Feudalesimo mediterraneo. Il caso del Lazio medievale

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Feudalesimo mediterraneo. Il caso del Lazio medievale

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Pierre Toubert

FEUDALESIMO MEDITERRANEO U caso del Lazio medievale

Presentazione di Cinzio Violante

[l Jaca Book Il

titolo originale Les structures du Latium médieval traduzione

DaniloZardin ©

Pierre Toubert L'edizione originale è stata pubblicata nella Bibliothèque de l'Ecole Française de Rome

© 1977 Cooperativa Edizioni Jaca Book, Milano prima edizione italiana gennaio 1980 grafica e copertina Ufficio grafico Jaca Book

per informazioni sulle opere pubblicate e in programma e per proposte di nuove pubblicazioni, ci si può rivolgere a Direzione Editoriale Cooperativa Edizioni Jaca Book via A. Saffi 19, 20123 Milano, telefono 8057055-8057088

INDICE

7 19 21

Presentazione dell'edizione italiana Nota di traduzione Introduzione Capitolo primo Gli elementi costitutivi della struttura agraria medioevale

l.

Le forme dell'insediamento rurale

2. I quartieri agricoli 3. Tecniche agricole e sistemi di coltivazione 4. Il disegno parcellare

27 32 45 71

Capitolo secondo

l.

L'incastellamento: ritmo e forme di una crescita Il peso del passato

2. L'incastellamento 3. Successi e sconfitte: bilancio dell'incastellamento

84 87 100

Capitolo terzo Le strutture di sussistenza e la vita economica del castello

l. Dalla« curtis» al« castrum»: la dissoluzione dell'economia 111 131

signorile in Sabina

2. La signoria di castello Capitolo quarto

l. Lo

Le strutture degli scambi strumento monetario

2. Il problema delle comunicazioni nel Lazio dei secoli IX-XII 3. Città ed economia urbana nel Lazio dei secoli x-XII

163 194 209

Capitolo quinto Le strutture familiari

l. Dal nome di persona al nome di famiglia 5

223

INDICE 2. Il gruppo familiare nei secoli x-XII 3. Il posto della donna nella famiglia e nella società (X-XII secolo) Capitolo sesto Le strutture religiose l. I quadri dirigenti: il vescovo e la sua cerchia 2. La cura d'anime e i suoi problemi

229 248

270 302

Capitolo settimo Le strutture pubbliche: dal Patrimonio di San Pietro allo stato pontificio l. Il primo stato pontificio: consistenza territoriale e problemi di frontiera 347 2. La presenza romana nel Lazio dal x al XII secolo 354 Capitolo ottavo Le strutture pubbliche: la feudalità laziale l. Le tappe della penetrazione feudale nel Lazio 2. Le strutture feudo-vassallatiche nel Lazio dei secoli XI-XII Capitolo nono Le strutture pubbliche: le giustizie l. Il sistema giudiziario romano al tempo del papato aristocratico 2. L'evoluzione della giustizia pubblica in Sabina :fino alla metà dell'XI secolo 3. Il governo pontificio e la ricostruzione delle giustizie pubbliche a partire dalla riforma (1050 circa-1200) Bilancio conclusivo Bibliografia fondamentale

6

406 427

454 478 498 513 519

PRESENTAZIONE DELL'EDIZIONE ITALIANA

Questo grande libro di Pierre Toubert si presenta anzitutto come un saggio di quella 'storia _!'egionale', in cui storia e geografia si fondono

� tt�dhio��ca

intimamente, secondo un

�fèiidfdi

cheh� da

frutti in Francia, in ispecie nel campo medioevistico, ma che è stata finora inoperante in Italia. Per la storia d'Italia si tratta dunque della prima ricerca di tal genere; per gli studiosi italiani, specialmente per i giovani, è un esempio da meditare. In ogni caso, i risultati dello splen­ dido lavoro di Toubert costituiscono abbastante e varia materia di raf­ fronto rispetto ai risultati di lavori consimili realizzati da altri studio­ si per zone dell'area mediterranea e della parte centro-occidentale del continente europeo come è stato rilevato-nel primo caso-da Pierre Bonnassie 1 e-nel secondo-da Léopold Genicot 2;

e offrono per

l'Italia settentrionale diversi spunti di comparazione, che sono stati segnalati da Vito Fumagalli 3 negli aspetti economico-sociali e da Gio­ vanni Tabacco 4 in quelli istituzionali. Derivato dalla tradizione della geografia storica, il quadro regiona­ le è divenuto l'àmbito di elezione per le ricerche di 'storia totale' che A propos d'un ouvrage recent: le Latium au coeur du moyen-age, in "Revue Historique", CCLIX/2, pp. 491-500.

2

Trois thèses d'histoire régionale, in "Revue d'histoire ecclesiastique", I.:AX/2

(1975), pp. 439462. Le strutture del Lazio medievale (secoli IX-XII), in "Rivista Storica Italiana", LXXXVIII/l (1976), pp. 90-103.

4

Recensione in "Studi Medievali", 3" serie, 7

xv/2

(1974), pp. 901-918.

Presentazione dell'edizione italiana furono il mezzo con cui la scuola storiografica delle "Annales" intese realizzare l'i9eale del Michelet di « ricostruzione integrale del passato » e le consimili esigenze 'Kulturgeschichte' che dalla Germania si diffusero a tutta la storiografia europea a partire dall'ultimo quarto del secolo scorso. Ma nel caso del libro che presentiamo ai lettori italiani non è stato l'ambiente geografico (non certo uniforme, e privo di spe­ cificità e di confini netti} a determinare il quadro della ricerca, sebqene di questa abbia costituito la base e sia stato il punto di riferiment ol co­ stante. Invece la specificità delle strutture sociali e dei loro condiziona­ menti esterni, essa si, ha indotto l'autore a scegliere come àmbito di ri­ cerca il Lazio meridionale, a cui egli ha aggiunto il Tiburtino e la Sa­ bin� rom.ana per l'ecc�ionale abbondanza della documentazione -;p�r le istruttive varianti (soprattutto sfasature cronologiche} che vi si veri­ ficano pur in uno sviluppo strutturale omogeneo. ---

--·

..

Il quadro regionale ha offerto al Taubert l'opportunità di verificare nella maniera ritenuta più idonea il metodo di quella che egli, con Jacques Le Goff, preferisce chiamare 's_!q_ria globale' 5• Secondo tal me­ todo non si vuoi più condurre ricerche -;-� tapp�to'; per esporne poi i ri­ sultati in maniera descrittiva, giustapponendo artificialmente quelli con­ seguiti nei diversi campi, ma si tende a raggiungere una visione orga­ nica e dinamica di un ambiente nella sua trasformazione storica. Al centro di questo modulo d'interpretazione storiografica c'è l'im­ piego, direi sistematico, del concetto di 'struttura'. E, fuori da ogni ar­ tificiosa complicazione teorizzante, la 'struttura' viene intesa da Toubert e Le Goff nella sua essenza natur:ae, come « un insieme di fenomeni coo;di;;.�ìC ; i�te�ferenti ;>-.--L� specificità della struttura storica, poi, c--;;ns1ste nef s�o dina�ismo: poiché nella storia ciascuna struttura non può non essere considerata nella sua genesi e nella sua distruzione, e quindi in concomitanza e in rapporto--rispettivamente--con la distru­ zione e la genesi di altre strutture. E il passaggio da una struttura al­ l'altra della stessa natura (economica o sociale o politica ecc.) non av­ viene senza la concomitanza o anche l'interferenza di ancora altre strut­ ture, di natura diversa. Lo storico può facilmente estendere, da quei momenti eccezionali di genesi o di -distruzione di una struttura, a tut­ to il tempo della storia la constatazione di rapporti fra strutture dis

L LE GoFF-P. ToUBERT, Une histoire totale du moyen age est-elle possible?,

in Actes du 100• Congrès National des Sociétés Savantes - Paris 1975: section de philologie et d'histoire jusqu' à 1610, Paris 1977, I, pp. 31-44. 8

Presentazione dell'edizione italiana verse che si interferiscono a vicenda e hanno correlazioni (cronologi­ che, tipologiche ecc.) nei loro particolari sviluppi. Queste correlazioni dirette possono essere colte soltanto se strut­ ture coesistono in uno spazio e in un tempo ben determinati: ma in un tempo di lunga durata, se si intendono studiare strutture storiche, che vanno considerate nel loro dinamismo; e in un ambiente ampio abba­ stanza perché vi avvenga l'incontro di molteplici strutture. Perciò la storia regionale costituisce il quadro elettivo per questo tipo d'inter­ pretazione storiografica. La ricerca storica diventa, cosl, lo studio di un insieme di struttu­ re che l'assistono e si interferiscono. Ma per cogliere nel suo dinami­ smo l'assenza di quella che io chiamerei 'struttura di strutture' è neces­ sario-secondo Toubert e Le Goff-individuare in essa una struttura 'globalizzante', la quale possa essere considerata come genitrice del­ l'intero sistema in quanto intorno ad essa si organizzano progressiva­ mente le altre strutture. Fra le strutture del Lazio meridionale, del Tiburtino e della Sabi­ na romana

Pierre

Toubert ha individuato questo fenomeno 'globaliz­

zante' nell'incastellamento, cioè nella creazione--avvenuta fra l'anno 920 e la metà del secolo XI--di insediamenti accentrati e fortificati su som­ mità di colli o su speroni di versante con la raccolta di persone e fa­ miglie prima isolate in un habitat disperso e con la riunificazione delle terre nelle mani del padrone del castello. Siffatta struttura castellana non fu soltanto una riorganizzazione del popolamento e della proprietà terriera, ma comportava una nuova sistemazione delle colture, della parcellazione fondiaria e del lavoro agricolo, e determinava la forma­ zione di una signoria territoriale castrense e l'impianto di una nuova struttura di inquadramento religioso e civile con la costituzione della parrocchia nella chiesa del castello, la quale assumeva le funzioni del­ l'antica pieve, e con l'appropriazione delle facoltà giurisdizionali da parte del signore entro il territorio pertinente al castello. Ma coeren­ temente si trasformavano anche le strutture familiari e perfino le strutture mentali: infatti si affermò la famiglia coniugale e questa com­ prendeva marginalmente i fratelli e le sorelle che non si erano sposati per una tendenza alla riduzione dei matrimoni; e, d'altra parte, a una mentalità pionieristica correlativa all'habitat disperso si sostituì una mentalità comunitaria a mano a mano che si creava il vicinato. 'Struttura di strutture', quindi: un sistema che è organicamente 9

Presentazione dell'edizione italiana composto dalle diverse strutture e che si trasforma e si distrugge con la trasformazione e la distruzione delle singole strutture o con il variare delle loro relazioni e interferenze, anzi con la combinazione di questi due fenomeni. È dunque una concezione ben più complessa di· quella che considera essenzialmente una unica struttura, in rapporto bensì con le altre ma soltanto nei "momenti di frattura", quando dall'esterno si verifica l'urto di altre strutture che interrompe o modifica un processo di svolgimento 6• Secondo quest'ultima prospettiva, si studia il dinamismo di una struttura-direi quasi isolata-in tutto il suo sviluppo, di 'lunga du­ rata'; e il confronto con altri processi, anche di durata breve o addirit­ tura brevissima, rimane appunto un confronto, anche se suggestivo 7• Nel suo libro invece il Toubert, studiando la realtà globale come un sistema di strutture ciascuna delle quali ha un proprio ritmo di svilup­ po, anche molto diverso dagli altri, è stato attento a cogliere delle scansioni cronologiche nello sviluppo complessivo del sistema, quali ri­ sultano dall'intrecciarsi degli sviluppi delle singole strutture in alcuni nodi che diventano determinanti: una cronologia propria del dinami­ smo del sistema di strutture, la quale non si confonde con quelle pàrtt­ colari delle strutture stesse anche se non ne è indipendente. E appun­ to in questa-direi-trascendentale cronologia si attinge quella sintesi a cui la 'globalità' della ricerca era rivolta. Per cogliere meglio ed esprimere con maggiore chiarezza i concate­ namenti interni di ciascun svolgimento strutturale l'autore ha scelto l'opportuno partito di organizzare la complessa materia del suo libro secondo filoni verticali esponendo uno dopo l'altro l'intero sviluppo delle singole strutture, con una successione che--in linea di massima­ procede dalle strutture di ritmo più lento alle altre. Ma l'attenzione del lettore non deve perdere di vista (come non lo perde l'autore) il perio­ dizzamento 'globale', o di sintesi, che si articola in tre fasi: a) fino al­ l'anno 920 circa, cioè all'inizio dell'incastellamento; b) fino alla metà del secolo XI, quando il processo di organizzazione economica, sociale, giudiziaria ed ecclesiastica nel castello e intorno al castello è compiu6

Cfr. F. BRAUDEL, Storia e scienze sociali. La "lunga durata"

( ediz.

originale in

aAnnales ESC", 1958/4, pp 725-753), nel volume Scritti sulla storia, a cura di­ A. TENENTI, Milano 1973, pp. 57-92, e in particolare pp. 77 e 83.

7

Cfr.-ad esempio-la pur splendida relazione di F. BRAUDEL e F. SPOONER

(Les métaux monétaires et l'économie du XVI" siècle) al nale di Scienze Storiche a Roma, Atti, Firenze 1955, 10

IV,

x

Congresso Internazio­

pp. 233-264.

Presentazione dell'edizione italiana to; c) fino al principio del secolo XIII, quando il processo di feudalizza­ zione formale che comprende per intero questa fase, è anch'esso com­ piuto e sfocia nella formazione dello Stato pontificio. (Intorno alla metà del secolo xu, ai pontificati di Eugenio III e di Adriano IV, quando co­ mincia a svilupparsi la feudalità della Chiesa romana, si può collocare una suddivisione secondaria dell'ultima fase.) Tutto questo discorso di 'strutture' non deve tuttavia indurre a credere che gli accadimenti siano stati trascurati da Toubert nel suo li­ bro e che il loro peso non sia a volte da lui considerato rilevante nelle trasformazioni strutturali operatesi nella regione studiata. Tutt'al con­ trario: in quei momenti nodali in cui si intrecciano le varie linee di svolgimento di strutture a passo diverso, capita che incidano anche de­ terminati accadimenti. Naturalmente, si tratta di accadimenti della sto­ ria di Roma e del Papato: basti pensare alla concomitanza (nell'anno

1012) del debellamento del patrizio Giovanni IJ Crescenzio, della mor­ te del papa Sergio IV, protettore della sua famiglia, e dell'elezione di Benedetto VIII, primo papa 'tuscolano', accadimenti che ebbero influen­ za sul camoiamento delle stutture di governo della Chiesa, di Roma e del Lazio. Invero, nella calibratissima esposizione del Toubert certi fatti sembrano accadere proprio al punto giusto, quando sta per precipitare una tendenza di trasformazione strutturale già in atto, e anzi da que­ sta stessa sembrano preparati: si potrebbe dire che sia una sillatta con­ tingenza a far sl che certi accadimenti diventino dei fatti storici. In realtà-fra i secoli IX e XII-il territorio considerato dall'autore, sebbene fosse chiuso fra colline impervie e coste paludose, rotto in nu­ merose sottozone circoscritte, esterno al regno italico a nord e poi al regno normanno a sud, privo di città importanti e quindi estraneo ai traffici e ai commerci di lunga distanza, non era tuttavia appartato dalle grandi vie della storia poiché era vicino a Roma, la quale, nonostante l'esiguità a cui era ridotta e il tardo sviluppo della sua vita comunale, rimaneva pur sempre un nucleo cittadino rilevante per la sua società composita, costituita da chierici e laici, da aristocratici e burocrati, da ceti medi oltre che dagli strati inferiori, ed era il centro della Chiesa e la sede del Papato, che nel territorio circostante esercitavano più di­ rettamente ed efficacemente la loro influenza. Più che dalle rare, inter­ mittenti e rapide soste degli imperatori o dei loro 'missi', le strutture economiche, sociali, giudiziarie, ecclesiastiche del Lazio meridionale, del Tiburtino e della Sabina roma..,a furono influenzate dall'attività di con11

Presentazione dell'edizione italiana duzione economica e di governo che i papi svolsero nel 'patrimonio di san Pietro', dall'opera di riforma ecclesiastica che essi misero in atto (quasi a prova) per prima proprio nei loro dominii diretti, dalle conse­ guenze istituzionali e politiche della stessa riforma 'gregoriana'. Infatti dalla riforma ecclesiastica furono generate nuove strutture di governo della Chiesa che alla lor volta innovarono la politica pontificia nei ri­ guardi del territorio laziale e portarono alla trasformazione dell'antico 'patrimonio' in un primo nucleo di Stato moderno. A proposito di questi e altri simili problemi, visti dall'alto e con­

siderati nella loro centralità storica, il Toubert ha scritto molte e bel­ le pagine, spesso innovatrici. Lo sviluppo del 'sistema di strutture' del Lazio medievale può essere dunque considerato anche da un punto di vista ben diverso rispetto a quello della storia regionale: appare cioè come il processo di sviluppo storico locale in cui l'azione politica della Chiesa, cioè di un centro che aveva autorità propria, di più vasta riso­ nanza, si inserì secondando le linee di tendenza in atto, utilizzando le strutture civili che vi si erano create (le signorie di castello) per un in­ quadramento feudale che poi trovò la sua collocazione nelle maglie dello Stato, e riportando le nuove strutture ecclesiastiche (le .g_arroc­ chie castrensi) nell'antico ordinamento episcopale-diocesano, rinnOVato in rapporto con le esigenze religiose sorte cosl al centro come pure in periferia. Si investono, cosl, le grandi linee di sviluppo generale della società, delle istituzioni, della cultura. Ma l'impiego di questa chiave di lettura, in termini di problemi che sono al centro della storia medioevale, se è certo pienamente consen­ tito dall'opera realizzata, va forse oltre le intenzioni dello stesso auto­ re, il quale era soprattutto preoccupato di non tralasciare nessun filo che si dipartisse dalle strutture della sua storia regionale: per compren­ dere meglio e più interamente questa. Tuttavia Pierre Toubert sembra non contentarsi che il suo gran libro appaia ai lettori e agli studiosi semplicemente come un insieme di riflessioni sul

«

tema centrale dell'habitat raggruppato mediterraneo}>;

preferisce che il suo lavoro sia considerato come uno studio--ben più impegnativo--di quel

«

rapporto capitale che c'è fra ricchezza fondia­

ria e potere}> 8: studio condotto su un esempio concreto particolar­ mente adatto qual era il 'castrum', poiché questo fu una molto ben defìSi veda l'INTRODUZIONE di P. ToUEERT 12

a

questo volume, p. 26.

Presentazione dell'edizione italiana nita struttura sia del possesso fondiario che del potere. Il castello fu infatti il nucleo originario dal quale, a partire da un certo momento, si sviluppò un processo di sviluppo organico che portò infine a un nuovo sistema di strutture, allo Stato della Chiesa, la quale utilizzò appunto i 'castra specialia Sanctae Romanae Ecclesiae' come le strutture di base del potere e li venne poi progressivamente inquadrando sempre meglio in nuove o rinnovate strutture, civili ed ecclesiastiche: infatti anche le parrocchie, nate dalle chiese castrensi, vennero inquadrate--come ab­ biamo visto--in una struttura pubblica, quale era l'ordinamento dio­ cesano, e le diocesi stesse (specialmente le suburbicarie) vennero più or­ ganicamente legate alla Chiesa Romana. Alla fine del processo di svi­ luppo, oltre i limiti cronologici del libro di Toubert, da lui stesso più volte, opportunamente, superati, si cominciava a delineare un tipo so­ stanzialmente diverso di struttura di governo, politico ed ecclesiastico: tipo di struttura che non direi ormai più 'feudale', sebbene notevoli fossero ancora le persistenze di istituzioni feudali; mentre chiamerei già 'praticamente feudale' 9 quel tipo di strutture di governo e di inqua­ dramento degli uomini che si era instaurato con l'incastellamento nella prima metà del secolo x, anche se esso divenne formalmente feudale solo a partire dalla metà dell'XI quando vennero messe in atto nel La­ zio le istituzioni propriamente feudali. 'Praticamente feudale', forse-a rigore-più signorile che feudale, può dunque dirsi quell'epoca in cui la struttura decisiva nell'inquadra­ mento civile (e, sotto certi aspetti, persino ecclesiastico) è costituita dal rapporto fra proprietà fondiaria e potere. Ma se si volesse tendere a una maggiore generalizzazione, e a una migliore essenzialità, si potreb­ be anche parlare-piuttosto--di 'localizzazione' del potere, intendendo la proprietà fondiaria come l'elemento con cui in certe condizioni sto­ riche il potere si radica localmente (signoria fondiaria). A mio avviso, infatti, la caratteristica del 'tipo di struttura' è appunto in questo: che il potere effettivo non è nel sovrano ma in singole persone o famiglie e deriva da forze, situazioni, cose radicate ai luoghi, ben delimitate lo­ calmente rispetto al più ampio àmbito territoriale in cui la sovranità è tuttavia riconosciuta sulla base di elementi culturali, ideologici, religio­ si senza godere di forza propria sufficiente a imporsi. Elementi costitu­ tivi del potere locale di uomini o di famiglie può essere anche il con9

Chiamo 'praticamente feudali' quelle strutture che--per usare le felici espres­

sioni del Tabacco (loc. cit., p. 913}-si svolgono «in forme non tecnicamente feudali, ma funzionalmente equivalenti a quelle che usiamo dire feudali... 13

».

Presentazione dell'edizione italiana trollo di un intero territorio particolare entro l'ambito di un territo­ rio più vasto: controllo che è fondato, sl, sul possesso predominante (ma non necessariamente esclusivo!) di estensioni fondiarie ma non si esaurisce in questo, poiché anzi la 'signoria territoriale' (come la chia­ merei) può essere di per sé già un germe di trasformazione qualitativa. E la stessa base economica del potere locale può anche non essere co­ stituita predominantemente da ricchezza fondiaria, bensì da altre fonti, come attività produttive, artigianali e commerciali, purché queste sia­ no radicate localmente rispetto al più vasto àmbito della superiore autorità politica e appartengano in proprio a singoli uomini, famiglie, corporazioni a cui essa debba necessariamente far ricorso. Cosi, si può avere una struttura di potere 'praticamente feudale' non solo prima del­ la diff usione delle istituzioni feudali, ma anche dopo la crisi di queste e lo sviluppo dell'economia monetaria-mercantile. In questo senso molto ampio, che comprende strutture 'di tipo feu­ dale' e poi anche istituzioni propriamente feudali, Pierre Toubert ha potuto definire il suo libro come un contributo alla storia del

«

feuda­

lesimo mediterraneo». Egli ha, così, presentato lo svolgimento delle 'strutture' del Lazio medioevale come un termine di comparazione, uti­ le per il suo specifico ritmo cronologico e per i peculiari connotati cul­ turali derivanti dalla sua tradizione. Avanti l'incastellamento, le strutture economiche sociali giudizia­

o/molto

rie ecclesiastiche nel Lazio costituirono sempre una rete a magli

larghe, irregolari e instabili, e non acquisirono se non un tenue carat­ tere 'praticamente feudale', anche perché il territorio rimase fuori dal regno italico, perché il potere degli imperatori vi si fece sentire in ma­ niera poco efficace (specialmente dopo la morte di Ludovico n) e debole vi fu l'autorità pontificia, perché i grandi monasteri vi subirono lun­ ghi periodi di crisi: pertanto al disgregamento del tessuto economico e sociale, e al particolarismo del potere, non corrispondeva dall'altra par­ te la presenza di un autorità che avesse o cercasse di avere sufficiente prestigio per riuscire a stabilire un rapporto efficace con le forze poli­ tiche centrifughe, per quanto frantumate esse fossero. Un rapporto reciproco fra autorità centrali e poteri periferici, sia pure in forme talora antagonistiche per il tendenziale rafforzamento dell'una e degli altri, si stabili-fra gli anni venti del secolo x e gli anni trenta del secolo seguente--con l'incastellamento: allora, mentre una vasta iniziativa di riorganizzazione economica e politica veniva in­ trapresa da parte soprattutto dei monasteri di Farfa e di Subiaco, in 14

Presentazione dell'edizione italiana corrispondenza si costituirono--sotto la loro autorità-dei nuovi poteri locali, che si catalizzavano intorno ai castelli e prendevano definitiva consistenza nell'area castellana. Si creava così, sulla base di una strut­ tura signorile, un sistema di forze politiche che potremmo definire 'pra­ ticamente feudale' poiché formalmente non lo era ancora. A partire dalla metà del secolo XI la restaurazione morale economi­

ca e istituzionale dei monasteri, e poi dei vescovadi ma soprattutto -con una lunga progressione-della Chiesa Romana nell'àmbito della riforma ecclesiastica, favorì la formazione di istituzioni feudali vere e proprie, poiché l'autorità si ricostituiva su basi materiali culturali e spi­ rituali proprio quando l'accresciuta consistenza dei poteri locali gene­ rava un fitto incrocio di violenze: per un sopprimersi l'un l'altra, quel­ le stesse forze (la centrale e le centrifughe) erano portate a cercare un nuovo ordinamento in cui potessero esplicarsi senza reciproco danno. La creazione di vassalli feudali da parte dei monasteri e poi (ma in mi­ nore misura) anche dei vescovi negli anni 1060-1120 e infine da parte della Chiesa Romana furono tappe di un unico processo di svolgimen­ to: con

una

sostanziale differenza, di lungo termine, che la Chiesa Ro­

mana, la quale aveva cominciato a fondare i propri 'castra specialia' fin dalla metà del secolo XI con Nicolò II, circa un secolo dopo si preoc­ cupò di creare al tempo stesso un sistema tendenzialmente completo di signorie castellane e di feudi concedendo in beneficio feudale vecchi castelli propri o acquisendo e restituendo ai donatori stessi altri ca­ stelli come 'feudi di ripresa'. Ma-come si è già visto--questa esten­ sione estrema del sistema di signorie e di feudi era destinata a risolver­ si nelle strutture, tipologicamente ben diverse, dello Stato. Nel suo vivace, e potrei dire appassionato interesse per il Mediter­ raneo (interesse che in campo storiografico sta ora avendo nuova for­ tuna anche per merito di sue iniziative) Pierre Toubert ha tenuto a se­ gnalare che nel Lazio le strutture abitative e agrarie da lui messe in evidenza sono rimaste immutate fino al principio del nostro secolo. Ma ritengo che tali lunghe persistenze non siano ciò che, in fondo, storica­ mente interessa: a questo proposito, mi sembra che l'impostazione ini­ ziale o almeno l'intendimento della Storia d'Italia dell'editore Einaudi abbia isolato ed esasperato uno dei motivi meno fecondi della scuola storiografica delle

«

Annales

». Interessa invece allo storico l'intero si­

stema strutturale in cui si formarono quelle determinate strutture che sopravvivendogli sono poi persistite a lungo; ovvero tali strutture pos15

Presentazione dell'edizione italiana sono interessare anche di per sé ma nel loro formarsi organicamente entro un sistema più comprensivo. Quell'insediamento per villaggi di sommità collinare e quei ristret­ ti sistemi agrari, all'interno così opportunamente varii e articolati, fu­ rono strutture storicamente vive perché, quando, nel processo di inca­ stellamento, esse si determinarono, la loro connessione con i movimen­ ti di fondo della storia fu intima.

Il Toubert ha indicato molto chiaramente (per ora solo per accen­ ni a un suo prossimo lavoro in continuazione del primo) come poi, fu il Due e il Trecento, il sistema, cioè la 'struttura di strutture', si di­ sarticolò, per lo sviluppo interno e per quello di altre, grandi strutture esterne, e anche per l'incidenza di accadimenti. L'ulteriore aumento del­ la popolazione non fu più compensato dalla riduzione di matrimoni ma determinò

un

progressivo frantumamento delle unità di coltivazione

e anche certe minori trasformazioni agrarie (impianto di nuovi vigneti); la crisi interna dell'economia agraria castellana e lo sviluppo econo­ mico esterno spinsero proprietari e signori a rivolgere attenzione e mez­ zi alla marginale pastorizia di transumanza in danno delle colture; lo sviluppo delle piccole città vescovili e la nuova ampiezza e funzione di Roma come capitale dello Stato pontificio e centro di una Chiesa trasformata nelle sue strutture determinarono un sensibile esodo di ceti emergenti; il governo romano modificò il suo tipo d'intervento nel La­ zio, a mano a mano che lo Stato pontificio si estendeva a nuovi territo­ ri, che assumevano importanza sempre maggiore nella determinazione delle strutture istituzionali; l'isolamento del Lazio rispetto alle vie dei grandi traffici diventò più grave di conseguenze quando si sviluppò la cosiddetta 'rivoluzione commerciale' del basso medioevo. Bastano questi cenni, in attesa della nuova opera del Toubert: sto­ ricamente, conta appunto questa continua trasformazione dell'insieme del sistema in cui una struttura, in se stessa persistente, viene a tro­ varsi inserita. Interessa meno (o interessa diversamente) ciò che oggi rimane solo come fossile: ricercare le radici lontane di strutture che sono oggi fossilizzate entro un sistema molto diverso da quello in cui le radici stesse attecchirono, può dunque essere utile per comprende­ re quel momento storico ma molto meno per spiegare la situazione attuale, in cui le strutture fossilizzate hanno ormai soltanto la funzio­ ne di condizionamenti esterni. L'essenza storica non si coglie nella per­ sistenza degli elementi di più lunga durata ma nel processo di forma­ zione e di sviluppo di strutture e di sistemi di strutture dinamici. 16

Presentazione dell'edizione italiana Esaminare appunto la dinamica della origine, la composizione e la trasformazione di una 'struttura di strutture' serve-anche per professi

il mestiere

chi

non

di storico-ad acquistare intelligenza delle cose uma­

ne di condizionamenti esterni. L'essenza storica non si coglie nella per­ tute trasformazioni strutturali nei vari campi della vita, le quali sono sì imprevedibili ma non possono prescindere del tutto dalle situazioni di base e soprattutto dai modi in cui queste si sono costituite ed evolute.

Cinzio Violante

17

NOTA DI TRADUZIONE

In quest'edizione ridotta abbiamo tralasciato i primi due capitoli di premesse che aprono il testo originale (« La documentation et ses problèmes »;

«

Le milieu naturel ») tutte le appendici poste in :fine di

capitolo, e tutte le note.

n

,

testo invece è stato rispettato nella sua in­

tegralità, se si escludono brevi tagli di parti poco interessanti per il let­ tore non specialista (ripetizioni, digressioni metodologiche, polemiche storiogra:fiche di interesse molto particolare). Va da sé che

chi

voglia

rendersi ragione dell'ampiezza di documentazione e di letture su cui quest'opera è basata, nonché ricercare le basi filologiche di molte affer­ mazioni fatte, è rinviato all'edizione originale francese in due volumi.

19

INTRODUZIONE

Saremmo tentati di scavalcare il rito dell'introduzione ed entrare

senza preamboÌi nel vivo dell'argomento. Eppure non ci è possibile elu­ dere le osservazioni preliminari che vengono imposte dalla singolarità della nostra situazione.

Primo punto. Quest'opera è, a modo suo, una tesi di storia regio­

nale. Al di qua delle Alpi, dove storia e geografia

���-;·a�·- t��po

abi­

tu�te a collaborare per il proprio reciproco vantaggio, una simile scelta non richiederebbe giustificazione o commento particolari. Ma è di una

regione italiana che qui si tratta. La novità e quindi le difficoltà dell'im­

presa devono essere immediatamente poste in rilievo. È risaputo, in

effetti, che lo sforzo dei medievalisti della penisola, per ragioni ad ogni

modo complesse, si è a lungo rivolto di preferenza alle città. Non di­

ciamo nulla di originale se ricordiamo che la storia delle campagne fino

a una data recente è stata trattata in Italia come una sorta di appendi­

ce delle storie urbane. Anche dai migliori autori la regione è stata so­

vente concepita alla stregua d'una semplice estensione territoriale of­ ferta alle energie cittadine. La

«

conquista del contado » è cosl apparsa

per molto tempo come la chiave di volta della storia rurale e l'Italia

come un mosaico di spazi regionali sempre più profondamente domi­

nati, a partire dal XII secolo, dalle città-stato. Ci condurrebbe troppo

lontano il ripercorrere in questo contesto le tappe attraverso le quali

la storiografìa italiana ha cominciato, da una ventina d'anni in qua, a

liberarsi da una simile ristrettezza di vedute e a riguadagnare il ter­

reno perduto. Noteremo soltanto che il presente lavoro, circoscritto 21

Introduzione a una regione caratterizzata-fra l'altro-da una vistosa atonia urba­ na, manifesta fin dal tema che gli si è assegnato l'esplicita ambizione di ricostruire dall'interno un mondo rurale la cui crescita non è stata so­ stenuta in alcuna circostanza dal dinamismo delle città. Ed eccoci arrivati al secondo punto del nostro discorso: il Lazio, e perché proprio lui? Sarebbe illusorio attribuire al nostro progetto -a cose fatte--una chiarezza che all'inizio non possedeva per nulla. Fissati a Roma da una provvidenza accademica, abbiamo amato il La­ zio prima di poterlo conoscere. Ben presto, comunque, esso ci è appar­ so come un terreno di studio, oltre che comodo e accattivante, parti­ colarmente felice. Per le sue dimensioni, innanzitutto: abbastanza ri­ stretto perché un ricercatore solitario potesse sperare di percorrerlo da cima a fondo nel giro di dieci o quindici anni; abbastanza ampio, tut­ tavia, e abbastanza diversificato in se stesso perché facesse sorgere questioni di contatto, di coesistenza interna e di scambi. Siamo stati così costretti a riprendere continuamente in mano le conclusioni che andavamo formulando per sfumarle nei loro dettagli, ad affinare le cro­ nologie, a misurare le distanze o gli scarti fra la Sabina, il Tiburtino e il Lazio meridionale. I problemi,

fin

dal primo avvio della ricerca, certo non mancavano.

Ci si doveva ancora assicurare che la documentazione permettesse di raggiungere risultati positivi e che lo stato della bibliografia non la­ sciasse troppe porte aperte da sfondare. Di nuovo la fortuna è stata benevola con noi. In Sabina Farfa offriva la foresta immensa e selvag­ gia dei suoi cartulari. Nel Tiburtino il cartulario di Subiaco non era stato oggetto che di uno studio pionieristico e suggestivo del Morghen, mentre quello della chiesa di Tivoli rimaneva tutto da sfruttare. Quan­ to al Lazio meridionale, se esso non possedeva grandi cartulari d'abba­ zia, ci forniva in compenso una serie molto ricca di cartari monastici e soprattutto capitolari. Questi ultimi, in pratica, erano stati utilizzati quasi soltanto da Giorgio Falco nei suoi lavori di storia comunale, ben fatti, senza dubbio, ma evidentemente intonati al clima della storie­ grafia italiana del primo '900. La situazione era dunque doppiamente favorevole per noi: la ricchezza documentaria rendeva possibile lo stu­ dio in profondità d'una società regionale; lo stato della bibliografia aveva ad un tempo il merito di dispensarci da una cronaca minuta de­ gli avvenimenti e quello di lasciare aperti i problemi di analisi strut­ turale che attiravano la nostra curiosità. Il progetto prendeva corpo: mediante un ricorso prudente--vale a 22

Introduzione dire empirico e strumentale-al concetto di struttura volevamo ordi­ nare la nostra visione d'insieme in un tutto coerente, all'interno del quale le diverse strutture (insediamento, sistemi di produzione e di scambio, sistemi d'inquadramento sociale) potessero essere definite e spiegate nella loro genesi, le loro funzioni e i loro nessi. Delle ambizioni iniziali senza dubbio eccessive ci avevano spinto a condurre uno spoglio completo delle fonti fino alla metà del XIV seco­ lo. Tale sconfinamento ha avuto i suoi inconvenienti e i suoi vantaggi. Se il tempo necessario per la raccolta del materiale è rimasto fortemen­ te accresciuto, l'apertura del ventaglio cronologico ci ha resi sensibili ai fatti di lunga durata: occupazione del suolo, costruzione meditata dei quartieri agricoli, componenti stabili della struttura agraria del Lazio medievale (cap. I). Eravamo ormai in grado di svolgere con cognizione di causa il :filo del discorso. Limitando per il momento il nostro interesse ai secoli IX-XII abbiamo visto compiersi nel corso del x secolo un fenomeno che ci ha fornito la chiave di risoluzione dell'intrigo. Il passaggio, tra gli .anni 920 e il primo terzo dell'XI secolo, da un habit;"! ---ai�perso con-le ��e curtes -è" h -sua- �ebulosa eli casae coloniciae a un habitat rigorosa­ m�nte- co����trato i� villàggi fortificati (castra) ha segnato in ogni cam­ po una rottura qualitativa d'importanza capit�e. Di questa vera e pro­ -pria rivoluzione castrense («incastellamento») ci siamo sforzati di spiegare gli -�t���denti 7Tf�tt�;ip��pcl�i�Cdi descrivere le forme, misurare i ritmi-variabili da una regione all'altra-, stabilire un bilan­ cio dei successi e dei fallimenti (cap. n). Il castrum è stato dunque riconosciuto come la struttura portante dell'intero edificio. Diventava più semplice vedere in seguito come esso aveva a sua volta determinato le strutture di produzione e di sussisten­ za (cap. m). Ambito di esercizio del lavoro contadino e insieme di creazione del profitto signorile, il castrum non costituiva una monade. Esisteva la moneta; ed esistevano anche il credito, le strade, i mercanti e i mer­ cati. Definire queste strutture di scambio (cap. IV), smontare-in par­ ticolare-i meccanismi della circolazione monetaria voleva dire mette­ re in discussione parecchi luoghi comuni. Voleva dire soprattutto ritro­ vare, grazie allo studio dei fenomeni soggiacenti alla «lunga età del denaro d'argento», le ragioni d'essere d'una struttura monetaria mag­ giormente adeguata, anche in Italia, ai bisogni dell'economia castren­ se che allo sviluppo urbano contemporaneo. Voleva dire ancora, ap23

Introduzione poggiandosi ai medesimi dati documentari, ristabilire una gerarchia dei livelli economici quale non aveva saputo mettere in luce una storiogra­ fia troppo incline a privilegiare le città. Rimaneva da vedere in che modo un quadro ecologico ed econo­ mico cosi ben caratterizzato come il

castrum

ha potuto imprimere la

sua orma sulle forme della socialità e sulle condizioni di esercizio del potere. Era dalla famiglia che occorreva prendere le mosse, sforzan­ dosi di seguire le metamorfosi della famiglia coniugale ristretta, che dominava in maniera incondizionata prima dell'incastellamento del se­ colo x (cap. v). Quest'ultimo ha avuto conseguenze di analogo rilievo sull'inqua­ dramento religioso, le condizioni e la qualità stessa del controllo pasto­ rale. In che modo si è passati dalla grande

plebs cum oraculis

dell'alto

medioevo, funzionale a una trama allentata dell'habitat e ad uno stile di vita pionieristico,

all'ecclesia castri

privatizzata? Che ruolo hanno

svolto nel processo i grandi signori monastici, principali promotori co­ nosciuti dell'incastellamento? Quali forme ha assunto il successivo re­ cupero delle strutture religiose di base da parte delle giurisdizioni ve­ scovili, secondo un movimento che si è propensi a collocare tra gli ef­ fetti della riforma «gregoriana» (cap. VI)? L'introduzione del tema riformatore ci conduceva al cuore di nuovi problemi. Il Lazio è in effetti una regione ben singolare. Esso ha co­ stituito il nucleo intorno al quale si è organizzat� partire dal

monium beati Petri-Io

patri­

stato pontificio. Fino a che punto i lignaggi

dell'aristocrazia romana lo hanno egomonizzato al tempo dell'Adels­

papsttum (900-1050 c.a.)? Quali sono state le ripercussioni locali del­ Renovatio ottoniana? In che modo il Reformpapsttum vi ha alle­

la

stito, a cominciare dalla metà dell'XI secolo, la base territoriale indi­ spensabile per garantire l'efficacia stessa della sua azione riformatrice?

Più che in tutto il resto dell'Occidente la riforma pontificia vi si è in­ trecciata con la vita quotidiana degli uomini. I nuovi strumenti di go­ verno di cui la sede pontificia si è provvista a partire dagli anni 1050 erano originariamente serviti a fini di amministrazione locale. Molto tempo prima che Innocenza III non dilatasse le prerogative temporali della Chiesa, nel Lazio la curia romana ha dovuto misurarsi coi pro­ blemi della gestione del potere. Più o meno alla maniera dei Capetingi in Ile-de-France, è qui che i primi papi riformatori hanno condotto il loro addestramento all'esercizio della sovranità. Essi vi hanno instaura­ to un

Wanderkonigtum

apostolico. Vi hanno sperimentato delle for24

Introduzione mule politiche e dei principi dottrinali la cui applicazione non è stata allargata che nel secolo xnr. Inventando e poi generalizzando lo statu­ to ingegnoso dei castra specialia sanctae romanae ecclesiae i papi rifor­ matori, da Niccolò n ad Adriano IV, vi hanno dato prova d'una inne­ gabile coerenza strategica (cap. vn). Ancora di più: essi hanno piegato ai medesimi fini le istituzioni feudo-vassallatiche che verso la metà dell'XI secolo avevano autonoma­ mente messo radici nel Lazio intorno ai grandi insediamenti monastici e da allora conoscevano uno sviluppo locale abbastanza caratteristico. Mediante un ricorso sistematico al feudo di ritorno, all'omaggio ligio e alla riserva di fedeltà i papi sono giunti, verso la fine del XII secolo, a inglobare le isole di allodialità costituite dai castra dei grandi signori laici (cap. vm). L'analisi delle strutture giudiziarie ci ha infine mostrato delle linee evolutive non dissimili (cap. IX). All'interno della città capoluogo il passaggio, con la Riforma, dalla vecchia struttura palatina del placitum romanum a quella del tribunale rendeva percepibile il dinamismo del­ la nuova burocrazia pontificia e la sua capacità di assimilazione delle consuetudini locali. Nel territorio del Lazio, invece, l'appropriazione della giustizia pubblica da parte dei signori di castello, poco dopo il mille, ci è apparsa come una delle conseguenze più vistose dell'inca­ stellamento. Adattando le strutture giudiziarie ai quadri della vita eco­ nomica e sociale essa ha coronato la costruzione dell'edificio castren­ se. Sotto la sua apparente semplicità il fenomeno nascondeva un gro­ viglio di problemi che si è dovuto districare con grande cura: eclissi precoce della presenza comitale in Sabina, ruolo decisivo svolto dai giudici territoriali in questo trasferimento delle istanze giudiziarie al­ l'interno dei recinti castrensi, cultura dei giudici, legami d'interesse fra il personale giudiziario e i signori di castello, riflessi dell'incastel­ lamento sulle norme di procedura e sulla qualità del potere giudiziario, tutto ciò doveva essere preso in attenta considerazione. Risultava più facile, in seguito, collegare alla Riforma e al puntellamento del giovane stato pontificio con il sistema dei castra specialia sanctae romanae ec­ clesiae il recupero da parte del papato di tali giustizie privatizzate. Si può comprendere da questa breve anticipazione il senso che ab­ biamo dato alla nostra ricerca. n lettore prevenuto vedrà nel libro che presentiamo una trafila di riflessioni ordinate intorno al tema centrale dell'insediamento raggruppato mediterraneo in epoca medievale. In un momento in cui la storiografia è più che mai interessata al problema 25

Introduzione -in effetti capitale-dei rapporti tra fortuna fondiaria e potere non è

forse inutile spingere il più a fondo possibile l'analisi concreta di un caso regionale in cui una struttura cosl ben definita come il dato all'una e all'altro la loro consistenza.

26

castrum

ha

Capitolo primo GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DELLA STRUTTURA AGRARIA MEDIOEVALE

Non si potrebbero ricercare le origini di una cosa, diceva volentieri Mare Bloch, se essa non fosse conosciuta fin dall'inizio con chiarezza. La nostra indagine sulla struttura agraria laziale non sfugge a questa regola generale: ecco perché, innanzitutto, dobbiamo tentare di farci un'idea il più possibile completa di tale struttura, cogliendola nel mo­ mento in cui ci appare per la prima volta con tratti precisi e definiti, cioè nel corso del XIII secolo e all'inizio del XIV. Cominceremo col deli­ neare una tipologia dell'insediamento rurale, in base ai caratteri che al­ lora aveva assunto. In seguito metteremo in rapporto queste forme do­ minanti di occupazione del suolo con l'organizzazione tradizionale dei quartieri che componevano il territorio del villaggio. Studieremo infine i diversi tipi di quartiere nei loro legami coi sistemi di coltivazione tipici di ognuno di essi. Successivamente, ma solo successivamente, po­ tremo cercare, risalendo lo svolgersi del tempo, di ricostruire la fase precedente e di scoprire in che modo questa struttura originale si è in­ stallata.

1. Le forme dell'insediamento rurale Ogni viaggiatore attento ai paesaggi è colpito da un fatto che il ri­ corso alle carte geografiche e alle tavolette militari permette di appro­ fondire: �:!L�ttg il La.zio calcareo la predominanza delle forme molto concentrate dell'insediamento d'origine antica è schiacciante. Dovun�·-··--

27

Gli elementi costitutivi della struttura agraria medioevale que, il grosso villaggio dalle alte case di pietra e coi tetti di tegole curve costituisce il quadro normale della vita sociale. Il contadino, qui, è un abitante di villaggio. Esistono, è vero, qua e là, forme di disper­ sione intercalare, fattorie o capanne isolate. Ma non si tratta che di zone limitate e conquistate da poco all'agricoltura: terre pesanti dei de­ positi alluvionali della valle del Sacco, antiche paludi prosciugate della conca di Rieti e del basso Liri, per non parlare delle bonifiche moderne dell'Agro Pontino, con il loro semenzaio monotono di case coloniche. Quasi sempre la giovinezza di questo insediamento disperso salta su­ bito agli occhi. Solo eccezionalmente vi si incontrano grandi fattorie fortificate simili a quelle che dominano le colline a flysch della Tosca­ na e le molli ondulazioni vulcaniche della vicina Tuscia romana. Seconda constatazione: fra questa concentrazione dell'habitat_ e la scelta di sedi elevate esiste �-��g�e che raramente si incontra altrove con la stessa frf:ql}enza, pur rimanendo all'interno dell'ambiente medi­ �ne�:-·]Tp�imato indiscusso dei condizionamenti topografici è atte­ stato con chiarezza dal censimento dei toponimi dei centri abitati, par­ ticolarmente illuminante nella Sabina orientale, dove lo strato dell'oc­ cupazione medievale del suolo è più fitto e il quadro dei termini usati più omogeneo. Direttamente o indirettamente, quasi tutti i nomi dei villaggi qui evocano rilievi, dirupi rocciosi, scarpate inattaccabili, sopra i quali le case contadine si sono strette intorno a una chiesa o una for­ tezza: non troviamo che «l'4qn,ti», « Collj_», «Poggi», «Rocche». = Le testimonianze contenute -;;_�ll� fonti ��cÌievali ·e -hl-particolare nelle carte di fondazione-che ci offrono preziose descrizioni dei luoghi scelti con piena consapevolezza per i nuovi insediamenti-confermano que­ sta preferenza esclusiva di cui hanno beneficiato i montes e i podia ad castella facienda. Non meno rivelatrici dell'interesse con cui era guar­ dato ogni rilievo, in quanto sede potenziale d'un abitato, sono le clau­ sole speciali attraverso le quali i signori, a partire dalla metà dell'XI se­ colo, si sono preoccupati di escludere i podia deserta, i podia vacua ubi castella fieri possunt, da tutte le grandi concessioni di terre, pascoli e diritti d'uso. Se si vuole approfondire il discorso e classificare questi centri iner­ picati in categorie, secondo un modo di procedere di cui Dino Gribaudi ha rivelato la fecondità, l'analisi dei punti d'insediamento copdQt.ta vil­ laggi_� dopo villaggio ��tteCIT--diStiniu��� -�d Lazio ·l;esistenza di due tipi fondamentili: l il centro di sommità vero e proprio, che sfrutta -;l massunOlepossfhilltà;fferte -da. �'�tura i�olata, .. la �i pendenza 28

Le forme dell'insediamento rurale può essere p1u o meno accentuata, ma sempre abbastanza regolare; e Q. �(!ngo_ s� spercme di conflu_enza fluviale. La ripartizione dell'habitat jn queste due grandi famiglie ha come corollario l'estrema rarità delle situazioni anomale. Che i centri di versante propriamente detti o anche di terrazza siano scarsi, è un rilievo che già Gribaudi aveva formulato e le condizioni geografiche locali spiegano facilmente. Ma si nota anche la rarità dei centri di dorsale, pur cosl frequenti in altre montagne me­ diterranee, al punto che Gribaudi aveva proposto di farne un tipo fon­ damentale. Non meno eccezionali sono i villaggi aperti, i villaggi a ne­ bulosa e i villaggi-strada, che corrispondono tutti a insediamenti tar­ divi nelle zone basse o derivano dalla « discesa» recente di un antico centro inerpicato. In generale, d'altro canto, la dissociazione tra gli abi­ tati antichi e le vie di comunicazione è notevole. Essa ha richiesto la creazione di laboriosi raccordi tra i villaggi abbarbicati al loro poggio e i grandi assi stradali che si snodavano ai loro piedi. Le ricche possibilità offerte dal rilievo infine spiegano come mai gli abitati su alture artificiali siano praticamente sconosciuti nella nostra regione. È significativo che l'unico esempio che abbiamo potuto rin­ tracciare nei testi e ritrovare sul terreno riguardi un centro minore oggi ridotto allo stato di grosso casale: fondazione signorile e:flimera desti­ nata ad affermare la potenza di un momento. I condizionamenti imposti alla forma e alla crescita dei villaggi dalla scelta del luogo si manifestano diversamente secondo i due tipi fonda­ mentali che abbiamo appena definito. I villaggi di sommità sono quelli da-MnuCleo·-·fmillicat� P�i! _s_1:1:�t:t_�e1lte- ad-attati al rilievo: (rocca castri), l'aq_itatg �_!!�C> ��- -�- sviluppato _v�-r�o il, _basso _con _una se:rie d,i anelli concentrici che coincidono abbastanza regolarmente con le curve di livello. S,.Pesso le case adiacenti l'una all'altra dell'ultimo anello di crescita, rivolgendo vérs"OTestèmo .la--·par�t� pcìsietiòrè m·-@ si"apr1van;;;a�e aperture a forma di feritoia, hanno svolto il ruolo prov­ visorio di cinta difensiva, nell'attesa di esser� �uperat� più in bas�o da ·un:a nuova estensione dell'abitato. Donde quei vicoli oscuri, incastrati tra due file di case alte e arcigne, che sono dei veri e propri cammina­ menti interni di ronda, collegati tra loro da passaggi coperti e da scali­ nate che scendono dalla rocca secondo le linee di massima pendenza. È questa forma originale di sviluppo che ha creato gli enormi vill�gg_L_� cupola caratteristici della nostra regione, di cui Casperia (anticamente Aspra Sabina), Cantalupo, Palombara Sabina e Monte San Giovanni Campano sono degli esempi suggestivi. _ _

-�l>a!tire--

_

__

29

Gli elementi costitutivi della struttura agraria medioevale

I yillaggi _ su sperone di confluenza presentano una morfologia più _JazJ�� !nossa essere la bonifica cistercense nel Lazio meridio­

�qji�_xn_e-Xin,

nale -dci se

è

oriliru- acquisito

eh�- di

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benefi­

c:iatQ_ i pas_c:p]! c))nv_(;!I:Q-O !11 misura maggiore_che_ la cer:ealicoltura. Casa­ __

mari e Fossanova: la ricchezza di questi nuovi complessi signorili di pianura veniva misurata allora più in capi di bestiame transumante che in covoni di grano.

b.

I

sistemi di coltura intensiva

I quartieri di policoltura alimentare intensiva erano il regno del­ l'attrezzo manuale e dei sistemi di coltura fondati sulla duplice accu­ mulazione del lavoro umano e dei concimi necessari per la reintegrazio­ ne di terreni sottoposti senza posa ad estenuanti rotazioni. Si

è

già vi­

sto che questi dati spiegano la localizzazione dell'orto medievale nei settori più vicini all'abitato. L'ammasso e il trasporto del letame d'ori­ gine domestica e della cenere raccolta dai focolari costituivano l'oggetto di minuziose prescrizioni statutarie, destinate comunque più a limitare

i rischi di incendio o di inquinamento delle acque che a tutelare la de­ licatezza della vista o dell'odorato. L:it__rig_�o-% che permetteva di rimediare alla dissociazione più o meno lunga ma sempre sensibile del calore e dell'umidità, rappresen­ tava per i quartieri a coltura intensiva una necessità vitale. È ciò che constatano con semplicità eloquente i poveri concessionari trascinati nel 1302 dal capitolo di Rieti davanti alla giustizia comunale per una questione di ortaggi:

«

Dictae terrae sine aqua ducta in eis per canales

efficiuntur steriles et sine fructu ». Da qui l'importanza dei lavori di captazione delle acque di risorgenza carsica. Fermiamoci un istante su queste piccole prodezze dell'arte idraulica. Un po' dovunque nei mas­ sicci calcarei se ne conservano numerosissime testimonianze che non possono essere datate in modo preciso, ma rivelano a prima vista una tecnica originale e molto antica. Non

è

difficile trovare ancora oggi sor­

genti a portata variabile circondate da fosse cilindriche che si spingono 49

Gli elementi costitutivi della struttura agraria medioevale talvolta fino a una decina di metri sotto terra. Questi pozzi-cisterna hanno un diametro di alcuni metri e sono rivestiti all'in a -Uia

�d

muratura a grossi blocchi di pietra, ben accostati gli uni agli altri, che può sporgere dal livello del suolo per un'altezza di uno o due metri. Collegati da una rete di canali e di chiuse a bacini secondari più mo­ desti, diventano da maggio a settembre grandi serbatoi con una capa­ cità di diverse migliaia d'ettolitri e permettono così di rimediare alle irregolarità stagionali della portata. Non corriamo gravi rischi di cade­ re nell'anacronismo immaginandoci conformi a questo tipo tradizionale molte delle

sternis

cisternae,

dei

putei cum receptaculis,

delle

che i nostri testi medievali menzionano frequentemente. Essi de­

scrivono con precisione anche le condutture d'acqua cui letto

nellae)

pilae cum ci­

(alveum)

(aquaeductus), il (pla­

era talvolta ricoperto da lastre e tegole piatte

nelle vicinanze degli abitati. L'installazione di lunghe canalizza­

zioni di terracotta invetriata o-più raramente-di piombo assicurava

( [s lgurgae, gur­ (cisternae, piscinae, bacina), da

il trasporto delle acque delle sorgenti a grande portata

gitae, zampilli)

fino ai bacini di raccolta

dove in seguito venivano ripartite tra gli aventi diritto dei terreni cir­ costanti. In questo modo l'acqua poteva raggiungere ogni angolo dei quartieri a coltura intensiva vicini ai centri abitati. È signifìcativo che �ella fascia degli orti numerosissime località abbiano preso il loro ng� __

dalla sorgente che le alimentava. La costruzione di queste complesse reti di canali, di bacini di raccolta e di fossati di irrigazione richiedeva investimenti che non possiamo mi­ surare, ma che certamente dovevano essere rilevanti. La loro stessa ma­ nutenzione implicava forti spese, e presupponeva cure attente da parte dei signori e delle comunità. Anche l'equa ripartizione delle acque tra­ sportate o raccolte nei serbatoi poneva, nelle città come nei villaggi, delicati problemi. Da tutti i punti di vista, l'irrigazione costituiva un'i­ niziativa di gruppo fondata sulla disciplina collettiva. Gli atti privati, anche nel XIII secolo, sono laconici su questi aspetti della vita rurale mediterranea, dominati dalla consuetudine. Si accontentano per lo più di precisare che le parcelle degli orti vengono cedute con la loro porzio­ ne di sorgente e cisterna, e i loro diritti d'uso sui canali di distribuzio­ ne. Gli statuti comunali dei secoli XIII e XIV, in compenso, hanno cer­ cato di mettere per iscritto e di regolamentare con la solita minuziosità le pratiche in vigore al momento della loro redazione: nelle città e nei castelli, la comunità si preoccupava innanzitutto di tutelare le opere di pubblica utilità (fontane, lavatoi, abbeveratoi), di tenerne liberi i din50

Tecniche agricole e sistemi di coltivazione torni immediati e di combattere l'inquinamento. Pesanti pene colpiva­

no i prelievi illegali di acqua e i danni arrecati alle canalizzazioni. Nel­

la Tuscia, le finanze di Viterbo, a metà del

XIII

secolo, erano cosl pro­

spere che la città poteva mantenere un corpo permanente di guardiani delle acque _ e delle fontane (piscinarii, balnearoli), la cui atti tà- - era

�ofiat;;:- dagli uffici;:fi--deÌla

viabilità

(balivi viarum),



i quali, a loro

volta, erano diretti dai sindaci della comunità, dai consoli e, all'occor­ renza, dal podestà. Questi agenti subalterni erano incaricati di provve­ dere alla

purgatio

e alla

periodica dei canali. Ancora più in­

reaptatio

teressante è constatare che il magistrato non ha esitato ad assicurare la manutenzione e la riparazione degli acquedotti imponendo prestazioni d'opera ai membri della comunità. Egli è riuscito anche a far ricono­ scere il principio che nella zona degli orti suburbani le spese sostenute a questo titolo dovessero ricadere sui coltivatori che beneficiavano delle

acque trasportate. Ma più di ogni altra cosa è significativo il fatto che

le comunità urbane del XIII secolo, ostinatamente decise a mantenere la

pace pubblica, quando hanno proibito la costituzione di associazioni

private

(legae),

come è avvenuto a Viterbo nel 1237-1238, abbiano do­

vuto escludere esplicitamente da tale provvedimento quelle che ave­ vano come scopo la manutenzione degli acquedotti e la distribuzione

delle acque irrigue

(ligae aquarum ).

Che simili

«

leghe delle acque » ab­

;,

biano potuto servire, al tempo della guerra svev ··da pretesto o quadro

naturale per la costituzione di fazioni politiche, è quanto dimostra,

sempre a Viterbo, uno statuto aggiuntivo del 1251-1252 che imponeva

lo scioglimento della

lega aquae Rianensis, o lega degli usufruttuari del­ capitaneus Giovanni Tignoso, il cui

l'acquedotto del Riello, animata dal

lignaggio nel corso del venticinquennio precedente era stato alla testa

del partito ghibellino locale. Contemporaneamente, invece, i proprie­

tari degli orti le cui parcelle erano irrigate dall'acquedotto dell'aqua Ri­ spolii si vedevano riconoscere il diritto di eleggere quattro boni homi­ nes et fideles super acqua dividenda ad irrigandos ortos ipsorum. In particolare, questo collegio di probiviri aveva come compito più deli­ cato quello di stabilire un calendario per la ripartizione delle acque ir­ rigue secondo i giorni della settimana e le ore della giornata. Compito tanto più gravoso in quanto gli interessi dei proprietari di orti si scon­ travano su questo punto con quelli, più potenti, di altri utilizzatori

delle stesse canalizzazioni: i mugnai. Si intravede cosl sullo sfondo di questi consorzi un intreccio di tensioni interne e di con.B.itti tra aventi diritto animati da interessi divergenti. 51

Gli elementi costitutivi della struttura agraria medioevale Due osservazioni per concludere coi sistemi di coltura intensiva. La prima riguarda la data che si può assegnare a queste regolamentazioni collettive. Benché gli statuti che ne hanno assicurato la stabilità non siano anteriori alla prima metà del XIII secolo, ci troviamo senza alcun dubbio di fronte a pratiche molto più antiche. Nel XII secolo, a Viterbo come nel Lazio meridionale, gli atti privati vi fanno allusione nella ma­ niera più chiara. Senza tirare in causa il tardo Impero o Bisanzio, si può notare che proprio a Roma un celebre documento del 1030 atte­ sta già l'esistenza d'una corporazione di prop;ietari di orti

schola hor­

-

tulanorum-che si era torità d'un prior eletto

data ampi statuti per garantire, attraverso l'au­ dai soci, il rispetto delle servitù collettive impo­

ste dai sistemi di coltura irrigua tipici dei quartieri orticoli. Il fatto

nuovo

è

che nel XIII secolo, in seguito alla crescita politica delle comu­

nità urbane e rurali e al recupero del diritto giustinianeo, la legislazio­ ne statutaria, oltre a consacrare le consuetudini stabilite dalle associa­ zioni private nel quadro naturale del quartiere agricolo la

vicinia,

(contrada)

o del­

ha affermato il suo diritto eminente su tutte le acque corren­

ti e stagnanti, ormai ritenute dipendenti dalla proprietà pubblica: frut­ to remoto delle elaborazioni dottrinali che la scienza bolognese del XII secolo, a Roncaglia e anche più tardi, aveva costruito intorno al pro­ blema delle

regalia.

Aggiungiamo che le pratiche collettive regolanti

l'uso delle acque irrigue non solo sono decisamente anteriori agli sta­ tuti dei secoli XIII e XIV, ma per di più sono sopravvissute ad essi per lungo tempo : gli statuti dei proprietari degli orti di Palestrina, nel XVII secolo, comportano disposizioni del tutto simili e ci fanno toccare con mano la rigidità dei sistemi di coltura intensiva dell'orto mediterraneo. Secondo punto : a dispetto del loro numero e della loro precisione, gli statuti in materia di irrigazione si sono sempre limitati, nel Lazio, a regolamentare lo sfruttamento d'un solo tipo di quartiere : quello degli orti-frutteto. Tale situazione, ben diversa da quella che si registra

in

Lombardia alla stessa epoca, mette in rilievo il carattere meridionale

della civiltà agraria laziale: l'acqua e il concime qui venivano concen­ trati su settori molto ristretti. L'applicazione di questi sistemi di col­ tivazione divoratori di manodopera ha mantenuto e anzi rafforzato, al­ l'interno del

cultum, un contrasto fondamentale tra le oasi di produzione d'aspretum abbandonati all'arboricoltura

intensiva e la massa dei quartieri

secca e ad una cerealicoltura di debole rendimento.

52

Tecniche agricole e sistemi di coltivazione c. La cerealicoltura estensiva Nei quartten destinati alla cerealicoltura secca, l'uomo non dispo­ . edioci possibilità per ricostituire artificialmente i suo . . Nel XIV secolo, gli agronomi invitavano a utilizzare i eone� vegetali

neva Che di



ll

-lupini, ad esempio-- per le terre grasse dell'Emilia e della Lombar­ dia. Nel Lazio, dove non si

è

spinta la curiosità vivacissima di Piero de'

Crescenzi, l'unico testo che sembra farvi riferimento

è

uno statuto di

Cave ( 1307 ) , la cui interpretazione comunque rimane incerta. In com­ penso era senz'altro conosciuta la pratica reintegrante più rudimentale del debbio. Numerosi toponimi della famiglia Arsura, Area arsa, AlZar­

sa, Terra arsa, Starsa ecc. sono attestati nel Lazio meridionale e nella Sabina. Il debbio era in ogni caso limitato ai terreni marginali più po­ veri, dove la coltivazione su terreno debbiato poteva dare un magro raccolto a lunghi intervalli. A partire dal 1300, la preoccupazione di proteggere ciò che restava delle foreste comunali ha d'altra parte con­ dotto le comunità prima a regolamentare rigorosamente, e poi a proscri­ vere del tutto, il debbio, considerato responsabile degli incendi di fine estate. Nella massa dei quartieri cerealicoli rimaneva così solamente la possibilità di lasciare che la terra, liberata dalle colture debilitanti, si ricostituisse naturalmente attraverso un maggese integrale di durata molto variabile a seconda della qualità dei suoli, biennale nei casi mi­ gliori. All'interno di questo quadro generale si pongono tre ordini di pro­ blemi. Quali specie di cereali, in primo luogo, venivano coltivate? Se­ condo quale rotazione queste specie si succedevano sullo stesso campo? Quale idea ci si può fare, infine, della ripartizione dei coltivi secondo le diverse specie, considerando simultaneamente l'insieme dello spazio cerealicolo?

La varietà delle specie di graminacee e leguminose che si succede­ vano nella nostra epoca sui quartieri di cerealicoltura secca forma un contrasto sorprendente con la relativa povertà vegetale degli orti. No­ nostante le difficoltà che presenta per molte ragioni uno studio del vo­ cabolario botanico medievale e le incertezze che rimangono,

è

possibile

comporre una lista abbastanza completa delle specie coltivate. Nei se­ coli x-XII, i contratti agrari-soprattutto quelli di Farfa-ci danno una prima serie di informazioni attraverso la specificazione dei censi in na53

Gli elementi costitutivi della struttura agraria medioevale tura e dei canoni parziari raccolti dalla signoria. Nei secoli XIII e XIV, gli statuti comunali offrono a loro volta, sotto le rubriche di « danni dati

»,

un inventario esauriente dei

genera bladorum

coltivati all'inter­

no dei territori dei villaggi. In entrambi i casi noi troviamo il grano di

(frumentum, triticum, granum, bonum granum), il grano « vestito » (investitum }-diverse specie di spelte mal differenziate nei nostri testi, che andavano dalla grande spelta (speltum, spelta) al grano da fecola o farro (farris, far, farre, ferramen) passando verosimilmente attraverso la spelta minore (speltum? )--, inoltre l'orzo di tipo precoce coltivato come cereale d'inverno (ordeum), la segale (secala, secale), il miglio (mileum ), il panico (panicum) e la saggina (sagina, sagine). Tutti frumento

i grani di primavera sono esclusi per ragioni climatiche ed è significa­ tivo notare che non abbiamo alcuna testimonianza documentaria per l'avena. Se si eccettua il sorgo, che comincia a essere menzionato dalle nostre fonti nel XIII secolo, la lista delle graminacee coltivate appare notevolmente stabile per tutta la durata del nostro periodo. L'assetto locale della cerealicoltura poggia sulla ripartizione equilibrata degli spa­

zi tra due grandi famiglie di grani: i grani duri d'inverno e i grani mi­

nuti

(granelli, milea),

che corrispondono, grosso modo, ai due grandi

campi del consumo alimentare : i cereali panifìcabili, da un lato, e i grani da farinata o focaccia dall'altro. Noi non disponiamo di alcun ele­ mento d'informazione che ci permetta di sapere con sufficiente preci­

x al XIV secolo il rapporto tra questi è inclini oggi a pensare che nella regione ocea­

sione come ha potuto variare dal due settori produttivi. Si

nica temperata il grano di frumento abbia fatto dei passi in avanti, so­ prattutto a partire dal XIII secolo. Niente autorizza a supporre che an­ che nel Lazio il frumento abbia compiuto un progresso simile rispetto agli altri grani invernali, e nemmeno a ipotizzare un'avanzata dei cerea­ li panificabili nel loro insieme a spese dei migliacei. Al contrario sem­ bra che nei secoli XIII e XIV questi

ultimi vengano menzionati più fre­

quentemente di prima, nelle determinazioni dei censi in natura e dei canoni parziari e più tardi negli statuti comunali. L'apparizione del sor­ go nel secondo quarto del XIII secolo e i suoi progressi sicuri :fino alla :fine della nostra epoca hanno lo stesso significato : se i regimi alimen­ tari si sono allora modificati sotto il peso d'una crescita demografica acce­ lerata, ciò è avvenuto perché si sono diversificati verso il basso, sul lato dei grani da farinata, poveri, ma robusti e poco esigenti, piuttosto che verso l'alto, sul lato dei grani duri, più nobili ma anche più fragili e più depauperanti. È perfettamente legittimo ritenere che la moltiplica54

Tecniche agricole e sistemi di coltivazione zione delle bocche da sfamare abbia agito nel Lazio del XIII secolo come un fattore di conservazione della gamma tradizionale delle graminacee

coltivate, di cui per di più occorre sottolineare la capacità di offrire ga­ ranzie contro la carestia in caso di disastri meteorologici. La lista ap­ pena compilata, in effetti, non deve indurre a pensare che ogni specie costituisse, nella realtà della vita agraria, l'oggetto d'una coltivazione distinta: si seminavano frequentemente misture di grani invernali (fru­ mento più segale, o spelta più segale), le cui qualità differenti si univa­ no per rafforzare la robustezza dell'insieme ed evitare la caduta degli steli nella fase cruciale compresa tra la formazione delle spighe e la mietitura. Non dimentichiamo poi che anche in caso di coltivazione in­ dipendente dei singoli grani la mescolanza delle farine costituiva la re­ gola. Il pane di puro frumento era riservato ai ricchi o ai giorni di fe­ sta. Il pane di segale riusciva disgustoso ai poveri. Le diverse varietà di spelta, che occupavano il primo posto nella produzione locale di cerea­ li invernali, davano farine troppo leggere per la panificazione. Mesco­ late per un quarto con farina di fave fornivano un pane d'uso quotidia­ no, a quanto pare eccellente. Queste pratiche alimentari sono chiara­ mente documentate negli statuti di Tivoli del 1305. L'estremli Qiv�J::sità __

dei grani, che vediamo accentuarsi nel XIII secolo, ci �-�;bra in ogni

caso una risposta consapevole e avveduta ai problemi posti dal sovrap­ popol:imento a una cerealicoltura contadina che la geografia condanna­ va a deboli rendimenti. In un simile contesto economico e umano sareb­

be · segno eli

scarsa sensibilità storica vedere un progresso unicamente

nell'avanzata del frumento. Solo alcuni settori della produzione signo­ rile si sono potuti impegnare senza rischio in questa direzione.

L'esistenza di tempi di riposo obbligato

(maese, maiese, magese

ecc.), unita alla presenza nei quartieri cerealicoli di grani invernali di tipo disparato e di leguminose-da foraggio e non-, costringe a por­ re il problema della rotazione delle colture. Gli statuti comunali e i framn:Ì.enti di libri censuari giunti fino a noi non sono molto utilizza­ bili a questo proposito. Infatti essi ci offrono soltanto elenchi delle specie coltivate, oppure--ma il risultato

è

lo stesso-inventari dei ca­

noni in natura prelevati sul podere contadino nel suo insieme. Non se ne può ricavare nulla di preciso a riguardo dell'ordine e del ritmo di successione delle colture cerealicole e dei maggesi intercalari nella sin­ gola parcella. Gli unici documenti che aprono uno spiraglio di luce so55

Gli elementi costitutivi della struttura agraria medioevale no costituiti da alcuni contratti d'insediamento su foJ:!di di proprietà �g:rtorile, r_edatti a partire·d;f:ra·fi:O.� del XII secolo con minuziosità -�­ dente perché venga precisata la natura dei canoni richiesti al concessio­ nario secondo l'ordine di successione delle colture annuali, e questo in un lasso di tempo che ricopre esplicitamente un ciclo completo di col­ ture e maggesi. Simili documenti presentano senza dubbio

il

grave in­

conveniente di riguardare solo i quartieri cerealicoli più ricchi e dun­ que non

è

legittimo estendere all'insieme della cerealicoltura le conclu­

sioni che se ne possono trarre. Ma il loro interesse rimane considere­ vole. Essi permettono, in primo luogo, di confermare e approfondire i dati più laconici forniti dai documenti dei secoli x-xii, che risulterebbe­ ro incomprensibili se studiati da soli. Inoltre consentono di temperare una visione troppo semplicistica della cerealicoltura mediterranea me­ dievale, secondo cui essa sarebbe fondata sulla pratica stabilizzata d'una rotazione biennale grano d'invemo-maggese integrale. Noi veniamo a sapere, infatti, che alcuni quartieri cerealicoli di ottima qualità della conca teatina e del Lazio meridionale potevano sopportare un ciclo trien­ nale particolarmente intensivo che faceva seguire due raccolti di cereali invernali diversamente esigenti (frumento e spelta, oppure frumento e orzo ) a un'annata di riposo reintegrante, con o senza coltura intercalare di leguminose arricchenti. Simili rotazioni complesse sono attestate uni­ camente nel XIII secolo. Di primo acchito si

è

attratti dall'ipotesi sedu­

cente di trovarsi di fronte a un'innovazione colturale che va attribuita al sovraccarico demografico e ad un probabile progresso delle tecniche aratorie, a sua volta legato alle imprese di colonizzazione cerealicola dei suoli alluvionali più ricchi, fino a quel momento trascurati a causa della

loro pesantezza. Si tratterebbe, in un certo senso, di una versione me­ diterranea dei successi ottenuti contemporaneamente nell'Europa nordoc­ cidentale grazie all'inserzione regolare d'un cereale di primavera tra il maggese ed il grano d'inverno, anche qui secondo un ritmo triennale. Un esame più attento della documentazione costringe ad abbandonare questa ipotesi. Fin dalla metà del x secolo, in effetti, noi incontriamo quartieri ad

tres fruges

( frumento più orzo più fave). Senza dubbio in

questi documenti antichi e poco chiari non

ro­

tazione nella sua completezza

è attestato alcun ciclo di pro quolibet triennio, come avviene

in­

vece nei contratti del XIII secolo, e noi possiamo con molta tranquillità

affermare che essi riguardano terre a rotazione biennale dove un cereale

d'inverno (frumento, spelta oppure orzo ) si alternava a un maggese in parte coperto da leguminose arricchenti (fave). È tuttavia innegabile 56

Tecniche agricole e sistemi di coltivazione che l'espressione corrente

.EL!!E-.J�g��

faccia piuttosto pensare a un

ciclo abituale di rotazione. Inoltre, la stretta concordanza delle specie menzionate con quelle che sono chiaramente documentate per le rota­ zioni triennali del XIII secolo sembra autorizzarci ad assegnare un'ori­ gine antica alle pratiche che riusciamo a cogliere con una certa ampiez­ za a quest'ultima data. Ad ogni modo si trattava di rotazioni eccezio­ nalmente sostenute, e quindi realizzabili solo in alcuni quartieri privi­ legiati, come

è

dimostrato, proprio nel XIII secolo, dalla rarità dei testi

che ne parlano. Su un piano generale, gli arativi di buona qualità, quelli che le fon­ ti si preoccupano di catalogare come

optimae terrae sementariciae,

do­

vevano accontentarsi di un'alternanza biennale di cereali invernali e di maggesi in parte destinati alla coltura intercalare delle leguminose. Nei quartieri periferici più poveri il ritmo delle colture era irregolare e più disteso: qui la terra portava grano un anno su tre o su quattro, persino un anno su sette o su otto. Non ci troviamo più di fronte, in questi quartieri-limite, a una rotazione, ma piuttosto a colture intermittenti di sostegno, a cui potevano adattarsi solo le specie più ascetiche, come la segale o la grande spelta. Si cadrebbe nell'errore, tuttavia, se si en­ fatizzassero questi ultimi esempi e si insistesse troppo pessimistica­ mente sulla miseria della cerealicoltura mediterranea. Piuttosto che get­ tare sguardi disperati e pieni d'invidia verso le grasse pianure a grano dell'ile-de-France o della Piccardia, riflettiamo sull'ingegnosità con cui i contadini dell'Italia centrale hanno- -tentato di rimediare ai bassi ren­ dimenti della loro cerealicoltura: in mancanza dei grani primaverili che qui non potevano crescere, essi hanno saputo sviluppare la coltivazione d'una grande varietà di cereali invernali dotati d'una certa plasticità ge­ netica 'e soprattutto quella delle graminacee a crescita rapida, come il miglio e il panico, che in pratica hanno garantito nel bilancio delle sus­ sistenze la funzione altrove riservata ai grani di marzo. I testi ci mo­ strano dunque un'intelligente divisione degli arativi fra i cereali pani:fi­ cabili e le graminacee da farinata; e una ripartizione ugualmente avve­ duta dei terreni a riposo fra il maggese integrale e la coltivazione inter­ calare delle leguminose (fave e ceci). Per inciso si può notare che le qualità nutritive di quest'ultime-e anche i loro presunti poteri afro­ disiaci-venivano esaltati dal consumatore medievale con toni d'alto lirismo e che la loro capacità di arricchire il suolo d'azoto non era af­ fatto sconosciuta. È proprio questa gamma estesa di possibilità colturali che rivelano finalmente con chiarezza i libri censuari, dove sono fissati 57

Gli elementi costitutivi della struttura agraria medioevale sulla carta con tutta la loro varietà i canoni in natura percepiti dalla si­ gnoria. Questo sapiente adattamento dei quartieri cerealicoli--essi stes­ si eterogenei e discontinui-a rotazioni molto elastiche dovrà essere tenuto presente quando si tratterà di render conto del frazionamento e della dispersione delle aziende contadine.

La complessità delle rotazioni descritte invita a scartare l'immagine troppo schematica d'uno spazio cerealicolo monotonamente diviso fra i grani d'inverno e il maggese integrale. Da qui l'interesse legato a ogni tentativo di valutazione quantitativa dei raccolti e delle superfici coltivate in rapporto alle diverse specie. Ma purtroppo nell'affronto di simili problemi non possiamo utilizzare che

un

numero estremamente

esiguo di testi, tutti della metà del XIII secolo e tutti riguardanti il La-

� frumento

lllllll orzo invernale oppure, se si preferisce seguire la ripartizione tra grano di frumento e- biada communia:

miglio ceci � fave - ortaggi

tmmmml grani 1 mm

comuni

=

200 quartsria

Fig. l . Composizione dei raccolti realizzati dalla certosa di Trisulti sulle sue ri­ serve di.Eyci (ca. 1240-1255).

zio meridionale. Esaminiamoli più da vicino, facendo attenzione a non sopravvalutarne l'importanza. Ecco per prima cosa un documento tolto dall'interminabile processo che oppose nel corso del XIII secolo,

di fron­

te alla giustizia pontificia, le comunità di Alatri e di Vico alla vicina certosa di Trisulti a proposito della grande foresta d'Eyci. Nel 1255 gli uomini di Vico, compiendo un altro passo in avanti nella loro battaglia giudiziaria, rivendicarono non solo la foresta su cui vantavano diritti d'uso di origine antichissima, ma anche i grandi quartieri di terra ara­ bile

(giratae ),

coltivati in rotazione 58

(ad vicendam ),

che i monaci ave-

Tecniche a., crricole e sistemi di coltivazione vano conquistato coi dissodamenti nella suddetta foresta. Per sostenere la difesa dei propri interessi, i comunisti di Vico aggiunsero all'espo­ sizione delle proprie ragioni (querimonium), come documento giustifi­ cativo, una stima dettagliata delle diverse specie e quantità di cereali e leguminose raccolte, secondo loro, dall'abbazia di Trisulti. Benché si tratti da diversi punti di vista di un caso molto particolare, e benché non ci troviamo di fronte a una valutazione diretta delle superfici col­ tivate, ma ad una stima delle quantità raccolte per un periodo d'una quindicina d'anni, il documento costituisce una testimonianza immedia­ ta di grande interesse, di cui i grafici qui riportati riassumono il con­ tenuto (fig. l ). La preponderanza del grano di frumento sui cereali po­ veri, le graminacee da farinata e le leguminose è schiacciante. Non af� frumento l ��

< .·:

'''

l spelta

ft;c;,;.,,..aJ segale

llllll ceci � fave 1 cm Fig. 2. Inventario dei raccolti

ammassati

nel granaio da

un

=

2 quartaria

allodiero di Alatri

(novembre 1220 ).

frettiamoci a concludere: confrontiamo queste prime indicazioni con quelle che ci offrono altri due documenti contemporanei, sempre rela­ tivi al Lazio meridionale. Al termine d'un processo che oppose nel 1264 il cavaliere Corrado di Sgurgola all'abbazia di San Pietro di Villamagna (Anagni) e aveva come oggetto la produzione di quindici appezzamenti di terra arabile distribuiti in diversi quartieri cerealicoli della Campagna, l'accordo rag­ giunto fra le due parti attesta una proporzione di frumento quasi esat­ tamente opposta a quella che rivelava il processo di Vico contro Tri­ sulti: un terzo per il frumento contro due terzi per gli altri cereali (blada communia), qui non altrimenti specificati. Terzo documento : l'inventario dei raccolti d'un piccolo allodiero di Alatri, cosi come si trovavano ammassati nel granaio al momento del­ la sua morte, avvenuta all'inizio del novembre 1220, quando i raccolti stessi non erano ancora stati intaccati ampiamente dal consumo fami­ liare e per nulla dalle semine (fig. 2). 59

Gli elementi costitutivi della struttura agraria medioevale Cosa ricavare da questi dati scheletrici? Senza abbandonare la pru­ denza richiesta da una documentazione tremendamente frammentaria, è possibile sottoporre a un confronto queste tre ripartizioni così dissi­

mili tra loro. Tale confronto permetterà di delineare alcune conclusioni interessanti sul problema della distribuzione degli arativi secondo le di­ verse specie di grani e secondo i livelli sociali della proprietà. La distribuzione degli arativi praticata dai certosini di Trisulti è doppiamente rivelatrice: essa riguarda contemporaneamente un quar­ tiere ricco conquistato col dissodamento sulle terre brune della foresta mista e il settore della conduzione signorile diretta. Da tutti i punti di vista qui ci troviamo in presenza del caso che nella nostra regione è

il

più favorevole possibile al frumento. In effetti la predominanza del fru­ mento è schiacciante: in media, ricordiamolo, 7 0 % sul totale del rac­ colto, per una quindicina d'anni di coltivazione. I cereali poveri sono quasi sconosciuti (solo 7 % per l'orzo ). Bisogna sottolineare anche l'e­ quilibrio del rapporto fra graminacee secondarie (miglio : 7 % ) e le­ guminose (fave e ceci: 14% ). Le ultime cifre ci danno un'idea-ab­ bastanza vaga, però-dell'ampiezza delle superfici che all'interno dei maggesi venivano destinate alle colture intercalari. Questa ripartizione può essere considerata tipica d'una sana economia signorile diretta, do­ ve l'alta qualità dei suoli e l'estensione notevole delle terre disponibili permettevano di lasciare ai cereali ricchi una porzione relativamente vasta degli arativi, mantenendo nello stesso tempo un margine di sicu­ rezza soddisfacente sul lato delle graminacee e delle leguminose. Gli al­ tri due esempi ci introducono in un ambiente molto diverso: quello de­ gli arativi contadini nei vecchi quartieri cerealicoli delle campagne di An� oni e Alatri. In un caso li possiamo accostare in maniera indiretta attraverso il prisma senza dubbio parzialmente deformante del prelievo signorile, nell'altro collocandoci al livello stesso del raccolto contadino. Qui e là, a parte alcune sfumature diverse nei dettagli, il quadro d'in­ sieme è identico.

n frumento

occupa un posto marginale: un terzo al

massimo ad Anagni, decisamente meno della metà ad Alatri. L'essen­ ziale dello sforzo produttivo è rivolto verso i

blada communia,

cioè,

nell'ordine decrescente precisato dall'inventario di Alatri: spelta, segale, miglio e leguminose. Per quest'ultime si ritrova del resto la stessa ri­ partizione consuetudinaria tra fave e ceci rintracciata per Trisulti ( 15% circa del totale). La diminuzione registrata dal frumento (43 % sul to­ tale dei grani raccolti) rispetto alle riserve cerealicole della certosa di Trisulti va dunque attribuita all' avanzamento dei cereali invernali più 60

Tecniche agricole e sistemi di coltivazione poveri, come spelta e segale (42% circa). La stretta relazione che dove­ va esistere fra le dimensioni dell'azienda e le forme di gestione econo­ mica, da un lato, e la ripartizione degli arativi secondo le diverse spe­ cie di graminacee, dall'altro, è evidente. Con una base documentaria così modesta è di.fficile andare al di là della constatazione generica che ÌÌ.el Lazio coesistevano arativi di tipo signorile a base di frumento e ara­ tivi di tipo contadino a base di policerealicoltura povera. In particola­ r�, - nèin�-possiamo cogliere mutam�ti -sulla- i�a durata in alcuno dei due settori, poiché le nostre fonti si riferiscono tutte ai decenni cen­ trali del XIII secolo. È chiaro tuttavia che la preferenza accordata dal mondo contadino a una cerealicoltura molto diversificata sul lato dei grani poveri rispondeva a motivazioni tecniche e psicologiche ben pre­ cise e riflette una scelta economica per la sicurezza nella mediocrità. Non potendo fare affidamento su alcun margine di eccedenze in caso di difficoltà, si capisce come mai il concessionario e il piccolo allodiero siano stati costretti a variare al massimo i loro arativi, sfruttando nel migliore dei modi le attitudini di parcelle esigue e disperse in numero­ si quartieri. È ugualmente comprensibile come mai abbiano preferito delle specie robuste e poco esigenti, come la spelta e la segale, alla coltivazione debilitante e più aleatoria del frumento. All'opposto, la ce­ realicoltura « ricca » praticata dai certosini di Trisulti nelle loro gran­ di riserve appare come una coltivazione indirizzata al profitto, che co­ munque non poteva fare a meno d'una duplice garanzia: alla produ­ zione diretta d'un minimo ragionevole di graminacee di bassa qualità e leguminose (21 % del totale) in effetti venivano ad aggiungersi-non dimentichiamolo-consistenti prelievi in natura sui poderi contadini che mettevano al primo posto la coltivazione dei cereali poveri. Almeno in parte è stato proprio questo apporto di « grani comuni » raccolti dai suoi concessionari che ha permesso alla signoria di orientare la produ­ zione delle sue riserve verso il frumento senza correre un rischio eco­ nomico eccessivo. Falseremmo così la prospettiva se, a conclusione del­ l'analisi dei diversi tipi di terreni cerealicoli, esaltassimo il carattere « progressista » degli arativi signorili, in opposizione agli arativi conta­ dini cosiddetti « tradizionalisti », « ritardatari », ecc. _Solo mantenendo i suoi dipendenti nel solco obbligato della cerealicoltur; povera, -lnfatii; i[�et�--signorlle ha potuto rischiare senza pericolo nell-;. produzione del :ft!mlento. La stagnazione dei sistemi agricoli contadini appare così una condiZione necessaria dei progressi registrati sul lato della gestione si­ gnorile diretta. 61

Gli elementi costitutivi della struttura agraria medioevale d. Problemi tecnici della viticoltura Le tecniche agrarie tipiche dei quartieri viticoli non pongono nel Lazio alcun problema particolarmente interessante. È sufficiente sotto­ lineare la loro perfetta rassomiglianza con quelle già studiate molto bene a proposito di altri vigneti medievali. Nel Lazio e nella regione di Bordeaux, tanto per fare un esempio, si incontrano la stessa distinzio­ ne fogqamentale fra vigne « a braccia » e vigne lavorate con 'rar�tro: e lo stesso fègame tecnico tra il vigneto e i suoi compiem�nti natUrali (giuncaie, canneti, vincheti) che fornivano l'« impalcatura » necessaria (pali di sostegno, listelli e legacci). La concimazione delle vigne, le di­ verse lavorazioni richieste e il loro calendario obbedivano, qui e là, al­ le stesse regolamentazioni precise contenute nei contratti agrari. Qui gli statuti comunali e là le carte di consuetudine proteggevano con di­ sposizioni analoghe il vigneto contro gli sconfinamenti depredatori degli animali e i furti dei malintenzionati e fissavano in maniera simile le modalità della vendemmia. Questa somiglianza nelle tecniche e nelle fasi di lavorazione presuppone un'identica struttura d'insieme dei quar­ tieri viticoli: dovunque domina il paesaggio del « vigneto » p�o, ,