Generazioni. Età della vita, età delle cose [3 ed.]
 8858111028, 9788858111024

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remo bodei

generazioni età della vita , età delle cose

editori laterza

i Robinson / Letture

Di Remo Bodei nelle nostre edizioni:

Le logiche del delirio La vita delle cose

Remo Bodei

Generazioni Età della vita, età delle cose

Editori Laterza

© 2014, Gius. Laterza & Figli www.laterza.it Prima edizione aprile 2014

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Anno 2014 2015 2016 2017 2018 2019

Proprietà letteraria riservata Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari Questo libro è stampato su carta amica delle foreste Stampato da SEDIT - Bari (Italy) per conto della Gius. Laterza & Figli Spa ISBN 978-88-581-1102-4

Indice

I. Le tre età della vita

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II. Generazioni

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III. Ereditare e restituire

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Generazioni Età della vita, età delle cose

I

Le tre età della vita

1. Tra gioventù e vecchiaia esiste una simmetria inversa: i giovani hanno poco passato alle spalle e tanto futuro davanti; i vecchi, al contrario, hanno tanto passato alle spalle e poco futuro davanti. Ai giovani si schiudono le speranze, ai vecchi non restano che i ricordi. Nei primi l’avvenire si apre al possibile e, nell’immaginazione, si popola di aspettative e di desideri; nei secondi il passato sovrasta le altre dimensioni del tempo, mentre il presente scivola, necessariamente e con moto accelerato, verso un futuro prossimo in cui il mondo proseguirà senza di loro. Fra le diverse e tradizionali divisioni della vita umana – oltre a quella quadripartita secondo le stagioni dell’anno e ad altre scandite, come nelle stampe popolari, in sei e perfino in otto fasi – prevale quella articolata in giovinezza, maturità e vecchiaia. Il motivo della sua netta preponderanza (estesa metaforicamente anche al ciclo vitale delle nazioni e delle civiltà) deriva dalla ripetuta esperienza quotidiana del ­­­­­5

corso del sole: ascesa, zenit, declino. Al suo interno, la preferenza viene di norma assegnata alla maturità, simbolo di pienezza, di glorioso mezzogiorno, di culmine della parabola dell’esistenza e di raggiunto, felice equilibrio tra memoria del passato e proiezione nell’avvenire. Secondo le parole di Shakespeare, essa «è tutto»1, anche se, a dare ascolto a Oscar Wilde, «essere immaturi significa essere perfetti»2, non rinunciare mai a ulteriori cambiamenti. La giovinezza è, per lo più, acerba, inesperta, impetuosa, colma di desideri. La vecchiaia, invece, è spesso malinconica, risentita, irritabile, timorosa e debole (etimologicamente il vecchio è «imbecille», in quanto ha bisogno di appoggiarsi a un bastone, in baculo). Quella trascorre rapidamente, avanza a lunghe falcate, mossa da potenti istinti e passioni; questa  –  estenuate o ridotte le energie propulsive  –  si muove, anche fisicamente, «al rallentatore», a passo strascicato verso il passato, l’unica dimensione del

1  A Lear tentato dalla morte Gloucester dice: «gli uomini devono sopportare / l’uscita da qui come la loro entrata. / L’esser maturi è tutto [ripeness is all]» (W. Shakespeare, King Lear, V, II, vv. 9-11). 2  Si veda O. Wilde, Phrases and Philosophies for the Use of the Young, originariamente pubblicato in «The Chameleon», vol. 1, n. 1 (1894), apparso poi in edizione pirata nel 1906 e, infine, nel 1909 a Boston presso l’editore C.T. Brainard con il titolo Epigrams. Phrases and Philosophies for the Use of the Young.

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tempo che le appartiene completamente e che ancora considera sua, mentre il futuro, più ancora che in altre età, incombe in maniera sfumata o minacciosa. Nel tentativo di attribuire retroattivamente un significato alla propria esistenza, il vecchio allora si rende talvolta conto di trovarsi davanti a un’impresa impossibile: «Dopo aver cercato di dare un senso alla vita, ti accorgi che non ha senso porti il problema del senso, e che la vita deve essere accettata e vissuta nella sua immediatezza come fa la stragrande maggioranza degli uomini. Ma ci voleva tanto per giungere a questa conclusione!»3. Mentre i giovani mirano generalmente alla conquista di beni materiali e immateriali, i vecchi vivono sotto il segno dell’agostiniano metus amittendi, della paura di perdere tutto, di avanzare nel crepuscolo verso l’ignoto o, forse, verso il nulla. Nell’accorgersi con afflizione che le energie del corpo e dell’animo deperiscono, essi sperimentano un’inarrestabile emorragia di vita. Spesso si affidano perciò a Dio, ripetendo inconsapevolmente le parole del Salmista:

  N. Bobbio, Autobiografia intellettuale, in Id., De senectute e altri scritti autobiografici, a cura di P. Polito, prefazione di G. Zagrebelsky, Einaudi, Torino 2006, p. 132. Si veda anche J. Améry, Über das Altern. Revolte und Resignation, Klett, Stuttgart 1968, trad. it. Rivolta e rassegnazione. Sulla vecchiaia, Bollati Boringhieri, Torino 1988. 3

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«Non mi rigettare nel tempo della vecchiaia, / non mi abbandonare nell’affievolirsi delle mie forze» (Salmo 71, vv. 9-10). Sentono la vita sfuggire, con moto tanto più accelerato, quanto più discendono nella shakespeariana «valle degli anni». La loro paura è allora più inquietante di quella dei più giovani, giacché  –  come ammoniva agli inizi dell’Ottocento Madame de Lambert nel suo Traité de la Vieillesse – essi sono più consapevoli che «nous ne vivons que pour perdre»4. Questa distinzione in tre fasce d’età, elaborata teoricamente da Aristotele nella Retorica, mi servirà da pietra di paragone per confrontare preliminarmente i mutamenti avvenuti nella nostra attuale scansione delle età della vita. Vediamola però più da vicino. Per Aristotele i giovani «vivono la maggior parte del tempo nella speranza; infatti la speranza è relativa all’avvenire, così come il ricordo è relativo al passato». I vecchi, al contrario, non godono, generalmente, di questa passione nello stesso modo: «Essi amano la vita e tanto più in quanto sono al 4  Cfr. M.me la Marquise de Lambert [A.-Th. De Marguenat de Courcelles Lambert], Traité de la Vieillesse suivie de ses Lettres à plusieurs personnages célèbres, in Oeuvres complètes, L. Collin, Paris 1808, p. 145; e si veda anche G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, a cura di A.M. Moroni, 2 voll., Mondadori, Milano 1983, vol. I, p. 347 [636], 10 febbraio 1821.

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tramonto, poiché il loro desiderio riguarda un bene che ormai non c’è più, e si desidera soprattutto ciò di cui si è privi». La pienezza, il solare e sereno mezzogiorno della vita dell’individuo, sta dunque nel mezzo, nella maturità, mentre la giovinezza pecca per eccesso e la vecchiaia per difetto: «tutte le qualità utili che la giovinezza e la vecchiaia posseggono separatamente, gli uomini maturi le hanno entrambe; e, per quanto riguarda gli eccessi e i difetti, essi li hanno nella misura adatta e conveniente»5. Come ha acutamente osservato Machiavelli nei Discorsi, il giudizio sul passato si modifica assieme a noi, varia con il variare dei nostri appetiti e con il dipanarsi della nostra esperienza. Lo dimostra l’esempio dei vecchi e di tutti i «partigiani» delle cose passate, abituati a «laudare» il tempo che fu e a «biasimare» il presente. Il loro atteggiamento, aggiunge Machiavelli, sarebbe giustificabile solo se i vecchi conservassero

5  Aristotele, Rhetorica, II, 12-14, 1388 b-1390 b, trad. it. di M. Donati, Retorica, Mondadori, Milano 1966. Sulle età della vita si vedano, in particolare, E.H. Erikson, The Life Cycle Completed. A Review, Norton, New York 1982, trad. it. I cicli della vita. Continuità e mutamenti, Armando, Roma 1984 (per inciso, di cicli vitali Erikson ne conta otto), e R. Guardini, Die Lebensalter. Ihre ethische und pädagogische Bedeutung, Im Werkbund-Verlag, Würzburg 1963, trad. it. Le età della vita, a cura di V. Melchiorre, Vita e Pensiero, Milano 2003.

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le medesime passioni e i medesimi interessi della loro giovinezza: «La quale cosa sarebbe vera se gli uomini per tutti i tempi della lor vita fossero di quel medesimo giudizio ed avessono quegli medesimi appetiti: ma variando quegli, ancora che i tempi non variino, non possono parere agli uomini quelli medesimi, avendo altri appetiti, altri diletti, altre considerazioni nella vecchiezza che nella gioventù. Perché mancando gli uomini, quando invecchiano, di forze e crescendo di giudizio e di prudenza, è necessario che quelle cose che in gioventù parevano loro sopportabili e buone, rieschino poi invecchiando insopportabili e cattive; e dove quegli ne dovrebbero accusare il giudizio loro, ne accusano i tempi»6. In epoche normali e pacifiche, l’«uomo respettivo», ossia prudente e maturo di giudizio e di età, può riuscire felicemente a governare le sue differenti situazioni. Ma, in periodi travagliati o di veloce mutamento, ha invece più successo l’«impetuoso», il giovane, che è per natura aperto al nuovo, provvisto di maggiore ardimento e di minore rispetto per il passato e per l’esistente. Da qui, la sin troppo cele6  N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, in Id., Opere complete, con introduzione di G. Procacci, vol. II, Il Principe e i Discorsi, a cura di S. Bertelli, Feltrinelli, Milano 1960, Proemio, pp. 273-274.

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bre conclusione di Machiavelli: «Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo, perché la fortuna è donna; et è necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno respettivi, più feroci, e con più audacia la comandano»7. Sebbene nelle culture tradizionali la vecchiaia sia stata generalmente esaltata (diceva Democrito che «la forza e la bellezza sono i beni della giovinezza, la saggezza il fiore della vecchiaia»)8, la gioventù, per contro, è sempre stata elogiata per la sua bellezza ed energia, e non certo per la sua assennatezza, ed è stata rimpianta non appena ognuno si accorgeva che il colorito roseo e fresco del volto e delle membra (il lumen iuventae purpureum e il verecundus color) cominciava a ingiallirsi e a incartapecorirsi9. Per questo, con l’avanzare dell’età, si è spesso colti da stupore e da un assurdo senso di incredulità nel constatare il mutamento avvenuto nelle proprie fattezze: «allo specchio dirai, e ti parrà d’esser altri – ‘Quale 7  N. Machiavelli, Il principe, in Opere complete cit., vol. II, Il Principe e i Discorsi cit., xxv, p. 101. 8  Democrito, frammento 68 B 294 D-K. 9  Cfr. Virgilio, Eneide, I, vv. 590-591 e Orazio, Epodi, 17, v. 21.

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anima ho oggi, perché così non fui ragazzo, e perché a questo cuore non torna il volto intatto?’»10. Di fronte ai tradizionali elogi della vecchiaia (da Cicerone a Mantegazza) come età della raggiunta saggezza, sempre Machiavelli è il primo a comprendere che in epoche caratterizzate dalla «variazione grande delle cose che si son viste e veggonsi ogni dí, fuora di ogni umana coniettura»11, i vecchi sanno generalmente comprendere meno il proprio tempo (ed agire di conseguenza) rispetto ai giovani. A causa della loro minore plasticità nell’adattarsi al nuovo, restano, infatti, tanto più indietro quanto più velocemente si sviluppano la società e la cultura. Come già osservava Durkheim, il rispetto per i vecchi «va indebolendosi con la civiltà; se un tempo era esteso, oggi si riduce ad alcune pratiche di gentilezza ispirate a una sorta di pietà. Si compiangono i vecchi più di quanto si temano. Le età si sono livellate. Tutti gli uomini che sono arrivati alla maturità si trattano da eguali. In seguito a questo livellamento i costumi degli antenati perdono il loro ascendente, poiché essi non hanno più rappresentanti autorizzati presso gli adulti»12.   Orazio, Carmina, IV, 10, vv. 7-9.   N. Machiavelli, Il Principe cit., xxv, p. 98. 12  É. Durkheim, De la division du travail social (1893), Presses Uni10 11

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2. È ben noto che, se non si esercita o se si è tardi per natura, nei vecchi la memoria diminuisce13; ma è anche facile constatare che essi ricordano più gli eventi che appartengono a un passato remoto che non quelli recentemente accaduti. Quest’ultimo fenomeno era stato focalizzato e analizzato, nel 1881, dal medico-filosofo Théodule Ribot nel suo libro sulle malattie della memoria, dove sosteneva, in termini evolutivi, che gli strati più recenti della coscienza e del cervello (la corteccia cerebrale) sono i più labili, mentre quelli elementari e arcaici sono più resistenti e durevoli e meno soggetti alla dissoluzione. Ciò che è complesso scompare più facilmente dinanzi a ciò che è più semplice o meno ancorato all’esperienza della ripetizione. Di conseguenza, i ricordi più antichi si conservano meglio di quelli di più fresca data, in conformità all’ancor oggi nota «legge di Ribot», spesso citata in relazione a una forma caratteristica di amnesia senile: «Abbiamo dimostrato che la diversitaires de France, Paris 2007, trad. it. La divisione del lavoro sociale, Edizioni di Comunità, Milano 1962, p. 297. Sul trattamento, spesso disumano, dei vecchi nelle nostre società si veda S. de Beauvoir, La vieillesse. Essai, Gallimard, Paris 1970, trad. it. La terza età, Einaudi, Torino 2002. 13  «Memoria in senectute minuitur. Credo nisi eam exerceas aut etiam si sis natura tardior»: Cicerone, Cato maior de senectute, VII, 21, trad. it. in Della vecchiezza / Cato maior de senectute [testo latino a fronte], Zanichelli, Bologna 1962.

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struzione della memoria segue una legge [...] È una regressione dal più nuovo al più antico, dal complesso al semplice, dal volontario all’automatico, dal meno organizzato al meglio organizzato. L’esattezza di questa legge di regressione è verificata dai casi assai rari in cui la dissoluzione progressiva della memoria è seguita da una guarigione: i ricordi ritornano in ordine inverso alla loro perdita»14. In termini di esperienza vissuta, Norberto Bobbio ha così riformulato la teoria di Ribot: «Il vecchio vive di ricordi e per i ricordi, ma la sua memoria si affievolisce di giorno in giorno. Il tempo della memoria procede all’inverso di quello reale: tanto più vivi i ricordi che affiorano nella reminiscenza quanto più lontani nel tempo gli eventi. Ma sai anche che ciò che è rimasto, o sei riuscito a scavare in quel pozzo senza fondo, non è che una infinitesima parte della storia della tua vita»15. Quando le reminiscenze prevalgono e il passato domina il presente, quando le persone che si sono conosciute sono per lo più morte, una immensa vivendi

  Th. Ribot, Les maladies de la mémoire, G. Baillière, Paris 1881, pp. 164-165. Per gli ulteriori sviluppi di questo tema si veda F. Dal Sasso, A. Pigatto, L’anziano e la sua memoria, Bollati Boringhieri, Torino 2001. 15  Bobbio, De senectute cit., p. 49. 14

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cupido16 caratterizza allora soprattutto i vecchi, i quali, malgrado sentano la vita sfuggire inesorabilmente dal loro corpo e la lucidità abbandonare talvolta la loro mente, non si considerano attempati al punto di non credere di poter vivere ancora un anno17. 3. Tale suddivisione della vita in tre stadi è rimasta sostanzialmente immutata per millenni. Le prime crepe in questa partizione si cominciano a mostrare solo alla fine del Seicento, allorché, giunto a conclusione il ciclo delle grandi epidemie di peste e di lebbra, la popolazione europea ha iniziato ad aumentare e i bambini a non morire in tenera età con la stessa frequenza di prima. È durante questa fase storica che, per il fatto di vivere più a lungo, diventano maggiormente ‘riconoscibili’, ed è in questo periodo che l’infanzia inizia a staccarsi nettamente dal conglomerato della giovinezza18. Inoltre, mentre

  Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, VII, 1, 5.   Cfr. M. Amerise, Girolamo e la senectus. Età della vita e morte nell’epistolario, Istituto patristico Augustinianum, Roma 2008. Per una storia della vecchiaia nell’antichità e fino al XVI secolo si vedano: Senectus. La vecchiaia nel mondo classico, vol. II, a cura di U. Mattioli, Roma, Pàtron, Bologna 1995; G. Minois, Histoire de la vieillesse en Occident. De l’Antiquité à la Renaissance, Fayard, Paris 1987, trad. it. Storia della vecchiaia dall’Antichità al Rinascimento, Laterza, RomaBari 1988. 18  Cfr. Ph. Ariès, L’enfant et la vie familiale sous l’ancien régime, 16 17

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nell’età che precede e in quella che segue la prima industrializzazione i bambini di sei-dieci anni si integravano nel nucleo familiare grazie, soprattutto, al lavoro precoce cui erano costretti, il loro rapporto con gli adulti tende a diventare prevalentemente sentimentale solo a partire dalle classi medie urbane del XIX secolo, in cui l’età lavorativa giungeva per loro molto più tardi19. In precedenza la svalutazione dell’infanzia era normale. Agli antichi  –  Cicerone o Agostino  –  la sola idea, che attirerebbe molti di noi, di poter ritornare bambini appariva semplicemente penosa. Catone, nel ciceroniano De senectute, sostiene infatti: «E se un dio mi concedesse di tornare fanciullo da questa mia età e di vagire in culla, proprio rifiuterei: e non vorrei certo, compiuto quasi tutto il percorso, essere richiamato dalla meta alle sbarre di partenza»20. Ancora nel Seicento il cardinale Pierre de Bérulle, amico e confessore di Cartesio, arrivava ad affermare che la vera passione di Gesù non è consistita tanto nella crocifissione, ma nell’essere

Seuil, Paris 1960, trad. it. Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, Laterza, Bari 1968. 19  Cfr. V. Zelizer, Pricing the Priceless Children. The Changing Social Value of Children, Princeton University Press, Princeton 1985. 20  Cicerone, Cato maior de senectute cit., XXIII, 83.

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stato costretto a passare attraverso l’infanzia durante la sua esistenza terrena. A partire dalla seconda metà del Settecento, e in particolare nell’età romantica, la situazione si è capovolta nell’esaltazione e idealizzazione dell’infanzia. È solo con i Tre saggi sulla teoria sessuale di Freud (1905), e con la psicoanalisi in genere, che avviene una saldatura con la tradizione antica, medioevale e proto-moderna nell’affermare che i conflitti, le lacerazioni e le sofferenze interiori dei bambini indicano come questa fase della vita non rappresenti affatto il paradiso perduto e la presunta e tanto decantata età dell’innocenza. Probabilmente senza saperlo, Freud finisce così per avvalorare la convinzione agostiniana della spontanea malvagità del bambino: «Io ho visto e considerato a lungo un piccino in preda alla gelosia: non parlava ancora e già guardava livido, torvo, il suo compagno di latte [...] Non si può ritenere innocente chi innanzi al fluire ubertoso e abbondante del latte materno non tollera di condividerlo con altri, che pure ha tanto bisogno di soccorso e che solo con quell’alimento si mantiene in vita»21. Oggi le cose sono di nuovo mutate e l’infanzia si

21  Agostino, Confessioni, I, 7,11, trad. di C. Carena, Einaudi, Torino 1984, p. 14.

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è, in molti paesi, ulteriormente allungata nel tempo, perché «alla nuova generazione è stato chiesto di non crescere troppo; ogni bambino doveva rimanere il bambino, una sorta di bambolotto infrangibile»22, un piccolo essere sempre più spesso da adorare e da soddisfare in ogni capriccio. L’adolescenza («età incerta») e la giovinezza si sono, a loro volta, anch’esse protratte, invadendo progressivamente il periodo prima riservato all’età adulta. Nell’adolescenza, in particolare, la personalità è per sua natura acerba, magmatica, smarrita, difficilmente gestibile non solo per chi l’attraversa alla confusa ricerca di se stesso, ma anche per i genitori e per gli educatori. Il disagio si accentua in epoche storiche in cui si affievolisce il rispetto dovuto alle gerarchie tradizionali, si allenta la disciplina prima vigente e non sono più praticati solenni riti di passaggio all’età adulta. Per Erikson, in particolare, l’adolescenza rappresenta il momento cruciale nella vita degli individui, quello in cui l’identità si costruisce attraverso molteplici turbamenti, conflitti e crisi. Se il raggio e lo spessore della personalità si allargano elaborando e includendo quegli elementi

22  F. Stoppa, La restituzione. Perché si è rotto il patto fra le generazioni, Feltrinelli, Milano 2011, p. 241.

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che prima le resistevano, le sfuggivano o le erano indifferenti, allora perfino il dolore delle scelte da compiere contribuisce a irrobustire il carattere23 grazie a un processo analogo a quello delle ostriche, che trasformano in perla, isolandolo e avvolgendolo, il fattore di disturbo o di sofferenza che si è inserito nel loro corpo. 4. Sebbene in alcune parti del mondo sia ancora alta la mortalità infantile e breve la durata della vita, anche la vecchiaia, specie in Occidente, si è cronologicamente allungata verso una «età bis» potenzialmente produttiva (quella che gli inglesi, riferendosi agli anziani più robusti, definivano la green old age). La maturità, quindi, non è più «tutto» e la vecchiaia non è più sinonimo di declino e di decrepitezza. Non raffigura più soltanto la saggezza o la fredda anticamera della morte, ma lo stadio ormai raggiunto da numerosi uomini e donne in relativa buona salute, che (pur accorgendosi di avere un corpo, in 23  Cfr. E.H. Erikson, Identity. Youth and Crisis, Norton, New York 1968, trad. it. Gioventù e crisi d’identità, Armando, Roma 1980, p. 93. Si vedano anche D.J. Levinson, The Seasons of a Man’s Life, Alfred Knopf, New York 1978, e J.C. Coleman, The Nature of Adolescence, Methuen & Co., London 1980, trad. it. La natura dell’adolescenza, il Mulino, Bologna 1983. Per un’immagine degli adolescenti nelle società dell’Occidente attuale si veda G. Pietropolli Charmet, Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi, Laterza, Roma-Bari 2008.

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giovinezza spesso silente e ignorato perché esente da malattie o menomazioni, mentre ora è pur sempre segnato da qualche inevitabile acciacco) vogliono concedersi quegli agi, quei piaceri, quel tempo libero, quei viaggi ai quali hanno dovuto in precedenza rinunciare. Il ruolo e il senso della maturità anche come punto di snodo nel ricambio delle generazioni e nell’educazione della prole si sono attualmente ristretti e ognuno vorrebbe forse dire di sì all’auspicio di Bob Dylan «Forever young, forever young / May you stay forever young»24. Nell’immaginario collettivo di culture come la nostra, in cui molti sono spinti a inseguire l’efficienza, la prestanza fisica, la gradevolezza dell’aspetto esteriore e la soddisfazione non rinviabile dei desideri, la vecchiaia viene spesso mascherata, negata fin quasi a comportarsi come se non esistesse. È ormai diventata la sottile linea di demarcazione tra una prolungata maturità e il momento in cui si è consapevoli di precipitare verso la fine. Guai a chi si arrende al trascorrere del tempo, a chi alza bandiera bianca

  B. Dylan, Forever young, ultima strofa: «May your hands always be busy / May your feet always be swift / May you have a strong foundation / When the winds of changes shift / May your heart always be joyful / And may your song always be sung / May you stay forever young / Forever young, forever young / May you stay forever young». 24

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dinanzi al suo inesorabile avanzare, a chi trascura la fitness e l’apparenza! Guai a chi non cancella e nasconde i segni dell’età attraverso creme, lozioni, tinture, trapianti di capelli, diete ferree, massaggi, palestre, personal trainer e chirurgia plastica! Non sempre, è vero, i risultati sono soddisfacenti o entusiasmanti, anzi, come per altri versi ben sapeva Pirandello quando tali rimedi non erano ancora diffusi, spesso si rivelano addirittura patetici. Nell’esprimere pietà per le manifestazioni apparentemente più ridicole dello sforzo di voler continuare ad apparire giovani, egli mostra, infatti, come «quella vecchia signora» dai capelli ritinti, «tutti unti non si sa di quale orrida manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili», non provi forse alcun piacere a presentarsi «come un pappagallo [...] forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei»25. Da quando tuttavia, come accade ora che la cosmesi e la chirurgia plastica hanno compiuto notevoli progressi, ci si ‘fa belli’ per se stessi e non solo per gli

25  Cfr. L. Pirandello, L’umorismo (1908), in Id., Opere, Mondadori, Milano 1957 sgg., vol. VI, Saggi, poesie e scritti vari (1960), p. 127.

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altri, la paura di apparire come dei «papagalli» si è attenuata fin quasi a scomparire. Sbiadisce così anche la visione relativamente più positiva della vecchiaia, rispetto a quella di Aristotele, che ne avevano i romani, per i quali essa non solo costituiva «il culmine vero e proprio della vita umana», a causa della saggezza e dell’esperienza accumulate26, ma aveva anche, nei suoi rappresentanti, nella gravitas del loro comportamento, il largo e maestoso estuario del fiume della tradizione, che sempre s’ingrossa grazie agli affluenti di ogni nuova generazione. 5. L’allungamento dell’età media presenta anche un risvolto pesantemente negativo, che diventa sempre più evidente: quello della crescita, tra le malattie invalidanti o comunque gravi, delle cosiddette demenze senili, in particolare dell’Alzheimer, che copre il 50% dei casi. Il resto si suddivide tra la malattia di Pick (che lascia più a lungo intatta la capacità di leggere e di scrivere e che è contraddistinta dall’agitazione psicomotoria) e le demenze di origine vascolare, tumorale, infettiva o traumatica. Si calcola che il 30% dei vecchi di 85 anni siano affetti dal morbo di   H. Arendt, Between Past and Future, Harcourt Brace Jovanovich, New York 1968, trad. it. Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 1999, p. 169. 26

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Alzheimer (in Italia ne sono attualmente colpite circa mezzo milione di persone e, a livello mondiale, si prevede che nel 2050 ne soffrirà un individuo su 85). Oltre che per la perdita del senso dell’orientamento, per la riduzione della mobilità e per i frequenti sbalzi dell’umore, questa malattia si caratterizza per il progressivo declino delle facoltà superiori che in precedenza si erano nel tempo sviluppate: la memoria, l’intelligenza e la volontà (in sostanza tutto cospira per provocare il progressivo spegnersi della coscienza vigile). Ne sono affette, in particolare, la memoria pregressa (che riguarda episodi relativi sia al passato lontano che a quello recente), la memoria semantica (che consiste nel non trovare più le parole adatte, nel confondere e ingarbugliare le frasi fino a culminare nell’afasia) e la memoria procedurale (che si manifesta nel non saper eseguire operazioni, anche semplici, che prima si compivano in maniera automatica). Curiosamente, se è vera la teoria dei tre cervelli elaborata da Paul MacLean – quello rettiliano, il più antico, responsabile degli impulsi e degli appetiti, quello limbico e quello neo-corticale27 – sembra che il primo conservi meglio intatte le   V.A. Kral, P.D. MacLean, A Triune Concept of the Brain and Behaviour, Toronto University Press, Toronto 1973, trad. it. Evoluzione del cervello e comportamento umano. Studi sul cervello trino, Einaudi, 27

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sue funzioni, come sarebbe dimostrato dalla particolare attenzione che i pazienti mostrano per i film pornografici. In sostanza, nello stadio più grave, chi è colpito dall’Alzheimer non sa più chi è, non connette, è disorientato. La sua identità personale (termine coniato dal filosofo John Locke nella seconda edizione del Saggio sull’intelletto umano del 1694) è, infatti, possibile solo se non viene reciso il filo della memoria delle cose passate e non si spegne il concern, la preoccupazione per le cose future28. Purtroppo, sebbene la comprensione del fenomeno dell’Alzheimer proceda a tappe forzate mediante ricerche sempre più accurate, i mezzi per alleviarlo o rallentarlo continuano a mantenere una velocità assai più lenta: tranne qualche promettente progetto, da quasi quarant’anni si usano principalmente i soliti, pochi farmaci. E non si tratta, come nel caso delle malattie rare, di mancanza di investimenti da parte delle grandi case farmaceutiche, le quali – come mostra per gli Torino 1984. Una versione più recente ed approfondita si trova in P.D. MacLean, The Triune Brain in Evolution. Role in Paleocerebral Functions, Plenum Press, New York 1990. 28  Per un chiarimento di questo tema lockiano, cfr. R. Bodei, Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze, Feltrinelli, Milano 2002, pp. 37-42.

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anziani l’esempio del Viagra  –  avrebbero semmai tutto l’interesse a sviluppare la ricerca. 6. Sostenere che i giovani, come riteneva Aristotele per i suoi tempi, siano caratterizzati dalla speranza sembra oggi, specie in molti paesi o continenti, una sorta di tragica ironia (basti pensare agli elevati tassi di disoccupazione che colpiscono oggi le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo). E affermare che i vecchi, in società gerontocratiche come le nostre, siano stati oggi tutti «umiliati dalla vita» (sempre secondo Aristotele)29 sembra, per molti di loro, fuori luogo. Eppure, in un mondo che muta velocemente, ai vecchi riesce sempre più difficile tenere il passo con i tempi e porsi sulla cresta dell’onda dei cambiamenti senza lasciarsene travolgere. Nel momento in cui essi cominciano ad avvertire un’emorragia di vita, ad accorgersi che le energie, le funzioni e le capacità del corpo e dell’animo s’indeboliscono, proprio nei più sensibili e avveduti il bilancio dell’esistenza tende a lasciare un lungo strascico di rimpianto e di amarezza. In assenza di radicate fedi religiose, metafisiche o ideologiche, nella mesta constatazione che ogni pro  Aristotele, Retorica, 1390 a.

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getto di vita è costitutivamente insaturo, inconcluso e inconcludibile, la morte appare loro ancora più insensata. La prospettiva di sperimentare la «solitudine del morente» – lo spegnersi in una clinica o in un ospizio, non più circondati dai familiari, dagli amici o dalla comunità di vicinato  –  rende ora la vecchiaia tendenzialmente ancora più drammatica30. Per questo, la sua serena o rassegnata accettazione è diventata più rara che nel passato e a pochi è dato di accogliere serenamente l’inevitabile e, come diceva di se stesso Marco Aurelio, di prepararsi a morire cadendo a terra come un’«oliva matura» che benedice riconoscente «l’albero che l’ha prodotta»31. Mentre gli ultimi granelli di vita scorrono nella clessidra degli anni, la sensazione prevalente di essere morituri forse senza alcun risarcimento in un’altra vita, attanaglia gli animi, anche se oggi, più che la morte, il timore prevalente è quello di abbandonare il mondo fra i tormenti di mali incurabili o nelle nebbie del marasma mentale. Nell’immaginazione di molti la morte tende quindi a perdere la sua sinistra solennità e, con essa, la speranza che rappresenti 30  Cfr. N. Elias, Über die Einsamkeit der Sterbenden in unseren Tagen, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1982, trad. it. La solitudine del morente, il Mulino, Bologna 1985. 31  Marco Aurelio, A se stesso [Ricordi], IV, 48.

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soltanto una soglia verso una specie di cambio di domicilio, e non invece un irreversibile salto verso il nulla. La fede aiuta oggi molto meno di prima a dare una convinta risposta all’alternativa se la morte rappresenti, in termini senechiani, finis an transitus? (anche perché essa è ormai intimamente avvertita da miliardi di individui sparsi per il mondo come l’ultima e definitiva stazione prima del nulla)32. Cresce in questa fase la consapevolezza di essere tutti «dilettanti della vita», perché ci si rende conto che le cose più importanti non si imparano, che non vi è alcun metodo sicuro per apprenderle, e che non si possono, a loro volta, insegnare ad altri. Oppure s’imparano, ma quando è troppo tardi e non serve più averle apprese. Vale il proverbio francese «Si jeunesse savait, si vieillesse pouvait!». Tutto sarebbe, certo, molto più bello se noi sapessimo in anticipo, da giovani, quali sono le strade che avremmo dovuto

32  Del resto, come sostiene Vladimir Jankélévitch, il paradosso della meditatio mortis è insolubile: «Anche se avesse, ogni giorno della sua vita, pensato alla morte, accumulato tesori di profonde riflessioni, tesaurizzato le massime e le sentenze dei saggi, il mortale resterebbe nondimeno ignorante, inesperto e maldestro come un bambino piccolo [...] non si impara a morire; non ci si prepara a ciò che appartiene a un ordine del tutto diverso. Ciò che la morte esige è una preparazione senza preparativi» (V. Jankélévitch, B. Berlowitz, Quelque part dans l’inachevé, Gallimard, Paris 1978, trad. it. Da qualche parte nell’incompiuto, Einaudi, Torino 2012, p. 132).

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intraprendere e se potessimo, da vecchi, realizzare piani a lungo termine grazie alle energie del passato. Con la crescita dell’età media, il numero degli anziani, specie nelle nostre società occidentali, è notoriamente in continuo aumento. Si calcola che «in futuro la cosiddetta ‘terza età’, ossia gli anni che vanno dalla pensione al raggiungimento di una aspettativa di vita media, nel 2040 saranno circa 35»33 (aggiungo: riforme del welfare state e, più in particolare, della previdenza sociale permettendo). Del resto, un considerevole allungamento della durata della vita non è attualmente impossibile. Università pubbliche e istituzioni private promuovono ricerche avanzate a partire dallo studio dei telomeri, le sequenze di dna non codificante poste alle estremità dei cromosomi eucariotici, quelle piccole stringhe che ciascuno di noi ha nelle cellule somatiche, quelle cioè che non servono alla riproduzione e che, a ogni replicazione della cellula, diminuiscono di lunghezza. La morte definitiva delle cellule (e, dunque, la nostra) è dovuta al progressi-

  M. Martin, Dalla lotta per la vita alla sua riconfigurazione, dallo sguardo al passato alla pianificazione del futuro. Mutamenti di paradigma nella ricerca geriatrica, in Senilità. Immagini della vecchiaia nella cultura occidentale, a cura di G. Pinna e H.-G. Pott, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2011, p. 9. 33

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vo accorciarsi di questi stessi telomeri, che costitui­ scono bombe a orologeria, forme paradossalmente spontanee di suicidio programmato dell’organismo. Nel 1989 è stato scoperto un enzima, denominato telomerasi, che ne rallenta l’accorciamento (che, cioè, con linguaggio tecnico, aggiunge sequenze ripetitive di dna non codificante a un terminale dei filamenti di dna nella zona dei telomeri). Si sta quindi studiando e sperimentando la possibilità di introdurre  –  non sappiamo come, non sappiamo quando, non sappiamo neppure se questo progetto sia davvero realizzabile – questo enzima nelle nostre cellule allo scopo di contrastare e rallentare il raccorciamento progressivo dei telomeri e di renderci, se non immortali, molto più longevi o, realisticamente, in grado di frenare in una certa misura la degenerazione dei tessuti34. Attraverso il progetto sens, Strategies for Engineered Negligible Senescence, il genetista e bioingegnere britannico Aubrey de Grey ritiene però di poter prolungare enormemente, in tempi relativamente brevi, la durata media della vita umana. Nell’arco di de34  La scoperta del processo della telomerasi (una ribonucleoproteina) in un organismo unicellulare, quale il ciliato Tetrahymena, ha fatto vincere nel 2009 il premio Nobel per la medicina a Elizabeth Blackburn, Carol W. Greider e Jack W. Szostak.

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cenni o entro questo secolo potremmo, secondo lui, progressivamente giungere a vivere duecento e più anni e, in una prospettiva di lunga durata, addirittura mille. A partire dallo slogan «L’età è curabile», nel dipartimento di genetica dell’università di Cambridge de Grey ha ideato, ipotizzato o elaborato una panoplia di procedure per sconfiggere la vecchiaia, grazie alla riparazione del degrado delle cellule (tra queste l’uso di cellule staminali cui siano stati tolti i telomeri). Tali cellule avranno una durata presumibile di una decina d’anni, ma il procedimento si potrà ripetere. Egli suggerisce inoltre di aiutare le cellule a non degradarsi inserendovi geni che derivano da enzimi tratti da microrganismi del suolo e dal dna mitocondriale o di servirsi di vaccini contro quei componenti delle cellule che provocano la senescenza o, ancora, di curare, in determinati organi, l’atrofia delle cellule piuttosto che accettarne con rassegnazione la perdita. Se eventualmente questi programmi di ricerca si realizzassero (sono stati, peraltro, spesso criticati dalla comunità scientifica), non saremmo allora probabilmente presi dal taedium immortalitatis? Non desidereremmo ardentemente la morte, al pari di Elina Makropulos, la protagonista di una pièce teatrale di Karel Čapek, che, dopo un’esistenza durata trecentotrentasette anni, decide ­­­­­30

alla fine di rifiutare l’elisir di lunga vita?35 E poi che senso avrebbe vivere più a lungo se non si curassero, insieme, le patologie e i malanni che amareggiano la vecchiaia? Vi sono peraltro cellule immortali che non si vorrebbero avere: quelle del cancro, le quali si riproducono all’infinito proprio perché prive di telomeri (anche se pare che la telomerasi possa essere attivata, in un futuro non lontano, nel caso di alcuni tumori). Tramonta la ‘natura umana’ così come l’abbiamo finora conosciuta e, grazie alle biotecnologie, si altererà forse, in un imprevedibile futuro, anche l’attuale scansione delle età della vita.

35   Cfr. B. Williams, The Makropulos Case. Reflections on the Tedium of Immortality, in Id., Problems of the Self, Cambridge University Press, Cambridge 1973, trad. it. L’affare Macropulos: riflessioni sul tedio dell’immortalità, in Problemi dell’io, Il Saggiatore, Milano 1990, pp. 100-124.

II

Generazioni

1. In termini cronologici, l’allungamento degli ‘estremi’, sia nel caso della giovinezza che in quello della vecchiaia, restringe l’area di influenza della maturità. I giovani e i vecchi, i figli e i nonni guadagnano così maggior spazio e importanza, reale e simbolica, rispetto ai padri, e più in generale, alle persone mature di ‘mezza età’. Ma quando inizia e finisce  –  e in che consiste  –  la maturità? Un’indicazione precisa la offre dapprima la Bibbia. Recita il Salmo 89: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti» (per inciso, nel Salmo 127, si trova una efficace immagine della gioventù nel suo proiettarsi verso l’avvenire: «Come frecce in mano a un eroe sono i figli della giovinezza»). Malgrado non fossero propriamente molti quelli che raggiungevano nei secoli e nei millenni passati l’età dei settanta anni, per non parlare degli ottanta, tale suddivisione ideale è stata resa popolare da Dante quando, ­­­­­35

all’inizio della Commedia, accenna al «mezzo del cammin di nostra vita», rappresentato dal trentacinquesimo anno, come si evince dal Convivio: «E però che lo maestro de la nostra vita Aristotile s’accorse di questo arco di che ora si dice, parve volere che la nostra vita non fosse altro che uno salire e uno scendere: però dice in quello dove tratta di Giovinezza e di Vecchiezza, che giovinezza non è altro se non accrescimento di quella. Là dove sia lo punto sommo di questo arco, per quella disuguaglianza che detta è di sopra, è forte da sapere; ma ne li più io credo tra il trentesimo e quarantesimo anno, e io credo che ne li perfettamente naturati esso ne sia nel trentacinquesimo anno»1. Aristotele è, tuttavia, meno preciso e lascia una banda di oscillazione di un lustro: «il corpo raggiunge la sua maturità dai trenta ai trentacinque anni, l’anima intorno ai quarantanove»2. Negli Oikonomica – attribuiti da alcuni ad Aristotele, ma sicuramente della sua Scuola – il trentacinquesimo anno diventa invece un esatto spartiacque economico, per cui durante i primi trentacinque anni di vita sono i padri che devono aiutare i figli,

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  Dante, Convivio, XXIII, 8-9.   Aristotele, Retorica, 1390 b.

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mentre durante i secondi sono i figli che devono aiutare i padri3. Peraltro, l’età della vecchiaia era piuttosto incerta e variabile e coincideva spesso con quella segnata dall’«impossibilità per l’individuo di mantenersi con le proprie forze e di assolvere i propri compiti e servigi. Senza canoni di categorizzazione omogenei e unanimemente accettati, i vecchi vengono spesso confusi con gli inabili e gli invalidi, nell’ambito di una gamma di età dai confini estremamente frastagliati [...] Se in effetti nell’antichità il termine senex poteva essere applicato tanto a un quarantenne che a un settantenne, con gradazioni diverse a seconda dei gruppi sociali di appartenenza e delle funzioni svolte, i sessant’anni, comunemente scelti dalle statistiche e da molti studiosi contemporanei come turning point verso la vecchiaia, sono gli stessi individuati da sant’Agostino come inizio della senescenza»4. In assenza di un consolidato ed efficiente apparato di assicurazioni statali o private diffuse (che tuttavia esisteva e in parte funzionava), è all’interno delle

  Cfr. [Aristotele], L’amministrazione della casa, Laterza, RomaBari 1995. 4  A. Groppi, Il welfare prima del welfare. Assistenza alla vecchiaia e solidarietà tra le generazioni a Roma in età moderna, Viella, Roma 2010, pp. 71-72, 73. 3

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famiglie che in prima istanza si regola generalmente il mantenimento delle generazioni e il loro avvicendarsi e in cui la cura dei genitori anziani era – e continua a essere – un modo per ricambiare l’assistenza e l’educazione ricevute. Va tuttavia messa in conto la differenza tra i modelli teorici e le situazioni concrete, così come va smentita l’idea che nel passato le famiglie fossero caratterizzate dall’affetto e dalla reciprocità (basti pensare, per la Grecia antica, a Le nuvole di Aristofane o alle commedie di Menandro per i rapporti non certo idillici tra genitori e figli o a quelle di Plauto per la rivalità tra padri e figli nell’amore per un’etera)5 e che i vecchi venissero sempre accolti e curati benevolmente. L’assistenza degli anziani non ricadeva, inoltre, soltanto sulla famiglia, «(intesa come gruppo dei coresidenti e come rete parentale), quanto sulla collettività (rappresentata da reti di amicizia e di vicinato, istituzioni, gesti caritativi, Stato). Uno scenario che smentisce la naturalità del legame solidale tra le generazioni, evidenziandone la costruzione attraverso gli strumenti giuridici e 5  Su quest’ultimo punto si veda M.V. Bramante, ‘Patres’, ‘filii’ e ‘filiae’ nelle commedie di Plauto. Note sul diritto nel teatro, in Diritto e teatro in Grecia e a Roma, a cura di E. Cantarella e L. Gagliardi, Led, Milano 2007, pp. 95-116.

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le pratiche sociali di negoziazione tra ambito pubblico/istituzionale e privato/familiare»6. Nell’antica Grecia, ad esempio, esisteva l’eranos, quale volontario sistema di contributi per assicurarsi la sopravvivenza in caso di impreviste disgrazie o di mancanza di introiti. A Roma le risorse provenivano da una specie di cassa di mutuo soccorso per artigiani o operai appartenenti a corporazioni – le sodalitates o collegia opificum – e, talvolta, dalla distribuzione da parte dello Stato dei beni di chi moriva senza lasciare testamento7. I «poveri onesti», gli invalidi (specie se per causa di guerra) avevano a lungo goduto di aiuti e benefici da parte delle istituzioni ecclesiastiche o politiche attraverso parrocchie, ospizi, ospedali, mense e, specie a partire dal Cinquecento, grazie alle Poor Laws di diversi paesi. Aristotele, tuttavia, nel primo libro della Politica aveva coerentemente posto il sostentamento e la   Groppi, Il welfare prima del welfare cit., p. 9. A questo proposito si veda anche I. Fazio, Generazioni. Legami di parentela tra passato e presente, Viella, Roma 2006. 7  Cfr. J.-P. Waltzing, Étude historique sur les corporations professionelles chez les Romains depuis les origines jusqu’à la chute de l’Empire d’Occident, vol. I, Bruxelles-Louvain 1895 (rist. Olms, Hildesheim-New York 1970), pp. 62 sgg.; F.M. De Robertis, Il fenomeno associativo nel mondo romano. Dai Collegi della Repubblica alle Corporazioni del Basso Impero, L’Erma di Bretschneider, Roma 1981. 6

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propagazione della vita fisica (della zoé) all’interno della famiglia, in una fase cioè prestatale, caratterizzata dal dominio del marito sulla moglie, dei genitori sui figli e dei padroni sugli schiavi. L’amore dei genitori per i figli piccoli (soprattutto da parte delle madri) è gratuito e intransitivo, non chiede cioè di essere ricambiato. Egli aveva, infatti, riconosciuto che  –  a differenza dei componenti della «massa», che per ambizione preferiscono essere amati piuttosto che amare  –  le madri amano i propri figli senza pretendere di essere riamate: «segno ne è il fatto che [...] provano piacere nell’amare, infatti alcune danno i loro figli ad allevare e continuano ad amarli, sapendo di loro, senza cercare di essere amate in contraccambio, se entrambe le cose non sono possibili; ma sembra che a loro basti sapere che stanno bene e li amano, anche se quelli, per ignoranza, non ricambiano affatto con l’amore che si deve a una madre»8. Da parte dei figli, la vera restituzione di questo amore e di questo aiuto a entrambi i genitori avviene, appunto, al culmine della vita, attorno al trentacinquesimo anno. Per quanto riguarda i reciproci doveri tra le generazioni, anche

8  Aristotele, Etica Nicomachea, VIII, 9, 1159 a, trad. di C. Natali, Laterza, Roma-Bari 1999.

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a prescindere dalla scadenza del trentacinquesimo anno, questo modello aristotelico di restituzione è durato in Europa per quasi due millenni9. In seguito, a prescindere dalle Poor Laws inglesi del Cinquecento e del Seicento o dal Wohlfahrtsstaat programmato dal Codice di leggi prussiano del 1794 (l’Allgemeines Landrecht für die Preußischen Staaten), è stato Bismarck ad avere introdotto, tra il 1884 e il 1889, le assicurazioni di malattia e di vecchiaia10. In Italia la previdenza sociale ha invece cominciato a prendere corpo, circa un decennio dopo, a partire dalla «Carta della mutualità» del 1898, e da quando Giolitti promosse prima l’istituzione, nel 1900, poi la distribuzione a prezzi controllati, del «chinino di   O. Brunner, Das «ganze Haus» und die alteuropäische «Oekonomik», in Id., Neue Wege der Verfassungs- und Sozialgeschichte, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1968, trad. it. La ‘casa come complesso’ e l’antica ‘economica’, in Per una nuova storia costituzionale e sociale, Vita e Pensiero, Milano 1970. 10  Sul modello bismarckiano e la sua diffusione europea, cfr. H. Beck, The Origins of the Authoritarian Welfare State in Prussia. Conservative Bureaucracy and the Social Question 1815-1870, University of Michigan Press, Ann Arbour 1995; The Emergency of the Welfare State in Britain and in Germany, 1850-1950, a cura di M.J. Mommsen, Croom Elm, London 1981; F. Conti, G. Silei, Breve storia dello stato sociale, Carocci, Roma 2005, pp. 39-69. Più in generale si vedano: G.A. Ritter, Der Sozialstaat. Entstehung und Entwicklung im internationalen Vergleich, R. Oldenburg, München 1991, trad. it. Storia dello Stato sociale, Laterza, Roma-Bari 1999; E. Eichenhofer, Geschichte des Sozialstaats in Europa. Von der ‘sozialen Frage’ bis Globalisierung, Beck, München 2007. 9

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Stato» (a seguito della scoperta di Giovan Battista Grassi che imputava alla zanzara anofele la causa della trasmissione del plasmodio, responsabile della malaria). Tecnicamente si può parlare di welfare state solo dopo il Social Security Act, promulgato negli Stati Uniti nel 1935, o, meglio ancora, dopo l’introduzione delle politiche sociali nel Regno Unito, varate negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale e formalizzate nel Piano Beve­ ridge che lo caratterizzava come State of Justice, che avrebbe dovuto assicurare la «libertà dal bisogno» a tutti i cittadini. Sebbene per alcuni studiosi il welfare state manchi di consistenza concettuale e si riduca a un processo storico di changing balance of public and private power, una buona definizione è comunque questa: «Con l’espressione ‘Stato sociale’ s’intende l’insieme delle iniziative assunte dai vari paesi nell’ambito dell’assistenza, della previdenza, della sanità, della regolamentazione del lavoro e, più in generale, per la tutela dei ceti più deboli. Frutto della rivoluzione industriale e della necessità di offrire qualche risposta ai gravi problemi sollevati dalla nascita dell’economia di mercato, lo Stato sociale  –  e, prima di esso, le politiche di lotta alla povertà e all’emarginazione – ha assunto ­­­­­42

valenza e connotazioni differenti a seconda dei periodi storici»11. Dalle sue forme più rudimentali quasi fino a oggi, il welfare state ha alimentato le nostre vite e promosso la moltiplicazione dei nostri bisogni e dei nostri desideri. Con l’insieme di leggi e di provvedimenti amministrativi, la solidarietà intergenerazionale si è così decisamente spostata dall’ambito della famiglia verso l’esterno, in direzione non solo dello Stato e delle sue istituzioni, ma anche delle Chiese, diventate sempre più consapevoli della loro missione sociale e del loro ruolo di supplenza nei confronti delle carenze dello Stato nell’educazione dei bambini e dei giovani, nell’assistenza ai poveri e ai migranti o nella cura dei malati e degli anziani12. Dopo aver raggiunto lo zenit negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, il welfare state ha iniziato il suo declino, che si è accentuato, nel mondo oc  Per questa definizione di welfare state si veda Conti, Silei, Breve storia dello stato sociale cit., p. 9. Per la critica al concetto di welfare state, cfr. A. Schonfiel, Modern Capitalism. The Changing Bilance of Public and Private Power, Oxford University Press, New York 1965 (e, per un inquadramento, G. Marramao, Il Leviatano. Individuo e comunità, Nuova edizione ampliata, Bollati Boringhieri, Torino 2013, pp. 353-364). Per un utile inquadramento nel contesto europeo, cfr. E. Eichenhofer, Geschichte des Sozialstaats in Europa cit. 12  Cfr. Intergenerational Solidarity. Strengthening Economic and Social Ties, a cura di M. Amparo Cruz-Saco e S. Zelenev, Palgrave Macmillan, New York 2010. 11

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cidentale, nell’epoca delle politiche neo-liberiste di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan e ancora di più, in Europa, per effetto della crisi finanziaria ed economica del 2007/2008. Secondo alcuni analisti, le ragioni di questo tramonto sembrano connesse all’ultimo mutamento di strategia del capitalismo per assicurarsi la propria sopravvivenza. Dal 1945 in poi esso aveva, infatti, dapprima fortemente promosso la diffusione del welfare state; in seguito, dopo la crisi petrolifera del 1973, allo scopo di placare le tensioni sociali aveva addirittura spinto verso uno smisurato aumento del debito pubblico; infine, con la ricordata crisi finanziaria del 2007, ha invertito le sue precedenti tendenze e costretto gli Stati a perseguire una politica di estremo rigore nei bilanci (che rischia di strangolare la società) e ha indotto moltissimi individui a contentarsi di una ‘frugalità infelice’13. Le prestazioni del welfare state stanno perciò diminuendo in modo drastico, tanto che un secolo e mezzo di conquiste operaie, sindacali e civili ri13  Cfr. W. Streeck, Gekaufte Zeit. Die vertagte Krise des demokratischen Kapitalismus. Frankfurter Adorno-Vorlesungen 2012, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 2012, trad. it. Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli, Milano 2013. Si veda anche J. Habermas, Demokratie oder Kapitalismus?, in «Blätter für Deutsche und Internationale Politik», 5, 2013, pp. 75-92.

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schia di ridursi, almeno in parte, a un ricordo. La crisi finanziaria ha, inoltre, messo in rilievo il fatto che non è più lecito concedere ai desideri, specie a quelli acquisitivi, l’ampia libertà di cui hanno goduto nel periodo d’oro del consumismo. Si torna così, con crescente favore, a guardare indietro nel tempo: in campo filosofico fino ai precetti dell’etica stoica, secondo la quale, se si vuole essere ricchi, bisogna essere poveri di desideri14 (la loro soglia, infatti, anche per evitare cocenti delusioni, deve, per precauzione, rimanere sempre bassa). Si nega così, di fatto, la tesi di Cartesio per cui «la colpa abituale che si commette in questi casi non è mai di desiderare troppo, ma di desiderare troppo poco»15. L’incertezza del futuro spinge quindi, oggi, per un verso a mettere la sordina ai desideri di maggiore godimento di beni e servizi e, per un altro, a far riscoprire valori immateriali di felicità (convivialità, amicizia, cultura, sport) non misura  Cfr. Cleante, in Stobaeus, Florilegium, 95, 28. Si vedano inoltre: P. Hadot, Esercices spirituels et philosophie ancienne, Études augustiniennes, Paris 1981, trad. it. Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 1987; M. Foucault, Le souci de soi, Gallimard, Paris 1984, trad. it. La cura di sé, Feltrinelli, Milano 1985. 15  R. Descartes, Les passions de l’âme, in Oeuvres de Descartes, vol. X, a cura di Ch. Adam e P. Tannery, Nouvelle présentation, Paris 1964, trad. it. Le passioni dell’anima, in Opere filosofiche, vol. IV, a cura di E. Garin, Laterza, Bari 1968, art. 144. 14

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bili, come si dice, mediante il pil, bensì mediante il fil, ossia la «Felicità Interna Lorda»16. Mi riferisco, soprattutto, al progetto di «decrescita» e di «abbondanza frugale», frutto, in parte, di wishful thinking, della speranza di sostituire la moderna Gesellschaft, in cui gli individui vivono isolatamente come atomi, con la tradizionale Gemeinschaft solidale. Si tratta di una prospettiva che guarda con nostalgia a un futuro che porta impressa l’immagine del passato, della promessa di un ritorno a una nuova età dell’oro. Sebbene tale progetto possa in teoria favorire la nascita di inedite modalità di utilizzo delle risorse materiali e immateriali, la sua eventuale realizzazione comporterebbe un profondo e doloroso cambio di atteggiamenti, di gusti e di politiche al quale molti non sembrano pronti. E anche se esistono lodevoli tentativi di mettere in pratica tale disegno, almeno sul piano economico, attivando la circolazione di moneta creditizia allo scopo di incrementare lo scambio di servizi o l’acquisto in comune di cibo, prodotti e servizi locali, difficilmente esso sembra realizzabile in tempi storici ragionevoli17. 16  Su questo indice di benessere della popolazione si veda, ad esempio, Felicità ed economia, a cura di L. Bruni e P. Porta, Guerini, Milano 2004. 17  Cfr. S. Latouche, Vers une société d’abondance frugale. Contre-

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2. Con le parole di Agostino, che tanto piacevano a Hannah Arendt, ciascuno di noi, nascendo, costitui­ sce una novità inimitabile18, inizia una nuova storia. Giunge però in una realtà già fatta e condivide con i coetanei e i contemporanei le vicende del suo tempo. Dal proprio punto di vista, ogni persona si fa quindi carico del mondo in maniera simile, almeno per alcuni aspetti, a quella degli altri componenti della sua generazione. Bisogna però distinguere tra generazione in senso biologico, come distanza temporale tra genitori e figli, e generazione come insieme di coetanei che condividono determinate esperienze storiche. Mentre nella prima accezione si contano tre o quattro generazioni per secolo, nella seconda il periodo di condivisione di esperienze relativamente omogenee elaborate durante gli anni formativi si ridurrebbe invece a quindici anni. Questa, almeno, è la proposta di José Ortega y Gasset, uno dei pionieri dello studio sens et controverses sur la décroissance, Fayard, Paris 2011, trad. it. Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita, Bollati Boringhieri, Torino 2012, p. 13. Ma si veda anche W. Sachs, Nach uns die Zukunft - Der globale Konflikt um Gerechtigkeit und Ökologie, Brandes & Apsel, Frankfurt a.M. 2002, trad. it. Per un futuro equo. Conflitti sulle risorse e giustizia globale, Feltrinelli, Milano 2007. 18  Cfr. Agostino, De civitate Dei, XII, 20, 4: «initium ergo ut esset, creatus est homo». Si veda anche R. Bodei, Immaginare altre vite, Feltrinelli, Milano 2013, pp. 10-11.

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sull’argomento, che segue l’indicazione di Tacito19. Tale arco di tempo costituisce però una generalizzazione indebita, perché l’intervallo culturale tra le varie generazioni dipende dalla lentezza o dall’accelerazione del corso storico in cui esse si situano e dalla densità degli eventi significativi al suo interno. Nel suo secondo significato, la generazione è una «coorte» di individui che nascono, crescono e si sviluppano assieme20. Ponendosi all’intersezione tra biografia e storia, essi partecipano con i coetanei a vicissitudini storiche condivise in maniera abbastanza simile e, pertanto, differente dalle altre tre o quattro generazioni a loro contemporanee, che coesistono nello stesso tempo pur con le memorie separate e secondo i dislivelli temporali che carat  Tacito, De vita Agricolae, III: Quindecim annos, grande mortalis aevi spatium. 20   W. Dilthey, Über das Studium der Geschichte der Wissenschaften vom Menschen, der Gesellschaft und dem Staat, in Gesammelte Schriften, 21 voll., Teubner, Leipzig-Stuttgart, poi Vanderhoek und Ruprecht, Göttingen, 1922-2000, vol. V, pp. 36-37. Per un inquadramento generale di questo tema si vedano poi alcuni testi classici come quelli di K. Mannheim, Das Problem der Generationen, in «Kölner Vierteljahrshefte für Soziologie», 7, 1928, ff. 2-3, ora in Id., Wissenssoziologie. Auswahl aus dem Werk, Luchterhand, Berlin-Neuwied 1964, pp. 509-565, trad. it. Il problema delle generazioni, in Età e corso della vita, a cura di C. Saraceno, il Mulino, Bologna 1986; J. Ortega y Gasset, El tema de nuestro tiempo (1923), ora in Obras de Ortega y Gasset, Revista de Occidente-Alianza Editorial, Madrid 1989, cap. I; J. Marías, Generaciones y constelaciones, Alianza Universidad, Madrid 1989. 19

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terizzano, in ciascuna, il proprio specifico orizzonte storico (come nel caso più frequente di un nonno, di un padre e di un nipote)21. All’interno della coorte, ognuno riceve un imprint dalle esperienze maturate soprattutto negli anni della giovinezza, un corredo di vissuti sufficiente a essere riconosciuto dai coetanei come uno di loro. Ma quali esperienze fondano una generazione?22 Sebbene oggi l’uso di questo concetto quale comunità di esperienza sia avversato da alcuni storici co  Cfr. W. Leeds-Hurwitz, Introduction. Maintaining Cultural Identity over Time, in From Generation to Generation. Maintening Cultural Identity over Time, a cura di W. Leeds-Hurwitz, Hampton Press inc., Kresskill (N.J.) 2006, pp. 1-28, in particolare p. 2: «Il fatto che coesistano generazioni multiple è ciò che permette il graduale passaggio della conoscenza da una generazione a un’altra». Se però ai figli non si trasmettono almeno alcune delle componenti fondamentali dell’identità di un popolo o di un gruppo questi ultimi si dissolvono. 22   Per il ventaglio delle risposte offerte a tale questione si veda S. Brakensiek, Welche Erfahrungen begründen eine Generation?, in Generationswechsel und historischer Wandel, a cura di A. Schulz e G. Rebner, R. Oldenburg Verlag, München 2003 [Beiheft della «Historische Zeitschrift»], pp. 43-55. Sull’esperienza che segna le generazioni nel loro trascorrere si vedano: A. Erll, Kollektives Gedächtnis und Erinnerungskulturen, Metzler, Stuttgart-Weimar 2005; U. Jureit, Generationenforschung, Vanderhoeck & Ruprecht, Göttingen 2006; A. Assmann, Unbewärtige Erbschaften. Fakten und Fiktionen im zeitgenössischen Familienroman, in Generationen: Erfahrung - Erzählung - Identität, a cura di A. Kraft e M. Weißhaupt, Uvk Verlagsgesellschaft, Konstanz 2009, pp. 49-69. Si veda anche il saggio di W. Benjamin, Metafisica della gioventù. Scritti 1910-1918, Einaudi, Torino 1982 (su cui cfr. T. Tagliacozzo, Esperienza e compito infinito nella filosofia del primo Benjamin, Quodlibet, Macerata 2003). 21

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me vago o ideologico23, la sua sostituzione con la nozione alla moda di «narrazioni» da decostruire24 non mi pare molto più perspicua. Tenuto conto del fatto che l’idea di «evento» condiviso da una data generazione non deve necessariamente includere solo le vicende di riconosciuta rilevanza pubblica e che per gli individui contano molto, evidentemente, anche le vicende private e il tasso della loro adesione o distanziamento dagli accadimenti del proprio tempo, si può dire, con buona approssimazione, che una generazione è rappresentata non solo da coloro che, entro una certa fascia di età, hanno vissuto una guerra, una rivoluzione, la nascita o il crollo di un regime, determinati eventi traumatici o gioiosi, ma   Tra gli studi più recenti, di vario orientamento, si vedano: F.A. Kehrer, Der Wandel der Generationen, eine biologisch-soziologische Studie, Enke, Stuttgart 1959; L. Passerini, La giovinezza metafora del cambiamento sociale, in Storia dei giovani, vol. II, L’età contemporanea, a cura di G. Levi e J.-C. Schmitt, Laterza, Roma-Bari 1994, pp. 383-459; A. Cavalli, Generazioni, in Enciclopedia delle scienze sociali, vol. IV, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma 1994, pp. 240-241; Generationswechsel und historischer Wandel cit., che contiene il saggio di A. Schulz e G. Grebner, Generation und Geschichte. Zur Renaissance eines umstrittenen Forschungskonzept, pp. 1-23; J. Burnett, Generation. The Time Machine in Theory and Practice, Ashgate Publishing Group, Farnham 2010. 24  Sulle «narrazioni» da decostruire, cfr. Generation Alsazia Erzählung. Neue Perspektive auf ein alteres Deutungsmuster, a cura di B. Bohnenkamp, T. Manine, E.-M. Silies, Wallstein, Göttingen 2009. Si veda anche S. Weigel, Genea-logik. Generation, Tradition und Evolution zwischen Kultur- und Naturwissenschaft, Fink, München 2006. 23

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anche da quanti hanno in comune gli anni in cui campeggiavano personaggi famosi e in cui erano in voga determinate canzoni o particolari modi di dire. Anche il linguaggio, infatti, principale veicolo di socializzazione, muta con le generazioni e con la loro capacità di comprendere al volo certi riferimenti. Come esiste un lessico familiare, così esiste uno specifico lessico generazionale. Chi, se non quelli che appartengono alle vecchie generazioni, pronuncia oggi in Italia frasi come «garantito al limone», in voga negli anni Trenta del secolo scorso, o ripete ossessivamente «nella misura in cui», come succedeva negli anni Sessanta o Settanta? Per l’Orazio dell’Ars poetica, nella stessa maniera in cui esistono generazioni di uomini, esistono anche generazioni di parole: «come i boschi mutano le loro foglie, con l’avvicendarsi degli anni, e cadono le foglie precedenti, così muore la generazione di parole più vecchia, mentre le parole appena nate fioriscono come giovani corpi, e crescono»25. 3. Secondo una splendida immagine omerica, alla quale Orazio stesso allude, anche l’umanità si rinno  «Ut silvae foliis pronos mutantur in annos, / Prima cadunt, ita verborum vetus interit aetas, / Et iuvenum ritu florent modo nata vigentque» (Orazio, Ars poetica, vv. 60-62). 25

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va al pari delle foglie degli alberi: «Come è la stirpe delle foglie, così è anche quella degli uomini. Le foglie, alcune il vento ne versa a terra, altre il bosco in rigoglio ne genera, quando giunge la stagione della primavera: così una stirpe di uomini nasce, un’altra s’estingue»26. In quanto tramiti tra il passato e il futuro, vite provvisoriamente inglobate in specifiche «fette di tempo» (slices of time)27, i singoli trascorrono la loro vita come automi miopi, senza essere in grado di rendersi completamente conto del mondo in cui sono caduti. Per sopravvivere ogni cultura deve perciò trasmettere attraverso le generazioni lingue, idee, emozioni e valori entro i cui parametri ogni nuovo nato è tenuto a situarsi e a orientarsi. Il fenomeno della compresenza di più generazioni in un dato periodo riceve luce dal modello di Ungleichzeitigkeit (noncontemporaneità) elaborato da Ernst Bloch28 in riferimento agli squilibri temporali, vale a dire alla non appartenenza alle stesse condizioni e prospettive di   Omero, Iliade, VI, vv. 146-149 e cfr. ivi, XXI, vv. 462-466.   Burnett, Generation cit., p. 26, per cui attraverso le generazioni il tempo diventa divisibile in «fette» (sliceable). 28  E. Bloch, Erbschaft dieser Zeit (1935), ora in Gesamtausgabe, vol. 4, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1962, pp. 112, 108, 109 (per un inquadramento rinvio a R. Bodei, Multiversum. Tempo e storia in Ernst Bloch, Bibliopolis, Napoli 1983, pp. 15-53). 26 27

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quanti vivono sì nello stesso tempo cronologico, ma non nello stesso tempo storico-culturale. Per esempio, gli esponenti delle tribù delle Amazzoni o del Borneo, pur condividendo l’anno e il giorno dei cittadini di una qualsiasi metropoli europea, non condividono lo stesso tempo storico. La continuità della specie è assicurata dalla costante sostituzione delle generazioni attraverso la nascita e la morte dei singoli. Ciascuna di esse rappresenta l’anello di una catena che si inserisce tra i morti del passato, i nuovi nati e i loro eventuali discendenti (dice l’Ecclesiaste, per rafforzare la tesi che non vi è nulla di nuovo sotto il sole: «Una generazione va, una generazione viene, ma la terra resta sempre la stessa»)29. Il legame diretto, fisico, tra le generazioni è dato, appunto, dai genitori, coloro che lasciano sui figli la prima e decisiva impronta. La distanza storica tra le generazioni – in quanto percezione della loro continuità o discontinuità – è però segnata da altri molteplici fattori. Il principale è la frattura tra le rispettive esperienze, che si manifesta soprattutto nel momento in cui i padri divennero incapaci di «concepire per i loro figli ogni altro futuro che non fosse   Ecclesiaste, 1, 4.

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quello delle loro vite passate»30. Per mostrare alcuni esempi di vicinanza o distanza tra generazioni, l’insistere sulla «giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza» costituisce sicuramente un tratto caratteristico dell’ideologia fascista, a sua volta legata al dannunzianesimo, al futurismo e all’arditismo31. Per mantenere il proprio equilibrio politico nei confronti della monarchia, dei ceti moderati e, in parte, della Chiesa cattolica, specie dopo i Patti lateranensi, il regime deve, tuttavia, appoggiarsi anche alla tradizione, all’autorità e all’autoritarismo, concedendo così spazio alle vecchie generazioni. In molti altri casi, invece, come all’epoca di Padri e figli di Turgenev, del 1862, la generazione dei giovani nichilisti russi entra frontalmente in conflitto con quelle più anziane o, come è accaduto più recentemente, la generazione del Sessantotto traccia una netta ed esplicita linea di demarcazione tra se stessa e quelle precedenti32.   M. Mead, Culture and Commitment. A Study of the Generation Gap, Natural History Press, Garden City (N.Y.) 1970, p. 1. 31  Cfr. S. Guerriero, La generazione di Mussolini, in «Belfagor», 3, LXVII, 2012, pp. 277-287; B. Wanrooj, The Rise and Fall of Italian Faschism as a Generational Revolt, in «Journal of Contemporary History», 3, 22, 1987, pp. 401-418. 32  Sulla folta letteratura relativa alla generazione del Sessantotto e le sue caratteristiche nel quadro della storia del Novecento, cfr. L.S. Feuer, The Conflict of Generations. The Character and Significance of Student Movement, HarperCollins, London 1969; 1968. A Student Generation in Revolt, a cura di R. Fraser et al., Pantheon Books, New 30

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Tutte le generazioni sono, inoltre, più o meno compatte e in continuità o discontinuità con quelle loro contemporanee non solo in base agli spazi geografici e politici in cui crescono e si sviluppano, ma anche all’incisività delle istituzioni che le educano e le indottrinano, alle leggi che le disciplinano e alle mode che le attraversano33. Sebbene nell’Argentina del 1918, per ottenere nuovi diritti nelle università locali, gli studenti si fossero già ribellati contro il governo, le rivolte generazionali (e quelle studentesche in particolare) costituiscono per la loro estensione un fenomeno recente. Ciò che caratterizza gli anni Sessanta del Novecento è, infatti, il carattere ubiquo della rivolta. Da Berkeley a Parigi, da Berlino a Tokyo, da Pisa a Milano, da Londra a Dublino si mobilita per contagio una generazione che non ha conosciuto York 1988; L. Sciolla, L. Ricolfi, Vent’anni dopo. Una generazione senza ricordi, il Mulino, Bologna 1989. A proposito del caso tedesco, su cui esiste una vasta documentazione, si vedano: G. Aly, Unser Kampf: 1968 - ein irritierter Blick zurück, Fischer, Frankfurt a.M. 2008; P. Schneider, Rebellion und Wahn. Mein ’68. Eine autobiographische Erzählung, Kiepenheuter & Witsch, Köln 2008; R. Langhans, Ich bin’s. Die ersten 68 Jahre, Blumenbar Verlag, München 2008. 33  Come esempio di compattezza generazionale si veda il saggio di W. Kurzlechner, Die Gestapo-Elite als Generationseinheit. Eine biographische Analyse der politischen Sozialisation Himmlers, Heydrichs und Bests, in Generationswechsel und historischer Wandel cit., pp. 121147.

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né la depressione, né la seconda guerra mondiale, e che è stata motivata non soltanto dall’esempio dei movimenti nazionali di liberazione delle ex colonie europee, dalle vicende di Cuba o della guerra del Vietnam, ma anche dalla percezione del fallimento dei partiti e dei sindacati nell’affrontare le sfide della storia e le nuove condizioni di vita dei popoli34. Le generazioni più recenti sono state classificate da sociologi e storici secondo categorie talvolta pertinenti, talvolta arbitrarie. In maniera sostanzialmente limitata al mondo occidentale (perché delle altre culture poco si sa e poco si è studiato), dopo la generazione eroica, che ha attraversato le esperienze traumatiche delle due guerre mondiali – la paura, la fame, il lutto per la perdita di figli, genitori, mariti e amici, l’inflazione stratosferica  –  e, direttamente o indirettamente, la violenza dei regimi totalitari35, viene la generazione «pratica» di quelli nati attorno al 1945, che, come si diceva in Germania, al mestiere   1968. A Student Generation in Revolt cit. Più in generale, sulla modalità di trasmissione delle esperienze politiche cfr. H. Butterfield, The Discontinuity between the Generations in History. The Effect of Trasmission of Political Experience, Cambridge University Press, London 1972. 35  Si vedano, per differenti periodi: R. Wohl, The Generation of 1914, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1979; G. Elder, Children of the Great Depression. Social Change in Life Experience, Westview Press Co., Boulder 1999. 34

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delle armi dei loro padri preferiscono la professione del dentista e, più in generale, vanno in cerca di lavori sicuri e redditizi36. In tempi più vicini a noi vi si aggiunge la generazione X, quella che segue l’ondata dei baby boomers e che è costituita da quanti sono nati tra il 1964 e il 1979 (per alcuni essa si prolunga però fino agli anni Novanta). Meno numerosi della generazione che li precede, i suoi appartenenti vivono però trasformazioni epocali: la fine del colonialismo, la guerra fredda, la dissoluzione dell’impero sovietico e la contrastata egemonia degli Stati Uniti. L’espressione «generazione X» venne dapprima usata, negli anni Sessanta, per descrivere la gioventù britannica dei punk, che (come dice il termine, indicante chi è giù di tono o ciò che è marcio) designa quanti hanno rinunciato a ogni speranza di cambiare il mondo e sono segnati dal nichilismo, dal rifiuto dei valori precedenti e, soprattutto, dalla sensazione di rappresentare una generazione perduta. I suoi esponenti seguono meno i dettami della tradizione e rivendicano, ad esempio, l’omosessualità e i legami sentimentali non sanciti dal matrimonio. Si tratta,   Cfr. D. Bebnowsky, Generation und Geltung. Von den ‘45ern’ zu ‘Generation Praktikum’ - übersehenen und etablierte Generationen im Vergleich, Transcript Verlag, Bielefeld 2012. 36

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inoltre, della prima generazione ad avere conosciuto una pandemia globale come l’aids, con le sue infauste conseguenze, che si riflettono anche sulle generazioni successive con la nascita di orfani e bambini che hanno già contratto la malattia37. Dopo la generazione X si è parlato della generazione Y (o dei Millennials), ma giornalisti e sociologi si sono sbizzarriti nel coniare definizioni come Generation Golf (riferendosi a quella che ha vissuto gli anni Ottanta del secolo scorso con un certo grado di benessere), Shampoo Generation (in cui i ruoli tra genitori e figli cambiano rispetto ai modelli del Sessantotto, con madri contestatrici e figli conformisti o «teenager globali»38) o, ancora, Fun Generation,   Per l’origine del termine in Inghilterra, riferito alle comunità dei punk, si veda l’inchiesta di J. Deverson e C. Hamblett, Generation X, Tandem Books, London 1965. Per gli Stati Uniti, After the Boom. The Politics of Generation X, a cura di S.C. Craig e S.E. Bennet, Rowman & Littlefield Publishers, Lanham 1997. Si veda anche A. Sobral, Generazional Identities in post-1945 American Cult Literature. A Comparison between the Baby Boomers and Generation X, in Generationen: Erfahrung - Erzählung - Identität cit., pp. 167-189. 38  Si veda il romanzo di D. Coupland, Shampoo Planet, Pocket Books, New York 1992, trad. it. Generazione shampoo, Corbaccio, Milano 1994. Coupland è autore di un precedente romanzo, Generation X. Tales for an Accelerated Culture, St. Martin Press, New York 1991. Negli Stati Uniti i Millennials (ossia i nati tra il 1980 e il 2000) soffrirebbero di disturbi narcisistici della personalità tre volte di più di quelli che hanno sessantacinque anni, ma avrebbero molte qualità positive (cfr. J. Stein, The New Greatest Generation. Why Millennials Will Save Us All, in «Time», 20 maggio 2013, pp. 30-35). 37

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Fear Generation o Generation Me. I tratti distintivi loro attribuibili consistono nell’aver sperimentato la nascita e l’influenza della televisione commerciale, in particolare dei reality shows, e lo sviluppo delle nuove tecnologie (da quelle legate alle scienze della vita e alla mappatura del dna sino ai computer, dai cellulari ai social networks, acquistando in questo ultimo campo familiarità e competenze di cui, nella stessa misura, sono prive le precedenti generazioni). Più recentemente esse sono state particolarmente colpite dalla crisi economica, dal sempre più marcato prevalere della finanza sull’industria, dalla precarietà e vulnerabilità dell’esistenza e dalla disoccupazione di massa39. In questi ultimi decenni il rapporto tra le generazioni si è quindi sostanzialmente modificato. La forte diminuzione della natalità in Europa, Nord America e Australia attira in queste aree geografiche gli abitanti degli altri continenti dove la natalità è assai più elevata e la povertà maggiormente diffusa. Nelle zone relativamente più ricche del pianeta l’in-

  Su questa generazione si vedano: N. Howe, W. Strauss, Generations. The History of America’s Future, 1584 to 2069, William Morrow & Company, New York 1991; R. Junco, J. Mastrodicasa, Connecting to the Net.Generation: What Higher Education Professionals Need to Know About Today’s Students, NASPA, Washington D.C. 2007. 39

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vecchiamento della popolazione e l’immigrazione hanno quindi incentivato un diverso rapporto tra le generazioni, specie tra gli occupati e i disoccupati e tra i pensionati e le persone in età lavorativa. Si è, nel frattempo, accentuata la distanza fra gli strati più bisognosi e quelli più agiati, cui si tenta di porre rimedio mediante politiche, spesso più suggerite che attuate, basate sull’aiuto ai maggiormente bisognosi (tecnicamente sull’introduzione del salario di cittadinanza, del salario minimo, del reddito minimo garantito o del reddito di partecipazione). 4. Si è a lungo discusso, almeno dai tempi di Horkheimer e Adorno, sul declino della figura paterna, che ha spinto i giovani tra le due guerre a cercare un surrogato dell’autorità del padre nei capi carismatici del totalitarismo e a sostituire il freudiano Super-io con gli esponenti del Super-Stato o del Super-partito40.

40  Cfr. M. Horkheimer, Theoretische Entwürfe über Autorität und Familie. Allgemeiner Teil, in Studien über Autorität und Familie, a cura di M. Horkheimer, Félix Alcan, Paris 1936, ora in Gesammelte Schriften, vol. 3, Schriften 1931-1936, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1988, trad. it. Studi sull’autorità e la famiglia, Utet, Torino 1976 (per Horkheimer, comunque, il ruolo del padre è ancora relativamente forte). Il volume contiene anche il saggio di H. Marcuse, Studien über Autorität und Familie (1936), trad. it. L’autorità e la famiglia. Introduzione storica al problema, Einaudi, Torino 2008. Si veda, inoltre, Th.W. Adorno, Studies in the Authoritarian Personality, in Th.W. Adorno et al., The

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Anche recentemente si è insistito molto sull’«incapacità dei genitori di concepire e accettare la propria funzione di tramite», di rivestire il ruolo di anelli di congiunzione con la generazione successiva41, di rappresentare i garanti della protezione e della sicurezza della famiglia. Sebbene esistano alcune zone del mondo dove la tradizione è ancora forte e la cultura contadina e patriarcale non è stata dimenticata, nell’Occidente prevale generalmente la loro tendenza a voler essere padri-fratelli e padriamici piuttosto che padri e madri capaci di esercitare l’autorità della loro figura simbolica, di essere cioè, in quanto genitori, iperprotettivi nei confronti dei figli, evitando loro ogni trauma e non preparandoli così alla vita. La solidarietà, oltre che economica – nel doppio senso antico e moderno, ossia relativo, rispettivamente, alla casa e alla società –, assume ora una coloritura maggiormente affettiva (il fatto di segnalare tale svolta nel costume non significa certo rimpiangere il vecchio autoritarismo o favorire un freddo, austero e gerarchico distacco emotivo nei confronti dei figli). Negli anni Settanta del secolo scorso questa muAuthoritarian Personality, Harper, New York 1950, trad. it. La personalità autoritaria, 2 voll., Comunità, Milano 1973. 41  Stoppa, La restituzione cit., p. 15.

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tata tendenza era stata già posta in rilievo da Christopher Lasch, quando osservava – con non celato rammarico, ma senza distinguere sufficientemente l’autorità dall’autoritarismo, il bisogno di essere guidati dall’inflazione degli affetti – come l’aumento di legittimazione dei rapporti egualitari avesse indotto i genitori a una continua e spossante negoziazione tra loro e con la prole, di modo che i padri sono stati progressivamente costretti a difendere la loro residua autorità ricorrendo a patteggiamenti e a covert manipulation. Accade così che, in un «mondo senza cuore», la famiglia abbia cessato di essere un porto accogliente. In particolare, la casa non riesce più a consolare l’uomo per le amarezze sofferte nel quotidiano confronto con la conflittualità sociale diffusa e la spietatezza del mercato del lavoro. Nessuno è, quindi, più sufficientemente al riparo dalle intemperie dell’esistenza: né gli adulti, né i bambini. La disgregazione dell’istituto familiare si accompagna per lui a una disarticolazione di quei legami che univano amore e potere, sentimenti e istituzioni, affetti e regole. La famiglia è ormai diventata più porosa e permeabile ai mutamenti, meno isolata, più simile al resto della società. I genitori, a loro volta, si sono «proletarizzati» ed è stato proprio l’inde­­­­­62

bolimento della loro autorità ‘verticale’ a provocare una accresciuta legittimazione dei rapporti egualitari, ‘orizzontali’ (il matrimonio quale companionship e la maggiore vicinanza tra genitori e figli)42. Si può aggiungere che, analogamente, diminuisce, nel bene e nel male, anche la distanza tra insegnanti e allievi. Gli insegnanti, al pari dei genitori, sono quindi, da un lato, costretti a difendere la loro autorità e, dall’altro, indotti a venire a patti, in una snervante e confusa negoziazione, con gli alunni e le loro famiglie e con la burocrazia scolastica e ministeriale. Sebbene tale situazione abbia anche l’effetto positivo di spingere i docenti a una migliore comprensione delle esigenze dei propri studenti e li aiuti a consumare le residue scorie di autoritarismo, il risultato è che la scuola perde spesso di importanza come fattore di crescita consapevole degli studenti e principale cinghia di trasmissione culturale (e non solo biologica) fra le generazioni43. Nella loro forma  Cfr. Ch. Lasch, Haven in a Heartless World. The Family Besieged, Basic Books, New York 1977, trad. it. Rifugio in un mondo senza cuore. La famiglia in stato d’assedio, Garzanti, Milano 1996. 43  Il fenomeno dell’inceppamento del sapere nell’apprendimento rapido e di minore consistenza è attribuito da Bauman, con una certa forzatura, alla mancanza di una educazione permanente e al prevalere dell’oblio: «La cultura della modernità liquida non si percepisce più come una cultura dell’apprendimento e dell’accumulo, come facevano le culture di cui resta traccia nei resoconti degli storici e degli etnografi. 42

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zione, per i giovani sono ora i coetanei ad assumere, in confronto al passato, maggior rilievo rispetto agli adulti. E sono i mezzi di comunicazione di massa (specie quelli nuovi, come Internet, i cellulari o i social networks, oltre alla televisione e alla radio) a fornire loro sia i modelli cui ispirarsi, sia la variegata quantità di spunti e di materiali grezzi da utilizzare per la costruzione della personalità. Questa analisi è nuova, ma la questione è antica ed è stata già impostata dal Platone della Repubblica e inserita nel ‘codice genetico’ stesso della democrazia, che estende gli ideali di eguaglianza e di libertà anche dove «per natura» esistono disuguaglianze e gerarchie, come nel rapporto tra genitori e figli e tra maestri e allievi. E, questo, nel senso «che il padre si abitua a rendersi simile ai ragazzi e a temere i figli, e il figlio somiglia al padre che non rispetta né teme i genitori». A sua volta, «il maestro [...] teme gli alunni e li adula, e gli allievi non tengono in nessun conto i maestri e così pure i pedagoghi; e, in generale i giovani assomigliano agli anziani e competono con

Si percepisce invece come una cultura del disimpegno, della discontinuità e dell’oblio e ne assume in effetti le sembianze» (Z. Bauman, Vite di corsa. Come salvarsi dalla tirannia dell’effimero [lezione tenuta a Bologna in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico 2007-2008], il Mulino, Bologna 2009, p. 85).

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loro nelle parole e nelle azioni, mentre i vecchi, per compiacere i giovani, abbondano in facezie e spiritosaggini, imitandoli per non sembrare sgradevoli e dispotici»44. Mentre in Platone, con questa cancellazione delle differenze la democrazia apre la strada alla tirannide, nell’Emilio di Rousseau l’equiparazione del bambino e dell’adolescente all’adulto nel condividere la comune umanità è invece alla base della democrazia stessa, grazie alla progressiva maturazione reciproca delle età attraverso la sollecitudine e la responsabilità degli adulti45 (e la comprensione reciproca degli universi mentali e sentimentali dei diversi stadi della vita che non si superano mai completamente). 5. Seppure con intenti del tutto diversi, la crisi e il mutato ruolo dei padri erano stati, peraltro, già segnalati da Alexis de Tocqueville nel secondo volume de La démocratie en Amérique (1840). Parlando degli abitanti degli Stati Uniti, egli aveva, infatti, descritto non tanto l’avvicinamento affettivo tra le 44  Platone, Repubblica, VIII, 563 A-B, trad. in Platone, La Repubblica, traduzione e commento a cura di M. Vegetti, vol. VI (Libri VIIIIX), Bibliopolis, Napoli 2005; e si veda il commento al passo alle pp. 246-250. 45  É. Deschavane, P.-H. Tavoillot, Philosophie des âges de la vie, Grasset, Paris 2007.

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generazioni, quanto, piuttosto, l’allentarsi dei loro rapporti all’interno della famiglia, in sintonia con il progressivo e ormai inarrestabile disancoramento dell’individuo democratico da tutti i legami imposti dalla tradizione. Così, mentre nelle società aristocratiche egli è contemporaneo dei suoi avi e dei suoi pronipoti (perché si preoccupa di onorare e rispettare i suoi antenati e ama già i suoi discendenti, venerando chi non c’è più e chi non c’è ancora), nelle società democratiche ed egualitarie moderne – di cui gli Stati Uniti, per l’aristocratico Tocqueville, costituiscono l’incontenibile avanguardia – egli è invece immemore dei suoi avi e per nulla interessato ai suoi lontani discendenti. Si preoccupa appena dei figli, vive chiuso all’interno di una piccola cerchia di familiari e amici e rischia così di rimanere murato «nella solitudine del suo cuore»46. La figura paterna (tanto in termini simbolici che reali) continua ovviamente a esistere e a resistere. Talvolta, anzi, un ruolo di maggior forza e prestigio viene rivendicato per contrastare la deriva della modernizzazione, come accade ad esempio in certi pae­ 46  A. de Tocqueville, La démocratie en Amérique, in Oeuvres complètes, sotto la direzione di J.-P. Mayer, M. Lévy Frères, Paris 1951 sgg., tomi 1-3, trad. it. La democrazia in America, in Scritti politici, 2 voll., a cura di N. Matteucci, Utet, Torino 1968-1969, vol. II, pp. 549, 590.

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si islamici o, come succede altrove, per restaurare il primato maschile scalfito dai processi di emancipazione della donna. Specie nel mondo occidentale e in maggioranza, i padri sembrano tuttavia animati dal desiderio di essere coetanei dei propri figli. Lo stesso atteggiamento si diffonde però anche in nazioni nelle quali, fino a poco tempo fa, dominavano rapporti rigidamente ‘verticali’ e gerarchici, come in Giappone, dove il compenetrarsi di tradizione e modernità veniva garantito dal fatto che nella famiglia l’autorità era rappresentata dal nonno e non dal padre (il che, grazie al salto di una generazione, saldava i giovani a un anello più antico della catena del passato). Nei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, per effetto della sconfitta e della permanente presenza americana, dell’occidentalizzazione diffusa, dei viaggi all’estero e degli sviluppi tecnologici nel campo delle comunicazioni, la situazione giapponese è sostanzialmente cambiata, anche perché, venendo meno il costante esempio di entrambi i genitori, lontani da casa in ragione dei lunghi orari di lavoro, molti giovani hanno finito per sentirsi abbandonati e sono divenuti degli sbandati47. 47  Cfr. M. Zielenziger, Shutting Out the Sun. How Japan Created Its Own Lost Generation, Random House, New York 2006, trad. it. Non

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I nonni, tuttavia, rappresentano ancora dovunque la memoria storica delle famiglie, il loro archivio vivente non sempre sufficientemente consultato e valorizzato, nonché lo snodo generalmente più antico nel susseguirsi delle generazioni. In molti paesi essi assumono una funzione vicaria, affettiva e pratica, all’interno della comunità familiare (rovesciando il modello attribuito ad Aristotele, succede pertanto che siano talvolta i vecchi ad aiutare i giovani anche dopo il compimento del loro trentacinquesimo anno di età). Con l’allungarsi della vita media delle persone, cresce, inoltre, il numero delle generazioni all’interno di ogni famiglia, ma, nello stesso tempo, almeno in Occidente, diminuisce il numero degli appartenenti a ogni generazione successiva, ciò che dovrebbe normalmente favorire i possibili eredi48. Può, comunque, succedere che molti anziani, vivendo più a lungo, siano indotti a spendere per uso personale il patrimonio accumulato o a devolverne una parte consistente alla badante piuttosto che ai propri discendenti. Quando

voglio più vivere alla luce del sole. Il disgusto per il mondo esterno di una nuova generazione perduta, Elliot Edizioni, Roma 2008. 48  Cfr. T.C. Antonucci, J.S. Jakson, S. Biggs, Intergenerational Relations. Theory Research, and Policy, in «Journal of Social Issues», 4, 63, 2007, pp. 679-693. Cfr. anche più avanti, cap. III, nota 6.

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esiste, il contributo dei nonni alla solidarietà familiare è però efficace49. Permette, infatti, ai nipoti di avere più denaro per le piccole spese, ai figli di integrare i loro stipendi e, in particolare, alle madri di lavorare fuori casa con minore fatica. Il contributo dei vecchi è importante qualora non siano fisicamente o psicologicamente deboli, ammalati cronici o privi di autosufficienza, nel qual caso costituiscono piuttosto un onere, anche a causa della frequente alterazione del loro carattere, che li rende insofferenti, smemorati o bisbetici. È una situazione nota da tempo: già nel teatro romano, infatti, il vecchio, quando non è descritto come flemmatico, gioviale o arguto, compare spesso nelle vesti del collerico, del credulone e perfino del dissoluto50. Orazio ne accosta il carattere agli incommoda 49   Cfr. C. Attias-Donfut, M. Segalen, Grands-parents. La famille à travers les générations, Odile Jacob, Paris 1998; F. Rampini, Seminario sulla gioventù  –  Seminario sulla vecchiaia, Mondadori, Milano 2010; A.L. Zanatta, I nuovi nonni, il Mulino, Bologna 2013, che mette in rilievo come, in una situazione caratterizzata in Occidente dalla presenza di «molti nonni e pochi nipoti», gli anziani rappresentano un ancoraggio sicuro per le famiglie specie nelle situazioni di crisi (divorzio, cambio di residenza, malattie). 50  Così li presenta, ad esempio, Cicerone nel Cato maior de senectute, XXXVI, riferendosi però all’immagine che ne dà la commedia e limitando la definizione a coloro che vivono una vecchiaia inerte e pigra: credulos, oblioviosos, dissolutos. Si tratta di una ripresa di temi trattati nella Commedia nuova greca: cfr. A. Minarini, La palliata, in Senectus. La vecchiaia nel mondo classico, vol. II, Roma, a cura di U. Mattioli,

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della vecchiaia: «Molti inconvenienti reca con sé la vecchiaia, sia perché il vecchio ammassa ricchezze, ma infelice se ne astiene e teme d’intaccarle, sia perché fa ogni cosa con paura e freddo calcolo, pronto all’indugio, sempre pieno di lunghe speranze, inetto e bramoso del futuro, incontentabile e brontolone, lodatore del tempo passato, quand’era fanciullo, fustigatore e censore dei giovani»51. Anche per questo, come diceva Terenzio della vecchiaia, che allora giungeva molto prima, senectus ipsa est morbus52. Per mitigare il giudizio negativo sulle persone anziane, lo stesso Orazio aggiunge però, come misericordioso memento, che ognuno di noi – vecchio, adulto o giovane – è sottoposto al triste e comune destino di morte: «Tutti siamo spinti alla stessa meta, di tutti è agitata in un’urna la sorte che presto o

Pàtron, Bologna 1995, pp. 1-30, dove l’autrice si pone la domanda sul perché nel teatro compaiano tanti vecchi (con una frequenza pari a quella degli schiavi e degli adulescentes). La risposta è che «a differenza del modo greco, nei riguardi dell’età Roma rimase una ‘società di ineguali’, in cui il vecchio continuò a godere di un prestigio che andò incrinandosi solo nella tarda età imperiale. Di queste tensioni irrisolte la commedia romana è specchio e portavoce» (ivi, p. 4). 51  Orazio, Ars poetica, vv. 169-174. 52  Terenzio, Phormio, v. 575. Per Terenzio si veda Minarini, La palliata cit., pp. 19-30. Più in generale, per la figura del senex ivi, pp. 1-30. Sulla vecchiaia nel mondo greco-romano, ma nella prospettiva della morte e del suicidio, H. Brandt, Am Ende des Lebens. Alter, Tod und Suizid in der Antike, Beck, München 2010.

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tardi uscirà e ci caricherà sulla barca verso l’eterno esilio»53. Più in generale, allorché i nonni, i padri e le istituzioni perdono di autorità, non solo il distacco fra le generazioni diventa conclamato, ma – come, di fatto, capita oggi, in un periodo di precarietà economica ed esistenziale – la famiglia diventa l’ammortizzatore principale degli effetti negativi provocati dall’abbassarsi delle prestazioni del welfare state, dalle crisi economiche o finanziarie e dalla mancanza di lavoro, soprattutto per i giovani: «Il declino dei tenori di vita si coglie anche osservando il cambiamento dei modelli sociali, oltre che i duri dati economici. Per esempio, una percentuale sempre crescente di giovani adulti vive con i genitori, pari al 19 per cento circa degli uomini tra i 25 e i 34 anni a fronte del 14 per cento nel 2005. Per le donne della stessa età, l’incremento è stato dall’8 al 10 per cento. Chiamati a volte ‘generazione boomerang’, questi giovani sono costretti a rimanere a casa, o a ritornarvi dopo la laurea, perché non possono permettersi una vita indipendente. Anche costumi come il matrimonio risentono, almeno per il momento, della mancan  Orazio, Carmina, 2, 3, vv. 25-28: «Omnes eodem cogimur, omnium / versatur urna serius ocius / sors exitura et nos in aeternum / exilium impositura cumbae». 53

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za di un reddito di sicurezza. In un anno solo (il 2010), il numero delle coppie che vivevano insieme senza sposarsi ha fatto un balzo in avanti del 13 per cento»54. 6. Il ricambio delle generazioni è nell’ordine naturale delle cose, nel senso in cui Hegel ha sostenuto che «la nascita dei figli è la morte dei genitori». Ogni atto di generazione include la morte di chi ha generato e l’inevitabile dissoluzione della famiglia d’origine: la specie si perpetua attraverso la sostituzione e la scomparsa dei singoli individui. Ciascuno di noi  –  vale la pena ricordarlo  –  è il risultato di una ininterrotta sequenza di viventi. Vi sono però famiglie che non riescono a tramandare se stesse per la mancanza di figli. E, questo, non solo a causa della sterilità della coppia o della scelta di non avere discendenti, ma anche per via della loro morte naturale o della loro uccisione in giovane età: anelli che si interrompono, rami che si seccano. Si tratta di vicende normalmente private, per quanto si contino numerosi assassinii mirati per ragioni poli54  J.E. Stiglitz, The Price of Inequality. How Today’s Divided Society Endangers Our Future, Norton & Company, New York 2012, trad. it. Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro, Einaudi, Torino 2013, pp. 20-21.

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tiche, economiche o religiose. Leon Battista Alberti riflette sulle famiglie illustri che si sono estinte o che hanno dirazzato nei loro discendenti (alla maniera di Dante, là dove mostra come non sia raro «udir come le schiatte si disfanno»)55. Non soltanto è loro negata la continuazione attraverso i figli dei figli, ma viene spesso dimenticato perfino il loro nome. I rimedi per evitarne l’estinzione consistono – secondo Alberti – nel generare una prole più numerosa, nel non dividere troppo le sostanze tra gli eredi e nel mantenerne il buon nome56. Vi sono però cesure generazionali volute, come quando nelle guerre – specie in quelle del passato – i vincitori talvolta uccidono i vinti che si sono arresi e ne ammazzano i figli perché da adulti non si vendichino, talaltra impediscono ai vinti stessi di procrea­ re tenendoli a lungo prigionieri. Il loro destino in guerra è stato tragico in tutti i tempi e presso quasi

55  Dante, Paradiso, XVI, 76-81: «Udir come le schiatte si disfanno / non ti parrà nova cosa né forte, / poscia che le cittadi termine hanno. / Le vostre cose tutte hanno lor morte, / sì come voi; ma celasi in alcuna / che dura molto, e le vite son corte». 56  Ch. Kuhn, Von ‘Wohl, Ehre und Größe’ der Familie zu ‘Generation’. Der Generationsdiskurs in Albertis ‘Della Famiglia’ (1433/41) und in der Familiengeschichtsschreibung Christoph Scheurls (1542), in Generationen in spätmittelalterlichen und frühneuzeitlichen Städten (ca. 1250-1750), a cura di M. Haberlein, Ch. Kuhn e L. Hoerl, Uvk Verlagsgesellschaft, Konstanz 2011, pp. 93-115, in part. pp. 97-103.

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tutti i popoli. Nel passato essi diventavano proprietà del vincitore, che poteva disporne a proprio arbitrio, decidendo – secondo i casi – di mostrare una maggiore o minore clemenza, punendo chi aveva opposto maggiore resistenza, uccidendo e mutilando gli uomini, violentando le donne, vendendo schiavi i prigionieri residui o aspettando il riscatto dai parenti e dalle comunità d’origine. La pratica più crudele, efficace e sbrigativa consisteva nell’uccidere tutti i figli maschi dei nemici, compresi i bambini. Esemplare, sul piano letterario, che riflette però un’abitudine assai diffusa nel corso della storia, è il caso di Astianatte, figlio di Ettore, gettato dalle mura di Ilio e così pianto anticipatamente  –  nelle Troiane di Euripide  –  dalla madre Andromaca, consapevole della sua morte imminente: «Mi tieni stretta alla veste. Ti rifugi come un uccellino sotto le mie ali. Non c’è il mio Ettore che venga dalla terra su con la sua lancia a salvarti, nessuno del sangue paterno. La potenza dei Frigi non esiste più. Un salto orrendo con la testa riversa ti fermerà il respiro. Oh caldo amplesso di tenere braccia, dolce alito. Questo mio seno ti ha nutrito in fasce per nulla? Tante pene e fatiche ho sostenuto per nulla? Caro, salutami ora: saluta la madre tua, ora, che un’altra volta non potrai. ­­­­­74

Abbracciami, stringiti al mio collo, premi la tua bocca alla mia»57. Un dolore straziante, condiviso da due generazioni di donne, fa così parlare Ecuba, rivolgendosi con tenerezza a suo nipote Astianatte, appena ucciso: Ma tu avevi intravisto appena il mondo senza scernere nulla dei suoi beni né apprezzarne il valore né goderne, che subito sei morto. O sventurato, le mura della patria, arte di Febo, ti videro cadere; dal tuo capo infranto al suolo i riccioli scomparvero che tua madre aggiustava con la mano amorosa coprendoli di baci, mentre dall’ossa rotte salta il sangue. Oh, ch’io non parli più di cose orrende. Piccole mani fredde, quale dolce somiglianza recate con le mani paterne. O care labbra, da cui spesso uscivano parole d’infantile vanto, mute per sempre58.

L’altro metodo per interrompere il corso delle generazioni dei nemici consisteva nell’impedire agli uomini, tenendoli prigionieri per moltissimi anni, di   Euripide, Troiane, 740-769, trad. di E. Cetrangolo, in Medea, Troiane, Baccanti, Rizzoli, Milano 1992. Si veda anche P. Ducrey, Le traitement des prisonniers de guerre dans la Grèce antique. Des origines à la conquête romaine, De Boccard, Paris 1968. 58  Euripide, Troiane cit., vv. 1171-1181. 57

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tornare nelle loro case e generare dei figli. È quello seguito dai genovesi, dopo la battaglia navale della Meloria (1284), con i circa undicimila prigionieri pisani (dei quali solo un migliaio rientrarono in patria). Si tratta di una strategia suggerita ai fiorentini, in sottordine rispetto alla prima scelta di sterminarli tutti, da Francesco Guicciardini: «Dico che e’ pisani ci sono inimici ostinatissimi, né dobbiamo sperare di avergli mai, se non per forza; però bisognerebbe ammazzare sempre tutti e’ pisani che si piglieranno nella guerra, per diminuirvi el numero degli inimici e fare gli altri più timidi [...] L’ultima rotta che e’ genovesi dettero a’ pisani alla Meloria gli afflisse in modo, che mai più Pisa recuperò el suo vigore, e la causa fu perché mai lasciarono e’ prigioni, che fu grandissimo numero, di che nacque che Pisa non solo non si poté più valere di quegli che furono presi che morirono in prigione, ma ancora ne perdé la progenie che ne sarebbe nata se fossino stati a Pisa»59.

59  F. Guicciardini, Del reggimento di Firenze, Bollati Boringhieri, Torino 1994, p. 229.

III

Ereditare e restituire

1. La morte dei genitori implica la trasmissione di beni materiali da una generazione all’altra, il passaggio alle persone di cose che hanno spesso una vita più lunga di loro. Nessuno, congedandosi dalla vita, può portarsi dietro le sue proprietà: come recita un proverbio tedesco, «l’ultimo vestito non ha tasche» o, come ricorda Orazio, «a nessuno è dato l’uso perpetuo delle cose, ma a un erede succede un altro, come onda a onda»1. Attraverso il testamento o, se l’individuo muore intestato, grazie alle leggi del proprio paese, ognuno può tramandare, oltre a beni economici, reti di relazioni e perfino debiti, anche valori morali, politici, culturali e affettivi. In questo modo ogni generazione lascia sulla successiva la sua indelebile impronta2. 1  Orazio, Epistulae, 2, 2, vv. 175-176: «Perpetuus nulli datur usus et heres / Heredem alterius velut unda supervenit undam». 2  Cfr. C. Saraceno, Eredità, Rosenberg & Sellier, Torino 2013, pp. 11-19 e, per quanto riguarda l’Italia, L. Leonini, La trasmissione eredi-

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In una sorta di definitivo esilio dal mondo, si cresce allontanandosi da ciò che si ama: «Ti separerai dai campi messi assieme, / dalla casa e dalla villa rustica / che il biondo Tevere lava, / abbandonerai le ricchezze accumulate / di cui si impadronirà l’erede»3. Per inciso, il termine latino heres, da cui il nostro «erede», sembra derivare, etimologicamente, o dalla radice indoeuropea *ghar, che significa «tenere», «prendere» e designa quindi «colui che prende» o «si impadronisce», oppure, secondo la congettura del linguista e filologo ottocentesco Franz Bopp, dalla forma indebolita del greco cheros, «vuoto», «privo», «spoglio», «deserto», che indica, perciò, l’abbandonato, «il diventato orfano»4. È solo con la Convenzione Nazionale, durante la Rivoluziotaria. Alcune riflessioni sull’Italia, in «Polis», 1, 2000, pp. 25-45; Ead., Donazioni e eredità: scambi economici e simbolici nelle famiglie italiane, in «Inchiesta», 146, 2004, pp. 71-78. Secondo M. Franzini, Ricchi e poveri, Egea, Milano 2010 (citato in Saraceno, Eredità cit., p. 78), quasi il 40% del capitale di una persona adulta dipende dalla ricchezza dei suoi genitori quando era adolescente. Che l’eredità culturale sia il lascito più importante che i figli ricevono dai genitori è la tesi sostenuta da P. Bourdieu e J.-C. Passeron in Les héritiers, Minuit, Paris 1964, trad. it. I delfini. Gli studenti e la critica, Guaraldi, Rimini 2006. 3  Orazio, Carmina, II, 3: «Coemptis saltibus et domo / villaque, flavus quam Tiberis lavit, / cedes, et extructis in altum divitiis potietur heres». 4  M. Cacciari propende per questa seconda ipotesi nel suo Il peso dei padri, in Eredi. Ripensare i padri, a cura di I. Dionigi, Rizzoli, Milano 2012, p. 28.

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ne francese, che viene esplicitamente impostato il problema della possibile estensione del patto sociale lungo l’asse ‘verticale’ del tempo per mezzo dell’eredità, una parte della quale viene assegnata di diritto allo Stato (un aspetto ripreso dal Code civil di Napoleone)5. A causa della scomparsa del de cuius, la trasmissione per successione dei beni alle generazioni successive è stata a lungo regolata dai costumi o da leggi che hanno avuto una lenta evoluzione. Si sono, ad esempio, progressivamente eliminate le disposizioni di origine feudale grazie all’abbandono del maggiorascato o della preferenza attribuita ai primogeniti maschi rispetto ai cadetti e alle figlie. È stata limitata la volontà del testatore e ne è stato cancellato l’arbitrio, a partire dall’abolizione dell’antico ius utendi et abutendi re sua e dall’istituzione della «legittima», garantendo in tal modo l’eguaglianza dei diritti inalienabili di eredità del coniuge sopravvissuto e della prole (con l’inclusione, in tempi più recenti, dei figli nati fuori dal matrimonio). In quanto atto di volontà proiettato nel futuro, allorché il testatore avrà cessato di vivere, il testamen  Cfr. Ages, Generations and the Social Contract. The Demographic Challenges Facing the Welfare State, a cura di J. Veron, S. Pennec e J. Légaré, Springer, Dordrecht-London 2007. 5

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to rappresenta giuridicamente il normale mezzo di passaggio di proprietà tra generazioni. Negli ultimi decenni e quasi fino a oggi il numero dei beneficiari dei testamenti è aumentato perché il welfare state ha finora permesso a molti di non accantonare più tante risorse per la vecchiaia. Pertanto, anche a causa della diminuzione delle nascite e dell’aumento dell’età media dei testatori, il minor numero dei potenziali eredi li rende atti a ricevere, sebbene più tardi, maggiori benefici rispetto al passato6. Già da bambino, il grande giurista e scrittore Salvatore Satta, leggendo di nascosto gli incartamenti del padre notaio, «certo senza capirli, ma intuendo forse ciò che in essi si custodiva, ridotta a formula giuridica, tanta somma di vita», aveva colto il bisogno di esistere di ciascuno che, attraverso il testamento, cercava di rendere «quasi immortale» la sua

  Saraceno, Eredità cit., p. 84: «L’aumento del benessere e della sicurezza del lavoro, assieme allo sviluppo del welfare che ha consentito di non dover accumulare risparmi per provvedere alla propria vecchiaia, hanno fatto sì che una larga fetta della popolazione, pur senza essere ricca, avesse qualcosa da lasciare alla propria morte. Ricevere una, per quanto piccola, eredità diventa così un fenomeno diffuso, non limitato esclusivamente ai più abbienti. La riduzione delle nascite, da parte sua, restringe il numero dei potenziali eredi, mentre l’innalzamento delle speranze di vita ha spostato sempre più avanti l’età in cui eventualmente si eredita qualche cosa, quindi la stessa funzione che l’eredità può avere nelle strategie di vita». 6

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parola di morituro7 prolungando la propria volontà nella vita delle generazioni future. Il testamento, del resto, travalica l’ambito giuridico. Nel momento, infatti, in cui una vita piena di possibilità precipita verso un destino irresistibilmente a termine, molte persone invocano, dal profondo della propria fragilità, una plausibile giustificazione alla propria esistenza. Per questo, come altri, i defunti del cimitero di Nuoro – «gente sparita dalla terra e dalla memoria, gente dissolta nel nulla», come è stata, e diventerà, la quasi totalità dei viventi – chiedono, ne Il giorno del giudizio, al loro concittadino Salvatore Satta di essere raccontati: «Come in una di quelle assurde processioni del paradiso dantesco sfilano in teorie interminabili, ma senza cori e candelabri, gli uomini della mia gente. Tutti si rivolgono a me, tutti vogliono deporre nelle mie mani il fardello della loro vita, la storia senza storia del loro essere stati. Parole di preghiera o d’ira sibilano col vento tra i cespugli di timo. Una corona di ferro dondola su una croce disfatta. E forse mentre penso alla loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sento come un ridicolo dio, che

7  S. Satta, Poesia e verità nella vita di un notaio, in Soliloqui e colloqui di un giurista, Cedam, Padova 1968, pp. 75-76.

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li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno della loro memoria»8. Il testamento è uno dei diversi metodi  –  di cui pullula la nostra esistenza individuale e sociale – di riscattare e oggettivare la perdita della vita, di venire a patti con l’inevitabile, facendo sì che almeno una parte di noi, proiettata sulle cose, ci sopravviva e ci ricordi. D’altronde, prima dell’addio a tutto, la nostra esistenza sperimenta continuamente la separazione: dal corpo della madre, dai genitori, dagli amici, da noi stessi come eravamo nel passato. E cerca di abituarvisi e di farsene una ragione, in quanto l’esistenza individuale e sociale è un alternarsi di separazioni e ricongiungimenti, di fratture e di saldature, di addii del passato e di scoperte del nuovo. Tranne nell’ultimo atto, quando cala il sipario. Il testamento, in effetti, non consente soltanto una mera trasmissione di cose, ma costituisce un patto tra le generazioni firmato e suggellato dalla morte, un ponte gettato verso il futuro di chi ci sopravvive, quando le persone che abbiamo conosciuto non si vedranno più comparire o svolgere le loro consuete occupazioni.

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  S. Satta, Il giorno del giudizio, Adelphi, Milano 1990, pp. 98, 103.

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2. Le cose materiali, passate attraverso il lavoro umano, sono cariche di simboli immateriali (personali, familiari e sociali) che vengono trasmessi e rielaborati attraverso le generazioni. In termini affettivi, gli oggetti ricevuti in eredità e passati per altre mani prima di giungere a noi risvegliano ricordi e attivano l’immaginazione. Anche in questo senso, vale la massima espressa da Goethe nel Faust, secondo cui «ciò che hai ereditato dai padri, conquistalo per possederlo»9. Il considerare i diversi significati che si incorporano nelle cose ereditate rappresenta un’esperienza emozionante, che diventa più intensa quando, ad esempio, si svuota o si fa l’inventario di ciò che resta nella casa dei propri genitori dopo la loro morte. Attraverso tali cose si possono meglio seguire le tracce della loro esistenza, delle loro predilezioni e dei loro investimenti affettivi10.   J.W. von Goethe, Faust, Atto I, scena I, vv. 683-683: «Was du ererbt von deinen Vätern hast, / Erwirb es, um es zu besitzen». Si tratta di un distico ripreso, in particolare, da Droysen e da Freud. Esemplari, per l’elencazione dei debiti di riconoscenza verso chi gli ha trasmesso dei beni in forma di insegnamenti e modelli, sono le parole di Marco Aurelio in A se stesso [Ricordi], I, 1-17. 10  Si vedano: L. Flem, Comment j’ai vidé la maison de mes parents, Seuil, Paris 2004, trad. it. Come ho svuotato la casa dei miei genitori, Archinto, Milano 2005, pp. 33-34, 97 sgg., 105; E. Ruge, In Zeiten des abnehmenden Lichts, Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg 2011, pp. 16-32. 9

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Queste rivelazioni sono tanto più inattese quanto meno oggi si vive nella casa dei genitori o in quella degli avi. In ragione della maggiore mobilità sociale e dei trasferimenti in luoghi diversi da quelli in cui si è nati, si offusca il senso di appartenenza alle proprie origini e si abbandonano, talvolta con inconsci e immotivati sensi di colpa, le mura, i mobili, gli oggetti dell’infanzia e della giovinezza (capita che di questi se ne conservino alcuni, come sbiadita e frammentaria testimonianza del proprio passato). Cambia allora anche la percezione qualitativa del tempo: ci si sottrae alle «memorie di pietra» della casa in cui gli antenati o i genitori hanno trascorso la loro esistenza11, si esce da quel guscio dell’intimità, si costruisce altrove un nuovo tempo e un nuovo spazio familiare e si finisce per ammettere, mentalmente ed emotivamente, che qualche altro possa occupare quei luoghi che eravamo abituati a ritenere nostri. Una punta di nostalgia e di rimpianto, che con gli anni si stempera, accompagna questo abbandono, che può dapprima psicologicamente sembrare una resa. 11  Si vedano: G. Bachelard, Poétique de l’espace, Presses Universitaires de France, Paris 1957, trad. it. La poetica dello spazio, De Donato, Bari 1975, pp. 101-117; A. Tarpino, Geografie della memoria. Case, rovine, oggetti quotidiani, Einaudi, Torino 2008, pp. 40, 47 sgg.

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Quanto si accetta in eredità dal patrimonio dei propri genitori, antenati o donatori non sono soltanto beni mobili o immobili. Si accolgono cose su cui la storia, individuale o collettiva, ha lasciato la propria impronta, depositandovi la patina del tempo e il riflesso delle vicende umane. Si prenda, ad esempio, una «moneta di Giustiniano imperatore, lucente ancora nel suo oro bizantino, ma tosata con discrezione da qualche usuraio turco, ma accarezzata ancora dal fiato di tanti secoli [...] Passò forse per le mani di Teodora e fu data da lei in premio ad uno dei tanti suoi amanti. E per quante altre migliaia di mani non è passata, portando sulla sua piccola ruota la fortuna e la vergogna degli uomini, le loro libidini e i loro desideri; premiando or la virtù, ora il vizio, e pur serbando nel fango della prostituzione o fra gli incensi dell’idolatria il suo riso ironico del metallo più vile e più superbo dell’umana mineralogia!»12. Anche materialmente, le cose tramandate, rifulgono della gloria dei materiali forniti dalla natura e lavorati dagli uomini: «I marmi ce la raccontano con le corrosioni delle nere verrucarie, i bronzi con   P. Mantegazza, Elogio della vecchiaia (1893), Franco Muzzio, Padova 1993, IX, 1 (ora anche on line, all’indirizzo www.liberliber.it/mediateca/libri/m/mantegazza/elogio_della_vecchiaia/pdf/elogio_p.pdf). 12

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il fiato verde della loro pattina, i graniti con l’appannatura del feldspato decomposto. Il legno ci ripete coi suoi gemiti il morso secolare e sapiente dei tarli; e il vetro stanco di tanta luce passata attraverso le sue trasparenze, si riposa nell’iride dei raggi da lui decomposti»13. Vi è una sorta di translatio imperii che fa sì che i beni trasmessi per via ereditaria circolino e che – a causa della loro natura inorganica – la loro esistenza continui anche dopo la morte di chi li possedeva. Attraverso i testamenti essi diventano un possesso di cui, nel corso delle generazioni, si può godere a turno14. Spesso, tuttavia, queste cose si disperdono e finiscono  –  per le necessità economiche o per il disinteresse di chi li ha ricevuti – nei negozi degli antiquari, nelle bancherelle dei rigattieri, nelle soffitte, nelle cantine o nella spazzatura. Diventano oggetti desueti, abbandonati o trascurati dai loro proprietari, venduti a ignari compratori o semplicemente dimenticati da quasi tutti. A qualcuno però piacciono così: «Bellezza riposata dei solai / dove il rifiuto secolare dorme! [...] Tra i materassi logori e le ceste / v’erano stampe di persone egregie; [...] topaie, ma-

  Ibid.   Cfr. R. Bodei, La vita delle cose, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 27.

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terassi, vasellame / lucerne, ceste, mobili, ciarpame / reietto [...]»15. Nelle cose che si tramandano vi è però una translatio imperii anche politica, come, ad esempio, nei piatti di porcellana della prima fase del dominio sovietico, i quali, accanto al marchio della fabbrica imperiale di Nicola II, portano in aggiunta la falce e martello16. O come nei francobolli di certi Stati o regimi soppressi, che vengono riutilizzati fino all’esaurimento grazie a timbri sovrapposti dai vincitori (si vedano gli esemplari dello Stato Pontificio che circolano anche dopo la sua annessione al Regno di Sardegna nel 1859). Sebbene la trasmissione dei beni sia resa, di fatto, obbligatoria, a causa della scomparsa dei testatori, e sebbene rappresenti un risarcimento differito per quanto si è ricevuto dagli antenati, per suo mezzo si supera la logica dell’immediato scambio di equivalenti. La solidarietà familiare instaura allora quel

15  G. Gozzano, La signorina Felicita, in Id., Poesie e prose, a cura di L. Lenzini, Feltrinelli, Milano 1995, vv. 134-135, 157-158, 154-156, pp. 125-126, e cfr. F. Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, Einaudi, Torino 1993, p. 347. 16  Cfr. N. MacGregor, A History of the World in 100 Objects, BBC Radio 4, London 2008, trad. it. La storia del mondo in 100 oggetti, Adelphi, Milano 2012, pp. 631-635.

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circolo virtuoso del dono, che  –  nella simbologia antica, ad esempio nel De beneficiis di Seneca – è raffigurato dalle Grazie o Cariti, espressione della charis, della «grazia», non tanto nel senso della bellezza, quanto, soprattutto, in quello della gratuità. Le Grazie, tre giovani fanciulle che danzano in tondo tenendosi per mano, rappresentano il beneficio (il dare, il ricevere e il restituire) che, passando di mano in mano, ritorna accresciuto a chi lo ha inizialmente concesso17. La loro figura è stata esaltata nella poesia di Foscolo, nella scultura di Canova e nella pittura di Raffaello, Cranach il Vecchio e Rubens, dove però prevale il solo elemento della bellezza. 3. Tale cultura del dono, della circolarità virtuosa e generosa, che contrasta con il carattere lineare, biunivoco del do ut des, sembra ad alcuni essere oggi diventata – al di fuori della famiglia, nella società  –  l’antidoto a una economia, come la conosciamo, basata sulla crescita indefinita dei bisogni e 17  Cfr. anche R. Milani, I volti della grazia, il Mulino, Bologna 2009, p. 104: Esse «hanno un’aria felice, osserva [Seneca], come succede a chi dà o riceve un beneficio; sono giovani, perché il ricordo dei benefici non deve invecchiare; sono vergini, perché i benefici sono puri, spontanei e sacri per tutti. Per questa ragione indossano vesti senza cintura e trasparenti, perché i benefici vogliono essere visti».

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dei desideri. Quest’ultima tendenza ha origine in ciò che Tocqueville chiama il «materialismo onesto» che spinge gli americani del suo tempo a imbottirsi di beni, come animali impagliati, per placare la tristezza e la paura della morte. Negli Stati Uniti, sostiene non senza malizia, le persone stanno peggio che in Europa, perché nel Vecchio Continente persino i poveri si contentano maggiormente della propria condizione. I cittadini americani, invece, non solo sono preoccupati di quello che non hanno, ma anche di quello che non possono fare in tempo ad avere. La loro esistenza è una continua corsa contro la morte, per cogliere al volo i godimenti, così da non dover giungere alla fine della vita rammaricandosi di non averne usufruito abbastanza. Le nostre società occidentali hanno in seguito abbondantemente assorbito e sviluppato questo genere di «individualismo», che è difficile da scalzare. Anche se legato al personale possesso di beni materiali, in Tocqueville il termine non coincide però con l’egoismo, «antico quanto il mondo», bensì con «un sentimento ponderato e tranquillo, che spinge ogni singolo cittadino ad appartarsi dalla massa dei suoi simili e a tenersi in disparte con la sua famiglia e i suoi amici; cosicché, dopo essersi creato una piccola società per conto proprio, abbandona volentieri la ­­­­­91

grande società a se stessa»18. Negli Stati Uniti, continua lo storico francese, l’individualismo si manifesta, in prima istanza, quale perdita del legame dei singoli con il proprio luogo d’origine e con i tempi lunghi della storia. Infatti, mentre in precedenza gli individui continuavano per lo più a risiedere per generazioni nel loro paese e ad abitare nella casa dei propri genitori o dei propri antenati, ora, invece (ancor prima della conquista del Far West), essi appaiono percorsi da una frenetica irrequietezza che li induce a spostarsi continuamente e ad andarsene dalle proprie dimore. Parallelamente allo sradicamento spaziale, si ha quello temporale, in quanto nessuno di loro è più realmente interessato a rappresentare l’anello di congiunzione tra le generazioni e a sentirsi partecipe di un passato condiviso. Di norma non sa neppure dove è sepolto il proprio nonno o da che paese provengono i suoi avi. La trepidazione incessante e l’inquietudine che induce gli Americani a cambiare continuamente residenza, piani di vita e lavoro, trova un provvisorio sollievo nel successo

  Tocqueville, La démocratie en Amérique, trad. it. cit., vol. II, p. 569. Per la storia di questo concetto si vedano: S. Lukes, Individualism, Basil Blackwell, Oxford 1973; A. Laurent, Histoire de l’individualisme, Presses Universitaires de France, Paris 1993, trad. it. Storia dell’individualismo, il Mulino, Bologna 1994. 18

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economico, che li rende segretamente invidiati per effetto dell’unica superiorità dagli altri pienamente riconosciuta. Non potendoci più situare all’interno di un’epoca che si rapporta a un passato di tradizioni relativamente salde e ben individuate o a un futuro remoto di aspettative già stabilite, sembra, a maggior ragione, riprodursi anche per noi una atmosfera intellettuale e morale simile a quella descritta da Tocqueville per indicare lo stato d’animo prevalente degli americani: «In mezzo a questo continuo fluttuare della sorte, il presente prende corpo, ingigantisce: copre il futuro che si annulla e gli uomini non vogliono pensare che al giorno dopo»19. Ma è davvero finito quello slancio verso il futuro che aveva affascinato e coinvolto Hölderlin e molti della sua e di altre generazioni dell’era moderna: «Amo la stirpe dei secoli venturi. Questa è la mia più beata speranza, la fede che mi mantiene forte e attivo [...]. Il più sacro scopo dei miei desideri e della mia attività è quello di suscitare nella nostra epoca i germogli che matureranno nel futuro»?20 Oppure è proprio quando si attraversano periodi di grave crisi,   Tocqueville, La démocratie en Amérique, trad. it. cit., vol. II, p.

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  Hölderlin an den Bruder, 4 giugno 1793, in F. Hölderlin, Grosse

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come quella attuale, che si intravede l’opportunità e si rafforza il bisogno di rinsaldare i legami sociali e di far rinascere la fiducia fra le generazioni? Chi prenderà, tuttavia, sul serio queste esigenze tanto da trasformarle in azione? Come potranno, genitori e figli, sentire l’orgoglio di restituire più di quanto hanno ricevuto? Quale patto intergenerazionale potrà fondarsi nell’ambito delle diverse, e in parte inedite, modalità di convivenza (coppie di fatto, coppie omosessuali, famiglie composte da un solo genitore, numero crescente di unioni tra persone di differenti etnie, famiglie con figli nati attraverso la fecondazione artificiale eterologa, ossia con donatore di seme o di ovocito esterno alla coppia)?21 Come incideranno, infine, su questo eventuale patto l’annunciata scarsità di giovani europei nel prossimo ventennio e il mutamento che, a causa delle successive ondate di giovani migranti, interverrà nella composizione delle «coorti» e nell’incontro-scontro di valori e tradizioni differenti? Le strategie economiche e politiche suggerite sono numerose e per lo più inclini a riequilibrare Stuttgarter Ausgabe, a cura di F. Beissner, 8 voll., J.G. Cotta, Stuttgart 1943-77, vol. VI, Briefe, a cura di A. Beck. 21  Per alcuni di questi aspetti si veda A.L. Zanatta, Le nuove famiglie, il Mulino, Bologna 2008.

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il rapporto tra le generazioni in modo da favorire quelle più giovani rispetto a quelle più anziane22. Esse non sono, tuttavia, ancora in grado di cogliere a pieno le molteplici implicazioni di un problema che esige una visione più ampia e articolata. A un livello altissimo, di questo rapporto virtuoso tra generazioni era consapevole Dante in un libro straordinario e relativamente trascurato, il De monarchia, che fa valere il principio secondo cui nella vita non bisogna soltanto prendere, ma anche (e soprattutto) rendere. Pensando forse al suo antico maestro Brunetto Latini, autore del Tesoretto (incompiuto) e del Tresor (in provenzale), egli mostra, nella fattispecie, come la cultura non rappresenti un tesoro privato, una proprietà individuale, che accumulo per me e che nessuno mi può togliere. Chi tesaurizza unicamente per sé senza restituire è paragonato a una voragine, che assorbe quanto ingoia e non restituisce niente: «Costui non è albero che, piantato presso un corso d’acqua, a tempo debito

22  Tra l’ormai ampia letteratura si vedano, ad esempio: Stoppa, La restituzione cit.; N. Rossi, Meno ai padri, più ai figli, il Mulino, Bologna 1997; Ages, Generations and the Social Contract cit. Per un inquadramento storico relativo all’Italia si veda R. Faben, Radici e libertà. Mutamenti generazionali nella famiglia italiana, Franco Angeli, Milano 2002.

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produce frutti, ma pestilenziale voragine, la quale sempre inghiotte e mai rende»23. Da questo punto di vista, più che di giustizia commutativa, di semplice scambio di equivalenti, ci sarebbe bisogno di una giustizia redistributiva allargata, che renda a tutti, materialmente o simbolicamente, parte di quanto ciascuno ha di volta in volta ricevuto o preso da altri (persone reali, come genitori, maestri e amici, oppure personaggi storici o immaginari, interiorizzati o presi come modelli attraverso i libri, il teatro o il cinema o i più recenti media)24. Certo, pochissimi  –  Platone, Dante, Leonardo, Einstein o altre icone della storia umana – sono in qualche misura capaci di restituire più di quanto hanno ricevuto. Ognuno, infatti, apporta immensamente meno allo sviluppo della nostra specie rispetto a quanto gli è stato donato dalla lingua, dalla   Dante, De monarchia, cap. I, 2. Ma si veda anche la trad. di P. Gaja, Monarchia, in Dante, Scritti minori, vol. II, Utet, Torino 1986. Nel riferimento all’albero piantato presso un corso d’acqua vi è una probabile allusione al passo di Geremia (17, 8) in cui, parlando dell’«uomo che confida nel Signore», si dice che è «come un albero piantato ai bordi dell’acqua, / che tende le sue radici verso la corrente: / egli non teme quando arriva la calura, / il suo fogliame resta verde, / nell’anno della siccità è senza preoccupazione / e non cessa di portare frutto». 24  Sulla funzione dei modelli reali e immaginari nella formazione della personalità si veda Bodei, Immaginare altre vite cit. 23

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famiglia, dalla cultura, dalle istituzioni, vale a dire dal contributo di tutte le generazioni precedenti. Eppure, per quanto ambizioso possa apparire l’obiettivo della restituzione (poiché, come individui, non riusciremo mai a ripagare il debito che abbiamo contratto), ciascuno di noi lascia il mondo in condizioni diverse da come lo ha trovato e da come, secondo le sue capacità, avrebbe potuto cambiarlo in meglio.