Erodoto magazine. Verso l'interrogazione-Atlante storico. Per le Scuole superiori. Con e-book. Con espansione online: 4 8835047781, 9788835047780

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Erodoto magazine. Verso l'interrogazione-Atlante storico. Per le Scuole superiori. Con e-book. Con espansione online: 4
 8835047781, 9788835047780

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GIANNI GENTILE, LUIGI RONGA, ANNA ROSSI

4

MAGAZINE

ERODOTO

CORSO DI STORIA, CITTADINANZA E COSTITUZIONE

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Presentazione

apparati didattici, mentre l’originalità è costituita soprattutto dai Magazine, vere e proprie riviste che propongono un diverso approccio allo studio della Storia. Il manuale si articola in Unità.

Le aperture delle Unità evidenziano il prima e il dopo rispetto all’argomento trattato.

PRIMA: Supremazia della Francia e monarchia assoluta L’Europa di metà Seicento appariva dominata dalla Francia di Luigi XIV: nelle relazioni internazionali nessuno pareva in grado di contrastare le sue pretese, mentre l’organizzazione assolutista della sua monarchia era un modello per quasi tutti i sovrani.

CAUSE Il Re Sole intende imporre la supremazia francese in Europa

X

La monarchia Stuart tenta di imporre l’assolutismo provocando uno scontro con il Parlamento

X

Dopo il pericoloso assedio di Vienna compiuto dai Turchi nel 1683, le potenze europee si uniscono nella Lega Santa

X

Pietro il Grande affronta la Svezia per il dominio del Baltico nella seconda guerra del Nord (1700-21)

X

Terminata la dominazione spagnola, il territorio italiano è ancora conteso sia nella guerra di successione polacca che in quella austriaca

X

La guerra dei Sette anni (1756-63), è combattuta dalle potenze mondiali sia per il controllo della Slesia sia per il primato coloniale

X

EVENTI

CONSEGUENZE

1684: Dieta di Ratisbona

X

1688: Gloriosa Rivoluzione, il Parlamento offre il potere a Guglielmo d’Orange

X

Con la Dichiarazione dei diritti (1689) il Parlamento istituisce una monarchia costituzionale

X

L’Austria ottiene la sovranità su Ungheria, Transilvania e Croazia, Venezia ottiene i porti di Dalmazia e Albania e la Russia il porto di Azov

1720-21: Pace di Stoccolma e pace di Nystadt

X

Fine dell’egemonia svedese sul Baltico a favore di Russia e Prussia

1748: Pace di Aquisgrana, stabilizzazione della situazione italiana

X

Il Regno di Napoli va a Carlo di Borbone, la Lombardia passa sotto il dominio degli Asburgo d’Austria

X

La Gran Bretagna rafforza la sua influenza commerciale e ottiene da Francia e Spagna numerosi possedimenti coloniali

1699: Pace di Carlowitz, tramonto della potenza ottomana

1763: Pace di Parigi, sancisce la superiorità della Gran Bretagna

L’Impero austriaco riconosce le annessioni francesi compiute fino al 1681

Gli eventi, come fossero una linea del tempo, vengono commentati mettendo in evidenza le cause e le conseguenze degli avvenimenti presi in esame.

DOPO: Primato mondiale della Gran Bretagna e monarchia costituzionale Uscita vittoriosa da un secolo di guerre, la Gran Bretagna si assicurò un primato politico e commerciale a livello mondiale; contemporaneamente, la sua monarchia costituzionale si proponeva come alternativa all’assolutismo.

Interagiscono con la narrazione storica numerosi strumenti

UNITÀ 1

38

L’Europa tra Sei e Settecento

UN SECOLO DI GUERRE (1667-1763) Anni Guerra Stati coinvolti

didattici come Guida allo studio, Lessico e Tutor. La narrazione storica è arricchita da rubriche come Letteratura e storia, Cinema e storia, Arte e storia, Approfondi-

TUTOR Pace

Conseguenze

1667-68

Guerra di devoluzione.

Francia contro Spagna, Olanda e Inghilterra.

Pace di Aquisgrana (1668).

Rafforzamento della Francia.

1672-78

Guerra d’Olanda.

Francia, Svezia e Inghilterra contro Olanda, Spagna e alcuni principati tedeschi.

Pace di Nimega (1678).

Rafforzamento della Francia.

L’Impero ottomano fu fondato nel XIV secolo da Osman, da cui prese anche il nome. Durò fino al 1922, anno della deposizione dell’ultimo sultano: Maometto VI. Per tutta la sua storia fu una spina nel fianco per l’Occidente: prima come pericoloso avversario in grado di misurarsi alla pari

Guerra della Lega Santa.

1688-97

Guerra della Lega d’Augusta.

Francia contro Austria, Spagna, Svezia, Prussia, Inghilterra, Ducato di Savoia, Olanda.

Pace di Rijswijk (1697).

Prima sconfitta di Luigi XIV.

1701-13

Guerra di successione spagnola.

Francia contro Austria, Inghilterra, Olanda, principati tedeschi, Portogallo, Svezia, Ducato di Savoia.

Pace di Utrecht (1713). Pace di Rastadt (1714).

Fine della supremazia francese in Europa e della dominazione spagnola in Italia.

Seconda guerra del Nord.

Svezia contro Russia, Polonia, Danimarca e Prussia.

Pace di Stoccolma (1720). Pace di Nystadt (1721).

Rafforzamento della Russia e declino della Svezia.

Austria e Impero ottomano.

Austria e Venezia contro l’Impero ottomano.

Pace di Passarowitz (1718).

Rafforzamento dell’Austria e declino dell’Impero ottomano.

mento, Vita quotidiana, I Protagonisti, Documenti (ico-

1733-35

Guerra di successione polacca.

Austria e Russia contro Francia, Spagna e Regno di Sardegna.

Pace di Vienna (1735).

Evidenzia la debolezza della Polonia; nuova sistemazione dell’area italiana.

1740-48

Guerra di successione austriaca.

Austria, Inghilterra, Regno di Sardegna contro Prussia, Baviera, Francia e Spagna.

Pace di Aquisgrana (1748).

Rafforzamento della Prussia e stabilizzazione della situazione italiana.

nograici o scritti), I luoghi della storia, Geostoria (che

1756-63

Pace di Hubertusburg Guerra dei Sette Austria, Francia, (1763). anni (in Europa Russia Pace di Parigi (1763). e nelle colonie). e Spagna contro Inghilterra e Prussia.

L’Inghilterra conquista il primato nelle colonie e nel commercio mondiale.

2. Solimano il Magnifico (1520-1566). Fu il grande protagonista dell’espansione ottomana che si misurò alla pari con Carlo V d’Asburgo.

Fasi di espansione dell’Impero ottomano: 1453-1520 1520-1566 1566-1683 direttrice dell’espansione ottomana in Europa massima espansione raggiunta nel 1683

1. La progressiva perdita di territori. Accompagnò il tramonto dell’Impero ottomano e le conseguenti mire delle potenze europee che destabilizzarono per tutto l’Ottocento l’area balcanica.

UNITÀ 2

62

APPROFONDIMENTO

LESSICO

assuntivi che aiutano a comprendere meglio la narrazione.

3. Non lontano da Federico è seduto il filosofo Voltaire, che passò tra il 1750 e il 1753 diversi mesi nel castello, ospite di Federico il Grande. 2. Facevano parte dell’Accademia i più importanti intellettuali del tempo: Voltaire, Montesquieu, d’Alembert e il tedesco Immanuel Kant.

292

Apertura della linea ferroviaria LiverpoolManchester.

IERI

Ci si spostava a piedi o a cavallo, i più ricchi con le carrozze, e i tempi per raggiungere la meta erano interminabili OGGI

La rapidità negli spostamenti è una caratteristica del mondo moderno: dall’invenzione del treno e poi del motore a scoppio i mezzi di trasporto sono diventati sempre più veloci

reggia estiva. Fu qui che spesso gli intellettuali si incontravano con il sovrano e facevano circolare le idee illuministiche. 1. Gli illuministi che siedono alla tavola fanno parte dell’Accademia delle Scienze di Berlino, arrivata al massimo splendore con Federico II.

Gli obiettivi principali delle riforme furono: ƒla riorganizzazione dell’apparato burocratico, al ine di rendere l’amministrazione dello Stato più razionale; in questo campo, particolarmente importante fu l’istituzione del catasto, cioè di un registro delle proprietà immobiliari; ƒl’aumento delle entrate iscali, con il tentativo di imporre la tassazione anche alla nobiltà e al clero; ƒil giurisdizionalismo, ossia l’estensione della giurisdizione dello Stato sulle Chiese nazionali. Nella sostanza i sovrani cercarono di assumere il controllo del clero locale e di sottrarre alla Chiesa proprietà e antichi privilegi (come la manomorta, che impediva la vendita dei beni ecclesiastici, o il diritto d’asilo, che vietava la cattura di chiunque fosse rifugiato nei conventi e nelle chiese); inoltre, tentarono di acquisire il controllo della cultura e dell’istruzione, all’epoca quasi interamente nelle mani della Chiesa. La politica giurisdizionalista fu accompagnata da una violenta polemica contro gli ordini religiosi che investì soprattutto i gesuiti. Accusati di essere al servizio di Roma e di tramare contro lo Stato, i gesuiti vennero espulsi da molti Paesi. Nel 1773, la pressione delle corti europee indusse papa Clemente XIV addirittura a sopprimere l’ordine (che sarebbe stato però ricostituito nel 1814). La radicalità degli obiettivi delle riforme fu respinta in genere dai ceti popolari che difendevano la religione tradizionale. Ovviamente le resistenze più forti vennero, però, dalla nobiltà e dal clero che si vedevano privati di antichi privilegi. Ciò determinò spesso il fallimento delle riforme. Fu questo il caso della Spagna, dove la politica riformatrice di Carlo III di Borbone (1759-1788) ottenne risultati modesti per la ferma opposizione della nobiltà e degli ecclesiastici. Ma il caso più clamoroso fu quello della Francia. Sia Luigi XV (17151774) che Luigi XVI (1774-1792) furono bloccati dall’opposizione dei ceti privilegiati. Il tentativo più importante di realizzare una politica di riforme fu avviato nel 1774 dal ministro delle Finanze AnneRobert-Jacques Turgot che propose numerosi provvedimenti innovativi: tolleranza per le minoranze religiose, sottrazione dell’insegnamento scolastico al clero, estensione delle tasse agli ecclesiastici e alla nobiltà. Anche in questo caso, però, le resistenze ebbero la meglio e Luigi XVI fu obbligato a licenziare Turgot (1776). Il riformismo così falliva proprio nel Paese da cui era partita la «primavera dei Lumi».

Barry Lyndon Gran Bretagna, 1975 (durata: 184’) Regia: Stanley Kubrick Attori principali: Ryan O’Neal, Marisa Berenson, Patrick Magee, Hardy Krüger

Il film che forse meglio di qualunque altro è immerso in un’atmosfera che restituisce intatto il clima settecentesco è Barry Lyndon, del regista americano Stanley Kubrick. Tratto dal romanzo di W.M. Thackeray (18111863), narra la storia dell’ascesa e del fallimento di Redmond Barry, giovane avventuriero irlandese di umili origini, che spende la sua vita alla ricerca di ricchezze e prestigio, per superare le rigide barriere sociali del suo

tempo. È disposto ad accettare qualsiasi sacrificio pur di diventare ricco e ottenere un titolo nobiliare. Cambia modo di vivere più volte, diventando un soldato valoroso, un giocatore d’azzardo e, infine, sposa la contessa di Lyndon più per la sua posizione sociale che per amore. Il matrimonio dovrebbe costituire il culmine della sua ascesa: invece, lo condurrà alla rovina. Particolarmente studiata è la scenografia: la scelta di utilizzare esclusivamente la luce naturale per le riprese esterne e candele e lampade a olio per gli interni crea un effetto di realismo, sottolineato dagli evidenti richiami ai pittori dell’epoca.

I moti degli anni Venti e Trenta

Durante le giornate del luglio 1830 in Francia, la difesa dei valori nazionali e liberali trascinò nelle piazze i giovani universitari parigini che diedero vita a manifestazioni che rappresentano una sorta di Sessantotto ante litteram. Ma l’eredità più signiicativa riguarda invece i trasporti: è di questi anni la costruzione della prima linea ferroviaria per passeggeri, tra Liverpool e Manchester, l’inizio di un sistema di comunicazione che rivoluzionò le abitudini di noi tutti. Inine tra le novità di questo periodo, vi fu una signiicativa svolta nel campo della scrittura: la penna d’oca fu sostituita dal pennino con ovvi miglioramenti nella semplicità della scrittura.

Storiograia) e Misurare le competenze, la veriica inale.

lezioni: Cittadini adesso.

Gli illuministi alla corte di Federico II

Dal passato al presente

sato al presente, Competenze: usare le fonti (Documenti e

la Costituzione Italiana è dedicato un intero ciclo di

RIFORMA Il significato originario del termine riguardava la sfera religiosa e indicava la nuova forma, cioè un rinnovamento della Chiesa inteso come ritorno alla semplicità e alla purezza delle origini. Nel Settecento, l’idea di riforma perde i suoi connotati religiosi e assume il significato moderno di mutamento politico e sociale. Infatti il termine indica un provvedimento attuato allo scopo di migliorare, riorganizzare, rinnovare una situazione, un’istituzione o un ordinamento non più rispondenti alle esigenze e alle idee del tempo. Si parla di riforma elettorale, riforma scolastica, riforma giudiziaria. Generalmente le riforme vengono introdotte dai sovrani o dai governi (cioè dall’alto) in forma graduale e seguono percorsi legali e pacifici; per questo aspetto si differenziano dalle rivoluzioni, che sono invece tentativi di mutamento radicale e immediato, in genere compiuti dal popolo (cioè dal basso), ricorrendo all’illegalità e alla violenza.

Federico II fece costruire il castello di Sans-Souci (che in francese significa «senza preoccupazioni») vicino a Berlino come

63

RIFORME E RESISTENZE

ASSOLUTISMO E RIFORME Nella seconda metà del Settecento in gran parte dei Paesi europei iniziò una stagione di riforme. Fu un processo realizzato dall’alto, voluto dai sovrani assoluti e inluenzato dal movimento dell’Illuminismo. Per questo la politica riformatrice dell’Europa settecentesca viene deinita dagli storici «dispotismo illuminato». Le aree maggiormente coinvolte furono la Russia, la Prussia, l’Austria, la Spagna, il Portogallo e l’Italia: Caterina II di Russia, Federico II di Prussia e Maria Teresa d’Austria furono addirittura deiniti re-ilosoi per la loro adesione all’Illuminismo e per il sostegno garantito ai ilosoi ospiti nelle loro corti. In efetti sarebbe più corretto dire che questi sovrani crearono il mito del «despota illuminato» con la complicità dei ilosoi: i sovrani, infatti, erano interessati a dare lustro alle loro riforme avvalendosi degli elogi dei più insigni philosophes; e questi non disdegnavano i favori con cui venivano ricevuti a corte e d’altro canto sapevano che i monarchi erano il tramite indispensabile dei loro progetti. In realtà, anche se molte riforme corrispondevano alle tesi dei ilosoi, furono soprattutto le esigenze concrete a determinare le scelte dei sovrani. Essi intendevano in primo luogo raforzare l’autorità dello Stato sui poteri particolari della nobiltà e della Chiesa. In questo senso il dispotismo illuminato fu semplicemente una fase del processo di formazione dello Stato moderno, che non intaccò signiicativamente l’Antico regime.

integra l’Atlante del primo anno) e una serie di schemi ri-

Inine ai princìpi della convivenza e alla conoscenza del-

La primavera dei Lumi

5. Il dispotismo illuminato Guerra dei sette anni, la caduta di Kolberg.

Rubriche

Tutor

1. Vienna. Fu uno dei punti della massima espansione ottomana: i Turchi l’assediarono senza successo due volte, nel 1529 e nel 1683.

3. La presa di Costantinopoli (1453). Determinò la fine dell’Impero romano d’Oriente e avviò una nuova fase di espansione dell’Impero ottomano.

1700-21

UNITÀ 8

con gli eserciti delle potenze europee, poi per il suo declino. Per tutto l’Ottocento, infatti, la crisi dell’Impero ottomano alimentò le ambizioni espansionistiche degli Stati europei, destabilizzando l’area balcanica: gli storici parlano in proposito di questione d’Oriente.

Austria, Polonia, Pace di Carlowitz (1699). Segna l’inizio del declino irreversibile dell’Impero Venezia, Stato ottomano. Pontificio contro l’Impero ottomano.

1683-99

1716-18

Al termine delle Unità sono poste le seguenti rubriche: Dal pas-

35

Dalla minaccia ottomana alla «questione d’Oriente»

Il «cavallo di ferro» inaugura l’era della velocità

ALLE ORIGINI, UNA SCOMMESSA VINTA Le prime macchine a vapore vennero costruite da James Watt nel 1775. Nel 1788 Watt introdusse nella macchina un meccanismo di trasformazione del moto alternato in moto rotatorio: era così possibile utilizzare la macchina per muovere merci e persone. Pochi anni dopo, nel 1801, l’inglese Richard Trevithick (1771-1833) costruì un prototipo di treno a vapore che brevettò nel 1802. La prima vera apparizione del treno risale al febbraio 1804. Trevithick aveva scommesso la colossale somma di 500 ghinee con Anthony Hill, proprietario di una ferriera: la sua macchina avrebbe

percorso nove miglia (più di quindici chilometri) trasportando settanta persone e dieci tonnellate di ferro. Per questa dimostrazione era stata scelta una strada ferrata, ino ad allora usata da carri trainati da cavalli, che univa le cittadine gallesi di Penydaron e Abercynon. La sbufante macchina di Trevithick – un mostro di metallo pesante cinque tonnellate, con un solo stantufo che muoveva le ruote mediante ingranaggi e bielle e trascinava cinque vagoni con ferro e passeggeri – impiegò quattro ore e cinque minuti per percorrere le nove miglia, raggiungendo una velocità di punta di cinque miglia all’ora. Nel tempo impiegato, bisogna dire, sono da considerare alcune soste per segare tronchi che ostruivano il passaggio e spostare massi initi sulle rotaie. Fra i passeggeri c’era lo stesso Hill, che si dichiarò comunque contento di aver perso la scommessa: prevedeva infatti un grande futuro per la locomotiva. L’invenzione di Trevithick ebbe così un grande successo, e il costruttore si lanciò a prevedere che la sua prossima macchina avrebbe trasportato un carico quattro volte superiore.

DAI «PROTOTIPI» ALLA PRIMA LINEA FERROVIARIA L’aumento del prezzo del foraggio per i cavalli, dovuto alle guerre napoleoniche, dà impulso alla sperimentazione di nuove locomotive. I primi modelli, quelli di Blenkin-

sop (1811) e di Hedley (1813), sono ancora antieconomici, per quanto migliori – sotto il proilo del consumo e del rendimento – della locomotiva di Trevithick. Nel 1814 George Stephenson inizia le prove della sua locomotiva a vapore. Il tema centrale della discussione, in quegli anni, è quello della sede da riservare ai veicoli con trazione a vapore. Nonostante la prova riuscita di Trevithick avesse efettivamente collegato la locomotiva alla ferrovia, dimostrando la convenienza della loro combinazione, prevale ancora una certa siducia nelle possibilità di aderenza tra ruote e rotaie. Blenkinsop nel 1812 utilizza ruote dentate, ingrananti una cremagliera issata ai binari, mentre Hedley nel 1815 cerca di aumentare l’aderenza portando a otto il numero delle ruote. Il modello di Stephenson risultò vincente: fu lui, con l’aiuto del iglio Robert, a costruire la prima linea ferroviaria nel 1825. Trasportava merci tra le città di Stockton e di Darlington. Il 15 settembre 1829 venne inaugurata la prima linea per il trasporto dei passeggeri da Liverpool a Manchester: lungo la linea venne eretto, in mattoni e pietra, il grande viadotto di Sankey, costituito da 9 archi, di 15 metri di luci e alti 22 metri circa. Quel giorno, una folla incredibile assistette al passaggio del treno lanciato alla «folle» velocità di circa 22,5 chilometri orari: mai l’umanità aveva assistito a qualcosa del genere.

Joseph Ducreux, Ritratto di Anne-Robert-Jacques. Turgot, castello di Lantheuil.

CINEMA E STORIA

facilmente individuabile nella chiarezza espositiva e negli

15

293

DAL «CAVALLO DI FERRO» AI TRENI A LEVITAZIONE MAGNETICA Nel mondo contemporaneo la ricerca nel settore dei trasporti è proseguita ininterrotta ed è in continuo progresso: auto, treni e aerei sono diventati sempre più veloci e confortevoli e oggi percorrere migliaia di chilometri o attraversare un oceano non è più un problema. La facilità negli spostamenti delle persone e delle merci è alla base del nostro mondo globalizzato, che non sarebbe neppure pensabile senza i voli aerei o i supertreni veloci. Dal «cavallo di ferro», che con i suoi 22,5 chilometri all’ora aveva intimorito la folla dei cittadini che assistevano al passaggio del treno, siamo arrivati a costruire treni a levitazione magnetica che raggiungono i 650 chilometri all’ora viaggiando sospesi in aria senza contatto con la rotaia: sono silenziosi e soprattutto non inquinano l’aria con i fumi della combustione del carbone.

PATRIOTA È nell’Ottocento, durante le insurrezioni liberali e democratiche, che questo termine entra nell’uso politico per indicare colui che ama la patria, la difende ed è disposto a sacrificarsi per essa. Nei secoli precedenti indicava semplicemente chi apparteneva allo stesso Stato. È un termine decisamente romantico che tuttavia fu usato anche per indicare i combattenti antifascisti nella prima fase della lotta partigiana. BARRICATA A Parigi nel 1830 il popolo protestò innalzando le barricate sulle strade per difendersi dalla repressione poliziesca. Sbarravano insomma il passaggio disponendo lungo le vie oggetti voluminosi e masserizie: una modalità di protesta che è continuata fino ai nostri giorni. «Fare le barricate» significa «insorgere», indica una sommossa popolare. Il termine deriva dal francese barrique cioè «barile», proprio perché con le grandi botti gli insorti bloccavano il passaggio nelle strade. REAZIONARIO Quest’aggettivo deriva dalla parola «reazione» e nel linguaggio politico indica il fautore della reazione nei confronti di un processo rivoluzionario o semplicemente nei confronti di qualsiasi cambiamento. La Restaurazione fu dunque espressione di una politica reazionaria. Il termine ha però finito con l’assumere il significato più vasto di «sostenitore di idee conservatrici»; infatti, in questo senso, il contrario di reazionario è l’aggettivo «progressista» e non «rivoluzionario».

Lo Shanghai Transrapid è un Maglev Train (treno a levitazione magnetica), che si trova in Cina, a Shanghai.

PAROLE IN EREDITÀ

tica e per l’originalità degli inserti. L’attenzione didattica è

UNITÀ 1

L’Europa tra Sei e Settecento

TUTOR

Erodoto Magazine si caratterizza per l’attenzione didat-

Presentazione

5

MAGAZINE

to alla tradizione manualistica italiana. Intendono suscitare interesse per la Storia, mettendo in primo piano gli aspetti interessanti, appassionanti o anche solo curiosi della disciplina. Il senso dei Magazine è sinteticamente espresso dal

MAGAZINE

I Magazine rappresentano una interessante novità rispetLA STORIA COME PASSIONE

LA STORIA COME PASSIONE

Fenestrelle: lager dei Savoia?

Luigi XVI: un uomo goffo che però seppe morire

sottotitolo: La storia come passione.

LA STORIA COME PASSIONE

VIVERE AL TEMPO DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE E DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

L'ITALIA DIVENTA STATO NAZIONALE MENTRE NEL MONDO DECOLLA LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

I Magazine vogliono cioè essere uno stimolo per invogliare gli studenti a guardare alla Storia con occhi diversi, non annoiati. Inine questi Magazine sono anche un modo per esercitarsi all’esame di Stato. Si concludono infatti con una

ATTIVITÀ

ATTIVITÀ rso... o Costruire un percorso... un perco v Costruiresto argomentati per un testo argomentativo per un te

1. RACCOGLIERE DATI

pagina in cui di volta in volta si mette in evidenza un aspetto

Dopo aver letto i testi delle diverse sezioni, riepiloga le informazioni che ritieni più importanti in uno schema come questo. FINE DELLA MONARCHIA ASSOLUTA IN FRANCIA

utile ad acquisire quelle particolari competenze che hanno a che fare con la Storia, come la capacità di comporre un testo RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

argomentativo.

e del Magazin amentali: rse sezioni iche fond nelle dive stioni stor siderazione su due que ; preso in con le. l’attenzione Il periodo a di nazione industria to e centra erale l’ide rivoluzione l'Ottocen e più in gen riguarda e la seconda ano itali com ento ca nota ƒil Risorgim la crescita economi oe ne E ƒlo svilupp MATIZZAR che emerge dall’acquisizio BLE rPRO 2. tica a di un inte una problema la nella form Individua ze e presenta le qui proposte. le inI conoscen ni, riepiloga di queste LIERE DAT li una di quel come Oppure sceg 1. RACCOG i testi delle diverse sezio la storia rogativo. uno schema letto ortanti in ha sollevato imp fiche Dopo aver ta più ogra a scrit che ritieni roversie stori di una stori formazioni a. Quali cont ento? Si tratta forse oni dei vinti oppure questo. osto le ragi del Risorgim A DI NAZIONE iche? che ha nasc IANO E L'IDE ragioni polit , pittoriche o ENTO ITAL dai vincitori ttito ha solo IL RISORGIM , letterarie ia e questo diba ni artistiche ntati l’amor di patr i espressio a del rapprese b. In qual sono fiche più aggressiv sua forma cinematogra one fino alla l’idea di nazi ? si realizza ismo le onal stria nazi ne indu biamenti nda rivoluzio a importanti cam ia, la 2. PROBLEMATIZZARE c. La seco eamente la tecnolog contemporan i aspetti l’economia, punto di Individua una problematica che emerge dall’acquisizione qual are un loro politici: in possono trov di queste conoscenze e presentala nella forma di un la società politica e interrogativo. Oppure scegli una di quelle qui proposte. leader della dei grandi e incontro? stich le caratteri d. Quali sono to periodo storico? a. L’abolizione della monarchia e l’evoluzione della storia di ques Rivoluzione francese quali conseguenze hanno prodotto LUZIONE NDA RIVO in Francia? acquisite ICO E LA SECO rmazioni RARE b. Quale legame si può individuare tra la rivoluzione SVILUPPO ECONOM 3. ELABO fonti esaminate, le info un testo LO ora le do che politica avviata in Francia nel 1789 e l’ascesa della ALE zzan esso elab Utili delle tesi, INDUSTRI ze in tuo poss e i contro borghesia con la rivoluzione industriale? e le conoscen discutendo i pro o, o. c. Quali cause e quali effetti hanno avuto le due più argomentativ all'interrogativo scelt sta importanti rivoluzioni del XVIII secolo? sia la rispo d. Luigi XVI e Napoleone Bonaparte: si tratta del passaggio da una tirannia a un’altra?

Il periodo preso in considerazione nelle diverse sezioni del Magazine riguarda la seconda metà del Settecento e centra l’attenzione su tre questioni storiche fondamentali: ƒla ine della monarchia assoluta in Francia; ƒla rivoluzione industriale; ƒl’ascesa e la ine di Napoleone Bonaparte. ASCESA E FINE DI NAPOLEONE

3. ELABORARE Utilizzando le fonti esaminate, le informazioni acquisite e le conoscenze in tuo possesso elabora un testo argomentativo, discutendo i pro e i contro delle tesi, che sia la risposta all'interrogativo scelto.

240

Erodoto MAGAZINE E

AZIN doto MAG 432 Ero

I Magazine, sono in tutto e per tutto delle riviste storiche, con articoli costruiti da brani storici di fama mondiale. Con una graica accattivante e delle immagini-documento a tutta pagina, si occupano di contenuti storici. Propongono una Storia di copertina, e approfondiscono tematiche di arte e storia, tecnica e storia, vita quotidiana, lettura di un classico, cinema e storia...

Il funerale di Napoleone Il 15 dicembre 1840 la salma di Napoleone tornò a Parigi: un grande corteo la accompagnò presso la tomba a Les Invalides. Ci affidiamo a un cronista d’eccezione, lo scrittore Victor Hugo. Ma sono veramente di Napoleone le ceneri custodite a Les Invalides?

PROTAGONISTI

Un temperamento eccezionale Dormiva quando e dove glielo permettevano le circostanze, non conosceva la stanchezza. Alla stessa fatica sottoponeva i suoi uomini e persino i suoi cavalli.

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Paul Delaroche, Ritratto di Napoleone a Fontainebleau, 1845 ca. Leipzig, Museo delle Belle Arti.

Leggono i protagonisti non solo dal punto di vista storico, ma anche umano, i loro temperamenti, i misteri che hanno lasciato ai contemporanei e la loro interpretazione storiograica. ARTE E STORIA

David, il pittore della rivoluzione e di Napoleone

La morte di Marat

! Marat è immerso nella vasca da bagno, dove cercava di lenire i terribili dolori di un eczema che lo deturpava. @ Marat viene ritratto già assassinato: il pugnale e il lenzuolo insanguinati sono gli unici segni del delitto. L’assassina, Charlotte Corday, non è raffigurata, quasi a volerne far perdere definitivamente la memoria. # I particolari sono ridotti all’essenziale e sottolineano la totale povertà in cui il «giusto» si ostinava a vivere. $ In mano ha ancora il foglio e la penna con cui stava compiendo il suo ultimo gesto in favore di un cittadino. % In primo piano risalta la dedica che il pittore ha posto sul legno del tavolo sopra il quale Marat poggiava carta, penna e calamaio. È questo un modo per manifestare la propria commozione e, al tempo stesso, commentare l’accaduto, interpretandolo dal punto di vista morale e educativo.

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Questo dipinto fu una delle opere più importanti dell’arte igurativa a cavallo del XIX secolo. Raigura la morte di Marat, uno dei leader del movimento giacobino, fondatore del giornale «L’amico del popolo» che aveva incendiato gli animi dei rivoluzionari. Marat cadde il 13 luglio 1793 sotto i colpi di pugnale di una giovane normanna, Charlotte Corday, una nobile, discendente del drammaturgo Pierre Corneille. La donna si era fatta ricevere da Marat che era immerso nella vasca da bagno, e a tradimento lo pugnalò. Così giustiicò il suo gesto di fronte al tribunale che la condannò a morte: «Ho ucciso un uomo per salvarne 100 000». Marat venne considerato dai rivoluzionari e dallo stesso David come un santo, un «martire» caduto per il riscatto del popolo. Immagine commentata - La morte di Marat

220

Erodoto MAGAZINE

Napoleone in guerra

Napoleone è qui dipinto nelle vesti del grande condottiero. Il pittore è Jacques-Louis David, il titolo del quadro è Napoleone che attraversa le Alpi, la data è il 1801. Bonaparte sta partendo per la seconda campagna otto da d’Italia. La vittoria riportata a Marengo ha consolidato il suo potere, ma latte, prod feccia crema. Il da non è ancora un imperatore. È diventato Primo Console, ma la Francia zione della lo appassite e fatè ancora una repubblica e il potere di Napoleone è ancora poco sicuro. cavo a calda, foglie di !pera a to in èacqu Napoleone ritratto a cavallo Questa immagine ci presenta invece un comandante pieno di autorità, che ridotte acida, stem nell’atteggiamento del condottie-per le re con luma prestigio, avvolto nel manto rosso dei potenti, simbolo della forza to inè giro ro. Ma il ritratto equestre anche to spumeggia porta ti, guerriera, con il dito alzato per indicare la via. David credette sempre men tipico dei re: Napoleone . dunque si minuti fram erti»uno nelle capacità di Napoleone; non così Beethoven che, alla luce dei fatti, i scopcome fa raffigurare dei tanti strade in secch re del passato. Il cavallo bianco cambiò opinione.

2

^ La posizione del cadavere richiama in modo evidente il modello iconografico della Deposizione nel sepolcro di Caravaggio che rappresenta il corpo di Cristo, martire e salvatore dell’umanità. Il braccio abbandonato e la testa reclinata esprimono con efficacia il senso della morte; nel caso di Marat, la morte di un martire laico della rivoluzione, salvatore del popolo.

3

A sinistra. Jacques-Louis David, La morte di Marat, 1793. Bruxelles, Museo Reale delle Belle Arti del Belgio.

4 6

5

ncia Così la Fra attaglia perse laobda con della m terra l’Inghil

con le zampe spes levate a sottolinea a della e l’Italia l’energia vitale e lanto volontà di conanch Nella bors . quista. dell’Ottoce

1

Sotto. Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Deposizione nel sepolcro, 16001604 ca. Roma, Pinacoteca Vaticana.

6

DIANA

VITA QUOTI

leonica ripo

rtò in voga

oirazione grec o. gli abiti d’isp il corpo nud per celare poi i veli

ro pa fu triale L’età napo aggiunse are in Euro Alla fine zione indus una città tuniche si rivolu predomin in a Il dito è puntato versoail’alto leonica a romana. Alle compì [email protected] le classi. oper indicare direzione da seguire. izioneladegli florida, andell’età napo versava tutte La condSalire erapercerto verso l’alto valicare le ania attra Ma alla ine o non rispetto a se. L’anglom Alpi, ma anche salire nella iore scalata come Torin esi dubbio migl senza la moda ingle il potere e verso la gloria, si pero franc che severso colleghi ingle sappialoro sé e per la Francia. quella dei lo. Da un’inchiesta questi di # Ilseco mantello rosso,nza gonfiato dal) (63% di inizio omaggiora vento, Napoleone. Iliarosla avvolge era comp teria mo che glia med so, che rinvia al sangue e al fuoco, ori e quatdi Daria Gala (una fami genit operèaiil simbolo della forzadue del guerriecapersoene: sei vigore ro, del della determinazioni di due di sta da anza gi pava abita zione comandante che guida figli)deloccu (36%i ) allog Nuova eleg ore tro suoi e tutti ranza i Francesi verso rigore fie la mino , soldati dopo il TerrRobespierre e il suo sentì il mere nuove vittorie. La forza e la vitalità o che i si stanza.anche dalla sola sottolineate pre- man Da quando in Francia unasono re, man si came ere della fridisgrazia, delle senzaero dell’oro sul cappello e sulla e che cresc ffitil piacere nirono in Il num rinnovare vanoe, ilinvec sciarpa. La potenza coraggio abiti rivoe dell’a aumenta bisogno di arono gli figli diminuzion sono evidenziati dalla osciuti abbandon perché laspada appe-che si imponevolezza. Si timore di essere ricon , tutto sa aleva, fianco. riduc omia . econ a vano nel 1795 prim enta la Dal aum luzionari to$era spese Sullo sfondo vedono i soldati giacobini. , pedel Terdo le sialtre o familiare e puniti come ava il tempo buio chequan salgono il costone della monva nucle ficadel i . Persino nsioncannoni tagna, portando e armadime ciò che ricord ito e maledetto in modo signi Le ivano ini frane band menti. La salita èinflu faticosa, resa più delle bevande: non rore venn lo sguardo dei cittad pieno raltro,dalle cibi e difficile asperità del terreno a dei e resentato volti. Nel sulla scelt l’andatura etivo dal tempo poco favorevole. Gli rapp e era o più disin testa bassa, facolar taron delle parti a uomini di Napoleone si accingono cesi diven gior parte di una un caso si camminava atteggiamento la mag Abito a un’impresa che quella di chericorda un ettersi più del Terrore da dal vino, Annibale. maschile raccolte in one, volgendo gli poteva perm poche persone le spalle miglie non ; spezi e solo mattino. Frac anaè scolpii. Pane, % Il nomeladisettim a e circo controllare Napoleone giorn per i difes ra di tutti volta re à l’anglaise, o la a e sinist datura umaindeto sulla roccia come constraccia formavan occhi a destr impose invece all’an pote cappello alla lebile chevano ricorda il passaggio del ra ne. e verdu almeno i, stra, lattee guida deidell’alimentazio valoroso dietro di il Termidoro Jockey, stival minecombattente ziale zione all’in i, la carne ostentavaFrancesi. un’inclina i eleganti sfuggen- 1787. Parig base essen le classi popolari, le. In nuov I i. sguardo Galleria delle trenta grad Come in tutte un lusso domenica vi di diffuso sizione allo dei moti tava no, in oppo nte spaventato, così un po’ mode e rappresen però più che per iudizio e costumi.  te del passa Terrore, un intenso o. questo caso omico, per un pregdi quedel hialin econ oca dine Jacques-Louis David, l’occ tere all’ep carat ni conta o di e attraverso ni della alleleorigi Napoleone che attraversa Alpi, nella Torin va ottuso esam «moscardini», i giova che risale 1801. Rueil-Malmaison, to urbano: chiamaproletaria 1 chilo di pane costa Era l’ora dei tà termidoriana così portastocastello. Museo del cento buona socie glia di muschio che e della . fine Otto 3 etti di carne voluttuarie, l’uniti per la pasti per lenire l’irritazion quantoMAGAZINE Erodoto 221 che si loro alle spese una spesa vano con Quanto o il tabacco, A questa incedevan gola. ca voce era 96% degli operai. ano moda, Parigi avfacev vano i il le vie di I moscardin lare si dove concedeva rnie», sicuro per che luntuaria rego con passo gotes (giac glia, il spesa volut le bevute, anzi, le «sbo straloro redin e guadagno volti nelle alla vita) verde botti ay, aggiunger va qualche Cord e una «veghe, strett ano – di Charlotte quando arrivagite in campagna e resenle i rapp colore – dicev ordinario, che per molt lontani. » nova alti e più stimenta sogni più tava uno dei E

oto MAGAZIN 216 Erod

«Leggende» napoleoniche

Napoleone fu avvelenato? Il grande còrso morì a soli cinquantadue anni. Quale fu la causa della sua morte? Si ammalò di cancro allo stomaco, debilitato dalla prigionia o fu assassinato, come sostengono alcuni studiosi?

6

INDICE

3

2

LE 4 - L’ESSENZIA ecento 9 tra Sei e Sett 1. L’Europa Lumi 13 avera dei 2. La prim a rican 15 luzione ame 3. La Rivo cese 22 luzione fran 4. La Rivo 25 oleonica 5. L’età nap striale 28 luzione indu rivo a 6. La prim osizioni opp 32 e e zion 7. Restaura ta Tren e ti Ven 35 degli anni 8. I moti 1848 38 luzioni del 9. Le rivo sca ana e tede 42 zione itali tra storica ti 10. L’unifica degli aven ra e della Sinis ibiosizione 48 età della Dest è a disp stato poss innell’ è lia itore gli L’ed 11. L’Ita i quali non striale eventuali diritto con are nonché per 50 luzione indu ze nelle i rivo attez unic izion nda ines io tati le com contradd 12. La seco ie omission i dei brani ripor o e le sue volontar cent font 55 Otto delle età dell’ citazioni me. orizzazio ente volu 13. La soci ne, di mem e di adatnel pres uzio trad 60 one di potenze I diritti siasi riproduzi Le grandi con qual rironica, di mondo 14. del a ne elett parziale, o sono e listic total eria ofilm), tamento tizione imp presi i micr i. zo (com 15. La spar SEZIONE 1

GIANNI GENTILE, LUIGI RONGA, ANNA ROSSI

– la prima propone l’essenziale delle conoscenze che occorre possedere per orientarsi attraverso le epoche storiche e come base per l’applicazione delle competenze speciiche;

ERODOTO

4

VERSO L’INTERROGAZIONE

MAGAZINE

Affianca il manuale Verso l’interrogazione, rivolto a tutti gli studenti perché sviluppino in modo sistematico le loro abilità di studio e acquisiscano le competenze fondamentali per l’apprendimento della Storia. Il volume è organizzato in due sezioni:

letmez i Paes onale del per tutti i servati uso pers e nei limit opie per re effettuatascicolo di Le fotoc ono esse tore poss ciascun volume/f alla SIAE to di 68, del 15% dietro pagamen dall’art. periodico o previsto22 aprile 1941, pens e del com 5, della legg 4e di commi finalità per o o ttuate n. 633. copie effe nale, economic diLe foto per uso professio unque escarattere iale o com onale possono ifica commerc di spec quello pers seguito verso da Redi, ttuate a ciata da CLEA le sere effe per rilas zioni zione autorizza nze e Autorizza o di Porta Lice riali, Cors Centro e-mail ioni Edito Milano, web Riproduz 20122 g e sito n. 108, earedi.or Romana [email protected] autorizza redi.org .clea www la, 2017 La Scuo Editrice S.p.A right by Bona 1777 © Copy Vincenzo Stampa:

– la seconda, invece, ofre gli strumenti per la costruzione di un metodo di lavoro organizzato e per l’acquisizione delle competenze necessarie ad afrontare con successo le prove nel corso.

64 66 77 81 89 94

L’appartam di Napoleone ento il museo del presso Louvre a Parigi.

Erodoto Magazine è completato da un ricco apparato di risorse digitali. I materiali digitali sono un’integrazione al testo e hanno lo scopo di arricchire la trattazione e soprattutto fornire gli strumenti per una didattica attiva e dinamica per la classe. Ma si tratta anche di un ampio contenitore di fonti aggiuntive che sollecitano lo studio in autonomia e contribuiscono a sviluppare le capacità critiche dello studente. 

Materiali per il docente e lo studente Le Unità continuano in digitale con ulteriori documenti e brani storiograici, audioriassunti, videostorie. Le aperture di tutte le Unità sono state digitalizzate per rendere più efficace la memorizzazione. Si tratta de Gli eventi della storia: cause ed effetti. L’audioriassunto è una sintesi audio dei tre volumi, per un totale di circa 25 ore di registrazione. Molti video integrano i documenti  scritti e iconograici proposti nel laboratorio, per il primo e secondo volume, mentre una sezione speciale è stata ideata per il terzo volume.  Infatti ogni Unità relativa alla storia del XX secolo è arricchita da video  originali dell’ARCHIVIO STORICO ISTITUTO LUCE, commentati e integrati da un apparato didattico per la guida alla comprensione e alla contestualizzazione.  Inoltre in digitale ci sono: – immagini commentate interattive ovvero documenti iconograici che ofrono la possibilità di efettuare zoom sui particolari e sono completati da utili didascalie;  – carte storiche attive: le carte presenti nelle pagine del libro possono essere ingrandite per osservare nel dettaglio le aree geograiche;  – schede cinema del Magazine: in formato digitale per comprendere le verità e le falsità dei ilm storici contemporanei;  – glossario storico di oltre 1000 termini.

63

O

NZE E METOD

- COMPETE

relazione 1. Fare una un dossier 2. Costruire dell’autore are la tesi vidu in un testo Indi 3. zioni storiche are informa 4. Individu dibattito letterario zioni di un dere le posi 5. Compren afico storiogr e un tema 6. Comporr

SEZION L’ESSENZIE 1 ALE

Erodoto Magazine continua in digitale

Materiali per il docente Le linee del tempo, proiettabili dall’insegnante, sono interattive, navigabili  e propongono in parallelo informazioni e immagini riguardanti altre discipline: permettono di capire la sequenzialità  e contemporaneità degli avvenimenti, contestualizzandoli in un percorso più ampio per una visione d’insieme dei quadri di civiltà. Oltre alle linee del tempo, vengono fornite all’insegnante le Lezioni proiettabili. Entrambi sono utilizzabili anche con la LIM in classe.

SEZIONE 2

ISTITUTO LUCE

7

Indice UNITÀ 1

L’EUROPA TRA SEI E SETTECENTO

17

LA SOCIETÀ D’ANTICO REGIME

18 Per il docente

Le città più popolose d’Europa alla fine del XVII secolo

18 ƒLinea del tempo interdisciplinare

Un interno borghese: la sala da pranzo

21 Per il docente e lo studente

Il borghese gentiluomo. Molière (1622-1673)

21

LO STATO D’ANTICO REGIME

22

Il Leviatano

23

L’ASSOLUTISMO IN FRANCIA, RUSSIA E PRUSSIA

24

Il gigante Pietro

26

Una tassa sulla barba

26

La formazione del Regno di Prussia fino al 1740

27

4

L’ALTERNATIVA INGLESE: LA MONARCHIA COSTITUZIONALE

29

5

UN ALTRO SECOLO DI GUERRE

31

TUTOR CARTA

L’Italia dopo la pace di Aquisgrana

32

TUTOR CARTA

Dalla minaccia ottomana alla «questione d’Oriente»

35

TUTOR CARTA

Le spartizioni della Polonia

37

LE NUOVE FRONTIERE DELL’OCCIDENTE

41

Il sorpasso dell’Europa

44

LA TEORIA DELLO STATO LIBERALE

46

COMPETENZE: USARE LE FONTI

DOCUMENTO – La Dichiarazione dei diritti

48

COMPETENZE: USARE LE FONTI

DOCUMENTO – Locke e la tolleranza religiosa

49

1 TUTOR CARTA VITA QUOTIDIANA LETTERATURA E STORIA

2 APPROFONDIMENTO

3 I PROTAGONISTI VITA QUOTIDIANA TUTOR CARTA

6 LA GEOSTORIA DAL PASSATO AL PRESENTE

Misurare le competenze

UNITÀ 2 1 TUTOR CARTA

2 APPROFONDIMENTO

IN DIGITALE Lezione interattiva ƒ

Prima e Dopo ƒ ƒ Video La vita dei nobili e dei contadini Versailles e Luigi XIV ƒ Immagine commentata L’incoronazione di Guglielmo III e Maria Stuart Una tassa sulla barba - Una rappresentazione degli Ordini - Il nobile e il contadino - Il Leviatano ƒ Carta attiva Le città più popolose d’Europa alla fine del XVII secolo - La formazione del Regno di Prussia fino al 1740 - L’Italia dopo la pace di Aquisgrana - La Russia nel 1721 - La Svezia fino al 1721 - Dalla minaccia ottomana alla «questione d’Oriente» L’espansione prussiana nel XVIII secolo - Le spartizioni della Polonia - Gli insediamenti europei nel Nord America - L’India dopo la guerra dei Sette anni - I viaggi di James Cook nel Pacifico - Il mondo nel XVIII secolo - Il sorpasso dell’Europa (XVI-XIX secolo) ƒ Online DOC Uno stregone in Vandea I Mémoires di Luigi XIV Il Re Sole ha rovinato la Francia Luigi XIV a Versailles ƒ Online STO Mentalità dei contadini francesi nel XVIII secolo Senza orologio né calendario Pietro il Grande ƒ Audiosintesi - Unità 1 ƒ Glossario

50

LA PRIMAVERA DEI LUMI

51

L’ILLUMINISMO: I PRINCÌPI FONDAMENTALI

52 Per il docente

La diffusione dell’Illuminismo INTELLETTUALI E OPINIONE PUBBLICA: L’ENCICLOPEDIA Il salotto di Madame Geoffrin

3

DOTTRINE POLITICHE ED ECONOMICHE

4

L’ILLUMINISMO IN ITALIA

IN DIGITALE

52 ƒLezione interattiva

56 ƒLinea del tempo interdisciplinare 56 Per il docente e lo studente 59 ƒPrima e Dopo

62 ƒVideo 63 La circolazione delle idee: caffè, salotti, accademie

APPROFONDIMENTO

Il volto umano della giustizia

5

IL DISPOTISMO ILLUMINATO

64 ƒImmagine commentata

Gli illuministi alla corte di Federico II

64

Barry Lyndon

65 La diffusione dell’Illuminismo

APPROFONDIMENTO CINEMA E STORIA

Il volto umano della giustizia ƒ Carta attiva

8 Federico II il Grande

68 ƒOnline DOC

LA NASCITA DELLA MODERNA OPINIONE PUBBLICA

70 Il volto umano della giustizia

COMPETENZE: USARE LE FONTI

DOCUMENTO – La prigionia non deve essere un supplizio

72 Il lato oscuro di Voltaire

COMPETENZE: USARE LE FONTI

STORIOGRAFIA – Il carcere nel XVIII secolo

73 Il «più» di Federico II il Grande

I PROTAGONISTI DAL PASSATO AL PRESENTE

Bayle: critica della tradizione ƒ Online STO

La crisi della coscienza europea

Misurare le competenze

ƒ Audiosintesi - Unità 2

74 ƒGlossario

C’è un giudice a Berlino!

75

UNITÀ 3

LA RIVOLUZIONE AMERICANA

79

1

IL NORD AMERICA NEL SETTECENTO

80 Per il docente

Territori e tribù indiani prima della colonizzazione europea

80

CITTADINI ADESSO

TUTOR CARTA

IN DIGITALE ƒ Lezione interattiva ƒ Linea del tempo interdisciplinare Per il docente e lo studente

APPROFONDIMENTO

La guerra e le sue conseguenze

2

LA GUERRA DI INDIPENDENZA

81 ƒPrima e Dopo ƒ Video 83 Le bandiere della Rivoluzione americana

Il funerale dello Stamp Act

83 Gli Indiani e William Penn

DOCUMENTO I PROTAGONISTI CINEMA E STORIA

3 I PROTAGONISTI I LUOGHI DELLA STORIA DAL PASSATO AL PRESENTE COMPETENZE: USARE LE FONTI

Benjamin Franklin (1706-1790) Revolution

UNITÀ 4 1

Territori e tribù indiani prima della colonizzazione 85 europea I possedimenti europei nell’America del Nord Gli USA nel 1783

86

George Washington

88 Il funerale dello Stamp Act

Una nuova capitale della Storia

89 Da puritani a yankee

L’IDEALE REPUBBLICANO

90 ƒAudiosintesi - Unità 3

DOCUMENTO – La Dichiarazione d’indipendenza

92

ƒ Online DOC ƒ Online STO

Un’ipotesi interpretativa: le rivoluzioni atlantiche

95

LA RIVOLUZIONE FRANCESE

99

LA CRISI DELL’ANTICO REGIME IN FRANCIA Un protestante alla corte del re, Jacques Necker

I PROTAGONISTI

Maria Antonietta, l’austriaca DAGLI STATI GENERALI ALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE (1789-90)

APPROFONDIMENTO

L’Assemblea Nazionale nel 1789: i gruppi di opinione

APPROFONDIMENTO

La presa della Bastiglia

I LUOGHI DELLA STORIA

La Parigi della rivoluzione

VITA QUOTIDIANA

Alberi e balli della libertà

ƒ Glossario

94

Da che parte stai?

I PROTAGONISTI

2

84 ƒCarta attiva

GLI USA, UNO STATO FEDERALE

Misurare le competenze CITTADINI ADESSO

ƒ Immagine commentata

IN DIGITALE

100 Per il docente

Lezione interattiva ƒ ƒ  Linea del tempo interdisciplinare 100 Per il docente e lo studente 102 ƒPrima e Dopo ƒ Video Simboli e festività della rivoluzione

103

ƒ Immagine commentata Marat assassinato 104 La ghigliottina La presa della Bastiglia

105

ƒ Carta attiva La Parigi della rivoluzione 107 Rivolte controrivoluzionarie e offensive della coalizione antifrancese 107 L’Italia tra 1797 e 1799

Indice

9 LA COSTITUZIONE DEL 1791

109 ƒOnline DOC

APPROFONDIMENTO

La fuga di Varennes

109 democratico

APPROFONDIMENTO

La composizione dell’Assemblea Legislativa nel 1791

111 ƒOnline STO

4

LA FRANCIA IN GUERRA (1792)

112 L’autonomia delle rivolte contadine

STORIOGRAFIA

La guerra e le sue conseguenze

112 La mamma nasce col contadino

La Marsigliese

113

Luigi XVI: il re che seppe morire Robespierre e Danton

LA CONVENZIONE (1792-95)

114

ƒ Audiosintesi - Unità 4

Gli schieramenti della Convenzione del 1792

3

APPROFONDIMENTO

5

Robespierre: la virtù. come principio del governo

Le tre giornate che sconvolsero la Francia

6

IL TERRORE (1793-94)

115 ƒSchede cinema - Marie Antoinette 117 ƒGlossario

I PROTAGONISTI

Danton, un ambizioso

117

I PROTAGONISTI

Robespierre, un idealista

118

VITA QUOTIDIANA

Il calendario repubblicano

120

CINEMA E STORIA

Danton

121

IL GOVERNO DEL DIRETTORIO (1795-99)

122

TUTOR CARTA

L’Italia tra 1797 e 1799

124

LETTERATURA E STORIA

Il resto di niente. Enzo Striano (1927-1987)

126

Le insorgenze: una Vandea italiana?

127

IL BILANCIO: L’AVVENTO DI UN MONDO NUOVO

128

I DIRITTI UMANI

130

COMPETENZE: USARE LE FONTI

DOCUMENTO – La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino

132

COMPETENZE: USARE LE FONTI

o dispotica?

APPROFONDIMENTO

7

APPROFONDIMENTO

8 DAL PASSATO AL PRESENTE

STORIOGRAFIA – Una rivoluzione borghese e liberale

Misurare le competenze CITTADINI ADESSO Uguali o diversi?

UNITÀ 5 1 I PROTAGONISTI

2

134 138 139

L’ETÀ NAPOLEONICA

143

IN DIGITALE

NAPOLEONE BONAPARTE

144 Per il docente

Giuseppina de Beauharnais

144

DAL CONSOLATO ALL’IMPERO

146 Per il docente e lo studente

ƒ Lezione interattiva

ƒ Linea del tempo interdisciplinare

TUTOR CARTA

La seconda coalizione contro la Francia

147 ƒPrima e Dopo

STORIOGRAFIA

I valori sociali della Francia napoleonica

149 La propaganda napoleonica nella campagna d’Italia

ƒ Video

Beethoven: Napoleone? Un tiranno come tutti gli altri

149 ƒImmagine commentata

L’IMPERO NAPOLEONICO (1804-15)

150 La famiglia ai tempi di Napoleone

Paolina Bonaparte Borghese

150 La seconda coalizione contro la Francia

I duellanti

151

DOCUMENTO

Il blocco continentale

152 ƒOnline DOC

LETTERATURA E STORIA

N. Ernesto Ferrero (1938)

156

I PROTAGONISTI

3 I PROTAGONISTI CINEMA E STORIA

Napoleone si incorona imperatore ƒ Carta attiva

L’impero di Napoleone nel 1812 Il percorso degli eserciti napoleonici Cuoco: la «rivoluzione passiva»

10 DAL PASSATO AL PRESENTE

ƒ Online STO

CAPOLAVORI D’ARTE PRIGIONIERI DI GUERRA

157 Il giacobismo italiano

COMPETENZE: USARE LE FONTI

DOCUMENTO – Libertà e autorità

159

COMPETENZE: USARE LE FONTI

STORIOGRAFIA – Napoleone, padre delle nazioni

160

Misurare le competenze

ƒ Audiosintesi - Unità 5 ƒ Glossario

162

La penna e la spada

163

LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

167

1

UNA DEFINIZIONE, MOLTI ASPETTI

168 Per il docente

2

LE INNOVAZIONI TECNOLOGICHE

170

Arkwright, un geniale barbiere

171 Per il docente e lo studente

CITTADINI ADESSO

UNITÀ 6

I PROTAGONISTI

IN DIGITALE ƒ Lezione interattiva

ƒ Linea del tempo interdisciplinare

STORIA E TECNICA

Una nuova macchina per i tessuti

172 ƒPrima e Dopo

STORIA E TECNICA

La macchina a vapore

173 Il controllo dell’energia inanimata

3 LETTERATURA E STORIA

4

RISORSE ECONOMICHE E SPIRITO D’IMPRESA

174 ƒImmagine commentata

Frankenstein. Mary Shelley (1797-1851)

174 La Londra dei proletari

LA QUESTIONE SOCIALE

175 ƒCarta attiva 175 Lo sviluppo industriale europeo intorno alla metà

La Londra dei proletari

VITA QUOTIDIANA

Papà Goriot. Honoré de Balzac (1799-1850)

LETTERATURA E STORIA

5

ƒ Video

AGRICOLTURA E DEMOGRAFIA

La macchina a vapore Alcol e miseria

del XIX secolo 177 La popolazione in Europa nell’Ottocento ƒ Online DOC 178 Una nuova macchina per i tessuti Le terribili condizioni del proletariato inglese

TUTOR CARTA

La popolazione in Europa nell’Ottocento

182

DAL PASSATO AL PRESENTE

DALLA MACCHINA PER CUCIRE ALLA MACCHINA PER SCRIVERE

184

COMPETENZE: USARE LE FONTI COMPETENZE: USARE LE FONTI

ƒ Audiosintesi - Unità 6

DOCUMENTO – La civiltà delle macchine

186 ƒGlossario

DOCUMENTO – Alcol e miseria

187

Misurare le competenze Un pianeta in prestito

CITTADINI ADESSO

ƒ Online STO La nascita della ferrovia

188 189

Erodoto MAGAZINE La storia come passione STORIA DI COPERTINA

CINEMA E STORIA TECNICA E SCIENZA

IN DIGITALE

Luigi XVI: un uomo goffo che però seppe morire

196

Il re sonnecchiava mentre si preparava la rivoluzione

197 di Lucio Caracciolo

Luigi è già stato giudicato!

199 di Maximilien Robespierre

Il processo e la condanna

200 di Lucio Villari

La ghigliottina

200

Le ultime ore del re

202 di Lucio Villari

È lecito uccidere il tiranno?

202 di Norberto Bobbio

Marie Antoinette

204

Genialità e desiderio di conoscenza

208

Il prodigio della macchina a vapore

209 di Nadeije Laneyerie-Dragon

Indice

11

VITA QUOTIDIANA

ARTE E STORIA

PROTAGONISTI

LEGGERE UN CLASSICO ATTIVITÀ

UNITÀ 7 1

Il segreto del successo tecnologico inglese

210 di Joel Mokyr

Riccioli al vapore e vita grama

212

Nasce il rapporto tra madre e figlio così come lo conosciamo oggi

213 di Mirella Serri

Che cosa mangiavano i poveri?

214 di Maria Rosa Sobrero

Così la Francia perse la battaglia della moda con l’Inghilterra

216 di Daria Galateria

Mulhouse come Londra, l’estrema povertà della classe operaia

218 di Louis René Villermé

David, il pittore della rivoluzione e di Napoleone

219

La morte di Marat

220

Napoleone in guerra

221

L’incoronazione di Napoleone

222

Impariamo a riconoscere i simboli in un’immagine

224

«Leggende» napoleoniche

226

Napoleone fu avvelenato?

227 di Thierry Lentz

Un temperamento eccezionale

229

Il funerale di Napoleone

230 di Victor Hugo

La costruzione del mito di Napoleone

234 di Lionel Jospin

Uomini, tecniche, economie

236 di Carlo M. Cipolla

Costruire un percorso... per un testo argomentativo

240

RESTAURAZIONE E OPPOSIZIONI

241

IL CONGRESSO DI VIENNA

242 Per il docente

IN DIGITALE

Metternich e Talleyrand

242 ƒLezione interattiva

L’Europa fatta a pezzi

243

TUTOR CARTA

L’Europa dopo il Congresso di Vienna

245

TUTOR CARTA

L’Italia dopo il Congresso di Vienna

247 ƒVideo 249 Il ritorno dei Borboni

I PROTAGONISTI APPROFONDIMENTO

2 VITA QUOTIDIANA

3 DOCUMENTO

RESTAURAZIONE E ROMANTICISMO La moda romantica L’IDEA DI «NAZIONE» La «bella morte» dell’eroe romantico

4

LIBERALI E DEMOCRATICI

DOCUMENTO

Perché non posso votare

5 I PROTAGONISTI LETTERATURA E STORIA DAL PASSATO AL PRESENTE COMPETENZE: USARE LE FONTI COMPETENZE: USARE LE FONTI COMPETENZE: USARE LE FONTI COMPETENZE: USARE LE FONTI

ƒ Linea del tempo interdisciplinare Per il docente e lo studente

Prima e Dopo ƒ

ƒ Immagine commentata

250 La moda romantica 253 La fabbrica di New Lanark

L’insurrezione degli Spagnoli contro Napoleone

253 ƒCarta attiva 256 L’Europa dopo il Congresso di Vienna L’Italia dopo il Congresso di Vienna

I SOCIALISTI

256 ƒOnline DOC 260 Louis de Bonald: la sovranità popolare

Ozanam e il cattolicesimo liberale

262 Che cos’è la democrazia

ƒ Online STO

Il Rosso e il Nero. Stendhal (Henri Beyle) (1783-1842)

264 ƒAudiosintesi - Unità 7

L’AMORE PER LA PATRIA

265

DOCUMENTO – La lingua (e la stirpe) fondano la nazione

267

DOCUMENTO – La lotta di classe

268

STORIOGRAFIA – Dibattito: condanna e rivalutazione del

Congresso di Vienna STORIOGRAFIA – Le etnie sono un’invenzione

Misurare le competenze

269 272 274

ƒ Glossario

12 UNITÀ 8

I MOTI DEGLI ANNI VENTI E TRENTA

275

LE SOCIETÀ SEGRETE

276 Per il docente

TUTOR CARTA

Le società segrete in Europa

276

DOCUMENTO

La polizia controlla «Il Conciliatore»

278 Per il docente e lo studente

La Massoneria

278

2

I MOTI DEGLI ANNI VENTI

280 Parigi sulle barricate

3

I MOTI DEGLI ANNI TRENTA Dal nazionalismo all’imperialismo

283 Il massacro di Scio 286 La libertà che guida il popolo

L’INDIPENDENZA DELL’AMERICA LATINA

288 Le società segrete in Europa

DOCUMENTO

La dottrina Monroe

289 Dal nazionalismo all’imperialismo

TUTOR CARTA

L’indipendenza dell’America Latina

290

DAL PASSATO AL PRESENTE

IL «CAVALLO DI FERRO» INAUGURA L’ERA DELLA VELOCITÀ

292 Mazzini: l’insufficienza del liberismo

1

APPROFONDIMENTO

LA GEOSTORIA

4

COMPETENZE: USARE LE FONTI

STORIOGRAFIA – L’origine della Carboneria

COMPETENZE: USARE LE FONTI

STORIOGRAFIA – Il sogno del libertador Simón Bolivar

Misurare le competenze

UNITÀ 9 1 TECNICA E STORIA

2 TUTOR CARTA I PROTAGONISTI

3 DOCUMENTO

IN DIGITALE Lezione interattiva ƒ

ƒ Linea del tempo interdisciplinare

ƒ Prima e Dopo ƒ Video

ƒ Immagine commentata ƒ Carta attiva

I moti insurrezionali in Europa (1820-21) L’indipendenza dell’America Latina ƒ Online DOC

ƒ Online STO Le radici del nazionalismo italiano 294 ƒ Audiosintesi - Unità 8

296 ƒGlossario 298

LE RIVOLUZIONI DEL 1848

299

IN DIGITALE

L’ARRETRATEZZA DELL’ITALIA

300 Per il docente

Le filatrici

301 ƒLinea del tempo interdisciplinare

IL DIBATTITO RISORGIMENTALE

303 Per il docente e lo studente

ƒ Lezione interattiva

Stati e nazionalità in Europa alla vigilia del 1848

303 ƒPrima e Dopo

Teresa Casati Confalonieri (1787-1830)

306 Cavour nelle caricature

L’ESPLOSIONE DEL QUARANTOTTO

308 dell’Ottocento 310 ƒCarta attiva

L’associazionismo universale

ƒ Video

Vita quotidiana e alimentazione dei contadini a metà

Stati e nazionalità in Europa alla vigilia del 1848

APPROFONDIMENTO

Le bandiere, simbolo patriottico

311 I moti rivoluzionari del 1848-49 in Europa

APPROFONDIMENTO

Il rinvio dell’unificazione tedesca

312 La repressione dei moti del 1848

4 DOCUMENTO

La prima guerra d’indipendenza

IL QUARANTOTTO IN ITALIA

313 ƒImmagine commentata

Il no di Cattaneo ai Savoia

313 ƒOnline DOC

In nome del popolo sovrano

L’utopismo repubblicano L’industria tessile in Italia

TUTOR CARTA

La repressione dei moti del 1848

314 Il romanticismo e la libertà nazionale 317 Il programma di d’Azeglio

DOCUMENTO

Mazzini: la forza dell’ideale repubblicano

317 La principessa rivoluzionaria

DAL PASSATO AL PRESENTE

I SIMBOLI DELL’ITALIA

318 Generale Ramorino, professione capro espiatorio

DOCUMENTO – L’utopismo repubblicano

320 ƒGlossario

DOCUMENTO – Educazione e insurrezione

321

STORIOGRAFIA – Mazzini e Garibaldi erano terroristi?

322

DOCUMENTO – Prima la libertà poi l’indipendenza

324

CINEMA E STORIA

COMPETENZE: USARE LE FONTI COMPETENZE: USARE LE FONTI COMPETENZE: USARE LE FONTI COMPETENZE: USARE LE FONTI

ƒ Online STO

Cent’anni di Statuto Albertino ƒ Audiosintesi - Unità 9

Indice

13 COMPETENZE: USARE LE FONTI COMPETENZE: USARE LE FONTI

DOCUMENTO – Il compito della Chiesa STORIOGRAFIA – Attualità e ambiguità di Mazzini: due giudizi

a confronto

Misurare le competenze

UNITÀ 10

325 326 328

L’UNIFICAZIONE ITALIANA E TEDESCA

329

LA POLITICA INTERNA DI CAVOUR

330 Per il docente

Camillo Benso, conte di Cavour Lettera di Garibaldi a Mazzini

330 ƒLinea del tempo interdisciplinare 332 Per il docente e lo studente

LA POLITICA ESTERA DI CAVOUR

333 ƒVideo

La guerra di Crimea (1853-56)

333 La nascita del Regno d’Italia

LA SPEDIZIONE DEI MILLE

337 ƒCarta attiva

La battaglia di Milazzo

337 La guerra di Crimea (1853-56)

Viva l’Italia

339 La battaglia di Milazzo

IL SECONDO IMPERO FRANCESE E L’UNIFICAZIONE TEDESCA

340

APPROFONDIMENTO

Il sogno di Napoleone III

APPROFONDIMENTO

Quattro problemi posti dall’unità della Germania

340 ƒImmagini commentate 342 Il comunardo

L’unificazione della Germania

343 La settimana di sangue

1 I PROTAGONISTI DOCUMENTO

2 TUTOR CARTA

3 TUTOR CARTA CINEMA E STORIA

4

TUTOR CARTA

5

LA COMUNE DI PARIGI

IN DIGITALE Lezione interattiva ƒ ƒ Prima e Dopo

La Comune di Parigi

La seconda guerra d’indipendenza La spedizione dei Mille L’unificazione della Germania

La Comune e i suoi nemici

345 ƒOnline DOC

La critica di Cavour al protezionismo e al socialismo

APPROFONDIMENTO

Rosso il simbolo di tutte le rivoluzioni

APPROFONDIMENTO

Il comunardo

345 La battaglia di Magenta 346 ƒOnline STO

LA CROCE ROSSA E IL DIRITTO UMANITARIO

347 Dalla parte di Franceschiello

DAL PASSATO AL PRESENTE

La Croce Rossa e il diritto umanitario

COMPETENZE: USARE LE FONTI

DOCUMENTO – Il dibattito storiografico sul Risorgimento

COMPETENZE: USARE LE FONTI

STORIOGRAFIA – La costruzione del culto di Garibaldi

Misurare le competenze

UNITÀ 11

Dibattito: Garibaldi, un ingenuo utopista o un buon politico? 349 Nazione e nazionalismo ƒ Audiosintesi - Unità 10

355 ƒSchede cinema - Il Gattopardo

358 ƒGlossario

L’ITALIA NELL’ETÀ DELLA DESTRA E SINISTRA STORICA

359

LA DESTRA STORICA AL POTERE

360 Per il docente

L’analfabetismo in Italia

361

Il peso delle tasse schiaccia il povero italiano

364

IL COMPLETAMENTO DELL’UNITÀ D’ITALIA

365 ƒPrima e Dopo

TUTOR CARTA

La terza guerra d’indipendenza

365 Borboni e briganti

DOCUMENTO

Perché Roma capitale

367 ƒCarta attiva

LA SINISTRA STORICA AL POTERE

368 La terza guerra d’indipendenza

Depretis: un abile, ma non grande, uomo politico

368

APPROFONDIMENTO

Connubio e trasformismo

369 I briganti

4

COME FARE GLI ITALIANI?

372

«Il più grande fra i Re»

374

1 TUTOR DOCUMENTO

2

3 STORIOGRAFIA

APPROFONDIMENTO

IN DIGITALE ƒ Lezione interattiva

ƒ Linea del tempo interdisciplinare

Per il docente e lo studente ƒ Video

Le aree di diffusione del grande brigantaggio La colonizzazione italiana in Africa orientale ƒ Immagine commentata

La tassa sul macinato

14 DALLO STATO FORTE DI CRISPI ALLA CRISI DI FINE SECOLO

375 ƒOnline DOC

Eritrea ed Etiopia paesi sconosciuti

376 ƒOnline STO

TUTOR CARTA

La colonizzazione italiana in Africa orientale

DOCUMENTO

I Fasci siciliani

376 Brigantaggio e dibattito politico 377 Un pasticcio chiamato Lissa

DAL PASSATO AL PRESENTE

INSEGNARE CHE PASSIONE!

380

COMPETENZE: USARE LE FONTI

DOCUMENTO – I briganti

382 ƒGlossario

COMPETENZE: USARE LE FONTI

DOCUMENTO – Le cause sociali del brigantaggio

383

5 APPROFONDIMENTO

Misurare le competenze

ƒ Vanga e latte

La genesi del brigantaggio

Le conseguenze della svolta protezionistica La Compagnia Rubattino

ƒ Audiosintesi - Unità 11

384

Erodoto MAGAZINE La storia come passione STORIA DI COPERTINA

FOTOGRAFIA E STORIA

CINEMA E STORIA PROTAGONISTI

VITA QUOTIDIANA

ECONOMIA E STORIA ARTE E STORIA

DIRITTO E STORIA CINEMA E STORIA ATTIVITÀ

IN DIGITALE Fenestrelle: lager dei Savoia?

388

Così è scoppiata la polemica sul forte di Fenestrelle

390 di Alessandro Barbero

È tutto vero: Fenestrelle era un lager dei Savoia

392 di Antonio Pagano

Una bufala storica il lager piemontese di Fenestrelle

396 di Angelo Martino

Il Regno delle due Sicilie: lo Stato più esteso e progredito d’Italia

398 di Pino Aprile

Senza l’unità il Sud sarebbe ancora più arretrato

399 di Emilio Gentile

Il Risorgimento nella fotografia

400

La breccia di Porta Pia

401

Le fotografie di Garibaldi

402

L’album dei Mille

403

Vittorio Emanuele II, privato e pubblico

403

Il Gattopardo

404

Uomini celebri, celebri contraddizioni

408

Bismarck, il cancelliere di ferro

409 di Alan Palmer

Ford, il sogno di un’automobile per tutti

410 di Ruggiero Romano

Dalla terra al cielo

412

Il piacere di piangere

413 di Anne Vincent-Buffault

Sulla pelle dei contadini

414 di Giorgio Maggioni

Ruote in terra, ali in cielo

416 di Richard J. Overy

L’età delle illusioni

419

Milano 1881, con l’Expo nasce l’Italia industriale

419 di Guido Lopez

O libertà o morte

422

La libertà che guida il popolo

422

Il massacro di Scio

423

La battaglia di Magenta

424

La Comune e i suoi nemici

425

Violenze sempre più clamorose

426

I terroristi del Ku Klux Klan

426 di Andrè Kaspi

Amistad

428

Costruire un percorso... per un testo argomentativo

432

Indice

15 UNITÀ 12 1

I PROTAGONISTI

2 APPROFONDIMENTO CINEMA E STORIA

LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

433

IN DIGITALE

DALLA PRIMA ALLA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

434 Per il docente

Marie Curie (1867-1934)

436

LA CATENA DI MONTAGGIO

437 Per il docente e lo studente

Lezione interattiva ƒ

ƒ Linea del tempo interdisciplinare

Il «modello T», la fedele Lizzie

438 ƒPrima e Dopo

Tempi moderni

438 Gli Stati Uniti nella seconda rivoluzione industriale

ƒ Video

3

IL CAPITALISMO MONOPOLISTICO E FINANZIARIO

439 ƒImmagine commentata

APPROFONDIMENTO

Andamento della produzione industriale mondiale

439 La catena di montaggio

APPROFONDIMENTO

Movimento dei prezzi in Europa dal 1849 al 1914

APPROFONDIMENTO

Immigrazione negli Stati Uniti per aree di provenienza

441 ƒOnline STO 443 Alle origini delle grandi imprese

LA RIVOLUZIONE DELLA LUCE

444 ƒAudiosintesi - Unità 12

COMPETENZE: USARE LE FONTI

DOCUMENTO – La catena di montaggio

446

COMPETENZE: USARE LE FONTI

DOCUMENTO – Ellis Island e il sogno americano

447

COMPETENZE: USARE LE FONTI

DOCUMENTO – L’uomo alla catena di montaggio

448

DAL PASSATO AL PRESENTE

Misurare le competenze

UNITÀ 13

Il laboratorio della Bayer

Ellis Island e il sogno americano

Le cause dell’emigrazione ƒ Glossario

450

LA SOCIETÀ DELL’OTTOCENTO E LE SUE CONTRADDIZIONI

451

IN DIGITALE

1

CITTÀ E CAMPAGNA

452 Per il docente

2

LA TRASFORMAZIONE URBANA

456

3

LA MENTALITÀ BORGHESE

458 Per il docente e lo studente

Lezione interattiva ƒ

ƒ Linea del tempo interdisciplinare

Il salotto borghese

460 ƒPrima e Dopo

UN’ONDATA DI OTTIMISMO: IL POSITIVISMO

461 Donne lavoratrici e donne borghesi nella pittura

APPROFONDIMENTO

Il concetto positivista di progresso

461

APPROFONDIMENTO

L’origine dell’uomo o di Darwin?

463 Lo sviluppo urbanistico di Parigi e Londra

APPROFONDIMENTO

L’evoluzione dell’uomo

464 Lo spirito positivo

LA CRITICA DEL PROGRESSO

465

È MEGLIO PRODURRE ASPIRINA O EROINA?

468

STORIOGRAFIA – La supremazia maschile sulle donne

470 ƒGlossario

APPROFONDIMENTO

4

5 DAL PASSATO AL PRESENTE COMPETENZE: USARE LE FONTI

Misurare le competenze

UNITÀ 14

ƒ Video

dell’Ottocento

ƒ Online DOC

La Borsa di Parigi

L’evoluzione dell’uomo

ƒ Online STO Passività dell’acquirente e stimoli al consumo ƒ Audiosintesi - Unità 13

472

LE GRANDI POTENZE

473

1

LA FRANCIA DELLA TERZA REPUBBLICA

474 Per il docente

2

L’AFFARE DREYFUS

477 ƒLinea del tempo interdisciplinare 477 Per il docente e lo studente

APPROFONDIMENTO

3

Il caso Dreyfus LA GERMANIA DA BISMARK A GUGLIELMO II

IN DIGITALE ƒ Lezione interattiva

479 ƒPrima e Dopo

16 DOCUMENTO

4 APPROFONDIMENTO

Kulturkampf: una partita a scacchi

481 ƒVideo

L’ETÀ VITTORIANA

483 ƒCarta attiva

La popolazione della Gran Bretagna, dell’Impero britannico e del mondo intorno al 1900

484 Le guerre indiane

La prima guerra totale della storia Gli Stati Uniti all’epoca della guerra di secessione La modernizzazione del Giappone

Oscar Wilde, uno scandalo vittoriano

485 ƒImmagini commentate

La miseria del popolo irlandese

485 ƒOnline DOC

Jane Eyre

486

L’ESPANSIONE DEGLI STATI UNITI

487 ƒOnline STO

La frontiera fonda l’America

488 La febbre dell’oro

Le guerre indiane

491

Piccolo grande uomo

492 ƒSchede cinema - Amistad

LA NASCITA DEL GIAPPONE MODERNO

493

La modernizzazione del Giappone

495

L’ultimo samurai

495

L’INVENZIONE DELLO STATO SOCIALE

496

COMPETENZE: USARE LE FONTI

STORIOGRAFIA – Quale integrazione per gli Indiani d’America?

498

COMPETENZE: USARE LE FONTI

STORIOGRAFIA – Le missioni dei 100 samurai

500

I PROTAGONISTI DOCUMENTO CINEMA E STORIA

5 STORIOGRAFIA TUTOR CARTA CINEMA E STORIA

6 TUTOR CARTA CINEMA E STORIA DAL PASSATO AL PRESENTE

Misurare le competenze

UNITÀ 15

Kulturkampf: una partita a scacchi Memorie di uno schiavo fuggiasco I «Trattati ineguali» Il conservatore che inventò lo Stato sociale Il killer del palcoscenico

ƒ Audiosintesi - Unità 14 ƒ Glossario

502

LA SPARTIZIONE IMPERIALISTICA DEL MONDO

505

L’IMPERIALISMO

504 Per il docente

Le esplorazioni dell’Africa Kim. Rudyard Kipling (1865-1936)

507 ƒLinea del tempo interdisciplinare 507 Per il docente e lo studente

LA SPARTIZIONE DELL’AFRICA

508

La spartizione coloniale dell’Africa

508 La Cina e le guerre dell’oppio

Livingstone e Stanley, l’incontro tra due mondi

510 Le esplorazioni dell’Africa

Cuore di tenebra. Joseph Conrad (1857-1924) LA SPARTIZIONE DELL’ASIA

511 Le colonie in Asia all’inizio del XX secolo 512 I Balcani dopo le guerre del 1912-13

Le colonie in Asia all’inizio del XX secolo

512 Il canale di Suez

55 giorni a Pechino LA CRISI DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI

515 ƒOnline DOC 516 I lager inglesi in Sudafrica

TUTOR CARTA

I Balcani dopo le guerre del 1912-13

518 Contro l’imperialismo

DAL PASSATO AL PRESENTE

L’EPOCA DELLE GRANDI OPERE

520 Le conseguenze della rivolta dei Boxers

COMPETENZE: USARE LE FONTI

DOCUMENTO – Il fardello dell’uomo bianco

522 ƒGlossario

COMPETENZE: USARE LE FONTI

STORIOGRAFIA – Le incredibili guerre dell’oppio

523

1 TUTOR CARTA LETTERATURA E STORIA

2 TUTOR CARTA I PROTAGONISTI LETTERATURA E STORIA

3 TUTOR CARTA CINEMA E STORIA

4

Misurare le competenze

IN DIGITALE Lezione interattiva ƒ Prima e Dopo ƒ ƒ Video

ƒ Carta attiva

La spartizione coloniale dell’Africa ƒ Immagine commentata Stanley incontra Livingstone

Stanley incontra Livingstone ƒ Online STO

ƒ Audiosintesi - Unità 15

525

UNITÀ 1

17

L’Europa tra Sei e Settecento PRIMA: Supremazia della Francia e monarchia assoluta L’Europa di metà Seicento appariva dominata dalla Francia di Luigi XIV: nelle relazioni internazionali nessuno pareva in grado di contrastare le sue pretese, mentre l’organizzazione assolutista della sua monarchia era un modello per quasi tutti i sovrani.

CAUSE Il Re Sole intende imporre la supremazia francese in Europa

X

In Inghilterra la monarchia Stuart tenta di imporre l’assolutismo provocando uno scontro con il Parlamento

X

EVENTI

CONSEGUENZE

1684: Dieta di Ratisbona

X

1688: Gloriosa Rivoluzione: il Parlamento offre il potere a Guglielmo d’Orange

X

Con la Dichiarazione dei diritti (1689) il Parlamento istituisce una monarchia costituzionale

X

L’Austria ottiene la sovranità su Ungheria, Transilvania e Croazia; Venezia ottiene i porti di Dalmazia e Albania; la Russia ottiene il porto di Azov

L’Impero austriaco riconosce le annessioni francesi compiute fino al 1681

Dopo il pericoloso assedio di Vienna compiuto dai Turchi nel 1683, le potenze europee si uniscono nella Lega Santa

X

Lo zar russo Pietro il Grande affronta la Svezia per il dominio del Baltico nella seconda guerra del Nord (1700-21)

X

1720-21: Pace di Stoccolma e pace di Nystad

X

Fine dell’egemonia svedese sul Baltico a favore di Russia e Prussia

Terminata la dominazione spagnola, il territorio italiano è ancora conteso sia nella guerra di successione polacca che in quella austriaca

X

1748: Pace di Aquisgrana: stabilizzazione della situazione italiana

X

Il Regno di Napoli va a Carlo di Borbone, la Lombardia passa sotto il dominio degli Asburgo d’Austria

X

La Gran Bretagna rafforza la sua influenza commerciale e ottiene da Francia e Spagna numerosi possedimenti coloniali

La guerra dei Sette anni (1756-63) è combattuta dalle potenze mondiali sia per il controllo della Slesia sia per il primato coloniale

X

1699: Pace di Carlowitz: tramonto della potenza ottomana

1763: Pace di Parigi: sancisce la superiorità della Gran Bretagna

DOPO: Primato mondiale della Gran Bretagna e monarchia costituzionale Uscita vittoriosa da un secolo di guerre, la Gran Bretagna si assicurò un primato politico e commerciale a livello mondiale; contemporaneamente, la sua monarchia costituzionale si proponeva come alternativa all’assolutismo.

UNITÀ 1

18

1. La società d’Antico regime LA DEFINIZIONE

TUTOR

L’Europa settecentesca è solitamente presentata come un esempio di Antico regime. Questa deinizione (dal francese Ancien régime) risale alla ine del Settecento, ai rivoluzionari francesi che la usarono per indicare il sistema che volevano abbattere: l’espressione, dunque, indicava la società francese nel suo complesso, una «società intera», come scrive lo storico Pierre Goubert, con le sue istituzioni, la sua economia e le sue tradizioni. Gli storici successivamente hanno utilizzato questa deinizione per indicare le caratteristiche della società europea tra la ine del Medioevo e l’Età moderna: il concetto di Antico regime risultava utile per indicare i tratti comuni che si potevano rintracciare nella realtà del continente, al di là delle diferenze tra i singoli Stati. Nella sostanza, dunque, con l’espressione Antico regime gli storici intendono attualmente l’insieme degli aspetti economici, politici, sociali e giuridici che caratterizzarono la storia europea tra il XIV secolo e il 1789: ƒaspetti economici: una società preindustriale fondata su un’economia prevalentemente agricola; ƒaspetti sociali: una società divisa in ordini (clero, nobiltà, Terzo stato); ƒaspetti giuridici: la diseguaglianza degli uomini di fronte alla legge; il clero e l’aristocrazia godevano di molti privilegi, mentre la maggior parte della popolazione non aveva alcun diritto; ƒaspetti politici: uno Stato assoluto, alleato con la Chiesa e concepito come una proprietà del sovrano.

Le città più popolose d’Europa alla fine del XVII secolo Città: con più di 400 000 abitanti

Mosca Dublino

Copenaghen

da 200 000 a 400 000 abitanti da 150 000 a 200 000 abitanti

Harlem Amburgo Danzica Amsterdam Leida Berlino Gand Anversa Bruxelles Lilla Colonia Breslavia Amiens Liegi Rouen Parigi Praga

Londra

da 100 000 a 150 000 abitanti da 60 000 a 100 000 abitanti da 40 000 a 60 000 abitanti

Strasburgo Vienna Lione

Bordeaux

Milano Tolosa

Torino

Montpellier Lisbona

Barcellona

Madrid Cordova Siviglia

Marsiglia

Venezia Verona Bologna Firenze

Valencia Granada

Roma Costantinopoli

Napoli

Palermo Messina

Questa carta dimostra che l’Antico regime era dominato dalla campagna. Alla fine del Seicento, infatti, solo 26 città superavano i 60 000 abitanti e solo 3 ne contavano più

di 400 000: Londra, Parigi e Costantinopoli, che con i suoi 800 000 abitanti era la metropoli più popolata del continente.

L’Europa tra Sei e Settecento

19

TUTOR QUANDO INIZIÒ E QUANDO FINÌ L’ANTICO REGIME Quando ebbe inizio? La maggioranza degli storici ritiene che il passaggio dal Medioevo all’Antico regime non sia segnato da un fatto preciso, da una frattura, ma da una lenta evoluzione collocata tra XIV e XVI secolo. Quando finì? La risposta tradizionale

È importante ricordare che se si intende per Antico regime una società nella sua totalità, il suo tramonto non può essere esclusivamente ricondotto a eventi politici, quali la Rivoluzione francese. Gli studiosi, dunque, hanno individuato la fine dell’Antico regime nell’insieme di rivoluzioni collocate tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento: in particolare, la Rivoluzione francese e la rivoluzione industriale.

Quando finì? Una risposta innovativa

In un saggio del 1981, Il potere dell’Ancien Régime fino alla prima guerra mondiale, lo storico lussemburghese Arno J. Mayer ha sostenuto che l’Antico regime ha condizionato la realtà europea ancora per tutto l’Ottocento. Secondo questa ipotesi, che gode oggi di un diffuso consenso, l’Antico regime è crollato definitivamente solo con la prima guerra mondiale (1914).

UNA SOCIETÀ DI DISEGUALI

CLASSE L’insieme degli individui che condividono una medesima situazione economica. La nozione di classe si è affermata nelle scienze sociali soprattutto grazie alla filosofia di Karl Marx (1818-1883), secondo il quale il comportamento di un individuo dipende dalla sua appartenenza di classe. ORDINE L’insieme degli individui che godono degli stessi diritti. Si appartiene a un ordine per motivi giuridici e non economici. In uno stesso ordine coesistono persone di ricchezza assai diversa. Per esempio, appartengono al Terzo stato sia i banchieri sia i contadini. STATO In riferimento alla società d’Antico regime, questo termine va considerato come un sinonimo di ordine. Deriva dallo statuto, l’atto giuridico che elencava le prerogative e gli obblighi dei vari ordini.

VIDEO

LA VITA DEI NOBILI E DEI CONTADINI

La disponibilità di innumerevoli servi, il lusso ostentato e lo spreco erano i segni di distinzione sociale della nobiltà che rendevano ancora più inaccettabile al contadino la sua condizione di oppressione e fame. Le immagini di una società capovolta, in cui spettava ai più poveri garantire i privilegi di pochi fortunati.

LESSICO

L’uguaglianza di tutti gli uomini di fronte alla legge è uno dei princìpi fondamentali delle democrazie contemporanee. Ciò che caratterizzava la società d’Antico regime, invece, era il non riconoscimento del principio dell’uguaglianza giuridica: gli uomini, cioè, non erano sottoposti a una medesima legge e non godevano dei medesimi diritti. Anzi, la legge garantiva formalmente i privilegi, sicché, più che in classi, la società risultava essere articolata in ordini (detti anche stati). In teoria, la distinzione in tre ordini corrispondeva alle funzioni essenziali che dovevano essere esercitate nella società: ƒil primo, il clero, doveva pregare per la comunità e amministrare il culto divino; ƒil secondo, la nobiltà, aveva il compito di garantire la difesa attraverso l’esercizio delle armi; ƒil terzo, il Terzo stato, formato da tutti coloro che non appartenevano né alla nobiltà né al clero, doveva lavorare per garantire all’intera comunità i mezzi di sussistenza. L’Antico regime, dunque, era fondato sulla diseguaglianza e i diritti non erano considerati come propri della persona ma come concessioni, come privilegi elargiti e garantiti dall’autorità. I privilegi più noti sono quelli di cui godevano la nobiltà e il clero: ƒla sostanziale esenzione dalle imposte; ƒil diritto di essere giudicati da tribunali speciali; ƒgli impieghi riservati nella corte, nella Chiesa e nell’esercito; ƒle onoriicenze, come la licenza di portare la spada o di esibire il blasone, che rendevano visibile la diversità degli aristocratici rispetto al resto della società. Ma erano anche privilegi quelli che assegnavano il monopolio di una produzione a una corporazione; lo erano le famose «libertà cittadine»; e sempre un privilegio era, per citare un caso estremo, l’esenzione iscale che nella cittadina francese di Beauvais veniva assegnata a chi abbatteva il pappagallo nella gara annuale di tiro. L’Antico regime, dunque, era fondato sulla diseguaglianza e i diritti, piuttosto che come propri della persona, erano concepiti come concessioni – privilegi, appunto – elargite e garantite dall’autorità.

UNITÀ 1

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L’EGEMONIA DELLA NOBILTÀ Per tutti i secoli dell’Antico regime, la nobiltà mantenne saldamente il primato sociale. La sua potenza era fondata sul controllo della terra. È stato calcolato che in varie regioni i nobili controllavano il 50% dei feudi più importanti. Si tratta di un dato veramente notevole se si considera che la nobiltà rappresentava circa il 2% della popolazione europea. Ciò non signiica che tutti i nobili fossero ricchi. Anzi, la igura del nobile spiantato, che aveva sperperato il proprio patrimonio era estremamente difusa. D’altronde, secondo la mentalità dell’epoca, vivere nobilmente signiicava prescindere completamente da meschine preoccupazioni economiche e disporre con liberalità delle ricchezze. Il gentiluomo doveva disinteressarsi del denaro e godersi le rendite che, senza il suo concorso, la terra gli garantiva. Il commercio e tutti i mestieri «meccanici» erano considerati indegni e il nobile che li praticava rischiava la derogazione, cioè l’eliminazione dai ranghi della nobiltà. È chiaro che queste regole condannavano i nobili alla rovina; infatti, vennero rispettate rigorosamente solo nei Paesi latini. In ogni caso, quando un nobile iniva in miseria, manteneva i suoi privilegi onoriici (poteva continuare a portare la spada, a fregiarsi dello stemma della sua famiglia) ma perdeva qualsiasi potere reale: senza denaro, indipendentemente dalle proprie origini, un nobile spiantato iniva per contare poco. Ciò naturalmente valeva anche per il clero, perlopiù tutt’altro che ricco. Gli uomini che detenevano realmente gran parte delle ricchezze e del potere erano dunque veramente pochi. Eliminando i nobili initi in miseria e il clero povero, rimaneva infatti una ristrettissima élite. In Francia questa cerchia rappresentava all’incirca lo 0,5% della popolazione.

LA BORGHESIA TRA ASCESA E TRADIMENTO

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Che cos’è un ordine? ƒ In quali ordini era divisa la società dell’Antico regime? ƒ In che cosa consistevano i privilegi? ƒ Come dovevano comportarsi i nobili? ƒ In quali ideali si riconosceva la borghesia? ƒ Perché si parla di tradimento della borghesia?

Al contrario della nobiltà, la borghesia deve la sua fortuna proprio all’impegno negli afari o nelle cosiddette professioni liberali (medico, giurista ecc.). Gli ideali borghesi, dunque, erano necessariamente assai diversi da quelli aristocratici. Ne ricordiamo alcuni: ƒlo spirito d’intrapresa o imprenditoriale, cioè la capacità di utilizzare le proprie ricchezze per organizzare un’iniziativa economica; ƒla dedizione professionale, cioè l’esercizio di un mestiere con impegno e correttezza; ƒil risparmio, ovvero l’attenzione nella gestione del proprio patrimonio. Poiché l’obiettivo inale era sempre il guadagno, l’accumulazione della ricchezza, in genere i valori borghesi sono identiicati con lo spirito di proitto. Ma quanti erano i borghesi? La loro consistenza era legata allo sviluppo dell’economia di un Paese e dunque variava signiicativamente nelle diverse aree. Secondo le stime degli storici, nel Settecento la borghesia rappresentava il 2% della popolazione in Ungheria, il 2,5% in Russia, l’8,4% in Francia, più dell’11% in Inghilterra. A partire dall’XI secolo in Europa si era realizzata una progressiva ascesa della borghesia: nella sostanza, questa classe era divenuta sempre più importante e potente in forza della sua ricchezza. Ma non riuscì comunque a strappare il primato sociale alla nobiltà. Lo dimostra il fatto che, quando erano suicientemente ricchi, i borghesi compravano titoli, uici burocratici o feudi che consentissero loro di divenire nobili. È questo fenomeno che la storiograia ha deinito tradimento della borghesia.

NOBILTÀ E BORGHESIA Classe Ideale di vita

TUTOR Stile di vita

Tradimenti

Godere delle rendite senza lavorare.

Se un nobile tradiva la sua condizione, cioè praticava un lavoro o si dedicava al commercio, rischiava la derogazione, cioè la cancellazione dai ranghi della nobiltà.

Nobiltà

Vivere nobilmente, cioè avere un codice di valori ispirato al prestigio, all’onore, alla forza, a tutto ciò che distingueva dalla vita «plebea».

Borghesia

Etica del profitto: cioè produrre per Lavorare con dedizione e guadagnare, investire nell’impresa, risparmiare. accumulare ricchezza.

Per il borghese il tradimento consisteva nell’acquisto di titoli o uffici per acquisire lo status di nobile.

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Un interno borghese: la sala da pranzo Jean-Baptiste-Siméon Chardin (1699-1779) fu uno dei pittori più celebri del XVIII secolo. Lavorò per la corte di Luigi XV e fu autore di numerose scene di semplice vita quotidiana. Nelle tele di Chardin, la borghesia poteva contemplare se stessa.

L’opera di Chardin documenta, infatti, la vita della borghesia parigina e si configura quasi come un manifesto dei valori borghesi: la centralità della famiglia, l’operosità, il decoro. Insomma, Chardin esalta la bellezza e la dignità della vita di tutti i giorni.

1. Questo dipinto di Chardin, attualmente conservato al Louvre di Parigi, è intitolato Le Bénédicité, che è la prima parola della preghiera di ringraziamento recitata prima di pranzo. Risale al 1740 e ritrae gli interni di una casa borghese: è quindi per noi un interessante documento della vita quotidiana dell’epoca. 2. La sala da pranzo è arredata con un tavolo rotondo, coperto da una tovaglia di lino bianco, e con delle belle sedie imbottite di velluto, sullo sfondo si intravede una credenza con un vaso. Un braciere posto sul pavimento riscalda la stanza dove la famiglia si riunisce per il pranzo. È un ambiente elegante dove i borghesi consumavano i pasti, a differenza dei ceti più bassi, che pranzavano in cucina vicino al focolare.

Il borghese gentiluomo Molière (1622-1673)

Grande drammaturgo francese, Molière portò sulla scena i difetti e i vizi della sua epoca, mettendo in ridicolo borghesi e nobili. Nel Borghese gentiluomo assistiamo ai tentativi del ricco, ma molto ingenuo, mercante Jourdain di sembrare un nobile: si circonda di maestri di scherma, musica, ballo e filosofia che approfittano di lui. Quando la figlia Lucilla dichiara di voler sposare Cleonte, un borghese, Jourdain si oppone, perché per le sue manie di grandezza vorrebbe che la giovane si accasasse con un nobile. Grazie

all’astuzia di un servo, vien fatto credere a Jourdain che Cleonte è un principe turco invaghitosi di Lucilla. A questo punto Jourdain accorda il suo consenso e i due giovani si sposano con una comica cerimonia in stile orientale. Grande effetto comico hanno gli sforzi del mercante di parere un gentiluomo, tanto da regalar denaro a chi lo chiama «Mio signore» o «Eccellenza». Quando Jourdain rifiuta la mano di Lucilla a Cleonte perché questi non è un gentiluomo, la moglie, che invece ha in simpatia il giovane, fa notare al marito che loro non discendono certo dal re Luigi IX il Santo.

LETTERATURA E STORIA

3. La madre ha il capo coperto da una cuffietta di pizzo che raccoglie i capelli, a sottolineare l’ordine della persona. La donna sta apparecchiando con cura, mentre le bambine, che indossano una cuffia e abiti di colore bianco per trasmettere un senso di pulizia e di ordine, guardano i suoi movimenti come se stessero imparando quei gesti del tutto femminili.

VITA QUOTIDIANA

L’Europa tra Sei e Settecento

UNITÀ 1

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2. Lo Stato d’Antico regime LO STATO ASSOLUTO

Henri Testelin, Luigi XIV, (particolare). Il Re Sole è un sovrano assoluto, uno dei più rappresentativi dell’Antico regime.

Tra il XII e il XV secolo, il potere sovrano fu subordinato al rispetto dei privilegi degli ordini. Le monarchie feudali erano caratterizzate da una sorta di contratto tra sovrano e società: nella sostanza, clero, nobiltà e Terzo stato accettavano di sottomettersi all’autorità del re nella misura in cui si faceva garante dei loro privilegi. Il re era concepito come una specie di supremo magistrato e non poteva introdurre nessuna innovazione di rilievo senza il consenso dei sudditi. Progressivamente, però, i sovrani rigettarono questo ruolo di arbitri e rivendicarono un potere assoluto: assoluto deriva da ab solutus, cioè «sciolto», sciolto appunto «dal» rispetto della legge; una legge però, dobbiamo ricordarlo, che non era uguale per tutti, era legge privata cioè privilegio. Sul piano teorico, comunque, assolutismo non signiicò mai che il sovrano poteva usare il proprio potere arbitrariamente: semplicemente il re si riiutava di essere solo il garante di diritti acquisiti e pretendeva di essere il principio di ogni legalità. In estrema sintesi, il sovrano: ƒrespinse la formula medievale lex facit regem, «la legge fa il re», nel senso che è la legge a fondare e limitare il potere sovrano; ƒe adottò la formula assolutistica rex facit legem, «il re fa la legge», cioè è il re a fondare la legge e a determinarne la validità. Concretamente, i sudditi non avevano nessuna possibilità di difendersi dalle pretese della corona: non esistevano istituzioni che tutelassero i loro diritti. Anzi, un suddito non aveva diritti ma solo doveri. Il fatto stesso che un cittadino potesse essere arrestato e incarcerato senza essere chiaramente accusato di nulla, senza prove, senza processo, sulla base di un semplice ordine del sovrano, ne era la prova più esplicita.

L’ASSOLUTISMO COME PROGETTO L’espressione assolutismo suggerisce l’idea di un potere totale sulla società, come fu quello del nazismo o dello stalinismo nel Novecento. Ma nulla di simile era possibile nell’Antico regime, poiché mancavano le tecnologie – innanzitutto nelle comunicazioni e nei trasporti – che hanno reso possibili quelle dittature. L’assolutismo, dunque, va inteso come un «progetto» piuttosto che come un «fatto»: il sovrano puntava a esercitare un controllo completo sul territorio e sulla società, ma in realtà non aveva alcuna possibilità di riuscirci. Le monarchie d’Antico regime restarono un mosaico costituito da entità diverse: permanevano tra le regioni diversità linguistiche, di ordinamenti amministrativi e iscali, perino di pesi e misure. La legislazione regia tentava di introdurre correttivi, ma perlopiù si adattava alla situazione.

MONARCHIA FEUDALE E MONARCHIA ASSOLUTA Istituzione Epoca Formula

TUTOR Legge e sovranità

Monarchia feudale.

Medioevo.

Lex facit regem.

È la legge a fondare il potere del sovrano e a indicarne i limiti.

Monarchia assoluta.

Età moderna.

Rex facit legem.

È il sovrano a fondare la legge e a darle valore: in questo caso è il re a determinare i limiti della legge.

L’Europa tra Sei e Settecento

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L’ALLEANZA TRA TRONO E ALTARE

GUIDA ALLO STUDIO

Un altro aspetto fondamentale dello Stato d’Antico regime era l’alleanza tra trono e altare. Il potere temporale solitamente esercitava un controllo diretto sulle gerarchie ecclesiastiche e questo valeva nei Paesi cattolici e ancor di più in quelli protestanti. Il sovrano pretendeva dal clero obbedienza e collaborazione; in cambio amava presentarsi come il protettore della vera fede, cioè di quella che lui stesso professava. Questa forte alleanza tra trono e altare era un’eredità dei secoli XVI e XVII, che avevano visto l’esplosione della Riforma protestante, la reazione controriformistica della Chiesa cattolica, le persecuzioni e le guerre di religione. In quest’epoca le Chiese si erano avvalse degli strumenti repressivi del potere temporale per perseguitare gli eretici e per tutelare la loro autorità. In cambio avevano oferto al re il riconoscimento del suo potere che ancora veniva ritenuto sacro e di origine divina, soprattutto dalle masse popolari. D’altro canto, i sovrani erano convinti che uno Stato diviso sul piano religioso fosse ingovernabile e che un suddito di un’altra fede dovesse essere necessariamente un avversario politico; inine, consideravano le gerarchie ecclesiastiche uno strumento indispensabile di governo. L’identiicazione Chiesa-Stato costituiva la radice fondamentale dell’intolleranza: verso le minoranze religiose e, in generale, verso chiunque non si conformasse pienamente ai costumi dominanti.

ƒ Quale rapporto aveva il sovrano assoluto con la legge? ƒ Perché l’assolutismo va inteso come un «progetto»? ƒ Quali erano le conseguenze dell’alleanza tronoaltare? ƒ In che cosa consisteva la concezione patrimoniale e dinastica dello Stato?

LA CONCEZIONE PATRIMONIALE E DINASTICA DELLO STATO Nei secoli d’Antico regime lo Stato era considerato un patrimonio della dinastia regnante. Nella sostanza lo Stato era concepito come un bene di proprietà del sovrano. Ovviamente il re non aveva il possesso di tutte le terre del regno, ma era padrone di agire come voleva su di esso: in questo, appunto, la sua autorità era analoga a quella di un proprietario. Come tutti i beni, anche lo Stato alla morte del legittimo proprietario, cioè del sovrano, passava in eredità ai suoi igli. Il diritto di accedere all’eredità per i rapporti di parentela con il sovrano defunto era la condizione fondamentale per rivendicare legittimamente il trono. Questa concezione patrimoniale e dinastica dello Stato giustiicava le pretese assolutistiche: il sovrano cioè era libero di disporre dello Stato proprio in quanto legittimo proprietario. La Rivoluzione francese contesterà questo principio afermando che il fondamento «di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione», cioè nell’insieme degli individui che la costituiscono. APPROFONDIMENTO

Il Leviatano

1. Il corpo del sovrano è costituito dai sudditi, che si trovano letteralmente «incorporati» nello Stato, senza possibilità di vita autonoma.

2. Il sovrano tiene nella mano destra la spada, simbolo del potere temporale: solo a lui spetta l’uso della forza per mantenere l’ordine nello Stato.

3. La città e le campagne circostanti appaiono ordinate e pacifiche, a dimostrare come il sovrano vegli su di esse assicurando la pace e la prosperità.

4. Nella mano sinistra il sovrano tiene il pastorale, simbolo del potere spirituale. Nello Stato assoluto doveva infatti valere l’alleanza fra trono e altare: per Hobbes il sovrano doveva essere anche capo della Chiesa nazionale.

UNITÀ 1

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VIDEO

Versailles e Luigi XIV

3. L’assolutismo in Francia, Russia e Prussia L’APOGEO DELL’ASSOLUTISMO

La grandezza delle costruzioni che compongono il «sistema» edilizio della reggia di Versailles, non cessa ancora di stupire gli odierni visitatori. Immaginiamoci dunque l’impressione che suscitava in cortigiani, ambasciatori e popolo minuto di allora! La sottomissione dell’aristocrazia a Luigi XIV divenne la regola, e leggendarie rimasero la cura e la fantasia nell’allestimento dei giardini e dei giochi d’acqua delle fontane.

La seconda metà del Seicento rappresentò per l’Europa l’epoca di massima afermazione dell’assolutismo monarchico. Questo modello di organizzazione dello Stato trovò nel sovrano francese Luigi XIV (1661-1715), il Re Sole, l’espressione più compiuta. Il simbolo più evidente del suo successo fu certamente la reggia di Versailles, dove una delle nobiltà più potenti d’Europa appariva completamente sottomessa: i più importanti aristocratici, eredi di famiglie che nel secolo precedente avevano frequentemente conteso il potere alla monarchia, erano ora ridotti a fare da cortigiani e completamente esclusi dalla vita politica. Luigi XIV fu un modello per molti sovrani europei. Tra Sei e Settecento, infatti, l’assolutismo si afermò anche in Danimarca, in Svezia, nei domini asburgici e perino nell’Europa orientale: in particolare in Russia e in Prussia.

Anonimo, Luigi XIV mentre passa a cavallo davanti alla reggia di Versailles (particolare di un dipinto del XVII secolo). Versailles, reggia.

LA RUSSIA E PIETRO IL GRANDE La Russia ino alla seconda metà del Seicento era rimasta un Paese isolato, chiuso nella conservazione delle proprie tradizioni ed estraneo ai grandi cambiamenti sociali e culturali che avevano coinvolto l’Europa occidentale nel XVI e nel XVII secolo. Lo zar Pietro I il Grande (1672-1725) (I Protagonisti p. 26), della dinastia dei Romanov, tentò di modiicare questa situazione. Pietro assunse il pieno potere nel 1689, dopo essersi liberato della tutela della sorellastra, la principessa Soia. Aveva solo diciassette anni ma già dimostrava una personalità straordinaria. Pietro aveva avuto frequenti occasioni di contatto con la cultura e i costumi occidentali, anche senza allontanarsi dalla Russia. A Mosca, infatti, si era costituito un quartiere in cui erano concentrati numerosi stranieri. Provenivano dalla Prussia, dalla Svezia, dall’Inghilterra e dall’Olanda ed erano portatori di un modello di vita e di pensiero nettamente

diverso da quello russo: proprio in questo ambiente il giovane zar compì le sue prime esperienze culturali. La curiosità scaturita da questi contatti lo indusse a intraprendere in incognito un viaggio, durato quindici mesi, in Germania, in Inghilterra, in Olanda e a Vienna. Lo zar lavorò come maestro d’ascia in un cantiere olandese; visitò fabbriche, oicine, segherie; andò ad ascoltare lezioni di anatomia e assistette a interventi chirurgici; visitò musei, ospedali, istituti di educazione. In Inghilterra assistette alla preparazione dei proiettili d’artiglieria e provò il lancio di bombe; passò in rassegna le navi da guerra, annotando minuziosamente il numero dei cannoni e il loro calibro. In seguito a queste esperienze, Pietro si convinse che il suo Paese aveva bisogno di una vasta opera di rinnovamento. Si propose così di occidentalizzare la Russia, di renderla cioè più simile alle grandi potenze europee e farla uscire dal secolare isolamento. Al ritorno dal suo viaggio (1697), infatti, lo zar avviò il vasto programma di riforme con cui si proponeva di applicare i modelli occidentali alla Russia. In particolare, si proponeva di ediicare uno Stato assoluto, sottomettendo la nobiltà e tutte le istituzioni che, come la Chiesa ortodossa, si opponevano alle riforme.

L’OCCIDENTALIZZAZIONE DELLA RUSSIA Il primo obiettivo di Pietro fu quello di rendere più eiciente l’amministrazione dello Stato e di sottrarla al controllo della grande nobiltà, i boiari. Abolì pertanto la Duma dei boiari e la sostituì con un Senato costituito da nove membri indicati dallo zar. Nel 1722 introdusse la Tavola dei ranghi con cui sancì il criterio del merito per la promozione sociale. Tutte le cariche militari e civili furono classiicate in quattordici gradi e il passaggio da un grado inferiore a quello superiore venne legato a meriti particolari. I nobili furono costretti a entrare al servizio dello Stato, agli altri fu garantito un titolo nobiliare se avessero raggiunto un grado elevato. Per sottomettere la Chiesa ortodossa, Pietro ne aidò il governo al Santo Sinodo (1721), un nuovo organo dello Stato costituito da laici ed ecclesiastici, alle dirette dipendenze dello zar. Pietro costituì anche un esercito permanente e creò, dal nulla, una lotta militare di grande prestigio: intendeva rendere la Russia militarmente forte, per afrontare la Svezia che dominava il Mar Baltico, e i Turchi che dominavano il Mar Nero. L’obiettivo era garantire al Paese uno sbocco sul mare, la cosiddetta «inestra sul Baltico» che consentisse una più facile comunicazione con l’Europa occidentale. Proprio sul Baltico fece costruire la nuova capitale, San Pietroburgo, ideata dai migliori architetti d’Europa, con palazzi elegantissimi e una reggia ispirata a Versailles. Pietro tentò anche di creare un apparato culturale e un sistema scolastico sul modello europeo. Istituì l’Accademia delle Scienze e ordinò la traduzione di opere straniere. Cercò perino di cambiare il volto esteriore della Russia imponendo nuovi costumi: obbligò i nobili a tagliarsi la barba, ad adottare l’abbigliamento occidentale, ad abitare in case arredate secondo il gusto europeo. Non si può negare che Pietro il Grande avviò la modernizzazione del suo Paese. Ma la società russa continuò a essere sostanzialmente costituita dalla massa enorme dei contadini in condizione servile e da una ridotta minoranza di aristocratici in possesso di grandi latifondi. Spiccava la quasi totale assenza di una borghesia imprenditoriale e produttiva.

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LESSICO

L’Europa tra Sei e Settecento

BOIARI Dal russo bojar, aristocratico, è il termine che indicava i grandi nobili russi, proprietari di immensi territori e di un enorme numero di servi della gleba. DUMA DEI BOIARI In origine era un consiglio di Stato che affiancava i principi della Moscovia ed esprimeva soprattutto le pretese della grande nobiltà. Nel Cinquecento, infatti, lo zar Ivan IV che tentò di assicurarsi un potere assoluto ne ridimensionò drasticamente il ruolo.

Godfrey Kneller, Pietro I il Grande, 1698. Palazzo di Kensington, Galleria della regina.

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I PROTAGONISTI

UNITÀ 1

VITA QUIOTIDIANA

Paul Delaroche, Pietro il Grande, imperatore di tutte le Russie. Amburgo, Kunsthalle.

Il gigante Pietro Un grande storico russo, Vasilij O. Kljucˇevskij (1841-1911) ha tracciato questo gustoso ritratto dello zar. Pietro era un gigante: alto quasi due metri e dieci, non poteva non farsi notare. Quando prendeva l’ostia a Pasqua doveva chinarsi così tanto da provare dolore alla schiena. Era capace di piegare a forma di tubo un piatto d’argento e di tagliare al volo con il coltello un pezzo di stoffa. Il modo di agitare fortemente le braccia camminando rendeva inconfondibile la sua persona. Non aveva alcuna cura di sé e non era capace di frenare il proprio temperamento, tanto che i suoi occhi grandi assumevano un’espressione sferzante a volte selvaggia. Quando non dormiva, non viaggiava, non banchettava stava sicuramente costruendo qualcosa. Le sue mani erano eternamente all’opera e piene di calli. L’abilità manuale gli fece cre-

dere di essere anche un esperto chirurgo e un buon dentista. I suoi parenti, quando venivano colpiti da qualche malanno che richiedeva un intervento chirurgico, tremavano all’idea che lo zar lo venisse a sapere e si presentasse con i ferri per offrire i suoi servigi. Si dice che dopo la sua morte sia rimasto un intero sacco di denti da lui estratti, a testimonianza della sua pratica odontoiatrica. Era nemico di ogni formalità, avvertiva un senso di smarrimento durante le cerimonie ufficiali; respirava pesantemente, arrossiva e grondava sudore, quando, con l’abito regale delle occasioni solenni, gli toccava ascoltare le magniloquenti sciocchezze di qualche ambasciatore. Non amava l’abbigliamento elegante, né il lusso, né lo sfarzo della corte. Non brillava per raffinatezza e non conosceva le maniere gentili, ma amava la franchezza e sapeva premiarla.

Una tassa sulla barba Pietro il Grande era insofferente verso tutto ciò che rendeva immobile la società russa: la mentalità conservatrice, il clero, la nobiltà parassita, la lontananza dai movimenti culturali che stavano cambiando il mondo. Tra le sue iniziative per rinnovare la società e il Paese vi fu anche quella del taglio della barba! Nella tradizione russa gli uomini dovevano portare la barba.

1. Nella tradizione russa gli uomini dovevano portare la barba. Il provvedimento di Pietro il Grande invece obbligava gli uomini a radersi. In questa xilografia lo zar taglia di sua mano la barba a un nobile.

2. Pietro il Grande era affascinato dal modello di vita europeo: importò l’arte, l’architettura e i mobili occidentali per creare un nuovo ambiente. Volle rapporti sociali diversi, facendo partecipare le donne alla vita pubblica nei salotti e addirittura imponendo l’uso di abiti ungheresi.

Pietro il Grande, con forbici e tenuta da barbiere, impegnato nel taglio della barba di un nobile; stampa dell’epoca. Mosca, Museo storico statale.

Pietro, invece, varò un provvedimento che li obbligava a radersi. Tutti dovevano radersi come si faceva in Occidente, fatta eccezione per i preti e i contadini. Chi violava questa regola doveva pagare una tassa! In questa xilografia lo zar taglia di sua mano la barba ad un nobile.

L’Europa tra Sei e Settecento

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LA PRUSSIA: UNO STATO FRAMMENTATO

Friedrich Wilhelm Weidemann, Ritratto di Federico I di Prussia, Collezione privata.

Nel corso del Seicento si afermò anche la Prussia degli Hohenzollern. Gli Hohenzollern erano marchesi del Brandeburgo e Grandi Elettori dell’impero. Tra i loro possedimenti vi era anche il Ducato della Prussia orientale che nel 1618 venne unito al Brandeburgo in un unico Stato. La ine della guerra dei Trent’anni diede agli Hohenzollern anche la Pomerania orientale, oltre ad altri piccoli territori nella bassa Renania. Federico I di Hohenzollern (1688-1713) ottenne dall’imperatore il titolo di re della Prussia orientale e del Brandeburgo. Si trattava di un regno anomalo, frammentato territorialmente, povero e arretrato, popolato da contadini asserviti a grandi latifondisti. Il successore, Federico Guglielmo I (1713-1740), diede l’avvio a un’opera di rinnovamento dei suoi possedimenti che portò la Prussia fra le grandi potenze europee.

LE RIFORME DI FEDERICO GUGLIELMO

La formazione del Regno di Prussia fino al 1740 In poco più di un secolo la Prussia ampliò i suoi territori e si avviò a divenire uno Stato di grande importanza. REGNO DI SVEZIA

REGNO DI DANIMARCA

REGNO DI HOLSTEIN

2

POMERANIA SVEDESE

4

DUCATO DI MECLEMBURGO

3 KLEVE

ALTA GHELDRIA

PRUSSIA OCCIDENTALE

Stettino

BRANDEBURGO

LINGEN

PAESI BASSI

PRUSSIA ORIENTALE

POMERANIA ORIENTALE

MINDEN ALTMARK

RAVENSBERG

MARK

1

Berlino

MAGDEBURGO

Potsdam

Schwiebus

Vis

tol

a Varsavia

HALBERSTADT a Elb

L’Elettorato del Brandeburgo nel 1640 Conquiste di Federico Guglielmo (1640-1688) Conquiste di Federico I (1688-1713) Conquiste di Federico Guglielmo I (1713-1740)

Oder

Cottbus

Slesia

REGNO DI POLONIA

ELETTORATO DI SASSONIA

AUSTRIA

1. L’elettorato del Brandeburgo nel 1640. La casa regnante, gli Hohenzollern, acquisì il Ducato della Prussia orientale – antico territorio dell’Ordine teutonico – nel 1618.

3. Conquiste di Federico I (1688-1713). Venne annesso solo un piccolo territorio, ma Federico I poté fregiarsi per primo del titolo di re di Prussia.

2. Conquiste di Federico Guglielmo di Brandeburgo (1640-1688). Grazie alla guerra dei Trent’anni vennero annessi piccoli territori nella bassa Renania, ma soprattutto la Pomerania orientale, permettendo di avvicinare i due maggiori territori dello Stato.

4. Conquiste di Federico Guglielmo I (1713-1740). Venne acquisita una piccola zona della Pomerania che comprendeva però lo strategico porto di Stettino.

TUTOR

Anche nel caso della Prussia si trattò di un riformismo dall’alto, voluto dal sovrano senza il coinvolgimento della società. Il re mirò alla costruzione di un apparato statale centralistico interamente sottoposto al suo controllo. Istituì a tal ine un Commissario generale con il compito di amministrare in modo unitario i diversi domini soggetti alla corona.

UNITÀ 1

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Quale obiettivo si poneva Pietro il Grande e come cercò di realizzarlo? ƒ Qual era la condizione della Prussia agli inizi del Settecento? ƒ Quali riforme intraprese Federico Guglielmo I?

28 Eliminò le autonomie cittadine e costrinse la nobiltà a rinunciare alle proprie rappresentanze politiche. In cambio la nobiltà trovò spazio nella carriera amministrativa, militare e diplomatica, si vide confermare i suoi privilegi e ottenne un’ulteriore estensione della servitù contadina. Federico Guglielmo I organizzò un eiciente sistema iscale i cui introiti gli permisero di ampliare e raforzare l’esercito che giunse a contare ino a 80 000 uomini (su una popolazione di circa due milioni di abitanti) e che, per i livelli di addestramento, era invidiato in tutta Europa. Il servizio militare era obbligatorio e tutta la società era subordinata alle esigenze dell’esercito: i nobili dovevano incominciare la loro carriera servendo come ufficiali, i contadini potevano liberarsi della servitù della gleba entrando come soldati nei ranghi dell’esercito; nelle amministrazioni locali e centrali, la preferenza veniva data a chi avesse prestato servizio militare. In questo modo lo spirito gerarchico, l’abitudine all’obbedienza, il rispetto assoluto dell’autorità passarono dall’ambito militare a tutta la vita civile. Quest’opera valse a Federico Guglielmo I l’appellativo di «re sergente». Il sovrano della Prussia, tuttavia, promosse anche la cultura: fondò l’Università di Halle, l’Accademia delle Arti e l’Accademia delle Scienze di Berlino di cui fu presidente il filosofo Gottfried Leibnitz.

Adolf von Menzel, Il concerto di flauto di Federico il Grande a SansSouci, 1850-52. Berlino, Alte Nationalgalerie. Il re suona il flauto e Carl Philipp Emanuel Bach suona il clavicembalo.

TUTOR LO SVILUPPO DELLA RUSSIA E DELLA PRUSSIA TRA XVII E XVIII SECOLO Nello Stato – il consolidamento del ruolo della Corona e la realizzazione di una gestione assolutistica del potere; – la creazione di una burocrazia statale stabile; – l’importanza assegnata all’apparato militare, in particolare in Prussia, dove l’esercito costituì la base dell’espansione del Paese. Nella società

– l’assenza di una borghesia imprenditoriale; – la presenza di vaste masse di contadini in condizione di servitù; – l’inserimento della nobiltà nei ranghi dell’amministrazione dello Stato (del governo, dell’esercito, della burocrazia): la nobiltà veniva quindi legata e sottoposta alla Corona, ma ricompensata con ampi privilegi come l’esenzione fiscale e l’ampliamento dei diritti sui contadini; – le riforme dello Stato avvennero esclusivamente per iniziativa della Corona e imposte alla società con costi anche molti alti.

L’Europa tra Sei e Settecento

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4. L’alternativa inglese: la monarchia costituzionale L’ORIGINE DELLA MONARCHIA COSTITUZIONALE: LA GLORIOSA RIVOLUZIONE

LA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI Il Parlamento assegnò a Guglielmo la corona ma gli impose di giurare una Dichiarazione dei diritti (1689) in cui riconosceva i diritti dei cittadini e del Parlamento: fu questo l’aspetto più innovativo della Gloriosa Rivoluzione. Nella sostanza, il Parlamento impose a Guglielmo di rinunciare all’assolutismo. La Dichiarazione, infatti, garantiva: ƒla ine dell’arbitrio e la limitazione del potere regio; ƒil raforzamento dei poteri del Parlamento; ƒla garanzia del rispetto dei diritti dei cittadini. Il Bill of Rights (Carta dei diritti, 1689) tradusse in forma di legge i princìpi della Dichiarazione. Questa Carta dei diritti, limitando il potere dei sovrani e sottomettendolo al Parlamento, segnò la ine dell’assolutismo e l’inizio di una vera e propria monarchia costituzionale. In una monarchia costituzionale il sovrano accetta di avere accanto a sé altre istituzioni dotate di una propria autonomia, in particolare il Parlamento. La monarchia è vincolata a un preciso patto (contratto) di garanzie giuridiche. Tali garanzie sono contenute in un documento scritto, la Costituzione. Con il patto costituzionale la monarchia cessa di essere un’istituzione «al di sopra dello Stato» e diventa un «organo dello Stato». Una successiva evoluzione della monarchia costituzionale fu la monarchia parlamentare, caratterizzata dalla centralità del Parlamento. Si era davvero a una svolta importante nella storia dello Stato: la Dichiarazione dei diritti, infatti, afermava chiaramente che le iniziative del sovrano dovevano godere del consen-

Un ritratto dell’epoca che rappresenta Guglielmo d’Orange e Maria Stuart.

COMPETENZE

USARE LE FONTI

La Dichiarazione dei diritti Pag. 48

LESSICO

L’assolutismo non conquistò mai l’intera Europa: in Polonia, per esempio, governava una monarchia elettiva, in Olanda una repubblica; ma il caso più interessante è l’Inghilterra dove, a partire dal 1689, governò una monarchia costituzionale. Dopo la dittatura di Cromwell, l’Inghilterra era tornata alla monarchia Stuart (1660) ma prima Carlo II e poi Giacomo II avevano tentato di reimporre l’assolutismo. Giacomo II, che era cresciuto in Francia dov’era stato educato al cattolicesimo, avviò anche una politica antiprotestante. Lo scontro con il Parlamento precipitò quando Giacomo II ebbe un erede maschio che proilava il rischio di una dinastia cattolica per l’Inghilterra. Nel 1688, di fronte all’ostilità sempre più esplicita del Parlamento, Giacomo II fuggì dal Paese e si rifugiò nella Francia assolutistica di Luigi XIV. Il Parlamento allora ofrì la corona a Guglielmo d’Orange, sposo di Maria Stuart iglia di Giacomo II. Di fatto il Parlamento si era impadronito del potere senza nessuna violenza. Proprio per questo la rivoluzione venne deinita «gloriosa», perché non vi era stato nessuno spargimento di sangue. Nella discussione che portò alla decisione di aidare la corona a Guglielmo d’Orange, i diversi orientamenti presenti nel Parlamento si raccolsero in due schieramenti: ƒi whigs, iloparlamentari; ƒi tories, difensori delle prerogative regie, della Camera dei Lords e della Chiesa anglicana. La formazione dei partiti era una novità assoluta nella politica europea. Particolare fortuna ebbero anche i nomi: whigs e tories in origine avevano un signiicato spregiativo, ma si imposero nella tradizione politica inglese e tuttora indicano i liberali e i conservatori.

MONARCHIA PARLAMENTARE È l’evoluzione della monarchia costituzionale. Questo sistema politico è caratterizzato dalla «centralità del Parlamento» e dal ruolo puramente rappresentativo dell’unità dello Stato del monarca. La differenza fondamentale rispetto alla monarchia costituzionale è costituita dal fatto che il governo non risponde più del suo operato al sovrano ma al Parlamento. Pertanto per la gestione del potere diviene essenziale il consenso del Parlamento, anziché quello del sovrano, cui rimane solo una funzione di ratifica delle decisioni prese in sede parlamentare.

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LA MONARCHIA ASSOLUTA E LA MONARCHIA COSTITUZIONALE Monarchia assoluta

TUTOR Monarchia costituzionale

Origine

Evoluzione dalla monarchia feudale attraverso un lungo processo realizzatosi tra il XIV e il XVIII secolo.

In Inghilterra nel XVII secolo, con la Gloriosa Rivoluzione del 1688.

Elementi costitutivi

Accentramento del potere nella persona del sovrano che controlla le funzioni di difesa militare, di amministrazione della giustizia e delle finanze. A questo scopo vengono costituiti: un esercito regio, un apparato amministrativo centralizzato (burocrazia), un fisco in grado di finanziare lo Stato, un sistema giudiziario professionalizzato.

La monarchia è limitata, cioè la sovranità viene esercitata secondo procedure cui il re è tenuto ad attenersi. Il potere è distribuito fra monarca e Parlamento. Una costituzione o alcune norme fondamentali valgono come un «contratto». Tale accordo riconosce le libertà politiche e religiose, la certezza del diritto, la fine dell’arbitrio. La struttura dello Stato e del potere non dipende più dalla esclusiva volontà del re.

Ordinamento giuridico

Il monarca crea l’ordinamento giuridico, poiché è la fonte del diritto (rex facit legem).

La monarchia fonda la propria legittimità su un ordinamento giuridico che deve rispettare (lex facit regem).

Vincoli

Il re è vincolato al rispetto dell’ortodossia religiosa e delle norme sulla successione al trono.

Il potere sovrano è vincolato dalla Costituzione e dalle leggi approvate dal Parlamento.

Organi di governo

Capo del governo e ministri creati dal monarca, da lui direttamente dipendenti e quindi anche revocabili a suo arbitrio.

Capo del governo e ministri nominati dal sovrano, ma responsabili davanti al Parlamento (monarchia parlamentare).

Istituzioni Assemblee degli ordini, come gli Stati Generali in rappresentative Francia, convocate a discrezione del sovrano. della società GUIDA ALLO STUDIO

so del Parlamento. Di fatto si applicò il principio del «contratto», così com’era stato elaborato in quegli stessi anni dal ilosofo John Locke: un accordo tra Parlamento e Corona (con il riconoscimento dei rispettivi diritti e doveri) che garantiva le libertà politiche e religiose, la certezza del diritto e la ine dell’arbitrio. Sulla base di questi princìpi venne approvato nel 1689 l’Atto di tolleranza che, pur escludendo i cattolici, poneva di fatto ine all’epoca delle persecuzioni religiose. Nel 1701, inine, venne emanato l’Act of Settlement (Atto di insediamento), che garantiva l’indipendenza dei giudici e impediva una successione cattolica al trono inglese.

ƒ Perché con Giacomo II lo scontro tra il Parlamento e la Corona precipitò? ƒ Perché si parla di Gloriosa Rivoluzione? ƒ Che cosa stabiliva la Dichiarazione dei diritti? ƒ Che cos’è una monarchia costituzionale? ƒ Come e quando si formò il Regno Unito di Gran Bretagna? COMPETENZE

Il Parlamento (che non è tuttavia effettivamente rappresentativo dell’intera società poiché il suffragio è ristretto).

DALL’INGHILTERRA ALLA GRAN BRETAGNA

USARE LE FONTI

Locke e la tolleranza religiosa

LESSICO

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Guglielmo d’Orange morì nel 1702 e la corona passò ad Anna, iglia di Giacomo II e ultima Stuart. Pochi anni dopo, nel 1707, fu approvato un Atto di unione con la Scozia che, nel 1800, fu esteso all’Irlanda: nacque così il Regno Unito di Gran Bretagna, formato dall’unione politica di Scozia, Irlanda e Inghilterra. Vennero uniicati il Parlamento (che continuò a essere articolato in una Camera dei Lords e in una Camera dei Comuni) e il governo, anche se i singoli Stati conservarono il loro sistema giuridico e la loro Chiesa. Nel frattempo il trono era passato alla dinastia che tuttora regna sul Paese. Nel 1714, infatti, Anna Stuart morì senza lasciare eredi diretti e la Gran Bretagna passò a Giorgio di Hannover, protestante e lontanamente imparentato con gli Stuart. Il nuovo sovrano prese il nome di Giorgio I (1714-1727) e diede appunto inizio alla dinastia tuttora regnante.

CAMERA DEI LORDS Era la «Camera alta» del Parlamento inglese; era riservata ai primogeniti delle più importanti famiglie aristocratiche e ai prelati della Chiesa anglicana. Tradizionalmente era la Camera più conservatrice. CAMERA DEI COMUNI Era la «Camera bassa» del Parlamento inglese; era composta dai rappresentanti eletti dalle classi agiate delle città e delle contee. Poiché non tutti i cittadini avevano diritto di voto, erano difesi in Parlamento non gli interessi di tutti gli Inglesi, ma solo quelli dei ceti dominanti.

L’Europa tra Sei e Settecento

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5. Un altro secolo di guerre Il secolo che intercorre tra il 1667 e il 1763 fu tormentato da un susseguirsi di guerre pressoché continue. La Francia fu in guerra per cinquantatré anni, l’Inghilterra e l’Olanda per circa quaranta, la Russia per trentatré anni. Non erano più, come nei secoli passati, guerre di religione, il cui scopo era l’annientamento dell’avversario e della sua fede: quell’epoca era terminata con la pace di Vestfalia del 1648. Le guerre di questo secolo furono esclusivamente territoriali, cioè guerre il cui scopo era il possesso di aree in Europa o nelle colonie per stabilire un nuovo equilibrio tra gli Stati. Da questo punto di vista, è evidente che anche l’insediamento di una dinastia piuttosto che di un’altra su un trono vacante assumeva lo stesso valore di una conquista territoriale. Del resto, le grandi famiglie regnanti in Europa erano tutte imparentate tra loro e sovente, in assenza di eredi diretti, in molti potevano rivendicare il trono. Si apriva quindi una contesa che rimetteva in discussione l’intero equilibrio del continente. Le guerre di successione del Settecento furono dunque dei pretesti per modiicare i rapporti di forza tra gli Stati.

LA SCONFITTA DI LUIGI XIV Fu la politica espansionistica di Luigi XIV a mettere in discussione l’assetto europeo issato nel 1648 e a dare inizio a questo secolo di guerre. Come abbiamo visto nel primo volume, il Re Sole intendeva approittare della crisi della Spagna e delle diicoltà dell’Austria e dell’Inghilterra per imporre la supremazia francese in Europa: ƒ la Spagna era stata sconitta dalla Francia nella guerra dei Trent’anni (1618-48) ed era ormai avviata verso un inarrestabile declino; ƒ l’Inghilterra ino alla Gloriosa Rivoluzione (1688) fu completamente assorbita dal nuovo scontro tra Corona e Parlamento; ƒl’Impero austriaco, inine, dovette afrontare una nuova ofensiva dei Turchi che, nel 1683, giunsero ad assediare Vienna. Questo quadro favorevole spiega i successi iniziali del Re Sole che culminarono con la Dieta di Ratisbona (1684), quando l’Impero austriaco si rassegnò a riconoscere tutte le annessioni che la Francia aveva imposto con la forza delle armi ino al 1681. Ma la situazione internazionale cambiò completamente nel corso degli anni Ottanta del Seicento: l’Austria sconisse i Turchi e nel 1688 il trono inglese andò a Guglielmo d’Orange, cioè proprio all’uomo che, in qualità di capo di Stato, aveva guidato la resistenza olandese alla Francia. L’occasione che dimostrò quanto la situazione fosse cambiata fu la

LESSICO

GUERRE TERRITORIALI

EQUILIBRIO Questo termine, preso nel suo significato generale di stabilità, è spesso usato dagli storici quando si riferiscono a momenti in cui diversi Stati raggiungono una situazione in cui nessuno di loro ha un netto predominio sugli altri. La pace di Lodi del 1454 garantì una situazione simile in Italia, e così tentò di fare anche la pace di Aquisgrana nel 1748 in Europa.

La battaglia della Montagna Bianca (1620) presso Praga, in cui i protestanti vengono sconfitti. Vienna, Archivio della Biblioteca Nazionale Austriaca.

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32 guerra di successione spagnola (1701-1713), un conflitto molto duro per la Francia che rischiò addirittura d’essere invasa: dopo aver aggredito l’Europa per un cinquantennio, nella sua ultima guerra il re Sole fu costretto a difendersi. Le paci di Utrecht (1713) e Rastadt (1714) c h e posero termine al conflitto segnarono la sconitta delle pretese di supremazia della Francia.

LA SISTEMAZIONE DELL’AREA ITALIANA

TUTOR

Nel 1713 terminò la dominazione spagnola in Italia. Tuttavia, per dare un’organizzazione stabile ai territori italiani ci vollero altre due guerre: la guerra di successione polacca (1733-35) e quella di successione austriaca (1740-48). Solo con la pace di Aquisgrana (1748), infatti, le potenze europee riuscirono ad accordarsi sulla spartizione dell’Italia: ƒil Regno di Napoli, andò a Carlo di Borbone, iglio del re di Spagna Filippo V; ƒla Lombardia passò sotto il dominio degli Asburgo d’Austria; un ramo di questa famiglia controllava anche il Granducato di Toscana, dove nel 1737 si era estinta la dinastia dei Medici. Tra gli Stati italiani emergeva la crescita del Piemonte sabaudo: nel 1714 aveva ottenuto il Monferrato; nel 1720, la Sardegna e il titolo regio (da cui il nuovo nome di Regno di Sardegna); nel 1748, un ulteriore allargamento dei conini a est ino a Vigevano e Voghera. I Savoia non erano riusciti a conquistare la Lombardia, da più di un secolo loro principale ambizione, ma il Piemonte sabaudo si andava preparando al ruolo che avrebbe svolto nel Risorgimento italiano.

L’Italia dopo la pace di Aquisgrana La pace di Aquisgrana confermò, seppure con vistosi cambiamenti, la suddivisione dell’Italia in tanti Stati.

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2. Ducato di Milano. Venne ceduto dalla Spagna all’Austria nel 1714. Il territorio si giovò della più dinamica amministrazione austriaca, diventando un’area molto sviluppata rispetto al resto della Penisola.

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3. Granducato di Toscana. Gian Gastone de’ Medici, inetto e malato, morì senza figli nel 1737; il territorio venne ceduto al ramo di Lorena degli Asburgo, con il duca Leopoldo, marito di Maria Teresa d’Austria. Anche in questo caso l’avvento degli Asburgo favorì lo sviluppo economico e culturale.

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1. Regno di Sardegna. Dopo la guerra di successione spagnola il Ducato di Savoia ottenne la Sicilia (poi scambiata con la Sardegna) e il titolo di regno, oltre a territori nel Monferrato e ai confini con la Lombardia. Altri territori a oriente, sottratti alla Lombardia, furono aggiunti nel 1748.

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4. Regno di Napoli. La guerra di successione austriaca costò all’Austria la perdita dei territori più lontani, come il Regno di Napoli, strappato alla Spagna nel 1714; tornarono sul trono i Borboni con Carlo, primogenito dei sovrani spagnoli, che regnò dal 1754 al 1759, quando divenne re di Spagna. 5. Corsica. I Corsi avevano ripetutamente scatenato rivolte per ottenere l’indipendenza da Genova, che aveva chiesto aiuto alla Francia non riuscendo da sola a reprimere i rivoltosi. Alla fine la Francia convinse Genova a cederle tutta l’isola, che divenne così territorio francese (1768). Napoleone Bonaparte, il più grande Corso della storia, nacque l’anno successivo. Le varie insurrezioni antifrancesi furono duramente represse.

L’Europa tra Sei e Settecento

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IL TRAMONTO DELLA POTENZA OTTOMANA Nel 1683 un possente esercito ottomano penetrò in Austria e giunse ad assediare Vienna, da dove l’imperatore Leopoldo I dovette fuggire. Solo l’aiuto delle truppe del sovrano polacco Giovanni Sobieski (1674-1696) riuscì a salvare Vienna dalla capitolazione, imponendo la ritirata dei Turchi. La vittoria imperiale segnò la ine dell’espansionismo turco in Europa e avviò il declino dell’Impero ottomano. Nel 1686 infatti le potenze europee formarono una Lega Santa (Austria, Polonia, Venezia, Stato Pontiicio) a cui si unì anche la Russia. I Turchi vennero sconitti e furono obbligati ad accettare la pace di Carlowitz (1699). Si trattava del primo accordo sfavorevole sottoscritto dai Turchi: ƒl’Austria ottenne il riconoscimento della propria sovranità sull’Ungheria, la Transilvania e la Croazia; ƒVenezia ottenne i porti della Dalmazia e dell’Albania, e la Morea; ƒla Russia guadagnò il porto di Azov nella Crimea. Una seconda, umiliante sconitta fu portata ai Turchi nel 1717 dall’imperatore austriaco Carlo VI, alleato con Venezia. L’Impero ottomano proseguì così nel suo inesorabile declino: la pace di Passarowitz (1718) riconobbe le conquiste austriache della Serbia e della Valacchia. Con questa ennesima vittoria l’Austria si confermava come una della maggiori potenze europee. La guerra dimostrò anche la decadenza di Venezia che fu costretta a restituire ai Turchi la Morea poiché non era stata capace di difenderla durante le ostilità.

Jan Matejko, Sobieski a Vienna. Città del Vaticano, Musei Vaticani. I Turchi giunsero alle porte di Vienna il 14 luglio 1683. Vienna venne posta sotto assedio. Intanto dal resto d’Europa giungevano i rinforzi guidati dal re di Polonia Giovanni Sobieski (al centro dell’opera). Il 12 settembre gli eserciti cristiani attaccarono costringendo i Turchi alla fuga. E l’Europa fu salva.

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IL RAFFORZAMENTO DELLA RUSSIA E IL DECLINO DELLA SVEZIA Conquistando Azov, la Russia si era aperta uno sbocco sul Mar Nero. Ciò corrispondeva ai progetti di Pietro il Grande che, come sappiamo, intendeva garantire al suo Paese una «inestra sull’Europa». Le ambizioni dello zar però erano rivolte soprattutto verso il Baltico e per questo era indispensabile afrontare la Svezia che dominava questo mare. Fu tuttavia il giovane re svedese Carlo XII a prendere l’iniziativa, avviando la seconda guerra del Nord (1700-21). Nel 1700, infatti, la Svezia sconisse i Russi nella battaglia di Narva. Nel 1709, però, fu Carlo XII a subire una pesante sconitta alla Poltava. Il re svedese fu addirittura obbligato a rifugiarsi presso i Turchi, col cui appoggio cercò una rivincita. Inine (1718) Carlo XII trovò la morte durante le operazioni militari. Le paci di Stoccolma (1720) e di Nystad (1721) chiusero così la guerra e segnarono la ine dell’egemonia svedese sul Baltico a vantaggio della Russia e della Prussia. La Svezia infatti cedette: ƒla Pomerania occidentale e Stettino alla Prussia; ƒla Livonia, l’Estonia, l’Ingria e la Carelia alla Russia. Per ottenere questo risultato, Pietro il Grande aveva dovuto restituire Azov ai Turchi. Tuttavia poteva considerare raggiunto il suo obbiettivo: la Russia ormai si era saldamente inserita nella vita europea. Lo comprese subito la Gran Bretagna che si afrettò a stringere accordi commerciali con lo zar. Johan Philip Lemke, Carlo XII attraversa il Düna, 1701.

LA SVEZIA FINO AL 1721

LA RUSSIA NEL 1721

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Dalla minaccia ottomana alla «questione d’Oriente» L’Impero ottomano fu fondato nel XIV secolo da Osman, da cui prese anche il nome. Durò fino al 1922, anno della deposizione dell’ultimo sultano: Maometto VI. Per tutta la sua storia fu una spina nel fianco per l’Occidente: prima come pericoloso avversario in grado di misurarsi alla pari

con gli eserciti delle potenze europee, poi per il suo declino. Per tutto l’Ottocento, infatti, la crisi dell’Impero ottomano alimentò le ambizioni espansionistiche degli Stati europei, destabilizzando l’area balcanica: gli storici parlano in proposito di questione d’Oriente. 1. Vienna. Fu uno dei punti della massima espansione ottomana: i Turchi l’assediarono senza successo due volte, nel 1529 e nel 1683.

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2. Solimano il Magnifico (1520-1566). Fu il grande protagonista dell’espansione ottomana che si misurò alla pari con Carlo V d’Asburgo.

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3. La presa di Costantinopoli (1453). Determinò la fine dell’Impero romano d’Oriente e avviò una nuova fase di espansione dell’Impero ottomano.

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Fasi di espansione dell’Impero ottomano: 1453-1520 1520-1566 1566-1683 direttrice dell’espansione ottomana in Europa massima espansione raggiunta nel 1683

1. La progressiva perdita di territori. Accompagnò il tramonto dell’Impero ottomano e le conseguenti mire delle potenze europee che destabilizzarono per tutto l’Ottocento l’area balcanica.

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Confini dell’Impero ottomano: prima del 1699 dopo il 1830 Zone perdute nel: 1699 1739 1774 1830

TUTOR

L’Europa tra Sei e Settecento

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LA STRAORDINARIA ASCESA DELLA PRUSSIA

Martin van der Meytens, L’imperatore Francesco I e l’imperatrice Maria Teresa (particolare), XVIII secolo. Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Il raforzamento dell’Austria nel centro Europa trovò un valido contendente nella Prussia. Questo Stato era destinato a una straordinaria ascesa che sarebbe culminata nel 1871 con l’uniicazione della Germania. Nell’epoca che stiamo esaminando, questo processo trovò un eccezionale interprete in Federico II (1740-1786), non a caso detto il Grande. Colto, autore di scritti in cui condannava la guerra e il cinismo della ragion di Stato, questo sovrano si dimostrò determinato e spregiudicato. L’occasione gli fu subito oferta dai problemi della successione austriaca. Alla morte dell’imperatore asburgico Carlo VI, doveva salire al trono la iglia Maria Teresa. Carlo VI si era preoccupato di garantire questa successione promulgando sin dal 1713 la Prammatica Sanzione, una norma che consentiva la successione al trono anche alla linea femminile della famiglia. Gli Stati europei avevano riconosciuto questo provvedimento, ma quando Carlo morì (1740) contrastarono l’ascesa al trono di Maria Teresa. Federico II di Prussia iniziò l’ofensiva contro l’Austria occupando la Slesia con l’ambizione di allargare i propri conini. Baviera, Spagna e Francia intervennero a ianco della Prussia; l’Austria fu appoggiata invece dall’Inghilterra e dalla Savoia. La guerra terminò con la pace di Aquisgrana (1748) che, oltre a deinire una spartizione stabile dell’Italia, riconobbe a Federico II la Slesia e assegnò la corona imperiale a Francesco Stefano di Lorena, marito di Maria Teresa. Forse, però, il caso che meglio evidenziò il cinismo di Federico II fu quello della Polonia. Questo Stato era estremamente debole e suscitava le ambizioni espansionistiche dei suoi potenti coninanti: l’Austria, la Prussia e la Russia. C’era concretamente il rischio che fra questi tre Stati scoppiasse una guerra. Per evitarla, Federico II propose spregiudicatamente di procedere alla suddivisione tra le tre potenze dei territori polacchi. Nel 1772 si giunse così a una prima spartizione, seguita da altre due (1793 e 1795) che cancellarono la Polonia dalla carta geograica europea.

L’ESPANSIONE PRUSSIANA NEL XVIII SECOLO

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Prussia agli inizi del secolo Conquiste nel 1748 Conquiste nel 1772

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L’Europa tra Sei e Settecento

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TUTOR

Le spartizioni della Polonia La suddivisione forzata della Polonia voluta da Prussia, Austria e Russia avvenne in tre fasi: 1772, 1793 e 1795.

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1. 1770 La Polonia separava, con il «corridoio» di Danzica, le due parti della Prussia: questa situazione rendeva la Polonia preda degli interessi espansionistici di Federico II di Prussia. 2. 1772 Per la sua debolezza la Polonia, stretta fra vicini potenti, non si poté opporre al progetto di spartizione organizzato da Federico II, il quale riuscì a unificare il territorio prussiano, mentre la Russia si impadroniva di Smolensk e dei territori limitrofi, e l’Austria otteneva la Galizia. 3. 1793 Nel corso della prima coalizione contro la Francia rivoluzionaria,

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Prussia e Russia si accordarono per rafforzarsi a spese della Polonia: la prima ottenne vari territori e la città di Poznan’, la seconda la Rutenia Bianca (oggi Bielorussia) e l’Ucraina. Da notare come nel frattempo la Russia avesse occupato anche la Crimea strappandola alla Turchia. 4. 1795 Sconfitta dai Francesi, la prima coalizione antinapoleonica si sfaldò: la Prussia firmò la pace con la Francia per poter spartire definitivamente la Polonia e conquistò Varsavia; intanto l’Austria ampliava i suoi domini fino a Brest-Litovsk e la Russia si spingeva ancor più a occidente. La Polonia non esisteva più.

Il Prometeo polacco di Horace Vernet rappresenta la repressione dei polacchi da parte della Russia, simboleggiata dall’aquila che affonda gli artigli sul corpo esanime della Polonia. Parigi, Bibliothèque Polonaise.

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LA GUERRA DEI SETTE ANNI

Benjamin West, Il generale Johnson salva un ufficiale francese ferito da un indiano del Nord America, 1764-1768. Derby, Museo e Galleria d’Arte.

Con l’acquisizione della Slesia, la Prussia aveva allargato notevolmente i propri conini e raddoppiato le risorse demograiche ed economiche: era divenuta una vera e propria potenza. L’Austria, però, intendeva riconquistare la regione e iniziò immediatamente a preparare una nuova guerra, cercando l’alleanza della Russia, che non gradiva afatto un vicino potente come la Prussia. Si giunse così alla guerra dei Sette anni (1756-63), che in un certo senso fu la prima guerra mondiale della storia, perché fu combattuta contemporaneamente in Europa, India e America. Il conflitto, infatti, si svolse in due distinti contesti: ƒil contrasto per la Slesia, che si combatté sul territorio europeo e vide schierata l’Austria, alleata della Russia e della Francia, contro la Prussia, appoggiata dall’Inghilterra; ƒlo scontro per il primato coloniale, che contrappose la Gran Bretagna alla Francia, alleata con la Spagna. La guerra in Europa si risolse con un nulla di fatto. La pace di Hubertusburg (1763) fra Austria e Prussia lasciò infatti a quest’ultima la Slesia. Sul fronte coloniale, invece, la Gran Bretagna dimostrò la sua schiacciante superiorità che fu ratiicata dalla pace di Parigi (1763): ƒla Gran Bretagna ottenne dalla Francia il Canada, la vallata dell’Ohio e del Mississippi e le isole di Dominica e San Vincenzo; dalla Spagna ebbe la Florida; nei possedimenti spagnoli e portoghesi dell’America del Sud (così come in India) raforzò la sua influenza commerciale; in Africa acquisì il Senegal;

GLI INSEDIAMENTI EUROPEI NEL NORD AMERICA Compagnia della Baia di Hudson

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Territorio del Nord Ovest

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Territori britannici Territori spagnoli Territori francesi

OCEANO ATLANTICO

L’Europa tra Sei e Settecento

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Zone perdute dai Francesi con la pace di Parigi (1763) Zone inglesi nel 1765 Principali insediamenti francesi Principali insediamenti inglesi

L’INDIA DOPO LA GUERRA DEI SETTE ANNI

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Moneta che celebra la pace di Hubertusburg del 1763. Collezione privata.

ƒin cambio della cessione della Florida, la Spagna ottenne dalla Francia la Louisiana e conservò i suoi vicereami sulle coste occidentali del Nord e del Sud del continente americano; ƒoltre alle cessioni in favore di Gran Bretagna e Spagna, la Francia dovette disarmare le sue basi commerciali in India; le rimasero alcune isole nelle Antille, ma ciò non fu suiciente a evitare la decadenza in campo coloniale.

LE GUERRE DEL SETTECENTO: UN BILANCIO A metà del Settecento due fatti risultavano evidenti: la Prussia emergeva come potenza militare sul continente europeo, raforzata anche grazie all’acquisizione di parte della Polonia; la Gran Bretagna diventava la principale potenza coloniale e commerciale a livello mondiale. Dal 1689 alla ine del Settecento, il tonnellaggio delle navi della flotta mercantile britannica aumentò del 152% e il volume del commercio estero raddoppiò. L’Oceano Atlantico divenne sempre più un mare inglese, ma anche nel Baltico si impose la marineria britannica, anche perché contemporaneamente era in declino il commercio dell’Olanda. Se questi due Stati potevano considerarsi i vincitori, gli sconitti erano la Francia, espulsa dai suoi possedimenti in India e in America del Nord, e la Spagna, che aveva perso la Lombardia, la Sicilia, la Sardegna e il Belgio. La Spagna manteneva il proprio impero coloniale ma la sua economia, basata sul tradizionale sfruttamento delle miniere e delle piantagioni, era destinata a entrare in crisi di fronte alla potenza economica inglese. Sul continente europeo, due piccoli Stati ebbero vicende opposte: la Polonia cessò di esistere come Stato indipendente, mentre il ducato di Savoia aveva acquisito la Sardegna e si era trasformato in regno. L’Austria aveva perso il Mezzogiorno d’Italia, ma risultò raforzata grazie alla conquista di parte della Polonia, della Lombardia e del Belgio, e nei decenni successivi elaborò un vasto piano di riforme volto a controllare province così lontane e così diverse. La Russia aveva raforzato il suo ruolo politico e militare nell’Europa centro-orientale e stava conoscendo un rapido sviluppo economico.

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Perché terminò la supremazia francese? ƒ Quali Stati uscirono rafforzati e quali indeboliti dalla pace di Passarowitz? ƒ Quale obiettivo si proponeva Pietro il Grande? Attraverso quali guerre lo raggiunse? ƒ Che cosa stabilì la pace di Aquisgrana? ƒ Come si giunse alla guerra dei Sette anni? ƒ Quali furono i due fronti sui quali la guerra venne combattuta? E quale fu l’esito?

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UN SECOLO DI GUERRE (1667-1763) Anni Guerra Stati coinvolti

TUTOR Pace

Conseguenze

1667-68

Guerra di devoluzione.

Francia contro Spagna, Olanda e Inghilterra.

Pace di Aquisgrana (1668).

Rafforzamento della Francia.

1672-78

Guerra d’Olanda.

Francia, Svezia e Inghilterra contro Olanda, Spagna e alcuni principati tedeschi.

Pace di Nimega (1678).

Rafforzamento della Francia.

1683-99

Guerra della Lega Santa.

Austria, Polonia, Pace di Carlowitz (1699). Segna l’inizio del declino irreversibile dell’Impero Venezia, Stato ottomano. Pontificio contro l’Impero ottomano.

1688-97

Guerra della Lega d’Augusta.

Francia contro Austria, Spagna, Svezia, Prussia, Inghilterra, Ducato di Savoia, Olanda.

Pace di Rijswijk (1697).

Prima sconfitta di Luigi XIV.

1701-13

Guerra di successione spagnola.

Francia contro Austria, Inghilterra, Olanda, principati tedeschi, Portogallo, Svezia, Ducato di Savoia.

Pace di Utrecht (1713). Pace di Rastadt (1714).

Fine della supremazia francese in Europa e della dominazione spagnola in Italia.

1700-21

Seconda guerra del Nord.

Svezia contro Russia, Polonia, Danimarca e Prussia.

Pace di Stoccolma (1720). Pace di Nystad (1721).

Rafforzamento della Russia e declino della Svezia.

1716-18

Austria e Impero ottomano.

Austria e Venezia contro l’Impero ottomano.

Pace di Passarowitz (1718).

Rafforzamento dell’Austria e declino dell’Impero ottomano.

1733-35

Guerra di successione polacca.

Austria e Russia contro Francia, Spagna e Regno di Sardegna.

Pace di Vienna (1735).

Evidenzia la debolezza della Polonia; nuova sistemazione dell’area italiana.

1740-48

Guerra di successione austriaca.

Austria, Inghilterra, Regno di Sardegna contro Prussia, Baviera, Francia e Spagna.

Pace di Aquisgrana (1748).

Rafforzamento della Prussia e stabilizzazione della situazione italiana.

1756-63

Pace di Hubertusburg Guerra dei Sette Austria, Francia, Russia (1763). anni (in Europa e Spagna contro Pace di Parigi (1763). e nelle colonie). Inghilterra e Prussia.

L’Inghilterra conquista il primato nelle colonie e nel commercio mondiale.

Guerra dei Sette anni, la caduta di Kolberg (in Prussia) ad opera dei Russi.

L’Europa tra Sei e Settecento

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6. Le nuove frontiere dell’Occidente IL PRIMATO INGLESE E IL DOMINIO DELL’EUROPA Il primato coloniale conquistato dall’Inghilterra con la guerra dei Sette anni trova certamente la sua origine in uno sviluppo economico e tecnologico più rapido e nell’afermazione di un sistema politico che garantiva diritti e libertà: a cominciare dalla libertà di commercio e dalla tutela della proprietà privata. Proprio questi aspetti fecero la diferenza rispetto alle grandi civiltà asiatiche e consentirono la straordinaria crescita europea: la Cina, l’India o l’Impero ottomano, che ino a qualche secolo prima erano nettamente più sviluppati in ambito tecnologico, rimasero ingabbiati nei loro sistemi chiusi che ostacolarono lo sviluppo economico. In Asia mancò quell’autonomia politica che le città europee sfruttarono a partire dall’età comunale per incrementare i loro commerci. Lo stesso discorso vale per il diritto alla proprietà individuale: un diritto inviolabile e sempre tutelato dallo Stato nella cultura dell’Occidente, mentre non era mai un diritto pieno per la cultura asiatica. Il possesso di un bene in Cina o in India era sempre soggetto alla volontà del sovrano che poteva coniscarlo: un bene non era mai considerato totalmente una proprietà individuale. L’Inghilterra si conquistò nel Settecento un primato indiscusso, ma la crescita economica coinvolse anche altri Paesi europei, come l’Olanda e la Francia: tanto bastava per fare dell’Europa della ine del Settecento il continente più potente e più ricco, il centro dell’economia mondiale. Soprattutto nel campo della navigazione e degli armamenti gli Europei avevano ottenuto grandi successi, evidenti appunto nel confronto bellico e nelle conquiste coloniali.

IL PREDOMINIO INGLESE VERSO LA FINE DEL XVIII SECOLO

Nathaniel Dance-Holland, Il capitano James Cook. Greenwich, National Maritime Museum.

I VIAGGI DI JAMES COOK NEL PACIFICO

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UNA NUOVA CONOSCENZA DEL MONDO All’origine dello sviluppo degli Europei c’erano anche fattori culturali collegati alla ricerca scientiica e tecnologica. Si inseguivano conoscenze geograiche, botaniche, etnograiche dei mondi lontani. Ci si chiedeva, ad esempio, se esistessero dei passaggi fra gli oceani, quali fossero i limiti dei continenti, quale la forma delle coste o la natura del paesaggio interno. Imbarcazioni perfezionate negli scai e migliorate nelle vele, nuove conoscenze sulla navigazione e marinai professionisti al posto degli avventurieri dei secoli precedenti rendevano meno pericolose le lunghe traversate oceaniche. In questo quadro si collocano anche le spedizioni del navigatore inglese James Cook (1728-1779). Cook entrò nella marina britannica a diciotto anni con umili mansioni di mozzo, ma poi passò agli incarichi di nostromo e inine di cartografo e astronomo. Nel 1768 ricevette dall’accademia londinese Royal Society il comando di una spedizione nei mari del sud, durante la quale scoprì l’Australia la esplorò e ne descrisse le coste. Egli riuscì a evitare che i marinai si ammalassero di scorbuto, una malattia causata dalla mancanza di vitamina C che rappresentava il più grave pericolo per gli equipaggi dell’epoca, somministrando loro una dieta particolare a base di crauti, estratto di malto e marmellata di carote. Rientrato in patria nel 1771, intraprese un’altra spedizione fra il 1772 e il 1775: superò due volte il circolo polare artico, esplorò le isole Marchesi, le Nuove Ebridi e la Nuova Caledonia e tornò in Inghilterra doppiando Capo Horn, realizzando così la prima circumnavigazione del globo da est verso ovest. Nel 1776 salpò per un nuovo viaggio alla ricerca di un passaggio dal Paciico all’Atlantico a nord dell’America. Scoprì le Hawaii e si spinse a nord, verso lo stretto di Bering; qui i ghiacci lo costrinsero a tornare indietro. Esplorò e rappresentò su carte le Hawaii e qui morì il 14 febbraio 1779 durante uno scontro con gli indigeni. Le sue relazioni, i suoi diari, i disegni e le carte furono pubblicati dai inanziatori dei viaggi e costituiscono un patrimonio importantissimo in campo geograico ed etnograico.

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L’Europa tra Sei e Settecento

I GRANDI IMPERI ASIATICI E GLI EUROPEI In Cina gli Europei furono costretti a misurarsi con una cultura evoluta e rainata che suscitava interesse e curiosità. In questa civiltà gli Europei non riuscirono mai entrare come dominatori, né riuscirono – nonostante gli sforzi dei missionari – a far penetrare in modo capillare il cristianesimo o la cultura occidentale. La Cina nella sua solidità culturale non lasciava spazio a questo genere di conquista ed anzi, dall’alto della sua tradizione, tendeva a considerare gli Europei come «barbari» piuttosto che come colti colonizzatori. Nel XVII secolo in Cina si era insediata, ad opera degli invasori Manchu, la dinastia Qing (1644-1912), che fu in grado di assorbire le diverse etnie e di organizzare uno Stato centralizzato. Dal 1757 Canton divenne un’importante dogana marittima che, con la vendita di tè, porcellane e sete, traeva proitto dal commercio europeo della Compagnie delle Indie Orientali. Decisivo per la crescita economica fu l’incremento demograico che, verso la ine del XVIII secolo, rese la Cina, con i suoi trecento milioni di abitanti, il Paese più popolato del mondo. Ma proprio la velocità di espansione mise in crisi la capacità produttiva e la Cina inì per cedere, nel XIX secolo, alla penetrazione europea. In India le tribù straniere turco mongole assunsero il potere con Babur (1526) che diede vita alla dinastia dei Moghul. L’organizzazione dello Stato Moghul era di tipo feudale con una aristocrazia prestigiosa ma priva del diritto di ereditare i poteri. Mancava invece una classe borghese intraprendente. La crisi dell’impero Moghul nel XVII secolo dipese dai contrasti che si vennero a creare fra la cultura induista e quella musulmana. Nonostante i vari tentativi di paciicazione e di integrazione, compiuti ad esempio durante il regno di Akbar (1556-1605), le diversità etniche e culturali esplosero nella seconda metà del XVII secolo. La politica di intolleranza voluta da Aurangzeb, ultimo imperatore Moghul, generò ribellioni e divisioni che alla ine portarono all’autonomia dei sultanati indù e alla disgregazione dell’impero. Nel Settecento la debolezza di un territorio frammentato in diversi principati favorì la conquista inglese. In Giappone invece, nel corso del Seicento, si ebbe un processo di accentramento del potere che portò all’uniicazione del Paese con l’insediamento della dinastia Tokugawa. Lo scopo degli imperatori fu quello di assicurare la pace e l’ordine sociale. Con questo obiettivo si riformò l’amministrazione interna ma si chiuse anche il Paese in un lungo isolamento per evitare ogni possibile minaccia esterna. Solo nel secolo successivo si iniziarono ad accordare delle licenze per il commercio estero.

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GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Quali fattori ostacolarono lo sviluppo delle civiltà asiatiche e favorirono quindi il dominio dell’Europa? ƒ Quali furono le principali scoperte di Cook? ƒ Quali erano le caratteristiche della grandi civiltà asiatiche, Cina, India e Giappone?

Un cavallo bianco viene dato in dono all’imperatore della Cina Qianlong nel 1757.

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LA GEOSTORIA

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ATLANTE

Il sorpasso dell’Europa

L’Europa e il mondo

Pagg. 30-41

Il sorpasso dell’Europa L’estensione delle frontiere geograiche ha accompagnato l’intera storia dell’uomo e dello sviluppo economico, ma ha caratterizzato soprattutto i secoli dell’età moderna a partire dalle prime esplorazioni atlantiche, dai viaggi di Colombo e dei navigatori del Cinquecento. Questo grande slancio verso le scoperte geograiche continuò nel Seicento e nel Settecento. Alla ine del XVIII secolo così erano poche le aree del mondo ancora sconosciute: quelle interne all’Africa, all’Australia, ai Poli e le montagne più alte delle grandi catene.

Si aprirono nuove frontiere geograiche: i nuovi contatti ampliarono i conini culturali e biologici dell’umanità. Cambiarono i paesaggi e la vegetazione. Si formarono raggruppamenti umani diversi. Si aprirono vasti mercati e si introdussero nuovi alimenti e nuovi stili di vita. Fu l’Europa la vera protagonista di questo passaggio storico. In particolare l’Europa occidentale che a partire dall’XI secolo aveva conosciuto un fase straordinaria di crescita, pur interrotta dalle crisi del Trecento e del Seicento. Nel

IL MONDO NEL XVIII SECOLO Ri Ri Ri

Bering (1725-1729)

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OCEANO INDIANO

Cook (1772-1775)

45 corso del XVI e del XVII secolo, la scoperta del Nuovo Mondo e la conquista degli oceani avevano garantito all’Europa una fase di intenso sviluppo che le consentì di imporsi sugli altri continenti. Nel Settecento inine maturò il sorpasso dell’Europa: la presenza europea in Africa, in Asia e nelle Americhe alimentò infatti un interscambio commerciale di dimensioni crescenti che inì per assicurare al Vecchio Continente l’egemonia mondiale e la difusione della propria cultura anche oltreoceano. Concretamente, fu la Gran Bretagna ad assicurarsi questa egemonia mondiale soprattutto grazie al suo primato coloniale e commerciale. L’egemonia britannica durerà ino ai primi del Novecento, quando si scontrerà con la crescita tedesca e soprattutto con la straordinaria ascesa deli Stati Uniti d’America.

Bering (1740-1741)

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Capo Horn

ASIA Fino al XVI secolo, India e Cina dominarono il mercato dei prodotti di lusso esportati in Europa. Nei secoli successivi, l’India non seppe opporre un’efficace resistenza alla penetrazione europea e la Cina si chiuse in un isolamento volto a preservare la tradizione ma che la escluse dalla politica internazionale. MEDIO ORIENTE L’area mediorientale era dominata dall’Impero ottomano che fino al XVII secolo restò il principale antagonista economico e religioso dell’Occidente cristiano. I Turchi, però, non ressero la competizione con l’Occidente ed entrarono in una lenta fase di declino che proseguì fino al XX secolo. AFRICA L’Africa conobbe tra il XII e il XVI secolo la sua «età aurea» che terminò sotto la pressione della conquista europea. Sulle coste occidentali gli Europei insediarono i centri del mercato schiavistico e di prodotti preziosi. Nel Settecento l’intero continente fu percorso da spedizioni occidentali con interessi scientifici e economici che sfruttarono le enormi ricchezze del territorio. AMERICA Alla fine del Settecento gli Europei si erano ormai insediati in tutti i continenti, ma era l’America la vera appendice dell’Europa. A differenza che in Asia, in America quel che esisteva delle antiche civiltà venne distrutto, la gran parte della popolazione indigena fu sterminata; gli Europei si appropriarono totalmente del territorio, misero in minoranza la popolazione, ne cambiarono i caratteri etnici deportando schiavi neri dall’Africa.

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Dal passato al presente Sono molti di più di quanto non si potrebbe pensare gli elementi di Antico regime ancora presenti tra noi: per esempio, gli abiti sontuosi che indossano nelle cerimonie i magistrati o i docenti universitari sono certamente espressione dell’esigenza di distinguersi anche nell’abbigliamento propri degli ordini. Al secolo che va dalla metà del Seicento alla metà del Settecento risalgono invece vari aspetti della vita politica contemporanea: soprattutto la teoria dello Stato liberale, elaborata dal ilosofo inglese John Locke; i primi partiti politici che si formano nel contesto della rivoluzione inglese, quando comparvero i whigs e i tories, antenati degli attuali liberali e conservatori Anche il caffè divenne di largo consumo proprio in quest’epoca. I nobili e la borghesia si incontravano in locali appositi, chiamati appunto cafè, per degustare questa bevanda e discutere di argomenti culturali e politici. Nel 1746, inine, comparve la prima banconota italiana: valeva 3 000 lire e venne emessa da Carlo Emanuele III di Sardegna. Fu però un esperimento che al momento non ebbe seguito.

La teoria dello Stato liberale LA CONCEZIONE ASSOLUTISTICA DELLA SOVRANITÀ

IERI

Il potere deriva da Dio e il re lo esercita senza limiti OGGI

Il potere deriva dai cittadini che affidano ai governanti il compito di garantire i loro diritti secondo le leggi

Il concetto di sovranità nel Medioevo e agli inizi della società moderna coincideva con la igura del sovrano: il potere risiedeva nella sua persona e gli derivava direttamente da Dio. Per questo poteva esercitare qualunque autorità (emanare le leggi, imporne l’attuazione, giudicare i sudditi) senza che nessuno potesse opporsi. I sudditi, come afermava il ilosofo Thomas Hobbes (15881679), sono sottomessi in tutto e per tutto al sovrano: per nessuna ragione possono ribellarsi. Di conseguenza, si parlava di potere assoluto del re, sciolto cioè da qualunque obbligo nei confronti dei sudditi. L’assolutismo comportava che qualunque opposizione fosse considerata reato: anche chi professava una religione diversa da quella del re diventava un nemico dello Stato, da perseguire e condannare. Oggi lo Stato non si identiica più con il sovrano ma con i cittadini: sono loro all’origine del potere del governo, e sono soprattutto i loro diritti che devono essere garantiti. Infatti, se il Governo agisce in modo da mettere in pericolo o tradire questi diritti, ai cittadini è lecito ritenere rotto il patto, e dunque ribellarsi. Tra i diritti che lo Stato deve garantire ci sono delle libertà fondamentali: fra queste quella religiosa, per cui nessu-

no può imporre una religione ai cittadini o perseguitare coloro che ne confessano una diversa da quella della maggioranza. Questa teoria, propria dello Stato liberale, risale all’epoca della Gloriosa Rivoluzione e fu soprattutto un ilosofo, John Locke (16321704), ad elaborarla.

I DUE TRATTATI SUL GOVERNO I testi di Locke in cui è esposta la teoria dello Stato sono i Due trattati sul governo. Vennero composti tra il 1683 e il 1689 (cioè nel periodo di maggior tensione politica nell’Inghilterra di Giacomo II), ma furono dati alle stampe solo dopo la conclusione della Gloriosa Rivoluzione. Secondo Locke sono gli uomini a fondare lo Stato; sono essi e non Dio ad aidare il potere a un sovrano. Per quali motivi lo fanno? Ogni uomo è naturalmente attratto da tre beni fondamentali: la vita, la libertà e la proprietà. Poiché è un soggetto ragionevole, l’uomo è disposto a riconoscere agli altri il diritto a questi beni: egli cioè capisce che se non riconosce agli altri tale diritto, non può pretenderlo per sé. Lo stato di natura, cioè la condizione in cui l’uomo vive prima che lo Stato sia ediicato, presenta però un grave limite: l’assenza di un arbitro che intervenga e risolva secondo

L’Europa tra Sei e Settecento

LA NASCITA DELLO STATO Come risolvere il problema dei conflitti tra gli uomini? Aidando a qualcuno il compito di fare l’«arbitro», cioè di enunciare con chiarezza le regole e farle valere per tutti. Proprio questo fanno gli uomini quando escono dallo stato di natura: rinunciano a difendere da soli i propri diritti e delegano questa difesa allo Stato. In pratica, stipulano un contratto: tutti rinunciano a una parte del loro potere (in particolare all’uso della forza) e la somma di questi poteri costituisce la sovranità dello Stato. Alcuni aspetti della concezione di Locke sono molto importanti: 1. gli uomini sono naturalmente portatori di alcuni diritti, dunque da questo punto di vista sono tutti uguali: pertanto devono essere uguali anche di fronte alla legge; 2. i diritti esistono prima dello Stato: non si tratta quindi di privilegi che spetta all’autorità concedere; 3. il contratto che dà vita allo Stato ha l’obiettivo dichiarato di garantire a tutti il go-

dimento dei diritti di natura (vita, libertà, proprietà). Lo Stato dunque è fondato dagli uomini; gode di un potere limitato dai diritti naturali del cittadino; ha un compito molto preciso e circoscritto.

LE CONSEGUENZE Le conseguenze di questa impostazione sono veramente notevoli: poiché lo Stato viene ediicato con l’obiettivo esplicito di garantire il diritto naturale, qualora tale compito sia tradito da chi concretamente esercita il potere, è lecito che i sudditi si ribellino. La Gloriosa Rivoluzione, dunque, era secondo Locke pienamente legittima. Altra conseguenza: lo Stato si occupa di cittadini e non di anime, dell’interesse generale e non della religione. Lo Stato dunque non deve intervenire con la forza nelle questioni religiose, né può farlo la Chiesa che non è abilitata all’uso della forza, prerogativa del potere civile. Di fronte ai fenomeni religiosi lo Stato dovrà avere un atteggiamento tollerante: dovrà accettare, cioè, che gli uomini si organizzino liberamente e volontariamente per adorare pubblicamente Dio. Alla ine del Seicento, dunque, dall’Inghilterra non proveniva solo l’esempio di una nuova organizzazione dello Stato, provenivano anche le idee che ispiravano questa organizzazione. Molte di queste idee confluiranno nel più importante movimento culturale e politico del Settecento: l’Illuminismo.

GENTILUOMO Questo termine veniva usato nell’Antico regime per indicare l’appartenente alla nobiltà, colui che discendeva da una gens importante: aveva quindi un preciso significato sociale. Nel linguaggio odierno indica semplicemente colui che ha un comportamento signorile, educato, o che agisce in modo onesto. TABÙ Divieto fortissimo nei confronti di oggetti, luoghi o persone considerate sacre o pericolose perché impure. Nella sostanza si tratta di una proibizione che ha un carattere magico-religioso. Fu James Cook il primo ad usare questo termine. Lo annotò sul giornale di bordo nel corso del suo terzo viaggio. Era la parola che aveva sentito utilizzare dagli aborigeni per indicare i divieti e le norme che regolavano i pasti dei capi e della gente comune. Il termine penetrò così nella lingua inglese e poi nelle altre lingue europee ma la sua diffusione fu favorita dalla pubblicazione nel 1912 di Totem e tabù di Sigmund Freud.

Thomas Gainsborough, Coniugi Andrews (particolare) 1750 ca. Londra, National Gallery.

PAROLE IN EREDITÀ

regole certe i conflitti tra gli individui. In pratica, è come se un gruppo di calciatori cercasse di disputare un incontro aidandosi al buon senso e senza un arbitro: è chiaro che gli atleti passerebbero il tempo a litigare e non giocherebbero mai. Qualcosa di simile rischia di capitare all’uomo nello stato di natura: egli rischia di essere eternamente in conflitto con gli altri senza poter mai godere della vita, della libertà e della proprietà.

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UNITÀ 1

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COMPETENZE: USARE LE FONTI

La Dichiarazione dei diritti DOCUMENTO

Il Parlamento vincolò la proclamazione di Guglielmo d’Orange e di Maria Stuart a regnanti inglesi all’accettazione da parte di entrambi di una Dichiarazione dei diritti1 (1689). Respinse così l’idea che il potere sovrano dovesse essere assoluto in quanto d’origine divina: non era Dio ad assegnare il potere al re ma il Parlamento che a nome del Paese stipulava un vero e proprio contratto con il sovrano. Questi princìpi furono un modello per la Dichiarazione dei diritti della rivoluzione americana e poi di quella francese.

I Lords Spirituali e Temporali2 e i Comuni […] dichiarano: – Che il preteso potere di sospendere le leggi o l’esecuzione delle leggi, per autorità regia, senza il consenso del Parlamento è illegale. – Che il preteso potere di dispensare dalle leggi, o dall’esecuzione delle leggi, per autorità regia, come e stato affermato recentemente, è illegale. – Che imporre tributi in favore o a uso della Corona per pretese prerogative senza l’approvazione del Parlamento, per un periodo più lungo o in altra maniera che lo stesso Parlamento non ha e non avrà concesso, è illegale. 1. La Dichiarazione afferma innanzitutto il primato della legge a cui deve essere sottomesso anche il re come tutti i cittadini: è una chiara esemplificazione del principio dell’antiassolutismo lex facit regem, la legge fa il re non viceversa. 2. Della Camera dei Lords fanno parte sia vescovi della Chiesa d’Inghilterra (Lords spirituali), sia membri laici (Lords temporali).

– Che riunire e mantenere nel Regno in tempo di pace un esercito stabile, se non vi e il consenso del Parlamento, è contro la legge. – Che l’elezione dei membri del Parlamento deve essere libera. – Che la libertà di parola e di discussione o di stampa in Parlamento non deve essere impedita o contestata in nessuna corte o luogo fuori del Parlamento. – E che per far giustizia di ogni disagio e per emendare, rafforzare e preservare le leggi, le riunioni del Parlamento devono essere tenute frequentemente […]. – Ed essi [i membri del Parlamento] chiedono e domandano con insistenza l’osservanza di tutti e di ciascuno dei predetti punti come loro indubbi diritti3 e libertà. Pienamente fiduciosi che Sua Altezza il Principe d’Orange vorrà perfezionare l’opera di liberazione4 da lui iniziata e li vorrà preservare dalla violazione dei diritti che essi hanno qui affermato e da ogni altro attentato alla loro religione, ai loro diritti e libertà, i detti Lords Spirituali e Temporali e i Comuni riuniti a Westminster stabiliscono che Guglielmo e Maria, Principe e Principessa d’Orange, sono dichiarati Re e Regina di Inghilterra, Scozia e Irlanda e dei domini ad essi appartenenti.

3. Il Parlamento non chiede ma pretende che il sovrano rispetti le libertà dei cittadini: non si tratta di privilegi che il sovrano può accordare o no; si tratta di diritti che appartengono naturalmente ai cittadini. 4. La concessione della corona è esplicitamente subordinata al fatto che i sovrani non violino i diritti dei cittadini: questi diritti rappresentano conseguentemente i limiti del potere monarchico.

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

ƒ Che cosa si dichiara riguardo alla tassazione dei sudditi? ƒ Perché si dichiara che è illecito mantenere un esercito stabile in tempo di pace? ƒ I primi quattro articoli precisano alcune procedure: che cosa si vuole evitare? ƒ Quali sono i limiti del potere sovrano? ƒ Quale principio si afferma nella richiesta di giuramento dei sovrani?

ƒ Come si arriva alla monarchia costituzionale in Inghilterra? ƒ Da che cosa è caratterizzata la monarchia costituzionale? ƒ Quali sono le due Camere che formano il Parlamento inglese?

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L’Europa tra Sei e Settecento

Locke e la tolleranza religiosa DOCUMENTO John Locke delineò le sue dottrine politiche nei Due trattati sul governo che scrisse nel 1681 per contrastare le scelte assolutistiche che la monarchia degli Stuart stava assumendo. I Due trattati, però, furono pubblicati anonimamente solo nel 1689. In quello stesso anno Locke diede alle stampe anche l’Epistola sulla tolleranza nella quale chiariva in modo netto la separazione tra politica e religione.

Poiché mi chiedete la mia opinione sulla tolleranza reciproca tra i Cristiani, vi rispondo in poche parole che la ritengo il principale segno distintivo della vera Chiesa. Ciascuno è ortodosso per se stesso. […] La tolleranza verso coloro che hanno opinioni diverse in materia di religione è a tal punto consona al Vangelo1 e alla religione che appare una mostruosità che ci siano uomini ciechi, di fronte a una luce così chiara. […] D’altra parte, affinché nessuno copra la persecuzione e una crudeltà poco cristiana col pretesto della sollecitudine per lo Stato e dell’osservanza delle leggi, né, per converso, altri esigano, in nome della religione, licenza per i loro costumi dissoluti e impunità per i loro delitti; affinché nessuno, dico, faccia imposizione a sé o ad altri, nella veste di suddito fedele del sovrano o in quella di sincero adoratore di Dio, 1. A Locke appare singolare che i fedeli di una religione fondata sull’amore del prossimo siano intolleranti nei confronti di altri fedeli. La tolleranza, dunque, dovrebbe essere il tratto peculiare della Chiesa cristiana.

ritengo che si debba innanzitutto far distinzione tra materia civile e religiosa, e che si debbano fissare convenientemente i confini tra Chiesa e Stato. Se non si fa questo, non si possono in alcun modo regolare i conflitti tra quelli che hanno a cuore effettivamente, o fingono di avere a cuore, la salvezza delle anime, o quella dello Stato. […] Lo Stato è, a mio modo di vedere, una società umana costituita unicamente al fine della conservazione e della promozione dei beni civili2. Chiamo beni civili la vita, la libertà, l’integrità fisica e l’assenza di dolore, e la proprietà di oggetti esterni. […] La giurisdizione del magistrato si estenda soltanto a questi beni civili, e ogni diritto e potere di un’autorità civile è limitato e circoscritto alla cura e alla promozione di questi beni soli, né può o deve in alcun modo essere esteso alla salvezza delle anime perché non gli è stata affidata né da Dio né da altri uomini; perché la sua autorità consiste solo nella costrizione e la fede non può avere costrizione3; quindi l’autorità civile non deve prescrivere con la legge civile articoli di fede o dogmi o forme del culto divino; infine perché la salvezza delle anime non potrebbe essere tale se i fedeli fossero costretti a mettere da parte i dettami della loro coscienza. 2. I fini per cui è istituito lo Stato riguardano beni civili e non hanno nulla a che fare con la salvezza delle anime: lo Stato, quindi, non ha nessuna autorità sulla Chiesa che va tenuta nettamente separata dall’autorità civile. 3. La fede è un’adesione volontaria e sincera a una religione. Costringere alla fede, quindi, è assurdo: chi è costretto alla fede non ha la fede!

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

ƒ Che cosa intende dire Locke quando afferma che «ciascuno è ortodosso per se stesso»? ƒ Perché Stato e Chiesa devono essere nettamente separati? ƒ Perché non si può costringere alla fede?

ƒ Qual era la posizione dell’assolutismo nei confronti della libertà religiosa? ƒ In quale periodo esplosero in Europa le guerre di religione? ƒ Il fatto che Giacomo II fosse un cattolico concorse all’esplosione della Gloriosa Rivoluzione?

ƒ Prima e Dopo ƒ Video - La vita dei nobili e dei contadini ƒ Video - Versailles e Luigi XIV ƒ Immagine commentata - L’incoronazione di Guglielmo III e Maria Stuart ƒ Immagine commentata - Una tassa sulla barba ƒ Immagine commentata - Una rappresentazione degli ordini ƒ Immagine commentata - Il nobile e il contadino ƒ Immagine commentata - Il Leviatano

ƒ Online DOC - Uno stregone in Vandea ƒ Online DOC - I Mémoires di Luigi XIV ƒ Online DOC - Il Re Sole ha rovinato la Francia ƒ Online DOC - Luigi XIV a Versailles ƒ Online STO - Mentalità dei contadini francesi nel XVIII secolo ƒ Online STO - Senza orologio né calendario ƒ Online STO - Pietro il Grande ƒ Audiosintesi Unità 1

IN DIGITALE

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MISURARE LE COMPETENZE

GLI EVENTI

IL TEMPO

Completa la frase.

Unisci opportunamente avvenimento e data, indicando il numero corrispondente della data nella colonna a destra di ogni avvenimento.

1. L’occidentalizzazione della Russia avviata da Pietro il Grande si proponeva l’instaurazione di una monarchia costituzionale su modello di quella inglese l’edificazione di uno Stato assoluto in cui la grande nobiltà fosse esautorata dal controllo degli apparati amministrativi il rafforzamento del proprio potere con il sostegno dei boiari e della Chiesa ortodossa 2. La Gloriosa Rivoluzione portò alla trasformazione del sistema inglese da monarchia assoluta a monarchia costituzionale aprì una fase di guerra civile che durò sette anni portò alla nomina di Cromwell a Lord Protettore 3. L’impulso riformatore avviato in Russia e in Prussia tra Sei e Settecento contribuì alla formazione di una borghesia produttiva e imprenditoriale non portò variazioni a una struttura sociale di tipo contadino dominata dal latifondo determinò un decisivo superamento dell’arretratezza economica e sociale 4. La pace di Utrecht del 1713 e la pace di Rastadt del 1714 sancirono la supremazia della Francia sull’Europa la sconfitta definitiva delle pretese espansionistiche di Luigi XIV la vittoria di Luigi XIV nella guerra di successione spagnola 5. La guerra dei Sette anni fu la prima guerra a coinvolgere contemporaneamente Stati europei e possedimenti coloniali la guerra che portò all’accordo di spartizione territoriale dell’Italia tra le potenze europee la guerra scatenata da Federico II che intendeva espandersi approfittando dei problemi riguardanti la successione austriaca

LE PAROLE Definisci le seguenti espressioni: a. classe b. ordine c. stato (sociale) d. boiaro e. monarchia costituzionale

Avvenimento a Gloriosa Rivoluzione b Assedio di Vienna c

Pace di Aquisgrana

d Pace di Parigi e Ascesa al trono di Luigi XIV f

Dichiarazione dei Diritti

g Dieta di Ratisbona h Pace di Carlowitz Data 1

1661

2 1683 3 1684 4 1688 5 1689 6 1699 7 1748 8 1763

VERSO L’ESAME DI STATO a. Rispondi alle seguenti domande. ƒChe cosa intendono gli storici per Antico regime? ƒIn che cosa consiste la «concezione patrimoniale e dinastica» dello Stato? ƒQuali fattori favorirono inizialmente la supremazia francese? ƒQuali Stati si indebolirono nella prima metà del Settecento? Quali si rafforzarono? ƒPerché la guerra dei Sette anni può essere definita la prima guerra mondiale della storia? b. Il saggio breve: interpreta e confronta i seguenti documenti. ƒp. 26 – Una tassa sulla barba ƒp. 48 – La Dichiarazione dei diritti ƒp. 49 – Locke e la tolleranza religiosa Successivamente, utilizzando anche le tue conoscenze, sviluppa l’argomento proposto nella forma del saggio breve, attribuendo alla composizione un titolo appropriato. Argomento. Monarchia assoluta e monarchia costituzionale

UNITÀ 2

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La primavera dei Lumi PRIMA: Il dominio della tradizione Prima dell’Illuminismo l’Europa era caratterizzata da una sorta di immobilismo nei costumi e nella società. Il potere era concentrato nelle mani di un’aristocrazia ristretta, i rapporti sociali tendevano a cristallizzarsi e a essere codificati dalla tradizione. La società d’Antico regime era basata sul concetto di autorità: potere religioso e potere politico sostenevano una visione dogmatica e indiscussa della verità ed esercitavano un rigido controllo delle coscienze.

CAUSE

EVENTI

CONSEGUENZE

Attraverso le opere di importanti filosofi e scienziati si diffonde la convinzione che l’uomo debba essere guidato unicamente dalla luce della ragione

X

XVIII secolo: Primavera dei Lumi

X

Fiducia nella ragione e nel progresso, laicizzazione della cultura, rifiuto della tradizione e delle religioni positive

Nel secolo dei Lumi l’economia diviene una disciplina autonoma

X

1694-1774: Vita di François Quesnay, rappresentante della scuola francese della fisiocrazia

X

L’intervento dello Stato nell’economia è da respingere in favore dell’ordine naturale

Necessità di raccogliere in un’opera tutte le conquiste ottenute dall’uomo attraverso l’uso della ragione

X

1751-1772: Pubblicazione dell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert

X

Diffusione tra gli ambienti borghesi dell’aspirazione alla libertà economica e della difesa della libertà fisica

Sviluppo in Gran Bretagna di importanti scuole economiche

X

1723-1790: Vita di Adam Smith, fondatore della scuola economica liberista

X

L’economia è governata da una «mano invisibile» e la ricchezza va ricercata nel lavoro

Diffusione delle idee illuministe in Lombardia

X

1761: Fondazione dell’Accademia dei Pugni, centro dell’Illuminismo a Milano

X

Nascita della rivista «Il Caffè», portavoce delle nuove idee di rinnovamento economico, giuridico e amministrativo

X

Metà XVIII secolo: Dispotismo illuminato: in Russia, Prussia, Impero asburgico, Lombardia e Toscana i sovrani promuovono le riforme dello Stato

X

Tentativo di diffondere nuovi codici di leggi, scolarizzazione e tolleranza religiosa, a cui si oppongono ceti popolari, nobiltà e clero

Influenzati dalle idee illuministe, i sovrani assoluti intendono rafforzare l’autorità dello Stato sui poteri di nobiltà e Chiesa

DOPO: L’antitradizionalismo della ragione L’Illuminismo segnò una rottura con il passato, elaborò una nuova coscienza politica e culturale e affermò i princìpi di una cultura laica: rifiuto dell’autorità della Chiesa, affermazione della libera espressione e della circolazione delle idee, esigenza di un riformismo nello Stato e nella società. Si proclamò l’avvento di un’epoca nuova all’insegna della tolleranza e della libertà, intesa come diritto di ogni persona a manifestare il proprio pensiero e a essere tutelata dalle leggi.

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1. L’Illuminismo: i princìpi fondamentali L’ETÀ DEI «LUMI»

TUTOR

L’Illuminismo fu il più importante movimento intellettuale dell’Europa del Settecento. Il nome deriva dal tedesco Auklärung («rischiaramento») ed esprime la convinzione che l’uomo debba essere illuminato, cioè guidato dalla luce della ragione. L’Illuminismo trae le sue origini dall’Inghilterra di ine Seicento, in particolare dalla ilosoia di John Locke (1632-1704); tuttavia conobbe il suo sviluppo più intenso e vivace in Francia, a partire dagli anni Trenta del Settecento. Da qui, verso la metà del secolo, conquistò l’intera Europa. Secondo uno dei più importanti studiosi del Settecento, lo storico Franco Venturi, la massima ioritura dell’Illuminismo iniziò con la ine delle guerre nel 1763 e terminò nel 1789 con l’esplosione della Rivoluzione francese: è questa l’epoca della primavera dei Lumi.

La diffusione dell’Illuminismo 1. L’Inghilterra è la patria d’origine dell’Illuminismo (in inglese Enlightenment). Le sue radici filosofiche e le sue prime manifestazioni risalgono alla fine del XVII secolo, quando si crearono le condizioni favorevoli per il libero sviluppo della ricerca, al di fuori del controllo dell’autorità religiosa. 2. Il Paese che diffuse in tutta Europa le nuove idee fu la Francia, dove l’Illuminismo mostrò il suo volto combattivo e militante. La crescita di una borghesia consapevole dei propri diritti e del proprio ruolo alimentò un vivace dibattito culturale, che ebbe grande risonanza grazie all’impegno ideale e politico di intellettuali che si definiscono philosophes. 3. L’Illuminismo penetrò in Italia soprattutto attraverso la mediazione francese e si diffuse a partire dalla metà del secolo, fornendo gli strumenti per un generale rinnovamento della vita economica e sociale nella Penisola. Infatti, per iniziativa delle nuove dinastie (gli Asburgo in Lombardia, i Borboni a Napoli e a Parma, i Lorena in Toscana), sensibili alle suggestioni illuministiche, si assistette all’ammodernamento dell’attività produttiva e delle strutture giuridiche e amministrative.

Upsala

Maggiori centri accademici europei

Stoccolma Glasgow Edimburgo

Accademie in Francia Università all’avanguardia Luoghi di edizione dei giornali filosofici

1

Leida Amsterdam Greenwich Gottinga Berlino Arras Halle Rouen Amiens Lipsia 5 Soissons Versailles Parigi

Danzica

Londra

La Rochelle Bordeaux Pau Lisbona

5. L’influenza dell’Illuminismo segnò un nuovo orientamento culturale anche nel mondo germanico. In Prussia Federico II incarnò la figura del monarca illuminato: fu il primo a dichiararsi discepolo dei «lumi» e a circondarsi di un’autentica «corte filosofica». La sua attività riformatrice toccò il piano politico e militare, quello dell’e-

Copenaghen

Cambridge

Osservatori astronomici Palazzi costruiti sul modello di Versailles

4. Nell’Impero asburgico prima Maria Teresa e poi suo figlio Giuseppe II vararono un ampio programma di riforme tese a modernizzare lo Stato: la riforma del catasto, la riforma tributaria e quella dell’istruzione. Furono aboliti gli ordini religiosi «parassiti», fu introdotta la tolleranza religiosa e si concesse una maggiore libertà di stampa.

7

Madrid

Auxerre

2 Lione

Strasburgo Digione

6

Varsavia

Vienna

Ginevra

4

Torino Venezia Montauban Avignone Tolosa Bologna Pisa Marsiglia Béziers Firenze Roma Montpellier Napoli

3

conomia e dell’amministrazione statale, lo sviluppo delle scienze e delle arti. 6. In Russia la zarina Caterina II considerava se stessa un filosofo sul trono; venne riconosciuta come protettrice delle arti e della letteratura e ospitò presso la sua corte Voltaire, Diderot e d’Alembert. 7. Esperienze ispirate all’Illuminismo si ebbero anche in Svezia, dove il sovrano Gustavo III, mecenate munifico, varò una serie di riforme economiche e giuridiche: nel 1786 fondò l’Accademia svedese, garantì la libertà di stampa, abolì la tortura ed esercitò la massima tolleranza religiosa.

La primavera dei Lumi

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LA CENTRALITÀ DELLA RAGIONE La caratteristica fondamentale dell’Illuminismo fu la iducia nella ragione, lo strumento di cui tutti gli uomini sono dotati e che consente loro di risolvere problemi e di dominare la natura. Non si trattò tuttavia di una iducia cieca: ƒalcuni illuministi riconobbero anche l’importanza del sentimento; ƒtutti gli illuministi respinsero la ilosoia razionalista, elaborata da Cartesio (15961650), che pretendeva di fare della ragione l’unica fonte della conoscenza umana; riconobbero, al contrario, che la ragione andava applicata all’esperienza, secondo il metodo della scienza sperimentale di Galileo (1564-1642) e di Newton (1642-1727). La scienza, d’altronde, conosceva nel Settecento importanti successi: nella chimica, a opera di Lavoisier (1743-1794); nella isica, dove gli studi di Coulomb (1736-1806), di Galvani (17371798) e di Volta (1745-1827) portarono alla scoperta dell’elettricità; nella zoologia e nella botanica, grazie al francese Bufon (1707-1788) e allo svedese Linneo (1707-1778); e in altri campi ancora. La ricerca scientiica, inoltre, confermava la necessità di abbandonare i tradizionali schemi interpretativi d’origine biblica o aristotelica. Nella sostanza dimostrava una volta per tutte che andava messa da parte qualsiasi interpretazione trascendente della realtà mondana: afermando questo principio, l’Illuminismo realizzava quel processo di laicizzazione della cultura avviato dal Rinascimento.

Aidarsi alla ragione signiicava necessariamente respingere il valore della tradizione: in sintesi, di tutte quelle conoscenze e dottrine non dimostrate scientiicamente, ma che si ritenevano vere solo per abitudine o per l’autorevolezza di chi le aveva formulate. In questo senso la ragione andava intesa come spirito critico: l’atteggiamento opposto di chi crede ciecamente in una cosa. L’Illuminismo, dunque, sottopose a una severa critica le dottrine antiche e denunciò l’oscurantismo del passato addebitandone la responsabilità soprattutto alle religioni positive, le cui verità assolute avviliscono lo spirito critico e inducono al fanatismo e all’intolleranza: in particolare, secondo gli illuministi, era la Chiesa cattolica la massima espressione di questi atteggiamenti. Alle religioni tradizionali la maggioranza degli illuministi preferì una religione naturale, cioè una religione fondata sulla ragione e non sulle verità ricavate dalle Sacre Scritture: secondo tale impostazione, Dio esiste, è l’architetto del mondo, ma non interviene nelle vicende umane. Molti degli argomenti in nome dei quali gli illuministi contestavano l’autorità della tradizione e rivendicavano la tolleranza religiosa derivavano loro dalla lettura dei Pensieri sulla cometa (1682) e del Dizionario storico-critico (1695) di Pierre Bayle (16471706), un ilosofo di fede calvinista, esule a Rotterdam per efetto dei provvedimenti di Luigi XIV contro gli ugonotti. Nelle sue opere, infatti, Bayle contrappose alla tradizione l’accertamento efettivo della realtà e denunciò lucidamente l’irrazionalità dell’intolleranza. La vera minaccia per la stabilità degli Stati, a suo avviso, derivava: dal «fatto che una religione vuole esercitare una tirannia crudele sugli spiriti, costringendo le altre a sacriicarle la propria coscienza; e dal fatto che i sovrani aiutano questa ingiusta parzialità, ofrendo il braccio secolare ai desideri furiosi e tumultuosi di quella gentaglia di monaci e di preti. In una parola, tutto il disordine viene non già dalla tolleranza, ma dall’intolleranza».

LESSICO

SPIRITO CRITICO E POLEMICA ANTICLERICALE RELIGIONE POSITIVA È una religione fondata su verità che non sono naturali (cioè che non possono essere colte dalla ragione) ma che sono positivamente affermate da un’autorità, per esempio dalle Chiese o dalla rivelazione.

Pierre Bayle, filosofo calvinista in un ritratto dell’epoca.

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IL RUOLO DELL’INTELLETTUALE

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Qual è l’origine del termine «Illuminismo»? ƒ Qual è il principio fondamentale dell’Illuminismo? Perché implica una concezione laica della cultura? ƒ Che cosa rimproveravano alle religioni positive gli illuministi? In quale posizione religiosa si riconobbe la maggioranza degli illuministi? ƒ Quale ruolo doveva svolgere l’intellettuale secondo gli illuministi? ƒ Qual è il fondamento e il contenuto fondamentale dell’ottimismo illuminista?

L’Illuminismo coltivava l’ambizione di fondare un’epoca nuova. Ciò emerge anche dalla celebre risposta alla domanda Che cos’è l’Illuminismo? che il ilosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804) pubblicò nel 1783 sul «Berlinische Monatsschrit» («Giornale di Berlino»): «L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo». La centralità della ragione, dunque, avrebbe consentito di aprire un’epoca nuova, libera dai retaggi del passato: proprio come aveva fatto il Rinascimento che, secondo gli illuministi, aveva liberato l’umanità dall’oscurantismo medievale. Anche questa interpretazione (sbagliata!) del Medioevo mette in luce un altro tratto fondamentale dell’Illuminismo: la iducia nel progresso. Molti sostenevano che la Storia fosse proprio un progressivo passaggio a forme superiori di civiltà. In questa battaglia per il progresso, un ruolo fondamentale spettava all’intellettuale, chiamato a educare gli uomini all’esercizio della ragione e a liberarli dall’ignoranza. L’Illuminismo considerò l’attività culturale come un’«impresa politica»: la cultura doveva incidere concretamente sull’esistenza degli uomini, fornendo conoscenze tecniche e indicando modelli di organizzazione dello Stato più giusti ed eicaci. È veramente ilosofo, infatti, non chi si chiude nell’isolamento delle sue ricerche, ma chi si impegna per divulgare le conoscenze; chi lotta per far sì che queste siano applicate nella società. Questi ilosoi, scrisse l’illuminista Condorcet (1743-1794), «formavano, nonostante la diferenza delle loro opinioni speculative, una falange fortemente unita contro tutti gli errori, contro tutti i generi di tirannia». Questa unione degli intellettuali, che i contemporanei deinirono il «partito dei ilosoi», si impegnò contro le ingiustizie dell’Antico regime, in particolare contro i privilegi. Infatti, poiché sono tutti dotati di ragione, gli uomini devono essere considerati uguali: pertanto, i privilegi di cui godevano i nobili e il clero erano una palese ingiustizia. Allo stesso modo la contrapposizione tra le nazioni, che aveva causato tante guerre, doveva essere superata nell’ideale del cosmopolitismo: tutti gli uomini, cioè, dovevano far parte di una comunità mondiale della ragione perpetuamente in pace.

IL NATURALE COME BENE: L’OTTIMISMO ILLUMINISTA Gli illuministi contrapponevano la religione naturale a quella positiva; esaltavano l’uguaglianza propria del diritto naturale rispetto ai privilegi del diritto positivo (quello imposto dagli Stati); invitavano a non imbrigliare le leggi naturali dell’economia nelle rigide maglie della politica mercantilistica. Per gli illuministi, infatti, «naturale» è sempre sinonimo di «razionale» e ovunque rappresenta un «bene». Rousseau giustiicò questa eccellenza del naturale in un celebre passo dell’Emilio: «Tutto è perfetto quando esce dalle mani dell’autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell’uomo». Buona è in particolare la natura umana: in quanto soggetto razionale, ogni uomo ha diritto alla libertà, in una prospettiva egualitaria e cosmopolita. Viene così respinta l’idea cristiana della corruzione originaria e della conseguente necessità di una redenzione. Al contrario, la iducia nell’uomo anima la iducia nella Storia, nella sua possibilità di essere progresso: l’uomo non deve attendere la vita ultraterrena, può raggiungere la felicità già in questo mondo. In conclusione, l’ottimismo illuminista è fondato sull’identiicazione natura-razionalità-bene e consiste sostanzialmente nel riconoscere all’uomo la possibilità di raggiungere la felicità.

La primavera dei Lumi

55 Jean Huber, Pranzo di filosofi, 1772-1773. Oxford, Voltaire Foundation. Fra gli altri si riconoscono Voltaire, Diderot, d’Alembert, Condorcet.

I PRINCÌPI FONDAMENTALI DELL’ILLUMINISMO

ILLUMINISMO: FIDUCIA NELLA RAGIONE APPLICATA ALL’ESPERIENZA

È IL FONDAMENTO DEL PROGRESSO CHE L’UOMO REALIZZA NELLA STORIA

APPARTIENE A TUTTI GLI UOMINI

COSMOPOLITISMO

UGUAGLIANZA

BATTAGLIA CONTRO I PRIVILEGI DELLA NOBILTÀ E DEL CLERO

NATURA BUONA DELL’UOMO

È SPIRITO CRITICO

RIFIUTO DELLA TRADIZIONE: CONDANNA DELL’OSCURAMENTO DEL PASSATO E DELLE RELIGIONI TRADIZIONALI

I PROBLEMI DELLA VITA PUBBLICA DIPENDONO DALL’IRRAZIONALITÀ DELL’ORGANIZZAZIONE SOCIALE

CRITICA DELL’ANTICO REGIME

RUOLO POLITICO DELL’INTELLETTUALE: DEVE EDUCARE GLI UOMINI ALL’ESERCIZIO DELLA RAGIONE E LIBERARLI DALL’IGNORANZA

ENCICLOPEDIA

TOLLERANZA RELIGIOSA

MOBILITAZIONE DELL’OPINIONE PUBBLICA

APPROFONDIMENTO

OPINIONE PUBBLICA È l’insieme delle opinioni che i cittadini si formano circa un problema d’interesse generale. Parliamo di «opinione pubblica» perché riguarda interessi comuni, appunto «pubblici»; e perché si forma non come riflessione privata, ma attraverso un dibattito che coinvolge l’intera società, basandosi su informazioni che tutti possiedono.

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LESSICO

UNITÀ 2

2. Intellettuali e opinione pubblica: l’Enciclopedia UN INTELLETTUALE IMPEGNATO: VOLTAIRE L’intellettuale francese più rappresentativo del partito dei filosofi fu François-Marie Arouet, detto Voltaire (1694-1778). Grande drammaturgo, autore di saggi di ilosoia e di storia, Voltaire fu soprattutto un intellettuale anticonformista, protagonista di una battaglia civile per il rinnovamento della società. Non per nulla le sue Lettere inglesi (1734), che esaltavano l’Inghilterra sia per la sua realtà culturale che politica, sono state deinite «la prima bomba scagliata contro l’Antico regime». L’obiettivo di Voltaire era una società rispettosa delle libertà individuali, retta da uno Stato tollerante ma capace di imporre il rispetto della legge, poiché la libertà consiste «nel non dipendere da null’altro che dalla legge». Era necessaria una battaglia contro le ingiustizie dell’Antico regime, da condursi con la forza della ragione, attraverso una mobilitazione dell’opinione pubblica: la ilosoia non serviva a deinire un’ideologia ma a guidare l’azione, sempre rivolta a risolvere un problema concreto.

Il salotto di Madame Geoffrin I salons, i salotti, erano i nuovi luoghi della diffusione della cultura illuminista. Non erano altro che le lussuose abitazioni delle dame parigine aperte a ospiti illustri e a un pubblico d’eccezione, fatto di letterati e artisti che si scambiavano opinioni sull’attualità e la cultura. Il salotto di Madame Geoffrin (1699-

1777), donna intelligente e capace, anche se priva di grande istruzione e di titoli nobiliari, era uno dei più frequentati a Parigi tra il 1749 e il 1777: si trovava in rue Saint-Honoré e due volte alla settimana vi si incontravano gli intellettuali più noti della capitale (il lunedì gli artisti e il mercoledì i letterati e i filosofi).

5. Giunto a Parigi come scrittore sconosciuto, Denis Diderot divenne rapidamente uno dei protagonisti dell’Illuminismo.

6. Charles de Montesquieu sostenne l’importanza della separazione dei tre poteri dello Stato.

4. Il busto di Voltaire emerge sopra gli ospiti del salotto, a indicare che egli fu sempre il punto di riferimento degli illuministi.

3. Jean-Jacques Rousseau fu, tra l’altro, l’autore del Contratto sociale, uno dei principali testi di dottrina politica del pensiero moderno.

2. Jean-Baptiste d’Alembert fu uno dei protagonisti dell’Illuminismo francese grazie ai suoi importanti scritti di matematica e di fisica.

1. Di origine borghese, Madame Geoffrin aveva sposato un comandante della Guardia Nazionale, l’esercito francese.

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LE STRUTTURE DELL’OPINIONE PUBBLICA La formazione dell’opinione pubblica presuppone l’esistenza di giornali o altri mezzi di informazione che consentano la circolazione delle idee e di un potere politico che non impedisca tale circolazione. Proprio per questo, la crescita dell’opinione pubblica si realizzò a partire dal Settecento e soprattutto in Inghilterra, dove si era afermato un tollerante regime liberale. Ne fu testimonianza la crescita notevole delle attività editoriali: nei primi decenni del secolo, in Gran Bretagna si stampavano una ventina di giornali, tra i quali il famoso «The Spectator» che vendeva diecimila copie al giorno; nella seconda metà del Settecento, inine, nacquero i grandi quotidiani come il «Times» (1785). In Francia bisogna attendere più di mezzo secolo per vedere il primo quotidiano, il «Journal de Paris», nel 1777; ma con la rivoluzione il numero di testate aumenterà sempre di più, e la loro importanza come mezzo di difusione delle idee diverrà decisiva. La stampa cominciò così a partecipare ai grandi dibattiti culturali del tempo e ad alimentare la discussione politica, divenendo il più importante mezzo di divulgazione della cultura. Ma a quale pubblico si rivolgevano realmente questi giornali? Anche se il tasso di analfabetismo era diminuito, il numero di coloro che avevano accesso alla lettura dei giornali non era elevatissimo, considerato anche il costo dei quotidiani. Ma le notizie e i temi oferti dalla stampa venivano ulteriormente difusi da numerosi luoghi di ritrovo che agivano come veri e propri moltiplicatori: dai «cafè» ai salotti, alle società scientiiche e accademiche. Il caffè era il luogo in cui la borghesia aveva l’occasione di scambiare idee senza pregiudizi né intolleranze su fatti e problemi della vita civile spesso proposti dalla lettura pubblica del giornale o dai fogli periodici aissi alle pareti dei locali (che diverranno anche le prime edicole). Anche le biblioteche circolanti si occupavano di difondere i giornali. Tramite un modesto abbonamento, anche chi non disponeva di mezzi da spendere per la cultura aveva l’opportunità di leggere libri e riviste appena pubblicati e di essere informato. Le «società di lettura» erano invece costituite da lettori che mettevano in comune le proprie risorse per acquistare le novità editoriali e organizzare letture pubbliche per essere aggiornati sul dibattito culturale. È attorno a questi spazi che si costituisce e si difonde capillarmente l’opinione pubblica.

VIDEO

LA CIRCOLAZIONE DELLE IDEE: CAFFÈ, SALOTTI, ACCADEMIE

L’ENCICLOPEDIA, UNA RIVOLUZIONE DI CARTA L’uomo, in quanto razionale, è buono: dunque i problemi della vita pubblica non derivano dalla natura umana ma dalle irrazionalità dell’organizzazione sociale. Per promuoverne il rinnovamento era dunque necessario educare gli uomini all’uso della ragione, cambiare, come dicevano gli illuministi, «il modo di pensare comune». A tal ine era importante far conoscere le novità scientiiche, scardinare i pregiudizi e la tradizione. Ciò che serviva, dunque, era un’opera di divulgazione, una sintesi delle conquiste più importanti a cui l’uomo era pervenuto. L’occasione per realizzarla maturò nell’estate del 1746, quando l’abate Jean-Paul de Gua de Malves irmò un contratto con l’editore Le Breton per tradurre la Cyclopaedia, Universal dictionary of Arts and Sciences di Ephraim Chambers, apparsa a Londra nel 1728. Gua de Malves abbandonò l’impresa dopo solo un anno ma prese una decisione fondamentale: quella di non limitarsi a una semplice traduzione dell’opera inglese ma di far scrivere voci nuove ai più «sapienti del tempo». L’editore sostituì l’abate con Denis Diderot (1713-1784) e Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert (1717-1783). Sotto la loro direzione, nell’arco di un ventennio (1751-1772), vennero stampati i volumi dell’Enciclopedia o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri. Diderot e d’Alembert erano giovani, poco più che trentenni quando iniziarono l’impresa. Diderot arruolava nei cafè intellettuali le menti più aperte, spingen-

Nel video troviamo la descrizione di tre ambienti importanti per la storia dell’età dei Lumi. Il primo è una coffee house inglese, centro di ritrovo e di lettura degli intellettuali illuministi; il secondo è il salotto di Madame Geoffrin a Parigi, in cui la crème intellettuale si ritrovava a discutere di politica, cultura, scienze; il terzo, dove sono raffigurati i fratelli Verri, è il Caffè di Milano importante punto di riferimento dell’Illuminismo italiano.

UNITÀ 2 Voltaire mentre gioca a scacchi, ascolta Mouton che legge una pagina dell’Enciclopedia. Losanna, Museo storico.

58 dole a scrivere su qualunque soggetto. Fu d’Alembert a redigere il Discorso preliminare all’Enciclopedia, dove tracciò un panorama sfolgorante dell’insieme delle conoscenze umane, con le loro genealogie e le loro relazioni. L’Enciclopedia fu il progetto attorno a cui si aggregò il partito ilosoico in Francia. Rappresentava la proposta che la cultura illuminista, giunta alla sua fase più matura, rivolgeva a una società che sentiva sempre più l’esigenza di mutamenti anche radicali nelle sue strutture politiche e sociali. In ultima analisi, l’obiettivo principale era la conquista della libertà. Possiamo deinire l’Enciclopedia stessa un’opera libera in quanto: era la prima volta che un’opera di questo tipo veniva progettata e ƒ realizzata da una «società» di letterati, senza legami con accademie o centri di potere culturale; era libera dalla censura; ƒ ƒ era permeata da un ideale di libertà politica, riletto attraverso la lezione degli antichi, ripercorsa nelle voci dell’opera che riguardavano le città greche e la repubblica romana. Non si trattava, tuttavia, solo di un discorso storico, perché si poteva cogliere nell’Enciclopedia un ideale di libertà moderna, che si muoveva tra la ricerca di freni al dispotismo (ad esempio per mezzo di organismi rappresentativi) e l’ipotesi del contrattualismo, che poneva la volontà popolare come reale fondamento del governo. Vi si trovava inoltre l’aspirazione alla libertà economica e la difesa della libertà fisica dell’uomo da qualsiasi forma repressiva o di condizionamento: dalla tortura e dai procedimenti penali arbitrari, a tutte le forme di sfruttamento, come la servitù personale e la dipendenza feudale – ancora esistenti in Europa – o la schiavitù praticata su larga scala nelle colonie americane. In sintesi, si combatteva nella convinzione che sapere e libertà coincidessero.

UNO STRAORDINARIO SUCCESSO EDITORIALE

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Come si doveva affrontare la battaglia contro l’Antico regime secondo Voltaire? ƒ Con quale finalità venne pubblicata l’Enciclopedia? ƒ Indica le molteplici forme per cui l’Enciclopedia era espressione di una battaglia per la libertà.

La proposta dei philosophes incontrò resistenze tenaci: da parte della monarchia francese, da parte della Chiesa cattolica, da parte dei conservatori di tutta Europa. Ma nonostante tutte le opposizioni, nonostante la condanna di papa Clemente XIII (1759) che la mise all’Indice, l’opera giunse al termine. Nel 1751 fu pubblicato il primo volume, ma l’edizione definitiva dell’Enciclopedia giunse solo nel 1777, quando uscì presso l’editore Panckoucke: era costituita da 35 volumi (di cui 11 di tavole e 2 di indici) che contenevano 71 818 articoli e 2885 incisioni. Le tirature furono colossali per l’epoca (più di 4 000 esemplari) ma la fortuna di quest’opera si comprende anche meglio considerando le varie edizioni e ristampe: la prima ristampa italiana (in lingua francese) fu prodotta a Lucca a partire dal 1758. Non si deve pensare, tuttavia, che l’Enciclopedia si rivolgesse a tutti. Gli illuministi, infatti, non intendevano educare tutti gli uomini; la loro azione era essenzialmente rivolta ai borghesi. Scrisse in proposito Voltaire: «Io intendo per popolo la plebaglia che non ha che le proprie braccia per vivere. Dubito che questa categoria di cittadini abbia il tempo o la capacità di istruirsi, morirebbero di fame prima di diventare filosofi: mi sembra essenziale che ci siano dei pezzenti ignoranti. Se voi faceste fruttare come me una tenuta, e aveste degli aratri, sareste del mio parere, non è la manovalanza che bisogna istruire, è il borghese medio, è l’abitante della città». Gli illuministi, dunque, non coltivavano progetti politici rivoluzionari. Volevano una società più moderna, fondata sulla legge e non sul privilegio e a tal fine credevano in una politica di riforme che trasformasse l’Antico regime. Molti illuministi ritenevano che dovesse essere il sovrano stesso a promuovere il rinnovamento della società. Il re avrebbe dovuto mettere il suo potere al servizio delle riforme. L’assolutismo dunque non andava abbattuto, piuttosto doveva essere trasformato in assolutismo illuminato.

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3. Dottrine politiche ed economiche MONTESQUIEU E LA SEPARAZIONE DEI POTERI Charles de Secondat, barone di Montesquieu (1689-1755), fu un deciso avversario dell’assolutismo. Presidente del Parlamento di Bordeaux dal 1716, cercò di rivalutare il ruolo storico e politico dell’antica nobiltà contro ogni forma di governo dispotico. Egli diede un contributo fondamentale alla deinizione dei princìpi giuridici moderni con la sua opera più signiicativa, Lo spirito delle leggi (1748). In opposizione alla tradizione giusnaturalistica, che afermava l’esistenza di una legge e di un diritto naturali, validi indipendentemente dalle leggi scritte – dette anche positive – vigenti nei diversi Stati, Montesquieu ritiene che i sistemi giuridici debbano essere adattati alle condizioni ambientali, culturali e politiche che cambiano da Stato a Stato. Tuttavia, in ogni possibile Stato si può riscontrare un elemento in comune, che è rappresentato dalla distinzione fra tre funzioni fondamentali: il potere legislativo, ovvero il potere di fare le leggi; il potere esecutivo, ovvero il potere di governare applicando le leggi; il potere giudiziario, ovvero il potere di punire i delitti e giudicare «le liti tra i privati». Ainché la costituzione di uno Stato possa dirsi «libera», i tre poteri devono essere attribuiti a organi separati. Montesquieu, infatti, ha una concezione pessimistica dell’uomo che vive in società: «Ogni uomo che ha potere è portato ad abusarne inché non incontra dei limiti». Per frenare questa inarrestabile sete di dominio è necessario che «il potere arresti il potere». È in questa prospettiva che Montesquieu enuncia, ne Lo spirito delle leggi, la teoria della separazione dei poteri, che rappresenta uno dei punti cardine della tradizione costituzionalista elaborata inizialmente dal pensiero politico inglese, in particolare da Locke, e imperniata sulla tutela dell’equilibrio tra i diversi poteri piuttosto che sulla loro netta distinzione. Prendendo in esame il caso della Costituzione inglese, Montesquieu si soferma soprattutto sulla divisione del potere legislativo tra Camera alta (la Camera dei Lords) e Camera bassa (la Camera dei Comuni), espressione rispettivamente dell’aristocrazia e della borghesia, sostenendo la bontà del governo misto: «Essendo il corpo legislativo diviso in due parti, l’una terrà a freno l’altra con la reciproca facoltà di impedire. Entrambe saranno vincolate dal potere esecutivo, che lo sarà a sua volta da quello legislativo». Montesquieu teorizza quindi un governo bilanciato in cui i diversi organi, controllandosi a vicenda, realizzano un equilibrio costituzionale capace di ostacolare l’afermarsi di un potere assoluto. Inine, se si analizza più a fondo questo equilibrio, ci si accorge che esso si basa soprattutto sul ruolo decisivo svolto dalla Camera alta ereditaria, che ha sia la funzione di rendere esecutive le leggi formulate dalla Camera bassa, sia il potere di giudicare l’operato dell’esecutivo. L’equilibrio dei poteri è pertanto di natura sociale piuttosto che giuridica in senso stretto, essendo garantito dal ceto sociale privilegiato, ovvero dall’aristocrazia, dalle cui ila il barone di Montesquieu proveniva.

ROUSSEAU E LA TEORIA DELLA SOVRANITÀ POPOLARE Il ilosofo Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) assunse posizioni più radicali e respinse l’ottimistica iducia nel progresso, propria della maggioranza degli illuministi: per Rousseau, infatti, la Storia non rappresentava afatto il cammino della civiltà, ma piuttosto un processo di degenerazione che aveva peggiorato la situazione dell’uomo. Nel Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza fra gli uomini (1755), Rousseau individuò la causa di questa degenerazione nella formazione della proprietà, sconosciuta nello stato di natura. Infatti, mentre il «buon selvaggio» non conosceva il signiicato delle parole «tuo» e «mio», l’«uomo civile», con l’invenzione della proprietà, si contrappose ai suoi simili, alla ricerca di un vantaggio che poteva ottenere soltanto a danno degli altri.

Rousseau ritratto sopra i simboli della libertà: l’albero, il tricolore, il berretto frigio (il copricapo rosso a forma di cono con la punta ripiegata in avanti, che fu adottato come simbolo della Rivoluzione francese).

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60 La proprietà generò la diseguaglianza, distinguendo gli uomini in poveri e ricchi, e fu il primo anello di una catena di soprafazioni che culminò con l’istituzione dello Stato, chiamato a difendere gli interessi dei padroni contro gli schiavi, dei potenti contro i deboli. Se nello stato di natura l’uomo viveva felice, in quanto del tutto autosuiciente e uguale agli altri uomini, nello Stato politico dipende continuamente dagli altri per soddisfare i bisogni che sono stati creati artiicialmente con la divisione dei beni e con il progresso tecnico e scientiico. Come uscire da questa situazione? Poiché non è possibile tornare allo stato di natura, che Rousseau, tra l’altro, riteneva soltanto una inzione, una sorta di esperimento mentale utile a fornire un metro di valutazione della corruzione dello stato presente, era indispensabile ediicare uno Stato legittimo. Nella sua opera principale, il Contratto sociale (1762), Rousseau sostiene la necessità di ripristinare, mediante un nuovo patto fondato sul consenso di tutti, l’uguaglianza iniziale che veniva negata dallo Stato di Antico regime. Nel contratto sociale l’individuo cede tutto se stesso al nuovo corpo sociale, che esprime la sua sovranità attraverso la volontà generale, cioè la volontà del popolo volta al bene comune, che non va confusa con la volontà di tutti, intesa come la semplice somma degli egoismi individuali. La legge, espressione della volontà generale, vale così per tutti i cittadini, che obbedendo a essa, obbediscono in realtà a se stessi, in quanto membri del corpo politico cui si sono sottomessi in condizione di assoluta uguaglianza. In questo modo, Rousseau proponeva uno Stato democratico e repubblicano, fondato sulla sovranità popolare. A suo avviso, però, era indispensabile che il popolo non aidasse il potere a dei «rappresentanti», perché in questo caso sarebbero prevalse le volontà particolari di questi ultimi. A diferenza di Locke e di Montesquieu, Rousseau era contrario alla separazione dei poteri, che avrebbe indebolito l’esercizio della sovranità: per essere veramente sovrano il popolo doveva esercitare il potere direttamente, in assemblea. Rousseau riteneva che questa forma di democrazia diretta fosse particolarmente indicata per le piccole comunità e infatti assunse come modello la sua patria, la Repubblica di Ginevra. Tuttavia la sua riflessione divenne il punto di riferimento di molti pensatori democratici e rivoluzionari, mentre venne aspramente criticata dai pensatori liberali, che intendevano proteggere la libertà individuale dall’ingerenza del potere politico.

LE ORIGINI DELLA SCIENZA ECONOMICA: LA FISIOCRAZIA Fino al Settecento, l’economia fu considerata come una parte della ilosoia morale. Nel secolo dei Lumi, invece, l’economia divenne una disciplina autonoma volta alla ricerca di una spiegazione scientiica dei meccanismi della produzione e della distribuzione della ricchezza. Il primo tentativo in questo senso si deve alla scuola francese della fisiocrazia, il cui massimo rappresentante fu François Quesnay (1694-1774). Il nome della scuola deriva dal greco phýsis (natura) e kratéin (dominare) ed esprime l’essenza della dottrina isiocratica: lasciar dominare la natura. Il dominio della natura ha fondamento proprio nell’economia. I isiocratici, infatti, ritenevano che solo l’agricoltura fosse produttiva: essa sola, sfruttando la fertilità naturale della terra, crea nuova ricchezza, cioè una quantità di merci superiore a quella introdotta nel processo produttivo. I isiocratici chiamarono questa eccedenza prodotto netto e osservarono che essa non esiste nell’industria e nel commercio, che si limitano a trasformare e a spostare le merci. Ma «lasciar dominare la natura» per i isiocratici signiicava soprattutto respingere l’intervento dello Stato nell’economia (liberismo). Essi pensavano che l’azione dello Stato allontanasse la società dall’ordine naturale che ai loro occhi rappresentava la condizione migliore in cui l’uomo potesse vivere: consideravano, infatti, le leggi della natura sempre migliori di quelle degli uomini.

IL LIBERISMO DI SMITH La più importante scuola economica del Settecento si sviluppò in Gran Bretagna ed ebbe il suo principale rappresentante nel ilosofo scozzese Adam Smith (1723-1790). Anche Smith condannava l’intervento dello Stato nell’economia e la sua opera più impor-

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tante, Indagine sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), è considerata la più compiuta teorizzazione del liberismo. In quest’opera, Smith sostiene che ogni individuo che si impegna per migliorare le proprie condizioni concorre a incrementare la ricchezza nazionale. A suo avviso, ciò deriva dalle leggi naturali del mercato, in particolare dalla legge della concorrenza. Per battere la concorrenza, infatti, bisogna vendere prodotti migliori a un prezzo più basso: per guadagnare di più, dunque, un produttore è obbligato a fare gli interessi dei consumatori. Così il fatto che tutti cerchino di spendere il meno possibile quando comprano e di guadagnare il massimo quando vendono rende ricca e florida una nazione. Smith osserva che è come se l’economia fosse governata da una «mano invisibile», nel senso che ognuno opera per il proprio tornaconto, ma questo si trasforma automaticamente in un vantaggio per tutta la società. Lo Stato deve quindi limitarsi a lasciar fare e i meccanismi naturali dell’economia garantiranno la crescita della ricchezza e la difusione del benessere. A diferenza dei isiocratici, Smith riteneva che l’origine della ricchezza andasse ricercata nel lavoro e non nella terra. Infatti, in un’economia primitiva caratterizzata da disponibilità di terra e assenza di capitale, il prezzo di una merce coinciderebbe con la quantità di lavoro necessaria a produrla. Ciò consente di comprendere meglio il suo ottimismo, che derivava anche dalla constatazione che la produttività del lavoro stava straordinariamente crescendo grazie alla sempre più difusa utilizzazione delle macchine e alla migliore divisione del lavoro. Nell’opera di Smith, dunque, l’esame dei principali problemi economici si unì alla percezione delle straordinarie innovazioni che sarebbero derivate dalla rivoluzione industriale: per questo la storiograia lo considera il padre dell’economia politica.

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Perché, secondo Montesquieu, è necessario che il potere arresti il potere? Come si può ottenere questo risultato? ƒ Quale posizione distingue Rousseau dalla maggioranza degli illuministi? In che modo, secondo Rousseau, si può edificare uno Stato giusto? ƒ Che cosa hanno in comune e in che cosa si differenziano le dottrine fisiocratiche e le teorie di Smith?

Una statua di Adam Smith nella città di Edimburgo in Scozia.

TUTOR

LA CULTURA DELL’ANTICO REGIME E DELL’ILLUMINISMO Cultura d’Antico regime

Cultura dell’Illuminismo

Antropologia

Visione pessimista dell’uomo, giustificata dalla concezione cristiana che considera la natura umana contaminata dal peccato originale.

Visione positiva dell’uomo: la natura umana è buona in quanto razionale.

Verità

Si identifica con la tradizione e le verità rivelate della religione, così come sono proposte dalla Chiesa.

È quella che l’uomo riesce a conoscere grazie alla ragione, indipendentemente dai pregiudizi e da ciò che affermano religione, autorità politica o tradizione.

Politica

Il potere è esercitato per diritto divino da un sovrano assoluto.

Lo Stato si deve fondare su un contratto tra il popolo e il sovrano; il re possiede un potere limitato dalle leggi e non più assoluto.

Società

Prevale la struttura feudale, cioè una società di ordini fondata sul privilegio.

Si progetta una società formata da cittadini che hanno gli stessi diritti e sono uguali di fronte alla legge, in quanto dotati di ragione e di diritti naturali.

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4. L’Illuminismo in Italia IL CASO DELLA LOMBARDIA Anche in Italia, nella seconda metà del Settecento, si difusero le idee illuministiche. La Lombardia in particolare, soggetta al dominio asburgico, risentì della spinta riformatrice dell’impero. Milano divenne uno dei più importanti centri di difusione dell’Illuminismo: un gruppo di intellettuali si impegnò nell’elaborazione di temi di natura economica, giuridica e amministrativa. Personaggi di punta dell’Illuminismo lombardo furono i fratelli Pietro (1728-1797) e Alessandro Verri (1741-1816), che fondarono l’Accademia dei Pugni (1761-62), un battagliero centro di elaborazione politica, letteraria e ilosoica che nel 1764 diede vita a «Il Caffè», la rivista portavoce delle nuove idee. Tra le varie manifestazioni letterarie dell’Illuminismo milanese, merita di essere ricordata la satira di Parini, diretta espressione dell’esigenza di rinnovamento civile. Giuseppe Parini (1729-1799) mantenne sempre un atteggiamento di cauto riformismo, ma rappresentò con la sua opera una delle voci di critica illuministica alla nobiltà del suo tempo, fatta di cicisbei e perdigiorno. Precettore al servizio dei duchi Serbelloni a Milano, ebbe modo di conoscere da vicino il mondo aristocratico che raccontò nella sua opera più celebre: Il Giorno. Si tratta di un poemetto didascalico-satirico col quale Parini rivolge una critica severa all’aristocrazia corrotta e parassitaria del suo tempo. Nell’opera si racconta la giornata-tipo di un «Giovin Signore», rappresentante esemplare della nobiltà, incapace di assolvere ai suoi compiti e di meritare i suoi privilegi, avvolta nell’ozio e nella noia. Il poeta si inge ironicamente precettore del giovin signore per consigliare il suo discepolo nelle scelte di una giornata qualsiasi: passa così in rassegna le deformazioni della vita nobiliare, la sua corruzione, il vuoto spirituale che la circonda, la sciocca vanità di un mondo in declino.

Antonio Perego, L’Accademia dei Pugni, particolare.

GLI ILLUMINISTI DEL SUD DELL’ITALIA Il Mezzogiorno d’Italia, certamente più arretrato del Nord sul piano economico e sociale, non fu meno attivo nell’elaborazione teorica e culturale. Furono proprio gli illuministi meridionali a denunciare i mali del Regno di Napoli. Studiosi di grande rilievo come Ferdinando Galiani (1728-1787) e Antonio Genovesi (1713-1769) pubblicarono opere lette e discusse dagli economisti di tutta Europa. Nel Regno di Napoli, però, a diferenza che in Lombardia, la ricchezza culturale non si trasformò in riforme conseguenti.

BECCARIA E IL DIRITTO DI PUNIRE COMPETENZE

USARE LE FONTI

La prigionia non deve essere un supplizio Pag. 72

L’esponente principale dell’Illuminismo in Italia fu sicuramente Cesare Beccaria (17381794), autore di Dei delitti e delle pene, il breve libro che sosteneva l’inammissibilità della tortura e della pena di morte e che avviò in tutta Europa un vivace dibattito sulla giustizia. Secondo Beccaria, lo Stato nasce da un contratto: il ine di tale contratto, ovvero lo scopo in vista del quale gli uomini si organizzano in società, è «la massima felicità divisa nel maggior numero». A tal ine, essi sacriicano una parte della loro libertà e «la somma di tutte queste porzioni di libertà» costituisce «la sovranità di una nazione» di cui lo Stato è depositario. Il «diritto di punire» è fondato appunto sulla necessità «di difendere il deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari». Spetta al legislatore deinire le leggi e dunque

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l’entità delle pene che dovranno essere proporzionali ai delitti, ovvero al danno arrecato alla società. Il ine delle pene, secondo Beccaria, è quello di «impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi concittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali». Ma «un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice» e ciò implica l’inammissibilità della tortura, giacché un cittadino non può essere privato della «pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violato i patti coi quali le fu accordata». D’altronde, la tortura «è il mezzo sicuro di assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti». Relativamente alla pena di morte, Beccaria nota che, se le leggi devono essere fondate sul contratto sociale, tale pena è certamente inammissibile giacché nessun uomo può aver concesso ad altri il diritto di ucciderlo.

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Chi furono i maggiori illuministi lombardi? ƒ Vi furono anche pensatori illuministi nel Meridione d’Italia? ƒ Quale deve essere l’entità delle pene e quale deve essere il loro fine secondo Beccaria? ƒ Che cosa intendeva Beccaria per laicizzazione del diritto penale?

TUTTI UGUALI DI FRONTE ALLA LEGGE Inine, Beccaria intende eliminare dalla concezione della giustizia qualsiasi riferimento al ceto sociale di appartenenza. Quello che conta, insomma, è togliere ogni illusione di impunità a tutti i cittadini, compresi i nobili: «Ogni distinzione, sia negli onori sia nelle ricchezze, perché sia legittima suppone un’anteriore uguaglianza fondata sulle leggi, che considerano tutti i sudditi come egualmente dipendenti da esse». L’impostazione di Beccaria, dunque, era estremamente innovativa e non solo perché respingeva le pratiche giudiziarie più consuete. Egli proponeva una compiuta laicizzazione del diritto penale: il delitto, infatti, non era considerato un peccato ma un danno sociale, la pena non un’espiazione ma un risarcimento.

COMPETENZE

USARE LE FONTI

Il carcere nel XVIII secolo Pag. 73

Il volto umano della giustizia L’edizione di Dei delitti e delle pene, uscita a Livorno nel 1765, è arricchita da alcune illustrazioni, ideate dallo stesso autore.

1. Il boia offre con la mano sinistra le teste dei condannati alla Giustizia. La figura del boia era del tutto familiare alla società di Antico regime. Egli veniva considerato l’esecutore della volontà divina che, attraverso il braccio secolare dei sovrani, condannava coloro che avevano commesso dei delitti, che, a loro volta, erano considerati peccati, cioè violazioni dei Dieci comandamenti.

2. Con la mano destra il boia impugna una spada con la quale ha appena eseguito la condanna.

Questa immagine sul frontespizio ben sintetizza la sua posizione riguardo alla pena di morte e la sua concezione della giustizia.

3. La Giustizia, respingendo la decapitazione, ritenuta non solo disumana ma anche inutile, rivolge lo sguardo agli attrezzi per il lavoro forzato, che pur doloroso è però di pubblica utilità e quindi giusto, come simboleggia la bilancia. 4. La Giustizia, tradizionalmente ritratta con la spada in mano (la stessa spada con cui il boia tagliava la testa al condannato a morte) viene invece rappresentata senza armi e con tratti molto umanizzati, privi di ferocia. Essa respinge con sdegno e superiorità l’offerta delle teste appena mozzate. 5. Ai piedi della Giustizia sono adagiati alcuni strumenti utilizzati nei lavori forzati, preferibili per Beccaria alla tortura.

APPROFONDIMENTO

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5. Il dispotismo illuminato ASSOLUTISMO E RIFORME

APPROFONDIMENTO

LESSICO

Nella seconda metà del Settecento in gran parte dei Paesi europei iniziò una stagione di riforme. Fu un processo realizzato dall’alto, voluto dai sovrani assoluti e influenzato dal movimento dell’Illuminismo. Per questo la politica riformatrice dell’Europa settecentesca viene deinita dagli storici «dispotismo illuminato». Le aree maggiormente coinvolte furono la Russia, la Prussia, l’Austria, la Spagna, il Portogallo e l’Italia: Caterina II di Russia, Federico II di Prussia e Maria Teresa d’Austria furono addirittura deiniti re-ilosoi per la loro adesione all’Illuminismo e per il sostegno garantito ai ilosoi ospiti nelle loro corti. In efetti sarebbe più corretto dire che questi sovrani crearono il mito del «despota illuminato» con la complicità dei ilosoi: i sovrani, infatti, erano interessati a dare lustro alle loro riforme avvalendosi degli elogi dei più insigni philosophes; e questi non disdegnavano i favori con cui venivano ricevuti a corte e d’altro canto sapevano che i monarchi erano il tramite indispensabile dei loro progetti. In realtà, anche se molte riforme corrispondevano alle tesi dei ilosoi, furono soprattutto le esigenze concrete a determinare le scelte dei sovrani. Essi intendevano in primo luogo raforzare l’autorità dello Stato sui poteri particolari della nobiltà e della Chiesa. In questo senso il dispotismo illuminato fu semplicemente una fase del processo di formazione dello Stato moderno, che non intaccò signiicativamente l’Antico regime. RIFORMA Il significato originario del termine riguardava la sfera religiosa e indicava la nuova forma, cioè un rinnovamento della Chiesa inteso come ritorno alla semplicità e alla purezza delle origini. Nel Settecento, l’idea di riforma perde i suoi connotati religiosi e assume il significato moderno di mutamento politico e sociale. Infatti il termine indica un provvedimento attuato allo scopo di migliorare, riorganizzare, rinnovare una situazione, un’istituzione o un ordinamento non più rispondenti alle esigenze e alle idee del tempo. Si parla di riforma elettorale, riforma scolastica, riforma giudiziaria. Generalmente le riforme vengono introdotte dai sovrani o dai governi (cioè dall’alto) in forma graduale e seguono percorsi legali e pacifici; per questo aspetto si differenziano dalle rivoluzioni, che sono invece tentativi di mutamento radicale e immediato, in genere compiuti dal popolo (cioè dal basso), ricorrendo all’illegalità e alla violenza.

Gli illuministi alla corte di Federico II Federico II fece costruire il castello di Sans-Souci (che in francese significa «senza preoccupazioni») vicino a Berlino come 3. Non lontano da Federico è seduto il filosofo Voltaire, che passò tra il 1750 e il 1753 diversi mesi nel castello, ospite di Federico il Grande. 2. Facevano parte dell’Accademia i più importanti intellettuali del tempo: Voltaire, Montesquieu, d’Alembert e il tedesco Immanuel Kant.

reggia estiva. Fu qui che spesso gli intellettuali si incontravano con il sovrano e facevano circolare le idee illuministiche. 1. Gli illuministi che siedono alla tavola fanno parte dell’Accademia delle Scienze di Berlino, arrivata al massimo splendore con Federico II.

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RIFORME E RESISTENZE Gli obiettivi principali delle riforme furono: ƒla riorganizzazione dell’apparato burocratico, al ine di rendere l’amministrazione dello Stato più razionale; in questo campo, particolarmente importante fu l’istituzione del catasto, cioè di un registro delle proprietà immobiliari; ƒl’aumento delle entrate iscali, con il tentativo di imporre la tassazione anche alla nobiltà e al clero; ƒil giurisdizionalismo, ossia l’estensione della giurisdizione dello Stato sulle Chiese nazionali. Nella sostanza i sovrani cercarono di assumere il controllo del clero locale e di sottrarre alla Chiesa proprietà e antichi privilegi (come la manomorta, che impediva la vendita dei beni ecclesiastici, o il diritto d’asilo, che vietava la cattura di chiunque fosse rifugiato nei conventi e nelle chiese); inoltre, tentarono di acquisire il controllo della cultura e dell’istruzione, all’epoca quasi interamente nelle mani della Chiesa. La politica giurisdizionalista fu accompagnata da una violenta polemica contro gli ordini religiosi che investì soprattutto i gesuiti. Accusati di essere al servizio di Roma e di tramare contro lo Stato, i gesuiti vennero espulsi da molti Paesi. Nel 1773, la pressione delle corti europee indusse papa Clemente XIV addirittura a sopprimere l’ordine (che sarebbe stato però ricostituito nel 1814). La radicalità degli obiettivi delle riforme fu respinta in genere dai ceti popolari che difendevano la religione tradizionale. Ovviamente le resistenze più forti vennero, però, dalla nobiltà e dal clero che si vedevano privati di antichi privilegi. Ciò determinò spesso il fallimento delle riforme. Fu questo il caso della Spagna, dove la politica riformatrice di Carlo III di Borbone (1759-1788) ottenne risultati modesti per la ferma opposizione della nobiltà e degli ecclesiastici. Ma il caso più clamoroso fu quello della Francia. Sia Luigi XV (17151774) che Luigi XVI (1774-1792) furono bloccati dall’opposizione dei ceti privilegiati. Il tentativo più importante di realizzare una politica di riforme fu avviato nel 1774 dal ministro delle Finanze AnneRobert-Jacques Turgot che propose numerosi provvedimenti innovativi: tolleranza per le minoranze religiose, sottrazione dell’insegnamento scolastico al clero, estensione delle tasse agli ecclesiastici e alla nobiltà. Anche in questo caso, però, le resistenze ebbero la meglio e Luigi XVI fu obbligato a licenziare Turgot (1776). Il riformismo così falliva proprio nel Paese da cui era partita la «primavera dei Lumi».

Gran Bretagna, 1975 (durata: 184’) Regia: Stanley Kubrick Attori principali: Ryan O’Neal, Marisa Berenson, Patrick Magee, Hardy Krüger

Il film che forse meglio di qualunque altro è immerso in un’atmosfera che restituisce intatto il clima settecentesco è Barry Lyndon, del regista americano Stanley Kubrick. Tratto dal romanzo di W.M. Thackeray (18111863), narra la storia dell’ascesa e del fallimento di Redmond Barry, giovane avventuriero irlandese di umili origini, che spende la sua vita alla ricerca di ricchezze e prestigio, per superare le rigide barriere sociali del suo

tempo. È disposto ad accettare qualsiasi sacrificio pur di diventare ricco e ottenere un titolo nobiliare. Cambia modo di vivere più volte, diventando un soldato valoroso, un giocatore d’azzardo e, infine, sposa la contessa di Lyndon più per la sua posizione sociale che per amore. Il matrimonio dovrebbe costituire il culmine della sua ascesa: invece, lo condurrà alla rovina. Particolarmente studiata è la scenografia: la scelta di utilizzare esclusivamente la luce naturale per le riprese esterne e candele e lampade a olio per gli interni crea un effetto di realismo, sottolineato dagli evidenti richiami ai pittori dell’epoca.

CINEMA E STORIA

Barry Lyndon

Joseph Ducreux, Ritratto di Anne-Robert-Jacques Turgot. Castello di Lantheuil.

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LE RIFORME IN RUSSIA Caterina II (1762-1796) proseguì la politica di accentramento del potere e di «occidentalizzazione» della Russia già avviata da Pietro il Grande. Salì al trono nel 1762, dopo aver fatto assassinare il marito Pietro III. Di origine tedesca, apprezzò la cultura illuminista e ospitò nella sua corte artisti e ilosoi. Il riformismo di Caterina colpì innanzitutto la Chiesa ortodossa, a cui furono coniscate le proprietà con l’intento di risanare le inanze dello Stato. Il decreto di conisca (1764) determinò la chiusura della metà dei conventi russi. Nel 1767 Caterina formò una Commissione consultiva di 573 membri, delegati di tutti gli ordini della società, con il compito di redigere un nuovo codice di leggi. L’«istruzione» che diede alla Commissione proponeva i più moderni princìpi dell’Illuminismo: la tolleranza, la libertà di stampa, la condanna della servitù e della tortura, la difusione dell’istruzione. Si trattava però di un progetto troppo avanzato che venne fermato dallo strapotere della nobiltà. Ma gli sforzi di Caterina in questa direzione non vanno sottovalutati: in efetti, pur nell’insuccesso, il lavoro svolto dalla Commissione permise di conoscere a fondo la realtà del Paese, l’arretratezza economica e sociale e soprattutto le disperate condizioni dei contadini oppressi dalla servitù. La sensibilità della zarina per questo problema era certamente autentica ma la nobiltà le impedì ogni intervento. Alla ine, addirittura, le circostanze imposero a Caterina di andare nella direzione opposta! Tra il 1772 e il 1775, infatti, il problema sociale emerse in tutta la sua gravità con una rivolta di contadini organizzata dal cosacco Emmelian Pugacˇëv. Pugacˇëv aizzò i contadini contro la nobiltà promettendo terre e libertà per tutti. Caterina fu costretta a inviare l’esercito e a prendere provvedimenti a favore dell’aristocrazia russa: nel 1785 emanò la Carta della nobiltà con cui riconfermò il servaggio e i privilegi nobiliari. Si trattava di provvedimenti ben lontani dalle tesi illuministe, ma era il prezzo da pagare per ottenere la collaborazione dei nobili. Vasilij Perov, Emmelian Pugacˇëv, aministra la giustizia, 1875. Collezione privata.

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LE RIFORME NELL’IMPERO ASBURGICO Il processo riformatore nell’Impero asburgico fu iniziato dall’imperatrice Maria Teresa (17401780) e completato con grande determinazione da suo iglio Giuseppe II (1780-1790). Il primo obiettivo fu l’accentramento del potere. Ogni regione dominata dagli Asburgo aveva proprie leggi e diete locali che rendevano estremamente complicato il funzionamento della macchina statale e l’esazione delle imposte. Il potere delle diete venne limitato, ma l’innovazione più importante fu l’estensione dell’imposta sul reddito fondiario alla nobiltà e al clero. L’imperatrice istituì il catasto con l’indicazione di tutte le proprietà terriere; in questo modo poteva deinire con precisione l’entità delle imposte. Altre iniziative riguardarono l’istruzione: Maria Teresa rese pubblica e obbligatoria la scuola elementare, istituì il Theresianum, un’esclusiva scuola superiore per la formazione dei funzionari pubblici, e pose sotto il controllo dello Stato l’Università di Vienna, dominio dei gesuiti. Nel 1773 requisì i beni dei gesuiti per inanziare la riforma dell’istruzione. Anche la censura religiosa venne sostituita con quella pubblica e posta sotto il controllo dello Stato. Con Giuseppe II le riforme divennero ancora più radicali. L’imperatore attuò una decisa politica giurisdizionalista, che fu deinita «giuseppinismo», con l’obiettivo di rendere gli ecclesiastici servitori dell’autorità imperiale. Istituì seminari statali per la formazione del clero, soppresse il diritto alla censura dei vescovi ed emanò una Patente di tolleranza (1781) per le minoranze religiose, riconoscendo i diritti civili anche agli Ebrei. Tra il 1781 e il 1785 abolì la servitù della gleba, eliminò decime e corvées e sottopose tutti i proprietari a un’unica imposta fondiaria. Per dare uniformità all’interno dei domini asburgici promulgò un unico Codice civile e penale (1786-1787). Le pene erano uguali per tutti i sudditi, senza distinzione di ceto; la tortura venne abolita e il ricorso alla pena di morte ridotto. Erano provvedimenti audaci che crearono vasti dissensi: si ribellarono i nobili che avevano perso i loro privilegi, ma anche i contadini che reclamavano la proprietà della terra, le etnie, gelose della loro autonomia, e la Chiesa cattolica, privata di autorità e prestigio. Queste reazioni segnarono la sconitta della politica di Giuseppe II che, ormai consapevole del fallimento, morì nel 1790, a soli 49 anni. Il trono passò a suo fratello Leopoldo II (già granduca di Toscana col nome di Pietro Leopoldo), che nei due anni del suo regno (1790-1792) ripristinò i privilegi iscali e giuridici, le corvées e le decime. Louis Joseph Maurice, L’imperatrice d’Austria Maria Teresa con i suoi figli, 1775. Vienna, Kunsthistorisches Museum.

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LE RIFORME NEL REGNO DI PRUSSIA Con Federico II il Grande (1740-1786) la Prussia continuò nel suo cammino di ammodernamento e centralizzazione dello Stato avviato nei decenni precedenti da Federico Guglielmo I. Federico II fu un estimatore della cultura illuminista e intrattenne rapporti con molti ilosoi, fra cui Voltaire che soggiornò a lungo a Berlino. In ambito culturale promosse le arti e le scienze e intervenne sul sistema educativo, rendendo obbligatoria l’istruzione elementare ino a tredici anni per i ragazzi di ogni ceto sociale. Aprì scuole nei piccoli villaggi per agevolare i igli dei contadini e degli artigiani. Incoraggiò a tutti i livelli la diffusione della cultura e la circolazione delle idee, facendo dell’Accademia delle Scienze di Berlino uno dei più prestigiosi centri intellettuali d’Europa. Anche sul piano religioso e su quello giudiziario dimostrò uno spirito aperto: promosse la tolleranza religiosa e riformò il sistema giudiziario, sempliicando le procedure e introducendo un Codice civile (1794) che non prevedeva la tortura e limitava il ricorso alla pena di morte. Federico II, però, dimostrò meglio degli altri sovrani a lui contemporanei la concreta dificoltà di coniugare Illuminismo e ragion di Stato. La sua immagine di «sovrano illuminato» era infatti incompatibile con l’impegno speso a raforzare l’esercito e con la politica aggressiva che, come abbiamo visto (Unità 1, p. 36), intraprese non appena salì al trono invadendo la Slesia (1748).

LE RIFORME IN ITALIA

I PROTAGONISTI

In Italia le aree nelle quali il riformismo trovò maggiore applicazione furono la Lombardia e la Toscana, entrambe coinvolte nella politica degli Asburgo; una più modesta esperienza si realizzò anche nella Napoli borbonica. È tuttavia interessante segnalare anche il caso del Regno di Sardegna dove i Savoia, pur non richiamandosi all’Illuminismo, dimostrarono una capacità riformatrice interessante per la sua precocità, che addirittura anticipò la stagione del dispotismo illuminato.

Antoine Pesne, Federico il Grande, 1739. Berlino, Gemäldegalerie.

Federico II il Grande Il rapporto con il padre Federico II si conquistò l’attributo di Grande che la storia gli ha riconosciuto con quarantasei anni di regno. Lo meritò per l’intelligenza, la volontà, il patriottismo, la lucidità politica e l’opera compiuta, anche se la durezza e il cinismo non ne fecero una personalità tale da attirare la simpatia delle folle. Federico II fu in apparenza l’opposto di suo padre, Federico Guglielmo I, il re Sergente: un colosso amante dei piaceri della tavola, delle bevute tra uomini, padre di numerosi figli che al pari dei suoi soldati gli dovevano servire a «fare un più» (ein Plus machen), cioè ad accrescere con le loro alleanze matrimoniali, il loro vigore, il loro lavoro, il dominio e la produzione della Prussia. Federico II era l’antitesi fisica e morale di suo padre: attratto dalla filosofia, dalla musica e dalle arti, amava il gusto francese, il libertinaggio spirituale. Ribelle all’educazione strettamente militare impostagli dal padre, Federico si abituò alla menzogna per poter di nascosto leggere e far

musica. Per il padre, Federico era un «damerino», un debole che non sarebbe mai stato un vero soldato e dal quale poteva tutt’al più sperare un matrimonio vantaggioso. Padre e figlio furono sempre nemici, ebbero un solo amore in comune: la grandezza della Prussia. Il pensiero filosofico Federico II non fu un teorico. Egli chiese alla filosofia, così come agli storici, regole di condotta, il mezzo di influenzare gli uomini, i popoli e coloro che li dirigevano. Sarebbe stato tentato di riconoscere la necessità di un Dio gendarme: il timore dell’aldilà aggiunto al timore delle bastonate e della prigione, per mantenere l’uomo nei sentieri tracciati dalla saggezza reale. Personalmente metteva in causa l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima ma, come Voltaire, riconosceva la necessità per il popolo di un Dio capace di ispirare, oltre che la fede e l’adorazione, anche la paura. Temeva l’ateismo, che po-

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Vittorio Amedeo II (1675-1730) e il suo successore Carlo Emanuele III (1730-1773) si posero come obiettivo la riorganizzazione dello Stato secondo il modello dell’assolutismo francese e prussiano. A tal fine Vittorio Amedeo II intraprese una lotta vigorosa per limitare i privilegi della nobiltà e del clero, in particolare per sottoporre anche questi ordini al pagamento delle tasse. Carlo Emanuele, invece, abolì i diritti feudali (1762), sia pure limitatamente alla Savoia. Si trattava di provvedimenti clamorosi che spesso non conseguirono l’obiettivo che perseguivano, ma che tuttavia esprimevano l’aspirazione a un rinnovamento dello Stato. Venendo ai domini asburgici, sotto Maria Teresa la Lombardia ritrovò lo slancio per una rinascita economica. L’introduzione del catasto, con una più equa ripartizione del carico fiscale, la liberalizzazione dei traffici interni e del lavoro, sottratti alle regole delle corporazioni, furono provvedimenti di grande utilità per la crescita economica. Lo sviluppo culturale trovò vantaggio dall’abolizione della censura e dell’Inquisizione e dagli interventi nel settore dell’istruzione scolastica e universitaria. Nei rapporti con la Chiesa, Giuseppe II adottò in Lombardia gli stessi provvedimenti già presi nell’impero sollevando forti dissensi. Anche in Toscana, governata da Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena, figlio di Maria Teresa, si attuò la stessa politica riformatrice: abolizione delle corvées, suddivisione delle proprietà e lavori di bonifica per lo sviluppo dell’agricoltura. Si liberalizzò il commercio dei grani e furono soppresse le corporazioni che creavano troppi ostacoli al lavoro. Nel 1786 fu avviata una riforma fiscale che estese l’imposta fondiaria anche a nobili ed ecclesiastici. La politica giurisdizionalista eliminò i privilegi del clero. In campo giuridico fu fondamentale l’introduzione del Codice Leopoldino (1786), ispirato alle tesi di Beccaria e considerato il primo codice penale moderno d’Italia. Il nuovo codice prevedeva, tra l’altro, l’abolizione della tortura e della pena di morte. Quest’ultima però venne ristabilita dal successore Ferdinando III (1790-1801). Nel Regno di Napoli l’opera di riforma si sviluppò durante il regno di Carlo III di Borbone (1759-1788) per iniziativa del ministro Bernardo Tanucci che cercò soprattutto di abolire i privilegi ecclesiastici: pose sotto il controllo dello Stato le rendite parrocchiali, abolì le decime e l’Inquisizione, chiuse conventi e monasteri, contribuì all’espulsione e alla soppressione dell’ordine dei gesuiti. Il potere dei baroni, però, restò molto forte e anche quello della Chiesa venne appena scalfito. L’economia del Mezzogiorno, ancora strozzata dai vincoli feudali, non aveva alcuna possibilità di crescere.

teva essere un fermento rivoluzionario se si scaricava sul popolo e lo spingeva a contestare le leggi umane e divine. Le une e le altre, per Federico, avevano lo scopo essenziale di legittimare il posto eminente della Prussia nel mondo e la grandezza del ruolo che le era stato assegnato. Federico era attratto dai problemi filosofici, ma la filosofia doveva servire al regno e giustificarne la grandezza. Il monarca, illuminato dai lumi della filosofia, fa tutto per lo Stato, niente per il popolo. Federico è stato veramente il primo «servitore» dello Stato prussiano, «primo suddito del re di Prussia», come egli stesso scrisse. Il sovrano doveva essere l’anima dello Stato: come, nel mito, Atlante sostiene il mondo sulle spalle, così egli sopportava tutto il peso del governo. La filosofia che lo ispirava non era tanto l’amore del genere umano o la giustizia. Per lui era bene quel che riusciva bene, era bene quel che rendeva. La tolleranza Si è fatto un gran parlare delle riforme di Fede-

rico II, da quelle economiche a quelle amministrative e militari, dalle iniziative volte a favorire l’immigrazione a quelle relative all’istruzione e alla giustizia. Un’opera riformatrice di grande portata che gli valse l’appellativo di «re filosofo» e che rese la Prussia uno dei grandi soggetti dello scenario europeo. Fra le riforme più significative vi fu la promozione della tolleranza religiosa. Ma anche su questo punto la grandezza dello Stato veniva prima di tutto. La tolleranza fu per Federico uno strumento di governo, che gli permise di accogliere i laboriosi ugonotti in fuga dalla Francia e di inserire i cattolici della Slesia in uno Stato quasi completamente luterano. La tolleranza procedeva dal suo disprezzo di tutte le credenze, da quel cinismo che gli faceva trascurare i conflitti ideologici per misurare unicamente l’importanza della posta in gioco nel destino della Prussia. La sua profonda indifferenza religiosa gli evitava conflitti di coscienza.

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Che cosa si intende per «dispotismo illuminato»? ƒ Quali furono gli obiettivi fondamentali delle riforme? ƒ In quali Stati europei i sovrani adottarono una politica riformatrice? ƒ Che cos’è il giurisdizionalismo?

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Dal passato al presente All’età dei Lumi risalgono molte idee su cui si fonda la nostra convivenza democratica, come la difesa dei diritti individuali e la tolleranza religiosa. Ma soprattutto in quest’epoca, grazie a una maggiore circolazione delle idee attraverso i giornali o i centri culturali, nacque l’opinione pubblica. Anche la ilantropia, cioè un comportamento orientato a fornire assistenza e aiuto ai poveri, ha le sue radici negli ideali di uguaglianza e fratellanza, sostenuti dagli illuministi. Nel Settecento si difuse anche la passione per i giochi di società. Fra gli altri, il gioco della tombola, inventato nel Regno di Napoli nel 1734 come adattamento popolare del gioco del lotto, sospeso durante la settimana di Natale.

La nascita della moderna opinione pubblica IL CONCETTO DI OPINIONE PUBBLICA

IERI

Cresce il ruolo dell’opinione pubblica come espressione di cittadini consapevoli dei loro diritti, dotati di coscienza civile e partecipi, anche se soltanto come spettatori, del dibattito politico OGGI

L’opinione pubblica ha un ruolo decisivo nelle moderne democrazie ma si teme che sia manipolata e strumentalizzata dai mass media, divenendo agente di conformismo e controllo sociale

Un embrionale concetto di «opinione pubblica» è rintracciabile, seppur con sfumature di signiicato assai diverse, in dall’antichità. Nella civiltà greca corrispondeva a quello di dóxa, nel tardo Impero romano a quello di fama popularis, nel Medioevo a quello di vox populi e di consensus. In Età moderna, fra XVII e XVIII secolo, i ilosoi parlano di opinion (Locke), esprit général (Montesquieu), volonté générale (Rousseau). Tuttavia, l’espressione public opinion comincia a essere usata dagli statisti e dai politici anglosassoni intorno alla ine del Settecento, epoca in cui si proila sempre più precisamente una novità assoluta: la formazione di un «pubblico» e, con esso, della sua «opinione», attraverso la quale manifesta orientamenti, inclinazioni e preferenze. Per indicare questa forma inedita di comunicazione, che si aferma tra i privati cittadini borghesi in polemica con lo stile cortigiano, è necessaria l’invenzione di termini nuovi quali «pubblicità», public spirit, general opinion, opinion publique.

CONDIZIONI NECESSARIE ALLA FORMAZIONE DELL’OPINIONE PUBBLICA I fattori che concorrono alla formazione dell’opinione pubblica sono, appunto, la costituzione di una società civile, l’abolizione

dell’istituto della censura preventiva, la circolazione dei giornali, la difusione di nuovi spazi pubblici di discussione. Ed è appunto in questi spazi di confronto che la società civile sente l’esigenza di controllare l’operato del potere per poterne eventualmente denunciare gli abusi. Infatti un’opinione è «pubblica» sia perché è espressione di un complesso di persone, sia perché investe oggetti e argomenti di natura pubblica. È indispensabile, pertanto, che il potere politico non impedisca la libera circolazione delle idee con interventi di censura. La nascita dell’opinione pubblica s’intreccia, quindi, con la ine della società d’Antico regime, con il progressivo afermarsi dell’idea di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e con la pubblicità delle questioni riguardanti lo Stato e il governo: un fenomeno che rompe il regime di segretezza vigente ino ad allora intorno agli atti di governo.

LE PREOCCUPAZIONI ODIERNE L’opinione pubblica, così come è andata conigurandosi alla ine del XVIII secolo, testimonia della nuova esigenza di partecipazione, di critica e di libera elaborazione di idee. Questa opinione pubblica si manifestava soprattutto attraverso le nuove forme della comunicazione sia politica sia culturale (dai giornali e dalla stampa periodica in genere, ai salotti letterari, dai club alle società di lettura e ai cafè). Il pubblico dell’epoca era costituito da

La primavera dei Lumi lettori di giornali, riviste e pamphlets, cioè da una élite di cittadini illuminati, per lo più borghesi, consapevoli delle necessità di un cambiamento sociale. Oggi, invece, l’opinione pubblica si è allargata a fasce sempre più estese di popolazione. Con l’allargamento del diritto di voto e con la società di massa, l’opinione pubblica è pressoché onnipotente. Ma rischia anche di essere costruita e manipolata, attraverso un uso ampio dei mass media. Viene continuamente sollecitata e analizzata mediante tecniche di rileva-

71 zione: i cosiddetti sondaggi d’opinione. I sondaggi si afermano con lo sviluppo dell’economia di mercato e con l’ainamento dei nuovi mezzi di informazione: radio, televisione, internet. Questi mezzi, infatti, hanno un impatto sull’opinione pubblica certamente maggiore dei giornali e hanno provocato una vera rivoluzione che coinvolge tutti i cittadini. Tutti possono virtualmente esprimere e rendere pubbliche le proprie idee, qualunque sia la loro classe d’appartenenza e il loro livello culturale.

ESTETICA Il sostantivo deriva dal greco e significa «in grado di sentire, di percepire»; a partire dalla metà del Settecento (con la pubblicazione dell’Aesthetica di Alexander Gottlieb Baumgarten), è usato per indicare quella parte della filosofia che si occupa dell’indagine e della definizione del bello e delle sue manifestazioni artistiche. Questo termine viene oggi impiegato, oltre che nel suo significato specifico, per designare gli elementi richiesti e accettati dal gusto, le caratteristiche gradevoli, le forme armoniose di cose o persone, o, più semplicemente, come sinonimo di bellezza. CICISBEO Questa parola, che sembra riprodurre nel suono il ci-ci-ci prodotto dalle chiacchiere, indica una figura assai diffusa nella società nobiliare del Settecento: il cavalier servente. Autorizzato dal marito e seguendo regole ben precise, il cicisbeo aveva sia la funzione di servire la dama durante i ricevimenti organizzati nella sua casa, sia quella di accompagnarla agli spettacoli e nelle passeggiate, offrendo così una pura apparenza di rapporto amoroso. Per estensione indica un corteggiatore che eccede in leziosaggine e in manifestazioni di galanteria. MENÙ Si tratta di una voce adattata dal francese menu. In origine era un aggettivo che significava «minuto, particolareggiato» e veniva aggiunto all’elenco delle vivande messe a disposizione dei clienti nelle locande. Dal 1718 viene usato da solo a indicare la serie dei cibi che costituiscono un pranzo: questo è il significato più diffuso oggi. In anni recenti il suo significato è stato esteso all’ambito informatico: si chiama menu l’elenco delle opzioni contenute in un programma che possono essere selezionate.

PAROLE IN EREDITÀ

Ripetitori satellitari per le telecomunicazioni.

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COMPETENZE: USARE LE FONTI

La prigionia non deve essere un supplizio DOCUMENTO Nella sua celebre opera Dei delitti e delle pene, Cesare Beccaria conduce un esame serrato dell’ordinamento penale vigente, mostrandone le assurdità e le crudeltà, a cominciare dalla prigionia per giungere alla tortura e alla pena di morte. Anche se non tutti gli illuministi erano favorevoli all’abolizione della pena di morte, tutti si schierarono per l’abolizione della tortura, considerata brutale e disumana.

La prigionia è una pena che per necessità deve, a differenza di ogn’altra, precedere la dichiarazione del delitto, ma questo carattere distintivo non le toglie l’altro essenziale, cioè che la sola legge determini i casi nei quali un uomo è degno di pena. La legge dunque accennerà gl’indizi di un delitto che meritano la custodia del reo, che lo assoggettano ad un esame e ad una pena. [...] A misura che le pene saranno moderate, che sarà tolto lo squallore e la fame dalle carceri, che la compassione e l’umanità penetreranno le porte ferrate e comanderanno agl’inesorabili ed induriti ministri della giustizia, le leggi potranno contentarsi d’indizi sempre più deboli per catturare. Un uomo accusato di un delitto, carcerato ed assolto non dovrebbe portar seco nota alcuna d’infamia. Quanti romani accusati di gravissimi delitti, trovati poi innocenti, furono dal popolo riveriti e di magistrature onorati! Ma per qual ragione è così diverso ai tempi nostri l’esito1 di un innocente? Perché sembra che nel presente sistema criminale, secondo l’opinione degli uomini, prevalga l’idea della forza e della prepotenza a quella della giustizia; perché si gettano confusi nella stessa caverna gli accusati e i convinti2; perché la prigione è piuttosto un supplicio che una custodia del reo. […] Vi è un teorema generale molto utile a calcolare la certezza 1. L’uscita dal carcere.

di un fatto, per esempio la forza degli indizi di un reato. Quando di un fatto sono dipendenti l’una dall’altra, cioè quando gli indizi non si provano che tra di loro, quanto maggiori prove adducono, tanto minore è la probabilità del fatto, perché i casi che farebbero mancare le prove precedenti fanno mancare le susseguenti. Quando le prove di un fatto tutte dipendono egualmente da una sola, il numero delle prove non aumenta né diminuisce le probabilità del fatto perché tutto il loro valore si risolve nel valore di quella sola da cui dipendono. Quando le prove sono indipendenti l’una dall’altra […] quanto maggiori prove si adducono, tanto più cresce la probabilità del fatto, perché la fallacia di una prova non influisce sull’altra. Io parlo di probabilità in materia di delitti che per meritar pena devono essere certi. [… ] Le pene non devono solamente esser proporzionate fra loro ed ai delitti nella forza, ma anche nel modo d’infliggerle. Alcuni liberano dalla pena di un piccolo delitto quando la parte offesa lo perdoni, atto conforme alla beneficenza ed all’umanità, ma contrario al ben pubblico, quasi che un cittadino privato potesse egualmente togliere colla sua remissione la necessità dell’esempio. [… ] Il diritto di far punire non è di un solo, ma di tutti i cittadini o del sovrano. Egli non può che rinunziare alla sua porzione di diritto, ma non annullare quella degli altri. Conosciute le prove e calcolata la certezza del delitto, è necessario concedere al reo il tempo e mezzi opportuni per giustificarsi; ma tempo così breve che non pregiudichi alla prontezza della pena, che abbiamo veduto essere uno de’ principali freni de’ delitti. Un mal inteso amore della umanità sembra contrario a questa brevità di tempo, ma svanirà ogni dubbio se si rifletta che i pericoli dell’innocenza crescono coi difetti della legislazione. C. Beccaria, Dei delitti e delle pene

2. I condannati.

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

Quali sono le conseguenze a cui va incontro un accusato ƒ dichiarato innocente e, perciò, liberato? ƒ Quali aspetti, secondo Beccaria, prevalgono nel suo tempo, nel sistema criminale? ƒ Quale dovrebbe essere per Beccaria la funzione del carcere?

Poiché lo Stato si fonda su un contratto, perché la pena di ƒ morte è inammissibile? ƒ Quale fine devono avere le pene? ƒ Perché Beccaria ritiene che la tortura sia inutile, un mezzo sicuro per assolvere i robusti e condannare i deboli?

IN DIGITALE

ƒ Prima e Dopo ƒ Video - La circolazione delle idee: caffè, salotti, accademie ƒ Immagine commentata - Il volto umano della giustizia ƒ Online DOC - Bayle: critica della tradizione ƒ Online DOC - Il volto umano della giustizia

ƒ Online STO - Il lato oscuro di Voltaire ƒ Online STO - La crisi della coscienza europea ƒ Online STO - Il «più» di Federico II il Grande ƒ Audiosintesi Unità 2

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Il carcere nel XVIII secolo STORIOGRAFIA Nell’Ancien régime esistevano diferenti tipi di carcere, a seconda dei delitti commessi ma soprattutto a seconda del ceto di appartenenza.

Guido Neppi Modona

Freddo, catene, pulci e malattie Guido Neppi Modona (Torino 1938) è un famoso giurista, saggista e editorialista. Si è occupato prevalentemente di giustizia penale sia come avvocato, che come magistrato e docente universitario. Ha ricoperto il ruolo di giudice e poi vicepresidente della Corte Costituzionale dal 1996 al 2005.

Sino alla fine del XVIII secolo non si può parlare di istituzioni carcerarie nei termini a cui oggi facciamo abitualmente riferimento, cioè come luogo chiuso in cui chi ha subito una condanna penale sconta una pena detentiva di durata temporanea ovvero l’ergastolo. Nel sistema penale dell’Ancien régime, che conosceva essenzialmente solo le sanzioni corporali e la pena di morte, la prigione era piuttosto strumento per custodire temporaneamente gli imputati in attesa del processo e, dopo la condanna, della pena corporale o dell’esecuzione capitale. A fianco di questa funzione, che oggi potremmo qualificare come carcerazione preventiva, in prigione finivano pure, su istanza del creditore, i debitori insolventi, i vagabondi, gli oziosi e coloro che, senza processo, venivano fatti scomparire dalla circolazione per ordine del sovrano (le famose lettres de cachet, di cui erano essenzialmente vittima oppositori reali o presunti dell’ordine costituito). Le prigioni erano quindi una sorta di deposito transitorio, non luoghi di pena regolati da discipline uniformi per il governo ed il trattamento dei condannati. Più di ogni altro, questo carattere spiega perché le prigioni dell’Ancien régime erano per la maggior parte abbandonate alla gestione di privati appaltato-

ri, non dipendenti da un’organizzazione statale o comunque dirette da funzionari pubblici. Il custode traeva il suo guadagno dagli stessi detenuti, che personalmente, o attraverso i loro parenti, pagavano una retta giornaliera o erano letteralmente condannati a morire di fame. Non a caso il creditore che presentava un’istanza per ottenere l’imprigionamento del suo debitore era tenuto a versare in anticipo la retta mensile per le spese di mantenimento della sua vittima. […] Malgrado non si potesse parlare di una struttura e di regole uniformi, i prigionieri erano in linea di massima divisi in tre gruppi, a seconda della loro pericolosità e delle rette che potevano pagare. I più pericolosi erano rinchiusi in celle sotterranee, prive di luce e aria diretta, umide e fetide, in ciascuna delle quali erano ammassati in pochissimo spazio anche più detenuti, sovente incatenati alle pareti. Di poco più fortunati erano quelli custoditi in grandi locali comuni, «arredati» con paglia distesa sul pavimento in funzione di giaciglio. In alcune prigioni i cameroni comuni potevano ospitare anche duecento detenuti. Infine i privilegiati, cioè coloro che potevano pagare una retta, erano custoditi in vere e proprie camere con aria e luce diretta, talvolta da soli, più spesso con altri prigionieri. Il vitto dei privilegiati era in proporzione della retta pagata […], comunque superiore a quello strettamente necessario alla sopravvivenza dei prigionieri non paganti, sfamati con non più di una libbra e mezza di pane al giorno, talvolta accompagnata da una minestra. […] Le cure relative alla pulizia, all’igiene e all’abbigliamento dei detenuti erano ridotte al minimo. […] La regola generale era che la biancheria veniva lavata e cambiata due volte all’anno, all’inizio dell’estate e dell’inverno. Le malattie regnavano sovrane e mietevano centinaia di vittime: nella Parigi prerivoluzionaria lo scorbuto era la piaga più diffusa nelle prigioni, ma la mancanza di riscaldamento d’inverno e l’eccessivo calore d’estate erano causa di malattie mortali dei detenuti più deboli. G. Neppi Modona, Freddo, catene, pulci e malattie, in 1789-1799, i dieci anni che sconvolsero il mondo, supplemento a «la Repubblica», n. 3, 1989

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

ƒ Perché l’autore, riferendosi all’Ancien régime parla di carcerazione preventiva? ƒ Chi pagava la retta giornaliera dei carcerati agli appaltatori? ƒ I prigionieri erano trattati tutti alla stessa maniera o vi erano più modi di trascorrere la pena detentiva?

ƒ Che cosa sono le lettres de cachet? Quando entrarono in vigore? Oggi esistono ancora? ƒ I vari modi di trattare i carcerati derivavano dalla gravità della pena o erano influenzati da altre ragioni?

RIELABORARE, DISCUTERE, REINTERPRETARE ƒ Oggi la situazione delle nostre carceri è in parte migliorata, ma restano insoluti numerosi problemi, anche gravi. Sapresti fare un rapporto tra quanto capitava nell’Ancien régime e quanto succede oggi?

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MISURARE LE COMPETENZE

GLI EVENTI

IL TEMPO

Completa la frase.

Unisci opportunamente avvenimento e data, indicando il numero corrispondente della data nella colonna a destra di ogni avvenimento.

1. L’Illuminismo fu un movimento politico che si proponeva di abbattere i sistemi d’Antico regime un movimento filosofico estraneo agli aspetti della vita politica, economica e sociale un movimento intellettuale che si proponeva di incidere concretamente sull’esistenza degli uomini 2. L’intellettuale illuminista vive chiuso nelle sue ricerche e nelle sue speculazioni filosofiche non ha alcun ruolo politico ha il compito di educare gli uomini all’esercizio della ragione per liberarli dalla sottomissione alle superstizioni e ai ceti privilegiati 3. La Costituzione di uno Stato è per Montesquieu libera quando il potere di un sovrano è sottoposto al controllo del Parlamento quando le leggi scritte rispettano i diritti quando i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario sono attribuiti a organi separati che si controllano a vicenda 4. Per i fisiocratici l’origine della ricchezza andava ricercata nella terra nell’attività commerciale nel lavoro 5. La «mano invisibile» che per Adam Smith governa l’economia è un meccanismo naturale di autoregolamentazione del mercato un meccanismo di controllo del mercato regolato dallo Stato un meccanismo naturale del mercato che inevitabilmente favorisce i produttori e penalizza i consumatori 6. Per Beccaria la pena di morte deve essere applicata per togliere l’idea dell’impunità deve essere accettata se fa parte della legislazione vigente è inammissibile nel contratto sociale

LE PAROLE Definisci le seguenti espressioni: a. crisi della coscienza europea b. laicizzazione c. oscurantismo d. religione positiva e. bilancia commerciale f. divisione del lavoro

Avvenimento a Pubblicazione dell’Enciclopedia b Primi segni della nuova cultura illuminista c

Vita di Voltaire

d Lettere inglesi di Voltaire e Vita di Montesquieu f

Pubblicazione di Indagine sopra la ricchezza delle nazioni di A. Smith

g Fondazione della rivista «Il Caffé» h Pubblicazione del Discorso sull’origine della diseguaglianza fra gli uomini di J.J. Rousseau Data 1

1689-1755

2 1734 3 1755 4 1730 5 1751-1772 6 1694-1778 7 1764 8 1776

VERSO L’ESAME DI STATO a. Rispondi alle seguenti domande. ƒQuali sono i princìpi fondamentali dell’Illuminismo? ƒPerché si usa l’espressione «crisi della coscienza europea»? ƒQuale ruolo si assume l’intellettuale durante l’Illuminismo? ƒQuali obiettivi si proponeva l’Enciclopedia? ƒQuali teorie politiche sono state elaborate durante l’Illuminismo? ƒQuale teoria economica si afferma durante l’Illuminismo? b. Il saggio breve: interpreta e confronta i seguenti documenti. ƒp. 52 – La diffusione dell’Illuminismo ƒp. 70 – Dal passato al presente: La nascita della moderna opinione pubblica Successivamente, utilizzando anche le tue conoscenze, sviluppa l’argomento proposto nella forma del saggio breve, attribuendo alla composizione un titolo appropriato. Argomento. Diffusione del sapere e formazione dell’opinione pubblica ieri e oggi

CITTADINI ADESSO

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C’è un giudice a Berlino! I diritti del cittadino e la giustizia «C’è un giudice a Berlino!» è un’espressione tedesca che risale alla vicenda (reale non leggendaria!) di un certo Arnold, un mugnaio che verso la metà del Settecento fu ingiustamente trascinato in processo dal conte di Schmettau. Dopo vari processi, il povero Arnold riesce ad avere ragione del suo potente avversario e ottiene giustizia ricorrendo nientemeno che al sovrano, il Grande Federico II di Prussia. Il motto nella sostanza invita ad avere fiducia nella legge e nella magistratura che alla fine, in un modo o nell’altro, la fa valere. A ben vedere si tratta di una fiducia indispensabile al cittadino che è tale proprio perché gode di diritti e questi diritti sono reali solo in quanto tutelati da un’autorità. Un giudice, insomma, ci deve essere e non solo a Berlino ma soprattutto in uno Stato democratico. Un cittadino, infatti, non può tutelarsi da solo perché nessuno ha il diritto di punire un altro: solo lo Stato può punire chi infrange le leggi. Ma non può farlo arbitrariamente: deve applicare le rigorose regole dell’amministrazione della giustizia e rispettare i diritti dei cittadini. Più precisamente, i soggetti che esercitano il diritto di punire sono i giudici: dei dipendenti dello Stato specializzati in diritto e al servizio esclusivamente della legge e di nessun altro potere. L’insieme dei giudici costituiscono la Magistratura che esercita il potere giudiziario che, con quello legislativo e quello esecutivo, è uno dei tre poteri fondamentali dello Stato.

BASSA RISOLUZIONE

1. LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA Art. 101: La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge. I giudici, cioè, svolgono il loro compito di amministrazione della giustizia in nome del popolo e non sono sottoposti all’autorità di nessun altro organo (come precisa l’art 104). Art. 102: La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario. […] La legge regola i casi e le forme della partecipazione diretta del popolo all’amministrazione della giustizia.

Il potere giudiziario appartiene ai magistrati e la legge regola in quali casi e in che modo il popolo può partecipare direttamente al potere giudiziario. Art. 104: La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. […] I regimi autoritari, al contrario, prevedono che giudice sia un funzionario dipendente dal Governo: in tal modo la Magistratura viene ridotta a uno strumento del potere esecutivo. In Italia la magistratura si autogoverna attraverso il Consiglio superiore della magistratura (Csm).

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CITTADINI ADESSO

2. IL POTERE GIUDIZIARIO E LA LIBERTÀ È solo a partire dalla Rivoluzione francese e dall’Età napoleonica che la giustizia ha cessato di essere affidata all’arbitrio dei potenti. Infatti, un processo del Medioevo o dell’Età moderna non teneva conto di alcuni princìpi oggi basilari:

ƒ si può essere condannati solo dopo aver subito un processo che stabilisca la colpevolezza; ƒ durante il processo vige la «presunzione di innocenza»: l’imputato deve essere considerato innocente fino a che non sia condannato in modo definitivo da un giudice (nessuno ad esempio può essere trattato da assassino fino a che non sia stato condannato); ƒ il diritto a una sentenza motivata: il giudice deve motivare per iscritto ogni sentenza, spiegando i motivi della sua decisione, i fatti su cui si è basato e le leggi che ha applicato; ƒ colui che, condannato in un processo, pensa di aver subito una condanna ingiusta, può chiedere un processo d’appello, cioè può chiedere a un altro giudice un riesame del caso.

Un vescovo mentre fa il giudice. La Chiesa assunse un ruolo politico e giunse, sul finire dell’VIII secolo, a dominare su un proprio Stato. Il papa cioè divenne sovrano di una parte dell’Italia centrale: lo Stato della Chiesa.

BASSA RISOLUZIONE

APPELLO Nel linguaggio giuridico fare appello significa richiedere l’intervento di un magistrato superiore per ottenere la revisione di una sentenza. La legge italiana prevede tre gradi di giudizio: il tribunale ordinario, l’appello e la Corte di Cassazione.

LESSICO

ƒ è riconosciuto a tutti sia il diritto di rivolgersi alla giustizia per far valere i propri diritti, sia il diritto di difendersi davanti al tribunale nel caso di accusa di violazione di una legge o di danno a un altro cittadino; ƒ la legge, stabilendo i reati e le procedure per i processi, non può ignorare i diritti umani; ƒ si può essere condannati solo per un fatto che, quando viene compiuto, sia già previsto come reato dalla legge (non è accettabile che una norma penale nasca con valore retroattivo trasformando in reati azioni già commesse); ƒ nessuno può essere condannato per un reato commesso da altri (ad esempio, un figlio non può essere incarcerato per un reato commesso da suo padre); ƒ l’imputato, durante il processo, deve avere la possibilità di difendersi ed essere assistito da un avvocato (si pensi a chi, accusato di omicidio volontario, riesca a provare di aver agito per legittima difesa); il giudice deve considerare le ragioni della difesa applicando anche in tribunale il principio fondamentale dell’uguaglianza;

3. GIUDICI E PUBBLICI MINISTERI In base alla funzione che svolgono nei processi, si possono distinguere due tipi di magistrati: ƒ il «giudice» è il magistrato al quale è affidato il potere di decidere in un processo. Ha il compito di analizzare imparzialmente il caso, esaminare la documentazione, interrogare le persone coinvolte, stabilire quali sono le norme da applicare e prendere la decisione finale. Ciascun processo può essere guidato da un giudice singolo oppure da un gruppo di magistrati; ƒ il «pubblico ministero» (pm) è un magistrato che non ha

il ruolo di giudicare ma, di dare vita al processo penale e di guidare l’accusa, agendo in nome dell’interesse pubblico: nel processo rappresenta infatti lo Stato. Quando riceve la notizia di un reato (ad esempio dalle Forze dell’ordine), il pm svolge le indagini preliminari per capire se ci sono le condizioni per aprire un processo; durante i processi illustra al giudice le ragioni dell’accusa contro l’imputato, chiedendo una condanna. Il pm, che è presente nei processi penali e non in quelli civili, ha i suoi uffici nella Procura.

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4. GIUSTIZIA CIVILE E GIUSTIZIA PENALE I giudici svolgono il loro compito mediante il processo, cioè il procedimento che porta a stabilire la verità su un certo fatto. Una volta stabilita questa verità con una sentenza, il giudice prende dei provvedimenti (ad esempio il carcere). Non tutte le infrazioni, però, sono uguali: alcune – le più gravi – sono definite «reati» e punite con provvedimenti che arrivano sino al carcere, altre non lo sono.

Proprio questo è ciò che distingue due importanti tipi di processo: ƒ il processo penale, che punisce chi commette un reato (ad esempio un omicidio, una rapina); ƒ il processo civile, che regola i disaccordi tra i cittadini (ad esempio il proprietario e l’inquilino di un’abitazione che litigano perché l’affitto non è stato pagato).

IL PROCESSO PENALE

IL PROCESSO CIVILE

A CHE COSA SERVE

A CHE COSA SERVE

A punire chi ha commesso un reato (un furto, un omicidio, una truffa ecc.). Si svolge per stabilire la verità e punire il colpevole nell’interesse della vittima del reato, ma anche nell’interesse dell’intera collettività.

A stabilire chi ha ragione in una lite tra cittadini (ad esempio: una controversia sul confine tra due terreni). Assicura una delle principali garanzie del nostro ordinamento: il diritto di agire in giudizio per tutelare i propri diritti e interessi legittimi (art. 24 della Costituzione).

LE PARTI CHE COMPAIONO DAVANTI AL GIUDICE

y Il pubblico ministero (pm): è il magistrato che rappresenta l’interesse generale dello Stato alla repressione dei reati (è il pm, e non la vittima, a svolgere la parte dell’accusa); y l’imputato, accusato del reato; y eventualmente, la parte civile: la vittima del reato può decidere di esercitare nel processo penale l’azione civile per ottenere il risarcimento del danno.

LE PARTI CHE COMPAIONO DAVANTI AL GIUDICE Le parti in lite, assistite dai loro avvocati: nel processo civile, dato che non sono implicati reati, non compare il pm, non si parla di imputati.

COME INIZIA

COME INIZIA Quando il pm viene a conoscenza di un reato (ad esempio dalla denuncia di un cittadino).

Dato che non sono coinvolti reati, non è lo Stato, ma il cittadino che ritiene di aver subìto un torto a chiedere che si svolga un processo. A tal fine deve farsi assistere da un avvocato.

COME SI SVOLGE COME SI SVOLGE

y una discussione pubblica in un’aula di tribunale; y il pm presenta al giudice le prove per dimostrare la colpevolezza dell’imputato; y l’imputato, difeso dal suo avvocato, presenta le prove della propria innocenza; y il giudice ascolta i fatti, individua le leggi violate e le leggi da utilizzare per stabilire la pena.

COME SI CONCLUDE Il giudice decide, in base alle prove, se l’imputato è colpevole e decide la pena (ad esempio il carcere); le sue decisioni vengono dichiarate in una sentenza motivata.

Le parti, assistite dai loro avvocati, illustrano al giudice le proprie ragioni e portano le prove di quanto affermano.

COME SI CONCLUDE Il giudice decide, applicando la legge e per mezzo di una sentenza, che sia ristabilito il corretto stato delle cose. Oltre a dichiarare quale delle parti abbia ragione, può ordinare all’altra parte di assumere un determinato comportamento (ad esempio di riconoscere un certo diritto di proprietà). Il processo civile non sempre implica la «punizione» della parte che soccombe; ciò accade solo se c’è un danno da risarcire. In un processo civile il giudice non può condannare a pene detentive.

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CITTADINI ADESSO

5. UN GRAVE PROBLEMA DELLA GIUSTIZIA ITALIANA: LA LENTEZZA

APPALTO L’appalto è il contratto con cui una persona o una impresa assume l’esercizio di un’attività (per esempio la raccolta dei rifiuti) o la realizzazione di un’opera (per esempio la costruzione di una diga). L’appalto indica tutte le condizioni contrattuali, in particolare l’entità del pagamento e i tempi di consegna.

LESSICO

La giustizia è veramente tale solo se è certa e rapida: ovvero, la pena prevista dalle leggi dovrebbe colpire sempre chi commette un delitto e in tempi contenuti. Purtroppo la giustizia italiana è estremamente lenta, come denunciano sistematicamente i rapporti annuali presentati dall’Unione Europea. La tabella qui sotto evidenzia in particolare la lentezza della giustizia civile: per giungere a un primo giudizio (contro il quale le parti possono ancora fare appello) sono necessari in Italia 608 giorni; solo a Cipro (638) e a Malta (750) si fa peggio! È stato calcolato che per ottenere giustizia, cioè per chiudere definitivamente un processo, un imprenditore italiano deve attendere almeno 1200 giorni, più di tre anni! Ciò produce distorsioni e costi economici: per esempio, le imprese che appaltano i lavori si permettono spesso di non rispettare i tempi di consegna sapendo che ben difficilmente il cliente le denuncerà vista la lentezza dei processi.

GIORNI NECESSARI A GIUNGERE A UN PRIMO GRADO DI GIUDIZIO NEI PROCESSI CIVILI NEI DIVERSI PAESI 900 800 700 600 500 400 300 200 100 NO DATI

0 2010 2012 2013

LU 200 73 53

LT 55 88 94

EE 215 167 130

AT 129 135 135

DK HU SE CZ RO 182 160 187 128 217 165 97 179 174 193 164 169 171 187 187

DE PL LV ES FI SI FR HR PT EL SK IT CY MT 184 180 330 289 259 315 279 462 417 190 364 493 513 849 183 195 252 264 325 318 311 457 369 469 437 590 685 192 245 288 301 308 386 386 407 505 608 638 750

BE

BG

IE

NL

UK

Fonte: Quadro di valutazione UE della giustizia (2015) Le chiavi delle sigle degli stati: LU = Lussemburgo; LT = Lituania; EE = Estonia; AT = Austria; DK = Danimarca; HU = Ungheria; SE = Svezia; CZ = Repubblica ceca; RO = Romania; DE = Germania; PL = Polonia; LV = Lettonia; ES = Spagna; FI = Finlandia; SI = Slovenia; FR = Francia; HR = Croazia; PT = Portogallo; EL = Grecia; SK = Slovacchia; IT = Italia; CY = Cipro; MT = Malta; BE = Belgio; BG = Bulgaria; IE = Irlanda; NL = Olanda; UK = Gran Bretagna

COMPRENDERE E CONTESTUALIZZARE

RIELABORARE E DISCUTERE

ƒ Che cosa prevede l’art. 101 della Costituzione? Perché l’indipendenza della magistratura è fondamentale? ƒ Paragona le garanzie previste dalla nostra Costituzione all’amministrazione della giustizia nell’Antico regime. ƒ Osservando lo schema alla pagina precedente paragona il processo penale a quello civile. ƒ Quali differenze ci sono tra giudici e pubblici ministeri nell’ordinamento italiano?

ƒ Quanti giorni erano necessari nel 2013 per giungere a un primo giudizio nei processi civili in Romania? E in Italia? ƒ Svolgi una ricerca in internet sulle cause della lentezza della giustizia italiana. Quali rimedi sono possibili? ƒ La lentezza della giustizia civile causa pesanti costi economici. E quali conseguenze pensi determini la lentezza della giustizia penale?

UNITÀ 3

79

La Rivoluzione americana PRIMA: Lo sfruttamento coloniale della Gran Bretagna Il governo britannico aveva, nei confronti delle colonie americane, un interesse esclusivamente economico: mirava a sfruttarne le ricchezze a proprio vantaggio, imponendo misure sempre più severe e facendo valere la propria autorità con la forza delle armi.

CAUSE

EVENTI

CONSEGUENZE

In Europa si scatenano persecuzioni religiose e politiche che costringono molti Europei a fuggire

X

1620: I Padri pellegrini approdano con la Mayflower sulle coste del Massachusetts

X

Si sviluppano in America i primi insediamenti che nel tempo si ampliano giungendo a costituire le grandi città

Dopo la guerra dei Sette anni il governo britannico intensifica lo sfruttamento delle ricchezze delle colonie

X

1764-65: Il governo inglese impone prima lo Sugar Act e poi lo Stamp Act e invia un contingente militare nelle colonie

X

Gli Americani si ribellano e iniziano a boicottare la madrepatria

X

4 luglio 1776: Dichiarazione d’indipendenza delle 13 colonie inglesi d’America

X

Viene affermata l’uguaglianza di diritti tra tutti gli uomini e l’obbligo dei governi di fondarsi sul consenso del popolo

X

Con il Trattato di Versailles del 1783 le tredici colonie americane ottengono l’indipendenza

X

Gli Stati Uniti si costituiscono come Stato repubblicano e federale; George Washington viene eletto presidente

Nel 1773 il Tea Act fa esplodere le tensioni tra colonie e madrepatria. Un anno dopo a Filadelfia si tiene il primo Congresso continentale Con il secondo Congresso continentale si decide la formazione di un esercito autonomo per procedere alla resistenza armata

X

La crisi economica conseguente alla fine della guerra fa sì che si imponga la linea di condotta federalista

X

1776-1781: Guerra d’indipendenza americana

17 settembre 1787: A Filadelfia viene elaborata la Costituzione degli Stati Uniti d’America

DOPO: La realizzazione del primo Stato liberale Con la Rivoluzione americana per la prima volta gli abitanti di un’area extraeuropea riuscirono a combattere una potenza colonizzatrice, raggiungendo l’indipendenza e dando vita a un nuovo Stato. Questo era visto dagli Europei come modello da imitare, in quanto realizzazione delle idee politiche dell’Illuminismo. Il motivo per cui nelle colonie americane fu più facile realizzare uno Stato liberale fu l’assenza dei sistemi propri dell’Antico regime come i privilegi feudali e la divisione della società in ordini.

UNITÀ 3

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1. Il Nord America nel Settecento LA CIVILTÀ DEI «PELLEROSSA»

TUTOR

I primi coloni europei sbarcarono nel Nuovo Mondo all’inizio del Seicento. In quel periodo più di un milione di indigeni viveva nel territorio corrispondente agli attuali Stati Uniti e altri 500 000 circa erano insediati nell’area canadese. Erano organizzati in tribù, profondamente diverse tra loro sul piano sia etnico che culturale. In generale non avevano un’organizzazione statale analoga a quella che i conquistatori avevano trovato nell’America latina: la proprietà della terra era comune e le attività economiche erano primitive, per lo più caccia, allevamento, coltivazione del granoturco. Gli Europei chiamavano gli indiani d’America «pellerossa» per la loro usanza di dipingersi il corpo di rosso in occasione delle battaglie. È interessante notare che furono gli Europei a portare in America il cavallo che noi, suggestionati da libri e ilm, associamo naturalmente agli indiani d’America. Questo animale era difuso sul continente in tempi remoti, ma successivamente si era estinto. La sua introduzione nelle tribù portò quella che gli storici chiamano «rivoluzione equestre».

Territori e tribù indiani prima della colonizzazione europea

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1. Nord-ovest: tribù che praticano il digiuno e la meditazione per avere visioni soprannaturali; abili anche nella navigazione.

4. Centro-sud: in seguito all’introduzione del cavallo da parte degli Spagnoli, queste tribù praticano maggiormente la caccia.

2. Nord-est: indiani che svolgono attività di caccia, pesca e coltivazione del mais.

5. Sud-ovest: in quest’area desertica le tribù sono nomadi e si spostano in base alla disponibilità di cibo e alle stagioni. In California vivono in piccoli villaggi indipendenti, sono cacciatori e pescatori, raccoglitori di ghiande. Furono sterminati dalle guerre e dalle malattie portate dai bianchi.

3. Sud-est: tribù che praticano soprattutto l’agricoltura.

La Rivoluzione americana

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La guerra e le sue conseguenze Gli Inglesi che nell’autunno 1620 salparono da Plymouth alla volta del Nuovo Mondo erano un centinaio; trentacinque erano puritani, numerosi anche i bambini e le donne, poiché partirono intere famiglie. Dopo un difficilissimo viaggio attraverso l’Atlantico, una volta approdati nel nuovo continente, dovettero subito affrontare i rigori dell’inverno. Il freddo, la fame, le malattie li decimarono, ma i superstiti non si arresero: in primavera la situazione cambiò e in estate si ebbero raccolti abbondanti. In autunno i puritani vollero celebrare una solenne festa

di ringraziamento a Dio per averli guidati in quella loro emigrazione. Vennero consumati alcuni prodotti locali, come il tacchino, il mais e la zucca. Da allora questo è il menù tradizionale del Giorno del Ringraziamento (Thanksgiving Day) che ogni anno (il quarto giovedì di novembre) si celebra negli Stati Uniti per ricordare l’arrivo dei Padri (così chiamati perché furono i fondatori della nuova società) pellegrini (perché erano fuggiti dall’Inghilterra). Allora erano stati invitati al pranzo anche alcuni Indiani, oggi secondo la tradizione si invitano vicini o persone meno fortunate.

APPROFONDIMENTO

Tra Sei e Settecento, la parte orientale dell’America del Nord era stata completamente colonizzata da Francesi, Spagnoli e Inglesi. Le prime comunità di coloni erano formate da Europei fuggiti dai loro Paesi per scampare alle persecuzioni religiose o politiche. Tra questi ci furono i famosi Padri pellegrini che nel 1620 approdarono con la loro nave, la Maylower, sulle coste del Massachusetts. Ai perseguitati religiosi, per tutto il Seicento e Settecento, si aggiunsero avventurieri di ogni tipo: debitori, contadini impoveriti e mercanti alla ricerca di fortuna. Nel tempo questi insediamenti si svilupparono dando origine a comunità con forme di governo e ad attività economiche molto diverse da quelle delle colonie spagnole. Le colonie dipendenti dalla Corona inglese erano rette da governatori aiancati: ƒda un consiglio, composto dai personaggi nominati dal governatore e scelti fra i più influenti della colonia; ƒda assemblee elettive con il diritto di votare le leggi inanziarie; nel corso del Settecento queste assemblee coloniali ampliarono progressivamente le loro prerogative diventando, nei fatti, istituzioni autonome dalla madrepatria. La popolazione locale non fu come in altre colonie sfruttata dagli Europei. Anzi, inizialmente i coloni riuscirono a mantenere rapporti amichevoli con gli Indiani. Quando invece la necessità di nuove terre fu più impellente, gli Europei non esitarono a cacciare gli Indiani con la violenza, emarginandoli in riserve ristrette e isolate.

LESSICO

LE COLONIE DEGLI EUROPEI

MADREPATRIA La parola, composta da madre e patria, indica in genere la patria d’origine di chi si trova a vivere in un territorio straniero. Ma il termine significa anche lo Stato che esercita il dominio sulle proprie colonie, come nel caso dell’Inghilterra rispetto alle colonie americane.

UNITÀ 3

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UNA SOCIETÀ MULTIETNICA E BORGHESE

GUIDA ALLO STUDIO

SOCIETÀ MULTIETNICA Multietnica è una comunità formata da persone di diversa origine o etnia che convivono in uno spazio comune e condividono regole sociali.

LESSICO

ƒ Come vivevano le tribù indiane in America prima dell’arrivo degli Europei? ƒ Come erano organizzate politicamente le colonie inglesi in America? ƒ Quali caratteristiche aveva la società coloniale nei territori britannici? ƒ Quali erano le caratteristiche economiche delle colonie britanniche?

George Catlin, Shón-ka, capo dei Sioux, 1832. Washington, Smithsonian American Art Museum.

Per tutto il Settecento nel Nord America, soprattutto nelle tredici colonie britanniche (p. 85) sulla costa atlantica, giunsero emigrati da tutta l’Europa. L’incremento della popolazione fu notevole e le attività economiche si svilupparono con rapidità. I nuovi arrivati formarono una società multietnica, portarono competenze lavorative, abilità commerciali, artigianali o agricole. Erano pieni di iniziativa e desiderosi di trovare uno sbocco per la loro nuova vita. Il mondo coloniale non era soggetto ai sistemi dell’Antico regime, non conosceva né privilegi né divisioni di ceto legati alla nascita come in Europa. Nel Nuovo Mondo contavano soprattutto l’operosità e l’ingegnosità, il saper sfruttare una terra piena di risorse e abbastanza grande per tutti. Questi aspetti fecero delle colonie inglesi del Nord America una realtà molto particolare. L’economia delle colonie era diversiicata: ƒle colonie del Nord avevano un’agricoltura cerealicola organizzata in piccole proprietà, allevamento di bestiame e pesca; si svilupparono anche tutte le attività legate alla grande disponibilità di legname: cantieri navali e commercio del legno; ƒl’economia delle colonie del Sud poggiava invece sulla coltivazione intensiva di tabacco e cotone, realizzata in grandi proprietà terriere di coloni bianchi che facevano largo uso di schiavi neri. Le colonie dunque si presentavano con delle diferenze importanti ma anche come un mondo in espansione, aperto allo sviluppo e alla cultura: sorsero grandi città come Boston, New York e Filadelfia; vennero fondate università e scuole in uno spirito di tolleranza e libertà sconosciuto nella vecchia Europa.

I POSSEDIMENTI EUROPEI NELL’AMERICA DEL NORD

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Territori non occupati dagli Europei Colonie inglesi del Nord Colonie inglesi del Centro Colonie inglesi del Sud Possedimenti francesi Possedimenti spagnoli

83

ALL’ORIGINE DELLA RIVOLUZIONE Man mano che nelle colonie americane le attività economiche crescevano, i coloni sopportavano sempre meno gli obblighi cui erano sottoposti dalla Gran Bretagna. Del resto la popolazione delle colonie si sentiva parte del mondo britannico e auspicava un maggiore riconoscimento della propria libertà. I coloni, insomma, volevano essere trattati come gli Inglesi in Inghilterra, con proprie rappresentanze politiche che tutelassero i loro interessi. La Gran Bretagna, invece, pensava di poter sfruttare a proprio vantaggio la ricchezza del popolo americano. Obbligava le colonie a commerciare solo con l’Inghilterra e imponeva tasse contro le quali i coloni non potevano esprimere il loro dissenso. Iniziarono i primi contrasti fra la classe dirigente coloniale e la madrepatria inglese: contro l’atteggiamento assunto dal governo britannico sorsero diverse organizzazioni, si difusero libelli propagandistici e proclami, iniziò il boicottaggio delle merci inglesi. Dopo la guerra dei Sette anni, che aveva bruciato enormi risorse inanziarie, il governo inglese prese misure ancora più severe: impose dapprima una tassa sullo zucchero (Sugar Act, 1764) e in seguito una sui giornali (Stamp Act, 1765); il Parlamento inviò un contingente militare e dichiarò in modo perentorio di avere tutto il potere e l’autorità sulle colonie. Ma gli Americani non avevano nessuna intenzione di cedere né di pagare nuove tasse imposte da un Parlamento in cui non erano rappresentati. Perciò si ribellarono.

BOICOTTAGGIO La parola deriva dal nome del capitano Charles Boycott, amministratore fondiario in Irlanda, che nel 1880 fu contestato dai contadini, i quali si rifiutarono di collaborare con lui in qualsiasi modo. Da allora si definisce boicottaggio una forma di lotta basata appunto sull’astensione da parte di uno o più soggetti da qualsiasi forma di rapporto economico o politico con un soggetto terzo, come nel caso dei coloni americani, che iniziarono la loro lotta cessando di acquistare i prodotti provenienti dalla Gran Bretagna.

Il funerale dello Stamp Act Lo Stamp Act era una tassa imposta dal Parlamento inglese su ogni atto d’ufficio in carta da bollo, come ad esempio la licenza per pubblicare un giornale. Questa tassa divenne immediatamente occasione di protesta e il Governo inglese dovette ritirarla. La protesta fu suscitata non tanto dalla somma da pagare, che in

realtà non era elevata, ma dal principio che con questo atto si affermava. Infatti lo Stamp Act rappresentava il diritto da parte della madrepatria di prelevare denaro dalle colonie senza chiederne il consenso. I coloni invece non volevano essere tassati da organi in cui non erano rappresentati, come il Parlamento inglese.

1. Questo disegno, che celebra l’abolizione della tassa, divenne una delle stampe satiriche più popolari dell’epoca. Raffigura la processione funebre di coloro che erano favorevoli al provvedimento.

2. Il feretro viene portato verso una tomba all’aperto, che è stata preparata per la sepoltura di tutti i provvedimenti ingiusti che avrebbero reso impopolari gli Inglesi.

3. In testa al corteo funebre si trova il reverendo W. Scott, seguito da alcuni notabili inglesi in lutto, che erano stati tra i responsabili dell’approvazione dello Stamp Act.

4. In una piccola bara sono contenuti i resti della legge che imponeva un bollo sugli atti pubblici, sulle licenze, sui documenti delle navi, sulla vendita dei giornali. Era una tassa che colpiva gran parte delle attività dei coloni.

5. L’autore del disegno ha voluto rappresentare i carichi delle navi destinati all’America che si accumulavano nel porto durante il periodo in cui il provvedimento era in vigore. Al ritiro del provvedimento contribuirono i mercanti inglesi, danneggiati dal rifiuto delle colonie di acquistare merci provenienti dalla madrepatria.

DOCUMENTO

2. La guerra di indipendenza

LESSICO

La Rivoluzione americana

UNITÀ 3

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VERSO L’INDIPENDENZA

COMPETENZE

USARE LE FONTI

La Dichiarazione d’indipendenza Pag. 92

I contrasti con gli Inglesi si fecero sempre più frequenti. Nel 1773 il decreto che concedeva alla Compagnia delle Indie il monopolio della vendita del tè nelle colonie (Tea Act) fece esplodere la tensione. I danni per i mercanti sarebbero stati enormi. A Boston alcuni coloni travestiti da Indiani presero d’assalto tre navi inglesi e buttarono in mare il carico di tè. Londra rispose con la linea dura: fece chiudere il porto di Boston e mise sotto controllo tutta l’attività politica nelle colonie. Il 5 settembre 1774 si tenne a Filadelfia il primo Congresso continentale in cui i rappresentanti delle colonie stabilirono di proseguire la loro lotta per l’autonomia con il boicottaggio, ma sperando ancora nella giustizia della Corona inglese. I tentativi di conciliazione non valsero a nulla, la repressione inglese aumentò e ci furono i primi scontri armati fra coloni ed esercito britannico. Il secondo Congresso continentale, tenutosi l’anno dopo, decise la formazione di un esercito autonomo e di procedere alla resistenza armata. A capo dell’esercito fu posto George Washington (I Protagonisti p. 88), un ricco possidente della Virginia. Il 4 luglio 1776 il Congresso votò la Dichiarazione d’indipendenza elaborata da Thomas Jeferson. Furono qui issati i princìpi fondamentali su cui sarebbero nati gli Stati Uniti: si afermava soprattutto che i governi debbono fondarsi sul consenso del popolo e che gli uomini hanno uguali diritti. La tesi dell’indipendenza dalla Gran Bretagna spaccò però il fronte della protesta: vi erano i lealisti, soprattutto fra i burocrati, nel clero anglicano e nelle classi più elevate, che espressero la loro lealtà verso la madrepatria inglese; e gli indipendentisti, intellettuali, piccoli commercianti, artigiani e operai, che invece erano pronti allo scontro armato.

LA GUERRA

I PROTAGONISTI

La guerra durò dal 1776 al 1781 e molte furono le diicoltà incontrate dagli Americani. L’esercito era numericamente inferiore a quello inglese; inoltre, era costituito da volontari poco addestrati e poco inclini alla disciplina. Le prime fasi del conflitto furono dunque sfavorevoli per Washington che tuttavia non perse la sua determinazione. Nell’ottobre 1777 la situazione sembrò sbloccarsi: i ribelli americani ricevettero aiuti finanziari e militari dalla Francia e gli Inglesi subirono la loro prima sconfitta a Saratoga. Benjamin Franklin, uno degli artefici della Dichiarazione d’indipendenza, fu inviato a Parigi a sostenere la causa americana che fu accolta con entusiasmo. L’anno successivo, inviati del Congresso strinsero accordi con la Francia per un’alleanza militare. Nel 1778, la Francia riconobbe l’indipendenza delle colonie ed entrò diret-

David Martin, Benjamin Franklin, 1767. Washington, Casa Bianca.

Benjamin Franklin (1706-1790) Figlio di un mercante di origine inglese, trascorse la sua infanzia a Boston dove iniziò a lavorare giovanissimo. Appresa l’arte della tipografia, perfezionata dopo un viaggio a Londra, aprì una sua attività e poi si dedicò al giornalismo fondando un quotidiano indipendente. Si impegnò molto per la diffusione dell’istruzione, partecipò così alla fondazione della Società Filosofica Americana e diede vita alla prima biblioteca circolante. Fu impegnato anche in politica come deputato all’assemblea della Pennsylvania e si recò come rappresentante delle colonie a Londra.

La sua azione fu decisiva per il ritiro dello Stamp act così criticato dai coloni. Ritornato in America partecipò a tutte le attività che hanno preceduto la rivoluzione e nel 1776 contribuì all’elaborazione della Dichiarazione di indipendenza e poi anche alla stesura della Costituzione. È dunque considerato un padre fondatore, ricordato ancora oggi sulle banconote da 100 dollari, ma la sua fama è dovuta anche all’attività scientifica come inventore del parafulmine e all’ampiezza dei suoi interessi nel campo dell’elettricità, della meteorologia e dell’anatomia.

La Rivoluzione americana

85 GLI USA NEL 1783

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I primi 13 Stati Uniti N

Territori ceduti dalla Gran Bretagna nel 1783 Territori inglesi Territori spagnoli

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Che cosa chiedevano i coloni americani al governo di Londra? ƒ Quale strategia di lotta adottarono i coloni per ottenere una risposta dalla monarchia inglese? ƒ Su quali princìpi si fonda la Dichiarazione d’indipendenza? ƒ Quando e come si concluse la guerra d’indipendenza americana?

Revolution Gran Bretagna, 1985 (durata: 123’) Regia: Hugh Hudson Attori principali: Al Pacino, Donald Sutherland, Nastassja Kinski

Nonostante il nazionalismo sia una componente fondamentale della cultura americana, non sono molti i film che hanno affrontato le origini storiche degli Stati Uniti. Fra questi va segnalato Revolution. La pellicola racconta la presa di coscienza degli ideali di libertà e giustizia da parte di un uomo e di suo figlio travolti da mille vicende, continuamente separati

e riuniti, negli anni in cui i coloni nordamericani si rivoltano contro le Giubbe Rosse inglesi. Il protagonista inizialmente si sente e vuole rimanere estraneo alla rivoluzione, ma poi si convince del contrario. L’opera sottolinea soprattutto la dimensione dolorosa del conflitto, immergendo le immagini in una luce cupa e in un’atmosfera malinconica. Le vicende dei personaggi minori e quelle sentimentali sono trattate in modo superficiale, più curata è invece la ricostruzione delle battaglie e del contesto storico.

CINEMA E STORIA

tamente nel conflitto contro la Gran Bretagna: lo scopo era rifarsi della sconfitta del 1763. Dal 1779 parteciparono alla guerra come alleati dei Francesi anche la Spagna e l’Olanda. La guerra assunse un carattere internazionale e per gli Inglesi, nonostante qualche successo militare, si proilava la sconitta. Nel 1781 nella penisola di Yorktown, in Virginia, gli Inglesi vennero stretti d’assedio e costretti alla capitolazione. Le trattative di pace ebbero inizio nel 1782 e si conclusero nel 1783 con il Trattato di Versailles sottoscritto da tutte le potenze partecipanti. La Francia, che avrebbe voluto riacquistare il suo prestigio internazionale, non ottenne nulla di significativo; vide invece le sue finanze esaurite e l’opinione pubblica delusa. La Gran Bretagna, nonostante la sconitta, non perse il suo primato sul commercio marittimo e come potenza coloniale. La Spagna ricevette la Florida dalla Gran Bretagna. Le tredici colonie ottennero naturalmente l’indipendenza.

UNITÀ 3

86

3. Gli USA, uno Stato federale L’ORGANIZZAZIONE DEL NUOVO STATO Dopo aver ottenuto l’indipendenza, le tredici colonie dovevano organizzare un nuovo Stato. Non era un compito facile considerato che non erano mai state un aggregato unitario. Avevano la stessa lingua, gli stessi costumi e durante la guerra avevano combattuto lo stesso nemico. Ogni colonia però era abituata a governarsi autonomamente e non intendeva rinunciare alle proprie prerogative. Inoltre, le colonie avevano caratteristiche economiche diverse. Si trattava dunque di conciliare esigenze di unità e il rispetto della tradizionale autonomia delle ex colonie. Il nuovo Stato doveva essere una federazione o una confederazione? Si era discusso a lungo nel tentativo di trovare un accordo in grado di soddisfare le aspirazioni di tutti. Ma il primo progetto di Costituzione federale del 1777 (Articles of Confederation) non andò oltre un semplice patto di amicizia e di alleanza. Nel 1784, a guerra vinta, il Congresso prese una decisione importante: si trattava di dare una deinizione ai nuovi territori a ovest, acquisiti con il Trattato di Versailles. L’Ordinanza del Nord-ovest stabilì che quell’area fosse suddivisa in zone che sarebbero entrate a far parte dell’Unione come nuovi Stati e con pari dignità dei tredici Stati originari. La ine della guerra portò anche la crisi economica. Il Congresso doveva ripagare i debiti contratti con le potenze europee e il protezionismo adottato dai singoli Stati americani accentuava la depressione del mercato. Solo una forte autorità centrale avrebbe potuto prendere provvedimenti utili per tutti: la linea federalista così si impose. Nel 1787, a Filadelfia, in una Convenzione presieduta da Washington, 55 delegati elaborarono un progetto costituzionale che venne poi approvato dai singoli Stati. Dopo molte diicoltà, il 17 settembre 1787 si giunse inalmente alla deinizione della Costituzione degli Stati Uniti d’America. La prima parte della Costituzione degli Stati Uniti d’America.

87

LA COSTITUZIONE La Costituzione entrò in vigore nell’autunno del 1788. Con l’aggiunta di alcuni emendamenti, è la stessa valida ancora oggi. Indica i compiti e le istituzioni del nuovo Stato repubblicano e federale: assegna agli organi centrali i poteri in materia di difesa nazionale, di commercio e politica estera, di politica economica e inanziaria. Le competenze non speciicate rimangono ai singoli Stati. Ogni Stato della Federazione ha quindi un proprio Parlamento che legifera ma riconosce la superiorità del potere centrale. Fondamento della Costituzione è la divisione dei poteri: ƒil potere esecutivo fu aidato a un presidente eletto ogni quattro anni da un collegio di elettori designati dagli Stati; ƒil potere legislativo venne assegnato al Congresso, composto dalla Camera dei rappresentanti e dal Senato; ƒil potere giudiziario fu dato alla Corte Suprema, costituita da giudici a vita nominati dal presidente. Le Camere dovevano essere elette dal popolo, ma chi avrebbe avuto il diritto di voto? Questo problema fu assai dibattuto e inine venne scelto un sistema elettorale censitario: furono ammessi al sufragio i maschi maggiorenni che avessero delle proprietà o un certo livello di ricchezza. I neri e i pellerossa, invece, furono esclusi dal diritto di voto. Veniva quindi applicato il principio illuminista della separazione dei poteri sancito da Montesquieu. Ma il principio di uguaglianza, dichiarato solennemente nella Dichiarazione d’indipendenza, veniva tradito. Nonostante ciò, gli Americani avevano realizzato molte idee elaborate in Europa dall’Illuminismo. E numerosi erano coloro che nell’Europa delle monarchie assolute guardavano agli Stati Uniti come a un modello da imitare.

LA SEPARAZIONE DEI POTERI NELLE ISTITUZIONI AMERICANE POTERE LEGISLATIVO

CAMERA

POTERE ESECUTIVO

POTERE GIUDIZIARIO

SENATO

PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI

CONGRESSO

eleggono

eleggono

ELETTORI SU BASE CENSITARIA

POPOLO

nomina

CORTE SUPREMA

LESSICO

La Rivoluzione americana

EMENDAMENTO Il termine deriva dal verbo emendare, «correggere, rettificare». Nel linguaggio politico attuale indica una modifica parziale apportata a un progetto di legge nel corso della discussione parlamentare, prima che sia approvata.

John Trumbull, La Dichiarazione d’indipendenza, (particolare), 1819. Washington, Campidoglio.

I PROTAGONISTI

DECOLONIZZAZIONE Questo termine indica il processo che si sviluppò soprattutto tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni Sessanta del XX secolo, che portò all’indipendenza di molte colonie africane e asiatiche e al definitivo crollo degli imperi coloniali europei.

88

LESSICO

UNITÀ 3

George Washington in un ritratto dell’epoca.

UN BILANCIO Per certi aspetti, la Rivoluzione americana può essere considerata il primo esempio di decolonizzazione: per la prima volta, infatti, gli abitanti di un’area extraeuropea condussero una guerra vittoriosa contro una potenza colonizzatrice, dando vita a un nuovo Stato. In questo caso, però, i ribelli non erano indigeni, erano Europei come i dominatori da cui si volevano liberare. L’analisi della Rivoluzione americana va dunque necessariamente inserita nel contesto culturale e politico dell’Europa, dove divenne ben presto un esempio e un modello da imitare. Gli Europei vedevano nell’esperienza americana la realizzazione delle idee politiche dell’Illuminismo; sembrava che gli ex coloni fossero riusciti a ediicare una società nuova, liberandosi dei retaggi del passato. Ma in realtà, sebbene i protagonisti della Rivoluzione americana si richiamassero ai princìpi dell’Illuminismo, molte di quelle conquiste rivoluzionarie, in America, erano già fatti acquisiti in precedenza. Infatti nelle colonie non esistevano né privilegi feudali, né una società di ordini, né le prerogative della Chiesa di Stato, anche la monarchia risultava lontana. Per questo in America fu più facile che in Europa realizzare uno Stato liberale.

George Washington Il più grande presidente degli Stati Uniti Alla domanda «Chi è stato il più grande presidente degli Stati Uniti?» gli Americani rispondono: «George Washington». E lo stesso Washington era consapevole della sua fama da eroe repubblicano. Tuttavia, quanti lo conobbero e gli parlarono rimasero spesso delusi, poiché non sembrava particolarmente brillante. Certamente non era un intellettuale. Jefferson, il terzo presidente degli Stati Uniti, solitamente generoso nel giudicare gli amici, disse che «i talenti di Washington non erano al di sopra della mediocrità. Non aveva né grandi idee, né scioltezza di parole». In compenso, però, era un accorto uomo di affari: sapeva gestire la sua piantagione a Mount Vernon, traendone profitto. Persino quando era presidente, dedicò buona parte delle sue energie alla cura minuziosa delle sue proprietà. L’essere un buon uomo d’affari e amministrare la piantagione o anche il governo federale in modo efficiente non furono, comunque, le cose che resero Washington un eroe conosciuto in tutto il mondo. Che cosa c’era, dunque, dietro a questo mito? Certamente contribuirono alla sua fama le imprese militari, anche se Washington non fu neppure un eroico condottiero nel senso tradizionale del termine. Il genio di Washington e la sua grandezza agli occhi dei contemporanei stavano piuttosto nel suo temperamento, nella sua personalità. Egli fu, come disse lo scrittore René de Chateaubriand (1768-1848), un «eroe di un

tipo senza precedenti». Fu il suo carattere di virtuoso gentiluomo di campagna del Settecento a metterlo in risalto rispetto agli altri. Una virtù, però, che non gli veniva dalla natura; al contrario, egli dovette coltivarla. E tutti lo intuirono: si trattava di un eroe che si era fatto da sé, e ciò colpì profondamente il mondo illuminista, che valorizzava e voleva uomini capaci di controllare le proprie passioni e il proprio destino. Il salto nella leggenda Fu in ambito politico che Washington fece il suo gesto più teatrale, fu lì che lasciò la sua impronta morale e lì i risultati furono spettacolari. Il più grande gesto della sua vita, quello che lo rese famoso, fu dare le dimissioni da comandante in capo delle forze americane. Quest’atto fu la sua «eredità» ai concittadini. Nessun leader americano ha mai lasciato un segno così importante. Dopo la firma del Trattato di pace di Versailles con la Gran Bretagna e il riconoscimento inglese dell’indipendenza americana nel 1783, Washington sbalordì il mondo quando, il 23 dicembre di quello stesso 1783, consegnò la sua spada al Congresso e si ritirò nella sua fattoria a Mount Vernon. Fu un atto altamente simbolico, un ritiro del tutto consapevole e incondizionato dal mondo della politica: il grande protagonista della guerra d’indipendenza rinunciava perfino agli incarichi che ricopriva per conto della comunità parrocchiale in Virginia. Avrebbe potuto farsi eleggere re o dittatore,

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Una nuova capitale della Storia Una volta delineate le istituzioni del nuovo Stato, occorreva anche trovare una capitale che non avesse legami con il passato coloniale e che fosse «neutrale» rispetto agli Stati federati. Nel 1790 il Congresso decise di costruire una nuova capitale sulle rive del fiume Potomac, in una posizione centrale rispetto alle tredici colonie. Il presidente Washington scelse un’area che si trovava alla confluenza tra il ramo principale e il ramo secondario del fiume, dove sorgevano già tre insediamenti (Georgetown, Alexandria e Hamburg). Vennero sottratti alcuni territori ai due Stati confinanti della Virginia e del Maryland e l’area complessivamente venne dichiarata «distretto federale» e denominata «distretto di Columbia», dal

nome scelto per la nuova città: ecco perché ancora oggi si parla di Washington D.C. (District of Columbia). A partire dal 1792 fu costruita la residenza del presidente, nota come Casa Bianca (vedi fotografia), e dal 1793 venne edificato il Campidoglio, sede del Congresso.

come ricompensa politica dei successi militari (quante volte è capitato nella Storia!), eppure fu sincero nell’esprimere il desiderio che tutti, generali e soldati, tornassero alle rispettive occupazioni private «nel seno di un Paese libero, pacifico e felice»; e tutti, pieni di meraviglia e ammirazione, riconobbero la sua sincerità.

no potesse avere il dubbio che sperasse nel fallimento del governo federale, magari per organizzare un colpo di mano militare.

Un’immagine pubblica da gestire con cura Washington era consapevole dell’effetto che le sue dimissioni avrebbero avuto. Cercava di vivere secondo l’immagine ideale dell’epoca, come un patriota disinteressato che dedica la sua vita alla patria, e sapeva di acquisire col suo gesto una fama istantanea, quasi un moderno Cincinnato. Una volta guadagnato questo patrimonio di autorevolezza morale, Washington fu sempre attento a non dissiparlo. Passò il resto della sua vita a proteggere la propria immagine pubblica e a preoccuparsi di essa in un modo che oggi potrebbe sembrare imbarazzante, ossessivo e perfino egoistico. Ma i suoi contemporanei capirono. Tutti i gentiluomini dell’epoca cercavano scrupolosamente di mantenere intatto l’«onore», cioè la stima dei propri pari. Molte azioni di Washington dopo il 1783 possono essere comprese solo alla luce di questa premura. La più clamorosa fu la sofferta decisione di partecipare alla Convenzione di Filadelfia del 1787: fu soltanto la paura dei sospetti che lo spinse ad aderire, ritrattando la dichiarazione del 1783, perché nessu-

Il ritorno: elezione di un presidente Una volta partecipe, Washington lavorò sodo per la stesura della Costituzione. Dopo l’approvazione del testo costituzionale, egli credette ancora di poter tornare alla tranquillità della casa di Mount Vernon. Ma tutti gli altri si aspettavano che egli diventasse il presidente del nuovo governo nazionale. Washington era già identificato con il Paese. Eletto presidente nel 1789, continuò a interpretare la parte richiesta. Chi pensava che sarebbe diventato un monarca fu smentito dai fatti. Più di qualunque suo contemporaneo pensò costantemente alle generazioni future, ai «milioni che non sono ancora nati», come li chiamò. Gettò le basi dell’autonomia presidenziale e rese il capo dello Stato la figura dominante del governo. Fin dal 1792, prima ancora che terminasse il suo primo mandato presidenziale, Washington espresse il proposito di ritirarsi, questa volta per sempre, a vita privata, ma i suoi consiglieri lo convinsero a rimanere per un secondo mandato. Nel 1796, però, Washington era talmente determinato a ritirarsi che nessuno poté dissuaderlo. Ormai l’America stava cambiando volto. Nella nuova era dei partiti l’influenza personale e il carattere non importavano più. G. Wood, Il mito e il presidente

I LUOGHI DELLA STORIA

La Rivoluzione americana

La Casa Bianca, residenza del presidente degli USA. L’edificio subì gravi danni nell’agosto del 1814, durante la guerra scoppiata tra Gran Bretagna e Stati Uniti (1812-15) per il controllo dei Territori del Nordovest, quando gli Inglesi condussero un’incursione dalle basi canadesi e incendiarono Washington.

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Ottenuta l’indipendenza, quale fu il primo problema da affrontare per le ex colonie? ƒ Perché si scelse la linea federalista per il nuovo Stato americano? ƒ Quando fu approvata la Costituzione? ƒ Come venne organizzato il sistema politico?

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Dal passato al presente Quando nacquero gli Stati Uniti d’America erano una cenerentola della politica internazionale, ma nell’arco di pochi decenni assunsero un ruolo decisivo nel continente americano. Nel Novecento, inine, si impadronirono del primato mondiale che era stato della Gran Bretagna, tanto che questo secolo è stato deinito il «secolo americano». Le eredità che risalgono alla Rivoluzione americana sono davvero molte: sempliicando si potrebbe dire che questo evento influì profondamente sulla storia perché afermò in maniera esplicita alcuni princìpi fondamentali della democrazia moderna, mostrandone al tempo stesso la concreta attuazione. Tutto questo però avvenne gradualmente, in un processo complicato non privo di ostacoli e di contraddizioni, che ricostruiamo con l’aiuto dello storico Guido Abbatista.

L’ideale repubblicano

IERI

Alla loro origine gli Stati Uniti d’America svolgevano un ruolo assolutamente marginale nelle relazioni internazionali ma rappresentavano, pur con molte contraddizioni, un modello di democrazia repubblicana in via di realizzazione OGGI

Gli Stati Uniti d’America detengono da circa un secolo un primato mondiale che risulta tuttora relativamente solido. Continuano a rappresentare, pur con molte contraddizioni, un modello di democrazia repubblicana

La rivoluzione non fu certamente solo una guerra d’indipendenza dai vincoli coloniali o, tanto meno, la conseguenza di un emergente spirito nazionale. I suoi attori combatterono per un mondo politico fondato sui valori del repubblicanesimo, della libertà, della sovranità popolare, dell’eguaglianza giuridica e della tolleranza religiosa. […] Il repubblicanesimo, come venne deinito nella pubblicistica americana soprattutto negli anni della guerra, fu in questo senso più che un credo politico. Fu un modo di pensare a una nuova società priva di aristocrazie, di autorità monarchica, di privilegi ereditari, di distinzioni di nascita. Fu uno stile di pensiero e di vita, tendente a vedere nella pratica della virtù, nella rinuncia spontanea all’interesse egoistico a favore del bene generale e nello spirito patriottico gli strumenti non solo del rinnovamento politico, ma anche della rigenerazione morale dell’individuo e della società. Si trattò di una visione sociale che, anteponendo la comunità all’individuo, i valori del civismo a quelli dell’individualismo, presentava aspetti e tendenze paradossalmente retrograde. Il nuovo mondo politico e sociale inaugurato dalla rivoluzione aveva coinciso dopotutto con l’afermazione di idee individualistiche, che consideravano essenziale il libero perseguimento dell’interesse privato mediante il talento, il lavoro, l’intraprendenza. Come avrebbe potuto una società basata sulla libertà, sui diritti dell’individuo e sulla ricerca del proitto e dell’afermazione personale salvaguardare i valori comunitari, patriottici e di abnegazione di cui si nutri-

va il civismo repubblicano? […] Da questo punto di vista, la rivoluzione fu all’origine piuttosto di processi di lunga durata, di cui pose i fondamenti politici e sociali, che dell’immediata trasposizione di valori ideali dall’empireo della teoria alla dura realtà storica. La sovranità popolare, per esempio, benché richiamata in modo esplicito dalla Dichiarazione d’indipendenza, rimase a lungo un ideale imperfettamente applicato. […] Solo con il 1787, […] si può dire che nacquero uno Stato nazionale e un governo basati su una costituzione espressa dalla volontà sovrana del «popolo americano» e fondata sulla distinzione tra legge fondamentale – promanante dal potere costituente del popolo sovrano – e legge ordinaria: uno dei contributi più originali al costituzionalismo moderno. Ambiguità ed esitazioni del processo rivoluzionario si manifestarono anche in tema di rappresentanza. Durante l’epoca coloniale le élites locali, arroccate nelle assemblee, avevano cercato di limitare la concessione della rappresentanza alle nuove comunità formatesi per efetto dell’immigrazione e della colonizzazione […]. La rivoluzione favorì la maturazione dell’idea di rappresentanza verso accezioni moderne, incompatibili con gli aspetti elitari che la politica coloniale ancora presentava. L’idea tradizionale di rappresentanza come privilegio spettante a entità corporate (città, parrocchie, contee, Stati) cominciò a essere afiancata da una in cui la rappresentanza era considerata un diritto individuale, secondo

La Rivoluzione americana

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Il 3 settembre 1777 sventolò per la prima volta la bandiera americana: era formata da tredici strisce rosse e bianche e tredici stelle, in rappresentanza delle tredici colonie. Successivamente ha mantenuto le tredici strisce, ma le stelle sono diventate cinquanta, tante quanti sono gli Stati che compongono gli USA.

dizione di inferiorità nella famiglia e nella coppia, per esempio, le donne permasero in uno stato di subordinazione legale agli uomini. […] Quanto agli indiani – gli «spietati indiani» della Dichiarazione d’indipendenza –, la rivoluzione non coincise certo con un miglioramento delle loro sorti, inaugurando anzi un processo che avrebbe portato alla loro pressoché totale cancellazione dalla storia americana. In conclusione, «la rivoluzione americana» ha sostenuto Frey «produsse un lascito ambiguo. Essa creò l’illusione di una giovane nazione unita attorno ai prin-c i p i di libertà e di eguaglianza, mentre nei fatti, in dall’inizio, esistettero odiose divisioni secondo linee geograiche, demograiche e ideologiche». […] Come ha afermato Jack Pole, «la rivoluzione aveva posto un’arma nelle mani degli oppressi. Si trattava di più che un insieme di leggi: era un linguaggio […] La lotta per l’eguaglianza poteva nel futuro essere combattuta con il linguaggio della repubblica».

CALUMET Termine probabilmente d’origine francese, a sua volta derivato dal latino calamus «canna», indica una pipa sacra fumata dagli indiani dell’America settentrionale nelle riunioni importanti con intenti cerimoniali. Era fumata, per esempio, per consacrare gli accordi di pace tra le tribù, da qui l’espressione «fumare il calumet della pace». WASHINGTON Il nome originario della città era District of Columbia ma nel 1800 si decise di adottare per la capitale il nome del padre della patria George Washington. Washington è anche il nome di uno degli Stati federali che costituiscono gli USA.

PAROLE IN EREDITÀ

il principio «un uomo, un voto». Pur restando ovunque limiti censitari al sufragio, nella maggior parte degli Stati (cui spettò la regolamentazione del diritto di voto) i meccanismi rappresentativi furono riformati in base a criteri demograici e vennero accolte le istanze (antecedenti alla rivoluzione) di abbassamento dei requisiti di censo. Da questo punto di vista la rivoluzione produsse una democratizzazione relativa della politica locale e l’indebolimento delle élites tradizionali. Tuttavia il diritto di voto, per quanto ampiamente difuso, specie se rapportato alla situazione inglese, continuò a dipendere dalla proprietà e dal sesso maschile. […] Ancora una volta, però, va precisato che tutto questo agì più nel senso dell’introduzione di un lievito egualitario nelle relazioni sociali, che non dell’efettiva attenuazione delle diseguaglianze di proprietà, cultura, prestigio, potere politico e condizione sociale. Ciò è vero soprattutto se si considerano la condizione femminile e il destino dei neri schiavi e delle minoranze etniche. Escluse dai diritti politici e in con-

George Washington, venne eletto primo presidente ed entrò in carica il 4 febbraio 1789.

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COMPETENZE: USARE LE FONTI

La Dichiarazione d’indipendenza DOCUMENTO

La tensione che si era creata fra i coloni americani e la Gran Bretagna tra il 1764, dall’imposizione dello Sugar Act, e il 1773, con il Tea Act, si espresse dapprima in manifestazioni di protesta che rivendicavano il principio del «No taxation without representation» e inine in una vera e propria lotta per l’indipendenza dalla madrepatria. La Dichiarazione del 4 luglio 1776, redatta dal giovane avvocato della Virginia Thomas Jeferson, poco dopo l’inizio delle ostilità, racchiude i princìpi fondamentali elaborati dalla cultura dell’illuminismo europeo. Si fa riferimento al linguaggio del deismo quando si parla di «legge di natura» o del «Dio della natura», «Supremo giudice dell’Universo», si tocca l’egualitarismo di Rousseau nell’espressione «tutti gli uomini sono creati uguali», ma si richiama anche Locke nel diritto alla ribellione di fronte al tiranno.

[...] Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. Che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo Governo, che si fondi su quei princìpi e che abbia i propri poteri ordinati in quella guisa che gli sembri più idoneo al raggiungimento della sua sicurezza e felicità. La prudenza, invero, consiglierà di non modificare per cause transeunti e di poco conto Governi da lungo tempo stabiliti; e conformemente a ciò l’esperienza ha dimostrato che gli uomini sono maggiormente disposti a sopportare, finché i mali siano sopportabili, che a farsi giustizia essi stessi abolendo quelle forme di Governo cui sono avvezzi. Ma quando un lungo corteo di abusi e di usurpazioni, invariabilmente diretti allo stesso oggetto, svela il disegno di assoggettarli a un duro Dispotismo, è loro diritto, è loro dovere, di abbattere un tale Governo, e di procurarsi nuove garanzie per la loro sicurezza futura. Tale è stata la paziente sopportazione di queste Colonie; e tale è ora la necessità che le costringe ad alterare i loro antichi sistemi di governo. […] Ad ogni successivo stadio di questa oppressione abbiamo chiesto giustizia in termini umilissimi; alle nostre rinnovate petizioni è stato sempre risposto con rinnovati insulti. Un principio, il cui carattere tirannico si manifesta con simili atti, non è degno di reggere un popolo libero. Né

mancammo di riguardo ai nostri fratelli britannici: di tempo in tempo li abbiamo avvertiti dei tentativi del Governo di sottoporci ad una giurisdizione ingiusta ed abbiamo loro rammentato le circostanze della nostra emigrazione e del nostro stabilimento in questi paesi. Invocando i princìpi di giustizia e di magnanimità innati nella nazione inglese, li abbiamo scongiurati in nome dei legami di sangue che ci uniscono, a sconfessare quelle usurpazioni, che avrebbero inevitabilmente rotto tra noi ogni comunione e rapporto. Essi sono rimasti sordi alla voce della giustizia e del sangue.

Benjamin Franklin, John Adams e Thomas Jefferson stanno scrivendo la Dichiarazione d’indipendenza del 1776, in una litografia tratta da un dipinto di Jean Léon Gérôme Ferris.

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Ci troviamo dunque costretti a cedere alla necessità, dichiarando il nostro distacco e considerandoli, come consideriamo il restante dell’umanità, nemici in guerra, in pace amici. Noi, pertanto, rappresentanti degli Stati d’America, riuniti in Congresso generale, appellandoci al Supremo Giudice dell’universo quanto alla rettitudine delle nostre intenzioni, solennemente proclamiamo e dichiariamo, in nome e per autorità dei buoni popoli di queste Colonie, che queste Colonie Unite sono, e devono di diritto essere Stati liberi e indipendenti; che sono disciolte da ogni dovere di fedeltà verso la Corona britannica e che ogni vincolo politico fra di

esse e lo Stato di Gran Bretagna è e dev’essere del tutto reciso; e che quali Stati Liberi e Indipendenti, esse avranno pieno potere di muovere guerra, di concludere la pace, di stipulare alleanze, di regolare il commercio, e di compiere tutti quegli altri atti che gli Stati Indipendenti possono di diritto compiere. E a sostegno della presente Dichiarazione, con ferma fiducia nella protezione della Divina Provvidenza, noi offriamo reciprocamente in pegno le nostre vite, i nostri averi ed il nostro sacro onore. A. Prosperi, La Storia moderna attraverso i documenti, Zanichelli

Immagine per chiudere

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

Perché il popolo si sottomette al ƒ potere legislativo? ƒ Quali sono i motivi che giustificano il diritto all’indipendenza? ƒ Qual è il rapporto con i «fratelli britannici»? ƒ Perché nella Dichiarazione è presente un richiamo religioso? ƒ Qual è la differenza tra il diritto alla ricerca della felicità e il diritto alla felicità? Perché la Dichiarazione fa riferimento al primo? ƒ Quali sono i diritti inalienabili degli uomini? ƒ Perché i coloni, nella volontà di separarsi dalla madrepatria, ritengono di agire mossi dalla necessità?

Quali erano gli aspetti comuni ƒ delle colonie americane? Quali le differenze? ƒ Perché la guerra dei Sette anni alimentò il contrasto tra i coloni e la madrepatria? ƒ Chi erano i lealisti e gli indipendentisti? Che cosa sostenevano? ƒ Quali sono le caratteristiche dello Stato nato dalla guerra d’indipendenza americana?

ƒ Prima e Dopo ƒ Video - Le bandiere della Rivoluzione americana ƒ Immagine commentata - Gli Indiani e William Penn ƒ Online DOC - Il funerale dello Stamp Act

Litografia del 1846 di Nathaniel Currier che illustra la distruzione del tè inglese da parte di coloni travestiti da indiani a Boston. Washington, Libreria del Congresso.

RIELABORARE, DISCUTERE, REINTERPRETARE L’Illuminismo e la Rivoluzione ƒ americana hanno affermato princìpi ancora oggi ritenuti fondamentali: quali sono i diritti che l’età dei Lumi ha trasmesso al mondo contemporaneo?

ƒ Online STO - Da puritani a yankee ƒ Online STO - Un’ipotesi interpretativa: le rivoluzioni atlantiche ƒ Audiosintesi Unità 3

IN DIGITALE

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MISURARE LE COMPETENZE

GLI EVENTI

IL TEMPO

Completa la frase.

Unisci opportunamente avvenimento e data, indicando il numero corrispondente della data nella colonna a destra di ogni avvenimento.

1. Le colonie inglesi in America erano governate da esponenti locali del territorio da governatori affiancati da un consiglio e da assemblee direttamente dalla Gran Bretagna

Avvenimento a Arrivo dei Padri pellegrini nell’America del Nord

2. Il sistema economico e sociale delle colonie era differenziato fra colonie del Nord e quelle del Sud differenziato fra colonie dell’Ovest e quelle dell’Est omogeneo: non c’erano differenze economiche fra Nord e Sud

b Protesta di Boston per il Tea Act c

Dichiarazione di indipendenza

d Inizio della guerra con il Regno Unito e Trattato di Versailles f

Prima sconfitta degli Inglesi

g Capitolazione degli Inglesi

3. L’obiettivo dei coloni ribelli era inizialmente di avere una rappresentanza nel Parlamento di Londra sovvertire l’ordine costituito cacciando i governatori diventare una repubblica indipendente 4. Dopo l’introduzione del Tea Act i coloni presero le armi e iniziarono la guerra si riunirono in Congresso e decisero di combattere per l’indipendenza chiesero aiuto alla Francia per combattere l’Inghilterra

h Definizione della Costituzione degli Stati Uniti Data 1

1620

2 1773 3 4 luglio 1776 4 1776 5 1777 6 1781 7 1783

5. Il 4 luglio 1776 iniziò la guerra contro la Gran Bretagna i coloni convocarono il secondo congresso Continentale votarono la Dichiarazione d’indipendenza 6. La Costituzione americana era repubblicana e confederale repubblicana e federale riconosceva la monarchia inglese

LE PAROLE Definisci le seguenti espressioni: a. madrepatria b. società multietnica c. boicottaggio d. federazione e. confederazione f. emendamento g. decolonizzazione

8 17 settembre 1787

VERSO L’ESAME DI STATO a. Rispondi alle seguenti domande. ƒDa chi erano abitati i territori delll’America del Nord prima dell’arrivo degli Europei? ƒChi erano i coloni arrivati nell’America del Nord nel XVII secolo? ƒCome erano organizzate le colonie inglesi? ƒPerché i coloni iniziarono una protesta che diventò una guerra? ƒQuali caratteristiche presenta la Costituzione americana? b. Il saggio breve: interpreta e confronta i seguenti documenti. ƒp. 83 – Il funerale dello Stamp Act ƒp. 92 – La dichiarazione d’indipendenza Successivamente, utilizzando anche le tue conoscenze, sviluppa l’argomento proposto nella forma del saggio breve, attribuendo alla composizione un titolo appropriato. Argomento. La rivendicazione dei diritti del cittadino nell’origine degli USA

CITTADINI ADESSO

Da che parte stai? Il cittadino e la partecipazione al governo dello Stato Spesso si sente dire che i giovani sono poco interessati alla politica, o che la politica li trascura. Ma che cos’è «la politica», e perché dovremmo occuparcene? La politica non è altro che il governo dello Stato: è l’insieme di azioni compiute per gestire tutti gli aspetti della vita di un Paese: l’istruzione, le infrastrutture, la sanità, e così via. La Costituzione italiana sottolinea l’importanza della partecipazione alla vita politica sin dal suo primo articolo, che aferma: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nei modi e nelle forme della Costituzione».

La Rivoluzione americana

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«Sovranità» signiica potere di comando sullo Stato e sul suo territorio; nelle democrazie appartiene al popolo, non a chi governa. I cittadini di una democrazia godono infatti di un diritto fondamentale: quello di votare per eleggere i loro rappresentati. Votare signiica far contare la propria opinione sulla gestione dello Stato; votare è un diritto che i sudditi delle monarchie assolute del passato non avevano, e che è negato a chi vive in una dittatura. Il popolo di norma non esercita la sovranità in modo diretto (è difficile far partecipare ciascuno dei milioni di cittadini a tutte le decisioni politiche); lo fa eleggendo i propri rappresentanti nelle assemblee che governano a livello locale, nazionale e sovranazionale (i Consigli degli enti locali, il Parlamento italiano e quello europeo): questa è l’essenza della democrazia «rappresentativa», alla quale si affiancano strumenti di democrazia «diretta», come i referendum.

1. LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA La Costituzione italiana non solo stabilisce che «la sovranità appartiene al popolo», ma detta anche una serie di regole finalizzate a garantire a tutti i cittadini il diritto di partecipare attivamente alla politica. Per questo, ad esempio, stabilisce alcune norme a protezione del diritto di voto, che deve essere esercitato secondo le regole del suffragio universale e deve essere libero. Art. 1: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 48: Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. […] Art. 49: Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Art. 51: Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. […]

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CITTADINI ADESSO

2. COME DEVONO ESSERE LE ELEZIONI maggiorenni, senza distinzione di sesso, razza, censo, opinioni. Non solo: il voto deve essere personale (nessuno può pretendere di votare per altri) e uguale (non ci sono cittadini il cui voto vale di più, ad esempio il doppio); ƒperiodiche: i rappresentanti non sono eletti a vita ma devono essere scelti periodicamente. DEMOCRAZIA È quella forma di governo in cui il potere appartiene al popolo; essa assicura l’uguaglianza e la libertà di tutti i cittadini.

LESSICO

Senza diritto di voto non c’è democrazia. Ma perché la democrazia sia reale non basta che le elezioni vengano svolte: ad esempio, un Paese nel quale si è costretti a votare in un certo modo è un Paese autoritario. Per assicurare l’effettivo esercizio del voto democratico, la nostra Costituzione afferma che le elezioni devono essere: ƒlibere: i cittadini devono poter scegliere chi votare come proprio rappresentante e qualunque cittadino deve potersi candidare come possibile rappresentante. Inoltre, perché sia libero il voto deve essere segreto (ciascun cittadino ha il diritto di non rivelare per chi vota); ƒa suffragio universale: devono poter votare tutti i cittadini

3. ELETTORI E CANDIDATI di rappresentanti in un’assemblea forma la «maggioranza». Nel caso del Parlamento, la maggioranza può facilmente approvare le leggi che ritiene giuste e, sostenendo un governo di sua fiducia, può governare il Paese. Con il susseguirsi delle elezioni le maggioranze cambiano, e spesso passano da uno schieramento all’altro (ad esempio, da una coalizione di partiti conservatori a una coalizione di partiti progressisti). Questo fenomeno, detto di «alternanza», è uno dei cardini della democrazia. PARTITI Sono gruppi organizzati di cittadini che operano per ottenere, con le elezioni, la gestione di una comunità politica. Tale gestione avviene mettendo in pratica idee comuni ai suoi iscritti e simpatizzanti: ciascun partito rappresenta dunque l’interesse di «una parte» dei cittadini.

LESSICO

Ciascun cittadino deve avere la possibilità di farsi eleggere: un sistema di governo che limiti il diritto dei cittadini (che non siano condannati per gravi reati) di occuparsi attivamente di politica assume caratteristiche autoritarie e antidemocratiche. Ma come si arriva a diventare, ad esempio, sindaco o deputato? Innanzitutto, non si può agire come cittadini isolati: è necessario aderire a un movimento politico. In democrazia infatti ogni cittadino ha il diritto di iscriversi a un partito e di crearne uno nuovo; questo diritto ha pochi ma precisi limiti: ƒla Costituzione italiana vieta i partiti che sostengono idee antidemocratiche (il razzismo, la dittatura); ƒproibisce le associazioni politiche segrete (cioè i cui obiettivi non siano pubblici) e vieta la ricostruzione del partito fascista. Se, con le elezioni, un partito riesce a ottenere uno o più seggi (posti) nell’assemblea dei rappresentanti dei cittadini, può partecipare al governo della cosa pubblica attraverso i propri membri. Il partito o la coalizione di partiti che ottiene il maggior numero

4. SCEGLIERE I PROPRI RAPPRESENTANTI Per arrivare a governare, i partiti propongono agli elettori i candidati da eleggere e i programmi da realizzare: gli elettori attribuiscono il proprio voto in base alle diverse «offerte» disponibili. Ma in che modo ciascun cittadino arriva a scegliere un certo candidato o un certo movimento politico? Oggi molti elettori sono disorientati di fronte alla politica. Innanzitutto, spesso vi associano connotazioni negative, soprattutto per i gravi fenomeni di corruzione di cui talora i politici sono riconosciuti responsabili. I partiti vengono inoltre accusati di agire unicamente per acquisire il consenso del «mercato elettorale», abbandonando poi i cittadini ai loro problemi. Infine, in tempi recenti la politica ha quasi abbandonato il riferimento alle classificazioni tradizionali (destra, sinistra, centro) o quello a specifici gruppi sociali come propri elettori (ad esempio, gli operai) in uso sino ad alcuni anni fa. Di conseguenza, molti rinunciano a votare. Occorre invece informarsi e approfondire i temi proposti, senza fermarsi agli slogan. È necessario capire quali possano essere le conseguenze di una o dell’altra proposta sulle nostre vite e su quelle della comunità in cui viviamo, se le proposte corrispondono ai nostri valori e se

sono realmente applicabili, se le affermazioni su cui si basano sono fondate su dati veri, se siamo più in sintonia con movimenti conservatori o progressisti, e così via. L’unico modo per far rinascere la politica è parteciparvi attivamente.

L’aula di Montecitorio, a Roma, sede della Camera dei Deputati.

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5. PARTECIPARE ALLA DEMOCRAZIA Esistono diversi modi – diretti o indiretti – di intervenire nella vita politica. Ecco quali sono previsti dalla Costituzione italiana. LA COSTITUZIONE PREVEDE

ELEZIONE DEI PROPRI RAPPRESENTANTI

VOTARE PER IL REFERENDUM ABROGATIVO Il cittadino vota «sì» per abrogare (cancellare) una determinata legge, oppure vota «no» per lasciarla invariata. Il referendum è valido solo se viene raggiunto il cosiddetto quorum, cioè se vota almeno la metà (più uno) degli elettori. La Costituzione italiana non prevede referendum propositivi, attraverso i quali ai cittadini venga sottoposta una legge da approvare.

Elezioni politiche

Elezioni europee

PROPORRE LEGGI DI INIZIATIVA POPOLARE

PROPORRE PETIZIONI POPOLARI

La Costituzione prevede che le proposte di legge possano provenire dai cittadini, purché vengano presentate da almeno 50 000 elettori (per mezzo di una raccolta di firme). Se validamente avanzata, il Parlamento ha l’obbligo di discutere la proposta. Inoltre il «diritto d’iniziativa dei cittadini europei» consente a un milione di cittadini europei di invitare la Commissione europea a presentare una proposta legislativa su un determinato tema.

Secondo la Costituzione italiana, tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità. Inoltre i cittadini dell’Unione Europea (e le organizzazioni che hanno sede nel territorio dell’Unione) possono presentare una petizione al Parlamento europeo su una materia che li concerne.

Elezioni amministrative

Palazzo Madama, a Roma, sede del Senato.

UNITÀ 3

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CITTADINI ADESSO

6. EDUCARE ALLA PARTECIPAZIONE Il Novecento è stato il secolo dei grandi totalitarismi: nazismo, fascismo, stalinismo, dittature che hanno raccolto il consenso delle popolazioni mediante azioni di propaganda condotte attraverso i mezzi di comunicazione di massa e mirate ad acquisire il potere e a gestirlo in modo autoritario. Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, con il ritorno alla democrazia, nei Paesi occidentali ci si è sforzarti di attuare un’«educazione alla cittadinanza» al fine di consolidare questa idea di governo e radicarla nei cittadini, per evitare che le masse possano affidare nuovamente il proprio consenso a dittature totalitarie. Purtroppo nelle epoche di crisi sociale ed economica si accentua una generale sfiducia nei confronti dello Stato: il grafico qui sotto indica la progressiva disaffezione degli Italiani alla politica, evidenziando come la percentuale di cittadini italiani che si recano a votare sia scesa visibilmente negli ultimi anni. Con le crisi, e con la disillusione nei confronti della politica, crescono i rischi di una sottomissione acritica dei cittadini a parti politiche che si dichiarano forti e decisioniste, a scapito delle libertà democratiche. La democrazia – che, nonostante i suoi difetti, è l’unica forma di governo che assicura la libertà e ricerca l’uguaglianza – è un sistema fragile; il solo modo di affermarlo è radicarlo in ciascun cittadino attraverso l’istruzione. AFFLUENZA ALLE ELEZIONI PARLAMENTARI IN ITALIA (%) % 100 95 93 90

94

95

95

95

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1994

1996

2001

2006

2008

2013

COMPRENDERE E CONTESTUALIZZARE

RIELABORARE E DISCUTERE

ƒ Che cosa prevede l’art. 48 della Costituzione? Quali sono le caratteristiche che deve avere il voto per essere espresso in modo democratico? ƒ Che cos’è un partito? ƒ Osservando lo schema di pagina precedente, spiega quali forme di partecipazione al governo dello Stato sono espressione di democrazia diretta e quali sono espressione di democrazia rappresentativa. ƒ In che modo un cittadino può ottenere la carica di parlamentare?

ƒ In quali anni almeno l’80% dei cittadini italiani ha votato alle elezioni parlamentari? Quando la percentuale dei votanti ha iniziato a scendere? ƒ Svolgi una ricerca su internet sulle cause di questo progressivo disinteresse. Quali sono? Si tratta di un problema solamente italiano? In che modo si potrebbe rimediare?

UNITÀ 4

99

La Rivoluzione francese PRIMA: Gli obblighi dei sudditi e i diritti del sovrano Nell’Antico regime erano in primo piano gli obblighi dei sudditi e conseguentemente i diritti del sovrano. I sudditi innanzitutto dovevano sottomettersi all’autorità assoluta del re che derivava dall’alto, come sostenevano i teorici dell’origine divina del potere monarchico.

CAUSE

EVENTI

CONSEGUENZE

Resistenza della nobiltà e del clero alle riforme della monarchia

X

Si diffonde la notizia che il re vuole sciogliere l’Assemblea Costituente

X

Rivolta e pressioni del Terzo stato

X

1789: Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino

X

Fine dei privilegi di ordine: viene stabilita l’uguaglianza giuridica

Tentativo di fuga del re e prove del suo tradimento

X

21 gennaio 1793: Esecuzione della condanna a morte di Luigi XVI

X

Inizia il periodo più drammatico della rivoluzione

Vittoria di Fleurus e rifiuto dell’intransigenza del Terrore

X

27 luglio 1794: Colpo di Stato del 9 termidoro

X

Con l’esecuzione di Robespierre si assiste a una svolta moderata

Difficoltà determinate dalla guerra indeboliscono il governo

X

9 novembre 1799: Colpo di Stato del 18 brumaio

X

Svolta autoritaria e inizio dell’ascesa di Napoleone

5 maggio 1789: Riunione degli Stati Generali 14 luglio 1789: Presa della Bastiglia

X X

Il Terzo stato contesta i privilegi di nobiltà e clero Inizia la rivoluzione

DOPO: Gli obblighi del sovrano e i diritti del cittadino La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) e poi la Costituzione (1791) rovesciarono radicalmente l’impostazione dell’Antico regime. La Dichiarazione affermava che tutti gli uomini erano uguali e godevano di diritti naturali, cioè precedenti all’autorità del re; la Costituzione sottoponeva il sovrano al rispetto della legge emanata dal Parlamento. In quest’ottica il potere regale derivava dal basso, cioè dai cittadini che costituivano la nazione.

UNITÀ 4

100

1. La crisi dell’Antico regime in Francia LA SITUAZIONE ECONOMICA E SOCIALE

I PROTAGONISTI

Alla ine del Settecento, mentre in Inghilterra iniziava a svilupparsi la rivoluzione industriale, l’economia francese era ancora essenzialmente agricola: circa l’80% della popolazione lavorava la terra. Era un’agricoltura arretrata rispetto a quella inglese: in Francia il 30% delle terre era di proprietà dell’aristocrazia, quasi il 10% era nelle mani del clero, il resto era diviso generalmente in piccole proprietà. I nobili imponevano ai contadini pesanti oneri feudali (percentuali sul raccolto, corvées ecc.). In alcune regioni esistevano ancora forme di servitù che limitavano le libertà personali del contadino, come quella di sposarsi. La situazione dei ceti popolari si aggravava negli anni di carestia e di sottoproduzione. Il Terzo stato rappresentava il 98% della popolazione, la nobiltà circa l’1,5%, il clero lo 0,5%. I tre ordini erano eterogenei al proprio interno, poiché esistevano grandi diferenze economiche e sociali tra l’alto clero dei vescovi e il basso clero dei parroci di campagna, tra la grande nobiltà proprietaria di latifondi e la cosiddetta «plebe nobiliare» priva di risorse, e inine tra l’alta borghesia dei inanzieri, dei professionisti e dei commercianti più facoltosi e la piccola borghesia degli artigiani, dei bottegai o dei contadini poveri. Ma era marcata soprattutto la divisione tra i primi due ordini e il Terzo stato, una divisione basata sui privilegi. La nobiltà e il clero sostanzialmente non pagavano tasse, che gravavano quasi per intero sul Terzo stato. Inoltre, solo gli appartenenti ai primi due ordini potevano accedere alle alte cariche dello Stato e ai gradi superiori dell’esercito.

Joseph Duplessis, Jacques Necker, 1871 ca. Ginevra, Castello di Coppet.

Un protestante alla corte del re, Jacques Necker Di origine borghese, Jacques Necker è aristocratico nell’aspetto e nella condotta fin da giovane. Entrato nella banca Vernet come semplice commesso, apprende e domina il gioco del credito con tale rapidità e abilità che a poco più di vent’anni è già contitolare dell’impresa nella sede parigina della banca da lui fortemente voluta. Nella Parigi di Luigi XV, la sua banca diviene la prima creditrice del Tesoro pubblico, non senza speculazioni dello stesso Necker, che riesce a trarne personale profitto. Nel 1764 sposa Suzanne Curchod, seducente ginevrina, a Parigi in cerca di fortuna: e lui è un buon partito, ricchissimo e autorevole nel mondo bancario europeo. L’intraprendente moglie apre nel frattempo i salotti agli intellettuali parigini e stranieri: da Diderot a Grimm a Galiani. L’aristocrazia negata dalla nascita è ormai stata conquistata sul campo. Compiuti quarant’anni, Necker decide il salto nella politica, avendo capito che la società in cui si è collocato brillantemente vive sul bordo dell’abisso. L’unico ostacolo è la sua fede

protestante che non gli permette di essere ministro di «Sua Maestà Cristianissima il Re di Francia». La soluzione è pronta: nel 1776 è nominato direttore generale delle Finanze, senza il rango ma con i poteri di un ministro. La Francia che si trova di fronte Necker è tutta da rifare. Ci prova, con l’idea di salvare la monarchia, ma i nobili non cedono sui loro privilegi e i ricchi del Terzo stato chiedono troppo: la via delle riforme è impervia. Sfruttando la sua capacità di banchiere riesce solo a rimpinguare le casse dello Stato trovando sempre nuovi prestiti, risultato che ottiene anche con il rendiconto del 1781. Anch’esso sarà un fallimento e Necker si dimette a soli novanta giorni dalla pubblicazione. Non è un abbandono: le relazioni pubbliche dei salotti della moglie lo aiutano. C’è una nuova allieva, la figlia Germaine, nota al mondo come Madame de Staël. Con al fianco le sue custodi, Necker prepara la rivincita e pubblica un nuovo saggio volutamente provocatorio, il Trattato sull’amministrazione delle finanze; il monito è che bisogna rivedere le imposte

La Rivoluzione francese

101

LA CRISI FINANZIARIA Il problema più grave che la Francia dovette afrontare nella seconda metà del Settecento fu la crisi inanziaria dello Stato. Il bilancio era in deicit soprattutto a causa delle spese militari, di quelle per il mantenimento della corte e per le rendite dei nobili. Per far fronte al deicit, i ministri del re inasprivano il carico iscale e ricorrevano a prestiti da parte dei cittadini. Nel 1781 la situazione era tanto grave che il ministro delle Finanze Jacques Necker (1732-1804) arrivò a falsiicare il rendiconto inanziario, facendo risultare il bilancio dello Stato in attivo per non scoraggiare il prestito dei cittadini. Nel corso degli anni Ottanta, i successori di Necker compresero che l’unica soluzione era una riforma radicale: occorreva estendere la tassazione ai ceti privilegiati, cioè alla nobiltà e al clero. Tale proposta suscitò ovviamente la resistenza dei ceti interessati. Fra il 1787 e il 1788 la nobiltà fece pressioni sul re Luigi XVI (1774-1793) ainché venissero convocati gli Stati Generali, l’assemblea composta da rappresentanti del clero, della nobiltà e del Terzo stato, provenienti da tutta la Francia. Infatti solo questa assemblea, che non veniva convocata dal 1614, poteva approvare l’imposizione di nuove tasse. Il re acconsentì a convocare gli Stati Generali nel 1789. È interessante osservare che la scelta di convocare gli Stati Generali, da cui sarebbe scaturita la rivoluzione, fu il risultato dell’opposizione della nobiltà al tentativo di smantellare i suoi privilegi.

Costumi da cerimonia dei tre ordini presenti agli Stati Generali: in basso da sinistra clero e nobiltà; in alto, Terzo stato. Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia.

e tagliare le rendite, perché solo pagando qualche prezzo si può evitare di dover perdere tutto. Proprio perché vuole la sopravvivenza della monarchia, indica la strada nella perdita di privilegi feudali. Luigi XVI, vedendo in lui un realista e non un repubblicano, lo richiama nel 1788: è troppo tardi, gli Stati Generali sono alle porte. Il discorso di apertura dell’Assemblea del 5 maggio 1789 tocca a lui e non piace a tutti perché invita nobili e clero a rinunce economiche. Ai primi di luglio Necker è nuovamente dimesso, per essere richiamato da un Luigi disperato dopo la presa della Bastiglia. Posto fra trono e popolo, Necker è ormai nell’impossibilità di compiere una mossa giusta: i suoi progetti fiscali e finanziari non sono più ascoltati da chi mira ad abbattere i pilastri del regime feudale e a proclamare i diritti dell’uomo. Necker è ormai un uomo del vecchio tempo e non trova più posto nella nuova Francia. Ritiratosi dalla vita pubblica, muore nel 1804 per un improvviso attacco febbrile.

102

SANCULOTTO È il nome con il quale gli aristocratici francesi definivano i rivoluzionari che non indossavano il tipico indumento maschile dell’epoca, le culottes, cioè i pantaloni al ginocchio, ma i calzoni lunghi: di qui appunto l’espressione sans («senza») culottes. I sanculotti vengono rappresentati nelle stampe dell’epoca con pantaloni lunghi di tela a righe, bretelle, carmagnole (una giacca corta p. 107), berretto rosso e coccarda tricolore, armati di picca, come se indossassero un’uniforme. I sanculotti parigini erano per lo più artigiani e salariati, che diedero vita a un movimento popolare caratterizzato da posizioni radicali.

LESSICO

UNITÀ 4

La crisi dell’Antico regime sfociò in Francia in una rivoluzione, cioè in un cambiamento, violento e relativamente rapido, del sistema politico e sociale. La rivoluzione coinvolse in misura e con funzioni diverse tutti gli strati della società francese: dalla nobiltà – più o meno illuminata – alla borghesia, dal clero ai contadini, dall’esercito ai sanculotti delle città. Questo violento cambiamento tentò di cancellare i privilegi e gli abusi – soprattutto di carattere iscale – presenti nella società del Settecento. Si trattava di disuguaglianze inconciliabili con le esigenze di rinnovamento e di modernizzazione avanzate dai ceti emergenti. Infatti il Terzo stato, benché costituito da persone con attività e ricchezza molto diverse, si trovò unito nel desiderio di rivendicare i propri diritti politici contro i privilegi dell’Ancien régime. Una grande influenza fu esercitata anche dal pensiero illuminista e dall’esempio della Rivoluzione americana: la Dichiarazione d’indipendenza – con la formulazione dei diritti dell’uomo – era il vero «vangelo politico» dei Francesi. Per comprendere bene la rivoluzione, bisogna anche far riferimento, oltre alle spinte ideologiche, a cause più immediate: ƒla crisi dell’agricoltura e del settore manifatturiero che, a partire dal 1780, generò carovita e disoccupazione; ƒl’impopolarità del sovrano e della regina Maria Antonietta, la moglie austriaca di Luigi XVI, che il popolo sentiva estranea alle vicende della Francia. LE CAUSE DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE

GUIDA ALLO STUDIO

I PROTAGONISTI

ƒ Quali problemi affliggevano la Francia alla fine del Settecento? ƒ Perché furono convocati gli Stati Generali? ƒ Quali furono le cause più immediate della rivoluzione?

Élisabeth Vigée-Le Brun, Maria Antonietta con la rosa, 1783. Versailles, Museo del Castello. MAGAZINE

LA RIVOLUZIONE: IL RISULTATO DI CAUSE DIVERSE

CINEMA E STORIA

Marie Antoinette Pag. 204

Cause finanziarie

Æ Crescita del debito pubblico.

TUTOR Fallimento dei tentativi di Æ riforma.

Cause economiche

Æ

Æ Carovita, disoccupazione.

Cause sociali

Incompatibilità dell’organizzazione della Æ società di Antico regime con le spinte al cambiamento.

Malcontento della borghesia, priva di diritti Æ politici nonostante il suo peso economico.

Cause politiche

Æ

Æ

Crisi dell’agricoltura e del settore manifatturiero.

Debolezza e impopolarità della monarchia.

Opposizione di tutti e tre gli ordini sociali.

Maria Antonietta, l’austriaca Nata a Vienna il 2 novembre 1755, Maria Antonietta era l’ultima figlia dell’imperatrice austriaca Maria Teresa. Quando sposò (1770) Luigi XVI, aveva quindici anni ed era del tutto impreparata ad affrontare il ruolo cui i maneggi della madre l’avevano destinata. Quasi immediatamente si formò su di lei una leggenda nera di cui la regina non si liberò fino alla morte. Soprattutto le difficoltà della sua vita coniugale suscitarono subito i pettegolezzi della corte. E così, mentre il re era pubblicamente deriso, lei divenne per la maggioranza dei Francesi una nuova Messalina, una donna rotta a ogni vizio. La regina, inoltre, s’immischiò ben presto, in modo goffo e imprudente, nei contrasti politi-

ci che dividevano la corte: si schierò ovviamente dalla parte della fazione filoaustriaca e così per i più diventò l’«austriaca», una donna avida di potere che approfittava della debolezza del marito per fare gli interessi del suo Paese d’origine. La rivoluzione, infine, fornirà ai Francesi un’ulteriore occasione di odio per la regina. Maria Antonietta, infatti, si mostrò subito intransigente di fronte alle richieste del Terzo stato. Credeva nella «linea dura» e premeva sul marito perché la attuasse. In più si mostrò indifferente alle sofferenze del popolo: nell’ottobre 1789 ricevette i rappresentanti di Parigi, una città ormai stretta nella morsa della fame, esaltando le delizie che aveva appena gustato in un banchetto.

La Rivoluzione francese

103

2. Dagli Stati Generali all’Assemblea Costituente (1789-90) I CAHIERS DE DOLÉANCES Nella primavera del 1789, il re chiese ai suoi sudditi di esprimere le loro esigenze nei cahiers de doléances («quaderni di lamentele»), per fornire agli Stati Generali un materiale informativo sui problemi della nazione. Le richieste più frequenti che emersero riguardavano l’abolizione dei diritti signorili, l’elaborazione di una costituzione, l’uguaglianza iscale e anche misure protezionistiche nei confronti dell’Inghilterra per salvare le industrie tessili nazionali. Intanto la crisi economica si faceva sempre più grave. Il raccolto era stato pessimo e perciò il prezzo del pane era aumentato; la disoccupazione cresceva a causa dei licenziamenti nelle industrie tessili. Il popolo delle campagne e delle città diede vita a rivolte, saccheggiando in alcuni casi i granai del clero e degli aristocratici. Iniziava a proilarsi in tutta la sua complessità la situazione politica, da cui sarebbero scaturite, in un complicato intreccio, ben tre rivoluzioni parallele: quella «parlamentare» dei rappresentanti del Terzo stato, quasi tutti borghesi di ceto medio-alto, quella contadina e quella dei sanculotti delle città.

LA CONVOCAZIONE DEGLI STATI GENERALI Gli Stati Generali furono convocati da Luigi XVI il 5 maggio 1789. La prima questione che si dovette afrontare fu di carattere procedurale: il sistema di votazione delle delibere che sarebbero state assunte. Gli aristocratici volevano che si votasse «per ordine», cioè che ciascun ordine esprimesse un solo voto (come si era sempre fatto ino ad allora); ciò avrebbe signiicato che la nobiltà e il clero, votando uniti per la difesa degli antichi privilegi, avrebbero avuto la maggioranza. Il Terzo stato invece chiedeva che si votasse «per testa», contando di ottenere la maggioranza con l’appoggio del basso clero e di qualche nobile illuminato. I lavori degli Stati Generali, dunque, iniziarono subito in un clima molto teso. Il re, sordo a ogni istanza di un sia pur moderato rinnovamento, alimentò ulteriormente l’agitazione con due scelte che ebbero efetti provocatori: la prima fu quella di organizzare le riunioni a Versailles, cioè proprio dove si svolgeva la vita sfarzosa della corte, che gravava in misura sempre più intollerabile sul bilancio statale e quindi sul carico iscale dei sudditi; la seconda fu la coreograia dell’assemblea, che sottolineò le diferenze tra gli ordini: il Terzo stato fu obbligato a indossare un modesto e austero abito nero, mentre ai nobili e al clero fu consentito di vestirsi con abiti sontuosi. GLI STATI GENERALI: VOTO PER TESTA O VOTO PER ORDINE? TUTOR Clero: 291 deputati Nobiltà: 270 deputati Terzo stato: 578 deputati Se si vota per ordine, la maggioranza è dei ceti privilegiati: clero e nobiltà si alleano e ottengono due voti contro uno.

Se si vota per ordine il Terzo stato è dunque destinato a perdere per un voto.

Se si vota per testa, la somma dei voti del clero e dell’aristocrazia è di 561: cioè inferiore ai voti del Terzo stato.

Se si vota per testa il Terzo stato può contare su 578 voti, cioè sulla maggioranza nell’assemblea.

APPROFONDIMENTO

PALLACORDA La pallacorda, detta anche gioco del palmo, si giocava inizialmente con la mano, aperta o chiusa – solo in seguito si iniziò a usare una racchetta di legno pieno o incordato – in un campo lungo 30 metri, coperto e circondato da muri. Il campo era diviso da un nastro, o da una rete, sopra il quale doveva passare la palla. Arbitro dei punti dubbi era il pubblico presente.

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LESSICO

UNITÀ 4

L’ASSEMBLEA NAZIONALE Di fronte al riiuto di votare per testa, il Terzo stato si proclamò unico, vero rappresentante della nazione e si deinì Assemblea Nazionale. L’abate Emmanuel-Joseph Sieyès (1748-1836), in un famoso discorso pronunciato il 17 giugno 1789, ricordò che il Terzo stato costituiva la stragrande maggioranza della popolazione e che pertanto i suoi delegati riuniti in assemblea rappresentavano realmente la volontà della nazione. Luigi XVI reagì facendo chiudere la sala in cui si riunivano gli Stati Generali, ma i rappresentanti del Terzo stato penetrarono nella sala destinata al gioco della pallacorda (una sorta di tennis) e giurarono solennemente di non sciogliersi inché non fosse stata promulgata una costituzione (Giuramento della pallacorda, 20 giugno). Di fronte al fatto compiuto, il re riconobbe l’Assemblea e invitò i rappresentanti del clero e della nobiltà a parteciparvi. Coerentemente con il compito che s’era dato, il 9 luglio 1789 il nuovo organismo prese il nome di Assemblea Nazionale Costituente.

L’Assemblea Nazionale nel 1789: i gruppi di opinione L’Assemblea Nazionale, che dopo il Giuramento della pallacorda si nominò Assemblea Nazionale Costituente, era formata dai diversi gruppi ideologici presenti nel Paese, che rappresentavano le componenti sociali dell’Assemblea: aristocratici e monarchici sostenevano in gran parte l’Ancien régime, anche se alcuni nobili illuminati si schierarono con i costituzionali; i democratici erano per lo più borghesi repubblicani, avversi alla monarchia; i costituzionali, che rappresentavano la maggioranza dell’Assemblea, erano borghesi delle professioni, sostenitori di un sistema parlamentare e costituzionale, ma non avversi alla monarchia.

monarchici L’assemblea nazionale nel 1789: i gruppi di opinione aristocratici

costituzionali

democratici

TRE RIVOLUZIONI PARALLELE TUTOR Rivoluzione Inizia dalla protesta del Terzo stato agli Stati Generali: è promossa dalla parlamentare borghesia medio-alta, formata sulle idee dell’Illuminismo, che rivendica un Parlamento e una Costituzione e intende abolire lo Stato assoluto. Rivoluzione contadina

I contadini si ribellarono nelle campagne dando l’assalto ai castelli e bruciando i documenti che sancivano i privilegi. Agivano in modo disordinato, senza una guida politica. La rivolta contadina fu accompagnata dal fenomeno della «grande paura», un’ondata di panico collettivo che scatenò vendette e disordini.

Rivoluzione dei Inizia a Parigi con le rivolte per la fame e soprattutto con l’assalto alla sanculotti Bastiglia del 14 luglio 1789. Con queste iniziative il popolo della città si unì alle rivendicazioni della borghesia.

LA PRESA DELLA BASTIGLIA Luigi XVI non seppe sottrarsi all’influenza reazionaria della corte e della regina e fece affluire a Versailles alcuni reparti militari. Il popolo parigino, temendo che il re preparasse un colpo di mano contro l’Assemblea, il 14 luglio 1789 assalì e distrusse la Bastiglia, carcere politico e simbolo dell’Ancien régime. L’episodio fu fondamentale perché segnò l’incontro della rivolta popolare con quella parlamentare, cioè quella dei borghesi che lottavano contro il potere assoluto. A Parigi un comitato di insorti assunse il controllo del municipio. Venne organizzata una milizia volontaria, la Guardia Nazionale, che fu posta sotto l’autorità dell’Assemblea Costituente e aidata al comando del generale Joseph de La Fayette (1757-

La Rivoluzione francese

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Henry Singleton, La tempestosa presa della Bastiglia. Parigi, Museo Carnavalet.

La presa della Bastiglia Nel luglio 1789 a Parigi l’atmosfera era rovente. Si era diffusa l’idea di un complotto aristocratico contro l’Assemblea Nazionale, si temeva l’assalto da parte delle truppe. In questo clima si costituirono le prime milizie che poi avrebbero dato origine alla Guardia Nazionale. Il 13 luglio l’Hôtel de Ville, cioè il municipio, venne preso d’assalto da rivoltosi che chiedevano le armi. La mattina del 14 una folla costituita da artigiani e commercianti, provenienti soprattutto dal quartiere Saint-Antoine, si diresse alla Bastiglia per cercare altre armi. Il governatore della fortezza, Launay, tentò di parlamentare con gli insorti, impegnandosi a non far aprire il fuoco a meno che la fortezza non venis-

se attaccata, ma alcuni rivoltosi riuscirono a penetrare nei cortili della Bastiglia. Verso l’una del pomeriggio Launay, impaurito, diede l’ordine di sparare: restarono uccise circa cento persone. Verso le cinque, una nuova ondata di folla, che si era impadronita di quattro cannoni alla fortezza degli Invalides (gli edifici costruiti nel XVII secolo per ospitare i soldati invalidi), invase la Bastiglia. Nell’assalto rimasero uccisi tre ufficiali e tre soldati, oltre allo stesso Launay. Le teste mozzate delle vittime furono portate sulle picche attraverso le vie della città. Così si concludeva la giornata che fu considerata in seguito come l’inizio della rivoluzione. Dal 1880, il 14 luglio in Francia è il giorno della festa nazionale.

APPROFONDIMENTO

1834), già noto per aver aiutato il popolo americano nella sua lotta per l’indipendenza. L’esempio di Parigi si difuse nel Paese: anche nelle province furono create municipalità rivoluzionarie e costituite le Guardie Nazionali. Nelle campagne i contadini si ribellarono, ma in modo disordinato, senza una guida politica, spinti solo da una rabbia spontanea e dal desiderio di cancellare i soprusi. Perciò i contadini assalivano i castelli dei signori per bruciarvi le carte che ne sancivano i privilegi. Tali rivolte furono accompagnate da un’ondata di panico collettivo che gli storici hanno chiamato «grande paura»: si temevano, in modo confuso e irrazionale, vendette nobiliari, massacri, assalti di briganti o di nemici stranieri, così come in altri momenti della Storia si era manifestata la paura dei mostri, delle streghe o della peste. Circolavano voci incontrollate che inducevano i contadini ad aggregarsi e ad armarsi, ma ciò non si tradusse in fenomeni di violenza alle persone: sembra che in tutta la nazione le vittime della grande paura siano state soltanto tre.

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DIPARTIMENTO Il termine deriva dal verbo francese départir, «dividere in parti»; è una suddivisione del territorio a fini amministrativi, simile alla provincia italiana. I dipartimenti, con a capo un prefetto, furono istituiti nel 1790, e ancora oggi fanno parte dell’ordinamento amministrativo della Francia. Qui, come negli Stati Uniti, questo termine è anche sinonimo di ministero. Nell’ordinamento universitario italiano, il termine indica l’organizzazione delle cattedre e dei docenti di discipline affini.

COMPETENZE

LESSICO

UNITÀ 4

L’ABOLIZIONE DEGLI OBBLIGHI FEUDALI La mobilitazione contadina preoccupava non solo i nobili, ma anche i borghesi proprietari di terre, proprio quelli che si erano impegnati a dare alla Francia una costituzione. Di fronte al pericolo di una radicalizzazione delle richieste dei contadini, l’Assemblea Costituente cercò una soluzione di compromesso. Il 4 agosto 1789 venne decisa l’abolizione delle corvées e degli altri obblighi feudali dei contadini, dietro pagamento di un riscatto in denaro. Molti contadini, però, non avevano la possibilità economica di pagare il riscatto, per cui protrassero le agitazioni ancora per tre anni, ino a quando, cioè, i privilegi feudali non vennero aboliti senza indennità. L’Assemblea Costituente attuò anche una razionalizzazione del sistema amministrativo: il territorio nazionale venne diviso in 83 dipartimenti con uguali doveri verso l’amministrazione centrale. I FATTI DEL 1789

USARE LE FONTI

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino Pag. 132

TUTOR

Data

Avvenimento

5 maggio.

Riunione degli Stati Generali.

17 giugno.

Il Terzo stato si costituisce in Assemblea Nazionale.

20 giugno.

Giuramento della pallacorda.

9 luglio.

Proclamazione dell’Assemblea Nazionale Costituente.

14 luglio.

Presa della Bastiglia.

Fine luglio-inizio agosto.

«Grande paura» e insurrezioni contadine.

4 agosto.

Abolizione dei privilegi feudali.

26 agosto.

Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

5-6 ottobre.

Il re viene ricondotto a Parigi.

2 novembre.

Requisizione dei beni del clero.

LA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO E DEL CITTADINO L’atto più famoso dell’Assemblea Costituente fu l’approvazione, il 26 agosto 1789, della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Fu proposta dal generale La Fayette sul modello della Dichiarazione d’indipendenza americana e divenne il preambolo della Costituzione, che fu promulgata nel 1791. Si tratta di un testo breve, 17 articoli in tutto, in cui vennero proclamati gli inviolabili diritti naturali di ogni uomo: la vita, la libertà, l’uguaglianza, la proprietà e il diritto di resistenza all’oppressione. Rientravano tra i diritti dei cittadini anche la deliberazione delle leggi e il controllo delle imposte. Alle libertà individuali venne posto l’unico limite della tutela dell’ordine pubblico; per questo motivo ai cittadini fu riconosciuto il diritto di professare privatamente qualsiasi religione, ma solo al cristianesimo cattolico fu consentita la celebrazione pubblica del culto. Anche la libertà di stampa fu riconosciuta, ma limitata dalla possibilità del legislatore di vietare pubblicazioni turbatrici dell’ordine pubblico. La Dichiarazione dei diritti conteneva princìpi che tutto il mondo occidentale dell’Ottocento e del Novecento ha ereditato.

LE GIORNATE DI OTTOBRE Nel biennio 1789-91, il potere di Luigi XVI non fu mai messo seriamente in discussione, anche se il comportamento del sovrano aveva provocato la nascita di una fazione orléanista, che voleva sostituire il re in carica con Luigi Filippo d’Orléans, detto Filippo Egalité per la sua partecipazione al movimento rivoluzionario.

La Parigi della rivoluzione

Place de la Rév Révo (dal 1795 795 Place de lla

107

I LUOGHI DELLA STORIOA

La Rivoluzione francese

Campo mpo po d dii Marte M

Alberi e balli della libertà A partire dal 1790, i rivoluzionari iniziarono a piantare in tutti i municipi un albero della libertà: inizialmente non si trattava neanche di un albero vero ma solo di un palo sormontato da un berretto frigio (p. 59). I rivoluzionari riprendevano il rito di antiche feste 1. La Carmagnole era una tipica danza di strada che si faceva in circolo intorno a un albero (come è peculiare delle danze della fertilità) chiamato «albero della libertà». Il nome di questa danza derivava probabilmente da Carmagnola, una cittadina piemontese dove i Francesi costrinsero nel 1789 gli abitanti ad abbandonare le loro case e a danzare. Carmagnole era però anche il nome di una giacca corta, usata a Carmagnola e diffusa dagli operai italiani in Francia. E infine Carmagnole era anche un canto di rivolta. Lo stesso nome indicava quindi una danza, una giacca e un canto.

2. In primo piano un sanculotto facilmente riconoscibile dai pantaloni, la giacca, il berretto rosso e la picca.

pagane (calendimaggio) per l’avvento della primavera dandogli un significato politico: l’albero era usato come altare alternativo per celebrare matrimoni o il giuramento dei magistrati. Oppure diventava il centro di feste e balli, come nell’immagine.

VITA QUOTIDIANA

Hôtel des es Invali

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GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Quale problema dovette subito affrontare l’assemblea degli Stati Generali? ƒ Quale fu la posizione del Terzo stato? ƒ Perché il popolo parigino assaltò la Bastiglia? ƒ Quali princìpi sostenne la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino? ƒ Quale riforma fu prevista per il clero dall’Assemblea Costituente?

108 Il monarca, infatti, non aveva cessato di contrastare i lavori dell’Assemblea Costituente, nonostante la sua evidente impotenza a fronteggiare i fermenti rivoluzionari. In particolare, il sovrano si riiutò di ratiicare i decreti che abolivano i privilegi feudali e la Dichiarazione dei diritti, producendo la reazione indignata del popolo parigino. Il 5 ottobre 1789 un corteo guidato da donne e scortato dalla Guardia Nazionale si recò a Versailles per protestare. I manifestanti pretendevano tre cose dal re: che accettasse i decreti contestati dell’Assemblea Costituente; che garantisse approvvigionamenti alla capitale, stremata dal carovita; che si trasferisse a Parigi, al Palazzo delle Tuileries, dove sarebbe stato più facilmente controllato. Sotto la minaccia della violenza popolare, il sovrano dovette accogliere tutte le richieste. Il 10 ottobre, sulla scia di questo evento, Luigi XVI fu proclamato «per grazia di Dio e per la Costituzione dello Stato, re dei Francesi», per sottolineare la natura costituzionale della nuova monarchia e il suo carattere nazionale e non patrimoniale: Luigi non era più «re della Francia», ma signiicativamente «re dei Francesi».

LA REQUISIZIONE DEI BENI DEL CLERO Uno dei problemi più pressanti per la Francia era, come abbiamo visto, il deicit del bilancio statale. L’Assemblea Costituente intervenne in questo settore decidendo la requisizione dei beni del clero (2 novembre). Contemporaneamente lo Stato si accollò il mantenimento degli ordini religiosi «utili e operosi», cioè dediti all’educazione dei giovani o all’assistenza dei malati, mentre gli ordini contemplativi vennero soppressi. Per rinsanguare le casse dello Stato si decise di vendere ai cittadini le terre e gli ediici incamerati. In realtà, i Francesi potevano acquistare gli assegnati, cioè una sorta di buoni del tesoro il cui valore era garantito da quello dei beni requisiti alla Chiesa. Economicamente l’operazione non funzionò: la popolazione era riluttante a impegnare il proprio denaro nell’acquisto degli assegnati, data la precarietà della situazione politica. L’Assemblea, inoltre, ne mise in circolazione un numero eccessivo, provocandone la rapida svalutazione. La conseguenza fu l’aumento dell’inflazione e del carovita.

LA COSTITUZIONE CIVILE DEL CLERO L’Assemblea Costituente intervenne anche nell’ambito dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa. Nel 1790 fu promulgata la Costituzione civile del clero. Essa stabiliva che parroci e vescovi diventassero dipendenti stipendiati dello Stato, fossero eletti dai cittadini e giurassero fedeltà alla Costituzione. Il cattolicesimo cessava di essere religione di Stato, ma restava l’unica religione autorizzata a celebrare pubblicamente le proprie feste e cerimonie; le altre confessioni erano tollerate come fatto puramente privato. Questi provvedimenti rientravano in una tradizione tipicamente francese di indipendenza dalla Chiesa di Roma (gallicanesimo). In questo modo, però, il clero diventava un organo dello Stato e perdeva la sua autonomia. La Chiesa francese doveva obbedire allo Stato ed essere fedele alla Costituzione e non più al Vaticano. Papa Pio VI non poteva, naturalmente, accettare queste condizioni e la sua condanna della Costituzione civile del clero determinò una delle fratture più laceranti all’interno della Francia rivoluzionaria: quella tra il clero costituzionale – che giurò fedeltà alla Costituzione – e il clero refrattario, che rimase invece obbediente al papa. Il clero refrattario – e con esso numerosi contadini cattolici – si schierò con i controrivoluzionari. Ciò contribuì ad accentuare l’ostilità nei confronti della Chiesa di numerosi gruppi rivoluzionari. Manifesto satirico anticlericale. Il diavolo costringe gli alti prelati a giurare di non obbedire ai decreti stabiliti dall’Assemblea Nazionale. La scritta in alto riporta le qualità attribuite al clero refrattario: «Fanatismo, tradimento, perfidia, ipocrisia». Parigi, Museo Carnavalet.

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3. La Costituzione del 1791 LA FUGA DEL RE Subito dopo la presa della Bastiglia, iniziarono le fughe e le emigrazioni all’estero dei nobili che non accettavano il nuovo corso politico. Il loro obiettivo era l’organizzazione, con l’aiuto delle potenze straniere, di un’armata controrivoluzionaria per abbattere il nuovo regime. Il tentativo di fuga più signiicativo fu quello dello stesso re: il 20 giugno 1791, Luigi XVI,

La fuga di Varennes Il 20 giugno 1791, alle due del mattino, il re Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, con i figli e la governante, fuggirono dal Palazzo delle Tuileries attraverso una porta secondaria. Avevano passaporti falsi: il re si chiamava Durand, un nome molto comune che doveva passare inosservato alla frontiera. I sovrani viaggiavano a bordo di una carrozza ordinaria, ma una serie di staffette doveva accompagnarli. Fu proprio la visione di questa scorta a insospettire il figlio di un mastro di posta, un certo Drouet. Egli, sospettando che sulla carrozza viaggiasse uno dei tanti aristocratici che fuggivano dalla Francia in quel periodo, diede l’allarme alle stazioni di posta successive. Così, quando la carrozza reale arrivò nel paese

di Varennes, nei pressi del confine col Belgio, la sera del 21 giugno, venne bloccata, il re Luigi XVI venne riconosciuto e subito arrestato. La notizia dell’accaduto giunse a Parigi proprio mentre l’Assemblea Nazionale stava discutendo la Costituzione. Si aprì allora un momento di crisi profonda per i moderati che intendevano mantenere la monarchia: come ci si poteva fidare di un re che aveva tentato la fuga? Per superare la crisi, si tentò addirittura di diffondere l’idea che Luigi XVI fosse stato rapito contro la sua volontà: una tesi insostenibile, su cui Robespierre ironizzò chiedendosi «se oggi i popoli siano arrivati al punto di credere che si possano rapire i re come si rapiscono le donne».

APPROFONDIMENTO

Jean Duplessis-Bertaux, la carrozza della famiglia reale di Luigi XVI torna a Parigi da Varennes il 25 giugno 1791.

CLUB Sorti in Inghilterra nel XVIII secolo, erano associazioni i cui membri si riunivano per coltivare interessi comuni: culturali, politici o sportivi. Il termine significa «bastone» e si riferisce alla tipica usanza dei circoli di inviare una mazza a tutti i soci per la convocazione di una riunione. Durante la Rivoluzione francese il termine assume un significato prettamente politico: i club sono le associazioni degli aderenti alla stessa linea politica. Nell’Ottocento riprende il significato generico per denominare consorzi e organizzazioni, al quale si aggiunge poi quello sportivo per indicare una squadra di calcio. GIACOBINO I giacobini appartenevano per lo più alla media e piccola borghesia. Inizialmente erano moderati e fautori di una monarchia costituzionale; poi, a partire dalla tentata fuga del re, si attestarono su posizioni repubblicane. Robespierre, il capo dei giacobini, si distinse per le sue lotte in favore di riforme radicali. Nel linguaggio politico il termine «giacobino» è oggi usato per indicare una persona o un atteggiamento eccessivamente intransigente nell’affermare determinati princìpi e incline a un radicalismo populista; con una sfumatura negativa, il termine può indicare chi sostiene le proprie convinzioni in modo tanto assoluto da rasentare il fanatismo.

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LESSICO

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travestito da servo, cercò di abbandonare la Francia con la famiglia, ma fu riconosciuto a Varennes, presso il conine franco-belga, e ricondotto a Parigi. L’episodio incrinò profondamente il prestigio della monarchia e concorse ad accentuare la frattura, all’interno dell’Assemblea Costituente, tra i moderati, che miravano a una trasformazione in senso costituzionale della monarchia, e i democratici, che ormai spingevano verso la repubblica e verso più radicali trasformazioni sociali.

I CLUB POLITICI Fin dal 1789, le fazioni rivoluzionarie si erano organizzate in club in cui gli esponenti si incontravano per discutere e confrontare le loro idee. I club erano raggruppamenti politici simili ai nostri partiti (si potrebbero deinire delle organizzazioni pre-partitiche). Il club più importante fu quello dei giacobini, la cui guida fu progressivamente assunta da Maximilien de Robespierre (1758-1794) (I protagonisti - p. 118). Egli spinse il club verso una soluzione repubblicana, che non era condivisa da tutti i componenti. Perciò dai giacobini si staccarono nel 1791 i foglianti. Con a capo Gabriel-Honoré Mirabeau (1749-1791) e La Fayette, i foglianti erano fautori di una monarchia costituzionale. Il gruppo politico più radicale era il club dei cordiglieri, guidato da Georges-Jacques Danton (1759-1794) (I protagonisti - p. 117), Jacques-René Hébert (1757-1794) e Jean-Paul Marat (1743-1793). I cordiglieri chiedevano non solo la repubblica, ma anche aumenti salariali e garanzie occupazionali per gli operai. Il ruolo dei club nella rivoluzione fu decisivo. Le loro riunioni erano pubbliche e avvenivano nei locali che ofrivano più spazio, come le chiese e i conventi. Attraverso queste riunioni la popolazione poté conoscere i dibattiti dell’Assemblea Costituente e formulare le proprie richieste e le proprie proposte politiche.

LA COSTITUZIONE DEL 1791 Tra i diversi club e tra i rappresentanti della nazione nell’Assemblea Costituente si svolse il dibattito sulla isionomia da dare al nuovo Stato. I moderati pensavano a un sistema monarchico con due Camere: una Alta, i cui membri dovevano essere nominati dal re, e una Bassa, eletta dai cittadini; al sovrano sarebbe stato attribuito il diritto di veto sulle decisioni del Parlamento. I radicali, invece, riiutavano queste proposte ritenendole troppo lontane dagli obiettivi democratici. La Costituzione, approvata il 3 settembre 1791, rappresentò una soluzione di compromesso: non fu accettata la Camera Alta, ma si accolse il diritto di veto da parte del re. Dalle teorie di Locke e Montesquieu fu ripreso il principio della separazione dei poteri, per cui la Costituzione attribuì il potere legislativo all’Assemblea elettiva e quello esecutivo al re, cui spettava la nomina dei ministri. I moderati trionfarono sulla questione del diritto di voto. Respinta l’ipotesi del sufragio universale, venne issato un criterio censitario: per poter accedere al diritto di voto occorreva avere un reddito minimo. La società fu divisa in tre parti: ƒi cittadini passivi, esclusi dal voto perché privi di ricchezze; ƒi cittadini attivi, che potevano votare ma non essere eletti; ƒi cittadini eleggibili, ai quali era richiesta anche una proprietà terriera. La Costituzione del 1791 cancellò dunque l’antica divisione della società in ordini, ma non stabilì l’uguaglianza politica dei cittadini, come la Dichiarazione dei diritti lasciava supporre. Un altro punto importante di discussione all’interno dell’Assemblea Costituente fu la determinazione dell’autorità competente a dichiarare guerra. I moderati volevano che questo ruolo spettasse al re, i radicali invece chiesero e ottennero che fosse l’Assemblea a deliberare sulla guerra e sulla pace. Le altre novità più consistenti contenute nella Costituzione riguardarono il decentramento amministrativo: negli 83 dipartimenti e nei comuni, consigli e sindaci eletti dal popolo sostituirono i vecchi e corrotti intendenti.

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La composizione dell’Assemblea Legislativa nel 1791 I deputati dell’Assemblea Legislativa erano eletti con suffragio censitario, ossia da quella parte di cittadini sufficientemente ricchi da avere il diritto di voto. La maggioranza era detenuta da un centro moderato costituito da deputati non schierati né con la sinistra dei giacobini né con la destra dei foglianti. Come vedremo, dopo la fuga e la condanna del re, questa maggioranza cambiò radicalmente.

giacobini e girondini 136

foglianti 264 La composizione dell’Assemblea Legislativa nel 1791

indipendenti 345

LA COSTITUZIONE DEL 1791 LA FRANCIA È UNA MONARCHIA COSTITUZIONALE

LA COSTITUZIONE STABILISCE

APPROFONDIMENTO

Questa Costituzione era espressione dell’alta borghesia e della nobiltà illuminata. Esse non si riconoscevano più nell’assolutismo dell’Ancien régime e chiedevano di poter partecipare alla gestione e al controllo della cosa pubblica, ma erano contrarie all’estensione di quei diritti alla plebe misera e analfabeta. Una volta approvata la Costituzione, l’Assemblea Costituente si sciolse per lasciare il posto a un nuovo organismo, l’Assemblea Legislativa.

I POTERI SONO SEPARATI

IL SUFFRAGIO È CENSITARIO

AL RE IL POTERE ESECUTIVO (DI CUI RISPONDE AL PARLAMENTO)

AL PARLAMENTO (ASSEMBLEA LEGISLATIVA) IL POTERE LEGISLATIVO

ALLA MAGISTRATURA IL POTERE GIUDIZIARIO

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Quali conseguenze ebbe il tentativo di fuga del re? ƒ Come erano organizzate le fazioni rivoluzionarie? ƒ Quali erano le caratteristiche della Costituzione del 1791? ƒ Quale tipo di suffragio fu scelto dall’Assemblea Costituente?

I PRINCIPALI GRUPPI POLITICI RIVOLUZIONARI Club* Origini del nome

Obiettivi

Capi

Giacobini

Dal nome del convento domenicano di Saint-Jacques (San Giacomo) in cui si riunivano.

Repubblica.

Robespierre.

Foglianti

Dal nome dell’ex convento in cui si incontravano e che Monarchia costituzionale. era stato dei monaci cistercensi, detti foglianti perché riformati nel secolo XVI dall’abate di Feuillant, Jean de la Barrière.

Mirabeau e La Fayette.

Cordiglieri

Dal nome del convento dei francescani dove si riunivano («cordiglio» è il cordone portato alla vita dai francescani).

Danton, Hébert, Marat.

TUTOR

Repubblica, aumenti salariali, garanzie occupazionali.

* I termini «girondini» e «montagnardi», che incontreremo in seguito, non indicavano dei club, ma degli schieramenti parlamentari.

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4. La Francia in guerra (1792) LE RIVOLTE SOCIALI La Costituzione del 1791 era l’espressione di coloro che volevano cambiare il volto della Francia attraverso le riforme, ma senza fratture violente con l’istituzione monarchica. Anche l’Assemblea Legislativa, che si insediò l’1 ottobre 1791, era controllata da una maggioranza moderata. Ciò nonostante, in un breve arco di tempo, alcuni eventi esterni alla vita parlamentare contribuirono a una radicalizzazione del fenomeno rivoluzionario. Innanzitutto la crescita delle rivolte sociali, nelle città e nelle campagne: si trattava perlopiù di rivolte spontanee, prive di coordinamento e di programma, ma abbastanza consistenti da intimorire l’Assemblea. In risposta alle rivendicazioni dei contadini, infatti, l’Assemblea si vide costretta, nel febbraio 1792, a decretare la nazionalizzazione dei beni dei nobili emigrati e ad abolire, senza indennizzo, i diritti feudali ancora in vigore.

LA FRANCIA IN GUERRA

STORIOGRAFIA

Jean Fouquet, JacquesPierre Brissot, 1792. Versailles, reggia.

Un secondo grave problema riguardava la politica estera. Da tempo la Prussia e l’Austria avevano dichiarato la propria disponibilità a intervenire in favore di Luigi XVI; inoltre gli emigrati francesi, dalle zone coninanti, stavano organizzando degli eserciti. La Francia si sentì minacciata da una congiura internazionale controrivoluzionaria. All’interno dell’Assemblea coloro che volevano la guerra, benché per ragioni diverse, erano la maggioranza. I girondini, capeggiati da Jacques-Pierre Brissot (1754-1793), erano deputati provenienti dal dipartimento della Gironda, nella regione di Bordeaux: difendevano gli interessi commerciali delle città della costa ed erano favorevoli alla guerra nella convinzione che essa avrebbe stimolato la produzione manifatturiera e i commerci. I moderati, capeggiati da La Fayette, pensavano che una vittoria militare avrebbe consolidato il loro governo. Quanto al re, Luigi XVI voleva la guerra nella speranza che la Francia rivoluzionaria fosse sconitta e che gli Stati assolutistici ripristinassero l’Antico regime. Solo i giacobini, con Robespierre, si resero conto che la Francia non era in grado di sostenere un conflitto con le grandi potenze. Ma i giacobini erano una minoranza nell’Assemblea e pertanto nell’aprile 1792, su proposta del sovrano, l’Assemblea Legislativa

La guerra e le sue conseguenze Nel passo che segue lo storico contemporaneo René Rémond (1918-2007) spiega come la decisione della Francia di entrare in guerra abbia impresso una svolta a tutto il successivo processo rivoluzionario. L’iniziativa di far guerra ha, come prima conseguenza, che le sorti della rivoluzione da ora in poi non dipendono più soltanto dalla decisione delle assemblee, ma dalla condotta della guerra e dalla sorte delle battaglie. Si stabilisce un legame, una solidarietà d’interessi, fra il corso della rivoluzione all’interno e le vicissitudini della guerra ai confini. Il naturale sviluppo della rivoluzione ne viene alterato, e il governo rivo-

luzionario ne è la diretta conseguenza. Se, a partire dal 17921793, la rivoluzione deve ricostituire un potere centrale autoritario, contrariamente alle speranze del 1790, è la guerra che ve la costringe. Le condizioni d’esercizio del potere sono profondamente modificate, le garanzie sospese, le libertà individuali finiscono tra parentesi. Il Terrore deriva dalla guerra. Riprendendo tutta la storia delle istituzioni e dell’amministrazione, si vede che non vi sono decisioni o eventi sui quali la guerra non incida. Robespierre l’aveva ben capito e, nel dibattito da cui esce la dichiarazione di guerra nell’aprile 1792, è uno dei pochi a opporsi: dalla guerra nascerà la dittatura. R. Rémond, Introduzione alla storia contemporanea

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approvò la dichiarazione di guerra all’Austria e alla Prussia. I primi scontri chiarirono subito la fondatezza delle preoccupazioni di Robespierre. I soldati francesi erano male addestrati; la maggior parte degli uiciali, che erano nobili, erano emigrati e quelli rimasti erano o incapaci o impegnati a favorire i disegni del re. L’esercito francese subì disastrose sconitte. Si creò un clima di paura e di sospetto: si diceva che la regina Maria Antonietta avesse fornito i piani di guerra ai nemici e gli aristocratici vennero accusati di tradimento.

LA CADUTA DELLA MONARCHIA

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Quali avvenimenti provocarono una radicalizzazione del fenomeno rivoluzionario? ƒ Per quali motivi scoppiò la guerra? ƒ Quale andamento ebbe la guerra? ƒ Quale fazione diventò protagonista della rivoluzione? ƒ Che cosa causò le stragi di settembre?

La Marsigliese Nella notte del 25 aprile 1792 un ufficiale dell’esercito francese, Claude-Joseph Rouget de Lisle, compose un inno che intitolò: Il canto di guerra per l’Armata del Reno. Il canto ci mise un po’ ad arrivare a Parigi, dove fu eseguito per la prima volta a un banchetto patriottico il 26 giugno. In quell’occasione non ebbe neanche un gran successo. Ma

eAllons enfants de la patrie Le jour de gloire est arrivé! Contre nous, de la tyrannie, L’étendard sanglant est levé, L’étendard sanglant est levé. Entendez-vous, dans les campagnes, Mugir ces féroces soldats? Ils viennent jusque dans vos bras Egorger vos fils, vos compagnes! Aux armes, citoyens! Formez vos bataillons! Marchons, marchons! Qu’un sang impur abreuve nos sillons! [...]

pochi giorni dopo, il 30 giugno, giunse a Parigi un battaglione di marsigliesi: entrò nella città cantando l’inno di Rouget de Lisle, che aveva imparato prima di partire. Da allora quel canto divenne la Marsigliese. Alla fine anche Rouget de l’Isle si rassegnò a intitolarlo così. In seguito divenne l’inno nazionale della Francia. Avanti, figli della patria, il giorno della gloria è arrivato! Contro di noi è già stata innalzata la sanguinosa bandiera della tirannide. Non sentite nelle campagne ululare questi feroci soldati? Essi vengono per sgozzare, fin nelle vostre braccia, i vostri figli, le vostre compagne! Alle armi, cittadini, formate i vostri battaglioni! Andiamo! Andiamo! Che un sangue impuro bagni i nostri campi! [...]

APPROFONDIMENTO

A questo punto i sanculotti divennero i protagonisti della rivolta. Il 20 giugno 1792 invasero le Tuileries, la residenza del re, e costrinsero Luigi XVI a bere alla salute della rivoluzione. Ormai tra la società e la monarchia si era creato un abisso, mentre il movimento dei sanculotti trovava la propria guida politica nei giacobini e nei cordiglieri. I rivoluzionari chiedevano esplicitamente la deposizione del re, non più rappresentativo della volontà nazionale, e la convocazione di una Convenzione, un’assemblea da eleggere a sufragio universale per formulare una nuova Costituzione. Intanto gli eserciti austro-prussiani proseguivano la loro avanzata e l’11 luglio l’Assemblea Nazionale dichiarò che la patria era in pericolo. Il 25 luglio un proclama del duca di Brunswick, comandante delle truppe austro-prussiane, minacciò di distruggere Parigi se fosse stata arrecata ofesa al re. Questa minaccia afrettò la ine della monarchia e spinse nuovamente la folla all’insurrezione. Un comune rivoluzionario assunse la guida della municipalità. Il Palazzo delle Tuileries venne nuovamente preso d’assalto e il re si rifugiò presso l’Assemblea Legislativa (10 agosto). Quest’ultima, pressata dalle richieste dei rivoluzionari, fu costretta a sospendere il re dalle sue funzioni e a imprigionarlo con la sua famiglia. Vennero indette le elezioni per la Convenzione Nazionale. Ci si avviava verso la ine della monarchia e verso la fase più radicale della rivoluzione. In questo clima di tensione si difuse la voce che nelle carceri i nemici della rivoluzione stessero preparando un complotto controrivoluzionario. Nel settembre 1792 i sanculotti diedero l’assalto alle prigioni massacrando indiscriminatamente nobili, preti refrattari, delinquenti comuni. Le stragi di settembre furono una delle più violente manifestazioni del movimento sanculotto, con cui la borghesia rivoluzionaria da quel momento dovette confrontarsi.

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5. La Convenzione (1792-95) GLI SCHIERAMENTI ALL’INTERNO DELLA CONVENZIONE

Louis-Léopold Boilly, Ritratto dell’attore Chénard in abiti da sanculotto, 1792. Parigi, Museo Carnavalet.

Il 20 settembre 1792 si insediò la Convenzione, eletta a sufragio universale maschile. Essa avviò l’elaborazione di una nuova Costituzione, ritenendo inadeguata quella del 1791. La Convenzione era composta da 749 deputati, che si dividevano in tre gruppi, dalla cui posizione nell’assemblea derivano i termini destra, sinistra e centro che tuttora usiamo: ƒ i girondini, favorevoli a soluzioni moderate, sedevano a destra rispetto al presidente dell’assemblea; ƒ i montagnardi, cioè il gruppo dei giacobini e dei cordiglieri, sedevano in alto a sinistra; erano fautori di idee radicali; ƒ la pianura, spregiativamente detta la Palude, un gruppo di centro che non aveva un preciso orientamento politico. Fra i girondini e i giacobini vi erano divergenze di carattere non solo ideologico, ma anche sociale. I primi erano i portavoce del mondo degli afari, favorevole al libero mercato e a una politica economica priva di vincoli imposti dallo Stato (tasse o dazi). I giacobini, invece, esprimevano le esigenze del popolo minuto e della piccola borghesia, perciò volevano che lo Stato controllasse i prezzi e i salari e attuasse riforme sociali per risolvere i problemi del carovita e della disoccupazione. Tuttavia, secondo i giacobini, la proprietà privata non doveva essere abolita, ma lo Stato doveva garantire a tutti il necessario per sopravvivere. In questo senso erano sostenitori di una posizione moderata, mentre vi erano gruppi di orientamento comunista che chiedevano la nazionalizzazione delle terre. I girondini dominavano la Convenzione, mentre i giacobini assunsero il controllo del comune parigino. Quest’ultimo di fatto divenne l’istituzione più influente.

RIVOLTE CONTRORIVOLUZIONARIE E OFFENSIVE DELLA COALIZIONE ANTIFRANCESE

GRAN BRETAGNA Londra

PAESI BASSI AUSTRIACI

Colonia

Amiens Caen

BRETAGNA

Dol

Parigi

Quiberon

Magonza

Valmy

Nantes

VANDEA

Varennes

Sancerre

RAURACIA (repubblica sorella) Bordeaux Lione

SAVOIA

Avignone battaglie

offensive della coalizione rivolte contro la rivoluzione disordini stati confinanti

Marsiglia

Nizza Tolone

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Gli schieramenti della Convenzione del 1792 La Convenzione era stata eletta a suffragio universale maschile nel clima teso del pericolo della guerra e delle rivolte popolari a Parigi. Il 20 settembre 1792, lo stesso giorno della vittoria di Valmy sui Prussiani, la Convenzione si insediò e decise di dare alla Francia una nuova Costituzione. I deputati erano 749: a destra sedevano i girondini, che rappresentavano circa 1/4 dell’assemblea ed erano favorevoli a scelte moderate; al centro, i deputati della Palude, un gruppo privo di un preciso orientamento politico; a sinistra, un altro quarto era costituito dai giacobini e dai cordiglieri, favorevoli alla repubblica e alla democrazia.

montagnardi (giacobini e cordiglieri)

Palude Gli schieramenti della Convenzione ne 1792 749 deputati

girondini

LA CONDANNA A MORTE DI LUIGI XVI Il 20 settembre, lo stesso giorno in cui si insediava la Convenzione, gli eserciti francesi sconissero a Valmy l’esercito prussiano. La battaglia di Valmy fu un episodio di grande signiicato, non solo perché fu la prima vittoria dell’esercito francese dall’inizio della guerra, ma soprattutto perché servì ad arrestare l’avanzata prussiana e a dare respiro alla difesa della patria. Più che una vittoria militare – i Prussiani ebbero poche perdite – fu una grande vittoria morale: la Francia rivoluzionaria dimostrava di sapersi difendere, nonostante la disorganizzazione delle sue truppe e il tradimento di molti aristocratici, dagli attacchi di eserciti assai prestigiosi. La vittoria contribuì a dare nuova forza alla rivoluzione e a creare il clima ideologico nuovo in cui si inserisce il primo atto della Convenzione: l’abolizione della monarchia e la proclamazione della repubblica (21 settembre 1792). Si trattava ora di decidere la sorte del re e, a tal ine, l’assemblea allestì un vero e proprio processo (dicembre 1792) volto ad accertare e a giudicare le responsabilità di Luigi XVI. I girondini cercarono di ritardare il più possibile questo processo, poiché prevedevano la condanna del re e il conseguente raforzamento sia dei controrivoluzionari sia dei sanculotti. I giacobini, invece, guidati da Robespierre e da Louis-Antoine-Léon de Saint-Just (1767-1794), pretesero che si procedesse accusando il re di tradimento. Furono rinvenute alcune carte che dimostravano come il sovrano avesse favorito l’emigrazione di molti aristocratici e avesse inanziato la propaganda reazionaria. La Convenzione votò pressoché all’unanimità la condanna a morte di Luigi XVI. Il re venne ghigliottinato il 21 gennaio 1793. La regina Maria Antonietta subì la stessa sorte nove mesi dopo, il 16 ottobre.

LA PRIMA COALIZIONE (1793-95) L’esercito francese, rincuorato dalla vittoria di Valmy, riportò numerosi successi in Savoia, in Belgio e lungo il Reno. Si pose allora alla Convenzione un nuovo problema politico. Infatti, mentre Robespierre voleva far cessare la guerra, tra i girondini si difuse la teoria dell’«esportazione» della rivoluzione. Questa tesi prevalse e fu avviata una politica di annessioni che prevedeva la conquista dei territori ino alle frontiere naturali del Reno e delle Alpi (cioè il Belgio e la Savoia), con lo scopo di liberare questi Paesi dai regimi assoluti. La scelta di imporre la rivoluzione con la guerra, però, ebbe efetti negativi. Infatti alienò ai Francesi la simpatia di numerosi intellettuali europei che avevano ino ad allora sostenuto la rivoluzione, ma che avevano sperato in una liberazione e non volevano una nuova dittatura, anche se diversa dagli assolutismi precedenti. La condanna del re, la persecuzione violenta degli aristocratici e del clero refrattario, la decisione di liberare con una guerra i popoli ancora sotto la tirannide dei sovrani assoluti

APPROFONDIMENTO

La Rivoluzione francese

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116 erano tutti aspetti che suscitavano il dissenso di quanti avrebbero voluto un’evoluzione più moderata della rivoluzione. Inoltre, molti sovrani stranieri incominciarono a temere per la sorte del loro trono e perciò si unirono all’Austria e alla Prussia nella guerra contro la Francia. Sorse così – per iniziativa dell’Inghilterra – la prima coalizione (1793-95), un’alleanza antifrancese alla quale aderirono, oltre all’Inghilterra, la Prussia, l’Austria, la Russia, la Spagna, il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana, lo Stato della Chiesa e il Regno di Napoli. La coalizione, nel corso del 1793, risultò vittoriosa e riuscì a togliere alla Francia le terre di recente annessione.

LA RIBELLIONE NELLA VANDEA Anche la situazione interna riservava vari problemi alla Convenzione. In primo luogo la crisi economica: nelle città i sanculotti, colpiti duramente dal carovita, lottavano perché il governo limitasse i prezzi dei generi alimentari e issasse livelli salariali minimi. Ma il fenomeno più grave che la Convenzione dovette fronteggiare fu la ribellione della Vandea, un dipartimento della Francia occidentale. In Vandea, nel 1793, i contadini diedero vita a un enorme e violento movimento armato controrivoluzionario inneggiante a Dio e al re. Erano delusi dagli scarsi progressi economici e sociali della rivoluzione e non accettavano la politica anticlericale che andava contro le loro radicate tradizioni religiose. Ai contadini si unirono nella protesta i nobili e il clero refrattario. La ribellione dei vandeani si protrasse per alcuni anni e contribuì a indebolire i governi rivoluzionari. Il caso della Vandea fu il segno più evidente della frattura fra i contadini e la rivoluzione. Il fatto è che i contadini più agiati, che avevano acquistato i beni dei nobili, nazionalizzati e messi in vendita, temevano espropriazioni e non volevano che la rivoluzione proseguisse; e i poveri avevano perso anche le protezioni che l’ordinamento feudale in qualche modo aveva garantito loro. Tutti, comunque, si sentivano lontani dalla rivoluzione che aveva coinvolto la borghesia urbana. La guerra, la crisi economica, la Vandea misero in diicoltà i girondini, ormai troppo deboli e isolati per continuare a governare, e ne causarono la sconitta politica. Fra marzo e maggio 1793, parallelamente alla crisi dei girondini, maturò l’afermazione dei giacobini.

Pierre-Narcisse Guérin, Henri de la Rochejaquelein, 1816 ca. (particolare). Rochejaquelein, che fu alla guida dell’esercito cattolico e reale, porta sul petto il simbolo della guerra di Vandea che rappresenta il motto: «Dio e il re». Cholet, Museo d’Arte e di Storia.

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Quali erano gli schieramenti all’interno della Convenzione Nazionale? ƒ In seguito a quali eventi i rivoluzionari proclamarono la repubblica? ƒ Quali conseguenze ebbe sul piano internazionale la svolta violenta della rivoluzione? ƒ Quale fenomeno controrivoluzionario dovette affrontare la Convenzione? ƒ Quale fazione rivoluzionaria si affermò in questo periodo?

1792: DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA Data Avvenimento Aprile

La Francia dichiara guerra all’Austria e alla Prussia.

20 giugno

Il popolo invade le Tuileries.

25 luglio

Proclama del duca di Brunswick.

10 agosto

Assalto alle Tuileries. Comune insurrezionale a Parigi.

Settembre

Stragi nelle carceri.

20 settembre

Vittoria di Valmy. Insediamento della Convenzione.

21 settembre

Proclamazione della repubblica.

Dicembre

Inizia il processo al re.

TUTOR

La Rivoluzione francese

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6. Il Terrore (1793-94) LA SCONFITTA DEI GIRONDINI Nel 1793 il conflitto fra girondini e giacobini si fece inconciliabile. Fra marzo e aprile la Convenzione adottò alcuni provvedimenti eccezionali: tra l’altro, venne istituito un Tribunale Rivoluzionario per giudicare i sospetti e fu issato il prezzo massimo per i cereali e la farina. Con queste misure, che in parte venivano incontro alle richieste dei sanculotti, la Convenzione cercava l’alleanza del movimento popolare. Questo era ciò che già da tempo voleva Robespierre. I girondini, invece, videro nelle misure adottate un attentato alla libertà, soprattutto economica, e gridarono alla dittatura. Ma la loro posizione si faceva sempre più debole. Il 2 giugno 1793 i sanculotti insorsero. La Convenzione venne circondata dalla folla che chiese l’arresto di trenta deputati girondini. Da quel momento la Convenzione fu dominata dai giacobini.

LA COSTITUZIONE DEL 1793

Danton, un ambizioso All’idealista e incorruttibile Maximilien de Robespierre si oppose l’ambizioso e corrotto Georges-Jacques Danton, capo degli «indulgenti» (gli ex cordiglieri). «Nella storiografia rivoluzionaria – scrive la storica Mona Ozouf – Danton ha sempre avuto la capacità di ispirare il ritratto antitetico a quello di Robespierre. Come Robespierre, infatti, Danton ha avuto in sorte il potere di incarnare la rivoluzione.» Danton fu innanzitutto un uomo contraddittorio. Sta qui la sua debolezza, ma anche la sua forza: l’aver capito che la rivoluzione non era un processo lineare. «Non è possibile – sostenne – fare la rivoluzione geometricamente.» Una formula che pare essere stata coniata apposta per definire il pensiero di Robespierre. Dopo aver avallato i massacri del settembre 1792 e votato la morte del re, Danton comprese che la Francia era stanca del sangue e della psicosi del complotto e che era giunto il momento di fermare la guerra. Considerava infatti un enorme spreco di ricchezza tenere in piedi un esercito di oltre un milione di uomini, in un Paese affamato e non ancora pacificato. Non aveva senso mettere l’Inghilterra sullo stesso piano delle monarchie reazionarie continentali. Con l’Inghilterra – pensava Danton – la Francia doveva scendere a patti e stipulare una pace separata.

Certamente in lui giocava anche un interesse personale. Sappiamo quanto amasse i piaceri della vita e in quale conto tenesse il denaro, tanto da rimanere coinvolto nello scandalo della liquidazione della Compagnia delle Indie, con l’accusa di avere incassato qualcuno dei 500 milioni di assegni con cui il governo inglese intendeva corrompere i funzionari della rivoluzione. Ma non è questo il punto: «Resta la lucidità del suo ragionamento politico», nota Villari. Danton aveva infatti compreso che la logica di Robespierre portava la rivoluzione al fallimento. Com’era d’altra parte possibile abbattere ogni confine tra pubblico e privato senza il ricorso all’uso sistematico della violenza? Ciò avrebbe trascinato la rivoluzione nel fanatismo, suscitando una inevitabile reazione popolare. Durante il processo Danton respinse sprezzantemente le accuse di corruzione e lanciò una maledizione contro i suoi accusatori, che assassinandolo avrebbero distrutto, disse, la rivoluzione e la Francia. Danton credeva di essere indispensabile alla rivoluzione: «Se lasciassi le mie gambe a Couthon (che era paralitico) e le mie palle a Robespierre, forse potrebbe funzionare ancora per qualche tempo...» esclamò. E sul patibolo, rivolto al boia: «Tu mostrerai la mia testa al popolo. Ne vale la pena».

I PROTAGONISTI

Il 24 giugno 1793 la Convenzione approvò la nuova Costituzione che, rispetto a quella del 1791, conteneva signiicative novità: ƒla forma di governo non era più la monarchia costituzionale, ma la repubblica, che veniva dichiarata una e indivisibile; ƒper le elezioni veniva abbandonato il criterio censitario e istituito il sufragio universale maschile; ƒil potere legislativo veniva aidato a un’assemblea eletta dai cittadini.

Constance-Marie Charpentier, Danton, 1792. Parigi, Museo Carnavalet.

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VIDEO

Simboli e festività della rivoluzione

La Costituzione del 1793 rappresentò la forma più avanzata di democrazia raggiunta dalla rivoluzione. Essa però non entrò mai in vigore perché, data la situazione di emergenza, i giacobini giudicarono opportuno rinviare le elezioni e creare un organismo di governo dotato di pieni poteri in campo militare, politico ed economico. Fu così istituito il Comitato di salute pubblica. Nel mese di luglio il cordigliere Jean-Paul Marat, direttore del giornale «Amico del popolo», venne assassinato da una giovane monarchica, Charlotte Corday. L’episodio suscitò un’intensa emozione, specie nei sanculotti presso i quali Marat si era guadagnato una vasta popolarità. L’assassinio di Marat fu un’ulteriore spinta a adottare misure pesantissime nei confronti dei nemici della rivoluzione.

IL TERRORE In questo contesto crebbe il ruolo di Robespierre. Egli mostrò grande abilità nel tenere sotto controllo le diverse forze che minavano la rivoluzione ma, di fronte alla situazione di emergenza, adottò misure fortemente repressive nei confronti dei suoi oppositori. In Francia iniziò così il periodo deinito del Terrore proprio per la determinazione e la durezza con cui il dissenso controrivoluzionario fu eliminato. Venne approvata la «legge sui sospetti», che conferiva al Comitato l’assoluta libertà di repressione verso nemici o presunti tali. Il governo giacobino assunse dunque tutte le caratteristiche della dittatura. Nella sola Parigi le vittime del Terrore furono oltre 2600, tra cui la regina Maria Antonietta e il chimico Antoine-Laurent Lavoisier, uno dei più noti scienziati del tempo. Il Tribunale Rivoluzionario inizialmente osservò con scrupolo le forme e le leggi, ma progressivamente, quando le condanne si fecero sempre più numerose, usò procedure sommarie. Intanto proseguiva la guerra della Francia contro la prima coalizione. La dittatura giacobina decretò (agosto 1793) la leva di massa per dar vita a un esercito popolare. Venne consentito ai borghesi l’accesso alle alte cariche militari, prima riservate all’aristocrazia. Fra le truppe una intensa azione di propaganda difuse le idee repubblicane. Questa politica diede i suoi frutti: prima della ine del 1793 alcune vittorie militari consentirono di scongiurare l’eventualità di un’invasione straniera.

La rivoluzione introdusse nuovi simboli e nuove festività legate al suo spirito illuminista. Oltre alla personificazione della libertà e della repubblica, alla festa della Federazione, al culto della dea Ragione e dell’Essere Supremo, all’albero della libertà piantato nelle piazze di ogni città o paese, venne addirittura riformulato il calendario. Fino a noi, per rinnovare gli ideali di uguaglianza, sono giunti il tricolore e la festa del 14 luglio.

LA POLITICA DI SCRISTIANIZZAZIONE

I PROTAGONISTI

Un aspetto importante del periodo del Terrore fu la politica di scristianizzazione. L’anticlericalismo era difuso in dall’inizio della rivoluzione e si era intensiicato ino ad assu-

Anonimo, Robespierre, 1790 ca. Parigi, Museo Carnavalet.

Robespierre, un idealista Maximilien de Robespierre è la figura più popolare, ma anche la più enigmatica, dell’intera rivoluzione. È quasi impossibile scrivere una storia attendibile sulla sua vita. La maggior parte delle sue carte personali è stata volontariamente distrutta e molte di quelle salvate sono state, con intenzione, selezionate o alterate dai nemici e, per ragioni opposte, dagli amici. L’ambiguità e la tragicità del personaggio pubblico hanno fatto il resto, e si comprende perché più di due secoli non siano stati sufficienti per maturare un giudizio sereno e oggettivo su di lui. Il suo sogno era quello di contribuire alla nascita di una società giusta, facendo perno sul

seguente principio: «Il buon governo consiste nella soggezione dell’interesse privato a quello pubblico». In altri termini, non vi è alcun confine tra vita privata e pubblica: non solo, l’interesse privato deve essere sottomesso a quello pubblico. Da qui il suo essere distaccato, austero, sprezzante verso il denaro e verso qualsiasi concessione al lusso. L’incorruttibile per definizione. Ma a chi spettava il compito di limitare l’interesse privato? Robespierre pensava alla forza della legge, ma anche all’educazione individuale e alla vocazione alla socialità e alla solidarietà. Il nutrimento culturale di questo progetto non era solamente l’egualitarismo o il democratici-

La Rivoluzione francese

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mere la forma dell’odio e del massacro nei confronti del clero refrattario. Nel 1793, soprattutto per iniziativa dei cordiglieri guidati da Hébert, la scristianizzazione venne attuata in modo sistematico. Le chiese furono chiuse al culto cristiano e utilizzate per una nuova religione ispirata alla dea Ragione. I simboli del cristianesimo, come le raigurazioni dei santi o le campane, vennero distrutti. Venne anche adottato un nuovo calendario repubblicano, nel quale non comparivano più i nomi dei santi. La politica di scristianizzazione creò divisioni tra gli stessi capi rivoluzionari. Robespierre non la condivideva e cercò di limitarla. Al posto del culto della dea Ragione egli cercò di promuovere il culto dell’Essere Supremo. In generale, comunque, la politica di scristianizzazione non ebbe molto successo fra la popolazione, che rimaneva legata alla propria tradizione religiosa.

MAGAZINE

ARTE E STORIA

La morte di Marat Pag. 220

Esecuzione di Maria Antonietta il 16 ottobre 1793, presso Place de la Révolution da un dipinto di un anonimo artista danese.

smo di Rousseau, né solo il repubblicanesimo di Montesquieu, fondato sull’equilibrio dei poteri. C’era un fattore più profondo: il mondo classico, identificato con l’epoca nella quale si erano sperimentate virtù pubbliche e forme di autogoverno dei cittadini. È in Atene, in Sparta, nella Roma repubblicana che Robespierre ritrova l’archetipo della società, solidale e partecipata, da costruire nella Francia rivoluzionaria. Pensava, cioè, a un mondo di fratelli, uniti nel culto della virtù e del bene comune. Ecco perché il poeta Aleksandr Pusˇkin lo ha definito una «tigre sentimentale».

L’intenzione, o meglio l’illusione tragica, di Robespierre e di Saint-Just era che il sangue dei nemici fosse l’estremo sacrificio in vista di un mondo giusto e virtuoso. Si trattava di esercitare un’ultima violenza in nome di ideali assolutamente opposti alla violenza, in vista della pacificazione e della fraternità universale. Lo storico Georges Lefebvre così interpreta il progetto politico di Robespierre: «Una società di piccoli produttori, in cui ciascuno possiede una terra o un piccolo laboratorio, una bottega, capace di nutrire la sua famiglia, e scambi direttamente i suoi prodotti

con quelli dei suoi pari. Una produzione individualistica e una piccola proprietà garantiscono l’indipendenza economica del singolo. Ma questa proprietà, per essere acquisita e conservata, esige una certa iniziativa delle virtù personali, di lavoro, di frugalità e di risparmio». «Tutto qui? – commenta Lucio Villari – non è paradossale allora che il progetto politico e sociale del più celebre capo della Rivoluzione francese non fosse che una società di padri di famiglia tranquilli e bonari, dediti al lavoro e le cui virtù domestiche fossero sollecitate e protette dallo Stato?»

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VITA QUIOTIDIANA

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Il calendario repubblicano Secondo il nuovo calendario, il conteggio degli anni partiva dal 22 settembre 1792, il primo giorno dopo la proclamazione della repubblica. I mesi erano tutti di trenta giorni e avevano nomi che richiamavano caratteristiche meteorologiche (per esempio «ventoso» per il periodo febbraio-marzo) oppure i lavori e i prodotti dell’agricoltura («vendemmiaio» per il periodo settembre-ottobre). Erano abolite le domeniche e le festività religiose, sostituite dalle feste rivoluzionarie. L’adozione di questo nuovo calendario però fallì, perché richiese correzioni e aggiustamenti in relazione agli anni bisestili, ma soprattutto perché non entrò nelle abitudini della popolazione. Napoleone Bonaparte lo abolì ufficialmente nel 1806.

Settembre Ottobre Novembre Dicembre Gennaio Febbraio Marzo Aprile Maggio Giugno Luglio Agosto Settembre

22 21-22 20-21 20-21 19-20 18-19 20-21 19-20 19-20 18-19 18-19 17-18 16

Vendemmiaio Brumaio Frimaio Nevoso Piovoso Ventoso Germinale Fiorile Pratile Messidoro Termidoro Fruttidoro

IL COLPO DI STATO DEL 9 TERMIDORO

Jean-Joseph-François Tassaert, L’arresto di Robespierre, 1796 ca. Parigi, Museo Carnavalet.

La dittatura giacobina suscitò opposizioni anche all’interno delle forze rivoluzionarie. Le iniziative del Comitato, infatti, sembravano troppo radicali alla fazione degli «indulgenti» guidati da Danton, e troppo moderate all’estrema sinistra degli «arrabbiati» di Hébert. La linea adottata da Robespierre fu ancora quella della repressione. Egli inasprì la politica del Terrore (Gran Terrore) colpendo gli oppositori di entrambe le parti. Nel giro di pochi mesi vennero ghigliottinate migliaia di persone, fra cui gli stessi Hébert e Danton.

La Rivoluzione francese

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LE ASSEMBLEE DURANTE LA RIVOLUZIONE 5 maggio 1789 17 giugno 1789

1 ottobre 1791

20 settembre 1792

Stati Generali

Assemblea Nazionale Costituente

Assemblea Legislativa

Convenzione Nazionale

Gli Stati Generali erano un’istituzione medievale (dal 1302) che rappresentava i tre ordini della società; venivano convocati solo per volontà del sovrano e avevano competenze soprattutto in materia fiscale. Prima del 1789 gli Stati Generali erano stati convocati nel 1614.

L’Assemblea Nazionale si era costituita in seguito alla protesta del Terzo stato durante gli Stati Generali sulla questione del voto per testa o per ordine. Quella stessa assemblea, con il Giuramento della pallacorda si nominò «costituente». Veniva così sancito il principio della sovranità popolare e l’assemblea acquisiva allo stesso tempo il potere legislativo. Gli altri due ordini, clero e aristocrazia, si unirono all’Assemblea che, rappresentò così tutte le posizioni presenti nel Paese.

È il primo vero parlamento eletto dai cittadini francesi dopo la prima Costituzione del 1791. Questa Assemblea era costituita da deputati divisi in diverse correnti ideologiche: a destra i foglianti, al centro i più moderati, a sinistra i giacobini, da cui si separeranno poi i girondini.

Fu istituita in seguito alla protesta popolare del 10 agosto 1792 che chiedeva l’abolizione della monarchia. L’Assemblea Legislativa sospese il sovrano dalle sue funzioni e lo fece arrestare. Venne poi indetta l’elezione a suffragio universale di una nuova assemblea, la Convenzione Nazionale, che si insediò a settembre e avrebbe dovuto decidere il nuovo assetto dello Stato francese: cioè se lasciare la monarchia o instaurare la repubblica. Questo evento segna la svolta radicale e popolare della Rivoluzione guidata dai giacobini. La Convenzione restò in carica fino al 26 ottobre 1795.

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Danton Polonia-Francia, 1983 (durata: 136’) Regia: Andrzej Wajda Attori principali: Gérard Depardieu, Wojciech Pszoniak, Patrice Chéreau

Il film narra gli ultimi giorni di Georges-Jacques Danton, tra la fine di marzo e il 5 aprile 1794, quando fu processato e ghigliottinato con i suoi amici per volere di Robespierre. Al centro del film vi è la contrapposizione fra due personaggi che incarnano due modi di concepire la rivoluzione e la lotta politica. Danton, stanco e già pentito della repressione sanguinosa attuata dal Terrore, per tempera-

mento è indulgente nei confronti delle debolezze umane e amante dei piaceri della vita. Robespierre è uomo austero, rigoroso e determinato nella realizzazione di ciò che ritiene il «bene», convinto di interpretare così la volontà della nazione. Alla condanna di questo dogmatismo intransigente si collega da parte del regista polacco un’implicita critica ai regimi comunisti dell’Est europeo e alla parabola totalitaria della Rivoluzione russa. Sullo sfondo, Parigi, soffocata dall’oppressione, appare come il palcoscenico di un’immane tragedia, testimone dei danni irrimediabili causati dall’intolleranza ideologica.

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Quali furono le novità apportate dalla Costituzione del 1793? ƒ Da che cosa fu caratterizzato il periodo del Terrore? ƒ Perché finì il Terrore? ƒ Chi erano i termidoriani?

CINEMA E STORIA

Tanto rigore però alienò a Robespierre il consenso dell’opinione pubblica. La vittoria militare di Fleurus (26 giugno 1794), in cui i Francesi sconissero le truppe coalizzate, raforzò paradossalmente gli oppositori di Robespierre: la vittoria dimostrava infatti che la Francia non correva più pericoli immediati, per cui non era più necessario il rigido controllo del Terrore. Alcuni membri della Convenzione e del Comitato accusarono Robespierre di avere ambizioni da tiranno e si organizzarono per estrometterlo dal potere: il 9 termidoro (27 luglio 1794) Robespierre fu ghigliottinato insieme a Saint-Just e ad altri suoi collaboratori. Una nuova svolta condannò dunque l’intransigenza del Terrore e la sua politica che, se da un lato aveva salvato la repubblica dagli attacchi esterni e interni, dall’altro aveva cancellato i valori democratici afermati dai Francesi nel 1789. Dopo il fallimento della monarchia costituzionale e della repubblica, toccava ora ai termidoriani provare a «chiudere la rivoluzione» cercando di condurre la Francia a un nuovo ordine.

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7. Il governo del Direttorio (1795-99) LA REAZIONE TERMIDORIANA

Stampa con un particolare della morte per decapitazione di Robespierre. Parigi, collezione privata.

Il colpo di Stato del 9 termidoro, con l’esecuzione di Robespierre e dei suoi collaboratori, aprì una nuova fase della Rivoluzione francese, detta appunto termidoriana. L’età termidoriana vide una reazione della borghesia benestante alla politica dei giacobini. Infatti i termidoriani attuarono provvedimenti economici, come la liberalizzazione dei commerci, che venivano incontro alle richieste di mercanti, banchieri, afaristi. I giacobini vennero rimossi da ogni incarico politico e amministrativo, quando non perseguitati e imprigionati. Il 12 novembre 1794 venne decretato lo scioglimento del club giacobino. Si difuse il fenomeno della gioventù dorata (jeunesse dorée), associazione, a volte spontanea altre volte organizzata dai controrivoluzionari, di giovani benestanti, detti moscardini per la pastiglia di muschio e spezie che usavano masticare. Essi dettavano legge in fatto di moda, ma si riunivano anche in bande armate per dare la caccia ai giacobini. In alcuni dipartimenti della Francia si scatenò il Terrore bianco (così detto dalla bandiera bianca dei Borboni) con veri e propri massacri nei confronti dei giacobini e dei preti costituzionali. Contemporaneamente si attenuavano le persecuzioni nei confronti dei controrivoluzionari. La Convenzione agevolò in ogni modo, con amnistie o con la restituzione dei beni, i controrivoluzionari che rinunciassero alla lotta contro la repubblica e favorì il rimpatrio di molti nobili emigrati. I provvedimenti economici dei termidoriani causarono un’impennata dell’inflazione e del carovita. I ceti popolari reagirono con agitazioni (1795), duramente represse. Sul piano della politica interna, dunque, i termidoriani dovevano fronteggiare varie dificoltà. Era invece positiva la situazione militare. Nel corso del 1794 l’esercito francese non solo liberò completamente il territorio nazionale, ma occupò nuovamente il Belgio, la Renania e invase l’Olanda. Nel contempo, la prima coalizione andava sgretolandosi. Solo l’Inghilterra e l’Austria intendevano continuare il conflitto con la Francia, ma ciò non sembrava implicare alcuna minaccia imminente.

LA COSTITUZIONE DELL’ANNO III Nell’agosto 1795 la Convenzione approvò una nuova Costituzione, detta dell’anno III, che fu la più compiuta espressione della politica termidoriana. Anche questa Costituzione, come quella del 1791, si apriva con una «Dichiarazione dei diritti», ma l’articolo secondo cui «gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei loro diritti» fu sostituito dalla formula «la legge è uguale per tutti», la quale, evidentemente, non metteva in discussione le diversità sociali. Lo Stato, secondo questa nuova concezione, non doveva impegnarsi per eliminare le disuguaglianze, ma solo garantire a tutti la massima libertà

La Rivoluzione francese L’EPOCA DEL DIRETTORIO

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COLPO DI STATO DEL 9 TERMIDORO (1794)

COSTITUZIONE DELL’ANNO III (1795)

DIRETTORIO (5 MEMBRI)

CAMPAGNA D’ITALIA

COLPO DI STATO DEL 18 FRUTTIDORO (1797)

DIRETTORIO (3 MEMBRI)

SPEDIZIONE IN EGITTO

COLPO DI STATO DEL 18 BRUMAIO (1799)

CONSOLATO (3 MEMBRI)

compatibile con l’ordine pubblico. Questa Costituzione eliminò il sufragio universale e ripristinò il criterio censitario: il diritto di voto fu riservato, come nella Costituzione del 1791, ai cittadini maggiorenni che pagavano una determinata imposta sul reddito. Per evitare le degenerazioni dittatoriali che si erano veriicate durante il Terrore, si stabilì una rigorosa separazione dei poteri. Il potere legislativo fu attribuito a un sistema bicamerale rinnovabile ogni anno e quello esecutivo a un Direttorio di 5 membri (uno dei quali doveva essere sostituito ogni anno).

LA POLITICA DEL DIRETTORIO Il clima politico della Francia continuava a essere instabile. Il governo era minacciato sia da destra che da sinistra: dai ilomonarchici, che tentarono un colpo di Stato (ottobre 1795), e da quanto restava del movimento giacobino. Intanto si faceva sempre più acuto il malcontento delle masse popolari, soprattutto a causa del carovita. François-Noël Babeuf (1760-1797), detto signiicativamente Gracco (in ricordo di Tiberio e Gaio Gracco, i tribuni della plebe romani del II secolo a.C.), tentò di organizzare questo malcontento. Babeuf afermava l’uguaglianza fra tutti gli uomini e teorizzava un sistema comunista in cui tutte le terre dovevano essere di proprietà dello Stato. Le diferenze di reddito erano ingiuste perché, afermava, «tutti gli stomaci sono uguali», dunque tutti dovevano poter disporre delle medesime risorse. Babeuf era consapevole che questo rigido ideale si sarebbe potuto imporre solo con una ferrea dittatura. Secondo alcuni storici, questa giustiicazione della dittatura influenzò numerose correnti politiche ottocentesche e novecentesche, in particolare il pensiero marxista-leninista. Babeuf si fece promotore (maggio 1796) della «Congiura degli Eguali», ma la congiura fallì ed egli venne condannato a morte. Uno dei più attivi collaboratori di Babeuf era l’italiano Filippo Buonarroti (1761-1837), un discendente di Michelangelo. Nei primi decenni dell’Ottocento, Buonarroti organizzò in Italia società segrete con programmi radicali e rivoluzionari.

François Bonneville, Babeuf, 1794. Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia.

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LA CAMPAGNA D’ITALIA Di fronte alle diicoltà interne, il regime del Direttorio cercò un raforzamento del proprio prestigio sui campi di battaglia. Il piano militare prevedeva di colpire al cuore l’Austria con un attacco su due fronti, dalla Renania e dall’Italia. La campagna d’Italia venne aidata nel 1796 al giovane generale Napoleone Bonaparte (1769-1821). Napoleone si trovò ad agire in un contesto molto favorevole. Infatti in Italia, come nel resto dell’Europa, molti intellettuali e vasti settori delle classi popolari vedevano nella Francia il Paese-guida nella lotta alla tirannia. La propaganda francese seppe sfruttare questo consenso. La rivista «Moniteur» del 25 aprile 1795 prometteva: «Popolo d’Italia, l’esercito francese viene a spezzare le vostre catene, il popolo francese è amico di tutti i popoli». I patrioti italiani, dunque, accolsero con entusiasmo Napoleone come l’eroe che portava con sé i valori della democrazia e della libertà. Napoleone, da parte sua, si dimostrò all’altezza della situazione. Riportò una serie di vittorie fulminee, grazie alle quali la Francia ottenne Nizza e la Savoia, strappate a Vittorio Amedeo III (armistizio di Cherasco, 1796). Di qui proseguì vittorioso verso la Lombardia, occupando con le sue truppe Milano (15 maggio). Napoleone si presentava come il liberatore degli Italiani dai tiranni, ma non ometteva mai di chiedere alle città occupate contributi in denaro per il mantenimento delle sue truppe. Inine giunse nello Stato Pontiicio, dove, dopo aver incontrato qualche resistenza, costrinse il papa alla resa (pace di Tolentino, 1797).

L’Italia tra 1797 e 1799 1. Tra il 1797 e il 1798 Napoleone favorì in tutta Europa la nascita delle cosiddette «repubbliche sorelle», cioè nuovi Stati con regimi simili a quello francese, e dipendenti dalla Francia. Repubbliche di questo genere erano state create anche in Svizzera e nei Paesi Bassi.

1 REPUBBLICA ELVETICA

IMPERO D’AUSTRIA

UB

Campoformio

Veneto

IC A

Milano Lodi

BL

Piemonte

4

Adige

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Venezia SA 3 o P LP IN A DUCATO Cherasco Bologna DI PARMA Genova

Torino

CI

REP. LIGURE REP. DI LUCCA

IMPERO OTTOMANO

Firenze Arno

Toscana

5

Ancona

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REPUBBLICA FRANCESE

TUTOR

Antoine-Jean Gros, Napoleone Bonaparte sul ponte ad Arcole, 1796-97. Versione presente a San Pietroburgo, Museo dell’Hermitage.

REPUBBLICA ROMANA

Corsica

Roma

REPUBBLICA PARTENOPEA Napoli

2 REGNO DI SARDEGNA

Palermo

Stati sotto l’influsso francese Stati occupati dai Francesi Impero austriaco e territorio sotto la sua dominazione Stati occupati dai Borboni

REGNO DI SICILIA

2. Alcuni territori erano stati occupati direttamente dai Francesi, come il Regno di Sardegna, che comprendeva Piemonte e Sardegna. Il giovane re, Carlo Emanuele IV, era dovuto fuggire dalla capitale, Torino, e si era rifugiato in Sardegna insieme alla corte. 3. In Italia, le principali repubbliche sorelle erano la Repubblica cisalpina (Lombardia ed Emilia Romagna), la Repubblica ligure (l’ex Repubblica di Genova), la Repubblica partenopea (Italia del Sud). Persino il regime dello Stato Pontificio, il cui territorio era considerato proprietà privata della Chiesa, era stato rovesciato ed era nata la Repubblica romana. 4. Non tutta l’Italia era sotto il dominio francese. Il territorio della Repubblica di Venezia era diventato parte integrante dell’Impero d’Austria. Napoleone, infatti, dopo aver invaso lo Stato veneziano, lo aveva ceduto all’Austria tramite il Trattato di Campoformio (1797). 5. Anche la Toscana, dopo essere stata occupata dai Francesi, era sotto l’influenza dell’Austria, ma solo fino al trattato di Lunéville del 1801, quando verrà ceduta alla Francia.

6 6. La Sicilia era l’unico territorio rimasto alla dinastia dei Borboni, che prima dell’arrivo di Napoleone governavano sull’intera Italia del Sud. Dovettero quindi rifugiarsi sull’isola, dove regnarono grazie alla protezione inglese.

La Rivoluzione francese

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Per il governo del Direttorio l’ofensiva sul territorio italiano doveva servire come carta da utilizzare nelle trattative di pace e come fonte di guadagno attraverso l’imposizione di tributi. Questa strategia escludeva la prosecuzione della guerra. Napoleone invece agì secondo le proprie ambizioni, andando ben oltre le intenzioni del Direttorio. Aiutò i repubblicani di Modena e Reggio Emilia a costituire la Repubblica cispadana (in latino «al di qua del Po»), che si unì poi alla Lombardia dando vita alla Repubblica cisalpina (in latino «al di qua delle Alpi»). La Repubblica cispadana nel 1797 adottò la bandiera tricolore che sarebbe poi diventata la bandiera italiana. Queste repubbliche vennero deinite «sorelle» perché vi furono instaurati, con l’aiuto delle armi, regimi simili a quello francese e a questo collegati. Successivamente Napoleone prese Mantova, dove si erano asserragliati gli Austriaci, e portò il suo esercito nel territorio austriaco, giungendo ino a Leoben (a circa cento chilometri da Vienna). Contemporaneamente dichiarò guerra a Venezia e se ne impadronì. Fu questa una carta importante per concludere la pace con l’Austria, che infatti irmò il Trattato di Campoformio (17 ottobre 1797). Secondo questo trattato, l’Austria rinunciava al Belgio e alla Renania e cedeva la Lombardia riconoscendo la Repubblica cisalpina; in cambio otteneva da Napoleone il territorio di Venezia, che perdeva la propria libertà. Negli Italiani, che avevano visto in Napoleone il liberatore, all’entusiasmo subentrarono la delusione e l’amarezza. Si comprese infatti quanto l’interesse di Napoleone per l’Italia fosse essenzialmente di ordine strategico, politico ed economico. Fra il 1797 e il 1798 sorsero in Europa nuove repubbliche sorelle della Francia. Nel giugno 1797 venne proclamata la Repubblica ligure e in dicembre la Repubblica elvetica. Nel febbraio 1798, l’esercito francese invase lo Stato Pontiicio – con il pretesto di reprimere manifestazioni popolari antifrancesi – dando vita alla Repubblica romana. Benché fossero dette anche «giacobine», queste repubbliche in realtà non ebbero mai caratteristiche radicali: in genere la loro Costituzione fu modellata su quella francese del 1795 e il potere fu sempre esercitato da nobili e borghesi di orientamento moderato. Tuttavia la presenza francese portò una serie di riforme politiche e amministrative, come l’istituzione dello stato civile (cioè l’uicio comunale con il compito di registrare nascite, morti e matrimoni). Molto importante poi fu il dibattito sviluppatosi tra gli intellettuali sui problemi economici e politici dell’Italia, che si sarebbe poi approfondito nei primi decenni dell’Ottocento.

IL COLPO DI STATO DI FRUTTIDORO Il Direttorio fu costretto a ratiicare l’operato di Napoleone perché la Francia si trovava in una situazione di grande instabilità politica. I monarchici stavano ottenendo consensi sempre più ampi, tanto che un loro esponente era stato eletto tra i membri del Direttorio. La maggioranza del Direttorio, allora, attuò il colpo di Stato del 18 fruttidoro (4 settembre 1797): Parigi fu occupata dai militari e il potere venne assunto da un triumvirato (formato da Barras, La Révellière-Lépaux, Reubell) che impose leggi eccezionali contro gli oppositori politici e limitò la libertà di stampa.

LA SPEDIZIONE IN EGITTO La Gran Bretagna era rimasta l’unica avversaria della Francia. La potenza inglese si fondava sul dominio militare e commerciale dei mari. Ritenuta impraticabile l’ipotesi di un’invasione della Gran Bretagna, il governo francese progettò una campagna volta a conquistare l’Egitto. La conquista dell’Egitto avrebbe permesso alla Francia di controllare i traici nel Mediterraneo, escludendo gli Inglesi da una delle vie che portavano alle Indie. Inoltre la Francia si sarebbe assicurata una base per una eventuale espansione nel Medio Oriente. La spedizione, guidata da Bonaparte, partì da Tolone il 19 maggio 1798, con un seguito di studiosi, scienziati e letterati che contribuirono a portare alla luce e a decifrare i

LESSICO

LE «REPUBBLICHE SORELLE»

COLPO DI STATO Praticamente tutte le trasformazioni istituzionali dell’età napoleonica sono avvenute attraverso colpi di Stato. In generale, per colpo di Stato si intende il sovvertimento di uno Stato da parte di organi dello Stato stesso, che porta all’instaurazione di un nuovo potere. Si tratta di una violazione deliberata della Costituzione da parte di coloro che detengono l’autorità. Viene generalmente attuato da uno dei settori chiave dello Stato, solitamente dai capi militari o con il loro assenso. Oggi la riuscita di un colpo di Stato dipende dalla capacità di impadronirsi dei centri del potere tecnologico (reti di telecomunicazione, centrali elettriche, nodi ferroviari e stradali) per giungere a controllare gli organi del potere politico, attraverso un’azione improvvisa e che riduca al minimo quella violenza indispensabile all’attuazione del colpo di Stato stesso. Storicamente, le conseguenze di un colpo di Stato sono: l’instaurazione di un nuovo potere, il potenziamento dell’apparato di controllo poliziesco, l’eliminazione delle forme di aggregazione politica come i partiti e i sindacati.

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LETTERATURA E STORIA

UNITÀ 4

Il resto di niente Enzo Striano (1927-1987)

Il romanzo racconta la vita di Eleonora de Fonseca Pimentel, nobildonna napoletana di origine portoghese, dalla sua infanzia fino all’impegno a favore della rivoluzione giacobina che scoppiò a Napoli nel 1799. Eleonora, donna colta e sensibile, si interessa alle idee liberali provenienti dalla Francia e si fa coinvolgere

nei moti che tentano di abbattere il sistema feudale ancora in vita nel Regno di Napoli, e di superare la grave arretratezza politica, sociale, culturale dell’Italia meridionale. Ma le aspirazioni degli intellettuali che capeggiano la rivoluzione non incontrano le simpatie del popolo, che si rivolta contro i suoi liberatori. Per Eleonora e gli altri protagonisti dei moti si prepara una tragica fine.

documenti della civiltà egizia. Dopo alcuni iniziali successi, l’impresa si rivelò più diicile del previsto. L’ammiraglio inglese Horatio Nelson (1758-1805) distrusse la flotta francese nella rada di Abukir (1 agosto). Approittando delle diicoltà della Francia, l’Inghilterra organizzò la seconda coalizione (1798), cui aderirono l’Austria, la Russia, il Regno di Napoli e la Turchia, che controllava formalmente il territorio egiziano. La guerra così riesplose in Europa. Nel gennaio del 1799, il Direttorio inviò un corpo di spedizione contro il Regno di Napoli, dando vita alla Repubblica partenopea. La Francia giunse così a controllare la maggior parte del territorio italiano, ma non per molto. Infatti l’esercito austro-russo scatenò un’ofensiva che costrinse i Francesi ad abbandonare non solo i territori italiani, ma anche la Svizzera e la Renania. Dopo anni di straordinarie vittorie, la Francia tornava a conoscere la minaccia dell’invasione straniera. Nell’agosto 1799, Napoleone, ormai consapevole del fallimento della spedizione egiziana e preoccupato per gli eventi europei, intraprese un avventuroso rientro in patria. Nel frattempo, il generale francese Masséna sconisse a Zurigo l’esercito russo (settembre 1799), scongiurando così l’invasione della Francia. Jean-Léon Gérôme, Napoleone e i suoi generali in Egitto, 1863. San Pietroburgo, Museo dell’Hermitage.

IL COLPO DI STATO DI BRUMAIO La situazione bellica produsse gravi conseguenze sul quadro politico. In Italia, le repubbliche cedettero rapidamente alla restaurazione dei regimi precedenti. Nella Repubblica partenopea un uomo di iducia dei Borboni, il cardinale Fabrizio Rufo, organizzò una rivolta popolare che riportò al potere la famiglia reale. I patrioti che avevano dato vita alla repubblica furono oggetto di una dura repressione. Questa non fu l’unica manifestazione di resistenza popolare alla rivoluzione: al contrario, tra il 1796 e il 1815,

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tutta la Penisola (con la sola eccezione della Sicilia) fu punteggiata da rivolte che coinvolsero circa 300 000 persone. Queste rivolte sono state chiamate «insorgenze»: secondo alcuni studiosi, si tratterebbe di una «Vandea italiana», cioè di una reazione cattolica e ilomonarchica al giacobinismo francese; secondo altri, invece, queste rivolte avrebbero avuto un carattere spiccatamente locale e sarebbero state originate soprattutto dalla crisi economica della seconda metà del Settecento. Intanto in Francia, l’andamento sfavorevole della guerra indebolì ulteriormente il governo. All’interno dello stesso Direttorio maturò il progetto di un nuovo colpo di Stato che consentisse di modiicare la Costituzione in senso autoritario. Napoleone appariva a tutti l’uomo giusto per questa impresa, in virtù della sua intraprendenza e del prestigio di cui godeva grazie ai successi militari. Il colpo di Stato fu organizzato con cura. Venne difusa la notizia, falsa e infondata, di un complotto giacobino. Così il 18 brumaio (9 novembre 1799) il Direttorio venne sciolto e il governo venne affidato a tre consoli, dei quali il più potente era lo stesso Napoleone. Vennero costituite due commissioni con l’incarico di elaborare una nuova Costituzione. Con questo colpo di Stato crollò gran parte dei princìpi liberali e democratici afermati dalla rivoluzione. Non fu, però, un ritorno all’Antico regime. Napoleone difese, con il nuovo regime autoritario fondato sui notabili, le nuove posizioni acquisite dall’alta borghesia, contro ogni tentativo di radicalizzazione democratica ma anche contro ogni controrivoluzione aristocratica.

François Bouchot, Il generale Napoleone Bonaparte nella sala del Consiglio dei Cinquecento a SaintCloud, 1840. Versailles, reggia.

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Che cosa si intende per reazione «termidoriana»? ƒ Quali princìpi rivoluzionari furono riaffermati e quali, invece, furono abbandonati? ƒ Verso quali Paesi si rivolse l’espansionismo della Francia rivoluzionaria? ƒ In quali imprese si distinse il giovane Napoleone Bonaparte? ƒ Quali conseguenze ebbe la rivoluzione sulla situazione italiana?

Le insorgenze: una Vandea italiana? L’adesione all’esercito controrivoluzionario del cardinale Ruffo non fu l’unica manifestazione di resistenza popolare al giacobinismo. Al contrario, tra il 1796 e il 1815, tutta la Penisola (con la sola eccezione della Sicilia) fu punteggiata da rivolte popolari che coinvolsero circa 300 000 persone: queste insurrezioni sono tradizionalmente chiamate insorgenze. Secondo lo storico Massimo Viglione, rappresentante della storiografia cattolica tradizionalista, si trattò essenzialmente di una reazione al tentativo francese e giacobino di «sconvolgere con le istanze rivoluzionarie una civiltà da secoli cristiana e monarchica». Non a caso, le bandiere dei rivoltosi erano quelle papaline

anche fuori dello Stato Pontificio, le loro grida di guerra «Viva Gesù» e «Viva Maria». Secondo Viglione, dunque, ci troveremmo di fronte a una Vandea italiana: le insorgenze pertanto sono «rivolte dimenticate», dimenticate deliberatamente da una storiografia prevalentemente filogiacobina. La storiografia laica respinge questa interpretazione, contestando sia il carattere «nazionale» del fenomeno, sia la sua natura eminentemente cattolica. Si sarebbe trattato invece, secondo Anna Maria Rao, di rivolte con profonde caratterizzazioni locali, originate soprattutto dalla crisi economica della seconda metà del Settecento.

APPROFONDIMENTO

La Rivoluzione francese

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8. Il bilancio: l’avvento di un mondo nuovo RIVOLUZIONE E MONDO CONTEMPORANEO Gli storici indicano tradizionalmente la data della presa della Bastiglia, il 14 luglio 1789, come l’inizio dell’Età contemporanea. In efetti, la Rivoluzione francese produsse un mondo politico completamente nuovo. Lo mette ben in evidenza la tabella che vedi qui sotto: tutte le realtà sociali e politiche dell’Antico regime appaiono sovvertite. PRIMA E DOPO LA RIVOLUZIONE Prima della rivoluzione

TUTOR Dopo la rivoluzione

Il sovrano

Il potere assoluto appartiene al re (sovrano è il re).

Il potere appartiene al popolo (sovrano è il popolo).

La società

La società è divisa in tre stati o ordini: il clero, la nobiltà e il Terzo stato. I generali, i vescovi e i cardinali sono scelti solo tra i nobili.

Tutti gli uomini sono giuridicamente uguali: hanno uguali diritti e uguali doveri. Tutti possono diventare generali, vescovi e cardinali.

La legge

Clero e nobiltà hanno molti privilegi: non solo non pagano le tasse allo Stato, ma ne pretendono dal popolo che vive nelle loro terre.

La legge è uguale per tutti: tutti devono pagare le tasse allo Stato secondo il loro reddito.

Il potere

Il re governa per diritto divino, mentre Il popolo elegge i suoi rappresentanti il clero e i nobili lo consigliano e che formano il Parlamento e il occupano posti di comando. governo.

La libertà

Non vi è la possibilità di manifestare liberamente il proprio pensiero, né la libertà di organizzarsi politicamente, né la libertà economica.

Il bene comune Gli ordini contribuiscono al bene comune secondo il proprio ruolo: il clero pregando; la nobiltà difendendo il Paese e governando; il Terzo stato lavorando.

Vi è la possibilità di manifestare liberamente il proprio pensiero, la libertà di organizzarsi politicamente, la libertà economica. Non vi sono ruoli specifici: tutti devono contribuire al bene comune e partecipare alla difesa del Paese.

I ceti dominanti Il re, il clero e i nobili dominano la La borghesia domina la società grazie società: il re perché «così Dio ha alla sua ricchezza. voluto»; il clero per mezzo della forza spirituale della Chiesa; i nobili grazie ai diritti legati alla loro nascita. In sintesi

COMPETENZE

USARE LE FONTI

Una rivoluzione borghese e liberale o dispotica? Pag. 134

La società si fonda sulla tradizione: è giusto tutto ciò che proviene dal passato.

La società si fonda sui tre princìpi della Rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fraternità.

L’importanza fondamentale degli eventi francesi è dunque evidente. Ciò che semmai suscita discussione tra gli storici è l’elaborazione di un giudizio complessivo sulla rivoluzione: come deve essere valutato il suo contributo? Concorse efettivamente ad afermare le libertà di cui godiamo oggi? E la violenza del Terrore, può essere giustiicata? Gli storici che difendono la rivoluzione rispondono positivamente a queste domande: a loro avviso, le conquiste liberali (la Costituzione, il riconoscimento dei diritti dei cittadini ecc.) che caratterizzarono l’Ottocento sono un’eredità della rivoluzione; e il Terrore fu solo una fase, oltretutto resa necessaria dalla guerra e dall’opposizione dei controrivoluzionari. Gli storici che condannano la rivoluzione respingono questi argomenti. Il più famoso tra

questi, il francese François Furet, sostiene che la Rivoluzione francese si rivelò sin dall’inizio incompatibile con i princìpi di uguaglianza e libertà afermati dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: il Terrore, dunque, non sarebbe stato imposto dalle circostanze ma sarebbe espressione della natura dispotica dei rivoluzionari. Il dibattito è tuttora acceso, a dimostrazione dell’importanza fondamentale che la rivoluzione ha avuto nella nostra storia, comunque la si giudichi. Tuttavia non va dimenticato che il mondo di oggi è frutto di un processo molto complesso e che la Rivoluzione francese non fu che un episodio: nella sostanza, è necessario riconoscere nell’origine dell’Età contemporanea il concorso di altre rivoluzioni, come quella inglese, quella americana e soprattutto la rivoluzione industriale (vedi unità 6).

L’ESCLUSIONE DELLE DONNE Il rinnovamento prodotto dalla Rivoluzione francese non fu risolutivo a proposito dell’emancipazione femminile. Infatti, sia la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino sia la Costituzione del 1791 e poi quella successiva del 1793 non concessero diritti civili e politici alle donne. Sebbene le donne avessero preso parte attivamente a tutte le fasi della rivoluzione, i costituenti non riconobbero politicamente il loro ruolo. L’esclusione dalla piena cittadinanza dipendeva dall’idea che le donne fossero mogli, madri e educatrici del cittadino ma non cittadine in proprio. Non si trattava di una deliberata opposizione al ruolo politico delle donne, ma di una concezione che voleva la donna dedita alla casa e alla famiglia «per natura». L’uguaglianza rivoluzionaria si fermava dunque di fronte a presunte diferenze «naturali»: questa idea permarrà a lungo nella mentalità anche degli spiriti più progressisti. Pertanto i diritti che derivavano dal far parte della nazione valevano esclusivamente per gli uomini.

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LESSICO

La Rivoluzione francese

EMANCIPAZIONE FEMMINILE Emancipare significa affrancare, liberare: l’emancipazione femminile è quindi il processo attraverso cui le donne si sono liberate dalle limitazioni che le costringevano al ruolo di mogli e madri e impedivano loro un pieno accesso alla vita sociale e politica. Acquarello anonimo del XVIII secolo che ritrae Olympe de Gouges.

OLYMPE DE GOUGES In realtà negli anni della rivoluzione circolarono diversi Cahiers de doléances che rivendicarono per la prima volta i diritti politici e denunciarono l’emarginazione femminile. Ancora piu signiicativo fu il coraggio di Olympe de Gouges (1748-1793), autrice di una Dichiarazione dei diritti tutta al femminile. Originaria di un piccolo paese della Provenza e proveniente da una famiglia di modeste origini, Olympe de Gouges sposò un ricco mercante di Parigi. Rimasta vedova, frequentò i circoli letterari della capitale e scrisse diverse opere teatrali che afrontavano i temi dei diritti civili, in particolare i diritti dei neri nelle colonie. Nel 1791 scrisse e dedicò alla regina Maria Antonietta la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, sul modello della Dichiarazione dei diritti emanata dall’Assemblea Nazionale il 26 agosto 1789. Olympe afermava che «l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le sole cause delle pubbliche sciagure e della corruzione dei governi» e che «la donna nasce libera e rimane uguale all’uomo per quanto riguarda i diritti». La sovranità spetta alla nazione che però va intesa come «la riunione della donna e dell’uomo». Tutte le cittadine e tutti i cittadini devono poter concorrere alla volontà generale: dunque tutti i cittadini devono godere del diritto di voto, anche le donne: «Tutte le cittadine e tutti i cittadini – scrive Olympe – essendo uguali davanti alla legge, dovranno essere ugualmente ammessi a tutti gli uici e incarichi pubblici, secondo le loro capacità». Del resto, se «la donna ha il diritto di salire al patibolo, deve ugualmente avere anche il diritto di salire sulla tribuna», ovvero avere piena possibilità di espressione e partecipazione. E purtroppo fu proprio questa la sorte che toccò a Olympe: nell’epoca del Terrore, la fedeltà alla monarchia la portò a schierarsi contro la condanna a morte di Luigi XVI e a pronunciare parole molto dure contro Robespierre. Per questa scelta inì sulla ghigliottina il 3 novembre 1793.

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Perché gli storici riconoscono nel 14 luglio 1789 l’inizio dell’Età contemporanea? Argomenta utilizzando la tabella tutor. ƒ Sulla base di quale idea i rivoluzionari esclusero le donne dalla cittadinanza? ƒ Chi fu Olympe de Gouges? Che cosa sosteneva nel suo scritto?

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Dal passato al presente

Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino in una stampa dell’epoca.

Dobbiamo alla Rivoluzione francese la prima vera e propria carta formale dei diritti dell’uomo, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, secondo la quale nessuno poteva sopprimere diritti quali la libertà personale o l’uguaglianza di fronte alle leggi. L’organizzazione data dalla rivoluzione al territorio della Francia ha comportato anche lo sviluppo moderno della burocrazia, ossia degli uici (dal francese bureau cioè uicio) delegati dal potere centrale alla gestione dei diversi settori dell’amministrazione. Un’altra grande rivoluzione si compie in quegli stessi anni: nel 1783, per la prima volta, un uomo si eleva nell’aria e compie un breve volo con la mongoliera, il primo aerostato che dà inizio alla storia aeronautica.

I diritti umani UN LUNGO CAMMINO

IERI

I diritti umani coincidevano con i diritti alla libertà e con i diritti civili, ma si applicavano a fasce limitate di popolazione OGGI

I diritti civili e politici sono stati ampliati e sono stati definiti nuovi particolari diritti sociali che tutelano tutti gli aspetti della vita umana

Nel corso della storia il concetto e il contenuto di diritto umano si è via via ampliato. Nelle società antiche, ad Atene e a Roma, esistevano dei diritti che però venivano riconosciuti solo alla categoria dei cittadini che non comprendeva tutta la popolazione. La Magna Charta Libertatum (1215) e l’Habeas Corpus (1679) possono essere considerati i progenitori dei moderni documenti di tutela dei diritti dell’uomo, ma anch’essi escludevano una parte della popolazione. Nel 1689, in Inghilterra venne approvato anche il cosiddetto Bill of Rights (la Carta dei diritti fondamentali) in cui si afermano la libertà di religione, di parola e di stampa. La svolta decisiva, però, è rappresentata dalla Dichiarazione d’indipendenza delle colonie americane (1776) e soprattutto dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino sancita dall’Assemblea Nazionale in Francia il 26 agosto 1789, che riconoscono una serie di diritti a tutti i cittadini senza distinzione.

DIRITTI, NON PRIVILEGI Nella cultura d’Antico regime non c’era spazio per il diritto se non inteso come privilegio. È facile quindi comprendere la profondità della rottura prodotta dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che all’articolo 1 afermava solennemente: «Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità co-

mune». Veniva così respinta la distinzione in ordini e, coerentemente, con l’articolo 6 si rivendicava l’uguaglianza di fronte alla legge e, con il 13, quella iscale. In modo ancora più netto il preambolo alla Costituzione del 1791 avrebbe afermato: «Non esistono più né nobiltà, né titolo e dignità di pari, né distinzioni ereditarie o di ordine, né regime feudale, né giustizia patrimoniale, né alcuno dei titoli, denominazioni e prerogative che ne discendono, né alcun ordine di cavalleria, né alcuna delle corporazioni o decorazioni per le quali si esigevano prove di nobiltà, o che presupponevano distinzioni di nascita, né alcun altro titolo di superiorità se non quello dei funzionari pubblici nell’esercizio delle loro funzioni. Non esistono più né venalità, né ereditarietà di alcun pubblico uicio. Non esiste più per alcuna parte della nazione né per alcun individuo alcun privilegio, né eccezione al diritto comune di tutti i Francesi».

I LIMITI DEL POTERE POLITICO Ciò che più stava a cuore ai costituenti, afermando la libertà e l’uguaglianza originaria degli uomini, era la deinizione della natura e dei limiti del potere politico. Recita, infatti, l’articolo 2: «Il ine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione». Come già aveva sostenuto il ilosofo inglese

La Rivoluzione francese John Locke, dunque, la sovranità dello Stato era esplicitamente limitata dai diritti dei cittadini, i quali, non a caso, possono legittimamente «resistere all’oppressione».

DIRITTI E SOVRANITÀ NAZIONALE È interessante osservare che la Dichiarazione francese costituisce un passo avanti anche rispetto al Bill of Rights (1689) imposto dal Parlamento inglese al nuovo sovrano, Guglielmo d’Orange: sotto il proilo teorico, infatti, quella carta concepiva i diritti dei cittadini come «concessioni del sovrano»; al contrario, i Francesi afermarono con nettezza l’idea che i diritti preesistessero al potere del re. Si tratta di un’innovazione di straordinario rilievo che rovescia radicalmente la prospettiva tradizionale del pensiero politico classico: in primo piano, infatti, non stanno più gli obblighi degli individui – a partire dalla sottomissione all’autorità sovrana – ma i diritti degli individui, ovvero gli obblighi dei sovrani. Conseguente a questo rovesciamento, un altro radicale capovolgimento: il potere sugli uomini non proviene dall’alto (come avevano sostenuto i teorici dell’origine divina dell’autorità regale) ma dal basso, cioè dagli individui che costituiscono la società (la nazione), fondamento ultimo di ogni sovranità, come si aferma nell’articolo 3 della Dichiarazione: «Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa». Era una condanna senza appello per l’assolutismo monarchico.

131 scindere dalla lingua, dalla religione, dalla cultura o da qualsiasi altra possibile limitazione, è un’acquisizione dei nostri tempi e viene deinito per la prima volta dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948. Oggi i diritti umani sono riconosciuti dalle Costituzioni dei Paesi democratici e, attraverso l’ONU, tendono a diventare oggetto di tutela internazionale. Si sono ampliati comprendendo i diritti sociali (istruzione, salute, infanzia, difesa dell’ambiente) e di solidarietà verso i popoli che appunto sono ancora privi dei diritti fondamentali: si parla di diritto alla vita, alla pace e allo sviluppo. L’ONU ha elaborato una folta serie di iniziative importanti per la promozione e la tutela dei diritti, estendendoli a particolari categorie di individui: donne, bambini, rifugiati. Nei Paesi soggetti a regimi autoritari i diritti fondamentali vengono ancora disattesi, viene impiegata la tortura, viene negata l’istruzione alle donne e ai poveri: è dunque necessario ancora oggi un grande impegno da parte dei Paesi democratici per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sui temi dei diritti dell’uomo.

In questa stampa si legge la Carta dei diritti fondamentali (Bill of Rights) ratificata da re Guglielmo d’Orange e dalla regina Maria Stuart prima della loro incoronazione.

I DIRITTI UMANI OGGI

DESTRA E SINISTRA La distinzione ideologica, politica e parlamentare fra la destra e la sinistra ha origine durante la Rivoluzione francese dalla collocazione dei deputati nell’Assemblea Legislativa del 1791. A destra infatti sedevano i più moderati, a sinistra i più accesi sostenitori della rivoluzione. Così ancora oggi, in tutti parlamenti del mondo occidentale, alla destra del presidente dell’assemblea siedono i conservatori, a sinistra i progressisti e agli estremi, i più radicali dell’una e dell’altra fazione. SILHOUETTE È un ritratto che si limita a riprodurre solo il profilo del volto o il contorno del corpo di una persona. La caratteristica specifica di questa tecnica consiste nell’esiguità della materia e la riduzione al minimo dei segni: infatti il termine deriva dal nome del ministro delle finanze francese Étienne de Silhouette (1709-1796), noto per l’amministrazione assai parsimoniosa. Nel linguaggio corrente, indica un corpo femminile agile e slanciato.

PAROLE IN EREDITÀ

Il concetto di diritti umani universali, riconosciuti cioè a tutti gli uomini, a pre-

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COMPETENZE: USARE LE FONTI

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino DOCUMENTO È certamente il documento più famoso di tutta la Rivoluzione francese, destinato a divenire un punto di riferimento per i movimenti liberali e democratici e per le costituzioni del secolo successivo. Nella cultura dell’Antico regime non c’era spazio per il diritto se non inteso come privilegio.

È facile quindi comprendere la profondità della rottura della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Fin dall’articolo 1 veniva respinta la distinzione in ordini e, coerentemente, con l’articolo 6 si rivendicava l’uguaglianza di fronte alla legge e, con il 13, quella iscale.

I Rappresentanti del Popolo Francese, costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo siano le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri; affinché maggior rispetto ritraggano gli atti del Potere legislativo e quelli del Potere esecutivo dal poter essere in ogni istante paragonati con il fine di ogni istituzione politica; affinché i reclami dei cittadini, fondati d’ora innanzi su dei princìpi semplici e incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicità di tutti. In conseguenza, l’Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino:

società. Tutto ciò che non è proibito dalla Legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina.

Art. 1 – Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune. Art. 2 – Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo. Questi sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione. Art. 3 – Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa. Art. 4 – La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce agli altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Questi limiti sono determinati solo dalla Legge. Art. 5 – La Legge ha il diritto di proibire le azioni nocive alla

Art. 6 – La Legge è espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno il diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti, sia che protegga sia che punisca. Tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti e impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti. Art. 7 – Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi contemplati dalla Legge e secondo le forme che essa prescrive. Coloro che promuovono, trasmettono, eseguono o fanno eseguire ordini arbitrari debbono essere puniti; ma ogni cittadino, chiamato o arrestato in forza della Legge, deve obbedire all’istante. Egli si rende colpevole resistendo. Art. 8 – La Legge non deve stabilire che pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in forza di una Legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto e legalmente applicata. Art. 9 – Essendo ciascun cittadino presunto innocente finché non è stato dichiarato colpevole, quando è necessario arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla Legge. Art. 10 – Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge. Art. 11 – La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo: ogni cittadino può parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.

La Rivoluzione francese

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Art. 12 – La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino rende necessaria una forza pubblica; questa è dunque istituita per vantaggio di tutti, e non per l’utilità particolare di coloro ai quali è affidata. Art. 13 – Per il mantenimento della forza pubblica e per le spese d’amministrazione, è indispensabile un contributo comune: esso deve essere ugualmente ripartito fra tutti i cittadini, in ragione delle loro sostanze. Art. 14 – Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare da se stessi o per mezzo dei loro rappresentanti la necessità dei contributi pubblici, di consentirli liberamente, di controllarne l’impiego e di determinarne la quota, la distribuzione, l’esazione e la durata. Art. 15 – La società ha diritto di chiedere conto a ogni pubblico ufficiale della sua amministrazione. Art. 16 – Ogni società nella quale non sia assicurata la garanzia dei diritti e determinata la separazione dei poteri, non ha costituzione. Art. 17 – La proprietà, essendo un diritto inviolabile e sacro, non potrà essere tolta in nessun caso, salvo quello in cui la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga chiaramente e sempre con la condizione d’una precedente giusta indennità.

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (incisa nel bronzo). Parigi, Museo Carnavalet.

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

ƒ Quali princìpi si annunciano nel preambolo? ƒ Che cosa significa che le distinzioni sociali sono fondate sull’utilità comune? ƒ Quali sono i diritti naturali dell’uomo? ƒ In chi risiede la sovranità? Che cosa significa? ƒ Nella Dichiarazione si enunciano libertà negative e libertà positive: quali sono? ƒ Che cosa significa che «la legge» è espressione della volontà generale? ƒ Quali garanzie si prevedono per il cittadino accusato di qualche reato? ƒ Come devono essere ripartite le tasse, intese come contributo per un servizio comune? ƒ Come viene considerata la proprietà privata?

ƒ Rispetto alla ripartizione in ordini dell’Antico regime, che tipo di società presenta questa Dichiarazione? ƒ Attribuendo allo Stato la difesa dei diritti naturali dei cittadini, a quale concezione della sovranità si fa riferimento? ƒ In quali punti della Dichiarazione si riprendono le idee di Rousseau?

RIELABORARE, DISCUTERE, REINTERPRETARE ƒ Il Bill of Rights del 1689, la Dichiarazione d’indipendenza americana e la Costituzione degli Stati Uniti, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della Rivoluzione francese costituiscono per la cultura occidentale le tappe fondamentali della storia della democrazia. Ripercorri queste tappe evidenziando di volta in volta le innovazioni introdotte nei rispettivi documenti. Paragonali, infine, con la nostra Costituzione repubblicana. Quali diritti in più sono previsti nella Costituzione italiana?

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COMPETENZE: USARE LE FONTI

Una rivoluzione borghese e liberale o dispotica? STORIOGRAFIA Chi furono i veri arteici del processo rivoluzionario? I ricchi borghesi, che rivendicavano una partecipazione politica pari al loro peso economico, le élites o gli strati più deboli della popolazione (contadini e sanculotti), mossi dalla miseria e dalla fame? È questa una delle questioni interpretative più discusse. Nell’Ottocento, nel clima culturale del Romanticismo, lo storico francese Jules Michelet (1798-1874) fu tra i sostenitori della tesi «miserabilista», che attribuiva ai «miseri», ai ceti popolari, una funzione rilevante all’interno della rivoluzione. Ai primi del Novecento, invece, Jean Jaurès (1859-1914), nella sua Storia socialista della Rivoluzione francese, pose l’accento sul ruolo dei borghesi ricchi. Jaurès diede inizio alla storiograia marxista della rivoluzione, una tendenza interpretativa ripresa da studiosi come Georges Lefebvre (1874-1959) e Albert Soboul, che rappresentano la cosiddetta «storiograia classica» sulla Rivoluzione francese. Secondo questa impostazione, la rivoluzione aveva segnato il superamento della società feudale e l’avvento della borghesia e del capitalismo. Contemporaneamente, per i suoi valori di libertà e di uguaglianza e soprattutto per l’opera dei giacobini, rappresentò un momento fondamentale nell’emancipazione delle classi oppresse. In questa prospettiva la rivoluzione fu un evento centrale non solo della storia di Francia ma di tutto il mondo.

Albert Soboul

Una rivoluzione borghese Albert Soboul (1914-1982), storico di ispirazione marxista, è stato docente all’Università di Clermont-Ferrand. Considerato uno dei massimi esperti della Rivoluzione francese, ha dedicato particolare attenzione agli aspetti legati ai movimenti di massa. Tra gli scritti più importanti, ricordiamo: La Rivoluzione francese (1948); Movimento popolare e rivoluzione borghese. I sanculotti parigini nell’anno II (1958); Robespierre (1958); La società francese nella seconda metà del Settecento (1966).

avrebbero mobilitate al servizio della rivoluzione borghese; ma ciò, a parere di Jaurès, non fu che un puro fatto casuale. In realtà, il male era più profondo e colpiva l’economia francese in tutti i settori. La miseria mise in moto le masse popolari nel momento stesso in cui la borghesia, dopo un’ascesa senza precedenti, era colpita nei suoi redditi e nel suo profitto. La regressione economica e la crisi ciclica apertasi nel 1788 furono le prime responsabili degli eventi dell’Ottantanove: la loro conoscenza illumina di nuova luce il problema delle origini immediate della rivoluzione. Al di là, però, delle determinazioni economiche, che spiegano una certa data, agivano gli antagonismi sociali fondamentali. Le cause profonde della Rivoluzione francese vanno ricercate nelle contraddizioni, sottolineate da Barnave1, tra le strutture e le istituzioni dell’Antico regime da un lato, e il movimento economico e sociale dall’altro. Alla vigilia della rivoluzione, i quadri della società erano ancora aristocratici; il regime della proprietà fondiaria conservava una struttura feudale; il peso dei diritti feudali e delle decime ecclesiastiche era intollerabile per il mondo cittadino. E ciò mentre si sviluppavano i nuovi mezzi di produzione e di scambio, sui quali sorgeva la potenza economica borghese. L’ordinamento sociale e politico dell’Antico regime, che consacrava i privilegi dell’aristocrazia fondiaria, ostacolava lo sviluppo della borghesia. La Rivoluzione francese fu, secondo l’espressione di Jaurès, una rivoluzione «largamente borghese e democratica», e non già una rivoluzione «strettamente borghese e conservatrice» come la «rispettabile» Rivoluzione inglese del 1688. Essa fu tale grazie all’appoggio delle masse popolari mosse dall’odio per il privilegio e sollevate dalla fame, desiderose di liberarsi dal peso della feudalità. Uno dei fini essenziali della rivoluzione fu la distruzione del regime feudale e l’emancipazione dei contadini e della terra. Queste caratteristiche si spiegano non soltanto con la crisi generale dell’economia alla fine dell’Antico regime, ma, ancor più profondamente, con le strutture e le contraddizioni della vecchia società. La Rivoluzione francese fu sì una rivoluzione borghese, ma con sostegno popolare e specialmente contadino. A. Soboul, La Rivoluzione francese, Laterza

Jaurès non negò certo l’importanza della fame nello scoppio della rivoluzione: ma a essa riconosceva soltanto una parte episodica. Il cattivo raccolto del 1788 e la crisi del 1788-89, mettendo dolorosamente alla prova le masse popolari, le

1. Antoine Barnave (1761-1793) è stato un politico che partecipò all’Assemblea Nazionale Costituente e venne giustiziato durante il Terrore. In carcere scrisse l’opera cui fa riferimento Soboul (De la Révolution et de la Constitution) che fu pubblicata postuma nel 1843.

La Rivoluzione francese Intorno al 1960, lo storico inglese di impostazione liberale Alfred Cobban (1901-1968) criticò duramente la tesi marxista, sostenendo che nella Francia del Settecento non esisteva ancora una vera borghesia capitalista. La rivoluzione, secondo Cobban, era stata avviata da una élite di uomini di legge, professionisti, proprietari fondiari, generalmente conservatori e simili all’aristocrazia. Da Cobban ha preso avvio una lettura «revisionista» della rivoluzione, tra i cui rappresentanti ricordiamo i francesi François Furet e Denis Richet. Secondo questi due storici, il processo sarebbe stato avviato da nobili e borghesi, influenzati e uniti dal pensiero illuministico, che miravano solo a riforme moderate in direzione di una monarchia costituzionale. Gli sviluppi in senso democratico, i metodi violenti e dittatoriali che caratterizzarono la rivoluzione furono degli «sbandamenti» (dérapages in francese) estranei allo spirito riformista delle élites.

François Furet

Critica dell’impostazione marxista François Furet (1927-1997) ha svolto attività di docente all’Institute Raymond Aron, all’École des Hautes Études en Sciences Sociales e all’Università di Chicago. Fra i maggiori esperti della Rivoluzione francese, ha dato di essa un’interpretazione in chiave critica e «revisionista». Fra le sue opere: La Rivoluzione francese (con D. Richet, 1973); Critica della Rivoluzione francese (1978); Il laboratorio della storia (1982); Dizionario critico della Rivoluzione francese (curato con M. Ozouf, tr. 1988); Il secolo della rivoluzione. 1770-1870 (1988); Il passato di un’illusione. L’idea comunista nel XX secolo (1995).

135 Ciò che v’è di irrimediabilmente confuso nella vulgata «marxista» della Rivoluzione francese è la giustapposizione della vecchia idea dell’avvento di un’era nuova – idea costitutiva della rivoluzione, appunto – e di una dilatazione del campo storico tipica del marxismo. Il marxismo infatti – o per meglio dire quel marxismo che si annette, con Jaurès, la storia della rivoluzione – sposta il centro di gravità del problema della rivoluzione sull’economico e sociale, e nel suo tentativo di attribuire allo sviluppo del capitalismo l’apoteosi dell’89 e la graduale promozione del Terzo stato allarga il mito della rottura rivoluzionaria anche alla vita economica e al sociale tutto: prima il feudalesimo e la nobiltà, dopo il capitalismo e la borghesia. Ma poiché queste proposizioni non sono dimostrabili né verosimili, del resto, e comunque esorbitano dal quadro cronologico canonico, il marxismo si limita a giustapporre un’analisi di carattere economico e sociale delle cause a una storia di carattere politico e ideologico dei fatti. Questa incoerenza ha comunque il vantaggio di sottolineare uno dei problemi fondamentali della storiografia rivoluzionaria, quello cioè della connessione fra le tesi interpretative e la cronologia dell’evento. Se si vuole sostenere a ogni costo l’idea di una rottura obiettiva nel tempo storico, facendo di tale rottura l’alfa e l’omega della storia della rivoluzione, si finisce col dire delle assurdità, qualunque sia l’interpretazione proposta. Ma queste assurdità sono tanto più necessarie quanto più l’interpretazione è ambiziosa e quanti più livelli concerne. Si può dire, ad esempio, che fra l’89 e il ’94 tutto il sistema politico francese si è bruscamente trasformato perché la vecchia monarchia è scomparsa; ma l’idea che, fra queste due stesse date, il tessuto sociale o economico della nazione si sia rinnovato da cima a fondo è ovviamente molto meno verosimile. F. Furet, Critica della Rivoluzione francese, Laterza

Questa immagine del 1787 descrive bene la situazione della società francese dell’Antico regime. Il Terzo stato è schiacciato dagli altri due stati.

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COMPETENZE: USARE LE FONTI

François Furet e Maurice Agulhon si interrogano sulla inevitabilità dei massacri consumati durante la Rivoluzione, fornendo risposte contrapposte. La Rivoluzione francese, dunque, fu all’origine del Terrore o della libertà?

François Furet

Dalla rivoluzione discende il terrore Io non credo all’inevitabilità della storia. Alla fine del XVIII secolo di veramente inevitabile era la necessità di un aggiornamento: né la monarchia assoluta né la società aristocratica né la Chiesa potevano durare. Ma perché mai le forme del cambiamento dovevano essere per forza quelle? Quale inevitabilità c’era, ad esempio, nel fatto che in quegli anni la Francia avesse un re malaccorto come Luigi XVI? Insomma, se mi si chiede di rispondere in coscienza alla domanda se ciò che è accaduto sarebbe potuto accadere diversamente, io rispondo nettamente sì. Sì, le cose potevano andare in maniera diversa. Ciò che caratterizza la Rivoluzione francese nel suo affermarsi è che essa mal si concilia con la libertà politica. Per due volte la rivoluzione, prima con Robespierre e poi sotto Bonaparte, esprime dei periodi incompatibili con i Diritti dell’uomo e con la libertà. Agulhon attribuisce al ruolo della controrivoluzione la responsabilità di queste deviazioni illiberali. Io non lo nego: ma dico che non basta, e che nella cultura rivoluzionaria del 1789 esistono degli elementi di illiberalità. In altre parole io dico che la dinamica della rivoluzione è potenzialmente dispotica. Ci sono elementi della cultura rivoluzionaria che sin dall’origine risultano di incompatibilità politica con la democrazia. Ne è un esempio il 1789: il fenomeno rivoluzionario francese

si caratterizza subito per il totale rifiuto dell’Ancien régime, il che non stava scritto negli astri né nella necessità, e poi per l’idea che ai Francesi spetti di inaugurare un nuovo periodo di storia. Ora, questa idea si lega subito a quella della rigenerazione del popolo. E da entrambe si arriva facilmente a una successiva, che è quella di costruire un uomo nuovo, un popolo di «cittadini», di sottoposti. Da qui è ancora una volta facile arrivare all’idea delle limitazioni delle libertà… Dunque, la Rivoluzione francese è manichea sin dal primo momento. Al contrario di quanto succedeva in America: mentre gli Americani, in quegli stessi anni, si pongono il problema di suddividere la sovranità del popolo, i Francesi non si rendono conto che questa può diventare dispotica nel momento in cui non se ne faccia un uso saggio. Basta paragonare le Federalist Letters che commentano la Costituzione americana del 1787 ai dibattiti francesi dell’agosto-settembre 1789 e si vede bene questa enorme differenza. Insomma, la Rivoluzione francese produce una cultura politica nella quale non si può più pensare il pluralismo. Un altro esempio: che cosa mai ha obbligato la rivoluzione ad affrontare la Chiesa cattolica? Niente. E niente ancora obbligava una volta nazionalizzati i beni del clero, a far eleggere i vescovi dai cittadini. E la guerra poi? Si dice: i Francesi hanno fatto il Terrore a causa della guerra. Ma chi ha voluto la guerra? La rivoluzione stessa, con l’eccezione del solo Robespierre. Per concludere, il mio pensiero è che la rivoluzione fu dispotica. Contraddisse, fin dall’inizio, i diritti dell’uomo: così come illiberale è la tradizione giacobina post-rivoluzionaria che attraversa tutto l’Ottocento per giungere fino ai giorni nostri. F. Furet, M. Agulhon, in 1789, Terrore o libertà La seduta di apertura degli Stati Generali, il 5 maggio 1789.

La Rivoluzione francese

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Maurice Agulhon

Dalla Rivoluzione discende la libertà Maurice Agulhon (1926-2014) è docente di Storia contemporanea al Collège de France. Esperto di storia politica, sociale e culturale della Francia nei secoli XIX e XX, ha pubblicato anche alcune opere in Italia, come La Francia della seconda repubblica, 1848-1852 (1973), La repubblica nel villaggio: una comunità francese tra rivoluzione e seconda repubblica (1970), Il salotto, il circolo e il caffè: i luoghi della sociabilità nella Francia borghese, 1810-1848 (1993).

Luigi XVI, più che malaccorto, è stato un monarca intellettualmente integrato nell’Ancien régime, che ha rifiutato le riforme e che, anche quando ha dovuto accettarle, lo ha fatto al fine di ripartire da posizioni più vantaggiose. Fu lui a rendere pressoché inevitabile la radicalizzazione dei suoi avversari. La presa della Bastiglia e i primi linciaggi per le strade di Parigi non sarebbero esistiti se l’11 luglio 1789 il re non avesse deciso di licenziare il ministro Necker e non avesse mandato sulle piazze la cavalleria. Il carattere violento della rivoluzione ha avuto, dunque, come primo responsabile la resistenza controrivoluzionaria. Per questo non ci sto a una ricostruzione che fa partire il Terrore addirittura da Rousseau a cui allude il discorso di Furet. Se Luigi XVI avesse accettato un sistema monarchico inglese, ovvero se avesse accettato le raccomandazioni di Mirabeau e dei Costituenti, sarebbe mai

esistita per Robespierre la minima possibilità di arrivare al potere? Credo proprio di no, e di conseguenza non ci sarebbe stato affatto il Terrore. Per quanto riguarda invece gli Americani, bisogna ricordare che una volta fatta la loro rivoluzione, non hanno dovuto misurarsi con i controrivoluzionari che se ne sono tornati in Inghilterra o sono emigrati in Canada! Così tutta la vita politica ha potuto svilupparsi tra gente che aveva una comune adesione ai suoi princìpi. Due precisazioni sulla politica religiosa e sulla guerra che contrastano con quanto sostiene Furet. La politica religiosa: se è vero che la Costituzione civile del clero fu un errore grossolano, non dimentichiamo che di fatto la Chiesa era contro il nuovo sistema, contro certe sue innovazioni, come la libertà di coscienza e l’equiparazione di tutti i culti religiosi. La guerra: bisogna riconoscere che venne rifiutata dai più intelligenti dei rivoluzionari. Robespierre, ad esempio, era contrario. La volevano invece sia la corte sia gli emigrati, cioè i controrivoluzionari. Infine, il giacobinismo del XIX secolo: si parla di giacobini per fare in fretta e usare un simbolo ma in realtà io preferisco parlare di repubblicani. I quali per tutto l’Ottocento sono stati molto più portati a rivendicare che non a distruggere la libertà. Non c’è il minimo dubbio su questo. Il partito repubblicano in Francia, l’erede della Rivoluzione francese, ha passato il suo tempo a conquistare a una a una le libertà a fianco dei liberali e contro il partito autoritario e clericale. In sintesi, il Terrore nacque per difendersi dalla controrivoluzione. Tant’è vero che dalla cultura del 1789 sono nate tutte le nostre libertà. F. Furet, M. Agulhon, in 1789, Terrore o libertà

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

DISCUTERE E ANALIZZARE

ƒ Qual è la tesi interpretativa di Soboul? ƒ Di quale orientamento storiografico è espressione? ƒ Che cosa è una lettura «revisionista» della rivoluzione? ƒ Chi ne sono i principali sostenitori? ƒ Quali sono i limiti individuati da Furet nell’interpretazione marxista? ƒ Per quali motivi Furet ritiene che la rivoluzione sia stata dispotica? ƒ Con quale altro evento la mette a confronto? ƒ Come spiega Agulhon il Terrore?

ƒ Che ruolo economico e che ruolo politico aveva la borghesia del Settecento? ƒ Che cosa scatenò il popolo parigino contro la monarchia? ƒ Perché l’atteggiamento di Luigi XVI mise in crisi gli equilibri dei primi due anni della rivoluzione? ƒ Quale fu il gruppo politico che assunse un atteggiamento di intransigente difesa della repubblica democratica? ƒ Quali conseguenze ebbe l’entrata in guerra della Francia?

ƒ Da quale cultura trae i suoi fondamenti la Rivoluzione francese? Per quali aspetti, secondo te, la Rivoluzione francese può ancora essere attuale? Quali aspetti invece sono da ritenere superati?

ƒ Prima e Dopo ƒ Video - Simboli e festività della rivoluzione ƒ Immagine commentata - Marat assassinato ƒ Immagine commentata - La ghigliottina ƒ Immagine commentata - La presa della Bastiglia ƒ Online DOC - Robespierre: la virtù come principio del governo democratico ƒ Online STO - L’autonomia delle rivolte contadine

ƒ Online STO - Le tre giornate che sconvolsero la Francia ƒ Online STO - La mamma nasce col contadino ƒ Online STO - Luigi XVI: il re che seppe morire ƒ Online STO - Robespierre e Danton ƒ Audiosintesi Unità 4 ƒ Scheda cinema - Marie Antoinette

IN DIGITALE

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MISURARE LE COMPETENZE

GLI EVENTI

IL TEMPO

Completa la frase.

Unisci opportunamente avvenimento e data, indicando il numero corrispondente della data nella colonna a destra di ogni avvenimento.

1. Luigi XVI convocò gli Stati Generali per timore che la crisi finanziaria ed economica suscitasse rivolte nei ceti popolari perché il Terzo stato voleva tassare i ceti privilegiati per la pressione della nobiltà che si opponeva alla prospettiva di estendere la tassazione ai ceti privilegiati 2. I giacobini erano una fazione rivoluzionaria guidata da Robespierre favorevole alla repubblica erano una fazione rivoluzionaria guidata da La Fayette favorevole a una monarchia costituzionale costituivano uno dei tre schieramenti presenti all’interno della Convenzione

Avvenimento a Periodo del Terrore b Emanazione della prima Costituzione c

Fuga del re

d Apertura degli Stati Generali e Viene ghigliottinato Robespierre f

Presa della Bastiglia

g Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino h La Convenzione approva la nuova Costituzione

3. La Costituzione del 1791 prevedeva la soppressione della monarchia e l’instaurazione di una repubblica attribuiva il potere legislativo all’Assemblea Legislativa e il potere esecutivo al sovrano attribuiva il potere legislativo e il potere esecutivo all’Assemblea Nazionale

Data

4. A Valmy si svolse il primo scontro tra l’esercito francese e le truppe austro-prussiane l’esercito francese fu sconfitto dalle truppe austroprussiane l’esercito francese ottenne la sua prima vittoria contro l’esercito francese era alleato con altri Stati

6 24 giugno 1793

5. Tra il 1793 e il 1794 il governo passò ai giacobini di Robespierre e assunse le caratteristiche di una dittatura i girondini mantennero il controllo della Convenzione e attuarono una politica di esportazione della rivoluzione i contadini della Vandea diedero vita a un movimento armato controrivoluzionario 6. Il Trattato di Campoformio determinò il passaggio di Nizza e della Savoia alla Francia la nascita delle repubbliche sorelle la cessione di Venezia all’Austria

LE PAROLE Definisci le seguenti espressioni: a. dipartimento b. clero refrattario c. suffragio censitario d. colpo di Stato

1

5 maggio 1789

2 giugno 1793-luglio 1794 3 20 giugno 1791 4 27 luglio 1794 5 14 luglio 1789 7 26 agosto 1789 8 settembre 1791

VERSO L’ESAME DI STATO a. Rispondi alle seguenti domande. ƒPerché la situazione della Francia alla vigilia della rivoluzione era esplosiva? ƒRicostruisci il rapporto con la religione cristiana nelle diverse fasi della rivoluzione. ƒQuali idee sostenne Olympe de Gouges? ƒParagona le Costituzioni del 1791, 1793 e 1795. ƒPerché gli storici hanno identificato nel 14 luglio 1789 l’inizio dell’Età contemporanea? Come giudicano la rivoluzione nel suo complesso? b. Il saggio breve: interpreta e confronta i seguenti documenti. ƒp. 132 – La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino ƒp. 196 – Magazine; Apertura degli Stati Generali ƒp. 200 – Magazine; Esecuzione del re Successivamente, utilizzando anche le tue conoscenze, sviluppa l’argomento proposto nella forma del saggio breve, attribuendo alla composizione un titolo appropriato. Argomento. Il re e la rivoluzione

CITTADINI ADESSO

La Rivoluzione francese

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Uguali o diversi? Il motto della Rivoluzione francese del 1789 fu: «Libertà, uguaglianza, fraternità». I rivoluzionari pensavano che, nel nuovo ordine politico e sociale, questi tre valori avrebbero permesso a tutti i cittadini di condurre un’esistenza dignitosa e protetta. Infatti tali valori oggi sono alla base della democrazia. All’epoca però rappresentavano un’enorme novità: se consideriamo l’uguaglianza, per noi è ovvio che la legge sia uguale per tutti; invece per secoli le persone appartenenti alla nobiltà o al clero beneficiarono di privilegi inaccessibili al resto della popolazione. L’uguaglianza e la libertà sono valori che si sono affermati nella nostra cultura, ma lo hanno fatto grazie a un lento processo secolare; inoltre, questo processo non è avvenuto in tutte le società. Ancora oggi, infatti, numerosi Stati non riconoscono i diritti fondamentali: basti pensare alle dittature, ai regimi che negano i diritti delle donne o che praticano discriminazioni razziali. Infine, l’uguaglianza è un valore che richiede molti sforzi per diventare reale: lo Stato non può limitarsi ad affermarla per legge, ma ha il dovere di realizzarla intervenendo in modo concreto a favore dei cittadini che si trovano in condizioni di svantaggio. Ciò è un bene per tutti: l’intera società migliora se ciascun individuo può studiare e ottenere un lavoro adeguato al proprio talento e se ogni cittadino ha la possibilità, nei momenti di difficoltà, di accedere a cure mediche e ad altri sostegni indispensabili a condurre un’esistenza dignitosa.

DISCRIMINAZIONE È il comportamento di chi attua ingiustamente distinzioni e differenziazioni nei confronti di altre persone in base a considerazioni etniche, religiose o politiche, considerando tali persone indegne di determinati diritti o libertà.

LESSICO

Il diritto all’uguaglianza di tutti i cittadini

1. LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA Anche se non cita la parola «uguaglianza», il primo articolo della Costituzione contiene un’affermazione fondamentale legata a questo concetto: l’Italia è «fondata sul lavoro». Nell’Italia repubblicana infatti, al contrario dell’Italia monarchica, un cittadino non ha valore per la ricchezza della propria famiglia di origine o per l’appartenenza all’aristocrazia, ma perché lavorando guadagna la propria posizione sociale. L’articolo 3, poi, illustra il significato del termine uguaglianza, che rappresenta un valore così importante da ricorrere in numerosi altri articoli della carta costituzionale. Art. 1: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. […] Art. 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di

religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Art. 29: […] Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi. […] Art. 34: La scuola è aperta a tutti. […] I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso. Art. 37: La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. […]

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2. COSTRUIRE UNA SOCIETÀ APERTA E GIUSTA mo per migliorare la qualità della propria esistenza attraverso l’istruzione, l’impegno politico, il lavoro e l’organizzazione della vita privata. In altre parole, anche se non viviamo in una società perfetta, viviamo in una società «aperta», che consente la mobilità sociale. ASTRATTO È ciò che appartiene al mondo delle idee, e non ha un legame diretto e immediato con la realtà (il suo contrario è infatti «concreto»).

LESSICO

Alcuni termini – come «uguaglianza», «diritti», o «libertà» – contenuti nella Costituzione possono sembrare astratti e superati; invece hanno un valore concreto e attuale, perché influiscono sulla vita quotidiana dei cittadini. Lo sa bene chi vive in una dittatura e non gode di queste prerogative; anche le persone vissute prima dell’affermarsi delle democrazie sarebbero sorprese dei diritti di cui godiamo. Nel Medioevo e nell’Età moderna era infatti normale per ciascun individuo aspettarsi dallo Stato e dalla legge un trattamento diverso a seconda del gruppo di nascita e dell’appartenenza sociale. Ovviamente i privilegi erano riservati alle classi aristocratiche ed era estremamente difficile migliorare la propria posizione se si nasceva in una classe povera. Per quanto intelligente, il figlio di un contadino non poteva accedere all’istruzione e successivamente diventare un avvocato o un funzionario statale. Gli uomini, dunque, non nascevano tutti uguali. I cittadini di una democrazia, invece, nascono uguali; a loro è data la possibilità, da una parte, di godere di garanzie a protezione della propria vita e delle proprie libertà e, dall’altra, di agire in modo autono-

MOBILITÀ SOCIALE Indica il passaggio da un gruppo sociale a un altro, di solito attraverso il miglioramento dell’istruzione, del reddito, della posizione lavorativa. Fa sì che tra una generazione e l’altra un buon numero di persone sia in grado, grazie al proprio merito e alle proprie capacità, di migliorare la propria situazione sociale ed economica.

3. TUTTI UGUALI, IN TUTTI I CASI? Il concetto di uguaglianza ha diversi aspetti. Innanzitutto, occorre considerarlo come il principio generale che afferma: «tutti i cittadini sono uguali». Infatti la Costituzione italiana dichiara che: ƒle leggi sono le stesse per tutti, e tutti sono uguali di fronte alla legge; ƒle differenze di sesso, di razza, di religione, di condizioni personali non giustificano trattamenti diversi. Ciò significa, ad esempio, che la legge non può stabilire che alle persone di una determinata religione sia vietato l’accesso all’istruzione. È però evidente che i cittadini, in concreto, non nascono tutti uguali: alcuni, infatti, nascono in condizioni di svantaggio economico e sociale. In questi casi la legge deve facilitare l’accesso

a una buona istruzione (e di conseguenza a un lavoro adatto alle capacità del singolo cittadino), a cure mediche a basso costo e, in caso di necessità, a sostegni economici. Di conseguenza, la legge può fare ciò che in altri casi le è vietato: può riservare trattamenti diversi ad alcuni individui, ma solo per permettere loro di recuperare lo svantaggio di partenza. Infine, mentre la diseguaglianza è un disvalore, la differenziazione tra gli individui è un valore. L’imposizione dell’uguaglianza assoluta infatti, porta all’uniformità e alla mancanza della libertà propria degli Stati totalitari. Al contrario, l’uguaglianza permette a ciascun individuo di manifestare liberamente le proprie capacità e le proprie attitudini, meritandosi la propria posizione sociale.

La Giustizia raffigurata in un bassorilievo del Tribunale di Milano.

La Rivoluzione francese

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4. L’UGUAGLIANZA, IN CONCRETO Riassumendo, i cittadini devono considerarsi uguali tra loro; la legge deve considerarli tutti uguali e, se necessario, deve creare le condizioni perché raggiungano l’uguaglianza. Ma in quali campi della vita quotidiana si applica l’idea dell’uguaglianza?

Uomini e donne hanno gli stessi diritti.

La Costituzione ha superato l’idea che le donne dovessero essere subordinate agli uomini, garantendo loro pari diritti in tutti i campi.

RAZZA (E LINGUA)

La legge non può trattare diversamente i cittadini sulla base dell’etnia e della nazionalità.

La Costituzione del 1948 stabilì questa norma contro la politica razzista e antisemita propria del fascismo. La norma è attuale ancora oggi in virtù del fenomeno dell’immigrazione.

RELIGIONE

Lo Stato italiano è laico: ha un legame storico con il cattolicesimo, ma non ha una religione «ufficiale». I cittadini hanno libertà di religione (o di non averne alcuna).

Per secoli gli Stati hanno garantito privilegi per gli appartenenti alla religione ufficiale. Ancora oggi in molti Pesi vengono attuate persecuzioni nei confronti delle minoranze religiose.

OPINIONI POLITICHE

Ciascun cittadino è libero di esprimere e diffondere le proprie opinioni politiche senza temere repressioni da parte dello Stato o imposizioni da altri cittadini.

Il fascismo discriminò e perseguitò gli oppositori politici, così come fanno ancora oggi tutte le dittature.

SESSO

DIVIETO DI DISCRIMINARE Obbligo di considerare uguali i cittadini, indipendentemente da:

L’articolo 3 della Costituzione ci fornisce le indicazioni di base per poter rispondere a questa domanda: vieta infatti qualunque discriminazione fondata su «sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali».

CONDIZIONI PERSONALI E SOCIALI

La legge deve sostenere i soggetti svantaggiati (ad esempio i disabili) e vietare i privilegi per chi proviene da classi sociali tradizionalmente avvantaggiate.

Malattie, disabilità e più in generale l’appartenenza a minoranze costituiscono un fattore di grave svantaggio nelle società che non agiscono per contrastare le disuguaglianze. Nelle società chiuse e non democratiche le classi più vicine al potere sono di solito in grado di ottenere privilegi.

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CITTADINI ADESSO

5. PARITÀ TRA UOMINI E DONNE: UN PROBLEMA SUPERATO? La Costituzione italiana ha stabilito la parità tra uomini e donne in tutti i settori: nel campo della partecipazione politica, nella famiglia, sul lavoro, e così via. Il problema dell’uguaglianza tra uomini e donne però non è del tutto risolto, anche se spesso viene liquidato come un tema non più attuale. Come abbiamo già visto, un conto è affermare un principio, altra cosa è renderlo concreto. In Italia infatti, così come nel resto del mondo, per secoli le donne sono state considerate inferiori agli uomini, e le eredità di questo lungo passato non sono ancora scomparse. Se consideriamo la famiglia, uomo e donna hanno per legge gli stessi diritti e doveri. Questo principio venne attuato dalla legge italiana nel 1975: prima, la moglie doveva per legge seguire la volontà del marito. Se però si pensa a quanto sia ancora radicata l’idea – cancellata da decenni dalla legge – che il «capofamiglia» sia il marito, si può comprendere come la parità non sia ancora per tutti e ovunque un fatto concreto. Se pensiamo ai diritti politici, il diritto di far contare la propria opinione politica con il voto e di essere elette fu riconosciuto alle donne italiane solamente nel 1946. Molti, all’epoca, ritenevano inutile il voto femminile: sarebbe stato come attribuire un doppio voto al marito! Oggi la presenza delle donne in politica e nelle istituzioni è in aumento, ma non si può dire che sia pari a quella maschile. Infine, se consideriamo il lavoro, la Costituzione prevede che, a parità di prestazioni lavorative, uomini e donne vengano retribuiti nella stessa misura: tuttavia ancora oggi le statistiche evidenziano come le donne guadagnino meno degli uomini. La tutela della maternità sul posto di lavoro, inoltre, è in alcuni casi ancora un problema. Oggi le donne sindaco, avvocato o dirigente d’azienda sono sempre di più, ma occorre ricordare che si tratta di conquiste piuttosto recenti, dato che fino al 1963 in Italia alle donne fu vietato l’accesso a professioni come il giudice o il diplomatico di carriera. Il Global Gender Gap Report è una ricerca condotta ogni anno, dal 2006, dall’organizzazione World Economic Forum. Si tratta di uno studio che, analizzando criteri economici e politici, assieme a parametri riguardanti l’istruzione e la salute, misura la disparità tra uomini e donne in tutto il mondo. L’indice fissa l’ampiezza del divario per ogni Stato e fornisce una classifica dei Paesi (vedi

cartina). Nella classifica del 2015 l’Italia è risultata al 41° posto su 145. I migliori quattro Paesi al mondo sono: Islanda, Norvegia, Finlandia e Svezia.

COMPRENDERE E CONTESTUALIZZARE

RIELABORARE E DISCUTERE

Nella società medievale l’uguaglianza era un valore importante? ƒ

In base alla tua esperienza personale, potresti affermare che ƒ nascere uomo o donna garantisca gli stessi diritti e le stesse possibilità?

ƒ Spiega l’affermazione: «Un cittadino non ha valore per la ricchezza della propria famiglia di origine o per l’appartenenza all’aristocrazia, ma perché lavorando guadagna la propria posizione sociale». Che cosa ha a che fare con l’uguaglianza? ƒ Che cosa significa «non discriminare»?

ƒ Osservando lo schema spiega quali sono gli aspetti concreti dell’uguaglianza e quali problemi della società tentano di risolvere.

ƒ Sotto quali aspetti la legge impone la parità tra uomo e donna?

meglio

peggio

ƒ Quali sono, nel mondo, gli Stati in cui la disparità tra uomini e donne è meno forte? Perché in questi Paesi la situazione è migliore rispetto ad altri? Svolgi una ricerca per spiegarlo, cercando di capire quali elementi vengano misurati per stabilire la classifica Global Gender Gap Report. ƒ Secondo te, il problema della violenza sulle donne è legato al tema della parità? Motiva la tua risposta.

UNITÀ 5

143

L’età napoleonica PRIMA: Le innovazioni della rivoluzione sono limitate alla Francia Prima dell’età napoleonica, le conquiste civili e sociali della Rivoluzione francese erano limitate alla sola Francia. In Europa, con la sola eccezione dell’Inghilterra, gli altri Stati erano ancora governati dalle istituzioni e dalle regole del sistema dell’Ancien régime, che sembrava destinato a durare a lungo.

CAUSE

EVENTI

CONSEGUENZE

In Francia la paura dell’invasione straniera porta a desiderare un governo forte che garantisca l’ordine e la pace

X

Dicembre 1799: Viene approvata la Costituzione dell’anno VIII che estende il potere del Primo Console a tutti i settori della vita politico-amministrativa

X

Il Primo Console puo presentare nuove leggi, nominare i comandanti dell’esercito e i funzionari statali. Si consolida il legame tra alta borghesia e regime napoleonico

Gli Stati che vedono nella Francia rivoluzionaria un pericolo si organizzano per fermarne l’espansione

X

1800: Battaglia di Marengo: Napoleone sconfigge gli Austriaci e li costringe alla resa

X

Napoleone ottiene il completo controllo dell’Italia, di cui si proclama re nel 1805

Un complotto volto alla restaurazione della monarchia borbone, spinge Napoleone a dare una veste monarchica al suo regime

X

2 dicembre 1804: Napoleone è incoronato imperatore dei Francesi

X

Viene instaurato un regime personalistico e autoritario fondato sulla guerra

Nello scontro con la terza coalizione, la Gran Bretagna infligge a Napoleone una pesante sconfitta a Trafalgar

X

2 dicembre 1805: Battaglia di Austerlitz: Napoleone sconfigge l’esercito austrorusso

X

Si consolida l’influenza francese in Italia e si rafforzano le alleanze di Napoleone in territorio tedesco

X

Svanisce il mito dell’invincibilità di Napoleone che subisce una pesante sconfitta a Lipsia nel 1813 da parte della sesta coalizione

X

Napoleone è costretto all’esilio sull’isola di Sant’Elena, dove muore il 5 maggio 1821

Il blocco continentale voluto dalla Francia suscita l’ostilità di tutta l’Europa. La Russia si stacca dall’alleanza con la Francia

X

Dopo la restaurazione borbonica, Napoleone tenta di riappropriarsi del potere insediandosi nuovamente al governo

X

1812: La campagna di Russia si conclude con la ritirata dei Francesi

18 giugno 1815: Napoleone è definitivamente sconfitto a Waterloo

DOPO: La rivoluzione è sconfitta ma le sue innovazioni hanno conquistato l’Europa Fu Napoleone Bonaparte a esportare le conquiste politiche e sociali della Rivoluzione francese e a fondare un impero con delle caratteristiche del tutto nuove. Le guerre, infatti, ridussero gran parte dell’Europa sotto il controllo francese. In pochi anni Napoleone riuscì a cambiare profondamente la società europea, assestando un duro colpo all’Ancien régime. Le idee di uguaglianza della Rivoluzione francese penetrarono nelle istituzioni e nella cultura dei popoli europei; furono attuate riforme sull’esempio della Francia, furono eliminati i privilegi e tutti i cittadini furono considerati uguali di fronte alla legge.

UNITÀ 5

144

1. Napoleone Bonaparte GLI INIZI Ma chi era Napoleone Bonaparte, l’uomo che a trent’anni si insediò al vertice della politica francese? Napoleone Bonaparte nacque ad Ajaccio, in Corsica, nel 1769, da una famiglia della piccola nobiltà. Iniziò la sua formazione nelle scuole militari francesi, studiando le arti belliche ma anche i classici: in particolare, lesse con entusiasmo i testi di Rousseau. Nel 1793 aderì al giacobinismo montagnardo, ma si è propensi a pensare che la sua scelta fosse dettata dal fascino del potere più che da quello dell’ideologia. La sua prima occasione fortunata fu l’incarico del comando delle truppe francesi a Tolone, occupata dagli Inglesi. In quella circostanza, la sua efettiva abilità militare lo segnalò al governo del Direttorio, da cui ottenne nuovi incarichi di grande prestigio, come la repressione di un tentativo di colpo di Stato monarchico (1795) e la chiusura dei club giacobini.

IL MITO DEL PETIT CAPORAL Indubbiamente Napoleone seppe cogliere con abilità tutte le occasioni che la situazione politica travagliata della Francia post-rivoluzionaria gli presentò e di qui percorrere una carriera militare e politica straordinaria. Dimostrò tra l’altro di saper usare la stampa, che esaltava in tutta Europa le sue imprese e contribuiva a creare il mito della sua persona e della sua imbattibilità. Bonaparte, insomma, andava costruendo il mito del petit caporal che i bollettini di guerra avrebbero provvisto a difondere: un generale che si sottoponeva alle stesse fatiche dei suoi soldati, che non esitava a porre a repentaglio la sua stessa vita. Napoleone, infatti, perseguì deliberatamente e sistematicamente la mitizzazione della sua persona, nella superba consapevolezza «di essere – come scrisse nell’esilio di Sant’Elena – una mente superiore». D’altronde, chiunque lo osservasse non poteva non essere colpito dalla sua infaticabilità, dalle inesauribili energie che profondeva in giornate di lavoro spesso di diciotto ore. Colpivano anche le sue abitudini semplici,

I PROTAGONISTI

Jacques-Louis David, Napoleone nel suo studio alle Tuileries (particolare), 1812. Washington, National Gallery of Art.

François Gérard, Giuseppina imperatrice dei Francesi, 1808. Particolare di Giuseppina col costume dell’incoronazione. Fontainebleau, Museo Nazionale del Castello.

Giuseppina de Beauharnais Napoleone conobbe Giuseppina Tascher de La Pagerie, vedova del generale de Beauharnais, ghigliottinato sotto il Terrore nel 1795, a casa di Barras. Non bellissima, ma estremamente affascinante, Giuseppina aveva bisogno di un uomo che le assicurasse un futuro e la stella nascente del giovane generale – che lei poteva aiutare a crescere, grazie alle potenti amicizie politiche – faceva al caso suo. Non le fu difficile conquistarlo. Il matrimonio fu celebrato il 9 marzo 1796. Poco dopo, Bonaparte ricevette il comando dell’esercito d’Italia e partì per la sua prima gloriosa campagna militare. Giuseppina rimase a Parigi con un nuovo amante. Napoleone le scriveva quasi tutti i giorni. Lettere ardenti di passione, a volte disperate. Giuseppina non rispondeva e non si decideva a raggiungerlo. Napoleone forse sospettava qualcosa, ma a ogni incontro i suoi sospetti sva-

nivano. Fu soltanto durante la campagna d’Egitto che venne a conoscere la verità. Da quel giorno ebbe molte amanti, ma senza amore, per puro diletto. La mancanza di un figlio, da lasciare come erede dell’impero, fu l’ultimo motivo di rancore verso Giuseppina. Ella cercò di convincerlo che fosse lui la causa della sterilità, avendo lei già avuto due figli dal precedente matrimonio. Ma anche Napoleone aveva avuto un figlio naturale, mai riconosciuto, da Elénoire Denuelle, dama di compagnia della sorella Carolina. Napoleone troncò la relazione con Giuseppina il giorno in cui sposò Maria Luisa d’Asburgo. Aveva deciso di restare fedele alla nuova sposa che dopo un anno (1811) gli avrebbe dato il tanto sospirato erede, François-Joseph-Charles, che alla sua nascita ricevette il titolo di re di Roma, ma morì molto giovane.

L’età napoleonica

145

il fatto che indossasse sempre gli stessi vestiti, che non dedicasse ai pasti più di una decina di minuti. Ma non sfuggiva neanche il suo cinismo, la sua arroganza, specie a chi lo detestava, come la scrittrice Madame de Staël (1766-1817) che scrisse di lui: «Non era né buono, né violento, né dolce, né crudele, alla guisa degli individui a noi noti. Un tale essere, che non aveva pari, non poteva sentire, né far sentire simpatia alcuna: era più e meno di un uomo. Sentivo confusamente che nessuna commozione del cuore poteva agire su di lui. Guarda una creatura umana come un fatto o come una cosa, ma non come un simile. Non odia più di quanto ami. Per lui non esiste che se stesso: il resto delle creature sono cifre».

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Quali furono gli inizi del giovane Napoleone in campo politico e militare? ƒ Quali furono le virtù riconosciute a Napoleone che egli seppe abilmente sfruttare? ƒ Qual era l’opinione di Madame de Staël nei riguardi di Napoleone? ƒ Perché la figura di Bonaparte era gradita ai ceti dominanti francesi?

UN GARANTE PER L’ORDINE La strada del successo gli si aprì con la campagna d’Italia del 1796. Rientrato in Francia vittorioso, il popolo lo accolse con grande entusiasmo. Gli uomini del Direttorio, che invece mostravano preoccupazione per la sua eccessiva popolarità, decisero di aidargli la campagna d’Egitto pensando di allontanarlo dai Francesi. La situazione europea però si modiicò in modo tale da generare nuovamente la paura dell’invasione straniera e, tra i ceti dominanti, emerse l’esigenza di un governo forte per garantire l’ordine e la pace. Molti a questo punto pensarono di servirsi del prestigio del generale còrso per imporre alla politica francese una svolta; Napoleone, da parte sua, seppe sfruttare questa situazione per soddisfare le sue ambizioni. Così, con il colpo di Stato del 18 brumaio, assunse i pieni poteri nel governo francese.

VIDEO

LA PROPAGANDA NAPOLEONICA NELLA CAMPAGNA D’ITALIA

La campagna d’Italia del 1796 fu il trampolino di lancio per la carriera del giovane Napoleone Bonaparte. Egli seppe ben utilizzare la stampa, fondando giornali che fossero cassa di risonanza per le sue imprese, ma utilizzò soprattutto la pittura come mezzo di comunicazione per la propaganda, per celebrare se stesso e per garantirsi la popolarità. Nelle opere qui riprodotte si passa dalla raffigurazione dell’evento fino alla vera e propria creazione del mito dell’eroe glorioso.

Émile Jean Horace Vernet, Napoleone guida i suoi soldati sul ponte di Arcole, 1826. Londra, Christie’s.

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146

2. Dal consolato all’impero IL CONSOLATO Il periodo del consolato fu per la Francia una fase di totale riorganizzazione istituzionale e legislativa. Nel dicembre 1799 venne approvata la Costituzione dell’anno VIII che raforzò notevolmente l’esecutivo aidandolo a un Primo Console, incarico ricoperto da Napoleone stesso. Il potere del Primo Console era esteso a tutti i settori della vita politico-amministrativa: poteva infatti presentare nuove leggi, nominare i comandanti dell’esercito e i funzionari statali. In verità tre assemblee (Tribunato, Corpo legislativo, Senato) avrebbero dovuto controbilanciare il potere consolare, ma nei fatti esse erano espressione dell’autorità centrale. Anche a livello locale, i prefetti, i sottoprefetti e i sindaci erano nominati dal Primo Console. In ambito iscale e inanziario furono prese iniziative importanti che consentirono di soddisfare le esigenze del mondo imprenditoriale e di garantire entrate più sicure alle casse dello Stato. Il legame tra l’alta borghesia e il regime napoleonico si consolidò anche per i provvedimenti assunti contro le organizzazioni dei lavoratori: furono approvate leggi che vietavano lo sciopero e impedivano di lottare per ottenere aumenti salariali. Nonostante opposizioni di vario genere, la politica di Napoleone venne nel suo complesso accolta perché era l’unico modo per assicurare alla Francia una ripresa economica e inanziaria.

IL CODICE NAPOLEONICO E IL CONCORDATO

Jean-Auguste-Dominique Ingres, Napoleone Primo Console, 1803-04 Liegi, Museo delle Belle Arti.

COMPETENZE

USARE LE FONTI

Libertà e autorità Pag. 159

Il capolavoro della riorganizzazione attuata da Napoleone è il Codice Civile, il monumento giuridico sul quale poggiavano tutte le istituzioni. Pubblicato nel marzo 1804, dopo anni di preparazione, il Codice riprendeva alcuni dei grandi princìpi della rivoluzione: eguaglianza giuridica, libertà religiosa, laicità dello Stato, libertà individuale, riconoscimento della proprietà, mentre riiutava qualsiasi principio relativo all’eguaglianza sociale. Molta attenzione veniva posta all’istituzione della famiglia, vista come primo nucleo dell’intero ordine sociale, all’interno della quale veniva raforzata l’autorità paterna sui igli e sulla moglie. Un altro punto delicato nell’attività di Napoleone riguardava la questione religiosa: dopo che il fallimento della politica di scristianizzazione aveva rivelato le radici profonde della fede cattolica, il Primo Console si orientò verso la paciicazione e l’intesa con la Chiesa. Nel 1801 stipulò con il papa un Concordato con il quale il cattolicesimo veniva riconosciuto come religione della maggioranza della popolazione, ma non come Chiesa di Stato. Il primato del potere civile venne comunque preservato: allo Stato, infatti, competeva la presentazione di candidature per le nomine dei vescovi e dei parroci, nonché l’accettazione di qualsiasi atto papale sul territorio francese. In generale, insomma, sembrava proprio che Napoleone fosse riuscito a ridare alla Francia la pace sociale e religiosa.

LE VITTORIE CONTRO LA SECONDA COALIZIONE In questi stessi anni Napoleone fu impegnato nella guerra contro le potenze della seconda coalizione. La sua strategia consisteva nel colpire l’Austria per indebolire e isolare l’Inghilterra; attaccò pertanto le truppe austriache sul fronte italiano e su quello renano. Nella primavera del 1800, sconisse gli austriaci a Marengo, in Piemonte, e ricostituì la Repubblica cisalpina, mentre un’altra armata li sconisse nella Germania meridionale, minacciando di occupare Vienna. A questo punto, l’Austria sottoscrisse la pace di Lunéville (febbraio 1801) che confermava gli accordi già issati a Campoformio: alla Francia

L’età napoleonica

147 Louis-François Lejeune, La battaglia di Marengo, 1802. Versailles, Museo della reggia.

La seconda coalizione contro la Francia 1. La seconda coalizione antifrancese (indicata dai nomi in rosso) fu organizzata nel 1799 e comprendeva tutti gli Stati che vedevano nella Francia rivoluzionaria un pericolo e volevano fermarne l’espansione.

GRAN BRETAGNA

4

3 1 RUSSIA

2

3. Anche i Paesi Bassi costituivano una delle repubbliche sotto il controllo francese. AUSTRIA

GA

LLO

5

PO

RTO

IMPERO OTTOMANO

REGNO DI NAPOLI

Annessioni francesi Battaglia Stati satelliti francesi RUSSIA Stati della seconda coalizione

2. A partire dalla rivoluzione, la Francia aveva già dimostrato la sua forza politica e militare estendendo il proprio dominio anche sull’Italia e sulla Svizzera, attraverso la creazione delle cosiddette «repubbliche sorelle».

4. Come in tutte le coalizioni contro la Francia di Napoleone, un ruolo centrale spettò alla Gran Bretagna, una delle poche nazioni europee che riuscirono a tenere testa fino alla fine all’impetuosa avanzata degli eserciti napoleonici. 5. Dopo la vittoria francese a Marengo (1800) e il conseguente trattato di Lunéville (1801), anche il Piemonte venne assegnato definitivamente alla Francia.

TUTOR

venivano riconosciuti il Belgio, i territori renani e l’annessione del Piemonte; venivano legittimate inoltre le repubbliche sorelle e gli Stati satelliti. L’Inghilterra si trovò isolata quando il Regno di Napoli e la Russia conclusero a loro volta la pace con la Francia. Per questo, dopo lunghe trattative, raggiunse anch’essa un accordo (pace di Amiens, marzo 1802).

UNITÀ 5

148

DAL CONSOLATO ALL’IMPERO

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Attraverso quale percorso Napoleone giunse all’incoronazione imperiale? ƒ Come riuscì a fronteggiare e a vincere le potenze straniere? ƒ In che modo riorganizzò lo Stato francese? ƒ Come regolò i rapporti tra lo Stato francese e la Chiesa? MAGAZINE

ARTE E STORIA

L’incoronazione di Napoleone

LESSICO

Pag. 222

I successi in politica estera raforzarono il prestigio di Napoleone in patria: egli aveva dimostrato ai Francesi la sua capacità nel mantenere ordine all’interno e aveva conquistato una posizione di forza a livello internazionale. Il consenso dei Francesi gli servì ancora una volta per aumentare il suo potere. Nel 1802, con un plebiscito, Napoleone ottenne il consolato a vita, che in pratica era una vera dittatura. Due anni dopo, approittando della scoperta di un complotto volto a restaurare la monarchia dei Borboni, sostenne che solo una nuova dinastia avrebbe garantito la sicurezza del regime. Non si accontentò più, quindi, di avere il consolato a vita, ma volle dare al suo regime anche una veste monarchica. Rielaborò pertanto la Costituzione in questa direzione e nel 1804 fu varata la Costituzione dell’anno XII che conferiva a Napoleone il titolo ereditario di imperatore dei Francesi. Il nuovo ordinamento fu ratiicato, secondo la consuetudine di Napoleone, da un plebiscito, uno strumento con il quale si creava un contatto diretto tra il «capo» e i cittadini, sintomatico della volontà di instaurare un regime personalistico. Sicuro della propria afermazione, Napoleone volle aggiungere alla propria autorità anche una sanzione religiosa: riprendendo i simboli e i riti della tradizione imperiale di Carlo Magno, il 2 dicembre 1804 si fece incoronare imperatore dal papa Pio VII nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi. Ma anche in questa occasione, con un atto simbolico, volle afermare la supremazia dello Stato sulla Chiesa: tolse dalle mani del papa la corona imperiale e se la pose lui stesso sul capo.

PLEBISCITO Il termine deriva da «plebe». Il plebiscito è dunque l’espressione del popolo convocato a rispondere su una determinata richiesta. La sua origine storica si colloca nell’antica Roma, quando la plebe convocata dal proprio tribuno aveva il potere di deliberare. Con gli Stati costituzionali il plebiscito ha assunto la forma della votazione su una questione specifica: per esempio, con Napoleone il popolo è stato chiamato a ratificare il passaggio dalla repubblica all’impero. Formalmente, il plebiscito è uno strumento di democrazia diretta simile al referendum, perché il cittadino, senza passare attraverso i suoi rappresentanti, è chiamato a decidere su una questione politica. Nella realtà storica, però, è stato spesso impiegato dai dittatori per legittimare il proprio potere.

L’EVOLUZIONE COSTITUZIONALE IN FRANCIA Costituzione Forma di governo Suffragio

Potere legislativo

TUTOR Potere esecutivo

Costituzione del 1791

Monarchia.

Censitario.

Assemblea.

Re.

Costituzione del 1793 (mai entrata in vigore)

Repubblica.

Universale.

Assemblea.

Governo.

Costituzione dell’anno III (1795)

Repubblica.

Censitario.

Assemblea bicamerale.

Direttorio di 5 membri.

DAL 1797 AL 1804 Colpo di Stato del 18 fruttidoro (4 settembre 1797)

TUTOR ll Direttorio venne ridotto a 3 membri.

Colpo di Stato del 18 brumaio (9 novembre 1799)

Il Direttorio venne sciolto e il potere esecutivo affidato a 3 consoli, dei quali il più potente era Napoleone.

Costituzione dell’anno VIII (dicembre 1799)

Il potere esecutivo venne affidato al Primo Console, Napoleone.

Costituzione dell’anno XII (plebiscito del 1804)

Conferì a Napoleone il titolo ereditario di imperatore dei Francesi.

149

I valori sociali della Francia napoleonica co elaborato dall’istituto d’Écouen, le ragazze venivano viste quali minorate mentali; che cosa impartire loro? In primo luogo i «princìpi della religione in tutta la sua severità», quindi gli elementi di una istruzione primaria. [...] Proprio nella religione, Napoleone vedeva il miglior ausiliario del principio d’autorità, uno dei «grandi elementi di coesione della società». «Mai Stato senza religione, senza culto, senza sacerdoti»; d’altra parte, quel potente strumento non poteva non essere nelle mani del governo che avrebbe dovuto «servirsene come di un mezzo sociale per reprimere l’anarchia». Ecco perché il Concordato fu, agli occhi del suo autore, un atto politico di grande peso. Ma, differenza essenziale rispetto all’Ancien régime, la Chiesa venne semplicemente invitata a stabilire le credenze e a giustificare le ingiustizie di questo mondo nella speranza della giustizia nell’aldilà. Quanto agli spiriti, dovevano esserle sottratti per passare sotto il controllo dello Stato. Ecco pertanto anche l’insegnamento divenuto materia d’autorità. Scontento di un’epoca in cui ciascuno può mettere «in piedi una boutique di istruzioni come se si trattasse di una merceria», Napoleone avrebbe voluto affidare l’istruzione pubblica in esclusiva all’università di Francia (fondata nel 1806), incaricata di «dirigere le opinioni politiche e morali... È indispensabile che la morale e le idee politiche della generazione che sta crescendo non dipendano più dalle notizie del giorno o dalle circostanze del momento. Occorre innanzitutto pervenire all’unità e che un’intera generazione possa essere calata nello stesso stampo... Non ci sarà stato politico stabile senza un corpo insegnante con stabili princìpi. Finché non si imparerà, a partire dall’infanzia, se bisogna essere repubblicani o monarchici, cattolici o miscredenti, lo Stato non formerà una nazione e riposerà su basi incerte».

Anonimo della scuola di Jacques-Louis David, Ritratto di una giovane donna in bianco, 1798 ca. Washington, National Gallery of Art.

L. Bergeron, L’Impero, in Storia della Francia, a cura di G. Duby, Bompiani

Beethoven: Napoleone? Un tiranno come tutti gli altri Molti intellettuali europei accolsero con simpatia le imprese di Napoleone, nella convinzione che egli avrebbe portato a compimento gli ideali rivoluzionari di libertà e giustizia. Ma l’entusiasmo svanì quando apparvero chiare le vere intenzioni e le ambizioni di potere di Napoleone. Furono appunto questi i sentimenti che animarono il famoso musicista tedesco Ludwig van Beethoven (1770-1827). Nel 1804 egli terminò di comporre la sua Terza Sinfonia e la dedicò a Napoleone scrivendo di suo pugno, sul manoscritto originale, il nome «Bonaparte». Quando però Beethoven venne a sapere che Napoleone si era fatto proclamare imperatore dei Francesi, reagì con indignazione. I suoi biografi riferiscono che il musicista esclamò:

«Anche quello non è dunque altro che un uomo comune? Adesso calpesterà tutti i diritti dell’umanità e seguirà soltanto la sua ambizione; si metterà al di sopra di tutti gli altri e diventerà un tiranno». Dopodiché strappò la dedica. Nel 1806 la sinfonia fu pubblicata con il titolo (in italiano) Sinfonia eroica composta per festeggiare il sovvenire di un grande uomo e dedicata al principe Lobkowitz, amico del musicista. Il «grande uomo» era Napoleone, visto però attraverso il ricordo, come un defunto. Insomma, per Beethoven, Napoleone era già morto. La sinfonia dunque esprime la delusione di Beethoven, e di tutta una generazione, per quello che Napoleone avrebbe potuto essere e non fu: l’eroe della rivoluzione.

I PROTAGONISTI

Scorrendo il Codice Civile, [...] salta agli occhi che la società post-rivoluzionaria, per volontà insieme della borghesia e di Napoleone, si era costituita sui princìpi della proprietà e dell’autorità. Per ciò che riguarda la proprietà, la sua definizione, trasmissione, garanzia nel caso di diversi tipi di contratti e di obblighi furono oggetto di minuziose disposizioni. [...] Per ciò che attiene all’autorità essa venne innanzitutto affermata con vigore in seno alla famiglia, con la glorificazione del potere paterno e maritale. Lo statuto della donna venne a esserne immediatamente degradato rispetto a un XVIII secolo relativamente emancipatore e soprattutto all’ideologia della rivoluzione democratica. [...] Nel programma didatti-

STORIOGRAFIA

L’età napoleonica

Joseph Karl Stieler, Ludwig van Beethoven. Bonn, Beethoven-Haus.

150

3. L’Impero napoleonico (1804-15) LE IMPRESE MILITARI L’Impero napoleonico era un regime sorto nella guerra e per la guerra: in dal 1803, infatti, erano riprese le ostilità con l’Inghilterra. All’ofensiva di Napoleone, la Gran Bretagna rispose organizzando (1805) la terza coalizione (insieme a Russia, Austria, Svezia, Regno di Napoli). La flotta francese subì una disastrosa sconitta a opera dell’ammiraglio inglese Nelson a Trafalgar, nei pressi di Cadice (21 ottobre 1805). Ma Napoleone risollevò le sorti della Francia sconiggendo gli schieramenti austro-russi presso Austerlitz, in Boemia (2 dicembre 1805). L’Austria irmò la pace di Presburgo, in base alla quale dovette cedere i territori italiani e tedeschi. Si consolidava così l’influenza francese in Italia e si raforzavano le alleanze di Napoleone in territorio tedesco. Preoccupata di un’egemonia francese in Germania, la Prussia decise allora di entrare nella quarta coalizione a ianco della Russia e dell’Inghilterra (1806). Tutto ciò non servì a fermare Napoleone che, riprendendo le azioni militari, sconisse prima a Jena (settembre 1806) i Prussiani e poi a Eylau (febbraio 1807) i Russi. La pace di Tilsit (1807) decretò il nuovo assetto dell’Europa continentale: ƒi territori a ovest del iume Elba, tolti alla Prussia, formarono il Regno di Vestfalia, afidato a Gerolamo Bonaparte, fratello di Napoleone; altri Stati tedeschi vennero raccolti nella Confederazione del Reno di cui Napoleone stesso assunse la presidenza; cessava così di esistere il millenario Impero germanico; ƒun altro fratello di Napoleone, Luigi, venne proclamato re d’Olanda; ƒi territori a est dell’Elba andarono a formare il Granducato di Varsavia, Stato satellite della Francia. Questa sistemazione fu possibile grazie al consenso della Russia. Tutta l’Europa era sottoposta all’egemonia francese, secondo una logica imperiale. Tuttavia per il continente si aprì un’età di rinnovamento: Paesi ancora legati all’Antico regime accolsero nuovi modelli istituzionali e il Codice Civile, superando le vecchie strutture di natura feudale. Fu soprattutto nell’età napoleonica, dunque, che le conquiste della Rivoluzione francese si difusero in Europa. I PROTAGONISTI

UNITÀ 5

Paolina Bonaparte Borghese Era la sorella minore e la più amata da Napoleone che le fece sposare, per esigenze politiche, il principe Camillo Borghese, molto più anziano di lei. Nel 1806 assunse il titolo di duchessa di Guastalla, una piccola enclave nel Ducato di Parma. Era una donna bella, amante della vita di corte e molto libera nei costumi, come dimostra la sua posa senza veli per lo scultore Antonio Canova (1757-1822) che l’ha immortalata come Venere vincitrice nella sua celebre scultura, ospitata nella Galleria Borghese, a Roma.

L’età napoleonica

151

L’ITALIA SOTTO IL DOMINIO NAPOLEONICO La vittoria di Marengo (1800) aveva segnato il completo controllo della Francia sull’Italia. Napoleone si comportò più come un predatore che come un liberatore: molte delle opere d’arte italiane, così come i metalli preziosi, se ne andarono in Francia al seguito degli eserciti, talvolta come bottino personale degli uiciali. A questo saccheggio si aggiungevano tributi onerosi che servivano a pagare le spese militari del governo francese. Tutti gli Stati italiani persero la loro autonomia. La Repubblica cisalpina diventò prima Repubblica italiana e poi – seguendo la prospettiva imperiale – Regno d’Italia, di cui lo stesso Napoleone si proclamò re (1805). Fu così anche per Napoli, divenuto Regno nel 1806 con Giuseppe Bonaparte, fratello dell’imperatore; furono, invece, annessi direttamente al territorio francese il Piemonte (1802), la Repubblica ligure (1805) e la Toscana (1806). Persino lo Stato Pontificio venne smembrato: alcune regioni diventarono dipartimenti francesi e altre furono annesse al Regno d’Italia. La presenza per quasi vent’anni di Napoleone in Italia ebbe conseguenze positive in termini di progresso economico, modernizzazione e riforma delle istituzioni. L’influenza francese consentì di inserire l’economia italiana in un contesto europeo, di rendere più eicienti il sistema iscale e l’organizzazione amministrativa, di riorganizzare l’istruzione: in breve, di rovesciare anche in Italia l’Antico regime. Inoltre, i valori democratici e quelli liberali, compreso quello di «nazione», esportati dalle truppe napoleoniche, contribuirono a raforzare quegli ideali patriottici e nazionalistici che si sarebbero sviluppati compiutamente durante il Risorgimento.

COMPETENZE

USARE LE FONTI

Napoleone, padre delle nazioni Pag. 160

LA FAMIGLIA DI NAPOLEONE CARLO BONAPARTE

LETIZIA RAMOLINO

(1785)

(1836)

GEROLAMO

CAROLINA

PAOLINA

LUIGI

ELISA

LUCIANO

NAPOLEONE I

GIUSEPPE

(1860) 1807 re di Vestfalia

(1839) 1806 granduchessa di Berg 1808 regina di Napoli

(1825) 1806 duchessa di Guastalla

(1846) 1806 re d’Olanda

(1820) 1808 granduchessa di Toscana

(1840)

(1821) 1804 imperatore dei Francesi 1805 re d’Italia

(1844) 1806 re di Napoli 1808 re di Spagna

GIUSEPPINA BEAUHARNAIS

ORTENSIA BEAUHARNAIS

GIOACCHINO MURAT

NAPOLEONE II

NAPOLEONE III

I duellanti Gran Bretagna, 1977 (durata: 101’) Regia: Ridley Scott Attori principali: Keith Carradine, Harvey Keitel

Il film si basa su un racconto di Joseph Conrad, a sua volta ispirato a una storia realmente accaduta durante le guerre napoleoniche. I protagonisti sono due ufficiali dell’esercito napoleonico, D’Hubert e Féraud. A causa di un insignificante incidente, Féraud sfida a

(1832) 2 duca di Reichstadt

(1873)

duello D’Hubert, che è costretto ad accettare il confronto. Il duello viene interrotto, ma nei successivi quindici anni Féraud cercherà ogni occasione per sfidare il coraggioso ma più mite D’Hubert. Nel frattempo i due nemici partecipano attivamente alle guerre e alle battaglie al seguito di Napoleone, che costituiscono lo sfondo della loro vicenda individuale.

CINEMA E STORIA

CATERINA DEL WÜRTTEMBERG

MARIA LUISA D’AUSTRIA

UNITÀ 5

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IL BLOCCO CONTINENTALE In questa Europa napoleonica solo la Gran Bretagna restava a contrastare il progetto egemonico francese. Secondo la prospettiva già sperimentata durante la spedizione d’Egitto, Napoleone tentò di intervenire contro gli Inglesi a livello economico. A tal ine decretò il blocco continentale, che vietava a tutti i Paesi europei di commerciare con le isole britanniche (1806). Il blocco tuttavia fu un fallimento perché gli Inglesi riuscirono facilmente a forzarlo. Essi inoltre risposero con un contro-blocco che danneggiò gravemente l’economia francese, facendo mancare materie prime e prodotti di consumo, come lo zucchero, il cafè, il cotone. Inoltre, sia gli Stati alleati o satelliti sia il ceto imprenditoriale francese, che intratteneva vantaggiosi commerci con gli Inglesi, protestarono in nome della libertà dei mari e dei commerci. Anche gli intellettuali europei che avevano riconosciuto in Napoleone un liberatore incominciarono a sentirsi traditi. Napoleone, per l’esigenza di far rispettare il blocco continentale, si spinse in una politica di annessioni: prima il Portogallo (1807), poi la Spagna (1808) vennero sottomessi al dominio francese. Venne nominato re di Spagna Giuseppe Bonaparte, che lasciò il Regno di Napoli al cognato dell’imperatore Gioacchino Murat. Ma la conquista della Spagna non fu facile né sicura. Gli Spagnoli diedero vita a un’accanita guerriglia, sostenuta da un corpo di spedizione inglese al comando del generale Arthur Wellesley, duca di Wellington (1769-1852). La rivolta spagnola fu il primo sintomo di crisi dell’Impero napoleonico, poiché dimostrava che le popolazioni europee non credevano più al mito di Napoleone liberatore. Intanto le case regnanti d’Europa ripresero la guerra contro la Francia. Nel 1809 sorse una quinta coalizione, promossa sempre dall’Inghilterra. Gli Austriaci subirono però una grave sconitta e dovettero accettare pesanti condizioni di pace (pace di Schönbrunn, 1809). L’Inghilterra e il popolo spagnolo restavano in armi, mentre Napoleone proseguiva la sua politica di annessioni sul continente.

DOCUMENTO

Charles Meynier, Napoleone a Berlino, 1810. Versailles, Museo della reggia.

Il blocco continentale I seguenti articoli sono tratti dal Decreto di Berlino, emanato da Napoleone nel novembre 1806, con il quale venne proclamato il blocco continentale. Art. 1 – Le isole britanniche sono dichiarate in stato di blocco. Art. 2 – Ogni commercio e ogni corrispondenza con le isole britanniche è vietato. Art. 3 – Ogni individuo suddito dell’Inghilterra, di qualun-

que stato o condizione, che sarà trovato nei Paesi occupati dalle nostre truppe o da quelle dei nostri alleati, sarà fatto prigioniero di guerra. Art. 4 – Ogni magazzino, ogni mercanzia, ogni proprietà, di qualunque natura, appartenente a un suddito dell’Inghilterra, sarà dichiarato di buona preda. Art. 7 – Nessun bastimento proveniente dall’Inghilterra o dalle colonie inglesi o che vi sia stato dopo la pubblicazione del presente decreto, sarà ricevuto in alcun porto.

L’età napoleonica

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CARATTERI E CONTRADDIZIONI DELL’IMPERO L’Impero napoleonico era un regime fondato su un potere centralizzato e personalistico. Tutti i più importanti incarichi amministrativi erano aidati a membri della famiglia dell’imperatore. Napoleone creò una nuova nobiltà, fondata sui meriti militari o sui servizi resi allo Stato. Circondandosi di una schiera di fedelissimi strettamente legati alle sue fortune, l’imperatore mirava ad allargare il sostegno al suo potere. Il consenso venne però ricercato anche attraverso l’eliminazione di qualsiasi opposizione. La libertà di stampa subì gravi restrizioni, tanto che a Parigi si giunse ad avere quattro giornali rispetto ai 335 del 1790. Venne vietata la pubblicazione di tutto quanto fosse ritenuto lesivo dell’immagine dell’imperatore. Anche la libertà di associazione subì limitazioni. In Francia e nei Paesi conquistati dai Francesi la pesante tassazione, il reclutamento dei soldati, richiesto dal continuo stato di guerra, e soprattutto le diicoltà dovute al blocco continentale suscitarono un difuso malcontento che minò le basi del dominio napoleonico. L’impero ormai mostrava tutte le sue contraddizioni. Napoleone aveva contribuito a eliminare l’Ancien régime, ma contemporaneamente aveva costituito una nuova aristocrazia. In nome della libertà, aveva conquistato tutta l’Europa; aveva saccheggiato i Paesi sottomessi ma aveva anche contribuito al loro svecchiamento.

MAGAZINE

VITA QUOTIDIANA

Riccioli al vapore e vita grama Pag. 212

LA CAMPAGNA DI RUSSIA Fra il 1810 e il 1812 l’Impero napoleonico raggiunse la sua massima estensione. L’apogeo della gloria fu legittimato, nell’aprile del 1810, dalle nozze di Napoleone – che divorziò dalla prima moglie Giuseppina Beauharnais (1763-1814) (I protagonisti - p. 144) colpevole di non avergli dato un erede – con Maria Luisa d’Austria, iglia dell’imperatore Francesco I. Il desiderato erede nacque l’anno dopo. Intanto, però, le gravi conseguenze economiche del blocco continentale avevano suscitato contro la Francia l’ostilità di tutta l’Europa. I problemi maggiori per Napoleone vennero dalla Russia, che decise di staccarsi dall’alleanza con la Francia. Sul inire del 1810 lo zar non solo si ritirò dal blocco continentale, ma impose dei dazi sulle importazioni, che penalizzavano le merci francesi.

L’IMPERO DI NAPOLEONE NEL 1812

Gerolamo Bonaparte

O

Eugenio di Beauharnais figliastro di Napoleone

Giuseppe Bonaparte

Giuseppe Bonaparte, poi Gioacchino Murat cognato di Napoleone

Impero francese Stati governati da famigliari di Napoleone Zone di influenza francese

UNITÀ 5

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LESSICO

Prima di reagire, Napoleone prese tempo e solo un anno dopo riuscì a organizzare un esercito per afrontare la Russia: nel giugno 1812 varcò il conine senza neppure una formale dichiarazione di guerra. La campagna di Russia segnò un primo successo per i Francesi, che entrarono a Mosca il 14 settembre. Ma la conquista della capitale costituì soltanto una vittoria parziale. I Russi si ritirarono e fecero ricorso alla tattica della terra bruciata: incendiarono i loro stessi villaggi e badarono a non lasciare ai Francesi né ricoveri né rifornimenti. Essi, in realtà, attendevano l’arrivo dell’inverno, che giunse precoce e particolarmente rigido. Napoleone non era più in grado di reggere alla mancanza di rifornimenti provocata dalla tattica russa e, nell’ottobre 1812, ordinò la ritirata. Si trattò tuttavia di una decisione troppo tardiva e l’inverno colse impreparata l’armata. La ritirata dei Francesi dalla Russia fu uno degli episodi più tragici della Storia: la fanteria fu decimata dalla fame e dal gelo e dagli attacchi dei Russi che falcidiavano le truppe in ritirata, come avvenne al passaggio del iume Beresina (novembre 1812). Oltre alle perdite umane (oltre mezzo milione di morti), la potenza napoleonica ricevette un colpo durissimo dal quale non si sarebbe più ripresa.

IL PERCORSO DEGLI ESERCITI NAPOLEONICI

TERRA BRUCIATA Questa espressione indica una tattica militare che prevede la distruzione di tutto ciò che potrebbe servire al nemico per spostarsi e per procurarsi cibo, acqua e altri generi necessari alla sopravvivenza. In origine indicava la pratica di bruciare i campi di grano, in modo da impedire al nemico di nutrirsi; ed è da questo tipo di operazione che deriva il nome di «terra bruciata». In seguito questo metodo divenne più complesso, fino a prevedere la distruzione di altri elementi che potevano rivelarsi utili al nemico: fortificazioni e rifugi, mezzi di trasporto e di comunicazione, materie prime, fabbriche e officine. Di solito questa tattica è utilizzata dagli eserciti e anche dalle popolazioni che cercano di difendere il proprio territorio da un esercito invasore. Si fa terra bruciata soprattutto quando ci sono scarse possibilità di battere il nemico in uno scontro sul campo: si tratta infatti di una difesa che ha enormi costi economici e umani.

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L’età napoleonica

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IL CROLLO DELL’IMPERO NAPOLEONICO Il prestigio e il mito dell’invincibilità di Napoleone erano svaniti e questa sconitta aprì in Francia e in Europa la possibilità di manifestare l’avversione per il regime napoleonico. Gli Stati europei formarono (1813) la sesta coalizione (Gran Bretagna, Russia, Svezia, Prussia e Austria) e inflissero all’imperatore una pesante sconitta a Lipsia nell’ottobre 1813: l’intero sistema napoleonico si frantumò e l’Europa riacquistò la propria indipendenza avviandosi verso la restaurazione dei legittimi sovrani. Intanto la Francia veniva occupata senza che la popolazione opponesse resistenza (marzo 1814). Napoleone accettò le condizioni di pace rinunciando al trono di Francia e ritirandosi in esilio all’isola d’Elba; in Francia venne reinsediato Luigi XVIII di Borbone (fratello del re ghigliottinato) e si stabilì che i conini territoriali dovessero essere sostanzialmente quelli precedenti la rivoluzione. La sistemazione dell’Europa sarebbe stata decisa in un congresso, convocato a Vienna per il novembre 1814. Ma Napoleone non si era ancora rassegnato. Continuamente in contatto con il suo Paese, conidava nel malcontento generato in alcuni strati dell’esercito e della popolazione dalla restaurazione borbonica. Tentò allora di riappropriarsi del potere: fuggì dall’Elba e, sbarcato a Cannes, rientrò in terra francese (1 marzo 1815). Si insediò al governo del Paese, ma la sua ultima avventura durò solo cento giorni (marzo-giugno 1815). L’Europa si strinse compatta in un’alleanza e sconisse deinitivamente Napoleone a Waterloo il 18 giugno 1815. Napoleone Bonaparte fu costretto all’esilio, questa volta nella piccola isola di Sant’Elena, nell’Atlantico, dove morì il 5 maggio 1821. In Europa, il semplice ritorno all’Antico regime che i reazionari vagheggiavano si rivelò impossibile: al prezzo di violente ribellioni, i vecchi sovrani si sarebbero presto accorti di quanto la Rivoluzione francese e l’età napoleonica avessero segnato la storia europea. CRONOLOGIA DELL’ETÀ NAPOLEONICA Data

Avvenimento

1796-97

Campagna d’Italia.

1798

Spedizione in Egitto.

9 novembre 1799

Colpo di Stato e istituzione del consolato.

Marzo 1804

Pubblicazione del Codice Civile.

2 dicembre 1804

Napoleone imperatore dei Francesi.

1810

Nozze di Napoleone con Maria Luisa d’Austria.

1812

Campagna di Russia.

16-19 ottobre 1813

Battaglia di Lipsia.

Aprile 1814

Napoleone viene esiliato all’Elba.

Novembre 1814

Convocazione del Congresso di Vienna.

18 giugno 1815

Napoleone è definitivamente sconfitto a Waterloo.

TUTOR

Adam Albrecht, Napoleone guarda Mosca bruciare, 1841.

MAGAZINE

PROTAGONISTI

Napoleone fu avvelenato? Pag. 227

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Su quali basi politiche e militari si fondava l’Impero napoleonico? ƒ Quali Stati e territori ne facevano parte? ƒ Come fu organizzata l’Italia dopo la battaglia di Marengo? Quali furono le conseguenze del dominio francese? ƒ Quali nazioni si opposero alle conquiste di Napoleone? ƒ Quale eredità lasciò il dominio napoleonico sull’Europa?

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LETTERATURA E STORIA

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N. Ernesto Ferrero (1938)

Il romanzo racconta i dieci mesi trascorsi sull’isola d’Elba da Napoleone Bonaparte, condannato all’esilio dalle potenze vincitrici. Il suo carattere e le sue abitudini vengono osservate e analizzate dal bibliotecario personale di Napoleone, Martino Acquabona, che in segreto medita di uccidere l’imperatore. Napoleone, che ormai comanda su una povera isola di pescatori, continua a comportarsi

DUE IMMAGINI DI NAPOLEONE Immagine 1: Jean-Auguste-Dominique Ingres, Napoleone I sul trono imperiale, 1806. Parigi, Museo militare.

come un sovrano e condottiero, laborioso ed efficiente, ancora capace di sognare impossibili imprese. Dopo vari tentativi falliti, il piano di uccidere Napoleone si interrompe definitivamente, perché l’imperatore fugge dall’Elba per vivere i suoi ultimi 100 giorni, fino alla sconfitta di Waterloo e all’esilio conclusivo. Dal libro è stato tratto il film N (Io e Napoleone), diretto da Paolo Virzì e interpretato da Daniel Auteuil, Elio Germano e Monica Bellucci. TUTOR

Immagine 2: Karl August von Steuben, Napoleone in esilio a Sant’Elena, XIX secolo. Collezione privata.

Espressione del viso e del corpo

Il volto è fiero, serio, immobile per essere immortalato nel dipinto ufficiale; l’imperatore è seduto in trono in modo composto, tutto l’atteggiamento è studiato per la posa.

Triste e assorto nei pensieri, la mano in tasca, Napoleone è in piedi e passeggia all’interno di una stanza con atteggiamento rassegnato. Il dipinto riprende l’uomo in una posa naturale.

Abbigliamento

L’abbigliamento è ricco e sfarzoso come si conviene all’imperatore dei Francesi: il velluto rosso e l’ermellino indicano l’autorità del sovrano.

L’abbigliamento è dimesso: con la camicia aperta, il soprabito sbottonato, l’abito è estremamente semplice, Napoleone sembra un uomo comune.

Simboli del potere

Numerosi sono i simboli: il rosso, l’oro e l’ermellino, la corona, lo scettro, il trono, il cuscino per i piedi.

Non ci sono simboli di potere di alcun tipo.

Caratteri del dipinto

Si tratta di un dipinto ufficiale e celebrativo che In questo dipinto non c’è più nulla intende esaltare la persona dell’imperatore, al dell’imperatore Napoleone: l’immagine è massimo della sua potenza. quella di un uomo sconfitto e solo.

L’età napoleonica

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Dal passato al presente Tra i maggiori lasciti dell’età napoleonica vanno certamente ricordate le riforme che smantellarono l’Antico regime, in particolare nel campo del diritto: a tal ine fu importantissima la difusione del Codice Civile francese. Anche il sentimento nazionale può essere considerato un’eredità napoleonica, specie in Italia, in Germania e in Polonia: non a caso risale a quest’epoca la bandiera nazionale dell’Italia, che fu esposta per la prima volta a Reggio Emilia nel 1797. Inine è una pessima eredità, che Napoleone stesso raccolse prima di tramandarla, quella di saccheggiare il patrimonio artistico dei Paesi occupati: in particolare l’imperatore privò l’Italia di molte opere d’arte, tuttora esposte al Louvre di Parigi.

Capolavori d’arte prigionieri di guerra L’ARTE COME BOTTINO DI GUERRA La conquista di opere d’arte come bottino di guerra è una pratica che risale ai primordi della civiltà. Si è cercata una soluzione giuridica e diplomatica per questi «prigionieri», soluzione che nonostante le afermazioni di principio non è mai stata trovata. Non è mai stato facile, infatti, far tornare in patria i capolavori perché il furto di opere d’arte come pratica sistematica risale addirittura a Serse I: Erodoto racconta che dopo la conquista di Babilonia il sovrano persiano portò via dal tempio della città la statua del dio Baal. E non furono da meno i Romani. Da Siracusa, Corinto, Atene, arrivarono a Roma sculture di bronzo, di marmo di Prassitele, Policleto, Pasitele, Fidia: ciò rappresentò addirittura un punto di svolta per la storia dell’arte. Le razzie continuarono con i cavalieri crociati, i signori rinascimentali e gli uomini di Carlo VIII e di Luigi XII, senza dimenticare i lanzichenecchi del sacco di Roma e i soldati di tutte le altre guerre che tra il Seicento e il Settecento sconvolsero l’Europa. Poi arrivò Napoleone, che ordinò massicce requisizioni in tutte le nazioni da lui attraversate. Quegli oggetti sono ancor oggi ben visibili in Francia. Nel 1993 un avvocato, Arno Klasfeld, tentò di farli restituire all’Italia. Ma senza alcun esito. E sono rimaste parimenti senza esito le richieste egiziane relative ai capolavori esposti al Louvre. Anche gli Inglesi riiutano di restituire i beni che si

trovano nei loro musei. Mentre il Trattato di Parigi del 1815, che segnò la ine dell’epopea napoleonica, permise la parziale restituzione delle opere razziate dai Francesi, all’indomani della seconda guerra mondiale non c’è stato un tavolo unico per le trattative. Ad esempio, i Russi considerano le opere d’arte sequestrate in Germania come un risarcimento per i danni di guerra. E poco importa se le casse sequestrate a Berlino contenevano oggetti di proprietà di altre nazioni o di Ebrei trucidati dai nazisti.

RESTITUIRE O NO? Molti sostengono che le «prede di guerra» non vadano restituite. C’è chi sottolinea come i musei inglesi e francesi siano pieni di oggetti d’arte trafugati in molti Paesi, tra cui l’Italia: occorrerebbe pretendere indietro tali opere prima di efettuare qualsiasi restituzione. Per altri un oggetto di valore archeologico inisce per appartenere allo Stato che se ne è impossessato: fa parte della sua storia. Per altri, invece, la restituzione è un fatto culturale prima che giuridico. Fu la mentalità colonialistica, che raggiunse l’apice nell’Ottocento, a spingere alle razzie. L’appropriazione di beni archeologici da parte di una nazione a danno di un’altra non è altro che un’operazione di egemonia culturale e politica sul popolo conquistato. Invece occorre riportare i monumenti nella loro sede originaria per ristabilirne il pieno valore storico e scientiico.

Particolare della decorazione di un vaso di porcellana raffigurante il trasporto delle opere d’arte fatte prelevare in Italia da Napoleone e trasferite in Francia, 1810-13. Sevres, Museo Nazionale della ceramica.

IERI

Era consuetudine saccheggiare le opere d’arte nei Paesi conquistati come bottino di guerra OGGI

Apposite leggi internazionali tutelano i beni di ciascun Paese e ne condannano il furto come un crimine

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GLI STRUMENTI DEL DIRITTO CONTEMPORANEO Il Partenone è al centro di una lunga vicenda che iniziò a primi dell’Ottocento, durante l’occupazione turca della Grecia. L’ambasciatore inglese Lord Elgin ottenne il permesso dal sultano turco di prelevare parti del fregio del Partenone e molti pezzi ven-

nero letteralmente staccati, causando danni ai marmi e alla struttura. Lo scopo di questo vero e proprio furto era quello di «abbellire» la villa di campagna di Elgin, dove però non arrivarono mai perché nel frattempo l’ambasciatore era stato imprigionato in Francia. Era il gennaio del 1804 quando le prime 55 casse arrivarono a Londra. PAROLE IN EREDITÀ

Particolare del fregio del Partenone. Londra, British Museum.

Poste in scantinati sporchi e umidi, vi rimasero per anni in uno stato di abbandono. Solo nel 1815 i marmi vennero venduti al governo e poi esposti al British Museum, dove sono tuttora collocati. Il governo greco ne ha richiesto ripetutamente la restituzione; nel 1992 è stato istituito il British Committee for the Restitution of the Parthenon Marbles, che unisce molti esponenti del mondo accademico, politico e culturale nel sostegno della rivendicazione greca. Oggi, anche se la maggior parte dei beni trafugati nel passato non è ancora stata restituita, una vicenda di questo genere non sarebbe possibile. La distruzione di beni di particolare rilievo storico e culturale è considerata tanto grave da rientrare tra i cosiddetti «crimini contro l’umanità». Ma quali strumenti ofre il diritto internazionale per evitare tali eventi? Nel 1954 fu irmato all’Aja il primo trattato internazionale focalizzato esclusivamente sulla protezione dei beni culturali: la Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitti armati. Nel 1999 essa è stata aggiornata e modiicata da un secondo protocollo, reso necessario dall’ineicacia del metodo di protezione oferto dal primo trattato. Le convenzioni prevedono la rinuncia alla distruzione, al saccheggio dei beni culturali in tempo di guerra, e la loro protezione in ogni tempo. È inoltre proibito appropriarsi di tali beni a titolo di risarcimento per i danni di guerra.

DIRETTORIO Con questo termine si intende un organo direttivo composto da più persone. Il primo direttorio fu proprio quello che governò lo Stato francese tra il 1795 e il 1799, dopo la fine del periodo del Terrore. Oggi questo termine viene usato spesso anche in senso ironico o spregiativo, per indicare un gruppo di persone convinte della superiorità delle proprie idee e che pretende di assumere un ruolo guida rispetto ad altri. BONAPARTISMO La popolarità e il prestigio di Napoleone Bonaparte furono enormi, al punto che nacque un movimento che si ispirava alla sua figura. Dopo l’esilio dell’imperatore questo movimento divenne un partito politico che proponeva come modello la politica di Napoleone e desiderava il ritorno dell’imperatore, o di qualche suo discendente, al governo della nazione. Le speranze dei bonapartisti furono esaudite alcuni decenni dopo, quando divenne imperatore Napoleone III, nipote del primo. Dopo questa vicenda, il bonapartismo è passato alla storia come un modo di governare poco democratico e illiberale, basato soprattutto sul culto del capo. NAPOLEONE Tra le eredità che Napoleone e la sua epoca ci hanno lasciato, c’è anche il nome di un bicchiere, il cosiddetto «napoleone», particolarmente adatto per bere il cognac, il famoso alcolico prodotto in Francia. Si tratta di un bicchiere che assomiglia davvero all’imperatore francese: è infatti piuttosto basso e ha una forma panciuta, proprio come Napoleone negli ultimi anni.

COMPETENZE: USARE LE FONTI

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Libertà e autorità DOCUMENTO

Il Codice Civile pubblicato da Napoleone nel 1804 risponde all’esigenza, sorta in seguito alla Rivoluzione francese, di dare espressione e concretezza al principio giuridico dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Esso rappresenta infatti la prima grande raccolta organica di leggi che regolano i rapporti tra i privati (proprietà, contratti, lavoro, famiglia, eredità ecc.), che andò a sostituire il diritto feudale della società di Antico regime. Il Codice Civile napoleonico venne applicato a tutti i Paesi dell’impero e venne introdotto nel Regno d’Italia nel 1806. Negli articoli proposti emergono le due grandi idee ispiratrici di tutto il Codice che rispecchiano gli ideali della borghesia: innanzitutto le libertà individuali e il valore della proprietà privata e poi il valore della famiglia fondata

sull’autorità del padre e del marito e centro della stabilità sociale. Il Codice abolì inoltre l’istituto del fedecommesso, in base al quale il patrimonio della famiglia veniva ereditato interamente dal primogenito, attribuendo invece a ciascun iglio, senza diferenze di sesso, una porzione uguale di eredità. Questa norma permise di disporre di un piccolo patrimonio a un numero maggiore di individui, grazie al quale era possibile rendersi autonomi dalla famiglia di origine, facilitando l’iniziativa privata. La famiglia, tuttavia, rimase l’istituzione centrale della società e si tentò di consolidarla al suo interno, affermando con forza il potere paterno e maritale, e degradando lo statuto della donna rispetto agli ideali di emancipazione femminile che faticosamente si erano fatti strada negli anni della rivoluzione.

Art. 212 – I coniugi hanno il dovere di reciproca fedeltà, soccorso, assistenza. Art. 213 – Il marito è in dovere di proteggere la moglie, e la moglie di obbedire al marito. Art. 214 – La moglie è obbligata ad abitar col marito, ed a seguirlo ovunque egli crede opportuno di stabilire la sua residenza: il marito è obbligato a riceverla presso di sé ed a somministrarle tutto ciò che è necessario ai bisogni della vita, in proporzione delle sue sostanze e del suo stato. Art. 217 – La donna, ancorché non sia in comunione o sia separata di beni, non può donare, alienare, ipotecare, acquistare a titolo gratuito od oneroso, senza che il marito

concorra all’atto o presti il suo consenso in iscritto. [...] Art. 229 – Potrà il marito domandare il divorzio per causa d’adulterio della moglie. Art. 230 – Potrà la moglie domandare il divorzio per causa d’adulterio del marito, allorché egli avrà tenuta la sua concubina nella casa comune. Art. 233 – Il consenso scambievole e perseverante dei coniugi, espresso nella maniera prescritta dalla legge, e sotto le condizioni, dopo gli esperimenti determinati da essa, proverà sufficientemente, che la vita comune è loro insopportabile, e che esiste, relativamente ai medesimi, una causa perentoria di divorzio.

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

ƒ In quali articoli del Codice è sancito il principio di autorità del marito rispetto alla moglie? ƒ Quali doveri ha il marito nei confronti della moglie? ƒ Quali aspetti esprimono la sottomissione della moglie al marito? ƒ Le donne hanno piena cittadinanza giuridica? Hanno autonomia economica? ƒ Sulla questione del divorzio esistono pari diritti fra donne e uomini?

ƒ Quando è stato emanato il Codice Civile? ƒ Quali riforme dello Stato furono introdotte da Napoleone? ƒ Quali rapporti instaurò Napoleone con la Chiesa cattolica? ƒ Nel Codice Civile è stata abbandonata la concezione religiosa del matrimonio, che non è più un sacramento: come viene dunque considerato il rapporto coniugale?

RIELABORARE, DISCUTERE, REINTERPRETARE ƒ Riepiloga il percorso politico e personale di Napoleone, da giovane ufficiale dell’armata rivoluzionaria a imperatore dei Francesi.

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COMPETENZE: USARE LE FONTI

Napoleone, padre delle nazioni STORIOGRAFIA

Negli anni delle guerre napoleoniche, la carta geograica di diversi Paesi europei fu notevolmente sempliicata, apparentemente in sintonia con le aspirazioni nazionalistiche degli occupati: vennero per esempio eliminati 112 Stati tedeschi, l’Italia fu liberata dagli Austriaci. Tuttavia, l’impero creato da Napoleone, se fu una tappa decisiva per la costruzione di un’Europa delle nazioni, lo fu soprattutto per le forti reazioni contrarie che, dopo le prime accoglienze entusiastiche, suscitò nei numerosi Paesi occupati. In Spagna, in Russia e negli stessi Stati dell’area tedesca, si consolidò un autentico sentimento patriottico a difesa della propria nazione minacciata dall’invasione straniera.

Jean Tulard

Il memoriale di Sant’Elena Jean Tulard (1933) è stato professore di Storia presso la Sorbona di Parigi e si è occupato soprattutto di Rivoluzione francese e di impero. Tra i suoi libri su questi argomenti si possono segnalare: Napoleone: il mito del salvatore (1971); La vita quotidiana in Francia ai tempi di Napoleone (1978); La France de la Révolution à l’Empire («La Francia dalla rivoluzione all’Impero», 1995); Le temps des passions («Il tempo delle passioni», 1996).

Nell’Ottocento, il libro più letto dai Francesi fu senza dubbio Il memoriale di Sant’Elena, del conte di Las Cases (un aristocratico che aveva accompagnato Napoleone nel suo esilio). E la pagina più commentata fu quella in cui l’autore, il 2 novembre 1816, fa dire a Napoleone: «Una delle mie più grandi ambizioni è stata la concentrazione, l’unione di tutti quei popoli che in Europa abitano la stessa area geografica. [...] Avrei voluto fare di ognuno di questi popoli una sola e unica nazione. Era con un tale seguito che sarebbe stato bello presentarsi ai posteri e ricevere la benedizione dei secoli. Mi sentivo degno di questa gloria. [...] L’unione di trenta o quaranta milioni di Francesi era realizzata; quella di quindici milioni di Spagnoli era quasi realizzata. [...] Quanto ai quindici milioni di Italiani l’unione era in stato di forte avanzamento, [...] mentre la situazione in Germania era più complicata [...]». Napoleone conclude: «Questa unione arriverà, presto o tardi, per forza

di cose: l’impulso è stato dato e io non penso che dopo la mia caduta e la scomparsa del mio sistema, ci siano in Europa altri grandi possibili equilibri». Napoleone, padre delle nazioni europee: questa è l’immagine che Las Cases si sforza di imporre attraverso il Memoriale. Ma fu così? Sicuramente no. Napoleone fu un uomo del Settecento, marchiato dall’universalismo degli illuministi, dal cosmopolitismo e dall’indifferenza alle rivendicazioni per l’unità nazionale: tra le sue preoccupazioni non ci fu di certo quella dell’unità nazionale dei vari popoli europei. [...] Esemplare è il comportamento di Napoleone in Polonia. Nel 1799, già Primo Console, così commenta la divisione del regno fatta nel 1795: «La Francia è ancora umiliata per aver contemplato con vile timidezza la distruzione di un regno come quello polacco. [...] Bisognerebbe obbligare la Russia, la Prussia e l’Austria a restituire le province che si sono spartite. La loro politica fu odiosa, infame e predatrice». [...] Ma quando nel 1806 l’armata francese entra nel territorio dell’antica Polonia per affrontare le forze russe, Napoleone resta prudente e con cinico realismo si guarda bene dal fomentare l’idea di una rivoluzione polacca. «Io non so – dice – se i Polacchi sono degni di essere una nazione.» [...] È Murat il primo ad affrontare la questione polacca; [...] sogna la corona per se stesso e a Napoleone suggerisce: «Formare una nazione indipendente, guidata da un re straniero, che sarà data a vostra maestà: è questo il desiderio generale dei Polacchi». Napoleone non risponde. Teme di istigare lo zar Alessandro I a una guerra senza fine se invoca l’indipendenza della Polonia. [...] E così nel luglio 1807 viene creato il Ducato di Varsavia sotto la sovranità della Sassonia e controllato da Napoleone: due stranieri. [...] Napoleone è realista anche di fronte all’unità germanica. Contribuisce a snellire la carta geografica facendo scomparire 112 Stati membri dell’impero. [...] Ma la manovra, preparata da Talleyrand, non mira ad assicurare l’unificazione della Germania; al contrario, lo scopo è quello di indebolire l’Impero asburgico [...] e di stabilire una tripartizione della Germania: una Confederazione del Reno con Francoforte capitale [...]; una Prussia ridotta alla Slesia e alla Pomerania; un’Austria proiettata fuori dalla Germania [...]. L’atteggiamento nei confronti dell’unità italiana è ugualmente dubbio. Sogna un’Italia napoleonica, ma in realtà lavora per la divisione della penisola e non per la sua unificazione. Anche qui semplifica la carta geografica e caccia gli Austriaci, ma per assicurare la dominazione francese, tant’è che nel 1802 an-

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L’età napoleonica

nette direttamente il Piemonte alla Francia. [...] Solo Murat, vere». Un dovere verso la Germania che si deve liberare dal già sensibile all’indipendenza polacca, comprende le ragioni suo oppressore. [...] Nell’estate 1813 Giuseppe è cacciato dell’unità d’Italia, non certo Napoleone. dalla Spagna; nel novembre la Svizzera si apre alle armate [...] La Spagna è il Paese che oppone maggiore resistenza austriache e abbandona Napoleone che l’ha umiliata. Lo all’egemonia francese. Qui Napoleone ha imposto come so- stesso anno, l’Olanda si solleva al grido di «Per il re e per la vrano suo fratello maggiore Giuseppe al posto del Borbone patria». [...] Dappertutto in Europa dilaga l’ostilità nei conCarlo IV. La rivolta nasce dagli ambienti popolari e non da fronti di Napoleone. quelli intellettuali: [...] non fu quindi una questione di calco- Così Napoleone risveglia – ma contro se stesso – le aspirazioni lo, ma di sentimento. Un sentimento nazionale antifrance- all’unità e le idee nazionali. Suscita il sentimento nazionale, se: non si tollera che sia uno straniero a prendere decisioni ma per reazione. È solo a Sant’Elena che l’imperatore decariguardanti il futuro della Spagna. [...] La rivolta scoppia a duto si pone come campione del principio delle nazionalità. Madrid il 2 maggio 1808, data immortalata dal pittore Goya, Se n’era ben guardato fino ad allora. Che cos’è accaduto? A al grido di un popolano: «Morte all’invasore!». Segue pre- Sant’Elena Napoleone è prigioniero delle grandi potenze eurosto l’adesione di altre categorie sociali: liberi professionisti, pee. Ora i vincitori reprimono, dopo averle implorate nel 1813, operai, sacerdoti. [...] le aspirazioni nazionali La resistenza spagnodei popoli. [...] Napola al tentativo di Naleone può allora rivolpoleone di imporre gere contro i suoi vinsuo fratello Giuseppe citori l’idea di nazione, come re di Spagna che aveva contribuito incontra enorme eco alla caduta del suo imin tutta Europa. È in pero. Da qui vengono Austria che la guerra le famose affermazioni di Spagna è seguita contenute nel Memocon maggior interesriale. Il suo ultimo messe; Vienna diviene il saggio viene raccolto e punto di riferimento durante le rivoluzioni dei patrioti tedeschi. del 1830 in Italia, in [...] Un giovane stuPolonia e in Belgio ridente tedesco, Friesuonerà il grido: «Viva drich Staps, tenta di Napoleone». Il cerchio pugnalare Napoleosi chiude: ecco Napolene, il 12 ottobre 1809. one padre delle nazioAll’imperatore che lo ni d’Europa. interroga risponde: J. Tulard, Napoléon, père des nations, «Uccidervi non è un crimine, ma è un do- Francisco Goya, 2 maggio 1808, 1814. Madrid, Museo del Prado. in «L’Histoire», n. 201

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

ƒ Come si è risvegliato il sentimento nazionale negli Stati europei? ƒ Quando e in che modo è sorto il mito di Napoleone «padre delle nazioni»?

ƒ Quando iniziarono le campagne militari napoleoniche? ƒ Quali furono i Paesi europei conquistati dalle armate francesi? ƒ Che tipo di Stati si formarono nei territori conquistati da Napoleone?

ƒ Prima e Dopo ƒ Video - La propaganda napoleonica nella campagna d’Italia ƒ Immagine commentata - Napoleone si incorona imperatore ƒ Immagine commentata - La famiglia ai tempi di Napoleone

RIELABORARE, DISCUTERE, REINTERPRETARE ƒ Napoleone liberatore fu un mito trattato anche dalla letteratura dell’epoca: utilizzando testi della letteratura italiana ricostruisci quale idea si era creata in Italia dell’imperatore francese.

ƒ Online DOC - Cuoco: la «rivoluzione passiva» ƒ Online STO - Il giacobismo italiano ƒ Audiosintesi Unità 5

IN DIGITALE

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MISURARE LE COMPETENZE

GLI EVENTI

IL TEMPO

Completa la frase. 1. L’ascesa di Napoleone iniziò durante il periodo del Terrore con la campagna d’Italia contro l’Austria con la spedizione in Egitto

Unisci opportunamente avvenimento e data, indicando il numero corrispondente della data nella colonna a destra di ogni avvenimento.

2. Il primo popolo europeo che si ribellò all’occupazione francese fu quello italiano nel Regno di Napoli quello portoghese quello spagnolo 3. Tra i princìpi ispiratori del Codice napoleonico vi furono eguaglianza giuridica ed eguaglianza sociale eguaglianza giuridica e libertà individuale eguaglianza sociale e libertà individuale 4. Napoleone instaurò un regime autoritario e personalistico con l’appoggio dell’alta borghesia con l’appoggio delle masse popolari con l’appoggio della Chiesa 5. Durante il regime napoleonico furono introdotti provvedimenti a tutela dei lavoratori l’istruzione universitaria fu resa accessibile a tutti la libertà di stampa e la libertà di associazione vennero fortemente limitate 6. Dopo la battaglia di Waterloo Napoleone andò in esilio all’isola d’Elba Napoleone fu costretto all’esilio nell’isola di Sant’Elena Napoleone riuscì a governare il Paese ancora solo per cento giorni 7. Il trattato di Campoformio determinò il passaggio di Nizza e della Savoia alla Francia la nascita delle repubbliche sorelle la cessione di Venezia all’Austria 8. A Trafalgar l’esercito francese fu sconfitto da quello inglese la flotta francese fu sconfitta da quella inglese la flotta francese sconfisse quella inglese

LE PAROLE Definisci le seguenti espressioni: a. consolato b. plebiscito c. blocco continentale d. mobilità sociale e. terra bruciata f. Concordato

Avvenimento a Morte di Napoleone b Campagna militare in Italia c

Incoronazione imperiale di Napoleone

d Concordato con la Chiesa e Napoleone diventa console a vita f

Napoleone viene esiliato all’Elba

g Campagna di Russia h Pubblicazione del Codice Civile Data 1

1796-1798

2 1802 3 1812 4 5 maggio 1821 5 2 dicembre 1804 6 1804 7 aprile 1814 8 1801

VERSO L’ESAME DI STATO a. Rispondi alle seguenti domande. ƒCome iniziò la carriera di Napoleone e che importanza ebbe l’aspetto militare? ƒQuali importanti riforme realizzò Napoleone durante il suo governo? ƒQuale tattica militare adottò la Russia per sconfiggere Napoleone sul suo territorio? ƒPerché l’età napoleonica può definirsi un’epoca di innovazioni? ƒPerché, dopo l’esperienza rivoluzionaria e l’età napoleonica, risultò impossibile ritornare al passato dell’Ancien régime? b. Il saggio breve: interpreta e confronta i seguenti documenti. ƒp. 156 – Due immagini di Napoleone ƒp. 159 – Libertà e autorità ƒp. 221 – Magazine: Napoleone in guerra Successivamente, utilizzando anche le tue conoscenze, sviluppa l’argomento proposto nella forma del saggio breve, attribuendo alla composizione un titolo appropriato. Argomento. Napoleone: il soldato e l’uomo di Stato

CITTADINI ADESSO

L’età napoleonica

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La penna e la spada L’istruzione e la speranza di un mondo migliore Il mondo di oggi vive una contraddizione: nei Paesi occidentali troppi adolescenti abbandonano presto la scuola, mentre nei Paesi in via di sviluppo si lotta perché i bambini abbiano accesso all’istruzione. Anche in Occidente la possibilità di frequentare un regolare corso di studi non è sempre stato un diritto di tutti: ino all’Ottocento l’istruzione rappresentava un privilegio riservato solo a chi apparteneva a famiglie agiate. Con l’afermarsi delle democrazie si è lottato perché l’istruzione divenisse un diritto e un obbligo per tutti: la scuola rappresenta infatti uno strumento indispensabile sia per lo sviluppo del singolo cittadino sia per il progresso dell’intera società. Attraverso l’istruzione, infatti, cresce la possibilità per ciascun individuo di esprimere le proprie potenzialità e di trovare un impiego adatto alle proprie capacità, migliorando così la propria posizione economica e sociale. Impartire l’istruzione, renderla accessibile a tutti e fare in modo che i meritevoli possano raggiungere i più alti gradi di istruzione oggi fa parte dei compiti di ogni Stato democratico. L’istruzione è uno dei tre pilastri dello stato sociale, assieme alla previdenza e alla sanità. Lo stato sociale – o Welfare State – è il sistema con il quale lo Stato ofre i servizi necessari a garantire il benessere isico e psicologico a ciascun cittadino, il quale ha così la possibilità di migliorare la propria condizione e di godere pienamente dei propri diritti di libertà e uguaglianza.

1. LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA La Costituzione italiana considera il diritto all’istruzione un fondamento sul quale costruire una società nella quale l’uguaglianza non rimanga un principio scritto sulla carta o enunciato dai giuristi, ma divenga un elemento sostanziale della vita dei cittadini. Art. 33: […] La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. […] Art. 34: La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni*, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiun-

gere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso. *Con la Legge 27 dicembre 2006, n. 296, articolo 1, comma 622, si precisa: «L’istruzione impartita per almeno dieci anni è obbligatoria ed è finalizzata a consentire il conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno d’età».

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CITTADINI ADESSO

2. LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società. [...] La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità». Discorso di Piero Calamandrei, salone degli Affreschi della Società Umanitaria, 26 gennaio 1955, Milano)

PADRI COSTITUENTI Si tratta del gruppo di giuristi, politici ed esperti ai quali, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, tra il 1945 e il 1947, venne affidato il compito di elaborare la Costituzione italiana.

LESSICO

Piero Calamandrei (1889 - 1956) fu uno dei padri costituenti della Repubblica italiana. Politico antifascista, avvocato, professore universitario di Diritto e scrittore, partecipò, tra il 1946 e il 1947, alla stesura della Costituzione italiana (che entrò in vigore nel 1948). Ecco come, in un discorso tenuto a Milano il 26 gennaio 1955, Calamandrei illustra l’importanza attribuita all’istruzione dalla nostra Carta fondamentale: «L’articolo 34 dice: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. È compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo – “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo,

ENTRARE IN VIGORE Significa, in riferimento a una legge o a un’altra norma, iniziare ad avere effetto, diventare obbligatorio.

3. ISTRUZIONE E DIRITTO ALLO STUDIO IN ITALIA La Costituzione italiana stabilisce alcuni princìpi fondamentali riguardanti l’istruzione: lo Stato istituisce le scuole, garantisce che tutti possano frequentarle, stabilisce un obbligo minimo di istruzione e assicura a chi ne ha le capacità il diritto agli studi superiori. Vediamo questi princìpi ad uno a uno: ƒessendo la formazione dei cittadini un compito fondamentale per il funzionamento e lo sviluppo della società, è ovvio che debba essere lo Stato a occuparsene, da una parte regolando l’offerta formativa, dall’altra mettendo a disposizione scuole statali di ogni ordine e grado; ciò naturalmente non impedisce ai cittadini che lo desiderino di organizzare scuole private o di inviarvi i loro figli; ƒqueste strutture (le scuole) sono aperte «a tutti»: così stabilisce l’articolo 34 della Costituzione. Infatti in qualunque Stato democratico tutti, senza discriminazioni, hanno diritto all’istruzione; ƒin Italia l’istruzione inferiore (la scuola primaria e secondaria del primo ciclo), impartita per almeno otto anni, è «obbligatoria e gratuita». Oggi l’obbligo è stato innalzato a dieci anni, ma occorre considerare che nel 1948, quando la Carta costituzionale entrò in vigore, otto anni di istruzione obbligatoria rappresentavano una grande novità: infatti la popolazione italiana nell’immediato dopoguerra era in gran parte analfabeta. Grazie alle nuove garanzie costituzionali, la scuola italiana si aprì alle classi sociali più basse; ƒinfine per gli studenti meritevoli provenienti da queste classi deve essere possibile raggiungere i livelli più alti di istruzione. La Repubblica, infatti, rende effettivo il diritto allo studio in due modi:

– mettendo a disposizione di tutti le scuole pubbliche gratuite (la scuola primaria) o accessibili per mezzo di tasse di iscrizione di entità più bassa rispetto ai reali costi sostenuti dallo Stato (ciò è vero per tutti i gradi di istruzione, compreso quello universitario: in poche parole, i cittadini con le tasse coprono solo una piccola parte del costo effettivo della scuola); – sostenendo gli studenti e le loro famiglie con borse di studio, assegni ed altre facilitazioni.

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4. L’ITALIA E L’ISTRUZIONE: PROGRESSI E LACUNE Un’indagine svolta nel 2014 dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, un’organizzazione internazionale che riunisce 34 Paesi, compresa l’Italia), ha evidenziato come negli ultimi anni nel nostro Paese alcuni aspetti legati

all’istruzione siano migliorati, ma ha anche sottolineato come il tasso di scolarizzazione non sia cresciuto a sufficienza, specie in confronto ad altri Paesi.

I DATI SULL’ISTRUZIONE IN ITALIA TRA IL 2000 E IL 2012 LUCI E OMBRE DIPLOMA: LUCI

DIPLOMA: OMBRE

La percentuale dei 25-34enni che non aveva raggiunto il livello d’istruzione secondario superiore è diminuita dal 41% nel 2000 al 28% nel 2012.

Nel 2012, la percentuale di 25-34enni in Italia senza diploma del secondario superiore (28%) era la terza più alta dei Paesi EU21*, dopo Portogallo (42%) e Spagna (35%) ed era molto più alta rispetto alla media dell’OCSE** del 17,4% e alla media del 15,7% degli EU21.

LAUREA: LUCI

LAUREA: OMBRE

Nello stesso periodo, la percentuale dei laureati di 25-34 anni è aumentata costantemente dall’11% al 22%.

DONNE E LAUREA: LUCI Nel 2012, tra coloro che conseguono una laurea (programmi di studi superiori ossia ciclo di studi terziario – tipo A) si contano più di tre donne per ogni due uomini. Il 62% dei nuovi laureati è di sesso femminile, rispetto a una percentuale di donne laureate del 56% nel 2000.

Nel 2012, il tasso di laureati tra i 25-34enni è stato quart’ultimo dei 34 Paesi dell’OCSE e dei Paesi del G20 con dati disponibili. In media, i tassi di laureati hanno registrato un maggiore aumento nei Paesi dell’OCSE (+13,2 punti percentuali) rispetto all’Italia (+11,8 punti percentuali) tra il 2000 e il 2012. Ciò è accaduto nonostante i Paesi OCSE partissero da un livello medio più alto rispetto all’Italia (26% di laureati in media nei Paesi dell’OCSE rispetto all’11% in Italia nel 2000).

* EU21: i 21 Paesi europei presi in esame dall’indagine. ** OCSE: Paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Fonte: Uno sguardo sull’istruzione 2014: Indicatori dell’OCSE http://www.istruzione.it/

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CITTADINI ADESSO

5. LA PENNA È PIÙ POTENTE DELLA SPADA Nel 2013 Malala Yousafzai, una ragazza pakistana di 16 anni, parla al Palazzo di Vetro di New York, sede delle Nazioni Unite, davanti ai delegati di tutto il mondo. Malala è sopravvissuta a un attentato dei talebani, gli estremisti islamici che in Pakistan nel 2012 hanno tentato di ucciderla per il suo impegno a favore dell’istruzione delle ragazze. Il discorso di Malala è un grido pacato ma determinato in difesa dell’istruzione per tutti, in particolare per le bambine, che in molti Paesi sono escluse dalla scuola. È divenuta celebre una sua frase: «Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo», che sottolinea come l’istruzione possa diventare la vera «arma» rivoluzionaria. Nel 2014 Malala ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Oggi per me è un onore parlare dopo lungo tempo […]. Oggi non è il giorno di Malala. Oggi è il giorno di ciascuna donna, ciascun ragazzo e ciascuna ragazza che abbiano alzato la voce per reclamare i loro diritti. Ci sono centinaia di attivisti per i diritti umani e operatori sociali che non si limitano a parlare di diritti umani, ma che lottano per raggiungere obiettivi di istruzione, pace e uguaglianza. Migliaia di persone sono state uccise dai terroristi e milioni di persone sono state ferite. Io sono solo una di loro. Così eccomi qui, una ragazza come tante. Io non parlo per me stessa, ma per tutti i ragazzi e le ragazze. Alzo la voce non per gridare, ma per far fare in modo che chi non ha voce possa essere ascoltato. Per coloro che hanno lottato per i loro diritti: il diritto di vivere in pace, a essere trattati con dignità, ad avere pari opportunità, a ricevere un’istruzione. Cari amici, il 9 ottobre 2012 i talebani mi hanno sparato sul lato sinistro della fronte. Hanno sparato anche ai miei amici. Pensavano che i proiettili ci avrebbero messi a tacere, ma hanno fallito. Anzi, dal silenzio sono spuntate migliaia di voci. I terroristi pensavano di cambiare i miei obiettivi e fermare le mie ambizioni. Ma nulla è cambiato nella mia vita, tranne questo: debolezza, paura e disperazione sono morte; forza, energia e coraggio sono nati. Io sono la stessa Malala. Le mie ambizioni sono le stesse. Le mie speranze sono le stesse. E i miei sogni sono gli stessi. Cari fratelli e sorelle, io non sono contro nessuno. Né sono qui a parlare in termini di vendetta personale contro i talebani o qualsiasi altro gruppo terroristico. Sono qui per sostenere il diritto

Malala Yousafzai per la quale l’istruzione è un’arma rivoluzionaria.

all’istruzione di tutti i bambini. Voglio un’istruzione per i figli e le figlie di tutti gli estremisti, specialmente per i figli dei talebani. Non odio nemmeno il talebano che mi ha sparato. […] Questo è ciò che la mia anima mi dice: stai in pace e ama tutti. Cari fratelli e sorelle, ci rendiamo conto dell’importanza della luce quando vediamo le tenebre. Ci rendiamo conto dell’importanza della nostra voce quando ci mettono a tacere. Allo stesso modo, quando eravamo a Swat, nel Nord del Pakistan, abbiamo capito l’importanza delle penne e dei libri appena abbiamo visto le armi. Il saggio proverbio «La penna è più potente della spada» dice la verità. Gli estremisti hanno paura dei libri e delle penne. Il potere dell’educazione li spaventa. Hanno paura delle donne. Il potere della voce delle donne li spaventa. […] Facciamo appello a tutti i governi affinché garantiscano un’istruzione gratuita e obbligatoria in tutto il mondo per ogni bambino. […] Cerchiamo quindi di condurre una lotta globale contro l’analfabetismo, la povertà e il terrorismo. Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne. Sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo. L’istruzione è l’unica soluzione. L’istruzione prima di ogni altra cosa.

COMPRENDERE E CONTESTUALIZZARE

RIELABORARE E DISCUTERE

Per quale motivo è lo Stato a istituire e mettere a ƒ disposizione le scuole, e questo compito non è lasciato alla libera iniziativa dei cittadini? ƒ Sapresti spiegare perché l’istruzione è sia un diritto sia un dovere? ƒ Come deve agire lo Stato se un ragazzo meritevole non ha abbastanza denaro per proseguire gli studi?

Riassumi con parole tue il messaggio principale del discorso ƒ di Malala Yousafzai. ƒ Svolgi una ricerca sulla storia di Malala e spiega per quale motivo le sue parole sono state ascoltate all’Onu e per quale motivo ha ricevuto il premio Nobel per la pace. ƒ Perché, secondo te, in alcuni Paesi l’accesso all’istruzione è ostacolato? ƒ Malala, in un altro passaggio del suo discorso, cita come suoi «maestri» ideali Martin Luther King, Nelson Mandela, Gandhi e Madre Teresa. Chi sono? Perché vengono citati da Malala? Che cosa li accomuna?

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La prima rivoluzione industriale PRIMA: La centralità dell’agricoltura Dall’era neolitica alla rivoluzione industriale, l’agricoltura fu l’attività economica più importante: il lavoro dei campi impegnava gran parte della popolazione e forniva i principali mezzi di sostentamento. Da secoli questa attività si svolgeva nello stesso modo, attraverso l’uso di tecniche consolidate ma poco produttive. In Inghilterra proprio i miglioramenti nel settore agricolo consentirono di accumulare capitali sufficienti per avviare una nuova fase economica.

CAUSE

EVENTI

CONSEGUENZE

La pressione causata dall’acqua in ebollizione può essere utilizzata come forza motrice

X

1712: Thomas Newcomen inventa la macchina a vapore

X

Diventa possibile sfruttare nuove fonti di energia

Collaborazione tra scienza e tecnica

X

1769: James Watt brevetta la sua macchina a vapore

X

L’invenzione poteva essere utilizzata in vari settori

Diffondersi di nuove macchine tessili e di nuove fonti di energia

X

1770 circa: Data simbolo con cui si suole indicare l’inizio In Inghilterra della prima rivoluzione industriale

X

Per l’umanità inizia una nuova era

Applicazione della macchina a vapore al trasporto

X

1829: Inaugurazione della prima linea ferroviaria per passeggeri da Manchester a Liverpool

X

Rivoluzione dei trasporti

Diffondersi di nuove tecniche di coltivazione, concimi artificiali, macchine agricole

X

1800-1850: La produzione agricola aumenta del 50%

X

Rivoluzione agricola

Diminuzione del tasso di mortalità e prolungamento della vita media

X

1770-1870: La popolazione europea raddoppia

X

Rivoluzione demografica

DOPO: L’industrializzazione dell’Europa Con la progressiva diffusione della rivoluzione industriale, gran parte dell’Europa subì gli stessi cambiamenti che si erano verificati in Inghilterra. Molti Paesi avevano importato le innovazioni tecnologiche e i metodi di lavorazione inglesi e avevano favorito la produzione con misure ancora una volta ispirate a quel Paese modello. Perciò nell’Europa continentale, nel corso del XIX secolo, si svilupparono aree con una forte concentrazione di industrie.

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VIDEO

IL CONTROLLO DELL’ENERGIA INANIMATA

1. Una definizione, molti aspetti UN PROCESSO DI RADICALE TRASFORMAZIONE

La rivoluzione industriale aprì le porte a un mondo di nuove e inusitate fonti di energia, le fonti di energia inanimata, quali il carbone, poi il petrolio e l’elettricità, oggi l’atomo, sfruttate mediante convertitori. Il controllo dell’energia inanimata apre un’epoca in cui l’uomo si trova a poter disporre di masse di energia inconcepibili nei periodi precedenti e lo sfruttamento su vasta scala di tali fonti ha mutato radicalmente le società umane.

La prima rivoluzione industriale fu il risultato di un insieme di innovazioni economiche e sociali che, a partire dal modo di produrre, furono in grado di mutare la vita dell’uomo in tutti i suoi aspetti. Questo fenomeno ebbe inizio in Inghilterra alla ine del Settecento. Nell’arco di un secolo, grosso modo dal 1770 al 1870, l’agricoltura (settore primario) venne superata, come principale fonte di reddito, dall’industria (settore secondario). Mentre la maggior parte dei contadini si trasformava in operai, le città presero a crescere rapidamente e la popolazione complessiva raddoppiò. Non era mai avvenuto un mutamento così radicale della vita dell’uomo dall’era neolitica (circa 8000 anni a.C.), cioè da quando l’uomo da raccoglitore e pescatore si era trasformato in agricoltore e allevatore.

PERCHÉ IN INGHILTERRA? Ma perché la prima rivoluzione industriale ebbe inizio proprio in Inghilterra? Per una serie di fattori: ƒla Rivoluzione inglese aveva profondamente innovato non solo la vita politica, ma anche quella economica, consentendo la libera circolazione delle merci, negata in gran parte del continente europeo da vincoli di carattere feudale (ad esempio, erano ancora innumerevoli i dazi); ƒil Paese si dotò, nel corso del Settecento, di un’eiciente rete di trasporti, formata sia da strade sia da canali navigabili; ƒin dal Cinquecento si era prodotta una profonda trasformazione della vita nelle campagne, con la difusione delle recinzioni, che favorì la specializzazione delle produzioni e lo sviluppo dell’allevamento: l’Inghilterra nel Settecento poté così contare su di un surplus di capitali da investire; ƒla trasformazione delle campagne comportò l’espulsione dai villaggi agricoli di una massa crescente di contadini, che si resero così disponibili a trasferirsi nelle città e a intraprendere un nuovo lavoro a bassi salari (il che agevolò l’accumulazione del proitto industriale); ƒl’afermazione coloniale consentì all’Inghilterra di disporre di un grande mercato internazionale per la vendita dei suoi prodotti; ƒl’isola era ricca di materie prime, in particolare di carbone e di ferro (non a caso le prime aree a essere industrializzate furono quelle prossime ai bacini carboniferi e alle miniere di ferro); ƒi tecnici e gli scienziati inglesi detennero per un lungo periodo, a partire dal Settecento, un primato indiscusso nell’ambito delle più importanti scoperte tecnico-scientiiche.

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE NEGLI ALTRI PAESI Il secondo Paese in cui si veriicò il decollo della rivoluzione industriale fu il Belgio, intorno al 1790, grazie a un contesto assai favorevole, per certi aspetti simile a quello inglese: notevole sviluppo agricolo, commerciale, minerario ecc. Seguirono la Svizzera e soprattutto la Francia (1830), dove lo sviluppo si manifestò con particolare gradualità, lasciando sopravvivere un mondo rurale molto consistente. Il decollo industriale della Germania è invece situabile intorno al 1850. In quest’area venne messo a punto il consistente contributo del sistema bancario con l’utilizzazione delle «banche d’afari»: ciò permise di «forzare» il decollo dell’apparato produttivo, coinvolgendo negli investimenti industriali anche il piccolo risparmio.

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La prima rivoluzione industriale Sempre intorno al 1850 è da collocare il momento speciico della rivoluzione industriale per gli Stati Uniti, mentre tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si svilupparono Paesi come il Giappone, la Russia e l’Italia.

GUIDA ALLO STUDIO

DUE MOMENTI FONDAMENTALI

e

crisi (punto di svolta superiore)

ne

espa

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CICLICITÀ L’economia sorta dalla rivoluzione industriale si caratterizza per un andamento che gli economisti definiscono «ciclico»: nella fase di espansione si dilatano la produzione, gli investimenti, i profitti e i consumi fino a che, a causa della concorrenza, dell’aumento del costo del lavoro, della tecnologia e della sovrapproduzione di merci, non si giunge alla crisi e si inverte la tendenza; con la fase recessiva diminuiscono gli investimenti, calano gli utili, si chiudono numerose fabbriche, aumenta la disoccupazione. Dopo un periodo di stagnazione, la ripresa e lo sviluppo si manifestano nuovamente in termini significativi.

LESSICO

Nell’evoluzione della prima rivoluzione industriale si possono riconoscere due momenti: ƒil primo periodo, dal 1770 al 1830, fu caratterizzato dall’espansione della produzione tessile, che con l’afermazione dell’industria cotoniera rappresentò il settore di punta; ƒil secondo periodo, dal 1830 in poi, fu dominato dall’avvento delle ferrovie e la siderurgia diventò il settore trainante dello sviluppo. Ma al di là dei grandi e qualitativi mutamenti, come appunto l’avvento delle ferrovie, lo sviluppo del sistema produttivo industriale manifestò, in dalle origini, un andamento caratterizzato dalla ciclicità.

ƒ Che cosa si intende per rivoluzione industriale? ƒ Per quali motivi la rivoluzione industriale ebbe inizio in Inghilterra? ƒ In quali Paesi, in ordine di tempo, ebbe luogo la rivoluzione industriale dopo l’Inghilterra? ƒ Quando ebbe invece inizio nel nostro Paese? ƒ Quanti e quali momenti si possono riconoscere nell’evoluzione della prima rivoluzione industriale?

ripresa (punto di svolta inferiore)

LO SVILUPPO INDUSTRIALE INTORNO ALLA METÀ DEL XIX SECOLO

Anversa es

Zur M Milano

I n

C Belgraad

uc

NTEN N

Zone di maggiore concentrazione industriale Miniere di ferro Industrie metallurgiche Industrie tessili Miniere di carbone

170

UNITÀ 6

2. Le innovazioni tecnologiche L’INTESA TRA SCIENZA E TECNICA MAGAZINE

LEGGERE UN CLASSICO

Uomini, tecniche, economie Pag. 236

COMPETENZE

USARE LE FONTI

La civiltà delle macchine Pag. 186

LE TRE RIVOLUZIONI INDUSTRIALI

La rivoluzione industriale non sarebbe stata possibile senza innovazione tecnologica, in particolare senza l’utilizzazione di macchine in grado di aumentare straordinariamente la produttività del lavoro umano. Sarebbe sbagliato, però, pensare a queste innovazioni come a una diretta conseguenza della rivoluzione scientiica del XVII secolo. Non è scontato, infatti, che scienza e tecnica convergano sui medesimi obiettivi. Anzi, se ripercorriamo rapidamente il passato, dalle civiltà antiche ino all’Europa moderna, possiamo rintracciare due storie diverse: ƒla forma di governo non era più la monarchia costituzionale, ma la repubblica, che veniva dichiarata una e indivisibile; ƒda un lato quella dei tecnici, uomini magari privi di cultura, ma geniali nell’individuare soluzioni pratiche in grado di migliorare la vita dell’uomo; ƒdall’altro quella degli scienziati, dediti a speculazioni teoriche e poco propensi a occuparsi dei vantaggi che le loro scoperte potevano procurare. Anche il vero e proprio boom di invenzioni che si produsse tra la ine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento fu dovuto soprattutto all’opera di artigiani di straordinaria genialità. Più tardi, l’esigenza di risolvere i problemi produttivi determinati dall’utilizzazione delle nuove macchine impose alla scienza e alla tecnica di trovare un quotidiano terreno d’intesa. Così, ciò che era l’eccezione divenne la norma.

INGHILTERRA

PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE (1770-1870)

CARBONE MACCHINA A VAPORE

EUROPA STATI UNITI

SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE (1870-1945)

ELETTRICITÀ PETROLIO MOTORE A SCOPPIO

STATI UNITI UNIONE SOVIETICA PAESI GIÀ INDUSTRIALIZZATI

TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE (1945-OGGI)

ENERGIA ATOMICA ASTRONAUTICA INFORMATICA

L’AVVENTO DELLE MACCHINE NEL SETTORE TESSILE Il primo settore che venne trasformato dall’avvento delle macchine fu quello tessile, dove si veriicò una vera e propria «reazione a catena». Infatti, l’introduzione di una nuova macchina in una fase del processo produttivo determinava un tale aumento della produzione da imporre la meccanizzazione della fase successiva. In altri termini, l’applicazione di una macchina causava una «strozzatura» del processo produttivo che rendeva necessaria un’altra invenzione, una nuova macchina, la quale a sua volta generava una «strozzatura» che richiedeva l’invenzione di una nuova macchina, ecc.

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La prima rivoluzione industriale La sequenza delle innovazioni si fa in genere iniziare dalla spoletta volante (1733) dell’orologiaio John Kay che permise di quadruplicare la produttività del telaio tradizionale. Ma la vera svolta si ebbe con l’invenzione dei ilatoi idraulici che sostituirono quelli azionati manualmente dall’operaio, aumentando la produttività di centinaia di volte: il water frame (1769) del barbiere Richard Arkwright (1732-1792) e il mule (1779) del tessitore e agricoltore Samuel Crompton (1753-1827). Questi ilatoi erano azionati da ruote idrauliche, analoghe a quelle dei mulini ad acqua. Conseguentemente la produzione, prima dispersa nella lavorazione a domicilio, si concentrò in fabbriche situate in luoghi in cui era possibile sfruttare i corsi d’acqua.

Arkwright fu il più interessante tra i primi geniali inventori. Ecco come il suo biografo, lo storico Smiles, nel saggio intitolato Chi si aiuta Dio l’aiuta, così ce lo presenta. Da fanciullo fu garzone di barbiere. Imparato il mestiere, mise su bottega nel 1760 a Bolton in una cantina su cui scrisse questa frase: Al barbiere sotterraneo. Qui si fa la barba per due soldi. Gli altri barbieri, vistosi per ciò diradare i clienti, ridussero allo stesso prezzo l’opera loro. Ma Arkwright in risposta scrisse sulla botteguccia: A un soldo. In capo a pochi anni vendette la bottega, e si diede girovagando a trafficare in capelli. Portato per la meccanica, costruiva a tempo perso modelli di macchine. Pose nelle sue esperienze tanto ardore che perduto il poco ben di Dio accumulato, si ridusse al verde. La moglie ritenendo quello un inutile spreco di denaro e di tempo, montò un giorno in grand’ira, e afferrati tutti quanti i modelli del marito li distrusse. Arkwright, tenace quanto entusiasta, s’indignò

talmente della condotta della moglie, che si separò subito da lei, né mai più le perdonò. Recatosi a Nottingham, chiese denaro ad alcuni banchieri, tra i quali i Wright, che si dissero disposti a fornirgli una somma purché dividesse con loro gli utili. La macchina per altro doveva essere ultimata entro un termine fisso. Il che non essendosi verificato, i banchieri incominciarono a diffidare e non ne vollero più sapere e consigliarono Arkwright di rivolgersi ai signori Strutt e Need. Il primo dei quali, inventore ingegnoso e privilegiato della macchina da calze, comprese subito il pregio dell’invenzione. Fu costituita una società tra essi, da cui Arkwright si vide finalmente aperta la via alla fortuna. A 50 anni imparò la grammatica inglese e si perfezionò nella calligrafia e nell’ortografia. Viaggiava e di gran carriera per risparmiare tempo. Adattato da S. Smiles, Chi si aiuta Dio l’aiuta, Fratelli Treves

I PROTAGONISTI

Arkwright, un geniale barbiere

James Watt durante una fase di studio della macchina a vapore.

Mather Brown, Ritratto di Sir Richard Arkwright, 1790. New Britain, Museo di Arte americana.

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UNITÀ 6

LA NECESSITÀ DI CONOSCENZE SCIENTIFICHE

MAGAZINE

TECNICA E SCIENZA

Il prodigio della macchina a vapore

STORIA E TECNICA

Pag. 209

Un orologiaio, un barbiere e un tessitore: le professioni degli inventori di cui abbiamo sinora parlato escludono evidentemente qualsiasi preparazione scientiica. Tuttavia non fu possibile prescindere a lungo dalle conoscenze scientiiche. La produzione di tessuti, infatti, richiedeva anche operazioni non strettamente legate all’utilizzazione di telai meccanici: era questo, ad esempio, il caso del candeggio, il processo che serve a sbiancare la lana, o della tintura dei tessuti. «Ma un operaio generico – scrive lo storico della scienza Lilley – può giungere a immaginare combinazioni di leve, pulegge, ruote, bielle. E può cercare di costruire le macchine così immaginate. Per contro le « ruote» del processo chimico – le molecole, gli atomi, gli elettroni, come diremmo oggi – non sono altrettanto visibili. Il lavoratore generico è perciò costretto al lento processo dei tentativi ed errori. Per mantenere lo sviluppo della chimica al passo con le invenzioni meccaniche era necessario l’intervento di uomini che avessero ricevuto un’istruzione scientiica vera e propria». Solo così era possibile trovare nuove soluzioni per operazioni come il candeggio o la tintura dei tessuti. Da qui il ricorso alla scienza chimica, che prese a svilupparsi enormemente.

Una nuova macchina per i tessuti In questa stampa inglese del 1820 vediamo l’interno di una fabbrica di Manchester. Si tratta di un laboratorio in cui si fabbricano tessuti e nel quale è stata introdotta una nuova macchina.

1. Uno sguardo complessivo all’ambiente permette di vedere come il lavoro sia quasi totalmente meccanizzato. Il compito dell’uomo si limita a coadiuvare il lavoro della macchina o a sorvegliarne il funzionamento. Ciò non significa che il lavoro sia più leggero, anzi: l’uomo deve adeguare i propri movimenti e il proprio sguardo ai ritmi rapidi e ripetitivi imposti dalla macchina.

5. Sedute accanto al filatoio, le donne sembrano le uniche a svolgere un lavoro davvero manuale, mentre gli uomini effettuano soprattutto operazioni di controllo dei macchinari.

2. Le persone in movimento evocano la frenesia che pervade l’ambiente della fabbrica. L’operosità e l’energia sono alla base del successo di un’impresa. D’altra parte il lavoro incessante delle macchine non concede momenti di distensione che non siano previsti da un orario prestabilito.

3. Separati dall’officina sono gli uffici dove si dirige e si amministra l’impresa. Anche in questo spazio vige un’atmosfera operosa: le decisioni che riguardano la vita della fabbrica richiedono altrettanta solerzia e dedizione al lavoro.

4. Osservando l’abbigliamento delle persone si comprendono bene i loro ruoli. La camicia e il gilet contraddistinguono gli operai e i tecnici adibiti alle mansioni esecutive. Un abbigliamento più elegante connota invece coloro che dirigono il lavoro e che si occupano della parte amministrativa.

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La prima rivoluzione industriale

L’INVENZIONE E IL SUO PERFEZIONAMENTO

GUIDA ALLO STUDIO

LE APPLICAZIONI DELLA MACCHINA La macchina a vapore ebbe un’incidenza determinante nel decollo della rivoluzione industriale. L’importanza dell’invenzione derivò dalla sua genericità, dal fatto cioè che poté essere utilizzata nei più svariati settori. Con la sua applicazione, infatti, tutto cambiò: ƒnelle attività minerarie, poiché la macchina a vapore consentì di introdurre aria nelle miniere e di prosciugare l’acqua dei pozzi; ƒnell’agricoltura, con l’introduzione delle macchine agricole; ƒnei trasporti, con l’avvento della ferrovia e del battello a vapore; ƒnell’industria, con la possibilità di situare le fabbriche non nei pressi dei corsi d’acqua ma nelle città, cioè nei luoghi in cui si poteva approittare della vicinanza dei mercati e di un’ampia disponibilità di manodopera. La macchina a vapore è dunque all’origine del paesaggio a noi noto della società industriale.

ƒ Perché fu determinante, ai fini del progresso tecnologico, l’intesa tra gli scienziati e i tecnici? ƒ Quale fu il settore che per primo fu trasformato dall’avvento delle macchine? E chi furono i primi «inventori»? ƒ Chi inventò la macchina a vapore e quando? ƒ In quali settori trovò immediata applicazione?

La macchina a vapore 2. La forza motrice creata dal pistone veniva trasmessa al bilanciere attraverso il parallelogramma. Era costituito da un sistema di leve che assomigliavano ai lati di un parallelogramma. Si tratta di un’altra preziosa innovazione introdotta da Watt: contribuiva a trasformare le spinte cicliche del pistone in un movimento regolare e continuo.

1. Il regolatore è uno dei meccanismi di perfezionamento introdotti da Watt. Serviva a dosare la quantità di vapore che entrava nell’ingranaggio della macchina. Grazie a questa innovazione, la velocità della macchina poteva essere regolata a seconda del lavoro da svolgere.

6. Giunta alla ruota dentata, la forza motrice partita dal cilindro si trasformava in movimento rotatorio, che poteva essere utilizzato per gli scopi più diversi.

3. Il cilindro era il cuore della macchina, il punto in cui si originava la forza che produceva il movimento. Il vapore entrava nel cilindro e costringeva il pistone ad abbassarsi, dopo di che, un sistema di valvole faceva uscire il vapore permettendo al pistone di risalire. Il movimento ciclico del pistone produceva la forza motrice.

4. Il condensatore era un’altra innovazione di Watt. Esso permetteva che la condensazione del vapore avvenisse in un recipiente separato dal cilindro, che non doveva così essere continuamente riscaldato o raffreddato.

5. Il bilanciere, saldamente attaccato a un perno centrale, produceva un moto ascendente e discendente che trasmetteva alla ruota la forza motrice.

STORIA E TECNICA

Il concorso delle conoscenze scientiiche fu indispensabile per lo sfruttamento di nuove fonti di energia. In questo campo un passo fondamentale fu compiuto con l’invenzione della macchina a vapore che nella sostanza consentì l’utilizzazione dell’energia chimica del carbone. Questa conquista si deve all’ingegnere scozzese James Watt (1736-1819) che, su incarico dell’Università di Glasgow, nel 1769 perfezionò la macchina a vapore inventata da Thomas Newcomen nel 1712. L’utilizzazione della macchina di Watt nell’industria iniziò a difondersi signiicativamente solo dopo il 1785 e nell’arco di un quarantennio si impose in modo generalizzato.

UNITÀ 6

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3. Risorse economiche e spirito d’impresa La banca d’Inghilterra, a Londra, in una litografia del 1851.

COME FINANZIARE IL PROGRESSO In un primo momento lo sviluppo dell’industria inglese fu sostenuto da capitali provenienti dalle attività agricole e commerciali. Ben presto però si passò all’autoinanziamento, nel senso che le imprese reinvestivano i proitti ottenuti sfruttando la manodopera in modo disumano. In altri termini, gli imprenditori utilizzarono i proitti per acquistare le attrezzature necessarie a passare dal livello di lavorazione artigianale a quello industriale. Successivamente si ricorse a nuove forme d’investimento con la nascita delle società per azioni: il capitale di un’azienda venne suddiviso in tante quote, dette azioni, acquistabili da grandi e piccoli risparmiatori. La Borsa, dove si procedeva all’acquisto e alla vendita delle azioni, divenne così lo specchio dell’economia del Paese. Inine, un ulteriore salto qualitativo avvenne con l’avvento della ferrovia e della siderurgia, che implicavano un’immensa disponibilità di capitali. Ciò determinò il crescente coinvolgimento delle banche e dello Stato. Questa evoluzione avvenne gradualmente in Inghilterra, mentre gli altri Paesi dovettero far fronte al divario ormai stabilitosi con essa: per colmare lo svantaggio si rese necessario in dall’inizio il massiccio intervento di capitali privati e pubblici.

LA MENTALITÀ IMPRENDITORIALE

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ All’inizio della rivoluzione industriale, da chi fu sostenuto lo sviluppo dell’industria inglese? ƒ In seguito, a quali forme di investimento finanziario si ricorse? ƒ Che cosa significava «avere una mentalità imprenditoriale»? ƒ Che cosa ne pensava l’economista tedesco Max Weber?

LETTERATURA E STORIA

Perché ci sia sviluppo industriale non sono suicienti i capitali. Infatti, il possesso di capitali non implica di per sé l’attività imprenditoriale: perché questa si manifesti occorrono volontà e spirito d’iniziativa. In realtà, il ruolo dell’imprenditore implica non solo disponibilità al rischio ma anche capacità creative e organizzative. Non è facile stabilire quali fattori favoriscano il difondersi di una mentalità di questo tipo. Alcuni studiosi si sono richiamati alle tesi dell’economista tedesco Max Weber (1864-1920) nel saggio L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Secondo Weber la mentalità protestante (soprattutto quella calvinista) è particolarmente adatta allo sviluppo industriale perché pone l’accento sull’importanza del successo economico, da intendersi come segno della benevolenza divina nei confronti dell’individuo; l’imprenditore poi non «spreca» il frutto della sua attività (il proitto è un dono di Dio), ma lo reinveste nella ricerca di un nuovo proitto. Altri studiosi hanno sottolineato il ruolo dell’istruzione, con lo sviluppo delle scuole tecniche; o l’importanza della cultura dell’intrapresa, formatasi attraverso secoli di impegno nelle attività commerciali, come nel caso inglese. Altri ancora hanno posto in evidenza il ruolo delle minoranze (etniche, religiose ecc.), il cui spirito imprenditoriale è sollecitato dall’essere escluse da forme più garantite di guadagno.

Frankenstein Mary Shelley (1797-1851)

Molti conoscono il personaggio di Frankenstein di Mary Shelley (1797-1851), lo spaventoso mostro creato grazie agli esperimenti di uno scienziato imprudente: il dottor Frankenstein, appunto. Non tutti sanno che il romanzo a cui appartiene questo personaggio è stato scritto nel pieno della prima rivoluzione industriale ed esprime i sentimenti e le paure di quell’epoca. Nella storia del dottor Frankenstein e del suo

tentativo di dare vita a un uomo costruito con membra di defunti, si può riconoscere il timore degli uomini di allora verso lo sviluppo della tecnologia e i progressi della scienza, che non erano mai stati così veloci e pieni di conseguenze. Grazie alle macchine e alle scoperte scientifiche l’uomo sembrava in grado di dominare la natura, e molti vedevano in questo un pericoloso tentativo di sostituirsi a Dio. Inutile dire che il libro ebbe un enorme successo.

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La prima rivoluzione industriale

4. La questione sociale L’ENORME CRESCITA DELLA POPOLAZIONE URBANA

La Londra dei proletari Questa incisione del 1868 si intitola Over London By Rail, cioè «Sopra Londra con il treno». L’autore, il pittore e illustratore francese Gustave Doré (1832-1883), ha voluto mostrare la vita dei proletari inglesi da un’angolazione particolare, quel1. L’alta concentrazione di case e di altri tipi di strutture rendeva l’ambiente particolarmente buio e umido. Il numero di persone che vivevano in ciascuna abitazione era ben superiore a ciò che oggi è considerato accettabile.

4. I servizi igienici erano in comune e le fogne scorrevano a cielo aperto in mezzo alle file di case. Intossicazioni ed epidemie erano all’ordine del giorno.

la dei treni che passavano al di sopra delle abitazioni. Già nell’Ottocento i quartieri popolari erano spesso sovrastati da ponti e viadotti costruiti per facilitare il passaggio delle vie di comunicazione. 2. Un treno corre nella notte. Lo sbuffo che esce dal fumaiolo ci ricorda il grave problema dell’inquinamento. Nell’Ottocento le città industriali erano completamente immerse in una spessa nube di smog, provocata soprattutto dalle ciminiere delle fabbriche.

3. Anche se è notte, gli angusti cortili sono gremiti di persone indaffarate. La vita del proletario non conosce riposo, ma solo un’incessante lotta per la sopravvivenza quotidiana.

VITA QUOTIDIANA

La dislocazione delle fabbriche nelle città favorì una crescita tumultuosa della popolazione urbana: nel 1800 in Europa c’erano solo 22 città con oltre 100 000 abitanti, nel 1850 se ne contavano 47 (di cui 22 inglesi) e nel 1900, 135. Londra, che nel 1800 aveva 1 117 000 abitanti, in soli cinquant’anni giunse a 2 685 000, mentre nello stesso periodo Parigi passò da 567 000 a 1 053 000. Emblematico fu il caso di Manchester, la capitale dell’industria cotoniera: all’inizio del XVIII secolo era solo un villaggio, nel 1801 raggiunse i 175 000 abitanti, per arrivare nel 1851 a 303 000. È facile immaginare la situazione drammatica che si venne a creare in queste città. In pochi anni furono costruiti interi quartieri, ovviamente privi dei più elementari servizi, in stridente contrasto con le eleganti residenze della ricca borghesia. Le descrizioni dei contemporanei assumono spesso toni di ripugnanza: «A Manchester una parte della popolazione vive in cantine umide o troppo calde, puzzolenti e malsane; tredici o quindici persone nello stesso alloggio» (Tocqueville); «Gli alloggi degli operai a Liverpool sono insalubri più ancora che miserabili. Ci sarebbero settemila cantine abitate da più di ventimila persone» (Faucher); «Le cantine non sono poi le peggiori abitazioni. Le peggiori sono le soitte, dove non c’è nessuna protezione contro gli eccessi della temperatura: poiché gli inquilini non hanno nemmeno modo di tenere acceso il fuoco per scaldarsi d’inverno» (Villermé). Le drammatiche condizioni delle classi sociali inferiori furono al centro dell’attenzione dei più importanti politici e teorici: è appunto a questo problema che venne dato il nome di questione sociale.

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UNITÀ 6

LA TREMENDA CONDIZIONE OPERAIA

MAGAZINE

VIA QUOTIDIANA

Che cosa mangiavano i poveri?

LESSICO

Pag. 214

Ancora più drammatica era la condizione dei lavoratori nelle fabbriche: la durata della giornata lavorativa era massacrante (anche 16-18 ore); gli operai lavoravano in ambienti malsani, erano privi di qualsiasi tutela e continuamente sottoposti alla minaccia del licenziamento. A dettare il ritmo del lavoro era la macchina, di cui l’operaio diveniva lo strumento. Anche le donne e i bambini erano sottoposti a queste dure condizioni. Per quanto oggi possa apparire inconcepibile, era normale lavorare dopo i sei anni. Principalmente nell’industria tessile, l’impiego di manodopera minorile e femminile fu massiccio: nel 1835 in Inghilterra costituiva il 61% dei lavoratori dell’industria del cotone. Donne e bambini venivano assunti per convenienza economica, perché percepivano un salario più basso degli uomini, ed erano più docili nell’eseguire il lavoro. Si può certamente afermare, dunque, che all’avvento della rivoluzione industriale la situazione dei lavoratori peggiorò. Nell’arco di pochi decenni, tuttavia, le condizioni di vita migliorarono sensibilmente, tanto che nel 1846 uno storico francese, Michelet, poteva scrivere: «Ogni donna, una volta, aveva un vestito blu o nero che portava per dieci anni senza mai lavarlo nel timore che andasse a brandelli. Oggi suo marito con una giornata di lavoro le può comprare un abito a iori». GIORNATA LAVORATIVA Con questa espressione si intende la durata del lavoro giornaliero, vale a dire il tempo che il lavoratore dedica ogni giorno al proprio lavoro. Oggi, nei principali Paesi industrializzati, la media di ore svolte dai lavoratori salariati è di 8 al giorno, per un totale di 40 ore settimanali. In Italia questa quantità di lavoro è stabilita per legge, e non può essere superiore, tranne casi particolari. Ma non è sempre stato così. Durante la prima rivoluzione industriale nessuna legge si occupava di regolare la giornata lavorativa, che era affidata agli accordi tra i datori di lavoro e i lavoratori stessi. Furono le lotte dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali a ottenere gradualmente una riduzione dell’orario, che scese dalle 14-16 ore al giorno dell’Ottocento alle 10-12 dell’inizio del Novecento.

È GIUSTO CHE I BAMBINI LAVORINO?

IERI Non esisteva alcuna tutela Con lo sviluppo della rivoluzione industriale si fece ricorso al lavoro infantile, per il quale non vi era alcuna tutela (protezione). Anzi, proprio l’elevato numero dei bambini disponibili faceva sì che non vi fosse alcun riguardo per le loro condizioni lavorative o di salute. Nessun diritto Nel passato i bambini non avevano nessun diritto. Venivano impiegati nelle fabbriche perché non potevano protestare in alcun modo. Le lotte di ieri Nel passato le leggi a tutela dei bambini vennero duramente osteggiate dagli imprenditori e i risultati raggiunti furono pochi: divieto ai bambini di età inferiore ai 9 anni di lavorare e limite delle 8 ore lavorative. Lo sfruttamento dei bambini era un’idea molto radicata nella società. Si riteneva infatti che il gioco e lo studio non fossero dei diritti fondamentali dei bambini.

TUTOR

OGGI La legge tutela i bambini Oggi in tutti gli Stati evoluti vi sono leggi che tutelano il lavoro dei più giovani e soprattutto ne tutelano la salute e il diritto allo studio: in Italia, ad esempio, si può iniziare a lavorare solo dopo avere assolto all’obbligo scolastico. Carta dei diritti dei bambini La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia stabilisce con chiarezza quali sono i diritti dei bambini. Le lotte di oggi In molti Paesi le leggi di tutela del lavoro dei bambini sono scrupolosamente osservate. Vi sono però molte zone del mondo (nei Paesi più poveri, come l’India o il Bangladesh) in cui il lavoro dei bambini è ancora molto diffuso. Per sensibilizzare l’opinione pubblica si sono mosse diverse organizzazioni internazionali, ma in molti casi con scarsi risultati.

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La prima rivoluzione industriale

LA PROTESTA VIOLENTA DEL LUDDISMO

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ A seguito dell’insediamento delle fabbriche, di che tipo fu l’incremento della popolazione urbana? ƒ Di conseguenza, qual era la condizione abitativa dei nuovi inquilini? ƒ Qual era la condizione dei lavoratori nelle fabbriche? ƒ Che cos’era il luddismo?

Il percorso che determinò il superamento delle prime drammatiche contraddizioni non fu né breve né semplice. Tra le altre conseguenze, l’introduzione delle macchine causò la scomparsa di antichi mestieri e la riduzione della manodopera. La reazione operaia a questi fenomeni assunse in alcuni casi forme violente e vandaliche. La protesta, particolarmente attiva all’inizio dell’Ottocento, si concretizzò nella distruzione delle macchine e prese il nome di luddismo, da un certo Ned Ludd, leggendario capo della rivolta. I luddisti erano in genere degli operai specializzati danneggiati dall’avvento delle macchine che, annullando la loro professionalità, ne determinava il declassamento a operai generici, se non il licenziamento. Questo fenomeno venne represso in modo drastico: si giunse addirittura a prevedere per i luddisti la pena di morte. Solo negli anni Venti e Trenta del XIX secolo sorsero le prime organizzazioni sindacali a difesa dei lavoratori.

COMPETENZE

USARE LE FONTI

Alcol e miseria Pag. 187

Papà Goriot Honoré de Balzac (1799-1850)

In questo romanzo, il grande scrittore francese Honoré de Balzac dipinge un quadro realistico della società parigina nel periodo delle trasformazioni legate alla rivoluzione industriale. È la storia di un giovane ambizioso che vuole arricchirsi e farsi accettare nel mondo della nobiltà e dell’alta borghesia, Eugène de Rastignac, studente di origine nobile, ma ormai povero; nella pensione dove alloggia

a Parigi conosce papà Goriot, un ex commerciante caduto in rovina per assicurare una bella vita alle sue figlie. Le vicende del giovane si intrecciano con quelle di papà Goriot e di altri personaggi, e tutti sembrano avere come unico obiettivo il potere e il denaro. Dopo successi e sconfitte, Rastignac si rende conto dell’importanza del denaro come motore delle vicende umane ed è sempre più deciso ad avere la sua parte di ricchezza e potere: vince dunque l’etica borghese del profitto.

LETTERATURA E STORIA

I luddisti entrano nelle fabbriche e distruggono tutto come si può vedere in questa stampa ottocentesca.

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UNITÀ 6

5. Agricoltura e demografia L’AGRICOLTURA NELL’ANTICO REGIME Per comprendere quanto accade nell’ambito agricolo con il difondersi della prima rivoluzione industriale occorre partire dall’Antico regime. L’Antico regime era una società rurale in cui l’unico modo per aumentare le risorse a disposizione della popolazione era quello di ampliare la supericie coltivata. Le rese agricole danno un’immagine estremamente chiara della bassa produttività del lavoro: per il frumento, ad esempio, erano raramente superiori a cinque-sei volte la quantità di semente. Per soddisfare le esigenze primarie di dieci persone era necessario il lavoro di sette o otto uomini. Ciò comportava una forte concentrazione della forza lavoro nell’agricoltura, dove operava il 65-90% della popolazione. Questo mondo, immobile da secoli, venne radicalmente sconvolto dalla rivoluzione agricola consistente in un radicale rinnovamento dell’agricoltura che si difuse parallelamente alla rivoluzione industriale.

LE CAUSE DELLA RIVOLUZIONE AGRICOLA Tra il 1800 e il 1850 anche la produzione agricola segnò un notevole e difuso incremento; in Paesi come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania lo sviluppo fu dell’ordine del 50%. E ciò grazie a tre principali fattori: 1. la progressiva liberazione dei contadini da ogni vincolo di origine feudale nei confronti dei nobili; il che comportò un’ampia acquisizione privata di terre e l’allargamento delle aree coltivate; 2. a partire dal Settecento, l’afermazione di nuove tecniche di coltivazione e di rotazione delle colture: si passò dalla rotazione triennale in cui si lasciava sempre un campo a TUTOR

DUE METODI DI COLTIVAZIONE part e a riposo chiamat a maggese (pascolo per gli animali)

Rotazione triennale

Rotazione quadriennale

part e colt ivat a (pat at e)

part e colt ivat a (t rifoglio per gli animali)

part e colt ivat a (pat at e) part e colt ivat a (grano)

part e colt ivat a (grano) part e colt ivat a (piselli, orzo)

Scopo

Mantenere la fertilità del terreno, evitando che perda le sostanze che nutrono le piante in una delle tre parti del terreno. Il terreno ha il tempo di rigenerarsi e di recuperare la produttività.

Aumentare la fertilità del terreno, evitando che perda le sostanze che nutrono le piante. Dividere il terreno in quattro parti, utilizzando due parti per colture che non lo impoveriscono e ne favoriscono la rigenerazione. Quattro anni: ogni anno le colture vengono spostate alternativamente in una delle quattro parti del terreno. Il terreno ha più tempo di rigenerarsi e di recuperare la produttività, inoltre viene sempre interamente coltivato.

Metodo

Dividere il terreno in tre parti, lasciandone una a riposo per un anno, in modo che si rigeneri.

Dividere il terreno in quattro parti, utilizzando due parti per colture che non impoveriscono il terreno e ne favoriscono la rigenerazione.

Durata del ciclo

Tre anni: ogni anno le colture vengono spostate alternativamente.

Quattro anni: ogni anno le colture vengono spostate alternativamente in una delle quattro parti del terreno.

Vantaggi rispetto al passato

Il terreno ha il tempo di rigenerarsi e di recuperare la produttività.

Il terreno ha più tempo di rigenerarsi e di recuperare la produttività; inoltre viene sempre interamente coltivato.

La prima rivoluzione industriale riposo (il cosiddetto «maggese») alla rotazione quadriennale, in cui il campo prima lasciato a riposo veniva suddiviso e coltivato (una parte per l’alimentazione umana, l’altra parte coltivata a foraggio per gli animali con erbe come il loglio e il trifoglio). Questo cambiamento venne accompagnato dalla produzione dei concimi artiiciali, dalla riorganizzazione del sistema di allevamento del bestiame e dal perfezionamento delle tecniche di irrigazione; 3. l’utilizzazione delle macchine agricole, innanzitutto negli Stati Uniti, per la strutturale mancanza di manodopera rispetto alla vastità del territorio, e, per quanto riguarda l’Europa, in particolare da parte delle grandi aziende capitalistiche.

LE CONSEGUENZE DELLA RIVOLUZIONE AGRICOLA Tra il 1770 e il 1870, nelle fattorie più progredite si poté così assistere al completo rinnovamento dell’agricoltura: l’aratro industriale prese il posto di quello fabbricato nel villaggio; la semente, prima sparsa a mano, venne ora posta nei solchi dalle seminatrici; macchine complicate presero il posto del falcetto e della falce per mietere e per trebbiare. Con la rivoluzione agricola l’immobilità delle campagne venne profondamente sconvolta: ƒdiminuirono gli addetti all’agricoltura, poiché era suiciente una percentuale minore di lavoratori per soddisfare i bisogni dell’intera popolazione: ciò rese possibile l’urbanizzazione e la stessa industrializzazione; ƒsi difuse la commercializzazione dei prodotti; ƒla borghesia intervenne in modo imprenditoriale nelle campagne, investendo e ricavando proitto impiegabile anche in altri settori.

UNA CIVILTÀ IDROVORA Nell’epoca della rivoluzione industriale, il mondo rurale dovette afrontare un problema nuovo, l’acqua, elemento indispensabile anche per la nascente industria: l’acqua infatti serviva a pulire i materiali e i locali industriali, a trasportare i riiuti, a fornire il fluido di rafreddamento e di riscaldamento (il vapore). All’inizio il bisogno d’acqua indusse gli industriali a costruire le fabbriche su per le valli e sulle rive dei iumi. Ma l’aumento continuo della domanda invertì il movimento: fu l’acqua a essere portata alle industrie tramite canali, sbarramenti, invasi artiiciali. Esisteva poi il problema opposto: liberasi dagli scarti delle lavorazioni, e anche qui l’acqua si rivelò insostituibile: la conseguenza fu l’avvelenamento di iumi e ruscelli. Le autorità dovettero affrontare la questione e in molte città furono condotte indagini sulla situazione delle acque. A leggere le relazioni, i risultati furono allarmanti: a Bruxelles, l’acqua dei pozzi ha un «sapore ributtante»; a Parigi, un esperto afferma che solo un decimo delle acque distribuite è effettivamente potabile; a Londra, le acque pubbliche contengono sanguisughe e hanno assunto l’aspetto di una «crema oleosa». Si iniziò così a studiare in modo scientiico le conseguenze dell’inquinamento e a difondersi nell’opinione pubblica la coscienza che l’acqua pura costituiva un beneicio indiscutibile per la salute degli uomini, mentre la sporcizia rappresentava una minaccia mortale.

LA NASCITA DI UN MONDO NUOVO L’industrializzazione venne avvertita già all’epoca come una «rivoluzione», la comparsa di un mondo nuovo. Il rapporto uomo-natura come si era costruito nei millenni andò in crisi: la produzione non seguiva più i cicli riproduttivi della natura ed era del tutto artiiciale, legata alla disponibilità di materie prime, di energia e innovazioni tecnologiche. La presenza dell’industria divenne sempre più invadente, in città e in campagna. Le fabbriche trasformavano il paesaggio in modo rapido e irreversibile: pianure e valli erano disseminate di ciminiere, accanto alle miniere salivano sempre più impressio-

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180 nanti gli enormi mucchi di scorie; locomotive rumorose e fumanti attraversavano aree dove per millenni avevano dominato solo i suoni della natura. Nelle città e nei borghi sorgevano oicine e negozi. Ai contemporanei il nuovo paesaggio industriale, nato dalla potenza delle macchine e del progresso scientifico e tecnologico, appariva grandioso e terrificante e la stessa natura ne restava sconvolta. Dalla pubblicistica, dai giornali e dai libri dell’epoca emergono i guasti causati dall’industrializzazione: il «flagello del fumo» che appestava città e vallate, l’inquinamento dei corsi d’acqua ordinariamente utilizzati per l’irrigazione, l’inaridirsi dei pascoli e le malattie del bestiame intossicato da polvere e rifiuti. Di fronte alle proteste dei contadini, le autorità risposero in modo incerto e poco eicace: coloro che avevano interessi legati alle industrie ritenevano tollerabile qualunque efetto collaterale della produzione, né del resto risultava evidente alle conoscenze scientiiche dell’epoca la gravità dei danni. Le misure imposte per la soluzione di questi problemi erano basate sul presupposto che allontanare la nocività signiicava annullarla. Ecco quindi i primi provvedimenti che imponevano l’allontanamento delle lavorazioni pericolose dai centri urbani o la costruzione di ciminiere per la dispersione dei fumi. Ma questi rimedi erano spesso peggiori del male: le fabbriche inivano per inquinare territori sempre più ampi, le ciminiere più alte disperdevano i fumi su aree più vaste, le acque in cui si riversavano i riiuti inquinavano anche le acque un tempo pulite. Mancava del tutto un’attenzione per l’ambiente e i provvedimenti presi miravano esclusivamente alla salute dell’uomo o alla percezione che l’uomo aveva del paesaggio. La convinzione generale era che la natura sarebbe stata in grado di assorbire e far scomparire gli scarti dell’industria, come se si trattasse di un iltro in grado di puriicarsi e di puriicare tutto. Il mondo nuovo era dunque un mondo in cui la natura era assoggettata all’uomo. Un mondo fatto dall’uomo, ma non per questo più umano.

Uno scorcio di Londra nella prima fase della rivoluzione industriale. I segni più evidenti del cambiamento sono le ciminiere delle fabbriche e i battelli a vapore che attraversano le acque del Tamigi.

IL REGIME DEMOGRAFICO DELL’ANTICO REGIME Il contemporaneo difondersi della rivoluzione industriale e demograica ebbe come conseguenza un’altra rivoluzione, quella demograica. Per comprenderla, anche in questo caso dobbiamo partire dall’Antico regime. Nell’Antico regime il regime demograico era caratterizzato da stabilità: tra il 1300 e il 1700 la popolazione europea era passata da circa 80 a 115 milioni, segnando nell’arco di quattro secoli un incremento soltanto del 30%. La stabilità demograica dell’Europa dell’Antico regime era in primo luogo il prodotto dell’alternarsi di fasi di crescita e di crisi. Nella sostanza, la tendenza all’aumento della popolazione era fortemente contenuto dal riprodursi ciclico di grandi catastroi demograiche determinate dalle guerre, dalle carestie e dalle epidemie. Spesso queste calamità si combinavano fra di loro: in tempo di guerra, alla devastazione dei campi da parte degli eserciti faceva inevitabilmente seguito la carestia e alla carestia la peste. In secondo luogo, la stabilità demograica era determinata dalla pratica del matrimonio tardivo, dovuto al fatto che le donne si sposavano verso i 20-25 anni, i maschi verso i 25-29 in quanto dopo il matrimonio la nuova famiglia andava ad abitare in una propria casa e necessitava di una fonte di reddito ossia, nella maggioranza dei casi, di terra da coltivare. Ma la disponibilità di terra e di case era limitata, sicché era necessario attendere che la scomparsa della generazione precedente facesse spazio alla nuova famiglia. In questo modo, il matrimonio fungeva da regolatore delle nascite, e ciò spiega sia il calo delle nascite dovuto alla riduzione del periodo fecondo sia il suo rapido incremento dopo le epidemie e le carestie.

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LESSICO

La prima rivoluzione industriale

REGIME DEMOGRAFICO La demografia è lo studio dei fenomeni quantitativi che riguardano la popolazione: l’aumento o la diminuzione, i movimenti sul territorio (emigrazione o immigrazione). Con l’espressione «regime demografico» si indica pertanto l’insieme delle condizioni che determinano le tendenze demografiche.

LA RIVOLUZIONE DEMOGRAFICA La rivoluzione demografica consistette in uno sviluppo demografico ininterrotto: nel 1700 la popolazione mondiale era di circa 600 milioni, nel 1800 si giunse a 900 milioni e nel 1850-70 a 1200 milioni. In Europa l’incremento della popolazione fu particolarmente accentuato: 140 milioni di abitanti nel 1750-70 e 260-280 circa nel 1850-70. Questo sviluppo è tanto più interessante se si pensa che l’Europa era già la parte del mondo più densamente popolata. Le cause di questa ininterrotta crescita demograica furono soprattutto la diminuzione del tasso di mortalità e il prolungamento della vita media. Per questo si parla di «rivoluzione» demograica: perché la rivoluzione industriale determinò il deinitivo tramonto del regime demograico dell’Ancien régime.

LESSICO

TASSO DI MORTALITÀ Il tasso di mortalità è il rapporto tra il numero di morti e la quantità di popolazione in un certo periodo di tempo. In altre parole, è un valore che indica se sono tante o poche le persone che muoiono in una certa nazione, regione, città, paese, durante un dato periodo. Indirettamente, un alto tasso di mortalità indica una situazione negativa, un contesto sfavorevole dovuto alla presenza di fattori che determinano la morte di un elevato numero di persone. In un Paese povero, per esempio, un’improvvisa carestia determina un alto tasso di mortalità. Se il tasso di mortalità, invece, è basso, evidentemente sono presenti fattori che favoriscono una maggiore durata media della vita: tra questi, ci sono certamente le buone condizioni igieniche, la possibilità di nutrirsi in maniera sufficiente, l’assenza di guerre o conflitti, ma anche caratteristiche positive negli stili di vita, che possono variare a seconda delle popolazioni e delle aree geografiche.

Gustave Doré, Venditrice di fiori. Liverpool, Walker Art Gallery.

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UN INCREMENTO DISOMOGENEO

GUIDA ALLO STUDIO

L’incremento della popolazione europea, tuttavia, non avvenne in maniera omogenea. La diferenza derivò dai diversi modelli di sviluppo industriale: ƒl’Inghilterra conobbe un eccezionale e tumultuoso progresso, che ebbe come conseguenza non solo la diminuzione della mortalità, ma anche l’incremento delle nascite; ƒla Francia seguì una crescita lenta e costante con analogo andamento demograico; ƒgli Stati Uniti rappresentarono un caso ancora diverso, in quanto l’incremento demograico fu determinato prevalentemente dall’immigrazione, cosicché la mancanza di manodopera alimentò l’innovazione tecnologica, influendo sull’industrializzazione. TUTOR

ƒ Quali caratteristiche aveva l’agricoltura nell’Antico regime? ƒ Come venne sconvolta l’immobilità delle campagne? ƒ Quali furono le cause della rivoluzione demografica? ƒ L’incremento della popolazione europea avvenne in modo omogeneo?

La popolazione in Europa nell’Ottocento

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3 C

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1

1. All’inizio dell’Ottocento il territorio europeo presenta vastissime aree in cui la popolazione è molto scarsa, cioè inferiore ai 40 abitanti per chilometro quadrato. Inoltre non vi sono grandi differenze di densità tra le varie aree: a parte alcune zone densamente abitate, nel resto dell’Europa la popolazione oscilla tra i 40 e gli 80 abitanti per chilometro quadrato. 2. Già agli albori del XIX secolo, si può notare una maggiore densità di popolazione nelle aree più industrializzate, come l’Inghilterra, i Paesi Bassi, alcune zone dell’Italia settentrionale.

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3. I Paesi prevalentemente agricoli, lontani dal processo di industrializzazione, come la Spagna e la Russia, appaiono come delle immense aree quasi disabitate. 4. Alla fine dell’Ottocento la popolazione europea è decisamente aumentata. Sono molte infatti le zone dove gli abitanti raggiungono una densità superiore ai 40 per chilometro quadrato. Nello stesso tempo si può anche notare una maggior differenza tra le diverse aree europee. L’area balcanica, economicamente e socialmente arretrata, contrasta visibilmente con la situazione della Germania e persino dell’Italia, Paesi in cui le aree scarsamente popolate sono quasi scomparse.

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5. Il rapporto tra industrializzazione e aumento demografico è confermato anche dal fatto che certi Paesi non industrializzati, come la Spagna e il Portogallo, non hanno subito praticamente alcun cambiamento. 6. È evidente l’aumento di popolazione che si è verificato in aree come la Germania, i Paesi Bassi, ma soprattutto l’Inghilterra, il cuore delle innovazioni sia in campo industriale sia agricolo.

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La prima rivoluzione industriale

1949

50

100

150

200

milioni di abitanti 250 300 350

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TUTOR

L’andamento demografico dell’Europa (XVII-metà XX secolo) 55

1900 1850 1800 1750 1700 1650 1600

L’ANTICO REGIME E L’ETÀ INDUSTRIALE Antico regime

TUTOR Prima rivoluzione industriale

Definizione

Il tipo di società contestata dalla Rivoluzione francese.

Insieme di innovazioni economiche e sociali che, a partire dal modo di produrre, mutarono radicalmente la vita dell’uomo.

Periodo

XIV-XIX secolo

1770-1870

Regime demografico caratterizzato dalla stabilità determinata da alti tassi sia di natalità che di mortalità.

Rivoluzione demografica, ovvero avvento di un nuovo regime demografico caratterizzato dalla crescita ininterrotta della popolazione causata dalla diminuzione del tasso di mortalità.

Vita media estremamente breve: la società è giovane.

Allungamento della vita media: la società tende a invecchiare.

Demografia

Circa l’85% della popolazione vive in campagna: la città è Straordinaria crescita della popolazione urbana: con le essenzialmente un luogo in cui la ricchezza è consumata, fabbriche la città diventa un luogo di produzione. non prodotta.

Economia

Società

Assoluta centralità dell’agricoltura in cui opera il 65-90% della popolazione.

Rivoluzione agricola, ovvero straordinaria crescita della produttività e conseguente diminuzione della manodopera utilizzata (oggi nelle società industriali lavora nell’agricoltura circa il 5% della popolazione).

Marginalità dell’industria caratterizzata dal sistema a domicilio.

Centralità dell’industria anche per numero di addetti. Affermazione del sistema di fabbrica.

Scarsa innovazione tecnologica e separazione tra scienza e tecnica.

Vorticosa innovazione tecnologica sempre più caratterizzata dall’integrazione di scienza e tecnica.

È articolata in ordini (gruppi sociali costituiti giuridicamente): nobiltà, clero e Terzo stato.

È articolata in classi (gruppi sociali omogenei economicamente): le principali sono la borghesia e il proletariato.

Egemonia della nobiltà.

Progressivo primato della borghesia.

La borghesia tende a «tradire», cioè a adottare lo stile di vita della nobiltà, caratterizzato dalla dissipazione della ricchezza. La ricerca del guadagno è considerata una forma di avidità.

La borghesia impone i suoi valori: l’intraprendenza economica e la ricerca del profitto diventano le caratteristiche fondamentali dello «spirito imprenditoriale».

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Dal passato al presente Il nostro mondo è in larghissima parte il frutto dei cambiamenti prodotti dalla rivoluzione industriale: pensiamo allo sviluppo della tecnologia e all’afermazione dell’industria come attività dominante. Da quel periodo provengono innovazioni tecnologiche che hanno modiicato profondamente la vita dell’uomo come il treno. Tra le maggiori novità ereditate dal nostro tempo vi è poi il lavoro femminile che, tra mille ostacoli, ha oggi assunto la sua dignità sociale. La rivoluzione industriale è anche all’origine del fenomeno dell’inquinamento e del progressivo esaurimento delle risorse non rinnovabili, questioni ormai divenute di primaria importanza.

Dalla macchina per cucire alla macchina per scrivere MAI IN CONCORRENZA CON GLI UOMINI

IERI

Le donne si dedicavano alla famiglia; quelle che lavoravano erano giudicate negativamente ed erano persino sfruttate dagli uomini OGGI

Le donne lavorano in ogni settore senza essere per questo criticate, ma spesso devono assumere un doppio ruolo: quello di donne di casa e di lavoratrici

La visione dualistica dell’ordine industriale era chiara: le donne erano al servizio degli uomini, mai in concorrenza con essi. La fabbrica delle donne era, in genere, una fabbrica tessile popolata da ragazze molto giovani; accanto a esse vi era una minoranza più attempata, composta spesso da vedove; inine, vi erano gli uomini che svolgevano la funzione di tecnici e di capireparto. Si trattava di un luogo chiuso, suddiviso in quadrati dalle macchine, privo di spazi in cui potersi muovere, senza spogliatoi e con pochi lavabi il cui uso, causa di frequenti contrasti, era regolamentato. Vi regnava una rigida disciplina: era vietato parlare, cantare, mangiare, lasciare il proprio posto, uscire senza permesso e senza sostituto, portar via materie prime o sapone, pena una multa o il licenziamento. Assenteismo e ritardi venivano severamente puniti. Si entrava presto e si usciva molto tardi.

UNA NUOVA FEUDALITÀ In fabbrica, le donne sono generalmente sottoposte a capi rudi, pronti ad abusare di loro. Il loro corpo è percepito dai maschi come un possesso comune. Questa manodopera giovane è vittima di un continuo assillo sessuale denunciato dalle donne come una forma di «nuova feudalità»: si tratta infatti di un vero e proprio «diritto di abuso sessuale» che si arrogano direttori e capireparto. Verso il 1890, le «Tribunes des abus», piccoli giornali operai del Nord della Francia, sono pieni di queste denunce. Le donne impiegate in fabbrica efettuano generalmente un lavoro temporaneo: spesso vi entrano a 10-12 anni e ne escono tra i 20 e i 25. Svolgono lavori non qualiicati, per i quali sono suicienti le competenze acquisite all’interno della famiglia o nei laboratori di cucito. Le donne non hanno né carriera né professione, ma soltanto occupazione e lavoro: sono solo la ruota di scorta nel mondo del lavoro.

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La prima rivoluzione industriale

LA FABBRICA DELLE DONNE Intorno al 1840, donne e bambini costituiscono circa il 75% della manodopera tessile. Un delegato al Congresso operaio francese del 1867 dichiara: «All’uomo, il legno e il metallo. Alla donna, la famiglia e i tessuti». La visione dualistica dell’ordine industriale è chiara: mai in concorrenza con gli uomini, le donne sono al servizio degli uomini.

UNA RIVOLUZIONE NON ANCORA CONCLUSA Stampa ottecentesca che mostra la funzione della bambina: è dentro la macchina per riparare i fili che si rompono. Nella pagina accanto una donna impegnata in un lavoro «maschile».

presenti in ogni settore del mondo del lavoro: nelle fabbriche, negli uici, nelle attività commerciali, nelle libere professioni; molte hanno ruoli di responsabilità come imprenditrici o manager. Non si può negare tuttavia che l’universo del lavoro – in particolare in Italia – sia ancora prevalentemente maschile e che la cultura dominante preferisca aidare alle donne la gestione della casa e della famiglia; molte donne, perciò, sono costrette ad assumere un doppio ruolo: quello di mamma, moglie, donna di casa e quello di lavoratrice. Insomma, la parità tra uomini e donne, da questo punto di vista, è ancora da conquistare.

TECNOLOGIA Questo termine deriva dal greco ed è composto dalle parole techné, che significa « arte», e logía, cioè « discorso». Nell’antichità indicava lo studio e l’esposizione, scritta o parlata, delle regole che riguardano l’arte e la tecnica. Anche oggi ha un significato simile, ma nel linguaggio comune indica soprattutto le attività più avanzate che servono a rendere l’ambiente più adatto alla vita umana: i metodi, gli strumenti, i macchinari creati dall’uomo per modificare il proprio ambiente; in questo capitolo il termine tecnologia è stato usato proprio con questo significato, che risale al XIX secolo. MISERABILI Il termine deriva da miseria e indica una condizione che suscita pietà, degna di commiserazione. Molto spesso nella letteratura sociale ottocentesca, attenta alle questioni dei lavoratori, si usa questo termine sia per definire la qualità della vita sia per indicare quegli individui che la vivevano. L’esempio più chiaro è il celebre romanzo di Victor Hugo che ha come titolo appunto I miserabili. Oggi questo termine ha perso la sfumatura che suscita pietà e ha assunto una connotazione sprezzante e offensiva. TREBBIATRICE il verbo trebbiare significa separare i « chicchi» dei cereali (grano, orzo, riso ecc.) dalle spighe, cioè da tutte quelle parti della pianta che non sono commestibili. La trebbiatrice, perciò, è la macchina agricola che svolge questa operazione. È stata inventata nel 1784 dall’ingegnere scozzese Andrew Meikle (1719-1811) e rappresentò un notevole progresso nell’attività di raccolta dei cereali; come i telai meccanici e altri macchinari, anche la trebbiatrice diede origine a rivolte e tumulti da parte di contadini salariati che videro il loro lavoro perdere di valore. La trebbiatrice in seguito è stata perfezionata ed è nata la mietitrebbiatrice, che è in grado non solo di trebbiare, ma anche di mietere, cioè tagliare e raccogliere le spighe.

PAROLE IN EREDITÀ

Anche se è nella fabbrica che inizia la storia del diritto del lavoro, dell’igiene, della tutela della maternità, la donna non troverà mai in essa la sua realizzazione: si sentirà sempre un’intrusa. La realizzazione avverrà con il salto successivo, l’uicio: il luogo che più della fabbrica saprà rappresentare il mondo delle donne. O piuttosto un mondo di donne, espressione delle loro illusioni e dei loro sogni. A più di duecento anni dalla rivoluzione industriale, nei Paesi occidentali l’attività lavorativa femminile è considerata del tutto normale, anzi è auspicata, perché garantisce l’indipendenza della donna. Nessuno si scandalizza del fatto che le donne siano

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COMPETENZE: USARE LE FONTI

La civiltà delle macchine DOCUMENTO

Nell’Ottocento furono in molti a criticare la società industriale e il ruolo della tecnica. Il movimento luddista, per esempio, era sorto proprio per difendere il lavoro degli artigiani, messo in pericolo dall’utilizzo delle macchine. Lo storico scozzese Thomas Carlyle (1795-1881), invece, elaborò una critica che prendeva in esame anche le conseguenze psicologiche, emotive e culturali portate dalla rivoluzione industriale. Nel brano seguente, critica in modo particolare il dominio delle macchine sull’uomo; accusa anche la politica liberale e democratica di attribuire più importanza alle istituzioni piuttosto che alle capacità naturali e interiori degli individui.

Se ci chiedessero di caratterizzare con una sola parola questa età che è la nostra, noi saremmo tentati di definirla non l’età eroica, o religiosa, o filosofica, o morale, ma soprattutto l’età meccanica. La nostra età è quella della macchina, in tutta la compiutezza del termine. [...] Nulla si fa, direttamente o alla mano; tutto si fa regolarmente e secondo un piano prefisso. [...] Da ogni parte si è cacciato via il vivente artigiano per far posto a un operaio senz’anima ma più veloce. La spoletta sfugge alle dita del tessitore e cade tra le dita d’acciaio che la fanno girare più rapidamente. [...] Quali cambiamenti, inoltre, questo aumento di potenza introduce nel Sistema Sociale; come la ricchezza è cresciuta via via, e nello stesso tempo si è accumulata, alterando straordinariamente i vecchi rapporti, e allungando la distanza tra il

ricco e il povero, sarà un problema per l’economista politico, e un problema molto più complesso e importante di quanti ne abbia mai affrontati. [...] Non soltanto l’esterno e il fisico è adesso guidato dalla macchina, ma anche l’interno e lo spirituale. [...] La stessa pratica regola non soltanto il nostro modo di agire, ma anche i nostri modi di pensare e sentire. Gli uomini sono diventati dei meccanismi nella testa e nel cuore, così come nelle mani. Hanno perso la fede negli sforzi individuali e nelle forze naturali di qualsiasi genere. Non per la perfezione interiore, ma per combinazioni e ordinamenti esteriori, per istituzioni, costituzioni – per il meccanismo, di un genere o di un altro – essi sperano e lottano. Tutti i loro sforzi, affetti, opinioni, si accentrano sul meccanismo e sono di carattere meccanico. [...] La religione è adesso [...], per lo più, un saggio sentimento prudenziale basato su un mero calcolo [...] per mezzo del quale qualche piccola quantità di gioia terrestre può essere barattata con una quantità molto più grande di gioia celeste. Così anche la religione è un profitto, un lavoro. [...] L’esagerata cura dell’esteriore, d’altra parte, anche se immediatamente meno dannosa, e persino sul momento apportatrice di molti benefici concreti, alla lunga, distruggendo la forza morale, che è la generatrice di tutte le altre forze, finisce per dimostrarsi con non minore certezza, e forse, ancora più irrimediabilmente dannosa. Questa è la caratteristica del nostro tempo.

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

Perché Carlyle definisce la sua epoca ƒ come «l’età della macchina in tutta la compiutezza del termine»? ƒ Che differenza è implicita tra «il vivente artigiano» e «l’operaio senz’anima»? ƒ Quali cambiamenti ha determinato nella società questo sistema secondo l’autore? ƒ Perché Carlyle pensa che la meccanizzazione condizioni anche il modo di pensare? ƒ In che modo la meccanizzazione ha cambiato anche la religione?

In quale settore industriale iniziò ƒ l’introduzione delle macchine? ƒ Quali altri settori coinvolse la rivoluzione industriale? ƒ L’introduzione delle macchine nel sistema produttivo che tipo di rivolte generò inizialmente? Perché? ƒ Come si comportarono le autorità civili nei confronti delle proteste luddiste? ƒ Quali furono altri strumenti di lotta usati dai lavoratori delle fabbriche?

T. Carlyle, The Signs of the Times, 1829

RIELABORARE, DISCUTERE, REINTERPRETARE Questo brano affronta il tema della ƒ spersonalizzazione dell’individuo nel lavoro di fabbrica: un lavoro meccanico, sempre uguale, che aliena il lavoratore dal prodotto del suo lavoro. Il sistema produttivo attuale, in gran parte fondato sulla robotizzazione, può essere considerato un miglioramento delle condizioni di lavoro o un peggioramento? Confronta le condizioni di lavoro dell’operaio ottocentesco con quelle dell’operaio di oggi ed esponi le tue conclusioni.

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La prima rivoluzione industriale

Alcol e miseria DOCUMENTO

In questa incisione William Hogarth (1697-1764) rappresenta in modo ironico, e allo stesso tempo drammatico,

una via di Londra, chiamata signiicativamente «strada del gin» (Gin Lane).

1. Una folla di miserabili, povera gente che vaga senza speranza, riempie le strade dei sobborghi di Londra, come Gin Lane, che è la rappresentazione del decadimento del proletariato urbano. La fame, l’alcolismo, la follia, il suicidio e persino l’infanticidio diventano la cifra di questo ceto sociale.

2. In primo piano l’incisore ha voluto raffigurare una povera donna vestita di stracci e in una posa scomposta. È completamente ubriaca ed è priva di ogni pudore, non si cura minimamente di essere disordinata e discinta, ma soprattutto perde la ragione e, completamente alterata, lascia cadere il suo bambino nel vuoto.

3. Un uomo ormai scheletrico e consumato dall’alcol, ancora con il bicchiere in mano e assistito solo dal suo cane, si abbandona senza più alcuna coscienza di sé.

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

ƒ Che cosa rappresenta questa immagine? Che cosa sta facendo la donna in primo piano? ƒ Come viene raffigurato l’ambiente urbano? ƒ Qual è il nome di questa strada?

ƒ Il problema dell’alcolismo si affianca a quello delle condizioni igieniche delle abitazioni dei sobborghi delle città industriali. Come si viveva in quei quartieri? ƒ Qual era il settore di punta per l’industrializzazione britannica? ƒ Quali furono le macchine introdotte nel sistema produttivo tessile? ƒ In quali settori venne poi applicata la macchina a vapore? ƒ Che cosa si intende per «questione sociale»?

ƒ Prima e Dopo ƒ Video - Il controllo dell’energia inanimata ƒ Immagine commentata - La macchina a vapore ƒ Immagine commentata - La Londra dei proletari ƒ Immagine commentata - Alcol e miseria

RIELABORARE, DISCUTERE, REINTERPRETARE ƒ La rivoluzione industriale modificò non solo il sistema produttivo ma anche la vita dei lavoratori. Immagina di raccontare la storia di un contadino che alla fine del XVIII secolo si trasferisce dalla campagna in una città industriale dell’Inghilterra. Quale sarà la sua impressione all’arrivo? Come sistemerà la sua famiglia? Dove andrà a vivere? Come trascorrerà la sua giornata?

ƒ Online DOC - Una nuova macchina per i tessuti ƒ Online DOC - Le terribili condizioni del proletariato inglese ƒ Online STO - La nascita della ferrovia ƒ Audiosintesi Unità 6

IN DIGITALE

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MISURARE LE COMPETENZE

GLI EVENTI

IL TEMPO

Completa la frase.

Unisci opportunamente avvenimento e data, indicando il numero corrispondente della data nella colonna a destra di ogni avvenimento.

1. La prima rivoluzione industriale ebbe inizio in Inghilterra anche grazie a l’aumento del numero di contadini nelle campagne l’assenza di un mercato internazionale la libera circolazione delle merci 2. James Watt nel 1769 perfezionò la macchina a vapore di Newcomen inventò la macchina a vapore applicò la macchina a vapore a una locomotiva 3. L’applicazione della macchina a vapore portò trasformazioni solo nell’industria e nei trasporti tralasciando l’agricoltura nelle attività minerarie, nell’agricoltura, nei trasporti, nell’industria soprattutto nelle attività minerarie e marginalmente nei trasporti e nell’industria 4. Secondo Weber, particolarmente adatta allo sviluppo industriale è la mentalità cattolica la mentalità atea la mentalità protestante 5. Il luddismo venne represso in modo drastico anche tramite l’approvazione di una legge che prevedeva l’esilio di una legge che prevedeva la pena di morte di una legge che prevedeva la reclusione a vita 6. Tra il 1800 e il 1850 la produzione agricola entrò in crisi la produzione agricola segnò un significativo incremento la produzione agricola fu stagnante 7. La rivoluzione industriale determinò il tramonto del regime demografico dell’Ancien régime il mantenimento del regime demografico dell’Ancien régime una breve battuta d’arresto del regime demografico dell’Ancien régime

LE PAROLE Definisci le seguenti espressioni: a. ciclicità b. giornata lavorativa c. tasso di mortalità

Avvenimento a In Inghilterra ha inizio la prima rivoluzione industriale b Inizio della rivoluzione industriale in Belgio c

Inizio della rivoluzione industriale in Francia

d John Kay inventa la spoletta volante e Inizio della rivoluzione industriale in Germania f

Thomas Newcomen inventa la macchina a vapore

g Inizio della rivoluzione industriale negli Stati Uniti h James Watt perfeziona la macchina a vapore Data 1

1712

2 1733 3 1769 4 1770 circa 5 1790 6 1830 7 1850 8 1850 circa

VERSO L’ESAME DI STATO a. Rispondi alle seguenti domande. ƒDove e quando ebbe inizio la rivoluzione industriale? ƒQuale ruolo ebbe l’invenzione della macchina a vapore? ƒQuale fu il ruolo degli imprenditori? ƒQuali furono le conseguenze sociali e demografiche? ƒChe cosa s’intende per rivoluzione agricola? b. Il saggio breve: interpreta e confronta i seguenti documenti. ƒp. 172 – Una nuova macchina per i tessuti ƒp. 175 – La Londra dei proletari ƒp. 186 – La civiltà delle macchine ƒp. 187 – Alcol e miseria ƒp. 214 – Magazine: Che cosa mangiavano i poveri? Successivamente, utilizzando anche le tue conoscenze, sviluppa l’argomento proposto nella forma del saggio breve, attribuendo alla composizione un titolo appropriato. Argomento. Povertà e creatività agli albori della rivoluzione industriale

CITTADINI ADESSO

La prima rivoluzione industriale

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Un pianeta in prestito Lo sviluppo e la tutela dell’ambiente Nel 1962 venne pubblicato un libro intitolato Primavera silenziosa. Si trattava di un saggio, e la sua autrice, Rachel Carson, era una zoologa statunitense che intendeva denunciare l’abuso degli insetticidi, illustrandone le devastanti conseguenze su molte specie animali e sull’uomo. « Silenziosa» infatti è la primavera priva del canto degli uccelli e dei versi degli animali, che Carson immagina sterminati in un futuro non lontano. Oggi la pubblicazione di un saggio di denuncia sui temi ambientali non è un fatto insolito. Quando Primavera silenziosa venne pubblicato, però, la società aveva una iducia incondizionata nella vigorosa crescita industriale: pochi erano disposti ad ammettere che l’industrializzazione, che difondeva la prosperità, nascondesse anche dei lati negativi. Proprio negli anni Sessanta, d’altra parte, la crescita dell’istruzione e del benessere iniziarono a favorire l’apertura della società verso i nuovi temi ambientali. Primavera silenziosa suscitò grandi discussioni pubbliche e influì sulla nascita dell’ambientalismo come lo intendiamo attualmente: un movimento che intende sensibilizzare l’opinione pubblica e orientare al rispetto dell’ambiente i comportamenti collettivi, individuali, delle istituzioni pubbliche e di quelle private. Oggi nessuno può seriamente mettere in dubbio l’esistenza di un tema « ambientale». Semmai, il dubbio che sorge è: l’alterazione dell’ambiente è ormai irreversibile, oppure è ancora possibile correre ai ripari?

1. LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA La Costituzione repubblicana entrò in vigore nel 1948, epoca nella quale la questione ambientale non era ancora di attualità; nonostante ciò, l’ambiente compare in una serie (pur limitata) di articoli: è citato in quanto « paesaggio» (art.9), è implicitamente considerato legato alla salute dei cittadini (art. 32) ed è richiamato dagli articoli 41 e 44, che indicano che l’iniziativa economica non può essere in contrasto con l’utilità sociale (non deve arrecare danni a beni comuni, quali le risorse naturali) e che lo Stato deve agire per assicurare il «razionale sfruttamento del suolo». Art. 9: La Repubblica […] tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Art. 32: La Repubblica tutela la salute come fondamentale di-

ritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Art. 41: L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. […] Art. 44: Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà. La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane.

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CITTADINI ADESSO

2. PROTEGGERE L’AMBIENTE PER LEGGE principio dello sviluppo sostenibile» (proprio grazie alle norme emanate dall’Unione Europea l’Italia ha innalzato i propri standard in materia ambientale ai livelli di quello comunitario). Inoltre il nostro Paese nel tempo ha aderito a importanti convenzioni internazionali, come il protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel 2005 allo scopo di ridurre il surriscaldamento globale. Ciò nonostante, in Italia i disastri ambientali, il dissesto idrogeologico, le ecomafie sono all’ordine del giorno: da questo punto di vista, abbiamo ancora molta strada da fare. AMBIENTE Questo termine esprime l’idea di « ciò che sta intorno», cioè di quell’insieme di elementi che attorniano un organismo, interagiscono tra loro e, in determinate situazioni, ne rendono possibile lo sviluppo.

LESSICO

L’esigenza di proteggere l’ambiente è nata da movimenti di opinione pubblica mondiale, che hanno influenzato le istituzioni e hanno portato, nel tempo, all’elaborazione di norme internazionali e nazionali sempre più indirizzate alla protezione ambientale. Ma in pratica, in che modo una legge può proteggere l’ambiente? Può farlo disciplinando singoli aspetti della produzione industriale e agricola, della costruzione di nuovi edifici, dei trasporti, e così via. Può, ad esempio, imporre dei limiti alle emissioni inquinanti delle aziende, vietare le sostanze più pericolose in agricoltura, imporre la raccolta differenziata. Per assicurare l’efficacia delle norme, lo Stato può applicare delle pene in caso di mancato rispetto. In Italia le leggi che proteggono l’ambiente sono numerose, e trovano fondamento nella Costituzione, nel diritto dell’Unione Europea, nei trattati internazionali. Come abbiamo visto, la Costituzione italiana non dedica uno spazio ampio all’ambiente. Tuttavia anticipa, con la « tutela del paesaggio», una sensibilità che si è diffusa negli ultimi anni: l’ambiente va protetto non solo come « natura», ma anche come elemento della storia e della cultura di una popolazione. La tutela dell’ambiente è inoltre inserita nel Trattato sull’Unione Europea, per il quale nel «promuovere il progresso economico e sociale», occorre tener conto «del

OPINIONE PUBBLICA È il pensiero della maggioranza dei cittadini; è fondamentale in democrazia perché influenza le decisioni politiche.

Venezia e la sua laguna, Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Nel 1972 fu firmata una Convenzione per il patrimonio mondiale che riguardava la capacità di unire il concetto di conservazione naturale e la preservazione delle opere culturali. La Convenzione riconosce i modi in cui l’uomo interagisce con la natura e il fondamentale bisogno di preservare l’equilibrio fra i due. Un chiaro esempio di questo equilibrio è Venezia con la sua laguna.

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La prima rivoluzione industriale

3. RISORSE, BIODIVERSITÀ, EQUILIBRIO Infine, le risorse naturali, per quanto abbondanti, non sono infinite, e il loro uso sconsiderato porterà, in un futuro non lontano, a seri problemi. La soluzione è lo sviluppo sostenibile: un modello di sviluppo che, secondo la definizione delle Nazioni Unite, possa «assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza pregiudicare la possibilità delle future generazioni di soddisfare i propri».

BIODIVERSITÀ È la varietà degli organismi che popolano un certo ambiente naturale, frutto dell’evoluzione e dell’adattamento.

LESSICO

A partire dalla rivoluzione industriale l’uomo ha sfruttato le risorse naturali in maniera intensiva, ha trasformato l’ambiente e ha prodotto inquinamento e degrado. Queste azioni hanno messo in crisi l’equilibrio naturale su cui si basa l’esistenza stessa della vita (anche di quella umana). Di norma quando interviene un problema la natura è in grado – lentamente – di stabilire nuove dinamiche e di cercare un nuovo equilibrio. La natura riesce a ripristinare le condizioni che garantiscono la vita grazie a vari fattori, tra i quali la biodiversità; questa però è in pericolo a causa dell’azione dell’uomo che, intervenendo sugli ambienti naturali, porta intere specie all’estinzione. Inoltre, se intervengono squilibri improvvisi e violenti non sempre è possibile tornare alla situazione iniziale: ad esempio, l’attività umana (il disboscamento, l’utilizzo intensivo dei terreni ecc.), unita all’azione climatica (la siccità), può provocare la desertificazione di vaste aree, nelle quali non cresce più nulla. Un’altra legge che regola la vita è che « nulla si crea, nulla si distrugge»; tutto, invece, si trasforma. La natura è in grado infatti di riutilizzare le risorse e gli scarti prodotti dagli esseri viventi; l’azione umana al contrario provoca squilibri: le risorse (energia e materia) vengono utilizzate in maniera eccessiva e gli scarti del loro utilizzo non vengono riassorbiti dall’ambiente.

SVILUPPO SOSTENIBILE Il concetto di sviluppo sostenibile nasce dalla riflessione sul rapporto tra progresso ed ecologia. Vuole coniugare la crescita economica di un’area con il rispetto dell’ambiente, non soltanto di quell’area specifica, ma del pianeta nel suo insieme.

GENERAZIONE PRESENTE

Deve adottare un modello di SVILUPPO ECONOMICO SOSTENIBILE, che tenga conto di:

SVILUPPO SOSTENIBILE La crescita economica non deve creare squilibri ambientali irreversibili: le future generazioni dovranno essere in grado di soddisfare le proprie esigenze.

PRINCIPIO DI «RESPONSABILITÀ INTERGENERAZIONALE» Ciascuna generazione ha il dovere di tener conto di quelle future.

Limitata capacità dell’ambiente di assorbire gli impatti delle attività umane.

Limitata disponibilità di risorse naturali.

Necessari metodi di produzione che non danneggino l’ambiente.

Non è possibile una crescita economica infinita. Occorre mirare a una crescita qualitativa, che comporti:

Miglioramento della qualità della vita.

riconoscimento dei diritti (libertà, giustizia ecc.) di tutti i cittadini e di tutte le popolazioni.

Se i princìpi dello sviluppo sostenibile vengono applicati, le GENERAZIONI FUTURE ne avranno beneficio.

UNITÀ 6

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CITTADINI ADESSO

4. IMPRONTA ECOLOGICA L’uomo utilizza, per tutte le sue attività, ciò che la natura offre. Ma sappiamo quante risorse abbiamo a disposizione? Per stimare queste risorse viene utilizzato un indice definito «biocapacità»: si definisce così la disponibilità potenziale di risorse naturali che viene calcolata attraverso la disponibilità procapite di superficie, sia acquatica che terrestre; nel 2005 questa disponibilità era di 2,1 et-

tari per abitante della Terra. L’«Impronta ecologica», invece, misura le risorse che consumiamo e il tempo impiegato dalla Terra per rigenerare queste risorse. Dalla metà degli anni Ottanta l’umanità consuma più di quanto sia sostenibile. Oggi, il pianeta impiega un anno e quattro mesi per produrre ciò che l’uomo consuma in un anno: è evidente che non possiamo continuare così.

Impronta ecologica: deficit e surplus ecologico

Paesi che ogni anno consumano meno risorse naturali di quelle che il loro territorio produce» 0-50% 50-100% 100-150% > 150%

Paesi che ogni anno consumano più risorse naturali di quelle che il loro territorio produce > 150% 100-150% 50-100% 0-50% dati insufficienti

COMPRENDERE E CONTESTUALIZZARE

RIELABORARE E DISCUTERE

ƒ Che cosa afferma la Costituzione italiana in materia ambientale? ƒ In che modo le leggi possono intervenire a favore della protezione dell’ambiente? ƒ Che cos’è lo sviluppo sostenibile?

ƒ Quanto tempo impiega il pianeta, oggi, per ripristinare le risorse che utilizziamo in un anno? ƒ Si tratta dello stesso tempo che impiegava per rispristinarle nel 1950? Qual è oggi la situazione dell’Italia? ƒ Fai una ricerca approfondita sul significato di « Impronta Ecologica». Come viene misurata? Che cosa suggerisce questa misurazione? ƒ È possibile misurare l’Impronta Ecologica delle persone: calcola la tua, utilizzando uno dei numerosi siti internet che lo permettono. Qual è il risultato? Può essere migliorato? Che cosa puoi fare per migliorarlo?

MAGAZINE

LA STORIA COME PASSIONE

Luigi XVI: un uomo gofo che però seppe morire

VIVERE AL TEMPO DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE E DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Sommario Tra Settecento e Ottocento due rivoluzioni sconvolsero il mondo, una politica, la Rivoluzione francese, l’altra economica, la rivoluzione industriale. La prima partì dalla Francia e con Napoleone investì l’intero continente; la seconda iniziò in Inghilterra e progressivamente si estese al mondo intero. Insieme assestarono un duro colpo all’Antico regime e concorsero in modo decisivo a deinire l’identità della odierna civiltà occidentale. Queste due rivoluzioni sono tradizionalmente afrontate in modo separato, come se appartenessero a due epoche diverse. Eppure esplosero quasi contemporaneamente.

STORIA DI COPERTINA

Luigi XVI: un uomo gofo che però seppe morire Il re sonnecchiava mentre si preparava la rivoluzione

Luigi è già stato giudicato!

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di Maximilien Robespierre

Il processo e la condanna Ernest Meissioner, Campagna di Francia, 1864. Parigi, Museo d'Orsay.

200

di Lucio Villari

Le ultime ore del re

202

di Lucio Villari

di Norberto Bobbio

Erodoto MAGAZINE

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di Lucio Caracciolo

È lecito uccidere il tiranno?

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203

ARTE E STORIA VITA QUOTIDIANA

Riccioli al vapore e vita grama Nasce il rapporto tra madre e figlio così come lo conosciamo oggi

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TECNICA E SCIENZA

Genialità e desiderio di conoscenza Il prodigio della macchina a vapore

di Joel Mokyr

Che cosa mangiavano i poveri?

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208 209

Così la Francia perse la battaglia della moda con l’Inghilterra

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di Louis René Villermé

220

Napoleone in guerra

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L’incoronazione di Napoleone

222

Impariamo a riconoscere i simboli in un’immagine

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«Leggende» napoleoniche 226

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Napoleone fu avvelenato?

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di Thierry Lentz

di Daria Galateria

Mulhouse come Londra, l’estrema povertà della classe operaia

La morte di Marat

PROTAGONISTI

di Maria Rosa Sobrero

di Nadeije Laneyerie-Dragon

Il segreto del successo tecnologico inglese

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di Mirella Serri

CINEMA E STORIA

Marie Antoinette

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David, il pittore della rivoluzione e di Napoleone 219

218

Un temperamento eccezionale

229

Il funerale di Napoleone

230

di Victor Hugo

La costruzione del mito di Napoleone

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di Lionel Jospin

LEGGERE UN CLASSICO Uomini, tecniche, economie

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di Carlo M. Cipolla

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STORIA DI COPERTINA Luigi XVI fu un uomo debole, impreparato e inadeguato ad afrontare la tempesta rivoluzionaria. Non doveva diventare re: fu la morte del fratello maggiore a portarlo sul trono e quindi alla ghigliottina. Grassoccio, aveva diicoltà di relazione: amava cacciare e soprattutto chiudersi nel suo laboratorio a costruire chiavi e serrature. La morte sul patibolo ne fece un eroe per gli aristocratici reazionari e un inetto per i rivoluzionari.

Luigi XVI: un uomo gofo che però seppe morire 196 Erodoto MAGAZINE

Joseph Siffred Duplessis, Ritratto di Luigi XVI, 1775 ca. Parigi, Museo Carnavalet.

Luigi XVI: un uomo goffo che però seppe morire

Il re sonnecchiava mentre si preparava la rivoluzione

Antoine-François Callet, Ritratto di Luigi XVI, post 1786. Parigi, Museo Carnavalet.

Nell’intervista di Lucio Caracciolo, lo storico Lucio Villari analizza gli errori commessi dal re nelle tre giornate che diedero il via alla rivoluzione: il 5 maggio, il 20 giugno e il 14 luglio 1789.

di Lucio Caracciolo

Il re si rendeva conto della tempesta in arrivo? Luigi XVI non era certo un genio politico. Fu certamente un grave errore non sciogliere il nodo procedurale [relativo al sistema di votazione], ripetendo anzi l’antico cerimoniale del 1614. Il Terzo stato ebbe l’impressione, fondata, che il re non si curasse troppo delle sue rivendicazioni. Credo che in fondo il re temesse più i nobili che la borghesia. Era l’aristocrazia che aveva messo in discussione le prerogative e l’autorità del sovrano.

Dove si riunirono gli Stati Generali? Nel Palazzo dei Menus Plaisirs [Piccoli Piaceri], in una stanza provvisoria di legno e stucco, ricavata all’interno di un capannone e dotata di pessima acustica. Ma tre giorni prima di quel 5 maggio, il Terzo stato aveva avuto modo di saggiare l’indifferenza del re, il quale lo ricevette in silenzio nella camera da letto. Solo un certo Gérard, vestito da contadino bretone, fu apostrofato dal monarca con un «Buongiorno, buonuomo».

Com’erano vestiti i deputati del Terzo stato? Tutti in nero, evidentemente. Una divisa umiliante, a fronte dei ricchi abiti dei nobili e dei prelati. Il 4 maggio, durante la processione dei tre ordini che precedette l’inaugurazione dell’assemblea, la distanza fra i tre ordini si coglieva a occhio nudo. In testa al corteo, le vesti scarlatte e viola del clero, poi i nobili distinguibili per i cappelli alla Enrico IV, i vestiti dorati, la spada al fianco. Infine la massa nera del Terzo stato. Durante la predica di monsignor La Fare il re sonnecchiava.

Arriviamo al fatidico 5 maggio. Siamo in grado di ricostruire esattamente che cosa avvenne? Certamente, i Francesi erano informati dettagliatamente dai giornali come il «Moniteur» o il «Journal de Paris», poi

ci sono i resoconti stenografici. [...] Il discorso di Luigi XVI fu breve e insignificante. Non vi era alcun accenno alla necessità di riforme. Per di più Necker, subito dopo, inflisse agli astanti la lettura di una dettagliata relazione finanziaria, che durò tre ore. A questo punto il re si alzò. Nulla era stato deciso. Il giorno dopo i tre ordini si riunirono separatamente [...], con delusione della borghesia, [...] che pretendeva la formazione di un vero Parlamento. [...] Dopo un mese di inutili negoziati, il 17 giugno, il Terzo stato si autoproclamò Assemblea Nazionale; [...] dopo due giorni si aggregò anche parte del clero.

Eccoci alla storica giornata del 20 giugno. Quella mattina i deputati del Terzo stato trovarono sbarrata la porta della loro sala. Motivo: lavori in corso. Un espediente. Furenti i borghesi si radunarono nella vicina

Erodoto MAGAZINE 197

STORIA DI COPERTINA

Immagine commentata - La reggia di Versailles Immagine commentata - La presa della Bastiglia

Sala della pallacorda, dove prestarono il celebre giuramento in cui dichiaravano che non si sarebbero sciolti prima di aver dato alla Francia una costituzione.

E il re come pensava di reagire? Vorrei sottolineare ancora l’importanza della trasformazione istituzionale realizzata dai deputati del Terzo stato, senza spargimento di sangue. Autodefinendosi Assemblea Nazionale, di fatto essi svuotavano gli Stati Generali di ogni significato. Era un vero e proprio cambiamento di regime. I deputati non accettavano più di ridursi alla registrazione delle volontà del monarca, ma, come rappresentanti della nazione, pretendevano di fissare la Costituzione. [...] Mi pare che sia stata un’operazione politica geniale. Naturalmente il re doveva e voleva reagire. Ma i ministri erano divisi. E la sua famiglia viveva ore penose. Il 4 giugno il delfino, il figlio del re, primo nella linea di successione al trono, era morto. Forse questa tristissima circostanza accentuò la sua innata debolezza. Il 23 giugno, finalmente, il re si rivolse agli

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Erodoto MAGAZINE

Stati con un discorso aspro e minaccioso nel tono, anche se con qualche promessa di apertura e di riforme. Le concessioni erano tardive, e in più i deputati del Terzo stato erano inferociti per aver dovuto aspettare sotto la pioggia l’arrivo regale del corteo, mentre i privilegiati erano stati ammessi direttamente nell’aula. Le parole finali del re suonavano come liquidazione dell’Assemblea Nazionale: «Io vi ordino di separarvi immediatamente e di recarvi domani mattina, ciascuno nelle sale assegnate al proprio ordine, per riprendere le vostre deliberazioni». Poi il marchese Dreux-Brézé, gran maestro di cerimonie, visto che il Terzo stato non si muoveva intervenne: «Signori, conoscete le intenzioni del re». Il vecchio Bailly, decano del Terzo stato, rispose: «La nazione riunita in assemblea non può ricevere ordini».

E Luigi XVI? Dapprima diede ordine alle guardie del corpo di irrompere nella sala Menus Plaisirs per disperdere i deputati ribelli. Ma vedendo avvicinarsi i soldati, alcuni fra i

Louis-Charles-Auguste Couder, Inaugurazione degli Stati Generali, 5 maggio 1789, 1839. Versailles, Museo della reggia.

nobili riformisti misero mano alla spada. Il re non osò far sciabolare i suoi nobili: «Ebbene, si arrangino! Vogliono restare? E che restino!». Questa frase gli verrà sempre rimproverata. Significava la capitolazione.

Il 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia, [...] il re avrebbe forse potuto fuggire, e poi tornare a Parigi con truppe fedeli per ristabilire la propria autorità. Ma l’esercito si era rivelato inaffidabile. Il fratello del re, il conte d’Artois, lasciò Parigi insieme a un primo drappello di nobili. Cominciava l’emigrazione. Poi, è vero, quando il re si trovò ostaggio dei rivoluzionari, rimpianse di essersi lasciato sfuggire il momento giusto: «Sì, sarei dovuto andarmene il 14 luglio. Ma come fare quando il comandante delle truppe, maresciallo Broglie, mi diceva: «Sire, noi possiamo andare a Metz, ma che cosa faremo quando saremo là?». Ho lasciato passare l’attimo propizio che poi non ho più ritrovato».

Luigi XVI: un uomo goffo che però seppe morire Pubblichiamo qualche brano del discorso pronunciato da Robespierre il 3 dicembre 1792 di fronte all’Assemblea Nazionale.

Luigi è già stato giudicato! di Maximilien Robespierre

C

ittadini! L’Assemblea è stata inconsapevolmente trascinata lontano dalla vera questione. Qui non si tratta di fare un processo. Luigi non è un accusato; voi non siete dei giudici; voi siete e non potete essere altro che uomini di Stato, i rappresentanti della nazione. Non dovete pronunciare una sentenza a favore o contro un uomo; dovete prendere una misura di salute pubblica, dovete esercitare un atto di provvidenza nazionale. Un re detronizzato in una repubblica non può servire che a due scopi: o a turbare la tranquillità dello Stato e metter in pericolo la libertà; o a consolidare l’uno e l’altra. In effetti qual è la decisione che una buona politica prescrive per consolidare la repubblica nascente? È quella di imprimere profondamente nel cuore il disprezzo per la monarchia e impressionare tutti i partigiani del re. Quindi, presentare all’universo mondo il suo delitto come un problema, fare della sua causa l’oggetto della discussione più maestosa, circondata da un alone di sacralità, come la discussione più difficile alla quale possano accingersi i rappresentanti del popolo francese, frapporre una distanza incommensurabile tra il ricordo di ciò che egli fu e la semplice dignità di un cittadino, significa aver trovato il modo per renderlo ancora pericoloso per la libertà. Luigi fu re, e la repubblica è stata fondata. Il famoso problema che vi impegna è deciso da queste sole parole. Luigi è stato deposto dal trono per i suoi crimini; Luigi ha denunciato il popolo francese come ribelle. Per punirlo ha chiamato gli eserciti

Pierre-Roch Vigneron, Ritratto di Robespierre in veste di deputato del Terzo stato, da un disegno di Adélaide Labille-Guiard, 1791. Versailles, reggia.

processo al tiranno è l’insurrezione; il suo giudizio è la caduta della sua potenza; la sua pena quella che richiede la libertà del popolo. I popoli non giudicano come le corti di giustizia; non emettono sentenze; lanciano la loro folgore; non condannano i re; li ricacciano nel nulla. Questa giustizia vale quella dei tribunali.

dei tiranni, suoi confratelli; la vittoria del popolo ha deciso che lui era il ribelle; Luigi non può quindi essere giudicato: è già stato giudicato. […] Quando una nazione è stata costretta a ricorrere al diritto di insurrezione, rientra nello stato di natura riguardo al tiranno. Come potrebbe questi invocare il contratto sociale? Egli stesso l’ha annientato. La nazione se lo giudica opportuno può ancora conservarlo per quanto concerne i rapporti dei cittadini tra di loro; ma l’effetto della tirannia e dell’insurrezione è di romperlo interamente in rapporto al tiranno, di stabilire un reciproco stato di guerra; i tribunali e le procedure sono fatti per i membri della comunità. È una contraddizione grossolana supporre che la Costituzione possa presiedere a questo nuovo stato di cose; sarebbe come presupporre che essa possa sopravvivere a se stessa. Quali sono le leggi che la sostituiscono allora? Quelle della natura, quella che è alla base della stessa società: la salvezza del popolo. Il diritto di punire il tiranno e quello di deporlo dal trono sono la stessa cosa. L’uno non comporta altre forme dell’altro; il

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STORIA DI COPERTINA

Il processo e la condanna

L’esecuzione di Luigi XVI avvenuta il 21 gennaio 1793 nella piazza della rivoluzione gremita di uomini, donne e soldati. Quando il boia mostra la testa del sovrano si alzano le picche con i berretti frigi in segno di esultanza. Incisione del XVIII secolo. Parigi, Museo Carnavalet.

Le prove del tradimento, il processo e inine la condanna a morte. Approvata con un solo voto di maggioranza.

di Lucio Villari

L

a Convenzione disponeva di prove a sufficienza per incriminare il re. Altre ne ottenne il 20 novembre, quando venne scoperto alle Tuileries un armadio di ferro segreto contenente documenti, certamente autentici, comprovanti l’ostilità del re alla rivoluzione, il suo appoggio all’emigrazione di molti aristocratici, di cui aveva anche finanziato la propaganda reazionaria. Vi erano però perplessità: Morisson, un deputato della destra, intervenne sostenendo che, poiché la Costituzione del 1791 aveva concesso l’inviolabilità al so-

vrano, Luigi XVI non poteva essere sottoposto a giudizio. Il 13 novembre prese la parola Saint-Just: a suo avviso, Luigi XVI effettivamente non doveva essere pro-

cessato, andava direttamente punito per il solo fatto d’essere re. Nella sostanza è la stessa tesi che con argomentazioni più articolate sosterrà Robespierre il

LA GHIGLIOTTINA La condanna a morte di Luigi XVI doveva essere eseguita per mezzo della ghigliottina, la macchina inventata dal dottor Joseph-Ignace Guillotin per diminuire le soferenze dei condannati a morte che all’epoca venivano sottoposti a pene dolorose come lo squartamento, l’impiccagione o la decapitazione mediante un’ascia. LA GHIGLIOTTINA VENNE Guillotin aveva proposto la sua macchina all’Assemblea Nazionale: Antoine Louis, INVENTATA PER DIMINUIRE segretario dell’Accademia di Chirurgia, LE SOFFERENZE DEL presentò una dettagliata descrizione CONDANNATO tecnica della macchina, la cui costruzione fu commissionata al carpentiere del demanio Guidon. La macchina fu posta in opera il 25 aprile 1792. Nata per i delinquenti comuni, fu soprattutto usata contro i nemici della rivoluzione: in soli 47 giorni, durante il periodo del Terrore, furono giustiziati 1376 Parigini. Complessivamente, durante il Terrore le condanne a morte eseguite furono più di 46 000.

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1. Le ghigliottine, costruite in rovere, erano verniciate in rosso per attenuare nel pubblico l’effetto della vista del sangue, soprattutto durante le esecuzioni di massa.

4. La ghigliottina misurava circa 4 metri d’altezza ed era sostenuta da una piattaforma di assi, a sua volta collocata su una pedana per permettere al pubblico di vedere l’operazione e di ingiuriare il condannato. Nei primi tempi, tuttavia, il patibolo era ogni volta smontato e rimontato sul luogo del crimine; si scelse poi, per comodità, un luogo fisso per le esecuzioni.

Luigi XVI: un uomo goffo che però seppe morire

3 dicembre: la Francia ha abbattuto la monarchia e si è data un ordinamento repubblicano. La sorte del sovrano, dunque, è già decisa; non c’è bisogno di alcun processo: «Luigi deve morire perché la patria viva». La maggioranza della Convenzione, però, decise che il processo si doveva fare: la Francia e tutta l’Europa non dovevano dubitare della legittimità del verdetto. I girondini, che fino a quel punto avevano tentato in tutti i modi di rinviare il processo, chiesero che la sentenza della Convenzione fosse sottoposta al giudizio

popolare. A partire dal 14 gennaio, i deputati furono così chiamati, per appello nominale, a pronunciarsi su tre quesiti: la colpevolezza del re, l’appello al popolo e la pena da applicare. La colpevolezza viene votata quasi all’unanimità; l’appello al popolo venne respinto con 424 voti contro 287; la condanna a morte fu approvata con un solo voto di maggioranza. Fu necessaria una quarta votazione perché vari deputati avevano approvato la condanna chiedendo un rinvio dell’esecuzione. La richiesta del rinvio venne bocciata con 380 voti contro 310.

5. La testa cadeva in una cesta piena di segatura: la coscienza del ghigliottinato poteva durare ancora circa 30 secondi.

3. La testa del condannato era collocata fra due pezzi a incastro scorrevoli.

L’autore Lucio Villari (1933), professore di Storia contemporanea alla Terza Università di Roma, autore di volumi e saggi sulla storia delle idee, della cultura e della vita sociale in Europa e negli Stati Uniti tra Settecento e Novecento, con particolare attenzione alla Rivoluzione francese e al capitalismo novecentesco. Tra le sue ultime opere si possono segnalare: Settecento adieu: cultura e politica nell’Europa dei lumi (1985); Settecento adieu: dall’Illuminismo alla Rivoluzione (1989); Il capitalismo italiano del Novecento (1993), nonché i più recenti Romanticismo e tempo dell’industria (1999) e L’insonnia del ‘900 (2000). Anonimo, Esecuzione di Luigi XVI. Parigi, Museo Carnavalet.

Immagine commentata La ghigliottina

2. La lama (mannaia) era d’acciaio e pesava 48 kg, mentre il peso totale della ghigliottina era di 580 kg. La lama, una volta staccato il meccanismo di sicurezza, cadeva in meno di un secondo. La sua inclinazione rendeva più semplice e rapida la recisione della testa. Tirando la corda, la lama risaliva ed era di nuovo pronta.

6. Per poter infilare la testa nel ceppo, il condannato veniva disteso su un’asse mobile. Una volta decapitato, il resto del cadavere veniva spostato con lo stesso meccanismo: grazie a un cardine, la tavola si poteva inclinare e far cadere il corpo a terra senza sforzo da parte del boia e dei suoi aiutanti.

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STORIA DI COPERTINA

Le ultime ore del re La testa di Luigi XVI cadde la mattina del 21 gennaio 1793, alle dieci e venti. E il re afrontò il suo ultimo appuntamento con grande dignità.

di Lucio Villari

I

l 21 gennaio 1793 il re si svegliò alle cinque e mezzo da un sonno apparentemente tranquillo. Si confessò e si comunicò. Fece toilette, e in-

dossò un abito di color grigio, pantalone di panno grigio, a mezza gamba, calze di seta grigie, gilet trapunto. Alle otto e mezzo vennero a prenderlo il Comandante generale e i Commissari del Comune. Salì sulla vettura insieme con il confessore e due ufficiali della gendarmeria. Per tutto il percorso dal Tempio alla piazza della rivoluzione, dov’era montato il patibolo, parlò col confessore. Era una giornata cupa, umida. Il Comune aveva schierato 20 000 uomini armati lungo il tragitto della carrozza. Non c’era una gran folla per le strade. Al passaggio del condannato si faceva silenzio. Sembra che alcuni aristocratici avessero architettato un complotto per strappare in extremis il sovrano alle mani del boia, ma evidentemente non accadde nulla. Alle dieci e dieci la carrozza arrivò nella piazza della rivoluzione. La folla era tenuta ben distante dal patibolo da un cordone di soldati. Rullavano i tamburi. Il re scese dalla berlina e si spogliò dell’abito e del fazzoletto che portava al collo. Ebbe un gesto di stizza quando il boia gli afferrò i polsi per legarglieli. Gli scalini del patibolo erano alti e il re si appoggiò al prete per salirli. Prima che i giustizieri lo afferrassero, rosso in volto, il re gridò alcune parole. Non sapremo mai esattamente quali, giacché il generale Santerre, gran cerimoniere della giornata, ordinò ai militi di raddoppiare il rullo dei tamburi. Tuttavia la sua prima frase fu udita in tutta la piazza: «Popolo, io muoio innocente!». Poi, a quanto pare, esclamò: «Perdono ai miei nemici, e desidero che il mio sangue sia utile ai Francesi e plachi la collera di Dio». La testa di Luigi XVI cadde alle dieci e venti.

Jean-François Garneray, Luigi XVI alla torre del Tempio. Parigi, Museo Carnavalet.

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Erodoto MAGAZINE

È lecito uccidere il tiranno? Trattato da ilosoi come Locke che ne giustiica il fondamento nella violazione del contratto sociale, rappresentato da letterati come Shakespeare o Alieri per dare vigore alla tragedia.

Luigi XVI: un uomo goffo che però seppe morire

di Norberto Bobbio

È

lecito uccidere il tiranno? [...] Il problema è vecchio e le diverse possibili soluzioni altrettanto. Per fare qualche esempio, in un’epoca in cui le guerre di religione avevano favorito la nascita di dottrine che predicavano il tirannicidio, Hobbes collocava la massima «È lecito uccidere il tiranno» fra le teorie sediziose che in uno Stato ben ordinato avrebbero dovuto essere proibite [...]. Nell’età della Rivoluzione francese, in cui venivano celebrati in cattedrale feste e riti in onore di Bruto, Kant affermò che chiunque avesse anche il minimo senso dei diritti dell’umanità non poteva non essere scosso da un «brivido di orrore» di fronte all’esecuzione solenne di Carlo I in Inghilterra e di Luigi XVI in Francia. Come tutti i problemi morali, anche il problema della liceità del tirannicidio non è di facile soluzione. Anzi, non ha una soluzione che possa essere data e accolta una volta per sempre, perché ogni caso è diverso da tutti gli altri. La soluzione dipen-

Antoine-François Callet, Luigi XVI in costume regale, 1788. Versailles, Museo della reggia.

può essere sempre giudicata con due criteri diversi: o in base a regole precostituite che debbono essere osservate o in base ai risultati che si ritiene debbano essere raggiunti. I due giudizi non coincidono quasi mai: osservando le buone regole spesso si ottengono cattivi risultati; cercando di ottenere buoni risultati, molte buone regole vengono coscientemente e tranquillamente calpestate. Se si giudica l’assassinio del tiranno in base alle regole precostituite, è evidente che esso L’autore contravviene alla norma «Non uccidere», che è una delle leggi fondamentali della Norberto Bobbio (1909-2004) fu un morale di ogni popolo e in ogni tempo. membro del Partito d’azione, filosoCome tale dovrebbe essere condannafo del diritto e professore di Filosofia to. Ma non vi è regola senza eccezione. della politica all’Università di Torino. Non è lecito uccidere il nemico durante Nel 1984 fu nominato senatore a vita. una guerra giusta? Non è sempre stata Il suo pensiero fu caratterizzato dalla riconosciuta come guerra giusta la guerproposta di conciliare le esigenze di ra di difesa? Non può allora essere estesa giustizia sociale ed economica con al tiranno considerato come nemico inle esigenze delle libertà democratiterno l’eccezione prevista per il nemico che, attraverso il potenziamento e la esterno? creazione di istituti democratici. Tra [...] Partendo dal punto di vista dei risulle sue opere: Il futuro della democratati, il giudizio non diventa né più facile zia (1984); Stato, governo, società né più limpido. Anzitutto il risultato deve (1985); L’età dei diritti (1990); Destra essere se non certo altamente probabile. e sinistra.. Ragioni e significati di una [...] In secondo luogo, si deve prevedere distinzione politica (1994); Dialogo che il risultato non solo sia perseguibile sulla Repubblica (2001) con M. Viroli. con un alto grado di probabilità, ma che, se raggiunto, sia tale da non lasciare adito a dubbi sulla sua convenienza o opportude dalle circostanze di luogo e di tempo, nità, nel senso che, messi sui due piatti dalla persona contro cui l’atto si dirige, dal- della bilancia il male necessario (nell’uso le persone che lo compiono, dalla gravità di certi mezzi) e il bene possibile, il secondelle colpe e dalla impossibilità di ricorrere do prevalga. Inutile dire quanto questa ad altri rimedi. Avevano ragione o torto i soluzione sia difficile. cospiratori del 20 luglio [...] Nel dramma di 1944 nel tentare di ucCamus, I giusti, uno IL TEMA DEL TIRANNICIDIO cidere Hitler?1 Aveva le dei protagonisti, il VA ESAMINATO CASO PER stesse ragioni l’anarchirivoluzionario, proCASO, VALUTANDO co Bresci nell’uccidere clama: «Noi ucciLA CONTRADDIZIONE FRA Umberto I?2 diamo per costruire PRINCÌPI MORALI E GLI [...] Il problema è reso un mondo ove più OBIETTIVI POSITIVI più complesso dal fatnessuno ucciderà», CHE SI PERSEGUONO to che la stessa azione applicando la massima secondo cui il fine giustifica i 1 Il 20 luglio 1944 un gruppo di ufficiali mezzi, e annunciando un fine che non può tedeschi preparò un attentato, che fallì, per non essere universalmente riconosciuto eliminare Hitler e stipulare un armistizio con gli come moralmente nobile. angloamericani. La repressione fu molto dura e Ma la sua compagna lo interrompe: «E numerosi ufficiali coinvolti si suicidarono. se così non fosse?». Quante volte nella 2 L’assassinio del re Umberto I fu commesso storia è stata compiuta un’azione monel 1900 per vendicare le vittime dell’eccidio di ralmente riprovevole con intenzione di Milano del 1898, ordinato dal generale Bava perseguire uno scopo nobile, ma poi Beccaris per reprimere alcune manifestazioni popolari contro l’aumento del prezzo del pane. «non è stato così»?

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CINEMA E STORIA Regia: Sofia Coppola Interpreti: Kirsten Dunst: Maria Antonietta Jason Schwartzman: Luigi XVI Asia Argento: Madame du Barry Marianne Faithfull: Maria Teresa d’Austria Jamie Dornan: Conte Fersen Aurore Clément: Duchessa di Chartres Paese: Stati Uniti/Francia/Giappone Anno: 2006

Marie Antoinette

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a quindicenne Maria Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena, figlia dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, si trasferisce da Vienna a Versailles per sposare l’erede al trono francese, il futuro Luigi XVI. Il matrimonio, organizzato dalle rispettive diplomazie per motivi politici, è assai deludente: il coniuge, che le era stato descritto come un uomo attraente, si rivela noioso e goffo, mentre la corte e il popolo di Francia non sembrano apprezzare molto la nuova regina, conosciuta ormai con il nome di Maria Antonietta. Lei d’altra parte si comporta da donna frivola e viziata, impegnata nel dilapidare ingentissime somme di denaro per i più inutili capricci, apparentemente ignara delle responsabilità che le spettano in quanto sovrana. Le vicende personali e i drammatici avvenimenti legati alla Rivoluzione francese la porteranno tuttavia a dimostrare inatte-

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se doti di sensibilità, di dignità regale e di saggezza politica.

Ha così messo a punto uno stile accattivante, che cerca in vari modi di unire il passato e il presente.

Avvenimenti del passato e modernità dello stile

L’effetto di shock

Tratto liberamente dalla biografia Maria Antonietta - La solitudine di una regina (2002) di Antonia Fraser, il film ripropone la figura storica di Maria Antonietta in chiave moderna e per certi aspetti provocatoria. In particolare, la regista Sofia Coppola ha voluto vedere nei capricci e nelle frivolezze della consorte del re di Francia un atteggiamento analogo a quello di qualsiasi ragazza, di oggi e di ieri, nata e cresciuta tra privilegi e agiatezza. Lavorando sul linguaggio proprio del cinema, la regista ha suggerito un’affinità tra i pensieri e le emozioni di Maria Antonietta, vissuta più di due secoli fa, e le esperienze di un’adolescente degli anni 2000, magari ricca e un po’ viziata.

Il recupero del passato avviene unendo l’ambientazione storica tradizionale e gli abbondanti riferimenti alle abitudini e alle mode di oggi. Basti pensare che le innumerevoli scarpe della regina e delle sue favorite sono state realizzate da uno dei più fantasiosi stilisti contemporanei: lo spagnolo Manolo Blahnik. Allo stesso modo, gli spettacolari dolciumi di cui le aristocratiche ragazze si saziano senza freni sono opera di Ladurée, noto marchio di pasticceria parigino. Tutto il film si caratterizza per la ricerca dello shock visivo, come si vede dai colori usati per i vestiti e le pettinature, che fanno a gara per colpire lo sguardo: oro, malva, fucsia e vari tipi di rosa sono le tonalità che

Marie Antoinette

ERRORI O SCELTE CONSAPEVOLI?

Scheda cinema Marie Antoinette

spesso predominano, come si può vedere dalla locandina stessa del film, riportata in queste pagine. Dal punto di vista della narrazione, il film alterna le scene descrittive, i grandi quadri d’insieme ispirati alla pittura del passato, al ritmo veloce, incalzante, debitore della comunicazione pubblicitaria e dei video musicali.

L’importanza della musica La colonna sonora rappresenta un aspetto importante della rilettura moderna, dichiaratamente «pop», del personaggio di Maria Antonietta e della vita di corte presso la reggia di Versailles. A fianco di compositori del passato come Antonio Vivaldi e Domenico Scarlatti sono stati inseriti brani rock, punk, e altre canzoni dai toni aggressivi oppure malinconici e romantici. Il contrasto tra l’ambientazione settecentesca e le sonorità moderne può creare un effetto un po’ straniante, ma presto lo spettatore si abitua ed è in grado di cogliere perfettamente il significato dell’accostamento.

Una riconosciuta accuratezza storica L’abbondanza di musica leggera e di situazioni vivaci, dinamiche, colorate non deve far pensare che Marie Antoinette sia un film superficiale. La rappresentazione della reggia e dei suoi giardini, la descrizione della vita a corte, i ritratti dei personaggi più importanti a cominciare da Luigi XVI, lo sviluppo stesso degli eventi sono dal punto di vista dell’accuratezza storica quanto di meglio può offrire un film pensato per il grande pubblico. Per il rigore e la ricchezza delle immagini l’opera di Sofia Coppola si è aggiudicata vari premi, tra cui l’Oscar assegnato a Milena Canonero per i costumi (va ricordato che la torinese Milena Canonero aveva già vinto due Oscar, il primo dei quali per un capolavoro come Barry Lyndon, 1975, di Stanley Kubrick, anch’esso di ambientazione settecentesca). Inoltre, a conferma del valore storico e didattico di Marie Antoinette, a Cannes una giuria di insegnanti e allievi ha attribuito al film il Premio del sistema educativo nazionale francese.

Dalla parte della regina Nel portare sullo schermo Maria Antonietta, la regista ha selezionato una parte della vita della regina, cioè il periodo che va dal trasferimento a Versailles fino all’abbandono della reggia, nel novembre del 1789, per volontà dei rivoluzionari. Della biografia di Antonia Fraser il film ha però conservato il giudizio fondamentalmente positivo sul personaggio storico, se non dal punto di vista politico, certamente da quello psicologico e umano. La studiosa inglese ha cercato di spiegare i comportamenti frivoli e gli errori politici di Maria Antonietta mettendoli in relazione con l’educazione ricevuta e con l’ambiente in cui la sovrana viveva. Una donna cresciuta tra i privilegi più esclusivi e educata a considerare il potere monarchico come diritto divino poteva comprendere soltanto a fatica gli importanti cambiamenti che si stavano manifestando in Francia e in Europa. Nonostante questo, sembrano dirci l’autrice del libro e la regista del film, Maria Antonietta seppe mostrare in molte occasioni intelligenza e virtù, evitando o quantomeno ritardando la fine della monarchia e con essa la distruzione della sua famiglia.

Lo stile del ilm, che mescola gli eventi storici con i riferimenti all’epoca odierna, facendo di Maria Antonietta una teenager dei giorni nostri, rende difficile distinguere gli eventuali «errori» dalle scelte registiche efettuate consapevolmente. Ecco un esempio: durante una passeggiata nei giardini di Versailles, Maria Antonietta si ferma a guardare il cielo, nel quale compare la scia di un aereo. È impossibile che gli autori di un ilm così accurato abbiano commesso un tale errore. È invece probabile che abbiano lasciato di proposito questo particolare per unire con leggerezza passato e presente.

UNA ROCKSTAR A VERSAILLES Il conte svedese Hans Axel von Fersen (17551810) ebbe davvero una storia d’amore con Maria Antonietta. Per dare un volto e un aspetto isico al conte, Soia Coppola ha afermato di essersi ispirata non al vero Fersen, ma a un musicista rock molto famoso negli anni Ottanta: Adam Ant. Una canzone di Adam Ant fa da sottofondo agli incontri tra la regina e il fascinoso Fersen.

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CINEMA E STORIA

La sequenza Una delle sequenze che evidenziano gli aspetti più frivoli della personalità di Maria Antonietta è quella in cui la moglie del delino di Francia, non ancora regina, si prepara per un grande ballo in maschera. Le immagini e le situazioni si susseguono veloci e colorate, legate da una vivace musica pop.

! Una parte dei preparativi è dedicata alla scelta delle stoffe per gli abiti della festa. Le amiche che siedono a fianco della regina furono davvero le due principali favorite. Si tratta di Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano, principessa di Lamballe (a sinistra), e Yolande de Polastron, duchessa di Polignac (a destra). Tutte e tre le ragazze applaudono ed emettono gridolini di gioia alla vista delle stoffe più pregiate.

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COME ORGANIZZARE UN’INQUADRATURA DI TIPO STORICO Luigi XVI fu consacrato re l’11 giugno 1775 nella cattedrale di Reims, secondo l’antica consuetudine. A diferenza di altri sovrani francesi, l’incoronazione di Luigi XVI non fu immortalata in quadri famosi. La regista non ha tuttavia rinunciato a proporre una sua visione dell’avvenimento, ispirata a fonti iconograiche di origine diversa. Come si nota nell’inquadratura del ilm !, la ricostruzione è molto

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Marie Antoinette

@ @ Una breve inquadratura ci mostra sullo sfondo qualcosa di particolare: un paio di scarpe sportive, la cui presenza nel XVIII secolo era del tutto improbabile. È evidente che non si tratta di un errore ma di un piccolo «scherzo» con il quale la regista ha voluto aggiungere alla scena un tocco di modernità.

accurata dal punto di vista delle scenograie, dei costumi, della fotograia, con aspetti pittorici immediatamente riconoscibili. Per averne una conferna si possono osservare alcune opere del passato. La disposizione delle igure e una serie di dettagli (il lampadario, le inestre) ricordano il dipinto di Jules Eugène Lenepveu (1819-1898) che raffigura l’incoronazione di Carlo VII avvenuta nel 1422 #. Il costume regale di Luigi XVI e il modo in cui è accomodato sono però assai simili a una miniatura del Quattrocento che illustra lo stesso evento, tratta da una raccolta di poesie di Martial d’Auvergne @. Dal dipinto di Antoine-François Callet (1741-1823), ritrattista ufficiale del re, il ilm ha preso la mantellina di ermellino e la parrucca bianca $. Inine, si possono trovare ulteriori analogie nella celeberrima Incoronazione di Napoleone di Jacques-Louis David (1748-1825).

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# # I dolci raffinati e sontuosi rappresentano bene il lusso in cui vivono la regina e la sua cerchia di amici, e costituiscono uno degli elementi visivamente più suggestivi del film.

$ $ Il carlino era una razza canina molto diffusa tra l’aristocrazia e le persone abbienti, che trattavano questi animali in modo a dir poco principesco. Maria Antonietta fu molto affezionata a un cagnolino simile ma, come si vede nella prima parte del film, non le fu permesso di portarlo con sé in Francia.

% % Maria Antonietta divenne famosa per le sue pirotecniche acconciature, opera di monsieur Léonard, il famoso parrucchiere che qui vediamo ricevere i complimenti dalla futura regina.

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TECNICA E SCIENZA

Genialità e desiderio di conoscenza

Geniali inventori fecero della Gran Bretagna l’oicina del mondo. Ma in Gran Bretagna vi era anche un incredibile desiderio di conoscenza scientifica. La tecnica senza la scienza non sarebbe infatti andata molto lontana.

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Adolph von Menzel, un'officina nel 1872. Amburgo, Kunsthalle.

Genialità e desiderio di conoscenza Immagine commentata La macchina a vapore

Il prodigio della macchina a vapore Non fu frutto di un’intuizione isolata, bensì di un lavoro di ricerca durato circa un secolo. Ma una volta inventata, la macchina a vapore aprì agli uomini una nuova epoca, quella del treno lanciato alla «folle» velocità di 22,5 chilometri orari.

di Nadeije Laneyerie-Dragon

Il vuoto e la pressione Alla fine del XVIII secolo venne inventata la macchina a vapore, grazie soprattutto alle scoperte avvenute nella metà del XVII secolo sul vuoto e sulla pressione atmosferica. Prima del 1643, quando fu inventato il barometro, tutti gli esperimenti volti a

sfruttare la potenza motrice del fuoco trovarono ostacolo nella mancanza di conoscenze dei fenomeni fisici di base (ad esempio: il vuoto parziale creato per condensazione di vapore acqueo era ignorato, perché a sua volta era ignorata l’esistenza del vuoto). Di conseguenza la pressione atmosferica era un argomento del tutto sconosciuto. La situazione cambiò radicalmente alla fine del XVII secolo con l’invenzione del barometro e la scoperta delle pompe ad aria. Si scoprì così non solamente che la pressione atmosferica esiste, ma anche che essa esercita una forza considerevole. Otto von Guericke, in un esperimento del 1645, rese evidenti i rapporti meccanici fondamentali che legano la pressione atmosferica al vuoto e introdusse l’idea decisiva per la futura invenzione della macchina a vapore, ovvero quella di creare il vuoto sotto un pistone. Bisognerà attendere però gli inglesi Thomas Savery e Thomas Newcomen per vedere realizzate le prime vere efficaci macchine atmosferiche. La macchina di Watt venne usata per togliere l'acqua dalle miniere. Liverpool, National Museum and Galleries on Merseyside.

In particolare, il funzionamento della macchina di Thomas Newcomen del 1712 si basava sul vuoto causato dalla condensazione del vapore in un cilindro; a sua volta, il cilindro muoveva un pistone collegato a una traversa in grado di svolgere un movimento alternato. Il vapore non era utilizzato per muovere il pistone: il suo scopo era quello di creare il vuoto. Il pistone era mosso verso il basso dalla normale pressione e la pompa faceva da contrappeso. La macchina a vapore era stata inventata. Venne subito utilizzata con successo per pompare acqua dal fondo delle miniere. Questa macchina aveva però un grave difetto: un eccessivo dispendio di vapore; il che implicava un elevato consumo di energia. Chi comprese e corresse questo difetto fu James Watt, che rese la macchina a vapore uno strumento universalmente utilizzabile. Per questo viene considerato il vero padre della macchina a vapore.

Il successo di Watt James Watt proveniva da una famiglia scozzese di non comune cultura. Il nonno era stato insegnante di matematica e di elementi di navigazione, e possedeva una ricca biblioteca scientifica; il padre commerciava strumenti scientifici e nautici. A 19 anni James si trasferì a Londra per lavorare presso una nota bottega dove si fabbricavano strumenti scientifici. Ma non vi rimase a lungo. Ben presto venne richiamato in Scozia dall’Università di Glasgow con l’incarico di perfezionare la «macchina a vapore di Newcomen». Dopo un attento studio Watt ne comprese il difetto: a causa del continuo raffreddamento del cilindro, la macchina di Newcomen consumava più vapore di quello che la caldaia produceva. Per

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TECNICA E SCIENZA ovviare a questo problema, decise di chiudere il cilindro con un coperchio e di costruire un condensatore separato che, mantenendo caldo il cilindro, evitasse la notevole dispersione di calore e l’elevato consumo di energia. Nel 1769 Watt chiese e ottenne il brevetto per «un nuovo metodo per diminuire il consumo di vapore e combustibile nelle macchine a vapore». L’inventore non aveva però i soldi per produrre la nuova macchina; la disponibilità di denaro arrivò solo quando conobbe Matthew Boulton, uno dei più importanti industriali inglesi. Così, nel 1775, Watt iniziò a costruire le prime macchine a vapore nelle officine di Soho, presso Birmingham, e la sua invenzione incominciò a essere impiegata industrialmente. Negli anni successivi Watt apportò alla sua invenzione notevoli perfezionamenti, che consentirono di ottenere rendimenti della macchina sempre maggiori. La versione definitiva e collaudata della macchina a vapore di Watt risale al 1788. Con l’introduzione di un meccanismo di trasformazione del moto alternato in moto rotatorio fu possibile utilizzare la macchina a vapore per muovere merci e persone. Una nuova epoca era iniziata.

Dalla macchina alla ferrovia Nel 1801 l’inglese Richard Trevithick (17711833) costruì un prototipo di treno a vapore che brevettò nel 1802; nel febbraio 1804 venne data una prima dimostrazione pubblica: la locomotiva di Trevithick percorse più di quindici chilometri. Il motore pesava cinque tonnellate. Il mezzo realizzato comprendeva, inoltre, un rimorchio di cinque vagoni che contenevano dieci tonnellate di ferro e ospitavano settanta uomini a bordo. La riuscita di Trevithick fu incontestabile: la sua invenzione ebbe un gran successo. Ma fu sicuramente George Stephenson (1781-1848) il primo a introdurre il concetto di binario costruendo locomotive dotate di ruote. Nel 1825 la locomotiva di Stephenson inaugurò la prima linea commerciale per il trasporto esclusivo di merci tra le città di Stockton e Darlington. Il 15 settembre 1829 venne inaugurata la prima linea per il trasporto dei passeggeri da Liverpool a Manchester. Quel giorno, una folla incredula assistette al passaggio del treno lanciato alla «folle» velocità di circa 22,5 chilometri orari!

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Il segreto del successo tecnologico inglese di Joel Mokyr

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e si è d’accordo che alla base della rivoluzione industriale ci fu qualcosa che chiamiamo creatività tecnologica, allora è opportuno interrogarsi sui fattori che ne furono responsabili. Tanto per cominciare, la Gran Bretagna non pare aver goduto un vantaggio particolare nella realizzazione di macroinvenzioni: un gran numero di queste ultime venne realizzato all’estero, in particolare in Francia. [...] Qualsiasi periodo di efficace creatività tecnologica richiede sia salti di qualità fondamentali che piccoli miglioramenti incrementali, spesso anonimi, che hanno luogo nell’ambito di tecniche note. La chiave del successo tecnologico britannico fu il suo vantaggio relativo in fatto di microinvenzioni. [...] Le prove a favore dell’affermazione secondo cui il vantaggio relativo della Gran Bretagna risiedeva nel perfezionamento piuttosto che nell’originalità derivano in parte da fonti contemporanee. Un commento frequentemente citato è quello di uno stampatore di calicò1 svizzero che nel 1766 osservò che un oggetto, per essere perfetto, doveva essere inventato in Francia e rielaborato in Inghilterra. [...] Una verifica dell’ipotesi che la Gran Bretagna godesse di un vantaggio relativo in fatto di microinvenzioni è nell’instaurazione di flussi commerciali netti. Le economie tendono a specializzarsi nell’area in cui dispongono di un vantaggio relativo. L’economia britan-

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Calicò: tessuto di cotone grezzo.

Il successo tecnologico inglese non derivò dalle macro invenzioni bensì dalla realizzazione di piccole invenzioni scaturite da grandi idee.

Macchine che cardano e tingono il cotone nella versione meccanica di una fabbrica a Lancashire, in Inghilterra.

Genialità e desiderio di conoscenza

L’autore Joel Mokyr (1946) è uno storico statunitense interessato alla storia della tecnologia. Insegna presso la Northwestern University e tra i suoi scritti ricordiamo: L’economia della rivoluzione industriale (1985); Storia di venticinque secoli di cambiamento tecnologico (1990); Leggere la rivoluzione industriale. Un bilancio storiografico (1997).

nica, parlando per approssimazione, era importatrice netta di macroinvenzioni ed esportatrice di microinvenzioni e perfezionamenti minori. Naturalmente dobbiamo considerare tale specializzazione come una tendenza generale, ma a grandi linee la distinzione regge. Alla vigilia della rivoluzione industriale la Gran Bretagna non era ai primi posti del mondo scientifico né poteva vantare un sistema educativo particolarmente efficiente. […] La Gran Bretagna formava la maggior parte dei suoi ingegneri e meccanici attraverso il tradizionale sistema di apprendistato, senza affidarsi a un’istruzione formale specifica. In un campione di 498 scienziati applicati e ingegneri nati tra il 1700 e il 1850 […] 329 (circa i due terzi) non ebbero alcun tipo di istruzione universitaria. Eppure si trattava di persone che avevano sete di conoscenze tecniche, applicate e

pragmatiche, che desideravano sapere come fare le cose e come farle a buon mercato e durevoli. Alcuni di essi studiarono presso le università scozzesi o le accademie dissenzienti, ma molti erano autodidatti o avevano acquisito le loro conoscenze frequentando personalmente esperti, biblioteche, conferenzieri itineranti e istituti di meccanica. […] Nella misura in cui i progressi tecnologici non richiedevano una comprensione di fondo delle leggi della fisica o della chimica su cui erano basati e potevano essere realizzati da brillanti ma intuitivi meccanici e tenaci sperimentatori, la capacità britannica di creare o adattare nuove tecnologie fu somma. […] Inoltre, alcune delle industrie specializzate in Gran Bretagna prima del 1760 richiedevano abili meccanici. La manifattura di orologi e strumenti, le costruzioni navali, la fabbricazione del ferro, la stampa, la finitura della lana e l’attività estrattiva richiedevano un livello di competenze tecniche che riuscirono utili quando si trattò di tradurre nuove idee da progetti a modelli e da modelli a prodotti reali. […] Dietro i grandi ingegneri, c’era la schiera molto più numerosa di artigiani e meccanici qualificati, dalla cui abilità e destrezza dipesero i massimi inventori e il successo tecnologico britannico. Questi lavoratori sconosciuti ma capaci assicurarono un flusso cumulativo di anonime e piccole ma indispensabili microinvenzioni senza le quali la Gran Bretagna non sarebbe divenuta l’officina del mondo. […] Decine di riviste e di volumi di atti di società scientifiche videro la luce prima del 1800, per lo più dopo il 1760. Una brama diffusa di conoscenza penetrò in Gran Bretagna fin nelle più piccole cittadine del regno, dove erano molto richiesti i conferenzieri itineranti. Gran parte di questa cultura scientifica provinciale era privata, meritocratica, non elitaria e pertanto in conflitto in qualche modo con l’establishment sociale. Le persone che lavoravano all’applicazione dei princìpi della fisica, della chimica e della biologia nel loro lavoro quotidiano erano assetate di innovazioni. In questo ambiente sarebbero prosperate le microinvenzioni, il graduale perfezionamento delle idee pionieristiche. Nelle prime fasi della rivoluzione industriale quest’abilità fu la chiave del successo tecnologico britannico.

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VITA QUOTIDIANA

Maternità, alimentazione, moda, lavoro: tutto muta contemporaneamente in Europa tra Settecento e Ottocento. Ha così inizio quel tumultuoso processo che porta alla società attuale con i suoi valori ma anche con le sue contraddizioni.

Riccioli al vapore e vita grama Anonimo, Ritratto di Maria Antonietta, 1775 ca. Saint-Quentin, Museo Antoine-Lécuyer.

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Riccioli al vapore e vita grama

Nasce il rapporto tra madre e figlio così come lo conosciamo oggi di Mirella Serri

La mamma è mamma di un cittadino «Merita ogni venerazione e rispetto la donna che si trova in questo stato... per cui ogni buona polizia deve cercare di proteggerne la dignità...», così recita un testo di polizia medica della metà del Settecento, esortando i responsabili dell’igiene e dell’ordine pubblico alla cura e alla protezione delle donne in stato di gravidanza. Un ammonimento oggi per noi totalmente scontato da essere quasi superfluo, ma che lasciava stupiti gli uomini del tempo. Si trattava infatti di una delle prime prese di posizione pubbliche in cui ci si preoccupava esplicitamente della salvaguardia e della tutela delle donne in gravidanza. Il rapporto di polizia metteva in luce come la donna in stato interessante portasse nel suo ventre dei «cittadini» in erba, fulcro dell’umanità a venire: le mamme acquisivano improvvisamente un rilievo e un’importanza mai avuti prima.

e culture occidentali. Al contrario, nella mentalità dell’uomo medievale e di quello rinascimentale non c’era affatto un posto di rilievo per le mamme. Dopo il parto era diffusa la consuetudine di mandare a balia l’infante. E la madre non aveva alcuna voce in capitolo: nella Firenze del Cinquecento erano addirittura i padri a scegliere la persona più adatta al delicato compito. Appena finito il cosiddetto «baliatico» (28-30 mesi, quanto durava l’allattamento), la genitrice non era considerata adatta all’educazione dei figli. «Sì tosto che più non ciucciano il latte, toglili dal fianco di tutte le donne et precipuamente

da quello dell’istessa madre, né lasciagli più a quelle vedere fin che non siano usciti de tutta la vezzosa età», consigliava un anonimo del Cinquecento. Come mai? Ne riassume le ragioni il filosofo Montaigne, osservando che la donna opera nei confronti dei pargoli «scelte sempre ingiuste e cervellotiche». Circondati da uno stuolo di precettori, tate e servitori, i piccini di sangue blu crescono affidati alle cure di una molteplicità di inservienti; i ragazzetti meno abbienti, invece, spesso abbandonano la casa natale e vengono rilevati dai cosiddetti «genitori affidatari» per far da garzoni, apprendisti, aiutanti. Oppure,

Niente mamme, ma balie e precettori Nei confronti della maternità vi è un preconcetto difficile da sradicare: che il rapporto madre-figlio come oggi lo concepiamo – con la figura materna al centro nell’esistenza della prole – sia stato pressappoco lo stesso in tante epoche

Carl Herpfer, Madre e bambino, 1869. Collezione privata.

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VITA QUOTIDIANA ancora in fasce, sono deposti sul sagrato di qualche chiesa o convento, oppure vivono quasi da soli, abbandonati tutto il giorno, nelle campagne. Ancora nel 1811 è così alto il numero di bambini che nelle zone montuose della Calabria finiscono nei precipizi o nei dirupi che le autorità raccomandavano alle «madri – chiamate ai lavori domestici o campestri – che mantenessero legati i loro figlioli a un palo ficcato innanzi alle porte delle proprie case in modo da non far correre loro ulteriori pericoli». Insomma, per secoli nella cultura occidentale non è la madre l’essere delegato per eccellenza all’educazione e alla cura dei bambini. Un’eccezione è rappresentata dagli Ebrei. Mamme quasi bambine, le ragazze giudee andavano spose verso i sedici-diciotto anni. Sconosciute le balie, inesistenti nelle comunità torinesi, fiorentine e veneziane i trovatelli, che erano invece molto diffusi nel mondo cattolico. I figli vengono considerati un affare esclusivamente di famiglia.

Aumenta la centralità del bambino Un cambiamento nel rapporto madre-figlio si verifica tra Settecento e Ottocento con l’Illuminismo e la Rivoluzione francese. Mentre diminuiscono le nascite, il bambino diventa sempre più il principe della casa, cresce di prestigio la figura della madre. Rousseau, nell’Émile, esalta il legame affettivo che nasce dalla vicinanza fisica. Intanto, si diffonde tra le donne la coscienza dei propri diritti, tra cui quello alla maternità e all’assistenza dei figli. Di conseguenza i magistrati cominciano a prendere in considerazione, in caso di separazione, l’affidamento dei figli alle madri, consuetudine che si diffonde per tutto l’Ottocento. Nell’Italia unita la donna viene incoronata regina del focolare. È l’esaltazione della mamma nutrice e devota, capace soprattutto di abnegazione e rinuncia, il cui modello è destinato a durare. E oggi che immagine ne abbiamo? L’essere buona madre comporta senza dubbio la conoscenza dei propri diritti; il che implica la capacità di organizzare il proprio tempo e quello famigliare in relazione alla vita sociale. In sintesi, l’essere cittadina-madre.

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Che cosa mangiavano i poveri? Minestra e un tozzo di pane? Meglio le patate, la polenta o la pasta. Le nuove abitudini alimentari che si difusero nell’epoca della rivoluzione francese e della rivoluzione industriale. di Maria Rosa Sobrero

Un’alimentazione scarsa Che cosa mangiavano i più poveri nell’Europa della Rivoluzione francese e della prima rivoluzione industriale? Le abitudini alimentari erano strettamente legate alle produzioni locali. Nella regione mediterranea, per esempio, si tendeva a coltivare il grano più che la segale e la frutta era molto più abbondante che nell’Europa settentrionale. Allo stesso modo variavano le bevande: nell’Europa meridionale si beveva vino; birra al Nord; sidro in Bretagna e in alcune parti dell’Inghilterra. In ogni caso si mangiava poco. L’alimentazione di base era costituita da minestre di verdura e pane. La carne era un cibo assai raro.

La scoperta della patata Fu proprio la fame che favorì la straordinaria affermazione di due prodotti: la patata e il mais. Forse la novità più importante nella dieta degli Europei all’epoca della rivoluzione industriale fu proprio l’introduzione della patata. Nota sin dalla fine del XVI secolo, la patata cominciò ad avanzare lentamente in Europa, partendo dall’Irlanda. Verso la fine del Settecento, quando il prezzo del

frumento aumentò in conseguenza dei cattivi raccolti, l’uso della patata si fece strada praticamente in tutta Europa. In Francia, per esempio, si diffuse in quasi tutte le regioni; in Germania, nel 1815, era già ampiamente coltivata.

Riccioli al vapore e vita grama

Pietro Longhi, La polenta, 1740 ca. Venezia, Ca’ Rezzonico.

L’Italia della polenta In alcune aree europee e nell’Italia nord-orientale, la coltivazione del mais era già praticata alla fine del Cinquecento. Tuttavia, anche per questo prodotto, la diffusione più consistente si realizzò nella seconda metà del Settecento. Nel 1778 Giovanni Battarra, un agronomo di Rimini, scrisse a proposito del mais: «Figlioli miei se vi foste incontrati nel 1715, che i vecchi hanno sempre chiamato l’anno della carestia, quando ancora non c’era l’uso di questo tipo di grano, avreste visto la gente morire di fame. Ora invece è piaciuto a Dio di introdurre questo tipo di grano, così se succedono annate scarse di frumento si può utilizzare un cibo che in sostanza è buono e nutriente». In effetti, la polenta divenne la base dell’alimentazione dei contadini dell’Italia del Nord. Spesso, anzi, era l’unica cosa che mangiavano e questo li condannava a una malattia mortale. Il mais, infatti, non contiene la niacina, Vincent van Gogh, I mangiatori di patate, 1885. Amsterdam, Van Gogh Museum.

una vitamina indispensabile per l’organismo. Così i contadini che mangiavano solo polenta si ammalavano di pellagra, una malattia terribile che si manifesta con piaghe su tutto il corpo e conduce alla pazzia e alla morte.

«Mangiamaccheroni» Un altro prodotto che si affermò nell’epoca della rivoluzione industriale fu la pasta. Nell’Italia centro-meridionale, questo alimento si impose con la stessa funzione delle patate o della polenta nell’Italia settentrionale. Il consumo della pasta, in realtà, risale all’antichità: per esempio, gli spaghetti sarebbero stati inventati dai Cinesi 1000 anni prima di Cristo. Tuttavia la pasta restò a lungo poco diffusa: i siciliani verso il 1500 venivano definiti «mangiamaccheroni», proprio per sottolineare la singolarità della loro abitudine di cibarsi della pasta. Il successo di questo alimento ha origine nella Napoli del Seicento. In quell’epoca i napoletani iniziarono a sostituire il consumo di carne con la pasta, tanto

che nel Settecento strapparono ai siciliani il soprannome di «mangiamaccheroni». All’epoca la pasta si mangiava senza nessun condimento o con un po’ di formaggio grattugiato. Sarà solo verso il 1830 che si inizierà a condirla con la salsa di pomodoro: un’idea geniale che ha reso «mangiamaccheroni» tutti gli Italiani.

Pane di gesso e latte di cavolo Le sofisticazioni alimentari erano una pratica già diffusa alla fine del Settecento, anche se conobbero un’impennata intorno al 1850. Già nel 1771, c’era chi notava: «Il pane che mangio a Londra è un impasto deleterio, a cui sono mescolati gesso, allume e ceneri d’ossa, dal gusto insipido e dall’effetto distruttivo per la salute. Non ho bisogno di soffermarmi a parlare di quel pallido e infetto miscuglio che chiamano «fragole», insozzate e sbattute da manacce unte di grasso in una ventina di cestini incrostati di sudiciume, e poi servite con il peggior latte, ispessite con la peggior farina per formare una pessima imita-

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zione della crema. Il latte, prodotto da foglie di cavolo appassite e da feccia acida, stemperato in acqua calda, fatto spumeggiare con lumache ridotte a minuti frammenti, portato in giro per le strade in secchi scoperti».

Nella borsa della spesa Alla fine dell’Ottocento anche l’Italia compì la sua rivoluzione industriale. La condizione degli operai in una città come Torino non era certo florida, anche se senza dubbio migliore rispetto a quella dei loro colleghi inglesi o francesi di inizio secolo. Da un’inchiesta sappiamo che la maggioranza (63%) di questi operai (una famiglia media era composta da sei persone: due genitori e quattro figli) occupava abitazioni di due camere, e la minoranza (36%) alloggi di una sola stanza. Il numero delle camere, man mano che i figli aumentavano, invece che crescere si riduceva, perché la diminuzione dell’affitto era la prima economia che si imponeva quando le altre spese aumentavano. Le dimensioni del nucleo familiare, peraltro, non influivano in modo significativo sulla scelta dei cibi e delle bevande: un caso particolare era rappresentato dal vino, che la maggior parte delle famiglie non poteva permettersi più di una volta la settimana e solo poche persone potevano consumare tutti i giorni. Pane, minestra, latte e verdura formavano la base essenziale dell’alimentazione. Come in tutte le classi popolari, la carne rappresentava un lusso domenicale. In questo caso però più che per motivi di carattere economico, per un pregiudizio che risale alle origini contadine di questo proletariato urbano: nella Torino di fine Ottocento 1 chilo di pane costava quanto 3 etti di carne. Quanto alle spese voluttuarie, l’unica voce era il tabacco, una spesa che si concedeva il 96% degli operai. A questa spesa voluttuaria regolare si dovevano aggiungere le bevute, anzi, le «sbornie», quando arrivava qualche guadagno straordinario, le gite in campagna e una «vestimenta nova» che per molti rappresentava uno dei sogni più alti e più lontani.

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Così la Francia perse la battaglia della moda con l’Inghilterra L’età napoleonica riportò in voga gli abiti d’ispirazione grecoromana. Alle tuniche si aggiunsero poi i veli per celare il corpo nudo. Ma alla ine dell’età napoleonica a predominare in Europa fu la moda inglese. L’anglomania attraversava tutte le classi.

di Daria Galateria

Nuova eleganza dopo il Terrore Da quando Robespierre e il suo rigore finirono in disgrazia, in Francia si sentì il bisogno di rinnovare il piacere della frivolezza. Si abbandonarono gli abiti rivoluzionari nel timore di essere riconosciuti e puniti come giacobini. Dal 1795, tutto ciò che ricordava il tempo buio del Terrore venne bandito e maledetto. Persino l’andatura e lo sguardo dei cittadini francesi diventarono più disinvolti. Nel pieno del Terrore si camminava a testa bassa, le spalle raccolte in un atteggiamento di difesa e circospezione, volgendo gli occhi a destra e sinistra per controllare; il Termidoro impose invece all’andatura un’inclinazione all’indietro di almeno trenta gradi. I nuovi eleganti ostentavano, in opposizione allo sguardo sfuggente del passante spaventato, così diffuso all’epoca del Terrore, un intenso e un po’ ottuso esame attraverso l’occhialino. Era l’ora dei «moscardini», i giovani della buona società termidoriana così chiamati per la pastiglia di muschio che portavano con loro per lenire l’irritazione della gola. I moscardini facevano moda, incedevano con passo sicuro per le vie di Parigi avvolti nelle loro redingotes (giacche lunghe, strette alla vita) verde bottiglia, il colore – dicevano – di Charlotte Corday,

Abito maschile da mattino. Frac à l’anglaise, cappello alla Jockey, stivali, 1787. Parigi, Galleria delle mode e dei costumi. 

Riccioli al vapore e vita grama l’assassina di Marat. I bottoni erano di madreperla, il bavero grande, fiorato; al di sotto un gilet inquadrava la cravatta di mussola gonfia e soffice che arrivava fino quasi al naso. Gli scarpini erano piatti, a punta, lievissimi. In mano portavano un nodoso bastone per tenere buoni i giacobini. Un’eleganza insolente e persino irrispettosa. Qualcuno si azzardò a riportare in voga il tricorno, modello dell’Antico regime, e le culottes con le calze di seta come ai tempi di Luigi XVI; invece la moda volle il cappello con sole due punte, come gli ufficiali, da indossare con una punta in avanti, «da parata», oppure nella disposizione frontale, «da battaglia».

A memoria della ghigliottina tra rosso sangue e nudità Quasi a ricordare le sofferenze procurate dalle tante condanne alla ghigliottina, le signore si incipriavano il viso di un bianco cadaverico, frequentavano il «Ballo delle vittime», esclusivo ritrovo per quanti ave-

vano perso almeno un parente – meglio se di primo grado – sotto la lama. Indossavano a proposito uno scialle di colore rosso e un nastrino purpureo stretto sul collo, a memoria del sangue che aveva bagnato i loro congiunti. I capelli erano tagliati corti, a ciuffetti sulla nuca, come avveniva ai condannati poco prima di salire al patibolo. Ma le donne francesi non avevano per questo perso il gusto della seduzione: i loro abiti erano leggeri, di mussolina che veniva bagnata per essere resa trasparente. In spregio alla virtù repubblicana, mostravano scollature irriverenti, o appena coperte da veli e pizzi, portati con gran disinvoltura anche durante gli inverni rigidissimi. «Il sistema delle nudità velate è micidiale per le signore», affermavano i medici nel 1797, che ne avevano viste finire di consunzione più in quell’inverno che nei precedenti quarant’anni.

La leggerezza della moda greca Aspettando che Napoleone costruisse l’impero, le signore inauguravano la moda alla greca avvolte nei lunghi panneggi delle tuniche. Erano tutte in bianco (nonostante le vesti si annerissero per

François Gérard, Giuseppina imperatrice dei Francesi, 1807-08. Fontainebleau, Museo nazionale del castello.

strada) e portavano in testa un nastro rigirato fra i riccioli, un buon sostituto della cuffia di merletto che aveva raggiunto prezzi da capogiro. La leggerezza dominava i tessuti, gli accessori, i modi. Le tuniche «alla Minerva» e «alla Cerere», gli abiti «alla Diana» e «alla Vestale» prediligevano la mussolina appena trasparente al lino. La scollatura era esaltata dalla cintura alta. Le calze erano di seta rosa o di un tenero color carne, all’occorrenza cinte da bracciali di brillanti. Per non appesantire la linea, alle tasche si era sostituita una borsa a mano, così piccola che era chiamata ridicule; il ventaglio andava invece infilato alla cintura. La levità era anche nei cappelli di paglia, nei colori giunchiglia e rosa, nelle braccia nude. L’eleganza era tornata autoritaria, la sua misura classica riprendeva il gusto greco-romano e s’impose per molti anni ancora.

L’anglomania Dall’Oriente si importavano allora oltre alle mussoline indiane, i turbanti e gli immensi, preziosissimi cachemire, che si portavano distesi a peplo, non ripiegati a triangolo. Napoleone ne aveva regalati molti a Giuseppina, per sedurla. I veri signori del tempo indossavano la tenuta all’inglese, anche se i tessuti d’oltremanica venivano confiscati alla dogana e non era cosa semplice introdurli in Francia per mandarli a far ricamare a Lione. Gli uomini vestivano la redingote blu, calzavano stivali lucidissimi e utilizzavano per cravatta una lunga striscia di batista arrotolata più volte attorno al collo. L’anglomania attraversava tutte le classi. La Francia, insomma, in guerra con l’Inghilterra, aveva già perso con lei la battaglia della moda. Chi poteva sfoggiava un lusso impensabile qualche anno prima. Le paillettes, un tempo proscritte dalla virtù repubblicana, trionfavano; così pure i gioielli, quelli veri, come il corpetto di diamanti indossato dall’incantevole Tallien, la giovane amante di Barras che era un membro del Direttorio. Mezzelune di brillanti scintillavano sui capelli corti e neri delle signore. Il taglio «alla Tito» era di gran moda, ma chi aveva ancora una capigliatura folta poteva dare volume ai riccioli esponendoli per un’ora al vapore di una pentola in ebollizione.

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VITA QUOTIDIANA

Riccioli al vapore e vita grama

Mulhouse come Londra, l’estrema povertà della classe operaia Louis René Villermé (1782-1863) abbandonò il mestiere di chirurgo nel 1818 per dedicarsi allo studio della questione sociale e delle disuguaglianze economiche. Membro dell’Accademia di Medicina e, dal 1848, del Comitato superiore di igiene, condusse numerose e celebri inchieste sulla condizione degli operai agli albori della civiltà industriale.

di Louis René Villermé

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e sole fabbriche di Mulhouse1 contavano, nel 1835, più di cinquemila operai alloggiati così nei villaggi circostanti. [...] Bisogna vederli arrivare ogni mattina in città e partirsene ogni sera. Vi è tra loro una moltitudine di donne, pallide, magre, che camminano a piedi nudi in mezzo al fango, e che, in mancanza del parapioggia, portano capovolto sulla testa, quando piove, il loro grembiule o la loro sopragonna, per ripararsi il viso e il collo, e un numero ancor più considerevole di piccoli bambini non meno sporchi, non meno smunti, coperti da stracci impregnati dell’olio dei telai, gocciolato su di loro mentre lavorano. [...] I più poveri abitano negli scantinati e nelle soffitte. Questi scantinati non hanno nessuna comunicazione con l’interno delle case: si aprono sulle strade o sui corsi, e vi si scende per mezzo di una

1 La città di Mulhouse si trova nell’Alsazia, nel Nord-est della Francia, al confine con la Germania lungo il Reno. Questa regione era caratterizzata, verso la metà dell’Ottocento, dalla presenza di numerose industrie metallurgiche che avevano richiamato migliaia di operai a vivere in quella zona.

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scala che serve molto spesso da porta e da finestra. Sono di pietra o di mattoni incurvati a volta pavimentati e hanno tutti un camino; questo dimostra che sono stati costruiti per servire d’abitazione. [...] Ed è in queste oscure e tristi dimore che mangiano, dormono ed anche lavorano un gran numero di operai. [...] In un rapporto fatto dalla Società Industriale di Mulhouse il 27 febbraio 1827, si stabiliva che la durata giornaliera del lavoro, nelle filature, era ordinariamente di 13 o 14 ore per i bambini (anche di 6 e

Vista ottocentesca della città di Mulhouse.

8 anni) come per gli adulti; e in un altro rapporto, fatto dalla stessa società il 31 maggio 1837, si trovano queste significative parole: «Vi sono delle fabbriche in Francia che trattengono i loro operai durante 17 ore ogni giorno, e i soli momenti di riposo durante queste 17 ore sono una mezz’ora per il pranzo e un’ora per la cena, e questo lascia 15 ore e mezza di lavoro effettivo...». Queste durate sembrano molto lunghe, potrei dire eccessive, tanto più che sono simili per tutti gli operai, non importa la loro età. [...] Le due industrie (quella della lana e quella del cotone) non esigono affatto, è vero, da parte dei bambini, che una semplice sorveglianza. Ma, per tutti la fatica risulta da una posizione troppo prolungata. Essi restano dalle 16 alle 17 ore in piedi ogni giorno, e per 13 ore almeno in una stanza chiusa, senza quasi cambiare posto o occupazione. Non è più un lavoro, un compito, è una tortura; e la si infligge a dei bambini da 6 a 8 anni, malnutriti, malvestiti, obbligati a percorrere dalle cinque del mattino la lunga distanza che li separa dalle loro fabbriche. Come possono resistere a tanta fatica questi sventurati che possono appena gustare qualche istante di riposo? È questo lungo, quotidiano supplizio che rovina principalmente la loro salute nei cotonifici, [...] a causa delle condizioni in cui vivono.

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resente al Giuramento della Pallacorda, giacobino e sostenitore di Robespierre, deputato all’Assemblea Costituente, Jacques-Louis David (1748-1825) ha seguito l’intero percorso della Francia rivoluzionaria e ne ha immortalato sulle sue tele i momenti salienti. Già in opere commissionate dal re Luigi XVI – per esempio nel famoso Giuramento degli Orazi del 1784 – David si segnalò come pittore impegnato a rappresentare temi di forte contenuto morale. Questa attitudine si rivelò particolarmente adatta al contesto culturale e politico della Rivoluzione francese, quando l’arte cominciò ad assumere un ruolo pubblico ino ad allora sconosciuto, con l’intenzione di trasmettere esempi di virtù e di educare i cittadini attraverso messaggi chiari e forti. David pensava che l’arte dovesse esaltare la forza, il valore, il senso del dovere come virtù tipiche di una nuova era rispetto all’epoca precedente caratterizzata da sentimenti deboli, deiniti sprezzantemente «efeminati». L’arte del periodo rivoluzionario doveva rappresentare uomini eroici, disposti a sofrire e a sacriicare se stessi per un’idea superiore, per la «volontà generale». Quest’ideale era stato incarnato alla perfezione da Marat, il soggetto della prima opera di David che presentiamo.

David, il pittore della rivoluzione e di Napoleone





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La morte di Marat

! Marat è immerso nella vasca da bagno, dove cercava di lenire i terribili dolori di un eczema che lo deturpava.

@ Marat viene ritratto già assassinato: il pugnale e il lenzuolo insanguinati sono gli unici segni del delitto. L’assassina, Charlotte Corday, non è raffigurata, quasi a volerne far perdere definitivamente la memoria. # I particolari sono ridotti all’essenziale e sottolineano la totale povertà in cui il «giusto» si ostinava a vivere. $ In mano ha ancora il foglio e la penna con cui stava compiendo il suo ultimo gesto in favore di un cittadino.

% In primo piano risalta la dedica che il pittore ha posto sul legno del tavolo sopra il quale Marat poggiava carta, penna e calamaio. È questo un modo per manifestare la propria commozione e, al tempo stesso, commentare l’accaduto, interpretandolo dal punto di vista morale e educativo.

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Questo dipinto fu una delle opere più importanti dell’arte igurativa a cavallo del XIX secolo. Raffigura la morte di Marat, uno dei leader del movimento giacobino, fondatore del giornale «L’amico del popolo» che aveva incendiato gli animi dei rivoluzionari. Marat cadde il 13 luglio 1793 sotto i colpi di pugnale di una giovane normanna, Charlotte Corday, una nobile, discendente del drammaturgo Pierre Corneille. La donna si era fatta ricevere da Marat che era immerso nella vasca da bagno, e a tradimento lo pugnalò. Così giustiicò il suo gesto di fronte al tribunale che la condannò a morte: «Ho ucciso un uomo per salvarne 100 000». Marat venne considerato dai rivoluzionari e dallo stesso David come un santo, un «martire» caduto per il riscatto del popolo. Immagine commentata - La morte di Marat

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A sinistra. Jacques-Louis David, La morte di Marat, 1793. Bruxelles, Museo Reale delle Belle Arti del Belgio. Sotto. Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Deposizione nel sepolcro, 16001604 ca. Roma, Pinacoteca Vaticana.

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^ La posizione del cadavere richiama in modo evidente il modello iconografico della Deposizione nel sepolcro di Caravaggio che rappresenta il corpo di Cristo, martire e salvatore dell’umanità. Il braccio abbandonato e la testa reclinata esprimono con efficacia il senso della morte; nel caso di Marat, la morte di un martire laico della rivoluzione, salvatore del popolo.

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David, il pittore della rivoluzione e di Napoleone

Napoleone in guerra Napoleone è qui dipinto nelle vesti del grande condottiero. Il pittore è Jacques-Louis David, il titolo del quadro è Napoleone che attraversa le Alpi, la data è il 1801. Bonaparte sta partendo per la seconda campagna d’Italia. La vittoria riportata a Marengo ha consolidato il suo potere, ma non è ancora un imperatore. È diventato Primo Console, ma la Francia è ancora una repubblica e il potere di Napoleone è ancora poco sicuro. Questa immagine ci presenta invece un comandante pieno di autorità, prestigio, avvolto nel manto rosso dei potenti, simbolo della forza guerriera, con il dito alzato per indicare la via. David credette sempre nelle capacità di Napoleone; non così Beethoven che, alla luce dei fatti, cambiò opinione.

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! Napoleone è ritratto a cavallo nell’atteggiamento del condottiero. Ma il ritratto equestre è anche tipico dei re: Napoleone dunque si fa raffigurare come uno dei tanti re del passato. Il cavallo bianco con le zampe levate sottolinea l’energia vitale e la volontà di conquista.

@ Il dito è puntato verso l’alto a indicare la direzione da seguire. Salire verso l’alto per valicare le Alpi, ma anche salire nella scalata verso il potere e verso la gloria, per sé e per la Francia. # Il mantello rosso, gonfiato dal vento, avvolge Napoleone. Il rosso, che rinvia al sangue e al fuoco, è il simbolo della forza del guerriero, del vigore e della determinazione del comandante che guida i suoi soldati e tutti i Francesi verso nuove vittorie. La forza e la vitalità sono sottolineate anche dalla presenza dell’oro sul cappello e sulla sciarpa. La potenza e il coraggio sono evidenziati dalla spada appesa al fianco. $ Sullo sfondo si vedono i soldati che salgono il costone della montagna, portando cannoni e armamenti. La salita è faticosa, resa più difficile dalle asperità del terreno e dal tempo poco favorevole. Gli uomini di Napoleone si accingono a un’impresa che ricorda quella di Annibale.

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% Il nome di Napoleone è scolpito sulla roccia come traccia indelebile che ricorda il passaggio del valoroso combattente e guida dei Francesi.

5 Jacques-Louis David, Napoleone che attraversa le Alpi, 1801. Rueil-Malmaison, Museo del castello.

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ARTE E STORIA

L’incoronazione di Napoleone

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David, il pittore della rivoluzione e di Napoleone David raffigurò in questo dipinto uno dei momenti fondamentali dell'eccezionale esistenza di Napoleone Bonaparte. Il quadro è molto grande (6 x 9 metri): dimensioni di questo tipo erano riservate in genere a soggetti di storia antica e non a temi contemporanei.

David in questo caso infranse le regole, dato che l’incoronazione di Napoleone fu un evento a lui contemporaneo. Al pittore furono necessari ben due anni di lavoro e una gran quantità di disegni preparatori per riprodurre sulla tela la cerimonia avvenuta a Parigi il 2 dicembre 1804. Jacques-Louis David, L’incoronazione di Napoleone, 1805-1807. Parigi, Louvre.

Immagine commentata L'incoronazione di Napoleone

! Il dipinto raffigura un momento della Storia, perciò David ricercò la precisione fin nei minimi dettagli: dalla riproduzione dei marmi della chiesa, all’ermellino della coppia imperiale, alla corona tenuta in alto dall’imperatore. @ Il pittore ha rappresentato il momento in cui, dopo essere stato consacrato imperatore da papa Pio VII, Napoleone si accinge a porsi autonomamente la corona sul capo.

# Gli alti dignitari di corte sono vestiti come da protocollo, con abiti risalenti al cerimoniale che veniva praticato ai tempi del re di Francia Enrico IV (1553-1610).

$ La madre di Napoleone, Letizia Ramolino, in realtà non era presente alla cerimonia, ma Napoleone volle che fosse dipinta nel palco d’onore in segno di omaggio. Poco più in alto nella tribuna compare anche il pittore David mentre compone il suo schizzo «dal vero».

% Sulla sinistra spiccano le sorelle dell’imperatore (Carolina, Elisa e Paolina), elegantemente vestite secondo la moda neoclassica che presto verrà chiamata «stile impero».

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^ L’abito di Napoleone è una tunica di raso bianco, ricamata in oro e bordata di una frangia. Quello di Giuseppina è un vestito a vita alta in raso broccato d’argento e ricamato in oro.

& Sia Napoleone che Giuseppina indossano uno splendido manto color porpora, il colore del potere, foderato di ermellino e ricamato in oro. Su quello dell’imperatore è ricamato un motivo che unisce il monogramma N alle api e alle foglie di olivo, alloro e quercia.

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ARTE E STORIA

Impariamo a riconoscere i simboli in un’immagine

Nelle opere d’arte vengono spesso rappresentati oggetti che assumono un signiicato simbolico, rimandano cioè a qualcosa di diverso da quello che sono. I simboli servono all’artista per rappresentare delle sensazioni e dei concetti difficili da esprimere. Per interpretare l’immagine e il suo signiicato simbolico occorre quindi: ƒ conoscere il signiicato dei simboli; ƒ riconoscere il personaggio, l’ambiente o l’avvenimento a cui l’immagine si riferisce; ƒ conoscere il contesto storico in cui l’opera è stata realizzata e il suo autore; ƒ individuare eventuali riferimenti ad altri periodi storici.

I SIMBOLI PIÙ FREQUENTI I simboli nell’arte sono moltissimi; qui ne indichiamo solo alcuni fra i più difusi, ma puoi conoscerne altri consultando un dizionario dei simboli. ƒ Alloro o lauro: come tutte le piante sempreverdi indica l’immortalità; per questo è il simbolo della gloria sia militare sia culturale. ƒ Aquila: regina degli uccelli, rappresenta l’autorità imperiale. ƒ Bastone: ha diversi signiicati; può essere un’arma anche magica (ad esempio la bacchetta delle fate o dei maghi), un sostegno e un appoggio (per il pastore o per il pellegrino o ancora il pastorale per il vescovo), un segno di comando (nella versione dello scettro). ƒ Bilancia: è il simbolo della giustizia, della misura, dell’equilibrio, perché serve a soppesare le azioni, quindi della legge. ƒ Corona: il signiicato di questo oggetto deriva da tre fattori: 1. è circolare, quindi indica una forma perfetta, come il cielo; 2. si pone sulla testa, quindi indica la mente ma anche un dono venuto dall’alto; 3. è un oggetto che collega l’incoronato alla terra e al cielo e rappresenta dunque un potere superiore, la regalità; se è a punte simboleggia i raggi del sole, se è a cupola rappresenta un potere universale. ƒ Falce: è il simbolo della morte perché, come la morte, colpisce senza distinzione tutte le cose. ƒ Giglio: è bianco e indica candore, purezza, innocenza. ƒ Ginocchio: antiche tradizioni fanno del ginocchio la sede principale della forza del corpo umano, quindi il simbolo dell’autorità dell’uomo e della sua potenza sociale. Di qui le espressioni «piegare il ginocchio» = fare atto di umiltà; «far piegare le ginocchia» = imporre la propria volontà; «inginocchiarsi» = fare atto di omaggio e di devozione; «toccare le ginocchia» = chiedere protezione. ƒ Libro: è il simbolo della sapienza, della saggezza, della

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conoscenza; può essere chiuso, se conserva il suo segreto, aperto se chi lo legge comprende i contenuti. Mondo: indica l’universalità e per la sua sfericità simboleggia la perfezione. Rosso: è il colore del fuoco e del sangue, simboleggia la forza, lo spirito del fuoco, quindi la passione e l’amore; ma anche la forza guerriera. Abbinato all’oro e al bianco indica la forza vitale. Scettro: segno di autorità e comando. Spada: è il simbolo della forza militare e del coraggio; la forza della spada può servire a distruggere l’ingiustizia, l’ignoranza, la malvagità, ha perciò un signiicato positivo come strumento utile al mantenimento della pace e della giustizia; è naturalmente anche simbolo di guerra, ma in mano ai cavalieri e agli eroi cristiani diventa arma nobile. Trono: come il piedistallo ha la funzione di sostenere la gloria; è quindi simbolo di potere e di sovranità.

Jacques-Louis David, Ritratto di Napoleone in veste imperiale, 1805. Lille, Museo delle Belle Arti.

David, il pittore della rivoluzione e di Napoleone

IL CASO DE L’INCORONAZIONE DI NAPOLEONE Proviamo a riconoscere i simboli nell’immagine de L’incoronazione di Napoleone. ƒ Rosso, bianco e oro: sono i colori degli abiti dell’imperatore e dell’imperatrice; simboleggiano la forza vitale dei sovrani e dell’impero. ƒ La corona: ce ne sono due: una è già sul capo di Napoleone; l’altra, più grande e a cupola, rappresenta il potere universale ed è nelle mani di Napoleone che sta per porsela sul capo. ƒ In ginocchio: l’imperatrice si inginocchia davanti a Napoleone in segno di sottomissione. ƒ La croce: rappresenta la Chiesa cristiana. ƒ I vescovi e il papa con il pastorale: rappresentano l’autorità della Chiesa. Questi elementi ci fanno comprendere lo scopo del dipinto: il pittore David vuole esprimere la potenza, l’autorità, la sovranità di Napoleone di fronte alla Francia e alla Chiesa stessa.

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! Giuseppina Beauharnais, moglie di Napoleone, si inginocchia in segno di sottomissione all’imperatore.

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@ Il papa ha consacrato l’imperatore nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi e ora assiste con i vescovi alla cerimonia con il pastorale, simbolo del suo potere spirituale e dell’autorità della Chiesa. # L’imperatore ha su di sé tutti i simboli del potere: il mantello rosso, d’oro e d’ermellino, porta sul capo la corona d’alloro che imita gli imperatori romani.

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PROTAGONISTI Paul Delaroche, Ritratto di Napoleone a Fontainebleau, 1845 ca. Leipzig, Museo delle Belle Arti.

«Leggende» napoleoniche

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«Leggende» napoleoniche

Napoleone fu avvelenato? Il grande còrso morì a soli cinquantadue anni. Quale fu la causa della sua morte? Si ammalò di cancro allo stomaco, debilitato dalla prigionia o fu assassinato, come sostengono alcuni studiosi?

di Thierry Lentz

Di quale malattia è morto Napoleone? Da circa quarant’anni alcuni studiosi sostengono che Napoleone è morto avvelenato dall’arsenico. Periodicamente la stampa rilancia la questione scatenando il dibattito fra gli storici. Il caso è piuttosto complicato. Proviamo a ricostruirlo. L’ipotesi dell’avvelenamento è proposta da un dentista svedese, Sten Forshufvud, nel 1961. Leggendo le memorie scritte da Marchand, primo cameriere dell’imperatore, Forshufvud si convinse che Napoleone non era morto di cancro allo stomaco o a causa di un’epatite, com’era stato detto. La descrizione della malattia del prigioniero lo indusse piuttosto a pensare a un’intossicazione cronica da arsenico. Dall’intossicazione all’avvelenamento, e da questo all’assassinio, il passo è breve. Forshufvud si era convinto, già nel 1955, che Napoleone fosse stato avvelenato ma all’epoca non aveva nessuna possibilità di dimostrarlo. Poi nel 1959 lesse un articolo su una rivista scientifica in cui si descrivevano gli studi di un tossicologo scozzese, Hamilton Smith, che aveva scoperto un metodo per valutare la presenza di arsenico nel corpo umano attraverso l’esame di un solo capello. Per dimostrare la sua tesi, dunque, Forshufvud aveva bisogno solo di un capello di Napoleone.

Capelli di Napoleone cercansi Fortunatamente, durante il suo esilio, Napoleone aveva donato ripetutamente

ciocche dei suoi capelli. E anche alla sua morte, i capelli erano stati tagliati e conservati. Forshufvud riuscì dunque a recuperare un capello di Napoleone e lo inviò a Smith perché facesse la sua analisi. Il risultato fu che nel corpo di Napoleone c’era una quantità di arsenico 13 volte superiore a quella normale. Forshufvud, tuttavia, non si accontentò di un’analisi condotta su di un solo capello. Sperava addirittura che il governo francese fosse disponibile ad aprire la tomba agli Invalides, dove Napoleone è sepolto dal 1840: un nuovo esame sui resti dell’imperatore avrebbe potuto chiarire definitivamente le cause della morte. Ma a quel punto il nostro dentista si scontrò con la resistenza delle autorità francesi che non davano credito alla sua ipotesi, mentre in un primo momento l’avevano appoggiato.

Nuovi elementi di prova Fu Ben Weider, uomo d’affari canadese, appassionato di storia napoleonica, a rilanciare l’ipotesi di Forshufvud. Egli finanziò una serie di analisi tossicologiche su dei capelli, presumibilmente ricavati dal cadavere di Napoleone. La presenza dell’arsenico venne effettivamente rilevata. Il colpevole dell’assassinio fu identificato nel generale Montholon, che avrebbe accompagnato Napoleone a Sant’Elena, per ordine del conte d’Artois, col compito di sopprimerlo per impedirgli di evadere. Nel giugno 2001 Ben Weider organizzò una conferenza stampa in cui invitò me-

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PROTAGONISTI dici legali e storici. Quali furono gli elementi «nuovi» che vennero rivelati? Pascal Kintz, dell’Università di Strasburgo, confermò la presenza dell’arsenico in cinque campioni di capelli attribuiti a Napoleone. Le percentuali di arsenico rilevate lo portarono a concludere che l’individuo al quale i capelli analizzati appartenevano aveva subìto una «esposizione continuata e massiccia» al veleno. Non parlò di avvelenamento (che implica un atto volontario), ma di intossicazione. Antoine Ludes, dell’Università di Strasburgo, comunicò che le sue ricerche non gli permettevano di dire se i capelli messi a sua disposizione fossero con certezza quelli di Napoleone. Paul Fornès, dell’Istituto medico legale di Parigi, invitato a rivedere le osservazioni dell’autopsia praticata nel 1821 sul corpo di Napoleone, concluse che l’imperatore non era morto di cancro. Nessuna patologia rilevata dal rapporto era mortale. L’autopsia evidenzia, tuttavia, lo stato generale di grande debolezza del paziente. Riscontra un’ulcera perforata dello stomaco, una tubercolosi (non si sa se ancora in atto al

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L’autore Thierry Lentz (1959) insegna Storia del diritto pubblico presso l’Università di Nancy ed è esperto di storia napoleonica. Dal 2000 dirige la Fondazione Napoleone di Parigi. Tra le sue opere ricordiamo in particolare i quattro volumi della Nouvelle Histoire du Premier Empire (2002-2010).

Jean-Baptiste Mauzaisse, Napoleone Bonaparte sul suo letto di morte, 1843. Rueil-Malmaison, Museo del castello.

momento della morte) e altre patologie minori. Fornès non affermò quindi che l’arsenico avesse portato Napoleone al decesso: avanzò solo l’ipotesi che la bevanda a base di mandorle amare di cui il malato faceva uso (e che contiene naturalmente del cianuro e non dell’arsenico) avesse potuto provocare uno «choc mortale». La conferenza stampa del 2001 non ha dunque risolto il caso. Anzi, ha evidenziato la spaccatura tra coloro che si sono occupati del problema: da un lato, gli storici francesi che compattamente respingono la tesi dell’avvelenamento, dall’altro Forshufvud e Weider che la sostengono e che vorrebbero verificarla scientificamente attraverso un riesame dei resti di Napoleone.

Le obiezioni degli storici francesi La presenza di arsenico nei capelli (ammettendo che quelli analizzati fossero di Napoleone) prova un’intossicazione e non un atto criminale. Per poter dar credito alle analisi del dottor Kintz sarebbe necessario conoscere

«Leggende» napoleoniche la percentuale di arsenico normalmente contenuta nei capelli nel XIX secolo. Il veleno all’epoca era molto utilizzato, soprattutto sull’isola di Sant’Elena. Per esempio, lo si adoperava per combattere i parassiti ed era emesso durante la combustione del carbone usato per il riscaldamento. I sintomi identificati da Sten Forshufvud (mal di testa, vomito, febbre) sono sintomi comuni ad altre malattie; sono, invece, assenti sintomi caratteristici dell’intossicazione da arsenico (melanodermia, cheratizzazione delle estremità). Benché nobile dell’Antico regime, il generale Montholon aveva compiuto un’onorevole carriera militare e diplomatica sotto l’Impero. Nominato generale nel 1814 da Luigi XVIII, aveva visto confermare il suo grado da Napoleone, durante i 100 giorni. Temendo le rappresaglie dei seguaci del re dopo il suo voltafaccia, aveva preferito seguire l’imperatore a Sant’Elena; fu uno dei favoriti del testamento di Napoleone, a dimostrazione della sua devozione. Nella carriera del generale, tutto fa pensare alla sua fedeltà alla causa bonapartista. La tesi dell’avvelenamento e dell’assassinio di Napoleone ad opera sua resta senza dimostrazione. Concludendo, in mancanza di validi indizi, di un movente e di un credibile assassino, perché scoperchiare la tomba di Napoleone?

Le ragioni di Forshufvud e Weider Forshufvud e Weider ritengono che le resistenze degli storici francesi derivino dal fatto che hanno visto invadere il loro campo da persone estranee al settore: da un dentista svedese e da un uomo d’affari canadese! Ma c’è anche un atteggiamento che potremmo definire nazionalistico: l’avvelenamento è avvenuto in modo graduale, attraverso una somministrazione continuata per lungo tempo di dosi crescenti di arsenico; dunque, l’assassino doveva essere per forza uno dei Francesi che circondavano Napoleone. È questo, secondo Forshufvud e Weider, il vero motivo per cui i Francesi non hanno voluto appoggiare i loro studi. Perché infatti non scoperchiare la tomba di Napoleone e fare delle analisi che non lascino dubbi? La polemica continua.

Un temperamento eccezionale Dormiva quando e dove glielo permettevano le circostanze, non conosceva la stanchezza. Alla stessa fatica sottoponeva i suoi uomini e persino i suoi cavalli.

Un còrso nella storia Secondo lo storico Furet, la rivoluzione in Francia non ha amato la vecchiaia, e questa regola vale anche per Napoleone. Nato al momento giusto – nel 1789 ha vent’anni – nella Corsica da poco francese, è il secondogenito di una famiglia numerosa (cinque maschi e tre femmine) della nobiltà provinciale di Ajaccio, unita come una tribù sotto l’autorità dei genitori, Carlo Bonaparte e Letizia Ramolino. Studia alla scuola militare di Brienne (ama soprattutto la matematica e la storia); nel 1785 è promosso, 42° su 58 candidati, sottotenente d’artiglieria. Ombroso, solitario, non lascia la sua Corsica fino al 1793, quando si troverà per la prima volta in Francia. Napoleone giovane ufficiale, giacobino, ama la società che incontra, che si accorda col suo forte temperamento: l’autorità del potere è senza limiti, la carriera è aperta a uomini di talento, la professione militare è onorata se vittoriosa e non è necessario essere nobili. Lui il còrso, l’italiano, lo straniero, fu eletto dai rivoluzionari per incarnare la nazione.

Giuseppina, un passaporto per la società Napoleone approda in una Francia in cui il denaro è ormai l’unico valore. È un personaggio singolare: emaciato, taciturno, col volto «divorato» dagli occhi e incorniciato da una chioma che gli ricade stranamente sulle spalle. Il suo matrimonio con Giuseppina de Beauharnais è esemplificativo del suo modo di porsi di fronte a questa società. Giuseppina non è, come lui credeva, una ricca ereditiera dell’aristocrazia, ma emana il fascino del potere che Napoleone vuole conquistare. E quando il matrimonio andrà in crisi, per i tradimenti di lei, lui lo scioglierà senza indugi. Ormai il potere è nelle sue mani. Se come marito Napoleone non fu esem-

plare, una volta ottenuto il potere, volle che tutti i parenti partecipassero alla sua fortuna. Distribuì loro regni, onorificenze e ricchezze, ma pretese di organizzare la loro vita, con quel dispotismo che gli era innato.

Una resistenza non comune La Francia scopre in Napoleone stile e abitudini semplici: mangia in fretta, indossa sempre gli stessi vestiti, non perde tempo in cerimonie di corte, lavora e decide. Nessuno esegue i suoi ordini con sufficiente rapidità, nessuno obbedisce in modo soddisfacente. Durante le sue fulminee campagne militari, può stare in piedi quattro o cinque giorni, concedendosi solo poche ore di sonno. Dorme quando e dove glielo permettono le circostanze senza mai risentirne. Sfinisce gli uomini e ammazza i cavalli di fatica senza dare segni di stanchezza. Non vuole dedicare ai pasti più di dieci minuti del suo tempo. Se aveva dei limiti fisici, questi riguardavano essenzialmente la vista. Era miope. Una miopia dovuta forse alle lunghe ore di lettura a lume di candela che era solito trascorrere nella cameretta del collegio prima e della scuola militare poi.

Un carattere spigoloso Sprezzante dei formalismi e delle buone maniere, si annoiava ai ricevimenti e alle feste. Esprimeva senza ritegno ciò che pensava. Nei colloqui privati andava diritto al centro del problema, senza usare perifrasi o eufemismi. Diceva le sue verità davanti a qualsiasi persona, senza riguardi e senza rispetto per la dignità altrui. E spesso erano verità brutali. La famosa scrittrice Madame de Staël, che ebbe rapporti burrascosi con Napoleone, per il quale nutrì una profonda – e ricambiata – antipatia, scrisse di lui: «Non è né buono né violento, né dolce né crudele. Non è capace di odio né di amore; per lui non esiste altro che se stesso».

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PROTAGONISTI

Il funerale di Napoleone Il 15 dicembre 1840 la salma di Napoleone tornò a Parigi: un grande corteo la accompagnò presso la tomba a Les Invalides. Ci affidiamo a un cronista d’eccezione, lo scrittore Victor Hugo. Ma sono veramente di Napoleone le ceneri custodite a Les Invalides?

di Victor Hugo Stamani dalle sei e mezzo in poi, ho sentito battere a raccolta nelle strade. Sono uscito alle undici. Le strade sono deserte, i negozi chiusi, appena si vede passare

qualche vecchia qua e là. Si sente che tutta quanta Parigi si è riversata in una sola parte della città come un liquido in un vaso che si inclina [...].

L’autore Victor Hugo (1802-1885) fu uno dei massimi rappresentanti del Romanticismo francese. Per le sue posizioni liberali dovette abbandonare la Francia durante l’impero di Napoleone III. Poeta, romanziere e drammaturgo, le sue opere più note sono i romanzi Notre-Dame de Paris (1831) e I miserabili (1862)

IL RIENTRO DELLA SALMA Napoleone aveva espresso il desiderio di essere sepolto «sulle rive della Senna, in mezzo al popolo che ho tanto amato» e, dopo quasi vent’anni, gli Inglesi acconsentirono. Il 12 maggio 1840, infatti, il ministro dell’Interno francese annunciò alla Camera dei deputati che il re Luigi Filippo aveva ordinato al principe di

Il trasferimento delle ceneri di Napoleone a bordo della fregata BellePoule, 15 ottobre 1840, tavola di Eugène Isabey.

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Joinville di recarsi a Sant’Elena per recuperare la salma di Napoleone. La sera del 7 luglio il principe si imbarcò sulla fregata Belle-Poule e salpò da Tolone. Giunse a Sant’Elena l’8 ottobre. Le operazioni di dissotterramento iniziarono alla mezzanotte del 15 ottobre, sotto il comando di un capi-

tano inglese e alla presenza di commissari francesi e inglesi. Si conclusero alle tre e mezzo del mattino successivo. Il dipinto di Eugène Isabey rappresenta il momento in cui la bara fu caricata sulla Belle-Poule. Il 18 ottobre la fregata partì alla volta della Francia, dove giunse il 30 novembre.

«Leggende» napoleoniche È veramente una festa: la festa di un feretro esiliato che torna in trionfo. Tre popolani di qui, poveri operai vestiti di stracci, che hanno freddo e fame per tutto l’inverno, camminano allegri davanti a me. Uno di loro salta, balla e fa mille follie gridando «Viva l’imperatore!». [...] [Per permettere al popolo di assistere al passaggio del corteo sono stati preparati dei palchi]: sono degli immensi tavolati di legno che coprono, dal muro della strada all’inferriata della chiesa, tutto lo spiazzo erboso. [...] Sento un rumore enorme e lugubre. Si direbbero innumerevoli martelli che battono in cadenza su delle assi. Sono i centomila spettatori ammassati sui palchi che gelati dal vento battono i piedi per riscaldarsi nell’attesa che passi il corteo. Salgo sul palco. Lo spettacolo non è davvero meno strano. Le donne, quasi tutte calzate di grosse scarpe, e velate, scompaiono sotto cumuli di pellicce e di mantelli; gli

uomini hanno dei cravattoni stravaganti. [Verso mezzogiorno e mezzo] le guardie nazionali corrono alle armi. Un ufficiale di ordinanza attraversa la strada al galoppo. Formano una siepe. Gli operai applicano delle scale ai pilastri e cominciano ad accendere i crateri. Una salva d’artiglieria pesante scatta all’improvviso dall’angolo orientale de Les Invalides; uno spesso fumo giallo costellato di scintille d’oro riempie tutta quella zona. [...] Dall’estremità dello spiazzo, vicino al fiume, appare solenne una doppia fila di granatieri a cavallo, con paramenti gialli. È la gendarmeria della Senna. L’apertura del corteo. In questo momento il sole fa il suo dove-

Moneta evocativa delle traslazione del corpo dell’imperatore Napoleone a Les Invalides.

Traslazione del corpo di Napoleone a Les Invalides in una stampa dell’epoca.

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PROTAGONISTI

La cerimonia funebre all’interno della chiesa de Les Invalides come è raffigurata in un giornale del tempo.

ANCHE STENDHAL ASSISTETTE ALLA CERIMONIA Quel giorno sulle tribune si trovava una parte importante della letteratura francese! Ad assistere al ritorno di Napoleone, infatti, oltre a Hugo, c’era anche Stendhal, il famoso autore della Certosa di Parma. Anche lui era convinto che l’imperatore fosse ancora nel cuore dei Francesi: «Il ritorno di Napoleone ha reso molto felici i Francesi «annotò guardandosi intorno» Napoleone ha avuto qualcosa di eroico, qualcosa che sembrava un plebiscito. Ha risollevato il morale del popolo».

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L'interno di Les Invalides, al cui centro è posta la tomba di Napoleone.

«Leggende» napoleoniche re e appare magnifico. Siamo nel mese di Austerlitz. Dopo i berretti di pelo della gendarmeria della Senna, i caschi di rame della guardia municipale di Parigi, poi le fiamme tricolori dei lancieri, scompigliate dal vento meravigliosamente. Fanfare e tamburi. Il corteo, composto di generali e marescialli, è di un aspetto mirabile. Il sole, battendo sulle corazze dei carabinieri, illumina su tutti i loro petti una stella raggiante. Le tre scuole militari passano con aspetto fiero e grave. Quindi l’artiglieria e la fanteria, come se andassero al combattimento; i carri hanno sul dietro una ruota di ricambio, i soldati hanno lo zaino sulle spalle [...]. [In lontananza si vede apparire il carro, sormontato da una grande piramide dorata]: un immenso rumore avvolge que-

sta apparizione. Si direbbe che il carro si trascini dietro l’acclamazione di tutta la città come una torcia si tira dietro il suo fumo. [...] L’insieme ha qualche cosa di grande. È un’enorme massa interamente dorata, i cui piani sono disposti in forma di piramide sopra le quattro grandi ruote dorate che lo sostengono. Sotto il crespo dorato seminato di api, che ricopre il carro dall’alto in basso, si distinguono molti bei dettagli: le aquile spaventate alla base, le quattordici vittorie sul vertice, che recano su una tavola d’oro la riproduzione di un feretro. Il vero feretro è invisibile. È stato deposto nel cavo del basamento per diminuire l’emozione. È questo il grave difetto del carro. Esso nasconde ciò che si vorrebbe vedere, ciò che la Francia ha reclamato,

ciò che il popolo attende, quello che tutti gli occhi cercano: il feretro di Napoleone. [...] Gli spettatori delle tribune hanno smesso di battere i piedi solo quando il carro funebre è passato davanti a loro. Solo allora i piedi hanno fatto silenzio. Si avverte che anche un grande pensiero ha attraversato questa folla. Il popolo vero ha gridato «Viva l’imperatore», voleva staccare i cavalli e trascinare a braccia il carro. Un gruppo della periferia si è buttato in ginocchio e uomini e donne baciavano i paramenti del sarcofago». V. Hugo, I funerali di Napoleone. Note prese sul luogo, traduzione di Vasco Pratolini, Editori Riuniti, Roma 1994

L'ULTIMO MISTERO

A sinista, il Il sarcofago che contiene il corpo di Napoleone a Les Invalides. Sotto, Les Invalides a Parigi.

È veramente la salma di Napoleone quella che riposa a Les Invalides? C’è chi ne dubita. Il fatto è che le testimonianze sulla sepoltura del 1821, nella Valle dei Gerani a Sant’Elena, non collimano con quelle relative all’esumazione del 1840: non si trovano né gli speroni né le calze di seta che il cadavere indossava nel 1821, i vasi che contenevano il cuore e lo stomaco non vengono ritrovati nel posto in cui erano stati messi. Addirittura il numero delle bare in cui il feretro era stato deposto nel 1821 non corrisponde a quello in cui viene trovato nel 1840. Dettagli insigniicanti? Semplici imprecisioni nelle relazioni? Forse, ma si difuse presto il sospetto che gli Inglesi non avessero restituito la vera salma dell’imperatore. E, manco a dirlo, ai giorni nostri esiste un’associazione che reclama un esame del DNA per veriicare che le ceneri custodite a Les Invalides siano veramente quelle di Napoleone.

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PROTAGONISTI

La costruzione del mito di Napoleone Un politico francese contemporaneo si misura con la «mitologia» napoleonica: quella positiva in parte creata dall’imperatore stesso e quella negativa che però ebbe meno successo.

di Lionel Jospin

Sotto le due Restaurazioni [cioè il ritorno alla monarchia borbonica nel 1814 e l‘insediamento al trono di Luigi XVIII nel 1815 dopo la definitiva sconfitta di Napoleone] ha cominciato a diffondersi la «leggenda napoleonica» ed è nato il «bonapartismo». Non senza contraddizioni: il bonapartismo politico, organizzato in un movimento guidato da leader noti, tra . parlamentari e sostenitori, comincia il suo declino dal 1815 al 1848. Per contro il mito di Napoleone inizia a prosperare nelle classi popolari. La delusione derivata dalla restaurazione delle monarchie e l’idealizzazione di un glorioso passato non bastano a spiegare questo fenomeno. Oltre all’importante segno lasciato sulla Francia dal passaggio di Napoleone Bonaparte, occorre un elemento scatenante che è la pubblicazione nel 1823, due anni dopo la morte di Napoleone, del Memoriale di Sant’Elena. In questa opera, la trascrizione dei racconti che Napoleone stesso gli aveva fatto durante l’esilio, Las Cases1 consegna al pubblico un’impressionante apologia del Primo console e Imperatore. C’è in quest’opera una doppia mistificazione. 1 Il conte di Las Cases (1766-1842) era un funzionario e storico francese, prima emigrato e poi rientrato in Francia per concessione di Napoleone console; seguì per sua scelta l’imperatore in esilio e scrisse il Memoriale di Sant’Elena, cioè il racconto della vita di Napoleone.

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L’autore Lionel Jospin (1937), uomo politico francese, deputato e poi segretario del Partito socialista, è stato ministro dell'Istruzione e candidato socialista nel 1995 alle elezioni presidenziali. Primo ministro sotto la presidenza Chirac, incaricato di formare un governo di coalizione (per la prima volta nella storia della Repubblica francese). Nuovamente sconfitto alle presidenziali del 2002, Jospin viene nominato dal presidente Hollande nel 2012 a capo di una Commissione per la moralizzazione e il rinnovamento della vita pubblica, nel 2015 è nominato al Consiglio Costituzionale di Francia. Da politico quindi, non da storico di professione, ha affrontato la vicenda di Napoleone in questo saggio uscito nel 2014 dal titolo Le mal napoléonien. Il segno lasciato nella Storia europea e in quella francese viene analizzato dal politico francese socialista Lionel Jospin in un saggio che già dal titolo esprime l’opinione dell’autore: Il male di Napoleone (Le mal napoléonien). In questo brano l’attenzione è posta sulla «mitologia» creata dall’imperatore: una positiva, troppo positiva e quindi falsa, e una negativa che però non ha avuto lo stesso successo della prima.

La prima riguarda l’autore che, vecchio emigrato dell’armata dei Principi, sembra essersi riavvicinato all’Impero solo per opportunismo. Nominato dal Consiglio di Stato, aveva chiesto di accompagnare l’imperatore a Sant’Elena, avendo senza dubbio già il suo progetto in testa. La seconda mistificazione è il racconto di Napoleone stesso. Da sempre maestro nella propaganda, sapendo che Las Cases scriveva per la posterità, costruisce il personaggio storico, glorioso, carico di sicura autorità, ma anche pieno di amore per la nazione e deciso a rendere felice il popolo. Si dipinge, di fronte ai sovrani reazionari, condannati alla sconfitta, animato di grandi ideali ereditati dallo spirito dell’Illuminismo e della rivoluzione in ciò che questi ebbero di migliore. Il suo progetto non era stato di dominare l’Europa. Aveva invece voluto unificarla, in vista del progresso. Tutti gli elementi della leggenda sono lì riuniti. Il leader determinato del 18 brumaio […] l’individuo eroico che prende la decisione a porto d’Arcole […], anche il coraggio dei suoi soldati è merito suo, come quello dei pontieri2 del generale Eblé al passaggio della Berezina (quando Napoleone stesso qualche giorno prima aveva ordinato la distruzione del materiale dei ponti). In questa leggenda la morte – che nelle guerre napoleoniche fece degli stermini di massa – è ricordata solo in modo eroico. L’impegno costante del «Piccolo Caporale» verso i suoi soldati è evidente quando li ha abbandonati per tre volte nel bel mezzo delle prove: il dramma, e poi la tragedia, in Egitto, in Spagna e in Russia, e nel fatto che la loro condizione non era affatto la sua prima preoccupazione. È invece ingigantita l’immagine del vecchio generale «repubblicano» che ha schiacciato [l’insurrezione di] vendemmiaio,3 il generale vittorioso della campagna d’Italia, l’uomo integro, il legislatore saggio, 2 Militari che hanno il compito di costruire i ponti. 3 Qui indica l’insurrezione realista scoppiata il 13 vendemmiaio dell’anno IV (5 ottobre 1795) e il tentativo di colpo di Stato a Parigi schiacciato da Bonaparte. In questa occasione Napoleone ha iniziato la sua carriera militare.

«Leggende» napoleoniche

l’amministratore efficiente, l’amico degli intellettuali, il conquistatore glorioso, il «liberatore» dei popoli (mascherando così una realtà contraddittoria, davvero diversa). Il Memoriale di Sant’Elena otterrà un immenso successo. Ma non c’è leggenda se non c’è anche una propaganda efficace: sicuramente Béranger, il musicista che canta la gloria dell’Imperatore, reso popolare dalla prova della prigione. I colporteurs4, che attraverso la Francia vendono le stampe colorate (prodotte a Parigi) dei generali dell’Impero. […] Parallelamente alla «leggenda dorata» si svilupperà anche una «leggenda nera» alimentata in Francia dai realisti e da alcuni repubblicani. Risulterà molto fruttuosa nei Paesi stranieri. Napoleone è «il tiranno», «l’orco» le cui guerre divorano i soldati. Ma in Francia 4

I venditori ambulanti.

la leggenda più splendida supererà ampiamente i racconti più oscuri. Questa leggenda ha i suoi eroi (marescialli o figure anonime) e i suoi traditori (Bernadotte5, Fouché, Talleyrand, dei quali non bisogna dimenticare di dire che hanno portato Bonaparte al potere e che lo hanno servito). Quanto all’imperatore, suscita al tempo stesso ammirazione e compassione. 5 Jean-Baptiste Jules Bernadotte (1763-1844), generale francese e poi maresciallo del Primo Impero francese, di origine borghese e di orientamento giacobino durante la rivoluzione. Partecipò alle guerre napoleoniche ma poi entrò in contrasto con Napoleone che infatti lo destituì. Joseph Fauché (1759-1820) fu ministro di polizia durante il consolato, ma si staccò da Napoleone durante l'impero. Charles Maurice de Talleyrand (1754-1838) fu principe, vescovo e politico: abbracciò tutti i regimi che si succedettero in Francia dall'Antico regime a Luigi Filippo.

[…] Luigi Filippo6 ha la sua parte in questa grande messa in scena. Ritiene utile essere tollerante verso Napoleone quando invece Carlo X è stato repressivo. […] Nel 1840 è favorevole al rimpatrio delle ceneri di Napoleone, le cui spoglie percorrono gli Champs Elysées e sono accolte da lui stesso a Les Invalides. C’è in questo avvenimento una forma di consacrazione del mito e come un simbolo della confusione di legittimità in una Francia incerta nelle sue scelte. La Monarchia serve, senza volerlo, i disegni dei partigiani dell’Impero. Questi, un decennio più tardi, cancelleranno la Repubblica appena ritrovata. Sarà l’ora del Secondo Impero.

6 Luigi Filippo d’Orléans otterrà la corona di Francia nel 1830 fino al 1848, dopo una breve rivoluzione, inaugurando una nuova monarchia costituzionale.

PRATICAMENTE UNA RELIQUIA Questa statua fu realizzata dallo scultore svizzero-italiano Vincenzo Vela (1820-1891). Rappresenta Napoleone morente, come recita il titolo dell’opera che lo scultore scelse quando la realizzò, a Torino nel 1866. Vela era un artista impegnato, un patriota del Risorgimento italiano che aveva combattuto a Milano durante le Cinque giornate. Per lui Napoleone non era il despota che aveva costretto l’Europa a lunghe e sanguinose guerre, ma il generale vittorioso contro gli Austriaci, l’uomo che aveva realizzato una prima forma di unità italiana. Questa simpatia, questo afetto emerge dalla statua: Napoleone è ritratto in un momento privato, con la vestaglia slacciata sul petto, afranto dalla malattia; regge sulle gambe una carta dell’Europa ed è assorto nei suoi pensieri. Vela non inserisce nessuno dei simboli classici dell’iconograia imperiale, punta piuttosto a rappresentare in modo estremamente realistico e antiretorico

la soferenza di un uomo giunto agli ultimi giorni della sua grande vita, la prostrazione di un martire condannato dai suoi carneici. La statua era destinata all’Esposizione Universale di Parigi del 1867 e Vela la presentò in anteprima a Napoleone III che se ne innamorò immediatamente: la acquistò per 25 000 franchi e volle che le fosse assegnato un posto di primo piano nell’Esposizione, dove fu presentata col titolo più pomposo Gli ultimi giorni dell’imperatore Napoleone I. Il successo che le tributò il pubblico fu clamoroso: le cronache riferiscono di lunghe code di cittadini che si recavano in silenzio a rendere un ultimo omaggio all’imperatore defunto! Nella sostanza, la statua fu considerata alla stregua di una reliquia ed è un documento di quanto fosse radicato il mito di Napoleone di cui parla Jospin. Una curiosità: tanto successo non bastò a Vela per vincere il primo premio che andò a un altro scultore italiano, Giovanni Duprè. Vela comunque arrivò secondo. Vincenzo Vela, Napoleone morente, 1866 circa.

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LEGGERE UN CLASSICO

Uomini, tecniche, economie The Economic History of World Population

L’autore Carlo M. Cipolla (1922-2000) compie gli studi a Pavia, sua città natale. Allo scoppio della seconda guerra mondiale è chiamato alle armi, ma viene riformato per deficienza toracica e, pertanto, dispensato dall’impegno bellico1. Il desiderio del diciassettenne Cipolla è di diventare insegnante di Storia e filosofia al liceo ma, avendo conseguito un diploma di liceo scientifico, non gli è concesso (in base alle leggi dell’epoca) iscriversi alla Facoltà di Lettere e Filosofia, aperta soltanto agli studenti provenienti dal liceo classico. Decide, quindi, di ripiegare sulla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pavia, 1 Essendo molto giovane e di corporatura assai magra, Cipolla non rientra nei parametri previsti per l’arruolamento delle truppe e, pertanto, viene riformato; riterrà sempre l’esclusione dall’esercito il più grande colpo di fortuna della sua vita.

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John Constable, Il mulino di Flatford, 1811 o 1817. Londra, Tate Gallery.

Uomini, tecniche, economie

di Carlo M. Cipolla

Significato e fortuna dell’opera Uomini, tecniche, economie descrive da un punto di vista globale l’evoluzione del genere umano nel suo sviluppo numerico e nel progredire delle sue condizioni di vita.1 Il saggio – ormai superato per quanto riguarda i dati statistici – affronta, inoltre, problematiche all’epoca quasi sconosciute come l’esplosione demografica e il crescente bisogno di risorse energetiche. La tesi centrale su cui si articola il lavoro di Cipolla è che la popolazione mondiale sia cresciuta per l’effetto di due fattori chiave: l’aumento di energia disponibile pro capite2 e l’aumento di controllo sull’ambiente circostante. Questi miglioramenti sono stati raggiunti grazie alla rivoluzione agricola e a quella industriale, che hanno segnato in modo indelebile la Storia dell’umanità. La rivoluzione agricola, avvenuta all’incirca dopo il 10 000 avanti Cristo, determina il passaggio dall’economia predatoria – 1 Cfr. C.M. Cipolla, Uomini, tecniche, economie, (ed. or. The Economic History of World Population, Feltrinelli, Milano 1987 - Penguin, Harmondsworth 1962), p. 5. 2 Pro capite: l’espressione pro capite (dal latino: per testa) indica una media «per persona» di un certo valore.

basata, cioè, soltanto sulla caccia, la pe- nella comprensione dei temi più difficili e sca, la raccolta di frutti selvatici – a quella rendono la lettura stimolante e piacevole. agricola. L’economia agricola, basata Fermamente convinto che la storia econosull’allevamento degli animali e la col- mica è oggigiorno concepita e praticata tivazione di frutta e verdura, si diffonde entro limiti troppo angusti, Cipolla non si lentamente in tutto il limita a consideramondo e perdura fino re semplicemente La tesi centrale su cui si alla fine del Setteceni dati statistici ed articola il lavoro di Cipolla è to, quando in Inghileconomici ma si che la popolazione mondiale terra decolla la rivoluapre a una storia sia cresciuta per l’effetto di zione industriale. sociale di più ampio due fattori chiave La popolazione monrespiro4 in cui trovano spazio anche diale, secondo Cipolla, si attesta tra i 2 e i 20 milioni alla vigilia considerazioni sull’evoluzione della tecnica, della rivoluzione agricola e tra i 650 e gli sul cambiamento nelle fonti di energia e 850 milioni sul finire del XVIII secolo (di sulle trasformazioni culturali che le società cui l’80% concentrato in Eurasia).3 Nel hanno vissuto nel corso dei millenni. Pole1950, invece, si sfiorano i 2 miliardi e mizzando con gli economisti che vorrebbemezzo di individui: in meno di duecento ro ridurre tutto a un modello matematico, anni dalla rivoluzione industriale la po- Cipolla sottolinea l’importanza decisiva polazione si è più che duplicata. Il ritmo dell’elemento umano ed etico in ogni mufrenetico con cui aumenta la popolazione tamento storico.5 induce Cipolla a ritenere che debbano essere presi al più presto dei provvedimen- Struttura dell’opera ti per limitare tale crescita. L’opera, pur L’opera è suddivisa in sei brevi capitoli: essendo di livello accademico, si rivolge il primo, dal titolo «Le due rivoluzioni», anche a coloro che non hanno conoscen- analizza la rivoluzione agricola e quella ze precedenti di economia e storia della industriale; il secondo, «Le fonti di enerpopolazione e fornisce, quindi, un valido gia», descrive i mutamenti nelle fonti compendio per chi è interessato ad approfondire ulteriormente la materia. Il 4 Cfr. C.M. Cipolla, Fortuna plus homini quam linguaggio chiaro e l’apparato statistico consilium valet, in «Contemporanea. Rivista di (il libro è ricco di tabelle e grafici) aiutano storia dell’Ottocento e del Novecento», a. IV, 1 gennaio 2001, pp. 7-18. 3 Cfr. C.M. Cipolla, Uomini, tecniche, economie, cit., pp. 118 e 120.

dove – pur non essendoci corsi di filosofia – sono presenti alcuni insegnamenti di Storia moderna e contemporanea. Durante i difficili anni del conflitto all’Università di Pavia viene a mancare il professore di Storia e, a sostituirlo, è chiamato un professore della facoltà di Economia di Genova, Franco Borlandi. Tra Borlandi, specialista di Storia dell’economia medievale, e il giovane Cipolla nasce – complice anche la quasi assenza di altri studenti frequentanti a causa della guerra – una buona amicizia e lo studioso appassiona l’allievo alla ricerca d’archivio e ai temi della storia economica e della popolazione2. Si reca, quindi, per specializzarsi alla Sorbona, dove segue le lezioni di Fernand Braudel che lo considera, a ragione, uno dei suoi allievi più promettenti. A Parigi il giovane Cipolla entra in contatto con la cosiddetta «scuola degli Annales» e ne fa proprie le linee guida dell’attenzione all’aspetto «micro» per descrivere un problema «macro», e dell’interdisciplinarietà. Prosegue, poi, la sua formazione alla London School of Economics; a 2 Cfr. C.M. Cipolla, Fortuna plus homini quam consilium valet, cit., pp. 8-9.

5 Cfr. C.M. Cipolla, Uomini, tecniche, economie, cit., p. 27.

Londra incontra il celebre economista John Maynard Keynes3 da cui impara l’importanza delle teorie e dei fatti economici applicati alla storia dell’economia. All’epoca in Italia, infatti, si prediligeva ancora una visione della storia dell’economia più umanistica ed evenemenziale (cioè incentrata sugli avvenimenti), senza connessioni con l’economia pura. Non appena la guerra finisce, Cipolla, brillante e preparato, sale in cattedra come assistente all’Università di Pavia; nel 1949, a soli ven-

3 John Maynard Keynes (1883-1946) è uno dei più grandi economisti del XX secolo e il fondatore della Macroeconomia. In contrasto con le teorie economiche neoclassiche Keynes, autore nel 1936 della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, sostiene la necessità dell’intervento statale nell’economia qualora non si riesca a garantire la piena occupazione della popolazione. Le teorie keynesiane furono seguite negli anni Trenta dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt per uscire dagli effetti della Grande Depressione del 1929.

Erodoto MAGAZINE 237

LEGGERE UN CLASSICO di energia e nel loro utilizzo da parte dell’uomo; il terzo capitolo, «Produzione e consumo» considera la struttura della produzione, del consumo e della formazione di capitale nella società agricola e in quella industriale; il quarto e il quinto capitolo, intitolati «Natalità e mortalità» e «Quanta popolazione?», considerano il problema dell’aumento demografico. Infine, l’ultimo capitolo, «Un’epoca di transizione», indaga le trasformazioni di carattere culturale e sociale che avvengono quando si passa da un tipo di organizzazione economica all’altro. Cipolla suddivide la Storia dell’uomo in tre grandi ere, segnate dagli spartiacque delle due rivoluzioni: il periodo prima della rivoluzione agricola, quello tra la rivoluzione agricola e la rivoluzione industriale e, infine, quello dopo la rivoluzione industriale. «La rivoluzione agricola dell’ottavo millennio a.C. e la rivoluzione industriale del diciottesimo secolo crearono […] due profonde fratture nella continuità del processo storico. Con ciascuna di queste due rivoluzioni, si inizia una «nuova storia», una storia completamente e drammaticamente diversa da quella precedente. Tra l’uomo delle caverne e i costruttori delle piramidi non esiste continuità, come non esiste continuità alcuna tra l’antico agricoltore e il moderno operatore di una centrale atomica. In questo contesto, il termine «rivoluzione» non è certo impiegato per indicare che i mutamenti rela-

tivi rappresentarono fatti improvvisi ed accidentali, indipendenti dalle tendenze e dalle situazioni precedenti dove veniva generalmente riconosciuto che la rivoluzione industriale fu il prodotto di mutamenti culturali, sociali ed economici che ebbero luogo nell’Europa Occidentale fra l’undicesimo e il sedicesimo secolo». Nel terzo capitolo si considerano i rapporti tra economia e demografia. A un aumento generale della popolazione corrisponde ovunque anche una diminuzione dell’importanza del settore agricolo. I redditi provenienti dall’agricoltura, cioè, contribuiscono in maniera sempre minore alla formazione del reddito nazionale. Partecipazione percentuale dell'agricoltura al reddito nazionale di alcuni Paesi

1770 Canada

Erodoto MAGAZINE

1970 5

Francia

45

6

Germania

30

3

15

3

Italia

57

9

Giappone

63

7

Svezia

43

4

Stati Uniti

30

3

Russia

55

22

Gran Bretagna

45

India

45

Brasile

14

tisette anni, ottiene il posto di docente di Storia dell’economia all’Università di Catania grazie alla pubblicazione del suo primo libro sulla storia monetaria dell’Italia tardo-medievale. Gli anni successivi lo vedono insegnare in varie università italiane come Venezia, Torino e Pisa. La vera svolta a livello personale e professionale avviene nel 1953, quando Cipolla vince una delle competitive borse di studio Fulbright, programma istituito nel 1946 dal senatore americano James William Fulbright per permettere a giovani studiosi di recarsi negli Stati Uniti. In America Cipolla approfondisce le proprie conoscenze in campo economico nelle Università di Madison (Wisconsin), Baltimora (Maryland) e Cincinnati (Ohio), tiene alcune fortunate conferenze e stringe numerosi contatti che gli permettono di tornare nel 1957, questa volta come Visiting Professor presso la prestigiosa Università di Berkeley (California). A Berkeley – dove nel 1959 è nominato professore ordinario – Cipolla rimane fino al pensionamento nel 1991, contribuendo a ren-

238

1870

Cipolla esemplifica questa trasformazione attraverso una tabella, riportata qui a fianco. Nel quinto capitolo sono affrontati i problemi connessi con l’aumento esplosivo della popolazione; molti, e inquietanti, interrogativi si pongono di fronte all’uomo moderno: «Il problema di «sfamare nuove bocche» non è l’unico o il più difficile. Al crescere della popolazione mondiale le difficoltà sembrano cresce-

dere il Centro di Storia economica dell’Università un punto di riferimento del mondo accademico mondiale. La produzione accademica di Cipolla è vastissima e difficilmente riconducibile a un unico argomento, a dimostrazione degli ampi interessi dell’autore; da vero interprete della ricerca interdisciplinare, infatti, Cipolla si muove sempre a cavallo tra più discipline. Nel caso della storia economica, magistralmente analizzata nell’opera del 1988 Tra due culture: introduzione alla storia economica, Cipolla afferma la necessità di adottare una visione interdisciplinare: in questo modo la Storia si arricchisce di un substrato di ordine economico (importantissimo per comprendere le cause dei mutamenti di lungo periodo) e, al tempo stesso, l’economia si cala nel tempo e nello spazio guadagnandone in profondità e superando la freddezza dei numeri e dei modelli. Alle numerose opere di storia monetaria e storia dei prezzi (tra cui ricordiamo Le avventure della lira, interessante studio della moneta italiana attraverso i secoli), si affiancano lavori di storia della tecnica come Clocks

Uomini, tecniche, economie I campi recintati in Inghilterra (enclosures), raffigurati in questo dipinto del Settecento, costituirono una delle premesse della rivoluzione agricola. Quando i terreni erano pubblici i contadini si occupavano dello stesso campo solo per un anno e non avevano interesse a migliorarne la qualità, mentre i nuovi proprietari investirono capitali e migliorarono la produttività dei terreni.

re in misura più che proporzionale. […] Non si può negare a priori la possibilità di nuovi tipi di epidemie la cui azione mortale potrebbe coglierci di sorpresa. […] Inoltre, con l’aumentare della produzione industriale, assistiamo impotenti al crescere della produzione di prodotti secondari indesiderati che sono tossici per la vita o ineliminabili. Materie prime essenziali stanno diventando più scarse

e – peggio ancora – stiamo cominciando anche a soffrire per la scarsità di cose come l’aria pura, l’acqua pulita e un silenzio riposante, cosa che nessuno in passato si era mai sognato di considerare beni economici semplicemente perché erano disponibili in abbondanza a tutti. La concentrazione della popolazione in enormi megalopoli […] sta creando tensioni sociali e psicologiche di natura preoccupantemente distruttiva». Il saggio

and Culture (Le macchine del tempo. L’orologio e la società. 1300-1700) e Guns, Sails, and Empires: Technological Innovation and the Early Phases of European Expansion. 1400-1700 (in italiano è Vele e cannoni), oltre che – come si è visto – di storia della popolazione. Grande attenzione viene riservata da Cipolla anche alla storia dell’istruzione (Literacy and Development in the West; Istruzione e sviluppo. Il declino dell’analfabetismo nel mondo occidentale) e alla storia della sanità pubblica (Fighting the Plague in Seventeenth Century Italy; Contro un nemico invisibile. Epidemie e strutture sanitarie nell’Italia del Rinascimento). Gli interessi non strettamente economici – uniti allo stile narrativo, al tono quasi colloquiale e all’umorismo sottile che permea tutte le opere di Cipolla – sono approfonditi in un divertente pamphlet4 che, 4 Pamphlet: il termine indica un breve saggio, spesso dal tono ironico, pungente o polemico. Il termine si utilizza anche, in modo generico, come sinonimo di «opuscolo, libretto».

si conclude con un allarmato richiamo all’importanza di uno sviluppo tecnico ed economico che non dimentichi l’aspetto etico. Il controllo sull’ambiente, infatti, non è una garanzia di felicità, soprattutto se non è accompagnato dal rispetto per la dignità e il valore della vita umana. «Non sappiamo che cosa sia la felicità umana, ma sappiamo che cosa non è. Sappiamo che la felicità umana non può prosperare dove dominano l’intolleranza e la brutalità. Non c’è nulla di più pericoloso del sapere tecnico quando non è accompagnato dal rispetto per la vita umana e per valori umani. L’introduzione di tecniche moderne in ambienti ancora dominati dall’intolleranza e dall’aggressività è uno sviluppo estremamente allarmante. Come scrissi altrove: «Il fatto di istruire un selvaggio nell’uso di tecniche avanzate non lo trasforma in una persona civilizzata, ma ne fa solo un selvaggio efficiente». Il progresso etico deve accompagnarsi allo sviluppo tecnico ed economico. Mentre insegniamo le tecniche, dobbiamo insegnare anche il rispetto per la dignità e il valore e il carattere sacro della personalità umana. Se non vogliamo che la fine sia peggiore dell’inizio è necessario intraprendere un’azione urgente.

pubblicato nel 1976, diventa subito un best-seller mondiale: The Basic Laws of Human Stupidity (Allegro ma non troppo). L’opera contiene due brevi saggi: The Basic Laws of Human Stupidity (Le leggi fondamentali della stupidità umana) e The Role of Spices (and Black Pepper in Particular) in Medieval Economic Development [Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo]. Nel primo saggio, tra argomentazioni serrate, modelli economici e accurate informazioni storiche si giunge a conclusioni a metà tra l’assurdo e il faceto circa la diffusione delle persone stupide e la loro pericolosità a livello sociale ed economico. Nel secondo saggio, invece, Cipolla analizza le correlazioni tra il commercio delle spezie e l’aumento della popolazione nel Quattrocento deducendo, sempre scherzosamente, che il supposto potere afrodisiaco del pepe nero abbia giocato un ruolo importante in tale processo. Nel corso della carriera Cipolla riceve molti riconoscimenti, tra cui il Premio della presidenza della Repubblica.

Erodoto MAGAZINE 239

ATTIVITÀ

Costruire un percorso... per un testo argomentativo Il periodo preso in considerazione nelle diverse sezioni del Magazine riguarda la seconda metà del Settecento e centra l’attenzione su tre questioni storiche fondamentali: ƒla ine della monarchia assoluta in Francia; ƒla rivoluzione industriale; ƒl’ascesa e la ine di Napoleone Bonaparte. ASCESA E FINE DI NAPOLEONE

1. RACCOGLIERE DATI Dopo aver letto i testi delle diverse sezioni, riepiloga le informazioni che ritieni più importanti in uno schema come questo. FINE DELLA MONARCHIA ASSOLUTA IN FRANCIA

2. PROBLEMATIZZARE Individua una problematica che emerge dall’acquisizione di queste conoscenze e presentala nella forma di un interrogativo. Oppure scegli una di quelle qui proposte.

RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

a. L’abolizione della monarchia e l’evoluzione della Rivoluzione francese quali conseguenze hanno prodotto in Francia? b. Quale legame si può individuare tra la rivoluzione politica avviata in Francia nel 1789 e l’ascesa della borghesia con la rivoluzione industriale? c. Quali cause e quali effetti hanno avuto le due più importanti rivoluzioni del XVIII secolo? d. Luigi XVI e Napoleone Bonaparte: si tratta del passaggio da una tirannia a un’altra?

3. ELABORARE Utilizzando le fonti esaminate, le informazioni acquisite e le conoscenze in tuo possesso elabora un testo argomentativo, discutendo i pro e i contro delle tesi, che sia la risposta all'interrogativo scelto.

240

Erodoto MAGAZINE

241

UNITÀ 7

Restaurazione e opposizioni PRIMA: Il tentativo di abbattere l’Antico regime e di costruire una società più equa L’età delle rivoluzioni aperta dalla Gloriosa Rivoluzione inglese culminò nella Rivoluzione francese, che determinò grandi cambiamenti: l’intervento più importante fu forse l’abolizione dei privilegi della nobiltà e del clero che implicava il passaggio da una società fondata sul privilegio a una società fondata sul diritto, in cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.

CAUSE

EVENTI

CONSEGUENZE

La Rivoluzione francese e Napoleone avevano sconvolto il vecchio ordine europeo

X

1814-1815: Al Congresso di Vienna venne introdotto il principio di equilibrio

X

La potenza fra gli Stati venne bilanciata

La Rivoluzione francese e Napoleone avevano abbattuto monarchie e istituzioni secolari

X

1814-1815: Al Congresso di Vienna venne introdotto il principio di legittimità

X

Tornarono sul trono le dinastie e i sovrani considerati legittimi, voluti cioè da Dio

Necessità di reprimere immediatamente le insurrezioni rivoluzionarie

X

Settembre 1815: Russia, Austria e Prussia stipularono la Santa Alleanza

X

Le potenze europee si organizzarono per reprimere qualsiasi insurrezione

Opposizione ai valori razionali dell’Illuminismo

X

Dal 1780: Nascita e diffusione del Romanticismo

X

Esaltazione del sentimento e della tradizione

Influenza della Rivoluzione francese

X

1800-1850: Nascita e diffusione dell’idea di nazione

X

Coscienza nazionale e lotta per l’affermazione di un proprio Stato

Proposta di una società fondata su un ideale di giustizia sociale

X

1820-1830: Progetti di riforme sociali in Gran Bretagna e Francia

X

Nascita del socialismo

DOPO: Il tentativo, impossibile, di restaurare l’Antico regime e i vecchi ideali Le potenze che avevano sconfitto Napoleone tentarono di cancellare le conquiste politiche e sociali che avevano radicalmente modificato il volto dell’Europa. Ma il tentativo di cancellare i diritti acquisiti negli ultimi venticinque anni e di restaurare l’Ancien régime risultò irrealizzabile.

BONAPARTISMO Il termine deriva dal nome di Napoleone Bonaparte e può assumere diversi significati. In primo luogo indica il tipo di governo di Napoleone caratterizzato non solo dall’autoritarismo ma anche dalla stretta relazione con il popolo, di cui cercava l’approvazione; un regime di questo tipo fu nuovamente instaurato in Francia nel 1852 da Napoleone III, nipote di Napoleone I. In secondo luogo può indicare il movimento politico mirante alla restaurazione della dinastia napoleonica, che si sviluppò in Francia dopo il 1814, non appena i Borboni ritornarono sul trono; in questo senso il termine «bonapartista» indica un seguace di questo movimento.

242

LESSICO

UNITÀ 7

1. Il Congresso di Vienna LA RESTAURAZIONE E L’EREDITÀ NAPOLEONICA Sconitto Napoleone a Lipsia (1814), le grandi potenze (Austria, Inghilterra, Prussia e Russia) intendevano restaurare il vecchio sistema politico in vigore prima della rivoluzione. Da qui il termine età della Restaurazione con cui si suole deinire il periodo che va dal 1815 al 1830. Tuttavia, ritornare alla situazione antecedente il 1789 era impossibile. La Rivoluzione francese, infatti, aveva modiicato profondamente il continente: ƒsul piano sociale, in gran parte dell’Europa aveva posto ine ai diritti feudali (in particolare, ai privilegi giuridici e iscali della nobiltà e del clero); ƒsul piano politico, aveva abbattuto la monarchia assoluta, introdotto la monarchia costituzionale, la repubblica e il bonapartismo; ƒsul piano ideologico, aveva suscitato nuovi ideali come quelli di patria e di nazione; ƒsul piano militare, aveva rinnovato l’esercito: con la «mobilitazione totale», cioè con l’arruolamento di tutti gli uomini abili, aveva dato luogo alla prima guerra di massa della storia. Napoleone, poi, aveva scardinato equilibri consolidati da secoli, modiicato i conini fra gli Stati, eliminato il Sacro Romano Impero (1806) e introdotto un moderno Codice Civile.

UNA «MACCHINA DIPLOMATICA» Occorreva dunque trovare nuove soluzioni che tenessero conto anche delle trasformazioni irreversibili introdotte dalla rivoluzione. Per far ciò bisognava incontrarsi e trattare, in sintesi trovare un compromesso. A tal ine venne convocato il Congresso di Vienna (novembre 1814-giugno 1815), cui parteciparono 216 delegazioni in rappresentanza non solo degli Stati, ma anche dei più svariati interessi. Il Congresso lavorò con proitto e non conobbe uicialmente interruzioni, nemmeno in occasione del ritorno in Francia di Bonaparte e del nuovo, breve conlitto che ne derivò (i Cento giorni, dal marzo al giugno 1815). Anzi, il Congresso di Vienna giunse alla sua normale conclusione prima ancora della deinitiva disfatta napoleonica a Waterloo (18 giugno 1815). In realtà il Congresso vero e proprio non si riunì mai, se non per la irma conclusiva. Le principali decisioni, infatti, furono prese dai ministri degli Esteri di Gran Bretagna (lord Castlereagh), Austria (il principe von Metternich), Prussia (il principe von Hardenberg) e Russia (il conte Nesselrode). A Vienna si distinse inoltre Talleyrand, negoziatore della Francia, che si scontrò soprattutto con Metternich, il vero regista del Congresso. I PROTAGONISTI

Thomas Lawrence, ritratto di Metternich, 1815. Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Metternich e Talleyrand Klemens Wenzel Lothar principe di Metternich nacque il 15 maggio 1773. Un fisico eccezionale gli permise di superare una tubercolosi, di lavorare dieci ore al giorno per quarant’anni e di sposare tre donne. Parlava in inglese, francese, italiano, slavo e latino. Secondo lui, i confini di uno Stato erano determinati da fattori dinastici e religiosi: a nulla valevano, dunque,

le aspirazioni dei popoli. Tipico sostenitore dei princìpi dell’Ancien régime, a suo avviso, il «concetto di libertà può basarsi soltanto sul concetto di ordine»: quando questo non avviene, «la libertà necessariamente si risolverà in tirannide». Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord (17541838) fu certamente un politico estremamente

L’Europa fatta a pezzi Durante il suo svolgimento, il Congresso di Vienna fu molto criticato: i cronisti dell’epoca parlano di una cinica spartizione dell’Europa. Nell’immagine satirica vediamo raffi-

gurata proprio questa critica: pezzi di carte geografiche che vengono scelti e portati via nell’indifferenza generale dai ministri degli Esteri protagonisti del Congresso di Vienna.

APPROFONDIMENTO

243

Restaurazione e opposizioni

Oltre a Metternich (Austria) e Talleyrand (Francia), protagonisti del Congresso di Vienna furono anche Castlereagh (Inghilterra), Hardenberg (Prussia) e Nesselrode (Russia).

I CONTRASTI TRA LE POTENZE Tutti gli Stati che avevano sconitto Napoleone intendevano approittare della vittoria per aumentare la loro potenza. Anche per questo era impossibile restaurare semplicemente l’Antico regime: era necessario costruire un nuovo ordine internazionale, nel quale si ricomponessero le aspirazioni delle grandi potenze. L’obiettivo della Gran Bretagna era l’equilibrio tra i Paesi dell’Europa continentale. L’Inghilterra intendeva procedere, in tutta tranquillità, a estendere ulteriormente il proprio impero coloniale e non voleva trovarsi a fronteggiare nuove minacce egemoniche in Europa. Le proposte britanniche furono sostanzialmente condivise dall’Austria che perseguiva due obiettivi: rafforzare i suoi domini in Italia e nei Balcani; costituire una Confederazione Germanica sotto la presidenza austriaca. La Prussia, consapevole della sua debolezza rispetto alle altre potenze, voleva rafforzare gli Stati coninanti con la Francia, in pratica voleva espandersi verso il Reno.

abile ma anche un cinico opportunista, privo di scrupoli morali. Zoppo a causa di un incidente occorsogli nell’infanzia, non poté intraprendere la carriera militare e fu avviato, senza nessuna vocazione, alla vita religiosa. Divenuto prima abate poi vescovo di Autun, fu eletto agli Stati Generali quando aveva solo 21 anni. Seppe sopravvivere a tutti i rivolgimenti della

rivoluzione: fu prima capo del clero costituzionale, poi ministro degli Esteri col Direttorio e Napoleone (fino al 1807); ciononostante fu proprio lui a proporre al Senato la deposizione di Napoleone, servizio che gli valse il ritorno al ministero degli Esteri. E appunto in quanto ministro degli Esteri della restaurata monarchia borbonica rappresentò la Francia a Vienna.

LESSICO

L’uomo fuori dalla sala rappresenta i piccoli Stati.

GRANDI POTENZE L’espressione venne coniata, non a caso, nel contesto del Congresso di Vienna per definire gli Stati vincitori, incontrastati dominatori della politica internazionale.

François Gérard, ritratto di Talleyrand, 1808. New York, Metropolitan Museum of Art.

UNITÀ 7

244

VIDEO

Il ritorno dei Borboni

La Russia puntava esplicitamente a estendere la propria inluenza verso occidente. A tal ine sosteneva l’opportunità di compensi territoriali per le potenze vincitrici. La sua posizione risultò determinante anche perché l’esercito russo aveva concretamente occupato la Sassonia e la Polonia. La Francia cercò di sfruttare i contrasti tra i vincitori per tornare a occupare un ruolo internazionale di prestigio. Il suo obiettivo era quello di limitare l’espansione della Prussia, della Russia e dell’Austria, appoggiando il progetto di equilibrio dell’Inghilterra.

EQUILIBRIO E LEGITTIMITÀ I criteri che guidarono i ministri nella loro paziente opera di riordino dell’Europa furono il principio di equilibrio e quello di legittimità, mentre venne del tutto ignorato quello di nazionalità. Il principio di equilibrio proveniva dalla pratica diplomatica dell’Antico regime, mentre quello di legittimità era legato al concetto stesso di monarchia: a esso si era richiamato il Trattato di Parigi del 1814. In quell’occasione venne affrontata una delle questioni più delicate: quale sorte riservare alla vinta Francia? Lo smembramento o la sua sopravvivenza come Stato unitario? Smembrare la Francia era rischioso per l’equilibrio europeo: chi ne avrebbe approittato? Non rimaneva che mantenerla unita, a difesa dell’equilibrio esistente. La Francia sarebbe però ritornata ai conini del 1791, sotto la «legittima» dinastia dei Borboni con Luigi XVIII. I princìpi di equilibrio e di legittimità nacquero dunque dalla pratica diplomatica e vennero usati come criteri-guida, ma senza nessuna ambizione di coerenza. Di fatto le decisioni furono il risultato dei rapporti di forza tra i diversi Stati e i princìpi furono usati come strumenti per sostenere e giustiicare le varie rivendicazioni.

Il 6 aprile 1814, il Senato richiamò in patria dall’esilio inglese l’erede dei Borboni, Luigi XVIII, fratello del defunto Luigi XVI ed elaborò un progetto di Costituzione in cui si dichiarava la restaurazione della dinastia legittima. La carta costituzionale conservò alcune acquisizioni della rivoluzione e dell’impero. Il nuovo re si presentò dunque come l’uomo della mediazione, colui che intendeva guidare il passaggio dalla rivoluzione alla nuova epoca senza scossoni.

I PRINCÌPI DEL CONGRESSO DI VIENNA

IL VECCHIO ORDINE DELL’ANTICO REGIME MONARCHICO E ASSOLUTISTA DOVEVA RINASCERE SU DUE PRINCÌPI

LESSICO

LEGITTIMITÀ I legittimi sovrani, cioè i vecchi monarchi o i loro eredi, dovevano riappropriarsi del trono, ignorando le aspirazioni del popolo

EQUILIBRIO Occorreva impedire l’egemonia di uno Stato sull’altro: a questo fine i confini degli Stati europei andavano ridisegnati secondo un assetto equilibrato, garantito anche da Stati-cuscinetto.

EQUILIBRIO Come criterio per condurre le trattative diplomatiche, il principio di equilibrio fu di fatto operante sin dalla pace di Vestfalia, che pose fine alla guerra dei Trent’anni (1648). Garantire l’equilibrio significò fin da allora bilanciare la potenza fra gli Stati, impedendo che qualcuno di essi affermasse la sua egemonia in Europa. Il principio di equilibrio venne esplicitamente dichiarato «regola aurea» delle relazioni internazionali nelle trattative di Utrecht (1713) e Rastadt (1714), che definirono il nuovo assetto europeo dopo la guerra di successione spagnola. Nel Congresso di Vienna il principio di equilibrio venne utilizzato per ridisegnare la carta politica europea in modo da bilanciare il rapporto di forza tra i diversi Stati. LEGITTIMITÀ Il principio di legittimità venne introdotto da Talleyrand durante i negoziati che portarono al Trattato di Parigi del 1814 per difendere l’integrità territoriale francese sotto la dinastia dei Borboni. Secondo questo principio, la sovranità dei Borboni era «legittima» in quanto voluta da Dio (recuperando, dunque, la tradizionale giustificazione divina dell’assolutismo), mentre il dominio napoleonico si era configurato come una vera e propria usurpazione. Successivamente, vennero definiti «legittimisti» i sostenitori dei diritti delle dinastie regnanti.

245

Restaurazione e opposizioni

UNA NUOVA CARTA DELL’EUROPA Con il Congresso di Vienna vennero deinite importanti sistemazioni territoriali e nacque una nuova carta dell’Europa. ƒLa Francia perse in pratica tutte le conquiste fatte con la rivoluzione. ƒPer contenere un eventuale espansionismo francese vennero rafforzati gli Stati coninanti che formarono così una «cintura di sicurezza» attorno alla Francia: – l’Olanda insieme al Belgio (in precedenza austriaco) formò il Regno dei Paesi Bassi; – la Prussia acquisì nuovi territori tedeschi (Pomerania, Sassonia e Renania); – il Regno di Sardegna aumentò il proprio territorio con l’annessione della Repubblica di Genova. ƒIl Sacro Romano Impero della nazione germanica, già soppresso da Napoleone (1806), non venne ricostituito. Al suo posto sorse la Confederazione Germanica, sotto la presidenza dell’Austria.

TUTOR

L’Europa dopo il Congresso di Vienna bm

1

REGNO DI DANIMARCA

REGNO UNITO

Berlino

OCEAN O AT LAN TICO

Ren o

2

4

REGNO DI FRANCIA

7

Vienna

6

SVIZZERA Torino

9

Madrid REGNO DI SARDEGNA

8 Limite della Confederazione Germanica

5

IMPERO RUSSO

POLONIA

CONFEDERAZIONE GERMANICA

Parigi

REGNO DI SPAGNA

Mosca

bl

3 REGNO DEI PAESI BASSI

Londra

R PO EGN RTO O D GA I LLO

REGNO DI SVEZIA

Mar Mediterrane o

Milano Venezia Parma Modena Firenze Roma Napoli

REGNO DELLE DUE SICILIE

Dan

ubi o

Mar Nero

Istanbul

bn IMPERO OTTOMANO

Regno di Prussia Impero d’Austria

1. Il Regno Unito di Irlanda e Gran Bretagna, sotto re Giorgio III di Hannover, non ebbe alcuna trasformazione politica ma ottenne importanti scali commerciali. 2. La Francia, la grande sconfitta, venne riportata ai confini del 1791; vi ritornò la dinastia dei Borbone con Luigi XVIII, che si presentò al Congresso come vittima della rivoluzione. 3. Per contrapporre un solido argine all’espansionismo francese venne creato il Regno dei Paesi Bassi, unificando Olanda e Belgio. 4. La Confederazione Germanica, sotto la presidenza dell’Austria, comprendeva 39 Stati (ducati, regni, principati e città libere), parte dell’Impero d’Austria e del Regno di Prussia. Sostituì il Sacro Romano Impero. Se ne contendevano il predominio il Regno di Prussia e l’Impero d’Austria. 5. Il Regno di Prussia sotto il re Federico Guglielmo III, perse la Polonia, a eccezione della regione di Poznan, ma ottenne la Pomerania, la Vestfalia, la Renania (ricca di bacini carboniferi), parte della Sassonia e la città di Danzica.

6. L’Impero d’Austria acquisì nuovi territori nei Balcani e in Italia, costituendo così un grande impero multinazionale, un mosaico di popoli e Paesi diversi. Francesco II, l’ultimo imperatore del Sacro Romano Impero deposto da Napoleone nel 1806, tornò con il nome di Francesco I imperatore d’Austria. 7. L’Impero russo, sotto lo zar Alessandro I, si ampliò e ottenne la Polonia, la Finlandia e la Bessarabia, sottratta all’Impero ottomano. 8. Il Regno di Spagna non subì alcun mutamento territoriale; venne restaurata la monarchia con la dinastia dei Borbone. 9. Il Regno di Portogallo non subì alcun mutamento territoriale; venne restaurata la monarchia con la dinastia di Braganza. 10. Il Regno di Svezia venne unito al Regno di Norvegia sotto la corona di Carlo XII. 11. Il Regno di Danimarca ottenne come compensazioni territoriali i ducati tedeschi di Holstein e Lauenburg. 12. L’Impero ottomano perse le isole ioniche.

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246 ƒLo zar Alessandro I di Russia ottenne tre quarti della Polonia. ƒL’Austria compensò la perdita del Belgio con nuovi domini nei Balcani e con il controllo di quasi tutta la penisola italiana; questo controllo venne esercitato: – in maniera diretta con l’annessione del Lombardo-Veneto; – in maniera indiretta, per mezzo di legami militari e dinastici, come nel caso del Ducato di Parma, di Lucca, Modena, del Granducato di Toscana e del Regno delle Due Sicilie. ƒIl Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda poté accrescere ulteriormente il proprio impero coloniale. ƒSpagna e Portogallo tornarono alle monarchie legittime dei Borboni e dei Braganza. ƒLa Svezia si unì con la Norvegia, tolta al Regno di Danimarca, che beneiciò comunque di alcune compensazioni territoriali. Queste scelte sono state oggetto di un’appassionata discussione: mentre gli storici dell’Ottocento hanno soprattutto criticato il mancato rispetto del principio di nazionalità, quelli del Novecento hanno apprezzato la ricerca della «quiete», possibile solo con l’equilibrio fra le grandi potenze. In sintesi, la storiograia più recente ha rivalutato l’opera svolta dal Congresso di Vienna in considerazione della pace che per circa un secolo seppe garantire all’Europa.

Il Congresso di Vienna in un dipinto di JeanBaptiste Isabey.

LA POLITICA INTERNA Gli effetti della Restaurazione furono avvertiti sia all’interno dei singoli Stati, sia nelle relazioni internazionali. In Francia, ovvero nel Paese della rivoluzione, il ritorno all’ordine poté realizzarsi soltanto attraverso una soluzione di compromesso. Luigi XVIII tornò sul trono come monarca di diritto divino, ma accettò di concedere una Carta costituzionale. Questa Carta venne deinita octroyée (cioè, elargita) perché concessa dall’alto per esclusiva volontà del sovrano. Inoltre, per non provocare troppi scompensi in seno alla società francese, il sovrano conservò l’ordinamento amministrativo napoleonico e rinunciò ad allontanare il personale burocratico e militare del regime precedente.

L’Italia dopo il Congresso di Vienna 1. Il Regno di Sardegna, l’unico Stato italiano politicamente autonomo, ritornò alla dinastia dei Savoia con Vittorio Emanuele I; fu ampliato con i territori della Repubblica di Genova.

CONFEDERAZIONE GERMANICA IMPERO D’AUSTRIA

Adige

SVIZZERA

Milano Torino

1

2

Venezia 3

Po

DUC. DI

Genova 7PARMA 8

Nizza

Bologna Firenze Arno

DUC. DI MODENA

6

ere Tev

DUC. DI MASSA DUC. DI GRANDUCATO DI TOSCANA STATO LUCCA DELLA REGNO CHIESA Roma DI SARDEGNA

IMPERO OTTOMANO

5

4 Napoli REGNO DELLE DUE SICILIE

Cagliari Palermo

TUTOR

247

Restaurazione e opposizioni

Tommaso Lorenzone, ritratto di Vittorio Emanuele I. Cuneo, La Venaria Reale.

2. La Lombardia e i territori della Repubblica di Venezia diventarono possedimenti dell’Austria, che assegnò il governo del Regno Lombardo-Veneto a un viceré. 3. Il Trentino, la Venezia-Giulia, Trieste, l’Istria e la Dalmazia furono annessi direttamente all’Impero d’Austria. 4. Il Regno di Napoli venne riunito alla Sicilia, prese il nome di Regno delle Due Sicilie, tornò sotto Ferdinando IV di Borbone e fu politicamente legato all’Austria. 5. I territori dello Stato della Chiesa che occupavano l’Italia centrale (Lazio, Umbria, Marche, parte dell’Emilia Romagna, più Benevento e Pontecorvo) tornarono sotto il dominio di papa Pio VII.

6. Il Granducato di Toscana acquisì Piombino e lo Stato dei Presidi e venne affidato a Ferdinando III d’Asburgo-Lorena, fratello dell’imperatore d’Austria. 7. Il Ducato di Parma fu affidato agli Asburgo, per la precisione alla figlia di Francesco I, Maria Luisa; ritornò poi ai Borboni.

In Italia, alcuni sovrani, come il granduca di Toscana Ferdinando III d’Asburgo-Lorena o la duchessa di Parma Maria Luisa d’Austria, adottarono soluzioni moderate. Altri invece, come il re di Sardegna Vittorio Emanuele I o il duca di Modena Francesco IV, si distinsero per l’opera di sistematico smantellamento di quanto restava dell’apparato napoleonico. Oscillante, contraddittoria fu invece la politica di Ferdinando I nel Regno di Napoli e di papa Pio VII nello Stato Pontiicio: quest’ultimo, in particolare, si distinse per l’azione di censura nei confronti dell’opposizione. Nell’Impero asburgico, la compresenza di molti popoli diversi impose la repressione poliziesca di ogni rivendicazione nazionale: l’idea di nazione, infatti, metteva in gioco la stessa sopravvivenza dell’impero. In Prussia e in Russia, inine, la Restaurazione si espresse nel riiuto reazionario di qualsiasi cambiamento: la società doveva rimanere ancorata alla tradizione.

LA POLITICA ESTERA La politica estera delle grandi potenze fu guidata dal principio d’intervento, in base al quale qualunque insurrezione rivoluzionaria, liberale o nazionale, doveva essere immediatamente repressa. Le grandi potenze non volevano più rischiare che un’iniziativa rivoluzionaria locale incendiasse l’intera Europa, com’era avvenuto per la Rivoluzione francese. Per procedere alla deinizione di una comune strategia venne inaugurato un metodo di

LESSICO

8. Il Ducato di Modena, estinta la casa degli Este, passò a Francesco IV, nipote dell’imperatrice Maria Teresa e figlio di Maria Beatrice d’Este.

REAZIONARIO È reazionario colui che, contrapponendosi a forze o a idee innovatrici, cerca di far regredire la società a stadi precedenti.

UNITÀ 7

248 lavoro basato su frequenti consultazioni (concerto europeo): questa strategia prese il nome di politica dei congressi. Il risultato fu la stipula di tre alleanze. La prima fu quella proposta dallo zar Alessandro I: il documento, redatto «in nome della Santissima e Indivisibile Trinità», partiva dalla constatazione che i sovrani, in quanto «padri» delle rispettive nazioni, erano tra loro «fratelli». Dunque dovevano fornirsi reciproco aiuto (principio di intervento) se il loro trono fosse stato in pericolo. Questo patto prese il nome di Santa Alleanza e fu sottoscritto nel settembre del 1815 dalla Russia, dalla Prussia e dall’Austria, ma non dall’Inghilterra che giudicò assurdo il misticismo di cui il documento era pervaso. Successivamente, nel novembre 1815, venne irmata la Quadruplice Alleanza fra Gran Bretagna, Austria, Prussia e Russia. Lo scopo di questa alleanza era isolare la Francia, dove avrebbe potuto risorgere lo spirito rivoluzionario. Ma nel 1818 con la Quintuplice Alleanza, irmata ad Aquisgrana, si ritenne opportuno estendere l’alleanza alla stessa Francia, ainché anch’essa partecipasse al mantenimento in tutta Europa dell’ordine restaurato a Vienna. Questo terzo fondamentale trattato rappresentò il trionfo del principio di equilibrio: la patria della rivoluzione era diventata a tutti gli effetti un gendarme della Restaurazione!

GUIDA ALLO STUDIO

LESSICO

ƒ Che cosa significa Restaurazione? ƒ Perché una Restaurazione dell’Antico regime era impossibile? ƒ Quali princìpi guidarono i ministri europei nell’opera di riordino dell’Europa? ƒ Quali alleanze furono stipulate dopo il Congresso? Con quale obiettivo?

COMPETENZE

CONCERTO EUROPEO La vera e propria parola d’ordine del Congresso di Vienna era «quiete». Rappresentava l’obiettivo da raggiungere dopo la «tempesta» rivoluzionaria e napoleonica che aveva sconquassato l’Europa. Ma la quiete è possibile solo se voluta, determinata dalle grandi potenze, che di comune accordo (concerto) si devono impegnare per garantire la pace all’Europa. La concertazione tra le potenze rappresenta una delle tre soluzioni dei conflitti internazionali che storicamente si sono realizzate. Le altre due sono la guerra e il governo di un’autorità sovranazionale. In realtà l’azione di un’autorità sovranazionale è solo un’aspirazione. Infatti sia la Società delle Nazioni (nel primo dopoguerra) che l’ONU (nel secondo dopoguerra) non hanno mai goduto di un reale potere di governo. Di fatto, dunque, il concerto delle nazioni, che nel secondo Novecento si è realizzato tra USA e URSS, è stato l’unica alternativa alla guerra concretamente praticata.

USARE LE FONTI

Dibattito: condanna e rivalutazione del Congresso di Vienna Pag. 269

In questa vignetta satirica coeva, i promotori della Santa Alleanza viaggiano sulla slitta trainata dagli Stati che sono divenuti loro schiavi.

IL SISTEMA DELLE ALLEANZE Alleanza Data

Stati coinvolti

Caratteristiche

TUTOR

Santa Alleanza

1815

Austria, Prussia, Russia.

Ispirazione religiosa.

Quadruplice Alleanza

1815

Gran Bretagna, Austria, Prussia, Russia.

Quintuplice Alleanza

1818

Gran Bretagna, Austria, Prussia, Russia, Francia.

Obiettivo

Conservare l’ordine internazionale sancito Antifrancese. a Vienna, intervenendo militarmente ovunque si Estensione della verificassero insurrezioni Quadruplice alla Francia. liberali o nazionali.

249

Restaurazione e opposizioni

2. Restaurazione e Romanticismo LE RIFLESSIONI SULLA RIVOLUZIONE FRANCESE DI EDMUND BURKE Tra il 1815 e il 1830, la Restaurazione si manifestò non solo come violenta repressione di ogni forma di dissenso e di protesta; a suo sostegno si schierarono alcuni intellettuali la cui rilessione diede vita alla cultura della Restaurazione. I principali teorici della Restaurazione furono l’irlandese Edmund Burke (1729-1797) e il savoiardo Joseph de Maistre (1753-1821). Il saggio di Burke, Rilessioni sulla Rivoluzione francese, venne pubblicato nel 1790 e fu un evento di straordinaria importanza. L’opera in un anno ebbe 11 edizioni; prima del 1796 ne vennero vendute in Inghilterra 30 000 copie. Una cifra enorme, se si pensa ai tempi. Altrettanto rapida fu la sua diffusione sul continente soprattutto negli ambienti governativi: si trattava infatti, come ebbe a dire il poeta Novalis, di «un libro rivoluzionario scritto contro la rivoluzione».

IL VALORE DELLA TRADIZIONE Burke era un autorevole rappresentante dei whigs. Esaltava la Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688 e aveva appoggiato la Rivoluzione americana. Perché si opponeva alla Rivoluzione francese? Perché gli appariva l’applicazione degli astratti princìpi dell’Illuminismo, una ilosoia che Burke deiniva «barbara e meccanica». Secondo Burke, infatti, l’Illuminismo conduceva l’uomo a smarrire il senso del limite e dunque a un delirio di onnipotenza. Tale di fatto era la Rivoluzione francese, che pretendeva di creare dal nulla un nuovo Stato. A suo avviso, così si ignorava che le istituzioni di un popolo non sono l’espressione della volontà di qualche uomo ma il risultato di lunghi processi storici. È infatti necessario riconoscere il valore della tradizione che è il deposito della saggezza e della ricchezza di un popolo. Secondo Burke, questo era avvenuto sia in Inghilterra sia in America. In entrambi i casi la rivoluzione aveva ristabilito un ordine: in Inghilterra, riconducendo la monarchia alla giusta regola della Costituzione; in America, respingendo tasse che sovvertivano una tradizione consolidata. In Francia, invece, la rivoluzione faceva violenza alla storia. E ciò non per volontà del popolo ma per la pretesa di un gruppo di intellettuali. L’esito della rivoluzione era secondo Burke scontato: il disordine, cui avrebbero fatto seguito la tirannide e il terrore. Una profezia davvero precisa, se si considera che venne fatta nel 1790.

ILLUMINISMO

LA RIVOLUZIONE FRANCESE NE È L’APPLICAZIONE

«FILOSOFIA BARBARA E MECCANICA» PERCHÉ NON RICONOSCE I LIMITI DELL’UOMO

NON COMPRENDE CHE LE ISTITUZIONI SONO UN PRODOTTO DELLA STORIA  TRADIZIONE

PRETENDE DI DOMINARE IL CORSO DELLA STORIA, NON RISPETTA LA TRADIZIONE

CONDURRÀ AL DISORDINE E QUINDI ALLA TIRANNIDE E AL TERRORE

Joshua Reynolds, ritratto di Edmund Burke, 1771. Londra, National Portrait Gallery.

IL GIUDIZIO DI BURKE SULL’ILLUMINISMO E LA RIVOLUZIONE FRANCESE

UNITÀ 7

250

IL PRIMATO DEL PAPA: JOSEPH DE MAISTRE

MAGAZINE

VITA QUOTIDIANA

Il piacere di piangere Pag. 413

Grande difensore della tradizione fu anche Joseph de Maistre, che nel 1796 pubblicò il saggio Considerazioni sulla Francia, nel 1819 Il Papa e nel 1821 Le serate di San Pietroburgo. Per de Maistre l’errore originale, la radice di tutti i mali contemporanei è da ricercare nella Riforma protestante che «liberando il popolo dal giogo dell’obbedienza e accordandogli la sovranità religiosa scatena l’orgoglio generale contro l’autorità e mette la discussione al posto dell’obbedienza»; mentre al contrario per ottenere l’ordine politico del mondo bisogna «eliminare ogni opposizione e ogni critica, schiantare ogni pensamento individuale». Il fondamento dell’ordine sociale è dunque rappresentato dalla Chiesa cattolica e in particolare dal papa. Il suo potere deve essere assoluto e infallibile perché è indispensabile che vi sia qualcuno che giudica senza essere giudicato. La sovranità politica a sua volta non può essere spiegata senza far ricorso all’autorità di Dio, che è il fondamento di ogni potere legittimo.

L’ULTRAMONTANISMO

VITA QUOTIDIANA

Per de Maistre, dunque, la rivoluzione si conigura sempre come peccato, come eversione di un ordine voluto da Dio. Torna così l’utopia del cristianesimo medievale: la centralità della Chiesa e l’unità del potere politico e spirituale nella persona del papa. Nella visione di de Maistre, infatti, il papa rappresenta il vertice della piramide sociale e civile. Al ponteice spetta anche un ruolo di arbitrato internazionale perché è al di sopra dei particolarismi nazionali. Queste posizioni fanno di Joseph de Maistre uno dei massimi rappresentanti dell’ultramontanismo, cioè di quella dottrina che affermava la suprema autorità del papato nella Chiesa e come guida morale della società. L’espressione ultramontanismo deriva dal fatto

La moda romantica I valori della Restaurazione e gli ideali del Romanticismo influenzarono anche il modo di abbigliarsi, sia per gli uomini sia per le donne. La mentalità romantica influenzò

1. Busto. Sotto il vestito la vita delle donne era contenuta dal busto.

2. Maniche. «A sbuffo», erano gonfiate fino al gomito.

fortemente la moda del tempo: per esempio, si diffuse il busto che conteneva la vita delle donne sotto il vestito. Il motivo per cui venne utilizzato questo indumento intimo 3. Colletti. Grandi colletti sottolineavano la linea cascante delle spalle.

4. Cintura. La cintura non era più sotto il seno, come con la moda neoclassica durante l’età napoleonica, ma tornò alla sua posizione naturale, alla vita.

251

Restaurazione e opposizioni che questi intellettuali – francesi, tedeschi o inglesi – facevano riferimento a Roma, che si trovava appunto al di là dei monti. Nella sostanza, i teorici della Restaurazione proponevano un ritorno all’alleanza trono-altare propria dell’Antico regime. I papi del primo Ottocento appoggiarono queste posizioni e respinsero il liberalismo e in particolare la separazione tra Stato e Chiesa.

«TEMPESTA E IMPETO» I teorici della Restaurazione fecero parte integrante di una più ampia cultura, quella romantica. Il Romanticismo sorse in Germania negli ultimi decenni del Settecento; poi si diffuse in Inghilterra, in Francia e, dopo il 1815, in tutta Europa. Il suo nucleo originario era costituito da poeti e drammaturghi – come Herder, Goethe, Schiller – che fondarono nel 1780 il gruppo dello Sturm und Drang, alla lettera, «tempesta e impeto» (un’espressione tratta dal titolo di un’opera di Friedrich Maximilian Klinger). Il Romanticismo si presentò dunque come «tempesta e impeto» in tutti i campi: arte, religione, ilosoia, letteratura, musica, pittura. Fu una cultura in senso pieno, una mentalità, un modo di pensare e di agire, in particolare dei giovani intellettuali la cui vita era tutta «luci e ombre», slanci eroici e malinconia. Il modo stesso di vestirsi cambiò: le donne tornarono al busto; gli uomini abbandonarono deinitivamente la parrucca settecentesca. Il vivere e il morire vennero interpretati in modo nuovo: che senso poteva avere infatti la vita umana se non era vissuta in modo eroico? Se non era totalmente inalizzata a un amore assoluto? E la morte non era forse l’inevitabile prezzo da pagare per affermare le proprie idee? Il suicidio stesso (come nel caso del protagonista del romanzo di Goethe, I dolo-

non era solo estetico (il piacere di avere un «vitino da vespa»), ma anche «spirituale». Gli svenimenti infatti erano di moda, e il busto che stringeva la vita della donna come una morsa li favoriva. Inoltre le donne amavano mostrare un colorito pallido, 5. Cappello a cilindro. Il cappello a cilindro inizialmente era in feltro peloso, poi diventò lucido e in raso.

6. Colletto. Nell’età romantica si affermò la camicia maschile con il colletto dritto e inamidato, a punte divaricate sotto la gola. 7. Giubba. Le giubbe e i soprabiti erano attillatissimi.

8. Calzoni. I calzoni erano muniti di sottopiedi.

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818. Amburgo, Kunsthalle.

che appariva ancora più pallido in contrasto con i capelli lucidi e neri. In questo modo esprimevano un’intima sofferenza, magari per qualche segreto, impossibile grande amore. Il che le rendeva ancora più misteriose e affascinanti.

UNITÀ 7

GUIDA ALLO STUDIO

252

ƒ Perché Burke si opponeva alla Rivoluzione francese? ƒ Quali sono gli aspetti che accomunano il pensiero di Burke e di de Maistre? ƒ Quali sono gli aspetti che fanno del Romanticismo un movimento progressista? ƒ Quali sono gli aspetti che fanno del Romanticismo un movimento conservatore?

ri del giovane Werther) o la malattia vennero idealizzati in quanto espressione di una personalità pura, superiore, che non accettava gli ipocriti compromessi imposti dalla società. In sintesi, la cultura romantica contrappose al freddo razionalismo illuminista, che aveva caratterizzato il Settecento, la spontaneità dei sentimenti, i valori della tradizione e l’amore per la propria nazione.

ROMANTICISMO CONSERVATORE, ROMANTICISMO PROGRESSISTA Politicamente, il Romanticismo manifestò due tendenze opposte: una rivolta al passato (la tendenza conservatrice e reazionaria), l’altra al futuro (la tendenza progressista). La tendenza conservatrice e reazionaria condannò l’Illuminismo e la Rivoluzione francese, esaltò il passato, il tradizionale potere assoluto e l’alleanza trono-altare. A questa tendenza appartengono i teorici della Restaurazione come Burke e de Maistre. La tendenza progressista, invece, affondò le radici proprio nell’Illuminismo e nella Rivoluzione francese, ma ne interpretò in modo nuovo alcuni valori, come l’uguaglianza, la fratellanza e la libertà. Il Romanticismo progressista espresse la convinzione che solo il rinnovamento dell’ordine sociale e politico potesse costituire una risposta adeguata alle nuove esigenze. Ne scaturì il rapido e dirompente diffondersi, nella prima metà dell’Ottocento, dell’idea di nazione, del pensiero liberale, democratico e socialista.

L’ILLUMINISMO E IL ROMANTICISMO Illuminismo Origine Dal tedesco Aufklärung («rischiaramento»): del termine indica la luce prodotta dalla ragione umana che illumina le tenebre rappresentate da ogni forma di superstizione e di religione.

Periodo

Centro diffusore

Caratteristiche

Storia

Politica

Si diffuse a partire dagli anni Trenta del Settecento e caratterizzò tutto il secolo, definito per questo il «secolo dei Lumi». Anche se le sue origini sono da ricercare nella filosofia inglese, il maggior centro diffusore fu la Francia. Fiducia nella ragione umana condizionata dai sensi. La realtà di cui si deve occupare la ragione non è dunque quella astratta, tipica del razionalismo seicentesco, ma la realtà concreta così come ci viene mostrata dai sensi: l’unica dimensione che la mente umana può conoscere senza cadere in contraddizione. La storia è considerata un faticoso cammino coronato dal progresso che culmina nel presente: il «secolo dei Lumi». Sostenne la necessità di un rinnovamento radicale: – prima con le riforme, il «dispotismo illuminato», cioè il riformismo promosso dai sovrani europei; – poi con la Rivoluzione francese, che sintetizzò nei princìpi di uguaglianza, fraternità e libertà gli ideali politici dell’Illuminismo.

TUTOR Romanticismo Dall’inglese romantic: nel Seicento l’aggettivo era usato in senso spregiativo per indicare l’aspetto fantasioso del racconto cavalleresco o stravaganti narrazioni prive di verosimiglianza. Poi, fra Settecento e Ottocento, l’aggettivo «romantico» assunse un significato neutro o positivo. Da allora indica ambienti, situazioni e vicende in grado di accendere la passione. Sorto alla fine del Settecento, caratterizzò la prima metà dell’Ottocento La Germania: il suo nucleo originario era costituito da poeti e drammaturghi che fondarono nel 1780 il gruppo dello Sturm und Drang («tempesta e impeto»). Poi si diffuse in Inghilterra, in Francia e, dopo il 1815, in tutta Europa. Esaltazione della spontaneità dei sentimenti e della creatività individuale. Rivalutazione della fede e della religione. Superamento della ragione la cui conoscenza è giudicata o astratta o limitata dai sensi. Ricerca dell’assoluto in tutte le forme dell’arte. La vita e la morte vengono interpretate alla luce di nuovi valori.

Rivalutazione di tutte le epoche storiche, anche di quelle considerate «oscure», come il Medioevo. Si espresse in due tendenze: – tendenza conservatrice e reazionaria: condannò l’Illuminismo e la Rivoluzione francese, esaltò il passato, il tradizionale potere assoluto e l’alleanza trono-altare; – tendenza progressista: affondò le proprie radici nell’Illuminismo e nella Rivoluzione francese, ma interpretò in modo nuovo i princìpi di uguaglianza, fratellanza e libertà; da qui il diffondersi dell’idea di nazione, del pensiero liberale, democratico e socialista.

3. L’idea di «nazione» UN’IDEA ASTRATTA Il termine nazione deriva da nascere ed è comparso per la prima volta nell’età medievale. All’epoca, però, poteva indicare il luogo di nascita (per esempio, nazione pisana), o i mestieri e le corporazioni di appartenenza (nazione dei fabbri, nazione dei medici). Ha assunto l’attuale signiicato solo nell’età romantica. Nella prima metà dell’Ottocento, infatti, ha iniziato a indicare un «comune sentire», come afferma la deinizione di nazione che ancor oggi usiamo: collettività umana unita dalla coscienza dei suoi membri di avere in comune origine, lingua, razza, religione, economia, territorio e destino storico. Evidentemente nessuno Stato esistente corrisponde esattamente a questa deinizione. Basti pensare alla Svizzera, dove non esiste una lingua comune, o agli Stati Uniti, in cui vivono popoli provenienti da tutto il mondo; o alla stessa Italia, le cui differenze regionali, frutto di tradizioni diverse, sono sotto gli occhi di tutti. Ma se la nazione è una realtà ideale, come si è formata questa idea? Per comprenderlo dobbiamo mettere in relazione due fattori fondamentali: l’eredità culturale della Rivoluzione francese e la diffusione della rivoluzione industriale.

253

LESSICO

Restaurazione e opposizioni

RAZZA / ETNIA Indica un raggruppamento di animali o individui, i cui tratti genetici (colore della pelle, struttura fisica ecc.) siano comuni, costanti ed ereditari. Dopo la seconda guerra mondiale, il termine, relativamente alle persone, è caduto in disuso. Al suo posto si usa etnia, che ha un significato più ampio. Di fatto significa «popolo». Diciamo però etnia quando vogliamo sottolineare i tratti fisici e nel contempo il forte legame culturale e linguistico di una collettività umana.

DOCUMENTO

La «bella morte» dell’eroe romantico Questo celebre dipinto di Francisco Goya (1746-1828) descrive l’esecuzione di patrioti spagnoli (avvenuta il 3 maggio del 1808) a opera dei Francesi. È nel momento della sua morte che l’uomo romantico appare in tutta la sua grandezza, un eroe che non ha paura di nulla.

La lanterna dà al bianco della camicia e alle braccia del ribelle una straordinaria evidenza. La luce della vita romantica rischiara le tenebre della morte fisica.

Il romantico comunque preferisce sempre l’insuccesso al successo, se questo significa rinunciare alle proprie idee.

COSMOPOLITISMO È quella concezione che ritiene l’individuo cittadino del mondo. E ciò per il semplice fatto che ogni individuo, nascendo, ha avuto dalla natura, in comune con tutti gli altri uomini, la Terra. Questa concezione, già presente nell’antichità, è stata interpretata dal cristianesimo in senso religioso con il concetto di fratellanza universale. Nel Settecento è diventata uno dei princìpi cardine dell’Illuminismo. PATRIA Dal latino pater («padre»); il termine indica l’origine, il luogo di provenienza di un individuo o di un popolo. È comunemente usato come sinonimo di nazione: «patriota» è colui che ama la propria patria-nazione.

254

LESSICO

UNITÀ 7

LO SVILUPPO DELLE IDEE DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE Nel corso dell’Ottocento i valori rivoluzionari di uguaglianza, fraternità e libertà concorsero a fondare l’idea di nazione. Uguaglianza – Secondo i rivoluzionari francesi il fondamento della sovranità era costituito dalla volontà del popolo, cioè di tutti i cittadini in quanto uguali tra loro. Nella Dichiarazione dei diritti del cittadino si parla in proposito di volontà generale della nazione. Ma su quali territori si estenderà questa nazione? Ovvero, quali cittadini ne faranno parte? Secondo gli illuministi, un insieme di persone diventava un popolo stipulando un contratto (il contratto sociale). Secondo i ilosoi romantici, invece, la nazione era un prodotto della Storia: appartenevano a un medesimo popolo (o nazione) i territori e le persone accomunate dalla Storia. E i segni fondamentali di questa comunione erano costituiti dalla lingua, dalla cultura e dalle tradizioni comuni. Fraternità – La Rivoluzione francese e poi le armate di Napoleone avevano diffuso in tutta Europa il principio illuminista della fratellanza cosmopolita. Ma ben presto fu evidente che quel principio nascondeva le pretese egemoniche della Francia. La fraternità così venne ristretta a una dimensione nazionale. Libertà – La Rivoluzione francese proclamò i diritti del cittadino. Ma ben presto apparve chiaro che la libertà non poteva essere solo individuale. Bisognava liberarsi tanto del potere del sovrano assoluto quanto di quello delle armate straniere. Il clima romantico favorì questa aspirazione, facendo sentire tra loro «fratelli» coloro che vivevano la medesima oppressione. Non a caso il nostro inno nazionale inizia con i noti versi: «Fratelli d’Italia / l’Italia s’è desta». Si è destata, appunto, in quanto coloro che hanno in comune il sentirsi Italiani, e pertanto si considerano tra loro fratelli, hanno deciso di lottare insieme non solo per la libertà individuale, ma anche per quella collettiva, per quella della patria.

L’ESIGENZA DI MERCATI NAZIONALI Karl Karger, L’arrivo del treno alla stazione nord-est di Vienna, 1875. Vienna, Belvedere. Le merci devono poter circolare per favorire l’espansione dei mercati.

Anche la rivoluzione industriale favorì l’affermazione dello Stato nazionale. La sua diffusione, infatti, implicava l’esistenza di mercati suicientemente vasti. Non può esservi sviluppo industriale se le merci non sono libere di circolare, o se le strade e le ferrovie sono continuamente interrotte da dazi doganali. Pertanto l’idea nazionale bene si associava all’esigenza borghese di libera imprenditorialità individuale, nell’ambito di una più ampia libertà entro i conini della nazione.

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Restaurazione e opposizioni

NAZIONE E STATO

COMPETENZE

Dal punto di vista politico, una novità fondamentale dell’Ottocento fu il sovrapporsi dell’idea di nazione allo Stato: ƒè questa l’epoca in cui si affermò l’idea di una coscienza nazionale capace di superare le tradizioni locali e di uniicare un popolo; ƒcontemporaneamente si diffuse il principio rivoluzionario che vedeva nel popolo il fondamento della sovranità dello Stato. Nell’Antico regime lo Stato coincideva con il monarca. Ora invece lo Stato diveniva nazione, cioè unità politica di un popolo. Ma quando una collettività si riconosce come nazione riesce sempre a dar luogo a uno Stato? La risposta, alla luce della storia, è no. Nell’Ottocento coloro che si sentivano idealmente «fratelli» lottarono per dar vita a uno Stato. E spesso ci riuscirono, ma non sempre. La formazione di uno Stato, infatti, non dipende solo dall’esistenza di una coscienza nazionale. È sempre legata anche al concreto sviluppo dello scontro politico e, solitamente, alla forza delle armi. Così attualmente gli Stati nazionali ospitano alcune minoranze etniche (come gli Altoatesini in Italia). E antichi popoli vivono in più Stati: è il caso dei Catalani, divisi tra Spagna, Francia e Italia.

USARE LE FONTI

La lingua (e lo stile) fondano la nazione Pag. 267

Friedrich Overbeck, Italia e Germania, 18111828. Monaco, Nuova Pinacoteca. L’Italia è quella a sinistra, con la corona d’alloro, mentre la Germania è la donna bionda con la corona di mirto.

LE ORIGINI DELL’IDEA DI NAZIONE

UGUAGLIANZA

EREDITÀ CULTURALE DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE

DIFFUSIONE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

FRATERNITÀ

ESIGENZA DI UN MERCATO ADEGUATAMENTE VASTO

LIBERTÀ

GUIDA ALLO STUDIO

TRA CITTADINI DI UNA STESSA NAZIONE

INDIPENDENZA NAZIONALE

IDEA DI NAZIONE

ƒ Che cosa si intende con il termine nazione? ƒ Quali fattori hanno concorso alla fine dell’Ottocento all’affermazione dell’idea di nazione? ƒ Che relazione c’è tra l’idea di nazione e lo Stato?

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4. Liberali e democratici IL LIBERALISMO Nei primi decenni dell’Ottocento, tra gli avversari della Restaurazione si trovano già le grandi ideologie che hanno animato il dibattito politico sino ai giorni nostri. La prima, in ordine cronologico, fu il liberalismo che nacque dalla battaglia contro l’Antico regime condotta soprattutto nella Rivoluzione inglese, nella formazione degli Stati Uniti e nella Rivoluzione francese. I fondamenti teorici di questa ideologia risalgono a Locke e agli illuministi, in particolare a Montesquieu e a Smith. Il valore fondamentale del liberalismo è la libertà individuale. A differenza dei conservatori, infatti, i liberali non credono che la libertà conduca al caos, al disordine; al contrario, ritengono che sia la condizione ideale per consentire a ognuno di ricercare la felicità.

I CATTOLICI LIBERALI Il valore della libertà fu riconosciuto anche dai cattolici liberali, una tendenza che giudicò gli ideali della Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza e fraternità) compatibili con il messaggio cristiano. Secondo i cattolici liberali, la Chiesa doveva accettare la sida della modernità, adeguando la perennità dei princìpi della fede cristiana al modiicarsi dei tempi. In particolare, doveva riconoscere il valore della libertà religiosa e della separazione tra Chiesa e Stato. A sostegno di ciò, i cattolici liberali affermavano che la libertà avrebbe favorito la missione della Chiesa, emancipandola dai condizionamenti del potere politico (per esempio, nella nomina dei vescovi). DOCUMENTO

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Perché non posso votare Chi poteva votare nella prima metà dell’Ottocento? Molto pochi. Questa vignetta satirica ha per titolo Io non ci sono: mostra infatti

Quest’uomo non compare nelle liste perché troppo giovane: solo infatti chi aveva compiuto 30 anni godeva del diritto di voto.

L’uomo anziano si cerca con un cannocchiale nelle liste, ma anche lui non compare: ha l’età ma non il censo; è povero e solo chi ha una certa ricchezza può votare.

Nessuna donna si ferma a leggere le liste elettorali: le donne infatti non avevano diritto di voto né potevano essere elette.

due uomini che stanno scorrendo inutilmente le liste elettorali alla ricerca del loro nome.

Restaurazione e opposizioni

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Il club dei pensatori (1825 circa); stampa satirica tedesca sulla censura cui erano sottoposti gli intellettuali nell’età della Restaurazione.

Il cattolicesimo liberale nacque in Francia ed ebbe il suo principale rappresentante nel sacerdote Félicité de La Mennais (1782-1854). Nel 1830, insieme a Montalembert e Lacordaire, La Mennais fondò la rivista «L’Avenir» che ebbe come motto «Dio e Libertà». Dalla Francia, il cattolicesimo liberale si diffuse in tutta Europa. Restò comunque minoritario nella Chiesa, che fu dominata dalla posizione dei cosiddetti intransigenti, favorevoli al conservatorismo tradizionalista. Gli intransigenti ribadirono l’appoggio all’assolutismo monarchico e respinsero il liberalismo e la separazione tra Stato e Chiesa. Coerentemente con queste posizioni, nel 1832 papa Gregorio XVI condannò il liberalismo con l’enclica Mirari vos.

LO STATO LIBERALE Il modello di Stato proposto dai liberali può essere così schematizzato. ƒIl potere dello Stato è limitato. L’obiettivo fondamentale dei liberali è respingere l’assolutismo, porre dei limiti al potere. La Costituzione, dunque, che indica con precisione i limiti del potere sovrano, costituisce la conquista liberale per eccellenza. Un’altra garanzia contro i rischi di dispotismo è rappresentata dalla divisione dei poteri. I poteri dello Stato devono essere controllati da soggetti o istituzioni diversi e devono controbilanciarsi. ƒLo Stato garantisce le libertà pubbliche. La libertà di opinione, d’espressione, di riunione e di stampa, la libertà d’insegnamento contro il monopolio della Chiesa, la libertà di iniziativa economica: sono queste le principali libertà che uno Stato deve garantire. Tali libertà costituiscono la difesa dell’individuo nei confronti dell’autorità e devono essere garantite a tutti i cittadini. I liberali respingono il privilegio su cui era invece fondato l’Antico regime: essi riconoscono che tutti gli uomini sono uguali di fronte alla legge (uguaglianza giuridica). ƒLo Stato non interviene sulla diseguaglianza sociale. Lo Stato non deve intervenire nella vita economica (liberismo). In particolare non deve cercare di attenuare il contrasto tra ricchi e poveri: è da questo punto di vista neutrale. I liberali, infatti, considerano la diseguaglianza sociale come una conseguenza della diseguaglianza naturale degli uomini: non tutti hanno le stesse capacità, la medesima intraprendenza o voglia di lavorare. D’altronde, chiunque può modiicare, almeno teoricamente, la propria condizione di partenza attraverso l’iniziativa economica o l’istruzione: in pratica attraverso i propri meriti. ƒIl sufragio non è universale. Secondo i liberali, il voto non è un diritto. È lo strumento attraverso cui si svolge una funzione pubblica, cioè si partecipa all’amministrazione dello Stato. Chi non possiede nulla e dunque non ha nulla da amministrare perché dovrebbe votare? Il diritto di voto dunque va riconosciuto solo a chi raggiunge un certo livello di ricchezza (sufragio censitario). Ciò non signiica che si sia esclusi per sempre da tale diritto, come avveniva nell’Antico regime per motivi di nascita: tutti vi possono accedere raggiungendo il censo richiesto.

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IL PENSIERO DEMOCRATICO Il termine democrazia deriva dal greco e signiica governo di popolo. La democrazia, dunque, è il regime fondato sulla sovranità popolare e in questo senso il padre della moderna dottrina democratica fu indubbiamente Rousseau. Tuttavia l’elaborazione di questa dottrina ricevette uno straordinario impulso da un gruppo di ilosoi inglesi: Jeremy Bentham (1748-1832), James Mill (1773-1836) e suo iglio John Stuart Mill (1806-1873). Fu con loro che la teoria della democrazia si innestò sul liberalismo, cioè sul rispetto delle libertà personali e sull’idea che il popolo debba esercitare la sovranità attraverso dei rappresentanti. La democrazia moderna, dunque, è rappresentativa o parlamentare. In ciò differisce da quella antica che era diretta o assembleare: il cittadino ateniese, infatti, esercitava personalmente il potere partecipando all’assemblea. La critica fondamentale che i democratici rivolsero ai liberali può essere così riassunta: come può lo Stato rappresentare tutti i cittadini e tutelare in egual misura i loro diritti se alcuni sono esclusi dal diritto di voto? Secondo i democratici, infatti, non è suiciente che lo Stato non sia dispotico: è essenziale che rappresenti la volontà di tutti i cittadini. Il valore fondamentale dei democratici è dunque l’uguaglianza politica: tutti devono godere dei diritti politici e in particolare del diritto di voto.

LO STATO DEMOCRATICO Secondo i democratici, dunque, lo Stato deve essere fondato sul sufragio universale perché solo così sarà rappresentativo della volontà del popolo, intesa come volontà sovrana. Ma avere un diritto è importante solo se si è capaci di esercitarlo. Tutti i cittadini, pertanto, devono essere preparati a esercitare i loro diritti politici, ovvero devono essere istruiti. Spetta allo Stato il compito di garantire a tutti la necessaria istruzione: il problema dell’istruzione è dunque inteso dai democratici in senso «quantitativo», poiché deve essere estesa a tutti. Lo Stato democratico, inoltre, non può essere indifferente di fronte alla miseria. Deve cercare di moderare le ingiustizie sociali, facendo leva soprattutto sugli strumenti iscali. Deve cioè imporre tasse in proporzione ai redditi: in questo modo i ricchi pagheranno di più e lo Stato potrà attivare iniziative in favore dei più deboli. Per questa impostazione, il movimento democratico fu generalmente osteggiato dall’élite economica e politica: espresse piuttosto le posizioni progressiste e di moderato rinnovamento della media e piccola borghesia. Nel corso dell’Ottocento, grazie alla positiva evoluzione economica, riuscì anche a coinvolgere vasti settori di quei ceti popolari tradizionalmente esclusi da ogni attività politica. Nella seconda metà del secolo il contrasto tra democratici e liberali andò attenuandosi. In pratica, infatti, pur rimanendo diverse le radici culturali, il corso degli eventi diminuì col tempo ogni distinzione ino ad annullarla. IL PENSIERO LIBERALE E IL PENSIERO DEMOCRATICO Liberali Suffragio Suffragio censitario. Potere dello Stato Diseguaglianza sociale Intervento dello Stato Istruzione

Il potere dello Stato deve essere limitato.

TUTOR Democratici Suffragio universale.

Diseguaglianza dovuta a un fattore naturale.

Oltre che limitato, il potere dello Stato deve essere rappresentativo. Diseguaglianza dovuta a un fattore sociale.

Stato neutrale di fronte alla questione sociale.

Stato attivo che organizza interventi in favore dei più deboli.

Istruzione qualitativa.

Istruzione quantitativa.

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TOCQUEVILLE: I RISCHI DELLA DEMOCRAZIA Alexis de Tocqueville (1805-1859) non può propriamente essere deinito un teorico della politica né un ideologo della democrazia. Conte di antica nobiltà normanna, nel 1831 effettuò un viaggio negli Stati Uniti e raccolse le sue osservazioni nella Democrazia in America che pubblicò nel 1835. Il libro ebbe subito un vasto successo anche perché tutti i partiti vi si riconobbero immediatamente: la destra la considerò l’opera di un aristocratico che denunciava i rischi della democrazia, la sinistra invece esaltò le pagine in cui Tocqueville descriveva la potenza irresistibile della democrazia, predicendone il completo trionfo. In realtà entrambe le prospettive erano in una certa misura vere. Il rischio fondamentale contro il quale Tocqueville mette in guardia è che la democrazia si trasformi in un dispotismo della maggioranza sulla minoranza: negli Stati Uniti, scrive Tocqueville, quando si forma una maggioranza su una certa questione, nulla consente «non dirò di arrestare, ma nemmeno di ritardare la sua marcia, e di lasciarle il tempo di ascoltare i lamenti di quelli che essa schiaccia passando». Secondo Tocqueville, non ci si può difendere da questo rischio tentando di ostacolare l’affermazione della democrazia: ormai i popoli desiderano l’uguaglianza con «una passione ardente, insaziabile, eterna, invincibile; vogliono l’uguaglianza nella libertà e, se non possono ottenerla, la vogliono anche nella schiavitù. Sopporteranno la povertà, l’asservimento, la barbarie, ma non sopporteranno l’aristocrazia». Quello che si può fare è potenziare le associazioni tra cittadini perché il rischio di dispotismo deriva soprattutto dal fatto che l’uguaglianza riduce tutti a individui inermi di fronte alla maggioranza. Le associazioni potrebbero così assumere quel ruolo di resistenza al potere che nell’Antico regime l’aristocrazia svolgeva nei confronti del monarca.

Théodore Chassériau, ritratto di Alexis de Tocqueville, 1850.

Il Senato americano in un’incisione di Robert E. Whitechurch.

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Che cosa significa liberalismo? ƒ Chi furono i cattolici liberali? ƒ Quali sono le caratteristiche dello Stato liberale? ƒ Quali sono le caratteristiche dello Stato democratico? ƒ Quali sono le differenze tra il pensiero liberale e quello democratico?

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5. I socialisti

SOCIALISMO Il termine è di origine settecentesca. Assunse il significato odierno in Inghilterra, negli anni Venti dell’Ottocento, quando iniziò a indicare il progetto politico, sostenuto dai lavoratori, di una società giusta, caratterizzata da un’equa distribuzione della proprietà e della ricchezza.

LESSICO

LE ORIGINI DEL SOCIALISMO Liberali e democratici avevano proposto un’analisi che riguardava essenzialmente l’organizzazione dello Stato e i diritti dei cittadini: in una parola, la politica. Nei decenni che seguirono la rivoluzione industriale, però, il problema più appariscente fu costituito dalle condizioni miserabili e inumane in cui viveva la maggioranza della popolazione: la cosiddetta questione sociale. Di fronte a questo spettacolo, era impossibile sfuggire a una domanda: se davvero, come avevano sostenuto gli illuministi, gli uomini sono naturalmente uguali, come si può giustiicare un così grande divario tra la ricchezza di pochi e la terribile povertà dei più? Si tratta di una domanda che riguarda la società e non la politica: d’altronde, a che serve che lo Stato garantisca i diritti dell’individuo se non si è nelle condizioni di usufruirne? I socialisti risposero a queste domande proponendo l’ideale di una società fondata sulla giustizia sociale, cioè su una distribuzione della ricchezza che non condannasse nessuno alla povertà e allo sfruttamento. Per raggiungere questo obiettivo vennero elaborate strategie diverse, tuttavia in genere i socialisti: ƒmisero in discussione il diritto di proprietà, proponendone l’abolizione o almeno la limitazione; ƒcriticarono l’individualismo liberale, contrapponendogli il valore della solidarietà che doveva unire tutti i lavoratori.

IL SOCIALISMO INGLESE La caratteristica speciica del socialismo inglese fu il riformismo. I socialisti inglesi, infatti, accettarono gli aspetti fondamentali dell’economia di mercato, ma rivendicarono riforme radicali per attenuarne le conseguenze sociali. Questa scelta fu notevolmente inluenzata dal pensiero e dall’opera di Robert Owen (1771-1858). Di umili origini, Owen iniziò a lavorare in dall’età di dieci anni. Ancora giovane, divenne direttore e socio (avendo sposato la iglia del proprietario) di una ilanda a New Lanark, in Scozia. Tentò allora di mettere in pratica i suoi ideali ilantropici: scelse di rinunciare a parte dei proitti e aumentò i salari; diminuì l’orario di lavoro; costruì un villaggio vicino alla fabbrica per dare agli operai una casa decente e generi di prima necessità a costi più bassi. Owen condivideva con Smith l’idea che l’origine della ricchezza fosse costituita dal lavoro. Pertanto riteneva che dovesse essere eliminato l’aumento del prezzo delle merci che

In alto lo spaccato di una casa e sotto lo spaccato del cotonificio di New Lanark.

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Restaurazione e opposizioni

IL PENSIERO LIBERALE E IL PENSIERO SOCIALISTA Liberali

Socialisti

Punto di partenza

Analisi politica: organizzazione dello Stato e diritti dei cittadini.

Analisi sociale: riconoscere l’esigenza di fondare una società basata su giustizia ed equità sociale.

Proprietà privata

È un diritto naturale e inalienabile, strettamente unito al concetto di libertà.

Per alcuni è un furto ma non è rifiutata da tutti i socialistI; per tutti però è causa di diseguaglianza sociale e deve essere quindi limitata o abolita.

Individualismo: i diritti individuali civili sono i valori fondamentali e lo Stato deve garantirne la difesa, senza interferire nelle libere scelte.

Solidarietà tra gli appartenenti alla classe proletaria; lo Stato deve farsi carico della giustizia sociale in cui risiede la vera libertà.

Liberista: libero scambio delle merci e libertà d’impresa, che porta benessere a tutta la società aumentando la ricchezza.

Statalista: lo Stato deve esercitare un controllo sulle risorse economiche per evitare una distribuzione della ricchezza iniqua. La produzione deve garantire il benessere collettivo prima che quello individuale; perciò è necessaria la proprietà collettiva dei mezzi di produzione.

Valori di riferimento

Sistema economico

TUTOR

si veriicava nella fase della distribuzione, cioè del commercio. Si trattava di tornare all’equità del baratto, quando le merci venivano scambiate direttamente dai lavoratori che le avevano prodotte. A tal ine, Owen cercò di creare le condizioni ainché gli scambi avvenissero non per mezzo del denaro ma attraverso buoni-lavoro attestanti l’effettiva attività svolta. Nel 1832 fondò anche una Banca di scambio dove al posto del denaro venivano depositate le merci prodotte per essere scambiate. Tutte queste idee, però, si rivelarono impraticabili. Anche il tentativo di fondare in America (1825-28) una città operaia chiamata New Harmony fallì miseramente. Tuttavia Owen aveva indicato ai lavoratori la strada attraverso cui avrebbero potuto tutelare i loro interessi: l’organizzazione di associazioni di tipo sindacale. Per questo è considerato il padre del movimento operaio inglese.

IL SOCIALISMO FRANCESE In Francia, la questione sociale venne alla ribalta verso il 1830, quando con il decollo della rivoluzione industriale ebbero inizio le prime rivolte operaie. L’elaborazione teorica si richiamò a Rousseau e alle aspirazioni egualitarie della Rivoluzione dell’89. Le dottrine socialiste così si presentarono spesso come vere e proprie utopie. Vediamo, dunque, quali furono i principali esponenti del socialismo francese. ƒClaude-Henri conte di Saint-Simon (1760-1825). Anche se non può essere considerato un socialista in senso stretto, merita di essere ricordato per l’inluenza che ebbe sulla rilessione successiva. Saint-Simon riteneva che la società fosse organizzata in modo contraddittorio: gli uomini migliori, i produttori della ricchezza e gli individui socialmente utili, erano sottoposti a una classe politica incapace e parassitaria. La società, dunque, doveva essere riorganizzata assegnando il governo a tecnici, chiamati a realizzare una generale armonia sociale. I valori di questa società dovevano essere quelli di un «nuovo cristianesimo», cioè di un cristianesimo privato delle «elucubrazioni» teologiche e ricondotto alla sua ispirazione originaria: l’amore del prossimo e «il benessere isico e morale della classe più numerosa e povera». ƒFrançois-Marie-Charles Fourier (1772-1837). Secondo Fourier, per superare il degrado della società industriale era indispensabile «tornare alla natura» attraverso un progetto utopistico cui diede il nome di Armonia. Nella sostanza, proponeva di riorganizzare la società in piccoli nuclei economicamente e politicamente autonomi, i falansteri. Composti da circa 1800 persone, i falansteri si dedicano soprattutto all’agricoltura e all’allevamento; le attività sono assegnate secondo criteri di rotazione e in base alle inclinazioni degli individui. ƒLouis Blanc (1811-1882). Blanc individuò nella proprietà privata e nella concorrenza

VIDEO

La fabbrica di New Lanark

New Lanark era un villaggio scozzese dove erano sorti cotonifici e case per gli operai. Nel 1800 Owen partecipò all’acquisto dell’intero villaggio che, sotto la sua direzione, divenne una fiorente impresa economica in cui si applicarono le sue idee socialiste.

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I PROTAGONISTI

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Frédéric Ozanam in un ritratto dell’epoca.

Ozanam e il cattolicesimo liberale Nella Francia degli anni Trenta ebbe inizio anche la storia del movimento cattolico sociale. Particolare rilievo ebbe l’opera di Frédéric Ozanam (1813-1853) che fondò l’organizzazione caritativa Società di San Vincenzo de’ Paoli. Nel 1836 Ozanam scrisse: «Vi sono molti uomini che hanno troppo e che vogliono avere ancora di più, ve ne sono ancora di più che non hanno abbastanza, che non hanno nulla,

e che vogliono appropriarsi di quel che non si vuol dar loro. Tra queste classi si prepara una lotta, una lotta che minaccia di essere terribile; da una parte la potenza del denaro, dall’altra la potenza della disperazione». Per il fondatore della San Vincenzo, solo la collaborazione tra padroni e operai, secondo i dettami della fede cristiana, poteva permettere il superamento della grave crisi che si preparava.

le due cause principali della miseria degli operai. Come rimedio proponeva la costituzione di fabbriche sociali (ateliers sociaux), cioè di fabbriche gestite dagli operai stessi, con salari dapprima graduati secondo la gerarchia delle funzioni per diventare progressivamente uguali per tutti. Spettava allo Stato sostenere economicamente la costituzione delle fabbriche sociali. Blanc era convinto che si potesse giungere a questa soluzione attraverso il riformismo democratico, senza ricorrere alla violenza rivoluzionaria. Le fabbriche sociali avrebbero inizialmente operato in concorrenza con le industrie private, ino a soppiantarle del tutto grazie ai migliori risultati garantiti dal maggiore coinvolgimento degli operai. ƒPierre-Joseph Proudhon (1809-1865). La sua opera più nota fu Che cos’è la proprietà? (1840) in cui sostenne che «la proprietà è un furto». Proudhon distingueva tra la proprietà, tutelata dalla legge, e il possesso, legittimato esclusivamente dal lavoro: il proprietario è pertanto un ladro perché sottrae al lavoratore il frutto del suo lavoro. Tuttavia era contrario alla statalizzazione della proprietà perché riteneva che avrebbe comportato una limitazione della libertà individuale. Proudhon auspicava piuttosto un’«anarchia positiva», cioè una società fondata sull’autogestione economica e politica. Il monumento a Marx ed Engels al memoriale di Berlino.

MARX ED ENGELS L’elaborazione della dottrina socialista giunse al risultato più maturo con l’opera di due ilosoi tedeschi: Karl Marx (1818-1883) e Friedrich Engels (1820-1895). Di famiglia ebrea – il padre si era convertito al protestantesimo per sfuggire alle misure antisemitiche del governo prussiano – Marx studiò ilosoia e diritto nelle università di Bonn e Berlino, laureandosi inine a Jena. Nel 1843, per le sue idee politiche, fu costretto ad abbandonare il suo lavoro alla «Gazzetta renana» e andò a vivere a Parigi. Qui entrò in contatto con l’ambiente socialista, che radunava personalità di diversi Paesi, ed ebbe modo di conoscerne parecchi esponenti, in particolare Blanc e Proudhon. Importante fu soprattutto l’incontro con Engels, col quale instaurò una duratura e proicua amicizia che portò alla stesura in comune di numerose opere. Engels era iglio di un ricco industriale e all’epoca era reduce da un lungo soggiorno in Inghilterra, dove aveva lavorato in una fabbrica tessile del padre. Aveva colto l’occasione per studiare a fondo l’opera di Smith e Ricardo e per osservare i drammatici costi sociali dell’industrializzazione, che poi descrisse in un saggio del 1845, La situazione della classe operaia in Inghilterra. Engels indusse Marx, che dal 1849 visse stabilmente a Londra, ad approfondire lo studio dell’economia. Nella capitale inglese, Marx si trovò in gravi ristrettezze economiche – vide la morte per stenti di quattro suoi igli – ma anche grazie al sostegno economico di Engels procedette nell’analisi del sistema capitalistico. Nel 1867 pubblicò così il primo libro della sua opera principale, Il Capitale.

Restaurazione e opposizioni

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IL SOCIALISMO SCIENTIFICO Su incarico della Lega dei comunisti, un’associazione fondata a Londra da profughi tedeschi, Marx ed Engels scrissero nel 1848 il Manifesto del Partito Comunista. In quest’opera proposero una nuova interpretazione del socialismo che riiutava l’utopismo che aveva caratterizzato molte delle posizioni precedenti. Secondo Marx ed Engels, infatti, il socialismo non è un ideale che gli uomini devono realizzare. Credere di poter cambiare la società con un’idea o con delle leggi è, a loro avviso, un’illusione. In proposito sostengono la dottrina del materialismo storico secondo cui non sono le idee degli uomini a determinare il tipo di società in cui vivono, piuttosto è la società a determinare le loro idee. L’organizzazione degli uomini in società, infatti, è condizionata dal modo in cui essi producono ciò che è necessario al loro sostentamento; questa attività è a sua volta condizionata dai mezzi di produzione di cui gli uomini dispongono. La società industriale, per esempio, non è nata da un’idea ma dalla rivoluzione dell’organizzazione produttiva determinata dall’avvento della macchina a vapore. In sintesi, la struttura di una società è la sua organizzazione economica; da questa deriva la sovrastruttura, rappresentata dalla cultura, dalla politica, dalle leggi, dallo Stato ecc. La storia, dunque, non è completamente aidata all’arbitrio dell’uomo e quindi non serve inventare utopie: il ilosofo deve piuttosto spiegare scientificamente il presente e comprendere il senso della storia. È esattamente quello che Marx ed Engels ritenevano di aver fatto: per questo pretendevano di aver fondato il socialismo scientifico.

L’arresto di Marx a Bruxelles il 4 marzo 1848 in un disegno dell’epoca. L’arresto avvenne perché Marx, all’inizio della rivoluzione del 1848 in Belgio, sosteneva con Engels i repubblicani che volevano abbattere la monarchia.

LA LOTTA DI CLASSE Secondo Marx ed Engels, la storia della civiltà umana è passata attraverso quattro fasi: la comunità primitiva, il regime di schiavitù, la società feudale e la società capitalistico-borghese. Tutte queste fasi sono caratterizzate dallo scontro tra oppressi e oppressori, cui gli uomini partecipano non come individui ma in quanto parte di una classe: tutta la storia, dunque, è storia della lotta di classe. La classe degli oppressi contrasta gli oppressori e, quando maturano le condizioni strutturali, ne abbatte il dominio. Il passaggio da uno stadio all’altro, infatti, è determinato dallo sviluppo dei mezzi di produzione: nella sostanza, quando maturano possibilità produttive che non possono essere sfruttate all’interno di un tipo di società se ne afferma una nuova.

DOCUMENTO

La lotta di classe Pag. 268

Statua di Marx ed Engels a Budapest, al Memento Park.

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LETTERATURA E STORIA

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GUIDA ALLO STUDIO

Stendhal (Henri Beyle) (1783-1842)

Ambientato nella provincia francese, il romanzo narra le peripezie sentimentali di Julien Sorel, giovane spiantato e molto ambizioso, in lotta per emergere nella chiusa società della Restaurazione. Il protagonista allaccia relazioni con nobil-

donne che possono aprirgli le porte dell’alta società; ma il suo arrivismo privo di scrupoli lo induce addirittura a tentare di uccidere l’ex amante, che pone degli ostacoli al raggiungimento dei suoi obiettivi. Arrestato e condannato, il povero Sorel, colto da rimpianti, conclude così la sua vita sul patibolo.

La borghesia, per esempio, ha svolto un ruolo rivoluzionario nell’età feudale: ha combattuto il dominio della nobiltà ed è giunta alla vittoria quando, con la rivoluzione industriale, si sono create le condizioni per la sua affermazione. Ma ora che con la società capitalista ha imposto il suo dominio, si trova ad affrontare il proletariato, cui spetta il compito storico di rovesciarla. Nella società capitalista il proletario è sfruttato dai borghesi che detengono la proprietà dei mezzi di produzione. Il salario che gli viene corrisposto, infatti, non corrisponde alla ricchezza che crea con il proprio lavoro, ma solo a quanto gli è indispensabile per sopravvivere; questa differenza è chiamata da Marx plusvalore e rappresenta il proitto del capitalista. L’operaio non è privato solo dei frutti del suo lavoro ma anche della sua identità: questa alienazione è originata dal fatto che l’operaio nella società capitalista è considerato come una merce, è uno strumento della valorizzazione del capitale. Marx ed Engels ritengono che la storia aidi al proletariato il compito di liberare l’intera umanità. Il proletario, infatti, non può liberarsi rivendicando per sé la proprietà: deve abolire la proprietà, abolendo in questo modo il fondamento stesso dell’oppressione e della divisione in classi. La storia così giungerà alla sua meta: il comunismo. Ciò sarà possibile solo al prezzo di una rivoluzione, necessariamente violenta poiché dovrà sconiggere la resistenza dei borghesi. La dottrina di Marx ed Engels era il frutto di una complessa elaborazione ilosoica ed economica. Risultò pertanto decisamente più solida delle proposte avanzate dagli altri teorici del socialismo. Per questo, nell’arco di due decenni, si impose nelle organizzazioni del movimento operaio, soppiantando tutte le altre.

LESSICO

ƒ A partire da quali considerazioni si sviluppa il pensiero socialista? ƒ Che differenza c’è tra il socialismo inglese e francese? ƒ Che cosa significa «socialismo scientifico»? ƒ Che cos’è la lotta di classe?

Gustave Courbet, Gli spaccapietre. Questo dipinto del 1849 è un’esplicita denuncia delle condizioni dei lavoratori nella metà dell’Ottocento. Il dipinto è andato perduto durante il bombardamento di Dresda nella seconda guerra mondiale.

Il Rosso e il Nero

COMUNISMO La più antica utilizzazione di questo termine si trova in un trattato del 1569, scritto in polacco, probabilmente da un anabattista. La dottrina comunista, che propone l’ideale di una società in cui non esiste la proprietà, è decisamente più antica. Ebbe il suo primo teorico nel filosofo greco Platone (427-347 a.C.) che nella Repubblica espose l’idea di una città in cui gli uomini non fossero corrotti dal denaro. L’ideale di una società dove non vi siano «né ricchi, né poveri» è presente anche nel cristianesimo delle origini. Allo stesso modo Tommaso Moro (1478-1535) nella sua celebre Utopia descrive una società in cui la proprietà è completamente abolita. Ma è solo a partire dal Settecento che il comunismo cessa di essere considerato un’utopia filosofica o un ideale religioso per diventare una concreta proposta politica. Ciò avvenne nel contesto della rivoluzione industriale attraverso l’incontro con il socialismo. All’inizio dell’Ottocento, dunque, i termini socialismo e comunismo erano sinonimi; solo nel Novecento l’espressione comunismo servì a distinguere il socialismo rivoluzionario dalle posizioni più moderate del socialismo riformista.

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Restaurazione e opposizioni

Dal passato al presente L’eredità più signiicativa che ci ha lasciato questo periodo è il nuovo sentimento di patria, inteso come l’identità nazionale di un popolo libero ed espresso dalla cultura romantica in opposizione alla politica reazionaria del Congresso di Vienna. L’affermazione delle libertà civili e politiche ha dato origine a un’altra importante eredità: le associazioni tra cittadini con inalità differenti (culturali, politiche, economiche, religiose, scientiiche, assistenziali, ma anche sportive e educative). Questa epoca inine ci ha lasciato anche nuovi mezzi espressivi: la litografia (1825) e la fotografia (1839) aprirono infatti un settore dell’arte e della comunicazione.

L’amore per la patria NAPOLEONE E IL ROMANTICISMO Paradossalmente l’Europa scoprì l’idea di libertà e di amore per la patria grazie alla conquista napoleonica. Infatti, inizialmente, Napoleone fece leva sullo spirito di identità nazionale per abbattere l’Antico regime; e, successivamente, le trasformazioni territoriali, la modernizzazione degli Stati occupati favorirono la nascita e lo sviluppo di un sentimento nazionale che si oppose proprio al dominio francese. La cultura del Romanticismo valorizzò poi l’aspetto sentimentale ed emotivo dell’amore per la patria e l’affermazione del sentimento dell’identità nazionale. Secondo i romantici i popoli andavano considerati come individui, cioè come esseri unici e irriducibili agli altri. E poiché la libertà era un diritto di tutti gli individui e per essere libero l’uomo doveva sviluppare in pieno la propria personalità, le idee, i sentimenti, il modo di esprimersi, allo stesso modo ogni nazione poteva essere veramente libera solo se avesse sviluppato liberamente le proprie potenzialità, la lingua, la cultura, la propria storia.

ARTE E ROMANTICISMO Anche l’arte si prestò a esaltare quel sentimento nazionale e popolare vivo nella società. Si sviluppò l’interesse per la storia, in particolare la storia dei popoli, alla ricerca delle origini della cultura, della lingua, delle tradizioni. Si studiava e si raccontava il Medioevo come il periodo in cui ebbero origine le diverse realtà nazionali europee e nacquero le lingue romanze.

Il romanzo storico diventò così un genere letterario di successo, che incontrava il gusto del momento: Ivanhoe, dello scrittore inglese Walter Scott inaugurò un modello ripreso in Italia da Alessandro Manzoni con I promessi sposi. Qui il tema della dominazione spagnola del Seicento, assimilata a quella austriaca dell’Ottocento, si intrecciava con quello dei diritti del popolo, il tema della Provvidenza che guida la storia con quello della giustizia. Invenzione e realtà storica colpivano la fantasia dei lettori e stimolavano l’amore per le vicende del proprio Paese. Così anche la pittura romantica intendeva celebrare l’aspirazione alla libertà come nel dipinto Le fucilazioni del 3 maggio 1808 (1814) di Goya (p. 253) o nella Zattera della Medusa (1819) di Géricault oppure rappresentava le grandi

Théodore Géricault, La zattera della Medusa, 1819. Parigi, Louvre.

IERI

L’amore per la patria si fondava sul desiderio di indipendenza di un popolo OGGI

L’amore per la patria sta perdendo la connotazione nazionale per assumere il valore di amore per una convivenza internazionale

266 gesta del popolo «eroico» in lotta, come nel quadro di Delacroix La libertà che guida il popolo (1830). L’amore per la patria si traduceva in passione civile ed eroismo, lotta per la libertà o per l’indipendenza nazionale; per la patria molti uomini erano disposti a sacriicare la propria vita.

DALL’IDEA DI NAZIONE AL NAZIONALISMO La nazione, intesa come espressione politica, è un concetto moderno: nel Medioevo l’espressione nationes indicava solo la provenienza etnico-geograica e non implicava alcuna appartenenza a uno Stato. Fu soltanto durante la Rivoluzione francese e con l’Impero napoleonico che si affermò il concetto di nazione come territorio di appartenenza di una comunità libera, unita PAROLE IN EREDITÀ

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da valori culturali e politici. Il patriottismo ottocentesco ne ha poi diffuso e rafforzato il valore. Tra la ine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, l’idea di nazione si trasformò in ideologia nazionalista e assunse sempre più tratti antidemocratici e militaristi. Così l’identità nazionale venne utilizzata dalle potenze europee per affermare la superiorità su altri Paesi, facendo leva su false teorie della razza che ritenevano i bianchi superiori agli altri uomini. Oggi, in Europa, il processo di uniicazione comunitaria sta provando a offrire un modello di convivenza tra gli Stati fondato su un principio di democrazia internazionale che porta a trasformare il sentimento d’amore per la propria patria in sentimento d’amore per l’umanità intera avendo come scopo l’affermazione della pace e la difesa dei diritti umani.

RESTAURAZIONE Come abbiamo visto la Restaurazione è un preciso periodo storico europeo caratterizzato da un orientamento rivolto al passato, appunto dal tentativo di «restaurare», cioè di ripristinare l’Antico regime. Ancora oggi si usa questa espressione per indicare in senso negativo una politica che intende riportare in vita concetti, idee, valori o comportamenti del passato, ormai cancellati dal progresso. CONCERTAZIONE Deriva dal termine concerto (accordo, intesa) e significa stabilire qualcosa in accordo con altri. Il termine, nel passato, indicava il modo di soluzione dei conflitti internazionali adottato a partire dal Congresso di Vienna. Il vocabolo con il tempo ha perso la valenza internazionale, soprattutto con l’istituzione di Organi sovranazionali come l’ONU. Continua però a essere utilizzato nel linguaggio giornalistico a livello nazionale per quanto riguarda le relazioni tra i sindacati, i datori di lavoro e il governo. Infatti, in occasione del rinnovo dei contratti collettivi o di particolari questioni sindacali, viene definita «concertazione» la ricerca dell’accordo tra le parti. ROMANTICO È un aggettivo che significa «appartenente al Romanticismo», e indica chi si ispirava o seguiva il movimento del Romanticismo, caratterizzato dall’esaltazione del sentimento, della spontaneità, delle forze istintive della vita in contrapposizione a ciò che risultava astratto, razionale e schematico. Se nella letteratura e nella storia questa accezione «tecnica» permane, nel linguaggio comune l’aggettivo indica qualcuno che è incline al sentimentalismo e alla malinconia, o più genericamente qualcuno o qualcosa (libro, film) «sentimentale».

Charles van Beveren, Il duetto, 1850. Amsterdam, Rijksmuseum.

COMPETENZE: USARE LE FONTI

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La lingua (e la stirpe) fondano la nazione DOCUMENTO

A partire dal 13 dicembre 1807, il ilosofo tedesco Johann Gottlieb Fichte (1762-1814) tenne all’Accademia delle Scienze di Berlino i quattordici Discorsi alla nazione tedesca. Per la Prussia, umiliata dalla Francia di Napoleone, era un momento particolarmente drammatico. Fichte pronuncia un vero e proprio appello per la sopravvivenza della nazione tedesca. Addirittura ne argomenta la superiorità partendo dall’idea che la lingua è l’elemento cruciale e fondamento della nazione insieme alla continuità della stirpe germanica.

I Tedeschi sono un ramo dei Germani; di questi ultimi basterà dire che essi furono coloro che seppero accoppiare l’ordine sociale, fondato nella vecchia Europa, colla vera religione, conservatasi nella vecchia Asia, e così sviluppare un’era nuova contrastante colla tramontata antichità. […] La prima differenza tra il destino dei Tedeschi e quello degli altri popoli di origine germanica è questa: che i Tedeschi rimasero nelle sedi primitive del popolo originario, gli altri migrarono verso nuove contrade; i Tedeschi conservarono la loro lingua e la svilupparono, gli altri adottarono una lingua straniera che a poco a poco trasformarono a modo loro. Da questa differenza iniziale si svolsero le differenze ulteriori (sarebbe assurdo volerle spiegare in ordine inverso) e, per esempio, che nella sede primitiva, secondo l’antica usanza germanica, si mantenesse la confederazione statale sottopo-

sta a una sovranità con potere limitato; mentre nelle sedi straniere, secondo l’anteriore usanza romana, si trapassasse più facilmente alla forma monarchica. […] La voce di tutti i vostri antenati si unisce a questi discorsi e vi scongiura. Pensate che nella mia voce si uniscono le voci dei vostri avi, di quei vostri avi che si opposero coi loro corpi alla invadente dominazione romana, che conquistarono col loro sangue l’indipendenza dei monti, dei piani e dei fiumi, che ora, sotto di voi, sono diventati preda dello straniero. Essi vi gridano: «Siate degni di noi, tramandate ai posteri la nostra memoria, così pura e veneranda come venne a voi, quella memoria per cui voi siete gloriosi di derivare da noi. Finora la nostra opposizione era considerata come cosa nobile, grande e saggia; noi sembravamo gli iniziati e gli eletti della divina provvidenza. Se la nostra stirpe perisce con voi, il nostro onore diventa vergogna e la nostra saggezza, pazzia. Giacché, se la nostra stirpe doveva esser distrutta dalla romanità, meglio sarebbe stato esser distrutti dall’antica che dalla nuova1». J.G. Fichte, Discorsi alla nazione tedesca (1807-1808) 1. Si riferisce alla conquista da parte dell’Impero romano e alla conquista da parte della Francia, considerata erede della romanità per la sua lingua derivata dal latino.

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

ƒ Quale differenza c’è per Fichte tra i Tedeschi e gli altri popoli? ƒ Secondo Fichte la tradizione germanica è più o meno liberale della tradizione romana? ƒ Nella seconda parte del discorso quale appello rivolge Fichte al popolo tedesco? ƒ Su che cosa si fonda per Fichte l’idea di nazione? ƒ Su che cosa fa leva il filosofo tedesco per sostenere l’impegno dei Tedeschi contro l’invasore francese?

ƒ Le idee espresse nei Discorsi alla nazione tedesca sono collocabili nel pensiero del Romanticismo europeo? Perché? ƒ Su che cosa si fonda l’idea di nazione per i romantici? ƒ Come vengono reinterpretati i valori di uguaglianza, fraternità e libertà nell’Ottocento?

RIELABORARE, DISCUTERE, REINTERPRETARE ƒ Per Fichte la lingua germanica è l’unica a essersi mantenuta pura nonostante le dominazioni straniere e pertanto indica la superiorità culturale del popolo tedesco. La purezza di una lingua è davvero, a tuo giudizio, indice di cultura? Nel mondo contemporaneo le diverse contaminazioni linguistiche hanno eliminato totalmente il concetto di purezza linguistica. Rifletti su questo tema e argomenta sulla funzione della lingua come espressione della cultura di un popolo.

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COMPETENZE: USARE LE FONTI

La lotta di classe DOCUMENTO

Pubblicato a Londra nel 1848 come documento programmatico della Lega dei comunisti (un piccolo gruppo politico di esiliati tedeschi), il Manifesto del Partito Comunista, scritto da Karl Marx e dal suo amico Friedrich Engels, rappresenta uno dei testi fondamentali del movimento operaio. Vi viene esposta la celebre interpretazione dello sviluppo storico come lotta di classe. Nella fase storica in cui gli autori scrivono è la borghesia la nuova classe dominante che si contrappone al proletariato oppresso. Questa contrapposizione avrà come sbocco, secondo Marx, l’azione rivoluzionaria del proletariato volta a eliminare la proprietà privata e, di conseguenza, la divisione in classi.

La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri di corporazioni e garzoni, insomma oppressori e oppressi, sono stati sempre in reciproco antagonismo, conducendo una lotta senza fine, a volte nascosta, a volte dichiarata, che portò in ogni caso o a una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o alla totale rovina delle classi in competizione. Nelle epoche più antiche della storia scorgiamo quasi ovunque una struttura della società tutta secondo differenti strati, una graduazione articolata delle posizioni sociali. Nell’antica Roma abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel Medioevo signori feudali, vassalli, membri di cor-

porazioni, garzoni, servi La prima edizione del Manifesto del della gleba, e inoltre in Partito Comunista, stampata a Londra quasi ciascuna di queste nel febbraio del 1848. classi ulteriori graduazioni particolari. La moderna società borghese, nata dalla rovina della società feudale, non ha fatto sparire gli antagonismi di classe. Essa ha solo creato, al posto delle vecchie, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta. La nostra epoca tuttavia, l’epoca della borghesia, si distingue in quanto ha reso più semplici tali antagonismi. Tutta la società si va dividendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte tra loro: borghesia e proletariato. K. Marx - F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1848

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

ƒ Qual è il motore della storia secondo Marx ed Engels? ƒ A che cosa ha portato nella Storia l’antagonismo fra le classi? Quali epoche rievocano Marx ed Engels per sostenere la loro tesi? ƒ Secondo Marx ed Engels, ogni epoca storica ha una sua struttura sociale, che la connota e la determina: quali erano le classi sociali in epoca romana? E in epoca feudale? ƒ Come è strutturata la società ottocentesca secondo Marx ed Engels? ƒ Perche la società si è semplificata? ƒ Quali sono le classi in conflitto?

ƒ Quali sono le fasi attraverso le quali è passata la civiltà umana nella Storia? ƒ Quale grande cambiamento epocale ha determinato nella società dei tempi di Marx due classi contrapposte? ƒ Che cosa determina il passaggio da uno stato all’altro della civiltà? In che modo? ƒ Qual è stato il ruolo della borghesia nell’età feudale secondo Marx? ƒ Qual è il compito del proletariato?

RIELABORARE, DISCUTERE, REINTERPRETARE ƒ Nonostante le previsioni di Marx, oggi nel mondo capitalista non sembrano esserci le condizioni per una rivoluzione violenta che abbatta la proprietà dei mezzi di produzione. In altre aree del mondo invece, ad esempio nel mondo arabo, si sono verificate rivoluzioni causate dalla condizione degli oppressi di quelle società: che tipo di oppressione vivevano gli insorti? È riscontrabile in questo caso lo schema ipotizzato da Marx?

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Restaurazione e opposizioni

Dibattito: condanna e rivalutazione del Congresso di Vienna La valutazione del Congresso di Vienna si presenta molto diversa a seconda del periodo storico: se i contemporanei ne diedero un giudizio negativo che durò per tutto il XIX secolo, nel Novecento venne rivalutato per l’equilibrio politico che il Congresso seppe creare in Europa. Già durante il suo svolgimento, il Congresso non godette di buona fama, soprattutto per l’impressione di scarsa serietà che diede la classe dirigente europea dopo le tragedie delle guerre napoleoniche. Signiicativi al riguardo sono il commento del segretario di Metternich, Friedrich von Gentz (1764-1832): «Il vero scopo del Congresso era la spartizione fra i vincitori delle spoglie strappate al vinto»; e il severo giudizio dello storico tedesco Georg Gervinus (1805-1871): «Si sarebbe potuto esigere che almeno le sregolatezze avessero apparenze più decenti […]. Qui mancò quella grave serietà nelle discussioni, che forma il vanto dei congressi anteriori e prevalse invece il genio della mistiicazione […]. I piaceri distraevano in cure secondarie i capi del Congresso, già avidi di distrazioni». Le potenze europee vennero inoltre accusate di avere risolto con cinismo e supericialità i problemi relativi alle libertà nazionali e costituzionali, che saranno destinati a esplodere nei moti e nelle rivoluzioni dell’Ottocento. Opinioni negative, con motivazioni ottocentesche, si riscontrano anche nella prima parte del Novecento, soprattutto da parte dei pensatori liberali che ne criticarono gli aspetti reazionari e conservatori, come nel caso del ilosofo Benedetto Croce (1866-1952). Un radicale mutamento di atteggiamento si manifestò a partire dalla seconda guerra mondiale e soprattutto con il secondo dopoguerra, quando si ripresentarono i problemi della pace e dell’equilibrio. Di fronte alla catastrofe delle guerre del Novecento, il travaglio dell’Ottocento risultò diminuito di intensità e furono rivalutate le soluzioni adottate al Congresso. Signiicativo è il giudizio dello storico austriaco Karl Polanyi (1886-1964) che ha utilizzato l’espressione «pace dei cento anni» per deinire il periodo storico tra il 1815 e il 1914, segnato dall’equilibrio creato dal Congresso di Vienna. Molto positivo è anche il bilancio sia dello storico inglese Eric J. Hobsbawm (1917-2012), risalente al 1961, sia quello di Henry Kissinger (1923), il consigliere e segretario di Stato americano: entrambi sottolineano il realismo e la sensibilità dimostrati dalle potenze europee

STORIOGRAFIA

nonché la capacità di ottenere la pace e un lungo periodo di stabilità politica. Ne emerge un’analisi esclusivamente diplomatica del Congresso che ribalta del tutto il giudizio «moralmente romantico» dell’Ottocento.

Benedetto Croce

L’assolutismo senza genio Benedetto Croce (1866-1952) rappresenta una delle maggiori personalità culturali italiane del Novecento. Divenne senatore nel 1910 e tra il 1920 e 1921 fu ministro della Pubblica istruzione. Direttore della rivista «La critica», riprese, insieme al filosofo Giovanni Gentile (18751944), l’idealismo tedesco, in particolare di Hegel, che applicò soprattutto alla teoria della Storia, interpretata come progressiva realizzazione dell’idea di libertà. Negli anni del fascismo, Croce si distinse proprio per la difesa degli ideali di libertà contro il regime e, per questo motivo, ruppe la sua collaborazione con Gentile che invece aderì al regime fascista. Tra le opere di maggiore importanza dal punto di vista storico, si possono segnalare: Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (1928); Storia d’Europa nel secolo XIX (1932); La Storia come pensiero e come azione (1938); Filosofia e storiografia (1949); Storiografia e idealità morale (1950).

Il quindicennio, che dalla caduta di Napoleone mette capo alla rivoluzione del luglio 18301, forma, nel comune giudizio, un periodo storico, con un proprio tema dominante che svolge portandolo a relativa conclusione. Questo tema è fatto consistere nell’opera ricostruttrice delle restaurazioni e nella correlativa azione della Santa Alleanza, che contrastò e ricacciò indietro e si sforzò di disperdere il moto liberale; ma, guardando nel fondo del processo, che allora ebbe corso, e al suo momento positivo e all’avvenimento nel quale si attuò, si dirà con maggiore esattezza che, in quel quindicennio, l’ideale liberale resistette contro l’assolutistico, lo combatté senza tregua, e alfine ebbe sovr’esso una vittoria definitiva perché sostanziale2. 1. La rivoluzione del luglio 1830 depose dal trono il Borbone Carlo X, dando inizio alla monarchia costituzionale di Luigi Filippo d’Orléans. 2. La concezione crociana della Storia riprende l’idealismo di Hegel, che interpreta lo sviluppo storico come il realizzarsi della ragione. Croce sostiene che l’ideale liberale è più sostanziale di quello assolutistico, in quanto realizza l’idea di razionalità nella Storia, che non può tornare indietro all’età precedente la Rivoluzione francese.

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COMPETENZE: USARE LE FONTI

Acquaforte del 1820 che mostra la famiglia reale francese insieme agli altri regnanti europei. Londra, National Portrait Gallery.

L’assolutismo, a cui fallava genio costruttore originale3, non possedeva nemmeno tale forza reazionaria ricostruttrice da sopraffare gli ordini liberali dove già esistevano, e toglier via i mutamenti effettuatisi nell’economia, nel costume, nella cultura che ne davano il bisogno dove non esistevano ancora, e riportare, insomma, la società europea a una statica di tempi lontani, che poi non era stata mai, neppur essa, una statica, quale pareva alle immaginazioni. Gli convenne, dunque, accettare tutte o quasi tutte le riforme economiche e giuridiche introdotte in quei popoli sui quali si era già distesa, direttamente o indirettamente, la potenza della Francia conquistatrice e di Napoleone […]. Sicché l’assolutismo prese forma non propriamente reazionaria ma conservatrice, e reazionaria solo ai fini di questa conservazione. Costretto a transigere contro il suo ideale, non solo aveva dovuto lasciar sussistere antichi regimi politici opposti al suo ed esempi sempre pericolosi, ma consentire che se ne formassero altri, che addirittura sarebbero stati stimoli e incoraggiamenti ai novatori e ai ribelli. B. Croce, Storia d’Europa nel secolo XIX, Laterza

mea1, un avvenimento più o meno coloniale, Inghilterra, Francia, Prussia, Austria, Italia e Russia furono impegnate a farsi la guerra in tutto soltanto per 18 mesi. Un calcolo delle cifre paragonabili per i due secoli precedenti dà una media dai sessanta ai settanta anni di guerre importanti per ciascun secolo. Al contrario, anche la più violenta delle conflagrazioni del diciannovesimo secolo, la guerra franco-prussiana del 1870-712, terminò dopo meno di un anno, lasciando la nazione sconfitta in grado di pagare una somma senza precedenti come indennità, senza alcun turbamento delle valute in questione. […] Il fattore completamente nuovo [del XIX secolo] ci sembra essere stato l’emergere di un acuto interesse per la pace. Tradizionalmente un interesse del genere era considerato al di fuori della portata del sistema statuale; la pace con i suoi corollari nei mestieri e nelle arti era collocata tra gli ornamenti della vita. La Chiesa avrebbe potuto pregare per la pace così come per un ricco raccolto, tuttavia nel campo dell’azione statuale essa avrebbe nondimeno sostenuto l’intervento armato. I governi subordinavano la pace alla sicurezza e alla sovranità cioè a fini che non potevano essere raggiunti se non attraverso il ricorso ai mezzi ultimi. Poche cose venivano considerate più nocive per una comunità dell’esistenza nel suo seno di un interesse per la pace. Ancora nella seconda metà del diciottesimo secolo J.-J. Rousseau biasimava i commercianti per la loro mancanza di patriottismo poiché erano sospettati di preferire la pace alla libertà. Dopo il 1815 il cambiamento è improvviso e completo. K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi 1. La guerra di Crimea scoppiò nel 1853 per i contrasti sorti tra la Turchia e la Russia, che voleva espandersi verso il Mar Nero a danno dei possedimenti turchi. Francia e Inghilterra, seguite poi dal Regno di Sardegna, intervennero a difesa dei Turchi, costringendo i Russi alla resa nel 1855.

3. L’assolutismo è privo di originalità proprio perché vuole bloccare la Storia. Questo tentativo è tuttavia destinato a fallire, in quanto la Storia non può che tendere alla realizzazione dell’idea di libertà che, come si è visto sopra, è più razionale rispetto alla conservazione.

2. La guerra fu dichiarata dalla Francia di Napoleone III contro la Prussia, che sconfisse duramente l’esercito francese e riuscì nel tentativo di unificare la Germania, proclamando Guglielmo I imperatore tedesco.

Karl Polanyi

Eric J. Hobsbawm ed Henry Kissinger

La pace dei cento anni

La diplomazia per evitare le guerre

Karl Polanyi (1886-1964), sociologo e antropologo sensibile alle teorie marxiste, lasciò l’Austria nel 1933, trasferendosi prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove insegnò alla Columbia University. Si è occupato soprattutto dell’analisi delle strutture sociali in base ai rapporti di mercato. Le sue opere principali tradotte in italiano sono: La grande trasformazione (1944); Traffici e mercati negli antichi imperi (1957); Il Dahomey e la tratta degli schiavi (1966); La sussistenza dell’uomo: il ruolo dell’economia nelle società antiche (1977).

Henry Kissinger (1923) è uno statista americano di origine tedesca e ha ricoperto l’incarico di segretario di Stato sotto la presidenza Nixon dal 1973 al 1977. Di famiglia ebraica, emigrò negli Stati Uniti nel 1938 in seguito alle leggi antisemite del nazismo. Si laureò ad Harvard nel 1950 e vi ritornò come docente di Politica internazionale. Ebbe numerosi incarichi governativi in organismi per la sicurezza nazionale e per le relazioni internazionali, ma soprattutto svolse un ruolo chiave nella politica estera degli Stati Uniti negli anni Settanta. Nel 1973 ricevette il premio Nobel per la pace. Attualmente presiede una fondazione di consulenza internazionale. Molti sono i suoi scritti sulla politica americana e internazionale, in parte raccolti nell’opera Memorie (1990), sugli armamenti

Il diciannovesimo secolo ha prodotto un fenomeno inedito negli annali della civiltà occidentale, e cioè una pace di cento anni, dal 1815 al 1914. A parte la guerra di Cri-

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Restaurazione e opposizioni nucleari, sulle relazioni con l’Unione Sovietica e sulla storia diplomatica (Un mondo restaurato. Metternich, Castlereagh e il problema della pace, 1999).

non corrispose alle speranze di una generazione di idealisti, ma diede loro qualcosa di più prezioso: un periodo di stabilità che diede alle loro speranze la possibilità di realizzarsi senza un’altra guerra e senza una rivoluzione permanente.

Eric Hobsbawm (1917-2012), storico inglese formatosi alla scuola marxista di M. Dobb, si è interessato sia di storia economica sia dei movimenti spontanei di opposizione. Membro della British Academy e della American Academy of Arts and Sciences, ha insegnato a Cambridge, a Londra e a New York. Tra le sue opere: I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale (1959); Le rivoluzioni borghesi. 1789-1848 (1962); L’età degli imperi. 1875-1914 (1986); Il secolo breve. 1914-1991 (1994).

H. Kissinger, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer

La nostra generazione, che in maniera tanto spettacolare si è rivelata incapace di assolvere il compito fondamentale della diplomazia internazionale, cioè quello di evitare le guerre mondiali, è perciò portata a considerare gli statisti e i metodi del 1815-1848 con un rispetto che non sempre sentirono le generazioni immediatamente successive. […] L’ammirazione è in un certo senso giustificata. La sistemazione dell’Europa dopo le guerre napoleoniche non fu né più giusta né più morale di qualunque altra, ma dati gli scopi del tutto antiliberali e antinazionali (cioè antirivoluzionari) di coloro che l’attuarono, fu certo una sistemazione realistica e sensibile. E.J. Hobsbawm, Le rivoluzioni borghesi (1789-1848), Laterza

In simili circostanze stupisce non quanto fosse imperfetto l’accordo raggiunto, ma quanto fosse ragionevole; non quanto fosse «reazionario» secondo le ipocrite teorie della storiografia del secolo XIX, ma quanto equilibrato. Magari

Canaletto (Bernardo Bellotto), Il castello di Schönbrunn, 1761. Vienna, Kunsthistorisches Museum. In questo palazzo, nei pressi della capitale dell’Impero asburgico, si svolse il Congresso di Vienna, dall’1 novembre 1814 al 9 giugno 1815.

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

ƒ Quale fu il tema dominante nel periodo storico tra il 1815 e il 1830 secondo Croce? ƒ Quale fu il destino dell’ideale liberale, nonostante i tentativi di contrastarlo? ƒ Perché secondo Croce l’assolutismo era destinato a fallire? ƒ Perché Karl Polanyi usa l’espressione «pace di cento anni»? ƒ Quale fu il fattore nuovo sorto all’inizio del XIX secolo? Perché fu un interesse anomalo? ƒ Qual è la valutazione che propongono Hobsbawm e Kissinger del Congresso di Vienna?

ƒ Che cosa volevano le grandi potenze dopo la sconfitta di Napoleone? ƒ Per quali motivi venne convocato il Congresso di Vienna? ƒ Quali criteri guidarono le scelte dei ministri per il riordino dell’Europa? ƒ Quale principio doveva guidare la politica estera delle grandi potenze? Con quali conseguenze?

RIELABORARE, DISCUTERE, REINTERPRETARE ƒ Il raggiungimento della pace è il grande obiettivo della diplomazia, che talvolta però incontra un ostacolo nelle esigenze nazionali o nel nazionalismo aggressivo o in altre situazioni difficili: quale delle tesi proposte riguardo alla valutazione del Congresso di Vienna ti sembra più adeguata? Ritieni che oggi gli organismi diplomatici siano in grado di garantire al mondo la pace o di controllare le eventuali guerre?

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COMPETENZE: USARE LE FONTI

Le etnie sono un’invenzione STORIOGRAFIA

Nel corso del Novecento, la nozione di razza, che si basava su considerazioni biologiche rivelatesi inesatte, è stata sostituita da altre nozioni meno rigide, quali quelle di identità nazionale e di etnia, che vengono invece deinite su basi culturali e storiche. Il problema è insomma diventato di pertinenza della disciplina storica dell’etnogenesi, e non più della biologia. Proprio uno storico, Alessandro Barbero, mette in luce le origini culturali della nozione di popolo, che spesso si è basata su miti inventati per dare un’identità il più possibile unitaria a comunità che al loro interno presentavano numerose diversità. Barbero sottolinea inoltre come queste operazioni culturali vengano condotte anche al giorno d’oggi quando, soprattutto per ini politici, vengono inventati nuovi miti etnici, come quello dei padani.

Alessandro Barbero Alessandro Barbero (1959) insegna Storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale a Vercelli. Collabora con il supplemento culturale «Tuttolibri» del quotidiano «La Stampa» e con la rivista «Medioevo». Ha pubblicato Dizionario del Medioevo (con Chiara Frugoni, 1994); Medioevo. Storia di voci, racconto di immagini (1999), Carlo Magno. Un padre dell’Europa (2000); Il ducato di Savoia. Amministrazione e corte di uno Stato franco-italiano (2002); La guerra in Europa dal Rinascimento a Napoleone (2003); La cavalleria medievale (2003) .

Uno dei più vistosi cambiamenti di rotta del pensiero novecentesco, nel campo delle scienze umane, è stato l’abbandono della nozione di razza in favore d’una gamma molto più sfumata di concetti, come quelli di identità nazionale o comunità etnica. […] Oggi, classificare le razze umane è una pratica così fuori moda che si fa fatica a ricordare quanto fosse invece consueta, non solo in Germania, tra le due guerre mondiali. Nessuno crede più che i popoli siano realtà biologiche, e d’altronde anche le ricerche più avanzate sulla genetica […] hanno dimostrato che all’interno d’ogni popolo odierno convivono tranquillamente eredità genetiche di origine disparata: non Charles Gleyre, I Romani che passano sotto il giogo, 1858. Losanna, Museo cantonale delle Belle Arti. Il dipinto descrive una sconfitta romana contro i Germani nel II secolo a.C.

sono i laboratori dei biologi che ci diranno che cos’è un popolo o nazione. Per strano che possa sembrare, saranno forse gli storici a dircelo. Negli ultimi anni, uno dei campi di ricerca più eccitanti in cui si sono impegnati gli storici, soprattutto di lingua tedesca, è proprio quello dell’etnogenesi: il tentativo, cioè, di scoprire come nasce e come muore un popolo, e dunque che cosa tiene insieme, per qualche secolo, alcune migliaia o alcuni milioni di persone persuadendole a costituire una nazione. […] I Goti, i Longobardi, i Franchi, gli Unni, gli Àvari oggi indiscutibilmente non sono più fra noi. E dove sono andati a finire, giacché non sono certo morti tutti all’improvviso come i dinosauri? Ma quel che è ancora più sconcertante è che questi popoli non sono soltanto spariti dalla scena: erano anche apparsi dal nulla. Tacito, che descrisse minuziosamente la Germania del I secolo dopo Cristo, non li aveva mai sentiti nominare. È a partire da queste constatazioni imbarazzanti, da queste domande magari banali ma impossibili da eludere, che gli storici hanno cominciato a scoprire come nascono e muoiono i popoli. […] Nell’Alto Medioevo […] un popolo era, di solito, un aggregato di gente di origine disparata, che a volte non parla-

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Restaurazione e opposizioni va nemmeno la stessa lingua: i nobili àvari parlavano fra loro in una lingua turco-mongola, ma in lingua slava con i contadini; e al tempo di Carlo Magno c’erano Franchi che parlavano in lingua «romana» e altri che parlavano in lingua «tedesca», senza smettere per questo di considerarsi tutti Franchi. Anche l’esistenza d’una cultura materiale propria e inconfondibile per ciascun popolo s’è rivelata un mito: i modelli circolavano, erano imitati, si mescolavano, sicché nessun archeologo, trovando una spada o una ceramica, osa più attribuirla con certezza a un popolo piuttosto che a un altro. A definire una nazione erano, invece, delle esperienze condivise: una guerra vittoriosa al seguito di un capo carismatico, lo stanziamento in uno stesso territorio, la conversione a una stessa religione. Esperienze abbastanza importanti da forgiare un senso di identità e di appartenenza, e magari giustificare la nascita di un mito d’origine, che non risultava meno efficace per il fatto d’essere inventato di sana pianta. […] Anche per quanto riguarda il mondo antico i compartimenti stagni di una volta non tengono più: i Celti, i Germani descritti da Cesare, per esempio, non erano forse popoli diversi, ma diverse fasi evolutive di una medesima civiltà; anzi, c’è chi sostiene che i Germani, alla fin fine, li abbiano inventati i Romani. Sono stati loro a percepirli come una collettività, […] a trasformare quel magma di tribù in etnie con una propria identità. A partire dall’Ottocento, i progressi della linguistica e le preoccupazioni nazionalistiche hanno fatto il resto, creando il mito di una comunità originaria di popoli germanici; in cui sono stati inclusi per buona misura anche i Goti, in base a considerazioni puramente linguistiche, benché per certi aspetti assomigliassero molto di più ai popoli delle steppe asiatiche. […] Si tratta di processi che avvengono nell’arco di molte generazioni, senza che nessuno di coloro che li vivono possa averne piena coscienza; la percezione

immediata spinge invece l’uomo a credere che i popoli siano realtà date e immutabili, capaci di sopravvivere a qualunque trasformazione. Così i Romani potevano convincersi d’essere i discendenti in linea diretta dei Troiani, un po’ come oggi sulle Alpi o nella Pianura padana si incontra gente che crede di discendere dai Celti. […] Queste ricerche sulla storia antica e medievale si rivelano di sorprendente attualità: esse ci costringono a ricordare che l’appartenenza etnica non è un fattore biologico ma culturale; non è data dalla natura, ma costruita storicamente. Come dire che bisogna diffidare delle pretese di continuità millenaria, che nascondono con una mano di vernice l’incredibile mescolanza di geni e di lingue da cui sono usciti i popoli d’oggi, e servono quasi sempre a coprire finalità politiche discutibili. Ma c’è anche un altro motivo, non meno inquietante, per cui la riflessione sull’origine dei popoli risulta attuale. Essa ci insegna infatti che i popoli non sono eterni, come nascono così muoiono, e basta pochissimo perché comincino a morire: basta, talvolta, che la gente smetta di crederci. Quel che è successo agli Unni dopo la morte di Attila […] non è molto diverso da quel che è successo agli Jugoslavi, inventati e poi di nuovo spariti nell’arco di un secolo; o che per poco non è successo ai Tedeschi, dopo la catastrofe del nazismo e la spartizione della Germania. «La nazione è quell’aggregato umano che crede di essere una nazione», scriveva cinquant’anni fa Ernesto Sestan; e lui doveva saperlo, giacché era uno storico italiano, ma aveva combattuto la prima guerra mondiale nell’esercito austro-ungarico, e poi, volendo, avrebbe potuto benissimo ritrovarsi jugoslavo. E se oggi qualcuno cominciasse a sostenere che, con quel cognome, non poteva certo essere italiano, ma padano? A. Barbero, in «La Stampa», 3 novembre 2000

COMPRENDERE

CONTESTUALIZZARE

ƒ Di che cosa si occupa l’etnogenesi? ƒ Quali esempi di popoli scomparsi porta l’autore dell’articolo? ƒ Che cosa determina l’identità nazionale secondo Barbero?

ƒ Quale origine ha l’idea di nazione? ƒ Che influenza ebbe il Romanticismo nel rafforzare il sentimento nazionale? ƒ In che cosa consiste la novità dell’Ottocento di sovrapporre la nazione allo Stato?

ƒ Prima e Dopo ƒ Video - Il ritorno dei Borboni ƒ Immagine commentata - La moda romantica ƒ Immagine commentata - La fabbrica di New Lanark

RIELABORARE, DISCUTERE, REINTERPRETARE ƒ Che cosa pensi delle conclusioni a cui sono giunti gli studiosi di etnogenesi? Pensi che il luogo di nascita abbia un peso rilevante per sentirsi appartenente a una nazione piuttosto che a un’altra? Che cosa a tuo giudizio serve a costruire il senso di appartenenza?

ƒ Immagine commentata - L’insurrezione degli Spagnoli contro Napoleone ƒ Online DOC - Louis de Bonald: la sovranità popolare ƒ Online STO - Che cos’è la democrazia ƒ Audiosintesi Unità 7

IN DIGITALE

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MISURARE LE COMPETENZE

GLI EVENTI

IL TEMPO

Completa la frase.

Unisci opportunamente avvenimento e data, indicando il numero corrispondente della data nella colonna a destra di ogni avvenimento.

1. L’età della Restaurazione indica il periodo che va dal 1815 al 1830 indica il periodo che va dal 1804 al 1815 indica il periodo che va dal 1815 al 1914 2. Secondo il principio di legittimità sono legittime le dinastie costituite nell’epoca napoleonica sono legittime le dinastie che, volute da Dio, hanno regnato da lungo su uno Stato è legittimo, per un popolo, abbattere un regime tirannico 3. Secondo i teorici della Restaurazione la Rivoluzione francese aveva soltanto causato disordine e violenza la Rivoluzione francese era stata voluta dal popolo la Rivoluzione francese aveva apportato valori positivi, che però non erano sufficienti 4. I liberali erano sostenitori dell’uguaglianza giuridica dell’uguaglianza politica dell’uguaglianza sociale 5. I democratici erano sostenitori dell’uguaglianza giuridica dell’uguaglianza politica dell’uguaglianza sociale 6. I socialisti erano sostenitori dell’uguaglianza giuridica dell’uguaglianza politica dell’uguaglianza sociale

LE PAROLE Definisci le seguenti espressioni: a. grandi potenze b. bonapartismo c. patria d. reazionario e. socialismo f. comunismo

Avvenimento a Sottoscrizione della Quintuplice Alleanza b Marx ed Engels pubblicano il Manifesto del Partito Comunista c

Proudhon pubblica Che cos’è la proprietà?

d Marx pubblica il primo libro del Capitale e Sottoscrizione della Santa Alleanza f

Apertura del Congresso di Vienna

g Burke pubblica le Riflessioni sulla Rivoluzione francese

Data 1

1790

2 1814 3 1815 4 1818 5 1840 6 1848 7 1867

VERSO L’ESAME DI STATO a. Rispondi alle seguenti domande. ƒQuali scopi si poneva il Congresso di Vienna? ƒPerché il Romanticismo è considerato un movimento sia conservatore sia progressista? ƒChe rapporto c’è fra l’idea di nazione e lo Stato? ƒQual era il modello di Stato proposto dai liberali? ƒChe cosa significa «socialismo scientifico»? b. Il saggio breve: interpreta e confronta i seguenti testi. ƒp. 267 – La lingua (e la stirpe) fondano la nazione ƒp. 268 – La lotta di classe Successivamente, utilizzando anche le tue conoscenze, sviluppa l’argomento proposto nella forma del saggio breve, attribuendo alla composizione un titolo appropriato. Argomento. La nazione e la classe: due forme di concepire il popolo nella prima metà dell’Ottocento

UNITÀ 8

275

I moti degli anni Venti e Trenta PRIMA: La repressione degli ideali liberali Per realizzare il proprio obiettivo la Restaurazione non si limitò a ristabilire le monarchie spodestate e a riaffermare le gerarchie sociali, i modi di governare e di pensare precedenti il 1789; ma cercò di recuperare l’origine divina della sovranità e di eliminare i princìpi liberali che si erano diffusi. Fu per tenere sotto controllo la situazione politica e la circolazione delle idee che molte monarchie ricorsero alla censura e a un regime poliziesco.

CAUSE

EVENTI

CONSEGUENZE

X

1820: Scoppia un’insurrezione delle truppe a Cadice

X

Ondata di moti in diversi Paesi d’Europa

Carlo Alberto inizialmente appoggia i liberali piemontesi

X

Marzo 1821: Moto liberale a Torino e Alessandria

X

I rivoltosi sono sconfitti a Novara con l’aiuto degli Austriaci

Un moto indipendentista in Grecia viene appoggiato da Gran Bretagna e Russia

X

1829: Pace di Adrianopoli

X

Indipendenza della Grecia dall’Impero turco

Carlo X di Francia tenta un colpo di Stato antiparlamentare

X

Luglio 1830: Protesta del popolo di Parigi e rivolta contro Carlo X

X

Nasce una monarchia costituzionale con Luigi Filippo d’Orléans

Tensioni fra Belgi e Olandesi all’interno del Regno d’Olanda

X

1830: Rivolta anti olandese a Bruxelles

X

Indipendenza del Belgio dall’Olanda

Tensioni tra Spagna e colonie e nella società latino-americana

X

1809-1828: Numerosi Stati latinoamericani ottengono l’indipendenza

X

Un continente diviso, politicamente instabile e dipendente economicamente da altre nazioni

Politica duramente reazionaria di Ferdinando VII di Spagna

DOPO: L’affermazione degli ideali rivoluzionari dei patrioti romantici e dei «popoli» Il rifiuto della Restaurazione si manifestò negli anni Venti e Trenta con due ondate di moti insurrezionali che coinvolsero molti Paesi europei e l’America Latina. Nel Sud America le rivolte posero fine al dominio di Spagna e Portogallo e crearono nuovi Stati indipendenti. In Europa invece i moti ebbero per lo più un esito fallimentare, anche per l’efficacia della repressione voluta dalle grandi potenze; ma le insurrezioni misero in chiaro che la Restaurazione non era realizzabile.

LESSICO

1. Le società segrete UN’OPPOSIZIONE NASCOSTA Nell’età della Restaurazione, il dissenso politico era vietato o sottoposto a gravi limitazioni in quasi tutta Europa. Per questa ragione, il principale strumento di lotta politica fu costituito dalle società segrete, la cui forma organizzativa venne perlopiù ereditata dalla Massoneria difusasi in tutta Europa al seguito dell’esercito napoleonico. Sul modello della Massoneria era organizzata la Carboneria, presente in Italia e in Spagna, la più nota e importante tra le società segrete operanti in questo periodo. Come i massoni, che traevano i loro simboli dai muratori, i carbonari si rifacevano ai carbonai. Avevano come obiettivo la costituzione liberale. Altre società segrete – ad esempio i Comuneros (in Spagna) o gli Adelfi e i Filadelfi (in Francia e in Italia del Nord) – puntavano invece a ottenere una costituzione democratica. Non mancavano comunque i contatti tra le società segrete, sicché era diicile individuare dei conini netti tra una società e l’altra; nel contempo, la struttura rigidamente gerarchica e clandestina di queste società faceva sì che talvolta gli aderenti fossero a conoscenza solo di una parte del programma a seconda del grado raggiunto nell’organizzazione. Era questo ad esempio il caso dei Sublimi Maestri Perfetti, setta fondata da Filippo Buonarroti: la sua struttura era articolata in tre gradi corrispondenti a tre diversi obiettivi: primo grado costituzione, secondo grado repubblica, terzo grado rivoluzione sociale.

Le società segrete in Europa REGNO UNITO

REGNO REGNO DI DANIMARCA DI SVEZIA REGNO DEI PAESI BASSI

Vienna

REGNO SVIZZERA DI FRANCIA

3

Milano Torino Parma

2

Madrid

REGNO DI SPAGNA

IMPERO RUSSO

POLONIA

CONFEDERAZIONE GERMANICA

Parigi

6

Mosca

Berlino

Ren o

OCEAN O AT LAN TIC O

Londra

R PO EGN RTO O D GA I LLO

SOCIETÀ SEGRETE Le società segrete sono libere associazioni di individui che perseguono uno scopo comune (il termine società deriva dal latino socius, compagno), ma che fanno della clandestinità la condizione necessaria e permanente per il raggiungimento del loro fine. Non sono dunque considerate società segrete quelle associazioni per le quali la clandestinità è un’esigenza temporanea, come avverrà per i partiti politici sotto i regimi totalitari. In genere l’aspetto della segretezza riguarda i componenti dell’associazione, la struttura organizzativa, le sedi e gli obiettivi.

276

TUTOR

UNITÀ 8

REGNO DI SARDEGNA Mar Mediterran eo

Dan ub

Venezia

1 Modena Firenze 5

io

Mar Nero

IMPERO OTTOMANO

Roma Napoli

Istanbul

REGNO DELLE DUE SICILIE

Limite della Confederazione Germanica

4

Regno di Prussia Impero d’Austria

1. Carboneria. Presente in Italia, era animata da ideali laici e liberali. Il nome derivava dalla corporazione di mestiere dei carbonai, di cui utilizzava i simboli. 2. Filadelfi e Adelfi. Il nome era derivato dalla parola greca adelphós, fratello: gli affiliati operavano in Francia e nell’Italia del Nord, animati da ideali democratici. 3. Comuneros. Erano presenti in Spagna e puntavano a ottenere una costituzione democratica. Il loro nome derivava dalle città spagnole che nel Cinquecento si ribellarono a Carlo V.

4. Eterìa. Era presente in Grecia e lottava per l’indipendenza del Paese dal dominio ottomano; gli affiliati erano inoltre legati dalla comunanza del culto (cristiano ortodosso) e della lingua. Il nome derivava dalle associazioni dell’antica Grecia formate da etáiroi,«amici». 5. Calderari e Concistoriali. I primi nel Regno di Napoli e i secondi nello Stato Pontificio, erano organizzati dagli stessi governi contro le società segrete liberali e repubblicane. 6. Cavalieri della fede. Era una società segreta reazionaria presente in Francia.

L’UTOPIA DI BUONARROTI Nato a Pisa nel 1761, Filippo Buonarroti aveva partecipato attivamente alla Rivoluzione francese ricavandone insegnamenti di carattere universale. Nel 1791 scriveva: «Mi vergognerei di dare il nome di Patria fuorché a un Paese libero». Discepolo di Babeuf, partecipò nel 1796 alla Congiura degli Eguali. Secondo Buonarroti, non era suiciente battersi perché il sovrano concedesse una costituzione o ainché venisse instaurata la repubblica. La libertà non poteva limitarsi all’ambito politico: occorreva una rivoluzione sociale che mutasse radicalmente la società e instaurasse il comunismo teorizzato da Babeuf: un comunismo agrario, basato sulla conisca delle terre da parte dello Stato (che ne diventava il proprietario) e la loro assegnazione ai contadini. Per raggiungere questo risultato bisognava coordinare le attività delle diverse società segrete. La rivendicazione della costituzione liberale o della democrazia doveva divenire la premessa per una lotta ben più vasta, i cui obiettivi erano noti solo a chi raggiungeva il grado più elevato dell’organizzazione. Nonostante l’attivismo, Buonarroti non riuscì a ottenere risultati signiicativi: la sua visione sociale era troppo lontana dalla realtà, anche per il difondersi della rivoluzione industriale. E troppo diversi tra loro erano i contesti politici degli Stati europei perché un coordinamento internazionale potesse imporsi.

277

LESSICO

I moti degli anni Venti e Trenta

IL METODO DELLE INSURREZIONI Il metodo di lotta seguito dalle società segrete consisteva generalmente nell’organizzare delle insurrezioni che obbligassero il sovrano a concedere la costituzione. Accanto alle società segrete progressiste, però, operarono anche società segrete reazionarie, come i Cavalieri della fede in Francia o i Concistoriali in Italia. Tuttavia queste società ebbero un ruolo assai limitato, di sostegno alle posizioni più intransigenti dell’aristocrazia e del clero. Il merito delle società segrete progressiste fu quello di tenere vivi gli ideali della Rivoluzione francese in un contesto di dura repressione da parte dei sovrani europei. Il limite invece consistette proprio nella segretezza dei programmi e degli iscritti. Inoltre, queste società poggiavano su una base popolare ristretta: accanto ai militari, ne facevano parte molti intellettuali e studenti, mentre minore era il numero degli esponenti della borghesia commerciale e delle professioni; ancor meno erano i membri dell’aristocrazia, pochissimi inine erano gli artigiani e i popolani. Il mancato coinvolgimento delle masse popolari nelle società segrete progressiste porterà, nella stragrande maggioranza dei casi, al fallimento della loro azione.

INSURREZIONE È la ribellione di un gruppo consistente di individui contro il potere politico dominante o contro un potere straniero. Costituisce talvolta una premessa alla rivoluzione e si distingue per la breve durata nel tempo. Se non sfocia in una rivoluzione, coincide normalmente con manifestazioni di massa, come la sommossa o la sedizione. Nell’Età moderna le insurrezioni hanno coinvolto, in genere, la popolazione urbana. La Rivoluzione francese aveva tentato di legalizzare l’insurrezione: nell’art. 35 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino dell’Atto costituzionale del 1793 si afferma che, se il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione diventa «il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri».

COMPETENZE

USARE LE FONTI

L’origine della Carboneria Pag. 294 Ignaz Unterberger, La loggia massonica di Vienna, 1789. Vienna, Museo Karlsplatz.

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278

«IL CONCILIATORE»: L’OPPOSIZIONE INTELLETTUALE

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Quali erano le caratteristiche delle società segrete? ƒ Che ruolo svolsero durante gli anni della Restaurazione? ƒ Qual era il metodo di lotta usato dalle società segrete? ƒ Che tipo di opposizione rappresentava la rivista «Il Conciliatore»?

DOCUMENTO

Un caso particolare fu quello che si veriicò in Lombardia, dove l’amministrazione austriaca cercò di instaurare un rapporto di collaborazione con gli intellettuali. A questo scopo nel 1816 gli Austriaci promossero la creazione della rivista «Biblioteca italiana» e ne ofrirono la direzione a Ugo Foscolo. Questi però riiutò e anche altri intellettuali di rilievo negarono il loro contributo. Fallita l’iniziativa, la rivista si limitò a sostenere una visione tradizionalista. Per contro, i maggiori intellettuali milanesi, come Giovanni Berchet, Luigi Porro Lambertenghi e i piemontesi Silvio Pellico e Ludovico di Breme, guidati da Federico Confalonieri, diedero vita a una rivista alternativa: «Il Conciliatore». Pubblicata a Milano, a partire dal settembre 1818, la rivista si occupava di statistica, di economia, di argomenti scientiici, ma anche di letteratura e di istruzione: mirava a formare un’opinione pubblica moderata, borghese e liberale. «Il Conciliatore» fu chiuso nell’ottobre 1819 per le pressioni della polizia.

La polizia controlla «Il Conciliatore» Il conte Giulio Giuseppe Strassoldo, presidente dell’Imperial Regio Governo Lombardo-Veneto, scrive la seguente relazione al conte Sedlnitzky, per dare un giudizio sulla rivista «Il Conciliatore». L’intento è quello di minimizzare il ruolo della rivista che aveva suscitato la curiosità dell’opinione pubblica.

APPROFONDIMENTO

Vostra Eminenza avrà potuto dedurre che il locale stampatore e libraio Vincenzo Ferrario ha chiesto, tramite l’ufficio di censura, l’autorizzazione per la stampa e la divulgazione di

un settimanale statistico-letterario dal titolo «Il Conciliatore», ottenendola con l’impegno che gli scrittori che vi avessero collaborato si sarebbero attenuti per principio a un tono moderato. […] In seguito al pretenzioso annuncio del «Conciliatore», la curiosità del pubblico si tese al massimo, ma i primi annunci che vi apparvero tediarono, e i seguenti suscitarono risentimenti, con alcuni articoli, nelle gentildonne di Milano e poi negli uomini, e il foglio deluse e delude talmente l’attesa che ognuno ne prevede prossima la fine.

La Massoneria Secondo la leggenda, la Massoneria ebbe origine nel Medioevo, quando tra le altre corporazioni si affermò quella dei muratori e degli architetti. In quanto associazione di mestiere, in essa venivano trasmessi gli insegnamenti dell’arte insieme all’obbligo di assoluta segretezza e di aiuto reciproco. Col tempo, essendo diventata la piu prestigiosa delle associazioni di mestiere, godette di particolari riguardi, tanto da ottenere dalla Chiesa, nel XIV secolo, l’affrancamento dai tributi, oltre a notevoli libertà nei riguardi delle autorità locali: nacque così in Inghilterra il termine freemason, in francese franc-masson e in italiano «libero muratore». Proprio per il prestigio raggiunto, che implicava notevoli vantaggi in ambito politico, furono numerose le persone che si affiliarono a essa, attratte dalla possibilità di instaurare importanti amicizie in tutto il continente o di ottenerne la protezione. Ma fu solo nel 1717, con la costituzione della Grande Loggia di Londra, che vennero fissate in modo preciso le caratteristiche della Massoneria, mentre nel 1723 venne redatto il Libro delle costituzioni, che contiene la base teorica della Massoneria. Le Costituzioni si dividono in sei capitoli. Fondamentale è il primo dedicato alla religione. Vi si legge l’intento di conciliare i vari culti e di farli con-

Grembiule cerimoniale in pelle indossato dagli affiliati alla Massoneria. Milano, Museo del Risorgimento.

vivere con il deismo, la credenza razionale in Dio, base della fede massonica: «Un massone è obbligato a obbedire alla legge morale, e se conosce bene l’arte, non sarà mai stupido ateo né libertino irreligioso». Dio è dunque il «Grande Architetto dell’Universo», ma non interviene nelle faccende umane: in altri termini, non è Provvidenza come sostiene la dottrina cattolica. L’ultimo capitolo è quello in cui si consiglia di mantenere il

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I moti degli anni Venti e Trenta

TUTOR ATTIVITÀ E LIMITI DELLE SOCIETÀ SEGRETE PROGRESSISTE Attività Difesa degli ideali della Rivoluzione francese. Organizzazione di una fitta rete di collegamenti internazionali. Intensa lotta politica in un periodo di dura repressione conservatrice. Limiti

Ristretta base popolare ed eccessiva presenza di militari. Struttura verticistica che impediva le comunicazioni tra gli affiliati. Eccessivo settarismo che escludeva le masse popolari dall’azione. Una cerimonia d’iniziazione massonica in una stampa di fine Settecento.

segreto agli occhi dei profani al fine di difendere la «venerabile fraternità» massonica, secondo il principio della solidarietà filantropica che lega in amicizia sincera persone unite dalla stessa visione del mondo. Chi vuole entrare nella Massoneria deve sottoporsi a un rituale complesso. È interrogato e se le indagini dei confratelli hanno esito positivo, presta giuramento e riceve il grembiule massonico e il guanto. Entra nell’associazione con il grado di apprendista, poi diventa compagno e infine maestro. L’atteggiamento politico della Massoneria fu progressista o conservatore, in relazione ai diversi contesti e alle scelte delle singole logge. Costante fu invece la condanna della Chiesa cattolica, che non poteva accettare né la sua dottrina (in quanto la tolleranza religiosa implicava l’accettazione di credenze diverse, il che poteva portare al relativismo), né la sua politica (in quanto veniva messo in discussione il rapporto privilegiato della Chiesa con lo Stato, la cosiddetta alleanza trono-altare). LESSICO MASSONICO Grembiule. Il capo d’abbigliamento principale durante i lavori in Loggia. Secondo alcuni il grembiule simboleggia il corpo fisico di cui lo spirito deve essere rivestito per poter realizzare il Tempio;

secondo altri, avrebbe lo scopo di ricoprire la parte inferiore del corpo, sede delle passioni e degli istinti, a significare che nel Tempio solo la parte superiore, quella che è sede delle facoltà spirituali e razionali, deve partecipare intensamente ai lavori. Guanto. I guanti bianchi indicano che le mani devono restare sempre pure, nel senso che non si devono macchiare di alcun delitto. Loggia. Il termine deriva, secondo alcuni, dal sanscrito loka, «universo»; secondo altri, dal greco lógos, «parola»; secondo altri ancora, dal latino laubia o lobia, «loggia di un convento», o da alloggiamento, il luogo dove si tengono le riunioni massoniche. Segreto. Il vero segreto massonico è la penetrazione della verità presente nella tradizione massonica da parte dell’iniziato. Solo se questo avviene con la frequentazione della Loggia, con il silenzio, con l’osservazione e l’ascolto allora l’iniziato può diventare saggio. Sonno. L’espressione indica la posizione di un fratello che non intende frequentare i lavori di Loggia, ma rimane comunque legato alla Massoneria. Tempio. Tutta la simbologia e la ritualità massonica si incentrano sulla costruzione del Tempio con particolare riferimento a quello di Salomone, il più celebre fra tutti per la sua bellezza. Per costruire il loro Tempio interiore i «liberi muratori» fanno appello a tutte le facoltà umane.

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280

2. I moti degli anni Venti SCOPPIA LA RIVOLTA La prima ondata rivoluzionaria dell’età della Restaurazione prese il via nel 1820 da uno dei Paesi dove la Restaurazione era stata più brutale: la Spagna. Ferdinando VII di Borbone, tornato sul trono, aveva cancellato ogni traccia del periodo napoleonico, perseguitando chiunque fosse sospettato di tendenze liberali. Grave era anche la situazione economica, poiché la rivolta scoppiata nelle colonie d’America in dal 1809 aveva privato il regno di notevoli entrate. Il malcontento difuso costituì un terreno fertile per il propagarsi delle società segrete, come la società dei Comuneros che sosteneva gli ideali democratici. Per risanare il bilancio dello Stato, il sovrano tentò la riconquista delle colonie, ma furono proprio le truppe in attesa di essere imbarcate a Cadice per il Sud America a dare il via alla rivolta l’1 gennaio 1820. In breve tutte le forze liberali del Paese si riunirono in un unico moto di rivolta: Ferdinando VII fu costretto a ripristinare la Costituzione di Cadice del 1812. La rivendicazione di questa costituzione liberale sarebbe diventata il punto di riferimento per i successivi moti.

LA RIVOLTA SI ESTENDE Dalla Spagna la rivolta dilagò rapidamente in altri Paesi. Nell’estate del 1820, un moto rivoluzionario guidato da militari scoppiò in Portogallo, dove il re Giovanni VI concesse una costituzione simile a quella spagnola. Nel Regno delle Due Sicilie, l’1 luglio 1820, a Nola presso Avellino, il prete carbonaro Minichini e gli uiciali Morelli e Silvati diedero il via a una rivolta, che coinvolse lo stesso esercito guidato dal generale Guglielmo Pepe. Anche Ferdinando I fu così costretto a

I MOTI INSURREZIONALI IN EUROPA (1820-21)

San Pietroburgo (moti decabristi del 1825)

REGNO DI SVEZIA REGNO DI DANIMARCA

OCEAN O AT LAN TICO

REGNO UNITO DI GRAN BRETAGNA E IRLANDA

IMPERO RUSSO REGNO DI PRUSSIA

Londra

Re n o

Berlino

Parigi

CONFEDERAZIONE GERMANICA

REGNO DEL PORTOGALLO

Vienna

IMPERO D’AUSTRIA

SVIZZERA REGNO DI FRANCIA Madrid

Lisbona

REGNO DI SPAGNA

Torino

Concessione di costituzioni Interventi repressivi Limite della Confederazione Germanica

Dan ubio

GRAND. DI TOSCANA REGNO Roma DI SARDEGNA

Istanbul

Napoli

Cadice

Stati dove si verificarono moti insurrezionali

R.LOMBARDOVENETO

Mar Mediterrane o

REGNO DELLE DUE SICILIE Palermo

IMPERO OTTOMANO REGNO DI GRECIA

I moti degli anni Venti e Trenta riconoscere la Costituzione di Cadice. Intanto, in Sicilia, operai, artigiani ed esponenti dell’aristocrazia locale diedero vita a una rivolta che rivendicava la separazione dell’isola dal Regno di Napoli. Questa rivolta venne però immediatamente repressa dall’esercito inviato da Napoli. In Piemonte, gli oppositori non avevano una posizione unitaria: ƒda un lato vi erano alcuni aristocratici, come Cesare Balbo, i quali speravano che il sovrano, Vittorio Emanuele I, concedesse spontaneamente la costituzione; ƒdall’altro vi erano i giovani aristocratici che puntavano su Carlo Alberto, del ramo Savoia-Carignano e probabile erede al trono; Carlo Alberto (1798-1849) aveva infatti manifestato simpatie liberali e aveva lasciato intendere di essere favorevole alla concessione della costituzione. Mentre gli oppositori cercavano un accordo, improvvisamente, nella notte tra il 9 e 10 marzo 1821, la guarnigione di stanza ad Alessandria insorse, dando l’avvio al moto. Vittorio Emanuele I allora abdicò in favore del fratello Carlo Felice. Tuttavia, in attesa del rientro di Carlo Felice che si trovava a Modena, il regno venne momentaneamente retto dal nipote Carlo Alberto. Questi, cedendo alla pressione degli insorti, concesse la Costituzione di Cadice.

LA RISPOSTA DELLA SANTA ALLEANZA Di fronte all’ondata rivoluzionaria l’Europa della Restaurazione reagì convocando tre congressi: a Troppau nel 1820, a Lubiana nel 1821 e a Verona nel 1822. In questi congressi Metternich convinse Inghilterra, Francia e Russia della necessità di un intervento immediato in Spagna e in Italia. Era necessario, secondo Metternich, applicare il principio di intervento sancito dalla Santa Alleanza: nel momento in cui un sovrano era in diicoltà occorreva che gli altri sovrani intervenissero in suo aiuto. Nel Regno di Napoli l’ordine fu riportato dalle truppe austriache, che sconissero l’esercito di Guglielmo Pepe ed entrarono a Napoli il 23 marzo 1821. In Piemonte, al suo rientro a Torino, Carlo Felice sconfessò clamorosamente l’operato di Carlo Alberto e minacciò di privarlo del diritto di successione. A questo punto, Carlo Alberto fece un clamoroso voltafaccia che gli valse l’appellativo di «re tentenna»: raggiunse a Novara le truppe fedeli al re e, con l’aiuto delle forze austriache, sconisse (8 aprile 1821) l’esercito dei rivoltosi guidato da Santorre di Santarosa. In Spagna il compito di riportare l’ordine fu assunto dalla Francia. Il forte esercito francese, a cui si unì lo stesso Carlo Alberto, sconisse con diicoltà gli insorti, che resistettero per più di tre mesi, ino alla capitolazione del Trocadero, la fortezza che domina Cadice (agosto 1823). In Portogallo, inine, a causa della presenza inglese, non intervennero eserciti stranieri: la repressione venne attuata dai soli conservatori locali (1824).

IL SUCCESSO DELLA RIVOLTA IN GRECIA La Grecia era sotto il dominio dell’Impero turco e ne costituiva una parte importante per la vita economica, grazie all’attività mercantile dei centri costieri e delle isole. Proprio la borghesia commerciale dei grandi porti (Costantinopoli, Smirne, Chio, Samo) diede vita alla società segreta Eterìa, guidata da Alexandros Ypsilanti. Nel marzo del 1821 l’Eterìa decise di passare all’azione, invitando il popolo alla rivolta che scoppiò in vari punti del Paese. Nel contempo Ypsilanti, conidando nell’aiuto della Russia da tempo interessata a estendere la propria influenza nell’area, tentò di penetrare in territorio turco.

281

Particolare del monumento a Carlo Alberto a Torino.

CARTISMO È il movimento che deriva il nome dal primo programma (1838) di rivendicazioni politiche del proletariato inglese, esposto nella Carta del popolo (People’s Charter). La Carta presentava sei punti: suffragio universale, uguaglianza nei collegi elettorali, voto segreto, eleggibilità dei non proprietari, Parlamento annuo, retribuzione dei membri eletti. I cartisti presentarono due petizioni alla Camera dei Comuni nel 1839 e nel 1842, ma entrambe vennero respinte. L’ultimo sussulto del movimento avvenne nel 1848, ma fu duramente represso. In seguito, però, tutte le richieste cartiste, a eccezione dell’annualità del Parlamento, furono inserite nell’ordinamento inglese.

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Perché scoppiò la rivolta In Spagna? A quali altri Paesi si estese? ƒ Quale fu l’esito dei moti europei degli anni Venti? ƒ Perché in Grecia i moti furono coronati dal successo? ƒ Quali riforme vennero attuate in Gran Bretagna in questo periodo?

282

LESSICO

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Lasciato però solo dai Russi, timorosi delle possibili conseguenze internazionali, Ypsilanti subì una pesante sconitta. Intanto la rivolta continuava con successo nel Sud del Paese. Il 13 gennaio 1823 nel Congresso di Epidauro il movimento patriottico proclamò l’indipendenza della Grecia. In appoggio alla lotta per l’indipendenza greca, nacquero ovunque dei comitati iloellenici. Molti patrioti si recarono in Grecia a combattere: tra questi il poeta inglese Lord Byron e l’italiano Santorre di Santarosa che vi trovarono la morte. Negli anni successivi, con l’intento di indebolire l’Impero turco, la Russia, l’Inghilterra e la Francia intervennero in difesa della Grecia. Lo scontro decisivo avvenne di fronte al porto di Navarino, dove la flotta turca venne distrutta. La pace di Adrianopoli del 1829 sancì l’indipendenza della Grecia. Le potenze europee però imposero al nuovo Paese, secondo la logica della Restaurazione, di costituirsi in regno. Nel 1832 la corona della Grecia venne data a Ottone I di Baviera.

LA GRAN BRETAGNA LIBERALE Nei primi decenni dell’Ottocento anche la Gran Bretagna fu scossa da violenti conflitti interni. Si trattava di scontri politici e sociali legati al processo di industrializzazione. La Gran Bretagna, però, si diferenziò dal resto d’Europa perché cercò di rispondere a questi problemi accentuando la natura liberale dello Stato. In questa prospettiva, grande importanza ebbe il provvedimento (1824) che consentì l’organizzazione di associazioni operaie. Si formarono così le unioni dei lavoratori di un medesimo settore (Trade Unions), cioè dei sindacati incaricati di rappresentare e tutelare gli interessi degli operai. La riforma più importante fu però quella elettorale, varata nel 1832: ƒgli elettori passarono da 500000 (circa il 3% della popolazione) a 800 000; ƒi collegi elettorali vennero rideiniti per garantire la proporzionalità della rappresentanza parlamentare (prima vi erano circoscrizioni di campagna ormai spopolate, i cosiddetti borghi putridi, che con pochi voti eleggevano un rappresentante). Il diritto di voto, comunque, restava estremamente ristretto e continuava a essere vincolato al censo. Contro tutto ciò si batterono i democratici che organizzarono una petizione per il sufragio universale, la Carta del popolo, presentata al Parlamento nel 1839: la sostenevano oltre 1250000 irme. Dalla petizione prese il nome il movimento del cartismo che ino alla metà del secolo si batté per la realizzazione del programma democratico. La Carta del popolo, però, venne più volte respinta dal Parlamento.

IL FALLIMENTO DELLE INSURREZIONI

CONTROMISURE ORGANIZZATE DALLA SANTA ALLEANZA E DAL CONCERTO DELLE NAZIONI

I MOTI DEL 1820 CAUSE DEL FALLIMENTO

SCARSA PARTECIPAZIONE POPOLARE E DISINTERESSE DELLE MASSE, CARATTERE ELITARIO DELLE SOCIETÀ SEGRETE

L’ORGANIZZAZIONE IN SEGRETEZZA DELLE RIVOLTE NON PERMETTEVA DI COMUNICARE CON LA POPOLAZIONE

I moti degli anni Venti e Trenta

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3. I moti degli anni Trenta LE «TRE GIORNATE GLORIOSE» Ritornato sul trono francese nel 1814, Luigi XVIII aveva concesso una Carta costituzionale. Si trattava di una costituzione ispirata al modello bicamerale inglese che manteneva in larga misura la legislazione civile e penale napoleonica. Alla morte di Luigi XVIII, nel 1824, gli succedette il fratello Carlo X, sostenitore della destra reazionaria i cui esponenti più intransigenti erano detti ultras. Il nuovo sovrano tentò subito di restaurare l’assolutismo monarchico, restringendo le libertà costituzionali concesse da Luigi XVIII. Inoltre, restituì al clero i suoi privilegi e concesse un indennizzo agli aristocratici per gli espropri avvenuti durante la Rivoluzione (legge del miliardo: tale era infatti la cifra stanziata per l’operazione). La borghesia liberale manifestò il suo dissenso alla politica di Carlo X nelle elezioni del 1827, in cui l’opposizione conquistò la maggioranza del Parlamento. Il sovrano, invece di cercare un compromesso, scelse la strada dello scontro che culminò nel 1830 con lo scioglimento dell’assemblea parlamentare e la convocazione di nuove elezioni. L’elettorato, però, raforzò ulteriormente l’opposizione. Carlo X e il suo ministro Polignac reagirono alla sconitta tentando un vero e proprio colpo di Stato. Il 25 luglio 1830 vennero emanate quattro ordinanze che: ƒscioglievano la Camera che era stata appena eletta; ƒistituivano un rigido controllo sulla stampa; ƒmodiicavano la legge elettorale riducendo il diritto di voto a soli 25 000 cittadini; ƒindicevano nuove elezioni. La reazione del popolo di Parigi fu immediata: subito dopo la pubblicazione delle ordinanze scese in piazza scontrandosi dal 27 al 29 luglio 1830 con le truppe regie. Ma la direzione dell’insurrezione passò presto nelle mani dell’alta borghesia e dei liberali moderati che erano intimoriti dai possibili sviluppi sociali della rivolta. Per questo ofrirono prontamente la corona al cugino del re, Luigi Filippo d’Orléans (detto il «re borghese» per i suoi orientamenti liberali), discendente di quel Filippo Egalité, che aveva aderito alla Rivoluzione dell’89. In questo modo anche il popolo, che chiedeva a gran voce la cacciata dei Borboni, veniva accontentato. La borghesia moderata aveva vinto: non a caso le tre giornate di luglio sono passate alla storia come le «Tre gloriose», con evidente riferimento alla svolta moderata avvenuta con la «Gloriosa rivoluzione inglese» del 1688. E proprio come in Inghilterra si volle espli-

VIDEO

PARIGI SULLE BARRICATE

Per tutta la prima metà dell’Ottocento a Parigi le barricate diventarono una costante: nel 1827, 1830, 1832, 1834, 1839, 1848 (a febbraio e a giugno), 1849, 1851. Un’intera generazione di giovani rivoluzionari, intorno ai venticinque anni, ha compiuto la propria formazione politica lottando nelle strade di Parigi contro i Borboni e gli Orléans.

Stampa ottocentesca che raffigura gli scontri a Parigi durante i moti del 1830.

UNITÀ 8

284 citare la subordinazione dell’autorità del monarca al principio della sovranità popolare: per questo il Parlamento proclamò Luigi Filippo d’Orléans «re dei Francesi secondo la volontà della nazione» (9 agosto 1830). Inoltre, il tricolore rivoluzionario tornò a essere la bandiera nazionale, al posto dei gigli dei Borboni. Inine, fu approvata una nuova Costituzione, più liberale rispetto a quella del 1814, che assegnava al Parlamento maggiori poteri di controllo sull’operato del governo.

IL SUCCESSO: LA NASCITA DEL BELGIO Il primo a seguire l’esempio francese fu il Belgio. Il Congresso di Vienna, per ragioni di equilibrio politico, aveva unito Belgio e Olanda nel Regno dei Paesi Bassi, sotto la dinastia degli Orange-Nassau che privilegiò sistematicamente gli Olandesi a scapito dei Belgi. Tra le due aree, inoltre, vi erano profonde diferenze: il Belgio era prevalentemente cattolico, l’Olanda protestante; nell’economia, a un Belgio dinamico e industriale si contrapponeva un’Olanda tradizionalmente agricola e mercantile. Il 25 agosto 1830 scoppiò l’insurrezione di Bruxelles, sotto la guida del clero cattolico e della borghesia liberale. L’Olanda si rivolse allora alle grandi potenze chiedendo aiuto. Ma nella Conferenza di Londra, svoltasi tra il dicembre del 1830 e il gennaio del 1831, Francia e Gran Bretagna si opposero all’intervento e riconobbero il nuovo Stato proclamato dagli insorti: il Regno del Belgio, sotto la corona di Leopoldo di Sassonia-Coburgo. La logica della Restaurazione veniva così clamorosamente battuta. Inoltre, in contrapposizione ai princìpi della Santa Alleanza, la Francia proclamò, tramite il ministro Laffitte, il principio di non-intervento, dichiarando di opporsi a qualsiasi ingerenza straniera negli afari interni di uno Stato. Gli insorti festeggiano l’indipendenza del Belgio insieme agli alleati francesi in una stampa coeva.

TUTOR I MOTI DEGLI ANNI VENTI E I MOTI DEGLI ANNI TRENTA I moti degli anni Venti I moti degli anni Trenta Principali Paesi coinvolti

Spagna, Portogallo, Regno delle Due Sicilie, Regno di Sardegna, Grecia.

Francia, Russia e Gran Bretagna intervengono in aiuto della Grecia contro la Turchia.

Interventi repressivi di potenze straniere

L’Austria interviene in Italia; la Francia in Spagna.

L’Austria interviene in Italia; la Russia in Polonia.

Aiuti di potenze straniere

Francia, Russia e Gran Bretagna intervengono in aiuto della Grecia contro la Turchia.

Francia e Gran Bretagna appoggiano, senza intervenire, l’insurrezione del Belgio.

Indipendeza della Grecia.

In Francia, Filippo d’Orléans viene proclamato «re dei Francesi».

Successi

I moti degli anni Venti e Trenta

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LA SCONFITTA: POLONIA E ITALIA CENTRALE Ben diverso esito ebbero i moti scoppiati in Polonia. La rivolta contro le truppe russe presenti a Varsavia scoppiò il 29 novembre 1830. La reazione dello zar Nicola I non si fece attendere e questa volta nessun appoggio poteva provenire dalla Francia e dall’Inghilterra, timorose di scontrarsi con la Russia. Repressa la rivolta, la Polonia si ritrovò con un regime ancora più rigido del precedente. Ogni forma di autonomia politica venne abolita e la lingua russa fu adottata come unica lingua uiciale. Anche in alcuni Stati della Germania (Hannover, Sassonia e Assia) vi fu un insurrezione popolare, ma i liberali ottennero solo qualche riforma. Nel 1832 il movimento riprese vigore, ma fu fermato dalla repressione. Un’altra rivolta fallita fu quella scoppiata nel 1831 nel Centro Italia: Emilia, Toscana e Stato Pontiicio. Questa rivolta venne innescata dalla cosiddetta congiura estense. Il duca di Modena Francesco IV d’Este, reazionario ma politicamente spregiudicato, coltivava da tempo l’ambizione di ampliare i propri domini. Aveva così stretto rapporti con alcuni esponenti delle società segrete, in particolare con il commerciante modenese Ciro Menotti (1798-1831), nella speranza di poter trarre dei vantaggi territoriali da un’eventuale insurrezione; a sua volta Menotti era intenzionato a servirsi del duca per la causa liberale e sperava nell’appoggio della Francia. La notte precedente all’insurrezione, Francesco IV, intimorito dalla vittoria dei liberali in Francia e temendo un intervento dell’Austria, fece arrestare Ciro Menotti e gli altri cospiratori. Ma la rivolta esplose ugualmente: da Bologna (5 febbraio 1831), dilagò nello Stato Pontiicio, nelle Marche, a Modena, Reggio e Parma, costringendo Francesco IV e Maria Luisa a fuggire. A Bologna fu insediato un Governo Provvisorio delle Province Unite (26 febbraio 1831), che si aiancò ai governi provvisori dei vari ducati. A questo punto, ai cospiratori italiani non rimaneva che conidare nell’aiuto della Francia. Ma la Francia era restia a qualsiasi intervento fuori dei propri conini, secondo un orientamento espresso dal primo ministro Périer con la celebre dichiarazione: «Il sangue dei Francesi appartiene solo alla Francia». Le truppe austriache inviate da Metternich ebbero quindi facile ragione degli insorti. Francesco IV, rientrato a Modena, fece impiccare Ciro Menotti e decretò più di duecento condanne.

GUIDA ALLO STUDIO

ƒ Che cosa stabilivano le quattro ordinanze di Carlo X? ƒ Quali moti degli anni Trenta ebbero successo? E quali terminarono con un insuccesso? ƒ Che cosa si intende per «congiura estense»?

Ciro Menotti (in primo piano a sinistra) e il duca di Modena Francesco IV d’Este (qui a fianco) in ritratti dell’epoca.

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LA GEOSTORIA

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ATLANTE

L’imperialismo dell’Occidente

L’Europa e il mondo

Pagg. 42-53

Dal nazionalismo all’imperialismo La deinitiva afermazione dell’Occidente è avvenuta nel corso dell’Ottocento. In questo secolo in Europa, ma anche nelle colonie delle Americhe, si afermarono le identità nazionali dei popoli e si formarono nuove nazioni. Questo processo di afermazione di nuove identità nazionali si può far iniziare nel 1783 dalle colonie britanniche che,

dopo una guerra di indipendenza dalla madrepatria e una rivoluzione politica, fondarono gli Stati Uniti d’America. In Europa, come in America e in Giappone, l’Ottocento fu caratterizzato anche da un rapido sviluppo economico dovuto alla difusione della seconda rivoluzione industriale. Fu proprio l’intreccio tra l’afermazione delle identità na-

RIVOLTE E RIVOLUZIONI NEL XIX SECOLO

CONFEDERAZIONE GERMANICA ISLANDA

Alaska

BELGIO

IMPERO RUSSO

REGNO UNITO

FRANCIA PORTOGALLO

STATI UNITI

AFGHANISTAN

POLONIA IMPERO AUSTRIACO

ITALIA SPAGNA GRECIA

IMPERO OTTOMANO

MAROCCO

GUATEMALA (1838)

Honduras MESSICO britannico Giamaica Porto Rico (1821) Haiti

HONDURAS (1838) NICARAGUA (1838)

COLOMBIA (1819) ECUADOR (1830)

PERÙ (1821)

VENEZUELA (1830) SENEGAL Guiana britannica Guiana olandese Guiana francese LIBERIA Guinea BRASILE portoghese (regno fino al 1822 impero fino al 1889)

KANEMBORNU BENIN

ETIOPIA

CONGO

ZANZIBAR

Madagascar

BOLIVIA (Alto Perù fino al 1825)

CILE (1818)

PERSIA EGITTO

PARAGUAY (1811) ARGENTINA (1816)

URUGUAY (1828)

Colonia del Capo

Moti rivoluzionari in Europa

Imperi:

portoghese

1820-1821

britannico

russo

1830-1831

olandese

spagnolo

1848-1849

francese

altri

287 zionali e la crescita del capitalismo industriale che innescò una competizione aggressiva fra le potenze: gli ideali nazionali che nella prima metà del secolo avevano spinto i patrioti a conquistare la libertà politica si trasformarono in volontà di dominio e di espansione; e gli Stati europei passarono dal patriottismo liberale e democratico a un nazionalismo aggressivo, accompagnato da ideologie razziste ed esasperato dalla competizione economica. La superiorità economica degli Stati europei si tradusse nella creazione di vasti imperi coloniali da sfruttare nella ricerca di materie prime e di nuovi mercati per la propria crescita industriale. A farne le spese furono i Paesi dell’Asia e soprattutto dell’Africa.

AMERICA Divenuti indipendenti, gli Stati Uniti intrapresero la conquista dei territori dell’Ovest. Gli Indiani furono sterminati e spogliati delle loro terre che vennero occupate dai pionieri bianchi in cerca di fortuna. Nel Sud del continente, le colonie iberiche si ribellarono alla madrepatria raggiungendo l’indipendenza ma si frammentarono in un mosaico di Stati diversi e politicamente deboli. EUROPA E IMPERO ISLAMICO In Europa sorsero movimenti patriottici e liberali che portarono alla formazione di nuovi Stati come il Belgio, la Grecia, l’Italia e la Germania. La Grecia, la Serbia e l’Egitto si liberarono dal dominio dell’Impero ottomano, che si avviò verso un lento declino. ASIA E OCEANIA Il Giappone riuscì a mantenere il suo isolamento dal resto del mondo fino agli anni Sessanta dell’Ottocento, quando il Paese avviò una politica di riforme nazionaliste e di modernizzazione economica. La Cina e l’India, invece, finirono per cedere alla pressione degli Europei, soprattutto degli Inglesi. L’Oceania, fino ad allora trascurata nei progetti di espansione europea, cominciò a popolarsi di cittadini emigrati da tutti i continenti ed entrò definitivamente nella sfera d’influenza britannica. AFRICA L’Africa nel corso dell’Ottocento divenne un’area di conquista per tutte le potenze europee che miravano alle sue ricchezze naturali. Nel Sudafrica gli insediamenti olandesi dei Boeri vennero cancellati dalla presenza inglese, provocando massicce migrazioni, ribellioni e guerre con le popolazioni locali.

Khanati dell’Asia centrale

IMPERO CINESE (Manciù) GIAPPONE

Kashmir

Principati indiani BIRMANIA SIAM

ITALIA Nell’Ottocento l’Italia raggiunse l’unità nazionale attraverso il Risorgimento, cioè il processo che si sviluppò tra gli anni Venti e il 1861 con insurrezioni e guerre, sostenute da singoli patrioti e dall’esercito del Regno di Sardegna. Con la nascita del Regno d’Italia, dopo secoli di divisioni (dall’invasione longobarda!), la Penisola divenne uno Stato unitario.

Formosa LAOS ANNAM CAMBOGIA

NUOVA GUINEA

Indie olandesi

AUSTRALIA

NUOVA ZELANDA Organizzazioni statali Migrazioni dei Boeri (1828) Date d’indipendenza dei Paesi dell’America Latina

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4. L’indipendenza dell’America Latina L’AMERICA LATINA TRA EUROPA E AMERICA

LE CAUSE DELL’INDIPENDENZA DELL’AMERICA LATINA

CAUSE INTERNE

Durante l’età della Restaurazione, l’America Latina si liberò dal secolare dominio spagnolo e portoghese. La principale causa interna di questo straordinario risultato, raggiunto nell’arco di due decenni (1810-30), va ricercata nelle tensioni in atto nella società latino-americana. Questa era composta: ƒdalla minoranza dei Creoli, l’élite bianca discendente dagli antichi conquistatori; ƒdalla maggioranza di Indios e neri, che lavoravano duramente nelle piantagioni e nelle miniere; ƒdallo strato intermedio dei meticci, nati dalle unioni degli Spagnoli con donne indigene. I Creoli monopolizzavano le maggiori ricchezze della regione, ma non controllavano il potere politico, che restava nelle mani dei funzionari spagnoli e portoghesi (i cosiddetti peninsulari). Invece, le cause esterne furono: ƒil declino della potenza militare e commerciale della Spagna e del Portogallo, a partire dal crollo delle due monarchie, nel 1808, a opera delle truppe napoleoniche; ƒla crisi del sistema della Santa Alleanza, innescata dall’atteggiamento dell’Inghilterra: per difendere i suoi consistenti interessi commerciali, Londra impedì in ogni modo alle potenze europee di intervenire in Sud America; ƒil no deciso degli Stati Uniti a qualunque ingerenza europea nel Nuovo Mondo. Tale tesi fu sostenuta dal presidente americano James Monroe, che pronunciò nel 1823 un memorabile discorso davanti al Congresso, la cui sintesi era lo slogan «l’America agli Americani». Monroe enunciò allora con fermezza il divieto per gli Europei di colonizzare il territorio americano, e il diritto degli Stati Uniti di occuparsi delle vicende del continente.

TENSIONI SOCIALI TRA CREOLI, INDIOS E NERI, METICCI E PENINSULARI

RIVOLTE NON CONTROLLATE

COMANDO ASSUNTO DAI GENERALI

DECLINO MILITARE E COMMERCIALE DI SPAGNA E PORTOGALLO

CAUSE ESTERNE

NON INTERVENTO DELLE POTENZE EUROPEE OLTREOCEANO

NON INTERVENTO DEGLI STATI UNITI

INDIPENDENZA

La dottrina Monroe Quello che segue è un brano del discorso del 1823 con cui il presidente Monroe espose i princìpi base degli Stati Uniti nelle questioni di politica estera. Giudico opportuno […] asserire, come principio in cui sono implicati i diritti e gli interessi degli Stati Uniti, che i continenti americani, data la libera e indipendente condizione da essi assunta e mantenuta, non dovranno da ora in poi più considerarsi oggetto di una fu-

tura colonizzazione da parte di qualsiasi potenza europea. […] Nelle guerre tra potenze europee, relative a questioni di loro pertinenza, noi non abbiamo preso alcuna parte, né la nostra politica lo consentirebbe. Soltanto quando i nostri diritti sono lesi o seriamente minacciati, noi ci risentiamo e ci prepariamo alla difesa. Necessariamente siamo più interessati agli sviluppi che si verificano in questo emisfero.

DOCUMENTO

289

I moti degli anni Venti e Trenta

LA FORMAZIONE DEGLI STATI SUDAMERICANI Tra il 1809 e il 1812, approittando della diicile situazione della penisola iberica sotto l’invasione napoleonica, scoppiarono le prime rivolte, in seguito duramente represse dalla restaurata monarchia spagnola. Ma l’opposizione creola alla madrepatria aumentava. Negli anni Trenta le oligarchie creole insorsero. Nelle principali città (Caracas, Bogotá, Buenos Aires, Santiago), i consigli comunali si trasformarono in vere e proprie giunte autonome. In questa prima fase lo scontro tra indipendentisti e peninsulari, fedeli alla monarchia borbonica, assunse la forma di una vera guerra civile, visto che la Spagna mandò le sue truppe solo nel 1815. Già dalle prime fasi si afermarono le igure eroiche di combattenti per la libertà, come Simón Bolívar in Colombia e Venezuela, e José de San Martín in Cile, Paraguay (indipendente dal 1811) e Argentina (che resistette alla controfensiva dell’esercito spagnolo e si dichiarò indipendente nel 1816). A causa delle paralizzanti divisioni interne al gruppo dirigente indipendentista, la conduzione delle rivoluzione passò dai politici ai generali. A sud, San Martín mosse dalla libera Argentina e, con l’aiuto degli esuli cileni, entrò a Santiago e proclamò l’indipendenza del Cile (1818); poi fu la volta del Perù, principale roccaforte delle milizie spagnole (1821). A nord, Bolívar liberò prima la Colombia (1819), e poi l’intera regione settentrionale del continente tentando di uniicarle in un’unica repubblica, la Grande Colombia (comprendente anche Ecuador e Venezuela). Ritiratosi dalla scena San Martín, toccò a Bolívar difendere il Perù dall’ultima controfensiva spagnola, completando la liberazione del continente (1824). Nel 1825 l’Alto Perù proclamò la sua indipendenza e, in omaggio al suo liberatore, prese il nome di Bolivia. Nel 1828 fu la volta dell’Uruguay, dopo una dura lotta contro Spagnoli, gli Argentini e poi contro i Brasiliani. In Messico l’iniziativa antispagnola fu assunta dagli Indios che, forti dell’appoggio del clero, rivendicavano non solo l’indipendenza, ma anche l’abolizione della schiavitù e la riforma agraria. Tuttavia furono i Creoli, che in un primo momento avevano sostenuto la repressione spagnola della rivolta contadina, a proclamare l’indipendenza del Messico (1821). Diverso fu infine il caso del Brasile, che non conobbe guerre civili né disordini sociali: l’indipendenza della grande colonia portoghese fu direttamente proclamata nel 1822 dal reggente Pietro divenuto imperatore costituzionale del Brasile, figlio del sovrano del Portogallo Giovanni VI, per prevenire un’imminente insurrezione rivoluzionaria.

José Gil de Castro, ritratto di Simón Bolívar, 1825. Sucre, House of Liberty.

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UN CONTINENTE POLITICAMENTE DIVISO

COMPETENZE

USARE LE FONTI

Il sogno del libertador Simón Bolívar Pag. 296

LESSICO

CAUDILLOS E CAUDILLISMO Il termine caudillos indica i capi di origine militare che, nell’America del Sud, combatterono le guerre d’indipendenza contro la Spagna a partire dal 1810. Il caudillismo divenne il sistema di governo dominante nei Paesi latino-americani una volta conquistata l’indipendenza fino al raggiungimento di una precisa identità nazionale (approssimativamente nel periodo tra il 1820 e il 1860). I caudillos utilizzarono il loro carisma per esercitare il potere in modo autoritario e paternalistico, ottenendo l’adesione incondizionata dei loro uomini. A volte, il caudillismo prese la forma di dittature personali, messe in atto da singoli caudillos o da diversi caudillos alleati. Il fenomeno del caudillismo si esaurì con l’affermazione dei primi governi d’ispirazione liberale.

L’indipendenza dell’America Latina 1. Paraguay. Il movimento di liberazione dichiarò nel 1811 l’indipendenza, che venne ratificata nel 1813.

STATI UNITI

bl MESSICO

CUBA Belize (Ing.)

GUATEMALA EL SALVADOR HONDURAS NICARAGUA COSTA RICA

Is. Bahama (Ing.) REP. DOMINICANA

2. Argentina. Grazie all’aiuto di San Martín si dichiarò indipendente nel 1816.

Porto Rico (Spagna) Giamaica REP. DI HAITI (Ing.) Guiana britannica Guiana olandese Guiana francese

4VENEZUELA 6 COLOMBIA 5 ECUADOR

7

BRASILE

bm

PERÙ BOLIVIA

8

1

PARAGUAY CILE

3

2

ARGENTINA

9

OCEAN O AT LAN TICO

OCEAN O PA CIFIC O

TUTOR

L’indipendenza dell’America spagnola produsse, come primo efetto, la frammentazione politica del continente: nacquero tanti piccoli Stati, scarsamente popolati e indeboliti dalla lunga guerra. Il romantico sogno di Bolívar di dar vita a un’«unione sud americana» tramontò nel 1830, con la divisi