augusta Taurinorum, laddove pure è documentata una laminica (nr. 63), doveva infatti sorgere un edii-

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Come, ad es. propone la Bassignano 1994-1995, pp. 76 e 80; Ead. 2003a, p. 98; per G. Grether, Livia and the Roman Imperial Cult, in AJPh, 47, 1946, pp. 222-252 il culto è scomparso sotto Marco Aurelio o Commodo e Barret, Livia, cit., supra, nt. 84, p. 224 non si discosta da tale ipotesi. 88 J.H. Oliver, he divi of the Hadrianic Period, in HhR, 42, 1949, p. 36 suggerisce che sia stato Vespasiano a togliere Livia tra i divi; cfr. E. Bickermann, Diva Augusta Marciana, in AJPh, 95, 1974, p. 366 = Id., Diva Augusta Marciana, in Religions and Politics in the Hellenistic and Roman Periods, (Biblioteca di Athenaeum 5), Como 1985, p. 547 e Ambaglio 1979, pp. 173-175. 89 L. Vidman, Fasti Ostienses, Pragae 1982, pp. 43 e 70-71, fr. Ch r. 29; B. Bargagli – C. Grosso, I Fasti Ostienses. Documento della storia di Ostia, Roma 1997, pp. 26-27: IIII Idus Iun. Drusilla excessi[t]. 90 H. Broise - J. Scheid, Deux nouveaux fragments des actes des frères arvales de l’année 38 ap. J.-C., in MEFRA, 92, 1980, pp. 240-248; cfr. Scheid, Commentarii, cit., supra, nt. 85, pp. 31, 34-35 e Id. 1990, pp. 423-424; vd. sul tema P. Herz, Diva Drusilla. Ägyptisches und Römisches im Herrscherkult zur Zeit Caligulas, in Historia, 30, 1981, pp. 324-336. Il dies consecrationis è ricordato negli Atti degli Arvali, vd. Scheid 1990, p. 423. 91 M.G. Granino Cecere, Il contributo delle fonti epigraiche latine, in G. Ghini (a cura di), Caligola. La trasgressione al potere. Nemi. Museo delle navi romane, 5 luglio – 5 novembre 2013, Roma 2013, p. 68. 92 Dio 59. 11. 1-6, il quale riferisce la serie di onori a lei tributati, tra cui il funus publicum (al quale Caligola non ebbe la forza di prender parte, vd. Sen. Cons. ad Pol. 174) e la collocazione di una sua immagine nel senato e di una statua nel tempio di Venere Genitrice non meno grande di quella della dea (vd. in merito Frei-Stolba 2008, pp. 380-381). 35

Maria Grazia Granino Cecere

cio, a quanto sembra destinato al culto imperiale, di cui è stato rinvenuto un epistilio con la dedica [Divae Dru]sillae et divae Augu[stae- - -?]. Qui la successione dei due nomi segue quella temporale delle due apoteosi, ma soprattutto rivela che il culto di Drusilla non è venuto meno con la ine di Caligola e la sua damnatio memoriae 93. L’ediicio di culto, forse un semplice sacello, può datarsi anche qualche tempo dopo la consecratio di Livia, e la persistenza del culto per Drusilla non può spiegarsi solo con la perifericità dei luoghi: la volontà del potere centrale non poteva essere ignorata e possiamo immaginare che Claudio non si sia opposto, almeno nei primi tempi del suo principato, al culto della nipote. Non si può certo negare che il culto delle divae sia stato connesso alla fortuna postuma dei vari imperatori che ne avevano voluto la consecratio o al più alla durata e alla stabilità politica della dinastia alla quale tali donne appartenevano, ma non si deve necessariamente e in ogni caso pensare ad un abbandono immediato delle manifestazioni di culto nei loro confronti al mutare di chi deteneva il supremo potere. Di Agrippina Augusta e della diva Poppaea si hanno solo due sacerdotesse, rispettivamente una laminica ad Aeclanum (nr. 14) e una sacerdos a Pinna (nr. 26): non stupisce l’esiguità del loro numero in considerazione delle vicende di cui le due Auguste furono protagoniste94. Così a maggior ragione si spiega la mancanza inora di addette al culto per Claudia, iglia di Nerone e Poppea, morta in tenerissima età e subito divinizzata95. La casualità dei rinvenimenti ha rivelato anche un’addetta al culto di Domitilla, nella quale si è voluto riconoscere ora la iglia, ora, con maggiore probabilità, la moglie di Vespasiano96, entrambe morte prima della sua 93

Come ritenuto ad es. da F. Chausson, Deuil dynastique et topographie urbaine dans la Rome antonine. II. Temples des Divi et Divae de la dynastie antonine, in Rome, les Césars et la Ville, Renne 2001, p. 345. 94 Per la morte e consecratio di Poppea, Tac. Ann. 16. 6. Sappiamo da Cassio Dione (63. 26. 3) che per lei venne realizzato un heroon per iniziativa delle donne, forse l’ordo matronarum di Roma, da localizzare a Neapolis (vd. P. Kragelund, he Temple and Birthplace of Diva Poppaea, in ClQ, 60, 2010, pp. 559-568 e Palombi 2013, p. 134; contra E. Champlin, Nero, Cambridge 2003, p. 298 nt. 51, che pensa ad una collocazione in Roma), dove venne dedicato da Nerone nella primavera del 68, prima del suo ritorno nell’Urbe, in relazione alla rivolta di Vindice. Per i luoghi di culto di Poppea e sua iglia in Roma, vd. Palombi 2013, pp. 134-135. 95 Tac. Ann. 15. 23. 4, che ricorda la proposta di dedicarle un tempio e anche un sacerdos. 96 La maggior parte di quanti si sono occupati dell’argomento, ovvero D. Kienast, Diva Domitilla, in ZPE, 76, 1989, pp. 141-147, Hahn 1994, pp. 228-232, Frei Stolba 2008, pp. 386-390 (con esaustivo esame delle fonti) e S. Wood, Who was Diva Domitilla ? Some houghts on the Public Images of the Flavian Women, in AJA, 114, 2010, 45-57 si esprimono a favore della moglie di Vespasiano ; per la iglia propende A.A. Barret, Vespasian’s wife, in Latomus, 64, 2005, pp. 387-396, che vede nei versi di Stazio (Silv. 1. 1 vv. 94-98: huc et sub nocte silenti, / cum superis terrena placent, tua turba relicto / labetur caelo miscebitque oscula iuxta. Ibit in amplexus natus fraterque paterque / et soror: una locum cervix dabit omnibus astris), composti in occasione della dedica dell’Equus Domitiani nella prima metà dell’anno 90, un’allusione alla divinizzazione della iglia; ma, come argomenta Kienast, pp. 145-146, in soror potrebbe riconoscersi Iulia Titi e la mancata menzione della mater in tali versi potrebbe spiegarsi con una sua consecratio avvenuta in un momento successivo, sebbene certamente prima del 95 (vd. in merito anche Frei Stolba, p. 390). P. Veyne, Les honneurs posthumes de Flavia DoIl laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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ascesa al trono. A quanto pare Flavia Domitilla fu accolta tra le divae per volontà di Domiziano non prima del 90, allorché l’apoteosi seguì la morte di Iulia Titi97. L’adesione a tale iniziativa domizianea si rivela quasi immediata98, sia appunto nell’Asconia sacerdos divae Domitillae a Patavium (nr. 54), sia in Cantria Longina, laminica divae Iuliae Piae ad Aeclanum (nr. 15). Ma il culto per la nipote di Domiziano dovette godere, almeno localmente, di un’indubbia continuità nel tempo, dal momento che Albucia Candida ricorda di essere stata laminica sua a Novara (nr. 69), ma anche della diva Sabina, che ottenne l’apoteosi quasi cinquanta anni dopo. Negli ultimi anni al potere di Traiano e soprattutto nel corso del principato di Adriano si assiste a un vero proliferare di sacerdotesse dedite a Marciana99, a Matidia100 e a Plotina101, in particolare nell’area centro settentrionale della penisola, da Ariminum a Pollentia, da Forum Sempronii a Brixia, da Verona a Sassina, a Comum: una tale difusione delle testimonianze in termini sia numerici che geograici non può essere attribuita

mitilla et les dédicaces grecques et latines, in Latomus, 21, 1962, pp. 49-98, nel prendere in esame un frammento di epistilio rinvenuto a Ferentum recante in lettere bronzee una parte del nome di Domitilla (AE 1962, 272: [Divae? Flaviae?] Domitil[lae Aug(ustae)?]), si esprime a favore della iglia (pp. 50-51 e 57), come, seguendo Clauss 1999, pp. 123 e 417 nt. 127, fa Zaccaria 2008, p. 237 nt. 51. Non prende posizione in merito Bassignano 2013, p. 142 nr. 2. Alla moglie di Vespasiano G. Alföldy attribuisce l’iscrizione CIL, VI 40452 (ad nr.) ove la donna appare non ancora Augusta e Diva, poiché incisa quando ancora l’imperatore era in vita; per questo documento epigraico vd. anche Rosso 2007, pp. 131-133, la quale sottolinea come ogni perplessità permanga sull’identiicazione di Diva Domitilla proprio perché si tratta, come osserva alle pp. 143-146, di un “ fantôme dynastique”, una sorta di legittimazione retroattiva rispetto alla dinastia giulio-claudia, atta a favorire una futura consecratio di Domiziano. Per una nuova interpretazione del passo di Svetonio in cui si fa menzione della moglie di Vespasiano quale delicata del cavaliere Statilius Capella di Sabratha, vd. V. La Monaca, Flavia Domitilla as delicata: a new interpretation of Suetonius, Vesp. 3, in AncSoc, 43, 2013, pp. 191-212 (la studiosa, in base alla documentazione anche epigraica sui delicati, suppone che Domitilla sia stata iglia illegittima di Statilius Capella e pone sotto diversa luce la igura e il ruolo di Flavius Liberalis). 97 PIR2 F 426 e PFOS 371. Per la sua data di morte, alla ine dell’anno 89, non essendo più menzionata nei Commentarii dei fratres Arvales nel corso dei vota del 3 gennaio del 90, vd. M.P. Vinson, Domitia Longina, Iulia Titi and the literary tradition, in Historia, 38, 1989, pp. 435 e 436 e M.J. Hidalgo de la Vega, Esposas, hijas y madres imperiales: el poder de la legitimidad dinastica, in Latomus, 62, 2003, pp. 68-69. 98 Nei versi di Mart. 9. 1. 6-7 appare l’immagine di una matrona che ofre incenso per lei presso il Templum Gentis Flaviae: dum voce supplex dumque ture placabit / matrona divae dulce Iuliae numen: / manebit altum Flaviae decus gentis… 99 Sulla consecratio della sorella di Traiano, da collocare qualche tempo dopo il 29 agosto del 112, giorno della sua morte, secondo l’interpretazione data del passo dei Fasti Ostienses (fr. J, rr. 39-41) proposta da E. Bickermann, Diva Augusta Marciana, cit., supra, nt. 88, pp. 362-376 = Id., pp. 543557, quindi non prima del 3 settembre, quando ebbe il funus censorium (Fast.Ost., fr. J rr. 41-43). 100 Su Salonia Matidia, nipote di Traiano e suocera di Adriano, recentemente, e con ampia precedente bibliograia, S. Gualerzi, Una matrona sul conine: Matidia Maggiore, in L. Hernandez Guerra (a cura di), La Hispania de los Antoninos (98-180). Actas del II Congreso Internacional de Historia Antigua, Valladolid 10-12 noviembre 2004, Valladolid 2005, pp. 213-234. 101 Da ultimo per Pompeia Plotina vd. C. de la Rosa, Pompeia Plotina, una emperatriz de la epoca de los Antoninos, in L. Hernandez Guerra (a cura di), La Hispania de los Antoninos cit., supra, nt. 100, pp. 203-212. 37

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solo alla casualità dei rinvenimenti. Del resto la pietas di Adriano trovava in quegli stessi anni espressione nella realizzazione a Roma in Campo Marzio del complesso monumentale del templum Matidiae, aiancato dai due corpi di fabbrica porticati, nei quali si può forse riconoscere la basilica Matidiae et Marcianae ricordata nei Cataloghi Regionari102. Se vediamo Matidia103 e soprattutto Plotina104, divae rispettivamente dal 119 e dal 123, avere un numero di addette al loro culto maggiore rispetto a Sabina (nrr. 40 e 69), motivazioni non mancano: in primo luogo Adriano non sopravvisse a lungo a sua moglie e poi la memoria di Sabina venne presto ad essere ofuscata da Faustina, morta poco più di due anni dopo l’ascesa al trono di Antonino Pio, sul inire dell’ottobre del 140105, e subito divinizzata. Nel passo dell’Historia Augusta106, in cui si fa riferimento a quanto decretato dal senato in suo onore, vengono menzionate laminicae. È pur vero che si tratta di un contesto urbano, dal momento che si ricorda il tempio eretto per la coppia di Augusti divinizzati che ancora oggi si erge nel Foro Romano107 e si fa menzione di ludi circenses e di statue da collocarsi nella Città, ma l’uso del plurale del termine laminica fa preferire qui un riferimento all’istituzione di sacerdotesse locali108 per la nuova diva: nell’Urbe non sono mai attestate laminiche per le donne della domus imperiale. 102

F. De Caprariis, Matidia, templum, in Lex. Top. Urbis Romae III, Roma 1996, p. 233; E. Rodriguez Almeida, Basilica Marcianae, Basilica Matidiae, ibidem I, Roma 1993, p. 182. Vd. anche D. Kienast, Zur Baupolitik Hadrians in Rom, in Chiron, 10, 1980, p. 395-396. Per il culto comune delle due donne, madre e iglia, appare elemento signiicativo il fatto che a Matidia venne conferito il titolo di Augusta in concomitanza con la morte e la consecratio della madre (Fasti Ostienses tav. J, rr. 39-41, vd. Vidman, Fasti, cit., supra, nt. 89, pp. 48 e 107 e Bargagli – Grosso, Fasti, cit., supra, nt. 89, pp. 37 e 38). 103 Per la consecratio ricordata nei commentarii degli Arvali al 23 dicembre del 119, vd. Scheid 1990, pp. 423-424 (dove è indicato l’anno 120, non il 119); cfr. Id., Commentarii, cit., supra, nt. 85, pp. 210 e 212. 104 Per Plotina l’Historia Augusta (v. Hadr. 12. 2) ricorda la costruzione di una basilica in suo onore a Nemausus, luogo del quale era probabilmente originaria la famiglia dell’imperatrice; per il luogo in cui l’imperatrice venne venerata in Roma insieme al marito vd. P. Baldassarri, Alla ricerca del tempio perduto: indagini archeologiche a Palazzo Valentini e il templum divi Traiani et divae Plotinae, in ArchCl, 64, 2013, pp. 371-481. 105 L. Vidman, Fasti, cit., supra, nt. 89, pp. 49-50 e 121-122, tav. Oc rr. 11-15; cfr. Bargagli – Grosso, Fasti, cit., supra, nt. 89, p. 45, in cui si menzionano la morte, l’apoteosi e l’edizione di ludi circenses per celebrarla. Nella tav. S alle rr. 3-5, da datare agli anni 141-142 si ricorda la dedicatio a un anno dalla morte di Faustina di un’ara alla Concordia dei due coniugi, con le relative statue, nella colonia ostiense (vd. scheda nr. 11 della laminica Egnatia Aescennia Procula con nt. 87). 106 SHA v. Pii 6. 7: Tertio anno imperii sui Faustinam uxorem perdidit, quae a senatu consecrata est delatis circensibus atque templo et laminicis et statuis aureis atque argenteis, cum etiam ipse hoc concesserit, ut imago eius cunctis circensibus poneretur. Per il passo dell’HA, che con v. Pii 8. 1 (in relazione alla fondazione alimentaria delle puellae Faustinianae) appare dipendente da una buona fonte, probabilmente Mario Massimo, vd. H.G. Pfaum, Les imperatrices de l’époque des Antonins dans l’Histoire Auguste, in Bonner Historia-Augusta-Colloquium 1979/1981, Bonn 1983, p. 247.  107 A. Cassatella, Antoninus, divus et Faustina, diva aedes, templum, in Lex. Top. Urbis Romae I, Roma 1993, pp. 46-47. 108 Vd. E. Wallinger, Die Frauen in der Historia Augusta, Wien 1990, pp. 33-35. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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Il periodo in cui Antonino Pio fu al potere vide certamente difondersi ampiamente il culto locale non solo per la moglie, ma anche per la iglia Faustina (minor), Augusta dalla ine dell’anno 147, con la nascita della primogenita avuta da Marco Aurelio109. La vediamo, infatti, menzionata quale iglia dell’imperatore ancora in vita nella denominazione del laminato di Neratia Betitia Procilla ad Aeclanum (nr. 17) e forse il suo nome è sotteso nella denominazione di sacerdos Augustae di Numisia Secunda Sabina (nr. 31). Quando, all’inizio dell’estate del 176, anche Faustina minore morì, le furono conferiti gli stessi onori decretati per la madre, come ricorda Cassio Dione110; e, quasi rispondendo a tale identità di conferimento, è interessante notare come le due sacerdotesse inora note addette con certezza al culto della diva Faustina minore, l’una a Mediolanum (nr. 68), l’altra ad Augusta Taurinorum (nr. 47), lo siano state anche della madre. L’identità onomastica delle due donne ha ingenerato incertezza di attribuzione all’una o all’altra delle laminicae o sacerdotes divae Faustinae documentate ad Aquileia (nr. 48), a Fabrateria vetus (nr. 5), a Ostia (nr. 11) e forse a Vibo (nr. 22), se qui è da integrare tale nome111. Ma dal momento che in più di un caso per evitare confusione si precisa nel testo di quale delle due donne si tratti e poiché la madre deve essere stata oggetto di un culto intenso nel corso del ventennio di regno di Antonino Pio, in mancanza di ogni speciicazione appare opportuno riconoscere in tali sacerdotesse delle addette a Faustina maggiore. Per quanto riguarda l’età dei Severi, diicilmente nell’espressione sacerdos Augustae et patriae si sarà indicato che Cassia Cornelia Prisca era addetta al culto di Iulia Domna (nr. 7); il documento, infatti, dovrebbe datarsi dopo la morte, avvenuta nel 217, della madre di Caracalla, che nella denominazione della sacerdotessa non è indicata quale diva. Per ragioni prosopograiche e paleograiche invece si può accogliere la proposta che vede nell’Augusta, al cui culto Arrenia Felicissima era addetta in Herdonia (nr. 18) e il cui nome è stato eraso, Iulia (Avita) Mamaea. In tal caso questa sarebbe l’ultima imperatrice in ordine di tempo, il cui nome è indicato espressamente nella denominazione di una laminica, almeno tra quelle inora note.

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Precisamente dall’1 dicembre del 147, cfr. Vidman, Fasti, cit., supra, nt. 89, tav. Pb, r. 15, pp. 51 e 128 e Bargagli – Grosso, Fasti, cit., supra, nt. 89, pp. 47-48. 110 Dio 72. 31. 1; vd. anche SHA v. Marc. 26. 4-9 e Wallinger, Frauen, cit., supra, nt. 108, pp. 44-56; per il tempio a lei dedicato vd. Palombi 2013, pp. 138-139 con precedente bibliograia sull’argomento. Sulla tradizione (SHA v. Carac. 11. 7) relativa all’abolizione del culto di Faustina minore da parte di Caracalla, vd. Wallinger, Frauen, cit., supra, nt. 108, pp. 60-62. 111 Non vi è incertezza per quanto riguarda la sacerdos divae Faustinae di Falerio (nr. 29), poiché, essendo nel testo epigraico Antonino Pio menzionato come ancora in vita, non può trattarsi che della madre.

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Maria Grazia Granino Cecere

Reclutamento Lo studio prosopograico relativo a ogni sacerdotessa ha consentito d’inquadrare, ove possibile, ciascuna di loro nell’ambito sociale in cui visse e, nell’esame dei legami parentali individuabili, di riconoscerne spesso la condizione sia sociale che economica. Il sacerdozio connesso al culto imperiale costituiva una delle poche occasioni per una donna di uscire dalla sfera domestica nella quale era coninata, di partecipare attivamente alla vita pubblica nelle occasioni in cui si celebravano iniziative o ricorrenze connesse alla domus imperiale e in particolare alla sua componente femminile. Perciò il laminato femminile era particolarmente ambito e riservato, come del resto quello maschile, ai membri delle famiglie più in vista della comunità cittadina, non solo nell’ambito della realtà municipale, ma anche nella sfera più ampia degli appartenenti agli ordini senatorio ed equestre, sia che fossero originari della città, sia che in essa e nel suo territorio avessero proprietà o interessi economici. Nei piccoli centri non erano molte le famiglie importanti e per questo troviamo più di un componente nell’ambito di alcune di queste che ha rivestito un sacerdozio connesso con il culto imperiale. Ciò consente di ammettere in alcuni casi una sorta di ereditarietà del sacerdozio, come del resto si veriicava nella comunità cittadina sia per le magistrature che per altre cariche o funzioni, quali, ad esempio, il patronato. Quale attestazione del moltiplicarsi in una medesima realtà familiare delle funzioni sacerdotali connesse al culto imperiale (i numerosi casi sono evidenziati in grassetto nella Tabella 3), vediamo ad esempio ad Albingaunum la presenza di un uomo, lamen Augusti, che cura il sepolcro anche per sua madre e per sua moglie, entrambe laminicae divae Augustae (nrr. 43 e 44), e a Novaria Albucia Candida e suo marito rivestire il laminato per più divae e divi (nr. 69). Quanto poi a una testimonianza puntuale per ciò che riguarda l’ereditarietà del laminato femminile, sarà suiciente osservare il caso di Gabbia [Tertulla?] (nr. 19) e di sua nipote Coelia Tertulla (nr. 20) a Larinum. Prendendo in esame la condizione sociale delle settantuno sacerdotesse inora note, possiamo osservare come, in base ai dati inora in nostro possesso, almeno il 25% sia costituito da appartenenti ai due più elevati ordini sociali e ca. un altro 19% appartenga a famiglie che vedevano tra i loro membri magistrati municipali: ciò può mostrare in modo analitico la Tabella 3. Eppure non sono da dimenticare i casi, seppur rari, in cui è certa o si può ipotizzare una condizione libertina, come per Vibidia Saturnina (nr. 8) e, forse, per Metilia Tertullina (nr. 45), in ogni caso moglie di un liberto; e non possiamo escludere che fosse un liberto anche il marito di Cetrania P. f. Severina (nr. 34). Diicile ammettere in questi casi che il conferimento del laminato sia stato determinato da una mancanza di candidate, come Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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ne Spickermann per le Gallie112. Almeno per Saturnina e per Severina, per le quali i documenti disponibili sono più espliciti, la concessione del privilegio appare l’incentivo per rendere fattiva la promessa di un gesto di eccezionale generosità verso la città e i suoi abitanti, se questa non si era manifestata in precedenza in altro modo113. Come osserva Burnand114, sebbene nell’ambito di una realtà provinciale, per almeno due laminiche, l’una di Lugdunum e l’altra di Nemausus115, iglie di liberti, e per altre sacerdotesse spose di seviri augustali116, molto probabilmente di status libertino, si tratta di individui che agiscono tutti in un contesto socio-economico di solida ricchezza. TABELLA 3 STATUS E CONTESTO SOCIALE

Nome e nr.

Centro antico

Antonia Picentina, nr. 29

Falerio

Appia - - -, nr. 42

Albingaunum

Arria Plaria Vera Priscilla, nr. 32 Cassia Cornelia Prisca, nr. 7

Pisaurum Formiae

Claudia Fadilla, nr. 1

Allifae

Plaria Vera, nr. 10

Ostia

Postumia Paulla Avidia Procula Rutilia Proba, nr. 53

Brixia

[- - -]na [- - -Re]stituti uxor, nr. 47

Pollentia

Asconia Augurini uxor, nr. 54

Patavium

112

Status Datazione Ordine senatorio c(larissima) f(emina), 141-161 moglie di un praetorius c.f., moglie di un I, ine-II, inizi proconsul c.f., moglie di un consul II, 1a metà c.f., moglie cos a. 199 Auidius Fronto c.f. per adozione o matrimonio c.f., moglie di un equestre, lamen Romae et Augusti, e madre di senatori molto probabilmente da identiicare con PFOS 650, iglia e moglie di senatori c.f., moglie di un consul designatus Tra ordine senatorio e ordine equestre sorella di un sommo magistrato locale e praef. fabrum, moglie di un cavaliere o di un senatore

III, 3° decennio III, decenni iniziali

II, inizi

II, ine-III, inizi

II, 4° quarto

I, ultimo decennio

Spickermann, Priesterinnen, cit., supra, nt. 27, pp. 227-228. Del resto anche Hemerlijk 2005, p. 160 per un ambito più vasto, l’intera area occidentale dell’Impero, ritiene che il conferimento del sacerdozio a donne iglie e mogli di liberti sia stato determinato da eccezionali atti di liberalità ad opera delle donne stesse o dei loro familiari e non da mancanza di candidate. 114 Y. Burnand, De la servitude au laminat: quelques cas de promotion sociale en Gaule romaine, in E. Frézouls (a cura di), La mobilité sociale dans le monde romaine. Actes du colloque organisé à Strasbourg (novembre 1988), Strasbourg 1992, pp. 203-213. 115 Si tratta di Iulia Helias (CIL, XIII 2181) e di Attia Patercla (AE 1982, 680), laminica perpetua gratuita decreto ordinis sanctissimi, il cui padre aveva donato al collegio dei seviri trecentomila sesterzi per la celebrazione in perpetuo dei ludi sevirali. 116 Vd. ad es. CIL, XII 1363 e 2244. 113

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Maria Grazia Granino Cecere

Curtia Procilla, nr. 56

Verona

Neratia Betitia Procilla, nr. 17

Aeclanum

madre di un appartenente all’ordine II, 2° quarto equestre o senatorio iglia di un appartenente all’ordine equestre e di una 147-161 clarissima femina (sorella cos. suf. 145, lamen divi Hadriani) Ordine equestre

Albucia Candida, nr. 69

Novaria

Clodia Procilla, nr. 52

Brixia

Clodia Secunda, nr. 50

Brixia

Crittia Priscilla, nr. 14

Aeclanum

Pontia Sabina, nr. 6

Ferentinum

Vibia Marcella, nr. 28

Auximum

Lepidia Procula?, nr. 38

Ariminum

moglie di un procuratore equestre e lamen divorum Vespasiani, Traiani, Hadriani moglie di un appartenente all’ordine equestre (che ebbe anche funus publicum e statua aurata equestre) iglia o sorella di un appartenente all’ordine equestre, pontifex e lamen divi Traiani iglia di un primipilo, poi equestre, magistrato locale e lamen madre di un cavaliere e forse iglia o sorella di cavaliere, lamen moglie di un cavaliere e magistrato municipale forse iglia di un primipilo

II, metà

II, 2° quarto

II, 2° quarto

50-59

II, metà II, metà II, età adrianea

Elite municipale Abeiena Balbina, nr. 33

Pisaurum

Aemilia Aequa, nr. 51

Brixia

Arrenia Felicissima, nr. 18 Herdonia Cantria Longina, nr. 15

Aeclanum

Cantria Paulla, nr. 16

Aeclanum

Coelia Tertulla, nr. 20

Larinum

Cossutia - - -, nr. 48

Aquileia

moglie di un magistrato municipale, qq. connessa con magistrati municipali e lamen divi Aug. iglia di un magistrato municipale (IVvir) moglie di un magistrato municipale (IIvir qq) appartenente alla stessa famiglia di Cantria Longina sua nonna, Gabbia Tertulla, era laminica; donna di rilievo nella comunità larinate appartenente a una gens con magistrati municipali

II, ine II, 2° quarto 222-235? I, ine II, inizi

I, metà

II, decenni centrali

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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Egnatia Aescennia Procula, nr. 11

Ostia

Gabbia [Tertulla?], nr. 19

Larinum

Insteia Polla, nr. 23

Volcei

Vibia Sabina, nr. 12

Pompeii

[- - -]mia Mar[cia?], nr. 43

Albingaunum

[- - -]a Sabina, nr. 44

Albingaunum

Anonima, nr. 11

Ostia

Vibidia Saturnina, nr. 8

Herculaneum

Metilia Tertullina, nr. 45

Albintimilium

moglie di un magistrato locale (honoribus functus) sacerdos divae Augustae, nonna di Coelia Tertulla moglie di un magistrato locale (IIvir e funus publicum) in relazione con magistrati locali (IIvir) madre di un magistrato municipale e lamen moglie? di un magistrato municipale e lamen forse iglia di un magistrato ostiense (se non di un cavaliere) Liberte liberta moglie di un liberto, forse anch’ella liberta o iglia di liberto

II, 2a metà

I, metà

14-37? 14-41 I, ine-II, inizi I, ine-II, inizi

II?

70-79 II, ine- III, inizi

Anche per alcune delle donne sul cui status non si hanno dati certi, si può formulare qualche proposta. Ad es. la polionimia di Latia Auleia Aurina (nr. 21) e di Mania Betutia Pro[- - -] (nr. 70), tanto più se riferibile ancora tra il I e la prima metà del II secolo, quando queste due donne rivestirono il laminato, suggerisce una condizione sociale d’indubbio rilievo. Ciò può dirsi anche per Dendria Polla (nr. 3), appartenente alla stessa gens di un personaggio che nel medesimo centro di Aquinum ebbe l’onore di un locus sepulturae per la moglie concesso dal senato locale. Di certo dovettero appartenere all’élite municipale donne come Cantia Saturnina (nr. 39) o Calventia Marcellina (nr. 68), poiché fu loro riservato l’onore del sacerdozio imperiale rispettivamente in due centri diversi per una stessa Augusta o di più imperatrici molto probabilmente nello stesso centro; così anche Numisia Secunda Sabina (nr. 31), la cui muniicentia le aveva fatto ottenere anche il titolo di mater municipii et coloniae. Vi sono inine delle donne delle quali, se nulla può dirsi della condizione sociale, si ha però certezza di una prospera condizione economica: sono queste Flavia Kara Gentia di Anagnia (nr. 2), il cui padre è onorato come lei con una statua, di cui resta la base con l’iscrizione, che ne celebra la muniicentia insignis, e [- - -] Quinta[- - -] (nr. 22) e [- - -] Secunda Aspri uxor (nr. 66), che rispettivamente a Vibo e a Forum Vibii Caburrum fecero dono ai loro concittadini di opere di pubblica utilità. La risposta d’obbligo al conferimento del sacerdozio è il versamento della summa honoraria, della quale si fa menzione nelle fonti solo se ben più ampia di quanto dovuto o se ha dato luogo alla realizzazione di 43

Maria Grazia Granino Cecere

una struttura di costi certamente più elevati rispetto alla somma da versare nelle casse cittadine. Somma che doveva essere ragguardevole117 e che perciò stesso riservava l’accesso al sacerdozio ai soli abbienti; e che doveva variare da luogo a luogo, nei municipi dell’Italia come in quelli delle province. Tra i documenti esaminati ofrono dei dati in merito quelli riguardanti Cantria Longina (nr. 15) e Vibidia Saturnina (nr. 8). Della prima, infatti, si ricorda nella dedica posta a pubbliche spese per decreto decurionale che ob honorem sacerdotii aveva versato nelle casse di Aeclanum ben cinquantamila sesterzi118. Non sappiamo quanto fosse dovuto di prassi per le più importanti cariche civili del luogo, ma in base a quanto documentato dalle fonti epigraiche, non numerose, in verità, raccolte da Duncan-Jones, nei centri in Italia la somma si aggirava tra i cinquemila e i diecimila sesterzi; anche se per un sacerdozio quale il laminato poteva essere richiesto di più, quanto versato da Longina era certamente frutto di un atto di grande generosità. Non diversamente qualche tempo prima Vibidia Saturnina aveva versato nelle casse ercolanesi ob lamonium e probabilmente per la concessione degli ornamenta decurionalia ad A. Furius Saturninus, marito o iglio che fosse, ben cinquantaquattromila sesterzi. Ma la summa honoraria, come sottolinea la Hermerlijk119, non costituiva che l’inizio di una serie di contributi economici che le laminicae, come i lamines, dovevano versare nel corso del loro uicio: erano certamente chiamati a contribuire alle spese inerenti i banchetti, i giochi, che costituivano parte integrante delle cerimonie connesse al culto imperiale120. Si attendeva da loro un impegno economico signiicativo, se non esclusivo, anche nel realizzare e restaurare sacelli o parti dei luoghi dedicati alle divae, nell’erigere statue o busti delle donne al cui culto erano dedite, come forse vediamo fare a Pinna per la Diva Poppaea dalla sua sacerdotessa (nr. 26). Atti di evergetismo e onori ricevuti Rivestire un ruolo nell’ambito del culto imperiale, uno dei rari ruoli pubblici per una donna, comportava anche il privilegio di poter dare prova di muniicentia, di generosità verso la comunità che aveva conferito il sacerdozio. E l’evergetismo, come è ben noto, era in origine una prerogativa essenzialmente maschile121, per cui le donne che attraverso il ruolo

117

R. Duncan–Jones, he economy of the Roman empire. Quantitative studies, Cambridge 19822, pp. 151-155; la somma sembra superasse quella richiesta per le magistrature civiche come l’edilità o il duovirato (pp. 215-217 nrr. 1310-1327; per Cantria Longina p. 151 e p. 216 nr. 1318); vd. anche Hemelrijk 2005, pp. 158-159. 118 Hemelrijk 2006b, p. 104 e Granino Cecere 2008, pp. 283-284. 119 Hemerlijk 2006b, p. 89. 120 Di certo a loro spese doveva tenersi la cerimonia in occasione del loro insediamento dopo l’elezione, cui fa riferimento, se attendibile, il passo di Tertulliano, De idol. 10. 3 (vd. nt. 38). 121 C. Briand-Ponsart, Autocélébration des femmes dans les provinces d’Afrique: entre privé Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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pubblico loro conferito ottenevano la possibilità di attuarlo, e che spesso appartenevano a famiglie d’indubbia capacità economica, con notevole frequenza si propongono come generose donatrici122. Al centro dei loro interessi appaiono le comunità cittadine: per migliorare la qualità della vita locale le vediamo donare strutture o beni di pubblica utilità, come una piscina e forse una porticus a Forum Vibii Caburrum (nr. 66), una fornitura idrica, in un caso anche da sorgenti che scaturivano nei propri terreni (nr. 42)123, ed ediici che da tali acque erano alimentati (nr. 22); le vediamo ornare con statue il teatro cittadino, come Antonia Picentina a Falerio (nr. 29); decorare un ediicio con colonne e marmi (nr. 12) o qualche luogo della città, come Cantria Paulla, di cui si ricorda il dono di una statua d’argento della Felicitas Aeclani (nr. 16); e ancora curare il restauro di ediici di carattere sacro, come quello dedicato a Iuno Regina ad opera di Gabbia [Tertulla?] a Larinum (nr. 19) o l’aedes Veneris, con l’aggiunta di un pronaum ad Herculaneum ad opera di Vibidia Saturnina, che contribuì anche al rifacimento del locale Capitolium (nr. 8). Forse un sacello potrebbe essere stato realizzato anche da Mania Betutia Pro[- - -] a Ticinum (nr. 70). In numerose occasioni le laminiche distribuiscono denaro o cibo alle diverse componenti la comunità cittadina. Ciò avviene spesso al momento dell’inaugurazione di quanto esse stesse avevano realizzato per la municipalità: perciò Vibidia Saturnina (nr. 8) distribuisce proporzionalmente denaro ai decurioni, agli Augustales, ai concittadini e ai Venerii di Herculaneum in occasione della dedicatio sia del tempio di Venere, di cui aveva curato il restauro e l’erezione ex novo del pronao, sia delle imagines Caesarum, quest’ultimo dono ben rispondente al suo ruolo di sacerdotessa del culto imperiale; secondo una simile progressione quantitativa nella distribuzione di denaro tra le componenti della società locale, almeno tra due, quella degli Augustales e quella dei decuriones, secondo un uso frequentemente attestato, vediamo operare a Vibo Quinta[- - -] (nr. 22), nel momento in cui si uicializza il suo atto evergetico nei confronti dei cittadini; e [- - -]ria Quin[ta?- - -], sacerdos di Pinna (nr. 26) per la dedicatio probabilmente di un’imago della diva Poppaea, cui era dedita, distribuisce, a quanto sembra, denaro ai seviri e alle mulieres. Di particolare interesse si rivela in questo caso l’esplicita menzione delle mulieres nella componente sociale del luogo, segno di un rapporto privilegiato tra la sacerdotessa di una diva o di una Augusta e le donne della città. Realtà che vediamo trovare conferma in un altro et public, in M. Cébeillac-Gervasoni – L. Lamoine – F. Trément (a cura di), Autocélébration des élites locales dans le monde romain. Contexte, textes, images, Clermont-Ferrand 2004, p. 180; Forbis 1993 e 1996. 122 Hemelrijk 2006b e, in particolare per la penisola italica, Granino Cecere 2008, in base alle testimonianze ino ad allora note. 123 Sui i costi notevoli per la realizzazione di acquedotti, vd. R. Duncan-Jones, Economy, cit., supra, nt. 117, pp. 31-32. 45

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momento e in un altro luogo, a Interamna Praetuttianorum. Qui furono appunto le mulieres che si assunsero l’onere economico di erigere una statua voluta dalla comunità in onore di Numisia Secunda Sabina, sacerdos Augustae (nr. 31), la quale, poi, in occasione della dedica, ringraziò con una distribuzione di denaro. Una divisio venne attuata anche a Falerio da Antonia Picentina (nr. 29) tra decuriones e plebs urbana, ma per inaugurare il gruppo di statue con il quale aveva decorato un importante ediicio pubblico, il teatro. In base alla documentazione inora disponibile abbiamo menzione di una sola distribuzione di cibo, quella operata da Vibia Marcella (nr. 28) in occasione della dedica della statua eretta in onore del marito, cavaliere e magistrato municipale, ad Auximum: nel testo epigraico si precisa che fece dono di una cena a tutti i coloni e di un epulum ai residenti. Anche il pagamento di una summa honoraria di gran lunga più elevata rispetto a quanto richiesto di prassi deve essere annoverata tra gli atti di generosità, come testimonia l’agire sia di Cantria Longina che di Vibidia Saturnina (vd. supra e nrr. 15 e 8). Il denaro era non solo elargito in vita, ma anche lasciato alla comunità attraverso legati testamentari124o fondazioni. Esempi di simili iniziative troviamo per Albucia Candida e per Cetrania Severina. La prima (nr. 69) aveva lasciato duecentomila sesterzi per la comunità, somma poi impiegata dal marito, dopo averne chiesto autorizzazione al senato locale, per ristrutturare un ediicio termale distrutto da un incendio nella loro città, Novaria. Cetrania Severina, come si legge nel capitolo del suo testamento riportato sul lato della sua ara funeraria (nr. 34), aveva invece stabilito una fondazione a favore degli importanti collegia municipali dei dendrophori, dei fabri e dei centonarii: con i seimila sesterzi di rendita annuale della somma investita125 si doveva provvedere, in ricorrenza del suo dies natalis, alla distribuzione di olio tra i componenti dei collegia e all’adempimento del suo culto funerario. È evidente, inoltre, che generosi atti di liberalità possiamo sottendere nelle frequenti espressioni di carattere generico e sintetico126, che troviamo nelle iscrizioni onorarie di altre sacerdotesse, quali ob merita eius (nrr. 5, 18, 33, 35, 47), ob muniicentiam (nr. 31), pro splendore muniicentiae (nr. 7), ob amorem erga patriam eximium (nr. 1).

124 Un accenno a tali legata troviamo nell’iscrizione onoraria di Flavia Kara Gentia (nr. 2) ad Anagnia nell’espressione ex legatis populi: da questi i decuriones locali avevano preso il denaro per erigere sia la statua di Gentia, che quella di suo padre. 125 Che doveva essere di ca. 100.000 sesterzi, ammettendo un interesse di ca. il 6%. 126 Sul tema vd. in particolare Forbis 1993, pp. 483-498.

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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TABELLA 4  ATTI EVERGETICI E ONORI CONFERITI

Nome

Centri

Anonima, nr. 12

Ostia

Abeiena Balbina, nr. 33 Aemilia Aequa, nr. 51

Albucia Candida, nr. 69

Antonia Picentina, nr. 29

[A]ppia - - -, nr. 42

Pisaurum

ob merita eorum (di lei e del marito)

Novaria

C. Valerius Pansa… balineum quod vi consumptus fuerat, ampliatis solo et operibus intra biennium pecunia sua restituit et dedicavit, in quod opus legata quoque rei p(ublicae) testamento Albuciae Candidae uxoris suae HS CC ((milia)) consensu ordinis amplius erogavit.

Falerio

..statuas quas ad exo[rnan]dum theatrum promi[serat Fa]leriensibus posuit et [in dedic(atione)] decurionibus, plebi urbanae div[isionem] dedit.

Albingaunum

Herdonia

Arria Plaria Vera Priscilla, nr. 32

Pisaurum

Avidia Tertullia, nr. 35

Sentinum

Cantia Saturnina, nr. 39

Ariminum

Onori conferiti*

Dedicanti

[- - -marmorib?]us et column[is- - -]

Brixia

Arrenia Felicissima, nr. 18

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Atti evergetici

statua* anno quinquennalitatis Petini Apri mariti eius

plebs urbana Pisaurensium L.d.d.d.

statua

collegium centonariorum

statua

collegium iuvenum L.d.d.d.

statua

d(ecreto) d(ecurionum) publice

statua?

ordo VIviralium

statua?

d(ecreto) d(ecurionum) publice

..aq[u]am ex [fonti] bus sui[s- - -] I+[- - -]+EN[- - -] lacibus [- - -] ob merita eius

ob merita eius

Maria Grazia Granino Cecere

Aeclanum

haec ob honorem sacerd(otii) HS L ((milia)) n(ummum) statua r(ei) p(ublicae) d(edit)

p(ublice) d(ecreto) d(ecurionum)

Aeclanum

haec argenteam statuam Felicitatis Aeclani dedit

statua

p(ublice) d(ecreto) d(ecurionum)

Cassia Cornelia Formiae Prisca, nr. 7

pro splendore muniicentiae eius

statua

Formiani publice

Cetrania Sassina Severina, nr. 34

Caput ex testamento: collegi(is) dendropho/rorum, fabrum, cento/nariorum munic(ipii) Sassi(natis) / HS sena milia n(ummum) dari/ volo, ideiq(ue) vestrae col/legiali committo, uti / ex reditu HS quatern(um) m(ilium)/ n(ummum) omnibus annis prid(ie) / Idus Iun(ias) die natalis / mei oleum singulis / vobis dividatur et / ex reditu HS binum / milium n(ummum) Manes / meos colatis

Claudia Fadilla, Allifae nr. 1

ob amorem erga patriam eximium eius

statua

Augustales p(ecunia) p(ublica)

Clodia Brixia Secunda, nr. 50

statua

collegia fabrorum et centonariorum

Cossutia - - -, nr. 48

Iader

statua

Aquileienses publice

Curtia Procilla, nr. 56

Verona

statua

d(ecurionum) d(ecreto)

Curtilia Priscilla, nr. 36

Suasa

statua

ordo VIviralium

Dentria Polla, nr. 3

Aquinum

statua post mortem

d(ecreto) d(ecurionum)

Flavia Kara Gentia, nr. 2

Anagnia

statua (in honorem patris eius)

senatus populusque Anagninus ex legatis populi

Cantria Longina, nr. 15

Cantria Paulla, nr. 16

(muniicentia insignis del padre)

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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[aedem? Iuno]nis Reginae [vetustate? co]llapsam .....[reici]unda[m- - -

Gabbia [Tertulla?], nr. 19

Larinum

Lepidia Procula, nr. 38

Ariminum

Mania Betutia Pro[- -], nr. 70

Ticinum

architrave di un sacello?

Interamna Praetuttianorum

ob muniicentiam; o[b cuius] dedica[tionem] sin[gul]is HS IIII n[ummos d]edit.

Numisia Secunda Sabina, nr. 31

statua

d(ecreto) d(ecurionum) p(ublice), pecunia ab ea remissa

statua (primae omnium)

plebs Praetuttiana, mulierum aere collato L.d.d.d.

Pompeia Catulla, nr. 9

Minturnae

statua

d(ecreto) d(ecurionum), remissa pecunia publica (dal iglio)

Pompeia Phoebe, nr. 4

Casinum

statua?

d(ecreto) d(ecurionum)

Postumia Paulla Avidia Procula Rutilia Proba, nr. 53

Brixia

statua

d(ecreto) d(ecurionum)

statua (post mortem?)

decuriones, aere collato

Vibo

[balineum? nymphaeum?- - -] exornatum pop[ulo dedit? - - - im]pensa sua et aqua in id pe[rducta; cuius? ob dedic(ationem)? decuri]onibus sing(ulis) HS VIII n(ummum), August[alibus sing(ulis) HS - - n(ummum) d(edit)]

[- - -]ria Quin[ta?], nr. 26

Pinna

[- - -se]viris et mulieribu[s- - -] (distribuzione forse in occasione della dedica di un busto della diva Poppea)

Saenia Balbilla, nr. 5

Fabrateria Vetus

ob merita eius

[- - -]a Secunda Aspri (uxor), nr. 66

Forum Vibii Caburrum

[portic?]um et piscinam solo suo [muni]cipibus suis dedit

[- - -] Quinta, nr. 22

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Maria Grazia Granino Cecere

Septicia Marcellina, nr. 71 Venn[ia?] Marce[llina], nr. 46

Vibia Marcella, nr. 28

Vibidia Saturnina, nr. 8

Vercellae

Pollentia

Auximum

Herculaneum

statua

d(ecreto) d(ecurionum)

statua

remissa [pec(unia) publ(ica)?]; d(ecreto) d(ecurionum)

statua

collegium dendrophorum Pollentinorum L.d.d.d.

in dedic(atione) statuae (del marito) cenam colon(is) et epul(um) pop(ulo) ded(it) aedem Ven[eris vetustate corr]uptam [imp]ensa sua refectam adornaverunt, pronaio a solo fa[ct]o; id[em HS- - 3c. – in Capit]olio refec[tio]ne(m) contulerunt et amplius HS LIIII ((milia)) reip(ublicae) dederunt …dedicatione imaginum Caesarum [e]t aedis V[eneris] decurionibus et Augustalibus HS XX et munic[ipibus HS - - - et] Veneriis HS IIII dederunt.

[- - -]na [- - - Re]stituti (uxor), nr. 47

Pollentia

ob insignia eius merita

* È usato il corsivo per il termine statua quando non è presente nel testo epigraico, ma è desumibile dal supporto.

La risposta di gran lunga più frequente agli atti di generosità verso la comunità cittadina o verso singole associazioni è l’erezione di una statua in onore della generosa benefattrice. La dedica della statua poteva avvenire anche post mortem, come per Dentria Polla (nr. 3) ad Aquinum; e non si può escludere che ciò si sia veriicato pure per Saenia Balbilla (nr. 5), come sembra suggerire la presenza dell’urceus e della patera sui due lati della base. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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Le iscrizioni incise sul supporto destinato a sostenere la statua rivelano non solo le motivazioni dell’iniziativa, benché talvolta espresse in modo generico, ma anche, e soprattutto, i dedicanti, ovvero i beneicati. Tra i 25 testi in cui se ne fa menzione, l’iniziativa da parte dei decuriones, a nome evidentemente della comunità cittadina, si palesa ben 12 volte, nell’espressione d(ecurionum) d(ecreto). In altri 5 documenti la comunità trova espressione nell’etnico, per cui vediamo i Formiani dedicare una statua a Cassia Cornelia Prisca (nr. 7), o gli Aquileienses a Cossutia (nr. 48); o, in formula più ampia, è per volontà del senatus populusque Anagninus che viene onorata Flavia Kara Gentia (nr. 2), della plebs urbana Pisaurensis la laminica Abeiena Balbina (nr. 33) e della plebs Praetuttiana la sacerdos Augustae Numisia Secunda Sabina (nr. 31)127. Non sono molte, ma signiicative, le dediche da parte di diverse, singole componenti della comunità cittadina: vediamo gli Augustales di Allifae onorare Claudia Fadilla (nr. 1) e l’ordo sevirum (Augustalium) a Sentinum e a Suasa erigere statue per Avidia Tertullia (nr. 35) e per Curtilia Priscilla (nr. 36); e poi le associazioni, quella dei iuvenes a Herdonia per Arrenia Felicissima (nr. 18) e quelle professionali, i collegia dei dendrophori a Pollentia per la moglie di un console designato (nr. 47), dei centonarii a Brixia per Aemilia Aequa (nr. 51), e, unito a quello dei fabri nella stessa città, per Clodia Secunda (nr. 50). I rapporti che tali dediche rivelano fanno intendere quale fosse il coinvolgimento delle onorate, o meglio delle rispettive famiglie di appartenenza, nella vita sociale ed economica della città. Funzioni e luoghi di culto Non abbiamo a disposizione fonti esplicite sulle funzioni che le laminiche municipali svolgevano, per cui possiamo solo desumere da indicazioni indirette quali fossero le manifestazioni e le modalità del culto nelle quali esse potessero avere un ruolo attivo o alle quali semplicemente partecipare. In mancanza di regole precise imposte dal potere centrale, il culto imperiale veniva ad assumere connotazioni diverse nei diversi luoghi. Essendo questo essenzialmente un culto delle istituzioni, la sua celebrazione era aidata alle autorità locali, ai magistrati e appunto a lamines e laminicae, che operavano a nome dei concittadini nelle occasioni stabilite dalla stessa comunità. Del resto non è neppure detto che il culto imperiale avesse luogo in tutte le realtà municipali dell’Italia romana. Si può anche ammettere che, 127

Per quanto riguarda le fonti di inanziamento delle statue onorarie le iscrizioni rivelano che in 7 casi erano state erette publice; in tre occasioni la diretta interessata o un familiare aveva provveduto a rifondere la spesa nella cassa cittadina (nrr. 9, 38, 46); in altri due casi erano state realizzate aere collato (nr. 5) o mulierum ex aere collato (nr. 31); in un altro ex legatis populo (nr. 2), ovvero dai lasciti testamentari dei cittadini, che evidentemente spettava ai decurioni gestire. 51

Maria Grazia Granino Cecere

se la presenza di laminicae assicura, nei centri nei quali è documentata, l’esistenza del laminato maschile, non è possibile afermare l’inverso, ovvero che ovunque fossero lamines vi fossero anche speciiche igure addette al culto delle donne della casa imperiale. Quali fossero le occasioni nelle quali le laminiche svolgevano le loro funzioni possiamo desumerlo indirettamente dalle festività e dagli anniversari ricordati per gli Augusti e per i divi nei fasti municipali128, forse nei ferialia come quello Cumanum129, in qualche rara iscrizione municipale, che attesti una celebrazione locale di un evento relativo alla casa imperiale130 oppure in relazione ad alcuni servizi religiosi previsti in Roma documentati dai commentarii dei Fratelli Arvali. Dobbiamo supporre che dell’Augusta regnante si celebrassero il dies natalis, forse l’anniversario del matrimonio e le nascite dei igli, così come per le divae almeno il dies consecrationis131; oltre a tali festività, ricorrenti e comuni in quasi in ogni luogo, celebrazioni solo a livello locale dovevano tenersi, invece, in occasione di dediche di templi, di altari, di statue di culto di donne della domus imperiale132, spesso dono muniico o restaurati dalle stesse sacerdotesse.133 Queste inoltre potevano assistere alle celebrazioni locali per gli Augusti ormai divi e soprattutto per l’imperatore regnante: di questo potevano essere festeggiati anche il dies imperii o altri eventi importanti, quali ad es. l’esito positivo di imprese militari, o momenti signiicativi della vita, come la presa della toga virilis, l’adozione, e così via. Ad inizio d’anno inol-

128

Vd. Fishwick 1991, pp. 490-492, che ne propone ampia esempliicazione. A. Degrassi, Inscriptiones Italiae. vol. XIII. - Fasti et elogia. Fasc. II - Fasti anni Numani et Iuliani, Roma 1963, pp. 278-280 di età tardo augustea, per cui necessariamente non prevede alcuna festività relativa a donne della domus imperiale. Sulle caratteristiche dei ferialia e in particolare sul feriale Cumanum, vd. J. Rüpke, Kalender und Ofentlickeit. Die Geschichte der Repräsentation und religiösen Qualiication von Zeit in Rom, Berlin - New York 1995, pp. 527-528. Caratteristica dei ferialia è la loro speciicità: non ve ne è nessuno uguale ad un altro. Per quanto riguarda il feriale Cumanum è da notare che non si tratta necessariamente di un documento relativo al culto pubblico (come sembra ritenere Fishwick 1991, pp. 490 e 510), dal momento che potrebbe riferirsi anche a una struttura associativa locale (vd. infra, p. 171). 130 Per quanto ne sappia l’unico documento epigraico che ricordi la celebrazione del dies natalis di Livia in una realtà municipale della penisola è un frammento di fasti del locale collegio dei seviri e seviri Augustales di Trebula Sufenas (CIL, VI 29681; cfr. M.G. Granino Cecere, in Suppl. It. 4, Roma 1988, pp. 175-178 nr. 42 e M. Buonocore, Epigraia Aniteatrale dell’Occidente Romano. III. Regiones Italiae II-V, Sicilia, Sardinia et Corsica, Roma 1992, pp. 46-47 nr. 23). È da precisare che tale celebrazione non è da riferire all’anno 108, come abitualmente detto (Fishwick 1991, p. 491 nt. 103 o Barret, Livia, cit., supra, nt. 84, p. 223), ma all’anno 23 d.C. Per l’occasione i quattuor primi del collegio ofrirono a loro spese una cena ai decurioni e agli Augustales. 131 Fishwick 1991, pp. 490-590; Hemelrijk 2007, p. 327. 132 P. Herz, Kaiserfeste der Prinzipatzeit, in ANRW II, 16. 2 (1978), pp. 1147-1200. 133 Come forse nel caso della dedica del busto (?) della diva Poppaea da parte della sua laminica nel centro di Pinna (nr. 26) o di un sacello realizzato da Mania Betutia a Ticinum (nr. 70). 129

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tre la cerimonia relativa ai vota salutis doveva coinvolgere magistrati e sacerdoti di Augusti e Augustae134. Anche sulle modalità del culto le fonti non ofrono alcun dato certo. Possiamo immaginare la partecipazione attiva delle laminiche a riti che prevedevano processioni, con trasporto di ritratti, o altri simboli dell’imperatrice135, cura delle statue delle donne della domus imperiale136, supplicationes137, oferte d’incenso presso il tempio, l’ara o la statua dell’Augusta o diva138; così possiamo ammettere la loro presenza nel corso dei sacriici oiciati per il culto imperiale a nome della comunità cittadina139, nei ludi 134 Sulla nuncupatio votorum del 3 di gennaio, vd. A. Degrassi, Inscriptiones Italiae. vol. XIII. – Fasti et elogia. Fasc. II- Fasti anni Numani et Iuliani, Roma 1963, p. 391; in particolare per quelli pronunciati dai Fratelli Arvali, Scheid, Quando fare è credere, cit., supra, nt. 66, pp. 10-11 e 261-263. 135 Per le processioni con trasporto delle immagini imperiali, Fishwick 1991, pp. 550556 e Id. 2004, pp. 268-282 in ambito provinciale; statue e simboli degli Augusti e delle Augustae divinizzate (per cui vd. E. La Rocca, I troni dei nuovi dei, in T. Nogales – J. Gonzales (a cura di), Culto imperial. Politica y poder, Roma 2007, pp. 75-104) erano portati nella pompa circensis nell’Urbe (ad es. per Livia, Suet. Claud. 11. 2) e iniziative simili potevano aver luogo nelle manifestazioni locali. Per l’evidenza numismatica di trasporti di divi e divae vd. A.L. Abaecherli, Imperial Symbols on certain Flavian Coins, CPh, 30, 1935, 130-140. 136 Per il culto delle imagines degli imperatori, vd. Fishwick 1991, pp. 532-540, anche in ambito privato. 137 Supplicationes per le divae ad es. erano previste per il loro dies natalis nel Feriale Duranum (vd. R. Fink – A.S. Hoey – W.F. Snyder, he Feriale Duranum, in YClS, 7, 1940, pp. 187-193; G. Bonamente, Il canone dei divi e l’Historia Augusta, in G. Bonamente – N. Duval, Historiae Augustae Colloquium Parisinum, Macerata 1991, p. 75). 138 Valga in tal senso la statua di sacerdotessa d’età neroniana rinvenuta nel macellum di Pompei, recante appunto nella mano sinistra un contenitore con grani d’incenso (ig. 1), vd. R. Bonifacio, Ritratti romani da Pompei, Roma 1997, pp. 53-56 nr. 12 tav. XIII, con bibliograia precedente. Sui numerosi tentativi d’identiicazione della donna, ora come esponente dell’aristocrazia locale, vd. S. Adamo Muscettola, I Nigidi Mai di Pompei: far politica tra l’età neroniana e l’età lavia, in RIA, 14-15, 1991-1992, pp. 193-218, ora come appartenente alla domus imperiale, vd. A. Small, he shrine of the imperial family in the Macellum at Pompeii, in A. Small, Subject and ruler: the cult of the ruling power in classical antiquity, Ann Arbor 1996, JRA Suppl. 17, pp. 115-136 con Appendice a cura di M. Kozakiewicz, he headgear of the female statue, alle pp. 137-141. 139 Sacriici animali, anche per il loro notevole costo, dovevano essere molto limitati in ambito municipale, come suggerisce Fishwick 1991, p. 509, riservati perciò solo alle festività di maggior rilievo e naturalmente solo agli imperatori (vd. Feriale Cumanum, supra, nt. 129, in cui alla r. 3 è menzionata una sola immolatio di hostia il 23 settembre per il dies natalis di Augusto (Fishwick 1991, pp. 509-510) e AE 1927, 158, r. 6, da Cuma (cfr. S. Evangelisti, Epigraia Aniteatrale dell’Occidente Romano. VIII. Regio Italiae I, 1: Campania praeter Pompeios, Roma 2011, pp. 78-80 nr. 43 con precedente bibliograia), in cui si ha: [immo]lationes faciant maioribus ex pecu[nia publica], in occasione di una dedica di statue di Tiberio e di Livia. A eventuali sacriici animali in ogni caso non prendevano parte attiva le laminiche. Certamente l’urceus e la patera, strumenti sacriicali presenti sui loro monumenti (vd. la base di Saenia Balbilla nr. 5 e il sarcofago di Octavia Elpidia nr. 62) non possono far riferimento al loro ruolo sacerdotale, come sembra ipotizzare Hemerlijk 2007, p. 326; tanto meno, come la studiosa suppone, la presenza dell’ascia nel sarcofago di Caecilia Aprulla, laminica designata ad Arelate (CIL, XII 690), dal momento che è ben nota la valenza di tale strumento, in particolare nella Gallia Narbonensis: sull’argomento vd. da ultima M.G. Arrigoni Bertini, Il simbolo dell’ascia nella Cisalpina romana, Faenza 2006, in part. p. 46.

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Fig. 1. Sacerdotessa da Pompeii (da P. Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Torino 2006, p. 342, ig. 253).

connessi alle festività140, con la possibilità di assistere in posti riservati in quanto sacerdotesse delle divae o dell’imperatrice vivente. Il culto imperiale viene ad aiancarsi nei singoli centri agli altri culti preesistenti. Con la sua nascita e il suo sviluppo ha bisogno tuttavia di un luogo in cui essere celebrato: presso un ediicio a questo dedicato o anche soltanto presso un altare o una statua, talvolta collocata in un ediicio già in uso. In mancanza di una tipologia speciica, non si hanno a disposizione elementi per individuare con sicurezza luoghi destinati al culto imperiale

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Come ad es. nei ludi previsti per il 13-18 agosto a Forum Clodii (CIL, XI 3303 = ILS 154, cfr. Gasperini 2008). Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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in base alla sola struttura edilizia141. Ma non mancano studi che hanno consentito di riconoscere, attraverso l’apporto di fonti diverse, quali fossero in alcuni centri i luoghi deputati alla celebrazione dei riti per gli imperatori e le donne della domus imperiale. Ambienti e luoghi riferibili al culto imperiale sono stati messi in evidenza da Hänlein-Schäfer142e per alcune aree speciiche dell’Italia romana sono d’interesse studi come quello di Zaccaria per la regio X143, di Paci per la regione adriatica centro meridionale144, di Gasperini per l’Etruria145. Anche la documentazione epigraica relativa alla prosopograia delle laminiche, che segue nel testo, rivela l’esistenza di qualche ediicio dedicato in particolare al culto di donne della domus imperiale, come probabilmente a Ticinum (nr. 70), e presso la statio ad Quintum, sull’asse stradale che da Augusta Taurinorum portava a Segusium (nr. 63). In ogni caso la presenza di laminicae, in taluni casi anche numericamente consistente, come a Brixia, Aeclanum, Ariminum, Ostia, Augusta Taurinorum, non può certo prescindere da un luogo di culto pubblico in cui le sacerdotesse potessero svolgere i loro servizi religiosi. Iconografia Di certo in una società in cui al ruolo corrispondeva rigorosamente l’uso di determinati elementi distintivi dell’abbigliamento, anche la laminica municipale (e non solo quella Dialis o quella provinciale) doveva presentare delle caratteristiche nell’abbigliamento tali da rivelare la sua funzione sacerdotale, almeno nel tempo dedicato alle celebrazioni connesse con il suo uicio. Purtroppo le fonti letterarie disponibili si riferiscono quasi esclusivamente alla laminica Dialis, e tra quelle epigraiche la lex de lamonio provinciae Narbonensis ofre notizie solo in merito alla moglie del lamen provinciae 146. 141 C. Witschel, Zum Problem der Identiizierung von munizipalen Kaiserkultstätten, in Klio, 84, 2002, pp. 114-124 e Zaccaria 2008, p. 220 nt. 2. 142 Hänlein-Schäfer 1985, pp. 128-152, 267-268, 278-280 per quanto riguarda la penisola; per uno studio di carattere generale vd. ad es. H. Jouffroy, La construction publique en Italie et dans l’Afrique romaine, Strasbourg 1986, pp. 81-82 (il quale elenca 27 attestazioni di ediici per il culto imperiale). 143 Zaccaria 2008, pp. 240-257. 144 G. Paci, Il culto imperiale nell’Italia adriatica centro-meridionale, in Histria Antiqua, 4, 1998 [2000], pp. 107-116. 145 Gasperini 2008, nell’appendice alle pp. 126-134. Per uno studio accurato dei luoghi destinati al culto imperiale nel foro di Pompei, riprendendo in esame i contributi precedenti di Gradel e di Fishwick, vd. il recente lavoro di Letta 2003. 146 Per la lex lamonio provinciae Narbonensis (vd. supra, nt. 12) che l’uicio del lamen provinciale e quello di sua moglie fosse chiaramente modellato su quello del lamen Dialis e della laminica Dialis a Roma può desumersi anche dal breve riferimento all’abito che la laminica doveva indossare a seconda delle circostanze: ….uxor la]minis veste alba aut purpurea vestia f[estis diebus… (r. 6).

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Ma forse tali fonti, lette alla luce delle esigue raigurazioni esistenti delle sacerdotesse in esame, consentono di presentare in merito qualche proposta degna di attenzione. Non sappiamo se durante il servizio religioso la laminica municipale indossasse la rica, un piccolo velo di colore rosso e frangiato, utilizzato dalla laminica Dialis, ma in versione cerulea dalle donne in generale, durante le celebrazioni147. Non sembra possano ofrire una risposta in merito le due raigurazioni certe di laminiche municipali, relative inoltre a luoghi e tempi tra loro distanti: quella di Cetrania Severina (nr. 34), sul ianco sinistro del cippo recante la sua iscrizione sepolcrale a Sarsina, databile nella prima metà del II secolo, e quella di Licinia Flavilla, ritratta accanto al marito nel rilievo che decorava il sepolcro di entrambi a Nîmes148, databile ancora in età lavia, come indica l’acconciatura della donna. Della raigurazione di Catia Procula (nr. 67), infatti, nulla suggerisce la sommaria descrizione “cinta da una veste che pare una capa”, se non che la donna era rappresentata a capo coperto e con le braccia aperte, in un gesto di orante. Con il capo coperto dalla palla che avvolge la sua igura avvolta nella stola si presenta anche Cetrania Severina (ig. 2): solo una capsa ai suoi piedi pare alludere al fatto che si tratta di una donna di buon livello socioculturale, autorevole e inluente, cui è stato aidato un ruolo di prestigio149. Purtroppo le precarie condizioni in cui ci è pervenuto il rilievo non consentono di deinire quale oggetto la donna recasse nella mano sinistra, né se sotto la palla che le copre il capo fosse visibile ai lati del collo l’infula tortilis150, simbolo della sacralità del suo ruolo.

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Varro Ling. Lat. 5. 130: Sic rica ab ritu, quod Romano ritu sacriicium feminae cum faciunt, capite velant; Fest. 342 L.: Ricae et riculae vocantur parva ricinia, ut palliola ad usum capitis facta. Gran quidem ait esse muliebre cingulum capitis, qua pro vitta laminica redimiatur; Paul. Fest. 369 L.: Rica est vestimentum quadratum, imbriatum, purpureum, quo laminicae pro palliolo utebantur. Alii dicunt, quod ex lana iat sucida alba, quod coniciunt virgines ingenuae, patrimae, matrimae, cives, et iniciatur caeruleo colore; Gell. 10. 15. 27-29: Eaedem ferme caerimoniae sunt laminicae Dialis; seorsum aiunt observitare, veluti est, quod venenato operitur, et quod in rica surculum de arbore felici habet et quod scalas quae Graecae appellantur escendere. Vd. R. Fleming, Festus and the role of woman in Roman religion, in F. Glinister – C. Woods (a cura di), Verrius, Festus and Paul. Lexicography, Scholarship, and Society, London 2007, pp. 104-106 e N. Frapiccini, La retorica dell’ornato, in M. E. Micheli – A. Santucci (a cura di), Comae. Identità femminili nelle acconciature di età romana, Pisa 2011, p. 35. È probabile che la rica fosse di lana, dal momento che il lino era proibito, e non solo per la laminica Dialis, secondo la testimonianza di Serv., ad Aen. 12. 120: VELATI LINO atqui fetiales et pater patratus, per quos bella et foedera conirmabantur, numquam utebantur vestibus lineis. adeo autem a Romano ritu alienum est, ut, cum laminica esset inventa tunicam laneam lino habuisse consutam, constitisset ob eam causam piaculum esse commissum. 148 P. Gros, Gallia Narbonensis, Mainz 2008, p. 114 ig. 93b. 149 Hemerlijk 2007, p. 326 nt. 38 suppone che nella capsa fosse contenuto incenso o forse monete; ma non è al contenuto che si vuole alludere nel rappresentarla, quanto, piuttosto, alla valenza del contenitore in sé. 150 L. Sensi, Ornatus e status sociale delle donne romane, in AFLPer(class), 18, 1980-1981, pp. 79-80. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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Fig. 2. Cetrania Severina (vedi nr. 34).

Infatti è proprio la vitta annodata, che corona il capo e scende lungo i due lati del volto, che caratterizza il ritratto di Licinia Flavilla (ig. 3) e illustra, attraverso l’immagine, il titolo di laminica Aug(ustae) presente nell’iscrizione151. Il ruolo della donna appare qui anche ribadito dalla raigurazione di un’asta recante sulla sommità due spighe152 lungo il listello laterale sinistro, accanto al suo busto, e in corrispondenza del fascio littorio rappresentato sul listello laterale opposto, in riferimento alla carriera municipale del marito153. Come osserva Hemerlijk154, seguendo Schäfer155, l’elemento rappresentato sul listello sinistro può forse essere un commoetaculum156, anche 151

CIL, XII 3175. H. Deviiver, Un des documents Romains les plus connus de France, in AncSoc, 20, 1989, 221-238. 153 Th. Schäfer, Imperii insigna. Sella curulis und Fasces. Zur Repräsentation Römischer Magistrate, Mainz 1989, p. 414 cat. C 108 e nt. 921, il quale, però non poteva conoscere la terminazione dell’angolo superiore sinistro recante le due spighe, male integrato, e restaurato solo successivamente alla sua pubblicazione. 154 Hemerlijk 2007, pp. 338-339. 155 Seguito a sua volta anche da B.H. Spalthoff, Repräsentationsformen des römischen Ritterstandes, Rahden 2010, pp. 195-195 e Abb. 198 c. 156 Vd. Fest. 49 L. s.v. commoetaculum: genus virgulae, qua in sacriiciis utebantur e 56L.: 152

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Fig. 3. Licinia Flavilla (da Gros, vd. nt. 148).

perché le spighe appaiono annodate sulla sommità di questo, non costituenti un tutt’uno con l’asta, come, in corrispondenza, le foglie d’alloro si presentano annodate sulla sommità del fascio littorio.157 Dunque, né Severina né Flavilla appaiono raigurate in qualità di celebranti. Non si può dire, dunque, se le laminicae municipali, o almeno commoetacula virgae, quas lamines portant pergentes ad sacriicium, ut a se homines amoveant (v. A.V. Siebert, Instrumenta sacra, Berlin - New York 1999, pp. 123 e 267 nr. 73). 157 La Hermerlijk si chiede, ma credo impropriamente, se anche il fascio littorio non stia a simboleggiare il laminato di Licinia Flavilla, dal momento che di norma i magistrati municipali (qual era il marito di Flavilla) fanno rappresentare due fasci sui loro monumenti (e non uno solo, come nel caso in esame) e che i lamines provinciali erano accompagnati da littori, come forse anche quelli municipali (vd. J.J. Dobbins, he Altar in the Sanctuary of the Genius of Augustus in the Forum at Pompeii, in MDAI(R), 99, 1992, pp. 251-263 e Gradel 2002, p. 87). Ben diicile è infatti ammettere la presenza di littori accanto alle laminicae locali nell’esercizio delle loro funzioni; a Livia e ad Agrippina tale onore fu concesso per il loro status del tutto particolare. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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alcune tra di loro e in determinati periodi, recassero durante lo svolgersi del rito anche una corona. Corone indossavano infatti i lamini provinciali, almeno da un certo periodo in poi158, come attestano fonti epigraiche159 e letterarie160; e a Caesarea, sull’altare funerario della laminica provinciale Rubria Festa, databile tra la ine del I e l’inizio del II secolo, vengono menzionate l’aurea vitta e la corona Mauricae provinciae161. Ma si ha anche il caso di una laminica locale, Vibia Modesta, che a Italica, nel Traianeum, luogo votato al culto imperiale162, fa dono della corona laminalis163, in una versione aurea, forse anche destinata a rimanere in dotazione della città per le celebrazioni future curate dalle addette al culto imperiale del luogo. Ciò forse si ebbe in seguito e in alcuni luoghi; ma certamente, già nel primo difondersi del culto, furono modello per l’abbigliamento di rito delle sacerdotesse le stesse donne della domus imperiale, Livia e Agrippina, che non poche volte troviamo raigurate come sacerdotesse dell’Augusto ormai divus164.

158 Fishwick 2002a p. 212 pensa che dal III secolo i lamines abbiano sostituito l’apex con una corona. 159 Ad es. il sacerdote provinciale in Dacia, CIL, III 1433 = IDR III, 2, 266 e Fishwick 2002b, pp. 257-259: sacerdos arae Aug(usti) n(ostri) coronatus Dac(iarum) (trium), espressione da integrare in AE 1969/70, 548 (da Napoca); a hamugadi, al tempo di Giuliano, CIL, VIII 17896, rr. 9-10: ...co/ronati [provi]nc[iae]; e il coronatus Tusciae et Umbriae menzionato nel rescritto di Hispellum (CIL, XI 5265). 160 Tert. De Idol. 18. 1: coronae aureae sacerdotum provincialium e Id., De Cor. 13: sunt et provinciales aureae (sc. coronae). 161 AE 1995, 1793; vd. Fishwick 2004, p. 227 e ig. 129. 162 P. Le Roux, Oriunda Mauretania, in Chr. Hamdoune (a cura di), Ubique amici. Mélanges oferts à Jean-Marie Lassère, Montpellier 2001, pp. 239-248. 163 AE 1982, 521. Vd. in merito anche Fishwick 1991, p. 478 164 Per le raigurazioni di Livia quale sacerdos divi Augusti, con il capo coperto dalla palla, le infulae annodate sui lati del collo e la corona vd. E. Bartman, Portraits of Livia. Imaging the imperial woman in Augustan Rome, Cambridge 1999, pp. 45 e 102-105 e cat. nrr. 104, 105; (per una diversa immagine di Livia nell’atteggiamento di “orante” come nella statua rinvenuta nella cd. basilica di Otricoli, vd. A. Alexandridis, Die Frauen des römischen Kaiserhauses, Mainz am Rhein, p. 129 nr. 33 e Taf. 4, 2). Per Agrippina, quale laminica di Claudio vd. la ben nota statua di grovacca rinvenuta a Roma sul Celio, quasi certamente riferibile al tempio del divo Claudio, vd. M. Moltesen, Agrippina Minor in the Montemartini: the statue type, in M. Moltesen – A.M. Nielsen (a cura di), Agrippina Minor. Life and Afterlife, Ny Carlsberg Glyptotek 2007, pp. 123-136 ed E. Talamo, Statua di Agrippina minore come orante, in E. La Rocca – C. Parise Presicce – A. Lo Monaco (a cura di), I giorni di Roma. Ritratti. Le tante facce del potere, Roma 2011, pp. 230-231, che ritiene di individuare nelle tracce percepibili sul capo della scultura la presenza un tempo del ramoscello di melograno intrecciato con un ilo di lana bianca tipico delle sacerdotesse. Vd. anche nt. 138.

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Parte seconda

Documenti per una prosopograia delle sacerdotesse Per una migliore comprensione del singolo individuo, del suo rapporto e del suo agire nella realtà locale e nello stesso tempo per osservare il contesto speciico dei luoghi in cui si è afermato il culto imperiale, si è ritenuto opportuno presentare i dati prosopograici delle laminiche secondo il centro antico in cui queste sono epigraicamente attestate, centro posto in seriazione alfabetica all’interno delle undici regiones augustee. Se per un centro sono note più sacerdotesse, queste si troveranno indicate in successione cronologica. Le brevi schede prosopograiche elaborate per ogni laminica hanno costituito la base documentaria preliminare del lavoro nel suo complesso: per ogni personaggio sono stati presi in esame i dati disponibili, proponendo in non pochi casi una lettura diversa e, si spera, migliore dei testi epigraici, inquadrando la protagonista nella realtà municipale e regionale nella quale ha operato. La datazione proposta è naturalmente relativa al documento epigraico, non necessariamente connesso al momento dell’assunzione del laminato.

REGIO I (LATIUM ET CAMPANIA) ALLIFAE

 CLAUDIA TI. F. FADILLA sacerdos divarum Augustarum

III d.C., decenni iniziali

CIL, IX 2347; Forbis 1996, p. 167 nr. 231; N. Mancini, Allifae, Piedimonte Matese 20053, pp. 42 e 117 (base mancante lungo lo spigolo sinistro, attualmente perduta, la cui iscrizione è nota per una porzione ben più ampia attraverso la tradizione manoscritta); EDR 136022:

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[Cl]audiae Ti. f. [Fa]dillae, c(larissimae) f(eminae), [sa]cer[doti] di= [v]arum Aug= [ust]arum, ob amor(em) [e]rga patriam Maria Grazia Granino Cecere

[exi]mium eius 10 [Au]gust(ales) p(ecunia) p(ublica).

Della donna sono note altre due attestazioni epigraiche: CIL, IX 2390; Mancini, pp. 42 e 137 (ara, attualmente murata nel campanile del Duomo di Allife, come pietra d’angolo); EDR 130554; tav. I, ig. 1: C. Fadio Auct[o] / Cl(audia) Ti. il. Fadilla / c(larissima) f(emina), parenti.

A. Meomartini, Benevento. Epigrafe sepolcrale rinvenuta nel cimitero di S. Clemente, in NSc. 1910, p. 283, dalla via Appia1 (parte centrale di un sarcofago reimpiegato sul retro come capitello per parasta in età moderna; un tempo conservata a Benevento, Museo del Sannio, attualmente irreperibile): D(is) M(anibus) / Cl(audiae) Ti. il. / Fadillae /c(larissimae) m(emoriae) f(eminae).

I tre documenti a disposizione consentono di conoscere i momenti fondamentali della vita di Claudia Fadilla. La dedica sepolcrale al padre naturale, C. Fadius Auctus, forse di condizione libertina, come sembra suggerire il cognomen2, conferma la sua origine da Allifae, che del resto è indicata come sua patria nella dedica a lei posta dai locali Augustales3: il gentilizio Fadius è infatti particolarmente difuso nella colonia4. La donna venne adottata da un Ti. Claudius, secondo quanto rivela la sua onomastica5 e forse grazie a tale adozione o più probabilmente attraverso un legame 1

L’editore descrive l’iscrizione come incisa in belle lettere entro una cornice sostenuta da due geni alati, dei quali rimaneva la parte superiore di quello a sinistra. Il luogo di rinvenimento è indicato nel cimitero di S. Clementina, in prossimità del fondo Beri da M. Rotili, Benevento romana e longobarda. L’immagine urbana, Benevento 1986, p. 18 e nt. 42 a p. 69. Sul percorso della via Appia nell’area vd. M. Torelli, Benevento romana, Roma 2002, p. 104, con relativa bibliograia. 2 I. Kajanto, he Latin cognomina, Helsinki 1965, p. 350. 3 Per le frequenti testimonianze di onori tributati a donne da parte degli Augustales in area centro-italica, vd. Buonocore 2005, p. 526. 4 M. Torelli, Ascesa al senato e rapporti con i territori di origine. Italia: regio IV (Samnium), in Epigraia e ordine senatorio, Tituli 5, Roma 1982, p. 179; M. Buonocore, Epigraia aniteatrale dell’Occidente Romano. III. Regiones Italiae II-V, Sicilia, Sardinia et Corsica, Roma 1992, p. 51. 5 PFOS nr. 237: l’autrice si oppone a Torelli, il quale indica la donna come iglia di Auctus, osservando che l’onomastica la dice Ti. ilia; correttamente G. Camodeca, Problemi di storia sociale in Alife romana, in L. Di Cosmo - A.M. Villucci (a cura di), Il territorio Allifano. Archeologia, arte, storia. Convegno di Studi S. Angelo d’Alife, 26 aprile 1987, S. Angelo d’Alife 1990, p. 136 (cfr. Id., I ceti dirigenti di rango senatorio equestre e decurionale della Campania romana I, Napoli 2008, pp. 9, 84, 92, 367) pone in chiaro i termini della paternità naturale della donna e della sua adozione, che in seguito la stessa Raepsaet-Charlier 1993, p. 262 riconosce. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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matrimoniale ella ebbe l’ingresso nell’ordine senatorio6. L’appartenenza al più elevato ordine sociale è indicata sia nella dedica onoraria (clarissima femina), sia nell’iscrizione sepolcrale, dove l’appellativo clarissimae memoriae femina, suggerisce una datazione non anteriore all’inizio del III secolo d.C. Quanto resta del suo sarcofago è stato rinvenuto a Beneventum, laddove la donna, o forse suo marito, doveva avere delle proprietà7. Gli Augustales che la onorano di una statua ricordano di Claudia Fadilla la sua generosità verso la città d’origine8 e l’essere stata insignita del sacerdozio divarum Augustarum9. Ella era quindi addetta al culto di tutte le Augustae, quelle del passato, di certo divae, poiché altrimenti non sarebbero state oggetto di culto, e quella del presente, come del resto riscontrabile in altri centri, nei quali si aveva prevalentemente una sola donna dedita al culto imperiale10. Tanto più che nel caso di Fadilla si trattava di un’appartenente al più elevato ordine sociale. ANAGNIA

 FLAVIA KARA GENTIA lamin(ica)

II, ine - III d.C., inizi

CIL, X 5924 = ILS 6262b (base rinvenuta ad Anagnia, nell’area delle terme11 e attualmente conservata nel lapidario del Museo diocesano presso la Cattedrale); EDR 032600; tav. I, ig. 2:

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Flaviae Karae Gentiae, lamin(icae), s(enatus) p(opulus)q(ue) A(nagninus) ex legatis populi, in honorem Fl(avi) Kari patris eius, statuam ei ponendam censuerunt.

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Raepsaet-Charlier 2005b, p. 298. A.M. Andermahr, Totus in praediis. Senatorischer Grundbesitz in Italien in der Frühen und Hohen Kaiserzeit, Bonn 1998, p. 225 nr. 152. G. Camodeca, Sulle proprietà senatorie in Campania con particolare riguardo al periodo da Augusto al III secolo, in CCG, 16, 2005, p. 132 = Id., Ceti dirigenti, cit., supra, nt. 5, p. 367. 8 Forbis 1996, p. 167 nr. 231; per l’espressione amor erga patriam, le attestazioni nella penisola italica e il successivo difondersi in particolare nelle regioni africane, vd. A. Giardina, Amor civicus. Formule e immagini dell’evergetismo romano nella tradizione epigraica, in A. Donati (a cura di), La terza età dell’epigraia, Colloquio AIEGL - Borghesi 1986, Faenza 1988, pp. 67-81. 9 Eck 1980, p. 289 nr. 61 e p. 301 nr. 98; Bassignano 2013, p. 150 nr. 30 tende ad escludere l’ipotesi che le divae appartengano alla dinastia dei Severi. 10 Così a Minturnae (Pompeia Catulla), forse ad Auximum (Vibia Marcella) e a Interamna Praetuttianorum (Attia Maxima); ma in quest’ultimo centro si ha anche una sacerdos Augustae (Numisia Secunda). Per la denominazione, vd. supra, pp. 29-30. 11 M. Mazzolani, Anagnia. Forma Italiae I, 6, Roma 1969, pp. 85-86. 7

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Nello stesso luogo, l’area delle terme cittadine, si rinvennero accanto a quella di Flavia Kara Gentia altre tre basi di statue recanti iscrizioni onorarie, molto simili sia per tipologia di supporto che per caratteristiche paleograiche: due riferibili probabilmente a personaggi noti per aver avuto ruoli signiicativi presso la corte imperiale nella tarda età antonina12, una terza recante una dedica allo stesso padre13 di Flavia Kara Gentia, T. Flavius Karus14. Il senato locale aveva deciso di erigere in uno stesso momento le due statue, l’una per il padre, l’altra per la iglia, utilizzando denari di lasciti testamentari disposti a favore della comunità15. Nulla è detto espressamente in merito a funzioni svolte dal padre nel municipio anagnino: di lui si ricorda solo l’insignis muniicentia16, una generosità che ne rivela le indubbie possibilità economiche. La iglia raccoglie nella sua elezione al laminato e nell’erezione anche di una statua in suo onore il frutto della liberalità paterna. Le somiglianze tipologiche e paleograiche con le altre due basi presso le quali sono state rinvenute17, che a loro volta sono inquadrabili cronologicamente negli ultimi decenni del II secolo e all’inizio del successivo, e, d’altro canto, il formulario usato suggeriscono una datazione tra la ine del II e gli inizi del III secolo d.C. AQUINUM

 DENTRIA L. F. POLLA sacerdos divae Augustae

I d.C.

CIL, X 5413 = ILS 6291a (base vista o rinvenuta presso Aquinum, forse in prossimità del lago, vicino il Tempio di S. Maria della Libera18); il documento sembra attualmente irreperibile: 12

Si tratta di CIL, X 5918, dedicata dal popolo di Anagnia a Marcia Aurelia Ceionia Demetrias, nella quale probabilmente si deve riconoscere la Marcia concubina di Commodo, che prese parte alla congiura che ne causò la morte (PIR2 M 261), e di CIL, X 5917, in cui l’onorato è il padre della donna, M. Aurelius Sabinianus, Augustorum libertus, Euhodius; entrambi avevano curato il restauro dell’ediicio termale. 13 CIL, X 5923 = ILS 6262a: T. Flavio Karo / s(enatus) p(opulus)q(ue) A(nagninus) / ex leg(atis) populi / ob insignem / muniicentiam / erga se et r(em) p(ublicam) / statuam ei / ponend(am) censuer(unt); / ob quarum dedicatione(m) / dedit decurionib(us) ((denarios)) III, item sexvir(is) ((denarios)) II et populo ((denarium)) I. 14 Opera certamente della stessa mano. 15 Chelotti - Buonopane 2008, p. 646. 16 Forbis 1996, pp. 34-38 e 107 nr. 8. 17 Anche lo stesso rinvenimento presso le terme può fornire indirettamente un dato cronologico: è noto infatti come dalla ine dell’età antonina si tendano a collocare basi e statue onorarie non più nel foro, ma presso gli ediici di maggiore frequentazione, tra i quali, appunto, quelli termali. 18 A. Giannetti, Ricognizione epigraica compiuta nel territorio di Casinum, Interamna Lirenas ed Aquinum, in RAL, 24, 1969, p. 65. Nella chiesa, costruita alla ine dell’XI secolo al di fuori dell’antico centro cittadino e oggetto di numerosi restauri nel corso del tempo, furono riutilizzati materiali di epoca romana provenienti da un’area molto vasta (H. Solin, Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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Dentriae L. f. Pollae, sacerdoti divae Augustae, post mortem d(ecreto) d(ecurionum).

Dentria Polla reca un gentilizio molto poco difuso e che registra il maggior numero di attestazioni proprio nel territorio di Aquinum, luogo del quale evidentemente la donna era originaria. Qui sono noti più documenti sepolcrali menzionanti Dentrii, per lo più databili nell’ambito del I secolo d.C.19 Uno si rivela di particolare interesse20, poiché il marito dedicante, un Dentrius Crescens, ricorda come il locus sia stato concesso per decreto del senato locale21. Dunque la gens doveva godere di particolare prestigio in Aquinum e ciò spiega l’onore ottenuto da Dentria Polla del sacerdozio imperiale mentre era in vita, e dell’erezione di una sua statua per decreto decurionale dopo la morte. L’espressione divae Augustae è del tutto generica e non consente di individuare di quale Augusta divinizzata Polla fosse l’addetta al culto, ma la semplicità del formulario e le attestazioni note di Dentrii ad Aquinum fanno propendere per una datazione nel I secolo d.C. e forse anche per un riferimento alla stessa Livia22.

graia dei villaggi del Cassinate ed Aquinate, in A. Calbi - A. Donati - G. Poma (a cura di), L’epigraia del villaggio. Atti del Colloquio Borghesi, Forlì, 27-30 settembre 1990, Faenza 1993, p. 405 nt. 130; C. Molle, Le fonti letterarie antiche su Aquinum e le epigrai nelle raccolte comunali di Aquino, Aquino 2011, pp. 81-82). 19 Si tratta di CIL, X 5465 (visto forse, più che rinvenuto, a quanto sembra, nella stessa località, ovvero in prossimità della chiesa di S. Maria della Libera): A. Dentrio Epaga/ to sibi et / Dentriae Primae, / Dentriae A. f. Tertiae / et posterisque eor(um); / in fron(te) p(edes) XII; CIL, X 5531 (da Pontecorvo): L. Valenti L. l. Claro / Dentria) ‚. l. Eutica / dat; Giannetti, Ricognizione, cit., supra, nt. 18, p. 80 e tav. XVII, 2 (da Castrocielo, nella via per Pontecorvo, su un grande blocco convesso pertinente a un sepolcro a tamburo): L. Baebius L. l. Nicephor sevir / Victoriae et Dendriae A. l. Trypherae / uxsori et / Baebiae Paresiae l. et Baebiae Methe l. / ex testament(o). 20 CIL, X 5406: D(is) [M(anibus]) / Aemilia[e] / Restituta[e] / Dentri Cresc[en]/tis uxor(i) ma[ritus] / d/e)d(icavit?). / L(ocus) d(atus) d(ecurionum) d(ecreto). 21 Il locus potrebbe essere stato concesso anche per una statua funeraria, come sembra evincersi dalla compresenza nel testo, se correttamente trascritto, dell’adprecatio iniziale agli Dei Mani e della formula conclusiva l(oco) d(ato) d(ecreto) d(ecurionum). Per un caso dubbio, sempre ad Aquinum, CIL, X 5414, relativo alla concessione di un locus (funerario o onorario) per una sacerdotessa pubblica vd. G.L. Gregori, Loca sepulturae publice data e funera publica nel Lazio d’età romana: qualche considerazione sulla documentazione epigraica, in G. Bartoloni - M.G. Benedettini (a cura di), Sepolti tra i vivi. Buried among the living. Evidenza ed interpretazione di contesti funerari in abitato. Atti Convegno Inter. Roma, 26-29 aprile 2006, Scienze dell’Antichità, 14/2, 2007-2008, p. 1076. 22 Come propone anche Bassignano 2013, p. 151 nr. 37. Nella stessa Aquinum è documentato il laminato divi Vespasiani (CIL, X 5382 = ILS 2926; cfr. PME 146 e C. Molle, Ancora sulla “patria” di Giovenale, in H. Solin (a cura di), Le epigrai della valle di Comino, Atti del quinto convegno epigraico cominese, Atina, 1 giugno 2008, San Donato Val di Comino 2009, pp. 83-131). 65

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CASINUM

 POMPEIA CN. F. PHOEBE sacerdos divarum

II d.C., 1a metà?

CIL, X 520123 = ILS 6292 (base? rinvenuta nel territorio di Casinum, a quanto sembra attualmente irreperibile): Pompeiae Cn. f. Phoebe, sacerdot(i) divarum, d(ecreto) d(ecurionum).

Non si hanno a disposizione elementi signiicativi per inquadrare Pompeia Phoebe nella società casinate24: troppo difusi gli elementi onomastici e troppo stringato il testo dell’iscrizione incisa su quella che molto probabilmente doveva essere una base destinata a sorreggere una statua eretta in suo onore. Il senato locale le aveva reso in tal modo pubblico omaggio, ricordando il ruolo rivestito dalla donna di sacerdos divarum, dunque di addetta al culto in Casinum di più Augustae divinizzate. La formula si ritrova riferita in generale alle divae o alle Augustae, e sempre connessa al termine sacerdos, in almeno altri quattro luoghi (vd. pp. 29-30): ad Allifae (nr. 1, sac. divarum Augustarum), a Tergeste e Vercellae (nrr. 55 e 71, sac. divarum), a Interamna Praetuttianorum (nr. 30, sac. Augustarum) e, forse, a Minturnae e Auximum (nrr. 9 e 28). La proposta di datazione non può che essere orientativa, nell’ambito della prima metà del II secolo d.C., per la semplicità del formulario da un lato e dall’altro per la menzione di più divae. FABRATERIA VETUS

 SAENIA CN. FIL. BALBILLA sacerdos divae Faustinae

II d.C., decenni centrali

CIL, X 5656, cfr. Eph. Epigr. VIII nr. 888 (base di marmo, con urceus e patera sui lati, rinvenuta presso Ceccano25, in prossimità del ponte sul iume Sacco, vicino S. Maria a Fiume26; attualmente conservata a Roma, nel palazzo Colonna, primo cortile); EDR 129817; tav. I, ig. 3: 23

Vd. anche Bassignano 2013, p. 151 nr. 36. F. Dal Cason Patriarca, Per una storia demograica di Casinum, in RAL, 7, 1996, pp. 760 e 786 nr. 87, la quale nota come nel centro vi sia solo un’altra attestazione del gentilizio, per altro assai difuso, in CIL, X 5288. 25 Sulla localizzazione di Fabrateria vetus a Ceccano, vd. S. Antonini, Fabrateria vetus. Un’indagine storico-archeologica, Roma 1988, pp. 13-15 e 23-27. 26 N.G. Brancato, Il “caso Ceccano”. Fabrateriae Veteris inscriptiones, Roma 1994, pp. 13124

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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Saeniae Cn. il. Balbillae, sacerdoti divae Faustinae, decuri= ones, aere colla= to, ob merita [e]ius.

La base reca l’iscrizione in onore di Saenia Balbilla, la sacerdotessa, per le cui benemerenze il senato locale aveva deciso di erigere una statua, dopo aver raccolto il denaro necessario con una sottoscrizione pubblica27. La presenza sui lati di urceus e patera, dal momento che il supporto non appare riutilizzato, può far supporre che l’iniziativa sia stata attuata dopo la morte dell’onorata28. Nulla sappiamo sulla famiglia della donna, la cui presenza tuttavia a Fabrateria vetus trova conferma nel gentilizio Saenius portato da una liberta che nel municipio ebbe sepoltura29: sembra signiicativo infatti trovare un nomen non molto difuso, come questo, nell’ambito dei pochi documenti iscritti rinvenuti presso Ceccano. Troppo indeinita la generica menzione di merita, che indussero i decurioni ad onorare la donna, per cui non può dirsi se in essi si debbano intendere doti morali o, più probabilmente, iniziative evergetiche30. Unica certezza permane il terminus post quem per datare il documento: Balbilla è sacerdos divae Faustinae e come tale, in mancanza di una speciicazione, fu addetta al culto della sposa di Antonino Pio dopo la sua morte e divinizzazione, alla ine del mese di ottobre del 140. Dal momento che non è indicata la concessione dello spazio pubblico in cui collocare la statua di Balbilla, è stato anche supposto che fosse stata innalzata laddove la sacerdotessa aveva svolto il suo ruolo, ovvero nel luogo di Fabrateria vetus dedicato al culto imperiale31. 133 nr. 20, che ritiene il documento originale perduto e mostra una copia del testo realizzata sulla parete interna a destra del portale di S. Maria a Fiume; la dedica è presa in esame anche da Antonini Fabrateria, cit., supra, nt. 25, pp. 34-35 nr. 12 e tav. XIc. 27 Sull’uso quasi esclusivo dell’espressione aere collato per la dedica di statue, vd. S. Mrozek, Quelques remarques sur aere collato et pecunia collata, in Epigraphica, 43, 1981, pp. 161163. Sulla valenza di tali sottoscrizioni e sulle modalità di attuazione vd. C. Berrendonner, Ex aere conlato. Souscriptions publiques et collectes dans les cités de l’Italie romaine, in C. Berrendonner - M. Cébeillac-Gervasoni - L. Lamoine (a cura di), Le Quotidien municipal dans l’Occident romain, Clermont-Ferrand 2008, pp. 319-332. 28 W. Eck, Il monumento iscritto come punto d’incontro tra epigraia, archeologia, paleograia e storia. Rendere vive le iscrizioni, far parlare i monumenti, in Scienze dell’Antichità, 13, 2006, p. 639. Impropriamente Hemelrijk 2007, p. 326 nt. 38 ritiene siano qui raigurati gli strumenti sacriicali usati dalla sacerdotessa. 29 CIL, X 5659; cfr. Brancato, Il “caso Ceccano”, cit., supra, nt. 26, pp. 149-150 nr. 23: D(is) M(anibus) / Saeniae Hel/pidi liber/tae idelissi/mae fecit. 30 Vd. anche Bassignano 2013, p. 151 nr. 38. 31 Si consideri ad es. il caso di una statua di una sacerdos publica di Cerere e Venere posta in aedem Veneris a Surrentum (CIL, X 688). Brancato, Il “caso Ceccano”, cit., supra, nt. 26, pp. 67

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FERENTINUM

 PONTIA T. F. SABINA laminica

II d.C., metà

CIL, X 5831, cfr. p. 1013 = H. Solin, Ferentinum, in Suppl. It. n.s. 1, Roma 1981, p. 30 (cinerario? 32 di marmo rinvenuto a Ferentino ed attualmente collocato nella locale sede del Vescovado, nel criptoportico); tav. II, ig. 4a:

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Q. Caecilio Q. f. An(iensi) Optatino, praef(ecto) coh(ortis) I Aqui= tanor(um) equit(atae), Pontia T. f. Sabi= na mater, laminica. L(oco) d(ato) d(ecreto) d(ecurionum).

Su lato: ((crux)) Te(m)p(or)e Berard(i) fui / thec(a?) m(e)nsura levata.

La laminica può essere identiicata con l’omonimo personaggio menzionato su di un frammento relativo alla parte superiore di una base marmorea CIL, X 5846, attualmente conservata nell’ex Convento di S. Francesco33; tav. II, ig. 4b: Pontiae T. f. Sabinae [- - -]S[- - -] ------

Pontia T. f. Sabina è madre di Q. Caecilius Q. f. Optatinus, praefectus cohortis I Aquitanorum equitatae34, forse quando tale unità ausiliaria era di stanza in Britannia, ovvero durante il principato di Adriano e di Antonino 132, avanza l’ipotesi, discutibile in verità, che la chiesa di S. Maria a Fiume, nelle cui murature, quando venne distrutta dai bombardamenti nel 1944, si rinvennero quasi tutte le iscrizioni note di Ceccano e presso la quale in precedenza era stata trovata anche la base con la dedica a Balbilla, sia sorta su di un tempio dedicato alla diva Faustina; e l’ipotesi è riportata da Berrendonner, Ex aere conlato, cit., supra, nt. 27, p. 323 nt. 30. 32 A. Bartoli, Ferentino: ricerche epigraiche e topograiche, in RAL, 9, 1954, p. 479 deinisce il supporto come un “dado di marmo la cui cavità per il cinerario fu poi adattata a misura per i cereali” (indicazione ripresa dal Solin). Ma non escluderei del tutto, almeno in base al formulario dell’iscrizione, che si trattasse piuttosto di una base destinata a sostenere una statua del giovane, utilizzata poi nel medioevo quale misura per gli aridi, realizzando il necessario incavo. Ciò avvenne, a quanto sembra, prima del 1203, anno in cui morì il vescovo di Ferentino Berardo menzionato nel testo medievale inciso sul ianco. 33 Bartoli, Ferentino, cit., supra, nt. 32, p. 484 e Solin, Ferentinum, cit., p. 32; la lettera S alla r. 2 è attualmente perduta. 34 PME C 18 e Suppl. II, p. 1479. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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Pio35; di certo la donna appare congiunta, forse anche sorella o iglia di T. Pontius T. f. Sabinus, quattuorvir i.d. quinquennalis, lamen e patronus del municipio36, appartenente all’ordine equestre e dalla particolare carriera37, che giunse alla procuratela ducenaria della Narbonense sotto Antonino Pio38. Pontia Sabina appartiene, dunque, ad una famiglia di particolare prestigio nel municipio ferentinate e degno di rilievo è il fatto che anche il congiunto T. Pontius Sabinus abbia rivestito il laminato39: si tratta del resto delle due uniche attestazioni del laminato sia maschile che femminile presenti a Ferentinum. Il rapporto parentale con il patronus di Ferentinum e il possibile inquadramento cronologico della militia del iglio consentono di collocare il laminato di Sabina negli anni appena precedenti la metà del II secolo d.C. FORMIAE

 CASSIA CORNELIA PRISCA sacerdos Augustae et patriae

III d.C., 3° decennio?

M. Zambelli, Iscrizioni di Formia, Gaeta e Itri, in Epigraphica, 32, 1970, pp. 72-77 = AE 1971, 79 (base di marmo rinvenuta nel 1967 a Formiae ed ivi conservata, presso la facciata del palazzo municipale40); EDR 075105; tav. II, ig. 5: Cassiae Corneliae C. f. Priscae, c(larissimae) f(eminae), Auidi Frontonis co(n)s(ulis), 5 pontiicis, proco(n)s(ulis) Asiae, patroni col(oniae) uxori, sacerdoti Augustae et patriae, Formiani 10 publice pro splendore muniicentiae eius. 35 E. Birley, A note on cohors I Aquitanorum, in he Roman Army. Papers 1929-1986, Mavors IV, Amsterdam 1988, p. 385. 36 CIL, X 5829 = ILS 2726, cfr. Solin, Ferentinum, cit., p. 30; PIR2 P 823: sul personaggio da ultimo A. Ezov, he Centurions in the Rhine Legions in the Second and early hird Century, in Historia, 56, 2007, p. 74. 37 Presa ultimamente in esame da C. Letta, Caduta e resurrezione di un cavaliere romano di Ferentino nei diicili inizi del regno di Adriano, in H. Solin (a cura di), Le epigrai della valle di Comino. Atti del terzo convegno epigraico cominese, S. Donato, 27 maggio 2006, San Donato Val di Comino 2007, pp. 43-58. 38 H.-G. Pflaum, Les fastes de la province de Narbonnaise. Suppl. à Gallia 30, Paris 1978, pp. 116-117 nr. 8; PME P 89 e Suppl. I, p. 1691 e II, pp. 2209-2210. 39 Arnaldi 2008, pp. 777-778. 40 Sulla faccia posteriore della base, anch’essa riquadrata, nella fascia sottostante la cornice, è stato inciso successivamente un secondo testo, un signum: Aginatii iun(ioris).

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Maria Grazia Granino Cecere

Di Cassia Cornelia Prisca non si ha che il documento in esame. L’epiteto di clarissima femina sottolinea la sua appartenenza all’ordine senatorio41: questa poteva essere determinata dal suo matrimonio con M. Auidius Fronto, ma non può escludersi che la donna facesse parte per nascita del sommo ordine. Infatti i suoi due gentilizi si trovano ad es. nell’onomastica del Cn. Cassius Cornelius Paternus che fu consul nel 23342, forse di una generazione successiva. Del marito sono indicate le tappe più signiicative del cursus, a sottolineare il ruolo preminente del personaggio, e, di rilesso, dell’onorata: egli, nativo di Pisaurum43, fu consul ordinarius nel 199 d.C. e pontifex44; sorteggiato in seguito, durante il regno di Macrino, quale proconsul Africae, non potè assumere il governo per l’opposizione dei provinciali, per cui, probabilmente, Elagabalo gli concesse in compenso il proconsolato d’Asia, che detenne verosimilmente nel corso degli anni 219-22245. La statua di Cassia Cornelia Prisca, che la base con l’iscrizione onoraria era destinata a sostenere, venne dunque eretta a spese pubbliche dai Formiani46 dopo l’ascesa al trono di Elagabalo, forse anche durante il regno di Severo Alessandro. Gli abitanti della colonia avevano scelto Auidius quale loro patronus e la donna era stata insignita dal senato locale del sacerdozio Augustae et patriae. Certamente Prisca era addetta al culto imperiale, ma la particolare denominazione indicante la patria accanto all’Augusta (in cui si deve riconoscere una donna dei Severi), denominazione che trova qui l’unica attestazione, ha dato luogo a diverse interpretazioni. Zambelli, primo editore, riteneva che la donna avesse esercitato il sacerdozio in una città dell’Asia, forse Efeso, avendo accompagnato il marito nel governo di quella provincia. Ma la menzione di un tale onore a distanza non sembra trovare paralleli, come osservano Andermahr47 e

41

PFOS nr. 195. PIR2 C 1413; il gentilizio Cassius è ora noto da un nuovo documento epigraico di Hierapolis. A sua volta era molto probabilmente parente di Cassia Paterna (PIR2 C 529), moglie e madre rispettivamente dei duo Aspri, che furono consoli nel 212, il padre per la seconda volta, il iglio per la prima. 43 N. Mathieu, Histoire d’un nom. Les Auidii dans la vie politique, économique et sociale du monde romain, Rennes 1999, p. 244 nr. 364. Suo iglio, M. Auidius Fronto (Mathieu, pp. 168169 nr. 61), morì in giovane età, cfr. CIL, XI 6334 = ILS 1129 = Cresci Marrone - Mennella 1984, pp. 218-221 nr. 45, dove si ricorda l’avo C. Auidius Victorinus ed anche la discendenza, seppure indiretta, da M. Cornelius Fronto, il noto oratore. 44 J. Rüpke - A. Glock, Fasti sacerdotum. Die Mitglieder der Priesterschaften und das sakrale Funktionspersonal römischer, griechischer, orientalischer und jüdisch-christlicher Kulte in der Stadt Rom von 300 v.Chr. bis 499 n.Chr., Stuttgart 2005, p. 792 nr. 784. 45 Dio, 78. 22. 5; PIR2 A 1385; W. Eck, RE suppl. XIV, s.v. Auidius, col. 67 nr. 19 e Cassius nr. 94; B. Thomasson, Laterculi praesidum, Gothoburgi 1984, col. 234 nr. 182; P.M.M. Leunissen. Konsuln und Konsulare in der Zeit von Commodus bis Severus Alexander (180-235 n. Chr.), Amsterdam 1989, p. 226. 46 Eck 2013, p. 57. 47 Andermahr, Totus in praedis, cit., supra, nt. 7, p. 212. 42

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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Raepsaet-Charlier48, che ritengono preferibile seguire l’opinione espressa da Eck49, che vede in Cassia Cornelia Prisca un’addetta al culto imperiale nella sua città d’origine e quindi il termine patria riferirsi a Formiae50. Ciò sembra trovare conferma nel fatto che sono appunto i Formiani a onorare a pubbliche spese la donna. Tuttavia non è facile sottrarsi anche alla possibilità, pure espressa51, che tale denominazione del sacerdozio nell’età severiana riprenda in parte l’appellativo assunto da Iulia Domna di mater castrorum et senatus et patriae52. Forse, come pure è stato proposto53, il sacerdozio della patria può essere stato conferito solo in alcuni luoghi e solo alle donne addette al culto imperiale di più alto rango, come appunto Cassia Cornelia Prisca. Dinanzi a un’unica attestazione appare inopportuno proporre come sicura una delle possibili spiegazioni. Certo è invece che la donna deve aver dato prova di grande generosità nei confronti dei Formiani: l’espressione pro splendore muniicentiae eius rivela54 appunto quanto notevole debba essere stata la liberalità di Prisca verso la comunità. HERCULANEUM

8 VIBIDIA VIRGINIS l. SATURNINA lamonium

aa. 70-79 d.C.

G. Camodeca, Le iscrizioni di dedica del Tempio di Venere e delle imagines Caesarum ad opera di Vibidia Saturnina e di A. Furius Saturninus, in M.P. Guidobaldi (a cura di), Ercolano: tre secoli di scoperte: Catalogo della mostra. Napoli, Museo Archeologico Nazionale 16 ottobre 2008 - 13 aprile 2009, Milano 2008, pp. 59-61 = AE 2008, 358 e 357; G. Camodeca, Evergeti ad Ercolano. Le iscrizioni di dedica del tempio di Venere, in RPAA, 81, 20082009, pp. 47-67. Iscrizione composta da tre lastre di marmo giustapposte, conservate in parte, relativa alla dedica del sacello B dell’area sacra suburbana di Ercolano, identiicato come tempio di Venere, (lungh. totale m. 6,27 (= 21

48

Raepsaet-Charlier 2005a, pp. 294, 298; anche Forbis 1996, p. 114 nr. 37, cfr. pp. 96-99 ritiene si tratti di una sacerdotessa di Formiae. 49 Eck 1980, p. 288 = Id. 1996, p. 180. 50 L’ipotesi espressa dallo Zambelli appare invece come preferibile alla Bassignano 2013, p. 152 nr. 40. 51 Arnaldi 2005, pp. 224-227. 52 W. Kuhoff, Iulia Aug. mater Aug. n. et castrorum et senatus et patriae, in ZPE, 97, 1993, pp. 259-271; sull’epiteto di mater castrorum portato già da Faustina minore e sul suo signiicato, vd. M.A. Speidel, Faustina - mater castrorum. Ein Beitrag zur Religionsgeschichte, in Tyche, 27, 2012, pp. 127-152. 53 Chelotti - Buonopane 2008, pp. 647-648. 54 Forbis 1996, pp. 46-50. 71

Maria Grazia Granino Cecere

piedi), i frammenti sono conservati nel Deposito archeologico degli scavi di Ercolano); EDR 103047; tav. III, ig. 6a: [Vibi]dia virginis l. Saturni[na] et A. Fu[rius Saturnin]us [o]b honores sibi et suis decret[os a]edem Ven[eris vetustate corr]uptam [imp]ensa sua refectam adornaverunt, pronaio a solo fa[ct]o; id[em HS3c. - in Capit]olio refec= [tio]ne(m) contulerunt et amplius HS LIIII ((milia)) rei p(ublicae) dederunt ob lamoni[u]m et dec[urionalia ornamenta? m]axim[a].

Iscrizione incisa su due lastre di marmo bianco aiancate per una largh. totale di m. 3,84 (= 13 piedi), conservate nel Deposito archeologico degli scavi di Ercolano; EDR 103045; tav. III, ig. 6b: Vibi[d]i[a] Saturnina et A. Fu[riu]s Satu[rninus] dedicatione imaginum Caesarum [e]t aedis V[eneris] decurionibus et Augustalibus HS XX et munic[ipibus HS - - - et] Veneriis HS IIII dederunt.

Vibidia Saturnina compare accanto ad A. Furius Saturninus nei due documenti quale muniica evergete, avendo curato con il iglio, o marito che fosse55, il restauro del tempio di Venere, aggiungendovi un pronao con preziose colonne di marmo caristio. La seconda lastra, probabilmente afissa nello stesso pronao, ricorda la solenne cerimonia d’inaugurazione56, nel corso della quale i generosi donatori avevano proceduto all’abituale distribuzione di sportulae tra decurioni, Augustali, cittadini e componenti la locale associazione dei Venerii. Nel primo documento, la vera e propria iscrizione dedicatoria posta sull’epistilio del tempio, sono indicati in modo analitico gli atti compiuti dai due evergeti, ovvero non solo il restauro del tempio e la realizzazione del pronao, ma anche la concessione di un notevole contributo economico per il rifacimento del locale Capitolium e di una congrua somma di denaro versata a rimpinguare le casse cittadine; e ciò, si precisa, è stato fatto ob honores sibi et suis decretos, ovvero per il laminato, lamonium, per Vibidia, per i probabili ornamenta decurionalia per A. Furius e per quanto riservato ai discendenti. Vibidia Saturnina è una liberta: come rivela l’espressione virginis liberta57, era stata manomessa da una Vibidia58 che non aveva ancora compiuto i venti anni di età stabiliti per il dominus dalla lex Aelia Sentia; 55 Camodeca 2008-2009, p. 58 osserva come non sia possibile deinire con certezza il rapporto intercorrente tra i due. 56 Che prevedeva anche la dedicatio di busti-ritratto dei componenti la dinastia lavia, Tito, Domiziano e, forse, Vespasiano. 57 Anche questa è espressione priva di confronti, come precisa Camodeca 2008-2009, p. 58. 58 La gens Vibidia, di limitata difusione, vede proprio in Herculaneum il maggior numero di attestazioni (Camodeca 2008-2009, p. 60 nt. 27).

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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inoltre, dal momento che il minore poteva concedere la libertà a un suo schiavo solo in base ad una iusta causa manumissionis, come osserva Camodeca, Saturnina poteva anche essere la madre naturale della fanciulla, o almeno la sua nutrice. La donna, in ogni caso, rivela di avere a disposizione notevoli possibilità economiche nella sua azione evergetica e nel ruolo di protagonista, indicato anche dal precedere del suo nome rispetto a quello dell’uomo: la sola realizzazione del pronao, con le costose colonne di caristio, sottende una ricchezza paragonabile se non superiore al censo minimo per l’accesso all’ordine equestre59. E Camodeca propone di individuare una fonte di reddito per Vibidia nella concessione di mutui a interessi, poiché forse il suo nome è presente in due chirographa ercolanesi, appartenenti all’archivio di L. Cominius Primus databili dopo il 62/63, probabili quietanze rilasciate per un mutuo a lui concesso dalla donna tramite suoi schiavi. La grande generosità di Saturnina verso la comunità ercolanese risponde all’onore conferitole del laminato, nonostante la sua condizione di liberta. Per quanto inora noto nella penisola non si hanno altri casi di concessione del sacerdozio imperiale a liberte; si ha però l’attestazione di una laminica sposata a un liberto, Metilia Tertullina (nr. 45), ma che apparteneva a una gens che annoverava nel suo ambito membri dell’ordine equestre e senatorio ed era moglie di un uomo di indubbie possibilità economiche60. In ambiente provinciale, tuttavia, come osserva anche Camodeca, sono noti casi, seppur rari, di concessione del sacerdozio a donne di condizione libertina61. MINTURNAE

 POMPEIA Q. F. CATULLA sacerd(os) August(arum? -ae?)

II d.C., 1a metà

CIL, X 6018 = ILS 6293 (base rinvenuta prima del 1790 a Minturnae e attualmente conservata nel Museo Archeologico di Napoli, inv. 3612: H. Solin, in G. Camodeca - H. Solin, Catalogo delle iscrizioni latine del Museo Nazionale di Napoli, I, Roma e Latium, Napoli 2000, p. 173 nr. 588); neg. DAI 82.3165 (foto di Heikki Solin, che ne ha gentilmente consentito la riproduzione); tav. III, ig. 7. 59

E forse un discendente di Saturninus si può riconoscere nell’eques A. Furius Saturninus menzionato in diplomi militari del 7 novembre dell’anno 88 d.C. (P. Holder, Roman Military Diplomas V, London 2006, pp. 719-723 nrr. 329-331) quale praefectus alae praetoriae singularium in Siria. 60 Non può del tutto escludersi che fosse un liberto anche il marito di Cetrania Severina (vd. infra, nr. 34). 61 Camodeca 2008-2009, p. 58 nt. 19: ad es. Licinia M. l. Prisca, laminica d’età claudia, nota a hugga per le sue iniziative evergetiche (AE 1969/1970, 648-650). 73

Maria Grazia Granino Cecere

5

Pompeiae Q. f. Catullae, sacerd(oti) August(arum?-ae?) decr(eto) dec(urionum), remissa pec(unia) publ(ica), C. Truttedius Pius il(ius). L(oco) d(ato) d(ecreto) d(ecurionum).

La sacerdotessa reca un gentilizio assai difuso, anche in associazione col praenomen Quintus; ma ciò non induce ad escludere del tutto una qualche connessione con i Quinti Pompeii Sosii Prisci, che probabilmente a Minturnae avevano delle proprietà, secondo quanto sembra attestare la presenza di una base con iscrizione onoraria posta a spese pubbliche dagli stessi Minturnenses a Pompeia Q. f. Sosia Falconilla, nipote, iglia, sorella, moglie di consolari62, appartenente a una famiglia tra le più note di origine siciliana63. Certo nulla sappiamo di quanto eventualmente risalenti nel tempo fossero i rapporti tra la gens senatoria e la colonia e, nel caso, se in Pompeia Catulla si possa vedere una discendente di suoi liberti. L’iscrizione rivela che la statua eretta in onore della sacerdotessa era stata innalzata per volontà del locale senato a spese pubbliche (pecunia publica); il iglio C. Truttedius Pius (forse perché il marito era già morto) aveva però immediatamente provveduto a rifondere la cassa della colonia64. Quest’ultimo presenta un gentilizio poco difuso, ma attestato nelle vicine Tarracina65, Bauli66e a Suessa67, luogo in cui compare un Truttedius Pius, che, per l’associazione di elementi onomastici non certo frequenti, potrebbe anche identiicarsi col nostro. Nella denominazione del sacerdozio l’insolita abbreviazione AVGVST68 può trovare uno scioglimento al plurale August(arum), che appare preferibile rispetto al singolare (per la denominazione del sacerdozio vd. supra, pp. 2930, Claudia Fadilla ad Allifae, nr. 1, Attia Maxima a Interamna Praetuttianorum, nr. 30, e, dubitativamente, Vibia Marcella ad Auximum, nr. 28). 62

AE 1935, 26 (J. Johnson, Eight inscribed statue-bases from Minturnae, in Bollettino dell’Associazione internazionale Studi Mediterranei, 5, febbr.-marzo 1935, pp. 160-162), rinvenuta in una strada presso il teatro, all’incrocio con la via Appia. Sui rapporti dell’importante donna con Minturnae vd. Andermahr, Totus in praedis, cit., supra, nt. 7, pp. 388-391 nr. 413, in part. p. 391. Per i rapporti familiari della clarissima femina, vd. PFOS nr. 632. 63 W. Eck, Senatorische Familien der Kaiserzeit in der Provinz Sizilien, in ZPE, 113, 1996, pp. 114-121, in part. 121. 64 A un’esenzione dal pagamento della summa honoraria per il sacerdozio pensano invece sia Arnaldi 2005, pp. 223-224 che Bassignano 2013, p. 152 nr. 39. 65 CIL, X 8278. 66 CIL, X 3026. 67 CIL, X 4774. 68 Vd. supra, Pompeia Phoebe, nr. 4. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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La tipologia del supporto, la paleograia e il formulario usato suggeriscono una datazione nell’ambito del II secolo d.C., preferibilmente entro la prima metà69. OSTIA

 PLARIA Q. F. VERA laminica divae Aug(ustae)

II d.C., inizi.

CIL, XIV 399 (due frammenti combacianti di lastra marmorea scorniciata, rinvenuti nel 1856 a Ostia nella via dei sepolcri e attualmente conservati ad Ostia, Galleria Lapidaria, inv. 11010); tav. IV ig. 8 (foto dell’autrice): Plariae Q. f. Verae, laminicae divae Aug(ustae), matri A. Egrili Plariani patris, p(atroni) c(oloniae), co(n)s(ulis).

Alla stessa donna si riferiscono altre due iscrizioni frammentarie dal testo simile: CIL, XIV 5346; cfr. Marinucci, Iscrizioni, in P. Cicerchia - A. Marinucci, Le terme del Foro o di Gavio Massimo, Roma 1992 (Scavi di Ostia 11), p. 183, C 40 con foto (più frammenti ricomponibili di una lastra marmorea scorniciata, rinvenuti ad Ostia, ed ivi conservati nella Galleria Lapidaria, inv. 11223 a-b); EDR 110164:

5

Plariae Q. f. Ver[ae], lam[inica]e divae [Augusta]e, m(atri)[ M. Acili Prisci Egrili] [Plariani - - - p(atroni) c(oloniae).]

CIL, XIV 4446 (attualmente irreperibile) + inv. 7503 (frammento ricomposto e restaurato nel 1967, conservato nel Lapidario ostiense) = F. Zevi, Nuovi documenti epigraici sugli Egrili ostiensi, in MEFRA, 82, 1970, pp. 291-293 nr. 3; cfr. Marinucci, Iscrizioni, cit., pp. 211-212, C 97, con foto; EDR 106553:

5

[P]laria[e Q. f.] [V]era[e], [laminicae] [divae] [Augusta]e,

69

Più che tra la metà del I e la metà del secolo successivo, come ritengono Solin ed Arnaldi.

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Maria Grazia Granino Cecere

[m(atri) M. Acili Pris]ci Egrili [Plariani - - - p(atroni) c(oloniae).]

Gli studi di H. Bloch, di R. Meiggs70 e un fondamentale articolo di Fausto Zevi sugli Egrili di Ostia71 consentono di inquadrare il personaggio Plaria Vera72 nella vita sociale ed economica della colonia. La donna aveva sposato il cavaliere A. Egrilius Rufus, esponente di una delle famiglie ostiensi più ragguardevoli, iglio di un magistrato municipale, che a sua volta aveva rivestito tutte le magistrature cittadine e il laminato Romae et Augusti, oltre ad aver esercitato il tribunato militare nella V legio Alaudae73. Gli Egrilii godevano di una lorida condizione economica, probabilmente connessa a notevoli proprietà immobiliari74, più che a disponibilità inanziarie dovute alla progressiva espansione economica della colonia. Ma fu il matrimonio di A. Egrilius Rufus con Plaria Vera che segnò una svolta nella storia familiare: di lei, o meglio della sua famiglia, non si sa nulla, ma doveva appartenere a un livello sociale superiore, dal momento che i igli della coppia abbandonarono il cognomen familiare Rufus per assumere quello di derivazione materna Plarianus ed entrambi entrarono al far parte del senato: si tratta di A. Egrilius Plarianus pater, che ottenne il consolato sufeto nel 12875 e di M. Acilius Priscus Egrilius Plarianus, dalla lunga carriera pretoria76, che, adottato per via testamentaria77, erediterà dal padre naturale il laminato Romae et Augusti, per poi essere insignito della più alta funzione sacerdotale ostiense, il pontiicato di Vulcano nel 10578, forse senza pervenire, a sua volta, al consolato sufeto79. 70 H. Bloch, Ostia: Iscrizioni rinvenute tra il 1930 e il 1939, in NSc, 1953, pp. 254-264; R. Meiggs, Roman Ostia, Oxford 1960, pp. 196-199 71 F. Zevi, Nuovi documenti epigraici sugli Egrili ostiensi, in MEFRA, 82, 1970, pp. 279-320. 72 PFOS nr. 612; PIR2 P 447. 73 Zevi, Nuovi documenti, cit., supra, nt. 71, pp. 283-285 nr. 2. Il tribunato nella legione V Alaudae può fornire un valido terminus ante quem, poiché non se ne hanno più testimonianze dalla prima età lavia (vd. Th. Franke, Legio V Alaudae, in Y. Le Bohec (a cura di), Les légions de Rome sous le Haut-Empire. Actes du Congrès de Lyon, 17-19 septembre 1998, Lyon 2000, pp. 39-48, in part. pp. 44-45 e F. Gilbert, “Les alouettes”. Histoire de la légion gauloise de César, Paris 2007, pp. 244-249). 74 N. Tran, Les membres des associations romaines. Le rang social des collegiati en Italie et en Gaules sous le Haut-Empire, Roma 2006, pp. 377-395. 75 PIR2 E 47. Vd. la citata CIL, XIV 399, in cui Plaria Vera è onorata come madre del patronus coloniae e consul. 76 A noi nota ino alla praefectura aerarii Saturni, datatata al 126-128 d.C., vd. PIR2 E 48 e M. Corbier, L’aerarium Saturni et l’aerarium militare, Rome 1974, pp. 169-180. 77 O. Salomies, Adoptive and Polyonymous Nomenclature in the Roman Empire, Helsinki 1992, pp. 35-36. 78 Vd. Fasti Ostienses fr. Ha (L. Vidman, Fasti Ostienses, Pragae 1982, pp. 46, e 100 e B. Bargagli - C. Grosso, I Fasti Ostienses, documento della storia di Ostia, Roma 1997, p. 35), sacerdozio che detenne almeno ino all’anno 126 (AE 1955, 171 + CIL, XIV 5325, cfr. Zevi, Nuovi documenti, cit., supra, nt. 71, p. 301). Per il laminato maschile nella colonia vd. Arnaldi 2009, pp. 879, 889. 79 Vd. PIR2 P 955, dubitativamente; nelle pur numerose testimonianze epigraiche ostiensi non se ne trova menzione. Il conseguimento del consolato appare invece probabile a Cor-

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Il nome e il prestigio di Plaria Vera saranno perpetuati nel cognomen Plarianus, che, come si diceva, sarà presente nell’onomastica dei discendenti, della seconda e terza generazione degli Egrilii, Plariani appunto, tutti appartenenti all’ordine senatorio; sua nipote, Egrilia Plaria80, iglia di M. Acilius Priscus Egrilius Plarianus reca nel suo cognomen il gentilizio stesso della nonna. In tutti e tre i documenti che la menzionano Plaria Vera reca sempre la qualiica di laminica divae Augustae. Solo per uno di essi, CIL, XIV 399, in base alla menzione del consolato del iglio, abbiamo un sicuro terminus post quem, l’anno128; ma non dobbiamo supporre lontani nel tempo anche CIL, XIV 5346 e CIL, XIV 4446, con l’integrazione proposta da Zevi, che, ponendo in evidenza le somiglianze tra i testi, vuole proporre, seppur timidamente, il conseguimento di un consolato sufeto anche per il fratello minore81. La donna, ormai in tarda età, sarebbe stata onorata in occasione forse del conseguimento della somma magistratura almeno da parte di uno dei suoi due igli, senza dimenticare, accanto al suo ruolo fondamentale di madre, quello avuto di addetta al culto imperiale nella colonia ostiense. Nella indeterminatezza della denominazione e nell’ipotesi che il sacerdozio sia stato conferito a Plaria Vera molto probabilmente ben prima del 128, quando la sua età doveva essere certo avanzata, è diicile dire a quale Augusta la laminica sia stata addetta82. Sui rapporti tra Plaria Vera e la laminica di Pisaurum Arria L. f. Plaria Vera Priscilla (nr. 32) si esprime Bruun83, ipotizzando tra le due donne un legame madre-iglia, dovuto a un precedente matrimonio di Plaria Vera con un L. Arrius Priscus, appartenente all’ordine senatorio, dal quale sarebbero nati sia Priscilla, sia L. Arrius Plarianus Auidius Turbo, nel quale anche M.h. Raepsaet-Charlier ritiene di poter riconoscere un fratello; ma la studiosa non accoglie favorevolmente l’ipotesi di Bruun84 per la diicoltà di ammettere sia doppi matrimoni per spiegare problemi bier, Aerarium, cit., supra, nt. 76, p. 178. 80 AE 1969/70, 87b; PFOS nr. 341. 81 Zevi, Nuovi documenti, cit., supra, nt. 71, nt. 58, pp. 307-308 anche in considerazione delle carriere simili dei due fratelli; Id., in M. Cébeillac-Gervasoni - M.L. Caldelli - F. Zevi, Epigraia latina. Ostia: cento iscrizioni in contesto, Roma 2010, pp. 222-223. 82 Bassignano 2013, p. 151 nr. 33 non esclude la possibilità si tratti di Plotina. 83 Chr. Bruun, Zwei Priscillae aus Ostia und der Stammbaum der Egrilii, in ZPE, 102, 1994, pp. 221-225. 84 M.-Th. Raepsaet-Charlier, Matronae equestres. La parenté féminine de l’ordre équestre, in L’ordre équestre. Histoire d’une aristocratie (IIe siècle av. J.-C. – IIIe siècle ap. J.-C.), Rome 1999, p. 227 nt. 95. Molto più prudente l’atteggiamento di M. Dondin-Payre, Exercice du pouvoir et continuité gentilice: les Acilii Glabriones du IIIe siècle av. J.C. au Ve siècle ap. J.C., Rome 1993, pp. 99 e 157-159, che riconosce come non vi siano elementi validi per esprimersi sui rapporti parentali delle due donne. 77

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onomastici, sia unioni ineguali, più e meno brillanti per una stessa donna, trattandosi di usi matrimoniali contrari a quelli dell’élite romana85. Non si hanno inora elementi certi per poter deinire con sicurezza quale sia stato il rapporto, innegabile tuttavia, tra Plaria Vera e Arria L. f. Plaria Vera Priscilla, ma alla luce delle testimonianze disponibili, si può affermare che le due donne abbiano fatto parte di due generazioni in diretta successione, attive tra gli ultimi decenni del I e i primi decenni del II secolo. Nella colonia ostiense sono note altre due laminicae, Egnatia Aescennia Procula (nr. 11) e l’anonima nr. 12, entrambe probabilmente inquadrabili nel II secolo.  EGNATIA P. F. AESCENNIA PROCULA laminica divae Faustinae

II d.C., 2a metà

A. Marinucci, Ostia. Iscrizioni municipali inedite, in MGR, 13, 1988, pp. 191-192 nr. 14 = AE 1988, 188; N. Agnoli - D. Nuzzo, in Scavi di Ostia. La basilica cristiana di Pianabella, I, Roma 1999, pp. 233-234, B 42 (sarcofago strigilato rinvenuto nel 1967 a Procoio, che presenta la fronte ricomposta da numerosi frammenti; l’iscrizione è incisa entro una tabella ansata; Ostia, magazzini, inv. 16669); EDR 080731; tav. IV, ig. 9:

5

D(is) M(anibus). Egnatia P. f. Aesc= ennia Procula, lami= nica divae Faustinae, hic sita est; M. Modius M. f. Successianus, hono= ribus functus, coniugi pudicissimae fecit.

La laminica Egnatia Aescennia Procula era moglie di un magistrato ostiense: M. Modius Succesianus, infatti, non tralascia di ricordare, anche nell’iscrizione sepolcrale della consorte, che aveva rivestito gli honores nella colonia, forse patria di entrambi. Né dell’una né dell’altro si hanno ulteriori attestazioni, ma il ruolo pubblico svolto da ciascuno dei due e il sarcofago di accurata fattura confermano ancora una volta l’appartenenza al gruppo sociale più rilevante in ambito locale. 85 M. Cébeillac-Gervasoni - F. Zevi, Pouvoir local et pouvoir central à Ostie, in M. Cébeillac-Gervasoni (a cura di), Les élites municipales de l’Italie péninsulaire de la mort de César à la mort de Domitien entre continuité et rupture, Rome 2000, pp. 5-31, in part. p. 27, non accolgono l’ipotesi di Bruun, secondo la quale la presenza di Arria Priscilla sulle istulae delle Terme del Nuotatore va spiegata non un intervento evergetico, simile a quello presso il tempio di Diana a Nemi (vd. infra, nt. 237).

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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Sia la tipologia del supporto che la presenza nel testo dell’espressione (omnibus) honoribus functus ben si armonizzano con una datazione nella seconda metà del II secolo d.C., anche se la menzione del laminato della diva Faustina, senza ulteriori precisazioni e quindi attribuibile alla maior, ofre quale sicuro terminus post quem già il 140 d.C.86 La diva Faustina godeva in Ostia di particolare attenzione. Infatti nella colonia per decreto decurionale, venne eretta, un’anno dopo la morte dell’Augusta, un’ara dedicata alla Concordia coniugale esemplare di Antonino e Faustina, probabilmente aiancata dalle statue di entrambi87. Presso di questa le coppie di promessi sposi erano invitati a supplicationes per garantirsi un’unione di armonia e di lunga durata. Nella colonia ostiense sono note altre due laminicae (nrr. 10 e 12).  ANONIMA laminica- - -

II d.C.?

CIL, XIV 2048 (lastra marmorea rinvenuta a Castel Porziano nell’area del vicus Augustanus, attualmente irreperibile):

5

- - - - - -? [- - -]ERMVL[- - -] [- - - col]oniae Ostie[nsis - - -] [- - -f]ilia lamin[ica - - -] [- - - marmorib?]us et column[is - - -] [- - -indul?]gentiam[- - -] - - - - - -?

Il modulo maggiore delle lettere nella prima riga conservata consente di supporre la loro pertinenza all’onomastica di un personaggio che ha efettuato un intervento edilizio purtroppo non precisabile88, ma al quale fanno riferimento i due termini alla r. 4 conservata. Tale nome può riferirsi a un individuo, che ha rivestito un ruolo magistratuale o di patronato in Ostia (dalla quale il vicus Augustanus dipendeva amministrativamente)89, 86

Agnoli, Basilica, cit., p. 233 propone una datazione agli ultimi decenni del II secolo, ma forse non si può escludere, proprio per la resa delle strigilature itte e slanciate una collocazione cronologica, seppur di poco, precedente. Per una attribuzione del laminato a Faustina maggiore si esprime anche Bassignano 2013, p. 151 nr. 34. 87 CIL, XIV 5326, cfr. M. Cébeillac-Gervasoni - M.L. Caldelli - F. Zevi, Epigraia, cit., supra, nt. 81, pp. 196-197; W. Eck - P. Weiss, Tusidius Campester, cos. suf. unter Antoninus Pius und die Fasti Ostienses der Jahre 141/142 n. Chr., in ZPE, 134, 2001, pp. 253-260 datano al 141-142 un frammento dei fasti di Ostia inora riferito alla ine del 164 (fr. S), integrando alle rr. 3-5 il ricordo della dedicatio dell’ara, e delle statue di Antonino e Faustina a quella connesse, a un anno dalla consecratio dell’imperatrice. 88 Granino Cecere 2008, p. 274. 89 Solo exempli gratia, si consideri la possibilità d’integrare alla r. 1 Germullus / Germullianus; un Ti. Claudius Germullianus tra il 180 e il 184 d.C. fu magister del collegio dei fabri tignarii 79

Maria Grazia Granino Cecere

e in tal caso si può supporre che sia stato aiancato nell’iniziativa dalla iglia, laminica nella stessa colonia, il cui nome è andato del tutto perduto in lacuna; oppure l’elemento onomastico è da riferirsi alla laminica stessa, della quale si ricordava il suo essere iglia di un personaggio eminente nella realtà istituzionale ostiense90. Purtroppo la frammentarietà del documento e la sua irreperibilità rendono diicile ogni ulteriore proposta d’integrazione e incerta una collocazione cronologica, che solo orientativamente può attribuirsi al II secolo d.C. POMPEII

 VIBIA C. F. SABINA [sace]rdos Iu[liae Aug(ustae)]

aa. 14-41 d.C.

CIL, X 961+962 (due frammenti non contigui di una lastra opistografa, attribuita a Pompei, attualmente conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, invv. 3868+3871); EDR 104875(a) e 104876(b); tav. IV, igg. 10a, b e 10c, d (foto gentilmente concesse da Giuseppe Camodeca): a) Vibiae C. f. S[ab]inae, [sace]rdoti Iu[liae Au]g(ustae) -----b) Vib[iae] C. f. Sabin[ae] [sacerdoti Iuliae Aug(ustae)] ------

L’incisione di un testo del tutto simile, a quanto sembra, sul recto e sul verso della stessa lastra può forse essere spiegata con un errore commesso dal lapicida, che avrebbe ripreso il testo sulla faccia opposta, incidendolo correttamente. Il lato con l’errore risultava non visibile perché probabilmente la lastra era murata o aderente a una base in muratura di cui era rivestimento, base destinata forse a sostenere una statua della donna, fosse questa onoraria o funeraria. in Ostia (CIL, XIV 5345; H.L. Royden, he Magistrates of the Roman Professional Collegia in Italy from the First to the hird Century A.D., Pisa 1988, p. 67 nr. 10); sulla possibilità anche di promozione sociale di quanti erano a capo di collegiati, vd. N. Tran, Membres, cit., supra, nt. 74, pp. 65-88; non è del tutto da ecludersi anche l’A. Egrilius Germu[llu]s di CIL, XIV 4563, 4 (un frammento forse pertinente all’albo dei curatores degli Augustales della ine II secolo). 90 Forse ancor più incauto, ma non privo di suggestione, è il pensare al cavaliere di cui si conserva solo parte del cognomen, [- - -] Ger[- - -] di CIL, XIV 359, che fu patronus della colonia ostiense, dove rivestì tutte le magistrature e che fu, molto probabilmente, anche patronus Laurentium Lavinatium (del resto non possiamo neppure escludere che questi sia da identiicare con il Ti. Claudius Ti. f. Germullianus, noto da un’altra iscrizione frammetaria ostiense dall’incisione notevolmente accurata, inv. 7737, del quale il magister del collegio dei fabri tignarii menzionato in CIL, XIV 5345 potrebbe essere un liberto o un discendente di liberto). Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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I due frammenti non sono contigui, ma la specularità dei testi consente di deinire con certezza l’estensione in larghezza della lastra e le relative integrazioni. L’attribuzione del documento a Pompei, proposta già dal Fiorelli, trova la sua giustiicazione nell’appartenenza della donna alla gens Vibia, che nel centro vesuviano ebbe non pochi rappresentanti e in particolare nel ceto dirigente, dalla tarda repubblica all’età lavia91. La donna, come osserva Castrén, può essere posta in relazione con il duovir del 56-57, C. Vibius Secundus, nel quale potrebbe riconoscersi l’edile dell’anno 39-40, C. Vibius, se in questi non è da vedere il padre92. Ciò induce lo studioso inlandese a supporre che l’Augusta di cui Vibia era sacerdos fosse Agrippina più che Livia93 e una tale ipotesi non dispiace a Fishwick94. A Livia, invece, preferiscono pensare Zimmermann e Frei Stolba e dubitativamente Gregori95, e credo a ragione, sia perché Iulia Augusta è la denominazione abituale della prima Augusta e valida ino al momento della sua divinizzazione ad opera di Claudio, sia perché nell’unico caso certo in cui si ha una sacerdos della moglie di Claudio (Crittia Priscilla, nr. 14), quest’ultima è denominata Agrippina, probabilmente per non ingenerare confusione tra le due donne della domus imperiale. Dal momento che Vibia Secunda è qui menzionata con il suo titolo di sacerdos Iuliae Augusta, dobbiamo supporre che il documento epigraico sia anteriore all’inizio dell’anno 42, ovvero alla divinizzazione di Livia, che avrebbe comportato il mutamento nella denominazione in sacerdos divae Augustae96. Un recente rinvenimento ha fatto sì che Vibia Sabina non restasse l’unica addetta al culto imperiale della Campania a noi nota: ora sappiamo infatti che Vibidia Saturnina (nr. 8) ottenne il laminato nella vicina Herculaneum. 91

P. Castrén, Ordo populusque Pompeianus. Polity and Society in Roman Pompeii, (Acta Inst. Rom. Finl. 8) Roma 1975, pp. 240-241 nr. 457, che riporta tutte le numerose attestazioni della gens nella città campana, e quanti tra i suoi esponenti appaiono quali protagonisti della vita cittadina in tale ampio periodo temporale; vd anche C. Chiavia, Programmata. Manifesti elettorali nella colonia romana di Pompei, Torino 2002, pp. 142, 147, 151, 155, 180, 322-323 e C.E. Dexter, Elite Women in Pompei, in M.T. Boatwright - H.B. Evans (a cura di), he Shapes of City Life in Rome and Pompeii: Essays in Honor of Lawrence Richardson jr. on the Occasion of his Retirement, New York Athens 1998, p. 97. 92 Castrén, Ordo, cit., supra, nt. 91, p. 109. 93 Castrén, Ordo, cit., supra, nt. 91, p. 72. 94 D. Fishwick, he inscription of Mamia again: the cult of the Genius Augusti and the temple of the imperial cult on the forum of Pompeii, in Epigraphica, 57, 1995, p. 37. 95 T. Zimmermann - R. Frei Stolba, Les prêtresses campaniennes sous l’Empire romain, in Femmes et vie publique dans l’antiquité gréco-romaine, in Etudes de Lettres, 1, Lausanne 1998, pp. 107-108; ora anche Bassignano 2013, p. 151 nr. 35; Gregori - Rosso 2010, p. 203 nt. 56. 96 Per il laminato maschile a Pompeii, vd. Mouritsen - Gradel 1991 e Arnaldi 2009, pp. 872, 873, 889. 81

Maria Grazia Granino Cecere

REGIO II (APULIA ET CALABRIA) AECLANUM

 CRITTIA P. F. PRISCILLA laminica Agrippinae Aug(ustae)

aa. 50-59 d.C.

M. Chelotti, Un primipilare da Aeclanum, in Epigraphica, 59, 1997, pp. 354-359, ig. 1 = AE 1997, 397; S. Evangelisti, Aeclanum, in Suppl.It. n.s. 28 nr. 15 in corso di stampa (blocco curvilineo di calcare pertinente a un monumento funerario a tamburo, rinvenuto tra Grottaminarda e Flumeri, nel territorio di Aeclanum, ed attualmente conservato ad Avellino, nel Museo Irpino97); EDR 135967; tav. V, ig. 11:

5

P. Crittius P. f. Cor(nelia) Firmus, primopilaris leg(ionis) XXII, trib(unus) chor(tis) VI vigilum, praef(ectus) castr(orum) leg(ionis) XII Fulm(inatae), IIIIvir i(ure) d(icundo), lamen divi Aug(usti), Crittia P. f. Priscilla, laminica Agrippinae Aug(ustae), P. Crittius P. f. Cor(nelia) Firmus f(ilius) ------

Crittia Priscilla era nativa di Aeclanum, come suggerisce l’appartenenza del padre e del fratello alla tribù Cornelia della città98. Suo padre, P. Crittius P. f. Firmus, aveva percorso un’importante carriera militare, che lo aveva condotto all’ingresso nell’ordine equestre99; tornato in patria, aveva poi ottenuto la suprema magistratura locale e il laminato imperiale100. Gens di prestigio quella dei Crittii, sia in ambito strettamente eclanense, poiché un altro suo esponente ne rivestì la somma magistratura101, sia in ambito regionale, per le sue connessioni ad es. con la gens Seppia, che in seguito sarebbe entrata in senato102. Tale ruolo socio-economico trova 97 A. Salvatore, Aeclanum, Avellino 1982, p. 115 ne ha oferto una prima stringata presentazione. 98 M. Silvestrini, Regio II (Apulia et Calabria). Tribù e centri, in M. Silvestrini (a cura di), Le tribù romane. Atti della XVIe Rencontre sur l’épigraphie, Bari 8-10 ottobre 2009, Bari 2010, pp. 185, 186, 188. 99 Dal primipilato era passato al tribunato di una coorte di vigiles e inine alla praefectura castrorum della legione XII Fulminata, nella quale aveva militato in precedenza come centurione (vd. CIL, III 6608) di stanza, al tempo, probabilmente in Siria (S. Perea Yébenes, La legión XII y el prodigio de la lluvia en época del emperador Marco Aurelio. Epigrafía de la legión XII Fulminata, Madrid 2002, pp. 205-206 nr. 38). 100 Arnaldi 2009, p. 890. 101 Forse anche lo stesso fratello di Priscilla potrebbe infatti essere riconosciusto nel [-] Crittius F[- - -]/ [- - -II?]IIvir[- - -], noto dall’iscrizione frammentaria CIL, IX 1173. 102 M. Silvestrini, Relazioni irpine dei Seppii di ordine senatorio e un’epigrafe eclanense per i Mani di Gaio Cesare, in MEFRA, 109, 1997, pp. 10-13, la quale nota come tali connessioni costituiscano un fenomeno difuso sin dalla ine dell’età repubblicana e come tali relazioni tra notabili

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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conferma nell’attribuzione a Crittia Priscilla del laminato di Agrippina, tra l’altro unico inora attestato nella penisola per la moglie di Claudio. Questo dato consente di collocare cronologicamente il documento tra l’anno 50103, quando la madre di Nerone ottenne il titolo di Augusta e il mese di marzo del 59, quando, morendo, subì la damnatio104; il laminato imperiale del padre è infatti riferibile ad Augusto più che a Claudio105.  CANTRIA P. FIL. LONGINA lam(inica) divae Iuliae Piae Augustae

I d.C., ine

CIL, IX 1153, cfr. p. 695 = ILS 6487; Bassignano 1996, pp. 60-61 nr. 14; Chelotti 2000, p. 127, cfr. AE 2000, 352 e Chelotti 2005, pp. 200, B1 e 208; Granino Cecere 2008, pp. 283-284 ; Evangelisti, Aeclanum, in Suppl. It. 28, in corso di stampa (rinvenuta ad Aeclanum, attualmente irreperibile); EDR 133604: Cantriae P. il. Longinae, sacerd(oti) lam(inicae) 5 div[ae] Iuliae Piae [A]u[g(ustae) e]t Matr(is) Deum M(agnae) Id(aeae) et Isidis Regin(ae). Haec ob honorem sacerd(otii) HS quinquaginta L ((milia)) n(ummum) r(ei) p(ublicae) d(edit). 10 P(ublice), d(ecreto) d(ecurionum).

Appare fuor di dubbio l’esistenza di un legame tra Cantria Longina ed un’altra laminica di Aeclanum recante lo stesso gentilizio e lo stesso patronimico, ovvero Cantria P. f. Paulla (nr. 16). Del resto entrambe vissero e rivestirono il laminato in un breve arco di tempo, probabilmente sul inire del I secolo d.C.: Longina, addetta al culto di Giulia, iglia di Tito, di centri vicini abbiano mirato a una promozione agli ordini superiori. Per la difusione del non frequente gentilizio Crittius vd. anche M. Kajava, La raccolta epigraica del Palazzo Quadrari a S. Donato, in H. Solin (a cura di), Le epigrai della Valle di Comino. Atti del secondo Convegno epigraico cominese, San Donato Val di Comino, 28 maggio 2005, Cassino 2006, pp. 71-73 nr. 3. 103 Augusta nel 50, vd. Kolb 2010, p. 24 (con le relative fonti); nel 49 per Bassignano 2013, p. 152 nr. 41. 104 Tra il 19 e il 23 del mese (Tac. Ann. 14. 12. 1; in merito alla cerimonia del 28 marzo nei Commentarii fratrum Arvalium, corrispondente all’indictio delle supplicationes del successivo 5 aprile in seguito all’assassinio di Agrippina, vd. Scheid 1990, pp. 394-400); A.A. Barrett, Agrippina, Mother of Nero, London 1996, pp. 186-192. L’inquadramento in tale decennio può spiegare il particolare andamento del cursus del padre in relazione al riordino delle carriere equestri operato da Claudio, come osserva Chelotti 1997, pp. 356-357. 105 Che imporrebbe ovviamente quale terminus post quem l’anno 54. 83

Maria Grazia Granino Cecere

qualche momento prima di Paulla, forse sacerdotessa di una delle Augustae d’età traianea. Longina fu sposa di M. Pomponius Bassulus, che rivestì il duovirato quinquennale ad Aeclanum, a quanto sembra appena dopo il passaggio costituzionale del centro irpino da municipio a colonia, che avvenne in età adrianea; questo rivela l’iscrizione funeraria dell’uomo, curata da Longina106 stessa, che volle incidervi quindici senari giambici composti dal marito, poeta e scrittore di commedie d’ispirazione menandrea. Loro iglio fu l’eques Romanus M. Pomponius Bassulus Longinianus, che, tra l’altro, fu insignito del sacerdozio Laurente Lavinate107. L’aiancarsi nel testo dei due termini sacerdos e laminica può spiegarsi con la menzione delle diverse divinità al cui culto la donna fu dedita: sacerdos della Magna Mater108 e di Isis Regina109 da un lato, dall’altro laminica di Iulia Titi dopo la sua divinizzazione110, voluta da Domiziano. Il sacerdozio isiaco e la consacrazione della donna al culto della iglia di Tito rivelano una profonda adesione della classe dirigente di Aeclanum, e in particolare dei componenti della famiglia di Longina, alla dinastia lavia: ben nota è la predilezione per Iside, divinità considerata protettrice della stessa dinastia, da parte soprattutto di Domiziano; predilezione che aveva condotto molto probabilmente alla realizzazione nella vicina Benevento, nell’area nord-orientale della città, di un luogo di culto dedicato alla dea111. 106

CIL, IX 1164 = ILS 2953 = CLE 97; P. Cugusi, Aspetti letterari dei Carmina Latina Epigraphica, Bologna 19962, pp. 102-104 e E. Courtney, Musa Lapidaria. A Selection of Latin Verse Inscriptions, Atlanta 1995, pp. 80 nr. 63 e 282-283. 107 J. Scheid - M.G. Granino Cecere, Les sacerdoces publics équestres, in L’ordre équestre. Histoire d’une aristocratie (IIe siècle av. J.-C. – IIIe siècle ap. J.-C.). Actes du Colloque International Bruxelles – Leuven, 5-7 octobre 1995, Roma 1999, pp. 101-104 e 161; vd. anche S. Evangelisti, Riletture di due iscrizioni da CIL IX e CIL X, in Epigraia e territorio. Politica e società. Temi di antichità romane, VII, Bari 2004, pp. 118-121. 108 F. Van Haeperen, Les prêtresses de Mater Magna dans le monde romain occidental, in G. Urso (a cura di), Sacerdos. Figure del sacro nella società romana. Atti Convegno inter., Cividale del Friuli, 26-28 settembre 2012, Pisa 2014, pp. 305, 306, 308 e 320. 109 L. Bricault, Recueil des inscriptions concernant les cultes isiaques. Vol. 2-Corpus, Paris 2005, pp. 619-620, il quale, datando il documento alla ine del I secolo, osserva che il sacerdozio isiaco di Longina è il più antico attestato nella penisola; M. Malaise, Les conditions de pénétration et de difusion des cultes égyptiens en Italie, Leiden 1972, pp. 113 e 127; Id., Inventaire préliminaire des documents égyptiens découverts en Italie, Leiden 1972, p. 294, il quale osserva che nelle iscrizioni della penisola i sacerdoti di Iside sono denominati sempre sacerdotes, come del resto di consuetudine per gli addetti al culto di divinità straniere. 110 Morta prima del 3 gennaio del 90, come si evince dalla mancanza del suo nome nella cerimonia dei vota pro salute dei componenti la domus imperiale celebrata in tal giorno dai fratres Arvales (CIL, VI 2067, cfr. J. Scheid, Commentarii fratrum Arvalium qui supersunt, Roma 1998, p. 158 e M.P. Vinson, Domitia Longina, Iulia Titi and the Literary Tradition, in Historia, 38, 1989, pp. 436-437); Gregori - Rosso 2010, p. 203 nt. 56, notano come solo in questo documento compaia quale Diva Iulia Pia Augusta, con una denominazione simile a quella di Giulia Domna. 111 F. Colin, Domitien, Julie et Isis au pays des Hirpins (CIL IX, 1153 et l’obélisque de Bénévent), in Chronique d’Egypte 68, 1993, pp. 247-260; R. Pirelli - I.M. Iasiello, L’Iseo di Benevento, in E.A. Arlan (a cura di), Iside, il mito e la magia. Catalogo della Mostra (Milano 1997), Milano 1997, pp. 376-380. Per lo speciale legame della dinastia lavia con il culto di Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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Ciò che desta particolare interesse è la motivazione che ha indotto il senato locale ad erigere a spese pubbliche, a quanto sembra, una statua, cui è riferibile l’iscrizione onoraria112: la donna aveva versato quale summa honoraria per il conferimento del laminato113 una somma di denaro certamente di molto superiore a quanto abitualmente dovuto. Cinquantamila sesterzi, al tempo in cui Longina divenne laminica, costituiscono infatti una somma di tutto rispetto in relazione a quella generalmente dovuta per i più signiicativi onori locali114. Ad Aeclanum sono inora note altre tre laminicae, Cantria Paulla (nr. 16) e Crittia Priscilla (nr. 14) nel I secolo e Neratia Betitia Procilla (nr. 17) dell’età di Antonino Pio, tutte appartenenti a gentes di spicco non solo in ambito municipale. È inora nota un’altra addetta al culto di Iulia Titi, Albucia Candida a Novaria (nr. 69)115.  CANTRIA P. FIL. PAULLA lam(inica) divae Augustae sacerd(os) Augustae Aeclano

II d.C., 1° quarto?

CIL, IX 1155; Bassignano 1996, p. 60 nr. 13; Chelotti 2000, pp. 124129, cfr. AE 2000, 352 e Chelotti 2005, p. 201; S. Evangelisti, Aeclanum, in Suppl. It. 28, in corso di stampa (lastra di rivestimento di una base?, vista fuori il castello di Mirabella Eclano, attualmente irreperibile); EDR 133862:

5

Cantriae P. il. Paullae, lam(inicae) divae Augustae, p(ublice), d(ecreto) d(ecurionum).

CIL, IX 1154 = ILS 6486; Chelotti 2005, pp. 199 e 205, cfr. AE 2000, 352; Granino Cecere 2008, pp. 271-272 (lastra marmorea rinvenuta nel 1813 nel territorio di Aeclanum, un tempo conservata presso la chiesa di S. Prisco, ma attualmente irreperibile): Iside e della Magna Mater, vd. S. Adamo Muscettola, I Flavi tra Iside e Cibele, in Alla ricerca di Iside, in PP, 49, 1994, pp. 83-118 e da ultimo M.L. Caldelli, Puteoli, Rione Terra: la fase post giulio-claudia in due nuove dediche, in MEFRA, 122, 2010, pp. 181-190 in part. 185 e 188. 112 Eck 2013, p. 57. 113 Bassignano 2013, p. 153 nr. 42 ritiene invece che tale somma sia stata versata da Longina per il sacerdozio delle divinità orientali. 114 R. Duncan-Jones, he Economy of the Roman Empire. Quantitative Studies, Cambridge 19822, pp. 216-217 e nrr. 1318-1327 e in part. pp. 151-152; vd. anche Hemelrijk 2006b, pp. 88-89 e Granino Cecere 2008, pp. 283-284. 115 Per la continuità nel tempo del culto della iglia di Tito, vd. supra, p. 37. 85

Maria Grazia Granino Cecere

5

Cantriae P. il. Paullae, sacerd(oti) Augustae Aeclano, Cn. Ennius Dexter, matri et nutrici suae, fecit. Haec argenteam statuam Felicitatis Aeclani dedit.

Di Cantria Paulla abbiamo due iscrizioni, l’una di carattere privato, l’altra relativa probabilmente a una base destinata a sostenere una statua eretta in suo onore a spese pubbliche per decreto del senato locale. Purtroppo entrambe sono attualmente irreperibili e ciò desta rammarico poiché i dati monumentali e le caratteristiche paleograiche avrebbero potuto essere di aiuto per determinare l’ambito cronologico in cui visse la donna ed agevolare di conseguenza l’individuazione dell’Augusta menzionata. Bassignano ritiene infatti che si tratti di Livia, di cui Paulla sarebbe stata sacerdos mentre era in vita, ovvero tra il 14 e il 29 d.C. e laminica in seguito alla sua consacrazione a diva, dopo il gennaio del 42116. Chelotti, ponendo in evidenza la connessione onomastica tra Cantria Paulla e Cantria Longina, che recano anche lo stesso patronimico, preferisce pensare a donne della casa imperiale d’età traianea, motivando la diversa denominazione sacerdos/laminica in relazione ad una stessa Augusta, prima vivente poi divinizzata, o a due diverse tra Marciana, Matidia, Plotina, che ebbero titolo di Augusta e vennero divinizzate in date diverse. Ma a proposito delle due diferenti denominazioni del sacerdozio di Paulla appare opportuno notare come il secondo documento sembri avere una valenza funeraria e non onoraria, in particolare per l’espressione matri et nutrici suae, che si addice ad un ambito privato, per cui anche la deinizione di sacerdos Augustae può essere intesa in senso meno “tecnico”, più generico; invece la denominazione uiciale della funzione della donna deve essere stata quella presente nell’iscrizione onoraria a lei dedicata, di laminica, appunto, di un’imperatrice divinizzata, nella quale può essere riconosciuta eventualmente anche Livia. Viene a cadere così l’aporia e la diicoltà di spiegare il diverso uso dei termini sacerdos e laminica per la stessa persona. In una frase a sé stante nell’iscrizione di carattere privato, si è voluto porre l’accento su di un’iniziativa di Cantria Paulla, quella di aver fatto erigere una statua d’argento della Felicitas Aeclani117. L’uso del genitivo non può qui avere valenza di locativo, dal momento che nello stesso testo il luogo in cui la

116

E si avrebbe in questo caso una chiara smentita dell’ipotesi di Geiger 1913, p. 3. Bassignano 2013, pp. 153-154 nr. 43 ritiene invece che sia stato il iglio a donare alla città la statua, per onorare sua madre. 117

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

86

donna ha esercitato il suo sacerdozio è indicato in ablativo, Aeclano: dunque è la Felicitas della città e dei suoi concittadini che la laminica ha voluto rappresentare, forse proprio nel suo ruolo di addetta al culto imperiale. Come non avvertire in tale iniziativa l’adesione all’ideologia imperiale, alla igura dell’imperatore quale garante di prosperità e di giustizia per tutti i cives, di uno stato di difuso e profondo benessere, che vede la Felicitas Aeclani quale rilesso locale della Felicitas populi Romani? È con Augusto che tale valenza “messianica” si evidenzia118 e viene ad assumere nuovo impulso e consapevolezza con Vespasiano, Tito e soprattutto Nerva e Traiano119. Per questo e perché è ben noto come Traiano abbia avuto a cuore il risanamento dell’area dell’Irpinia in cui sorge Aeclanum, appare opportuno riferire, ma solo in via ipotetica, agli inizi del II secolo d.C. il ruolo pubblico di Cantria Paulla.  NERATIA BETITIA PROCILLA a. 147, ine - a. 161, inizi lam(inica) Faustinae Aug(ustae), [Imp(eratoris) A]ntonini Aug(usti) [Pii] il(iae) CIL, IX 1163; Bassignano 1996, p. 62 nr. 16; Granino Cecere 2007, p. 647; S. Evangelisti, Aeclanum, in Suppl. It. 28, in corso di stampa (due frammenti contigui rinvenuti ad Aeclanum, attualmente non reperibili); EDR 133929:

5

Nerat[iae] Betitiae Procillae, lam(inicae) Faustinae Aug(ustae) [Imp(eratoris) A]ntonini Aug(usti) [Pii] il(iae), [- - -]a lib. [L(ocus) d(atus) d(ecreto) d(ecurionum)?]

Neratia Betitia Procilla era molto probabilmente iglia di C. Betitius Pietas, personaggio appartenente all’ordine equestre120 e di spicco nella realtà 118

H. Erkell, Augustus, Felicitas, Fortuna. Lateinische Wortstudien, Göteborg 1952, pp. 112-113; E. Wistrand, Felicitas imperatoria, Göteborg 1987, pp. 44-62. 119 È suiciente ricordare la rara temporum felicitas, ubi sentire quae velis et quae sentias dicere licet, cui fa riferimento Tacito nell’introdurre le sue Historiae (1. 1); Wistrand, Felicitas, cit., supra, nt. 118, pp. 63-70; per Traiano vd. W. Kuhoff, Felicior Augusto, melior Traiano: Aspekte der Selbstdarstellung der römischen Kaiser während der Prinzipatszeit, Frankfurt am Main 1993, pp. 147, 227, 230, 233. La Felicitas publica è celebrata per la prima volta da Galba nelle sue monete RIC I2 411-412 (T. Ganschow, s.v. Felicitas, in Lexikon Iconographicum Mytologiae Classicae VIII, 1 e Supplementum, Zürich und Düsseldorf 1997, pp. 585-591, in part. 586 e 590) e ripresa da Vespasiano e Tito (G. Belloni, Felicitas, diplomazia e coerenza di Tito, in Atti del Congresso internazionale di studi laviani, Rieti settembre 1981, II, Rieti 1983, pp. 203-215). 120 PME nr. B22; Suppl. I, p. 1474 e Suppl. II, p. 2036, con relativa bibliograia; nell’iscrizione a lui dedicata da moglie e un iglio, CIL, IX 1132, si ricorda che era stato praefectus cohortis 87

Maria Grazia Granino Cecere

locale di Aeclanum, dove aveva rivestito la questura, la suprema magistratura di IVvir iure dicundo e di IVvir quinquennalis, e di una donna, Neratia Procilla121, nella quale si può forse riconoscere la sorella del console sufeto del 145, L. Neratius Proculus122, appartenente a un’importante gens di Saepinum123. Proprio per il maggior rilievo sociale della moglie il cavaliere Pietas avrebbe consentito che i igli recassero per primo il gentilizio materno124. In tale contesto familiare la laminica Procilla appare anche sorella di C. Neratius Proculus Betitius Pius Maximillianus, onorato da due suoi liberti ad Aeclanum quale sommo magistrato municipale a sua volta e patronus della colonia, oltre che lamen divi Hadriani125, in una carriera che si snoda tra l’età di Adriano e quella di Antonino Pio126. Un iglio o un nipote di quest’ultimo pervenne al consolato127. Dunque Neratia Betita Procilla appartiene all’élite di due importanti centri dell’area centro-meridionale della penisola e nella stessa Aeclanum anche il laminato maschile era appannaggio della sua famiglia. L’integrazione [Pii]128, che viene proposta, appare preferibile al [divi] indicato dal Mommsen e consente di collocare il laminato di Neratia in un momento ben deinito, tra il dicembre del 147, quando Faustina minore viene nominata Augusta129, e la morte di Antonino Pio, nel marzo del 161. HERDONIA

 ARRENIA FELICISSIMA sacerdos [[[Iuliae Mamaeae ?]]] Aug(ustae)

aa. 222-235? d.C.

primae Flaviae Commagenorum nella Moesia inferior. 121 PFOS nr. 571 e PIR2 N 67. 122 PIR2 N 63; G. Alföldy, Konsulat und Senatorenstand unter den Antoninen. Prosopographische Untersuchungen zur senatorischen Führungsschicht, Bonn 1977, pp. 149 e 151; non si può escludere anche l’anno 144 per il suo consolato. 123 M. Torelli, Ascesa al senato e rapporti con i territori di origine. Italia: regio IV (Samnium), in Epigraia e ordine senatorio, Tituli 5, Roma 1982, p. 181; M. Gaggiotti, Verso la formazione del latifondo nell’Alto Sannio: il caso dei Nerazi di Saepinum, in E. Narciso (a cura di), La cultura della transumanza. Atti del Convegno Santa Croce del Sannio, 12-13 novembre 1988, Napoli 1991, pp. 99-110; Andermahr, Totus in praedis, cit., supra, nt. 7, pp. 350-351. 124 M. Th. Raepsaet Charlier, Le mariage indice et facteur de mobilité sociale aux deux premiers siècles de notre ère: l’exemple sénatorial, in E. Frézouls (a cura di), La mobilité sociale dans le monde sociale. Actes du colloque de Strasbourg, novembre 1988, Strasbourg 1992, p. 35; Salomies, Adoptive, cit., supra, nt. 77, p. 78. 125 Arnaldi 2009, p. 876. 126 CIL, IX 1160 = ILS 6485 e CIL, IX 1161; quest’ultimo, come mi suggerisce Silvia Evangelisti, è un frammento di CIL, IX 1121, che è riferibile a un iglio o un nipote di Maximillianus. 127 Il Betitius Pius Maximillianus consularis, menzionato in CIL, IX 1121, di prima età severiana; vd. G. Camodeca, Ascesa al senato e rapporti con i territori d’origine. Italia: regio I (Campania, esclusa la zona di Capua e Cales), II (Apulia et Calabria), III (Lucania et Bruttii), in Epigraia e Ordine senatorio, Tituli 5, Roma 1982, pp. 131-132. 128 Granino Cecere 2007, p. 647; tale proposta viene ora accolta dalla Bassignano 2013, p. 154 nr. 44. 129 Kolb 2010, p. 27; vd. anche supra, p. 39. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

88

F. van Wonterghem, Les inscriptions découvertes pendant les quatre premières campagnes de fouilles à Ordona (1962-1966), in J. Mertens (a cura di), Ordona II, Bruxelles Rome 1967, p. 132 nr. 3 = AE 1967, 94; M. Silvestrini, Dalla civitas daunia al municipio romano: un proilo storico, in J. Mertens (a cura di), Herdonia. Scoperta di una città, Bari 1995, pp. 243-244; Ead., Un itinerario epigraico lungo la via Traiana. Aecae, Herdonia, Canusium, Bari 1999, pp. 74-75 nr. B 8; Chelotti 2000, p. 122 nt. 7; Chelotti 2005, pp. 202, C5 e 214-215 (base di statua in calcare rinvenuta a Herdonia, od. Ortona, in fase di reimpiego in una costruzione di età tarda; attualmente collocata nell’angolo S-E del Foro); EDR 074693; tav. V, ig. 12a: Arreniae Felicissimae, sacerdoti [[[Iuliae?]]] 5 [[[Mamaeae?]]] Aug(ustae), L. Arreni Men= andri il., coll(egium) iuvenum ob me= rita eius. 10 L(ocus) d(atus) d(ecreto) d(ecurionum).

Sul lato sinistro (tav. V, ig. 12b): Ded(icata) kal(endis) Iun(iis).

Di Arrenia Felicissima conosciamo per un caso fortunato sia il nome e la carriera del padre, L. Arrenius Menander 130, sia il nome della madre, Bruttia L. f. Nereis131, perché entrambi destinatari di statue con relative basi recanti iscrizioni onorarie, collocate, insieme a quella della iglia, nell’area forense di Herdonia. Il padre aveva percorso tutta la carriera municipale, ino al quattuorvirato quinquennale e il suo prestigio sociale e le sue possibilità economiche sono rivelate rispettivamente dal suo ruolo di patronus dell’importante associazione professionale locale dei fabri tignarii e da quello di munerarius, organizzatore di spettacoli gladiatori. Un 130

AE 1967, 93; cfr. M. Buonocore, Epigraia aniteatrale dell’Occidente romano. III. Regiones Italiae II-V, Sicilia, Sardinia et Corsica, Roma 1992, pp. 54-55 nr. 30: L. Arrenio L. il. / Pap(iria) Menandro, / aed(ili), IIIIvir(o) II q(uin)q(uennali), mu/ner(ario) civ(itatis) Herd(oniensium), om/nib(us) hon(oribus) et one/ribus rei publ(icae) fu/ncto, patrono, / coll(egium) fabr(um) tign(ariorum) / ob praecipuam / adfectionem / eius statuam po/nendam meren/t[i] decrevit. L(ocus) d(atus) d(ecurionum) d(ecreto). 131 AE 1967, 95; cfr. Buonocore, Epigraia, cit., supra, nt. 130, pp. 55-56 nr. 31: Bruttiae L. il. / Nereidi, L. Ar/reni Menand/ri dec(urionis) et munif(ici) (scil. uxori), coll(egium) cannopho/rum ob merita / eius. / L(ocus) d(atus) d(ecurionum) d(ecreto). Buonocore data questa, come le altre due basi con iscrizioni onorarie di Felicissima e di suo padre, alla prima metà del II secolo d.C., ma senza motivi dirimenti. 89

Maria Grazia Granino Cecere

altro collegium cittadino, quello dei cannophori, onora la madre e quello dei iuvenes erige la statua onoraria di Felicissima132, che certo anche per l’appartenenza a una famiglia di tanto elevato prestigio locale aveva ottenuto il sacerdozio imperiale. L’erasione alle rr. 4-5 attuata con particolare cura e l’impaginazione del testo, con allineamento lungo il margine sinistro, ma libera lungo quello destro, rendono davvero diicile stabilire con certezza quante e quali lettere siano state cancellate. Tuttavia, per le motivazioni addotte, appare condivisibile la proposta di Marina Silvestrini, che vede qui menzionata Iulia Mamaea, madre di Severo Alessandro. Forse però alla sua ipotesi d’integrazione, [[[Mamaeae / matris]]] Aug(usti), di certo adatta allo spazio, si propone come alternativa preferibile quella di Marcella Chelotti, [[[Iuliae / Mamaeae]]] Aug(ustae), perché più frequentemente documentata133. In questo documento abbiamo in ogni caso l’attestazione più recente di un’Augusta espressamente menzionata nella titolatura di un’addetta al culto imperiale (vd. supra, p. 20). LARINUM

 GABBIA [M.? f. Tertulla] sacerdos divae [Augustae]

I d.C., metà

N. Stelluti, Epigrai di Larino e della bassa Frentana, I, Campobasso 1997, pp. 187-188 nr. 114 e ig. alla tav. XIX = AE 1997, 343; Granino Cecere 2008, pp. 266-267 (parte superiore destra134 di lastra di calcare, rinvenuta in fase di reimpiego quale soglia di un’abitazione a Larinum e attualmente conservata nel locale Museo civico); tav. VI, ig. 13: [Aedem? Iuno]nis Reginae [vetustate? co]llapsam Ga[b]bia [M.? f. Tertulla?], sacerdos divae [Augustae, reici]unda[m]+[. .]++135 - - - - -?

È probabile che questa Gabbia sia la nonna di Coelia Tertulla, laminica a Larinum a soli 7 anni (nr. 20), ma Stelluti non propone l’identiicazione. Se si accoglie l’identità, che sembra trovare un sostegno anche nel

132

Almeno le due iscrizioni onorarie di Bruttia Nereis e di Arrenia Felicissima appaiono prodotto di una stessa mano. 133 Bassignano 2013, pp. 154-155 nr. 47 indica entrambe le soluzioni come possibili. 134 È ricomposta da nove parti, saldate con relativa cura. La lastra è opistografa, recante sul retro un testo di età moderna, probabilmente settecentesco, secondo Stelluti. 135 Le tracce di lettere percepibili alla ine della r. 4 non sembrano addirsi al verbo cur(avit), come proposto dall’editore e accolto in AE. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

90

fatto che entrambi i documenti appaiono ascrivibili a un medesimo arco temporale, nella lacuna alla r. 3 si dovrebbe integrare il cognomen Tertulla, che pare ben adattarsi allo spazio dopo il patronimico. Per la gens Gabbia si debbono ammettere origini antiche in ambito larinate, anche se non si volesse seguire l’ipotesi della Torelli136, che propone di attribuire tale gentilizio al sillano Oppianicus, protetto a tal punto dal dittatore da sostituirsi con la violenza ai supremi magistrati (quattuorviri) eletti dalla cittadinanza137. Il gentilizio è attestato nel municipium in altri documenti epigraici databili tra l’età augustea e il I sec. d.C.138e in un bollo su tegola, forse ancora databile nella seconda metà del I sec. a.C.139. Iuno Regina è venerata nei centri vicini di Terventum, Aesernia, Allifae e san Bartolomeo in Galdo140. I d.C., metà  COELIA M. F. TERTULLA (NEPTIS GABBIAE TERTULLAE) sacerdos divae Augustae (primae omnium in municipio annorum VII decurionum decreto sacerdotium datum est) S. De Caro, Base di statua con iscrizione opistografa da Larinum, in S. Capini - A. Di Niro (a cura di), Samnium, archeologia del Molise, Roma 1991, pp. 268-270, ig. 34 = AE 1991, 514a; cfr. N. Stelluti, Epigrai di Larino e della bassa Frentana, I, Campobasso 1997, pp. 196-197 nr. 123a e ig. a tav. XXI; Chelotti 2000, pp. 130-132 (base di statua in calcare rinvenuta a Larinum, dove è attualmente conservata; sulla faccia opposta è stato inciso un testo onorario databile al IV secolo, AE 1991, 514bis); EDR 033118; tav. VI, ig. 14a: Coeliae M. f. Tertullae, sacerdoti divae Augustae, Gabbia M. f. Tertulla

136

M. Torelli, Una nuova iscrizione di Silla da Larino, in Athenaeum, 51, 1973, pp. 348-350 (contra Ph. Moreau, Structures de parenté et d’alliance à Larinum d’après le Pro Cluentio, in M. Cébeillac-Gervasoni (a cura di), Les «bourgeoisies» municipales italiennes aux IIe et Ier siècles av. J.-C., Paris - Naples 1983, p. 110 nt. 86, che ripropone il gentilizio Abbius). Non può risalire però all’età repubblicana il bollo, per il quale vd. nt. 139. 137 Cic. Cluent. 8. 25. 138 CIL, IX 753 = Stelluti, Epigrai, cit., pp. 107-108 nr. 26; CIL, IX 6245 = Stelluti, pp. 128129 nr. 53; Stelluti, pp. 156-158 nr. 84. 139 Si tratta del bollo rettangolare C. Gabbi C.[f.- - -?], edito da E. De Felice, Larinum, Firenze 1994, p. 91 e ig. 97, che Stelluti, Epigrai, cit., pp. 251-252 nr. 171 e pp. 268-269 nr. 203 ritiene sia la sola parte sinistra, male impressa, di uno più ampio, di cui ha rinvenuto altri frammenti: C. Gabbi C. f. Capito(nis). 140 CIL, IX 2587, 2630, 2323 e F. Morrone, Storia di Baselice e dell’Alta Valfortore, Napoli 1992, p. 7 nr. 15: la Bassignano 2013, p. 154 nr. 45 preferisce pensare, come Stelluti, che l’ediicio sacro abbia subito danni a causa di un terremoto. 91

Maria Grazia Granino Cecere

5

avia posit (!). Huic primae omnium in municipio annorum VII decurionum decreto sacer= dotium datum est.

La stessa Coelia M. f. Tertulla compare in altre due iscrizioni di Larinum, in una, onoraria, come dedicante, CIL, IX 735 (cfr. Stelluti, Epigrai, cit., pp. 94-94 nr. 11 e ig. a tav. III), rinvenuta murata sulla facciata dell’Episcopio, presso l’antico foro (tav. VI, ig. 14b):

5

C. Paccio C. f. Cor(nelia tribu) Prisco aed(ili), IIviro quinq(uennali) i(ure) d(icundo), patrono coloniae Venafro, Coelia M. f. Ter= tulla testamen(to) poni iussit. L(oco) d(ato) d(ecreto) d(ecurionum).

E in una seconda, funeraria, anche in questo caso come dedicante (Stelluti, Epigrai, cit., pp. 205-206 nr. 134 e ig. a tav. XXIII = AE 1997, 357); EDR 033119 (tav. VI, ig. 14c): Pacciae M’. f. Sabinae Coelia M. f. Ter= [tulla - - -].

Le tre iscrizioni sono state incise a distanza di un signiicativo numero di anni tra di loro, secondo quanto mostra anche la paleograia dei singoli testi: Coelia Tertulla era giovanissima allorché la nonna Gabbia [Tertulla?] eresse in suo onore una statua, sottolineando l’eccezionale concessione del laminato a soli sette anni ottenuto dalla fanciulla; ormai donna, ella appare come probabile dedicante di un’iscrizione sepolcrale di una Paccia Sabina, iglia di un Manius; a conclusione della sua vita, per sua volontà testamentaria, vediamo inine eretta un’iscrizione in onore di un C. Paccius Priscus, che aveva percorso tutta la carriera municipale locale ed era stato patrono di Venafrum. Impossibile stabilire con certezza il legame esistente tra Tertulla e i Paccii, tra l’altro non originari di Larinum, essendo Priscus ascritto alla Cornelia, contro la locale Clustumina141; ma si 141

M. Silvestrini, Regio II (Apulia et Calabria). Tribù e centri, in M. Silvestrini (a cura di), Le tribù romane. Atti della XVIe Rencontre sur l’épigraphie, Bari 8-10 ottobre 2009, Bari 2010, pp. 185, 187, 188. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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tratta in ogni caso di una gens di rilievo, risultando già nel corso del I sec. a.C. tra i possessores del centro frentano per testimonianza ciceroniana142. Ciò che in ogni caso desta l’attenzione è il fatto che Coelia Tertulla143 abbia avuto un ruolo di preminenza nella società larinate per tutta la vita, sin dalla più tenera età. L’eccezionalità della concessione del sacerdozio appare relativa alla sua giovanissima età144 e non all’essere stata la prima ad ottenerlo nella comunità di Larinum. Molto probabilmente, infatti, era stata preceduta nel laminato dalla nonna Gabbia, se, come sembra molto probabile, in quest’ultima è da riconoscere la Gabbia sacerdos divae Augustae restauratrice di un’aedes (?) di Iuno Regina nella stessa Larinum (nr. 19). E ciò a maggior ragione se si tiene conto dell’ereditarietà di un sacerdozio in ambito familiare, ben attestato per il laminato municipale maschile145. Nella diva Augusta cui erano dedite sia Coelia Tertulla che probabilmente sua nonna Gabbia deve riconoscersi senza dubbio Livia146, dopo la sua divinizzazione ad opera di Claudio: infatti la tipologia del supporto, la mancanza di deinizione del campo epigraico con una cornice, le stesse caratteristiche paleograiche suggeriscono una datazione non oltre l’età giulio-claudia. A Larinum è attestato anche il laminato maschile, per i divi Tito e Adriano147.

REGIO III (LUCANIA ET BRUTTII) VIBO

 LATIA P. F. AULEIA AURINA sacerd(os) Aug(ustae)

II d.C.?

CIL X, 51148, da tradizione manoscritta: Latiae P. f. Au= leiae Aurinae 142

Cic. Cluent. 59. 161. Sulla difusione della gens nell’area centro-meridionale, vd. Chelotti, 2000, p. 131. 143 Il gentilizio Coelius è attestato a Larinum in CIL, IX 2827 = Stelluti, Epigrai. cit., pp. 237-240 nr. 161 (databile intorno al 70, ma il Q. Coelius Gallus di cui si fa menzione, aveva agito nel 19 d.C.); in CIL, IX 6244 = Stelluti, pp. 127-128 nr. 52, della ine del II- inizi III sec. d.C.; in AE 1997, 353 = Stelluti, pp. 201-202 nr. 127 e forse in AE 1997, 352 = Stelluti p. 200 nr. 126, della prima età imperiale. 144 Sulla valenza dell’espressione primus omnium, vd. S. Mrozek, Primus omnium sur les inscriptions des municipes italiens, in Epigraphica, 33, 1971, pp. 60-69. 145 Vd. supra, p. 40. 146 Come ritiene anche la Bassignano 2013, p. 154 nr. 46. 147 CIL, IX 731 + 5 nuovi frammenti = AE 1991, 513; Buonocore, Epigraia, cit., supra, nt. 130, p. 114 nr. 79; cfr. Stelluti, Epigrai, cit., pp. 90-91 nr. 7 (della ine del I sec. d.C.) e CIL, IX 2853. 148 Vd. anche Bassignano 2013, p. 155 nr. 48. 93

Maria Grazia Granino Cecere

5

sacerd(oti) Aug(ustae) SE V[- - -]E G[- - -] D[- - -]G X[- - -]

Per quanto è tradito del testo non è possibile dire se il documento sia di carattere funerario o piuttosto onorario. Non certo difusi sia il primo che il secondo elemento onomastico149 della donna, così come il cognomen Aurina150, non altrimenti attestati, per quanto ne sappia, nella regione. Nulla si può dire, dunque, in merito all’eventuale appartenenza della sacerdotessa a famiglie localmente inluenti; tuttavia la sua polionimia parla a favore di una condizione sociale di rilievo. La denominazione di sacerdos accomuna le due addette al culto imperiale inora note di Vibo: forse Aurina ha preceduto nel tempo Quinta, vd. nr. 22.  [- - -] QUINTA[- - -] [divae? - - -] sacerdos per[petua?]

II d.C., 2a metà

CIL, X 54; Granino Cecere 2008, pp. 269-270 (attualmente conservata a Vibo Valentia, nel palazzo Capialbi151, laddove la vide Mommsen nel 1873); tav. VII, ig. 15:

5

[- - -]+ Quinta[- - -] [divae? - - -]ae sacerdos per[petua?] [balineum? nymphaeum? - - -]nae exornatum pop[ulo dedit?] [- - - im]pensa sua et aqua in id pe[rducta; cuius?ob?] [dedic(ationem)? decuri]onibus sing(ulis) HS VIII n(ummum), August[alibus sing(ulis) HS - - - n(ummum) d(edit)] ------?

Le prime due righe dell’iscrizione dovevano essere integralmente riservate all’onomastica e al ruolo sociale svolto dalla donna, della quale nelle tre righe successive si menzionano gli atti evergetici. Alla r. 1, in frattura, prima del cognomen, vi è traccia di una lettera, forse più la parte terminale di una A che il tratto inferiore di una F, per cui probabil-

149

Per Latius, vd. W. Schulze, Zur Geschichte lateinischer Eigennamen, Berlin 1904, pp. 176 e 179 (CIL, VI 8284 e 8285); per Auleius, vd. H. Solin - O. Salomies, Repertorium nominum gentilium et cognominum Latinorum, Hildesheim - Zürick - New York 1994, p. 28 (CIL, VIII 20094). 150 Kajanto, Cognomina, cit., supra, nt. 2, p. 161. 151 L’iscrizione è murata nell’atrio del palazzo, sito in via Ruggero il Normanno 8 (vd. M. Buonocore, La collezione epigraica Capialbi a Vibo Valentia, in RPAA, 60, 1987/1988, p. 272, nr. 6 e ig. a p. 277); fa parte della collezione raccolta dal conte Vito Capialbi morto nell’ottobre del 1853 e non si hanno indicazioni precise sul luogo di rinvenimento. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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mente non era indicato il patronimico della donna, ma solo il gentilizio. Diicile è stabilire con certezza quanto si estendesse il testo verso i due margini laterali, mentre l’ultima riga conservata sembra essere l’ultima. Per quanto riguarda l’onomastica della donna, se si vuole accogliere il cognomen Quinta152, si deve anche ammettere la possibile presenza nella lacuna a destra nella stessa prima riga di un altro elemento nominale. Per certo, però, non sembra si possa accogliere l’integrazione all’inizio della r. 3 [divae Fausti]nae proposta dal Mommsen e generalmente accettata153. Infatti il participio che segue, exornatum, si deve riferire di necessità a un termine indicato in precedenza, di genere neutro, perché lo stesso probabilmente al quale rimanda l’id nella riga successiva. In questo ho proposto di individuare un balineum o un nymphaeum154, poiché si ricorda l’adduzione in esso dell’acqua155; di conseguenza le tre lettere NAE che precedono il participio dovrebbero essere intese come pertinenti a un elemento identiicativo dell’ediicio, forse un nome femminile al genitivo, ovvero quello di una divinità o di una precedente proprietaria156. È nella seconda riga, dedicata al ruolo sociale di Quinta, secondo quanto suggerisce il termine sacerdos, che può invece essere integrata la menzione della donna della domus imperiale al cui culto ella era addetta, fosse questa generica (divae Augustae) o speciica (ad es. divae Faustinae); e il fatto che tale menzione preceda il termine sacerdos, secondo una modalità non certo frequente157, potrebbe trovare una giustiicazione nella successiva indicazione della perpetuitas, della continuità nel tempo degli onori connessi alla funzione sacerdotale una volta rivestita, che sembra inora avere solo questa attestazione nella penisola.158 Non è possibile deinire con precisione quale sia stato l’intervento evergetico della sacerdotessa, ma in ogni caso è rivelatore di indubbie disponibilità economiche da parte della donna, disponibilità che trovano conferma nella distribuzione di denaro da lei voluta in occasione dell’inau152 La notevole difusione di tale cognomen (Kajanto, Cognomina, cit., supra, nt. 2, p. 174) rende improbabile la presenza di un cognomen come Quintana (Kaianto, p. 293), Quintanensis (p. 204), tanto meno Quintasia o Quintalla (p. 174). 153 Anche ad es. da Buonocore, Collezione, cit., supra, nt. 151, p. 272. 154 Ad un nymphaeum pensa L. Luschi, Documenti inediti di scavi a Vibo Valentia tra ottocento e novecento, in ASNP, 19, 1989, pp. 512-513, che ipotizza possa essere individuato nei resti di quella che appare come una fontana monumentale in località Cusello; ma l’integrazione che propone, [nymphaeum statua divae Fausti]nae exornatum, appare troppo ampia per la relativa lacuna; H. Jouffroy, La construction publique en Italie et dans l’Afrique romaine, Strasbourg 1986, pp. 110 e 112 pensa al dono di un acquedotto. 155 Granino Cecere 2008, pp. 269-270. 156 Bassignano 2013, p. 155 nr. 49 non accoglie una tale proposta. 157 Tuttavia non senza riscontri in contesti simili, vd. ad es. CIL, II2/7 3a. 158 Non sembra infatti condivisibile l’ipotesi che vede una laminica perpetua in Tullia Vitrasi uxor (nr. 64); vd. anche supra, p. 31.

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Maria Grazia Granino Cecere

gurazione sia ai decuriones che agli Augustales del municipio159, secondo una modalità consueta, che vediamo attestata nella stessa Vibo160 in un documento attribuibile al medesimo ambito cronologico, alla seconda metà del II secolo, preferibilmente ancora in età antonina. Datazione che può trovare conferma nelle caratteristiche paleograiche e nel formulario usato. VOLCEI

 INSTEIA M. F. POLLA sacerd(os) Iuliae Augustae Volceis et Atinae

aa. 14-37 d.C.

M. Spinazzola, Polla. Di un monumento funerario scoperto in Polla e del Forum Popilii di Lucania, in NSc, 1910, pp. 73-87 = AE 1910, 191 = ILS 9390; cfr. V. Bracco, Inscriptiones Italiae III, 1 - Civitates vallium Silari et Tanagri, Roma 1974, pp. 70-72, nr. 113 e Id., Volcei, in Suppl. It. 3, Roma 1987, p. 71 (iscrizione inserita nel tamburo di un monumento sepolcrale a tumulo161, rinvenuto presso Polla. Il campo epigraico è deinito da una cornice a racemi d’acanto); EDR 072390; tav. VII, ig. 16 (foto di Giuseppe Camodeca, che ne ha gentilmente consentito la riproduzione): C. Utiano C. f. Pom(ptina) Rufo Latiniano IIIIvir(o) i(ure) d(icundo) iter(um), Insteia M. f. Polla, sacer`d´(os) Iuliae Augustae Volceis et Atinae, 5 optimo et indulgentissimo viro, qui eam pupillam annorum VII in domum receptam per annos LV cum summo honore uxorem habuit. Hunc decuriones Volceiani inpensa 10 publica funerandum et statua equ[est]ri honorand[um] censuerunt. Latiniae M. f. Posillae [sor]ori Latiniani.

È la stessa Insteia Polla che cura l’erezione del prestigioso monumento sepolcrale162 del marito163, C. Utianus Rufus Latinianus, personag159

Senza poter escludere anche il populus quale partecipe della distribuzione nel caso l’iscrizione si estendesse oltre il margine conservato. 160 CIL, X 53. 161 Per il monumento: V. Bracco, Studio ricostruttivo di un mausoleo romano in Lucania, in ArchClass, 11, 1959, 190-195; Id., Monumenti sepolcrali di Volcei, in RAL, 34, 1979, pp. 106 e 110; P. Gros, L’architecture romaine du début du IIIe siècle av. J.-C. à la in du Haut-Empire, II, Paris 2001, p. 432 e ig. 520; M. Gualtieri, La Lucania Romana. Cultura e società nella documentazione archeologica, Quaderni di Ostraka 8, Napoli 2003, pp. 149-151 e 216 igg. 59-60 a p. 216. 162 Molto probabilmente connesso a un’importante villa familiare, come suggerisce F. Coarelli nella discussione ai contributi, in Cébeillac-Gervasoni, Elites, cit., supra, nt. 85, p. 476. 163 Bassignano 2013, p. 155 nr. 50 si mostra prudente in merito a un’unione matrimoniale, poiché non esplicitamente indicata. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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gio di spicco in Volcei, dove aveva rivestito per due volte il quattuorvirato e dove aveva ottenuto funerali a pubbliche spese164 e l’onore di una statua equestre. Nato nella gens Latinia, come palesa il nome della sorella alla r. 12 e adottato dall’antica gens lucana degli Utiani, aveva curato il mantenimento del prestigio e del rango della famiglia attraverso il matrimonio con Insteia Polla, a sua volta appartenente a una delle gentes più in vista, proprietaria di praedia di considerevoli entità nell’area a nord di Polla165. La ricchezza degli Insteii si rivela anche nelle dimensioni e nell’apparato decorativo del monumento sepolcrale eretto dalla donna. Alla sua gens appartiene il M. Insteius M. f. Firmus, magistrato a Volcei verso la metà del I sec. d.C.166 ed è possibile vedere in quest’ultimo e in Polla i predecessori del Q. Insteius Celer, che ottenne il consolato nel 128 d.C.167 La donna, accolta come pupilla a 7 anni nella domus di Utianus, ne divenne presto la sposa e, secondo quanto dichiara nel testo sepolcrale, visse con lui ben 55 anni. Al prestigio locale di entrambe le famiglie d’appartenenza ella deve l’attribuzione della dignità sacerdotale, non solo a Volcei, ma anche nel non lontano municipio di Atina. In Iulia Augusta non può che riconoscersi Livia, dopo la sua adozione alla morte di Augusto nel 14 e prima della sua divinizzazione ad opera di Claudio nel 42168; la funzione sacerdotale di Polla, nel caso di una durata annuale in entrambi i centri, dovrebbe essersi espletata prima del 29169. Si tratta, dunque, di una delle prime attestazioni del laminato femminile imperiale nella penisola e ciò in accordo con il dato archeologico suggerito dal monumento sepolcrale ascrivibile forse ancora nella prima età tiberiana170.

REGIO IV (SABINA ET SAMNIUM) CORFINIUM

 ANONIMA Iuliae Augustae sacerdos prima

164

aa. 14-41 d.C.

G. Wesch-Klein, Funus publicum. Eine Studie zur öffentlichen Beisetzung und Gewährung von Ehrengräbern in Rom und den Westprovinzen, Stuttgart 1993, pp. 159160. 165 Gualtieri, Lucania, cit., supra, nt. 161, p. 151. 166 CIL, X 379 = Inscr. It. III, 1, nr. 85. 167 M. Buonocore, La probabile origo volceiana di Q. Insteius Celer, in Klearcos, 105-108, 1983, pp. 111-114 e Camodeca, Ascesa, cit., supra, nt. 127, p. 111. 168 H. Solin, Zu lukanischen Inschriften (Comm. Hum. Litt. 69), Helsinki 1981, pp. 36-37. Per il laminato maschile attestato a Volcei per i divi Vespasiano (CIL, X 413) e Adriano (CIL, X 416) vd. Arnaldi 2009, pp. 875, 876, 890. 169 P. Simelon, La propriété en Lucanie depuis les Gracques jusqu’à l’avènement des Sévères. Etudes épigraphique, Bruxelles 1993, p. 116 nt. 292. 170 F. Coarelli, Il Vallo di Diano in età romana: i dati dell’archeologia, in B. D’Agostino (a cura di), Storia del Vallo di Diano I, Salerno 1981, pp. 234-235. 97

Maria Grazia Granino Cecere

M. Buonocore, Corinium, in Suppl.It. 3, Roma 1987, p. 147 nr. 10 = AE 1988, 422 (blocco di calcare rinvenuto presso Popoli, nel territorio di Corinium, reimpiegato a copertura di una tomba, attualmente conservato nella Taverna Ducale di Popoli); EDR 093976; tav. VII, ig. 17: ----Iuliae Augustae sacerdos prim(a) [- - -]+[- - -] ------

Il blocco, conservante i margini laterali e di notevole spessore (cm. 62), costituiva probabilmente parte di una base quadrangolare di una statua, recante il nome e le dignità sacerdotali ottenute da una donna, espresse in caso nominativo, quasi un’etichetta identiicativa del personaggio. Il nome di Livia, Iulia Augusta, suggerisce una datazione del monumento tra il 14 d.C., quando alla morte di Augusto ella ottenne con l’adozione l’appartenenza alla gens Iulia e l’inizio del 42, quando ebbe la consecratio ad opera di Claudio171. Buonocore integra il termine laminica nella lacuna prima di Iulia Augusta, mentre sacerdos prima dovrebbe a suo dire essere inteso come riferito ad altro culto; in tale ipotesi è seguito dalla Prosperi Valenti172. Ma sembra preferibile escludere l’integrazione laminica e vedere semplicemente una valenza appositiva dell’espressione, in immediata successione al nome della donna, a sottolineare come ella sia stata la prima della comunità coriniense ad ottenere tale ruolo nel culto imperiale173. Il documento, dunque, si aianca a quelli delle due altre sacerdotes Iuliae Augustae inora note, Insteia Polla a Volcei e Atina (nr. 23) e Vibia Sabina a Pompeii (nr. 13). PINNA

 IUNIA C. F. PROCULA, VESCLARI ATTI UXOR sacerdos diva[e] Drusillae

aa. 38 - 41 d.C.?

M. Buonocore - E. Mattiocco, Riscoperte ed inediti epigraici dai territori dei Peligni e dei Vestini, in MGR, 17, 1992, p. 178 nr. 16, tav. VIII, ig. 17 = AE 1992, 336; M. Buonocore, L’Abruzzo e il Molise in età romana tra storia ed epigraia, L’Aquila 2002, pp. 378-379; M. Buonocore, Storia, amministrazione, società, economia di Penne in età romana, in L. Franchi 171

Anche Bassignano 2013, p. 150 nr. 32; nella lettura del testo segue quella proposta da Buonocore. 172 Prosperi Valenti 2003-2004, p. 20 173 La posposizione del termine sacerdos rispetto al nome dell’Augusta sembra aversi nel caso che un attributo caratterizzi il sacerdozio stesso, come per Quinta, nr. 21, sacerdos perpetua di un’imperatrice menzionata in precedenza (vd. supra, p. 31). A Corinium è attestato anche il laminato maschile (AE 1961, 109, cfr. Suppl. It. 3, Roma 1987, pp. 144-145 nr. 8 e forse AE 1988, 423). Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana

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dell’Orto (a cura di), Pinna Vestinorum, la città romana, Roma 2010, p. 243 nr. 32 (lastra marmorea rinvenuta a Penne e inserita nel muro esterno della cattedrale, attualmente conservata nel locale Museo Archeologico); EDR 033207; tav. VIII, ig. 18:

5

- - - - -? [I]uniae C.[f.] Procula[e] Vesclari Att[i (scil. uxori),] sacerdoti diva[e] Drusillae, M. Sollius [- - -] -----

Il gentilizio di Procula, se efettivamente da integrare in Iunia174, nonostante la sua ampia difusione, non è inora attestato localmente, come, del resto, anche quello del probabile marito, Vesc(u)larius175; il nomen Sollius, invece, riferibile forse al dedicante, trova riscontro a Pinna in un’iscrizione funeraria176. La menzione del coniuge da un lato sta a sottolineare la rilevanza socio-economica acquisita dalla donna anche con il legame matrimoniale, dall’altro suggerisce la volontà di onorare il marito rendendo omaggio alla consorte. In ogni caso Procula apparteneva all’élite cittadina se venne scelta per aidarle il culto della diva Drusilla177, culto intensamente voluto da Caligola178 e che molto probabilmente dopo la sua morte non venne mantenuto a lungo in vita179. Sono note inora nella penisola almeno due altre sacerdotesse180 addette al culto della sorella di Caligola, l’una a Brixia (nr. 49), l’altra a Forum Vibii Caburrum (nr. 66). Per tutte si propone quale 174

Buonocore - Mattiocco, Riscoperte, cit., p. 178 non escludono teoricamente altre possibilità, ma si tratta di gentilizi, come Dunius, Funius, Munius, Nunius ecc. di difusione molto limitata e non attestati a Pinna. 175 Prima di VESCLARI non vi è spazio per un eventuale prenome, seppur, come di norma, abbreviato alla prima lettera. 176 AE 1968, 159 = Buonocore - Mattiocco, Riscoperte, cit., pp. 181-182 nr. 23 e Buonocore, Storia, cit., p. 246 nr. 37, ma databile al II secolo d.C., ben lontana nel tempo rispetto a quella in esame. 177 Prosperi Valenti 2003-2004, p. 59 nr. 40; Bassignano 2013, p. 150 nr. 31. 178 P. Herz, Diva Drusilla, in Historia, 30, 1981, pp. 324-336; S.E. Wood, Diva Drusilla Panthea and the Sisters of Caligula, in AJA, 99, 1995, pp. 457-482. 179 F. Chausson, Deuil dynastique et topographie urbaine dans la Rome antonine II. Temples des divi et divae de la dynastie antonine, in N. Belayche (a cura di), Rome, les Césars et la Ville aux deux premiers siècles de notre ère, Rennes 2001, pp. 344-345 ritiene che il culto di Drusilla sia stato abolito all’indomani dell’assassinio del fratello; ma ciò non è valido per ogni luogo della penisola (vd. infra). 180 Non è possibile, infatti, determinare se Gavia M. f. Pupa (nr. 63) sia stata laminica di Drusilla e di Livia, come ritiene C. Carducci, San Massimo di Collegno - Rinvenimenti vari, in NSc, 1950, pp. 198-199; vd. anche Bassignano 1994-1995, p. 73 nr. 7 e Scuderi 2007, pp. 731-732. 99

Maria Grazia Granino Cecere

terminus post quem la divinizzazione di Drusilla, che gli Acta fratrum Arvalium consentono di collocare al 23 settembre del 38181; forse però per il documento di Pinna non sembra opportuno andare oltre il 41, anno della morte di Caligola, mentre per un luogo ben più lontano da Roma, nella regio XI, come Caburrum, si può ben ammettere un dilatarsi nel tempo del culto per Drusilla, culto che in un documento epigraico presso Augusta Taurinorum appare associato a quello per Livia182, istituito, come noto, il 17 gennaio del 42 da Claudio. 26 [- - -]ria Q. f. Quin[ta?- - -] [sacerd]os eius (ovvero della Diva Poppaea Sabina)

aa. 65-68 d.C.

M. Buonocore, Spigolature epigraiche. III, in Epigraphica, 71, 2009, pp. 332-334 nr. 5 = AE 2009, 284; M. Buonocore, Storia, amministrazione, società, economia di Penne in età romana, in L. Franchi dell’Orto (a cura di), Pinna Vestinorum, la città romana, Roma 2010, pp. 232-233 nr. 12 (parte centrale di una lastra di cui è stata scalpellata la cornice lungo i margini superiore ed inferiore; rinvenuta a Penne nel 1997 nel refettorio del convento del Carmine, dove attualmente è murata); tav. VIII, ig. 19: [Div]ae Poppaeae [Augustae] [- - -]ria Q. f. Quin[ta?- - -] [sacerd]os eius posuit; ea[dem - - -] [- - - se]viris et mulieribu[s - - -] - - - - - -?

Lo sviluppo orizzontale della lastra, dal campo epigraico alto solo 20 cm., la dedica iniziale a Poppaea Sabina, moglie in terze nozze di Nerone, la presenza del verbo posuit, suggeriscono la pertinenza del testo a una base per un busto dell’imperatrice divinizzata183. Del nome della dedicante resta la parte terminale del gentilizio, da integrare, però, con un nomen di un numero maggiore di lettere rispetto alle due proposte184, insuicienti a completare la lacuna sulla sinistra, che è di almeno quattro lettere: troppo numerose sono le possibilità (e nessuna attestata nel centro vestino) per ofrire una proposta di una qualche attendibilità. Per quanto riguarda il co181

H. Broise - J. Scheid, Deux nouveaux fragments des actes des frères arvales de l’année 38 ap. J.-C., in MEFRA, 92, 1980, pp. 240-242; cfr. Scheid, Commentarii, cit., supra, nt. 110, pp. 31, 34-35 e Id. 1990, pp. 423-424. 182 Cresci Marrone - Culasso Gastaldi 1984, pp. 166-174. 183 Opportunamente Buonocore fa presente che al nome di Poppea non doveva far seguito quello di Nerone, Imp(eratoris) Neronis Caesaris Aug(usti), quale si riscontra nelle dediche alla donna note a Luna (CIL, XI 1331 = ILS 223, vd. Cogitore 2000, p. 265) e forse nel titolo urbano CIL, VI 3752 = 31290 = 40419; la base, infatti, avrebbe avuto un’eccessivo sviluppo in larghezza. 184 Buonocore propone infatti un gentilizio come Arria, Curia, Floria, Varia. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 100

gnomen, non essendo possibile determinare con sicurezza l’estendersi della lacuna verso destra, più o meno ampia, a seconda che Augusta185 fosse o meno abbreviato alle prime tre lettere, è possibile ammettere un secondo cognomen dopo Quinta, oppure pensare a uno più esteso come ad es. Quintilla, Quintiana o Quintiola. L’integrazione [sacerd]os all’inizio della r. 3 trova agevole rispondenza nella titolatura dell’altra addetta al culto imperiale nota a Pinna, Iunia Procula, sacerdos divae Drusillae (nr. 25). Si può ben accogliere l’ipotesi formulata da Buonocore, poi, per l’ultima riga conservata, nella quale sembra si faccia riferimento a una distribuzione di denaro o di cibo ai seviri e alle donne in occasione della dedicatio del busto di Poppea; degna di nota è la menzione delle mulieres, espressamente indicate, quale voluto riferimento nell’iniziativa di una donna in onore di una donna, alla componente femminile della popolazione locale. La presenza a Pinna di una sacerdotessa della diva Poppaea così come della diva Drusilla, due donne della casa imperiale che, per l’essere state divinizzate per volontà di due principi, il cui operato sarebbe stato di lì a poco obliterato, di certo per poco tempo avranno goduto dell’onore degli altari, rivela la pronta adesione del municipio vestino alle direttive del potere centrale. TIBUR

 [- - -]NA lam[inica?]

II d.C., 2a metà?

Eph. Ep. IX, 902 = G. Mancini, Inscriptiones Italiae, IV, 1 Tibur, Roma 1952, p. 140 nr. 383 (frammento marmoreo con belle e grandi lettere rinvenuto nel 1898 nel territorio tiburtino, in località San Pastore, attualmente irreperibile186): [- - - Ma]tuccio[- - -] [- - -]nae lam[inicae?] [- - -Po]mpeius [- - -]

Il grande frammento fu rinvenuto nella stessa località in cui si ergeva il sepolcro in grossi blocchi di travertino nel quale si trovò il sarcofago di una Matuccia L. f.[- - -], che l’iscrizione consentiva di datare al 164 d.C.187; nella defunta si è voluto riconoscere la Matuccia Fuscina188, iglia

185

Buonocore propone una forma non abbreviata. Vista ancora sul posto da Mancini. Sulla località e i relativi rinvenimenti vd. Th. Ashby, La via Tiburtina (continuazione), in Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e Arte, 4, 1924, p. 116 e Z. Mari, Tibur, pars quarta, Firenze 1991, pp. 57-58 nr. 10 e p. 82 nt. 14. 187 CIL, XIV 3596: Matucciae L. f.[- - -] / [M.] Pompeio Macrino, P. [Iuventio Celso] / co(n)s(ulibus) e Eph. Ep., IX p. 470. 188 La proposta è inizialmente dello stesso Dessau (CIL, ad nr.); PIR2 M 375 e PFOS nr. 534.

186

101 Maria Grazia Granino Cecere

di L. Matuccius Fuscinus, legatus della legio III Augusta nel 158189 e probabilmente console sufeto nell’anno successivo190, che insieme alla madre, Volteia Corniicia, aveva accompagnato il padre nella legazione di Numidia, come rivela un’iscrizione di Lambaesis191. La coincidenza del luogo di rinvenimento e la presenza del gentilizio Matuccius nel frammento in esame hanno fatto supporre già a Dessau192la pertinenza delle due iscrizioni a un unico monumento sepolcrale. Quanto resta del testo è purtroppo insuiciente per poter formulare un’ipotesi degna di attendibilità: in Pompeius potrebbe individuarsi il dedicante, in Matuccius il dedicatario, ma indeinibile appare il ruolo della laminica, dal momento che il suo nome potrebbe essere espresso in dativo, e quindi eventualmente indicare nella donna un secondo dedicatario, ma anche in genitivo, in relazione forse a un rapporto parentale. Della donna resta solo la parte terminale del cognomen, [- - -]na, troppo poco per ogni tentativo d’identiicazione. Una datazione al II secolo, in età antonina, sembra suggerita dal contesto prosopograico.

REGIO V (PICENUM) AUXIMUM

 VIBIA L. F. MARCELLA lamina (!) August(arum? -ae?)

II d.C., metà

CIL, IX 5841; G.V. Gentili, Osimo nell’Antichità, Casalecchio di Reno 1990, p. 181 nr. 93, tav. 122b; Prosperi Valenti 1991, pp. 50-51 nr. 11 e tav. X; F. Cancrini - Ch. Delplace - M.S. Marengo, L’evergetismo nella regio V (Picenum), Picus Suppl. VIII, Tivoli 2001, pp. 173-175 e ig. 50; Granino Cecere 2008, pp. 274-275 (base marmorea rinvenuta ad Auximum ed attualmente conservata ad Osimo nel palazzo comunale); EDR 015312; tav. VIII, ig. 20:

5

L. Praesentio L. il. Lem(onia) Paeto Lattio Severo, praefecto coh(ortis) I Afr(orum) c(ivium) R(omanorum) eq(uitatae), iudici selecto ex V dec(uriis), pr(aetori) Auximi, pat(rono) col(oniae), aedili, IIvir(o) Anconae.

189

Per i numerosi documenti epigraici che ne attestano la presenza a Lambaesis e in altri centri della regione, vd. Y. Le Bohec, La troisième légion Auguste, Paris 1989, p. 384. 190 Alföldy, Konsulat, cit., supra, nt. 122, p. 173. 191 CIL, VIII 2630 = 18100. 192 Eph. Ep., IX ad nr. Impropriamente Z. Mari, Tibur, cit., supra, nt. 186, p. 58 aferma che Dessau attribuisce questo frammento alla stessa iscrizione e non allo stesso monumento sepolcrale. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 102

Vibia L. f. Marcella, lamina (!) August(arum? -ae?), 10 marito omnibus exem= plis de se bene merito. Et in dedic(atione) statuae cenam colon(is) et epul(um) pop(ulo) ded(it). L(oco) d(ato) d(ecreto) d(ecurionum).

Vibia Marcella appare quale dedicante della statua in onore del marito, di cui ricorda il comportamento esemplare nei suoi confronti in ogni circostanza. L’uomo, L. Praesentius Paetus Lattius Severus, doveva essere nativo della vicina Ancona, come indicano la sua iscrizione alla tribù Lemonia e l’edilità e il duovirato lì rivestito; ma anche ad Auximum, dove viene onorato, aveva raggiunto la magistratura eponima, la pretura, ed era stato nominato patrono. Una carriera municipale di tutto rispetto, che trova rispondenza nell’approdo ai primi gradini della carriera equestre193. Al cursus del marito, così puntualmente enunciato, la donna replica con il suo ruolo municipale di laminica. Il termine usato, lamina, viene inteso come una variante194, poiché appare diicile ammettere un errore in un testo impaginato ed inciso con indubbia cura. Tuttavia qualche perplessità suscita nella stessa riga anche l’inconsueta abbreviazione AVGVST, che rende dubbio lo scioglimento195in August(ae) o in August(arum)196, e che potrebbe anche giustiicarsi in una cura dell’impaginato con il venir meno in corso d’opera di una sillaba nel termine precedente; in tal caso, seguendo l’opinione del Mommsen197, in lamina si dovrebbe ammettere un errore del lapicida. Nel giorno della dedicatio della statua vennero oferti198 una cena ai coloni di diritto e un epulum ai residenti 199. Sembra opportuno vedere in questo atto evergetico un’iniziativa di Vibia Marcella, anche se non si può escludere, per l’ambiguità dell’espressione, che sia stato inanziato dallo stesso onorato200. 193 S. Demougin, Les juges des cinq décuries originaires de l’Italie, in Anc. Soc., 6, 1975, p. 167 nr. 32 e pp. 152-153 nr. 15, p. 166 nr. 31 e PME P 106 e Suppl. I p. 1693 e II, p. 2211. 194 Vd. E. Bickel, s.v. Flaminica, in T.L.L. VI, 1, (1919), col. 861; Bassignano 2013, p. 149 nr. 29 ritiene invece che si tratti di un errore. 195 Come per Pompeia Catulla (nr. 9). 196 Vd. Claudia Fadilla (nr. 1) e Attia Maxima (nr. 30), l’una sacerdos divarum Augustarum, l’altra sacerdos Augustar(um) e Usia Tertullina (nr. 55) e Septicia Marcellina (nr. 71), entrambe sacerdotes divarum. Per la denominazione vd. supra, pp. 29-30. 197 CIL, IX, Indices, pp. 772 e 777. 198 Granino Cecere 2008, pp. 274-275. 199 S. Mrozek, Les distributions d’argent et de nourriture dans les villes italiennes du Haut-Empire romain, Bruxelles 1987, pp. 37-82 ben sottolinea il diverso impegno economico delle due elargizioni. 200 Come evidenziato da S.M. Marengo in Cancrini - Delplace - Marengo, Evergetismo, cit., pp. 173-175 Aux 7.

103 Maria Grazia Granino Cecere

Il confronto con altri monumenti tipologicamente aini di Auximum, il formulario usato, le stesse caratteristiche paleograiche indicano un ambito cronologico nei decenni centrali del II secolo d.C. E una tale collocazione temporale potrebbe indurre forse a preferire lo scioglimento al plurale del termine, considerando l’incremento del numero delle Augustae quale si ebbe dall’età traianea e nel procedere del secolo. FALERIO

 ANTONIA CN. FIL. PICENTINA sacerdos divae Fau[sti]nae

aa. 141-161 d.C.

CIL, IX 5428 = ILS 5652; F. Cancrini - Ch. Delplace - M.S. Marengo, L’evergetismo nella regio V (Picenum), Picus Suppl. VIII, Tivoli 2001, pp. 95-97 FAL 5; Granino Cecere 2008, pp. 272-273 (lastra marmorea scorniciata, rinvenuta nel 1836 presso il teatro di Falerio, od. Falerone, attualmente irreperibile); EDR 104941; tav. IX, ig. 21a:

5

Imp(eratori) Antonino Aug(usto) P[io], Antonia Cn. il. Picentina, C.C[- - -] Secundi, praetori(i), patron[i colo=] niae (uxor), sacerdos divae Fau[sti=] nae, statuas quas ad exo[rnan=] dum theatrum promi[serat Fa=] leriensibus posuit et [in dedic(atione)] decurionibus, plebi urbanae div[isionem] dedit.

CIL, IX 5429 (frammento relativo alla parte inferiore centrale di una lastra scorniciata, recante un testo gemello del precedente; rinvenuto nel 1777, è conservato a Fermo, nel Museo Archeologico); EDR 104942; tav. IX, ig. 21b: ----[dum theatrum pr]om[iserat Fa=] [leriensibus po]suit et[ in dedic(atione)] [decurionibus, pl]ebi urban[ae divisionem] dedit.

I due testi gemelli201, probabilmente destinati a essere collocati in due diversi luoghi del teatro di Falerio, ricordano il dono di statue poste

201

Ciò per quanto riguarda il contenuto, mentre nulla può esser detto di preciso in merito alla distribuzione del testo nelle righe; del resto anche le integrazioni per la lacuna lungo il margine destro di CIL, IX 5428 sono proposte solo in base ad un disegno, non sappiamo quanto fededegno rispetto all’originale andato perduto. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 104

ad ornare l’ediicio202 ad opera di Antonia Picentina. Della donna si vuole sottolineare l’appartenenza all’ordine senatorio203: infatti il nome del marito, non altrimenti noto204, seguito dal rango di praetorius e dalla menzione del suo patronato della città, si frappone tra gli elementi onomastici di Picentina e il suo ruolo di sacerdos divae Faustinae. La sacerdotessa aveva aggiunto dono a dono per i Falerienses: in occasione della dedicatio delle statue nel teatro aveva anche proceduto ad una distribuzione di denaro205, probabilmente in misura diversa, come d’uso, ai componenti del senato locale e all’intera cittadinanza206. Diicile dire se Falerio sia stata la città di origine di Picentina207o forse del marito o di entrambi. Certo è invece l’inquadramento cronologico: il laminato della diva Faustina impone gli ultimi mesi del 140, data della sua morte e divinizzazione208 quale terminus post quem, mentre la dedica iniziale ad Antonino Pio ancora vivente ofre il 161 come terminus ante quem. INTERAMNA PRAETUTTIANORUM209

 ATTIA P.? FIL. MAXIMA sacerdos Augustar(um)

I-II d.C.

CIL, IX 5068; M. Buonocore - W. Eck, Teramo tra storia ed epigraia, in RPAA, 72, 1999-2000, p. 249 nr. 17; M. Buonocore, L’Abruzzo e il Molise in età romana tra storia ed epigraia, L’Aquila 2002, p. 912 nr. 17 (parte anteriore di una base segata superiormente e il cui campo epigraico appare notevolmente danneggiato da colpi di scalpello; rinvenuta a Teramo e conservata nel locale Museo Archeologico); EDR 115427; tav. IX, ig. 22210:

202

Dono non raro; altri esempi enumerati da M. Fuchs, Untersuchungen zur Ausstattung römischer heater in Italien und den Westprovinzen des Imperium Romanum, Mainz am Rhein 1987, pp. 63 e 156. 203 PIR2 A 895; PFOS nr. 79. 204 PIR2 C 3; è perduto nella lacuna il suo gentilizio, di cui si conserva la sola C iniziale, convenzionalmente integrato in C[laudi(i)]; ma ben altri nomina possono essere ipotizzati, come Clodius, Caesius, Calvius, tutti presenti nella regione. 205 Mrozek, Distributions, cit., supra, nt. 199, p. 34. 206 Granino Cecere 2008, pp. 272-273. A Falerio è attestato un lamen Aug. appartenente all’ordine equestre (CIL, IX 5441; cfr. PME A 110, Suppl. II, p. 1997). 207 Come ritengono L. Gasperini - G. Paci, Ascesa al senato e rapporti con i territori d’origine. Italia: regio V (Picenum), in Epigraia e ordine senatorio, Tituli 5, Roma 1982, p. 231 e dubitativamente Raepsaet-Charlier 2005b, p. 297; incerta tra il marito e la donna si mostra Andermahr, Totus in praediis, cit., supra, nt. 7, p. 155 nr. 44; non si esprime in merito Bassignano 2013, pp. 148-149 nr. 27. 208 Vd. supra, p. 38. 209 Per la forma corretta del toponimo vd. G. Firpo, Interamna Praetuttianorum (fonti letterarie), in M. Buonocore - G. Firpo, Fonti latine e greche per la storia dell’Abruzzo antico, II, L’Aquila 1998, pp. 758-759. 210 La foto è tratta da W. Mazzitti, Teramo archeologica. Repertorio di monumenti, Teramo 105 Maria Grazia Granino Cecere

5

- - - - -? Attiae P.? il. Maximae, sacerdoti Augustar(um), Ti. Claud(ius) Vitalis, uxori opti[mae]. L(oco) d(ato) d(ecreto) d(ecurionum).

Probabilmente nulla è mancante inizialmente rispetto a quanto è conservato del testo. Non sembra possibile determinare con sicurezza se il prenome paterno di Attia sia stato P(ublius), come indicato dubitativamente in CIL e con certezza da quanti hanno preso in esame il documento in seguito, dal momento che la supericie iscritta appare in questo tratto molto danneggiata. Permane anche il dubbio se il nome di Ti. Claudius Vitalis alla r. 5 sia da intendere al nominativo o al genitivo: la prima soluzione è preferita da Marengo211, la seconda da Buonocore212. Per due motivi sembra però opportuno vedere qui il nome del marito in caso nominativo, anche in considerazione del fatto che il testo è probabilmente completo213: la dedica, infatti, si presenterebbe priva della menzione esplicita del dedicante e l’eventuale gamonimico, avrebbe dovuto seguire immediatamente il nome della donna, non essere posposto all’indicazione della dignità sacerdotale. Per quest’ultimo aspetto si consideri, solo a titolo d’esempio, l’altro documento rinvenuto nella stessa Interamna, la dedica a Numisia Secunda Sabina, Claudi Liberalis (uxor), sacerdos Augustae (nr. 31). Attia Maxima reca un gentilizio relativamente difuso, ma che trova nello stesso centro piceno altre due attestazioni, sebbene in relazione a praenomina diversi, un Gaius214 e un Titus, liberto, sacerdos Matris Magnae Vestinorum215, entrambi personaggi non rilevanti socialmente. Forse il prestigio di cui la donna doveva pur godere, avendo ottenuto la dignità sacerdotale, potrebbe esserle stato anche assicurato dal matrimonio. L’onorata è detta sacerdos Augustarum, espressione poco perspicua216, ma che sembra possa essere intesa nel senso che la donna dovesse 1983, p. 42. 211 Marengo 2005, pp. 249-250 nr. 1 e seguita da R. Di Cesare, Interamnia Praetuttianorum. Sculture romane e contesto urbano, Bari 2010, p. 83. 212 Buonocore - Eck, Teramo, cit., p. 249 nr. 17; Buonocore, L’Abbruzzo, cit., p. 912 nr. 17 e inine M. Buonocore, Organizzazione politico amministrativa di Interamna in età romana, in A. Franchi dell’Orto (a cura di), Documenti dell’Abruzzo teramano VII. Teramo e Valle del Tordino, Pescara 2006, p. 115 nr. 17. 213 In relazione alle proporzioni del sopporto, questo appare mancante solo della modanatura superiore. 214 CIL, IX 5090. 215 CIL, IX 5061 = ILS 4177. 216 Bassignano 2013, p. 148 nr. 25. Ma vd. supra, pp. 29-30. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 106

occuparsi delle Augustae defunte e ormai divae accanto a quante al momento in vita e che godevano forse anche contemporaneamente di tale titolo. La paleograia, per quanto ancora visibile, orienta non oltre la metà del II secolo d.C., senza poter escludere la ine del secolo precedente.  NUMISIA SECUNDA SABINA, CLAUDI(I) LIBER[ALIS (UXOR)] sacerdos Aug(ustae)

II d.C., 2a metà

Buonocore 1998, pp. 463-467217 = AE 1998, 416; M. Buonocore - W. Eck, Teramo tra storia ed epigraia, in RPAA, 72, 1999-2000, pp. 246-247; M. Buonocore, L’Abruzzo e il Molise in età romana tra storia ed epigraia, L’Aquila 2002, p. 919 nr. 107; Marengo 2005, p. 250 nr. 3; Granino Cecere 2008, pp. 276-277; Cenerini 2013, pp. 13-14 (quattro frammenti, di cui tre contigui, di una lastra marmorea di rivestimento di una base onoraria, rinvenuta presso Torricella Sicura, a ca. 3 Km da Teramo, ed attualmente conservata a Teramo, presso la famiglia Malignano Stuart); EDR 115421; tav. X, ig. 23: Numis[iae] Secunda[e] Sabina[e,] Claudi Liber[alis (uxori),] 5 sacerdoti Aug(ustae), m[atri] municipii et colon[iae] Interamnitiu[m] Praetuttianor[um], ob muniicentia[m]. 10 Huic primae omni[um] pleps Praetuttia[na], mulierum aere coll[ato], statu[am] posuit; o[b cuius] dedica[tionem] sin[guli]s 15 HS IIII n[ummos d]edit. L(ocus) [d(atus) d(ecurionum)] d(ecreto).

Numisia Secunda Sabina reca un gentilizio ben poco attestato ad Interamna Praetuttianorum218, per cui nulla può dirsi sulla sua famiglia d’origine; di certo rilievo, però, doveva essere quella acquisita con il matrimonio, dal momento che nell’iscrizione in suo onore trova menzione il nome del coniuge, Claudius Liberalis.

217

Solo un’immagine dell’iscrizione era stata oferta in precedenza da W. Mazzitti, Teramo archeologica. Repertorio di monumenti, Teramo 1983, pp. 42-43. 218 Una Numisia appare in CIL, IX 5111. 107 Maria Grazia Granino Cecere

La donna aveva dimostrato ampiamente la sua generosità verso la comunità di Interamna, dal momento che viene onorata per la sua muniicentia, una dote coniugata inizialmente al maschile e solo più tardi attribuita anche alle donne219. Nel testo sono menzionati il sacerdozio del culto imperiale e il titolo onoriico di mater municipi et coloniae220, ruolo e onore pubblici che fanno di Numisia una donna d’indubbio rilievo nella società locale221. L’onore, poi, che le viene attribuito, di una statua collocata in luogo pubblico, presenta un aspetto singolare: promossa dalla plebs Praetuttiana, venne infatti inanziata con una raccolta di denaro da parte delle sole donne della città222. E Numisia, rispondendo all’onore ricevuto, volle donare singolarmente quattro sesterzi in occasione della dedicatio della sua statua223. L’iniziativa da parte delle mulieres della città rende per così dire di particolare pregnanza il titolo onoriico di mater attribuito alla donna. È stata opportunamente accolta224 l’ipotesi formulata da Francesca Cenerini225, secondo la quale, trasponendo il termine di intenso e diretto rapporto familiare dal piano privato a quello pubblico, si vuole indicare nelle donne insignite di tale titolo delle matres istituzionalizzate e ciò probabilmente perché queste promossero e sostennero localmente il programma imperiale degli alimenta, anche per mezzo, forse, di istituzioni private. L’adesione al progetto del potere centrale sembra trovare una rispondenza nel fatto che le poche donne per le quali inora è noto tale titolo onoriico sono per lo più dedite anche al culto imperiale: come Numisia anche Avidia Tertullia (nr. 35), Cantia Saturnina (nr. 39) e [- - -]udia [- - -]nilla (nr. 40)226. Prima di Numisia, nella stessa Interamna, Attia Maxima era stata sacerdos Augustarum; Numisia appare invece addetta alla sola Augusta 219

Forbis 1993, pp. 485-490. La duplice deinizione di municipium e di colonia per Interamna, con valenza più antiquaria che efettiva, è dovuta al fatto che, divenuta municipium dopo la guerra sociale, aveva accolto in seguito una colonia sillana (Buonocore 1998, pp. 465-467 ed Hemelrijk 2010, p. 459). 221 Marengo 2005, p. 250 nr. 3. 222 Corbier 2005, p. 359; Chelotti - Buonopane 2008, p. 646; R. Di Cesare, Interamnia Praetuttianorum. Sculture romane e contesto urbano, Bari 2010, p. 83; Cenerini 2013, p. 13 suppone che la muniicentia di Numisia si sia rivolta essenzialmente alla componente femminile delle plebs teramana; di qui l’iniziativa da parte delle sole donne. Bassignano 2013, p. 148 nr. 26 ritiene invece che la raccolta di denaro sia stata curata dalla plebs Praetuttiana. 223 Granino Cecere 2008, p. 276-277. 224 Buonocore 2005, p. 525. 225 Cenerini 2002b, pp. 53-58; Ead. 2005, 487-488. 226 Rari i casi di donne insignite di tale titolo onoriico inora note, che non abbiano avuto un ruolo nel culto imperiale, quali Caesia Sabina, onorata a Fulginiae per decreto decurionale quale parens municipi (CIL, XI 7993) o Fonteia Concordia, che a Clusium semper cives matrem appellaverunt (CIL, XI 2539). 220

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 108

vivente, forse Faustina minore, dal momento che molti elementi, quali la paleograia, il formulario, la presenza del termine plebs, dell’espressione aere collato e del simbolo indicante i sesterzi orientano tutti per una datazione in piena seconda metà del II secolo, forse ancora nel terzo venticinquennio227.

REGIO VI (UMBRIA) PISAURUM

 ARRIA L. F. PLARIA VERA PRISCILLA laminica

II d.C., 1a metà

CIL, XI 6333 = ILS 1073; G. Cresci Marrone - G. Mennella, Pisaurum - I. Le iscrizioni della colonia, Pisa 1984, pp. 215-218 nr. 43; Id., Pisaurum in Suppl. It. 1, Roma 1981, p. 79; Marengo 2005, p. 256 nr. 20; Asdrubali Pentiti 2008, p. 207 nr. 7 (base marmorea rinvenuta nel 1576 riutilizzata nelle mura di Pesaro, dove è attualmente conservata, nel museo Oliveriano, inv. 50); EDR 016014; tav. XI, ig. 24:

5

Arriae L. f. Plariae, Verae Priscillae, laminicae, M’. Acili Glabrionis co(n)s(ulis) (scil. uxori), d(ecreto) d(ecurionum) publice.

È il senato locale a onorare Arria Plaria Vera Priscilla di una statua a pubbliche spese. Di certo la donna non era originaria di Pisaurum, essendo un’appartenente alla stessa famiglia, forse il fratello, L. Arrius Plarianus Auidius Turbo, ascritto alla tribù Pomptina e non alla locale Camilia228. Ma il legame di patronato di quest’ultimo e di suo iglio con la comunità pisaurense229 e il sacerdozio imperiale rivestito da Arria Priscilla nello stesso centro consentono di supporre con questo legami almeno di carattere economico. Nell’onorare pubblicamente la donna, come di consueto in simili casi, si pone in evidenza anche la somma magistratura rivestita del marito: Arria Priscilla è moglie di un console, a sua volta appartenente a una ben nota famiglia consolare. Ma diicile appare stabilire quale dei tre omonimi Manii Acilii Glabriones sia qui indicato: se il console del 91, quello 227

Per i vari riferimenti bibliograici in merito a questi diversi aspetti, vd. Buonocore 1998, p. 467. 228 CIL, XI 6332 (dove in verità la menzione della tribù è relativa al iglio), cfr. Cresci Marrone - Mennella, Pisaurum, cit., pp. 214-215 nr. 43; anche Raepsaet-Charlier 2005b, p. 298 propone, come già in PFOS nr. 101, di riconoscervi un fratello. 229 Legame rivelato dalla medesima iscrizione CIL, XI 6332. 109 Maria Grazia Granino Cecere

del 124 o quello del 152. Al primo pensa la Raepsaet-Charlier, al secondo preferiscono riferirsi Meiggs e Dondin Payre230, all’ultimo Prosperi Valenti, Cresci Marrone e Mennella231. A tal ine di sicuro rilievo si propone il rapporto di certo esistente con Plaria Vera, laminica in Ostia, appartenente a una delle famiglie di maggior prestigio nella colonia (nr. 10). E ciò non solo in base all’onomastica, ma anche alla presenza di entrambe nella realtà sociale ostiense, se si accoglie l’identiicazione tra la laminica di Pisaurum e l’Arria Priscilla, il cui nome è stampigliato insieme a quello di una Larcia Priscilla232 su più istule rinvenute nelle Terme del Nuotatore233 ad Ostia; queste sono databili in relazione al contesto di rinvenimento in età traianeo-adrianea, datazione confermata dal nome del plumbarius, C. Naesennius Musaeus, impresso nella stessa tubatura, operante in tale ambito cronologico234. Inoltre non è certo da trascurare il fatto che la stessa Arria Priscilla compare su di una istula rinvenuta nell’area del santuario di Diana a Nemi235, laddove un’ara alla dea è dedicata da uno dei igli di Plaria Vera, M. Acilius Priscus Egrilius Plarianus236. Per l’adduzione d’acqua nelle terme ostiensi così come nel santuario nemorense, Christer Bruun237 suppone si tratti di atti evergetici da parte della donna, non certo inconsueti per un’appartenente all’ordine senatorio238. In una più ampia rivisitazione dei rapporti parentali tra Arrii, Egrilii e Larcii, lo studioso inlandese propone per Plaria Vera e Arria Priscilla un rapporto di madre-iglia (vd. nr. 10), che appare forse per una serie di motivi non certo, ma che ha il merito di suggerire l’appartenenza delle due 230

R. Meiggs, Roman Ostia, Oxford 1973, 2a ed., p. 505; Dondin-Payre, Exercice, cit., supra, nt. 84, pp. 99, 157-158, 174, 203. 231 Prosperi Valenti 2003, p. 18 nt. 91; Cresci Marrone - Mennella, Pisaurum, cit., p. 216. Asdrubali Pentiti 2008, p. 207 nr. 7, collocando la dedica in esame nella seconda metà del II secolo, sembra scegliere quest’ultima ipotesi. Preferisce non esprimersi in merito Marengo 2005, p. 256 nr. 20. 232 Da Bruun, Zwei Priscillae, cit., supra, nt. 83, pp. 215-225 le due donne sono considerate cugine. 233 AE 1994, 331; vd. M. Medri - V. Di Cola, Ostia V. Le Terme del Nuotatore, Roma 2013, pp. 94-96. 234 È infatti noto da altre istule di provenienza quasi esclusivamente ostiense e forse in un solo caso urbana: per le numerose attestazioni vd. Chr. Bruun, Cognomina plumbariorum, in Epigraphica, 72, 2010, p. 316. 235 CIL, XV 7830. 236 CIL, XIV 2212. 237 Chr. Bruun, Private Muniicence in Italy and the Evidence from Lead Pipe Stamps, in Acta Colloquii epigraphici Latini. Helsingiae 3.-6. sept. 1991 habiti, Helsinki 1995, pp. 41-58, in part. pp. 49-50; vd. supra, nt. 221. Cébeillac-Gervasoni - Zevi, Pouvoir local, cit., supra, nt. 85, in part. p. 27, non accolgono l’ipotesi di Bruun. 238 PFOS nr. 101; Raepsaet-Charlier 2008, pp. 1035 e 1041, la quale accoglie l’ipotesi di Bruun per quanto riguarda il caso nemorense, ma esprime dubbi sulla valenza evergetica del documento ostiense. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 110

donne a due generazioni successive nel tempo. Del resto anche la tipologia del supporto della dedica di Arria, una base con notevole sviluppo verticale, e le caratteristiche paleograiche invitano ad escludere una collocazione ancora tra la ine del I secolo e l’inizio del successivo e fanno propendere per un legame matrimoniale della donna con il Manius Acilius Glabrio che ottenne la suprema magistratura nell’anno 124. Le due sacerdotesse inora note di Pisaurum, Arria Priscilla e Abeiena Balbina (nr. 33), seppur operanti in tempi diversi, recano entrambe la denominazione del sacerdozio di laminica, senza ulteriore speciicazione, a quanto sembra, secondo un uso locale, che prevedeva, a quanto sembra, una sola addetta alle celebrazioni per le Augustae in vita e per quelle ormai divae.  ABEIENA C. F. BALBINA laminica Pisauri et Arimini

II d.C., ine

CIL, XI 6354 = ILS 6655; G. Cresci Marrone - G. Mennella, Pisaurum - I. Le iscrizioni della colonia, Pisa 1984, pp. 257-259 nr. 65; Id., Pisaurum, in Suppl. It. 1, Roma 1981, p. 80; Marengo 2005, pp. 256-257 nr. 21; Asdrubali Pentiti 2008, pp. 207-209 nr. 8 (base marmorea, con tracce per l’incasso nella parte superiore di una statua; rinvenuta nel 1529 a Pesaro, dove è attualmente conservata, nel Museo Oliveriano, inv. 172); EDR 016035; tav. XI, ig. 25: Abeienae C. f. Balbinae, laminicae Pisauri et Arimini, 5 patronae municipi Pitinatium Pisaurensiûm. Huic, anno quinquenna(li)t(atis)239 Petini Apri mariti eius, plebs urbana Pisau= 10 rensium ob merita eorum, cui Imp(erator) C[[[aes(ar)- - -]]] [[- - - - - -]] ius commune libero= 15 rum concessit. L(oco) d(ato) d(ecurionum) d(ecreto).

239

Corretta la lettura proposta da Cresci Marrone - Mennella, Pisaurum, cit., pp. 257258 e Suppl. It. p. 80; invece Forbis 1996, p. 187 nr. 311 legge: quinquenna[l(itatis)].

111 Maria Grazia Granino Cecere

Avendo ottenuto il permesso dal senato locale, la plebs urbana di Pisaurum ha eretto una statua con relativa dedica ad Abeiena Balbina in occasione dell’elezione del marito Petinius Aper al duovirato quinquennale della città240. S’intendeva così onorare contemporaneamente i due coniugi, che avevano ottenuto dall’imperatore il ius commune liberorum241, riservato di norma a quanti nei municipi italici avevano almeno 4 igli e che poteva garantire privilegi quali la priorità nell’accesso alle magistrature, l’esenzione dai munera publica e, per le donne, la sottrazione alla tutela. L’intervento imperiale poteva consentirne il conseguimento in deroga alle condizioni stabilite e forse a ciò allude la menzione nel testo. Abeienus e Petinus sono gentilizi non attestati a Pisaurum, ma quello della donna, di limitata difusione, è documentato proprio a Pitinum Pisaurense242, il municipio coninante a nord-ovest con l’ager Pisaurensis243, di cui Balbina era stata nominata patrona244. È possibile che tale patronato le sia stato conferito perché nativa di tale municipio, ma non si può escludere che le sia stato attribuito per aver avuto lì delle proprietà245. Entrambi i coniugi appartenevano in ogni caso all’élite locale246 e un ruolo evergetico nei confronti della comunità cittadina appare sotteso nell’espressione ob merita eorum; ma evidentemente il prestigio economico e sociale della donna valicava i limiti dell’agro pisaurense come rivelano il patronato e soprattutto il conferimento del laminato non solo nella città che l’onora, ma anche nell’importante centro di Ariminum. Per altre donne addette al culto imperiale in più centri vd. supra, p. 30. Per determinare il tempo in cui Abeiena fu laminica a Pisaurum sarebbe stato elemento dirimente il nome dell’imperatore che le concesse il ius liberorum, nome purtroppo interamente eraso. Coloro che hanno pre-

240

Prosperi Valenti 2003, p. 18. A. Guarino, Diritto privato romano, 11a ed., Napoli 1997, pp. 593-594; vd. anche J.F. Gardner, Women in Roman law and society, London Sidney 1986, pp. 20-21, 194-196, 224. In base alla lex Iulia et Papia, termine con il quale la giurisprudenza classica soleva designare due distinte leges publicae promosse da Augusto e tra loro complementari, la lex Iulia de maritandis ordinibus (18 a.C.) e la lex Papia Poppaea nuptialis (9 d.C.), che avevano il ine di indurre i Romani – uomini tra 25 e 60 anni e donne tra 20 e 50 anni – a sposarsi e avere un numero minimo di igli, si intendeva promuovere la natalità. 242 CIL, XI 6026, 6043; cfr. G. Susini, Pitinum Pisaurense. Note per la storia delle comunità antiche dell’Umbria adriatica, in Epigraphica, 18, 1956, p. 31 nt. 4. 243 Corrispondente all’odierno abitato di Macerata Feltria. 244 Kajava 1990, p. 30 e Nicols 1989, pp. 130, 140-141. Il municipio era collegato a Pisaurum attraverso una via secondaria, che seguiva la valle del iume Foglia (W. Monacchi, Insediamenti umani e viabilità romana nella valle del Foglia, in Le strade nelle Marche. I problemi del tempo, I Atti del Convegno Fano, Fabriano, Pesaro, Ancona 11-14 ottobre 1984, Ancona 1987, pp. 238-270). 245 Asdrubali 2008, pp. 207-208 nr. 8; per l’erezione di un monumento onorario in un luogo diverso da quello in cui è stato rivestito il patronato, vd. Hemelrijk 2004, pp. 235, 236, 238, 240. 246 Nicols 1989, p. 141 attribuisce a Petinius un censo equestre. 241

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 112

so in esame il documento si dividono nel riconoscervi Commodo247 o uno dei Severi che ebbe la damnatio memoriae248. La forma del supporto, il formulario usato, la mancanza di prenome per Aper farebbero propendere per la seconda ipotesi, ma la paleograia, l’accurata impaginazione e la concessione del medesimo privilegio ad opera di Commodo, menzionata in un altro documento di Pisaurum249, inducono a preferire la prima. Anche Abeiena Balbina, come Arria Plaria Vera Priscilla (nr. 32) reca la denominazione di laminica, senza alcuna speciicazione, secondo un uso locale costante nel tempo, dal momento che le due donne hanno operato a molti decenni di distanza. SASSINA

 CETRANIA P. F. SEVERINA sacerdos divae Marcian(ae)

II d.C., 1a metà

CIL, XI 6520 = ILS 6647; cfr. AE 1999, 616; Asdrubali Pentiti 2008, pp. 209-211 nr. 9; Granino Cecere 2008, pp. 277-281 (cippo marmoreo iscritto sulla fronte e sul lato destro; sul ianco sinistro è raigurata la laminica250; rinvenuto a Sarsina, un tempo presso la cattedrale e dal 1893 nel locale museo); tav. XII, ig. 26a:

5

D(is) M(anibus) Cetr[a]niae P. f. Severinae, sacerdoti divae Marcian(ae), T. Baebius Gemelli= nus (vac.) August(alis)251 coniugi sanctiss(imae).

Sul lato sinistro (tav. XII, ig. 26b): Caput ex testamento / Cetraniae Severinae: / colleg(i)is dendropho/rorum, fabrum, cento/nariorum munic(ipii) Sassi(natis) / HS sena milia n(ummum) dari / volo, ideiq(ue) vestrae col/legiali committo, uti / ex reditu HS quatern(um)

247

Nicols 1989, pp. 120-122; Forbis 1996, p. 187; Asdrubali 2008, p. 208, Chelotti - Buonopane 2008, pp. 651-652; preferisce Commodo senza escludere la seconda possibilità Marengo 2005, p. 257. 248 Cresci Marrone - Mennella, Pisaurum, cit., p. 259; Kajava 1990, p. 30. 249 CIL, XI 6358 = ILS 6654 e Suppl. It. 1, Roma 1981, p. 80. 250 Vd. supra, pp. 56-57. 251 Lo spazio lasciato libero prima di Augustalis è attribuito a un’incertezza sulla possibile menzione sevirale da G. Susini, Scrittura e produzione culturale: dal dossier romano di Sarsina, in Cultura epigraica dell’Appennino. Sarsina, Mevaniola e altri studi, Faenza 1985, pp. 121-123. 113 Maria Grazia Granino Cecere

m(ilium) / n(ummum) omnibus annis prid(ie) / Idus Iun(ias) die natalis / mei oleum singulis / vobis dividatur et / ex reditu HS binum / milium n(ummum) Manes / meos colatis. Hoc / ut ita faciatis idei / vestrae committo.

CIL, XI 6521 (architrave liscio, conservato nello stesso museo); tav. XII, ig. 26d: Cetraniae Severinae Baebius Gemellinus

L’architrave era relativo allo stesso sepolcro, che si erigeva probabilmente lungo la via costeggiante il iume Savio252, nel quale era collocato il cippo recante su tre lati l’iscrizione sepolcrale, l’immagine della donna e un passo del suo testamento. Cetrania porta un gentilizio inora non altrimenti documentato a Sassina253, come del resto quello del marito, che la mancanza di patronimico e il ruolo di Augustalis indurrebbero a supporre di condizione libertina254. In ogni caso sia la rilevanza del sepolcro, sia soprattutto il lascito testamentario della donna suggeriscono loride condizioni economiche della coppia. Di notevole interesse è infatti il caput ex testamento di Cetrania, riportato sul ianco destro del cippo, relativo a una donazione ai collegia municipali dei dendrophori, dei fabri e dei centonarii, di particolare rilevanza nel sarsinate nel corso della media età imperiale per le notevoli necessità di approvvigionamento e i conseguenti traici con il vicino centro di Ravenna e il porto di Classe255. Per disposizione testamentaria Severina stabilisce che 6000 sesterzi, la rendita del capitale da lei donato256, venisse ogni anno destinata in occasio252

J. Ortalli, La via dei sepolcri di Sarsina. Aspetti funzionali, formali e sociali, in H. von Hesberg - P. Zanker (a cura di), Römische Gräberstrassen. Selbstdarstellung - Status - Standart. Kolloquium in München vom 28. bis 30. Oktober 1985, München 1987, p. 166. Il cippo faceva parte della collezione dell’umanista sarsinate Filippo Antonini, che ne ha dato un’edizione nel suo Delle antichità di Sarsina del 1607, riedito a Faenza nel 1769 (G. Susini, Sarsina. La città romana. Il Museo Archeologico, Faenza 1967, pp. 63-65, tav. XIX). 253 A. Calbi, Sarsina: prosopograia e indici sociali, in Cultura epigraica dell’Appennino, Faenza 1985, pp. 156-157. 254 Forse è lo stesso individuo il T. Baebius [- - -] presente in CIL, XI 6522, attualmente conservata al Museo di Urbino (G. Gori - M. Luni - B. Montevecchi - A.L. Ermeti, Le collezioni Fabretti e Stoppani, in M. Luni - G. Gori, Il Museo Archeologico di Urbino, Urbino 1986, pp. 150 e 151). A Sarsina sono attestati sia seviri Augustales che Augustales: i seviri inora noti sono sia liberti che ingenui; gli Augustales permangono di status incerto, poiché non indicano né patronimico né patronato. 255 J. Ortalli, La via dei sepolcri, cit., supra, nt. 252, nt. 229, p. 182; J. Liu, Collegia Centonariorum. he Guilds of Textile Dealers in the Roman West, Leiden Boston 2009, p. 354 nr. 85. 256 Capitale che doveva essere di ca. 100.000 sesterzi per renderne annualmente 6000, in base all’interesse abitualmente praticato del 6%; tale rendita corrispondeva a quella annua di un decurione di una città di medie dimensioni, come osserva C.R. Whittaker, he consumer city revisited: the vicus and the city, in JRA, 3, 1990, p. 112. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 114

ne della ricorrenza del suo dies natalis, il 12 giugno, per i due terzi, ovvero 4000 sesterzi, alla distribuzione gratuita di olio tra i componenti dei tre collegia e per un terzo, ovvero 2000 sesterzi, all’adempimento del culto funerario, venerando i suoi Manes257. La „fondazione“ di Cetrania Severina presenta caratteristiche sociali e religioso-cultuali ad un tempo, ma rivela in particolare quanto la donna fosse inserita nella realtà economica e sociale sarsinate, avendo ella scelto quali destinatari i più importanti collegia della città258. La donna è l’unica sacerdos divae Marcianae inora nota259; il suo sacerdozio ha un terminus post quem nel settembre dell’anno 112, quando, appena dopo la morte, il 29 agosto e il funus censorium del 3 settembre, la sorella di Traiano venne divinizzata; d’altro canto non sembra opportuno andare oltre l’età di Adriano per il culto delle donne del suo predecessore. SENTINUM

 AVIDIA C. F. TERTULLIA lam(inica)

II d.C.

CIL, XI 5752; Marengo 2005, p. 254 nr. 13; Asdrubali Pentiti 2008, p. 206 nr. 5; Petraccia 2008, p. 80; Cenerini 2013, pp. 12-13 (base? da Sentinum od. Sassoferrato, attualmente irreperibile260); EDR 016274: Avidiae C. f. Tertulliae, lam(inicae), matri municipal(i), ordo VIviral(ium), ob merita eius.

Tertullia viene onorata, probabilmente con una statua, dall’ordo dei seviri di Sentinum261: un omaggio dovuto ai suoi meriti, alla sua generosità nei confronti di tale associazione. Probabilmente era originaria del luogo: anche se il suo gentilizio non è localmente attestato, gode di una discreta difusione nei centri vicini262. I dedicanti263 menzionano quanto di Avidia 257

Buonocore 2005, p. 538; Magioncalda 2005, pp. 505-506, con precedente bibliograia. Cenerini 2002a, pp. 115-118. 259 Per il laminato in generale a Sarsina vd. G. Susini, Documenti epigraici di storia sarsinate, in RAL, 10, 1955, p. 255; Bassignano 2013, pp. 147-148 nr. 24; per quello maschile, che annovera un lamen Flavialis (CIL, XI 6503) e un lamen Traianalis (CIL, XI 6505), vd. Arnaldi 2009, pp. 8775, 876, 883, 891. 260 M.F. Petraccia, Sentinum municipio dell’Italia romana, in F.X. Navarro (a cura di), Pluralidad e Integración en el Mundo Romano. Actas del II Coloquio Internacional Italia Iberia - Iberia Italia, Pamplona - Olite del 15 al 17 de octubre de 2008, Pamplona 2010, p. 54. 261 Petraccia 2008, pp. 78-80. 262 Ad es. nella vicina Suasa, dove un C. Avidius Naevidianus fu anche supremo magistrato locale (CIL, XI 6169). 263 Per i seviri, i seviri Augustales e gli Augustales nell’area medioadriatica, vd. Marengo 2008, pp. 165-169; per l’ordo seviralium di Sentinum in particolare Petraccia 2008, pp. 258

115 Maria Grazia Granino Cecere

caratterizzava la sua immagine pubblica, ovvero il laminato e il titolo onoriico di mater municipalis264. Per quest’ultimo, più frequentemente attestato nella forma mater municipi, si veda quanto detto in merito a Numisia Secunda Sabina (nr. 31)265. È un titolo che condivide con Cantia Saturnina (nr. 39) e [- - -]udia [- - -]nilla (nr. 40). Quanto al sacerdozio, Avidia è deinita semplicemente laminica, addetta al culto imperiale, forse perché anche a Sentinum, come probabilmente a Pisaurum, in un’unica persona s’incentrava il culto per le Augustae in vita e per quelle divinizzate. Ma l’espressione generica potrebbe anche trovare giustiicazione nel fatto che la dedica non è di carattere uficiale (manca il permesso di esposizione in un luogo pubblico da parte dei decurioni e poteva essere collocata nella sede associativa dei seviri) ed era suiciente il termine laminica per far riferimento solo al prestigio del sacerdozio ottenuto dall’onorata. Il documento è noto soltanto da tradizione manoscritta e quindi la proposta di datazione al II secolo può basarsi solo sul formulario usato e in particolare sulla deinizione di ordo seviralium, che trova puntuale riscontro nella dedica di Curtilia Priscilla (nr. 36) nella vicina Suasa. SUASA

 CURTILIA C. F. PRISCILLA sacerdos divae Augustae

II d.C., inizi

CIL, XI 6172; S. Antolini, Suasa, in Suppl. It. 18, Roma 2000, p. 347; Marengo 2005, p. 255 nr. 17; Asdrubali Pentiti 2008, pp. 206-207 nr. 6 (lastra marmorea, rinvenuta a Suasa, attualmente irreperibile; come nota Antolini, il testo viene presentato in CIL con un’impaginazione che sembra prevedere un rilievo al centro delle due ultime righe); EDR 016332: Curtiliae C. f. Priscillae, sacerdoti divae (vac.) Augustae, ordo (vac.) VIviral(ium).

Curtilia Priscilla reca un gentilizio di difusione molto limitata: nessuna attestazione se ne ha a Suasa o nei centri vicini ed è documentato solo nella regio I a Pompeii, Aquinum e Ostia, oltre che a Roma266. Se at-

79-80. 264 Cenerini 2008, p. 65; Ead. 2013, pp. 12-13. 265 Non condivisibile è l’opinione espressa da Prosperi Valenti 2003, p. 17 relativa a un patronato. 266 Per le attestazioni nei diversi centri, vd. Antolini 2000, p. 347. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 116

traverso l’onomastica, dunque, non si hanno elementi certi per collocare la donna nell’ambito della realtà socio-economica locale, a favore della sua appartenenza all’élite cittadina parla il fatto di essere stata onorata dall’ordo seviralium di Suasa. Tale ordo, che di norma appare tanto più rilevante quanto più la città gode di prospere condizioni economiche267, a Suasa in particolare doveva avere un notevole potere economico, dal momento che è documentata persino una produzione laterizia bollata dall’associazione268. Non sono indicate le motivazioni della dedica a Priscilla, ma si possono agevolmente immaginare in qualche atto di generosità dell’onorata o della sua famiglia. Nella non lontana Sentinum un’altra laminica, Avidia Tertulla, è oggetto di un’altra dedica da parte dei seviri (nr. 35). Proprio la menzione dell’ordo seviralium invita a datare entrambi i documenti non prima dell’età traianea269 e quindi anche il sacerdozio di Priscilla. Non credo si possa afermare con assoluta certezza che nella diva Augusta al cui culto la donna era preposta, debba riconoscersi Livia: è possibile, come è stato notato270, ma non è da escludersi che qui, nel dare rilievo al ruolo civico di Curtilia Priscilla, si sia lasciato di proposito nell’indeterminatezza il nome dell’Augusta, nella quale potrebbe forse anche individuarsi l’ultima divinizzata in ordine di tempo rispetto alla realizzazione della dedica.

REGIO VII (ETRURIA) FLORENTIA

 CASPIA TERTULLA lamin(ica) Au[g(ustae)?]

I-II d.C.?

CIL, XI 1605 (ara marmorea, mancante attualmente sui due lati e inferiormente; un tempo riutilizzata come fonte battesimale nella pieve di S. Andrea di Cercina, nell’ager di Florentia271; in seguito riutilizzata come abbeveratoio, e ora conservata a Sesto Fiorentino, loc. Cercina, presso la proprietà dell’ing. A. Rindi); EDR 103714: 267 A. Abramenko, Die munizipale Mittelschicht im kaiserzeitlichen Italien. Zu einem neuen Verständnis von Sevirat und Augustalität, Frankfurt am Main 1993, pp. 164-166. 268 Ancora inedita, ma ad essa fa cenno Antolini 2000, p. 333; sull’indubbio peso sul piano istituzionale dell’ordo seviralium, vd. G. Camodeca, L’attività dell’ordo decurionum nelle città della Campania dalla documentazione epigraica, in Cahiers Glotz, 14, 2003, p. 174. 269 Abramenko, Mittelschicht, cit., supra, nt. 267, pp. 165-166 con bibliograia precedente; un altro documento di Suasa menzionante l’ordo dei seviri si data almeno un secolo dopo, nella prima metà del III secolo (CIL, XI 6164). 270 Marengo 2005, p. 255 nr. 17; Bassignano 2013, p. 147 nr. 23. 271 Il testo epigraico è riportato, come inciso su di una “stele marmorea frammentata” e con alcune imprecisioni rispetto a quanto al momento desumibile dalla tradizione manoscritta, da M. Lopes Pegna, Firenze dalle origini al Medioevo, Firenze 19742, p. 378 nr. 198.

117 Maria Grazia Granino Cecere

Caspia[e] Tertull[ae], lamin(icae) Au[g(ustae)] AN[- - -] 5 [- - -]VA[- - -] CA posuisse [- - -] [- - -]eliae Ma[- - -] Arminiae Broc+[- - -] aviae 10 Marciae Casp[iae?] [Ro?]gatina(e?) Probus+ l(ibens?) a(nimo?) aram [- - - posuit?] - - - - - -?

Le attuali precarie condizioni di conservazione del monumento e in particolare la corrosione della supericie iscritta in rispondenza delle rr. 4-6, successive alle tre iniziali, nella quali è possibile leggere l’onomastica della donna e il suo ruolo di laminica Aug(ustae)272, non consentono d’intendere con chiarezza il contenuto del testo. Il gentilizio della donna, Caspia, contrariamente al cognomen, appare di uso raro273 e per quanto ne sappia non è altrimenti attestato nell’area iorentina. Non si hanno elementi, dunque, per inquadrare socialmente Tertulla, né per una deinizione cronologica del suo laminato, che inora risulta essere l’unico documentato nella regione.

REGIO VIII (AEMILIA) ARIMINUM

 LEPIDIA L. F. PROCULA II d.C., età adrianea sacerdos divae Aug(ustae) et divae Ma[t]idiae Aug(ustae) CIL, XI 415 = ILS 6658 (base? rinvenuta ad Ariminum, attualmente irreperibile):

5

Lepidiae L. f. Proculae, sacerdoti divae Aug(ustae) et divae Ma[t]idiae Aug(ustae), d(ecreto) d(ecurionum) p(ublice);

272

Bassignano 2013, p. 147 nr. 22 ritiene la menzione del laminato solo possibile. Schulze, Geschichte, cit., supra, nt. 149, p. 270: è presente nella stessa regione, in un testo funerario di Volterra, CIL, XI 1770 (il cognomen da questo derivato, Caspianus, è documentato nella lontana Sicca, CIL, VIII 16107). 273

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 118

pecunia ab ea remissa.

Lepidia Procula venne onorata nella sua città di origine: era infatti probabilmente iglia di L. Lepidius L. f. Proculus, ascritto alla tribù Aniensis di Ariminum,274ben noto da due dediche onorarie, la cui repositio era stata curata dalla iglia Lepidia Septimina275, nella quale si vuole riconoscere una sorella della sacerdotessa276. Le due dediche consentono di conoscere le diverse tappe della carriera dell’uomo, che, da semplice legionario dalle notevoli doti militari, premiate da onoriicenze concesse da Vespasiano nel corso della guerra giudaica, era giunto al primipilato277. Se si accoglie l’ipotesi che le due Lepidiae erano due sorelle, siamo in grado di indicare anche il nome della madre di Procula nella Septimia Prisca, che è ricordata come iglia del sevir Augustalis L. Septimius Liberalis, personaggio di probabile origine libertina, ma di notevoli possibilità economiche, dal momento che aveva efettuato per via testamentaria un lascito a favore dei decurioni e dei vicani dei sette vici della città278: nell’iscrizione che ricorda le sue benemerenze è menzionata infatti, come sua nipote e iglia di Septimia Prisca, la stessa Lepidia Septimina. Dunque la nostra sacerdotessa aveva tra i suoi diretti predecessori individui di solide basi economiche, anche se di modesti natali. All’onore conferitole del laminato ella risponde rimborsando le spese sostenute dalla comunità per erigerle probabilmente una statua con la relativa base recante la dedica. Lepidia Procula è detta sacerdos divae Augustae et divae Matidiae, quindi addetta al culto di due donne della domus imperiale. L’uso della congiunzione et sembra suggerire una contemporaneità di azione per le due Augustae divinizzate279, e ciò indipendentemente da chi si voglia riconoscere nella prima diva menzionata. Ritengo che in questa non si debba necessariamente vedere Livia280, quanto forse l’Augusta appena divinizzata, ovvero Plotina, che, sebbene diva dal 123, verrebbe menzionata prima di Matidia, che lo era già dal 119, in quanto Augusta per eccellenza,

274

Vd. D. Rigato, Octavae regionis tribus: status quo, problematiche, prospettive, in M. Silvestrini (a cura di), Le tribù romane. Atti della XVIe Rencontre sur l’épigraphie, Bari 2010, pp. 237-238. 275 CIL, XI 390 e 391; vd. A. Donati, Rimini antica. Il Lapidario romano, Rimini 1981, p. 25. 276 F. Cenerini, Notizie di economia dall’iscrizione riminese CIL XI 419, in MEFRA, 109, 1997, pp. 24-25. 277 B. Dobson, Die primipilares. Entwicklung und Bedeutung, Laufbahnen und Persönlichkeiten eines Römischen Oiziersranges, Köln, Bonn 1978, p. 214 nr. 91. 278 CIL, XI 419; vd. Cenerini, Notizie, cit., supra, nt. 276, pp. 20-31. 279 Anche se in assoluto non si può escludere una successione nel tempo. 280 Come ad es. preferiscono fare Arnaldi - Giuliani 2007-2008, pp. 157-158. 119 Maria Grazia Granino Cecere

trattandosi della moglie dell’imperatore predecessore di Adriano281. A una datazione alla prima età adrianea del resto si deve pensare se nell’onorata si vuole riconoscere la iglia di chi, pur all’inizio di carriera, era stato decorato durante la guerra giudaica da Vespasiano. II d.C., 2° quarto  CANTIA L. F. SATURNINA laminica, sacerd(os) divae Plotin(ae) hic et Foro Semproni CIL, XI 407 = ILS 6657; Asdrubali Pentiti 2008, pp. 203-204 nr. 1; Cenerini 2013, p. 10 (base? un tempo a Rimini, presso porta S. Bartolo, attualmente irreperibile):

5

Cantiae L. f. Saturninae, matri colon(iae), laminicae, sacerd(oti) divae Plotîn(ae) hic et Foro Semproni(i), d(ecreto) d(ecurionum), publice.

Il testo onorario era probabilmente inciso su di una base destinata a sostenere una statua, forse collocata nel foro cittadino, come altre dediche pubbliche reimpiegate nelle mura medievali della città282. I ruoli rivestiti fanno supporre un’origine ariminense per la donna, ma il suo gentilizio Cantius inora non trova alcuna attestazione nella colonia. In verità si rivela di limitata difusione in tutta la penisola, ad esclusione di Aquileia, dove presenta una concentrazione signiicativa283: di conseguenza non può escludersi un trasferimento di Saturnina dall’importante città portuale ad Ariminum, forse anche per ragioni matrimoniali. Gli elementi relativi al suo ruolo pubblico si trovano, seppur in ordine diverso, nell’iscrizione sepolcrale di un’altra importante donna di Ariminum, il cui nome è solo parzialmente conservato, [- - -]udia [- - -] nilla (nr. 40): come questa ella è stata insignita del titolo onoriico di mater coloniae, del laminato nude dictus e del sacerdozio di una diva Augusta, nel caso in esame Plotina, nell’altro Sabina. Cantia Saturnina ha ottenuto in più la dignità di sacerdos della stessa moglie divinizzata di Traiano non solo ad Ariminum, ma anche a Forum Sempronii (attuale Fossombrone), 281

Vd. ora anche Bassignano 2013, p. 146 nr. 19. A. Donati, Rimini antica. Il Lapidario romano, Rimini 1981, p. 28; Asdrubali Pentiti 2008, p. 203. 283 Vd. G.B. Brusin, Inscriptiones Aquileiae, Udine 1991, p. 1281: 16 attestazioni in 10 diversi documenti, e sempre accompagnato dal prenome Lucius. 282

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 120

nella vicina regio VI, località alla quale doveva esser legata per altri interessi, probabilmente anche di carattere economico284. Il titolo onoriico di mater coloniae, tutt’altro che frequente, e che non casualmente vediamo attribuito ad altre tre donne addette al culto imperiale (vd. nrr. 30, 34, e 40), suggerisce un impegno economico della donna a favore della comunità, probabilmente, come è stato proposto, di adesione e sostegno al programma degli alimenta285, in un’unità d’intenti tra potere centrale e attuazione locale (vd. nr. 40). Più complesso appare spiegare la presenza nella stessa dedica dei due termini laminica e sacerdos divae Plotinae e infatti, nell’incertezza, tutta la gamma delle possibili soluzioni è stata proposta286. Sia nella dedica a Cantia Saturnina che nell’iscrizione sepolcrale di [- - -]udia [- - -]nilla, entrambe di Ariminum, il laminato nude dictus è indicato prima del sacerdozio della singola diva Augusta, probabilmente perché sentito di maggior rilievo, ma in ogni caso da questo distinto: si può supporre che nella colonia ariminense e, non si può escludere, in altri centri vicini della stessa regione, come ad es. Mutina (vd. nr. 41), o di quella coninante, come Pisaurum (vd. nrr. 32 e 33) e Sentinum (vd. nr. 35), la laminica fosse addetta all’Augusta o alle Augustae viventi e che quali addette al culto delle singole divae vi fossero speciiche sacerdotes (vd. Lepidia Procula, nr. 38, solo sacerdos di due divae). Dal momento che l’Augusta287 rivestiva un ruolo non solo politico superiore alle divae, anche il ruolo della sua laminica risultava di maggior prestigio rispetto a quello delle sacerdotes delle singole divae. Per la dedica di Cantia Saturnina il terminus post quem è suggerito dalla divinizzazione di Plotina all’inizio dell’anno 123 e probabilmente il suo ruolo pubblico va inquadrato non oltre la metà del II secolo, se non ancora entro l’età adrianea.  [- - -]UDIA TI. F. [- - -]NILLA II d.C., metà lam(inica) [ co]lon(iae) Aug(ustae) Arim(ini), [sace]r(dos) divae Sabinae CIL, XI 408; F. Rebecchi, Sarcofagi cispadani di età imperiale romana. Ricerche sulla decorazione igurata, sulla produzione e sul loro commercio, in MDAIR, 84, 1977, p. 111; Cenerini 2013, pp. 11-12 (parte destra di fronte di sarcofago a cassapanca rinvenuta nel 1879 a Castellabate, a Km 6 da Rimi-

284 Arnaldi - Giuliani 2006-2007, p. 159. In tale località è inora attestato un solo lamen senza speciicazione, CIL, XI 6123; vd. Arnaldi 2008, p. 774. 285 Cenerini 2002, p. 56; Ead. 2005, pp. 481-490, in part. pp. 481-482; Ead. 2013, p. 10. 286 Marengo 2008, p. 164 e Bassignano 2013, p. 147 nr. 20. 287 Come dimostra ad es. il rigido ordine gerarchico seguito nella celebrazione dei piacula da parte dei Fratelli Arvali secondo il quale il Genius dell’imperatore vivente va anteposto a quello dei divi (J. Scheid, Quando fare è credere. I riti sacriicali dei Romani, trad. it., Bari 2011, pp. 52-57.

121 Maria Grazia Granino Cecere

ni, lungo la via litoranea verso Ravenna; attualmente irreperibile; si trovava nei magazzini del Museo Civico di Rimini, dove venne fotografata nel 1974 da Rebecchi288); l’iscrizione è inquadrata nella tabella centrale, sostenuta da eroti alati, di cui è conservato solo quello di destra; tav. XIII, ig. 27:

5

[D(is)] M(anibus) [- - -]udiae Ti. f. [- - -]nillae, lam(inicae), [matri co]lon(iae) Aug(ustae) Arim(ini) [ et sace]r(doti) divae Sabinae. T(estamento) p(oni) i(ussit).

L’iscrizione è impaginata con cura, per cui è possibile, grazie al segno d’interpunzione presente tra le due lettere dell’adprecatio agli Dei Mani e alle tre lettere accentrate nell’ultima riga relative alla formula t(estamento) p(oni) i(ussit), calcolare l’ampiezza della lacuna a sinistra. A questa ben si addicono le integrazioni proposte per le rr. 4 e 5, mentre, come già osservava Bormann289, lo spazio è troppo ampio per completare con [Cla]udia la r. 1: appare necessaria almeno un’altra lettera. Ma i gentilizi terminanti in –udius, che prevedano altre quattro lettere sono pochi e di limitata difusione, come Salludius, Sercudius o Tam(m)udius e Sem(m)udius: tra questi l’unico che abbia una relativa difusione, e nell’area centro-italica, è Tammudius290; ben maggiori possibilità si aprono invece per integrare il cognomen della donna con uno dei tanti desinenti in -illa, preceduto da altre quattro o cinque lettere291. Della defunta sono ricordati, in una successione che appare cronologicamente discendente, i due ruoli svolti ad Ariminum di laminica e di sacerdos divae Sabinae; tra i due, alla r. 4, è menzionato il titolo onoriico di mater coloniae. Quest’ultimo, raramente documentato, ma comune ad altre tre donne che hanno rivestito il sacerdozio imperiale, ovvero a Numisia Secunda Sabina (nr. 31) in Interamna Praetuttianorum, Avidia Tertulla (nr. 35) a Sentinum e nella stessa Ariminum a Cantia Saturnina (nr. 39), come propone Francesca Cenerini292, certamente concesso per manife288

Sulle vicende che hanno portato all’attuale irreperibilità del documento, vd. Cenerini 2005, p. 482. 289 CIL, XI ad nr. 290 Tam(m)udii appartenenti all’ordo equester nel II secolo d.C. sono originari della non lontana Auximum (CIL, IX 5831-5832 = ILS 6572-6573, cfr. F. Cancrini - Ch. Delplace - M.S. Marengo, L’evergetismo nella regio V (Picenum), Picus Suppl. VIII, Tivoli 2001 pp. 164-167 e 180-182). 291 Vd. ad es. i numerosi cognomina derivati da gentilizi in forma diminutiva in Kajanto, Cognomina, cit., supra, nt. 2, pp. 168-170. 292 Cenerini 2002b, p. 56; Ead. 2005, pp. 481-490, in particolare per il documento in esame pp. 481-482; Ead. 2013, pp. 17-19. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 122

stazioni di evergetismo civico, era probabilmente connesso all’impegno economico di tali donne a favore del contemporaneo programma imperiale degli alimenta, forse anche attraverso l’istituzione di fondazioni private: l’appellativo di mater, trasferendo sul piano pubblico un termine di parentela familiare privato, esprime da un lato la premurosa sollecitudine verso la comunità da parte dell’onorata, dall’altro il sentimento di protezione e sostegno avvertito dai beneiciari. Rispetto al tema del culto imperiale, poi, il documento si propone all’attenzione, come quello di Cantia Saturnina (nr. 39), poiché anche qui si ha il laminato nude dictus distinto dal sacerdozio per una speciica donna della domus imperiale divinizzata, in un caso per la diva Plotina, in questo per la diva Sabina. Per tale distinzione, che prevedeva probabilmenete un ruolo del laminato, come riferito all’Augusta o alle Augustae viventi, superiore rispetto al sacerdozio di una singola diva, vd. quanto detto per Cantia Saturnina293. La menzione della diva Sabina ofre quale probabile terminus post quem l’anno 137, in cui può collocarsi il momento della consacrazione della sposa di Adriano. E un inquadramento cronologico verso la metà del II secolo trova rispondenza nell’apparato decorativo e nello stile e tecnica di esecuzione del sarcofago: Rebecchi294, infatti, lo presenta quale esempio del precoce inizio della produzione autonoma dei sarcofagi ravennati. MUTINA

 APPEIENA C. F. PHILUMENA lam(inica) Mut(inae)

III d.C., metà

CIL, XI 847; N. Giordani - G. Paolozi Strozzi, Il Museo Lapidario Estense, Venezia 2005, pp. 183-185 (sarcofago marmoreo del tipo “a tabernacolo”, con edicola centrale timpanata, aiancata da due archivoltate; rinvenuto nel XIV secolo nell’area della necropoli occidentale di Mutina, lungo la via Aemilia295; attualmente conservato a Modena, nel Museo Lapidario Estense, inv. 7169); EDR 126857; tav. XIII, ig. 28a, b: D(is) M(anibus) Appeiena C. f. Philu=

293

Vd. anche Arnaldi - Giuliani 2006-2007, p. 162. Rebecchi, Sarcofagi, cit., pp. 109-114; F. Rebecchi, Cronologia e fasi di fabbricazione dei sarcofagi pagani dell’oicina di Ravenna, in Studi Romagnoli, 29, 1978, p. 260 e ig. 8; J. Kollwitz - H. Herderjürgen, Die Sarkophage der westlichen Gebiete des Imperium Romanum. 2, Die Ravennatischen Sarkophage, Berlin 1979, p. 174 propongono piuttosto gli anni 150-170. 295 Sulle vicende relative al rinvenimento vd. M.C. Parra, Carta archeologica urbana, in Modena dalle origini all’anno Mille. Studi di archeologia e di storia, II, Modena 1988, pp. 366368 nr. 55, ig. 376. 294

123 Maria Grazia Granino Cecere

5

mene, lam(inica) Mut(inae), sibi et P. Titio Sabi= no marito, viva, posuit.

La donna reca un raro gentilizio, che non trova nella regione altre attestazioni; molto difuso, invece, il cognomen, così come gli elementi onomastici del coniuge. Diicile, dunque, deinire quali fossero i rapporti di Appeiena con Mutina, dove fu onorata del laminato e dove decise di avere sepoltura insieme al marito: infatti per Sabinus fece realizzare il sarcofago che avrebbe ospitato poi anche le sue spoglie. Non deve stupire la speciicazione del luogo in cui ha rivestito il sacerdozio, pur essendo il medesimo in cui era posto il sarcofago296, dal momento che si hanno altri casi simili, come ad es. Cantria Paulla a Aeclanum (nr. 16) o Tullia a Iulia Augusta Taurinorum (nr. 64)297. Le dimensioni notevoli del sarcofago e la sua realizzazione in marmo greco rivelano in ogni caso il rilievo economico e sociale della donna, che nulla rivela del marito, ma non tace il suo laminato. In lei vediamo una delle ultime addette al culto imperiale in ordine di tempo298. Il sarcofago è infatti datato da Gabelmann299 intorno alla metà del III secolo, e Rebecchi, sottolineando come debba in questo vedersi uno dei primi esempi appartenenti al “Tabernakeltypus”300, conferma tale indicazione cronologica. È possibile che in questo caso il laminato sia nude dictus per la recenziorità dell’attestazione, quando, alla metà del III secolo, il sacerdozio doveva essere ormai privo di ogni reale consistenza. Ma dal momento che abbiamo per Mutina un’altra testimonianza relativa al laminato maschile (CIL, XI 838 cfr. PME F 22 e Suppl. I, p. 1555, Suppl. II, p. 2099) ben precedente nel tempo, in cui il sacerdozio appare nude dictus, possiamo ammettere che in questo centro il laminato non prevedesse speciicazione come forse ad es. a Pisaurum (nrr. 32 e 33) o a Sentinum (nr. 35).

296

Arnaldi - Giuliani 2006-2007, p. 161 ritengono che non fosse originaria di Mutina per la presenza della speciicazione del luogo in cui tenne il laminato e pensano ad una generica provenienza centro-italica per la terminazione in –enus del suo gentilizio. 297 Tralasciando, naturalmente, i numerosi casi in cui il sacerdozio è stato rivestito in più sedi e quindi è fatta esplicita menzione anche di quello in cui la sacerdotessa viene onorata o sepolta. 298 Vd. supra, pp. 19-20. 299 H. Gabelmann, Die Werkstattgruppen der oberitalischen Sarkophage, Bonn 1973, pp. 99102, 106, 171, 181-182 e 217 nr. 68. 300 F. Rebecchi, Sarcofagi cispadani di età imperiale romana. Ricerche sulla decorazione igurata, sulla produzione e sul loro commercio, in MDAIR, 84, 1977, p. 144. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 124

REGIO IX (LIGURIA) ALBINGAUNUM

42 [A]ppia L.[f. - - -] [la]min[ica] d[ivae - - -]

I, ine - II d.C., inizi

N. Lamboglia, Nuovi personaggi albingaunensi di rango senatorio: Valerio Severo e Valerio Braduanio, in Rivista Ingauna e Intemelia, n.s. 26, 1971, pp. 1-6 = AE 1975, 403; G. Mennella, Albingaunum, in Suppl. It. 4, Roma 1988, pp. 258-259 nr. 7; B. Goffin, Evergetismus in Oberitalien, Bonn 2002, pp. 302-304 nr. 40; Granino Cecere 2008, p. 269 (nove frammenti, di cui alcuni contigui, pertinenti ad una stessa lastra, rinvenuti nel corso di esplorazioni condotte sotto la Cattedrale di Albenga negli anni 1948-1967, attualmente conservati nel Museo Civico Archeologico); EDR 000109; tav. XIV, ig. 29 (foto di Giovanni Mennella, che ne ha gentilmente concesso la riproduzione):

5

[- - -]us [- f. Pub(lilia)?] Ve[- - -] [proco(n)s(ul) pr]ovinc[iae A]ch[aiae - - -], [leg(atus) Aug(usti) pr(o) pr(aetore) p]rovinc(iae) [Lyciae?]e[t Pamphyl(iae)?], [le]g(atus) Gal[at]ia[e et Cappa]docia[e, - - -, praet(or) - - -], [A]ppia L. [f. - - - ]++[- - -], [l]amin[ica] d[ivae - - -], aq[u]am ex [fonti]bus sui[s- - -] I+[- - -]+EN[- - -] lacibus [- - -]

Appia L(ucii) f(ilia)301, il cui nome alla r. 5 appare in lettere di altezza simile a quelle della prima riga dell’iscrizione, si presenta associata all’uomo, probabilmente il marito, in precedenza menzionato, quale muniica evergete per aver messo a disposizione della comunità, a quanto sembra, una derivazione o una concessione d’acqua dalle sorgenti nelle loro proprietà 302e aver provveduto forse anche alla realizzazione di strutture ed elementi, come bacini (lacus), a tale elargizione connessi303. Troppo ampie le lacune, ancora incerta la collocazione di qualche frammento, non deinibile con certezza l’estensione del testo per poter proporre integrazioni accettabili: tuttavia non è più possibile accogliere la proposta di Lamboglia, primo editore del documento, secondo la quale 301

PFOS nr. 83. Raepsaet-Charlier 2005b, p. 298; Zerbini 2005, p. 394; Raepsaet-Charlier 2008, p. 1041; Granino Cecere 2008, pp. 268-269. 303 L’integrazione proposta da Lamboglia nell’ultima riga [ad] / i[nc]en[dia arcenda] è accolta da M. Vannesse, Les usages de l’eau courante dans les villes romaines. Le témoignage de l’épigraphie, in Latomus, 71, 2012, pp. 472-473 e 492, il quale pensa ancora che nel benefattore sia da riconoscere C. Valerius Severus.

302

125 Maria Grazia Granino Cecere

il quasi anonimo senatore, di cui si intravedono tappe del cursus honorum, sarebbe da identiicare con il C. Valerius Severus, che fu proconsole d’Achaia nel 117-118, legatus pro praetore in Lycia-Pamphylia intorno al 120-123 e console sufeto nel 124. Le motivazioni sono chiaramente espresse da Alföldy304 e ribadite da Rémy305; quest’ultimo fa notare come la sua onomastica possa agevolmente essere integrata con la menzione della tribù di Albingaunum, la Publilia, suggerendo quindi un’origine del senatore dal luogo stesso di rinvenimento dell’iscrizione; tale opinione era già stata espressa da Alföldy e da Eck 306. Della carriera dell’uomo sembrano restare validi solo il proconsolato dell’Achaia e la legazione pretoria in Galatia e Cappadocia307, tenuta prima del 110/111, allorché la provincia venne divisa. Perciò, su suggerimento di Alföldy, il suo cursus honorum viene datato in età lavio-traianea. Di conseguenza anche il laminato di Appia deve essere collocato in tale ambito cronologico. Non sappiamo se nella lacuna fosse espresso il nome della donna al cui culto Appia era addetta o se, come sembra più probabile, fosse presente l’indicazione più generica divae Aug(ustae)308. Possiamo però notare che il laminato era stato conferito ad una donna appartenente all’ordine senatorio, forse anche in omaggio al coniuge, se originario della città309.  [- - -]MIA M. F. MAR[- - -] [lam]inica divae Aug[ustae]

I, ine - II d.C., inizi

CIL, V 7788; G. Mennella, Albingaunum, in Suppl. It. 4, Roma 1988, pp. 263-264, nr. 12 (tre frammenti, di cui due solidali, della parte centrale di una lastra marmorea, rinvenuti nel 1834 ad Albenga ed attualmente conservati nel Palazzo Costa-Balestrino, sede dell’arcivescovado); EDR

304

G. Alföldy, Senatoren aus Norditalien. Regions IX, X und XI, in Epigraia e ordine senatorio, Tituli 5, Roma 1982, pp. 328-329 e Alföldy 1999, p. 281. Solo recentemente la Bassignano 2013, p. 146 nr. 18 accoglie quanto osservato da Alföldy. 305 B. Rémy, Les carrières sénatoriales dans les provinces romaines d’Anatolie au Haut-Empire (31 av. J.-C. – 284 ap. J.-C.): Pont-Bithynie, Galatie, Cappadoce, Lycie-Pamphylie et Cilicie, Paris 1989, pp. 298-299 e 251, il quale osserva in particolare come non vi siano elementi suicienti per integrare con certezza alla r. 3 la provincia di Lycia et Pamphylia, essendo leggibile solo una E. 306 Alföldy, Senatoren, cit., supra, nt. 304, pp. 328 nr. 1 e 329 nr. 2 e Id. 1999, p. 281; Eck 1980, p. 298 nr. 46. 307 B. Rémy, Les fastes sénatoriaux des provinces romaines d’Anatolie au Haut-Empire (31 av. J.-C. – 284 ap. J.-C.), Paris 1988, pp. 149-150. 308 Un’hedera distinguens si individua alla r. 6 nell’ampio spazio tra l’indicazione del laminato e la D di divae a seguire, per cui, pur non potendo essere determinato con sicurezza l’estendersi della lacuna sulla destra, appare preferibile pensare alla presenza di poche lettere, che ben si addicono ad Aug(ustae). 309 Alföldy 1999, p. 281; Bassignano 1994-1995, p. 72 e Ead. 2005, pp. 347-348 nr. 58. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 126

010015; tav. XIV, ig. 30 (foto di Giovanni Mennella, che ne ha gentilmente concesso la riproduzione):

5

[- - -]miae M. f. Mar[- - -] [lam]inicae divae Aug[ustae,] [matri], vixsit ann(is) [- - -] [- - -]us C. f. Pub(lilia) C[- - -] [IIII]v(ir) a(edilicia) p(otestate), IIIIv(ir) i(ure) d(icundo), lam[en Aug(usti),] [ilius ?] fecit et sib[i et] [- - -]ae A.f. Sabinae [uxori,] [lam]inicae divae Aug[ustae.]

Due donne sono ricordate nell’iscrizione relativa al sepolcro che un uomo, forse rispettivamente iglio e marito310, realizzò per loro oltre che per se stesso. Purtroppo la lacuna sulla sinistra, seppur non ampia, perché determinabile, come quella sulla destra, in base all’integrazione pressocché certa delle rr. 2 e 8, impedisce d’integrare il gentilizio di tutti e tre; tuttavia quanto conservato consente di riconoscere nelle due donne due laminicae divae Augustae, così come nell’uomo un lamen Augusti. Il fondatore del sepolcro rivestì l’edilità e la suprema magistratura giusdicente in Albingaunum, municipio del quale era nativo, come suggerisce la sua iscrizione alla tribù Publilia311. La prima donna menzionata, l’unica defunta al momento dell’erezione della tomba, presenta un gentilizio terminante in -mia, come osserva Mennella312 e un cognomen, che, iniziando in MAR[- - -], può trovare il suo completamento in altre 4 o 5 lettere, ad es. in Mar[ciae]313. Della seconda laminica resta solo il patronimico e il cognomen, Sabina, molto difuso nella regione ligure314. In quest’ultima potrebbe anche vedersi la moglie del lamen, ma la menzione del sacerdozio indicata tanto esplicitamente e allo stesso modo per le due donne suggerisce la presenza di un laminato rivestito indipendentemente dall’eventuale coniuge. Resta per entrambe le donne il problema d’individuare la diva Augusta al cui culto ognuna era addetta, in tempi diversi. Ma qui siamo in presenza di un’iscrizione sepolcrale, dove ciò che è rilevante è il ruolo as310

L’ipotesi, espressa da Mennella, appare come la più probabile, anche se non può escludersi del tutto in linea di principio che si tratti rispettivamente della moglie e di una iglia o sorella. Seguendo la sua opinione, riterrei più opportuno integrare nella lacuna all’inizio della r. 6 il termine FILIVS in luogo di MONVM(ENTVM), raramente abbreviato in tal modo. Vd. anche Bassignano 2013, p. 146 nrr. 16 e 17. 311 Mennella, Albingaunum, cit., p. 247. 312 Nella foto non si può scorgere con chiarezza l’unione delle aste montanti nel vertice superiore destro della M, che lo studioso individua nell’autopsia, correggendo la N indicata in CIL. 313 Per altre possibilità vd. G. Mennella, Supplemento agli indici onomastici di CIL V (Liguria - Alpes Maritimae), in Suppl. It. 2, Roma 1981, pp. 192-193. 314 Mennella, Supplemento, cit., supra, nt. 313, p. 197. 127 Maria Grazia Granino Cecere

sunto nel corso della vita, per l’una nel passato, per l’altra nel presente, ma un presente considerato per il futuro (“virtuale”). Perciò non si ritiene sia signiicativo cercare di individuare la diva Augusta o meglio le divae Augustae menzionate. Rilevante, semmai, è l’attribuzione del laminato a ben tre componenti della stessa famiglia315. Il documento si può collocare cronologicamente tra la ine del I e l’inizio del II secolo.  [- - -]A A. F. SABINA [lam]inica divae Aug[ustae] Vd. nr. precedente. ALBINTIMILIUM

II, ine - III d.C., inizi

 METILIA TERTULLINA laminic(a)

CIL, V 7811; G. Mennella, Albintimilium, in Suppl. It. 10, Roma 1992, p. 107 (base di donario? di pietra della Turbie, con il campo iscritto delimitato da un semplice solco, che deinisce una tabella ansata; rinvenuta a Ventimiglia, vi è attualmente conservata nella cattedrale, inv. nr. 67); EDR 010512; tav. XIV, ig. 31 (foto di Giovanni Mennella, che ne ha gentilmente concesso la riproduzione):

5

Iunoni Reginae sacr(um). Ob honorem memoriamque Verginiae P. f. Paternae, P. Verginius Rhodion lib(ertus) nomine suo et Metiliae Tertullinae, laminic(ae), uxoris suae et liberorum suorum Verginiorum Quieti, Paternae, Restitutae et Quietae, s(ua) p(ecunia) p(osuit).

Metilia Tertullina è qui menzionata insieme ai suoi quattro igli dal marito P. Verginius Rhodion, il quale a nome suo e di tutti i componenti la famiglia pone una dedica a Iuno Regina in onore e ricordo probabilmente della sua patrona, Verginia Paterna. Ciò che desta l’attenzione nel documento è il fatto che il marito della laminica sia un liberto: si tratterebbe, infatti, dell’unico caso certo inora noto nella penisola di una laminica sposata a un ex schiavo. Ma non va dimenticato che, seppur per un luogo e un periodo ben diverso, è documentata un’addetta al culto imperiale di status libertino essa stessa, Vibidia Saturnina (nr. 8). Non si può escludere, quindi, in linea di principio che anche Tertullina sia stata una liberta o più 315

Bassignano 2005, p. 347 nrr. 55 e 57. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 128

probabilmente iglia di liberti. Se del marito di Tertullina, che doveva godere di condizioni economiche sicuramente agiate, come la dedica stessa rivela, non abbiamo ulteriori notizie, per la laminica sono innegabili, anche se non chiaramente determinabili, legami con i Metilii Tertullini, originari della regione316, che in età severiana annoverano un appartenente all’ordine equestre e uno all’ordine senatorio, rispettivamente padre e iglio317, l’uno sepolto a Monoecus, l’altro onorato dalla plebs urbana quale patronus nella prossima Albingaunum318. Nella regione dovevano avere delle estese proprietà319 e non si può del tutto escludere che in Metilia Tertullina si possa riconoscere appunto la discendente di un loro liberto320. POLLENTIA

 VENN[IA? - F.] MARCE[LLINA] lam[inica] divae Pl[otinae]

II d.C., 2° quarto

A. Ferrua, Inscriptiones Italiae IX, 1. - Augusta Bagiennorum et Pollentia, Roma 1948, nr. 129; F. Delsine, Notes sur une inscription de Pollentia (Inscriptiones Italiae, IX, 1, 129), in Latomus, 56, 1997, pp. 614-618 = AE 1997, 562; G. Mennella - E. Bernardini, Pollentia, in Suppl. It. 19, Roma 2002, pp. 151-152 (parte sinistra della fronte resecata di una base marmorea, rinvenuta presso Pollenzo e forse ancora lì conservata nell’ex tenuta reale); EDR 010821; tav. XV, ig. 32:

5

Venn[iae? - f.] Marce[llinae], lam[inicae] divae Pl[otinae] Augu[stae], Q. Vibu[llius?- f.] REM+[- - -] nae +[- - - re=] miss[a pec(unia?) publ(ica)?]

10 D(ecreto) [d(ecurionum)].

316 G. Barbieri, L’albo senatorio da Settimio Severo a Carino (193-285), Roma 1952, p. 359 nr. 2058 pensa ad un’origine da Albintimilium per l’ascrizione alla tribù Falerna, la più difusa tra gli abitanti della città (Alföldy, Senatoren, cit., supra, nt. 304, p. 329 nr. 2); ma potrebbe anche essere nativo di Monoecus, di cui non è nota la tribù, rammenta Andermahr, Totus in praediis, cit., supra, nt. 7, p. 341 nt. 3. 317 P. Metilius Tertullinus, egregius vir (CIL, V 7825; PIR2 M 551) e P. Metilius Tertullinus Vennonianus, clarissimus vir, quaestor designatus (CIL, V 7782; PIR2 M 552). Vd. anche Bassignano 2005, pp. 348-349 nr. 59. 318 G. Mennella, Albingaunum, in Suppl. It. 4, Roma 1988, pp. 256-257 nr. 5. 319 Andermahr, Totus in praediis, cit., supra, nt. 7, pp. 340-341 nr. 341. 320 Come osserva Andermahr, cit., p. 341 nt. 2, sarebbe diicile ammettere che una componente di una famiglia di notevole prestigio sia andata sposa ad un liberto.

129 Maria Grazia Granino Cecere

L’iscrizione, di carattere onorario, conservata solo parzialmente, si rivela problematica nell’integrazione di alcune parti. La presenza di un punto individuato da Ferrua tra le prime due lettere della r. 1 ha indotto lo studioso a intendere e integrare la lacuna, seppur dubitativamente, in V. Enn[io – f.], seguito alla r. 2 dal cognomen Marce[llino]; la Delsine, osservando come non siano mai documentati nella penisola uomini addetti al culto di Augustae divinizzate, propone invece di leggervi Venn[oniae – f.] / Marce[llinae]321. Che qui si debba vedere il nome di una donna pare fuor di dubbio, ma permane l’incertezza se il suo gentilizio sia Vennonia o piuttosto Vennia. Dal momento che la sicura integrazione del ruolo di laminica della diva Plotina Augusta consente di deinire l’estendersi della lacuna sulla destra, il gentilizio Vennonia può essere accolto solo se si esclude la presenza della iliazione; ma poiché diicilmente nell’iscrizione onoraria di una donna di indubbio rilievo sociale si sarebbe taciuto il patronimico, appare preferibile integrare il gentilizio Vennia. Certamente i Vennonii sono ampiamente attestati nell’area322, e tra questi non mancano anche appartenenti all’ordine equestre323. Ma la gens Vennia è attestata nella stessa Pollentia in una stele sepolcrale databile al I secolo d.C.324 posta dai igli al padre, C. Vennius Rui f. Maximus, ascritto alla tribù Pollia, quella appunto dei cives pollentini325. Il rilievo che caratterizza la parte superiore della stele fa riferimento all’attività svolta probabilmente da tutti i componenti la famiglia, quella di produzione e commercio di stofe, settore nel quale Pollentia era particolarmente rinomata326 e che forse ha costituito la base per la successiva ascesa economica e sociale della gens. Marcellina, infatti, visse qualche generazione dopo, dal momento che fu addetta al culto della diva Plotina, dopo il 123, anno della consecratio della vedova di Traiano ad opera del suo successore. Le caratteristiche paleograiche, come suggerisce anche Mennella, invitano a datare entro la prima metà del secolo l’iscrizione in suo onore327. 321

Integrazione accolta da ultima anche dalla Bassignano 2005, pp. 344-345 nr. 52; Ead. 2013, p. 145 nr. 14. 322 Nella regio XI, CIL, V 7055, 7093, 7119-7121 (Augusta Taurinorum); 7313 (Segusio); 7338 (Forum Vibii Caburrum); nella regio IX, CIL, V 7498 (Carreum Potentia); 7690 (Augusta Bagiennorum); S. Giorcelli Bersani, Alba Pompeia, in Suppl. It. 17, Roma 1999, p. 104 nr. 39. 323 Come T. Vennonius Aebutianus, noto da un’iscrizione di Capena (CIL, XI 3940 cfr. CIL, VI 1635 e p. 4723 = ILS 5006), ma patronus di Augusta Taurinorum, sua città d’origine come rivela anche l’ascrizione alla tribù Stellatina (vd. anche Giorcelli Bersani, Alba, cit., supra, nt. 322, p. 56 per la cura rei publicae di Alba Pompeia) e il suo consanguineo M. Vennonius Secundus (CIL, V 7037), entrambi iudices ex V decuriis (Demougin, Les juges cit., supra, nt. 193, p. 167 nr. 32 e pp. 152-153 nr. 15). 324 L. Mercando - G. Paci, Stele romane in Piemonte, (Mon. Antichi Lincei 57), Roma 1998, pp. 114-115 nr. 51 e tav. LXVIII = AE 1998, 532. 325 Mennella - Bernardini, Pollentia, cit., pp. 176-178 nr. 20. 326 Mennella - Bernardini, Pollentia, cit., p. 178. 327 Se nella r. 6 è possibile leggere, come credo, il prenome e l’inizio del gentilizio di un uomo, possiamo in questo riconoscere il marito o un iglio della donna, che si fece forse carico di rimIl laminato femminile imperiale nell’Italia romana 130 www.torrossa.com – Uso per utenti autorizzati, licenza non commerciale e soggetta a restrizioni.

A Pollentia è nota un’altra addetta al culto della diva Plotina, ma certamente onorata nella seconda metà del II secolo (nr. 47).  [- - -]NA [- - -RE]STITUTI? (UXOR) II d.C., 4° quarto sacerdos divae Plotinae Pollentiae, divae Faustinae Taurinis, divae Faustinae maioris Concordiae CIL, V 7617 = ILS 6750; A. Ferrua, Inscriptiones Italiae IX, 1. - Augusta Bagiennorum et Pollentia, Roma 1948, nr. 130; Alföldy 1982, pp. 201205 = AE 1982, 376; Alföldy 1999, pp. 253-256 e tav. V 4; G. Mennella - E. Bernardini, Pollentia, in Suppl. It. 19, Roma 2002, p. 152 (lastra marmorea modanata mutila nella parte superiore, forse resecata da una base, rinvenuta presso Pollenzo e conservata nel Museo di Antichità di Torino, inv. 432); EDR 078677; tav. XV, ig. 33: [- - -]nae [- - ca.5 - Re]stituti?, [co(n)]s(ulis) desig(nati) (uxori), sacerdoti 5 divae Plotinae Pollentiae, divae Faustinae Taurinis, divae Faustinae maioris 10 Concordiae, coll(egium) dendr(ophorum) Poll(entinorum) ob insignia eius merita. L(ocus) d(atus) d(ecurionum) d(ecreto).

Si accoglie la lettura proposta da Alföldy, frutto di un riesame della tradizione manoscritta ed erudita e di un’accurata autopsia. Lo studioso ha potuto così individuare nel marito della sacerdotessa un consul designatus328 e non un magistrato municipale, come supposto da Mommsen e Dessau, e individuare, dunque, una coppia appartenente all’ordine senatorio. Tale status contribuisce a motivare l’attribuzione alla donna del sacerdozio imperiale da parte di ben tre diverse comunità. Forse ella era nativa di Pollentia329, dove fu addetta al culto della diva Plotina, probabilmente il priborsare la spesa sostenuta dalla comunità per l’erezione della base e relativa statua della donna. Per l’espressione remissa pecunia publica, forse qui presente, vd. Pompeia Catulla (nr. 9) 328 Un parallelo si ha ad es. in CIL, V 6657 = 6741a (cfr. S. Roda, Iscrizioni latine di Vercelli, Vercelli 1985, pp. 22-24 nr. 7), in cui dell’onorata, Domitia Vettilla, si menziona il marito quale consul designatus (L. Roscius Aelianus Paculus padre, console sufeto nel 136, cfr. PIR2 R 93 o iglio, che ottenne il consolato negli aa. 155-159, PIR2 R 90). 329 Alföldy 1999, p. 256 esprime la possibilità che appartenesse alla gens Hedia, di notevole 131 Maria Grazia Granino Cecere

mo centro che in ordine di tempo deve averle conferito tale onore330, e dove venne onorata dal locale collegio dei dendrofori331, qualche tempo più tardi, forse in occasione della designazione del marito al consolato. Il laminato nella vicina Augusta Taurinorum si può agevolmente spiegare con interessi di carattere economico; per quanto riguarda Concordia, ben distante, nella X regio, Alföldy suggerisce di riconoscervi la città d’origine di Restitutus332, nella quale certamente egli aveva proprietà, che ne possono giustiicare anche lunghi soggiorni. Perciò non sembra necessario pensare che la donna abbia rivestito tali funzioni sacerdotali solo a titolo onoriico333. La dedica data certamente al più presto all’anno 176, quando all’inizio dell’estate morì Faustina Minor e venne divinizzata. I sacerdozi relativi alle altre due divae possono essere stati rivestiti in precedenza, quasi certamente entrambi in un periodo prossimo alla consacrazione di Faustina maior, nell’autunno del 140. Appare comprensibile il fatto che, onorata a Pollentia, si indicasse per primo il sacerdozio rivestito nella città, poi il più recente ottenuto, quello per Faustina Minore (forse l’occasione per la dedica insieme alla designazione al consolato per il marito), inine quello per Faustina Maggiore, probabilmente il secondo rivestito e nella lontana Concordia.

REGIO X (VENETIA ET HISTRIA) AQUILEIA

 [COS]SUTIA SEX.[F. - - -] [l]am(inica) divae Faustine Aquileiae et Iadere

II d.C., decenni centrali

M. Abramić, Ara di una sacerdotessa della Diva Faustina col nome di Aquileia e Jader, in Studi Aquileiesi oferti il 7 ottobre 1953 a Giovanni Brusin nel suo 70° compleanno, Aquileia 1953, pp. 86-90 = AE 1956, 232; cfr. ILIug. 210; M.G. Granino Cecere, Cossutia, laminica a Iader e Aquileia, in Kači ć 41-43, Miscellanea Emilio Marin sexagenario dicata, Split 2011, pp. 159-167 (base di marmo rinvenuta a Iader, odierna Zadar in Croazia e conservata nel locale Museo Archeologico, inv. 136); tav. XV, ig. 34 (foto gentilmente concessa dalla Direzione del Museo): [Cos]sutiae Sex. [f. - - -] [l]am(inicae) divae Faustine (!)

prestigio a Pollentia in età antonina e severiana; Raepsaet-Charlier 2005b, p. 299. 330 Ad un ordine inverso pensa Angeli Bertinelli 2008, pp. 24-25. 331 Probabilmente per benemerenze verso tale associazione, vd. Raepsaet-Charlier 2008, p. 1040. 332 Alföldy 1999, p. 256; cfr. PFOS nr. 847 e Bassignano 2005, p. 346. 333 Bassignano1994-1995, p. 72 e Ead. 2005, p. 338 nr. 41, pp. 345-346 nr. 53 e 2013, pp. 145-146 nr. 15. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 132

Aquileiae et Iadere, Aquileienses 5

publice.

La base con l’iscrizione onoraria di Cossutia è stata rinvenuta nell’area forense dell’antico centro di Iader. La lettura del testo proposta dal primo editore è stata corretta da Degrassi e in seguito da Šašel334; di quest’ultimo si accolgono la lettura e le integrazioni. I cittadini di Aquileia avevano eretto a spese pubbliche una statua della sacerdotessa nel luogo più frequentato del centro dalmata. A favore dell’origine aquileiese della donna parla il gentilizio Cossutius, ben attestato sin dai primi tempi del principato ad Aquileia335 e, in particolare associato al praenomen Sextus, in due documenti epigraici336: uno di questi è un decreto onorario, da cui risulta che nel 105 d.C. un Sex. Cossutius Secundus era membro del senato locale. L’iniziativa degli Aquileienses si spiega nell’ambito degli stretti rapporti di carattere economico e commerciale esistenti tra la città veneta e i centri sull’altro versante dell’Adriatico, rapporti ben documentati dalle evidenti inluenze nell’edilizia funeraria, nella ritrattistica e nella statuaria, nel commercio di laterizi, nelle stesse testimonianze epigraiche: nella regione dalmata si estendevano vaste proprietà di italici e di aquileiesi in particolare, come documenta la presenza di servi vilici, amministratori locali di tali gentes. L’iscrizione onoraria di Cossutia rivela come nel II secolo d.C. la sua famiglia avesse un ruolo di preminenza a Iader, non inferiore, certo, a quello di cui godeva in patria. Nonostante la ricchezza del patrimonio epigraico, in Aquileia si ha quest’unica testimonianza di laminato femminile e ciò non può che essere determinato dalla casualità dei rinvenimenti, in considerazione del notevole numero di esponenti del culto imperiale documentati nella X regio337. Non dovrebbero sorgere dubbi su quale delle due Faustinae fosse oggetto di culto per Cossutia338: infatti nel caso in cui si ha la menzione 334

A. Degrassi, Rettiica della lettura di un’epigrafe, in Aquileia Nostra, 28, 1957, coll. 43-44, il quale dopo il gentilizio legge, in base alla fotograia, SAL[- - -] o SAE[- - -], intendendo queste lettere come quelle iniziali del cognomen della donna; A. e J. Šašel, Inscriptiones Latinae quae in Jugoslaviae inter annos MCMXL et MCMLX repertae et editae sunt, I, Ljubljana 1963, p. 79, nr. 210. 335 Come rivelano le iscrizioni funerarie dei due Cossutii, Gneus e Titus, forse fratelli, igli di un Marcus (CIL, V 1180 = G.B. Brusin, Inscriptiones Aquileiae, Udine 1991, nr. 3409) e il cippo relativo al sepolcro di Cn. Cossutius Eros (CIL, V 1181 = Brusin, nr. 2309). Anche una Cossutia è attestata, ma ne è ignota la iliazione (CIL, V 1436 = Brusin, nr. 1590). 336 CIL, V 1082 = Brusin, nr. 825; CIL, V 875 (sul ianco) = Brusin, nr. 495b. 337 Per le non poche attestazioni del laminato maschile nella stessa Aquileia vd. Arnaldi 2008, p. 775 ed Ead. 2009, pp. 875, 892. 338 Forse al culto della stessa Faustina può essere attribuito un sacello, di cui a Zadar è stato rinvenuto un frammento di architrave reimpiegato nella costruzione del battistero del duomo e conservato nel locale Museo Archeologico (G. de Persa, Dalmatia. X. Zara - Iscrizioni inedite e suppellettile archeologica, in NSc 1923, p. 416: Divae Fau[stinae - - ]). 133 Maria Grazia Granino Cecere

della diva Faustina senza ulteriori speciicazioni sembra si faccia sempre riferimento alla maior, come si può notare con certezza per Antonia Picentina (nr. 29) e come molto probabile per Saenia Balbilla (nr. 5) ed Egnatia Aescennia Procula (nr. 11); per contro di Neratia Betitia Procilla, addetta al culto di Faustina minor si precisa essere laminica Faustinae Aug(ustae) [Imp(eratoris) A]ntonini Aug(usti) [Pii] iliae (nr. 17). Nel caso poi dell’anonima di Pollentia (nr. 47), che fu dedita ad entrambe, la vediamo recare il titolo di sacerdos divae Faustinae Taurinis, divae Faustinae maioris Concordiae, ricordando le due Augustae, in ordine di prossimità nel tempo, non di successione cronologica. Per il laminato esercitato da una stessa donna in due o più luoghi diversi della penisola non mancano esempi (vd. p. 30 e le schede relative a Insteia Polla nr. 23, Abeiena Balbina nr. 33, Cantia Saturnina nr. 39 e l’anonima di Pollentia, nr. 47), ma in Cossutia si ha l’unico caso noto inora di un laminato tenuto in una città dell’Italia e in un centro provinciale. Quale terminus post quem, dunque, per il suo sacerdozio è da intendersi la ine dell’anno 140, e le caratteristiche paleograiche del testo ben si addicono a un tale inquadramento cronologico. BRIXIA

49 [- - -]A P. F. PRIMA gennaio 41 d.C. sacer[dos divae Dr]usillae Gregori 2013, pp. 303-306339 (lastra di marmo proconnesio rinvenuta nel corso del 2011 durante gli scavi del Capitolium di Brixia, nelle fondazioni di un portico di età lavia, dove era stata riutilizzata); tav. XVI, ig. 35: [Pro s]alute et reditu et victor(ia) [C(ai) Caesa]ris Aug(usti) principis optimi, [pontif(icis)] max(imi), pron(epotis) divi Aug(usti), trib(unicia) [potest(ate) IV], co(n)s(ulis) desig(nati) V, imp(eratoris) [V]II, p(atris) p(atriae), p(atris) exercit(uum), [- - -]a P. f. Prima, sacer[d(os) divae? Dr]usillae.

Si tratta di una dedica a una divinità340 pro salute et reditu et victoria di Caligola da parte della sacerdos divae Drusillae. È databile all’inizio del 41 d.C., dopo il 7 gennaio (quando il princeps lasciò il quarto consolato, assunto 339 Un accenno al documento da poco rinvenuto è ad opera dello stesso G.L. Gregori, Svetonio, Cassio Dione e la titolatura di Caligola alla luce di una nuova iscrizione da Brescia, in Caligola, la trasgressione al potere, Roma 2013, pp. 75-76. 340 Probabilmente, come aferma Gregori, Svetonio, cit., supra, nt. 339, p. 76, destinatario dell’oferta deve essere stato in primis Giove, essendo la dedica stata posta nell’ambito del tempio capitolino.

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 134

all’inizio dell’anno, dal momento che nel testo appare la designazione per l’anno successivo) e prima del 24 dello stesso mese, data della sua morte. Nulla può dirsi sulla famiglia d’appartenenza di Prima, essendo andato perduto il suo gentilizio e in presenza di un cognomen di amplissima difusione; ma certamente delle cinque donne addette al culto imperiale attestate a Brixia, è la prima in ordine di tempo. Altre addette al culto di Drusilla, la prima donna della domus imperiale ad ottenere l’apoteosi, si hanno a Pinna (nr. 25) e a Forum Vibii Caburrum (nr. 66). L’uso del termine sacerdos è costante in Brixia per le addette al culto imperiale: è portato infatti dalle altre quattro donne che ottennero tale distinzione nella città, Clodia Secunda (nr. 50) Aemilia Aequa (nr. 51), Clodia Procilla (nr. 52) e Postumia Paulla Avidia Procula Rutilia Proba (nr. 53).  CLODIA P. F. SECUNDA sacerd(os) divae Matidiae

II d.C., 2° quarto

A. Garzetti, Brixia, in Suppl. It. 8, Roma 1991, pp. 205-206 nr. 3bis = AE 1991, 822; S. Breuer, Stand und Status. Munizipale Oberschichten in Brixia und Verona, Bonn 1996, p. 211 B 189 (base in botticino, rinvenuta nel 1990 a Brescia in via Carducci in fase di reimpiego ed attualmente conservata presso il Monastero di S. Giulia); EDR 091285; tav. XVI, ig. 36:

5

Clodiae P. f. Secundae, sacerd(oti) divae Matidiae, collegia fabror(um) et cent(onariorum).

Gli stessi collegia dei fabri e dei centonarii che onorano in Brixia Clodia P. f. Secunda sono associati in una dedica a P. Clodius P. f. Fab(ia tribu) Sura, nel quale si può riconoscere il padre o un fratello della donna341. Questi apparteneva all’ordine equestre, secondo quanto rivela il testo dell’iscrizione in suo onore342: fu infatti tribunus legionis II Adiutri-

341

Tutti coloro che hanno preso in esame la dedica sono concordi in tal senso (G.L. Gregori, Brescia romana. Ricerche di prosopograia e storia sociale, I, Roma 1990, p. 73 e II, Roma 1999, pp. 71, 73 e 128; Garzetti, Brixia, cit., p. 206; Breuer, Stand, cit., p. 211 B 189; Hemelrijk 2005, p. 166; Angeli Bertinelli 2008, p. 27). Non si esprime in merito Bassignano 2013, p. 143 nr. 4. 342 CIL, V 4368 cfr. p. 1079 = ILS 6725; Breuer, Stand, cit., p. 151 B 53. 135 Maria Grazia Granino Cecere

cis in Pannonia, in Aquincum343, quaestor e IIvir quinquennalis a Brixia, dove rivestì il pontiicato e il laminato del divo Traiano e nella regio XI ebbe la cura rei publicae di Bergomum da Traiano e quella di Comum da Adriano344. Dunque Clodia Secunda apparteneva a una famiglia, il cui prestigio si estendeva ben oltre i limiti della città d’origine. A lei è stato aidato in Brixia il culto della diva Matidia345, dopo il 119, naturalmente346. Sono note inora altre due sacerdotesse dedite alla suocera di Adriano: una nella non lontana Comum, Caesia Maxima (nr. 65), l’altra ad Ariminum, Lepidia Procula (nr. 38), entrambe molto probabilmente inquadrabili in età adrianea o al più entro la metà del II secolo, come Clodia Secunda347. Per l’uso del termine sacerdos comune a tutte le addette al culto imperiale in Brixia inora note, vd. nr. 49.  AEMILIA C. F. AEQUA sacerd(os) divae Plotinae

II d.C., 2° quarto

CIL, V 4387; A. Garzetti, Inscriptiones Italiae X, 5. - Brixia, Roma 1984, nr. 180; S. Breuer, Stand und Status. Munizipale Oberschichten in Brixia und Verona, Bonn 1996, pp. 118-119 B 139 (base di botticino, rinvenuta a Brescia, in via C. Cattaneo e attualmente conservata nei Musei Civici di Brescia); EDR 090180; tav. XVI, ig. 37:

5

Aemiliae C. f. Aequae, sacerd(oti) divae Plotinae, colleg(ium) cent(onariorum). Titulo usa.

Aemilia C. f. Aequa era originaria di Brixia, dal momento che i suoi elementi onomastici rivelano un’indubbia connessione con C. Aemilius C. f. Atticus348, che fu aedilis nella città nel I sec. d.C. e soprattutto con il pro-

343

PME C 206, Suppl. I, p. 1520 e Suppl. II, p. 2075. F. Jacques, Les curateurs des cités dans l’Occident romain de Trajan à Gallien, Paris 1983, pp. 259-260, che ne esamina l’intera carriera. Gli elementi onomastici suggeriscono rapporti di parentela anche con il M. Clodius Sura di CIL, V 4407; cfr. Inscr. It., X 5 nr. 201. 345 Vd. Clodia Procilla, nr. 52. 346 Bassignano 1994-1995, p. 75 nr. 17. 347 Garzetti, Brixia, cit., p. 206. 348 CIL, V 4385 = Inscr. It. X, 5, p. 118 nr. 179; Breuer, Stand, cit., p. 159 B 73: si tratta evidentemente di un suo predecessore. 344

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 136

babile discendente di questi, C. Aemilius C. f. Fab(ia) Proculus349, quaestor adlectus inter duovirales350 e lamen divi Augusti351. Una diretta associazione con quest’ultimo è suggerita anche dal fatto che entrambi furono onorati di una statua dal locale collegio dei centonarii352, assumendone la relativa spesa: un confronto tra le due basi con le relative dediche ne rivela impaginazione e paleograia simile. È possibile che due esponenti della stessa famiglia siano stati in uno stesso ambito cronologico addetti al culto imperiale, a certa testimonianza del prestigio di cui quella godeva in ambito municipale. E tale periodo sembra potersi ascrivere all’età adrianea (o al più prima antonina), dal momento che per il sacerdozio di Aemilia Aequa353 si ha quale terminus post quem l’anno 123, data della divinizzazione di Plotina; la paleograia dell’iscrizione onoraria, le connessioni prosopograiche individuabili, la presenza nella colonia di un’addetta al culto della diva Matidia, la Clodia Secunda (nr. 50), cui viene eretta una dedica dai collegia dei fabri e degli stessi centonarii, consigliano di non andare oltre la metà del II secolo. Per l’uso del termine sacerdos, vd. nr. 49.  CLODIA Q. F. PROCILLA sacerdos divae Plotinae

II d.C., 2° quarto

CIL, V 4485 = ILS 6716  ; A. Garzetti, Inscriptiones Italiae X, 5. Brixia, Roma 1984, nr. 276; cfr. Id., Brixia, in Suppl. It. 8, Roma 1991, pp. 169-170; S. Breuer, Stand und Status. Munizipale Oberschichten in Brixia und Verona, Bonn 1996, p. 210 B 188 (due frammenti pertinenti a una lastra o a una base di botticino, rinvenuta a Gussago, frazione di Ronchi, attualmente conservata nei Musei Civici di Brescia); EDR 090276; tav. XVI, ig. 38: -----equo public(o), decurioni Brixiae, Veronae, Tridenti, [Nic?]omediae354, cui ordo Brixianor(um) 349

CIL, V 4386 = Inscr. It. X, 5, pp. 494-495 nr. 999; Breuer, Stand, cit., p. 180 B 114. Gregori, Brescia II, cit., supra, nt. 341, pp. 140, 142 e 323: è questo l’unico caso inora noto di tale adlectio in Brixia. 351 Arnaldi 2009, p. 874; Bassignano 2013, p. 143 nr. 5. 352 Angeli Bertinelli 2008, p. 26; Liu, Collegia Centonariorum, cit., supra, nt. 255, p. 369 nr. 155 e pp. 146-147 sul particolare rilievo del collegio in Brixia. Ma Proculus venne onorato dai centonarii associati ai fabri. 353 Bassignano 1994-1995, p. 76 nr. 18; Ead., 2001, p. 333. 354 J. Linderski, Updating the CIL for Italy: part 2, in JRA, 11, 1998, p. 483, propone di integrare [Ep]orediae, ammettendo un errore (la M in luogo di R), poiché appare sorprendente la presenza di un centro dell’Asia accanto a tre dell’Italia settentrionale; vd. nt. 358.

350

137 Maria Grazia Granino Cecere

5

statuam aurat(am) eq(uestrem) et funus public(um) decr(evit), et Clodiae Q. f. Procillae, sacerd(oti) divae Plotinae, Sex. Valerius Poblicola Priscillian(us) ilius.

L’onomastica completa e il sacerdozio di Clodia Procilla355 sono noti dall’iscrizione che il iglio Sex. Valerius Poblicola Priscillianus pose sul sepolcro ediicato per la madre e il padre. Da questa sappiamo che il marito di Procilla, il cui nome è andato perduto nella lacuna iniziale del testo356, apparteneva all’ordine equestre357, che aveva ottenuto il decurionato non solo a Brixia, ma anche a Verona e a Tridentum e persino, se si accoglie l'integrazione proposta, nella lontana Bitinia, a Nicomedia358. A Brixia, sua città d’origine, l’uomo era stato onorato di una statua equestre dorata359 e del funus publicum360. In linea di principio è diicile deinire se il sacerdozio sia stato conferito a Procilla per il prestigio sociale di cui godeva il coniuge o per quello della sua famiglia d’origine361; forse, più probabilmente, per entrambi. Un’altra Clodia, ma Publi ilia (nr. 50), appare nell’orizzonte epigraico bresciano nel medesimo arco cronologico quale sacerdos di Matidia: non sembra casuale l’aver aidato a due Clodiae, entrambe aferenti all’ordine equestre, il culto di due donne della casa imperiale, divinizzate a distanza di soli quattro anni, all’inizio del principato di Adriano. E probabilmente nel corso del tempo in cui questi resse l’impero, nel secondo quarto del II secolo, svolsero entrambe la loro funzione sacerdotale.  [P]OSTUMI[A] P. F. PAULLA AVIDIA PROCULA RUTILIA PROBA II, ine - III d.C., inizi sacerd(os) div[a]i August(ae) CIL, V 4458; cfr. A. Garzetti, Inscriptiones Italiae X, 5. - Brixia, Roma 1984, nr. 247; S. Breuer, Stand und Status. Munizipale Oberschichten in 355

Bassignano 1994-1995, p. 76 nr. 19. Garzetti, Brixia cit., nr. 276 osserva come l’integrazione proposta per il nome, ovvero Sex. Valerius Sex. f. Fab(ia) Poblicola, spesso accolta (Angeli Bertinelli 2008, p. 26; WeschKlein, Funus publicum, cit., supra, nt. 164, p. 172) sia tutt’altro che certa (in tal senso anche Gregori, Brescia II, cit., supra, nt. 341, p. 183). Al iglio e non al padre, secondo Garzetti e Gregori, è da riferire la dedica Inscr. It. X, 5 nr. 277 (CIL, V 4486): Breuer, Stand, cit., pp. 174175 invece pensa ad una totale omonimia tra padre e iglio e quindi ritiene non attribuibile con certezza l’iscrizione onoraria. 357 Gregori, Brescia II, cit., supra, nt. 341, p. 144. 358 Si noti quanto osserva Garzetti, Suppl. It., cit., pp. 169-170 in merito alla diicoltà di vedere questo cittadino di Brixia onorato del decurionato nella metropoli bitinica. 359 J. Bergemann, Römischen Reiterstatuen: Ehrendenkmäler im öfentlichen, Mainz am Rhein 1990, p. 123 nr. E12. 360 Wesch-Klein, Funus, cit., supra, nt. 356, pp. 172-173; Bassignano 2013, p. 143 nr. 6. 361 Breuer, Stand, cit., p. 210. 356

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 138

Brixia und Verona, Bonn 1996, pp. 132-133 B23 (nota solo da tradizione manoscritta); EDR 090247:

5

[P]ostumi[ae] P. f. Paullae Avidiae Proculae Rutiliai Probae, sacerd(oti) div[a]i August(ae), d(ecreto) d(ecurionum).

L’identiicazione di Postumia Paulla Avidia Procula Rutilia Proba362 con Postumia P. f. Paulla363, appartenente all’ordine senatorio, probabile iglia del bresciano P. Statius Paullus Postumius Iunior e moglie del console M. Iuventius Secundus, in carica probabilmente verso la ine del II secolo364, onorata a Brixia con ben sei dediche365, permane tuttora incerta366. Tuttavia la polionimia di questa sacerdotessa367, che appare l’unica nella colonia recante ben sei elementi onomastici, per quanto inora noto368, e la dedica da parte dell’ordo cittadino indicano in ogni caso la sua appartenenza a una famiglia di notevole prestigio. Si consideri, d’altro canto, che le dediche erette nella città per la clarissima femina Postumia Paulla sono curate da parenti o amici369 e sembrano tutte di carattere privato, mancando l’indicazione della concessione del luogo pubblico in cui esporle da parte dei decuriones; dal momento che la dedica in esame è invece certamente di carattere uiciale370 potrebbe trattarsi della stessa senatrice che qui apparirebbe con la sua onomastica al completo, seguita dall’indicazione del ruolo svolto nella vita cittadina. Un’identiicazione sembra perciò altamente probabile. In tal caso dovremmo datare il suo sacerdozio nella prima età severiana.

362

PIR2 P 904. PFOS nr. 650. 364 Leunissen, Konsuln, cit., supra, nt. 45, pp. 143 e 149; Breuer, Stand, cit., pp. 130-131. 365 CIL, V 4339-4354 = Inscr. It., X, 5, nrr. 139-144. 366 In G.L. Gregori, Brescia II, cit., supra, nt. 341, p. 119, nt. 85 status quaestionis per quanti si dichiarano a favore dell’identiicazione, e quanti, invece, individuano due distinte persone, legate solo da relazioni di parentela. 367 Angeli Bertinelli 2008, p. 26 ritiene invece che si sia in presenza di tre donne, delle quali solo la prima di nascita libera e di ceto elevato, per cui il termine abbreviato SACERD alla penultima riga potrebbe, a suo parere, anche essere sciolto al plurale. 368 Gregori, Brescia II, cit., supra, nt. 341, p. 102. 369 Per la serie dei dedicanti e i loro ruoli vd. Gregori, Brescia II, cit., supra, nt. 341, p. 119, il quale sembra propendere per l’identiicazione. 370 Come palesa l’uso della sola espressione d(ecreto) d(ecurionum), vd. Camodeca, L’attività, cit., supra, nt. 268, p. 176. 363

139 Maria Grazia Granino Cecere

Secondo alcuni nella diva Augusta si può riconoscere Livia371, ma con ben maggiore probabilità ritengo vi si possa individuare l’imperatrice al tempo più recentemente divinizzata, come ad es. Faustina minore372. PATAVIUM

 ASCONIA C. F. AUGURINI (UXOR?) sacerdos divae Domitillae

I d.C., ultimo decennio

CIL, V 2829 = ILS 6692 (lastra? scorniciata, conservata a Padova, nel Museo Civico Archeologico agli Eremitani373); tav. XVII, ig. 39: C. Asconio C. f. Fab(ia) Sardo, IIIIvir(o) i(ure) d(icundo), praef(ecto) fabr(um), 5 fratri, Cusiniae M. f. Sardi (uxori), matri et sibi Asconia C. f. 10 Augurini (uxor?), sacerdos divae Domitillae.

Asconia apparteneva a una famiglia di indubbio rilievo in Padova romana374, poiché vedeva tra i suoi componenti anche membri dell’ordine senatorio375. In quest’iscrizione sepolcrale ella appare quale dedicante nei confronti della madre, Cusinia, moglie di un C. Asconius Sardus, e del fratello, a quanto sembra omonimo del padre, che ha rivestito la suprema magistratura locale di quattuorvir e la praefectura fabrum. In età lavia 371

Bassignano 1994-1995, p. 76 nr. 20; Gregori, Brescia II, cit., supra, nt. 341, p. 119; ancora Bassignano 2013, p. 143 nr. 7 e Gregori, Un’eccezionale dedica, cit., supra, al nr. 49, p. 303 nt. 9. 372 Sembra infatti da escludere per ragioni cronologiche la possibilità di riconoscere nella diva Augusta Iulia Domna, la cui consecratio ebbe luogo nel 217. Per la componente maschile del laminato in Brixia vd. Arnaldi 2008, p. 775 ed Ead. 2009, pp. 874, 876, 892. 373 A. Moschetti, Il Museo Civico di Padova, Padova 1938, p. 364. 374 E l’ascrizione alla tribù Fabia ne suggerisce l’origine dal centro della X regio, essendo lì la più difusa (F. Boscolo, I tribules di Atria, Ateste e Patavium, in M. Silvestrini (a cura di), Le tribù romane. Atti della XVIe Rencontre sur l’épigraphie, Bari, 8-10 ottobre 2009, Bari 2010, pp. 268-269 e 279-280). 375 Bassignano 1994-1995, p. 78 nr. 28; l’importanza della famiglia può essere confermata dal conferimento del pontiicato locale al giovane Asconius Labeo morto all’età di 15 anni (M.S. Bassignano - F. Boscolo, Rilessioni sul pontiicato municipale nella Cisalpina, in P. Basso - A. Buonopane (a cura di), Est enim ille los Italiae. Vita economica e sociale nella Cisalpina romana. Atti giornate di studi in onore di Ezio Buchi, Verona, 30 novembre - 1 dicembre 2006, Verona 2008, p. 50). Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 140

la famiglia è in piena ascesa sociale: la donna potrebbe essere stata, secondo un’ipotesi di Sartori376, moglie del cavaliere T. Iestinius T. f. Augurinus, a sua volta quattuorvir a Patavium e praefectus fabrum, ma in lei potrebbe anche essere identiicata la madre del senatore T. Mustius Hostilius Fabricius Medulla Augurinus377, adlectus inter tribunicios da Nerva e pretore378. La profonda adesione agli intenti della dinastia lavia dominante e in particolare al programma politico di Domiziano è rivelata dal sacerdozio della diva Domitilla rivestito da Asconia. Non si può afermare con certezza quale delle due appartenenti alla domus imperiale possa riconoscersi nella donna venerata, se la moglie o la iglia di Vespasiano379, entrambe defunte prima della sua salita al trono; ma in ogni caso, come aferma Rosso380, la divinizzazione non può aver avuto luogo prima della morte e consecratio di Iulia Titi e quindi dopo il 90 d.C. Pur trattandosi di una pura costruzione ideologica emergente dal passato per i ini politici di Domiziano, miranti probabilmente a una sua futura divinizzazione, una pronta adesione, come il ruolo di Asconia rivela, non mancò tra i ceti emergenti della penisola. TERGESTE

 USIA L.F. TERTULLINA sacerd(os) divarum

II d.C., 1a metà

CIL, V 520 = ILS 4104 ; cfr. P. Sticotti, Inscriptiones Italiae, X, 4. Tergeste, Roma 1951, nr. 10; C. Zaccaria, Tergeste - ager Tergestinus et Tergesti adtributus, in Suppl. It. 10, Roma 1992, p. 211 (ara marmorea rinvenuta a Trieste e conservata a Padova, nel Museo Civico Archeologico agli Eremitani, inv. 214); EDR 007321; tav. XVII, ig. 40: M(atri) D(eum) M(agnae). In memor(iam) Usiae L. f. Tertullinae,

376 F. Sartori, Tito Iestino Augurino magistrato in Padova romana, in E. Dąbrowa (a cura di), Donum amicitiae. Studies in Ancient History, Krakow 1997, pp. 193-199 (= AE 1997, 718). 377 PIR2 A 1209 e M 759; Alföldy, Senatoren, cit., supra, nt. 304, pp. 338-339 e RaepsaetCharlier 2005a, p. 195. A un C. Hostilius adottato da un T. Mustius pensa Salomies, Adoptive, cit., supra, nt. 77, p. 109. 378 A sua volta marito di Sab(inia?) Quinta (PFOS nr. 677), nota da bolli doliari dell’ager Patavinus (CIL, V 8110, 288) 379 Rosso 2007, pp. 143-146. Ma nel complesso di quanti si sono occupati dell’argomento prevale l’opinione che la consecratio voluta da Domiziano abbia riguardato la madre e non la sorella (vd. supra, pp. 36-37). 380 Rosso 2007, pp. 144-145: la divinizzazione di Domitilla sarebbe avvenuta quando, con la morte di Iulia Titi, ogni speranza di discendenza per Domiziano si era spenta.

141 Maria Grazia Granino Cecere

sacerd(otis) divarum, matris suae, Sex. Appuleius Marcellu(s) d(onum) d(edit).

Il nome e il ruolo nel culto imperiale di Usia L. f. Tertullina sono noti grazie all’iniziativa di suo iglio, Sex. Appuleius Marcellus, il quale in memoria della madre eresse una piccola ara nel santuario tergestino della Magna Mater381. Il gentilizio della donna, che trova rispondenza in area venetica382, non gode di ampia difusione in ambito tergestino383, mentre quello del iglio trova ben più numerose attestazioni, ma spesso abbinate ad altri praenomina384. Un solo caso è inora noto di un Appuleius di elevato rango sociale, il decurio ed aedilis L. Appuleius L. f. Taurinus385, attivo nella colonia probabilmente nella prima metà del II secolo, secondo quanto suggerito da Zaccaria386; ma reca, appunto, un prenome diverso rispetto al nostro dedicante. Invece un omonimo, senza escludere la possibilità che si tratti dello stesso individuo, si può intravvedere nell’[- Ap] pule[i - - / Mar]cell[- - -] presente nel frammento Inscr. It. X, 4 nr. 172, che appare databile nel medesimo ambito cronologico387. Del resto il documento che menziona Usia Tertullina può inquadrarsi nella prima metà del II secolo d.C.388 anche per il sacerdozio che vede la donna dedita a più Augustae divinizzate. 381

Il luogo di culto sorgeva ai margini del centro cittadino, in prossimità dell’Arco di Riccardo, verso l’area portuale (vd. F. Fontana, Luoghi di culto nel centro romano di Tergeste, in Aquileia nostra, 72, 2001, pp. 90-108, che riporta anche i documenti epigraici attestanti il luogo sacro a Cibele); vd. anche A. Degrassi, Culti dell’Istria preromana e romana, in Adriatica praehistorica et antiqua. Miscellanea Gregorio Novak dicata, Zagreb 1970, pp. 624-625 = Scritti vari di Antichità IV, Trieste 1971, p. 169. 382 J. Untermann, Die venetischen Personennamen, Wiesbaden 1961, s.v. Vpsedia. 383 G. Lettich, Appunti per una storia del territorium originario di Tergeste, in Archeografo Triestino, 39, 1979, p. 50 nr. 11; a Tergeste, sempre abbinato al praenomen Lucius, CIL, V 577 = Inscr. It. X, 4 nr. 95, cfr. Zaccaria, Tergeste, cit., p. 224 e CIL, V 647 = Inscr. It. X, 4 nr. 171, cfr. Zaccaria, cit., p. 228. 384 Per la difusione del gentilizio Appuleius nella regione e in particolare a Tergeste, vd. F. Tassaux, L’implantation territoriale des grandes familles d’Istrie sous l’Haut-Empire romain, in Problemi storici ed archeologici dell’Italia nordorientale e delle regioni limitrofe dalla preistoria al medioevo, Trieste 1984, p. 218 (Inscr. It., X, 4 nrr. 5, 58, 89, 172, 356, 385; quest’ultimo documento, come osserva Zaccaria, Tergeste, cit., p. 239 è da attribuire a Pola, ma il Sex. Appuleius che vi compare potrebbe essere originario di Tergeste, dove, del resto, è stato anche sevir Augustalis). 385 CIL, V 550 = Inscr. It. X, 4 nr. 58. 386 Zaccaria, Tergeste, cit., p. 220. 387 Zaccaria, Tergeste, cit., pp. 228-229. 388 Zaccaria, Tergeste, cit., p. 211 propone una datazione nella seconda metà del I secolo, ma gli argomenti addotti, la tipologia della piccola ara e le caratteristiche palograiche dell’iscrizione, non appaiono del tutto dirimenti. Al II secolo pensa invece Bassignano 2003a, p. 81 nr. 2; Ead. 2003b, pp. 26-27 e Ead. 2013, p. 142 nr. 1. Per la componente maschile del laminato a Tergeste vd. Arnaldi 2009, pp. 875, 876, 893. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 142

VERONA

 CURTIA C. F. PROCILLA sacer(dos) divae Plotinae

II d.C., 2° quarto

Buonopane 2001, pp. 129-139 = AE 2001, 1060a; A. Buonopane, Il materiale epigraico, in G. Cavalieri Manasse (a cura di), L’area del Capitolium di Verona. Ricerche storiche e archeologiche, Verona 2008, pp. 272273 (grande base in marmo proconnesio rinvenuta negli scavi del Capitolium di Verona); EDR 085127; tav. XVII, ig. 41a (foto di Alfredo Buonopane, che ne ha gentilmente concesso la riproduzione):

5

[[Curtiae]] [[C. f.]] [[Procillae]], [[sacer(doti) divae?]] [[Plotinae Aug(ustae)]], [[d(ecurionum) d(ecreto)]].

CIL, V 3590; S. Breuer, Stand und Status. Munizipale Oberschichten in Brixia und Verona, Bonn 1996, pp. 257-258 V30 (ancora murata nella facciata della chiesa di S. Maria in Organo a Verona389); tav. XVII, ig. 41b (foto di Alfredo Buonopane, che ne ha gentilmente concesso la riproduzione): V(iva) f(ecit). Dis Manib(us) Curtiae C. f. Procillae, patronae optimae, 5 P. Alio Alennio Maximo Curtio Valeriano, ilio Procillae, Curtia Callipolis lib. et sibi et lib(ertis) suis 10 utriusq(ue) sexus.

Si accoglie la lettura proposta da Buonopane per l’iscrizione erasa390, ma in buona parte ancora visibile, sulla base destinata a sorreggere una statua di Curtia Procilla, addetta al culto della diva Plotina. La dedica, eretta per decisione del senato locale, fu probabilmente obliterata e la statua rimossa per qualche evento negativo che deve aver coinvolto la donna e, forse, anche la sua famiglia. La base venne riutilizzata, capovolta, per accogliere sulla faccia opposta una dedica a Iuppiter Optimus Ma389

Indicazione cortesemente fornitami da Alfredo Buonopane. Non sembrerebbe del tutto da escludersi in base all’immagine fotograica la presenza alla r. 4 di SACERDOTI in luogo di SACER(doti) DIVAE. Ma si tratterebbe dell’unica testimonianza di una sacerdotessa di Plotina ancora in vita. 390

143 Maria Grazia Granino Cecere

ximus da parte dell’ordo Veronensium, collocata nel locale Capitolium391. Buonopane non esclude la possibilità di un semplice reimpiego della base qualche tempo dopo la morte di Procilla, sia perché venne eraso l’intero testo, e non solo il nome della donna, sia perché un personaggio, certo in relazione parentale con lei, ottenne il consolato sufeto nell’anno 138. Entrambi questi motivi, però, non sembrano dirimenti392 rispetto al fatto che Curtia Procilla e suo iglio, P. Alius Alennius Maximus Curtius Valerianus, trovarono la loro ultima dimora nel sepolcro realizzato da una liberta della donna, Curtia Callipolis, per sé e i suoi liberti, quand’era ancora in vita, come indica CIL, V 3590. L’onomastica del iglio di Procilla ne suggerisce l’appartenenza almeno all’ordine equestre, se non a quello senatorio393, sia per la sua polionimia, sia perché appare in evidente relazione con P. Delphius Peregrinus Alius Alennius Maximus Curtius Valerianus Proculus Marcus Nonius Mucianus, console sufeto, come si accennava, nel 138394; la condizione sociale del iglio e quindi della madre, alla quale la comunità veronese aveva conferito la dignità sacerdotale, diicilmente si potrebbero conciliare con l’essere entrambi ospitati nel sepolcro di una loro liberta395. Il culto della diva Plotina risulta allo stato attuale uno dei maggiormente attestati396 e in particolare nell’area settentrionale della penisola : nella stessa regio X a Brixia si hanno due sacerdotes, Aemilia Aequa (nr. 51) e Clodia Procilla (nr. 52); ma altre due addette si trovano a Pollentia, Venn[ia?] Marcellina (nr. 46) e l’anonima di CIL, V 7617 (nr. 47); inoltre ad Ariminum e a Forum Sempronii la laminica Cantia Saturnina (nr. 39). Tutte sono inquadrabili cronologicamente nell’ambito del II secolo, ovviamente dopo il 123, anno della divinizzazione dell’imperatrice; d’altro

391

AE 1991, 811, cfr. AE 2001, 1060b. Per le motivazioni e le modalità delle erasioni nelle iscrizioni, vd. M. Kajava, Some Remarks on the Erasure of Inscriptions in the Roman World (with Special Reference to the Case of Cn. Piso, cos. 7 B.C.), in Acta colloquii epigraphici Latini. Helsingiae 3.-6. sept. 1991 habiti, Helsinki 1995, pp. 201-210 in part. 208-210. Non sappiamo quali fossero precisamente i rapporti intercorrenti tra il iglio di Curtia Procilla e il console del 138 (vd. in merito Salomies, Adoptive, cit., supra, nt. 77, p. 129) e d’altronde l’evento infausto potrebbe aver avuto luogo anche dopo il 138. 393 Salomies, Adoptive, cit., supra, nt. 77, p. 77 nr. 6 e 128, con precedente bibliograia; vd. anche Bassignano 2013, pp. 142-143 nr. 3. 394 PIR2 N 146; Alföldy, Senatoren, cit., supra, nt. 304, p. 343 nr. 28, che vuole identiicarlo con il M. Nonius Mucianus P. Delphius Peregrinus che fu patronus di Verona (CIL, V 3343); ma vd. in merito le osservazioni di Salomies, Adoptive, cit., supra, nt. 77, p. 129 e Breuer, Stand, cit., pp. 257-258 V 31. 395 Breuer, Stand, cit., pp. 257-258, che ovviamente non conosceva l’iscrizione onoraria di Curtia Procilla e le sue vicende, sottolinea tale diferenza di status tra la fondatrice del sepolcro, Curtia Callipolis, e i due defunti e cerca di superare la diicoltà ammettendo che la sacerdotessa e il iglio abbiano avuto distinte sepolture nell’area sepolcrale. 396 Vd. supra pp. 37-38. 392

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 144

canto anche per quanto riguarda Curtia Procilla il formulario e il tipo di supporto orientano per una datazione non oltre i decenni centrali del II secolo, come per le altre addette al culto di Plotina inora note. Pagus Arusnatium È parso opportuno racchiudere in un piccolo gruppo a sé stante le cinque laminicae, tutte prive di ogni riferimento all’oggetto di culto, inora note operanti nell’ambito del pagus Arusnatium, area corrispondente all’incirca all’odierna Valpolicella. Infatti i componenti di questa comunità, probabilmente incorporati nell’ager di Verona, erano caratterizzati dall’appartenenza a uno speciico gruppo etnico e dall’osservanza di particolari culti (sacra Raetica), con peculiari igure divine e sacerdotali (ad es. il mannisnavius), per cui hanno conservato nel tempo una posizione del tutto speciica anche in ambito sacrale397. Di conseguenza non si può afermare con certezza che nei lamines e nelle laminicae qui attestati si possano riconoscere addetti al culto degli imperatori o delle donne della casa imperiale, in particolare perché i personaggi non appaiono appartenenti al ceto decurionale, e, in quanto tali, operanti in un culto pubblico. Bertolazzi398, che da ultimo ha ripreso in esame la documentazione epigraica della comunità, ritiene che il laminato non abbia legami con il municipium di Verona e che sia un sacerdozio del pagus. E la denominazione di Octavia Magna (nr. 59) sembra confermare la sua opinione. Inoltre nelle altre quattro testimonianze (nrr. 57, 58, 60, 61) le laminicae si trovano associate nella loro iniziativa, che appare sempre di carattere sacro, in posizione secondaria rispetto a un personaggio maschile che, almeno in due casi, si deinisce espressamente come lamen, in un rapporto, quindi, di coppia, che non consente di escludere che nella laminica si possa vedere semplicemente la moglie del sacerdote. A favore di una funzione sacerdotale connessa al pagus sembra inoltre condurre la stretta interrelazione, documentata in tre casi399, del titolo di lamen con quello di mannisnavius, carica religiosa tipica della comunità arusnate e gerarchicamente superiore al laminato, come indica l’espressione lamen vovit, mannisnavius posuit. Dal momento però che nessun dubbio sul ruolo efettivamente svolto da tali sacerdotesse del pagus è espresso da chi si è dedicato in particolare allo studio del laminato femminile imperiale400, si è preferito prenderle in 397

U. Laffi, Adtributio e Contributio. Problemi del sistema politico-amministrativo dello stato romano, Pisa 1966, pp. 61-62. 398 R. Bertolazzi, Pagus Arusnatium, in Suppl. It. 26, Roma 2012, p. 224. 399 CIL, V 3931, 3932 e AE 1986, 254 = Bertolazzi, Pagus, cit., pp. 256-257 nr. 2. 400 Non si fa cenno ad alcuna peculiarità o distinzione tra queste laminicae e le altre prese in esame né da parte della Bassignano nei suoi numerosi contributi sui culti e i sacerdoti della regio X (vd. bibliograia), né da parte della Hemerlijk, che menziona Cassia Iustina (nr. 145 Maria Grazia Granino Cecere

considerazione, sebbene in una sorta di appendice alla realtà veronese, cui amministrativamente il luogo aferiva. Tutti e cinque i documenti, dal testo molto lineare, si datano tra il I e il II secolo d.C.  CASSIA P. F. IUSTINA laminica

I d.C.

CIL, V 3923; cfr. R. Bertolazzi, Pagus Arusnatium, in Suppl. It. 26, Roma 2012, pp. 227-228, con precedente bibliograia (della lastra, rinvenuta presso la pieve di S. Giorgio di Valpolicella a Fumane sono conservati due frammenti, l’uno attualmente murato all’esterno della stessa pieve, l’altro conservato a Verona, nel Museo Lapidario Mafeiano); EDR 112960; tav. XVIII, ig. 42:

5

[- - -]us M. f. Firmus, lamen et Cassia P. f. Iustina, lam[i]n[i]ca, d(ono) d(ederunt).

Per Bertolazzi nel lamen si potrebbe riconoscere il M. Cassius M. f. Firmus di un testo sepolcrale di Verona (CIL, V 3612) o il M. Cassius Firmus, autore di una dedica per Saturno (CIL, V 3291); ma il cognomen Firmus è troppo difuso per esprimersi in merito con qualche probabilità di identiicazione e non vi è motivo di supporre lo stesso gentilizio di Iustina, che, del resto, presenta un diverso patronimico. In base alla paleograia il documento è databile al I secolo d.C.  CUSONIA MAXIMA laminica

I, ine - II d.C., 1a metà

CIL, V 3916; cfr. R. Bertolazzi, Pagus Arusnatium, in Suppl. It. 26, Roma 2012, p. 224 con precedente bibliograia (ara rinvenuta a S. Odorici di Castro e conservata a Verona, nel Museo Lapidario Mafeiano, inv. 28328); EDR 112947; tav. XVIII, ig. 43:

5

Saturno, M. Flavius Festus et Cusonia Maxima, laminica.

57) tra le laminicae sposate a lamines (Hemerlijk 2005, p. 162) e Cusonia Maxima (nr. 58) tra le addette al culto imperiale che erigono statue ed altari (Hemerlijk 2007, p. 323 nt. 29). Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 146

Sulla valenza della divinità, dal culto ampiamente difuso nell’area, si soferma Bertolazzi, il quale propone anche di individuare nei due dedicanti il M. Flavius Festus e la Quasauna, nome che si viene a latinizzare in Cusonia, presenti nelle iscrizioni di Verona CIL, V 3462 e 3463. La paleograia e la presenza di hederae distinguentes inducono a datare il documento tra la ine del I e il II secolo d.C.  [OC]TAVIA M.F. [MA]GNA lamin[ica pa]gi Arusnati[um]

I-II d.C.

CIL, V 3928; cfr. R. Bertolazzi, Pagus Arusnatium, in Suppl. It. 26, Roma 2012, pp. 231-232 con precedente bibliograia (rinvenuta nel territorio degli Arusnates, attualmente irreperibile); EDR 112972:

5

[Oc]taviae M. f. [Ma]gnae, lamin[icae] [pa]gi Arusnati[um], [C. O]ctavius Capi[to], [L. O]ctavius Clem[ens].

Il gentilizio Octavius, oltre ad essere il più ampiamente attestato nel territorio401, appartiene a personaggi di particolare prestigio all’interno del pagus e ciò ha fatto supporre a Tarpin402 che il territorio della comunità sia stato integrato in un unico momento in quello di una città (Verona) attraverso la concessione del diritto di cittadinanza a molti degli Arusnates da parte di un magistrato romano, un C. Octavius, nel quale potrebbe anche riconoscersi il padre di Augusto403. Per la Bassignano404 la donna dovrebbe essere parente del P. Octavius Verecundus, che fu pontifex sacrorum Raeticorum, uno dei più alti se non il più alto in grado della gerarchia sacerdotale del pagus. I due dedicanti, secondo lo schematico stemma proposto da Mommsen in CIL, V 3926, dovrebbero essere due nipoti, igli di due fratelli della donna.

401

La gens Octavia presenta numerose testimonianze sia a Verona, CIL, V 3371, 3386, 3414, 3645, 3681-3690, 8851 che nel pagus, vd. CIL, V 3251, 3409, 3415 = ILS 6699, 3680 e in un nuovo documento edito da A. Buonopane, Nuove iscrizioni di Verona, in Epigraphica, 52, 1990, pp. 163-164. 402 M. Tarpin, Vici et pagi dans l’Occident romain, Roma 2002, p. 218. 403 Ma vd. in merito Bertolazzi, Pagus, cit., p. 200. 404 Bassignano1994-1995, p. 77; Ead. 2003a, p. 96 nr. 38. 147 Maria Grazia Granino Cecere

 POMPONISIA PONTI FIL. SEVERA lam(inica)

I d.C., 2a metà - II d.C., 1a metà

CIL, V 3922; cfr. R. Bertolazzi, Pagus Arusnatium, in Suppl. It. 26, Roma 2012, p. 227 con ampia bibliograia precedente (ara rinvenuta presso la pieve di S. Giorgio di Valpolicella a Fumane, attualmente conservata a Verona nel Museo Lapidario Mafeiano, inv. 28327); EDR 112959; tav. XVIII, ig. 44:

5

Sext. Cariau(s) Sext. il. Firminus, lamen et Pomponisia Ponti il. Severa, lam(inica).

Il gentilizio Cariaus o Caria(v)us è forse di origine indigena e non appare attestato altrove. Nei due personaggi, come per Firmus e Cassia Iustina (nr. 57) sembra si debba vedere una coppia di coniugi, recanti l’uno il titolo di lamen e l’altra di laminica. Per la paleograia e la presenza di hederae distinguentes si propone una datazione tra la ine del primo e la prima metà del II secolo d.C.  TULLIA TUL. F. CARDELIA lam(inica)

I-II sec. d.C.

CIL, V 3930; cfr. R. Bertolazzi, Pagus Arusnatium, in Suppl. It. 26, Roma 2012, p. 232, con precedente bibliograia (parte inferiore di un’ara, rinvenuta prima del 1833 presso la pieve di S. Giorgio in Valpolicella a Fumane e attualmente conservata a Verona, nel Museo Archeologico al Teatro romano, inv. 22486); EDR 112977; tav. XVIII, ig. 45:

5

----[-]CO[- - -] C. f. Augustian(us) et Tullia Tul(li) f. Cardelia, lam(inica).

Alla r. 1 Bertolazzi non vede traccia della R, che consentirebbe di integrare il gentilizio in Cornelius, come propone anche Alföldy405.

405

G. Alföldy, Römische Statuen in Venetia et Histria. Epigraphische Quellen, Heidelberg Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 148

L’ara è mancante del coronamento e forse della riga in cui era indicato il nome della divinità cui la coppia aveva eretto la dedica. In questo caso, come per Cusonia Maxima (nr. 58), è solo la donna che reca la menzione del laminato. La datazione proposta si basa sulla paleograia.

REGIO XI (TRANSPADANA) AUGUSTA PRAETORIA

 OCTAVIA ELPIDIA laminic(a)

I, ine - II d.C., inizi

CIL, V 6840; cfr. P. Barocelli, Inscriptiones Italiae XI, 1. - Augusta Praetoria, Roma 1932, pp. 10-11 nr. 20a e A.M. Cavallaro - G. Walser, Iscrizioni di Augusta Praetoria, Quart 1988, pp. 70-71 nr. 26 (osteoteca o sarcofago406 rinvenuto nel 1728 ad Aosta, durante gli scavi per la fondazione della chiesa di S. Stefano fuori le mura407; attualmente conservato ad Aosta, nel Museo Archeologico); tav. XIX, ig. 46a: D(is) M(anibus) Octaviae Elpidiae, laminic(ae).

Nello stesso luogo è stata rinvenuta la parte destra di un altro monumento molto simile nella struttura (ma con elementi decorativi diversi ai lati della grande tabella iscritta), in cui aveva avuto sepoltura un altro appartenente alla medesima familia408, un Octavius Elpidius, a cura probabilmente di un suo iglio (tav. XIX, ig. 46b). L’esecuzione molto accurata sia nell’aspetto decorativo409 che in quello paleograico dei due reperti suggerisce l’appartenenza dei due personaggi, quindi anche della laminica, all’élite eco-

1984, p. 140 nr. 248. 406 È in marmo bardiglio, decorato sulla fronte da due racemi ai lati della tabella destinata all’iscrizione; urceus e patera sui lati. In considerazione della larghezza di soli cm. 135 sembra forse più opportuno deinire cinerario/osteoteca che sarcofago questa cassa; non sono infrequenti nell’area settentrionale del Piemonte e nella regione valdostana tali casse, simili a quelle dei sarcofagi, ma ben più corte, vd. G. Molli Boffi, Tombe romane in Piemonte, in L. Mercando (a cura di), Archeologia in Piemonte. L’età romana, Torino 1998, p. 197. 407 P. Barocelli, Augusta Praetoria, Forma Italiae XI, 1, Roma 1948, pp. XXXVII e 142. 408 CIL, V 6841 = Baroncelli, Inscr. It., cit., p. 11 nr. 20b; cfr. Cavallaro - Walser, Iscrizioni, cit., pp. 72-73 nr. 27. Sia Baroncelli che Cavallaro e Walser integrano: [D(is)] M(anibus) / [Octa]vi Elpi/[di(i) f(ilius). Octa]vianus / [Elpidi]us, non tenendo conto dell’ampiezza delle lacune e con poco riguardo per l’onomastica. Ritengo sia preferibile una soluzione del tipo: [D(is)] M(anibus) / [- Octa]vi Elpi/[di(i), –] Octavi/[us - - -]vianus / [ili]us. 409 Hemerlijk 2007, p. 326 nt. 38 ritiene l’urceus e la patera raigurati sul monumento sepolcrale un’allusione agli strumenti sacriicali usati dalla sacerdotessa (in merito vd. supra, p. 53, nt. 139). 149 Maria Grazia Granino Cecere

nomica e sociale di Augusta Praetoria410. Cavallaro e Walser, sottolineando il ricorrere degli stessi elementi onomastici secondo l’uso delle famiglie di maggior prestigio, ipotizzano una possibile discendenza degli Octavii Helpidii da un personaggio quale il Q. Octavius Sagitta, che era stato procurator in Vindalicis et Raetis in età augustea o forse nella prima età tiberiana411. Come osserva correttamente la Bassignano412, alla proposta di datazione dei due documenti da parte del Barocelli, intorno alla metà del I sec. d.C.413, appare preferibile quella di Cavallaro e Walser al I-II secolo, soprattutto in base alla tipologia del supporto. Probabilmente Octavia Elpidia rivestì il suo sacerdozio negli ultimi decenni del I secolo o nella prima parte del secolo successivo. AUGUSTA TAURINORUM

 GAVIA M. F. PUPA laminica

I d.C., metà

C. Carducci, San Massimo di Collegno (Torino) - Rinvenimenti vari, in NSc 1950, p. 197 = AE 1952, 150; cfr. 1988, 608; G. Cresci Marrone - E. Culasso Gastaldi, Epigraia subalpina (S. Massimo di Collegno), in Bollettino storico-bibliograico subalpino, 82, 1984, pp. 166-174 (base marmorea squadrata con fronte scorniciata, rinvenuta a Collegno [Torino], presso la chiesa di S. Massimo, e attualmente conservata nel locale antiquario); EDR 081117; tav. XIX, ig. 47: Gaviae M. f. Pupae, laminicae, Fadiena Facilis.

Per un’adeguata comprensione del documento è opportuno sofermarsi sul luogo di rinvenimento, l’area presso la chiesa di S. Massimo di Collegno, località in cui molto probabilmente sorgeva la statio ad Quintum, lungo il frequentato asse stradale che da Augusta Taurinorum portava verso le Gallie in direzione di Segusio414. Recenti studi, volti a inserire la chiesa di S. Massimo in un quadro più deinito dell’architettura paleocristiana dell’area nord-occidentale della penisola415, hanno consentito di 410

Hemelrijk 2005, p. 160 nt. 75 ritiene invece che il cognomen Elpidia riveli l’appartenenza a una famiglia di condizione libertina. 411 PIR2 O 58. 412 Bassignano, 2005, pp. 334-335 nr. 34; cfr. Ead., 1994-1995, p. 74. 413 Baroncelli, Inscr. It., cit., p. 11 e Id., Augusta Praetoria, cit., p. 142 nt. 1. 414 G. Cresci Marrone, La romanizzazione, in G. Sergi (a cura di), Storia di Torino. I. Dalla preistoria al comune medievale, Torino 1997, p. 153. 415 A. Crosetto, La chiesa di S. Massimo “ad quintum”: fasi paleocristiane e altomedievali, in L. Pejrani Baricco (a cura di), Presenze longobarde. Collegno nell’alto medioevo, Torino Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 150

riprendere in esame il complesso, individuando nell’ambito della chiesa una probabile basilica e la presenza nei pressi di un ediicio, cui appare riferibile un frammento di architrave rinvenuto sul luogo recante la dedica [Divae Dru]sillae et Divae Augu[stae]416. A quanto sembra, dunque, qui venne realizzato un sacello dedicato al culto imperiale e probabilmente proprio all’indomani della divinizzazione di Livia ad opera di Claudio, all’inizio dell’anno 42: vediamo infatti che il nome della sposa di Augusto è preceduto da quello di Drusilla, la cui divinizzazione era stata voluta da Caligola già nel 38. La successione dei due nomi, dunque, segue rigorosamente l’ordine cronologico e la realizzazione del sacello è attribuita ai primi tempi del principato di Claudio proprio per la menzione di Drusilla, il cui culto non deve essersi protratto a lungo dopo la morte di Caligola417; la continuità del suo culto può forse qui trovare una spiegazione sia nel carattere ancora interlocutorio della politica di Claudio nella prima fase del suo principato, sia nella perifericità dei luoghi rispetto al potere centrale. Laddove sorgeva il sacello dedicato al culto delle due divae si rinvenne la base in esame, recante una dedica alla laminica Gavia Pupa curata da Fadiena Facilis418. L’onomastica di entrambe le donne rivela stretti rapporti con due gentes di notevole rilievo sociale di Augusta Taurinorum. I Gavii infatti sono ben noti nella colonia: un M. Gavius C. f. Gallus419 e un C. Gavius L. f. Silvanus420, entrambi ascritti alla tribù Stellatina del centro, si rivelano essere stati l’uno addetto al culto imperiale in qualità di VIvir Augustalis, l’altro protagonista in età claudia sia di una notevole carriera militare, che lo condusse al primipilato, sia di un ruolo di prestigio in ambito locale, essendo stato scelto quale patronus della città. Per quanto riguarda la dedicante, il patrimonio epigraico di Augusta Taurinorum rivela un P. Fadienus421appartenente all’ordo equester, che rivestì anche magistrature municipali e lo stesso laminato imperiale. L’assoluta stringatezza della dedica non consente di sapere quale ne fosse la motivazione e quali rapporti intercorressero tra le due donne: Cresci Marrone e Culasso Gastaldi pensano alla presenza nell’area di proprietà e interessi economici di esponenti delle due gentes422.

2004, pp. 249-274. 416 AE 1952, 151. 417 Nella regione, nella prossima Forum Vibii Caburrum, è documentata una sacerdotessa addetta al suo culto, vd. Secunda, Aspri uxor (nr. 66). 418 Bassignano 1995-1995, p. 73 nr. 8 ed Ead. 2005, p. 336, nr. 36. 419 CIL, V 7030. 420 CIL, V 7003 = ILS 2701 cfr. Dobson, Primipilares, cit., supra, nt. 277, p. 200 nr. 70. 421 CIL, V 7002, cfr. PME F 19; del personaggio non è possibile conoscere il cognomen né la carriera nella sua interezza, poiché l’iscrizione è frammentaria. 422 Cresci Marrone - Culasso Gastaldi, Epigraia, cit., p. 171. 151 Maria Grazia Granino Cecere

Le caratteristiche paleograiche e la semplicità sia del supporto sia del testo inducono a inquadrare cronologicamente il documento al I secolo, forse ancora nei decenni centrali, vedendo in Gavia Pupa una delle prime addette al culto delle divae Augustae in tale realtà vicana dipendente dalla colonia di Augusta Taurinorum. Certamente in un simile contesto un’unica sacerdotessa doveva occuparsi del culto delle donne della casa imperiale e forse per questo nessuna speciicazione segue l’indicazione del laminato.  TULLIA C. F. VITRASI (UXOR?) laminica Iulia Augusta [Taurinorum] laminicia Iulia Augusta

I d.C., decenni centrali

CIL, V 7629; A. Ferrua, Inscriptiones Italiae IX, 1. - Augusta Bagiennorum et Pollentia, Roma 1948, p. 84 nr. 160 (frammento forse di epistilio? rinvenuto nel 1866 nell’ager di Pollentia, presso l’abbazia di Caramagna non lontano da Racconigi, ed attualmente conservata a Torino, Museo di Antichità, inv. nr. 431423); EDR 010739; tav. XX, ig. 48a: [T]ullia C.[f. Vitrasi (uxor),] [la]minica +[- - -] [Iulia] Augusta [Taurinorum].

CIL, V 6954 (fusto di erma dalla fronte scorniciata e privo del ritratto, rinvenuto ad Augusta Taurinorum e conservato nel Museo di antichità di Torino); tav. XX, ig. 48b (foto di Giovanni Mennella, che ne ha gentilmente concesso la riproduzione):

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Iunoni Tulliae C. f. Vitrasi (uxor), laminicia (!) Iulia August(a), L. Arrenus L.l. Faustu[s]

I due documenti, ben diversi tra di loro, l’uno riferibile forse a un ediicio, l’altro di carattere privato e di valenza onoraria, si possono riferire alla stessa donna, Tullia, iglia di un G(aius) e moglie di un Vitrasius, che rivestì il laminato ad Augusta Taurinorum424. 423

G. Mennella - E. Bernardini, Pollentia, in Suppl. It. 19, Roma 2002, p. 155: ne viene proposta una datazione tra la metà del I e gli inizi del II secolo “soprattutto per l’apparato decorativo” (non mi è stato possibile visionare il documento, ma l’immagine oferta dal Ferrua a p. 84 non rivela elementi decorativi). 424 La città presenta la denominazione “estesa” Iulia Augusta Taurinorum anche in CIL, V Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 152

La pertinenza del primo testo sembra riferibile a un ediicio per la notevole altezza delle lettere, ben 18 cm, della prima riga; ma resta la diicoltà d’intendere di quale tipo di ediicio si tratti. Certo era rispondente alla rilevanza sociale della persona, come sottolinea Scuderi425, e, in considerazione dell’area di possibile provenienza, dove nessun centro abitato sembra individuabile, appare opportuno riferirlo al monumento sepolcrale della donna, realizzato, forse, in una sua proprietà suburbana, nei pressi del tracciato viario che congiungeva Pollentia ad Augusta Taurinorum. Non osta a tale interpretazione il nome al nominativo, accompagnato dal gamonimico e la sola menzione del prestigioso sacerdozio ottenuto nella colonia augustea: ciò può ben adattarsi all’ambito cronologico in cui, come vedremo, s’inquadra il personaggio. Ad Augusta Taurinorum Tullia aveva forse la sua residenza abituale. E qui probabilmente era collocata l’erma con dedica alla sua Iuno da parte del liberto L. Arrenius Faustus. Vediamo che dediche al Genius o alla Iuno di privati sono presenti con discreta frequenza in quest’area della cisalpina occidentale e curate da individui legati, come da attendersi, da rapporti di dipendenza con il dedicatario426. Tullia era certo persona di notevole rilievo sociale e probabilmente anche il marito, per il quale non si può escludere un rapporto con la gens Vitrasia427, che vede due suoi esponenti prefetti d’Egitto l’uno nel 32, l’altro tra il 38 e il 41428; gens originaria di Cales in Campania429, ma forse disposta, almeno per qualche componente, a migrare verso le regioni cisalpine. È stato osservato430 che il termine laminicia, nella valenza di ex laminica431 (vd. supra, p. 31), presente nella dedica alla Iuno di Tullia, appare contraddire l’integrazione laminica p[erpetua] proposta da Ferrua per la seconda riga dell’iscrizione dell’ager pollentino. Ma tale integrazione, che lo stesso Ferrua indica come “potius ad sensum”432, non è sostenuta da al7047, cui va connessa CIL, V 7127 (A. Gabucci - G. Mennella - L. Pejrani Baricco, Un mercante di Aquileia tra Emona e Augusta Taurinorum, in Aquileia Nostra,71, 2000, pp. 522-523). 425 Scuderi 2007, p. 732. 426 Vd. nella stessa Augusta Taurinorum CIL, V 6950; ma inoltre a Segusio (7237), Industria (7472), presso Hasta (7593) e nelle non troppo lontane Mediolanum (5869) e Ticinum (6407), 427 Il gentilizio non è altrimenti documentato nella Cisalpina. 428 Si tratta dei due omonimi CC. Vitrasii Polliones, per i quali vd. S. Demougin, Prosopographie des chevaliers romains julio-claudiens (43 av. J.C. – 70 ap. J.C.), Roma 1992, pp. 346-348 nr. 424. 429 G. Camodeca, Quattro carriere senatorie del II e III secolo, in Epigraia e ordine senatorio, Tituli 4, Roma 1982, pp. 529-536 e più recentemente Id., Novità sulle iscrizioni senatorie da Teanum e Cales, in H. Solin (a cura di), Le epigrai della valle di Comino, Atti del nono Convegno epigraico cominese, Alvito, 13 ottobre 2012, San Donato Val di Comino 2013, pp. 51-52, con particolare riguardo all’ascesa in senato della gens nel secolo successivo. 430 Bassignano 1994-1995, p. 73 nr. 7 ed Ead. 2005, pp. 335-336, nr. 35. 431 M. Leumann, Lateinische Grammatik. Laut-und Formenlehre, München 19772, p. 301, paragrafo 279. 432 Ferrua, p. 84 ad nr. 160. Non può considerarsi elemento a favore dell’integrazione pro153 Maria Grazia Granino Cecere www.torrossa.com – Uso per utenti autorizzati, licenza non commerciale e soggetta a restrizioni.

cun dato certo: della lettera che segua il laminato non resta che traccia di un solco diritto, nel quale può certo anche vedersi una P, ma in cui appare preferibile riconoscere una D di un d[ivae Augustae], che oltre ad adattarsi meglio all’ampiezza della lacuna, trova rispondenza nell’uso della denominazione del sacerdozio che troviamo nello stesso centro di Pollentia, sebbene in epoca successiva, per la diva Plotina (vd. Vennia? Marcellina, nr. 46 e la quasi anonima moglie del consul designatus Restitutus nr. 47). La datazione agli anni centrali del I secolo viene suggerita non solo dalla paleograia e dall’onomastica della donna, ancora priva di cognomen, ma anche e soprattutto dalla denominazione della città: l’elemento Iulia, sembra infatti sottolineare la memoria prossima dell’impianto coloniario dell’età augustea433. COMUM

 CAESIA P. F. MAXIMA sacerdos divae Matidiae

II d.C., età adrianea

CIL, V 5647; M. Reali, Le iscrizioni latine del territorio comense settentrionale, in Riv. Arch. Como, 171, 1989, pp. 240-241 nr. 59 (ara? vista nell’ager di Comum, ad Erba, e attualmente irreperibile); EDR 010336:

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I(ovi) O(ptimo) M(aximo) Caesia P. f. Maxima, sacerdos divae Matidiae.

Il gentilizio Caesius abbinato al praenomen Publius, il medesimo del padre di Maxima, è attestato nei pressi di Comum, nel nome di P. Caesius Archigenes, autore di due dediche, l’una alle Matronae434 e l’altra allo stesso Iuppiter Optimus Maximus435. Il cognomen Archigenes, di limitata difusioposta da Ferrua il fatto che ad Augusta Taurinorum sia attestato un lamen divi Augusti perpetuus (CIL, V 7007). 433 Cresci Marrone, La romanizzazione, cit., supra, nt. 414, pp. 147-148; per una disamina della denominazione uiciale della colonia, vd. G. Paci, Linee di storia di Torino romana dalle origini al Principato, in L. Mercando (a cura di), Archeologia a Torino dall’età preromana all’Alto Medioevo, Torino 2001, pp. 107-131, in part. 112-117; mentre per una proposta di datazione della fondazione della colonia tra gli anni 27 e 22 a.C., vd. ora G. Mennella, Marco Lollio, consul sine collega e la fondazione di Augusta Taurinorum, in S. Demougin - J. Scheid (a cura di), Colons et colonies dans le monde romain, Roma 2012, pp. 387-394. Per le attestazioni del laminato maschile nel centro vd. Arnaldi 2009, pp. 874, 875, 893. 434 CIL, V 5226: questa, come la successiva, rinvenuta a Brienno. 435 CIL, V 5225. Entrambe le dediche sono incise su due are gemelle dal notevole sviluppo verticale; anche le lettere presentano un andamento allungato, che fa supporre una datazione orientativa non anteriore alla seconda metà del II secolo. Sono attualmente conservate a Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 154

ne436, induce a supporre uno status libertino per il dedicante, una condizione ben diversa rispetto a quella di Caesia Maxima, ma una connessione tra i due in base all’onomastica sembra da accogliere, forse vedendo nell’uomo un liberto o un discendente di liberto della famiglia cui apparteneva la laminica. Le due are erette da Archigenes sembrano suggerire per tipologia una collocazione cronologica successiva alla metà del II secolo437, mentre il sacerdozio della diva Matidia deve essere stato assunto da Caesia Maxima certo dopo il 119, anno della consacrazione della suocera ad opera di Adriano, ma molto probabilmente nei tempi di poco successivi a tale data, quasi certamente ancora in età adrianea438, molto probabilmente prima che Faustina maggiore venisse portata sugli altari per volontà nel nuovo principe Antonino Pio. Si tratta dell’unica sacerdotessa inora nota del comasco439; si conoscono altre due donne addette al culto di Matidia, Lepida Procula ad Ariminum (nr. 38) e Clodia Secunda nella non lontana Brixia (nr. 50). FORUM VIBII CABURRUM

 [- - -]A M. F. SECUNDA ASPRI (UXOR) [lam]inica divae Drusillae

38 d.C. - prima età claudia?

CIL, V 7345; G. Cresci Marrone - F. Filippi, Forum Vibii Caburrum, in Suppl. It. 16, Roma 1998, p. 383; Granino Cecere 2008, pp. 267-268 (grande lastra marmorea [62 x 210 x 9] con cornice modanata, mancante a sinistra, rinvenuta a Cavour nel 1552 ed attualmente conservata nel Museo di Antichità di Torino, inv. 504); tav. XX, ig. 49 (immagine gentilmente concessa da Giovannella Cresci Marrone): [- - -]a M. f. Secunda Aspri (uxor), [lam]inica divae Drusillae, [portic?]um et piscinam solo suo [muni]cipibus suis dedit.

Le lacune alle rr. 2 e 4 si possono integrare agevolmente e rivelano un’impaginazione accurata del testo, che vede probabilmente un’estendersi maggiore sui due lati delle righe 1 e 3. Milano, nelle raccolte civiche archeologiche (Reali 2005, p. 211 nr. 7 e 212 nr. 8 con relative immagini; cfr. EDR 010210 e 010216). 436 H. Solin, Die griechischen Personennamen in Rom. Ein Namenbuch, Berlin - New York 20032, p. 32 ne registra un solo caso tra le iscrizioni urbane. 437 Vd. nt. 435. 438 Bassignano 1994-1995, p. 75; Ead. 2005, p. 323 nr. 8 e 2013, p. 144 nr. 8. 439 Reali, Iscrizioni, cit., p. 240 nr. 15 e Id. 2005, p. 316; solo un accenno in Angeli Bertinelli 2008, p. 27. Per la componente maschile addetta al culto imperiale le testimonianze sono invece relativamente numerose, vd. Arnaldi 2009, pp. 874, 876, 877 e 893. 155 Maria Grazia Granino Cecere

L’iscrizione ricorda un atto evergetico da parte di Secunda a favore dei suoi concittadini, gli abitanti di Forum Vibii Caburrum, centro sul conine, tra le Alpi Cozie e le Marittime440. In merito al gentilizio della donna nulla può esser detto, se non che doveva comprendere, a quanto sembra, un maggior numero di lettere rispetto ad [Atti]a, indicato inizialmente da Promis441 e accolto da Peyron442. A una proposta di qualche attendibilità si può invece giungere per l’integrazione della r. 3: il primo editore proponeva il completamento in [baline]um, che consentirebbe un estendersi della riga a sinistra; ma l’abbinamento balineum - piscina non appare soddisfacente, riferendosi il secondo termine a un elemento che poteva essere compreso nel primo. Perciò appare più opportuno proporre [portic]um, termine di uguale numero di lettere e relativo a un ediicio non di rado associato a una piscina443. L’iscrizione, nelle sue dimensioni originarie di ca. piedi 9 x 2, doveva probabilmente trovare collocazione su quanto realizzato da Secunda per i suoi concittadini. Se l’entità del dono dà testimonianza delle notevoli possibilità economiche della donna, il suo ruolo sociale viene sottolineato nei due elementi presenti nelle prime due righe del testo: qui ella è detta moglie di un Asper, personaggio evidentemente ben noto alla comunità444, e 440

M. Segard, Les Alpes occidentales romaines. Développement urbain et exploitation des ressources des régions de montagne (Gaule Narbonnaise, Italie, provinces alpines), Aix-enProvence - Paris 2009, p. 43; W. Spickermann, Priesterinnen im römischen Gallien, Germanien und den Alpenprovinzen (1.-3. Jahrhundert n. Chr.), in Historia, 43, 1994, pp. 193-194 considera il centro come pertinente alle Alpes Cottiae e inserisce Secunda tra le laminiche dei centri di tale provincia. Per i conini, vd. R. Scuderi, Conine amministrativo e conine doganale nelle Alpi occidentali durante l’Alto Impero, in S. Giorcelli Bersani (a cura di), Gli antichi e la montagna. Ecologia, religione, economia e politica del territorio, Atti del convegno, Aosta, 21-23 settembre 1999, Torino 2001, pp. 167-183. 441 C. Promis, Storia dell’antica Torino, Torino 1869, p. 477 nr. 247. 442 G. Peyron, Cavour: rocca e popolo. Etimologia ed avventura del nome nella storia del luogo, Savigliano 1989, pp. 273-277 e Id., Notizie storiche in breve sintesi, Savigliano 1991, pp. 69-70; vd. anche Bassignano 1994-1995, p. 73 ed Ead. 2005, pp. 338-339 nr. 42. 443 Vd. Granino Cecere 2008, p. 268. Solo a titolo d’esempio valga AE 1995, 1389, in cui si menziona il dono alla civitas hessalonicensium da parte di Avia A. f. Posilla, di aedem, aquas, piscinam et porticus circa piscinam de suo. A. Borlenghi, Il campus. Organizzazione e funzione di uno spazio pubblico in età romana. Le testimonianze in Italia e nelle province occidentali, Roma 2011, p. 279 propone invece di integrare il termine campus, ma, per risolvere il problema dello spazio che resterebbe da colmare all’inizio della r. 3, suggerisce o di vedere qui la presenza della sigla d(e) p(ecunia) s(ua), in posizione del tutto anomala rispetto al formulario abituale, o l’aggiunta in un secondo momento dell’attributo suo al termine della stessa riga, non previsto dunque nell’impaginazione iniziale; ma il termine solo senza il possessivo non ha senso, né si riscontra diferenza di incisione nel caso di un’aggiunta. Quale esempio di una netta distinzione tra un balineum e una piscina documentati epigraicamente (CIL, IX 4786 = ILS 5767) e riscontrati archeologicamente sul terreno, vd. F. Coarelli, P. Faianius Plebeius, Forum Novum and Tacitus, in PBSR, 73, 2005, pp. 85-98. Ad un balineum pensa ancora Bassignano 2013, p. 145 nr. 13. 444 Di prestigio e ricca doveva essere anche la famiglia del marito, vd. Scuderi 2007, p. 731. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 156

laminica della diva Drusilla, sacerdozio riservato di norma a chi apparteneva all’élite cittadina. La menzione della sorella di Caligola, che vediamo, forse solo per la casualità dei rinvenimenti, venerata anche in prossimità della vicina Augusta Taurinorum, a Collegno (vd. nr. 63) consente di collocare il sacerdozio di Secunda dopo il 38, anno della morte e divinizzazione di Drusilla e forse non molto dopo il 42, quando Claudio volle innalzare Livia agli onori divini. La documentazione epigraica consente di conoscere inora due altre addette al culto di Drusilla, la Iunia Procula di Pinna (nr. 25) e la [- - -]a P. f. Prima di Brixia (nr. 49). LAUS POMPEIA

 CATIA M. F. PROCULA laminica

I d.C.

CIL, V 6365; cfr. P. Tomasi, Laus Pompeia, in Suppl. It. 27, Roma 2014, p. 245 (rinvenuta a Lodi, riutilizzata come acquasantiera in una cappella della chiesa di S. Pietro, attualmente irreperibile): Catia M. f. Procula, laminica, t(estamento) f(ieri) i(ussit), Petronia T. f. Catia N(- - -)F(- - -)I(- - -) “igura cinta d’una veste, che pare una capa, con le bracia alciate, con le mani larghate”

Spiace davvero che il documento sia andato perduto, sia per poter veriicare le ultime tre lettere del testo di diicile scioglimento per come sono tramandate445, sia soprattutto per la raigurazione della laminica, che è nota dalla fugace descrizione dell’anonimo laudense, che ha chiosato la silloge delle iscrizioni di Andrea Alciati446. Diicile determinare con certezza la tipologia dell’iscrizione, se funeraria o relativa a quanto voluto da Procula e realizzato rispettando una sua volontà testamentaria. In Petronia Catia si potrebbe individuare colei che si prese cura della realizzazione di tale volontà447.

445

In CIL V, p. 1203 non si propone alcuno scioglimento. La descrizione del rilievo raigurante la sacerdotessa è presente appunto nel manoscritto di autore ignoto, ma di nascita laudense, conservato un tempo a Milano, nella biblioteca del monastero di S. Ambrogio, poi al monetiere di Brera (CIL, V, pp. 629 e 695). 447 In tal caso nelle ultime tre lettere si potrebbe intendere la N quale abbreviazione di n(eptis), indicazione del rapporto di parentela che legava le due donne, nella F quella iniziale di f(aciundum), che però vedrebbe il suo completamento in una C per c(uravit) in luogo della I, presente nella tradizione manoscritta. 446

157 Maria Grazia Granino Cecere

Procula, deinita laminica senza alcuna speciicazione448, reca un nomen, Catius449, attestato nella vicina Ticinum450, lo stesso che viene utilizzato come cognomen451 da Petronia: questo potrebbe essere inteso come elemento a favore del supposto rapporto di parentela tra le due donne. La datazione non può che essere orientativa, essendo irreperibile il documento; ma la semplicità del formulario e la presenza della formula, seppure abbreviata, testamento ieri iussit inducono a proporre il I secolo d.C., senza escludere la prima metà del successivo. Per quanto riguarda l’iconograia delle laminiche vd. pp. 55-59. MEDIOLANUM

 CALVE[NTIA] L. F. MARC[ELLINA] II d.C., 4° quarto lam(inica) div(ae) [Faustinae?] Pia[e], lam(inica) diva[e Faustinae matris?] B. Cavagnola, Epigrai inedite di Milano, in Atti CeSDIR, 6, 1974-75, pp. 88-90 = AE 1974, 348; A. Sartori, Guida alla sezione epigraica delle raccolte archeologiche di Milano, Milano 1994, p. 61 P31 (frammento marmoreo di lastra o fusto di erma [Sartori], rinvenuto in fase di reimpiego a Milano, in corso Europa e conservato attualmente presso la locale Soprintendenza); EDR 075856; tav. XX, ig. 50 (foto di Antonio Sartori, che ne ha gentilmente concesso la riproduzione):

5

- - - - -? Calve[ntiae] L. f. Marc[ellinae], lam(inicae) div(ae) F[austinae] Pia[e] lam(inicae) diva[e Faustinae?] [matris? o maioris?] ------

Del frammento resta integro il solo margine sinistro, ma risulta relativamente agevole integrare quanto perduto rispetto alla parte conservata. Potrebbe trattarsi di una dedica, per cui forse nulla manca oltre la prima riga del testo452 e ciò consente di proporre per il nome della donna il caso 448

Solo un accenno in Bassignano 1994-1995, p. 75 e Ead. 2004-2005, p. 327 nr. 17. Sulla difusione del gentilizio vd. G. Fratianni - C. Ricci, Terventum romana e la gens Cattia, in F. Raviola (a cura di), L’indagine e la rima. Scritti per L. Braccesi, Hesperìa 30, 2013, pp. 683-704, in part. pp. 696-700. 450 CIL, V 6442, databile tra la ine del I e il II secolo d.C., vd. D. Ambaglio - L. Boffo, Ticinum - Laumellum et vicinia, in Suppl. It. 9, Roma 1992, p. 240. 451 Ciò non si veriica di frequente, ma ad es. una Atilia Catia si ha nella prossima Mediolanum (CIL, V 5864). 452 Anche se non di può escludere in linea di principio che si tratti di un’iscrizione funeraria e quindi la presenza di un’adprecatio ai Manes in una prima riga. 449

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 158

dativo. Il suo gentilizio trova un sicuro completamento in Calventia453; di conseguenza, per la minore altezza delle lettere alla r. 2, il cognomen può integrarsi in Marcellina, di ampia difusione. Segue la menzione di almeno due distinti laminati per due diverse Augustae divinizzate: nella prima non può che riconoscersi, come già proponeva il primo editore, Faustina minore454; e l’appellativo di Pia, ottenuto dalla moglie di Marco Aurelio al momento della sua consacrazione, nell’estate del 176455, viene da un lato a scandire spazialmente, centrato com’è, i due sacerdozi, dall’altro a suggerire a quale diva spettasse il secondo menzionato. Si tratta molto probabilmente della madre, Faustina maggiore, che non di rado troviamo con l’appellativo appunto di mater o di maior, quando menzionata insieme alla iglia, che a sua volta reca quello di Pia: valga l’esempio della denominazione del collegium magnum arkarum divarum Faustinarum Matris et Piae456. Conosciamo inora un’altra addetta al culto delle due Faustinae, la quasi anonima moglie del consul designatus Restitutus (nr. 47), che fu sacerdos divae Faustinae Taurinis e divae Faustinae maioris Concordiae, in due distinte città, dunque; Calventia, invece, sembra abbia rivestito entrambi i sacerdozi nello stesso luogo, a Mediolanum457. Ma, come per l’altra, anche nel suo caso non deve stupire l’inversione cronologica, il precedere nella menzione delle cariche del laminato di Faustina iglia rispetto a quello della madre: forse proprio l’ottenimento del sacerdozio dell’imperatrice appena divinizzata, infatti, può essere stata l’occasione della dedica per Calventia, già qualche tempo prima chiamata a prendersi cura del culto della moglie di Antonino Pio. NOVARIA

 ALBUCIA M.[F. C]ANDIDA II d.C., metà laminica [div]ae Iuliae No[var(iae)], laminic(a) [d]ivae Sabinae Ticini CIL, V 6514; cfr. G. Mennella, in D. Biancolini - L. Pejrani Baricco - G. Spagnolo Garzoli (a cura di), Epigraia a Novara. Il Lapidario della Canonica di Santa Maria, Torino 1999, p. 176 nr. 35 = AE 1999, 763; Granino Cecere 2008, p. 282 (stele mutila in alto e spezzata in due frammenti contigui, rinvenuta a Novara in anno e luogo ignoti e attualmente conservata nella canonica di Santa Maria); EDR 108484; tav. XXI, ig. 51a: 453

Gentilizio attestato nella stessa Mediolanum in CIL, V 5978. Opinione condivisa da Scuderi 2007, p. 732 e nt. 63. 455 Non può infatti trattarsi di Iulia Pia, iglia di Tito, perché il suo nome sarebbe troppo breve per completare la lacuna della r. 3. 456 CIL, VI 33840, cfr. V. Arangio-Ruiz, Fontes Iuris Romani Anteiustiniani III2, Florentiae 1943, nr. 147, connesso all’istituzione degli alimenta. 457 Bassignano 1994-1995, p. 75 nr. 15; Ead. 2005, pp. 325-326 nr. 13 e Ead. 2013, p. 144 nr. 9. Per le attestazioni del laminato maschile, vd. Arnaldi 2008, p. 775 ed Ead. 2009, pp. 876, 877, 893. 454

159 Maria Grazia Granino Cecere

----[- - - l]am(ini) [divi] Had[riani], [f]lamini [div(orum)] Vespas(iani) e[t] 5 [Traian(i)458, p]atr(ono), [eq(uiti)] R(omano), [et] Albuciae M.[f.] [C]andidae, [f]lamini[cae] [div]ae Iuliae No[var(iae)], 10 lamini[c(ae)] [d]ivae Sabina[e] Ticini, [- - -]+++[- - -]+++[- - -] [- - -]ER [- - -] - - - - - -?

CIL, V 6513; cfr. B. Goffin, Evergetismus in Oberitalien, Bonn 2002, pp. 503-504 nr. 272; Mennella, Epigraia, cit., pp. 175-176 nr. 34 e Granino Cecere 2008, pp. 281-282; EDR 108483; tav. XXI, ig. 51b: C. Valerius C. f. Claud(ia) Pansa, lamen divorum Vespasiani, Traiani, Hadriani, p(rimi)p(ilus) bis, trib(unus) coh(ortis) IX pr(aetoriae), proc(urator) Aug(usti) provinc(iae) Britanniae, balineum, quod vi consumptus fuerat, ampliatis solo et operibus, intra biennium pecunia sua restituit et dedicavit, in quod opus legata, quoque rei p(ublicae) testamento Albuciae Candidae uxoris suae HS CC ((milia)), consensu ordinis amplius erogavit.

Albucia Candida459 in entrambi i documenti epigraici nei quali è ricordata compare insieme al marito, C. Valerius Pansa, e sempre in posizione subordinata. La prima iscrizione è onoraria, la seconda è relativa a un’opera di pubblica utilità, ovvero al restauro e all’ampliamento di un balineum460. Nella prima, almeno per quanto se ne conserva, si ricordano in particolare i ruoli “municipali” dei due coniugi, il laminato imperiale e il patronato dell’uomo, il laminato divae Iuliae (ovvero della Giulia di

458

In base a CIL, V 6513 il laminato del marito di Albucia Candida in CIL, V 6514 è da integrare divorum Vespasiani et Traiani, in luogo di Vespasiani et Titi, come proposto nel Corpus. 459 PIR2 A 490. 460 Secondo Goffin, Evergetismus, cit., pp. 503-504 nr. 272 si tratterebbe dello stesso complesso termale donato da Terentia Postumina a nome del marito e dei igli nel secolo precedente (CIL, V 6522), per la coincidenza del luogo di rinvenimento della relativa iscrizione commemorativa con CIL, V 6513; sull’evergesia delle acque e degli ediici termali da parte delle donne, con un riferimento all’opera di Albucia Candida, vd. Zerbini 2005, p. 395. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 160

Tito)461 e divae Sabinae rivestito dalla donna rispettivamente a Novaria e a Ticinum (l’odierna Pavia)462. La seconda iscrizione, redatta evidentemente dopo la morte di Albucia Candida, rivela da un lato lo sviluppo notevole della carriera del marito, che dal primipilato (nel cui ambito aveva comandato la IX coorte pretoria, saltando poi probabilmente gli altri due tribunati urbani)463 era entrato nell’ordine equestre, gestendo la procuratela amministrativa ducenaria in Britannia464; dall’altro le indubbie possibilità economiche della donna, che aveva lasciato in legato testamentario una somma di almeno 200.000 sesterzi alla città, somma notevole465 che il consiglio cittadino aveva consentito al marito di impiegare per il restauro e l’ampliamento dell’ediicio termale466. Un atto di generosità, che ancora una volta evidenzia l’appartenenza della laminica all’élite sociale ed economica del centro in cui svolge il suo sacerdozio. Del resto la donna doveva far parte di una delle più antiche gentes di Novaria, se la si considera discendente del retore d’età augustea C. Albucius Silus467, che di quel centro era nativo. La menzione della diva Sabina468costituisce un terminus post quem nell’anno 137 per il laminato di Albucia Candida; il sacerdozio le sarà stato concesso a Ticinum469 in un arco di tempo di poco successivo a tale anno, dal momento che nella stessa iscrizione onoraria il marito non aveva ancora ottenuto il laminato del divo Adriano, che volle poi fosse ricordato al momento della redazione del testo commemorante il restauro dell’ediicio termale.

461

Gregori - Rosso 2010, pp. 202-203 nt. 56. R. Scuderi, I ceti intermedi nella Traspadana centrale: Ticinum, Novaria, Vercellae nei primi secoli dell’Impero, in A. Sartori - A. Valvo (a cura di), Ceti medi in Cisalpina. Atti del Colloquio internazionale Milano, 14-16 settembre 2000, Milano 2002, pp. 257-258. 463 Dobson, Primipilares, cit., supra, nt. 277, p. 260 nr. 142. 464 H.-G. Pflaum, Les carrières procuratoriennes équestres sous le Haut-Empire romain, IIII, Paris 1960-1961, p. 313 nr. 127; A. Birley, he Fasti of Roman Britain, Oxford 1981, p. 295 e 421, che segue Plaum nell’assegnare CIL, V 6513 all’età di Antonino Pio; RaepsaetCharlier 2005a, p. 195. 465 Duncan-Jones, Economy, cit., supra, nt. 114, p. 160 nr. 470; Zerbini 2005, p. 395. 466 Scuderi 2007, pp. 729-730. Per l’ediicio termale, menzionato anche in CIL V 6522, vd. R. Scuderi, Per la storia socio-economica del municipium di Novaria dalla romanizzazione al III secolo d.C., in Bollettino Storico-Bibliograico Subalpino, 85, 1987, pp. 20-22 e p. 27; C. Zaccaria, Testimonianze epigraiche relative all’edilizia pubblica nei centri urbani delle regiones X e XI in età imperiale, in La città nell’Italia Settentrionale in età romana, Roma 1990, p. 151 nr. 110 e nt. 48, vd. anche Bassignano 2013, pp. 144-145 nr. 11. 467 PIR2 A 489. 468 Finora è nota solo un’altra addetta al culto della diva Sabina (nr. 40); vd. supra, p. 38. 469 Diicile stabilire quali siano stati i rapporti della donna, o del marito, con questo centro: E. Gabba, Ticinum: dalle origini alla ine del III sec. d.C., in Storia di Pavia. I. L’età antica, Pavia 1984, p. 233 ritiene che Candida avesse delle proprietà nel territorio pavese, dal momento che a nord-ovest di Ticinum è noto il toponimo prediale Albuzzano, che da Albucius deriva (Bassignano 2005, p. 329 nr. 20 e pp. 330-331 nr. 24). 462

161 Maria Grazia Granino Cecere

TICINUM

 MANIA L. F. B[E]TUTIA PRO[- - -] laminica [d]ivae Aug(ustae)

I d.C., 2a metà

CIL, V 6435 + AE 1982, 415; D. Ambaglio - L. Boffo, Ticinum - Laumellum et vicinia, in Suppl. It. 9, Roma 1992, p. 272 nr. 21 = AE 1992, 790; Granino Cecere 2008, p. 283 (due frammenti marmorei quasi contigui, conservanti entrambi un’ampia modanatura nella parte inferiore, rinvenuti a Gualdrasco, ca. 12 Km da Ticinum in direzione di Mediolanum ed attualmente l’uno (CIL, V 6435) conservato nel Museo Civico del Castello di Pavia, l’altro (AE 1982, 415) murato nell’angolo destro della facciata della chiesa di S. Ambrogio a Gualdrasco); EDR 078711; tav. XXI, ig. 52: Mania L. f. B[e]tutia Pro[- - -], laminica [d]ivae Aug(ustae)((hedera)) [- - -].

È possibile che le due righe parzialmente conservate fossero le sole del testo e che il supporto sia riferibile a un piccolo architrave470; la presenza del nome in caso nominativo e del sacerdozio rivestito ben si addicono, del resto, a un’epigrafe relativa alla realizzazione, probabilmente a proprie spese, forse di un sacello da parte della laminica. Il suo primo gentilizio, Mania, se si accoglie la proposta di Ambaglio471, trova riscontro nella stessa Ticinum472; il secondo, Betutius (nella forma più recente Betitius), di origine osca473 e difuso nell’Italia centro meridionale, è documentato anche nella Cisalpina, a Ceresara474 e ad Albingaunum475. Betitii avevano proprietà nella non lontana zona di Veleia e di Piacenza, dove sono docu-

470

Ciascun frammento misura ca. cm. 30 di altezza, 50 di larghezza e 18,5 di spessore; la modanatura potrebbe infatti anche riferirsi a tre successivi listelli digradanti di un epistilio. In merito all’anaglyphum menzionato da Mommsen nella relativa scheda del CIL, e la cui presenza è dallo studioso desunta dalla silloge dell’erudito milanese Giorgio Giulini (cfr. CIL, V, p. 632), vd. C. Bearzot, Osservazioni su CIL V, 6435. Per una localizzazione della leggenda della fuga di S. Ambrogio (Paul. Vita Ambr. 8, 1), in Aevum, 57, 1983, pp. 110-118. 471 Il gentilizio è integrato in [Ro]mania da Bearzot, Osservazioni, cit., supra, nt. 470, pp. 115-118, in base ad una diversa proposta d’impaginazione del testo e alla diversa difusione del nomen rispetto a Manius, raro e documentato per una famiglia di recente romanizzazione e di origine servile; Romanius invece è frequentemente attestato nella Cisalpina (D. Ambaglio, CIL, V 6435*, in Epigraphica, 41, 1979, p. 173 nt. 4 e Bearzot, p. 115 ntt. 24 e 25). Bassignano 2013, p. 144 nr. 10 osserva come l’ipotesi d’integrazione della Bearzot non sia da escludere. 472 In CIL, V 6445. 473 Da Aeclanum infatti hanno origine i Betitii appartenenti all’ordine senatorio (Camodeca, Ascesa, cit., supra, nt. 127, pp. 110-111 e 131-132; Scuderi 2007, p. 731), ai quali appartiene anche la laminica di Faustina Neratia Betitia Procilla, vd. nr. 17. 474 CIL, V 4037. 475 CIL, V 7787. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 162

mentati fundi e saltus Betutiani476. Betitii che hanno rivestito il laminato imperiale sono presenti ad Ariminum477 e Betitii, in età più tarda, rivestirono tale sacerdozio in Aeclanum478. In ogni caso la presenza di un secondo nomen per la donna ne rivela un’alta condizione sociale, quale del resto si addice a una laminica; per il suo stato economico, poi, parla l’impegno inanziario profuso nell’iniziativa da lei curata. Quanto al cognomen può essere integrato ad es. in Procula o Procilla, in rispondenza, nella riga sottostante, di un’espressione quale f(aciundum) c(uravit) o d(e) s(ua) p(ecunia). Le caratteristiche paleograiche inducono a una datazione ancora nella metà del I secolo, ma la presenza dell’hedera sembra suggerire qualche decennio più tardi. Quanto alla diva Augusta, al cui culto Betitia era addetta, ritengo perciò sia da intendere Livia, come propone Ambaglio479, anche in considerazione dei particolari rapporti risalenti all’età augustea tra la città e il princeps e la sua domus, rapporti ampiamente esaminati da quanti si sono occupati delle vicende di Pavia480. VERCELLAE

 SEPTICIA M. F. MARCELLINA sacerdos diva[r(um)?]

II d.C., 1a metà

S. Roda, Iscrizioni latine di Vercelli, Vercelli 1985, pp. 158-159 nr. 93 ig. 93 = AE 1986, 264 (lastra marmorea rinvenuta a Biella, probabilmente in fase di reimpiego; attualmente conservata nel museo locale); EDR 080143; tav. XXI, ig. 53: Septiciae M.[f.] Marcellina[e], sacerdoti diva[r(um)], d(ecreto) d(ecurionum).

Septicia Marcellina non è altrimenti nota e il suo gentilizio non trova nel territorio di Vercellae altre attestazioni, per cui non si hanno elementi che consentano di collocarla nell’ambito della società locale. 476

CIL, XI, 1147: II, 93, III 75-76, IV 97, V 75-76, VI 57. Flamen divi Nervae (CIL, XI 385, 386). 478 Vd. quanto è detto per la famiglia di Neratia Betitia Procilla, nr. 17. 479 Seguito da Bearzot, Osservazioni, cit., supra, nt. 470, p. 116, Bassignano 1994-1995, p. 75; Ead. 2005, p. 328 nr. 18. 480 Per i particolari rapporti che intercorsero tra Pavia e la coppia imperiale Livia-Augusto, vd. G. Tibiletti, Città appassionate nell’Italia settentrionale augustea, in Storie locali dell’Italia romana, Università di Pavia 1978, pp. 131-132 e E. Gabba, Ticinum: dalle origini alla ine del III sec. d.C., in Storia di Pavia. I. L’età antica, Pavia 1984, pp. 232-233. Sulle attestazioni di lamines a Ticinum, vd. Arnaldi 2008, p. 775 e Ead. 2009, pp. 875 e 893. 477

163 Maria Grazia Granino Cecere

La lastra che reca l’iscrizione doveva essere destinata originariamente a rivestire la base sulla quale s’innalzava la statua della donna481, onorata per decreto del senato cittadino482; in fase di reimpiego483 ha subito una modesta decurtazione nella parte superiore e lungo il margine destro, che ha portato alla perdita di poche lettere, agevolmente integrabili. Non vi è spazio alla r. 3 per la soluzione proposta da Roda, sacerdoti diva[e Aug(ustae)]: il testo è impaginato con grande cura e non è possibile ammettere più di una o due lettere per il completamento della riga, per cui non resta che integrare in sacerdoti diva[r(um)], formula, del resto attestata in altri documenti484. L’espressione divarum d’altro canto suggerisce una datazione più recente rispetto a quanto la paleograia e la semplicità del testo indicherebbero485, forse la prima metà del II secolo d.C.486.

481

Scuderi 2007, p. 731 nt. 44. Chelotti - Buonopane 2008, pp. 657-658. 483 Roda, Iscrizioni, cit., p. 158 sulle condizioni di rinvenimento e di conservazione. 484 Si ritrova nella denominazione di altre sacerdotesse, come Pompeia Phoebe a Casinum (nr. 4) e Usia Tertullina a Tergeste (nr. 55). 485 Ad es. Bassignano 1994-1995, p. 74 nr. 7; Ead. 2005, p. 333, nr. 30 e Angeli Bertinelli 2008, p. 27 ritengono, accogliendo l’integrazione proposta da Roda, che Marcellina sia stata sacerdotessa di Livia. 486 E il II secolo propongono ad es. Chelotti - Buonopane 2008, pp. 657-658. Solo di recente Bassignano 2013, p. 145, nr. 12 sembra accogliere l’integrazione diva[r(um)]. Per il laminato maschile a Vercellae vd. Arnaldi 2008, pp. 775 e 792. 482

164

Esclusioni  CASSIA C. FIL. VICTORIA sacerdos Augustalium (Misenum) AE 1993, 477; S. Adamo Muscettola, Miseno: culto imperiale e politica nel complesso degli Augustali, in MDAI(R), 107, 2000, pp. 91-100 (da Misenum, sacello degli Augustales: iscrizione che corre sulla cornice inferiore del timpano del pronao del sacello, al centro del quale, in una corona quercea lemniscata, vi sono i ritratti dei due personaggi menzionati; attualmente conservata nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei): Cassia C. il. Victoria, sacerdos Augustalium, pronaum cum columnis et epistyliis nomine suo et L. Laecanii Primitivi mariti sui ob eximiam eorum erga se benivolentiam; cuius dedic(atione) epulum et sing(ulis) HS XII n(ummum) dedit.

L’iscrizione ricorda l’iniziativa evergetica di Cassia Victoria, che aveva fatto dono, a nome anche del marito, L. Laecanius Primitivus, del pronao del sacello del collegio degli Augustales di Misenum. I ritratti dei due personaggi, le due iscrizioni note menzionanti Primitivus, entrambe datate488, e il fatto che la sola donna si sia fatta promotrice del dono, consentono di collocare cronologicamente l’evento appena dopo la morte del marito, in vita ancora nel 165 d.C. Adamo Muscettola nell’ambito del suo accurato studio del sacello nelle sue diverse fasi, propone di connettere il termine sacerdos a Victoria e Augustalium a pronaum, riconoscendo nella donna un’addetta al culto imperiale, una laminica, sia per il suo status di ingenua, sia per il titolo, non documentato a suo dire, di sacerdos Augustalium. E ciò ribadisce anche nella più recente ripresa del documento nell’ambito del catalogo del Museo489. Il ruolo sacerdotale di Victoria, appartenente a una gens di indubbio rilievo nell’area dei Campi Flegrei490, appare evidente anche nell’iconograia, nell’infula tortilis che scende lungo i due lati del collo, ma tale ruolo le è stato attribuito, forse in forma onoraria, nell’ambito dello stesso collegio 488

Rispettivamente al 161 (AE 1993, 444, dedica con datazione consolare di una statua di Liber Pater da parte di Primitivus) e al 165 (CIL, X 1880). 489 S. Adamo Muscettola, in P. Miniero - F. Zevi (a cura di), Museo Archeologico dei Campi Flegrei. Catalogo generale. Liternum, Baia, Miseno, Napoli 2008, pp. 204-206. 490 G. Camodeca, Per una riedizione dell’archivio puteolano dei Sulpicii, in Puteoli, 7-8, 1983-1984, p. 49. 165 Maria Grazia Granino Cecere

degli Augustales di Misenum, come osserva Camodeca491: infatti il titolo di sacerdos Augustalium è documentato, e pressocché negli stessi anni, nella non lontana Liternum, dove, nel secondo dei due albi relativi alla locale associazione, in tal guisa è deinita Marcia Polybiane492.  SAMMIA HONORATA laminica Aug(ustae) CIL, VI 29711; W. Spickermann, Priesterinnen im römischen Gallien, Germanien und den Alpenprovinzen (1.-3. Jahrhundert n. Chr.), in Historia, 43, 1994, pp. 204-205 nr. 26 (lastra marmorea conservata nei Musei Vaticani, Lapidario Profano ex Lateranense, inv. 25359). D(is) M(anibus). Memoriae patruelis Sammiae Honoratae, laminicae Aug(ustae).

La sepoltura di Sammia Honorata è stata molto probabilmente curata da un cugino paterno, come rivela l’attributo patruelis493: la donna doveva essere iglia di un fratello (o forse, seppur con minori probabilità, di una sorella) del padre del dedicante. Il fatto che di quest’ultimo non sia indicato il nome nell’iscrizione sepolcrale consente di supporre che la laminica fosse sepolta in un monumento destinato a più membri della gens Sammia in Roma494. L’indicazione del laminato conduce certo al di fuori dell’Urbe, ma Honorata quasi sicuramente ha svolto tale ruolo al di fuori anche della penisola. È pur vero, infatti, che la gens Sammia trova attestazioni in più regiones in Italia495 e che un Samius, insignis eques Romanus496 di età clau-

491

G. Camodeca, Albi degli Augustales di Liternum della seconda metà del II secolo, in AION, n.s. 8, 2001, pp. 167-169 e 173 con nt. 42; G. Corazza, Gli *Augustales della Campania: un quadro generale, in L. Chioffi (a cura di), Il Mediterraneo e la Storia. Epigraia e archeologia in Campania: letture storiche, Napoli, 4-5 dicembre 2008, Napoli 2010, p. 239. 492 Vd. G. Camodeca, Liternum, in Suppl. It. 25, Roma 2010, pp. 50-55 nr. 17. 493 Vd. F.V. Hickson, s.v. patruelis, in h. L. L. X, 1 fasc. 5, 1990, col. 791. 494 T. Ceccarini - A. Uncini, Antiquari a Roma nel primo Ottocento: Ignazio e Luigi Vescovali, in BMMP, 10, 1990, p. 166 nt. 53 e p. 179, ove si fa presente che il documento, come altre iscrizioni viste nel 1825 dall’Amati presso lo studio Vescovali, deve aver fatto parte di un lotto di ca. 300 epigrai cedute da Ignazio Vescovali ai Musei Vaticani cinque anni dopo, nel 1830. 495 Samii si trovano a Praeneste (CIL, XIV 3238 e 4091, 67), a Puteoli (CIL, X 2584), a Beneventum (CIL, IX 1951), a Tegianum (CIL, X 312), a Populonia (CIL, XI 6709, 18). 496 Tac. Ann. 11. 5. 2. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 166

dia era probabilmente di origina lucana497, ma ben più verosimilmente la laminica Augustae apparteneva ai Sammii, una delle gentes di maggior rilievo di Nemausus, nella Gallia Narbonensis. Qui nel corso del II secolo498 due donne della gens, Sammia Q. f. Severina e Sammia L. f. Secundina499 rivestirono il laminato imperiale500 e il cavaliere L. Sammius L. il. Aemilianus ottenne anche il laminato provinciale501. Pure la formula introduttiva Dis Manibus (et) memoriae, relativamente rara in Roma502 e invece frequente nell’ambito della Gallia Narbonense503 viene a confermare, indirettamente, l’origine di Honorata. Deceduta, a quanto sembra, durante un suo soggiorno nell’Urbe, vi ebbe sepoltura e, come suggerisce Spickermann, non si può escludere abbia trovato luogo in prossimità se non nella stessa tomba che Sex. Sammius Aper, domo Nemauso e magistrato nella sua città d’origine volle realizzare ancora da vivo presso porta S. Sebastiano, nell’ambito della vigna Casali504.

497 S. Demougin, Prosopographie des chevaliers romains julio-claudiens (43 av. J.-C. – 70 ap. J.-C.), Rome 1992, p. 365 nr. 444. 498 Come propone M. Christol, La formation d’une élite municipale: l’originalité de la cité de Nîmes, in C. Deroux (a cura di), Corolla Epigraphica. Hommages au professeur Yves Burnand, I, Coll. Latomus 331, Bruxelles 2011, p. 83. 499 CIL, XII 3268 (Spickermann, cit., pp. 203-204 nr. 24) e 3269 (Spickermann, cit., p. 204, nr. 25). 500 Che vede in Nemausus numerose attestazioni, vd. CIL, XII 3175, 3194, 3211, 3216, 3225, 3260, 3279 e 3302. 501 CIL XII 3183 e p. 836 = ILS 5274; H.-G. Pflaum, Les fastes de la province de Narbonnaise. Suppl. à Gallia 30, Paris 1978, pp. 238-239 nr. 13; da ultimo, Y. Burnand, Primores Galliarum II. Prosopographie, Bruxelles 2006, pp. 406-409 nr. 173. 502 G.L. Gregori, Pedanii Flavii Salinatores?, in ZPE, 62, 1986, pp. 186-187 nt. 9. 503 Vd. J.-J. Hatt, La tombe gallo-romaine, Paris 19862, p. 19. 504 CIL, VI 29718 e p. 3731; R. Santolini Giordani, Antichità Casali. La collezione di Villa Casali a Roma, Roma 1989, p. 121 nr. 64. Del resto alcune delle iscrizioni appartenenti allo stesso lotto acquistato nel 1830 dai Musei Vaticani da Ignazio Vescovali provenivano dalla stessa Villa Casali (Ceccarini - Uncini, Antiquari, cit., supra, nt. 494, p. 166), dove venne conservata per lungo tempo anche l’iscrizione sepolcrale di Aper.

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Qualche riflessione conclusiva L’esame della documentazione disponibile ha rivelato quanto sia stata signiicativa quantitativamente e qualitativamente la presenza di sacerdotesse delle donne appartenenti alla domus imperiale nella penisola italica. E il fatto che le iscrizioni che menzionano sacerdotes e laminicae siano in gran parte di carattere pubblico1 viene a sottolineare l’importanza almeno locale del ruolo da queste rivestito. Tra le sacerdotesse quasi un quarto si dicono esplicitamente addette al culto dell’Augusta in vita; ma, come detto in precedenza (p. 32), anche tra quante indicate come dedite a una o più divae può celarsi chi ha mutato la sua denominazione, se nel tempo intercorso tra l’esercizio del sacerdozio e la redazione del testo epigraico l’Augusta era defunta e passata tra i divi. Apparentemente in nulla, nella denominazione e nel distendersi dei testi epigraici, tale stuolo di addette al culto imperiale in Italia sembrerebbe diferenziarsi da quello della realtà municipale delle province, almeno nell’area occidentale dell’Impero. Ciò del resto è riscontrabile anche per i lamines, la componente maschile del sacerdozio. Di qui, dunque, la dificoltà d’intendere il passo dioneo2, in cui lo storico evidenzia il fatto che a Roma e “nel resto d’Italia” nessuno degli imperatori degni di considerazione osò farsi tributare onori divini mentre era in vita3, precisando, poi, che “a quelli che hanno ben governato vengono tributati anche qui, dopo la morte, onori divini e vengono inoltre innalzati dei templi come ad eroi”. Certamente Cassio Dione fa riferimento al culto pubblico, non a quello privato, che si muove su una scala ben diversa. Perciò la presenza di tante laminicae di Augustae e lamines di Augusti nella realtà municipale della penisola, così ampiamente documentata, lascia aperto l’interrogativo, che non credo possa trovare risposta, come pure è stato proposto4, semplicemente in un errore dello storico.

1

Quelle di carattere pubblico sono circa il doppio rispetto a quelle di carattere privato. Dio 51. 20. 6-8, a proposito della decisione di Ottaviano in risposta alla richiesta dei romani residenti a Efeso e a Nicea di erigere luoghi di culto per Roma e per il divus Iulius e ai Greci delle province d’Asia e di Bitinia di costruire un santuario per lui stesso nel luogo di riunione delle relative assemblee provinciali, a Pergamo e a Nicomedia. 3 M(QJDYUWRLWZCD>VWHLDXMWZCWK WHD>OOKM,WDOLYDRXMNH>VWLQR^VWLaWZCQNDLHMI¨R-SRVRQRXCQ ORYJRXWLQRaDM[LYZQHMWRYOPKVHWRX WRSRLK VDLTale afermazione per quanto riguarda in particolare l’Urbe (e indirettamente la realtà provinciale) trova conferma in Suet. Aug. 52: Templa, quamvis sciret etiam proconsulibus decerni solere, in nulla tamen provincia nisi communi suo Romaeque nomine recepit. Nam in urbe quidem pertinacissime abstinuit hoc honore. 4 Fishwick 2004, p. 364. 2

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Come intendere, dunque, l’oggetto di culto di tali sacerdoti, appartenenti quasi esclusivamente all’élite municipale quando si deiniscono addetti all’Augusto o all’Augusta in vita? A tale interrogativo, come è noto, una risposta è stata data in tempi lontali dalla Taylor5, iniziatrice quasi un secolo or sono di una lunga tradizione di studi, che esclude un culto diretto dell’imperatore vivente e vede nel suo Genius l’oggetto di culto in Roma e nei municipi dell’Italia (similmente, di conseguenza, delle Augustae in vita sarebbe stata venerata la Iuno). Se Price nel suo studio fondamentale sul culto imperiale in Asia minore pone in risalto come per rappresentare un potere tanto vasto quale quello romano non vi fosse che la religione e che quindi sono state le città greche e non un’imposizione di Roma a creare un culto per l’imperatore, Clauss ritiene che sin dall’età augustea oggetto di tale culto sia stato il sovrano, venerato appunto quale dio, anche in vita. Ma il pensiero dello studioso tedesco, come è noto, ha incontrato non poche critiche, raccolte ed espresse in particolare da Letta6 e da Scheid7. Gradel nel corso del suo lavoro, innovativo per molti aspetti, ha cercato di ofrire una risposta agli interrogativi posti dal passo dioneo e in merito all’oggetto del culto imperiale. Per quanto riguarda l’espressione “e nel resto d’Italia” egli ritiene che Cassio Dione abbia voluto far qui riferimento agli altri luoghi sparsi nella penisola in cui si celebravano culti di stato romani8, come Bovillae, Antium, Nola, cui dovrebbero aggiungersi almeno Mons Albanus, Lavinium e Lanuvium, non quindi alla generica realtà municipale della regione. Quanto poi all’oggetto del culto imperiale, ha voluto dimostrare che i componenti l’élite cittadina nell’assumere il laminato non intendevano venerare il Genius dell’imperatore vivente e quindi la Iuno delle Augustae in vita, dal momento che il culto del Genius e della Iuno era abitualmente praticato dall’elemento servile e libertino della società. Per tale motivo le laminicae, come i lamines, in quanto esponenti del locale ceto dirigente, preferivano un culto diretto del sovrano in vita9. E in verità nei non pochi documenti di laminiche esaminati non troviamo mai un esplicito riferimento alla Iuno dell’Augusta vivente (come del resto accade per il lamines e il Genius dell’imperatore).

5

Vd. supra, p. 14 nt. 11. Letta 2002, pp. 625-632. 7 Scheid, rec. al volume di Clauss in Gnomon, 75, 2003, pp. 707-710 (vd. anche Scheid 2001, p. 88). 8 Gradel 2002, p. 77 con nt. 7. 9 Gradel 2002, pp. 97-102. E una tale ipotesi è stata accolta ultimamente da Fishwick 2005, p. 246. 6

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 170

La tesi di Gradel, tuttavia, come osserva Scheid10, non può essere accolta senza riserve e ciò per l’ambiguità stessa delle fonti, o per meglio dire per la loro possibilità di essere interpretate in un senso e nell’altro. I termini e le espressioni usate nelle diverse fonti, sia letterarie che epigraiche, non consentono di dare una risposta certa sulla natura del culto che era celebrato, se indirizzato all’Augusto o al suo Genius. Lo stesso titolo di lamen/laminica, che signiica semplicemente “sacerdote dell’Augusto/ dell’Augusta” non ofre alcuna indicazione sulle modalità del culto. Che poi il culto del Genius imperiale non fosse esclusivo di schiavi e liberti è stato sottolineato da Letta11 attraverso alcune testimonianze epigraiche della componente elitaria della società municipale delle regioni centrali della penisola. In tale ambito non sono certo da trascurare documenti come il composito testo di Forum Clodii12 e il feriale Cumanum13. Quest’ultimo, inteso da Fishwick14 come testimonianza di una venerazione diretta di Augusto ancora in vita, non è detto si tratti necessariamente di un documento relativo al culto pubblico, dal momento che potrebbe riferirsi a una struttura associativa locale, come ad es. gli Augustales, secondo quanto supponeva già Degrassi. D’altro canto, invece, per quanto riguarda il testo di Forum Clodii, che sembra rivelare un culto municipale del Genius e del Numen Augustum, non dovrebbe essere considerato come una “pura tradizione locale”15, quanto invece una signiicativa testimonianza16 sulla realtà cultuale nei centri minori, almeno durante i primi decenni dell’età imperiale. Con Gradel17 e Fishwick18 va in ogni caso sottolineato il diverso carattere che il culto imperiale presenta in Italia rispetto alle province: nulla di determinato dal potere centrale e suo elemento fondamentale appare uno spiccato spontaneismo, l’iniziativa da parte della classe dirigente locale nell’istituire e coltivare nel tempo il culto imperiale. Il suo nascere può esse-

10

Scheid 2004, pp. 245-249. Letta 2003. 12 CIL, XI 3303 = ILS 154; vd. S.M. Marengo, Numen Augustum, in Picus, 25, 2005, pp. 51-62 e in particolare Gasperini 2008, pp. 91-134. 13 A. Degrassi, Inscriptiones Italiae. vol. XIII. – Fasti et elogia. Fasc. II- Fasti anni Numani et Iuliani, Roma 1963, pp. 278-280 di età tardo augustea, per cui vd. anche J. Rüpke, Kalender und Öfentlickeit. Die Geschichte der Repräsentation und religiösen Qualiication von Zeit in Rom, Berlin - New York 1995, pp. 527-528. 14 Fishwick 1991, pp. 509-510; Id. 2004, p. 365. 15 Fishwick 1991, p. 510 e Id. 2004, p. 362. 16 J. Scheid, Quando fare è credere. I riti sacriicali dei Romani, trad. it., Bari 2011, pp. 212220. 17 Gradel 2002, pp. 76-77. 18 Fishwick 2005, p. 211. 11

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re stato determinato da fattori diversi, come ad es. la presenza nel municipio di famiglie di rilievo, che per vicende personali si trovavano in contatto con la domus imperiale e ne promuovevano o ne rinvigorivano il culto dei suoi componenti nel loro luogo di origine o residenza. Qualche esempio possiamo riscontrarlo in quei centri in cui vediamo il sacerdozio rivestito da donne appartenenti all’ordine senatorio, i cui coniugi hanno assunto il consolato e governato province e quindi, in quanto partecipi del più stretto gruppo di potere, avevano contiguità con l’imperatore e la sua domus (così ad es. a Formiae Cassia Cornelia Prisca, ad Ariminum Arria Plaria Vera Priscilla, a Pollentia la moglie del consul designatus Restitutus, ad Albingaunum Appia); o laddove un qualche legame può esser suggerito da particolari iniziative, come la dedica ad Antonino Pio da parte di Antonia Picentina a Falerio, nel ricordare la decorazione del teatro locale da lei curata, o il culto per Iside associato a quello per Giulia di Tito, entrambi intensamente promossi da Domiziano, esercitati da Cantria Longina ad Aeclanum. Anche il determinarsi di un rapporto particolare tra il sovrano o la coppia regnante con un centro cittadino può aver favorito l’afermarsi del culto imperiale, come forse avvenne a Ticinum, dove il laminato di Mania Betutia, che non è lontano dal tempo della divinizzazione di Livia, sembra fare eco al legame stabilitosi già in età augustea tra Pavia e la prima coppia imperiale. Non a caso, del resto, vediamo poi un generale e difuso iorire del laminato imperiale femminile dall’età di Traiano, con il suo particolare interesse per la politica agraria e sociale nei confronti dei municipi della penisola; così, a maggior ragione, l’istituzione delle puellae Faustinianae può essere stata una delle motivazioni delle manifestazioni di culto per le due Faustinae. E il titolo di mater coloniae/mater municipii o municipalis conferito a donne addette al culto imperiale nel corso del II secolo (Avidia Tertulla, Cantria Saturnina, [- - -] udia [- - -]nilla e la più tarda Numisia Secunda Sabina) sembra confermarlo. Di conseguenza l’espressione di Dione potrebbe essere intesa in senso più ampio: in Italia, ben diversamente che in ogni provincia, nessun imperatore si era permesso d’imporre direttive dall’alto, nessuna disposizione era venuta dal centro del potere; piuttosto una scelta più o meno opportunistica, non necessariamente servile, da parte delle singole comunità municipali aveva determinato l’istituzione del locale culto imperiale, in una varietà di attuazione che lo stesso statuto ambiguo del sovrano, posto in una sfera al di sopra dei comuni mortali, ma non sullo stesso piano degli dei, poteva suggerire. Tale spontaneismo nel nascere e nel difondersi del culto imperiale nel “resto d’Italia” sembra trovare conferma nell’analisi svolta della documentazione relativa alle laminiche dei vari centri della penisola. Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 172

Ciò a cominciare dalla denominazione stessa di queste addette al culto, deinite laminicae o sacerdotes, secondo le preferenze dettate dall’uso e dalle tradizioni locali. Pur in considerazione del limite che la casualità dei rinvenimenti determina nella valenza documentaria del dato epigraico, si può forse afermare che, se il culto imperiale sembra nascere precocemente nelle regioni del sud e del centro della penisola, come documentano le sacerdotesse di una Livia non ancora diva a Volceii, Atina, Pompeii, Corinium, si difonde ben presto in alcune località anche dell’Italia settentrionale, in una pronta adesione alla volontà espressa dal princeps a Roma, come attestano le addette al culto della diva Drusilla a Brixia e persino nella del tutto periferica Forum Vibii Caburrum. Non in ogni luogo della penisola si difuse il culto per le donne della domus imperiale e nei centri in cui si venne afermando, precocemente in alcuni, più tardi in altri, si attuò secondo modalità diverse: in alcuni sembra siano state venerate solo le divae, come ad es. a Brixia, dove le cinque sacerdotesse inora note e per un arco di tempo notevolmente ampio, appaiono tutte dedite ad Augustae divinizzate, e con singole laminiche per singole donne; in altri centri, forse, per tutto il tempo in cui il culto imperiale venne praticato, un’unica donna pare espletasse il sacerdozio per tutte le Augustae e/o le divae, come ad es. sembra sia avvenuto ad Allifae, Vercellae, Tergeste; in altri ancora, come Ariminum, vediamo, almeno nel II secolo, il costituirsi di una sorta di gerarchizzazione nell’ambito delle addette al culto, poiché accanto a sacerdotes di singole divae sembra assumere un ruolo di maggior rilievo la laminica, dedita con molta probabilità all’Augusta vivente; e non può escludersi che ciò si veriicasse anche in altri centri vicini, come Pisaurum, Mutina, Sentinum, in una peculiarità che sembra adombrare il delinearsi di un culto imperiale a livello regionale o interregionale, come verrà in seguito testimoniato dal rescritto di Hispellum. I documenti disponibili al momento non sembrano ofrire altri elementi oltre quelli esposti nella prima parte della trattazione. Del resto, come si accennava, non era obiettivo del presente lavoro trovare risposte ai tanti interrogativi posti dal complesso tema del cosiddetto culto imperiale, estremamente variegato, anche nelle sue manifestazioni. S’intendeva solo presentare una documentazione il più possibile completa e aggiornata sulla componente femminile del sacerdozio a tale culto preposto e nell’area deinita, ma peculiare, della penisola italica, per ofrire un punto di partenza per studi ulteriori, che forse, in seguito a nuovi e signiicativi rinvenimenti, potranno dare nuova luce sull’argomento in generale e sul ruolo della donna nell’ambito cultuale.

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Abbreviazioni bibliografiche È di seguito indicata la bibliograia di carattere generale sul laminato femminile imperiale, cui si fa riferimento nel testo; in calce alle singole schede prosopograiche è indicata la bibliograia strettamente connessa al singolo personaggio o documento epigraico. Le sigle delle riviste sono quelle usate nell’Année Philologique.

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APPENDICE BIBLIOGRAFICA Questa appendice intende ofrire solo delle indicazioni bibliograiche essenziali, senza alcuna pretesa di completezza

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Donne soggetto e oggetto del «culto» imperiale in italia un asterisco accanto al nome indica le donne per le quali inora sono attestate laminicae nella penisola italica

* Livia Drusilla 58 a.C., 30 gennaio: nasce 38 a.C., 17 gennaio: sposa Ottaviano 14 d.C., 3 o 4 settembre: adozione testamentaria da parte di Augusto – Iulia Augusta 14 d.C.: sacerdos divi Augusti (Dio. 56. 46. 1) 29 d.C.: muore e viene sepolta nel mausoleo di Augusto 42 d.C., 17 gennaio: consecratio per volere di Claudio S. Antolini, La Livia di Potentia (CIL, VI 882a), in Picus, 28, 2008, pp. 63-78. A.A. Barret, Livia irst Lady of imperial Rome, New Haven London 2002. A. Fraschetti, Livia la politica, in Roma al femminile, Roma Bari 1994. R. Frei-Stolba, Recherches sur la position juridique et sociale de Livie, l’épouse d’Auguste, in R. Frei-Stolba – A. Bielman (a cura di), Femmes et vie publique dans l’Antiquité gréco-Romaine, Etudes de Lettres, 1, 1998, pp. 65-89. G. Grether, Livia and the Roman Imperial Cult, in AJPh, 67, 1946, pp. 222252. W. Kierdorf, “Funus” und “consecratio”. Zu Terminologie und Ablauf der römischen Kaiserapotheose, in Chiron, 16, 1986, pp. 43-69 (sulla data della consecratio, il 17 gennaio). Chr. Kunst, Livia, Stuttgart 2008. J.H. Oliver, he divi of the Hadrianic Period, in HhR 42, 1949, pp. 35-40 (a p. 36 suggerisce che sia stato Vespasiano a togliere Livia tra i divi). Antonia minor (PFOS nr. 73) 36 a.C., 31 gennaio: nasce 37 d.C.: Augusta 37 d.C., marzo: sacerdos divi Augusti (Dio. 59. 3. 4; CIL, VI 921) 187 Maria Grazia Granino Cecere

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ca. 100 d.C.: sposa Adriano forse dal 119-122 d.C.: Augusta 136 d.C., non prima della II metà, forse prima del dicembre 137 d.C.: morte e consecratio B. Adembri – R.M. Nicolai (a cura di), Vibia Sabina. Da Augusta a Diva, Milano 2007. Donne degli Antonini F. Chausson, Deuil dynastique et topographie urbaine dans la Rome antonine. II. Temples des Divi et Divae de la dynastie antonine, in N. Belayche (a cura di), Rome, les Césars et la Ville aux deux premiers siècles de notre ère, Rennes 2001, pp. 343-379. H.G. Pfaum, Les imperatrices de l’époque des Antonins dans l’Histoire Auguste, in Bonner Historia-Augusta-Colloquium 1979/1981, Bonn 1983, pp. 245-253.  * Annia Galeria Faustina maior (PFOS nr. 62) ca. 105 d.C.: nasce 138 d.C., dopo il 10 luglio: Augusta 140 d.C., ine di ottobre: muore, funus censorium prima del 13 novembre 140 d.C.: consecratio * Annia Galeria Faustina minor (PFOS nr. 63) ca. 130 d.C., 16 febbraio: nasce 147 d.C., 1 dicembre: Augusta 176 d.C., inizio dell’estate: morte e consecratio M.T. Boatwright, Faustina the Younger, mater castrorum, in R. Frei Stolba – A. Bielman – O. Bianchi (a cura di), Les femmes antiques entre sphère privée et sphère publique, Berne 2003, pp. 249-268. L. Borhy, Faustina minor como diosa de la belleza y padrona de la maternidad, in Religion y propaganda politica en el mundo romano, Barcelona 2002, pp. 137-142. M.A. Speidel, Faustina – mater castrorum. Ein Beitrag zur Religionsgeschichte, in Tyche, 27, 2012, pp. 127-152. Donne dei Severi E. Kettenhofen, Die syrischen Augustae in der historischen Überlieferung, Bonn 1979. M.D. Saavedra - Guerrero, Augustae, uxores, mulieres et matres. Mujeres y icción en la dinastía de los Severos, in MEFRA, 118, 2006, pp. 719-728. Iulia Domna (PFOS nr. 436) ca. 170 d.C.: nasce 193 d.C., giugno: Augusta 191 Maria Grazia Granino Cecere

217 d.C., aprile: muore 217 d.C.?: consecratio G.G. Belloni, Nota su Julia Domna mat. Augg. m. sen. mat. patr. e sui prodromi dell’ascesa della donna imperiale, in ArchClass, 55, 2004, pp. 393398. H.W. Benario, Iulia Domna, mater senatus et patriae, in Phoenix, 12, 1958, pp. 431-450. J. Fejfer, Divus Caracalla and Diva Iulia Domna. A note, in Ancient portraiture: Image and message, Copenhagen 1992, pp. 207-219. B. Levick, Julia Domna, Syrian Empress, London 2007. Iulia Maesa (PFOS nr. 445) 218 d.C., 30 maggio: Augusta a. 224 d.C.: consecratio E. Kettenhofen, Zum Todesdatum Julia Maesas, in Historia, 30, 1981, pp. 244-249. *?Iulia Avita Mamaea 222 d.C., poco dopo il 14 marzo: Augusta 235 d.C., febbraio-marzo: uccisione e damnatio 238 d.C.: riabilitazione con il iglio E. Kosmetatou, he Public Image of Julia Mamaea. An Epigraphic and Numismatic Inquiry, in Latomus, 61, 2002, pp. 398-414. Caecilia Paulina 235 d.C.?: Augusta 236 d.C.?, primavera: muore e consecratio? Compare quale diva in almeno tre iscrizioni poste in suo onore (CIL, X 5054 = ILS 492 da Atina nel Lazio; AE 1964, 220 da Formiae; AE 1964, 236 da Paestum e su monete (RIC, IV/2 nrr. 1-4). S. Bellezza, Cecilia Paolina, in Tetraonyma. Miscellanea graecoromana, Genova 1966, pp. 75-83. I. Liggi, Caecilia Paulina: un destin d’impératrice, in Femmes et vie publique dans l’antiquité gréco-romaine, Etudes de Lettres 1, 1998, pp. 131-158.

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 192

Fig. 1

Fig. 2

Fig. 3 193 Maria Grazia Granino Cecere

Tav. I

Fig. 4b

Fig. 4a

Fig. 5 Tav. II

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 194

Fig. 6a

Fig. 6b

Fig. 7 195 Maria Grazia Granino Cecere

Tav. III

Fig. 8

Fig. 9

Fig. 10a Fig. 10b

Figg. 10c e 10d Tav. IV

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 196

Fig. 11

Fig. 12a

197 Maria Grazia Granino Cecere

Fig. 12b

Tav. V

Fig. 13

Fig. 14a

Fig. 14b Tav. VI

Fig. 14c Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 198

Fig. 15

Fig. 16

Fig. 17 199 Maria Grazia Granino Cecere

Tav. VII

Fig. 18

Fig. 19

Fig. 20 Tav. VIII

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 200

Fig. 21a

Fig. 21b

Fig. 22 201 Maria Grazia Granino Cecere

Tav. IX

Fig. 23

Tav. X

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 202

Fig. 24

203 Maria Grazia Granino Cecere

Fig. 25

Tav. XI

Fig. 26a Fig. 26b

Fig. 26c

Fig. 26d Tav. XII

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 204

Fig. 27

Fig. 28a

Fig. 28b 205 Maria Grazia Granino Cecere

Tav. XIII

Fig. 29

Fig. 30

Fig. 31 Tav. XIV

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 206

Fig. 33

Fig. 32

Fig. 34

207 Maria Grazia Granino Cecere

Tav. XV

Fig. 35

Fig. 37

Fig. 36

Fig. 38 Tav. XVI

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 208

Fig. 40

Fig. 39

Fig. 41a

209 Maria Grazia Granino Cecere

Fig. 41b

Tav. XVII

Fig. 42

Fig. 43

Fig. 44

Fig. 45 Tav. XVIII

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 210

Fig. 46a

Fig. 46b

Fig. 47

211 Maria Grazia Granino Cecere

Tav. XIX

Fig. 48a

Fig. 48b

Fig. 49

Fig. 50 Tav. XX

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 212

Fig. 53

Fig. 51a

Fig. 51b

Fig. 52 213 Maria Grazia Granino Cecere

Tav. XXI

Indici

Fonti letterarie

Cic. Cluent. 8. 25 59. 161 Dio 51. 20. 6-8 56. 46. 1 59. 3. 4 59. 11. 1-6 60. 5. 2 63. 26. 3 72. 31. 1 78. 22. 5 Fest. 49 L. 56 L. 342 L. Gell. 10. 15. 27-29

91 nt. 137 93 nt. 142 14 nt. 11; 169 e ntt. 2 e 3 13 nt. 3 13 nt. 5 35 nt. 92 34 nt. 86 36 nt. 94 39 nt. 110 70 nt. 45 57 nt. 156 57-58 nt. 156 56 nt. 147 56 nt. 147

Herod. 7. 3. 5

20 nt. 42

Macr. Sat. 3. 13. 10-11

19 nt. 36

Mart. 9. 1. 6-7

37 nt. 98

Ov. Pont. 4. 107-108

13 nt. 3

Paul. Fest. 369 L.

56 nt. 147

SHA, v. Carac. 11. 7 v. Hadr. 12. 2 v. Marc. 26. 4-9

39 nt. 110 38 nt. 104 39 nt. 110

217 Maria Grazia Granino Cecere

v. Pii 6. 7 19 e nt. 37; 38 nt. 106 v. Pii 8. 1 38 nt. 106 v. Sev. Alex. 63. 3-4 20 nt. 43 v. Tac. 9. 5 20 nt. 43 Sen. Cons. ad Pol. 174

35 nt. 92

Serv. ad Aen. 12. 120

56 nt. 147

Stat. Silv. 1. 1. 94-98

36 nt. 96

Suet. Aug. 52 Claud. 11. 2 Vesp. 3

14 nt. 11; 169 nt. 3 34 nt. 86, 53 nt. 135 37 nt. 96

Tac. Ann. 1. 14. 1 5. 2 6. 5. 1 11. 5. 2 13. 2. 6 14. 12. 1 15. 23. 4 16. 6 Hist. 1. 1

13 nt. 3 34 nt. 81 34 nt. 82 166 nt. 496 14 nt. 6 83 nt. 104 36 nt. 95 36 nt. 94 87 nt. 119

Tert. De Cor. 13 De Idol. 10. 3 18. 1

59 nt. 160 19 nt. 38, 44 nt. 120 59 nt. 160

Varro Ling. Lat. 5. 130 Vell. 2. 75

56 nt. 147 13 nt. 3

Fonti epigraiche e numismatiche

AE

1910, 191 1927, 158 1935, 26 1952, 150 1952, 151 1955, 171 1956, 232 1961, 109 1962, 272 1967, 93 1967, 94 1967, 95 1968, 159 1969/1970, 87b 1969/1970, 548 1969/1970, 648-650 1971, 79 1974, 348 1975, 403 1982, 315 1982, 376 1982, 415 1982, 521 1982, 680 1986, 254 1986, 264 1988, 188 1988, 422 1988, 423 1988, 608 1991, 513 1991, 514a 1991, 514b 1991, 811 1991, 822 1991, 1428a-f 1992, 336 1992, 790 1993, 444 1993, 477 1993, 1260 1994, 331 1995, 1389 1995, 1793 1997, 343 1997, 352 1997, 353 1997, 357

96-97 53 nt. 139 74 nt. 62 150-152 151 nt. 416 76 nt. 78 132-134 98 nt. 173 37 nt. 96 89 nt. 130 89-90 89 nt. 131 99 nt. 176 77 nt. 80 59 nt. 159 73 nt. 61 69-71 158-159 125-126 162 131-132 162-163 59 nt. 163 41 nt. 115 145 nt. 399 163-164 78-79 98 98 nt. 173 150-152 93 nt. 147 91-93 91 144 nt. 391 135-136 25 nt. 58 98-100 162-163 165 nt. 488 165-166 25 nt. 57 110 nt. 233 156 nt. 443 59 nt. 161 90-91 93 nt. 143 93 nt. 143 92

1997, 397 1997, 562 1997, 718 1998, 416 1998, 532 1999, 616 1999, 763 2000, 352 2001, 1060a 2008, 357 2008, 358 2009, 284

82-83 129-131 141 nt. 376 107-109 130 113-115 159-161 83-85; 85-87 143-145 71-73 71-73 100-101

Commentarii fratrum Arvalium (J. Scheid, Commentarii fratrum Arvalium qui supersunt, Roma 1988) fr. 12c rr. 1-2 (pp. 29 e 33) 34 e nt. 85 fr. 12c rr. 99-103 (pp. 31 e 34-35) 35 e nt. 90 fr. 13e rr. 1-3 (pp. 36 e 38) 34 e nt. 85 fr. 58 rr. 1-28 (pp. 158 e 166) 84 nt. 110 fr. 69 rr. 1-7 (pp. 210 e 212) 38 nt. 103 CIL II 2/7, 3a II 2/14, 1184 1193

95 nt. 157 15 nt. 14 15 nt. 14

III

510 651 1433 1796 6301 6608

25 nt. 59 25 nt. 58 59 nt. 159 25 nt. 57 25 nt. 57 82 nt. 99

V

520 550 577 647 875 1180 1181 1182 1436 2829 3251 3291 3343 3371 3386

141-142 142 nt. 385 142 nt. 383 142 nt. 383 133 nt. 337 133 nt. 336 133 nt. 336 133 nt. 337 133 nt. 336 140-141 147 nt. 401 146 144 nt. 394 147 nt. 401 147 nt. 401

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 218

3409 147 nt. 401 3414 147 nt. 401 3415 147 nt. 401 3462 147 3463 147 3590 143-145 3612 146 3645 147 nt. 401 3680 147 nt. 401 3681-3690 147 nt. 401 3916 146 3922 148 3923 146 3926 147 3928 147 3930 148 3931 145 nt. 399 3932 145 nt. 399 4037 162 nt. 474 4339-4354 139 nt. 365 4368 136 nt. 342 4385 136 nt. 348 4386 137 nt. 349 4387 136-137 4407 136 nt. 344 4458 138-139 4485 137-138 4486 138 nt. 356 5225 154 nt. 435 5226 154 nt. 434 5647 154-155 5864 158 nt. 451 5869 153 nt. 426 5978 159 nt. 453 6365 157-158 6407 153 nt. 426 6435 162-163 6442 158 nt. 450 6445 162 nt. 472 6513 160 con ntt. 458 e 460; 161 con nt. 464 6514 159-161 e nt. 458 6522 160 nt. 460; 161 nt. 466 6657 = 6741a 131 nt. 328 6840 149-150 6841 149 nt. 409 6950 153 nt. 426 6954 152-154 7002 151 nt. 421 7003 151 nt. 420 7007 153-154 nt. 432 7030 151 nt. 419 7037 130 nt. 323 7047 152-153 nt. 424 7055 130 nt. 322 7093 130 nt. 322 7119-7121 130 nt. 322 7127 152-153 nt. 424 7237 153 nt. 426 7313 130 nt. 322 7338 130 nt. 322 219 Maria Grazia Granino Cecere

7345 7472 7498 7593 7617 7629 7690 7782 7787 7788 7811 7825 8110, 288 8851

155-157 153 nt. 426 130 nt. 322 153 nt. 426 131-132 152-154 130 nt. 322 129 nt. 317 162 nt. 475 126-128 128-129 129 nt. 317 141 nt. 378 147 nt. 401

VI

921, 2; cfr. 31204 13 nt. 5 1635 e p. 4723 130 nt. 323 3752=31290 = 40419 100 nt. 183 8284 94 nt. 149 8285 94 nt. 149 29681 52 nt. 130 29711 166-167 29718 167 nt. 504 33840 159 nt. 456 40452 37 nt. 96

VIII

2630 = 18100 16107 17896 rr. 9-10 20094

IX

731 735 753 1121 1132 1153 1154 1155 1160 1161 1163 1164 1173 1951 2323 2347 2390 2587 2630 2827 2853 4786 5061 5068 5090 5111 5428 5429 5534 5831-5832

102 nt. 191 118 nt. 273 59 nt. 159 94 nt. 149 93 nt. 147 92 91 nt. 138 88 nt. 126 e 127 88 nt. 120 83-85 85-87 85-87 88 nt. 126 88 nt. 126 87-88 84 nt. 106 82 nt. 101 166 nt. 495 91 nt. 140 61-62 62 91 nt. 140 91 nt. 140 93 nt. 143 93 nt. 147 156 nt. 443 106 nt. 215 106-107 106 nt. 214 107 nt. 218 104-105 104-105 24 nt. 48 122 nt. 290

5841 6078, 1 6244 6245 X

XI

51 53 54 312 379 688 961+962 1880 2584 3026 4774 5201 5288 5406 5413 5414 5465 5531 5656 5659 5829 5831, cfr. p. 1013 5846 5917 5918 5923 5924 6018 7501 7604 8278

6169 6172 6332 6333 6334 6354 6358 6520 6521 6522 6709, 18 7993

102-104 24 nt. 48 93 nt. 143 91 nt. 138 93-94 96 nt. 160 94-96 166 nt. 495 97 nt. 166 67 nt. 31 80-81 165 nt. 488 166 nt. 495 74 nt. 66 74 nt. 67 66 66 nt. 24 65 nt. 20 64-65 65 nt. 21 65 nt. 19 65 nt. 19 66-67 67 nt. 29 69 nt. 36 68 68 64 nt. 12 64 nt. 12 64 nt. 13 63-64 73-75 15, nt. 15 31 nt. 73 74 nt. 65

385 163 nt. 477 386 163 nt. 477 390 119 nt. 275 391 119 nt. 275 407 120-121 408 121-123 415 118-120 419 118 nt. 278 838 124 847 123-124 1147 163 nt. 476 1331 100 nt. 183 1605 117-118 1770 118 nt. 273 2539 108 nt. 226 3303 54 nt. 140, 171 nt. 11 3940 130 nt. 323 5265 59 nt. 159 5711 24 nt. 49 5712-5714 24 nt. 49 5752 115-116 6026 112 nt. 242 6043 112 nt. 242 6164 118 nt. 269

XII

CLE

690 3175

115 nt. 262 116-117 109 ntt. 228 e 229 109-111 70 nt. 43 111-113 113 nt. 249 113-115 114-115 114 nt. 254 166 nt. 495 108 nt. 226

3194 3211 3216 3225 3260 3268 3269 3279 3302 6038

53 nt. 139 57 nt. 151, 167 nt. 500 167 nt. 500 167 nt. 500 167 nt. 500 167 nt. 500 167 nt. 500 167 nt. 499 167 nt. 499 167 nt. 500 167 nt. 500 14, nt. 12

XIII

2181

41 nt. 115

XIV

359 399 2048 2212 3238 3596 4091, 67 4446 4563, 4 5325 5326 5345 5346

XV

7830 97

Eph. Epigr. VIII, 247 888 IX, 902

80 nt. 90 75-78 79-80 110 nt. 236 166 nt. 495 101-102 166 nt. 495 75-78 80 nt. 89 76 nt. 78 79 nt. 87 80 ntt. 89 e 90 75-78 110 nt. 235 84 nt. 106 24 nt. 46 66-67 101-102

Epigraphica 32, 1970, pp. 72-77 69-71 52, 1990, pp. 163-164 147 nt. 401 59, 1997, pp. 354-259 82-83 71, 2009, pp. 332-334 nr. 5 100-101 Fasti Ostienses (L. Vidman, Fasti Ostienses, Pragae 1982; cfr. B. Bargagli – C. Grosso, I Fasti Ostienses, documento della storia di Ostia, Roma 1997) fr. Ch r. 29 35 e nt. 89

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 220

fr. Ha rr. 8-9 fr. J rr. 39-41 fr. J rr. 41-43 fr. Oc rr. 11-15 fr. Pb r. 15 fr. S rr. 3-5

76 nt. 78 37 nt. 99, 38 nt. 102 37 nt. 99 38 nt. 105 39 nt. 109 38 nt. 105, 79 nt. 87

Gregori 2013, pp. 303-306 IDR III 2, 266

134-135 59 nt. 159

Inscr. It. III, 1 nr. 85 97 nt. 166 III, 1 nr. 113 96-97 IV, 1 nr. 383 101-102 IX, 1 nr. 129 129-131 IX, 1 nr. 130 131-132 IX, 1 nr. 160 152-154 X, 4 nr. 5 142 nt. 384 X, 4 nr. 10 141-142 X, 4 nr. 58 142 ntt. 384 e 385 X, 4 nr. 89 142 nt. 384 X, 4 nr. 95 142 nt. 383 X, 4 nr. 171 142 nt. 383 X, 4 nr. 172 142 con nt. 384 X, 4 nr. 356 142 nt. 384 X, 4 nr. 385 142 nt. 384 X, 5 nrr. 139-144 139 nt. 365 X, 5 nr. 179 136 nt. 348 X, 5 nr. 180 136-137 X, 5 nr. 201 136 nt. 344 X, 5 nr. 247 138-139 X, 5 nr. 276 137-138 X, 5 nr. 277 138 nt. 356 X, 5 nr. 999 137 nt. 349 XI, 1 nr. 20a 149-150 XI, 1 nr. 20b 149 nt. 409 XIII, 2, pp. 278-280 52 nt. 129 ILGN 638

13, nt. 5

ILIug. 210

132-134

ILS 121 154 222 223 1073 1129 2701 2726

15, nt. 15 54 nt. 140, 171 nt. 11 13, nt. 5 100 nt. 183 109-111 70 nt. 43 151 nt. 420 69 nt. 36

221 Maria Grazia Granino Cecere

2953 4104 4177 5006 5652 5767 6262a 6262b 6291a 6292 6293 6485 6486 6487 6572-6573 6647 6654 6655 6657 6658 6692 6699 6716 6725 6750 6964 9390

84 nt. 106 141-142 106 nt. 215 130 nt. 323 104-105 156 nt. 443 64 nt. 13 63-64 64-65 66 73-75 88 nt. 126 85-87 83-85 122 nt. 290 113-115 113 nt. 249 111-113 120-121 118-120 140-141 147 nt. 401 137-138 136 nt. 342 131 14, nt. 12 96-97

MEFRA, 82, 1970, pp. 291-293 nr. 3 NSc, 1910, p. 283

75-78 62

N. Stelluti, Epigrai di Larino e della bassa Frentana I, Campobasso 1997 pp. 251-252 nr. 171 e pp. 268-269 nr. 203 91 nt. 139 Suppl. It. n.s. 3 (1987), pp. 144-145 nr. 8 98 nt. 173 3 (1987), p. 147 nr. 10 98 4 (1988), pp. 175-178 nr. 42 52 nt. 130 4 (1988), pp. 256-257 nr. 5 129 nt. 318 4 (1988), pp. 258-259 nr. 7 125-126 4 (1988), pp. 263-264 nr. 12 126-128 8 (1991), pp. 205-205 nr. 3bis 135-136 9 (1992), p. 272 nr. 21 162-163 17 (1999), p. 104 nr. 39 130 nt. 322 25 (2010), pp. 50-55 nr. 17 168 nt. 492 RIC I2 nrr. 67 e 68

13, nt. 5

Nomi antichi

Abeiena C. f. Balbina 24, 42, 47, 51, 111-113, 134 M’. Acilius Glabrio consul, marito di Arria Priscilla 109-111 M. Acilius Priscus Egrilius Plarianus, praef. aerarii Saturni e lamen Romae et Augusti a Ostia 76-77, 110 Aemilia C. f. Aequa 42, 47, 51, 135, 136-137, 144 C. Aemilius C. f. Atticus, aedilis a Brixia 136-137 C. Aemilius C. f. Fab. Proculus, lamen divi Augusti a Brixia 137 Agrippina (Iulia Agrippina, Claudii uxor), laminica di Claudio 14, 20, 32, 36, 59 e nt. 164, 82-83 Albucia M. f. Candida 25, 30, 37, 42, 46, 47, 159-161 C. Albucius Silus, retore d’età augustea 161 P. Alius Alennius Maximus Curtius Valerianus, iglio di Curtia Procilla 144 Antonia minor, sua iscrizione sull’arco di Claudio in Roma 13 e nt. 5 Antonia Cn. f. Picentina 41, 45, 46, 47, 104-105, 134, 172 Appeiena C. f. Philumena 19, 123-124 Appia L.[f. - - -] 41, 147, 25-126, 172 Sex. Appuleius Marcellus, iglio di Usia Tertullina 142 [- Ap]pule[ius - - - Mar]cell[us] a Tergeste, forse un omonimo del precedente 142 L. Appuleius L. f. Taurinus, decurio e aedilis a Tergeste 142 Arrenia Felicissima 20, 39, 42, 47, 51, 88-90 L. Arrenius Faustus liberto, dedica alla Iuno di Tullia, Vitrasi uxor 153 L. Arrenius Menander, quattuorvir qq. a Herdonia e padre della laminica Arrenia Felicissima 89 con nt. 130 Arria L. f. Plaria Vera Priscilla 24, 41, 47, 77-78 con nt. 85, 109-111, 113, 172 L. Arrius Plarianus Auidius Turbo, forse fratello di Arria Priscilla 77, 109 L. Arrius Priscus, ipotizzato marito di Plaria Vera 77 Asconia C. f. Augurini uxor 37, 41, 140-141 Asconius Labeo, pontifex a Patavium, morto a 15 anni 140 nt. 375 C. Asconius Sardus, praef. fabrum e quattuorvir a Patavium 140 Attia P.? f. Maxima 63 nt. 10, 74-75, 103 nt. 196, 105-107, 108 Attia Patercla, laminica a Nemausus 41 nt. 115 M. Auidius Fronto consul ord. a. 199 d.C. 70 M. Auidius Fronto, iglio del consul del 199, morto in giovane età 70 nt. 43 C. Auidius Victorinus, avo di M. Auidius Fronto 70 nt. 43 Augustus (C. Iulius Caesar Octavianus Augustus) 13 M. Aurelius Sabinianus Euhodius, Augustorum libertus 64 nt. 12 Avia Posilla, evergeta a hessalonica 156 nt. 443 Avidia C. f. Tertullia 47, 51, 108, 115-116, 122172 C. Avidius Naevidianus, magistrato a Suasa 115 nt. 262 Baebius Gemellinus, Augustalis, marito di Cetrania Severina 113-114 Betitii, proprietari di fundi e saltus nella zona di Veleia e Piacenza 162, 163 C. Betitius Pietas, cavaliere, quattuorvir ad Aeclanum, probabile padre di Neratia Betitia Procilla 87 Bruttia L. f. Nereis, madre della laminica Arrenia Felicissima 89 con nt. 131 Caecilia Aprulla, laminica designata ad Arelate 53 nt. 139 Q. Caecilius Q. f. Optatinus, praef. coh. I Aquitanorum 68-69 Caesia P. f. Maxima 136, 154-155 Caesia Sabina, onorata a Fulginiae quale parens municipi 226 Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 222

P. Caesius Archigenes, autore di due dediche sacre a Comum 154-155 Calve[ntia] L. f. Marc[cellina] 30, 43, 158-159 Camurena Celerina, laminica Feroniae a Septempeda 24 nt. 49 Cantia L. f. Saturnina 28 e nt. 63, 30, 43, 47, 108, 116, 120-121, 122, 123, 134, 144, 172 Cantria P. f. Longina 28 nt. 61, 37, 42, 44, 46, 48, 83-85, 172 Cantria P. f. Paulla 28, 42, 45, 48, 83, 85-87, 124 Caspia Tertulla 117-118 Cassia Cornelia Prisca 39, 41, 48, 51, 69-71, 172 Cassia P. f. Iustina 146 Cassia Paterna, moglie e madre dei duo Aspri consoli nel 212 d.C. 70 nt. 42 Cassia C. f. Victoria, sacerdos Augustalium a Misenum 165-166 Cn. Cassius Cornelius Paternus, consul nel 233 d.C. 70 M. Cassius Firmus, autore di una dedica a Saturnus 146 M. Cassius M. f. Firmus, in un’iscrizione funeraria di Verona 146 Catia M. f. Procula 56, 157-158 Cetrania P. f. Severina 40, 46, 48, 56, 57 ig. 2, 73 nt. 60 113-115 Claudia (Neronis Caesaris Aug. ilia) 36 Claudia Aesernina, sacerdos divae Augustae a Narona 25 nt. 57 Claudia Ti. f. Fadilla 41, 48, 51, 61-63, 74, 103 nt. 196 Ti. Claudius Ti. f. Germullianus a Ostia 79-80 nt. 90 Claudius Liberalis, marito di Numisia Secunda Sabina 107 Ti. Claudius Vitalis, marito di Attia Maxima 106 Clodia Q. f. Procilla 42, 135, 137-138, 144 Clodia P. f. Secunda 42, 48, 51, 135-136, 137, 155 P. Clodius P. f. Fab. Sura, pontifex, lamen divi Traiani a Brixia 135-136 Coelia M. f. Tertulla 31, 40, 42, 91-93 L. Cominius Primus, suo archivio ad Herculaneum 73 L. Cornelius Lentulus Niger, lamen Martialis 19, nt. 36 Cossutia gens ad Aquileia 133 con nt. 336 [Cos]sutia Sex. [f. - - -] 30, 42, 48, 51, 132-133 Sex. Cossutius Secundus, membro del senato di Aquileia 133 Crittia gens ad Aeclanum 82 con nt. 102 Crittia P. f. Priscilla 42, 81, 82-83, 85 P. Crittius P. f. Firmus, padre della laminica Crittia Priscilla 82 Curtia Callipolis, liberta di Curtia Procilla 144 Curtia C. f. Procilla 42, 48, 143-145 Curtilia C. f. Priscilla 48, 51, 116-117 Cusinia M. f. Sardi uxor, madre di Asconia, Augurini uxor 140 Cusonia Maxima 146, 149 P. Delphius Peregrinus Alius Alennius Maximus Curtius Valerianus Proculus Marcus Nonius Mucianus cos. suf. nel 138, 144 Dentria gens ad Aquinum 65 Dentria L. f. Polla 43, 48, 50, 64-65 Dentrius Crescens, personaggio inluente ad Aquinum 65 con nt. 20 Domitia Longina (Domitiani uxor) 14 Domitia Vettilla, moglie del consul designatus L. Roscius Aelianus Paculus 131 nt. 328 Domitilla (Flavia, Vespasiani uxor/ilia) 14, 20, 33, 36-37 Drusilla (Iulia, Gaii soror) 20, 21, 32, 35-36 Egnatia P. f. Aescennia Procula 43, 78-79, 134 Egrilia gens a Ostia 76-77 Egrilia Plaria, iglia di M. Acilius Priscus Egrilius Plarianus 77 A. Egrilius Plarianus pater, consul suf. nel 128 d.C. 75-77 A. Egrilius Rufus, marito della laminica Plaria Vera, lamen Romae et Augusti 76-77 Fadiena Facilis, dedica in onore di Gavia Pupa 150-151 P. Fadienus - - -, eques Romanus e lamen in Augusta Taurinorum 151 C. Fadius Auctus, padre naturale di Claudia Fadilla, 62 Faustina maior (Annia Galeria, Antonini Pii uxor) 21, 33, 38, 79 con nt. 87 (ara dedicata alla Concordia coniugale in Ostia), 133-134 nt. 338 Faustina minor (Annia Galeria, Marci Aurelii uxor) 21, 33, 39, 71 nt. 52 Felicitas Aeclani 45, statua argentea 86-87 Feronia, sua laminica a Septempeda 24 223 Maria Grazia Granino Cecere

Flavia Kara Gentia 43, 48, 51, 63-64 M. Flavius Festus in un’iscrizione di Verona 147 T. Flavius Karus, padre di Flavia Kara Gentia 64 con nt. 13 Fonteia Concordia, onorata quale mater a Clusium 108 nt. 226 A. Furius Saturninus, iglio o marito di Vibidia Saturnina 44, 72 A. Furius Saturninus, praef. alae praetoriae singularium in Siria 73 nt. 59 Gabbia gens a Larinum 91 e nt. 139 Gabbia [M.? f. Tertulla?] 31, 40, 43, 45, 49, 90-91, 92, 93 Gavia gens ad Augusta Taurinorum 151 Gavia M. f. Pupa 99 nt. 180, 150-152 M. Gavius C. f. Gallus, sevir Aug. in Augusta Taurinorum 151 C. Gavius L. f. Silvanus, primipilus e patronus di Augusta Taurinorum 151 Genius, Augusti 14 nt. 11, 121 nt. 287, 170, 171; di privati 153 Hedia gens a Pollentia 131-132 nt. 329 T. Iestinius T. f. Augurinus, praef. fabrum e quattuorvir a Patavium 141 Insteia gens, proprietaria di praedia a nord di Polla 97 Insteia M. f. Polla 19, 30, 33-34, 43, 96-97, 98, 134 Q. Insteius Celer, consul nel 128 d.C. 97 M. Insteius M. f. Firmus, magistrato a Volcei 97 Iulia (Augusti ilia) 13 Iulia Aemilia Gallitta, sacerdos a Regium Iulium 24 nt. 46 Iulia Domna (L. Septimii Severi uxor) 39, 71 Iulia Helias, laminica a Lugdunum 41 nt. 115 Iulia Mamaea (Severi Alexandri mater) 20, 33, 39, 88-90 Iulia Tertullina, sacerdos divae Augustae ad Asseria 25 nt. 57 Iulia Titi (Flavia Iulia, Titi ilia) 20, 33, 37, 83-84 con nt. 110 Iunia C. f. Procula, Vesclari Atti uxor 98-100, 101, 157 Iuno, Augustae 170; di una donna, Tullia C. f. 152-153 Iuno Regina 91; aedes 45, 90-91, 93; dedica 128 D. Iunius Silanus Torquatus, lamen Iulialis e Augustalis 14, nt. 9 Iuppiter Optimus Maximus, dedica a Verona 143-144; dedica a Comum 154-155 M. Iuventius Secundus, consul verso la ine del II secolo 139 L. Laecanius Primitivus, marito di Cassia Victoria, sacerdos Augustalium a Misenum 165 Larcia Priscilla, menzionata con Arria Priscilla su istulae ostiensi 110 Latia P. f. Auleia Aurina 43, 93-94 Latinia gens in Lucania 97 Lepidia L. f. Procula 28, 30, 42, 49, 118-120, 121, 136, 155 Lepidia Septimina, sorella della laminica Lepidia Procula 119 L. Lepidius L. f. Proculus, probabile padre della laminica Lepidia Procula 119 Licinia Flavilla, laminica a Nemausus 56, 57, 58 con nt. 157 e ig. 3 Licinia M. l. Prisca, laminica a hugga 73 nt. 61 Livia (Iulia Augusta, Augusti uxor) 13, 15 nt. 15, 20, 32, 33-35, 59 e nt. 164 Magna Mater, santuario a Tergeste 141-142 Mania L. f. B[e]tutia Pro[- - -] 43, 45, 49, 52, 162-163, 172 [- - -]mia M. f. Mar[cia?] 43, 126-128 Marcia Aurelia Ceionia Demetrias onorata ad Anagnia 64 nt. 12 Marcia Polybiane, sacerdos Augustalium a Liternum 166 Marciana (Ulpia Marciana, Traiani soror) 21, 33, 37-38 Matidia (Salonia Matidia, Hadriani socrus) 21, 33, 37-38 Matronae, dedica 154 Matuccia L. f. [- - - ], suo sarcofago rinvenuto presso Tibur 101 Matuccia Fuscina, iglia del legatus leg. III Augustae 101-102 L. Matuccius Fuscinus, legatus leg. III Augustae nel 158 d. C. 102 Metilia Tertullina 40, 43, 73, 128-129 Metilii Tertullini nella regio IX, in particolare ad Albingaunum 129 P. Metilius Tertullinus, egregius vir 129 nt. 317 P. Metilius Tertullinus Vennonianus, clarissimus vir 129 nt. 317 M. Modius Successianus, magistrato ostiense, marito di Egnatia Aescennia Procula, 78-79 T. Mustius Hostilius Fabricius Medulla Augurinus, adlectus inter tribunicios da Nerva e praetor, 141 C. Naesennius Musaeus, plumbarius a Ostia 110

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 224

Neratia Betitia Procilla 21, 39, 42, 85, 87-88, 134 Neratia Procilla, probabile sorella di L. Neratius Proculus, consul suf. del 145 d.C. 88 L. Neratius Proculus consul suf. del 145 d.C. 88 C. Neratius Proculus Betitius Pius Maximillianus, lamen divi Hadriani ad Aeclanum, fratello di Neratia Betitia Procilla 88 C. Nonius Mucianus P. Delphius Peregrinus, patronus di Verona 144 nt. 394 Numen Augusti 14 nt. 11 Numen Augustum 171 Numisia Secunda Sabina 39, 43, 49, 51, 63 nt. 10, 106, 107-109, 116, 122, 172 Octavia (soror Augusti) 13 Octavia gens a Verona 147 nt. 401 Octavia Elpidia 53 nt. 139, 149-150 Octavia M. f. Magna 145, 147 C. Octavius, magistrato romano che probabilmente ha concesso il diritto di cittadinanza a molti Arusnates 147 Octavius Elpidius, appartenente alla stessa familia di Octavia Elpidia 149 con nt. 409 Q. Octavius Sagitta, proc. in Vindalicis et Raetis 150 P. Octavius Verecundus, pontifex sacrorum Raeticorum 147 Oppianicus, protetto da Silla a Larinum 91 Paccia gens, sue proprietà in territorio di Larinum 92-93 Paccia M’. f. Sabina, sepolcro curato da Coelia Tertulla 92 C. Paccius C. f. Priscus, dedica per volontà testamentaria di Coelia Tertulla 92 Papia Brocchina, sacerdos divae Augustae a Narona 25 nt. 57 Petinius Aper, duovir qq. a Pisaurum, marito della laminica Abeiena Balbina 111-112 Petronia T. f. Catia, agente di volontà testamentaria? di Catia Procula 157 Plaria Q. f. Vera 41, 75-78, 110 Plotina (Pompeia Plotina, Traiani uxor) 21, 33, 37-38 Pompeia Q. f. Catulla 49, 63 nt. 10, 73-75, 103 nt. 195 Pompeia Cn. f. Phoebe 49, 66, 164 nt. 484 Pompeia Q. f. Sosia Falconilla onorata dai Minturnenses 74 QQ. Pompeii Sosii Prisci, proprietari a Minturnae, 74 Pomponisia Ponti f. Severa 148 M. Pomponius Bassulus, duovir ad Aeclanum, poeta e scrittore, marito di Cantria Longina, 84 M. Pomponius Bassulus Longinianus, eques Romanus 84 Pontia T. f. Sabina 42, 68-69 T. Pontius Sabinus, quattuorvir i.d., lamen e patronus di Ferentinum 69 Poppaea Sabina (Neronis Caesaris Aug. uxor) 20, 32, 36, 52 nt. 133, 100-101 Postumia Paulla Avidia Procula Rutilia Proba 41, 49, 135, 138-140, L. Praesentius Paetus Lattius Severus, praef. coh. I Afrorum c.R. equitatae, IIvir Anconae, marito di Vibia Marcella 103 [- - -]a P. f. Prima 134-135, 157 Publicia, laminica Martialis 19, nt. 36 Quasauna, latinizzato in Cusonia in iscrizioni di Verona 147 [- - -] Quinta[- - -?] 31, 43, 49, 94-96 [- - -]ria Q. f. Quin[ta?- - -] 49, 100-101 [- - - Re]stitutus, consul designatus 131, 132 Rubria Festa, laminica provinciae a Caesarea 59 Sabina (Vibia Sabina, Hadriani uxor) 33, 38 [- - -]a A. f. Sabina 25 nt. 51, 43, 128 Sab(inia?) Quinta, appartenente all’ordine senatorio, nota da bolli doliari nell’ager Patavinus 141 nt. 378 Saenia Cn. f. Balbilla 49, 50, 53 nt. 139, 66-67, 134 Saenia Helpis, liberta della gens Saenia a Fabrateria vetus 67 nt. 29 Salus Augusta, sua laminica a Urbs Salvia 24 e nt. 48 Samius, insignis eques Romanus 167 Sammia gens, sua difusione in Italia e nella Narbonensis 166-167 Sammia Honorata, laminica a Nemausus (?) 166-167 Sammia L. f. Secundina, laminica a Nemausus 167 Sammia Q. f. Severina, laminica a Nemausus 167 L. Sammius L. f. Aemilianus, lamen provinciae Narbonensis 167 Sex. Sammius Aper, domo Nemauso, suo sepolcro a Roma 167 225 Maria Grazia Granino Cecere

[- - - ]a M. f. Secunda Aspri uxor 43, 49, 155-157 Seppia gens, sue connessioni con la gens Crittia 82 con nt. 102 Septicia M. f. Marcellina 50, 103 nt. 196, 151 nt. 417, 163-164 Septimia Prisca, forse madre di Lepidia Procula 119 L. Septimius Liberalis, sevir Augustalis ad Ariminum 119 P. Statius Paullus Postumius Iunior, padre della c.f. Postumia Paulla 139 Terentia Postumina, dona un complesso termale alla comunità di Novaria 160 nt. 460 Titia Flavia Blandina, laminica perpetua a Calaris 31 nt. 73 P. Titius Sabinus, marito di Appeiena Philumena 20, 124 C. Truttedius Pius, iglio di Pompeia Catulla 74 Tullia C. f. Vitrasi uxor 31, 95 nt. 158, 124, 152-154 Tullia Tul. f. Cardelia 148-149 Usia L. f. Tertullina 103 nt. 196, 141-142, 164 nt. 484 Utiana gens a Volceii 97 C. Utianus Rufus Latinianus, quattuorvir a Volcei, marito della laminica Insteia Polla 96-97 Valeria Q. f., laminica ? di Antonia 13, nt. 5 C. Valerius C. f. Pansa, lamen divorum Vespasiani, Traiani, Hadriani a Novaria, 25, 160 Sex Valerius Sex. f. Poblicola, proposta d’integrazione per il nome del marito di Clodia Procilla 138 nt. 356 Sex. Valerius Poblicola Priscillianus, iglio di Clodia Procilla 138 C. Valerius Severus, consul suf. nel 124 d.C. 125 nt. 303, 126 Vennia gens a Pollentia 130 Venn[ia? – f. ] Marce[llina] 50, 129-131, 144, 154 C. Vennius Rui f. Maximus, produttore e commerciante di stofe a Pollentia 130 Vennonia gens e sua difusione nella IX e XI regio 130 Venn[onia? – f.] Marce[llina] 130 T. Vennonius Aebutianus, patronus di Augusta Taurinorum 130 nt. 323 M. Vennonius Secundus, iudex ex V decuriis 130 nt. 323 Venus, aedes 45 Verginia Paterna, patrona di P. Verginius Rhodion 128 P. Verginius Rhodion, marito di Metilia Tertullina 128 Vibia gens a Pompeii 81 con nt. 91 Vibia L. f. Marcella 42, 46, 50, 63 nt. 10, 74, 102-104 Vibia C. f. Sabina 19, 34, 43, 80-81, 98 Vibidia gens in Herculaneum 72 nt. 58 Vibidia virginis l. Saturnina 40, 43, 44, 45, 46, 50, 71-73, 128 C. Vibius, aedilis a Pompeii (forse da identiicarsi con C. Vibius Secundus) 81 C. Vibius Secundus, duovir a Pompeii 81 Vitellia Ruilla, laminica della Salus Augusta 24 nt. 48 Vitrasia gens, originaria di Cales in Campania 153 Vitrasii Polliones, due omonimi prefetti d’Egitto 153 nt. 428 Volteia Corniicia, moglie di L. Matuccius Fuscinus, legatus leg. III Augustae 102 [- - -]na [- - - Re]stituti (uxor) 28, 30, 41, 50, 51, 131-132, 159, 172 [- - -]udia Ti. f. [- - -]nilla 28-29 con nt. 63, 108, 116, 120, 121-123, 172

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 226

Luoghi, cose notevoli

Achaia 126 Aeclanum 26, 28, 32, 33, 36, 37, 39, 42, 55, 82-88, 163, 172 Aemilia via 124 aere collato 67 con nt. 27, 109 Aesernia 91 Albingaunum 27, 28, 41, 43, 125-128, 162, 172 Albintimilium 27, 128-129 alimenta 108, 121, 123 Allifae 26, 29, 41, 61-63, 66, 91, 173 Anagnia 26, 43, 63-64; senatus populusque Anagninus 48, 51 Aniensis tribus 119 Antium 170 Aquileia 21, 27, 30, 33, 39, 42, 120132-134; Aquileienses, etnico 48, 51, 133 Aquincum 136 Aquinum 26, 43, 64-65 Ariminum 27, 28, 29, 30, 32, 33, 37, 42, 55, 111-112, 118-123, 136, 144, 155, 163, 172 Asseria 25 nt. 57 Atina, in Lucania 26, 30, 32, 97 Augusta Bagiennorum 130 nt. 322 Augusta Praetoria 27, 149-150 Augusta Taurinorum 21, 27, 30, 31, 32, 33, 35-36, 39, 55, 100, 130 ntt. 322 e 323, 132, 150-154; Iulia Augusta Taurinorum 124, 152, 153, 157; Taurinis 131 Augustales 115 nt. 263 ad Allifae 48, 51, 62 con nt. 3, 63; ad Herculaneum 45, 72; a Misenum 165-166; a Sassina 114 nt. 254; a Trebula Sufenas 52 nt. 130; a Vibo 94, 96 Auximum 26, 29, 42, 46, 63 nt. 10, 66, 102-104 balineum 95, 156, 160 basilica Matidiae et Marcianae 38 Bauli 74 Beneventum 63, 166 nt. 495 Bergomum 136 Betutiani saltus e fundi 163 Bovillae 170 Brixia 21, 27, 28, 30, 32, 33, 35, 37, 41, 42, 55, 99, 134-140, 144, 155, 157 Caesarea 59 Calaris 31 nt. 73 Cales 153 Camilia tribus 109 cannophori a Herdonia 89 nt. 131, 90 Capitolium di Herculaneum 45 capsa 56 e nt. 149 Carreum Potentia 130 nt. 322 Casinum 26, 29, 30, 66 cena, per i coloni ad Auximum 46, 103 centonarii a Brixia, 48, 51, 135, 136-137; a Sassina 46, 114-115, Clustumina tribus 92 collegium magnum arkarum divarum Faustinarum Matris et Piae 159 commoetaculum(?) 57 Comum 27, 33, 37, 136, 154-155 227 Maria Grazia Granino Cecere

Concordia 27, 30, 33, 131, 132 Corinium 26, 31, 32, 34, 97-98 Cornelia tribus 82, 92 corona laminalis 59 damnatio memoriae 113 decuriones (vd. anche ordo decurionum) 51; ad Aeclanum 48; ad Aquinum 48; ad Ariminum 47, 49; a Brixia 49; a Casinum 49; a Fabrateria vetus 49; a Falerio 46, 104-105; ad Herculaneum 45, 72; a Minturnae 49; a Pisaurum 47; a Pollentia 50; a Vercellae 50; a Verona 48; a Vibo 45, 96; a Volcei 96 dedicatio del tempio di Venere ad Herculaneum 45; di un’imago della diva Poppaea a Pinna 45, 101; di statua 103, 108; di statue per ornare il teatro di Falerio 104-105 dendrophori a Sassina 46, 114, 115; collegium dendrophorum Pollentinorum, 50, 51, 131 dies consecrationis 52 dies natalis di Augusto 53 nt. 139; dell’Augusta 52, 53; di Livia 34, 52; di Cetrania Severina 46, 115 Eporedia? 137 nt. 354 epulum ad Auximum 46, 103 ereditarietà del laminato 40, 93 Fabia tribus 140 nt. 374 Fabrateria vetus 26, 33, 39, 66-67 fabri a Brixia 48, 51, 135, 137; a Herdonia 89 con nt. 130; a Ostia 79-80 nt. 89; a Sassina 46, 114, 115 Falerio 26, 33, 39, 41, 45, 104-105, 172 Falerna tribus 129 nt. 316 fasti municipali 52 Ferentinum 26, 42, 68-69 Ferentum 37 nt. 96 feriale Cumanum 52, 53 nt. 139, 171 feriale Duranum 53 nt. 137 lamen passim lamen Dialis 13, 15, 55 nt. 146 lamen Iulialis e Augustalis 14, nt. 9 lamen Martialis 19 nt. 36 lamina (!) 102-103 laminica passim laminica Dialis 13, 15, 19, 55 e nt. 146, 56 laminica Martialis 19 nt. 36 laminica provinciae 15, nt. 14 laminicia 31 e nt. 71 lamonium 16, 44, 72; Claudiale 14 nt. 7 Florentia 21, 27, 117-118 Formiae 26, 41, 69-71, 172; Formiani, etnico 48, 51, 69-71 Forum Clodii 54 nt. 140, 171 Forum Sempronii 26, 30, 33, 37, 120, 144 Forum Vibii Caburrum 27, 32, 35, 43, 45, 99, 100, 130 nt. 322, 135, 155-157 funus publicum 138 Galatia et Cappadocia? 126 Gaulus (isola di Gozzo) 15 nt. 15, 34 nt. 79 Herculaneum 26, 43, 45, 71-73 Herdonia 26, 33, 39, 42, 88-90 Iader in Dalmatia 21, 30, 132, 133 imagines Caesarum 45 infula tortilis 56, 59 nt. 164, 165 Interamna Praetuttianorum 26, 29, 45-46, 63 nt. 10, 66, 105-109 Italica, Traianeum 59 ius commune liberorum 112 iuvenes a Herdonia 47, 51, 89-90 lacus 125 Lambaesis 102 Lanuvium 170 Larinum 26, 30, 42, 43, 45, 90-93

Il laminato femminile imperiale nell’Italia romana 228

Laurentes Lavinates 21 nt. 45 Laus Pompeia 27, 157-158 Lavinium 170 legati testamentari a favore della comunità 46 e nt. 124 Lemonia tribus 103 lex Aelia Sentia 72-73 lex de lamonio Galliae Narbonensis 14 e nt. 12, 55 e nt. 146 Liternum 166 locus sepulturae 43; concesso dal senato locale 65 Lugdunum 41 mannisnavius 145 mater coloniae 120-121, 123 mater municipalis 116 mater municipii et coloniae 43, 108 Mediolanum 27, 30, 33, 39, 158-159 Minturnae 26, 29, 63 nt. 10, 66, 73-75 Misenum 165-166 Monoecus 129 con nt. 316 Mons Albanus 170 mulieres 43, 44, 45-46, 100-101, 108 con nt. 222 muniicentia 64, 71, 108 Mutina 27, 32, 121, 123-124 Narona 25 nt. 57 Neapolis 36 nt. 94 Nemausus 38 nt. 104, 41, 167 Nicomedia? 138 Nola 170 Novaria 27, 30, 33, 37, 42, 46, 159-161 nymphaeum? 95 con nt. 154 ordo decurionum (vd. anche decuriones) di Brixia 137, 139; di Verona, 144 ordo matronarum 36 nt. 94 ordo sevirum / seviralium (vd. anche seviri) a Sentinum 47, 51, 115; a Suasa 48, 51, 116, 117 con nt. 269 ornamenta decurionalia 44, 72 Ostia 26, 28, 33, 39, 41, 42, 43, 55, 75-80 Pagus Arusnatium 19 nt. 40, 24, 27, 145-149 Patavium 27, 33, 37, 41, 140-141 Patrae 25 nt. 59 patruelis 166 perpetuitas 31 e nt. 72, 94-95, 153-154 Philippi 25 nt. 58, 30 nt. 70 Pinna 26, 32, 35, 36, 44, 98-101, 135, 157 Pisaurum 26, 41, 42, 109-113, 121, 124 piscina 45, 156 Pitinum Pisaurense 112 plebs urbana di Albingaunum 129; di Falerio 46, 104; plebs urbana Pisaurensis 47, 51, 111; plebs Praetuttiana 49, 51, 108 Polla 97 Pollentia 27, 28, 30, 33, 37, 41, 129-132, 132, 144, 152, 153, 172; rinomata nella produzione e commercio di stofe, 130 Pollia tribus 130 Pompeii 26, 32, 43, 80-81 Pomptina tribus 109 Populonia 166 nt. 495 porticus 45, 156 Praeneste 166 nt. 495 pronaum dell’aedes Veneris ad Herculaneum 45; del sacello degli Augustales di Misenum 165 Publilia tribus 126, 127 Puteoli 166, nt. 495 regina sacrorum 13 229 Maria Grazia Granino Cecere

Regium Iulium 24 nt. 46 rex sacrorum 13 rica 56 con nt. 147 sacerdos Augustalium 165, 166 sacerdos Bonae Deae 13 nt. 1 sacerdos Cereris 13 nt. 1; sacerdos publica di Cerere e Venere 67 nt. 31 sacerdos Isidis Reginae 83-84 con nt. 109 sacerdos Matris Deum Magnae Ideae 13 nt. 1, 83-84 sacerdos Matris Magnae Vestinorum 106 sacerdos perpetua 94-95, 98 nt. 173, 153-154 sacerdos prima 98 sacerdotes (donne addette al culto imperiale) passim sacra Raetica nel pagus Arusnatium 145 Sassina 26, 33, 37, 113-115 Segusio 130 nt. 322, 150 senato locale conferisce il laminato 31-32 Sentinum 26, 115-116, 117, 121, 124 Septempeda, laminica di Feronia 24 seviri (vd. anche ordo sevirum / seviralium) 45, 52 nt. 130, 100-101, 114 nt. 254, 115 nt. 263, 117 con nt. 268 statio ad Quintum (S. Massimo di Collegno) 55, 150-151 statua di laminica 46, 47-50; eretta post mortem 65, 67 statue a ornamento del teatro di Falerio 45 Stellatina tribus 130 nt. 323, 151 Suasa 26, 115, 116-117 Suessa 74 summa honoraria 43-44, 74 nt. 64; versamento di una somma maggiore di quanto dovuto 46, 85 supplicationes 53, 79 Tarracina 74 Tegianum 166 nt. 495 templum Matidiae a Roma 38 Tergeste 27, 29, 30, 66, 141-142, 173 Terventum 91 testamentum 122, 158; caput ex testamento 114, 115 hamugadi 59 nt. 159 Tibur 26, 101-102 Ticinum 27, 30, 33, 45, 55, 158, 159, 161 con nt. 469, 162-163, 172 Trebula Sufenas 52 nt. 130 Tridentum 138 Urbs Salvia, laminica della Salus Augusta 24 Venafrum, C. Paccius Priscus patronus 92 Venerii di Herculaneum 45, 72 Vercellae 27, 29, 30, 66, 163-174, 173 Verona 27, 33, 37, 42, 138, 143-145 Vibo 26, 31, 33, 39, 43, 93-96 Vicus Augustanus 79 vilici di Aquileienses nella regione dalmata 133 vitta 57 Volceii 26, 30, 43, 96-97

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