Il destino 8818220330, 9788818220339

Il De fato mostra quanto la questione del determinismo e la filosofia dell'azione umana siano legate al concetto di

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Il destino
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Table of contents :
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ALESSANDRO DI AFRODISIA

IL DESTINO Prefazione, introduzione, commento, bibliografia e indici di Carlo Natali Traduzione di Carlo Natali ed Elisa Tetamo

Rusconi

Prima edizione maggio 1996

T

uni i diritti riservati © 1996 Rusconi Libri s.r.l., viale Sarca 235, 20126 Milano

ISBN 88-18-22033-0

PREFAZIONE

Chi si incarica di presentare al pubblico la prima tradu­ zione italiana di uno scritto filosofico antico può trovarsi in gravi difficoltà, spinto da opposte esigenze: da una parte l'impegno di fornire al lettore un inquadramento standard dello scritto e del suo autore, basato sulle interpretazioni più accreditate, e, dall'altra, il desiderio di intervenire in modo personale nel dibattito, fornendo una propria pro­ spettiva, frutto inevitabile del lavoro svolto intorno al testo dell'autore. Dovendo esporre la polemica antideterministi­ ca di Alessandro di Mrodisia ad un lettore che immaginia­ mo essere non lo specialista, ma lo studente o lo studioso di filosofia, interessato alla questione del determinismo ed al confronto tra le antiche discussioni e le teorie filosofiche moderne, noi abbiamo deciso di attestarci su di una posi­ zione di compromesso. Non ci impegneremo quindi ad una trattazione comple­ ta di tutti i problemi di questo testo, ma solo ad indicare i temi teoreticamente più interessanti; e siccome la com­ prensione della polemica di Alessandro di Mrodisia pre­ suppone la conoscenza della teoria stoica del destino, dato che gli Stoici nel mondo antico furono i principali sosteni­ tori del determinismo, presenteremo un panorama genera­ le e molto sintetico di questa difficile e complessa dottrina stoica, senza proporci l'ambizioso obiettivo di darne una lettura critica originale. Per quanto riguarda la posizione di Alessandro, invece, ci distaccheremo in parte dalle cor­ renti prevalenti nella let�eratura contemporanea, spesso molto critiche verso il de fato, per sottolineare la coerenza di quest'opera e situarla sullo sfondo della dottrina di Aristotele. Ci pare infatti che l'autore si mantenga fedele

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PREFAZIONE

alle istanze più profonde della filosofia di Aristotele, pur innovando in vari punti particolari. Ciò non deriva da un preconcetto desiderio di concordia: è stato infatti giusta­ mente affermato che una interpretazione troppo creativa può sempre riuscire a trovare una qualche forma di coe­ renza in qualunque testo preso ad oggetto. Ci pare piutto­ sto che dallo sforzo di ritrovare il filo unitario che lega le varie affermazioni di Alessandro derivino risultati interes­ santi e non banali dal punto di vista della filosofia morale e della teoria dell'azione, e che quindi questa linea di lettura possa essere utilmente tentata. Da un punto di vista filosofico, e non puramente stori­ co, infatti, questo scritto presenta elementi interessanti sia di contenuto che di forma. Per quanto riguarda il contenu­ to, il de fato mostra quanto la questione del determinismo e la filosofia dell'azione umana siano legate al concetto di causa, e dipendano strettamente da esso. Alessandro, sulla scia del suo maestro Aristotele, che non ebbe una teoria del destino, ma polemizzò in varie sue opere contro le con­ cezioni deterministiche, ci presenta una interpretazione dell'azione umana di grande interesse, fondata com'è su di un concetto di causa diverso da quello moderno. La prospettiva di Alessandro potrebbe forse fornire, oggi, la base concettuale per una «terza via» teorica nella discussione sulla filosofia dell'azione tra le analisi basate sul concetto di spiegazione e quelle basate sul concetto «humiano» di causa. Grosso modo, tale espressione è usa­ ta oggi per indicare un rapporto tra due eventi, tale che uno preceda l'altro, regolarmente, sotto il governo di una legge generale, a condizione che i due eventi siano defini­ bili l'uno indipendentemente dall'altro. Tale concetto di causa talvolta viene identificato, da parte di alcuni autori di lingua inglese, come equivalente al concetto moderno di causa, in assoluto!. Questa posizione potrebbe essere sog­ getta ad obiezioni, e una parte della filosofia contemporal È emblematica la posizione di J. Barnes, Aristatle's pastenar ana/ytics, Oxford 1975 , p. 96, che aveva scritto: «"cause" as it is used in colloquiai

PREFAZIONE

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nea non accetta l'equivalenza di «causa humian4) e «cau­ sa» in generale2• D'altra parte Alessandro è anche lontano dalle analisi del concetto di causa ispirate al concetto di spiegazione, in una interpretazione dall'aria wittgensteinia­ na, per cui considerare un evento alla luce di certe cause è, alla fine, frutto di un nostro modo di vedere3• Dal punto di vista storico, inoltre, la discussione tra Stoici ed Aristotelici nel de fato è potenzialmente molto in­ teressante: in essa infatti si scontrano le due filosofie dell'a­ zione più importanti del mondo antico4, e ciò, a prima vi­ sta, potrebbe costituire un' ottima occasione per una deEnglish, is a fairly good translation of aitia (cf. the conjunction "because"). Philosophical usage, however, seems generally to base itself on a Humean analysis of causation; and an aitia is not a Humean cause. For this reason it is probably advisable to adopt a different translation; "explanation" seems bet­ ter than "reason"». Ma cfr. la nuova edizione di questo volume, Oxford 1994, p. 86, ove Barnes ha in parte rivisto la sua analisi. 2 Sui legami tra l'interpretazione humiana dci concetto di causa ed il po­ sitivismo ottocentesco di Comte e Stuart Mill, cfr. G.R. von Wright, Spiegazione e comprensione (197 1 ) trad. ital. Bologna 1977, cap. I: Due tradi­ zioni. Per una concezione realista della causalità come produttività ed una critica all'empirismo, cfr. M. Bunge, La causalità. Il posto del principio causa­ le nella scienza moderna (1959), trad. ital. Torino 1970, capitoli I-IV; una cri­ tica alla concezione empiristica della causalità, da punti di vista diversi, an­ che in W.A. Wallace, Causality and scienti/ic explanation, Ann Arbor 19721974, vol.lI, capp. 4 e 5; P. Ricoeur, Semantica dell'azione ( 1 977), trad. ital. Milano 1986, capitoli 11/4 e V; Id., Dal testo all'azione ( 1 986), trad. ital. Milano 1989, p. 163 . Un tentativo di interpretazione dci concetto aristotelico di causa alla luce della teoria di M. Bunge, e non di quella di Hume, è in M. Espinosa, Les quatre causes. De Bunge à Aristote, >. TI destino per l'uomo è l'influsso di questa seconda parte della sua natura. Ciò viene indagato dapprima per quanto riguarda il corpo ( 170, 12-16) e poi per quanto riguarda l'anima ( 170, 16- 17 1 , 17). 170, 17 : intendo para nel senso dato da Thillet (>: sull'uso del termine proegoumenos in Alessandro vi è un'ampia discus­ sione. Spesso Alessandro usa proegoumenos in senso aristoteli­ co, come causa primaria, altre volte in senso più generico. Ad esempio, in questo capitolo l'espressione proegoumene aitia è usata in modo diverso alle linee 173 , 14, e 173 , 17. Nel primo passo, esponendo la propria posizione « de cose che accadono fortuitamente e per caso sono tali che non accadono secondo una causa primaria [il caso e la fortuna infatti si collegano a cose che accadono di rado a quelle che avvengono prima di loro]», 173 , 13 - 16), Alessandro usa proegoumene aitia per in­ dicare il complesso composto da "una causa efficiente che agi­ sce in vista di una causa finale propria" , cioè per la causa "per sé" di un evento. Poche righe più avanti però, riportando le opinioni degli avversari (>.

203 , 12- 16 «Come poi concorderanno fra loro sia il dire che il destino è dio, e si serve di ciò che è e che diviene nel co­ smo, per la salvezza del cosmo stesso . . . sia il dire . . . che, per le azioni più scellerate, impiega come complice anche Apollo Pizio»: l'attacco alla teodicea stoica è piuttosto retorico, e si basa sulla sproporzione tra l'ordinamento maestoso della na­ tura e le misere e scellerate storie riprese dalle tragedie. Non è probabile che Crisippo o i suoi seguaci abbiano mai sostenuto che l'omicidio di Laio era direttamente necessario per la sal­ vezza del cosmo o della civiltà umana. 203 , 12- 15 = SVF II 928.

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CAPITOLO XXXII TI capitolo è breve e, ritornando al punto in cui la discus­ sione era stata interrotta, al cap. XXIX, riassume cose già det­ te. L'ordinamento della discussione è particolarmente male or­ ganizzato in questa sezione. Chi è saggio non può che agire da saggio, ma è responsabile delle sue azioni perché aveva anche la possibilità di non diventare saggio. Gli dei, al contrario, non possono non essere saggi, perché la saggezza è insita nella loro natura, e quindi l'essere saggi non dipende da loro. Per questo gli dei sono onorati, ma non lodati. Inoltre, riguardo alle azioni particolari, il saggio e il dio hanno sempre la possi­ bilità di non compierle. 204 , 12- 15 = SVF II 985 . 204 , 13 >; von Arnim invece lo mantiene, ed attribuisce quindi l'argomento agli avversari degli Stoici: «quanti non ritengono che nel salvare l'attività, propria degli animali, secondo l'im­ pulso già si salva anche ciò che dipende da noi, sbagliano per­ ché ritengono che non tutto ciò che avviene per impulso di­ pende da coloro che esercitano l'impulso». In questo modo il discorso diviene meno circolare. Cfr. Sharples, On fate, pp. 268-269. 205 , 8-9 «tutto ciò che accade per impulso dipende da co­

loro che agiscono in tal modo dato che non lo si trova in nes­ suna delle cose che agiscono altrimenti»: riappare in questo brano, in modo molto chiaro, l'idea che, secondo un certo ti­ po di determinismo, basta che vi sia una fonte di causalità in­ terna all'agente per dire che un'azione dipende da lui, anche

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se l'agente non può che agire in un certo modo. Tale causalità interna non è un contributo causale qualunque all a determi­ nazione dell' azione, ma è un impulso, ed è tipico solo di quel certo tipo di enti. Alessandro invece limita il campo di " ciò che dipende da noi" a ciò che dipende dalla deliberazione ra­ zionale. Sharples, On fate, p. 168, nota che qui Alessandro, alla linea I l , attribuisce agli Stoici la sua propria concezione di "ciò che dipende da noi" come "ciò che possiamo anche non fare" . 205 , 16 «impulso razionale» (logiken hormen) , corrispon­ de all'assenso razionale del capitolo XIV, 184, 1 1- 12, e indi­ ca sempre ciò che è frutto di deliberazione e ragionamento pratico. CAPITOLO XXXIV I deterministi ammettono una cosa vera, cioè che la natura di una cosa equivale al suo destino ed alla sua costituzione na­ turale, e ne derivano la conseguenza che ciò che agisce in mo­ do retto, o in modo errato, lo fa per natura. Quindi, soggiun­ gono, rimane fondata la distinzione tra azioni giuste ed azioni errate, ed anche la prati-::a sociale della lode e del biasimo. Al contrario Alessandro ripete che non è vero che vi siano azioni giuste e errate, se uno in determinate circostanze è necessitato ad agire in un certo modo, ma solo se egli può scegliere tra agire bene ed agire male. L'agire bene non avviene per caso, ma per disposizione. Chi non può mutare né le circostanze, né la propria natura, e deve necessariamente agire in un dato mo­ do, non agisce rettamente, né compie errori morali. Ciò si ap­ plica, in modi diversi, sia agli animali che agli dei. Sul capitolo vi è un articolo di J. Mansfeld, An echo of middle platonist theology in Alexander ((de fato" ch. 34, «Vigiliae Christianae» 43 ( 1 989), pp. 86-91 . 205, 24-206, 2 = S VF I I 1002. 205 , 25 «ciascuna delle cose che hanno una costituzione naturale»: l'espressione è identica a quella del cap. VI, 170, 14, e per questo Alessandro dice che i deterministi in questo punto rispettano la verità dei fatti, perché identificano desti­ no e costituzione naturale. Non si sa se egli qui attribuisca

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agli Stoici una posizione non loro, o se, nel cap. VI, abbia ri­ preso una tesi già formulata da qualche determinista, per cui destino = costituzione naturale, interpretandola però alla lu­ ce della dottrina aristotelica, per cui la natura opera solo per lo più. 206, 6-7 «per il fatto che essi non fanno di necessità nessu­ na di queste due cose»: qui è la differenza tra la posizione di Alessandro, e quella dei detenninisti. 206, 9- 12 «impossibile, essendo date certe circostanze, che noi non agiamo, e . . . queste circostanze, per cui agiamo, saran­ no sempre di necessità presenti attorno a noi»: qui è detto molto chiaramente che l'azione è necessitata dalla somma del­ le circostanze e della costituzione naturale dell' agente. La stes­ sa idea è ripetuta più avanti, alle linee 22-24. 206, 12- 15 «non si dice che agisce rettamente colui che compie una qualche azione da uomo dabbene in un modo qualsiasi . . . ma se uno, pur avendo la facoltà di fare qualcosa che sia in qualche modo peggiore, sceglie e fa il meglio»: che l'azione sia virtuosa solo se dipende dalla scelta è già detto da Aristotele in E.N. 1 l05a 32. 206, 30-3 1 >, perché tutte le altre cause sarebbero eliminate dal destino.

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2 1 1 , 13- 17 = SVF TII 247. 2 1 1 , 17- 18 = SVF TII 283 . CAPITOLO XXXVIIT Il capitolo ripete quanto detto ai capitoli XTII-XIV, sul fatto che non basta un contributo causale dell' agente all'azio­ ne, per renderlo responsabile di quello che fa, se non cam­ biando il significato corrente di "ciò che dipende da noi». Le argomentazioni degli Stoici sono eleganti, ma in disaccordo con i fatti. 2 1 1 , 28-2 12, 1 = SVF TI 1006. 2 12, 1-4 = SVF TI 1005 parte. 2 12 , 3 «eleganza» : Alessandro dice che l'eleganza arriva fi­ no alla scelta dei termini; secondo Galeno (de di/!. pulsatio­ num 10, 8 = SVF TI 24) , invece, Crisippo, originario di Soli in Cilicia, non riuscì mai a imparare bene la lingua greca, né ad usare i termini della lingua attica con proprietà. Non si sa se altri Stoici siano stati più eleganti; forse qui Alessandro si rife­ risce all ' eleganza di dimostrazioni come quelle riportate ai capp. XXXV e XXXVII ; però il termine kompseia si riferisce di solito all' eleganza del linguaggio.

CAPITOLO XXXIX Conclusione e perorazione finale agli imperatori, in cui ri­ torna il tono retorico del capitolo I. Si torna a parlare della dottrina «di Aristotele» sul destino per dire che essa favorisce la pietà verso gli dei e la riconoscenza verso gli imperatori. Alessandro poi cerca di far riflettere gli imperatori sull ' assur­ dità della dottrina stoica, applicandola a sé stessi. Infine so­ stiene che la filosofia aristotelica è la sola base di un compor­ tamento ragionevole nella vita. 2 12, 15-18 «Infatti si è padroni solo di quelle cose di cui si abbia in sé la facoltà anche di non farle . . . anche le altre co­ se . . . sembreremo farle in modo ragionevole solo se ne stabili­ remo le cause in base alla dottrina di Aristotele su di esse»: non è chiaro se