Ermeneutica e psicologia del linguaggio
 9788858763735

Table of contents :
Cover......Page 1
Occhiello......Page 2
Frontespizio......Page 3
Copyright......Page 4
Monografia introduttiva......Page 5
Notizia biografica......Page 107
Nota editoriale......Page 117
Ermeneutica e psicologia del linguaggio......Page 127
Sezione I - Filosofia del linguaggio......Page 128
Sezione II - Psicologia dei popoli......Page 484
Sezione III - Filologia......Page 630
Note ai testi......Page 778
Bibliografia......Page 834

Citation preview

HEYMANN

STEINTHAL ERMENEUTICA E PSICOLOGIA DEL LINGUAGGIO GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA / PSICOLOGIA DEI POPOLI / TIPI E FORME DELL’INTERPRETAZIONE / STORIA E FILOLOGIA

A cura di Davide Bondì

BOMPIANI IL PENSIERO OCCIDENTALE

Testo tedesco a fronte

BOMPIANI IL PENSIERO OCCIDENTALE Direttore

GIOVANNI REALE

HEYMANN STEINTHAL ERMENEUTICA E PSICOLOGIA DEL LINGUAGGIO Testo tedesco a fronte

Monograf ia introduttiva, traduzione, note e apparati di Davide Bondì

BOMPIANI IL PENSIERO OCCIDENTALE

Direttore editoriale Bompiani Elisabetta Sgarbi Direttore letterario Mario Andreose Editor Bompiani Eugenio Lio

ISBN 978-88-58-76373-5 © 2013 Bompiani/RCS Libri S.p.A. Via Angelo Rizzoli 8 - 20132 Milano Realizzazione editoriale: Vincenzo Cicero Prima edizione digitale 2013 da Prima edizione Il Pensiero Occidentale ottobre 2013

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI

DAVIDE BONDÌ

HEYMANN STEINTHAL UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

I. IDEA DI UMANITÀ. Psicologia dei popoli ed etica* 1. Ai margini dell’idealismo: dalla dialettica alla teoria genetica Il 28 maggio 1883, quando i monumenti marmorei di Wilhelm e Alexander von Humboldt furono posti all’ingresso dell’università di Berlino dove ancora si trovano, Heymann Steinthal, invitato dalle autorità politiche a commemorare la figura del grande linguista, fece appello all’idea di umanità (Idee der Menschheit) che ne animava la produzione e l’intera coscienza. Nell’opera di Wilhelm von Humboldt, Steinthal ipotizzava un unico principio filosofico, un solo metodo: lo sforzo di rintracciare nei fatti le idee, di accertare le idee che sgorgano dalla ragione attraverso i fatti, di chiarire e, per quanto possibile, concepire i fatti attraverso le idee1. Nei mesi successivi di quello stesso anno, lo studioso concluse anche un’importante edizione delle opere di filosofia del linguaggio di Humboldt, poi apparsa nel 18842. I giorni * Il saggio qui proposto ha come scopo l’interpretazione storica del pensiero di Steinthal con sguardo rivolto alla sua intera produzione. Una brevissima storia della critica è presentata come paragrafo conclusivo, sebbene le tesi più significative degli studiosi che si sono occupati del pensiero di Steinthal siano discusse nel corso del testo in relazione a singoli problemi interpretativi. Il saggio introduttivo è stato concluso nel maggio del 2011, pertanto non vi si troverà una discussione della letteratura posteriore. Il lettore troverà, invece, il resoconto della vita dell’autore nella notizia biografica posposta. Indicazioni sulla genesi e sulla storia editoriale degli scritti tradotti nel volume sono date sia nella biografia sia nelle note introduttive a ciascuna traduzione. Per le abbreviazioni utilizzate cfr. Sigle. 1 Steinthal, Über Wilhelm von Humboldt bei Gelegenheit der Enthüllung der Humboldt-Denkmäler. Montag, den 28. Mai 1883. Im Festsaale des Rathauses. Ferd. Dümmlers Verlagsbuchhandlung 1883, p. 9. 2 Die sprachphilosophischen Werke Wilhelm’s von Humboldt, herausge-

10

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

dedicati all’elaborazione di questa edizione critica, che sarebbe stata letta da Benjamin e Cassirer e avrebbe circolato non poco a cavallo tra Otto e Novecento, li considerava tra i più felici della sua vita. Il progetto era diventato concreto intorno al 1880, quando i manoscritti humboldtiani erano stati messi a disposizione degli studiosi dalla biblioteca reale di Berlino, subito dopo la morte di Buschmann, che fino ad allora ne era stato custode geloso, pronto a difendere le carte del maestro dai «suoi falsi amici» ed estimatori. Steinthal, dunque, può attingere al fondo e approntare la sua edizione filologica degli scritti di Humboldt in età matura, quando s’è ormai distanziato dalle ricerche teoretiche. La filologia per lui rappresenta un punto d’arrivo e non di partenza; un approdo che, come si capirà meglio più avanti, non è soltanto il portato delle circostanze, ma anche l’esito di un percorso teorico coerente. Negli anni in cui redige l’edizione humboldtiana, l’autore rende conto del suo lavoro filologico nei termini di una rinuncia, di un distanziamento dal mondo delle ricerche teoriche. La sua Denkweise, scrive, «non è più parte del presente», giacché «irrompe un mondo con bisogni nuovi» e «il suo tempo è ormai trascorso»3. Le sue opere precedenti, inversamente, erano state concepite come una vera e propria impresa teorica, «una battaglia ingaggiata nel nome di Humboldt contro lo stesso Humboldt», una guerra per difendere le intuizioni geniali della sua ricerca empirica dalle implicazioni sistematiche che egli stesso ne traeva, «una guerra combattuta per geben von H. Steinthal, mit einer allgemeinen Einleitung, der Abhandlung „Der Styl Humboldts“, und mit Einführungen und Erklärungen des Herausgebers zu den einzelnen Schriften Humboldts, Dümmler, Berlin 1884. Per un accurato resoconto della linguistica di Steinthal in rapporto a quella di Humboldt può vedersi M. Ringmacher, Organismus der Sprachidee. H. Steinthals Weg von Humboldt zu Humboldt, Schöning, Paderborn-München-Wien-Zürich, 1996, partic. pp. 28-98. In proposito, anche: J. Trabant, Ideelle Bezeichnung. Steinthal Humboldts Kritik, in A. Eschbach e J. Trebant (a cura di) History of Semiotics, Benjamins, Amsterdam-Philadelphia, 1983, pp. 251-276 e M. Barba, Die Humboldt Rezeption Steinthals, in Humboldt-Grimm-Konferenz, hrsg. von Arwed Spreu in Zusammenarbeit mit Wilhelm Bondzio, Bd. I, Humboldt-Universität, Sektion Germanistik, Berlin 1986, pp. 293-302. 3 Steinthal, OSP, II (1877), p. 309.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

11

lui contro il nemico che era in lui, e per lui vinta»4. Questa interpretazione lo aveva portato in più occasioni al confronto serrato, e alla disputa, con Pott, Haym e la gran parte dei linguisti-storici del suo tempo che di Humboldt «non avevano conosciuto che il nome, nonostante lo considerassero una divinità e lo onorassero come un Buddha»5. Nel 1884, apparentemente lontano da quelle polemiche, ostentatamente distante dalle ricerche teoriche, ora, insomma, che il passaggio dalla filosofia alla filologia è compiuto, Steinthal non manca, ancora una volta, di dedicare quest’ultima fatica «ai seguaci del credo humboldtiano nell’idea di umanità»6. Il riferimento all’idea di “umanità”, alla centralità delle idee, alla forza creativa e plasmante dello spirito è il pilastro su cui poggia, dall’inizio alla fine, la Weltanschauung filosofica dell’Humboldt di Steintha e, sarebbe meglio dire, di Steinthal stesso. Il pilastro che rimane saldo in tante battaglie per assimilare e sintetizzare gli impulsi culturali e scientifici di un’epoca di transizione. Questa la vera continuità, dunque, nonostante la convinzione che un tempo non si era compreso tutto o non lo si era compreso pienamente7. In un altro discorso commemorativo, tenuto alcuni anni prima, in occasione del centenario della nascita di Wilhelm von Humboldt, si legge: Qual è l’impulso spirituale che ha prodotto la sua filosofia del linguaggio e la anima in ogni parte? Nient’altro che il più vivo sentimento dell’umanità; il profondo rispetto della dignità dell’uomo in quanto tale […] il sentore dell’infinita forza creativa che in lui è innata con la sua essenza, nella profondità del suo animo […] Mentre prima non si comprese affatto, per servirmi di una nota espressione di Goethe, «che nell’uomo vi è qualcosa, quand’anche non sia giunta a lui 4

Steinthal, OSP, I (1852), pp. 4-5. Steinthal, GLP (1855), p. 231. 6 Steinthal, SH (1883), p. 5. 7 Cfr. D. Bondì, I rapporti di filosofia storia e psicologia in H. Steinthal in «Annali del Dipartimento di Filosofia di Firenze», XIV (2008), pp. 179222. 5

12

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

dall’esterno», Humboldt al contrario colse, come all’uomo non potesse giungere dall’esterno nulla, che non fosse già stato originariamente in lui e come ogni influsso proveniente dall’esterno funga solo da stimolo per lasciar emergere ciò che è interno8.

Entro la cornice della filosofia tedesca dell’Ottocento, il pensiero di Humboldt e quello dello stesso Steinthal – che sente su di sé la responsabilità di esserne l’interprete, come Aristarco o Lachmann furono per Omero e Teofrasto per Aristotele9 – sviluppano e articolano il tema della centralità etica e conoscitiva dell’uomo attraverso la riflessione sulla lingua. Proprio la filosofia del linguaggio, pertanto, si configura come l’altare di una religione laica dell’umanità: una religione dell’uomo intento alla «considerazione conoscitiva del tutto, all’operante trasformazione della natura terrestre e allo scambio con tutto ciò che è spirituale» (1867); capace, aggregandosi in consorzi e popoli, di creare – assieme alla lingua e attraverso le lingue – gli stati e le istituzioni politiche, gli edifici e i mestieri, i commerci, le arti e le scienze, e per mezzo delle sue forze spirituali più alte e libere, di innalzare il proprio carattere alle idee morali. Fin qui, i termini di “idealismo” e “umanesimo” sono stati utilizzati in riferimento a un orizzonte storico-culturale ampissimo, a un’intera generazione di filosofi, pensatori, poeti e scienziati, al movimento di un’epoca, potremmo dire, che ha posto al centro della sua Weltanschauung la spontaneità e la libertà dello spirito. Ma se restringiamo l’angolo prospettico alla storia del solo pensiero filosofico, i riferimenti cruciali di Steinthal furono i più fieri avversari dell’hegelismo. Accanto a Wilhelm Humboldt e August Boeckh, soprattutto Friedrich Herbart. La difficoltà che gli interpreti hanno incontrato nel collocare adeguatamente il pensiero di Steinthal è dipesa da questi riferimenti incrociati da un lato alla tradizione dell’i8 Steinthal, Gedächtnisrede auf Wilhelm von Humboldt an seinem hundertjährigen Geburtstage, Sonnabend, den 22. Juni 1867, Ferd. Dümmlers Verlagsbuchhandlung 1867, p. 17. 9 Rispettivamente Steinthal, OSP, I (1852), p. 5 e Steinthal, OSP, II (1877), p. 318.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

13

dealismo linguistico, dall’altro a quegli sviluppi del kantismo che andavano verso una filosofia e una psicologia dell’esperienza. L’espressione usata nel titolo di questo paragrafo, ai margini dell’idealismo, deve servire a uscire da questa difficoltà. In via preliminare, e necessariamente concisa, diremo che il pensiero di Steinthal è in rapporto con l’idealismo filosofico perché poggia su un’assunzione metafisica idealistica. Sull’idea, cioè, che lo spirito è soggetto e non sostanza, movimento o processo e non staticità e fissità. D’altro canto, la sua concezione si pone ai margini dell’idealismo giacché, in questo caso, il processo non è concepito come il passaggio di determinazione concettuale in determinazione concettuale, ma come l’insieme delle variazioni psichiche individuali e collettive. Se in Hegel la soggettività è il processo ideale stesso nel suo dispiegamento, per Steinthal il «soggetto» coincide con il movimento complessivo dei rapporti psichici nei diversi ambiti dell’esperienza vitale e scientifica, in uno sviluppo privo di compimento, sempre intrecciato con il linguaggio, sempre intersoggettivo. Il passo che riassume in termini esemplari questa differenza si trova in uno scritto del 1864, su cui più avanti dovremo soffermarci a lungo. Vi si legge: io esprimo letteralmente la stessa cosa che Hegel osservò nei confronti di Spinoza, quando chiedo che la sostanza venga risolta nel processo. Ma per processo io non intendo quello dialettico che è soltanto un movimento della coscienza intorno a sostanze o concetti fissi, ma quello reale sia esso naturale o psichico10.

L’attenzione per il «movimento reale», naturale o psichico, è la ragione per cui lo studioso sostituisce ai nomi di dialettica e di metodo dialettico quelli di genesi e di metodo genetico11. 10

Steinthal, PGP (1864), p. 66 (ed. it, p. 246). Com’è noto, anche Feuerbach, nel saggio Zur Kritik der Hegel’schen Philosophie, apparso nel 1839 pone la necessità che il metodo logico-critico di Hegel si trasformi in un metodo genetico-critico, che tenga conto dell’empiria dei sensi e del dialogo tra ragione e realtà. In Steinthal, tuttavia, non si trovano riferimenti a Feuerbach. In proposito, credo debba solo 11

14

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

La filosofia genetica, non solo va collocata a margine dell’idealismo e – bisognerebbe aggiungere – dell’herbartismo, ma anche al di fuori della Lebensphilosophie dell’Ottocento, secondo cui la vita nella sua genuinità e immediatezza è inattingibile, l’esperienza in senso proprio è inoggettivabile. Nella concezione guadagnata da Steinthal, infatti, il linguaggio rappresenta lo strumento idoneo per la comprensione delle strutture fondamentali dell’esperienza: una volta intesi la sua natura, la sua origine, il suo funzionamento, si è in possesso di una via d’accesso per la comprensione dell’intera vita psichica. Nei prossimi paragrafi analizzeremo in quali direzioni i confini della cultura idealistica sono forzati. E, tuttavia, porremo anche in evidenza che in alcuni nodi focali del pensiero di Steinthal, in modo particolare nella teoria della storia e della classificazione delle lingue e dei popoli, l’orizzonte teorico e discorsivo dell’idealismo riemerge e lascia traccia di sé. Per ora basti dire che sebbene questo umanesimo non rompa del tutto con il paradigma spiritualistico e, come vedremo, sia soggetto a oscillazioni che non trovano soluzione, può pur essere considerato il sintomo di una sensibilità filosofica nuova, sollecita una riflessione sull’ampliamento dei diritti e sul riconoscimento delle culture diverse e delle storie altre, segna un passaggio importante nella storia dell’idealismo. D’altro canto, è solo attraverso la ricostruzione dei caratteri specifici che le categorie storiografiche divengono quello che possono essere e non solo quello che sono state12.

dirsi che l’autore si colloca a suo modo nel quadro generale di un’intera cultura che spinge, in forme e con fini diversi, verso una riconsiderazione del metodo dialettico. 12 Lia Formigari, inserisce la trattazione della filosofia del linguaggio di Steinthal, come ultimo paragrafo del capitolo Idealism and Idealistic Trends in Linguistics and the Philosophy of Language contenuto nel IV volume dell’importante Storia delle teorie linguistiche curata da Peter Schmitter (Geschichte der Sprachtheorien, 4, pp. 246-253). Al paragrafo su Steinthal l’autrice, in verità, dà il titolo: The refutation of linguistic idealism. Una confutazione dell’idealismo che merita, per dir così, di rimanere all’interno dell’orizzonte idealistico!

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

15

2. I popoli e l’oggettivazione delle idee (Lazarus e Steinthal) a) Un tratto peculiare dell’idea di umanità è posto con l’elaborazione della psicologia dei popoli. Steinthal vi si dedicò a partire dal 1852 a stretto contatto con Moritz Lazarus, il più sodale e intrinseco dei suoi amici, il suo fratello stellare13. Le linee di ricerca generali della Völkerpsychologie furono elaborate assieme nel 1858 e possono leggersi nel saggio dato in traduzione nella II parte di questo libro. Già nel 1851, però, Lazarus aveva dato alle stampe un intervento sulla possibilità e il concetto di una psicologia dei popoli14. La maggior parte dei problemi legati alla “nuova scienza” furono poi illustrati dallo stesso Lazarus in alcune ricerche teoriche e metodologiche apparse tra il 1860 e il 1865 nella Zeitschrift für Völkerpsychologie und Sprachwissenschaft e da Steinthal in un numero davvero cospicuo di studi, in cui il metodo della psicologia dei popoli è applicato a diversi indirizzi delle scienze umane e storiche. La scienza del linguaggio, si legge in Grammatik, Logik und Psychologie (1855), introduce nel modo più vivace alla Völkerpsychologie. La lingua, infatti, non appartiene all’individuo in sé, «l’individuo, piuttosto, parla in società». «La lingua è pertanto prodotto della comunità, del popolo»15. Se la lingua è autocoscienza istintiva, visione del mondo e logica istintiva «ciò significa allora che essa è l’autocoscienza, la visione del mondo e la logica dello spirito del popolo». Accanto alla lingua, tra le attività spirituali di un popolo vi è «l’intero patrimonio delle rappresentazioni e dei concetti», a cui «devono essere ancora aggiunti i costumi e le abitudini, dall’alimentazione e il vestiario fino all’amministrazione del diritto e alla costi13 Anche per Lazarus la psicolgia del linguaggio occupa un ruolo centrale all’interno della psicologia dei popoli. Appena un anno dopo la pubblicazione di Grammatik, Logik und Psychologie, a cui Steinthal lavorava però dal 1853, Lazarus dà alle stampe, Geist und Sprache, come secondo volume di Das Leben der Seele in Monographien über seine Erscheinungen und Gesetze, II Band, Dümmler, Berlin 1856. 14 M. Lazarus, Sul concetto e la possibilità di una psicologia dei popoli (1851) in LaPP (2008), 59-76. 15 Steinthal, GLP (1855), intra, I, p. 392.

16

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

tuzione dello stato, l’esercizio delle arti, l’attività delle aziende e la cultura scientifica, in ultimo, la religione»16. Nel definire l’ambito di pertinenza della psicologia dei popoli, dunque, l’accento è posto da Steinthal sui prodotti dell’attività psichica che non possono essere ricondotti al singolo individuo. La lingua, le rappresentazioni e i concetti con essa intrecciati, le forme della cultura scientifica, i costumi e le norme etiche, le costituzioni, le leggi e le aziende sono oggettivazioni dell’interazione psichica che ha luogo tra gli individui e non dell’attività psichica che si compie nel singolo. Come si vedrà subito, era questo l’aspetto più problematico della psicologia dei popoli, perché queste formulazioni sembravano lasciar spazio a un soggetto dell’attività psichica diverso dall’individuo, a una sostanza sovra-individuale. I principi di psicologia dei popoli esposti negli scritti metodologici di Lazarus17 diedero di fatto luogo, nella seconda metà dell’Ottocento, a un vivace dibattito sul modo in cui il concetto di spirito del popolo (Volksgeist) dovesse essere inteso. Tra le critiche mosse alla nozione di Volksgeist godettero di grande attenzione quelle formulate da Wundt e Paul, il fondatore della psicologia sperimentale e il più influente rappresentante della scuola degli Junggrammatikern18. Paul, in particolare, nella seconda edizione dei suoi Prinzipien (1886), obiettava a Lazarus e Steinthal che «tutti i processi psichici si realizzano nella psiche dell’individuo e non altrimenti». Per questo lo spirito del popolo non può essere altro che una mera astrazione: «né lo spirito del popolo né gli elementi del16

Lazarus-Steinthal, EGV (1860), intra, II, p. 30. Scritti raccolti in una pregevole edizione tedesca curata da K. C. Köhnke, LaVK (2003), e in una più completa edizione italiana a cura di A. Meschiari, LaPP (2008). In proposito: D. Bondì, Recensione di M. Lazarus, Psicologia dei popoli come scienza e filosofia della cultura, a cura di A. Maschiari, in «Rivista di storia della filosofia», 2/2010, pp. 370-374. 18 Per Wundt si veda soprattutto: Über Ziele und Wege der Völkerpsychologie (1886), apparso la prima volta nei «Philosophischen Studien», IV (1888), pp. 1-27. Wundt, come è noto, sviluppò un’interpretazione personale della psicologia dei popoli, differente da quella di Steinthal e Lazarus, in: Völkerpsychologie. Eine Untersuchung der Entwicklungsgesetze von Sprache, Mythus und Sitte, X Bde, Engelmann, Kröner, Leipzig 1900-1920. 17

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

17

lo spirito del popolo come l’arte, la religione etc. hanno un’esistenza concreta e di conseguenza nulla può compiersi in essi e tra loro»19. A dire il vero, l’obiezione di Paul non era infondata giacché poggiava su alcune formulazioni ambigue contenute nello scritto del 1860, ma forzava la tesi che il Volksgeist fosse il soggetto delle produzioni sociali e trascurava l’aspetto davvero innovativo di quel concetto. Con esso, infatti, Lazarus e Steinthal tentavano una riformulazione filosofica delle nozioni tradizionali di società e individuo. «All’interno del consorzio umano», scrivevano i due studiosi, «si presentano rapporti psicologici, eventi e creazioni del tutto peculiari, che non riguardano per nulla l’uomo in quanto essere singolo, che non emergono dal singolo in quanto tale», «si tratta di rapporti tra gli uomini», «di destini a cui l’uomo sottostà» «perché appartiene a una totalità che esperisce la stessa cosa»20. Il Volksgeist è «ciò in cui il diverso fare spirituale dei singoli concorda con quello degli altri, assunto nel suo complesso», «ciò che è comune, nell’attività interna, a tutti gli individui del popolo, secondo il contenuto e la forma», giacché lo «spirito del popolo vive solo nei singoli e non ha un’esistenza separata dallo spirito del singolo»21. L’aspetto più innovativo della psicologia dei popoli, avrebbe aggiunto Lazarus in seguito, sta nel nuovo significato attribuito al rapporto di totalità e singolo. «La totalità non costituisce una semplice addizione di singoli, […] bensì un’unità 19

H. Paul, Einleitung ai Prinzipien der Sprachgeschichte, Max Niemeyer, Halle (18862) 19205, p. 11. All’obiezione sollevata da Paul fecero riferimento, in Italia, sia Antonio Labriola sia Benedetto Croce. Cfr. A. Labriola, Recensione a Ideen zur Psychologie der Gesellschaft, von Gustav Adolph Lindner (Sohn, Wien 1871) in Opere III, a cura di L. Dal Pane, Feltrinelli, Milano 1962, rispettivamente pp. 285-286 e 300; B. Croce, Recensione a W. Wundt, Völkerpsychologie, vol I., Die Sprache (Engelmann, Leipzig 1900) ora in Conversazioni critiche, serie prima, Laterza, Bari 19242, pp. 121-125. In proposito: D. Bondì, Il giovane Croce e Labriola. Ricezione e circolazione della Völkerpsychologie in Italia alle soglie del Novecento in «Rivista di storia della filosofia», 4/2004, pp. 895-920. 20 Lazarus-Steinthal, EGV (1860), intra, II, p. 5. 21 Lazarus-Steinthal, EGV (1860), intra, II, p. 29.

18

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

nella cui formazione e sviluppo entrano in campo processi e leggi che non riguardano affatto il singolo in quanto tale, ma solamente in quanto egli è qualcosa di diverso da un singolo, vale a dire in quanto è parte e membro di un tutto»22. Parlare «del singolo tout court come di un essere che se ne sta per sé è soltanto una finzione scientifica», «in realtà il singolo, in ogni sviluppo e raffigurazione della sua vita interiore, appare condizionato dalla totalità e da essa dipendente»23. Per questa ragione l’unità individuale non è un dato originario, ma «il risultato di una sintesi e della coesione di una pluralità», e anzi «il tipo, il grado e il contenuto dell’individualità sono e diventano tutt’altra cosa proprio a secondo del diverso rapporto che gli individui hanno con la totalità». Nello stesso anno in cui Lazarus teorizzava questa destrutturazione dell’individuo e la sua ricomposizione in rapporto alla totalità dei rapporti psichici di una comunità, Steinthal metteva alla prova la tenuta della nozione di “soggettività” attraverso una serie di indagini storico-psicologiche sulla cultura dei popoli antichi. In uno studio sulla mentalità filosofica in età classica, mostrava che la personalità soggettiva non è un dato caratteristico o naturale, bensì il prodotto di un preciso sviluppo storico-culturale, nello specifico dello sviluppo della cultura greca del V e del IV sec. a. C.24 L’idea di umanità a cui abbiamo fatto riferimento, quindi, attraverso questi percorsi, viene scissa tanto dall’immagine statica e sostanziale dell’individuo singolo quanto dall’immagine di uno spirito sovraindividuale, come paventava Paul. Alla nozione tradizionale dell’ “individuo-soggetto”, infatti, Steinthal e Lazarus non oppongono quella di un “soggetto sovra-individuale”, di un individuo ingigantito, ma oppongono una teoria dei rapporti tra singolo e totalità, al cui centro sono poste le nozioni di relazione e di sistema. Nel corso del Sei e del Settecento, l’im22

Lazarus, Sul rapporto del singolo con la totalità (1862), LaPP (2008),

p. 93. 23

Lazarus, Sul rapporto del singolo con la totalità (1862), LaPP (2008),

p. 97. 24

Steinthal, Der Durchbruch der subjectiven Persönlichkeit bei den Griechen. Ein Geschichts-psychologischer Versuch in ZVS, II (1862), pp. 279342.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

19

magine dell’individuo era assunta come metafora per spiegare l’unità nazionale, la coesione giuridica e politica di un gruppo sociale. La raffigurazione forse più ricorrente, e certo quella di più alto valore simbolico, di questa metafora è consegnata alla copertina del Leviatano (1651), in cui i membri della comunità sono immediatamente identificati con le membra del corpo del sovrano, in cui gli individui singoli si uniscono in un altro individuo, un individuo “collettivo”25. Nella psicologia dei popoli la relazione tra corpo umano e corpo sociale è capovolta, la priorità viene assegnata al sistema sociale dei rapporti psichici a scapito della compattezza spirituale e dell’autonomia dell’individuo, grande o piccolo, singolo o collettivo che sia. b) Se la priorità della dimensione sistemica su quella individuale apre uno spazio teorico per la sociologia del Novecento, un altro aspetto molto rilevante della Völkerpsychologie di Lazarus e Steinthal è l’insistenza sulla dimensione propriamente psichica del legame comunitario. Il movimento complessivo del romanticismo, si era opposto alle teorie convenzionalistiche della società, richiamandosi alla dimensione originaria e spirituale delle nazioni; ora, la cultura accademica tedesca continuava a opporvisi, rivendicando la spontaneità del legame nazionale sul piano della razza e della discendenza. La posizione di Steinthal e Lazarus, in rapporto a queste due tendenze anticonvenzionalistiche, si profila con una sua specifica fisionomia. Da un lato, in continuità con l’indirizzo egemone della filosofia romantica, i due studiosi insistono sull’unità psichica, spirituale, dei popoli; dall’altro, in molti passi della loro opera, concepiscono il nesso spirituale come “carattere istintivo”. La contrapposizione classica di spirito e natura, in questa prospettiva, si arricchisce di un terzo elemento, quello dell’ “istinto spirituale”, il punto in cui la natura non è più materia e non è ancora storia. Proprio sul piano dell’“istinto spirituale” si costituisce, per i due studiosi, il legame nazionale, e 25 Un esame iconologico dell’immagine del Leviatano è offerto in H. Bredekamp, Thomas Hobbes. Der Leviathan. Das Urbild des modernen Staates und seine Gegenbilder. 1651-2001, Akademie Verlag, Berlin 2006, pp. 95-113.

20

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

proprio per questo il legame nazionale va considerato come il momento originario della storia e non della natura. La “natura” o l’“essenza” dell’istinto spirituale, infatti, è di svilupparsi e divenire, ovvero di essere storia e arricchimento formale. «Il popolo», si legge nel saggio del 1860, è un’«unità spirituale e non materiale o biologica». Esso non poggia su rapporti obiettivi di discendenza, ma sulla prospettiva soggettiva che interviene e a volte sovverte i rapporti naturali dati: ciò che rende tale un popolo non dipende essenzialmente da alcuni rapporti oggettivi, come la discendenza, ma a rendere un popolo tale è soltanto la prospettiva soggettiva dei membri del popolo, i quali si considerano tutti insieme come un unico popolo. Il concetto di popolo poggia sulla considerazione soggettiva che i membri del popolo stesso hanno di sé, della propria identità e reciproca appartenenza […] un popolo è un insieme di uomini che si considerano un popolo, che si ascrivono a un popolo […] Il francese considera qualcuno appartenente al popolo francese secondo determinati contrassegni, secondo contrassegni diversi il tedesco considera tale il tedesco, e secondo altri ancora il libero nordamericano reputa qualcuno suo concittadino26.

Un concetto di popolo in senso assoluto, per questa ragione, non può darsi. Sono le visioni soggettive, le rappresentazioni che gli uomini sviluppano della loro appartenenza a un gruppo sociale a conferire oggettività ai rapporti che s’istaurano tra gli individui: detto più precisamente, il popolo è la prima produzione dello spirito del popolo; dunque gli individui costituiscono il popolo non in quanto singoli, ma in quanto si elevano al di sopra del loro isolamento. La coscienza di questo autoinnalzamento e di questo librarsi verso uno spirito generale del popolo si esprime nella rappresentazione del popolo. Lo spirito del popolo dà vita alla rappresentazione e con ciò anche al popolo stesso e in questa rappresentazione consegue la sua autocoscienza27. 26 27

Lazarus-Steinthal, EGV (1860), intra, II, p. 35. Lazarus-Steinthal, EGV (1860), intra, II, p. 36.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

21

La discendenza comune è rilevante non in quanto dato oggettivo, ma perché sviluppa nei membri di un gruppo sociale la rappresentazione di una storia condivisa e la lingua non lo è in quanto prodotto naturale, ma in quanto opera soggettiva delle comunità. Se le razze, le famiglie, le stirpi sono determinazioni naturali, il popolo è l’esito di un processo di costituzione storica, sempre mobile e soggetto a trasformazione. Esso procede secondo una direzione o un carattere spirituale specifico, che si esprime nelle fasi originarie della produzione linguistica e mitologica, ma è poi destinato ad arricchirsi di contenuti e mutare di forma nel corso dello sviluppo del popolo. La soggettività dello spirito del popolo, insomma, data originariamente come “carattere”, è destinata a trasformarsi nel corso della storia e può essere concepita come “libertà”. «Lo spirito», si legge nel saggio del 1860, «costituisce, per dir così, la vetta più alta della natura e parimenti l’innalzamento al di sopra di essa. Il suo operare è posto nel mezzo e costituisce il passaggio da una realtà ancorata unicamente alla legge universale a un’idealità liberamente creatrice»28. Questo legame tra dimensione istintuale e dimensione storica dello spirito, tra il carattere potenziale e originario della libertà e il suo sviluppo nella storia, è la prospettiva da cui è possibile per Steinthal prendere posizione nella variegatissima gamma di tesi che o si richiamano direttamente alle teorie della discendenza e del sangue oppure, insistendo unilateralmente sulla dimensione istintuale del carattere dei popoli, si tengono a un’istanza naturalistica e razziale. Contro Ernest Renan che in un discusso saggio apparso nel «Journal asiatique» del 1859, riconduceva il carattere nazionale degli ebrei a un istinto religioso profondamente monoteistico, Steinthal, nello stesso numero della Zeitschrift, obiettava che il monoteismo ebraico è la tappa di un’evoluzione storico-culturale radicata in precisi processi psicologici29. Più avanti, in un arti28

Lazarus-Steinthal, EGV (1860), intra, II, p. 17. Renan, Nouvelles considérations sur le caractère général des peuples sémitiques, et en particulier sur leur tendance au monothéisme in «Journal asiatique ou Recueil de Mémoires, d’extraits et de notices relatifs à l’histoire, à la philosophie, aux langue set à la littérature des peuples orientaux», 29

22

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

colo sull’identità nazionale ebraica apparso nella «Allgemeine Zeitung des Judentums», Steinthal ribatteva al Prof. Albrecht Weber che gli errori da cui gli ebrei tedeschi avrebbero dovuto retrocedere erano il frutto di un lungo processo di adattamento a dure condizioni storiche, processo, tra l’altro, già in corso di trasformazione30. c) In ultimo, se il dato rilevante e innovativo della Völkerpsychologie, non è la nozione astratta dello spirito del popolo, ma lo studio dei rapporti psicologici che presiedono alle formazioni culturali, l’orizzonte teorico entro cui Steinthal e Lazarus muovono è ben diverso da quello entro cui muovono le filosofie della storia ottocentesche. Ai due studiosi non interessa la deduzione ragionata del soggetto o dei soggetti della storia, «l’esposizione ben ordinata e raziocinante del contenuto spirituale, della quintessenza di essa»31, ma l’indagine dei processi di costituzione di tutto ciò che è storico, dei prodotti dell’interazione umana e sociale. Questo passaggio concettuale era definitivamente acquisito attraverso l’elaborazione del concetto di spirito oggettivo32. «Devo affermare, in breve», scriveva Steinthal nel 1887, «che chi, dalla psicologia dei popoli, non ha colto il concetto di “spirito oggettivo”, non capisce nulla di storia né del suo 1859, pp. 214-282, 417-450 e Steinthal, Zur Charakteristik der semitischen Völker, in ZVS, I (1860), pp. 328-345. 30 Steinthal, An Herrn Professor Albrecht Weber (1900) in Über Juden und Judentum. Vorträge und Aufsätze von Prof. Dr. H. Steinthal, hrsg. von Gustav Karpeles, Poppelauer, Berlin 1906 p. 86. L’articolo fu pubblicato quando l’autore era già morto. 31 Lazarus, Sul concetto e la possibilità di una psicologia dei popoli (1851), cit., p. 60. 32 Cfr. per questo: A. Meschiari, Psicologia delle forme simboliche. «Rivoluzione copernicana», filosofia del linguaggio e «spirito oggettivo», Le Lettere, Firenze 1999, pp. 72-81 e Id., Introduzione a LaPP, pp. 23-56; I. Kalmar, The Völkerpsychologie of Lazarus and Steinthal and the modern concept of culture in «Journal of History of Ideas», 48 (1987), pp. 671-689; K. C. Köhnke, Einleitung a M. Lazarus, Grundzüge der Völkerpsychologie und Kulturwissenschaft, Meiner, Ingelheim am Rhein 2003, pp. IX-XLII; H-U. Lessing, Bemerkungen zum Begriff des «objektiven Geistes» bei Hegel, Lazarus und Dilthey in «Reports on Philosophy», B. 9 (1985), pp. 49-62.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

23

oggetto, né del modo in cui essa progredisce»33. Quel concetto era stato presentato per la prima volta da Lazarus in un saggio pubblicato nella rivista nel 1865. Lo spirito oggettivo, vi si legge, consta da un lato di «elementi spirituali: concezioni, convinzioni, disposizioni, forme di pensiero modi del sentimento», dall’altro di «incarnazioni reali o simboliche del pensiero: opere d’arte, documenti, scritti, costruzioni di tutti i tipi, prodotti dell’industria», «tra questi due estremi si collocano di nuovo da un lato gli strumenti in genere», dall’altro «le istituzioni»34. Le oggettivazioni del fare spirituale, pertanto, si estendono fino ai confini della natura, vi rientra tutto ciò che l’uomo e le società hanno prodotto nella vita pratica e teoretica. Lo spirito oggettivo, in senso proprio, è il regno stesso della storia. Uno degli aspetti più interessanti di questa teoria dell’oggettivazione è l’ampliamento della dimensione storico-spirituale a sfere che nella filosofia tradizionale ne rimanevano escluse: le macchine, gli strumenti, gli oggetti della quotidianità, finanche i vestiti e le abitudini alimentari. Nel mercato settimanale, nei pasti e nel bere in comune, nell’orologio da taschino, nel recapito postale, si offrono altrettanti esempi di idee condensate e tramandate di generazione in generazione. Per questo la realtà che ci si presenta, che ci si fa innanzi, non vale come dato naturale, ma come simbolo dell’attività psichica di chi ci ha preceduto. Riformulando in senso moderno il concetto hegeliano di spirito oggettivo, Lazarus e Steinthal fanno coincidere l’intera realtà sociale con l’attività plasmatrice e simbolica degli uomini e radicano quest’ultima nella concretezza del vivere storico. La nozione di Bildung perde così la sua connotazione soggettivistica legata all’istruzione e acquista il significato di formazione continua della realtà umana. L’idealismo, allora, si configura come un processo di umanizzazione e simbolizzazione della realtà nei suoi molteplici aspetti, un processo di integrazione della molteplicità, piuttosto che di esclusione e selezione all’interno di essa. Steinthal 33

Steinthal, BV (1887), p. 255. Lazarus, Alcuni concetti sintetici per una psicologia dei popoli (1865), LaPP (2008), pp. 188-189. 34

24

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

e Lazarus sferzano le visioni gerarchiche e ascensionali della filosofia tradizionale: lo spirito, sottratto alle altezze della speculazione, viene a coincidere con l’ordine stesso delle cose, di tutte le cose che sono a portata di mano, perché nessuna cosa si trova nel suo stato originale e naturale. È a partire da questi presupposti teorici che la filosofia stessa può trasformarsi da discorso sull’essere o sulle sfere alte dei concetti a meditazione e interpretazione delle cose del mondo. 3. Idealismo morale e religione dell’umanità a) La Weltanschauung che sorregge le teorie dell’individuo-totalità e dell’oggettivazione dello spirito è anche alla base della filosofia morale di Steinthal. L’autore si dedicò agli studi di etica a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, dopo aver dato alle stampe il primo volume (1871) del Compendio di scienza della lingua, in cui erano ricapitolati, in prospettiva sistematica, tutti i motivi delle opere precedenti di linguistica. In una lettera a Glogau del 1888, lo studioso racconta che era stata la perdita dei due figli, David e Agathe, a far scemare in lui l’interesse per la Sprachwissenschaft e a far crescere quello per l’etica35. Belke, che ha curato i carteggi di Steinthal e Lazarus in tre grandi volumi apparsi nelle storiche edizioni Mohr di Tubinga, invita poi, correttamente, a contestualizzare il progetto dell’Allgemeine Ethik all’interno dei grandi rivolgimenti scientifici dell’epoca. Soprattutto la prospettiva meccanicistica, ormai affermatasi in tutte le scienze, imponeva un ripensamento dei presupposti idealistici della filosofia: «dobbiamo porre le idee entro la prospettiva meccanicistica», «nel pieno riconoscimento del mondo meccanico», scrive Steinthal, «dobbiamo confermare l’idealismo del nostro sentimento»36. Assieme ai dolorosissimi eventi della vita privata e ai rivolgimenti del mondo scientifico, erano i motivi principali 35

Lettera di Steinthal a Glogau del 6 dicembre 1888, BelLS, II/1, p.

269. 36

Steinthal, AE (1885), p. 18.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

25

del dibattito politico tedesco ed europeo della II metà del secolo a confluire nell’etica anticonfessionale di Steinthal. Alla questione sociale, deflagrata dopo la promulgazione delle leggi bismarckiane del 1878 contro le organizzazioni socialiste, Steinthal dedica un importante Excursus dell’Allgemeine Ethik, in cui auspica «una trasformazione dei rapporti di proprietà e del salariato» per vie parlamentari e non violente37. E non meno rilevante è la polemica antisemita, divampata dopo le illazioni del predicatore di corte Adolf Stöcker e dello storico Heinrich von Treitschke38: «quando improvvisamente diveniamo consapevoli che le colonne della nostra Weltanschauung, della cui solidità non si è mai data prova o da lungo tempo non si dà prova, sono marce e tarlate» – scrive Steinthal – e non possono reggere ai contraccolpi delle tempeste che incombono sul mondo contemporaneo, è necessario allora «costruire nuovamente», è necessaria «una nuova etica», un’ «etica assolutamente ideale»39. Ora, se l’Allgemeine Ethik è scritta su impulso dei sommovimenti che scuotono la vita pubblica e scientifica di fine Ottocento e dei dolorosissimi eventi che si sono abbattuti sulla vita familiare dello studioso, la concezione idealistica della morale espressa in questa fase non è tuttavia in contrasto con l’analisi völkerpsicologica della religione e del mito sviluppata negli anni Sessanta. Per mostrarlo, piuttosto che i numerosi articoli sull’argomento apparsi sulla rivista in un lungo arco di tempo, conviene soffermarsi sulla sistemazione teorica data dall’autore ai rapporti di mito e religione in un saggio del 187040. Il mito si legge qui, in linea con le teorie di Vico e Herder, non è un contenuto, come si apprende nelle scuole quando si studiano i miti greci, bensì il modo di pensare tipico dei bam37

Steinthal, AE (1885), pp. 265-279. A. Stöcker, Das moderne Judenthum in Deutschland, besonders in Berlin, Wiegandt und Grieben, Berlin 1880 e H. von Treitschke, Unsere Aussichten in «Preußische Jahrbücher», 44 (1879), pp. 559-576. 39 Steinthal, AE (1885), p. VI. 40 Steinthal, Mythos und Religion, Lüderitz’sche Verlagsbuchhandlung, Berlin 1870. Sull’origine collettiva della poesia epica e omerica Steinthal tornò in un altro saggio teorico: Das Epos in ZVS, V (1868), pp. 1-57. 38

26

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

bini e dei popoli primitivi. L’uomo primitivo connette le percezioni esterne della natura circostante attraverso sentimenti e intuizioni; non sa comparare, istituire nessi causali o dedurre, non sa astrarre e analizzare, la sua «coscienza è vincolata a percezioni indeterminate dell’esterno e a ciò che egli coglie immediatamente dal suo corpo e al suo interno: sentimenti, sforzi e movimenti»41. Ora, col progresso delle generazioni, a questa forma di pensiero viene sostituendosi quella logica e razionale, ma in modo tale che la prima non scompaia del tutto: «il mito sopravvive oggi», scrive Steinthal, «nella poesia, nelle saghe, nei giochi dei bambini e nella superstizione, come anche negli usi e nei costumi […] il mito è pure diventato religioso»42. Anche la religione, pertanto, in quanto contenuto o sezione particolare dell’esperienza umana, può essere oggetto di un’elaborazione mitica. Lo è certo nei popoli incolti o ai primi stadi della vita storica, ma, a ben guardare, la forma mitica persiste anche nelle religioni monoteistiche. Per quanto il senso religioso dei profeti ebrei sia elevato, per quanto superi l’ispirazione poetica che sta alla base delle religioni politeistiche, il rapporto del finito con l’infinito nella religione ebraica continua ad essere pensato miticamente: attraverso le nozioni di “creazione”, “rivelazione”, “popolo eletto”, “messia”, “figlio di Dio” e “sacrificio”. Il compito del mondo moderno, allora, è dissolvere questo involucro mitico e far rifulgere il contenuto autentico, ideale, della religione, ovvero l’impulso morale a elevarsi al di sopra di ciò che è dato, verso la perfezione43. Come si vede, l’idealismo dell’Allgemeine Ethik è già implicito nelle analisi storico-psicologiche dei fenomeni religiosi svolte negli anni precedenti, per quanto in questa fase manchi la cornice sistematica che l’opera del 1885 le fornirà. In proposito, deve anche essere notato che la lettura del mito 41

Steinthal, Mythos und Religion, cit., p. 10. Steinthal, Mythos und Religion, cit., pp. 18-19. Corsivo mio. 43 Numerosi sono i richiami all’idealismo morale che possono essere rintracciati nel carteggio sin dagli anni ’50. A mo’ d’esempio si veda la lettera inviata a Lazarus da Berlino il 12 giugno 1861 in BelLS, I, pp. 324-326. 42

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

27

come forma del pensiero circola in alcuni contesti intellettuali dell’Europa post-quarantottesca, collimando con certi orientamenti del Risorgimento italiano, ove si manteneva il riconoscimento del ruolo pedagogico e della funzione etico-civile che la religione esercita sulle masse44. In ogni caso, sarebbe affrettato assumere la cornice sistematica dell’Etica del 1885 come una garanzia di coerenza interna. È, invece, necessario uno sforzo interpretativo per ricostruire la coerenza della filosofia morale di Steinthal, senza occultare le evidenti oscillazioni presenti nell’opera. La più significativa è forse quella indicata da Simmel a proposito del contrasto tra la storia concepita come spirito oggettivo e storia concepita come dimensione dell’eticità45. Se la storia coincide con la sfera dell’eticità, scriveva quest’ultimo, essa non può allora coincidere con l’objektiver Geist che contiene anche ciò che non è etico: «la fede nella stregoneria e l’antisemitismo, la tortura e il sacrificio dell’autonomia morale» sono, come la scienza, l’arte e le istituzioni morali, «altrettanti momenti dello spirito oggettivo»46. Aveva ragione Simmel a obiettare a Steinthal che storia e moralità non coincidono interamente? Poteva forse sfuggire a Steinthal, nel momento in cui la polemica antisemita divampava, in cui i diritti dei lavoratori erano negati, che la storia fosse anche violenza e sopruso? La teoria del regno degli intelligibili, in verità, era introdotta dall’autore per spiegare che tutto ciò che è umano entra nel regno dell’oggettivazione, che al di fuori dell’“oggettività” vi è solo l’ “onda caotica” del caso, l’“abisso della realtà”47. Anche le idee morali costituiscono un momento di questo processo di oggettivazione: si danno nel mondo umano dei fenomeni, 44 Cfr. Miccolis, Antonio Labriola e la destra storica in Silvio Spaventa. Filosofia, diritto, politica, a cura di Saverio Ricci, Istituto Italiano degli Studi filosofici, Napoli MDCCCCXCI, pp. 275-301, partic. pp. 298 e sgg. . 45 Steinthal, AE (1885), pp. 413-424. 46 Simmel, Rezension H. Steinthal, Allgemeine Ethik (1885), in «Vierteljahresschrift für wissenschaftliche Philosophie», 1886, pp. 487-503, p. 209. 47 Cfr. Steinthal, Zur Religionsphilosophie, zweiter Artikel in «ZVS», IX (1877), pp. 1-50, partic. pp. 14-15.

28

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

delle azioni, delle realizzazioni e dei giudizi. Si danno, insomma, nella storia. Ma questa immanenza delle idee morali non implica che ogni forma di oggettivazione storica sia di per sé morale. O, detto altrimenti: l’intramondanità delle idee morali non implica la coincidenza delle idee morali con l’intera estensione delle oggettivazioni storiche. Moralità e storia coincidono solo entro una sezione alta dell’oggettività, in cui non vi è alcun commercio con la sfera sensibile poiché gli ideali sono generati da sentimenti puri o puramente formali48. Nell’oggettività, nella storia, insomma si dà una gradazione che va dalla semplice percezione sensibile, passando per i concetti e le incarnazioni spirituali, fino alle idee etiche ed estetiche e per questo Steinthal scrive «quel che innalza, rassicura, amplia lo spirito oggettivo, ciò che a esso si aggiunge, è etico»49. È nell’ampliamento e nell’approfondimento dell’oggettività – e non in ogni forma di oggettività – che va cercata la realizzazione compiuta dell’uomo. «Lo spirito oggettivo è il luogo delle idee e di tutta la verità, bellezza e bontà […] il contenuto sviluppato della ragione (della moralità, dell’umanità), l’essenza di ogni perfezione concepibile, la più compiuta oggettività»50. Il restringimento riconosciuto da Simmel c’è, ma mi pare non si tratti del restringimento dello spirito oggettivo al solo regno dell’eticità, bensì del restringimento dell’eticità alle sezioni alte e assolutamente autonome dello spirito oggettivo. Solo per questa via, la dimensione prescrittiva e normativa dell’etica kantiana mantiene una funzione all’interno della prospettiva storicistica dell’oggettivazione proposta dalla Völkerpsychologie. b) Steinthal – come accennato – aveva vissuto in prima persona i problemi dell’assimilazione e dell’integrazione ed era parte del milieu universitario berlinese che nel 1881 rispon48 Steinthal, AE (1885), p. 63 e sgg. Più volte Steinthal, nel corso della sua opera, torna sulla natura delle idee in una prospettiva psicologica ed ermeneutica. Più avanti prenderò in esame il ruolo che viene assegnato alle idee nella storia. 49 Steinthal, AE (1885), p. 416. 50 Steinthal, AE (1885), p. 424.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

29

de con sessantasei firme di personaggi pubblici e accademici, tra cui Lazarus, Cohen, Droysen, Mommsen e Virchow, alla famigerata «petizione degli antisemiti» sottoscritta da circa la metà degli studenti dell’università di Berlino. Sin dal 1872 inoltre lo studioso aveva ottenuto incarichi di insegnamento di critica biblica e filosofia della religione presso la Hochschule für die Wissenschaft des Judentums e negli anni precedenti aveva preso parte all’attività culturale di altre importanti istituzioni ebraiche della capitale prussiana. Da quella cattedra e attraverso numerosi interventi su giornali ebraici, raccolti poi in volume da Karpeles, Steinthal aveva lucidamente interpretato e combattuto l’antisemitismo. Insegnamento religioso e impegno civile in questi anni vanno dunque di pari passo e, anzi, l’impegno civile di Steinthal contro l’antisemitismo dilagante deve essere compreso alla luce della sua teoria dell’ebraismo come religione dell’umanità. La fondazione della Hochschule für die Wissenschaft des Judentums era stata deliberata nel 1869, ma in ragione delle tensioni franco-tedesche la scuola era stata istituita solo il 6 maggio 1872. Sin dal nome l’istituzione richiama il programma del Verein für Kultur und Wissenschaft des Judentums fondato da Leopold Zunz nel 1819, il primo circolo ebraico in cui si sperimenta un tentativo di riforma religiosa ispirato ai principi della scienza moderna. In effetti, l’insegnamento di Steinthal prosegue nella direzione, trasmessa da Zunz ad almeno tre generazioni successive, dell’applicazione del metodo storico allo studio della Torah e del Talmud. Gershom Scholem ha scritto che l’approccio così sperimentato trasformava l’ebraismo in oggetto di scienza, mutandolo in semplice artefatto del passato51. La ricerca di Steinthal, tuttavia, non si arrestava alla delucidazione della religione ebraica in una prospettiva storica. La specificità dell’ebraismo non consisteva certo negli involucri mitologico-linguistici dell’“alleanza”, della “rivelazione”, del “popolo eletto”; ma – d’altro canto – la critica storica di quelle nozioni non poteva toccare il contenuto etico, l’idealità formale racchiusi in quegli involucri. 51 Cfr. G. Scholem, Die Wissenschaft von Judentum, Suhrkamp, Frankfurt a. M., 1997.

30

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

Per intendere a pieno la filosofia della religione di Steinthal, la sua interpretazione dell’ebraismo deve allora essere accostata alla sua etica e all’idea di umanità che sta al fondo della psicologia dei popoli. Alla domanda sul significato di “essere ebrei”, infatti, lo studioso rispondeva deprecando l’identificazione della religione ebraica con le pratiche cerimoniali e comportamentali e sorvolando sulle questioni di ermeneutica e di esegesi biblica52. L’essenza della fede ebraica consisteva, piuttosto, nel suo contenuto morale. Judentum ist Humanität53, scriveva. Se ogni religione è un’incarnazione della religione dell’umanità attraverso la mediazione del vincolo nazionale, «allora l’ebraismo si associa naturalmente con ogni nazione che aspira all’umanità». Gli ebrei tedeschi, ai suoi occhi, erano sospinti a servire lo spirito dell’umanità da un doppio impulso: da quello che veniva loro dai profeti e dall’altro che veniva loro da Lessing e Herder, Kant, Fichte e Schiller, Goethe e i fratelli Humboldt54. In conclusione, è la natura formale dell’idea di umanità a salvare la specificità dell’ebraismo e, in linea di principio, a divincolare il contenuto di ogni religione dalla prospettiva di un’integrale storicizzazione. In quanto sfera alta dello spirito oggettivo, atta ad «ampliarlo e approfondirlo», l’idea di umanità ha un valore assoluto che la distingue dagli altri artefatti del passato e la proietta nel futuro: «la Wissenschaft des Judentums», si legge in un passaggio fondamentale, «per noi non è semplicemente uno studio del nostro passato, ma il piano insito nella cultura ebraica per il futuro»55. 52 Steinthal, Die Stellung der Semiten in der Weltgeschichte (postuma, 1901) in Über Juden und Judentum, cit., p. 124. 53 Steinthal, Judentum und Patriotismus (1892) in Über Juden und Judentum, cit., p. 69. 54 Steinthal, Das auserwählte Volk oder Juden und Deutsche (1890) in Über Juden und Judentum, cit., p. 15. Cfr. C. Kunze, Heymann Steinthal, Über Juden und Judentum im Kontext des aufkommenden Antisemitismus in Chajim H. Steinthal. Sprachwissenschaftler und Philosoph im 19. Jahrhundert, herausgegeben von Hartwig Wiedebach und Annette Winkelmann, Brill, Leiden-Boston-Köln 2002, pp. 153-170. 55 Steinthal, Über Juden und Judentum, cit., p. 247. Cfr. D. Adelmann, H. Steinthal und der Begriff der Wissenschaft des Judentums, in Chajim H. Steinthal. Sprachwissenschaftler und Philosoph im 19. Jahrhundert, cit., pp. 113-134.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

31

II. CRITICA DELL’ESPERIENZA. Filosofia, psicologia e storia 4. Teoria del pensiero a) Il problema centrale della filosofia di Steinthal è costituito dall’assunzione della psicologia come scienza fondamentale delle Geisteswissenschaften. Nell’introduzione generale alla psicologia dei popoli del 1860 si legge: «la ricerca naturale ha sviluppato una doppia serie di discipline, anzitutto la storia descrittiva della natura», poi, «su un piano parallelo e fondativo», «le discipline razionali della natura, quali la fisica e la chimica, la fisiologia delle piante e degli animali, e infine la matematica. Mentre la prima serie descrive la vita e l’esistenza naturale […] l’altra serie sviluppa le leggi universali secondo cui queste forme della realtà sorgono e svaniscono». E «la considerazione dello spirito non esigerà un’ulteriore disciplina, corrispondente alla teoria sintetica della natura?»56. Gli studiosi, nello stesso scritto, mettevano subito in luce il fatto che un’equiparazione assoluta di discipline razionali della natura e psicologia, a cui era demandato il compito fondativo delle scienze dello spirito, non è possibile, perché se la natura è il regno del meccanismo in cui le condizioni di partenza degli eventi rimangono uguali, l’attività dello spirito muta di continuo e le condizioni di partenza degli eventi spirituali non sono mai uguali. Ciononostante l’insistenza sul valore fondativo della psicologia, sull’individuazione delle leggi del meccanismo psichico, sembra sufficiente ad attribuire alla prospettiva di Steinthal un’aura di positivismo e riduzionismo. D’altro canto le difficili e frammentarie formulazioni gnoseologiche dell’autore non facilitano l’individuazione dell’o56

Lazarus-Steinthal, EGV (1860), intra, II, p. 19.

32

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

rizzonte filosofico che supporta la sua interpretazione delle scienze e dei loro nessi. Wilhelm Dilthey, ad esempio, che aveva conosciuto sia Steinthal sia Lazarus, aveva incluso la psicologia dei popoli tra le filosofie della storia con metodo deduttivo57. Altri, anche di recente, hanno letto il richiamo alle scienze empiriche in continuità con gli indirizzi del positivismo accademico tedesco, o di quello inglese e francese. In verità, Steinthal giudicava la «filosofia positiva» di Comte «niente più che un entusiastico ragionamento sulle scienze empiriche esatte»58 e, per quanto si esprimesse in più di un’occasione positivamente nei confronti del metodo empirico di Mill, l’orizzonte filosofico entro cui è comprensibile il valore da lui assegnato alla psicologia è del tutto diverso. In una lettera del 26 dicembre 1854, Steinthal scrive a Lazarus di considerare Hermann Lotze «il massimo filosofo dell’epoca post-herbartiana» per la sua tendenza a una piena valutazione del metodo empirico entro un orizzonte idealistico59. Lotze non aveva inteso a pieno il valore della psicologia60, ma aveva colto e aveva saputo derivare dalla sua impostazione del problema metafisico il rapporto di spirito e natura, il ruolo della logica e delle categorie del pensiero61. Nemmeno il riferimento a Lotze, tuttavia, deve essere utilizzato in modo esclusivo. Per cogliere l’angolatura e la fisionomia specifica 57

Dilthey, Grundriß der Logik und des Systems der philosophischen Wissenschaften. Für Vorlesungen in Gesammelte Schriften, XX, Vandenhoeck und Ruprecht, Göttingen 1990, p. 30. In proposito si veda anche la lettera di Steinthal a Lazarus del 1 dicembre 1860 (BelLS, I, pp. 318-319), in cui lo studioso riferisce all’amico le considerazioni svolte da Dilthey sul programma della «Zeitschrift». Vi torneremo nel pargrafo 6. 58 Lettera di Steinthal a Lazarus da Parigi del 12 settembre 1852, BelLS, I, p. 266. 59 Lettera di Steinthal a Lazarus da Parigi del 26 dicembre 1854, BelLS, I, p. 279. 60 Cfr. Steinthal, Niederer und höherer Verlauf der Vorstellungen in «ZVS», IV (1866), pp. 115-132. 61 Steinthal, PGP (1864), p. 13 (p. 194). Anche se, nel secondo articolo con cui recensisce il terzo volume del Microcosmo, Steinthal solleva alcuni appunti critici all’idea di “educazione del genere umano” proposta da Lotze: cfr. Steinthal, Die Geschichte als Erziehung des Menschengeschlechts, in «ZVS», IV (1866), pp. 211-225.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

33

della filosofia di Steinthal, bisogna partire dalle idee esposte nelle prime opere, dove gnoseologia e metafisica s’intrecciano e l’autore, attraverso una riflessione filosofica sul metodo piuttosto che una riflessione metodologica su singole scienze, traccia “una sua via” tra quelle di Hegel, Humboldt, Boeckh e Trendelenburg. Sin dallo scritto di abilitazione all’insegnamento universitario del 1848 sulla scienza della lingua di Wilhelm von Humboldt e la filosofia hegeliana62, Steinthal nega la possibilità che alla filosofia sia ascritto un ambito di pertinenza diverso da quello degli altri saperi. Gli epigoni di Hegel, in particolare, sbagliavano a interpretare la dialettica come logica del pensiero puro, dal momento che la filosofia non può essere separata dalle scienze per innalzarsi alla sfera celestiale del “concetto”. Esiste, invece, un unico metodo della conoscenza, valido in tutti gli ambiti e i gradi del sapere: il metodo genetico o dell’osservare pensando (beim Anschauen denken). Prima di addentrarci nell’interpretazione di questa teoria, bisogna dire che il metodo genetico non è introdotto per avvalorare le procedure della psicologia empirica a fronte di quelle della filosofia. Nel 1848 Steinthal non è ancora approdato alla psicologia herbartiana e il problema che si pone non è quello della genesi delle rappresentazioni e dei concetti, ma quello della struttura complessiva della conoscenza e della natura del sapere. Per questo il metodo genetico ha qui il senso di una legge generale del pensiero, configura – potremmo dire – una teoria genetica del pensiero in rapporto a una metafisica della realtà concepita come soggetto. È essenziale – è bene ripeterlo – soffermarsi su questi aspetti filosofici del discorso di Steinthal, sui quali manca ancora un’interpretazione critica adeguata, essendosi gli interpreti soffermati soprattutto sui problemi connessi alla sua psicologia della lingua e della conoscenza. Nell’opera di Steinthal, tuttavia, una vera e propria elaborazione filosofica, sebbene non sviluppata in sistema, è presente. Importantissimo, dunque, è il fatto che tale filosofia deve essere tenuta ben distinta dalla psicologica della conoscenza e del linguaggio. E ciò, anzitutto, perché queste ultime trovano una giustifica62

Steinthal, SHHP (1848).

34

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

zione solo all’interno di quella; e, in secondo luogo, perché, curiosamente, la filosofia di Steinthal non presenta, come ci si potrebbe aspettare, punti di contatto con la metafisica di Herbart63. Proprio ciò, proprio la capacità di inserire l’apparato psicologico-scientifico herbartiano, ai fini di supportarlo, entro un contesto e un orizzonte filosofico molto diverso da quello elaborato dallo stesso Herbart, giustifica il tentativo di un’interpretazione complessiva e di una chiarificazione accurata del suo diverso orizzonte teorico. Come è stato detto nel primo paragrafo di questo scritto, l’intuizione metafisica fondamentale di Steinthal è che la realtà sia soggetto e che questo soggetto debba essere concepito come processo. Un’assunzione schiettamente idealistica, riconducibile alle prime battute della Fenomenologia dello spirito di Hegel. Eppure si tratta di un idealismo tradito nel momento stesso in cui lo si enuncia, un idealismo eretico, giacché qui il processo non deve essere concepito dialetticamente ma geneticamente, non è movimento di determinazioni concettuali, ma movimento dello spirito psicologicamente inteso e movimento della natura. Proprio questa teoria genetica della realtà e del pensiero fungerà da contesto filosofico per una psicologia, che vuol spiegare i rapporti psichici a partire dalla loro costituzione, permettendo di assegnare a una siffatta psicologia il ruolo di scienza fondativa delle Geisteswissenschaften. Sin dalle prime battute del libro del 1848, Steinthal annuncia l’impossibilità di un procedere del pensiero puramente deduttivo. E tuttavia, alla luce di questa tesi, lo studioso non prende nemmeno posizione in favore di un empirismo radicale, di un procedere del pensiero interamente induttivo. L’una e l’altra prospettiva, piuttosto, sono contestate, perché 63 Lo stesso Steinthal lo afferma in alcuni luoghi della sua opera. La prima volta in Steinthal, HZS (1850) in KSS, pp. 116-117. Per Herbart cfr. Metafisica generale, con elementi di una teoria filosofica della natura, a cura di Renato Pettoello, Utet, Torino 2003 e il saggio introduttivo di Pettoello qui contenuto (pp. 9-35). Si veda anche R. Pettoello, Idealismo e realismo. La formazione filosofica di J. F. Herbart, La Nuova Italia, Firenze 1986, partic. pp. 221-251.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

35

dei due modi di procedere è contestata la scissione, è a dire la separazione dei concetti e delle forme dai contenuti empirici e dal loro sviluppo. Seguiamo, anzitutto, la polemica nei confronti dell’empirismo radicale. «Noi vogliamo che si guardi e si pensi contemporaneamente», scrive l’autore, «la nostra scienza non si appoggia su intuizione ed esperienza [non è meramente empirica], bensì è essa stessa intuizione, ma pensante; è essa stessa esperienza, ma pensante»64. Se «Bacone ha condannato la scolastica medievale», si legge nel 1871, «la più recente e quella recentissima l’ha condannata Kant mentre distruggeva l’insensatezza di una scienza puramente empirica»65. Alla recisa negazione della scolastica medievale, e delle sue riedizioni, che metteremo a fuoco tra pochissimo, si accompagna la negazione della scolastica “recente e recentissima”, del sensismo e dell’empirismo radicale. In ciò la teoria del metodo genetico, ovvero del procedere unitario del pensiero o della natura unitaria della conoscenza, convergeva con i principi filosofici scoperti da Humboldt e sintetizzati nel famoso scritto sul compito dello storico. «Comprendere», vi si legge, «non è affatto un mero svolgersi del soggetto, ma nemmeno un mero desumere dall’oggetto, bensì entrambi contemporaneamente»66: «non è dunque puro pensiero» – commentava Steinthal – «non semplice osservare, ma un osservare pensando»67. D’altro canto, l’interpretazione logico-teologica dell’idealismo, questa “riedizione” della scolastica medievale, doveva essere rifiutata con vigore ancora maggiore. In proposito, a Steinthal premeva mettere in chiaro che se i concetti filosofici, in quanto potenze della formazione spirituale, sono già in atto nell’universo molteplice delle scienze, è del tutto insensato voler duplicare la filosofia in una sfera ideale. Il peggior errore della tradizione filosofica da Aristotele a Hegel, anzi, era stato 64

Steinthal, SHHP (1848), 25 (63). Steinthal, AS, I (1871), p. 21. 66 W. von Humboldt, Il compito dello storico (1821) in Id., Scritti filosofici, a cura di Giovanni Moretto e Fulvio Tessitore, UTET, Torino 2004, pp. 521-540, partic. 532. 67 Steinthal, SHHP (1848), p. 27 (65). 65

36

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

proprio «l’assunzione che i concetti siano in qualche modo esistenze nel cui ambito si deve porre lo spirito, esistenze che noi comprendiamo, di cui possiamo appropriarci»68. I concetti e le forme superiori dello spirito, invece, non sono qualcosa di auto-sussistente o esistente per sé, ma risultati di processi conoscitivi, essi insomma nascono dalla stessa vita della coscienza. Se i concetti non sono ipostasi separate da noi, se sono generati nella nostra comprensione del mondo ed esistono solo nella nostra conoscenza, allora il momento concettuale o a priori non deve essere isolato da quello contenutistico o a posteriori, la “filosofia” non deve essere isolata e scissa dalla “scienza d’esperienza”. E, d’altro canto, secondo l’autore, lo stesso Hegel aveva conosciuto questo punto di vista, e, anzi, tutto ciò che di grande aveva prodotto, lo aveva realizzato portandosi a questa altezza69. In ragione di questa legge suprema del pensiero – permanente sintesi di pensare (a priori) e osservare (a posteriori), permanente genesi – alla filosofia, in quanto disciplina autonoma, non rimane altro spazio, altro compito, che quello di studiare i concetti generalissimi delle scienze, i principi attivi in tutti gli ambiti del sapere, di ritrovare se stessa negli altri saperi. b) Apparentemente, queste conclusioni, non si distanziavano molto dalle posizioni assunte da Trendelenburg e dalla sua riproposizione della dottrina aristotelica delle categorie. Lo si coglie con grande perspicuità nelle pagine introduttive dell’Introduzione alla scienza della lingua (1871), dove Steinthal ricapitola il suo sistema e assegna alla filosofia un posto centrale all’interno dell’enciclopedia delle scienze. «Tutta la nostra conoscenza degli accadimenti naturali e spirituali», vi si legge, «poggia su un intreccio di elementi a priori e a posteriori» e «la filosofia è lo studio di ogni elemento a priori della nostra conoscenza in sé», che «considera i più generali tra i principi, le categorie, le massime e le forme del pensiero»70. 68

Steinthal, AS, I (1871), p. 20. Steinthal, SHHP (1848), p. 25 (64). 70 Steinthal, AS, I (1871), p. 22. 69

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

37

Ciò, poi, – come abbiamo detto – non significa, che la filosofia debba essere separata dagli altri saperi. Steinthal, infatti, alcune pagine prima, aveva scritto che «il contenuto costitutivo [della filosofia] è istantaneamente ampliato per il fatto che, essendo il sapere del fondamento di tutte le connessioni, diventa anche il sapere dell’unità di tutte le conoscenze, il nesso che tiene assieme tutte le discipline»71. In questa accezione, la filosofia può contemporaneamente costituire un sapere a sé (nella logica e nella metafisica) ed essere implicata in tutte le scienze, in quanto discorso sui principi ultimi delle diverse determinazioni della realtà. Tale concezione della filosofia come vertice dell’enciclopedia delle scienze e, al contempo, coincidenza con ogni punto dell’enciclopedia stessa è in linea con alcune tesi della Metafisica di Aristotele e, in particolare, del libro K, dove si dice che se «tutte le scienze ricercano, relativamente a ciascuno degli oggetti che rientrano nel loro ambito di conoscenza, determinate cause e determinati principi», solo la filosofia è «scienza dell’essere in quanto essere», avendo per oggetto non solo una sezione della realtà, ma l’aspetto fondamentale e unitario di tutta la realtà72. E, tuttavia, la prospettiva in cui Steinthal concepisce l’enciclopedia delle scienze e l’unità della filosofia e degli altri saperi non può essere interamente ricondotta ad Aristotele e all’interpretazione di Aristotele fatta circolare, in quegli anni, da Trendelenburg. L’enciclopedia dei saperi, infatti, non è per Steinthal un sistema statico, ma un’articolazione soggetta a uno sviluppo e a un arricchimento continuo. Per questo tra filosofia come concettualità immanente in ogni conoscenza e storia come genesi e articolazione di questa concettualità viene a instaurarsi un circolo. «La filologia [la storia]», scrive Steinthal in riferimento a Boeckh, «dal momento che vuole comprendere è filosofica, deve pensare, produrre idee; e poiché tutto ciò che ha vita si sviluppa, essa deve comprendere lo spirito vivente nel suo sviluppo, deve esporre le idee che si formano e come si formano nello sviluppo dello spirito»73. Il tema 71

Steinthal, AS, I (1871), p. 2. Aristotele, Metafisica, K 7, 1064 a, 4. 73 Steinthal, SHHP (1848), p. 34 (71). 72

38

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

della circolarità di filosofia e storia sarà approfondito negli scritti su Boeckh del 1878 e del 1880, presentati in traduzione nella terza sezione di questo libro. In quest’ultima fase le nozioni di filosofia e storia non appaiono più, soltanto, nel significato disciplinare che prima Steinthal attribuiva loro, ma acquisiscono anche i significati di conoscenza e comprensione o secondo l’espressione usata da Boeckh, e ripresa da Steinthal, di gnosis e anagnosis, ossia di momenti ideali dello spirito di cui bisogna indagare i nessi74. Il passaggio chiave in cui questa circolarità-coincidenza di filosofia e storia è tematizzata lo troviamo espresso proprio in questi scritti in forma di mito, a indicare insieme l’alto valore del problema e l’inadeguatezza del ragionamento ad avvicinarsi a queste altezze del pensiero; nella forma di mito, dunque, e con accenti di lirismo difficili da rintracciare nel resto dell’opera di Steinthal: e tirando tre volte dal sigaro e soffiando il fumo in alto [Boeckh si rivolge così a un allievo di Schleiermacher] «tu credi di dominare da solo il tutto; io invece divido questo dominio con te, e invero non in modo tale che a te, al filosofo, appartenga solo la metà e a me, al filologo, l’altra metà; al contrario, tu domini sul tutto e anch’io; e come tu domini me io domino te […] tu sei il signore di tutte le costruzioni, io sono il signore di tutte le ricostruzioni; tu conosci tutto, io comprendo tutto. Io sono la tua immagine riflessa, ma l’immagine è più penetrante e più profonda dell’originale, infatti io ti comprendo […] Dove tu inizi, esattamente lì termino io; ma dove tu termini, là inizio io. Dal momento, però, che tu non puoi finire senza di me e che io non posso iniziare senza di te, allora ognuno di noi termina là dove inizia e inizia là dove termina. E così ci incontriamo nella danza divina e quando ci separiamo continuiamo a raggiungerci, tenendoci per mano, tanto nel concetto come nel fenomeno […] noi 74

Questa coppia concettuale di sostantivi, che ho traslitterato dal greco, possono essere resi sia con i sostantivi conoscenza/comprensione sia, in modo equipollente, con gli infiniti conoscere/riconoscere quali forme verbali sostantivate, che esprimono forse meglio la corrispondenza concettuale coi termini greci. Per un approfondimento di questo aspetto si veda D. Bondì, I rapporti di filosofia storia e psicologia in H. Steinthal, p. 217 e sgg.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

39

non costituiamo semplicemente una coppia divina, in cui ognuno di noi è tanto l’uomo come la donna, in cui ci fecondiamo a vicenda e a vicenda siamo l’uno dall’altro, in un solo abbraccio, fecondati; ma siamo anche l’un per l’altro genitori e figlio, ci generiamo reciprocamente in un duplice parto e [produciamo] con ciò, l’uno-tutto75.

Il mito è attribuito a Boeckh, e presentato a commento della sua Enciclopedia, ma, sin dalle prime opere, come s’è visto, Boeckh è individuato come il pensatore che meglio ha inteso e messo a fuoco la circolarità di filosofia e storia. Questo tema cardinale è affrontato anche, questa volta con un approccio saldamente argomentativo, in rapporto alla dialettica. Se quest’ultima non dev’essere scolastica, non deve operare con concetti pronti, dividendoli e riconnettendoli, cosa può dunque essere? Nel 1855, l’autore ribadisce che la dialettica non è una sfera della conoscenza separata dalla scienze, ma una riflessione critica nata per risolvere le contraddizioni che si manifestano nelle “cose”. Non è «qualcosa di speciale», «ma ciò che accompagna ovunque la scienza e non può mai mancare». La dialettica «non è nient’altro che la critica» che domanda: «è qui offerto un pensiero o una vuota parola? E, se si tratta di un pensiero, è esso pensabile? E, in particolare: il fatto concorda con se stesso e il pensiero concorda con quello?». In questo senso soggettivo, la dialettica è «logica applicata», «misura del pensato alle leggi del pensiero, è la critica che accompagna il pensare»76. È il rapporto, potremmo dire, che si istituisce tra i contenuti delle scienze e la filosofia come dottrina dei principi regolativi del sapere77. A questo significato soggettivo della dialettica, Steinthal non manca però di accostare un significato oggettivo: «dal punto di vista soggettivo la critica è una comparazione del particolare con l’universale, ma noi possiamo trovare questo universale stesso solo nel particolare», se la critica «è comparazione della cosa col suo 75

Steinthal, DKBE (1880), intra, III/3, p. 311 Steinthal, GLP (1855), p. 69. 77 Cfr anche Steinthal, OSP I (1852), pp. 5-7. 76

40

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

concetto», «a noi non è dato di trarre il concetto da nessun’altra parte che dalla cosa», pertanto «riconoscere questa critica oggettiva è il compito dello storico, del filologo»78. La soluzione delle contraddizioni, infatti, «non si lascerà operare sempre per mezzo della semplice elaborazione dei concetti attraverso divisioni e nuove scissioni; piuttosto si presentano fatti nuovi, e i vecchi devono essere nuovamente sottoposti a ricerca e appresi in nuovi concetti»79. Nel suo lato oggettivo, allora, la dialettica è la genesi dei concetti e consiste nella configurazione di determinazioni sempre nuove delle cose, determinazioni che si evincono dallo sviluppo progrediente delle scienze. Per questa via, nella sua accezione legittima e necessaria, la dialettica è ricondotta da Steinthal al metodo genetico, al costituirsi dei concetti entro le sfere dei saperi, in modo tale che la filosofia rimanga vincolata alla storia delle scienze. Il tema del movimento soggettivo e oggettivo della dialettica, rimanda insomma, anche da un punto di vista saldamente argomentativo, alla circolarità di filosofia e storia. Proprio per l’impossibilità del pensiero di trovare un punto fermo, per la necessità che la storia delle scienze debba sempre essere sottoposta al controllo della critica filosofica e che quest’ultima, a sua volta, non possa che far ritorno al concreto sviluppo storico delle conoscenze, Steinthal enunciava come motto del libro del 1855: Denken ist schwer: pensare è difficile80. Non soggettivamente, dunque, ma oggettivamente difficile, giacché dalla storicità del pensiero non è mai possibile uscire, per riparare su un’isola sicura, in cui presupposti e principi ultimi siano garantiti. Dimessa, per questa via, la forma aulica e sistematica della filosofia, Steinthal la ritrovava nel concreto operare della coscienza conoscitiva, come il suo permanente momento critico e formale, come coscienza della sua permanente storicità.

78

Steinthal, SHHP (1848), p. 137 (p. 152). Steinthal, GLP (1855), intra, I, p. 357. 80 Cfr. intra, I/ nota 19. 79

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

41

5. Teoria dell’esperienza a) Attribuire alla filosofia-storia questo significato di “coscienza critica della storicità del sapere” non significava però rinunciare a elaborare una Weltanschauung, che circoscriva l’ambito delle domande ultime con cui «noi riuniamo l’intera attività della filosofia», realizzando così davvero «l’unità e l’armonia dell’intera coscienza». Questa suprema scienza, anzi, «perviene interamente all’altezza del suo compito solo attraverso la filosofia della religione»: solo dando risposta ai quesiti che sempre si ripresentano all’animo umano: «qual è il valore di tutto l’essere»? «che significa questo ininterrotto mutarsi d’atomi»?81 Il bisogno da cui queste domande scaturiscono muove «dal sapere, dall’agire e dal dolore», nasce dalla concretezza dell’esperienza umana. Per questo, il metodo genetico, ritrovato come legge fondamentale del pensiero, deve guidare anche la ricerca filosofica intorno a questi principi ultimi o primi, deve cioè consentire l’elaborazione di un punto di vista sintetico sull’esperienza nel suo complesso (conoscitiva e pratica), una prospettiva unitaria, che integri i risultati delle scienze e dei concetti da esse utilizzati. Nella parte iniziale di uno scritto del 1863 sui rapporti di psicologia, storia e filologia, su cui avremo ancora modo di tornare nel prossimo paragrafo, si trovano i primi cenni della teoria dell’esperienza psichica di Steinthal. Lo studioso vi sostiene che «la vera dottrina del metodo» insegna che pensare significa proprio «essere attivi come soggetti»82. Il “soggetto”, lo abbiamo già più volte detto, deve essere concepito come il reale processo della coscienza e non come «il movimento della coscienza intorno a concetti fissi»83. Già i sensi, come le ricerche della fisiologia di Müller e Helmholtz mostravano, sono in tutto e per tutto soggettivi: «mai un uomo ha percepito sensibilmente una cosa», piuttosto ha sempre «solo interpretato un complesso di sensazioni in modo tale che pose a loro fondamento nel mondo esterno un oggetto, e questo 81

Steinthal, AS (1871), I, 5-7. Steinthal, PGP (1864), 11, 12 (192). 83 Steinthal, PGP (1864), p. 66 (246). 82

42

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

fissò come una cosa con le sue proprietà»84. È quindi il nostro pensiero a fissare e costituire questo oggetto, interpretando «con l’attività sua propria il contenuto che riceve dal meccanismo psico-fisico»85. Gli oggetti della conoscenza sono così il frutto di un graduale processo di costituzione, in cui entra in gioco l’attività soggettiva dei sensi e l’attività interpretativa del pensiero. Nell’Introduzione del 1871 si legge: non bisogna credere che le cose e i rapporti spaziali delle cose, le loro forme e la loro posizione [...] facciano il loro ingresso nella nostra coscienza come immagini pronte, quasi venissero riflesse in uno specchio. La coscienza è del tutto diversa da un specchio […] essa non accoglie nessun impulso esterno senza avergli dato forma secondo la propria misura86.

Già al livello della coscienza sensibile, infatti, sono implicati un elemento a posteriori, un elemento della natura (l’aria, l’etere), e uno a priori, gli organi di senso. Così la sensazione di un determinato suono, di un colore particolare, sorge dall’interazione dello stimolo con i sensi. «L’uomo non vede dalla natura, ma dallo spirito», «non accoglie immediatamente, bensì si appropria [degli stimoli] attraverso una mediazione molteplice, attraverso una combinazione». L’intuizione delle singole cose nello spazio e i rapporti spaziali sorgono attraverso l’elaborazione rappresentativa delle sensazioni, che entrano ora nella coscienza come materia da plasmare secondo nuove forme. Le rappresentazioni sono il prodotto delle categorie linguistiche applicate al materiale offerto dalle intuizioni. L’intuizione “ricordata” – come vedremo – permette allo spirito di creare la rappresentazione della “cosa”, fissandola nella “parola”. I concetti, infine, nascono come ambito particolare di oggetti (oggetti logici o formali), dall’elaborazione dei rapporti universali che si danno tra le rappresentazioni. Così, ogni prodotto della coscienza può diventare materia per un nuovo prodotto, «ogni conoscenza può diventare mezzo di una nuova, più alta conoscenza» e 84

Steinthal, PGP (1864), p. 13 (193-194). Steinthal, PGP (1864), p. 13 (193-194). 86 Steinthal, AS (1871), I, p. 12. 85

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

43

«ogni passo nello sviluppo della coscienza è compiuto per l’intreccio di un momento a priori con uno a posteriori»87. L’esperienza della realtà, in questo orizzonte, si configura come il regno dei prodotti della nostra coscienza, disposti secondo una scala graduale di oggettivazione. Sensazioni, intuizioni, rappresentazioni e concetti sono sfere dell’oggettività realizzatesi grazie a diversi processi di costituzione, è a dire per l’azione di forme e categorie differenti (percettive, linguistico-rappresentative e logiche). Allo stesso modo le singole scienze costituiscono sfere peculiari di oggetti, poiché anche le forme e i concetti delle conoscenza intellettiva sono tra loro differenti e valgono entro sfere differenti. Le regole della chimica e della matematica elaborano i contenuti dell’esperienza sensibile in modo diverso dalle idee storiche, che poggiano su rapporti tra le rappresentazioni. È questa molteplicità dei processi di costituzione, dunque, a giustificare la molteplicità e la relativa autonomia delle leggi vigenti all’interno di ciascun dominio scientifico. Ma, come accade per la coscienza, in cui a nessun livello – escluso quello dello stimolo sensibile – è data solo materia e passività, in cui, a ogni stadio, è in atto una sintesi di materia e forma, così «nessuna scienza che indaghi ciò che esiste per davvero, che voglia rappresentare la natura o la storia, può essere puramente costruttiva o speculativa e nessuna può essere del tutto priva di costruzione e speculazione. I fatti non sono mai dati, ma sono costituiti da qualcosa di dato e da un elemento a priori»88. Per quanto differenti siano dunque i gradi dell’oggettività (sensazioni, intuizioni, rappresentazioni e concetti) e differenti i concetti e le forme validi nelle sfere dell’oggettivazione (scienze della natura e scienze dello spirito), unica è la natura del sapere, processo di costituzione che non incontra mai un semplice “dato” e non si configura mai come mera ricezione, e unico è il modo in cui gli oggetti dell’esperienza sono costitutiti, essendo tutti intessuti di forma e contenuto, elementi a priori e a posteriori.

87 88

Citazioni precedenti tratte da Steinthal, AS I (1871), pp. 12-14. Steinthal, AS I (1871), p. 16.

44

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

b) Queste riflessioni confluiranno, infine, in un articolo Sulla filosofia della religione89 stimolato dalla seconda edizione (1873-1875) della Storia del materialismo di Lange, dove Steinthal mette a punto una teoria trascendentale della fenomenicità (Erscheinungstheorie), volta a giustificare la distinzione della realtà nelle due sfere della natura e dello spirito90. Essa può essere considerata un approfondimento della teoria della coscienza e del sapere presentata tra il 1864 e il 1871 e improntata a quella forma di costruttivismo “impuro” – cioè non assoluto, non idealistico – che è stato descritto. Le sfere dello spirito e della natura – scrive dunque Steinthal – sono riconducibili all’unica modalità dell’oggettivazione spirituale, ma secondo legalità e categorie differenti. «Tutto ciò che pensiamo con natura è un prodotto del nostro spirito», di natura può solo parlarsi nella misura in cui lo spirito se ne rende consapevole o se la costituisce. A un livello più basilare della distinzione di “natura” e “spirito” c’è un piano di unitarietà in cui accanto all’ “apparire” vi è lo spirito – non come opposto alla natura – ma come “ciò a cui l’apparire appare”: da questa verità trascendentale non si può prescindere e oltre essa non è possibile andare. Quest’assunzione, tuttavia, non trascina in un idealismo assoluto, perché nella costituzione di quel che ci sta di fronte non ci comportiamo in modo arbitrario, ma «ci costringe il reale»91. Il reale è «l’abisso assoluto del nostro pensiero», di cui non si può dire altro se non che esso «è la base del fenomeno e di ciò che appare»92. Quel che appare però si mostra o come “natura” o come “spirito”. In proposito Steinthal può allora affermare: 89

Steinthal, Zur Religionsphilosophie (1877), zweiter Artikel, cit. Cfr. in proposito: Meschiari, Introduzione a H. Steinthal, La scienza della lingua di Wilhelm von Humboldt e la filosofia hegeliana, cit., pp. 2228 e Trautmann-Waller, Aux origines d’une science allemande de la culture, Linguistique et psychologie des peuples chez Heymann Steinthal, cit., pp. 232-235. 91 Steinthal, Zur Religionsphilosophie (1877), zweiter Artikel, cit., p. 14. 92 Steinthal, Zur Religionsphilosophie (1877), zweiter Artikel, pp. 14-15. Cfr. in proposito C. T. Craig, Reflex Sounds and The experiential Manifold: Steinthal on the Origin of Language in Theorien vom Ursprung der Sprache, hrsg. von W. von Rahden und J. Gessinger, W. de Gruyter & Co., Berlin 1989, pp. 523-547. 90

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

45

Noi non siamo per nulla legittimati ad assumere due principi per spirito e natura, anima e materia, ma lo siamo altrettanto poco ad assumere un principio esclusivo sia questo la materia o l’anima. Spirito e natura come differenze fatte da noi poggiano sull’unitarietà del fenomeno [sull’unicità dell’apparire, auf der einheitlichen Erscheinung…]. Non c’è dunque in verità o realiter né la natura né lo spirito93.

Natura e spirito, realiter, sono l’apparire del fenomeno, ma colto da due diversi punti di vista. La natura si costituisce come il fenomeno in relazione alla costrizione sensibile; lo spirito come il fenomeno svincolato dallo stimolo sensibile, ove il contenuto è libero dalle condizioni spazio-temporali. Così il contenuto fenomenico nuovo può essere combinato in nessi e secondo leggi totalmente diverse da quelle che valgono nella natura. «Le rappresentazioni e gli oggetti della natura, sebbene in relazione al contenuto sono gli stessi fenomeni, sono diversi nella forma della loro esistenza e perciò nelle leggi della loro vita. Questi fenomeni seguono le leggi naturali, quelli le leggi psicologiche»94. Il ruolo della psicologia come scienza sintetica o razionale delle discipline storiche, allora, non poggia su un’istanza realistica, ma su una filosofia genetica o una filosofia dell’oggettivazione per cui né le leggi psicologiche, né la storia sono realtà supposte e date. La storia – piuttosto – è il modo di costituirsi dei fenomeni secondo una legalità specifica, quella appunto della psicologia, ossia dei fenomeni quali contenuti rappresentativi liberi dalla costrizione sensibile. Essa, in definitiva, è l’apparire dello spirito a se stesso, mentre la natura è il fenomeno, o l’apparire, considerato indipendentemente dallo spirito. Questa forma di ideal-realismo, in cui, per distinguere tra regno dello spirito e della natura, bisogna partire dalla diversa genesi delle due sfere del reale è dunque la cornice filosofica entro cui la psicologia è assunta a dottrina dei principi della filologia e della storia. Inoltre, se “natura” e “storia” sono differenti modi di costituirsi del fenomeno è impossibile una riduzione metodologica 93 94

Steinthal, Zur Religionsphilosophie (1877), zweiter Artikel, p. 19. Steinthal, Zur Religionsphilosophie (1877), zweiter Artikel, p. 23.

46

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

delle scienze dello spirito a quelle della natura, dello psichico al fisico o viceversa; i due ambiti corrono su piani paralleli che non si incontrano e ciascuno di essi ha a oggetto il tutto95. Nel 1877, Steinthal reagisce così al riduzionismo scientistico avanzante, come aveva reagito nel 1848 al riduzionismo idealistico degli epigoni di Hegel. In entrambi i casi il riduzionismo è l’esito di una prospettiva dualistica non radicalmente confutata. La fondazione genetica del sapere come è ribadito nell’Introduzione all’Allgemeine Ethik (1885)96, non comporta una ricostruzione dei saperi su un piano ideale e non impone la rinuncia ai contenuti e ai metodi storici delle scienze che volgono verso la spiegazione meccanica della natura e dello spirito, ma piuttosto corregge la tendenza a trasformare il meccanismo psicologico e il meccanicismo fisico da legge dei fenomeni, in metafisica della realtà. 6. Teoria della storia e forme dell’interpretazione a) Nei paragrafi precedenti è stato esposto il metodo genetico come legge fondamentale del pensiero ed è stato mostrato come una filosofia concepita geneticamente permetta di assegnare alla psicologia un ruolo fondamentale e fondativo per l’interpretazione delle scienze umane e culturali. Ora, bisogna vedere in che modo il discorso sulla storia possa essere interpretato psicologicamente. Nella conferenza Philologie, Geschichte und Psychologie in ihren gegenseitigen Beziehungen letta al congresso filologico di Meissen del 1863 e ripubblicata come saggio autonomo nel 1864, si trova lo sforzo di argomentare il passaggio da una filosofia della storia a priori a una teoria psicologica della storiografia, per cui «tutte le categorie con le quali il filologo caratterizza creazioni spirituali […] designano determinati processi nell’anima e forme determinate di questi processi che la psicologia ha da analizzare»97. Questa conclusione, che 95

Steinthal, Zur Religionsphilosophie (1877), zweiter Artikel, 39. Steinthal, AE (1885), 16 e sgg. 97 Steinthal, PGP (1864), p. 52 (233). 96

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

47

richiama da vicino quelle esposte da Lazarus soprattutto nella prima parte del saggio Sulle idee nella storia del 1863/186598, segna un passaggio importante nella teoria della storiografia dell’Ottocento perché consente di radicare, come aveva ben visto Labriola, nella concretezza fisiologica-psicologica, di chi pensa e scrive la storiografia, le idee e leggi del processo99. Permette, altresì, di denunciare l’«errore di formalismo» linguistico per cui idee, generi e leggi, da modi di connettere e categorizzare i fatti storici, funzioni del filologo di cui è possibile venire a capo attraverso l’analisi psicologica (individuale e sociale), sono trasformati in soggetti dotati di vita autonoma, come voleva Hegel, o costanti del processo, secondo gli intendimenti di Comte e Buckle: A certa arrogante speculazione vien meno il terreno, non appena si presti attenzione al fatto che anche per rapporti noi formiamo sostantivi e questi poi congiungiamo nel nominativo come soggetto con verbi, dai quali essi vengono linguisticamente rappresentati come energiche personalità, come cause agenti. E poiché la lingua li rappresenta in questo modo, ci si è lasciati indurre a credere che così si comporti la cosa100.

La critica psicologico-linguistica, la “sprachvergleichende Logik”, scriveva Labriola a Engels, con una utilizzazione invero non appropriata dell’aggettivo, diventa la «chiave per ritrovare le cause, ossia le origini di tutte le deviazioni (metafisiche) del pensiero»101. Proprio perché le “connessioni storiche” sono radicate nel fare spirituale degli uomini, quindi, Steinthal porta il discorso 98

Cfr. Lazarus, LaPP (2008), pp. 227-314, partic. p. 242-246. Era il discorso rettorale tenuto a Berna il 14 novembre 1863 e rielaborato per la rivista nel 1865. 99 A. Labriola, I problemi della filosofia della storia in Labriola. Scritti varii editi e inediti di filosofia e politica, raccolti e pubblicati da B. Croce, Gius. Laterza & Figli, Bari 1906, pp. 191-228, partic. p. 202. 100 Steinthal, PGP (1864), 63-64 (p. 243). Corsivo mio. 101 Labriola, lettera a Friedrich Engels del 11 agosto 1894, Carteggio, III, 1890-1895, a cura di Stefano Miccolis, Bibliopolis, Napoli 2003, p. 432.

48

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

sulle “leggi” dal piano oggettivo della storia a quello dei meccanismi e dei processi psichici che presiedono la produzione storiografica: comprendendo questi processi si comprenderà anche cosa le “leggi storiche” effettivamente siano e in cosa si distinguano dalle altre leggi. L’autore definisce il processo psichico che presiede alla “comprensione storica”, appercezione armonizzante (harmonisirende Apperception). Un tipo di appercezione, scrive, diversa dall’ «appercezione per sussunzione» delle scienze naturali «per il fatto che non produce ragionamenti perfetti (vollkommene Schlüsse), ma solo entimemi (Enthymemata)»102. Attraverso questi ragionamenti «non si sussume il singolo sotto un universale, ma lo si pone in un tutto di determinazioni tra loro connesse»103. Se l’appercezione armonizzante rimane la costante (la legge, potremmo dire) del meccanismo psichico che presiede alla comprensione storica, al contrario, la “legge storica” non soggiace ad alcuna permanenza, rispecchiando il modo, ogni volta diverso, in cui il singolo è connesso col tutto104. «Il contrassegno più sicuro di ciò che è storico nei confronti della natura e dello spirito non storico», scrive Steinthal, «mi sembra risiedere nel fatto che esso ci presenta sempre un caso individuale», se «la scienza infatti ha a che fare solo con l’universale», «la storia col singolare. Ma la storia è scienza per il fatto che il suo singolare è sui generis, in sé solo esso rappresenta un genere»105. Le leggi storiche, dunque, non sono altro che le forme sui generis (individuali) attraverso cui i fatti storici vengono connessi, forme scoperte e create dalla e nella sintesi dello storico, nel suo concreto lavoro di tessitura del materiale documentario. Solo nell’atto stesso della sintesi storiografica esse acquistano anche un valore oggettivo (idealmente oggettivo).

102

Steinthal, AS I (1871), p. 215. Steinthal, AS I (1871), p. 215. 104 Lazarus scrive in proposito che non può darsi alcuna legge ideale dello sviluppo storico o alcuna legge dello sviluppo del contenuto storico, ma solo leggi dei processi psicologici in relazione a cui sono prodotti i contenuti: Lazarus, Alcuni concetti sintetici per una psicologia dei popoli (1865) in LaPP (2008), pp. 141-225, partic. pp. 216-225. 105 Steinthal, PGP (1864), p. 40 (221). 103

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

49

Come si vede, non si restituisce la giusta portata al pensiero sulla storia di Steinthal quando si fa coincidere la psicologia dei popoli con la ricerca delle “leggi psicologiche della storia”. Questa stessa dizione è ambigua e non spiega nulla. Il saggio introduttivo alla rivista che presentiamo nella II parte di questo scritto non ha certo aiutato a dirimere quest’ambiguità, che invece viene del tutto meno alla luce dei testi appena presi in esame. Lo stesso Dilthey, come racconta Steinthal in una lettera a Lazarus del 1 dicembre 1860, non aveva colto nel segno sostenendo che gli sviluppi della filosofia della storia avvenuti da Gervinus in avanti erano la sola cosa importante e «le leggi psicologiche erano del tutto indifferenti»106. In realtà – come si è dimostrato – l’approccio psicologico non implica la determinazione di “leggi psicologiche”, sibbene una concezione funzionalistica delle idee dello storico e delle idee nella storia. La “percezione armonizzante” serve solo come criterio di interpretazione di connessioni e forme sempre diverse. Anche per ciò che riguarda il suo “idealismo oggettivo”, Steinthal seguiva il passo decisivo del Compito dello storico (1821), che abbiamo già avuto modo di citare. È bene ribadire che in questo importante saggio, raccolto da Steinthal nella sua edizione humboldtiana del 1884, Humboldt dichiarava che le forme e le connessioni della storia non esistono per sé e separatamente, ma solo unitamente al lavoro dello storico che le estrae «dagli avvenimenti, labirinticamente aggrovigliati», è a dire in virtù di una «concordanza originaria tra soggetto e oggetto»107. Così lo storico, nel produrre, doveva anche ritrovare le forme o idee come il contenuto proprio della storia. Quel contenuto che Droysen – con la stessa insistenza sul pensiero che deve pensarlo perché sia ravvivato – vedeva realizzato nelle “comunanze” o “potenze etiche” e Boeckh circoscritto al “già conosciuto” (Erkannten). Anche per Steinthal ciò che rivive nella sintesi dello storico non è la “realtà”, 106

Cfr. BelLS, I, p. 319. Humboldt, Il compito dello storico (1821) in Id., Scritti filosofici, cit., pp. 521-540, partic. 532. Cfr. anche H. Steinthal, SHHP (1848), pp. 26-27 (65). 107

50

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

ma il contenuto spirituale in essa oggettivato. Solo perché il regno della storia non è altro che “spirito” oggettivato e condensato, lo “spirito dello storico” può ritrovare in sé, in una consonanza originaria, le forme e le trame del suo procedere. Per questa via, le riflessioni di Steinthal sulla storia si dispongono sul solco della tradizione della Scienza Nuova di Vico e della Critica del giudizio teleologico di Kant, e sono in linea con quelle di Droysen, Boeckh, Simmel e Dilthey. Ma ai tentativi dei suoi predecessori l’autore intende conferire dignità scientifica, interpretando il processo sintetico, che pone di volta in volta l’unità di particolare e universale, attraverso il ricorso a una funzione psichica specifica (l’appercezione armonizzante). Si tratta di un modello di scientificizzazione, come si vede, che va in una direzione ben diversa rispetto a quegli indirizzi del positivismo ottocentesco che pensavano la legge storica nella forma della regolarità e prevedibilità del processo o della statistica. Si può, allora, affermare che il meccanismo psico-genetico è, in prima istanza, il piano metodologico su cui Steinthal ricerca l’unità e la coerenza della storia. Essa non sta in alcuna forma sostanziale e autonoma – non nelle idee e nemmeno nelle leggi – bensì nei processi psichici individuali e sociali implicati nell’attività della comprensione filologica, nelle rappresentazioni individuali e collettive dispiegate dallo storico, nell’orizzonte culturale e linguistico del popolo a cui egli appartiene e nelle pratiche regolate della comunità scientifiche da cui proviene. Esattamente come nello studio delle formazioni collettive (lingua, mito, religione, saghe e credenze popolari) la psicologia dei popoli funge da modello scientifico unitario, nell’elaborazione della conoscenza storica sono i nessi tra psicologia individuale e collettiva a fornire il dispositivo unitario108. L’elemento di grande novità di questa teoria della storia, non sta nemmeno – in verità – nell’individuazione di una funzione psichica specifica come l’ “appercezione armonizzante”, ma nel fatto che tale impostazione apre un angolo prospettico ricco di conseguenze. Alla teoria logicometafisica e a quella meramente empirica della storia oppone 108

Cfr. Steinthal, AFI (1877), intra, III/1.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

51

una teoria funzionalistica della storiografia. Da questo punto di vista ciò che interessa è studiare la struttura e il modo in cui la comprensione storica si costituisce, come i fatti storici vengono categorizzati, secondo quali modalità la funzione del categorizzare produca sempre forme diverse. b) La prospettiva psicologico-funzionalistica su presentata è sviluppata nello scritto sull’interpretazione del 1877, elaborato dopo una lunga meditazione dell’opera di Schleiermacher, Ast e Boeckh e dopo i primi significativi interventi di Wilhelm Dilthey. Il saggio dato in traduzione nella terza parte di questo volume, più che ridurre l’interpretazione a operazioni stabili del meccanismo psichico, mostra quali siano gli strumenti che la psicologia può offrire per rendere consapevole l’esperienza dell’interpretazione. L’interpretazione, anzitutto, è definita da Steinthal come il processo che conduce alla comprensione. Quest’ultima, poi, non viene identificata con l’assimilazione di un contenuto precostituito, ma è concepita come l’esito di un atto creativo con cui l’interprete, stimolato dall’opera, si pone in consonanza con il creatore dell’opera stessa, sia esso un individuo o un popolo, e fa nuovamente ciò che è stato fatto. Il concetto della comprensione – scrive l’autore – è posto necessariamente in modo intercambiabile con il concetto di lingua […] il comprendere avviene immediatamente ed è soltanto contenuto nel processo psicologico per cui i suoni linguistici sentiti o i segni scritti osservati stimolano in chi ascolta o in chi legge gli stessi pensieri attraverso cui quei suoni e quei segni furono suscitati in chi parla e in chi scrive109.

Per comprendere, dunque, bisogna compiere un percorso psichico corrispondente a quello di chi ha dato vita all’opera. L’opera, il suono, il segno, fungono da stimolo capace di sollecitare questo movimento psichico orientato nella stessa di109

Steinthal, AFI (1877), intra, III/1, p. 28. Sulla comprensione (Verstehen) in quanto atto basilare dello spirito inerente all’origine del linguaggio ci soffermeremo nel paragrafo 9.

52

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

rezione; la parola detta, scriveva Humboldt, sollecita in colui che comprende, l’«impulso a porsi in armonica consonanza con l’altro»110. Lo storico-filologo, pertanto, per comprendere, non può far altro che rifare in sé quella connessione originaria di rappresentazioni che ha dato forma all’opera. Qual è, dunque, la differenza tra il comprendere comune, il comprendere come “dato” basilare della vita e il comprendere filologico e storico? Il primo è un «evento» spiega Steinthal, mentre l’altro un «atto». Se lo spettatore dell’opera o chi ascolta qualcuno parlare attiva, per comprendere, un processo di immediata consonanza con il creatore o colui che parla, lo storico e il filologo si trovano al di fuori di questo orizzonte di immediatezza e immedesimazione. Il filologo per riesperire quella connessione sui generis che ha condotto all’opera storica, sia opera d’individuo o di popolo, deve ricreare le condizioni originarie dell’atto passato, attraverso un percorso sintetico che segue momenti precisi. Questi momenti sono l’interpretazione grammaticale, reale, stilistica, storica e propriamente psicologica. È evidente che questa suddivisione è solo formale, nel lavoro del filologo questi momenti sono tutti necessari e tutti interconnessi, pertanto possiamo spiegarne il senso in una prospettiva unitaria. “Ri-esperire” l’originaria connessione psichica che ha prodotto una data opera, per lo storico significa sì riviverla, ma riviverla consapevolmente. La «comprensione filologica», a differenza di quella comune, è «un comprendere concettuale», un ripetere consapevole di sé. Il filologo, in breve, deve «penetrare nel meccanismo spirituale»111 dello scrittore e mostrare in che modo il meccanismo psichico ha dato vita a quella connessione individuale (sui generis) espressa nell’opera, «rendendo conto di tutti i momenti dello spirito comune e dello spirito individuale, tanto formali quanto materiali, tanto teorici quanto pratici, coinvolti nella creazione»112. Lo stesso può dirsi quando l’opera 110 Cfr. Humboldt, HuDL (1836), p. 44. Si vedano in proposito le riflessioni di Donatella Di Cesare, Introduzione, HuDL, p. LXXXIII e sgg. 111 Steinthal, AFI (1877), intra, III/1, p. 33. 112 Steinthal, AFI (1877), intra, III/1, p. 35.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

53

da interpretare è l’opera di un popolo, con la sola differenza che se in quest’ultimo caso è concesso trascurare i momenti formali e materiali delle spirito individuale, al contrario, per interpretare l’opera individuale, non è mai concesso trascurare i momenti dello spirito comune (lingua, simboli e rappresentazioni collettive intrecciate allo stile e alle tonalità individuali). Nel compiere questa deduzione e sintesi, comunque, lo storico o il filologo non sta semplicemente attivando una mimesis, ma sta dando corso a una ripetizione “consapevole” o a un’immedesimazione concettualmente controllata. Il filologo, scrive Steinthal, «non conosce solo il contenuto comunicato, ma l’intera conoscenza che ha conseguito attraverso la sua sintesi», egli «rende chiaro ciò che nell’autore si trovava solo in forma immediata ed effettiva»113. Questo controllo concettuale, tuttavia, non riduce – come è stato sostenuto – la comprensione a uno schematismo psicologico, giacché la dizione “comprensione concettuale” deve rendere esplicito il fatto che il momento dell’atto creativo o del “ri-fare” e quello della coscienza dei momenti formali di quest’atto, vanno di pari passo, il momento dell’espressione e della concettualizzazione, insomma, sono convergenti114. Proprio in ciò sta l’uni113

Steinthal AFI (1877), intra, III/1, p. 29. Credo, pertanto, che Lessing colga nel segno assumendo che la teoria dell’interpretazione di Steinthal è orientata a un ideale di esattezza e a un paradigma di decifrazione degli atti spirituali, ma non credo si possa parlare di una «psicologia pensata meccanicisticamente». Hans-Ulrich Lessing ripete quanto già sostenuto da Wach e, di passaggio, da Gadamer. Nel caso dell’interpretazione storico-psicologica, in realtà, Steinthal si distanzia, piuttosto che approssimarsi, «a un ideale di obiettività almeno implicitamente volto alle scienze della natura». Infatti, come s’è visto, il risultato dell’appercezione armonizzante che ha dato vita all’opera non può essere inteso se non ripetendo l’atto originario, l’appercezione armonizzante cioè è una funzione non scomponibile in passaggi elementari, una funzione che dà corso a una sintesi creativa. La consapevolezza concettuale che deve accompagnare questo processo non deve essere intesa come una decomposizione in elementi e leggi del processo appercettivo, ma come la comprensione dei nessi fondamentali della connessione psichica individuale, ovvero in senso descrittivo. Inoltre, non mi è nemmeno facile cogliere, come sostiene Lessing, uno stacco così netto tra l’idea di spirito oggettivo di Dilthey e la dottrina dell’interpretazione che qui vien proposta da Steinthal. Nella «interpretazione reale [sachliche]», o meglio, reale-psicologica, 114

54

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

cità della creazione dello storico-filologo: «dove il filologo ha compiuto pienamente il suo compito», scrive Steinthal «la sua comprensione non è soltanto un semplice evento, non solo un atto, bensì una creazione»115. Lo scritto sull’interpretazione del 1877 rappresenta, dunque, l’ultimo sviluppo di quell’analisi funzionale del categorizzare, di cui l’interpretazione storico-psicologica è un singolo momento. In questo modo Steinthal crede d’aver contribuito alla delucidazione di ciò che Scheliermacher e Ast hanno lasciato implicito. c) Un’ultima domanda è lecito porsi in merito alla filosofia e alla psicologia della storia di Steinthal. Il punto di vista funzionalistico così conseguito conduce Steinthal così distante dalle versioni idealistiche e romantiche della filosofia della storia? In parte la risposta a questa domanda si profilerà con chiarezza nell’ultimo paragrafo di questo saggio, dedicato alla teoria della classificazione delle lingue. La conferenza di Meissen del 1864, tuttavia, ci consente già di trarre alcune conclusioni. L’analisi psicologica del modo di procedere dello storico, recita un passo dell’opera, rimanda alla natura della storia a parte objecti: «le leggi psicologiche [le forme del meccanismo psichico]», scrive Steinthal, «sono da un lato il principio conoscitivo della storia», dall’altro «il principio di realtà dei fenomeni spirituali che sono oggetto della storia». Quest’affermainfatti, «il discorso è spiegato attraverso il circolo completo degli elementi oggettivi e soggettivi dello spirito nazionale, è a dire dalle intuizioni e dai concetti, dunque, dai tipi di rappresentazione, dalle vedute, dalle opinioni e dai giudizi, così come si sono costituiti nello spirito del popolo». Per Lessing cfr. H. Steinthals Beitrag zur Hermeneutik, in Chajim H. Steinthal. Sprachwissenschaftler und Philosoph im 19. Jahrhundert, cit., pp. 62 e 63. Joachim Wach ha dedicato a questo tema alcune pagine che hanno ispirato il giudizio di Lessing e quello di Gadamer cfr. J. Wach, Das Verstehen, Grundzüge einer Geschichte der hermeneutischen Theorie im 19. Jahrhundert (1933), Georg Olms, Hildesheim, 1966, III, partic. 243-244. Cfr. anche H-G. Gadamer, Wahrheit und Methode (1960), Gesammelte Werke, 1, Hermeneutik/I, J. C. B. Mohr (Siebeck), Tuebingen 1990, p. 190 (Verità e Metodo, Milano, Bompiani 2004, p. 234). 115 Steinthal, AFI (1877), intra, III/1, p. 35.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

55

zione, che muove dal piano soggettivo, della categorizzazione dei fatti storici, a quello oggettivo della struttura della storia, è consonante con le idee esposte da Lazarus nello stesso periodo. Quest’ultimo, infatti, nel saggio Sulle idee nella storia, accanto alla critica dell’ipostasi hegeliana delle idee come soggetti autonomi, alla tesi che esse sono forze di comprensione e plasmazione che «esistono e operano nell’uomo», «forme psicologiche» di «serie concettuali […] sempre aperte» di cui ciascun uomo è erede eppure contribuisce a costituire, accanto alle idee, insomma, come «forma della conoscenza», invita a considerare la loro «valenza oggettiva», invita a concepire le idee come «i principi reali del mondo in se stesso», «che stanno a fondamento delle cose»116. È certamente vero, e lo si è già visto, che questa “oggettività”, l’oggettività delle idee, è l’oggettivazione o esplicitazione dello spirito umano, dell’interiorità dell’uomo, e non un “dato” a cui la conoscenza dello storico si adegua. Lo storico interpretando ripercorre le trame ideali, il mondo dei fini, che ha condotto gli uomini a creare la realtà storica e solo così è possibile la coincidenza tra ciò che è pensato dallo storico e ciò che effettivamente è stato prodotto nella storia. E tuttavia rimane il fatto che in questa concezione si delinea una tensione tra due differenti orizzonti: quello che verte sui “principi reali” della storia e quello che tenta di sgravarsene alla luce di un’indagine condotta soltanto sulle operazioni spirituali compiute dallo storico. Insistendo sui principi reali, la nozione di “storia” subisce un restringimento che nell’orizzonte funzionalistico non ha motivo di essere. Se l’ambito della storia, infatti, è il prodotto di funzioni categorizzanti aperte sempre a nuovi sviluppi, orientate sempre alla trasformazione del “campo storico” stesso, – «serie concettuali sempre aperte» scriveva Lazarus –, in linea di principio non si danno ambiti della realtà sociale esclusi dalla storia. Se l’insistenza cade invece sui “principi reali”, dal campo storico devono essere esclusi tutti quei popoli e quelle organizzazioni sociali che 116 Lazarus, Sulle idee nella storia (1865) in LaPP (2008), rispettivamente pp. 267, 298, 285, 299, 304 e sgg., 275, 279. I corsivi di queste ultime citazioni sono miei.

56

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

non rientrano nel modello prescrittivo delineato secondo quei principi. In proposito, nella conferenza del 1864, si legge: «la differenza tra popoli non storici e popoli storici è esattamente la stessa che c’è tra malattia [mancato sviluppo] e salute»117. Lo schema di esclusione dei popoli non storici ricalca, seppure con variazioni di non poco conto, le condanne senza appello di buona parte dei romantici: Se parlo di popoli non storici, comprendendo in essi le razze africane (ad eccezione degli Egiziani che sono originari dell’Asia) e americane, i Malesi e anche i Mongoli (esclusi i Cinesi), e dunque la più grande parte dell’umanità, non intendo con ciò affermare che questi popoli sono assolutamente incapaci di pervenire a una vita storica. Affermo solamente la loro relativa incapacità; vale a dire che mentre i popoli preistorici attendono soltanto l’occasione propizia per fare il loro ingresso nella storia e recitare la loro parte sul palcoscenico dell’umanità, ai popoli non storici manca ancora tanto per un simile ingresso, che prima deve venir trasformata l’intera costituzione della loro vita e del loro essere118.

Questa forte oscillazione tra una teoria funzionalistica e una sostanzialistica della storia è un tratto comune a pensatori come Gervinus, Droysen, Boeckh e un tratto caratteristico della Geschichtsphilosophie della II metà dell’Ottocento. La nozione di “popoli non storici”, come è noto, è mantenuta persino da Engels, per quanto entro un contesto argomentativo assai diverso119. In conclusione, potremmo forse adattare anche a ciò la critica che l’autore rivolse alla sua stessa psicologia del linguaggio dopo aver fatto i conti con la teoria darwiniana dell’evoluzione. Nella terza edizione (1877) di Der Ursprung der 117

H. Steinthal, PGP (1864), p. 39 (220). H. Steinthal, PGP (1864), 40 (221). 119 Cfr. Roman Rosdolsky, Friedrich Engels e il problema dei “popoli senza storia”: la questione nazionale nella rivoluzione del 1848-1849 secondo la visione della “Neue Rheinische Zeitung”, Graphos, Genova 2005. In proposito si veda anche Eric Wolf, Europe and the People Without History (1982), University of California Press, Berkeley and Los Angeles 1997. 118

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

57

Sprache, come si vedrà anche più avanti, l’autore spiegava che il genus homo (che qui potrebbe essere considerato il contrappunto del concetto di Civilitation) non deve essere ritenuto una specie astratta, regolata da processi psicologico-linguistici stabili, da escludersi nelle altre specie. Le leggi psicologiche non possono essere poste una volta e per sempre, ma devono essere evinte dalla storia della specie. L’uomo insomma non può essere presupposto, ma deve essere colto nella varietà delle sue espressioni storiche. Per le stesse ragioni, si sarebbe potuto pensare che anche i concetti di “popolo storico”, “civiltà” e “cultura” (i principi reali della storia), e le leggi psicologiche dello spirito dei popoli su cui poggiano, non debbano essere presupposte e anzi possano essere sottoposte a critica e decostruite. In modo tale che, non più esclusivamente presenti in certe “costituzioni” spirituali, siano valutate come il frutto di configurazioni ogni volta specifiche, prodottesi secondo modalità di interazione psichica sempre diverse.

58

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

III. NATURA, ORIGINE E CLASSIFICAZIONE DELLE LINGUE. Filosofia e psicologia della lingua 7. Grammatica e logica Abbiamo già detto che a partire dalla metà degli anni Settanta, Steinthal si allontanò gradualmente dagli studi di linguistica. Gli pareva stesse sorgendo un mondo con bisogni nuovi, difficile da comprendere. Invero, la questione che si pone a chi ripercorra le vicende della linguistica dell’Ottocento è se il metodo e la concezione che Steinthal sviluppò in questi studi sin dalla fine degli anni Quaranta fossero affini a quelli in uso nei vari indirizzi della linguistica storica e comparativa. Ringmacher, ad esempio, insiste sulla “marginalità” dell’approccio di Steinthal rispetto agli sviluppi della ricerca glottologica coeva120 e uno sguardo anche veloce alla letteratura contemporanea conferma questa tesi121. Per mettere a fuoco e poter valutare adeguatamente questa “inattualità” della filosofia del linguaggio di Steinthal, conviene tornare alle battaglie teoriche combattute dall’autore e ai problemi ideologici e culturali in esse implicati. In un saggio, redatto su impulso della II edizione (1859) delle Ethymologische Forschungen di August Pott, Steinthal drammatizza, identificandosi nella figura di Socrate, reduce da un incontro nei Campi Elisi con Wilhelm von Humboldt, 120 Ringmacher, Organismus der Sprachidee. H. Steinthals Weg von Humboldt zu Humboldt, cit., pp. 3-14. 121 Si vedano, ad esempio, le ricostruzioni della linguistica dell’Ottocento contenute nel IV volume di Geschichte der Sprachtheorie: Sprachtheorien der Neuzeit, I, hrsg. Von Peter Schmitter, Gunter Narr Verlag, Tübingen 1996.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

59

la sua posizione nell’orizzonte dei dibattiti coevi sul compito della Sprachwissenschaft. «In effetti», dice Socrate al linguista “contemporaneo” che gli sta di fronte, «mi sembra che voi spesso conosciate molto, davvero molto, ma che pensiate male, poiché il vostro spirito è compresso dalle vostre conoscenze»122. Questa mancanza di consapevolezza teorica è, per Steinthal, una caratteristica diffusa tra quei glottologi che tanto avevano contribuito alla conoscenza effettiva delle diverse lingue, soprattutto dopo la scoperta del sanscrito e dei suoi rapporti con le lingue europee. Non era ormai possibile per nessuno studioso prescindere dall’approccio comparativistico di Franz Bopp e da quello storico-etimologico di Jacob Grimm e tuttavia, anche coloro che si richiamavano a quei lavori imprescindibili, tra cui Lepisus, Huber, Schott, Schwartze e molti altri insigni studiosi, non avevano maturato un’adeguata coscienza filosofica dei problemi implicati in quei cambiamenti paradigmatici. Nella Prefazione del 1855 a Grammatik, Logik und Psychologie, Steinthal addebita ad Aufrecht – uno dei più importanti sanscritisti viventi, direttore assieme a Franz Kuhn della «Zeitschrift für vergleichende Sprachforschung» – un errore tipico per i “grammatici-storici” dell’epoca: l’aver considerato la teoria un impedimento all’indagine dei fatti123. Al contrario, per Steinthal, la filosofia del linguaggio non è un impedimento posto allo sviluppo della conoscenza empirica delle lingue, ma la stessa circostanza di fatto (Thatbestand selbst) della loro conoscenza empirica, poiché, come s’è visto, il fatto non è un dato, ma l’esito di un processo di elaborazione dei contenuti conoscitivi per mezzo di elementi a priori. Nelle scienze della natura questa consapevolezza era già stata raggiunta. Il fisiologo Müller e il botanico Schleiden, ad esempio, nelle loro importanti opere, 122 Steinthal, Ueber den Idealismus in der Sprachwissenschaft (Auf Veranlassung von: A. F. Pott, Ethymologische Forschungen auf dem Gebiete der indo-germanischen Sprachen. 2. Auflage. Erster Theil. Prepositionen. 1859) in ZVS, I (1860), pp. 294-328, partic. p. 308. 123 Cfr. T. Aufrecht, Vorrede alla lettera di Humboldt “Über den Infinitiv” in «Zeitschrift für vergleichende Sprachforschung», Bd. 2 (1854), p. 241.

60

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

si appellavano a un’ “esperienza filosofica”, ritenevano essenziale il contributo dei concetti filosofici per il progresso della scienze sperimentali124. «Il signor Aufrecht», al contrario, «considera la filosofia del linguaggio prematura». «In verità», scrive Steinthal, «ciò significa soltanto, che egli non ne sente, non ne comprende il bisogno e che, ancor meno, conosce il mezzo per soddisfare questo bisogno»125. La Prefazione del 1855 consta, dunque, di una riflessione sul giusto metodo della Sprachwissenschaft, che deve mantenersi equidistante dalla filosofia astratta e dall’empirismo radicale126. Steinthal scorgeva certamente in Carl W. L. Heyse, che gli era stato maestro a Berlino e con cui intratteneva in quegli anni un fitto carteggio, un decisivo sostegno contro queste ondate di unilaterale empirismo, in favore di una concezione che fosse assieme empirica e filosofico-sistematica della linguistica. A voler esplicitare le assunzioni di storici e comparativisi come Aufrecht, ai suoi occhi, si sarebbe colta l’insostenibilità di principi radicalmente empiristici e la loro inadeguatezza a cogliere e rispettare l’individualità delle lingue. «I linguisti storici», scrive Steinthal nel 1848, «non hanno saputo fare astrazione dalle categorie della lor propria lingua madre o piuttosto, poiché anche questa la si era già ficcata nella camicia di forza della grammatica classica, dell’antica grammatica greca, e le han ritrovate in tutte le lingue»127. Per questo, l’individualità delle lingue non era davvero concepita, da storici e comparatisti, per se stessa, ma era colta per mezzo del raffronto delle diverse grammatiche con le strutture morfologiche del sanscrito e del greco. «Avete tanto rispetto dei fatti», continuava il Socrate-Steinthal, «costituitevi allora principi 124

Johannes Müller, Handbuch der Physiologie des Menschen für Vorlesungen, II Bd., Verlag v. J. Hölscher, Coblenz 1840, p. 522 e Matthias J. Schleiden, Grundzüge der wissenschaftlichen Botanik als induktive Wissenschaft, I Bd., Engelmann, Leipzig 1842, p. 7. La consapevolezza della necessità della filosofia, però, in Schleiden, a giudizio di Steinthal, non è supportata dalla scelta della giusta filosofia. Lo scienziato, infatti, s’appellava alla filosofia kantiano-friesiana. 125 Steinthal, GLP (1855), p. XVII. 126 Cfr. anche BelLS, II/2, pp. 392-394. 127 Steinthal, SHHP (1848), p. 82 (109).

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

61

tali, che giustifichino tale rispetto; quelli che avete non lo fanno»128. A Steinthal, insomma, pareva che i grammatici storici assumessero surrettiziamente il principio della grammatica filosofica, non rifiutassero, quindi, il pensiero speculativo, ma assumessero, senza averne piena coscienza, una cattiva metafisica. Diverso era il caso dei “grammatici filosofi” che del principio logico avevano coscienza fermissima. In essi non mancava certo la consapevolezza della necessità della filosofia, ma veniva reiterato l’errore insinuatosi in questi studi per secoli, da quando Aristotele aveva considerato i nessi grammaticali una riproduzione dei nessi delle categorie: la logica della lingua la riproduzione fonetica della logica dei concetti129. Da questo errore non era stata esente nemmeno la filosofia del linguaggio di Humboldt, il genio capace di sovvertire le fondamenta di tutta la linguistica precedente, colui che, nella ricerca empirica, aveva per primo riconosciuto e posto in luce il valore dell’individualità. La prima parte di Grammatik, Logik und Psychologie – che non abbiamo dato in traduzione – è interamente dedicata alla confutazione della “grammatica universale” esposta da Ferdinand Becker nel suo Organism der Sprache (1827, II ed.: 1841). Se Aufrecht è l’esempio della “cattiva coscienza” filosofica, che nega ogni approccio speculativo, Becker è l’esempio più insigne dell’erronea coscienza filosofica, che, comunque, rappresenta un avanzamento rispetto alle visioni mitologiche ancora diffuse tra i linguisti130: Becker, scrive Steinthal, «ottiene il suo diritto per il contrasto in cui si trova con i suoi contemporanei»131. La suddivisione tra storici e logici, alle cui coordinate l’autore riconduce i due partiti egemoni della Sprachwissenschaft dell’Ottocento, tuttavia, a una più attenta analisi, viene meno e i due indirizzi rivelano una base comune: «il fondamento 128

Steinthal, Ueber den Idealismus in der Sprachwissenschaft, cit., p.

309. 129

Steinthal, GSGR (1863), I, pp. 196 e sgg. . Quelle, ad esempio, di Bunsen, Max Mueller o Kaulen. Cfr. Steinthal, GLP (1855), pp. IX-XII e BelLS, II/2, pp. 372 e sgg. 131 Steinthal, GLP (1855), p. IX. 130

62

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

comune di Becker e degli storici, anche di Pott», scrive Steinthal, «si palesa nella loro comune contrapposizione al nostro punto di vista, il quale abbandona del tutto il piano logico, su cui stanno entrambi»132. Proprio dalla critica dell’impostazione di August Pott, del più insigne degli studiosi di etimologia, è possibile introdurre, per contrasto, i principi basilari della linguistica di Steinthal. L’autore delle Ethymologische Forschungen, aveva curato, dopo l’edizione Buschmann del 1836, un’edizione della Diversità delle lingue apparsa nel 1876 per la casa editrice Calvary di Berlino133. Dopo pochi anni, nel 1884, sarebbe apparsa, come abbiamo detto, l’edizione di Steinthal degli scritti filosofici di Humboldt per la casa editrice universitaria Dümmler. A partire dall’interpretazione di Humboldt, dunque, i due studiosi facevano ricorso a metodi divergenti, basati su divergenti teorie del linguaggio. Pott centrava l’indagine linguistica sulla ricostruzione etimologica delle radici, mentre Steinthal rimproverava al metodo etimologico d’ipostatizzare nelle radici linguistiche rapporti e forme logiche, che si trovano al di fuori del dominio delle lingue stesse. Pott, insomma, pur avvalorando il richiamo humboldtiano all’individualità delle lingue, non concepiva adeguatamente la natura di tale individualità. E ciò perché la riconduceva al modo sempre diverso con cui ciascuna lingua esprime un ordine dato di oggetti esterni, ideali o reali134. A questa idea Steinthal oppone la differente interpretazione del principio humboldtiano, secondo cui la lingua appartiene al popolo, «è il pensiero del popolo». Ogni lingua, in quanto creazione soggettiva di una comunità, non esprime in modo singolare, rapporti stabili e assoluti esistenti al di fuori di essa, non rispecchia, variamente, uno stesso ordine ideale precostituito. Gli oggetti e le loro relazioni, anziché preesistere alle lingue, vengono prodotti nelle lingue e attraverso 132

Steinthal, GLP (1855), p. XIII. W. von Humboldt, Über die Verschiedenheit des menschlichen Sprachbaues und ihren Einfluß auf die geistige Entwickelung des Menschengeschlechts, hrsg. von A.F. Pott, Calvari, Berlin 1876. 134 Steinthal, Ueber den Idealismus in der Sprachwissenschaft, cit., p. 304. 133

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

63

le lingue. Il linguista, continua Steinthal, deve rinunciare a qualsiasi dato oggettivo che stia a fondamento delle lingue e considerare queste ultime «costruzioni soggettive», che non rimandano ad alcun oggetto, se non a quelli che hanno prodotto da sé. Se l’oggetto è sempre il risultato dell’azione del concetto, si legge ancora in un articolo del 1865, gli oggetti “linguistici” sono il prodotto dell’azione esercitata dai concetti linguistici sul nostro mondo interiore. L’unica cosa data al di fuori di questo processo psicologico di costituzione dei significati sono le nostre percezioni soggettive, le nostre sensazioni e le nostre intuizioni135. Così gli oggetti linguistici sono un’elaborazione soggettiva della vita soggettiva dei sensi, un’elaborazione, insomma, «doppiamente soggettiva»136. «Le lingue sono in sé mondi intellettuali e non segni di mondi», esse producono un pensiero proprio, piuttosto che riflettere il pensiero logico137: si dovrà concedere che ci possono essere, e ci sono, diversi modi del pensiero; che la logica abituale sviluppa solo le leggi del pensiero intellettivo, di fronte a cui gli altri modi del pensiero hanno il loro proprio corso, la loro logica propria. Alla logica dell’intelletto deve essere disconosciuto sia il primato sia il diritto di chieder conto alle altre, di intervenire in esse, di vigilare su di esse, di delimitare i confini del loro dominio; piuttosto, le altre logiche, per dir così, sono differenti, sovrane nel proprio dominio, operanti secondo leggi che si sono autoconferite138.

L’identità dei significati linguistici non attinge a quella delle idealità logiche, concepite come concetti, al modo di Frege, o come intuizioni pure, al modo di Husserl. L’identità dei significati coincide con le categorie grammaticali, con una struttura indipendente dalle idealità logiche e solo parzialmente in rapporto con le intuizioni sensibili. Steinthal met135

Steinthal, Ueber den Idealismus in der Sprachwissenschaft, cit., p. 236. Steinthal, GLP (1855), intra, I, p. 305. 137 Steinthal, Anti-Kaulen oder mythische Vorstellungen der Völker und Sprachen, in «ZVS», III (1865), p. 236. 138 Steinthal, GLP (1855), intra, I, p. 224. 136

64

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

teva a fuoco in questo modo un’idea ripresa da importanti figure della filosofia primo-novecentesca – da Croce, Cassirer, Benjamin, Gadamer e molti altri –: l’idea che la lingua è un mondo autonomo, un «mondo concettuale a sé stante», capace di esprimere-costituire la realtà in una forma diversa dalla logica. A differenza di queste tradizioni novecentesche, tuttavia, l’assoluta alterità degli oggetti linguistici (i significati) rispetto a quelli logici (i concetti), la soggettività e autonomia delle lingue, sono interpretate da Steinthal, come vedremo meglio nel prossimo paragrafo, dispiegando l’apparato concettuale della psicologia herbartiana139. Era su questo piano, comunque, della differenza tra grammatica e logica, che Steinthal sentiva aprirsi una distanza incolmabile tra sé e i principali orientamenti della linguistica coeva. Se, anche al fondo della concezione dei migliori storici della lingua come Pott, permaneva questo riferimento della grammatica alle categorie della logica, la più compiuta formulazione della loro coincidenza era quella proposta da Becker nel libro prima citato. Becker, come si è accennato, era il rappresentante più insigne di un errore tenacissimo, insinuatosi da Platone e Aristotele, passando per gli stoici, Duns Scotus e Giulio Cesare Scaligero, fino alla Grammatica ragionata di Port-Royal e alla filosofia del linguaggio dell’Ottocento140. L’identificazione di grammatica e logica, che è il tratto comune di questa secolare tradizione, dipendeva dall’aver mal interpretato il principio secondo cui la lingua è «espressione dell’interno», «rappresentazione dell’intelligenza»141. I grammatici-filosofi ritenevano così che i fenomeni linguistici fossero costituiti dall’unità di un elemento sensibile, il suono, con uno logico, il concetto. In questo quadro, la differenza tra le lingue veniva concepita come il prodotto dei diversi modi in cui l’elemento sensibile si unisce a quello logico, del diverso modo in cui l’elemento interno, logico, è espresso. La lingua, 139 Un interessante confronto tra la linguistica idealistica di Croce e quella di Steinthal è offerto in Luciano Dondoli, Genesi e sviluppo della teoria linguistica di Benedetto Croce, I, Bulzoni, Roma, 1988. 140 Steinthal, AS I (1871), pp. 44-45. 141 Steinthal, AS I (1871), p. 46.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

65

sostiene Steinthal, per questa via è concepita come «il pensiero stesso», «la parola come il concetto stesso, la frase come il giudizio stesso», ma «percepibili attraverso i suoni»142. Nella seconda parte di Grammatik, Logik und Psychologie l’autore, al contrario, vuol offrire le prove della mancata coincidenza di “pensare” e “parlare”. Lo fa, insistendo sul fatto che l’attività del “pensare” determina il complesso della vita psichica, di cui il “parlare” in senso proprio e il “pensiero propriamente logico” non sono che momenti particolari: anche gli animali, i sordomuti, l’uomo che sogna e l’uomo nel pieno delle sue facoltà, mentre disegna un triangolo o scrive una formula chimica, “pensano”, ma senza parlare143. La dimostrazione più appropriata della differenza di lingua e pensiero è data, però, quando si rifletta sulla natura della lingua come rappresentazione del pensiero e non come pensiero in senso proprio. «Ogni rappresentazione», scrive Steinthal, «è essenzialmente inadeguata al suo oggetto»144. Essa procede secondo leggi peculiari che dipendono dal suo mezzo e dal suo fine, ma non sono dettate dalla cosa da rappresentare. «La lingua è rappresentazione del pensiero, come il teatro è rappresentazione del mondo, il ritratto è rappresentazione di una persona. Come il ritratto non è la persona, come il teatro non è il mondo, così la lingua non è il pensiero»145. Le forme della vita rappresentata su un palcoscenico sono le istituzioni dello stato, della famiglia, della società, sono le scienze e l’arte; le forme della rappresentazione teatrale sono gli attori, le leggi del dramma, le impalcature. Allo stesso modo le forme del pensiero sono intuizioni e concetti, mentre quelle della lingua, che devono rappresentarle, sono le categorie grammaticali: soggetto e predicato, copula, generi e casi. Queste categorie sono espressione di istanze spirituali che operano in maniera peculiare, istanze rese dal geniale concetto humboldtiano di forma interna della lingua. La innere Sprachform è appunto il terzo elemento tra pensiero 142

Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 152. Steinthal, GLP (1855), intra, I, p. 153. 144 Steinthal, AS I (1871), p. 62. 145 Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 357. 143

66

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

e suono, il principio spirituale propriamente linguistico che la generazione dei grammatici-filosofi e degli storici non ha saputo pensare adeguatamente, lasciandosi così sfuggire l’essenza della lingua e la ragione della sua autonomia dalla logica. La forma interna della lingua, scrive Steinthal nel 1848, «è l’autentica torre di Babilonia», in cui «sono attive tutte le forze dell’animo, sentimento, fantasia e intelletto», le quali «operano in maniera peculiare, conformemente alla natura dello spirito del popolo»146. Della nozione di innere Sprachform Steinthal dà interpretazioni molteplici in momenti diversi della sua opera, e, anzi, interpreta l’intera sua opera come una delucidazione e un approfondimento di essa. Nel 1855, ad esempio, scrive: «il presente libro» (Grammatik, Logik und Psychologie) «non è altro che un commento del concetto di forma interna della lingua» di Humboldt147. La teoria che ne viene proposta, anzitutto, permette un chiarimento della Bedeutungslehre, o semasiologia, genialmente approntata da Reisig e condotta avanti dal suo allievo Haase148. La semasiologia altro non è che la «rappresentazione della forma interna della lingua», giacché i significati, totalmente separati dalla logica e differenti dalle fantomatiche copie delle cose, sono in realtà il prodotto del principio individuale della lingua. Il concetto di forma interna è, infatti, subordinato a quello di forma della lingua, secondo cui sono costituiti, da un lato, la struttura fonetica della lingua, dall’altro, il suo sistema di rappresentazioni e relazioni rappresentative – il principio – insomma – che conferisce unità 146

Steinthal, SHHP (1848), p. 111 (p. 132). Steinthal, GLP (1855), p. XX. 148 Agli occhi di Steinthal era questo l’indirizzo di studi più promettente della linguistica a lui coeva, l’indirizzo a cui sentiva la sua ricerca più affine. L’elaborazione proposta da Haase della Bedeutungslehre nell’ambito specifico delle lingue classiche rappresentava un buon esempio di come condurre gli studi sull’individualità delle lingue. Com’è noto, Bréal sviluppò le intuizioni di Reisig e del suo allievo Haase, mutando il nome di Bedeutungslehre in quello di semantica. Cfr. Michel Bréal, Essai de sémantique, (science des significations), Librairie Hachette et cie, Paris 1897. 147

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

67

e rende la lingua un organismo e imprime a ciascuna singolarità il conio attraverso cui essa è rapportata all’intero149.

L’interpretazione psicologica della forma interna della lingua, di questa modalità tipicamente umana del pensare, è esposta a più riprese tra il 1855, il ’57 e il ’71 e ce ne occuperemo tra breve150. Bisogna solo osservare, in conclusione di questo paragrafo, che il processo linguistico di categorizzazione del reale per Steinthal non è, come nella tradizione idealistica novecentesca, scisso dalla dimensione corporea, ma si trova nel più intimo rapporto con l’insieme delle percezioni sensibili, degli stimoli fisici, della struttura nervosa del nostro corpo. L’accostamento di lingua e poesia, lingua e pittura, lingua e teatro, riproposto in vari luoghi della sua opera, se conferisce alla lingua il valore di una modalità autonoma dello spirito, non le conferisce il valore assoluto di una categoria dello spirito. E, tanto meno, le conferisce il valore di unica categoria. È qui che il pensiero di Steinthal può rappresentare un suggerimento per uscire dal panlinguismo dominante nel Novecento. Il linguaggio ha una funzione primaria nella costituzione del mondo e della coscienza. Esso intesse delle sue categorie l’intera realtà e pertanto ogni concezione della realtà deve necessariamente tenere conto della tessitura grammaticale, dell’ossatura linguistica del mondo. E, tuttavia, del linguaggio si può e si deve rendere conto attraverso altri discorsi, che da esso si sono resi parzialmente autonomi per il supporto dei concetti. L’esperienza è penetrabile in ogni suo aspetto 149

Steinthal, GLP (1855), p. XXII. Anche in questo caso Steinthal prendeva solo spunto da Humboldt, in realtà sviluppava la nozione di forma interna in un’accezione ben diversa. In proposito si vedano le riflessioni contenute in D. Di Cesare, “Innere Sprachform”, Humboldts Grenzbegriff, Steinthal Begriffgrenze, in «Historiographia Linguistica», XXIII, 3 (1996), pp. 321-346. Per storia del concetto di innere Form fino a Humboldt si veda: R. Schwinger, Innere Form. Ein Beitrag zur Definition des Begriffes auf Grund seiner Geschichte von Shaftesbury bis W. v. Humboldt, in R. Schwinger – H. Nicolai, Innere Form und dichterische Phantasie. Zwei Vorstudien zu einer neuen deutschen Poetik, hrsg. von K. J. Obenauer, München, Beck 1935. 150

68

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

per mezzo del linguaggio, ma al linguaggio è possibile tornare dispiegando un sistema di concetti reso saldo dall’esperienza. Il discorso della psicologia è per Steinthal la forma adeguata attraverso cui rendere conto del fenomeno e dell’evento del linguaggio. 8. Rappresentazione e appercezione a) Steinthal riteneva che l’apporto più significativo della sua opera allo sviluppo della linguistica contemporanea fosse la teoria psicologica della rappresentazione. Ai suoi occhi era stato Karl Ludwig Heyse, suo maestro a Berlino, a porre le basi per una trattazione sistematica della linguistica151. Lo studioso berlinese aveva, infatti, compreso che lo sviluppo degli idiomi coincide con lo sviluppo dello spirito e aveva indicato, se non percorso fino in fondo, la via dell’analisi psicologica152. In ciò Heyse aveva superato perfino Humboldt. Quest’ultimo, infatti, pur individuando adeguatamente la natura spirituale del linguaggio – su ciò ci soffermeremo nel prossimo paragrafo – continuava a concepire lo spirito in termini metafisici, come sostanza e unità, entrando in un circolo di contraddizioni, di cui non era stato in grado di venire a capo153. Per Steinthal, comunque, le intuizioni di Heyse sulla natura processuale della lingua dovevano essere sviluppate attraverso la psicologia di Herbart. Bisognava, ora, individuare con esattezza il «punto dello sviluppo spirituale in cui erompe la lingua»154. Una delle assunzioni più significative di Steinthal è quella secondo cui «i germi e le condizioni preparatorie allo sviluppo della lingua» sono già dati nei processi inferiori dell’ani151 Steinthal stesso aveva curato, dopo la morte dello studioso, la pubblicazione del System der Sprachwissenschaft (Dümmler, Berlin 1856). Nell’introduzione all’opera aveva dato una magistrale esposizione delle teorie di Heyse. Le lettere inviate dal giovane studioso al maestro mostrano l’intensità intellettuale e psicologica del loro rapporto. Cfr. Lettere di Steinthal a Karl e Paul Heyse in BelLS, II/2, soprattutto pp. 398-414. 152 Steinthal, US IV (I ed.: 1851, IV ed.: 1888), p. 93. 153 Steinthal, US IV(I ed.: 1851, IV ed.: 1888), p. 77. 154 Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 234.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

69

mo: «per trovare» – scrive – il punto in cui erompe la lingua «dovremmo seguire l’intera scala dello sviluppo [dello spirito], dagli stadi più bassi in su e valutare a quale stadio diventano visibili l’attività e l’opera sua»155. Dopo la lettura del manuale di Johannes Müller e della Fisiologia generale di Lotze, Steinthal s’era convinto che i fenomeni linguistici sono un caso particolare di movimenti riflessi, ovvero di movimenti immediati, causati da uno stimolo fisico156. In particolare, il suono emergerebbe come movimento riflesso in cui tra stimolo ed effetto non si dà nessuna analogia, allo stesso modo in cui lo sbadiglio è effetto della noia e il riso del solletico. Il primo impulso all’emergenza dei fenomeni linguistici è dato quindi dall’organizzazione del sistema nervoso, in ragione della necessità meccanica che domina il corpo. «L’uomo» – scrive Steinthal – «parla come le fronde stormiscono», giacché «l’aria, che porta suoni e rumori, l’etere e i raggi del sole, e il soffio dello spirito varcano il corpo umano ed esso risuona»157. In questa consapevolezza dell’incidenza della complessione fisica sull’attività spirituale, sta certo uno dei punti di maggiore interesse della filosofia del linguaggio di Steinthal. L’attività linguistica è posta come il punto di passaggio tra soma e psiché, testimonia a un tempo della loro necessaria implicazione e della loro differenza qualitativa. Il lato ferino dell’origine della lingua non basta a offrirne l’intera definizione: il movimento riflesso rappresenta soltanto il suo genus proximum. Anche gli animali mugolano, lacrimano, emettono suoni e respirano, ma non parlano. Af155

Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 234. J. Müller, Handbuch der Physiologie des Menschen für Vorlesungen, cit.; H. Lotze, Allgemeine Physiologie des körperlichen Lebens, Weidmann, Leipzig 1851; Id., Medicinische Psychologie oder Physiologie der Seele, Weidmann, Leipzig 1852; Kempelen, Le mécanisme de la parole, suivi de la description d’une machine parlante, et enrichi de XXVII planches, Wien, Bauer 1791. I riferimenti precisi a questi libri sono dati nelle note di commento alle traduzioni. Per la teoria della lingua come specie particolare dei movimenti riflessi cfr. GLP (1855) intra, I/ §§. 87, 90 e 91 e AS I (1871), pp. 359-365. 157 Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 294. 156

70

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

finché il suono riflesso si trasformi in parola è necessaria la coscienza di questo suono, è necessario l’atto spirituale che istituisce una connessione tra il movimento riflesso e lo stato d’animo che l’ha suscitato. Proprio quando questo nesso tra il suono, come movimento riflesso, e il sentimento, come effetto dello stimolo esterno, è istituito, quando l’urlo è inteso come il segno della paura di fronte a un pericolo, ci troviamo al cospetto di un significato o di una “parola” e non a una semplice emissione vocale. Proprio adesso, la vita della coscienza che prima si aggirava tra sentimenti e intuizioni oscure, si trasforma in vita autocosciente e «guadagna la luce»: i sentimenti e le intuizioni divengono saputi, e con la lingua in senso proprio, con questo sapere di se stessi non mediato dal concetto, o con questo sapersi istintivo, sorge lo spirito. Il sentimento “saputo”, fermato nella lingua, è dunque all’origine del significato, all’origine cioè della vita spirituale. La filosofia del linguaggio di Steinthal in questo modo rimette in gioco la distinzione tra sfera pratica e sfera teoretica dello spirito, tipica della tradizione razionalistica moderna e mantenuta nella sistemazione delle facoltà spirituali proposta da Kant. La rivalutazione del sentimento come momento interno della conoscenza ha certo il suo più importante precedente storico nella filosofia cristiana di Pascal e un valore non secondario nella riflessione ermeneutica di Schleiermacher, ma nella filosofia del linguaggio di Steinthal penetra probabilmente per altre vie. Non è escluso che un peso abbiano avuto alcune tesi dell’illuminismo scozzese che potrebbero esser filtrate durante il soggiorno parigino della prima metà degli anni cinquanta – nel perido di elaborazione di Grammatik, Logik und Psychologie – attraverso la lettura delle voci dell’Encyclopédie di cui abbiamo testimonianza. In ogni caso non è un dato di poco conto considerare all’origine della costituzione dei significati linguistici, delle forme basilari dell’esperienza conoscitiva del mondo, un elemento estraneo alla sfera intellettiva. Nel processo costitutivo dell’autocoscienza è così posto il sentimento di sé, il sensus sui, rompendo quell’unità autoreferenziale del sapere tipica della tradizione razionalistica.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

71

La lingua, dunque, erompe come uno stadio preciso di sviluppo della coscienza, segna il passaggio dalla coscienza all’autocoscienza. Con la lingua è posta la conoscenza di sé, ma ancora priva della mediazione del concetto, è posto lo spirito istintivo, il sentimento di sé. Questo processo, scrive Steinthal, ha luogo quando una nuova intuizione stimola l’animo a volgersi all’interno, al deposito delle intuizioni conservato nella memoria. Alcune delle intuizioni serbate, allora, vengono evocate, rammemorate, e così si delinea un nesso tra l’intuizione attuale e quelle precedenti in modo tale che l’anima le fissi nel suono. Il processo della rammemorazione e il nesso istituito tra ricordo e suono è dunque il meccanismo psichico basilare che consente di fissare i contenuti percettivi. Anche questa rivalutazione della memoria e il nesso di memoria e lingua richiederebbe un excursus storico che non è possibile proporre in questa sede. Nell’opera del 1855, comunque, Steinthal chiama il risultato di questo processo di rammemorazione linguistica dell’intuizione: intuizione dell’intuizione e lo descrive sostenendo che «l’intuizione dell’intuizione è il trasferimento dell’intuizione nel suono, la connessione di entrambi, la forma interna della lingua»158. È a questo punto dello sviluppo spirituale che emerge la lingua in senso proprio. Un altro aspetto essenziale di tale argomentazione è l’identificazione dell’intuizione intuita per mezzo del suono con la rappresentazione. Io, scrive Steinthal, concepisco la rappresentazione [Vorstellung] unicamente come linguistica [sprachliche Darstellung]159. Il “rappresentare”, in questa accezione, esula dai contenuti delle singole rappresentazioni e vale come espressione della forza spirituale, dell’attività formatrice, orientata in una direzione che non è né la semplice intuizione né il concetto, ma pure una direzione capace di istituire un ordine simbolico. Chi vuol studiare la lingua deve entrare in contatto con i principi spirituali che presiedono all’attività rappresentativa e danno vita alle grammatiche, deve studiare il modo in cui un dato popolo ha intuito l’intuizione. 158 159

Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 304. Steinthal, OSP I (1852), p. 17.

72

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

Ora, la Vorstellungstheorie di Steinthal, è andata incontro a molti fraintendimenti in ragione della duplicità di natura che l’autore attribuisce alla rappresentazione160. Su questo aspetto dobbiamo pertanto soffermarci. La rappresentazione in origine è l’abbreviazione sonora o l’interpretazione di un’intuizione; in quanto tale, può essere, quindi, considerata “piena”161. «Dal complesso delle qualità che per noi costituiscono la cosa», scrive Steinthal, «ne viene astratta una ed essa deve valere per la cosa in sé, ad esempio lo sbranante per il lupo»162. Lo sbranante è un contenuto propriamente rappresentativo, un significato linguistico, diverso sia dalle singole intuizioni del lupo sia dal concetto di lupo. E, tuttavia, se allo stadio etimologico o caratterizzante della forma interna della lingua in cui ci troviamo qui, la rappresentazione è “piena”, nei tempi storici, quando la forma interna della lingua scompare, il contenuto propriamente linguistico va perso. Allora, scrive Steinthal, nel lupo «conosciamo tante relazioni, e relazioni per noi ben più importanti di quella che si trova nella parola, perché la relazione che si trova nella parola […] si adombra progressivamente e infine cade completamente nell’oblio»163. La forma interna della lingua, infatti, è un principio dinamico con una differente funzione a secondo degli stadi che attraversa. In quanto onomatopea ed etimo essa «esprime quel che coglie dall’intuizione e come lo coglie», in quanto parola storica non esprime nulla, ma significa il pensiero164. 160

Un’interessante esposizione della Vorstellungstheorie di Steinthal si trova, invece, in L. Formigari, Filosofia e semantica: il caso Steinthal, in Ai limiti del linguaggio. Vaghezza significato e storia, a cura di Federico Albano Leoni, Daniele Gambarara, Stefano Gensini, Franco Lo Piparo, Raffaele Simone, Laterza, Roma-Bari, 1997, pp. 211-227. 161 Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 334. A più riprese Steinthal aveva già affrontato la questione della natura della rappresentazione negli scritti precedenti, ad esempio in OSP, I (1852) e in Entwickelung der Schrift. Nebst einem offenen Sendschreiben an Herrn Professor Pott, Dümmler, Berlin 1852, p. 87. 162 Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 325. 163 Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 314. 164 Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 384.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

73

Questi due sensi della rappresentazione linguistica non erano stati interamente recepiti e mantenuti nemmeno dai lettori più attenti di Steinthal. Attribuendo pienezza di contenuto alla rappresentazione nello stadio onomatopeico ed etimologico, Steinthal, già nel 1855, apre la via all’interpretazione che Lazarus ne dà in Geist und Sprache, il secondo volume di Das Leben der Seele165. Qui intuizione, rappresentazione e concetto sono considerati come tre livelli distinti di sviluppo della coscienza. La rappresentazione, in particolare, si staglia tra l’intuizione e il concetto con un suo preciso contenuto, non riducibile né al contenuto dello stadio inferiore della coscienza né a quello dello stadio superiore. Cosicché Lazarus recepisce una delle direzioni proposte da Steinthal nel 1855 e non commenta, implicitamente non accoglie, l’altra. Non mancano, come s’è detto, passi che confermino in Grammatik, Logik und Psychologie questa interpretazione tradizionale di una rappresentazione portatrice di un contenuto proprio o “piena” e, anzi, non manca nemmeno una focalizzazione del suo ruolo mediano, tra intuizione e concetto: «per noi», si legge, «la rappresentazione è uno stadio intermedio e coordinato dell’elaborazione psichica tra i livelli dell’intuizione e del concetto»166. Ciò che qui deve essere segnalato, comunque, è che a partire dal 1857, Steinthal sottolinea solo l’elemento formale o vuoto della rappresentazione. Forse perché anche Lazarus, che tanto aveva da insegnare in merito alla funzione appercettiva della lingua, non aveva colto con precisione la natura “assolutamente vuota” della rappresentazione. A ben vedere, scrive Steinthal recensendo proprio Geist und Sprache, la rappresentazione è «soltanto una forma psicologica, un modo in cui ciò che è intuito, pensato, il contenuto, è presente nella coscienza»167, è un «certo modo della nostra interna attivi165 Lazarus, Geist und Sprache, secondo volume di Das Leben der Seele, in Monographien über seine Erscheinungen und Gesetze, Dümmler, Berlin (1857, II ed.: 1878) III ed.: 1885, p. 300 e sgg. 166 La duplicità a guardar bene è adombrata anche in questa definizione. Cfr. Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 330. 167 Steinthal, ZS (1857), p. 197.

74

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

tà»168. Nel ’71 scriverà anche che alla rappresentazione può conferirsi solo il titolo di nomen actionis: in senso proprio essa significa solo rappresentare. Ora, l’etimo (lo “sbranante”) non è più il contenuto proprio della rappresentazione, ma il risultato dell’attività del rappresentare, la relazione tra contenuto intuitivo e coscienza. In quanto rapporto del contenuto con la coscienza, la rappresentazione non può coincidere con il contenuto stesso. In questo senso essa opera come lo zero opera nell’aritmetica, come una forma capace di cambiar valore al contenuto. La potenza del rappresentare, per Steinthal, è d’ora innanzi identificata con l’attività a cui il rappresentare è chiamato. In questa seconda fase, il significato fissato nel suono, non vale più come un dato statico, ma come potenza sintetica che dà vita a nuovi significati, a partire da qui è allora possibile fissare il rapporto tra rappresentazione e concetto. I processi dell’astrazione concettuale si costituiscono sulla base della potenzialità mai esaurita di creare significati, di analizzare e decomporre l’intuizione, intuirne aspetti diversi, ovvero di predicare aspetti molteplici del medesimo soggetto: e ciò giacché, il concetto è l’analisi conoscitiva completa dell’intuizione, è a dire dei momenti di essa, in sé, nella loro reciproca compenetrazione e nel loro valore per l’intero. Tanto più sono sviluppate le frasi, tanto più saldamente la parola equivale alla cosa in sé. Tanto più questo processo avanza, però, tanto più scompare il significato etimologico della parola, in cui una sola caratteristica vale come cosa in sé. Alla fine, alla parola in sé non rimane altro che il suono, così come si configura nel tempo storico, in cui l’etimologia è perduta dalla coscienza: così, la rappresentazione non è nient’altro che la vuota relazione della coscienza con l’intuizione ovvero la cosa reale, e riceve un contenuto soltanto nel predicato169.

b) Lazarus, certamente il lettore più attento e acuto di queste tesi di Steinthal, in Geist und Sprache, aveva anche ri168 169

Steinthal, AS I (1871), p. 441. Steinthal, GLP (1855), intra, I, p. 331.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

75

chiamato l’importanza della categoria herbartiana dell’appercezione per lo studio dei fenomeni linguistici170. Sarà questo, di certo, uno dei contributi maggiore della psicologia herbartiana accolto da Steinthal. La categoria di appercezione fu introdotta nel dibattito filosofico da Leibniz che, nei Nouveaux Essais (II, 9, 4), le attribuisce il senso di una consapevolezza interna delle nostre percezioni. Essa venne ripresa in seguito da Kant nella Critica della ragion pura (Analitica dei concetti, §§. 16, 19, 25), ove, com’è noto, si distingue tra appercezione empirica e trascendentale. È nel senso herbartiano, però, che Lazarus usa la categoria di appercezione in riferimento alla lingua. Nei §§. 125 e sgg. della seconda parte della Psychologie als Wissenschaft, Herbart discute l’appercezione anche in relazione allo sviluppo cognitivo e all’apprendimento dei bambini. Si tratta ai suoi occhi del meccanismo basilare della vita psichica, per cui ogni nuovo contenuto rappresentativo viene accolto ed elaborato dalla nostra coscienza sulla base di masse rappresentative già acquisite. L’appercezione, in altri termini, è un processo in cui le nuove rappresentazioni sono generate dall’azione di masse rappresentative già esistenti sul materiale percettivo nuovo, in modo tale che il contenuto della singola rappresentazione sia fissato per mezzo del contenuto di altre171. Il bambino, così – spiega Herbart – accoglie le parole nuove in consonanza con quelle già sentite; Don Chisciotte – dice Lazarus – può scambiare i mulini a vento per minacciosi giganti e ciascuno interpretare lo stesso contenuto percettivo in modo diverso, secondo quel che porta in animo. Le operazioni appercettive avvengono in maniera del tutto inconscia e meccanica, in maniera istintiva, sono espressione della vita fisiologica dello spirito172. La categoria di appercezione spiega in termini psicologici il necessario prospettivismo del conoscere e per le sue implicazioni sul piano pedagogico diventa uno dei temi più dibattuti nella seconda metà dell’Ottocento dalla miglior parte 170

Lazarus, Geist und Sprache (1857), cit., pp. 29 e sgg. Lazarus, Geist und Sprache (1857), cit., p. 250 e sgg. e Steinthal, ZS (1857), p. 79 e 87. 172 Cfr. A. Meschiari, Psicologia delle forme simboliche, cit. pp. 122 e sgg. 171

76

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

degli interpreti di Herbart: Schilling, Drobisch, Volkmann, per restare al mondo tedesco, ne propongono numerose esposizioni e interpretazioni173. A partire dal 1857, è a dire dalla trattazione fattane da Lazarus nelle pagine di Geist und Sprache, in cui la lingua è presentata, appunto, come “organo appercettivo” e si usa l’espressione finora inedita di “appercezione linguistica”, Steinthal dà avvio a una rielaborazione in proprio di questo concetto che, senza sovvertire le assunzioni precedenti, ne consente un ulteriore sviluppo. Molto significativo in questo senso è il saggio Zur Sprachphilosophie dello stesso 1857, un saggio scritto immediatamente a ridosso della pubblicazione di Geist und Sprache, ragion per cui abbiamo già avuto modo di citarlo in relazione alla critica rivolta alla nozione di rappresentazione “piena” proposta da Lazarus. Nella prima parte di questo saggio Steinthal discute anche la nozione di appercezione. Durante il processo appercettivo, scrive l’autore, muta sia il contenuto della rappresentazione che deve essere pensata sia il contenuto delle masse rappresentative “forti” già acquisite, attraverso cui quella deve essere pensata. In questo modo l’appercezione è un vero e proprio processo creativo dello spirito, in cui niente di ciò da cui s’origina rimane stabile, un processo che dà vita a qualcosa d’interamente nuovo. Essa, continua l’autore, è il meccanismo basilare del pensiero in tutte le sue forme, la lingua, l’arte e il procedimento logico-concettuale; presiede a operazioni di identificazione, sussunzione e analisi, ai processi creativi dell’arte e finanche alla trasformazione dei sentimenti in rapporti morali ed estetici. La lingua, all’interno di questo sviluppo complessivo dell’esperienza, occupa un posto privilegiato. Parlando, l’uomo appercepisce le sue impressioni e intuizioni, appercepisce la sua interiorità senza voce. La lingua rende poi possibile, in un secondo momento, la mediazione con i concetti e il mondo esterno. Il processo della coscienza linguistica già presentato in Grammatik, Logik und Psychologie – e da noi descritto nel 173

Steinthal, ZS (1857), pp. 72-74. Cfr. Ignazio Volpicelli, Herbart e i suoi epigoni. Genesi e sviluppo di una filosofia dell’educazione, Utet, Torino 2003.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

77

punto a) di questo paragrafo – può essere ora ripresentato alla luce della categoria dell’appercezione. Attraverso vecchie intuizioni serbate nella memoria (masse appercepiente) è accolto un aspetto della nuova intuizione. La massa delle vecchie percezioni esercita un’attrazione sulla nuova in virtù di un elemento comune tra le due. L’appropriazione del nuovo contenuto da parte delle massa già esitente, costituisce il tertium appercettivo, il significato del costrutto linguistico, della parola, mentre il modo di questa connessione è la forma interna della lingua. L’etimo o la “parola caratterizzante”, così guadagnata, fissa definitivamente nel suono un aspetto singolare dell’intuizione, tralasciando gli altri, configurandosi come qualcosa di interamente nuovo e del tutto soggettivo. La parola diventa poi l’aggregato rappresentativo forte per esprimere i giudizi d’identità: “padre!”, “fame”. Queste prime frasi esclamative fungono, quindi, da masse appercettive, condensate nel suono, per nuovi giudizi identitari e via via che i giudizi linguistici di questo tipo si moltiplicano, via via che si determinano predicazioni ulteriori, le parole ampliano il loro spettro semantico e diventano il puntello su cui s’innesta il pensiero concettuale. La lingua, in definitiva, in quanto strumento appercettivo, consente, attraverso le parole, la formazione delle idee e d’idee sempre nuove174: la lingua, secondo la sua propria essenza, la sua origine e il suo fine non è altro che un mezzo appercettivo, un mezzo, che sta tra il regno del singolare e il regno universale delle conoscenze e delle idee, un mezzo attraverso cui il singolare entra in possesso del regno universale, è a dire attraverso cui da un lato ci si appropria della conoscenza già acquisita, dall’altro si produce nuova conoscenza175.

Così la lingua spiega anzitutto la nostra conoscenza come appropriazione soggettiva del mondo interiore. Questa potenza di appropriazione soggettiva è, però, in grado, moltiplicando le sue operazioni, di cogliere lati sempre nuovi dell’in174 175

Steinthal, ZS (1857), pp. 85-90. Steinthal, ZS (1857), pp. 92-93.

78

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

tuizione e delle cose, d’innalzarsi all’universalità e dar voce al concetto. L’appercezione, come Steinthal scrive più accuratamente nella Einleitung in die Psychologie und Sprachwissenschaft del 1871, è la categoria psicologica più duttile perché offre la possibilità di unificare sotto il suo dominio i diversi processi del pensiero e della vita spirituale176. Essa mostra come la psicologia offra alcuni tra gli strumenti più idonei all’analisi dell’esperienza in generale, inserendosi così nel quadro della filosofia genetica e della teoria della fenomenicità, che abbiamo descritto in uno dei paragrafi precedenti. 9. Origine del linguaggio e Verstehen a) Il problema dell’origine della lingua è già, in parte, stato chiarito dalle considerazioni su esposte sulla natura della rappresentazione. La lingua, infatti, coincide per Steinthal con quella fase di sviluppo dell’anima o della psiche segnata dall’avvento della rappresentazione. Essa nasce, dunque, quando la coscienza si trasforma in autocoscienza e il sapere immediato dato nelle sensazioni e nelle intuizioni si trasforma nel sapere mediato dato con l’attività del rappresentare. Le radici di questa soluzione, a prima vista semplice, affondano nel confronto storico-critico con le più importanti teorie sull’origine del linguaggio del Settecento e dell’Ottocento. Da questo stesso confronto, pertanto, è necessario prendere le mosse in questo paragrafo. Steinthal consegnò questa ricostruzione al suo libro forse più fortunato: L’origine del linguaggio in rapporto alle domande ultime di tutto sapere, onorato da ben quattro edizioni (1851, 1858, 1877, 1888) e altrettanti ampliamenti, mentre era ancora in vita. Nella prefazione alla seconda edizione del libro, lo studioso spiega che il primo impulso a occuparsi della questione gli era stato fornito dal trattato sull’argomento letto da Schelling nella seduta dell’Accademia delle Scienze di Ber176 La presentazione esaustiva dei processi appercettivi è data in Steinthal, AS, I (1871), pp. 198-216.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

79

lino del 25 novembre 1850177. Steinthal approvava la premessa schellinghiana secondo cui la questione dell’origine della lingua non può essere trattata isolatamente, «capitolo per capitolo», giacché «il problema», «in tutti i suoi lati», è «strettamente connesso con le più profonde domande di ogni speculazione»178. Similmente, in Grammatik, Logik und Psychologie (1855) si legge che l’origine della lingua non può essere indagata sul piano della causalità storica, giacché «la storia dell’invenzione è realmente compresa» solo quando si conoscono le condizioni spirituali in cui ha avuto luogo e «da ciò, in certa misura, si riesce a derivare l’invenzione stessa e il suo corso»179. È innegabile che per questa via l’autore assumesse una posizione eccentrica all’interno del dibattito glottogonico. L’indagine storica sul momento preciso in cui la lingua è nata, ai suoi occhi, portava necessariamente a ipotesi non comprovabili, dal momento che un documento dell’atto di nascita della lingua è una contraddizione in termini. Accanto a ciò andavano rifiutati anche i diversi tentativi compiuti dai comparatisti per ricostruire l’origine della lingua attraverso il metodo genealogico. Dopo la scoperta dell’affinità tra il sanscrito e le lingue europee, erano proliferate molte opinioni sui rapporti di filiazione all’interno della famiglia indoeuropea, che si raccoglievano attorno a due principali ipotesi: che il sanscrito vedico fosse la lingua originaria da cui erano derivate quelle europee antiche e moderne o che il sanscrito e le altre lingue indeuropee derivassero da una lingua più antica ormai scom177 Steinthal, Prefazione alla seconda edizione (1858) tratto da US II, p. VI. Assieme al trattato di Schelling Steinthal cita quello di Grimm, cfr. rispettivamente: Vorbemerkungen zu der Frage über den Ursprung der Sprache. Gelesen in der Klassensitzung der Wissenschaften in Berlin, 25 November 1850 in F. W. J. Schelling, Sämtliche Werke, sez. 1, vol. 10, Cotta, Stuttgart/Augsburg 1861, pp. 503-510 e J. Grimm, Über den Ursprung der Sprache. Gelesen in der Akademie am 9. Januar 1851, Druckerei der königlichen Akademie der Wissenschaften, 1851. Entrambi possono leggersi in traduzione italiana: J. Grimm – F. W. J. Schelling, Sull’origine del linguaggio, a cura di Giampiero Moretti, traduzione e note di Tristan Weddigen, Marinotti Edizioni, Milano 2004. 178 Schelling, Sull’origine del linguaggio (1850), cit., p. 33. 179 Steinthal, GLP (1855), intra, I, p. 229.

80

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

parsa180. Nell’uno o nell’altro caso, agli occhi di Steinthal, la questione dell’origine era convertita in quella della priorità di una lingua rispetto all’altra e un velo impenetrabile continuava a celare la vera soluzione. La questione era stata impostata filosoficamente in modo appropriato soltanto da Humboldt. Proprio per questo la filosofia di Humboldt, nell’edizione del 1851 di Der Ursprung der Sprache, è posta «al vertice della trattazione», dopo la presentazione delle tesi di Herder e Hamann181. D’altro canto, anche nelle successive edizioni, progressivamente ampliate a nuovi contributi, il perno attorno a cui la soluzione ruota rimane Humboldt. È forse opportuno ripetere, lo abbiamo già accennato nel paragrafo introduttivo a questo saggio, che Steinthal non accoglie il pensiero di Humboldt per intero. Divide piuttosto il lascito imperituro delle ricerche empiriche e delle implicazioni rivoluzionarie che da esse possono essere tratte sul piano teorico, dalla reale consapevolezza che Humboldt ne ebbe. In più passi della sua opera, Steinthal accusa Humboldt d’aver ritenuto la lingua una sostanza, rimanendo, come Kant, entro l’alveo di Spinoza. Ancora nel 1883 scrive a Paul Heyse che Humboldt «si rivela come il più puro degli spinozisti e insieme kantiano, così da rappresentare un tipo del tutto particolare di connessione tra Kant e Spinoza»182. 180 In proposito cfr. S. Timpanaro: Friedrich Schlegel e gli inizi della linguistica indoeuropea in Germania e Il contrasto tra i fratelli Schlegel e Franz Bopp sulla struttura e la genesi delle lingue indoeuropee in Sulla linguistica dell’Ottocento, Il Mulino, Bologna, 2005, rispettivamente pp. 7-56 e 57-103. 181 Steinthal, Prefazione alla seconda edizione (1858) tratto da US IV, p. X. – Per Herder si veda l’Abhandlung über den Ursprung der Sprache (1772) in Herders Sämtliche Werke, B. V, hrsg. von B. Suphan, Weidmann, Berlin 1891, pp. 1-154. Sul trattato di Herder, Hamann era tornato, con corrosiva ironia filosofica, in cinque diverse occasioni cfr. Hamann, Schriften zur Sprache, Suhrkamp, Frankfurt 1967, pp. 9-80. Le Premesse di Schelling, al di là del riferimento ai due autori e un’implicita propensione per Hamann, non contengono una tesi personale sull’origine del linguaggio e per questo Steinthal non inserisce la loro trattazione nella prima edizione del suo libro (1851). Le tesi di Schelling sull’essenza del linguaggio sono invece esposte nell’Introduzione alla filosofia della mitologia (1852) e pertanto Steinthal riprenderà e discuterà accuratamente il contenuto di quest’opera nella II edizione di Der Ursprung (1858). 182 Cfr. Lettera a Paul Heyse del 20 gennaio 1883 in BelLS, II/2, p. 471.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

81

Nelle sue ricerche empiriche, invece, Humboldt aveva squarciato il velo d’incomprensione che da secoli nascondeva la verità sul linguaggio identificandone «l’origine con l’essenza» e trasformando la domanda sulla sua provenienza in quella sulla sua natura183. Grazie alle ricerche empiriche di Humboldt, scrive Steinthal, sappiamo che la lingua non è una cosa, «ein Ding», ma ciò che «in ogni istante» diviene, non «un morto prodotto, ma una continua produzione», «non opera, ergon, ma attività, energeia»184. La lingua, insomma, coincide interamente con lo spirito, ovvero con l’attività, con la soggettività, e non la si può considerare come un suo prodotto o un suo derivato. Nell’opera del vero fondatore della linguistica moderna traluce finanche l’intuizione secondo cui «tanto poco si può considerare la lingua creata dallo spirito, quanto al contrario bisognerebbe dire che è stata lei a creare lo spirito»185. Come ha mostrato dettagliatamente Ringmacher186, in realtà, Steinthal assume la posizione di Humboldt in senso teorico più che filologico e a partire da essa avanza la sua. L’anima diviene spirito, scrive, «poiché in essa sorge la lingua», «dal momento che crea la lingua», l’anima «compie il primo atto spirituale»187. Per queste ragioni, il problema dell’origine della lingua deve essere risolto sul piano psicologico «della descrizione del sorgere dello spirito dalla natura, ovvero dalle attività basse dell’anima»188, piuttosto che sul piano storico o genealogico. Assieme agli approcci storico e comparativista, l’interpretazione psicologica del problema glottogonico metteva in scacco una terza tendenza, maggiormente avversata dallo studioso, perché attecchita con maggior vigore entro la cerchia della linguistica scientifica coeva. Da quando F. Schlegel, recependo i più torbidi stimoli della Naturphilosophie dell’inizio dell’Ottocento, aveva concepi183

Steinthal, US IV (1888), p. 68. Steinthal, US IV (1888), p. 59. 185 Steinthal, US IV (1888), p. 64. 186 Per i riferimenti alla monografia di Ringmacher cfr. Introduzione, nota 2. 187 Steinthal, US IV (1888), p. 110. 188 Steinthal, US IV (1888), p. 111. 184

82

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

to la flessione come una specie di «vegetazione della parola», una miracolosa germinazione della radice189, i nessi istituiti tra linguistica e scienze naturali si erano fatti tanto stretti da far perdere del tutto di vista la natura spirituale e storica delle lingue. Agli occhi di Steinthal queste affrettate e misticheggianti analogie tra linguistica e biologia erano ora progredite tanto da assumere un apparente carattere scientifico nelle opere di August Schleicher, sebbene quest’ultimo, come Bopp, fosse sensibile alla biologia meccanicistica piuttosto che a quella vitalistica190. Schleicher interpretava le lingue come organismi, ricchi di forme grammaticali nella fase aurorale e preistorica, e destinati a impoverirsi e decadere una volta varcata la soglia della storia. Spostato così il problema dell’origine delle lingue nella preistoria, le lingue stesse potevano essere considerate entità a-storiche o schiettamente naturali, la loro nascita poteva essere illustrata dispiegando e trascegliendo tra le diverse ipotesi biologiche relative alla generazione degli organismi191. Ciò che andava perso, comunque, nella generalizzazione di Schleicher, era quel che veramente doveva essere indagato, ovvero il concetto dell’individualità delle lingue, per cui Steinthal faceva ricorso, lo si è visto più volte, alla nozione humboldtiana di forma interna della lingua. La rivendicazione dell’individualità storica delle lingue era in realtà confermata anche dal dibattito biologico e botanico, purché rettamente inteso. Già a partire dal 1855, infatti, Steinthal polemizzava con quegli indirizzi della biologia che riducevano la vita organica, e il concetto di individualità posto al livello degli organismi, alla materia inorganica. In questo senso, ad esempio, andavano le ricerche sulla cellula di Schleiden e Schwann, che tentavano una riconduzione dell’individualità delle piante ad 189 Cfr. Timpanaro, Friedrich Schlegel e gli inizi della linguistica indoeuropea in Germania, cit., p. 30. 190 Sulla fortuna dell’opera di August Schleicher nella storia della linguistica dell’Ottocento si veda: K. R. Jankowsky, Development of Historical Linguistics from Rask and Grimm to the Neogrammarians, in Geschichte der Sprachtheorien, 5, hrsg. von P. Schmitter, Sprachtheorien der Neuenzeit II, Gunter Narr Verlag, Tübingen 1996, pp. 193-215, partic. pp. 203 e sgg. 191 Cfr. Steinthal, PGP (1864), pp. 18 e sgg. (pp. 199 e sgg.) e GLP (1855), intra, I, p. 232 e sgg.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

83

aggregati cellulari dominati da forze meccaniche e da leggi elementari della materia. Senza poter ripercorrere qui il complesso dibattito tra Schleiden e il biologo schellingiano Nees von Esenbeck, Mohl e Schultz192, diciamo solo che Steinthal nelle prime pagine di Grammatik, Logik und Psychologie prendeva le distanze dal tentativo riduzionistico di Schleiden, richiamandosi soprattutto all’Allgemeine Physiologie (1851) di Lotze e all’Handbuch (II, 1840) di Müller. L’individualità degli organismi, a suo giudizio, andava considerata come una complessità guadagnata non per aggregazione, ma per trasformazione (Umgestaltung), in modo tale che il semplice, nell’intreccio con le altre forze, divenisse in qualcosa di assolutamente diverso193. Questo significava che la vita, fosse essa situata al livello della cellula, dei tessuti o di altri costituenti, rimaneva dominata da un principio di organizzazione individuale irriducibile all’azione di forze e leggi fisico-meccaniche. Se, dunque, all’interno delle scienze era necessario far ricorso al concetto di individualità organica, a maggior ragione era necessario mantenere questo approccio olistico nell’ambito degli organismi linguistici; anche l’individualità delle lingue, come quella degli organismi naturali, non poteva essere concepita nei termini di uno sviluppo per stadi o gradi, non poteva essere sussunta entro leggi universali. Persino alla luce di una riflessione sugli esiti del dibattito biologico e botanico più aggiornato, Steinthal prendeva le distanze da Schleicher e dal nesso tra linguistica e biologia. Alla luce di quelle discussioni, era piuttosto necessario stringere il nesso tra individualità delle lingue e istinto spirituale dei popoli, e, ancora, tra individualità delle lingue e storia delle produzioni spirituali di un popolo. 192 In proposito si veda Julius Sachs, Geschichte der Botanik von 16. Jahrhundert bis 1860, Oldenbourg Muenchen 1875, pp. 202 e sgg; Olaf Braidbach, Schleidens Kritik an der spekulativen Naturphilosophie in Schleiden, Schellings und Hegels Verhältnis zur Naturwissenschaft, hrsg. von Olaf Braidbach, VCH, Weinheim 1988, pp. 1-56, Karl Mägdefrau, Geschichte der Botanik, Fischer, Stuttgart 1973, pp. 161-165; Emanuel Rádl, Geschichte der biologischen Theorien in der Neuzeit, II, Engelmann, Leipzig 1909, pp. 63-75. 193 Steinthal, GLP (1855), pp. 18-22.

84

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

Offrono un’immagine chiara degli indirizzi di studi linguistici su citati e della eccentricità della posizione di Steinthal rispetto ad essi anche le pagine conclusive dedicate alla Sprachwissenschaft nella Encyklopädie und Methodologie der philologischen Wissenschaften (1877) di Boeckh. Nelle lezioni universitarie, di cui quest’opera postuma raccoglie le tesi fondamentali, il filologo tedesco osservava che la storia della lingua si divide in due rami, la Sprachkunde o linguistica generale e la grammatica delle singole lingue. Mentre la prima è rivolta al livello più basso dello sviluppo delle lingue, alle etimologie e ai rapporti sintattici, le grammatiche speciali indagano il lato artistico e individuale delle lingue. Proprio questa suddivisione, secondo Boeckh, aveva portato autori come E. Curtius, Schleicher e Max Müller a considerare l’ambito della Sprachkunde come la parte naturale e le grammatiche speciali come la parte storica e culturale della linguistica. Ma la lingua, scrive Boeckh, «anche in relazione alla parte naturale è un prodotto dello spirito umano e in nessun punto può essere considerata un prodotto della natura». Nel sostenere che la linguistica è sempre ricostruzione storica, Steinthal aveva agli occhi di Boeckh pienamente ragione194. b) Quest’ultima riflessione ci conduce all’indagine del ruolo che la comprensione gioca nel processo linguistico e, più in particolare, nella nascita della lingua. Nell’istituire il nesso tra origine del linguaggio e comprensione, Steinthal segue consapevolmente Humboldt: «è stato un grande servizio di Humboldt l’aver mostrato come il parlare e il comprendere si coappartengano sempre, che essi sono concetti relativi – e la domanda: come sorge la lingua? Coincide con l’altra com’è possibile la comprensione?»195. Se lo studio dell’origine del linguaggio implica la comprensione, esso non può certo risolversi nella creazione o nella scoperta di un singolo, deve 194

Boeckh, BoeEM (1877), II, pp. 726-727. Cfr. in proposito C. T. Craig, Reflex Sounds and The experiential Manifold: Steinthal on the Origin of Language in Theorien vom Ursprung der Sprache, hrsg. von W. von Rahden und J. Gessinger, W. de Gruyter & Co., Berlin 1989, pp. 523-547. 195 Steinthal, US 1 (1851), p. 12

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

85

rimandare all’opera di una collettività, al movimento spirituale di un popolo. Quest’ultima affermazione deve essere intesa nelle sue implicazioni filosofiche. Lo spirito collettivo, abbiamo visto nel paragrafo 2, non è un’entità sovraindividuale e nemmeno la somma degli individui. A ciò possiamo ora finalmente aggiungere che esso è la struttura interindividuale che si costituisce nel linguaggio. Il comprendere, l’attività interindividuale è l’embrione della parola, letteralmente “del parlare”: «verstehen ist der Keim des Sprechens»196. Come per la tradizione dell’ermeneutica linguistica, per Steinthal, la comprensione è un evento interamente spontaneo e inintenzionale, “immediato” abbiamo detto nel paragrafo 6, riferendoci all’ “interpretazione comune”. Un evento, aggiungiamo ora, costitutivo del linguaggio: «la comprensione è il punto spirituale da cui la lingua balza fuori»197. Prima di spiegare in che senso e in che modo la lingua balzi fuori dalla comprensione reciproca, ovvero dal popolo, dall’uomo sociale, bisogna dire che Steinthal pone nella simpatia, o concordanza delle predisposizioni spirituali, la condizione di possibilità di questa comprensione originaria. Ora, la consonanza originaria o simpatia è illustrata dall’autore in diversi passaggi della sua opera. In generale viene presentata come un’analogia di tratti fisici e fisiologici e una consonanza di tonalità sentimentali ed espressive, che lega tra loro individui appartenenti a gruppi, comunità e popoli. In riferimento ad essi, scrive: «ciò che pensa l’uno lo pensa anche l’altro e l’altro articola i suoni come il primo»198. In un ospedale, un’intera sala piena di malati ha gli stessi spasimi che i malati hanno prima scorto in uno solo. La danza di San Vito, la tarantella, l’esaltazione delle baccanti, dei rivoluzionari, la sete di sangue dei terroristi, il coraggio delle truppe d’assalto, e molte altre cose, ci mostrano l’effetto di questa simpatia attraverso cui l’uomo è sospinto, senza in196

Steinthal, ZS (1857), p. 209. Steinthal AS I (1871), p. 372. 198 Steinthal, AS (1871), p. 387 e GLP (1855), intra, I/ §. 102. 197

86

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

tenzione, qualche volta anche contro la propria intenzione, a fare quello che vede fare199.

In ragione di questa simpatia, “l’altro” entra nella sfera del “sé” sin dal processo di formazione della coscienza, e, in particolare, in quel punto in cui la coscienza si trasforma in autocoscienza. “L’altro”, come componente costitutiva del “sé”, rompe insomma l’adamantina identità dell’autocoscienza, e questa è un’altra delle ragioni per cui i confini dell’impostazione idealistica sono forzati nella direzione di una filosofia del dialogo e del colloquium200. Bisogna ora, però, soffermarsi sull’argomentazione con cui Steinthal mostra che la lingua balza fuori dalla comprensione reciproca, sulla dimostrazione che tra comprensione e lingua si istituisce un legame originario. Nel testo del 1871 lo studioso propone una finzione letterario-etnologica come exemplum che spiega la “legge”. Bisogna partire dalla premessa che affinché un suono sia significativo e diventi lingua, deve essere “inteso” o appercepito. Questo processo di appercezione del suono, di associazione del suono a una serie di sentimenti in199

Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 317. Johachim Wach e più tardi Gadamer, che in generale però vi accenna soltanto, si sono accorti del ruolo che il pensiero di Steinthal gioca all’interno dell’ermeneutica dell’Ottocento e in particolare dell’ermeneutica linguistica che ha preso avvio da Humboldt. Cfr. J. Wach, Die hermeneutische Lehre Steinthals in Das Verstehen, Grundzüge einer Geschichte der hermeneutischen Theorie im 19. Jahrhundert (1933), cit., pp. 207-250. Per Gadamer, soprattutto Wahrheit und Methode, Gesammelte Werke, 1, Hermeneutik/I, cit., p. 410 e Gesammelte Werke, 2, Hermeneutik/II, pp. 15, 99, 464 (scritti rispettivamente del 1985, 1968 e 1972). In proposito si veda anche M. Ferraris, Storia dell’ermeneutica, Bompiani, Milano 1988, pp. 143-147. Il testo di riferimento dell’ermeneutica linguistica è la terza parte di Verità e metodo: Svolta ontologica dell’ermeneutica lungo il filo conduttore del linguaggio. Sull’ermeneutica linguistica all’interno del dibattito filosofico contemporaneo si vedano: Donatella Di Cesare, Essere e linguaggio nell’ermeneutica filosofica in “L’essere che può essere compreso, è linguaggio”. Omaggio a Hans-Georg Gadamer, a cura di D. Di Cesare, Il Melangolo, Genova 2001, pp. 7-27 e Id., Utopia del comprendere, Il Nuovo Melangolo, Genova 2003. Sull’ermeneutica linguistica di Humboldt si veda la già citata introduzione di Donatella Di Cesare a HuDL, in particolare pp. LXXXIV e sgg. 200

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

87

terni ed eventi esterni, può avvenire solo attraverso il vedere rispecchiato nell’altro, in chi ascolta, lo stesso sentimento che il suono suscita in chi parla. Due uomini primitivi, ad esempio, imparano ad associare l’urlo al sentimento di pericolo e alla circostanza rischiosa insieme. Vedo un pericolo, lo temo ed emetto un urlo. Qualcuno ascolta l’urlo, esso risveglia in lui l’immagine del pericolo e lo induce a scappare. Così, vedendo l’altro, imparo che l’urlo da me emesso è associato al sentimento di paura emerso al cospetto di una certa immagine; vedendo rispecchiato nell’altro il legame che si istituisce tra suono e interiorità, capisco quello che si era istituito in me, capisco il significato del suono e da ciò sgorga la prima forma di autocoscienza, l’autocoscienza linguistica201. Il suono si trasforma in lingua, dall’urlo balza fuori la parola, solo perché l’urlo è stato compreso attraverso l’altro, solo perché l’altro mi ha offerto un’immagine speculare di me. «Colui che parla», spiega Steinthal, «comprende se stesso e il suo suono, comprendendo colui che ascolta, il quale attraverso il suo fare e i suoi suoni, dà notizia che ha accolto la sensazione di chi parla per ciò che veramente è»202. Pertanto la comprensione è posta nel cuore stesso del processo di formazione dell’autocoscienza, lì dove sgorgano la lingua e la prima percezione di sé. «Autocoscienza linguistica», continua l’autore «significa comprendere se stessi, comunicazione, di colui che parla, con se stesso», ma uno si comprende solo dal momento che si vede «comprendere dall’altro» e questo «è l’inizio della lingua»203. Per questo Steinthal definisce la lingua «il prodotto dello spirito collettivo, la sua autocoscienza»204. L’uomo – scrive nel 1855 – in origine, pensa sempre in comunità e pensare è per l’uomo primitivo parlare. Egli parla con l’altro perché è uomo con l’altro e perché l’essere uomo è pensare, e il pensare umano è originariamente parlare; di conseguenza il convivere è colloquio205. 201

Steinthal, AS (1871), pp. 372-375 (§§. 498-500). Steinthal, AS (1871), p. 385. 203 Steinthal, AS (1871), p. 386. 204 Steinthal, AS (1871), p. 387. 205 Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 317. 202

88

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

E nel 1860: la lingua ha particolare importanza per la formazione dello spirito del popolo stesso [giacché] in quanto organo universale dell’appercezione spirituale, causa l’appercezione di una persona per mezzo di un’altra persona, attraverso il cui processo, le persone si accolgono reciprocamente l’una nell’altra in modo tale da costituire un popolo e da determinare in sé lo spirito del popolo206.

Attraverso la lingua, dunque, non si appercepisce solo il proprio mondo interiore, come abbiamo detto nel paragrafo precedente, ma contemporaneamente si appercepiscono gli altri e il mondo interiore degli altri. È questa la ragione vera per cui è necessario passare dall’individuo inteso come monade all’individuo sociale, la vera ragione per cui è necessario passare da una psicologia individuale a una psicologia collettiva o dei popoli: «l’individuo non può esser compreso perfettamente senza il riferimento alla comunità spirituale in cui è nato e vive»207. La possibilità stessa della comunicazione come dato empirico-pragmatico non poggia sugli atti linguistici degli individui singolarmente intesi, ma sul fatto che una previa comprensione tra essi sia già avvenuta. Lo spirito storico-individuale, insomma, è sempre intrecciato allo spirito collettivo, è un prodotto dell’interazione spontanea e simpatetica degli uomini. Lì dove la simpatia originaria capace di produrre la comprensione s’interrompe, scompare anche la possibilità che ci si capisca attraverso la comunicazione intenzionale. Lo si vede in ogni fenomeno della vita quotidiana: «ascoltate le dispute dei partiti e apprenderete come risuona ininterrottamente: voi non ci capite»208! c) Bisogna chiedersi, infine, quali siano le implicazioni ideologiche dell’interpretazione dell’origine del linguaggio proposta dallo studioso. Da un lato, in linea con una consistente tradizione della filosofia sensistica e materialistica 206

Lazarus-Steinthal, EGV (1860), intra, II, p. 40. Steinthal, GLP (1855) intra, I, p. 388. 208 Steinthal, AS (1871), p. 387. 207

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

89

del Settecento, Steinthal ritiene che il linguaggio nasca dal basso, abbia origine ferina. Esso, come s’è visto, è anzitutto un movimento riflesso, si sviluppa come effetto della complessione fisica e dell’organizzazione funzionale del sistema nervoso dell’uomo, «quot membra tot linguae», scrive l’autore nel 1855 e ripete nel 1871. D’altro lato, però, gli elementi che abbiamo appena descritto: la comprensione originaria, la tonalità spirituale, la simpatia da cui promana la forma interna della lingua di un popolo, rimandano a un dato essenzialmente connaturato all’uomo in quanto uomo. L’elemento davvero notevole della concezione di Steinthal è che questa struttura spirituale, pur essendo qualcosa di qualitativamente diverso, non è separata e priva di rapporti con la complessione fisica, con il contesto ambientale ed etologico. Prima di mostrare quali siano le trame di questo rapporto tra costituzione psichica e fisica, va subito osservato che nell’attribuzione all’uomo di una struttura psico-fisica invariabile si annida lo spettro dell’origine divina o soprannaturale dei fenomeni linguistici, che Steinthal aveva così fieramente combattuto nei suoi predecessori, senza davvero riuscire a estirparla da sé. Lo studioso, infatti, nella fase centrale della sua meditazione, innalza un vallo tra la costituzione corporea dell’uomo e quella degli animali. La sua argomentazione richiama le pagine dedicate da Herder al confronto tra uomo e animale nel Saggio sull’origine del linguaggio (1772). Pagine, in cui il filosofo tedesco interpretava la carenza di forti istinti e di attitudini specifiche innate nell’uomo, la mancanza di un contesto ambientale adatto alla sua costituzione, il suo svantaggio fisico, insomma, come un vantaggio spirituale. La facoltà o potenza del linguaggio, infatti, costituiva per Herder, secondo l’espressione di Gehlen, il risarcimento per quella dispersione degli appetiti, un privilegio, per l’uomo, che scaturisce dal «centro della sua deficienza»209. Steinthal affronta la questione in un paragrafo del libro del 1855, poi ripreso nel 1871: 209 J. G. Herder, Saggio sull’origine del linguaggio (1772), ed. it. a cura di A. P. Amicone, Pratiche editrice, Parma 1995, pp. 46-58 e A. Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, tr. it. a cura di C. Mainoldi, Feltrinelli, Milano 1983, p. 112.

90

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

Comparazione dell’anima degli animali e degli uomini 210. La forza delle sensazioni dovuta alla particolare ricettività degli organi sensori degli animali è ignota agli uomini, ma la tenue ricettività degli organi umani è compensata da una loro maggiore interconnessione. Dallo svantaggio fisico, così, l’uomo ricava un vantaggio per l’organizzazione complessiva della vita interiore. In lui il movimento riflesso non esaurisce l’energia interiore e questa, pertanto, può accumularsi e conservarsi fino a creare un’eccedenza capace di dar corso alla vita dello spirito. La lingua è l’effetto di questa eccedenza, rientra nella sfera delle energie non consumate. Lo si è già detto, Steinthal, facendo tesoro dell’analisi fisiologica e psicologica più avanzata di quegli anni, desiste dalla seduzione secolare di isolare la psyché dal soma. E, tuttavia, questo notevole risultato non basta a mettere fuori pericolo la nozione di uomo da una sua sussunzione entro la sfera dei concetti religiosi. Si legga questo passaggio: potremmo esprimere la differenza tra anima umana e animale, dicendo, brevemente, che l’animale ha un’anima; ma l’anima umana non è, in senso proprio, anima, bensì spirito sopito e diverrà spirito desto nel momento in cui è scomparsa una certa pressione e si è accumulata una certa forza […] l’anima animale è l’anima cristallizzata; l’anima umana, al contrario, è lo spirito già presente, ma non ancora giunto a maturazione211.

Il linguaggio, o lo spirito, è dunque una disposizione essenziale che appartiene solo all’uomo e gli appartiene in potenza, è a dire da sempre e per sempre. Per quanto la lingua non sia manifestazione delle funzioni alte dell’intelletto, per quanto sgorghi spontaneamente e in modo inconscio e per quanto, tra le disposizioni spirituali, sia la meno lontana dalla vita biologica, nel presupposto che l’uomo, tra i viventi, sia l’unico in grado di sviluppare lo spirito, che egli sia da sempre depositario del germe potenziale della lingua, rimane un retaggio 210 211

Steinthal, GLP (1855), pp. 271-292 e AS I (1871), pp. 332-358. Steinthal, GLP (1855), intra, I, p. 302.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

91

dell’origine divina del linguaggio. La sua essenza linguistica, infatti, pone l’uomo, come nella tradizione biblica, al centro dell’universo, gli assegna una superiorità di grado, un privilegio di rango e lo rende signore della storia, da cui gli altri esseri sono destinati a rimanere esclusi. Lo spirito linguistico, che non si forma storicamente, è posto “per essenza”, e dunque, lo si voglia o no, rimanda al concetto di creazione. Nella terza edizione (1877) di Der Ursprung der Sprache, Steinthal, sospinto dal suo allievo prediletto Glogau a rimeditare il problema dell’origine della lingua in rapporto alla teoria della discendenza, dichiarava e criticava il suo stesso errore e denunciava il formalismo della prospettiva antropocentrica212. Chiariva che il genus homo non deve essere concepito come una specie astratta, predisposta da sempre a processi psicologico-linguistici stabili 213. L’uomo, piuttosto, come insegna la teoria della discendenza, è un prodotto della storia delle specie e le leggi che presiedono alla formazione della coscienza sono anch’esse storiche. Quando sgorga la lingua, quando il primo universo dei significati sorge, sorge la coscienza e con essa l’uomo, che non può preesistere a quell’evento. Nascendo alla storia, l’uomo nasce sempre di nuovo, sempre diverso, come sempre nuova e diversa è la parola che sgorga. Steinthal dispiega così il piano di un’antropologia storica e culturale e, nella fase conclusiva del suo pensiero, propone una riconsiderazione complessiva dei rapporti di psicologia generale e psicologia dei popoli, di scienza e storia: La psicologia generale ha solo a che fare con leggi e forme astratte dei processi spirituali. La lingua, però, è una creazione concreta […] pertanto si mostra che la psicologia generale, mentre da un lato costituisce la base razionale per la psicologia dei popoli, dall’altro dipende da quest’ultima. Si mostra che le forme e leggi stesse dei processi psichici hanno uno sviluppo storico214. 212 Glogau, Zur Seelenfrage. Kritik von Steinthals Ansicht über Menschen- und Tierseele in ZVS, VIII (1875), pp. 385-428. In proposito, cfr. Meschiari, Psicologia della forme simboliche, cit., pp. 130-135. 213 Steinthal, US 3 (1877), pp. 304 e sgg. 214 Steinthal, US 3 (1877), pp. 305-306.

92

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

Dal momento che la lingua non è una disposizione essenziale data da sempre e posta per sempre, dato che essa, come l’uomo con cui coincide, non è una categoria metafisica stabile, non può nemmeno essere considerata soggetta a leggi eterne. La psicologia dei popoli, secondo queste riflessioni conclusive, deve essere concepita non solo come una psicologia sociale, che studia la lingua come fenomeno originariamente collettivo, inscindibile dalla comprensione reciproca e dall’inclusione dell’altro nella sfera dell’io, ma anche come fenomeno eminentemente storico, che studia la nascita dell’uomo in un momento preciso di una connessione più ampia, rappresentata dalla specie. La psicologia generale, pertanto, deve poggiare sullo studio storico-genetico dei fenomeni psichici collettivi e assumere le leggi solo in via ipotetica. Questo consente di attribuire alle stesse leggi psicologiche un carattere contingente, di porre tali leggi in rapporto alle connessioni complessive del pensiero, di intenderle in termini genetici. Anche qui si tratta di una concettualità che si arrichisce di determinazioni sempre nuove ed è indefinitamente integrabile. 10. Classificazione delle lingue a) Come il problema dell’origine del linguaggio, quello della classificazione delle lingue ha una lunga storia e notevoli implicazioni ideologiche. Nel corso dell’Ottocento dare una classificazione delle lingue significò spesso esprimere un giudizio di valore sui popoli che le parlavano. Uno dei luoghi comuni della teoria della classificazione fu, ad esempio, l’assegnazione di un primato alle lingue flessive del ceppo indoeuropeo, o, come a volte ci si esprimeva, indo-germanico215. Al primato linguistico era poi associato quello spirituale e morale, sociale ed economico. Il primato linguistico si configurava così come il segno più tangibile della civiltà che sopravanza la barbarie, dell’uomo colto destinato a educare il selvaggio, e dei vari altri binomi oppositivi che funsero via via 215

Cfr. intra, II/ nota 28.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

93

da copertura ideologica per la violenza perpetrata contro popoli e territori di conquista nella prima fase dell’imperialismo ottocentesco. Esemplare in questo senso sono le vicende di Friedrich Schlegel e del barone Eckstein, le cui riflessioni sulla lingua s’intrecciavano a filosofie della storia teleologiche e gerarchiche, ma questo nesso potrebbe essere seguito in molti altri pensatori della prima metà dell’Ottocento. Celine Trautmann-Waller, nella sua monografia su Steinthal, scrive: Steinthal critica i principi allora in voga di classificazione delle lingue in ragione delle gerarchie che implicano e dell’ideologia della superiorità delle lingue indoeuropee, ovvero dei popoli indoeuropei che le hanno fondate. Egli contribuisce in questo modo a far evolvere la classificazione verso una tipologia, organizzata a suo parere attorno alla nozione di «forma interna»216.

Prendendo spunto da queste riflessioni, in quest’ultimo paragrafo, dobbiamo valutare in che misura la teoria della classificazione di Steinthal contribuisca a quella trasformazione del concetto classico di umanesimo, che abbiamo proposto come contenuto filosofico del suo pensiero. A mio parere, se Steinthal taglia davvero i ponti con il paradigma indoeuropeo e apre alla tesi dell’equipollenza di lingue flessive e cinese, la sua classificazione – come accennavo all’inizio di questo saggio – non rompe interamente con un paradigma spiritualistico e valutativo e rimane segnata da forti tensioni e oscillazioni. Di ciò può essere forse utile, in conclusione, cercare di intendere le ragioni. La gran parte dei tentativi di suddivisione delle lingue proposta dai comparatisti e dagli storici della prima metà dell’Ottocento, a partire da Friedrich Schlegel fino a Pott, poggia su un modello di classificazione lineare e progressivo. Alla base di esso stanno le lingue isolanti come il cinese: lingue prive di rapporti grammaticali, costituite solo da elementi materiali o 216 Trautmann-Waller, Aux origines d’une science allemande de la culture, cit., p. 10.

94

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

da radici. Più in alto si trovano le lingue agglutinanti, costituite da elementi materiali congiunti a elementi formali, normalmente individuati nelle desinenze; e all’apice le lingue flessive, in cui le radici creano le desinenze, piuttosto che associarsi ad esse in modo meccanico, come avviene nelle lingue agglutinanti. Rispetto a questo modello generale, naturalmente, i linguisti tedeschi della prima metà dell’Ottocento dibatterono e si divisero anche su punti sostanziali. Bopp, ad esempio, riconduceva le desinenze del sanscrito, cioè della lingua flessiva per eccellenza, a radici pronominali originariamente separate, riducendo così la flessione a processi più raffinati di associazione meccanica. Nella dissertazione dottorale del 1847 sul pronome relativo anche Steinthal attribuisce al pronome una funzione linguistica materiale217, ma non, come fa Bopp, per sottolineare la natura meccanica dell’associazione di desinenze e radici, bensì per mostrare che anche i processi di agglutinazione sono forme rozze di flessione. Ciò a suo giudizio suggeriva che le lingue allora considerate agglutinanti, come il tartaro, il finnico, il turco, sono, come quelle propriamente flessive, lingue provviste di forma. In questo modo iniziava a prender corpo in Steinthal l’idea che alla tripartizione morfologica classica fosse necessario sostituire una bipartizione fisiologica di tutte le lingue entro le classi delle lingue provviste di forma (Sprachen mit Formen o Form-Sprachen) e delle lingue prive di forma (Formlose Sprachen). A partire dal saggio sulla classificazione del 1850, fino al libro sui principali tipi delle strutture linguistiche del 1860, l’autore lavorò a supportare teoreticamente ed empiricamente questa tesi218. Anche in questo caso, in polemica con Pott, Steinthal riteneva che la classificazione così concepita potesse essere tratta da una lettura selettiva dell’opera di Humboldt219. Già da alcuni passi dell’Introduzione alla Lingua Kawi, infatti, si evinceva che la tripartizione delle lingue in flessive, agglutinanti e isolanti è astratta perché in ciascuna lingua è dato trovare sia processi di flessione sia processi di agglutinazione sia processi misti, 217

Steinthal, PR (1847), pp. 11. Steinthal, CS (1850), pp. 80 e sgg. e Steinthal, CTS (1860), p. 327. 219 Steinthal, OP (1852), pp. 8-9. 218

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

95

mentre la bipartizione è concreta perché, lasciate da parte le suddivisioni estrinseche, rimanda soltanto alla capacità dello spirito dei popoli di creare strutture grammaticali. Se i processi di agglutinazione e flessione si trovano in misura diversa in ogni lingua provvista di grammatica, se non è possibile separare nettamente tra lingue agglutinanti e flessive, l’unica differenza che è possibile tracciare tra le lingue è la differenza tra quelle provviste e quelle prive di forme grammaticali. Le lingue provviste di forma, secondo Steinthal, sono quelle lingue che hanno sviluppato elementi formali propriamente linguistici, le lingue prive di forma quelle che non hanno avuto la forza di farlo ed esprimono i rapporti del pensiero soltanto attraverso elementi linguistici materiali220. La bipartizione individuata da Steinthal, dunque, poggia sul principio che grammatica e logica siano separate, che le forme del pensiero, le relazioni concettuali, non abbiano un corrispettivo linguistico necessario, ma possano essere espresse sia da elementi linguistici propriamente formali sia da elementi linguistici materiali. La tripartizione classica, al contrario, poggiava proprio sull’assunzione del punto di vista della grammatica-logica. Infatti, se le relazioni tra i concetti, le forme del pensiero, coincidono con quelle della lingua, le lingue isolanti, prive di elementi formali, occupano il gradino più basso della classificazione perché non possono esprimere adeguatamente i rapporti tra i concetti, mentre le flessive, in cui gli elementi formali si trovano in grado più alto e complesso, occupano l’apice. Una volta, però, che la corrispondenza di forme del pensiero e della lingua è spezzata, è possibile riconoscere a lingue radicali, come il cinese, o ad altre lingue agglutinanti, la capacità di esprimere a pieno, da un punto di vista materiale, i rapporti concettuali. E quando si voglia stabilire che posto, ad esempio, il cinese occupi all’interno della classificazione delle lingue, bisognerà tornare a studiarlo da un punto di vista prettamente linguistico e senza occuparsi delle forme concettuali, bisognerà cioè intendere in che modo il cinese è stato capace di sopperire alla povertà di forme grammaticali e guadagnare un posto all’apice della classifica220

Steinthal, GLP (1855), intra, I/ §§. 127 e 128.

96

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

zione, accanto a lingue flessive “esemplari” come il sanscrito e il greco. L’unico criterio valido, oggettivo, per la classificazione rimane dunque la forma interna della lingua, mentre le partizioni legate ai suoni e quelle legate all’espressione dei rapporti concettuali sono valutate per quel che sono, criteri soggettivi e arbitrari221. È questo il punto di vista argomentato nell’ultimo capitolo di Caratteristica dei principali tipi di struttura linguistica (1860): le lingue stesse devono dirci come stanno l’una rispetto all’altra; noi dobbiamo interrogarle ed esse stesse devono rivelarsi a noi come gradi determinati dello sviluppo. Dobbiamo volgerci alla loro essenza interna […] la critica oggettiva non crea o assume nessun criterio, ma lascia che esso si dia222.

Non giudicare le lingue secondo criteri extralinguistici (logici o univocamente fonetici), evincere l’ordinamento e la disposizione delle lingue secondo una misura interna, significava, oltre tutto, sottrarre la classificazione a logiche soggettive, a interessi inconsciamente o consciamente “politici”, in definitiva, eradicarla dal sottobosco delle ideologie. Fin qui senz’altro Steinthal si divincola dalle interpretazioni gerarchie e dai criteri allotri – anzitutto quello della logica – su cui quelle gerarchie sono fondate. La questione che a questo punto si pone, però, è se Steinthal, con ciò, sia compiutamente riemerso dalle secche in cui larga parte della cultura e della mentalità romantica ottocentesca restava impigliata. A ben guardare a questa domanda bisogna rispondere negativamente. La visione gerarchica delle lingue e dei popoli non era davvero scalzata, giacché ciò avrebbe richiesto una riformulazione in maggior misura radicale dell’immagine dell’uomo, avrebbe richiesto un’antropologia costruita a partire dalla singolari221 In proposito si veda Mario Barba, Lautform, innere Sprachform, Form der Sprachen: Il problema della comparazione e classificazione delle lingue in Heymann Steinthal in Leibniz, Humboldt and the Origins of Comparativism, hrsg. Von Tullio De Mauro und Lia Formigari, John Benjamins, Amsterdam und Philadelphia 1990, 263-280. 222 Steinthal, CTS (1860), p. 312.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

97

tà e irriducibilità dei bisogni materiali e spirituali dei popoli. La gerarchia piuttosto, nel quadro di Steinthal, subiva uno spostamento dall’esterno all’ “interno”. Una volta sciolte da criteri soggettivi e allotri di classificazione, infatti, le lingue presentano comunque agli occhi di Steinthal, una progressione, delineano comunque una scala di valori ascendenti. Da un lato l’autore afferma che la classificazione non permette una comparazione tra le lingue, giacché ciascuna lingua realizza un concetto linguistico caratteristico, è un sistema chiuso, indifferente ai concetti realizzati dalle altre: «il porre un livello più basso e uno più alto è un’operazione che rimane estranea alla lingua stessa, un fare soggettivo; come il “comparare” è in generale un’attività soggettiva dal momento che le cose non si comparano tra di loro»223. In questa stessa direzione vanno altre affermazioni che è possibile rintracciare nelle opere dallo studioso dedicate a questo problema. L’affermazione, ad esempio, dell’impossibilità di una progressione lineare della classificazione o quella della coincidenza dell’idea della lingua con l’organismo di tutte le lingue e, infine, il paragone dell’ “organismo” a un albero i cui rami volgono da ogni parte, intrattenendo l’un con l’altro molteplici rapporti224. Tutte tesi, che testimoniano l’equipollenza e la pari dignità delle lingue e dei principi individuali che le sorreggono. Eppure, in altre pagine di quella stessa opera, si legge che il compito della classificazione è quello «di esporre il progresso che nelle diverse lingue dà notizia di sé», «i diversi gradi del loro ascendere», la misura della loro perfezione o compiutezza. E, se ogni lingua persegue un fine suo e “nei singoli casi” non può essere deciso per l’una o per l’altra, è pur vero che «nella classificazione delle lingue, nel complesso, una scala si dà»225. Affermazioni, dunque, che vanno nel senso opposto, di una interpretazione gerarchica. Non meno tormentata è l’enunciazione dei criteri di qualificazione delle differenze tra le lingue. Essa fa perno su una teoria teleologica di stampo naturalistico, che dispiega i con223

Steinthal, CTS (1860), p. 314. Steinthal, CTS (1860), p. 105. 225 Steinthal, CTS (1860), p. 106. 224

98

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

cetti di bisogno, fine, forza, capacità226 e ricorda da vicino modelli di classificazione delle scienze del vivente, ancora intrisi di aristotelismo: l’uomo trova nella scimmia e nella rosa capacità, forze, momenti concettuali che nel polipo e nel fungo non sono presenti, e dal momento che attraverso la considerazione di questi ultimi conosce una carenza è sospinto più in alto. – Con la stessa evidenza – abbiamo nostalgia, nel birmanico, di qualcosa che conosciamo dal greco e pertanto siamo sospinti da quello a questo227.

Steinthal sottolineò sempre la dimensione storico-spirituale delle lingue e quindi l’utilizzazione di modelli classificatori naturalistici non è volta a comprimere le lingue entro una dimensione materiale e biologica, ma è volta alla determinazione di una «misura oggettiva» della classificazione, che si «mostri da sé». Oggettiva e non soggettiva, spirituale e non materiale, questa “misura interna” mostra, comunque, che nel birmanico manca qualcosa che è invece presente nel greco e pertanto, “nel complesso”, una scala di valore delle lingue, oggettiva e spirituale, si dà228. Al di là delle forti oscillazioni che si sono dette, nell’organismo delle lingue si profila uno sviluppo per stadi (Stufenentwickelung) secondo cui non tutte le lingue e non tutte le culture hanno pari dignità spirituale: vi sono lingue prive di forma (le polinesiane, altaiche, messicane, azteche)229 e popoli privi di cultura, scrittura e storia. Le categorie di “perfezione della lingua”, “civiltà” e “storicità dei popoli”, come si vede, non vengono completamente abbandonate. L’individuale, certo, non è più assoggettato al movimento dell’universale, ma in esso tuttavia l’universale si esprime in gradi di compimento diversi. In conclusione bisogna dire che, se la visione gerarchica non è più fondata sulla teoria dei gradi ascendenti della co226

Steinthal, CTS (1860), 314. Steinthal, CTS (1860), p. 315 e 316. 228 Steinthal, CTS (1860), 313. 229 Steinthal, CTS (1860), pp. 148-230. 227

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

99

scienza o sul paradigma indo-europeo, con le venature nazionalistiche che vi si addensano, essa permane come qualificazione del diverso sviluppo psicologico-linguistico dei popoli. La scala gerarchica qui ha mutato pelle, il ceppo indoeuropeo non ne occupa più l’apice; accanto ad esso, pari per valore, si trovano il ceppo cinese e quello semitico. Ciò, tuttavia, non fa retrocedere Steinthal dall’idea che una gerarchia esista, semplicemente tale gerarchia è costruita su un modello storicopsicologico piuttosto che naturalistico. b) La distinzione tra gerarchia naturalistica e storico-psicologica dà luogo nell’Ottocento a forme differenti di giustificazione della superiorità dei popoli. È noto che le teorie antropologiche ed etnologiche fondate sulla nozione di razza ed elaborate soprattutto nella prima metà di quel secolo, hanno spesso svolto una funzione di copertura ideologica delle forme più abiette di sfruttamento e sterminio. Le teorie razzistiche producevano una despecificazione di tipo naturalistico230, nel cui quadro erano motivati ora la tratta degli schiavi ora lo sterminio di massa dei pellerossa d’America, quello degli idigeni del Congo per mano dei belgi, quello della setta indiana dei Thugs da parte degli inglesi e molte altri delitti di massa avvenuti nelle prime fasi del colonialismo. Anche le persecuzioni e le ghettizzazioni degli ebrei a partire dall’Ottocento sono giustificate con i modelli argomentativi della despecificazione naturalistica, piuttosto che con il ricorso alla tradizionale accusa di deicidio231. La classificazione delle lingue e dei popoli proposta da Steinthal, con tutte le oscillazioni che si sono viste e che è sempre utile tenere a mente, è d’altro tipo, essa rientra nel quadro di una despecificazione che potremmo definire psichico-spirituale. In questo caso, ai popoli non è assegnato un valore sul piano dei caratteri somatici, della struttura fisica o più in generale sul piano biologico, ma su quello dello sviluppo psichico e delle forme di conviven230 Cfr. in proposito D. Losurdo, Il revisionismo storico. Problemi e miti, Roma-Bari, Laterza 2002. 231 Cfr. G. Rota, Intellettuali dittatura razzismo di stato, Franco Angeli, Milano 2008.

100

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

za civile. Per questo, i popoli selvaggi non vengono espunti dal genere umano in via definitiva, non sono cioè destinati a rimanere esclusi dal genere umano per sempre, ma fintanto che il loro svantaggio storico-psichico non sia colmato. Si ricordi il passo, precedentemente citato, in cui Steinthal scrive di non voler affermare che alcuni popoli sono «assolutamente incapaci di pervenire a vita storica», ma «solamente la loro relativa incapacità», vale a dire che essi sono destinati in un futuro più o meno lontano – più lontano i popoli non storici, meno lontano quelli preistorici – a un pieno ingresso nella storia232. Proprio questa possibilità di progredire, almeno in linea di principio, legittima l’opera di pedagogizzazione e civilizzazione compiuta dai “popoli storici” a favore di quelli non storici o non ancora storici. In conformità a un siffatto ragionamento – secondo l’indicazione di Croce – uno studioso attento e un acuto interprete della psicologia dei popoli come Labriola, rispondeva alla domanda di uno studente, sui metodi da adottare con un ipotetico papuano, dicendo che «provvisoriamente» lo avrebbe fatto schiavo, «salvo a vedere se pei suoi nipoti e pronipoti si sarebbe potuto cominciare ad adoperare qualcosa della pedagogia» dei popoli civili233. Come mostra questo episodio, tanto più significativo per il fatto che Antonio Labriola era, al tempo, certo il massimo teorico italiano del materialismo storico, la despecificazione su base etico-psicologica si prestava bene a offrire una copertura ideologica, se non allo sterminio o alla schiavitù, alle conquiste coloniali e alle guerre di civiltà. Le questioni discusse nelle università da glottologi, antropologi e filosofi del linguaggio, come si vede, non erano avulse dal dibattito politico europeo e americano sulle colonie. Appena un anno dopo la pubblicazione del testo di Steinthal sulla classificazione – per richiamare un altro evento emblematico – nel continente nord-americano, deflagra la guerra tra unionisti e stati confederati del sud che porterà all’abolizione della schiavitù, 232

H. Steinthal, PGP (1864), p. 40 (p.221). Riportato in B. Croce, Conversazioni critiche, serie II, cap. XIV, Laterza 19242, pp. 60-61. 233

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

101

ma da cui non seguirà la sospensione dell’ondata di conquiste imperialistiche nelle Filippine o nel continente meridionale, da cui non seguirà cioè l’interruzione dell’opera civilizzatrice dei popoli storici nei confronti di quelli che ancora rimanevano esclusi dalla storia. In definitiva, la teoria della classificazione, con la sua insistenza sul valore spirituale delle lingue rompe con il conferimento di dignità alle razze su base biologica, ma negli esiti, non si pone completamente al di fuori di un paradigma spiritualistico fortemente gerarchizzante, un paradigma che esercitò un certo peso sul dibattito pubblico e funse spesso da copertura per la politica espansionistica delle potenze occidentali. Ciò mostra una difficoltà anche di forme scientificamente avanzate e progressive della cultura europea della seconda metà dell’Ottocento di sottoporre a una critica radicale quella eredità ideologica, punto di convergenza di romanticismo e illuminismo, che ipostatizza un’immagine ideale dell’uomo e delle sue forme.

102

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

IV. BREVISSIMI CENNI DI STORIA DELLA CRITICA L’interpretazione su esposta del pensiero di Steinthal può forse risultare utile a chiarire in una prospettiva unitaria i suoi riferimenti molteplici alla tradizione humboldtiana, hegeliana, herbartiana e alla filologia-ermeneutica dell’Ottocento. È necessario conseguire un punto di vista unitario sul pensiero dell’autore, giacché rimanendo ancorati a letture che prendono in esame singoli aspetti della sua opera, si rischia di lasciar dileguare la sua fisionomia in un moto centrifugo. Allora si dirà che in lui hanno agito modelli scientifici eterogenei, che la sua psicologia non si salda davvero con il suo idealismo linguistico e con la prospettiva ermeneutica. A Steinthal non è forse possibile assegnare uno scranno nell’Eden dei grandissimi, ma è giusto riconoscere l’originalità e l’unità del suo pensiero. Come ha scritto Ingrid Belke, Steinthal «ha percorso la sua strada e ha pensato a modo suo»234. La psicologia e l’ermeneutica del linguaggio di Steinthal s’inseriscono in un orizzonte filosofico che ruota attorno al concetto di genesi. Il passaggio dalla dialettica alla teoria genetica implica la rivalutazione dell’elemento individuale e concreto a fronte di quello universale. E ciò non per recidere i nessi tra i due, ma per valutare l’universalità, l’idea, a partire dal suo “nascimento”. È il metodo genetico che consente, ad esempio, di criticare la nozione essenzialistica di lingua e interpretare i fenomeni lingustici a partire dal corpo, dalla comprensione e la simpatia tra le coscienze e dalla storicità del loro legame. In questo idealismo eretico, che offre la possibilità di spiegare il linguaggio a partire dai suoi processi costitutivi e 234

BelLS, II/1, p. XVII.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

103

di spiegare la coscienza a partire dal linguaggio, mi sembra risieda l’interesse dell’opera di Steinthal anche per il pensiero contemporaneo, in cui spesso avviene che linguaggio ed esperienza, linguaggio e coscienza rimangano separati e isolati. A questo punto, può essere forse utile delineare brevemente la storia recente delle interpretazioni di Steinthal, anche per collocare meglio quella che abbiamo proposto235. La ripresa d’interesse per Steinthal – dopo un lungo periodo di silenzio seguito alla sua morte, rotto solo da qual235 Quanto si dirà di seguito è riferito alla storia della critica del pensiero di Steinthal a partire dal 1965. Per il periodo precedente si veda l’ultimo capitolo di Céline Trautmann-Waller, Aux origines d’une science allemande de la culture, cit., pp. 263-296. In proposito preme solo ricordare quanto segue. Nell’Ottocento è apparsa una monografia sul pensiero di Steinthal per mano del suo allievo di Berlino Gustav Glogau. Il testo di Glogau, invero, è centrato sugli aspetti meno rilevanti del pensiero dell’autore e consiste nel tentativo di ridurre in formule le leggi psicologiche individuate nel primo volume del Abriß der Sprachwissenschaft. Cfr. G. Glogau, Steinthals psychologische Formeln zusammenhängend entwickelt, Dümmler, Berlin 1876. Glogau e Steinthal intrattennero, tuttavia, un lungo carteggio, utile anche ai fini della ricostruzione delle idee preparatorie agli scritti composti tra il 1874/75 e il 1885 (Cfr. BelLS II/1). In merito ai temi del carteggio e alla differenza di spessore tra i due studiosi si veda l’introduzione preposta da Belke al primo tomo del II volume: BelLS, II/1, pp. XIV-XXXVI. Per l’incidenza del pensiero di Steinthal sulla filosofia italiana dell’Ottocento cfr. Eugenio Garin, Antonio Labriola e i saggi sul materialismo storico in A. Labriola, La concezione materialistica della storia, a cura di E. Garin, Laterza, Roma-Bari 19765, VII-LXV; Nicola Badaloni, Il marxismo di Gramsci. Dal mito alla ricomposizione politica, Torino 1975, pp. 3-29; Stefano Poggi, Antonio Labriola: herbartismo e scienze dello spirito alle origini del marxismo italiano, Longanesi, Milano 1978; A. Meschiari, Per una storia dell’herbartismo in Italia in «Rivista di filosofia», n. 16 (feb. 1980), pp. 98-124; Beatrice Centi, Antonio Labriola, dalla filosofia di Herbart al materialismo storico, Dedalo, Bari 1984; Sandro Barbera, Labriola e il positivismo. Alcune osservazioni in Antonio Labriola nella cultura europea dell’Ottocento, a cura di F. Sbarberi, Presentazione di E. Garin, Manduria-Bari-Roma 1988, pp. 251279; Luciano Dondoli, Genesi e sviluppo della teoria linguistica di Benedetto Croce, I, Bulzoni, Roma 1988; Davide Bondì, Il giovane Croce e Labriola. Ricezione e circolazione della Völkerpsychologie in Italia alle soglie del Novecento in «Rivista di storia della filosofia», 4/2004, pp. 895-920 e Id., Il problema dell’unità della storia. Antonio Labriola e Heymann Steinthal in Antonio Labriola. Celebrazioni del centenario della morte, a cura di Luigi Punzo, Vol. III, Università degli studi di Cassino, Cassino 2006, pp. 603-622.

104

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

che sporadico riferimento che, però, è possibile rintracciare nelle opere di pensatori del calibro di Bertrando Spaventa, Dilthey, Labriola, Croce, Cassirer e Benjamin – ha avuto inizio con una monografia apparsa nel 1965 a firma di Waltraud Bumann, in cui sono presentate le linee principali del pensiero di Steinthal in rapporto alla linguistica e alla psicologia dell’Ottocento236. Bumann ha certo proposto un’indagine storiograficamente accurata e analitica, da cui emerge un’immagine dell’opera di Steinthal filologicamente fedele. E, tuttavia, rimane l’impressione che questo studio non chiarisca sufficientemente la specificità del pensiero di Steinthal. Tanto che una volta stabiliti riferimenti a Humboldt, Herbart, Böckh e, sullo sfondo, Hegel, risulta difficile comprendere quale sia, e se vi sia stato, al di là dell’applicazione delle categorie psicologiche herbartiane alla linguistica, un suo contributo specifico alla storia delle idee. Poco più tardi, a partire dal 1971, Ingrid Belke avviava l’edizione critica dei carteggi, portandola a termine nel 1986 con la pubblicazione di due poderosi volumi (il secondo costituito da due tomi)237. Dai carteggi emerge un’immagine concreta della vita e degli studi di Steinthal nel panorama del dibattito politico e scientifico della seconda metà dell’Ottocento, in un frangente estremamente significativo per l’Europa e per la Prussia. Si tratta di un affresco davvero originale della realtà scientifica, sociale e politica del tempo perché originale è la prospettiva da cui l’autore, ebreo e tedesco, studioso di Humboldt e Herbart, sinologo d’eccezione, umanista e scienziato, 236

Waltraud Bumann, Die Sprachtheorie Heymann Steinthals, dargestellt im Zusammenhang mit seiner Theorie der Geisteswissenschaft, Anton Hain, Meisenheim am Glan, 1965. 237 M. Lazarus und H. Steinthal: die Begründer der Völkerpsychologie in ihren Briefen, Mit einer Einleitung herausgegeben von Ingrid Belke, Bd I (lettere di Lazarus a diversi destinatari; di Steinthal a Lazarus e di Berthold Auerbach a Lazarus), Bd II/1 (carteggio tra Heymann Steinthal e Gustav Glogau); Bd II/2 (lettere di Steinthal e Lazarus a diversi destinatari) J. C. B. Mohr (Paul Siebeck), Tübingen rispettivamente 1971, 1983, 1986. Di questi carteggi sono anche molto rilevanti, ai fini di un’adeguata collocazione del pensiero di Steinthal, le introduzioni della curatrice e qui più volte citate.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

105

socialista e kantiano, interpreta quelle vicende, dialoga con i suoi contemporanei e si colloca all’interno della sua epoca. A partire dalla pubblicazione delle lettere, sono apparsi numerosi contributi sul pensiero di Steinthal, alcune monografie e alcune traduzioni in italiano238. Ora, osservando questi lavori nell’insieme, è possibile mettere a fuoco tre linee interpretative che hanno il merito di individuare il significato o, per lo meno, un significato della sua opera in rapporto al contesto delle filosofie dell’Ottocento e in relazione ad alcune importanti esperienze teoriche del Novecento. La linea di chi ha scorto nella psicologia dei popoli una elaborazione ante litteram della Kulturwissenschaft del Novecento, la linea di chi ha insistito di più sulla collocazione di Steinthal entro l’ermeneutica linguistica dell’Ottocento e quella di coloro che hanno studiato la psicologia del linguaggio di Steinthal in rapporto alla glottologia storica e comparativa. Entro una prospettiva di storia della filosofia e della cultura, negli ultimi anni, Köhnke, Meschiari e Trautmann-Waller hanno letto l’opera di Steinthal, associandola a quella di Lazarus, come sintomo della dissoluzione dei grandi disegni sistematici della filosofia classica tedesca. Assieme a larga parte degli indirizzi accademici d’ispirazione kantiana e herbartiana, essa ha rappresentato, secondo questa tendenza interpretativa, un’alternativa teorica alla filosofia della storia dei primi decenni del secolo. La Völkerpsycologie, in particolare, ha fornito il quadro di riferimento per riordinare, in una prospettiva prevalentemente empirica e psicologica, i frammenti impazziti della frantumazione della dialettica hegeliana. La psicologia dei popoli – scrive, ad esempio, Trautmann – tende a porre innanzi, poco prima della rottura per la quale vanno a costituirsi le scienze sociali, le continuità tra quelle 238 H. Steinthal, La scienza della lingua di Wilhelm von Humboldt e la filosofia hegeliana, a cura di Alberto Meschiari, Guida, Napoli, 1998, in cui sono tradotti sia il libro omonimo del 1848 (pp. 41-180) sia Filologia storia e psicologia nei loro reciproci rapporti del 1864 (pp. 181-255). Meschiari ha da poco dato alle stampe, in bella edizione, anche M. Lazarus, Psicologia dei popoli come scienza e filosofia della cultura, a cura di Alberto Meschiari, Bibliopolis, Napoli 2008.

106

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

e le tradizioni che vengono dalla filosofia, dalla storiografia, dalla psicologia e dalla filosofia tedesca. Incarna una fase di passaggio […] e – attraversando il campo col suo tentativo di sintesi […] – delinea una episteme in forma di crisi, di decomposizione e ricomposizione239.

Attraverso la riformulazione del concetto di spirito oggettivo, ampliato all’intero spettro delle produzioni sociali, infatti – ha insistito Meschiari – diventa possibile scorgere nelle diverse forme della cultura, tanto nelle espressioni scientifiche come «nella fiera annuale e nella cassetta della posta, nei principi della divisione del lavoro e dello scambio dei bisogni», «in una semplice data» o «nell’orologio», «i risultati di tutta una storia dell’uomo», ovvero le forme della «vita spiritualmente ordinata» finalizzate «alla vita civile». In esse è possibile scorgere, insomma, altrettante condensazioni simboliche dell’attività psichica collettiva240. E giacché ognuna di queste condensazioni della vita psichica delle collettività soggiace alle medesime condizioni di possibilità o alle stesse leggi dell’interazione storico-psichica, di volta in volta, con una certa oscillazione, la psicologia dei popoli è investita di un compito trascendentale o descrittivo, in entrambi i casi unitario e fondativo rispetto allo sviluppo delle conoscenze, delle istituzioni e delle pratiche umane241. Sull’efficacia di tale impresa, naturalmente, vige tra i critici un ampio dissenso, ma è condivisa l’opinione che la psicologia dei popoli occupi un posto di diritto nel dibattito tardottocentesco su Geistes- e Naturwissenschaften, perché, ridefinendo nel senso detto il concetto di Kultur, impone un ripensamen239 Céline Trautmann-Waller, Aux origines d’une science allemande de la culture, Linguistique et psychologie des peuples chez Heymann Steinthal, CNRS Editions, Paris 2006, p. 159. 240 Cfr. A. Meschiari, La psicologia delle forme simboliche. «Rivoluzione copernicana», filosofia del linguaggio e «spirito oggettivo», Le Lettere, Firenze, 1999, p. 77. 241 Cfr. A. Meschiari, Introduzione a M. Lazarus, Psicologia dei popoli come scienza e filosofia della cultura, cit., pp. 23-56 e Klaus Christian Köhnke, Einleitung in Moritz Lazarus, Grundzüge der Völkerpsychologie und Kulturwissenschaft, herausgegeben von Klaus Christian Köhnke, Felix Meiner, Amburg 2003, pp. IX-XLII.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

107

to delle connessioni dell’operare umano e un ordinamento dei saperi, entro il quale alla filosofia è assegnato il compito di Wissenschaftlehre. Anche sul Novecento, secondo Meschiari, Köhnke, Trautmann-Waller – a cui in questo caso bisogna aggiungere Hans-Ulrich Lessing – la Völkerpsychologie esercita un’influenza ricca di risonanze. La filosofia della cultura di Simmel e la sociologia di Léwy-Bruhl, la filosofia delle forme simboliche di Cassirer, le analisi semiologiche di Benjamin sulla frammentata quotidianità della metropoli contemporanea recepiscono il concetto di spirito oggettivo e il metodo della psicologia dei popoli, che si rivela così «come un percorso di straordinaria fecondità per comprendere un certo apporto tedesco all’elaborazione del concetto moderno di cultura»242, la fase aurorale, insomma, della Kulturwissenschaft del Novecento243. Bisognerebbe forse aggiungere che se per Köhnke e Meschiari, questo ruolo fondativo è orientato a un modello trascendentale, per Trautmann è più ispirato dalla tradizione positivistica. Altri studiosi hanno insistito di più sull’originalità di Steinthal in rapporto alla linguistica del suo tempo. Jürgen Trabant, Mario Barba e Donatella Di Cesare, riprendendo gli studi di Eugenio Coseriu, hanno richiamato l’attenzione sul posto che Steinthal occupa all’interno dell’ermeneutica linguistica dell’Ottocento, con particolare riferimento agli scarti teorici e alle rielaborazioni di alcune nozioni chiave244. J. Wach e 242 Céline Trautmann-Waller, Aux origines d’une science allemande de la culture, Linguistique et psychologie des peuples chez Heymann Steinthal, cit., p. 16. 243 Con i testi citati di Köhnke, Meschiari e Trautman-Waller, gli interventi della stessa Belke, di H.-U. Lessing, Eckardt e Naumann segnalati in bibliografia, indagano, entro queste coordinate teoriche, aspetti specifici della psicologia dei popoli. 244 Cfr. Jürgen Trabant, Ideelle Bezeichnung. Steinthal Humboldts Kritik, in History of Semiotics, a cura di A. Eschbach e J. Trabant, Benjamins, Amsterdam-Philadelphia, 1983, pp. 251-276 e Id., “…und die Seele leuchtet aus dem Style hervor”. Zur Sprachtheorie im 19. Jahrhundert: Heymann Steinthal in Logos semantikos. Studia linguistica in honorem Eugenio Coseriu 1921-1981, Bd. I, Geschichte der Sprachphilosophie und der Sprachwissenschaft, hrsg. von Jürgen Trabant, De Gruyter, Gredos, Berlin/Madrid 1981, pp. 245-258; D. Di Cesare, “Innere Sprachform”, Humboldts Grenzbegriff, Steinthal Begriffgrenze, in «Historiographia Linguistica», XXIII,

108

MONOGRAFIA INTRODUTTIVA DI DAVIDE BONDÌ

Gadamer hanno assegnato anch’essi alla psicologia linguistica dello studioso ebreo-tedesco un ruolo singolare, ma rilevante, all’interno di quella storia dell’ermeneutica che va da Schleiermacher e Humboldt fino a Dilthey. Gli interventi degli storici delle teorie linguistiche Lia Formigari e Christy Craig hanno invece insistito di più sulla funzione degli studi di Steinthal per la semantica e la separazione di logica e linguaggio, con le numerose conseguenze che essa innesca245. L’opera di Steinthal, d’altra parte, è stata a buon diritto considerata eccentrica rispetto allo sviluppo ottocentesco delle ricerche storiche e comparative di fonetica e fonologia. Nella sua monografia sull’autore, pubblicata nel 1996, Manfred Ringmacher pone in evidenza la marginalità del linguista rispetto alla linea egemone che da Bopp e Pott, passando per Schleicher, conduce a Brugmann/Delbrück e a Paul. Anche la sua incidenza sugli studi del Novecento sarebbe trascurabile. Se si esclude l’attenzione per l’approccio psicologico mostrato da alcuni studiosi di semantica come Hjelmslev e Weisgerber, né lo strutturalismo né la tipologia del linguaggio avrebbero un nesso diretto con la sua opera246. La centralità di Steinthal emerge, invece, entro la tradizione degli studi 3 (1996), pp. 321-346; M. Barba, Die Humboldt Rezeption Steinthals, in Humboldt – Grimm-Konferenz, hrsg. von Arwed Spreu in Zusammenarbeit mit Wilhelm Bondzio, vol. I, Humboldt-Universität, Sektion Germanistik, Berlin 1986, pp. 293-302 e Id., Lautform, innere Sprachform, Form der Sprachen: Il problema della comparazione e classificazione delle lingue in Heymann Steinthal in Leibniz, Humboldt and the Origins of Comparativism, hrsg. von T. De Mauro und L. Formigari, John Benjamins, Amsterdam und Philadelphia 1990, 263-280. 245 Cfr. L. Formigari, Filosofia e semantica: il caso Steinthal, in Ai limiti del linguaggio. Vaghezza significato e storia, a cura di Federico Albano Leoni, Daniele Gambarara, Stefano Gensini, Franco Lo Piparo, Raffaele Simone, Laterza, Roma-Bari, 1997, pp. 211-227. C. T. Craig, Humboldt’s „inner language form“ and Steinthal’s Theory of Signification in Semiotics, hrsg. von John Deely, Plenum Press, New York 1985, pp. 251-259 e Id., From Concept to Word: The Homophonic Principle and Steinthal’s Theory of Writing in History of Linguistics, edited by K. R. Jankowsky, John Beniamins, Amsterdam/Philadelphia 1995, pp. 199-207. 246 Manfred Ringmacher, Organismus der Sprachidee. H. Steinthals Weg von Humboldt zu Humboldt, Schöning, Paderborn-München-Wien-Zürich, 1996. Cfr. soprattutto pp. 3-7 e 207-213.

STEINTHAL – UMANITÀ, ESPERIENZA E LINGUAGGIO

109

humboldtiani. Ma anche in questo caso si tratta di un legame non pacificato. L’«immagine [di Humboldt] costruita» da Steinthal «non può che entrare in un rapporto di tensione con il Wilhelm von Humbodlt storico» giacché «lo studio comparativo delle lingue dovrebbe avere la sua pietra angolare e la sua vetta nell’indagine del carattere» mentre Steinthal «vorrebbe lasciar culminare la Sprachwissenschaft in una classificazione»247. Attraverso l’elaborazione della nozione di innere Sprachform e la classificazione tipologica delle lingue Steinthal imporrebbe una sferzante torsione al pensiero di Humboldt, rivestendolo con panni hegeliani e soggettivistici. Non vi è dubbio, quindi, che da questi studi la fisionomia di Steinthal emerga con grande nettezza rispetto a Humboldt, ma rimangono oscuri la natura del suo riferimento a Hegel e in generale la complessa rielaborazione del concetto di genesi. Va segnalato, in ultimo, la ripresa d’interesse per l’ebraismo di Steinthal, non riconducibile a istanze propriamente religiose, ma caratterizzato, come abbiamo detto, da una morale universalistica. Molte osservazioni in proposito si trovano già nelle introduzioni preposte da Ingrid Belke ai primi due volumi del carteggio e, più di recente, all’argomento è stata dedicata una sezione di una monografia promossa dal Leopold Zunz Centre for The Study of European Judaism e dalla Konrad Adenauer Fondation248.

247 M. Ringmacher, Organismus der Sprachidee. H. Steinthals Weg von Humboldt zu Humboldt, cit., p. 34 e pp. 54-55. 248 Chajim H. Steinthal. Sprachwissenschaftler und Philosoph im 19. Jahrhundert, herausgegeben von Hartwig Wiedebach und Annette Winkelmann, Brill, Leiden-Boston-Köln 2002, pp. 113-188. Il saggio di Silke Schaeper qui contenuto (pp. 247-280) è dedicato al lascito di Steinthal nella Biblioteca Nazionale ebraica e nella Biblioteca dell’Università di Gerusalemme. Nelle edizioni Georg Olms è prevista la ristampa anastatica di Ueber Juden und Judentum (1906).

NOTIZIA BIOGRAFICA Heymann (Chajim) Steinthal nasce a Gröbzig, una piccola città del ducato Anhalt-Bernburg (oggi Sassonia Anhalt), il 16 maggio 1823. Il padre David, proprietario di una piccola manifattura, era un membro stimato della ristretta comunità ebraica della città. La sua morte prematura e improvvisa, avvenuta nel 1832, lascia la moglie Henriette e i figli in condizioni economiche non facili. Grazie al sostegno di alcuni influenti membri della comunità, Heymann può compiere comunque la prima formazione nella Scuola ebraica della città, dove oltre all’ebraico classico studia grammatica tedesca e francese. La stratificazione sociale e linguistica, prodotta dall’incontro-scontro tra orizzonte familiare e vita pubblica, tra religiosità domestica e vita del ducato, è tra le esperienze più significative della sua infanzia. A casa, quando non dominano le preoccupazioni, l’atmosfera è segnata da canti e melodie religiose che assecondano il tratto malinconico e sensibile del suo carattere: «in triste isolamento», scrive all’amico Lazarus molti anni dopo, «cantavo quelle canzoni tra me e me. Iniziando con le più tristi e passando a melodie sempre più liete, m’innalzavo dalla più sconsolata malinconia alla più serena solitudine» (BelLS, I, p. LXXXIV). Grazie all’ospitalità di un vecchio zio, Heymann compie la formazione ginnasiale a Bernburg, dove profonde un grande impegno nell’apprendimento del greco e del latino, applicandosi anche negli studi talmudici, le cui lezioni gli vengono impartite privatamente dal rabbino Salomon Herxheimer. Nel 1842 consegue il diploma di maturità, sostenendo una conversazione in inglese su Romeo e Giulietta. Lascia Bernburg alla volta di Berlino nel 1843. La città s’era ormai affermata come il centro culturale più importante di lingua tedesca e sebbene la fondazione della sua università fosse avvenuta solo nel 1809 – sotto gli auspici di Wilhelm

112

NOTIZIA BIOGRAFICA

von Humboldt, allora direttore della sezione “Insegnamento pubblico” del ministero dell’interno prussiano –, per l’eccezionale qualità dei suoi docenti, era già tra i centri più importanti d’Europa. Dopo la morte di Hegel, nell’università veniva diffondendosi l’indirizzo filosofico di Adolf Trendelenburg, mentre la fama del vecchio Schelling richiamava ancora in città studenti di diverse nazionalità. La capitale prussiana, inoltre, si proponeva come patria delle scienze empiriche, o, meglio, di quella rinascita scientifico-umanistica propiziata dalle opere e dalle personalità dei fratelli Humboldt. In questo clima Steinthal s’iscrive alla facoltà di teologia dell’Alma Mater per passare quasi subito a quella di filosofia. Impressionano l’ampiezza degli interessi e delle curiosità scientifiche profilatasi in questa fase, le sue straordinarie doti d’apprendimento e di assimilazione. Heymann ascolta le lezioni del filologo classico August Boeckh, studia sanscrito con Franz Bopp, impara a decifrare i geroglifici sotto la guida dell’egittologo Karl Richard Lepsius. Apprende lo slavo antico con Adalbert Wojcieck Cybulski, il persiano il cinese il turco il mongolico il tibetano e il giapponese con il sinologo e orientalista Johann Wilhelm Schott, la grammatica copta con Moritz Gotthilf Schwartze. August Mahn lo guida nell’apprendimento delle lingue neolatine, del basco e del russo. Con Wilhelm Grimm s’immerge nella lettura delle opere in medio-alto tedesco, con Victor Aimé Huber in quelle dell’antica poesia spagnola. Segue anche le lezioni degli hegeliani Werder sulla logica e la metafisica, Gabler sull’antropologia e sulla psicologia e Vatke sulla storia della religione. Frequenta i corsi di Benary sull’origine del Pentateuco, mentre con Schultz-Schultzstein acquisisce i principi della botanica e con Carl Ritter quelli della nuova geografia. Nel suo primo semestre universitario legge l’opera che più avrebbe segnato la sua formazione: La diversità delle lingue (1836) di Wilhelm von Humboldt. L’approccio teorico di Humboldt diventa ai suoi occhi la pietra angolare attraverso cui acquisire un punto di vista sintetico sulle diverse lingue e l’opera nel suo complesso è letta come il maggiore saggio di filosofia dello spirito prodotto dalla svolta romantica in avanti: una rivoluzione concettuale capace di rendere conto degli impulsi della cultura di un’intera epoca.

NOTIZIA BIOGRAFICA

113

Portato a buon fine l’iter studiorum, il 1 novembre 1847 si addottora in absentia a Tübingen con una dissertazione sulla funzione filologico-filosofica del pronome relativo, condotta dal punto di vista storico-filosofico di Humboldt e Boeckh: De pronomine relativo commentatio philosophico-philologica cum excursu de nominativi particula. L’opera apparve a stampa lo stesso anno per le edizioni accademiche Dümmler, presso cui lo studioso avrebbe pubblicato la parte maggiore dei sui scritti successivi. Circa due anni dopo, il 24 novembre 1849, Steinthal consegue l’abilitazione all’insegnamento nell’università di Berlino con La scienza della lingua di Wilhelm von Humboldt e la filosofia hegeliana, ricerca discussa al cospetto del filosofo Adolf Trendelenburg e di Franz Bopp. In quello stesso anno Steinthal stringe amicizia con Karl Wilhelm Ludwig Heyse, di cui aveva in precedenza ascoltato le lezioni. Heyse era il massimo rappresentante della filosofia hegeliana del linguaggio, padre del poeta Paul, e autore di un apprezzato dizionario della lingua tedesca. In Heyse gli pare di trovare quella visione sistematica che poteva integrare gli spunti geniali di Humboldt. Lo studioso più anziano, a sua volta, accoglie Steinthal come “un secondo figlio”. «Egli», scrive, «di fatto è l’unica conoscenza degli ultimi anni che mi sia cresciuta in animo. Lo considero come un figlio adottivo e sono tanto orgoglioso di lui e sì poco geloso dei suoi successi come lo si è di un figlio» (BelLS, p. LXXXIX, nota 39). Sin dagli scritti degli anni ’50, Steinthal riconosce Heyse come il suo unico maestro vivente. A partire dalla seconda edizione di L’origine della lingua (1858) gli confersce un ruolo di primo piano nella storia delle teorie del linguaggio e, più tardi, avrebbe considerato la sua opera più ampia, lo Abriß der Sprachwissenschaft (1871), come il lavoro sistematico che sviluppa e porta a compimento le intuizioni filosofiche del maestro. A Heyse, Steinthal affida la prima correzione delle bozze di Grammatik, Logik und Psychologie (1855) e con lui intrattiene un intenso carteggio da Parigi. In una lettera del 10 gennaio 1855, scritta sul finir del giorno, in uno stato di commozione e orrore per la malattia che attanaglia il maestro, si legge: «deve vivere più a lungo […] io perdo, con Lei, il mio unico maestro […] io non posso rinunciare a Lei»

114

NOTIZIA BIOGRAFICA

(BelLS, II/2, p. 405). Quando Heyse muore, il 25 novembre 1855, Steinthal si trova ancora a Parigi. Nel 1856 appare, corredato da un’introduzione analitica scritta dopo un lungo studio, il Sistema di filosofia del linguaggio di Heyse, curato da Steinthal. Nel 1848, Steinthal, attraverso Heyse, era entrato in contatto anche con Moritz Lazarus. Inizia così un’amicizia il cui significato non può essere sopravvalutato, qualcosa, scrive Steinthal, di simile all’«apparire del sole». I due giovani ricercatori iniziano subito un’intensa frequentazione, che si arricchisce di discussioni e incontri a volte allargati a un ristretto numero di studiosi. In quegli anni l’interesse di Lazarus per la questione nazionale e la psicologia herbartiana, uniti nel primo schizzo di una psicologia dei popoli (1851), fanno breccia nell’amico, che se ne appropria con tratto personalissimo e li sviluppa nel solco della visione filosofica delle lingue. Il loro rapporto intellettuale d’allora in avanti s’infittisce e articola sempre più, le loro opere si sviluppano come battute d’un dialogo a due voci. Il 15 marzo del 1858, Steinthal scrive a Paul Heyse «il mio affetto per Lazarus non può crescere di più, ma la mia stima per lui cresce di giorno in giorno». Nel 1871, dedicandogli la sua maggiore fatica (L’introduzione alla psicologia e alla scienza della lingua), Steinthal scrive: «ti restituisco ciò che è emanazione della tua personalità, noi c’innalziamo d’uno spirito solo, come un ginnasta che afferrando un piolo si fa avanti sulla scala e solleva il corpo con un braccio mentre l’altra mano si tiene al polo sovrastante e, poi, sospinge il corpo verso l’alto in modo tale che la prima sia di nuovo libera di procedere» (AS, I, IX). Tra l’inizio del 1850 e l’estate del 1852, Steinthal tiene dei corsi sulla storia della grammatica, la classificazione delle lingue, la storia e la psicologia della lingua alla Reale Università di Berlino, ma con una posizione che non gli garantisce alcuna sicurezza economica. Sono comunque anni di intenso lavoro e produzione. Nel 1850 appare La classificazione delle lingue, un’interpretazione critica dei tentativi di classificazione precedenti. Una riedizione ampliata dell’opera sarà pubblicata dallo stesso Steinthal nel 1860 col titolo Descrizione (Charakteristik) dei principali tipi di struttura della lingua;

NOTIZIA BIOGRAFICA

115

quest’ultima versione, infine, sarà ampliata e riedita nel 1893 da Franz Misteli, come secondo volume del Compendio di scienza della lingua. Nel 1851 appare la prima edizione del trattato L’origine della lingua in rapporto con le questioni ultime del sapere, dove alle teorie di Hamann, Herder e Humboldt, articolate sulla differenza tra origine divina o ferina, spontanea o convenzionale, storica o preistorica, è opposta una teoria psicologica della nascita della lingua fondata sullo sviluppo delle funzioni cognitive superiori a partire da quelle corporee. L’opera ha altre tre edizioni, che si arricchiscono delle tesi di ricercatori coevi e registrano i mutamenti d’accento, a volte le vere e proprie riformulazioni, dello stesso Steinthal. La prima è del 1858, la seconda del 1877 e l’ultima del 1888. S’infittiscono, intanto, le polemiche con Pott sull’eredità e il senso dell’opera di Humboldt, che sfociano in una lettera aperta, pubblicata come prologo a un originale trattato su Lo sviluppo della scrittura (1852). Nel 1851 Steinthal è insignito dall’ “Institut de France” del premio Volney per un saggio su quattro lingue africane, che sarà stampato solo nel 1867. Il premio era il riconoscimento internazionale di linguistica comparata più ambito del tempo. Negli anni precedenti era stato assegnato a Lepsisus, Benfey, Schwartze, Pott e Max Müller, fungendo per alcuni di loro da trampolino di lancio per una carriera accademica internazionale. Si profilava, dunque, come asse di scambio privilegiato per gli studi linguistici d’aria tedesca e francese. Al giovane ricercatore il premio Volney offre l’occasione di trascorrere alcuni anni a Parigi, dove soggiorna dal settembre 1852 all’estate del 1856, con un’unica interruzione di alcuni mesi alla fine del 1852 per un viaggio di studi a Londra. Nella capitale francese Steinthal entra in contatto con i sinologi Stanislas Julien e Antoine P. L. Bazin, con Ernst Renan e il barone d’Eckstein. Studia la filosofia positivistica di Comte, segue le pubblicazioni della “Società d’etnologia” e rilegge gli illuministi. Ma l’esperienza intellettuale parigina è segnata soprattutto dall’approfondimento della conoscenza del cinese. Nella capitale francese aveva insegnato nei primi anni del secolo il grande sinologo Abel-Rémusat e qui Humboldt si era recato per dedicarsi allo studio della veneranda

116

NOTIZIA BIOGRAFICA

lingua, approfittando dei ricchissimi fondi della biblioteca nazionale. Nel 1854 Steinthal è insignito, per la seconda volta, del premio Volney per un trattato sulle radici di diversi dialetti cinesi. La rottura concettuale rappresentata dal cinese, in quegli anni, conduce Steinthal a un bilancio critico della tradizione tedesca e del paradigma sanscrito. La stroncatura degli indirizzi storico-comparativistico (Grimm, Pott e Bopp) e logicistico (Becker) della glottologia coeva è consegnata, da Parigi, alle pagine di Grammatica, logica e psicologia (1855). Il già citato primo volume del Compendio di scienza della lingua pubblicato a Berlino nel 1871 con il titolo Introduzione alla psicologia e alla scienza della lingua, è uno sviluppo della terza parte di questo libro che chiosa l’esperienza parigina. Steinthal lascia Parigi per rientrare a Berlino nel 1856, dopo aver rinunciato all’offerta del governo francese di accompagnare l’ambasciatore in Cina con l’incarico di traduttore ufficiale. Il soggiorno parigino, decisivo sul piano intellettuale, sul piano umano era stato segnato da una sconfortante nostalgia per Berlino e per gli amici lontani, da una costante frustrazione per la situazione economica che non accennava a migliorare, e, soprattutto, dalla mancanza di prospettive professionali favorevoli. Stati d’animo che, nelle lettere a Lazarus, lo fanno irrompere in invettive e moti d’ira contro i lassi costumi della capitale francese e romantiche idealizzazioni della vita e degli ambienti della madrepatria. Il 1856, l’anno del rientro a Berlino, coincide forse con il periodo di maggiore difficoltà. Senza un lavoro stabile e sufficientemente retribuito, Steinthal tiene, con la qualifica di docente privato, corsi universitari sulla grammatica generale, sulla linguistica comparativa, sulle lingue prive di forma, sulla mitologia comparativa, sulla storia della poesia epica e sulla grammatica cinese. Le cose iniziano a cambiare nel 1861. L’8 gennaio di quell’anno, dopo aver ricevuto il telegramma con la risposta di Jeannette Lazarus alla sua proposta di matrimonio, Steinthal informa Moritz d’aver cantato le melodie ebraiche di gioia e ringraziamento: il periodo più tormentato della sua esistenza è alle spalle. Il 20 ottobre viene celebrato il matrimonio con

NOTIZIA BIOGRAFICA

117

Jeannette Lazarus, sorella minore dell’ineguagliabile amico. Nel dicembre del 1862, grazie all’intervento dell’orientalista Justus Olshausen, consigliere presso il ministero della cultura prussiana, Steinthal è chiamato come professore straordinario all’università di Berlino. In ragione del suo ebraismo non otterrà mai il titolo di ordinario. Alle cariche universitarie, comunque, si aggiungono quelle propriamente accademiche. Nel 1862, infatti, è nominato “membro corrispondente” della “Società reale di scienze” di Uppsala. Si fa così avanti un periodo di serenità affettiva e relativa tranquillità economica. Attraverso l’amico di sempre inizia anche una fase di riconciliazione con i gruppi intellettuali della città. Collabora ai lavori della “Società berlinese per l’antropologia, l’etnologia e la preistoria”, presieduta dal medico Rudolf Virchow e sostenuta dall’antropologo Adolf Bastian e dal fisiologo Emil du Bois-Reymond; è vicino al circolo di studiosi che si raccoglie attorno alla casa editrice Dümmler e in particolare al suo presidente, il botanico Julius Harrwitz e frequenta il “salotto” Kluger. Nel 1878 è tra i fondatori e poi membro a vita del comitato direttivo dell’“Accademia Humboldt”, considerata la prima università popolare, animata da ideali di diffusione democratica della cultura e formazione universale. Conseguito il titolo di professore straordinario, Steinthal tiene corsi universitari sulla grammatica generale e comparativa, sulla storia della letteratura, sull’origine e il carattere delle lingue romane in rapporto alle antiche lingue tedesche, sulla forma e il carattere delle lingue indogermaniche in riferimento al greco, al latino e al tedesco, sulla psicologia dei popoli, sulla storia della grammatica, sulla metodologia e l’enciclopedia della filologia, sull’origine delle lingue e dell’umanità, sulla Bibbia in una prospettiva storico-estetica e sulla poesia provenzale. Questi anni coincidono, inoltre, con la fase centrale della sua produzione intellettuale, volta da un lato all’approfondimento dei problemi di filosofia e psicologia del linguaggio già delineati e, dall’altro, all’elaborazione della psicologia dei popoli. L’impresa di certo maggiore è la fondazione, avvenuta assieme a Moritz Lazarus nel 1860, della «Rivista di psicologia dei popoli e scienza del linguaggio», un organo destinato a di-

118

NOTIZIA BIOGRAFICA

venire uno dei principali punti di riferimento per un approccio interdisciplinare alle scienze umane, una tribuna che ospiterà alcune tra le voci più significative del dibattito scientifico tedesco della seconda metà dell’Ottocento. Steinthal ne è il direttore, il redattore più assiduo e il vero animatore. Articoli, saggi, commenti, recensioni a sua firma sono presenti in pressoché ogni numero, fino all’ultimo, il XX, apparso nel 1890, quando la pubblicazione dovette essere sospesa, per riprendere, invero, nel 1891 con il nuovo titolo «Rivista dell’associazione per l’etnologia». Lo spettro dei temi affrontati nella «Zeitschrift für Völkerpsychologie und Sprachwissenschaft» in un trentennio di vita va dall’etnologia al confronto con gli indirizzi della linguistica e della glottologia, dalla poesia popolare e il folklore alla filologia, alla mitologia e alla religione, dalla questione dello spirito oggettivo alla teoria della conoscenza. Così accanto ai contributi di Steinthal e di Lazarus, si trovano quelli di un’intera generazione di studiosi: geografi, antropologi, storici della cultura, fisiologi, linguisti e filosofi. Nell’insieme si tratta di un’opera collettiva, che tra i protagonisti annovera personalità come Ritter, Tobler, Paul Heyse, Delbrück, Goldziher, Pott, Misteli, Holtzendorff, Flügel, Windelband, Cohen, Fischer e Simmel. La direzione della rivista, comunque, non distoglie Steinthal dal suo impegno teorico. In questo intervallo appaiono le riedizioni e gli ampliamenti già menzionati delle opere composte negli anni cinquanta, testi rifatti da cima a fondo, o, come si esprime l’autore, non più trattati giovanili, ma veri e propri libri: La descrizione dei principali tipi di struttura della lingua (1860), La lingua Mande (1867) il primo volume del Compendio di scienza della lingua (1871) e la III edizione dell’Origine del linguaggio (1877). Nel 1863 Steinthal pubblica in due volumi la fortunata Storia della linguistica dei greci e dei romani con particolare riferimento alla logica, nel 1864 il saggio teorico Filologia, storia e psicologia nei loro reciproci rapporti e nel 1870 Mito e religione. In questo stesso anno Heymann perde la sua amata figlia Agatha e nel giro di poco tempo il piccolo David. «Da quel momento», scrive più tardi al discepolo Glogau, «non ho più avuto interesse per la scienza della lingua, sono stato occupa-

NOTIZIA BIOGRAFICA

119

to dall’etica e dalla filosofia della religione». Le cose, di fatto, non sono andate così. Nella terza edizione di L’origine della lingua del 1877, Steinthal abbandona, alla luce della teoria darwiniana, la precedente tesi sulla nascita “continua” della lingua, per avanzare l’altra secondo cui essa ha origine storica, nasce assieme al genus homo. Dopo il 1870, inoltre, nella «Rivista di psicologia dei popoli» appaiono ancora saggi di linguistica a suo nome e riedizioni di lavori minori (Raccolta di scritti brevi, 1880). L’ultima, notevole, fatica è l’edizione critica delle opere di filosofia del linguaggio di Humboldt, apparsa nel 1884, a testimonianza del lungo studio e del grande amore per quell’impareggiabile personalità. È certo, tuttavia, che il periodo tra il 1877 e il 1899 può essere considerato la fase conclusiva della sua produzione intellettuale. Al dolore per la morte di due dei suoi tre figli, si aggiunge la disillusione per la cupa atmosfera politica della Germania post-unitaria e l’amarezza per il divampare dell’Antisemitismusstreit, una vera e propria battuta d’arresto per lo spirito di modernizzazione e democratizzazione della società tedesca. Inoltre, sin dal 1872, Steinthal, aveva ricoperto ruoli di rilievo nelle organizzazioni culturali ebraiche della città, fino a diventarne uno dei maggiori promotori e protagonisti. Insegna Critica biblica e Filosofia della religione presso la “Scuola d’alti studi per la scienza dell’ebraismo” (“Hochschule für die Wissenschaft des Judentums”), che in quello stesso anno ha contribuito a fondare assieme a Lazarus e Salomon Neumann. È nominato membro permanente del direttivo della “Scuola della comunità ebraica” di Berlino e più tardi della “Società degli amici”, un’associazione ebraica non confessionale. Ricopre infine la carica di presidente del “Comitato degli affari scolastici dell’unione delle comunità israelite della Germania”. Quando l’attività propagandistica di Treitschke sollecita la famigerata «petizione degli antisemiti», sottoscritta da circa la metà degli studenti dell’università di Berlino, Steinthal aderisce al “Comitato ebraico del 1 dicembre 1880” e, assieme a Lazarus, Cohen, Droysen, Mommsen, Virchow, e altre sessantasei firme di illustri accademici, risponde pubblicamente al

120

NOTIZIA BIOGRAFICA

movimento antisemita universitario. L’apparizione in questo contesto dell’Etica (1885) può essere letta come un appello convergente alla tradizione umanistica tedesca e all’universalismo della morale ebraica. Nel 1890, Steinthal raccoglie ancora gli scritti sulla filosofia della religione e sull’antisemitismo nel volume Sulla Bibbia e sulla filosofia della religione, ampliato e riedito nel 1895. Nel 1906, Gustav Karpeles consegna alle stampe un’edizione postuma di altri suoi scritti col titolo Sugli ebrei e sull’ebraismo. A partire dal 1893 una grave malattia inizia a erodere le forze di quest’uomo combattivo e vulcanico, introverso e solitario. I suoi ultimi anni di vita trascorrono all’insegna di un sentimento di pace, di raccoglimento e di riconciliazione. È circondato dall’affetto familiare e premurosamente assistito dalla moglie Jeannette e dalla figlia Irene. Si spegne nella sua dimora berlinese il 14 marzo 1899. Qualche giorno dopo la sua salma è tumulata nel cimitero ebraico di Berlino Weißensee dove ancora si trova. In un necrologio apparso in «The Menorah» pochi giorni dopo la sua morte, K. Kohler lo ricorda così: «Il suo percorso di ebreo e intellettuale è stato curioso e notevole. Ebreo per educazione, e, se l’affiliazione religiosa implica un intimo convincimento, per fede, fu fortemente incline nei suoi primi anni a una filosofia che non riconosce né Dio né l’anima e scorge in ogni religione solo uno stadio del processo psichico dell’uomo. Egli ha amato l’ebraismo per la sua superiorità sopra ogni credo, ma la sua teologia fu un’antropologia e un’etica».

NOTA EDITORIALE Nella I sezione è data la traduzione di una scelta dei paragrafi della II e della quasi totalità dei paragrafi della III parte di Grammatik, Logik und Psychologie, ihre Prinzipien und ihr Verhältnis zueinander. Il libro apparve nel 1855 per le edizioni Dümmler di Berlino, ma ne esiste una ristampa anastatica nelle edizioni Georg Olms (Hilsheim 1968) e un’altra nelle Elibron classics series (2006). Quasi tutti i paragrafi sono tradotti per intero, nei rari casi in cui ciò non avviene lo si indica con “[…]”. Sia nella versione tedesca sia in quella italiana sono state riportate nel corpo del testo tra parentesi quadrate i numeri di pagina dell’originale. In questa traduzione e nelle altre, le espressioni che negli originali si trovano in s p a z i a t o sono rese in corsivo, come sono resi in corsivo i titoli dei libri e dei saggi che spesso Steinthal, secondo l’uso tedesco, dà tra virgolette. Le parti scelte per la traduzione restituiscono tutti gli aspetti fondamentali della filosofia del linguaggio di Steinthal. Quest’opera, infatti – nonostante le tesi in essa esposte siano state oggetto di ulteriori svolgimenti (soprattutto in AS I) – può essere considerata, per il suo tentativo di ricapitolazione, sintesi e sviluppo dei contenuti precedenti e per la sua funzione di segnavia per le ricerche successive, il punto medio, e quello di maggior concentrazione, dell’elaborazione teoretica dell’autore. Essa contiene in chiave sistematica tutte le direzioni in cui la sua filosofia si è sviluppata e tutte le implicazioni essenziali di essa: la teoria della nascita del linguaggio, della sua articolazione storica in tre livelli, della comprensione e dell’apprendimento linguistici, della innere Sprachform, della classificazione e del suo rapporto con la psicologia dei popoli. La Prefazione, in cui sono discusse le teorie coeve, offre un punto di vista privilegiato per collocare Steinthal in rapporto alla storia delle teorie linguistiche dell’Ottocento. La mancanza di precedenti traduzioni in italiano e in altre

122

NOTA EDITORIALE

lingue ha comportato scelte, a volte difficili, sempre segnalate e discusse in nota. La II sezione contiene la traduzione del saggio programmatico voluto da Moritz Lazarus e Heymann Steinthal in apertura della Zeitschrift für Völkerpsychologie und Sprachwissenschaft (1860-1890): gli Einleitende Gedanken über Völkerpsychologie, als Einladung zu einer Zeitschrift für Völkerpsychologie und Sprachwissenschaft, tratto da «ZVS», I (1860), pp. 1-73. Una ristampa anastatica del saggio è data in KSS, pp. 307-379 e una recente riedizione in Völkerpsychologie – Versuch einer Neuentdeckung, Texte von Lazarus, Steinthal und Wundt, Beltz, Weinheim, 1997, hrsg. von Georg Eckardt, pp. 127-202. Anche in questo caso si è ritenuto opportuno riportare nel corpo del testo, tra parentesi quadre, i numeri di pagina dell’originale, nella versione tedesca seguiti anche dai numeri di pagina dell’edizione Bumann. La numerazione delle note ricomincia da 1 all’inizio di ciascuna sezione. Lo scritto presenta il programma di ricerca della psicologia dei popoli. È un documento di straordinaria originalità, proprio per il tentativo di ristabilire, in prospettiva sintetica e al contempo storica, un ordine e un punto di vista unitario a cui ricondurre le scienze umane e sociali dopo la frammentazione della dialettica hegeliana e la poderosa proliferazione di nuovi ambiti disciplinari. Esso muove in media res, dal centro dei dibattiti di diverse discipline – l’antropologia, l’etnologia, la critica biblica, la filologia, la linguistica, la teoria letteraria e dell’arte, la mitologia – e mostra come la psicologia dei popoli possa contribuire a una ricomposizione e risoluzione dei problemi metodologici ed ermeneutici dei diversi ambiti del sapere. La III sezione contiene i seguenti saggi: 1) Die Arten und Formen der Interpretation, tratto da Verhandlungen der 32. Versammlung deutscher Philologen und Schulmänner in Wiesbaden von 26.-29. September 1877, O. R. Reisland, Leipzig 1878, pp. 25-35, ripubblicato in KSS, pp. 532-542 e in Seminar: Philosophische Hermeneutik, hrsg. von Hans-Georg Gadamer und Gottfried Boehm, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1976, pp. 166-181; 2) «Beurteilung von August Böckh, Encyklopädie und Methodologie der philologischen Wissenschaf-

NOTA EDITORIALE

123

ten», tratto da ZVS, X (1878), pp. 235-255 e ripubblicato in KSS, pp. 543-563; 3) Darstellung und Kritik der Böckhschen Encyklopädie und Methodologie der Philologie: Erster Artikel in ZVS, XI (1880), pp. 80-96 e Zweiter Artikel in ZVS, XI (1880), pp. 302-326, contenuti anche in KSS, pp. 564-580 e pp. 581-605. Nel corpo del testo si dà sempre l’indicazione delle pagine dagli originali tra parentesi quadre. Nei tre saggi, Steinthal rielabora nel modo più compiuto la sua ermeneutica e la sua teoria delle scienze filologiche, attraverso un confronto serrato con la tradizione che da Humboldt e Schleiermacher giunge fino a Boeckh e Dilthey. Il saggio introduttivo di questo volume è stato redatto con l’obiettivo di proporre un’interpretazione e una storicizzazione del pensiero di Steinthal nel contesto del dibattito europeo della seconda metà dell’Ottocento. Ogni testo è introdotto da una breve storia della sua stesura e pubblicazione. Le note contengono invece il commento al testo, un commento ispirato, per esprimermi con la coppia oppositiva proposta da Hans Ulrich Gumbrecht (The Powers of Philology, University of Illinois Press, Urbana and Chicago 2003), più a una logica dell’efficienza che a un’estetica dell’opulenza e della copia. Di seguito si spiegheranno nel particolare i criteri seguiti per la compilazione delle note. In generale ho cercato di attenermi alle indicazioni fornite da Stefano Miccolis in una recensione apparsa postuma su «Belfagor». Un’indicazione di passaggio, che mi piace riportare, perché significativa dello stile del filologo, che, per non pochi, è stato un esempio di precisione ed esattezza: «l’indispensabile apparato esplicativo deve chiarire al lettore fatti e circostanze che il passare del tempo ha illanguidito nella memoria, rendere puntualmente conto dei riferimenti bibliografici, fornire i dati biografici delle persone citate. È bene che queste ultime note siano apposte alla prima citazione della persona, anche se fatta per mezzo di una perifrasi; ed è opportuno che siano calibrate, per estensione e ricchezza di dati in modo proporzionale alla rilevanza della persona e in misura inversamente proporzionale alla sua notorietà». (cfr. «Belfagor» LXV, luglio 2010, p. 506).

124

NOTA EDITORIALE

Indicazioni per la lettura delle note Le note d’autore sono contrassegnate da un asterisco e si trovano nel margine basso della pagina. Le note del curatore sono contrassegnate da numerazione araba e si trovano alla fine delle traduzioni. La maggior parte delle N. d. C. sono note al testo. Capita anche che si diano N. d. C. alle N. d. A. Anche in questo caso, tuttavia, vengono segnalate nel corpo del testo, immediatamente dopo l’asterisco. Vi sono 4 tipologie di note: a) di commento alla traduzione, quando essa si discosta dal significato letterale del termine o quando lo spettro semantico del termine è tale da richiedere una chiarimento; b) esplicative o di sostegno alla comprensione del testo; c) di integrazione al testo rispetto alle parti non tradotte (nella prima sezione). Non saranno date, invece, le indicazioni relative ai passi richiamati dall’autore che siano contenuti in questa traduzione; d) volte a individuare i riferimenti dell’autore, a esplicitare i nessi delle tesi esposte qui con quelle presenti nel resto della sua opera, a collocare queste tesi in rapporto alle vicende biografiche di Steinthal o nel più ampio orizzonte del dibattito culturale a cui prese parte. Queste ultime note sono così strutturate: – Le citazioni, a cui Steinthal fa seguire tra parentesi tonde titolo e pagina del libro: 1) sono integrate con data, luogo di pubblicazione e casa editrice dell’edizione da cui Steinthal trae 2) se l’autore non trae dalla prima edizione, di quest’ultima si dà la data tra parentesi tonde prima delle altre indicazioni 3) si indica, poi, il passo dell’editio princeps corrispondente alla citazione, se ne esiste una; 4) si riporta infine, tra parentesi tonde immediatamente dopo quella tedesca, la pagina corrispondente della traduzione italiana, se ve n’è una. – Così si procede anche nei numerosi casi in cui Steinthal cita senza specificare i riferimenti. – A quasi tutti i nomi – esclusi quelli universalmente noti, per lo meno a un pubblico di cultori di filosofia – sono af-

NOTA EDITORIALE

125

fiancati data e luogo di nascita e di morte, oltre a una brevissima indicazione dell’opera (ciò non avverrà ad esempio per Hegel o Schelling, ma avverrà per Lotze, Bopp, Grimm, Weisse, Voß e così via). Maggiori indicazioni sono date sulle personalità che esercitarono un’influenza diretta sull’opera di Steinthal. – I riferimenti interni sono indicati in questo modo: “intra, numero romano della sezione, numero arabo della pagina originaria, sempre indicati nel corpo del testo tra parentesi quadre (e non numero di pagina di questo libro)” ovvero “intra, numero romano della sezione/numero di nota. Esempio: intra, III/3, p. 303 (ove s’intende la pagina originaria) ovvero intra, III/ nota 48.

SIGLE Scritti di Steinthal PR

De pronomine relativo commentatio philosophico-philologica cum excursu de nominativi particula, Dümmler, Berlin 1847; anche in Kleine Sprachteorethische Schriften (KSS), pp. 1-113.

SHHP

Die Sprachwissenschaft Wilhelm von Humboldt’s und die Hegel’sche Philosophie, Ferd. Dümmler, Berlin 1848 (La scienza della lingua di W.v Humboldt e la filosofia hegeliana, a cura di Alberto Meschiari, Guida, Napoli 1998, pp. 41-180).

CS

Die Classification der Sprachen, dargestellt als die Entwickelung der Sprachidee, Dümmler, Berlin 1850.

HZS

Der heutige Zustand der Sprachwissenschaft, «Allgemeine Monatschrift für Literatur», I (1850), pp. 97-110 e 208217; anche in KSS, pp. 114-138.

US 1

Der Ursprung der Sprache im Zusammenhange mit dem letzten Fragen alles Wissens. Eine Darstellung, Kritik und Fortentwicklung der vorzüglichsten Ansichten, Dümmler, Berlin 1851.

US 2

1858.

US 3

1877.

US 4

1888.

OSP I

Offenes Sendschreiben an Herrn Professor Pott, in Die Entwicklung der Schrift. Nebst einem offenen Sendschreiben an Herrn Professor Pott, Dümmler, Berlin 1852; anche in KSS, pp. 139-164.

SIGLE

127

GLP

Grammatik, Logik und Psychologie, ihre Prinzipien und ihr Verhältnis zueinander, Dümmler, Berlin 1855.

ZS

Zur Sprachphilosophie, da «Zeitschrift für Philosophie und philosophische Kritik», XXXII (1857), pp. 68-95 e 194-224; anche in KSS, pp. 248-306.

EGV

Einleitende Gedanken über Völkerpsychologie als Einladung zu einer Zeitschrift für Völkerpsychologie und Sprachwissenschaft, 1860 in «ZVS», I (1860), pp. 1-73; anche in KSS, pp. 307-379.

CTS

Charakteristik der hauptsächlichsten Typen des Sprachbaues, Berlin, Dümmler, 1860.

IS

Ueber den Idealismus in der Sprachwissenschaft. – Auf Veranlassung von A.F. Pott, Etymologische Forschungen auf dem Gebiet der ing. Sprachen. 2 Aufl. 1859, I Teil: Präpositionen in «ZVS», I (1860), pp. 294-328, l’articolo prosegue col titolo Anti-Kaulen oder mythische Vorstellungen vom Ursprunge der Völker und Sprachen in ZVS, III (1865), pp. 225-245. Anche in KSS, pp. 380-435.

GSGR I e II Geschichte der Sprachwissenschaft bei den Griechen und Römern mit besondere Rücksicht auf die Logik, II B.de, Dümmler, Berlin, 1863; II ed. 1890/91. PGP

Philologie, Geschichte und Psychologie in ihren gegenseitigen Beziehungen, Dümmler, Berlin 1864 (Filologia, storia e psicologia nei loro rapporti reciproci in Steinthal, La scienza della lingua di W. v. Humboldt e la filosofia hegeliana, a cura di Alberto Meschiari, Guida, Napoli 1998, pp. 181-255); anche in KSS, pp. 436-511.

GH

Gedächtnisrede auf Wilhelm von Humboldt an seinem hundertjährigen Geburtstage. – Sonnabend, den 22. Juni 1867, Dümmler, Berlin, 1867.

AS I

Die Sprache im Allgemeinen. Einleitung in die Psychologie und Sprachwissenschaft, I Teil vom Abriss der Sprachwissenschaft, Berlin, Dümmler, 1871 (II ed. ampliata 1881).

128

SIGLE

AFI

Die Arten und Formen der Interpretation in Verhandlungen der 32. Versammlung deutscher Philologen und Schulmänner in Wiesbaden von 26.-29. September 1877, O. R. Reisland, Leipzig 1878, pp. 25-35; anche in KSS, pp. 532542.

OSP II

Offenes Sendschreiben an Herrn Professor Pott, 1877 in «ZVS», IX (1877), pp. 304-323; anche in KSS, pp. 512531.

BEM

August Böckh Enzyklopädie und Methodologie der philologischen Wissenschaften, in «ZVS», X (1878), pp. 235255; anche in KSS, pp. 543-563.

DKBE

Darstellung und Kritik der Böckhschen Enzyklopädie und Methodologie der Philologie, 1880 in «ZVS», XI (1880), pp. 80-96 e 302-326; anche in KSS, pp. 564-605.

GKS

Gesammelten kleinen Schriften, Sprachwissenschaftliche Abhandlungen und Rezensionen, Dümmler, Berlin, 1880.

SH

Der Styl Humboldt, Einleitung zu Die sprachphilosophischen Werke Wilhelm von Humboldt, Dümmler, Berlin, 1884.

AE

Allgemeine Ethik, Georg Reimer, Berlin 1885.

BV

Begriff der Völkerpsychologie in «ZVS», XVII (1887), pp. 233-264; anche in KSS, pp. 606-637.

BelLS, I Moritz Lazarus und Heymann Steinthal: die Begründer der Völkerpsychologie in ihren Briefen, Mit einer Einleitung herausgegeben von Ingrid Belke, BAND I, J. C. B. Mohr (Paul Siebeck), Tübingen 1971. BelLS, II/1 BAND II/1, 1983. BelLS, II/2 BAND II/2, 1986. ZVS

«Zeitschrift für Völkerpsychologie und Sprachwissenschaft», I-XX, 1860-1890.

129

SIGLE

Scritti di altri autori: BoeEM August Boeckh, Encyklopädie und Methodologie der philologischen Wissenschaften, herausgegeben von E. Bratuscheck, Teubner, Leipzig 1877 (La filologia come scienza storica. Enciclopedia e metodologia delle scienze filologiche, a cura di Antonio Garzya, traduzione di Rita Masullo, Guida, Napoli 1991). GoeSW Johann Wolfgang Goethe, Sämtliche Werke. Briefe, Tagebücher und Gespräche, Vierzig Bände, Deutscher Klassiker Verlag, Frankfurt a M., 1987 e sgg. HegW

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Werke in 20 Bände, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1971 e sgg.

HeSW

Johann Friedrich Herbart, Sämtliche Werke. In chronologischer Reihenfolge, hrsg. von K. Kehrbach und O. Flügel, 19 Bde. (Langensalza, 1887-1912); Scientia Verlag, Aalen 1964 .

HuGS

Wilhelm von Humboldts Gesammelte Schriften [«Akademieausgabe»], im Auftrag der (Königlich) Preußischen Akademie der Wissenschaften, hrsg. von Leitzmann et alii, Behr, Berlin 1903-36 (Rist. De Grutyer, Berlin 1968).

HuDL

Wilhelm von Humboldt, La diversità delle lingue, traduzione e introduzione a cura di Donatella Di Cesare, Laterza, Roma-Bari 2000 .

KaGS

Kant’s gesammelte Schriften, herausgegeben von der Königlich-Preußischen [poi: Deutschen] Akademie der Wissenschaften, Berlin-Leipzig 1900 e sgg.

LaGV

Moritz Lazarus, Grundzüge der Völkerpsychologie und Kulturwissenschaft, a cura di Klaus Christian Köhnke, Felix Meiner, Amburg 2003.

LaPP

Moritz Lazarus, Psicologia dei popoli come scienza e filosofia della cultura. Scritti, a cura di Alberto Meschiari, Bibliopolis, Napoli 2008.

RINGRAZIAMENTI Ringrazio il Dottor Beniamino Fortis (Università di Firenze), la Dottoressa Maritta Schleyer (Università di Heidelberg) e il Prof. Florian Schui (Royal Holloway, University of London) per aver discusso con me alcuni passaggi delle traduzioni; la Professoressa Cornelia Nenz (Direttrice del Fritz Reuter Literaturmuseum di Stavenhagen) per l’indicazione della poesia di Fritz Reuter; il Dottor Giovanni Rota (Università di Milano) e la Dottoressa Myriam Giargia (Università di Milano) per le indicazioni sulla storia dei termini gnosis e anagnosis; la Professoressa Chiara Cappelletto (Università di Milano), i Dottori Emiliano Ferrari (Università di Milano), Roberto Tibaldeo Franzini (Università di Torino), Carlo Tatasciore (Università di Firenze), Gianmario Andreani (Università di Milano) ed Enrico Rini (Università di Milano), per avermi indicato alcuni riferimenti in traduzioni italiane, a me, per ragioni contingenti, allora inaccessibili; la Dottoressa Dagmara Kraus (Università di Ginevra) per aver rivisto gli originali in tedesco di questo libro. Ringrazio i Professori: Gianluca Garelli (Università di Firenze), Marco Ivaldo (Università di Napoli), Alfredo Marini (Università di Milano), Andrea Orsucci (Università di Cagliari), Renato Pettoello (Università di Milano) e Ignazio Volpicelli (Università La Sapienza – Roma) per avermi segnalato alcuni riferimenti o aiutato a trovare informazioni utili a chiarire il testo steinthaliano; la Professoressa Lia Formigari (Università La Sapienza – Roma) per gli importanti suggerimenti circa l’interpretazione della filosofia del linguaggio di Steinthal; la Professoressa Céline Trautmann-Waller (Università Sorbonne – Parigi ), per le indicazioni biografiche sull’autore e per l’indicazione della traduzione russa del saggio di Steinthal e Lazarus; il Professor Giuseppe Veltri (Università di Halle-Wittenberg) per le delucidazioni sull’insegnamento religioso di Steinthal. I Professori Remo Bodei (UCLA) e Giuseppe Cacciatore (Università Federico II di Napoli) hanno seguito le prime fasi delle mie ricerche su Steinthal. Gli scritti del Professor Alberto Meschiari (Scuola Normale di Pisa) e i colloqui avuti con lui hanno rappresentato per me la chiave d’accesso all’interpretazione del suo pensiero. La sua amichevole franchezza, in questi anni, mi ha giovato sotto molti profili. I vagiti della piccola Leda fanno ora da giusto contrappunto a questi scritti sul linguaggio. A Laura dedico questo libro.

ERMENEUTICA E PSICOLOGIA DEL LINGUAGGIO

SEZIONE I

FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

GENESI E STORIA EDITORIALE DI GRAMMATIK, LOGIK UND PSYCHOLOGIE, IHRE PRINZIPIEN UND VERHÄLTNIS ZUEINANDER Nella lettera aperta al Prof. Pott, pubblicata nel volume Lo sviluppo della scrittura del 1852, Steinthal promette pubblicamente al collega che prima o poi avrebbe affrontato accuratamente i rapporti di grammatica e logica. Alcune lettere inviate da Steinthal ai suoi corrispondenti negli ultimi mesi del 1852, durante il suo breve soggiorno a Londra, confermano questo proposito. In una missiva del 26 settembre diretta a C. W. L. Heyse, l’autore scrive di voler elaborare un’introduzione sistematica sul metodo comparativo della linguistica e «forse anche qualcosa sulla forma interna della lingua», da anteporre alla pubblicazione (avvenuta poi solo nel 1867) del suo saggio sulle lingue africane [cfr. BelLS, II/2, p. 399]. Il 14 dicembre comunica a Lazarus d’aver scritto, ma non ancora inviato, una lettera ad August Mahn sui rapporti di grammatica e logica, una questione su cui regna «da lungo tempo» la più grande «confusione» e di volersi «fare strada» tra questa confusione [cfr. BelLS, I, p. 269]. Già a questi anni, dunque, bisogna far risalire l’idea centrale che anima Grammatik Logik und Psychologie. Abbiamo poi una testimonianza indiretta del 31 luglio 1853. Allora Lazarus, rispondendo da Berlino a una precedente lettera dell’amico, lettera purtroppo non rintracciata, si sofferma sulla questione dei rapporti tra logica, estetica ed etica [cfr. BelLS, I, p. 80]. A metà del 1853, dunque, già da alcuni mesi Steinthal sta ripensando i rapporti generali di grammatica e logica e progetta di farlo alla luce del concetto di forma interna della lingua. Non abbiamo notizie certe sull’inizio della stesura del libro e le fasi di composizione. È sicuro, tuttavia, che il termine a quo della stesura di Grammatik, Logik und Psychologie non può essere retrocesso oltre il gennaio del 1853, dopo il rientro di Steinthal da Londra a Parigi, se nel dicembre del 1852 – come abbiamo visto – non vi è altro che il «proposito» di farsi strada tra «quella confusione». A determinare, invece, il termine ad quem torna utile una lettera del 15 novembre 1854, in cui Steinthal trasmette a Julius Harrwitz,

136

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

presidente e proprietario dal 1847 della casa editrice universitaria Dümmler di Berlino, alcune correzioni da apportare al manoscritto [cfr. BelLS, II/2, p. 371]. Testimonianza, questa, da cui si evince che il termine ad quem della stesura non va oltre l’ottobre del 1854. Dal carteggio risulta anche che la revisione del manoscritto, non potendo essere seguita dall’autore stesso che se n’era separato per inviarlo a Berlino, era stata affidata da Steinthal al filosofo del linguaggio Carl Wilhelm Ludwig Heyse e allo studioso di filologia romanza August Mahn, con cui l’autore continuava una proficua collaborazione dall’estero. La fase di stesura della prefazione del libro è documentata ancor meglio. Essa inizia nel novembre del 1854 e termina nei primissimi giorni di gennaio del 1855. Il 2 di quel mese, infatti, Steinthal scrive a C. W. L. Heyse di averla «quasi conclusa» [cfr. BelLS, II/2, p. 402], mentre il 3 febbraio scrive a Paul Heyse d’averla inviata e di disporre già di alcune copie fuori commercio del libro, evidentemente prive di prefazione [cfr. BelLS, II/2, p. 418]. Il 12 febbraio sono ancora comunicate a Harrwitz alcune integrazioni alla prefazione e di seguito l’autore rivendica la legittimità dei toni aspri in essa utilizzati contro le teorie linguistiche di Aufrecht, Max Müller, Bunsen, Böhtlingk [cfr. BelLS, II/2, pp. 390-391]. Il riferimento a quest’ultimo andrà poi in una nota dell’ultima parte del libro [GLP, nota a p. 387]. Il 2 aprile del 1855 Steinthal scrive a Paul Heyse: «è appena apparso il mio libro Grammatik, Logik und Psychologie, un peccato commesso contro i miei studi sul cinese, a cui ho sottratto tempo e spazio, e contro la moderazione e il galateo: una critica più corrosiva non si è ancora vista […] ma tuo padre [Carl W. L.] mi ha lodato e ha definito la mia critica magistrale» [cfr. BelLS, II/2, p. 427]. Il 4 aprile, Steinthal accusa Harrwitz d’aver affidato la seconda correzione di un’opera così difficile «a un novellino» [cfr. BelLS, II/2, p. 392], la prima, come detto, era stata portata a termine da Heyse e da Mahn. Nella stessa lettera informa l’editore d’aver inviato copie del testo anche a Trendelenburg e Wecker, Heyse e Lazarus, perché quest’ultimo, a sua volta, ne recapitasse una copia a Hartenstein, il curatore delle opere di Herbart [cfr. BelLS, II/2, pp. 391-392]. Il 16 settembre 1855, quando il libro è ormai in commercio da 5 mesi, l’autore scrive a Paul Heyse di non potersi risolvere a comporre le molte aggiunte che avrebbe richiesto e che sarebbe piuttosto stata necessaria una seconda edizione ampliata e migliorata, un’edizione in cui quei pensieri assumessero forma diversa

INTRODUZIONE

137

[cfr. BelLS, II/2, p. 429]. L’autore diede questa diversa e nuova forma ai principi trattati nella terza parte di Grammatik, Logik und Psychologie solo nel 1871, nel primo volume dell’Abriß der Sprachwissenschaft. Ma si trattava, appunto, di un nuovo e per molti aspetti ben diverso libro.

GRAMMATIK, LOGIK UND PSYCHOLOGIE, IHRE

PRINZIPIEN UND IHR VERHÄLTNIS ZUEINANDER (1855)

Denken ist schwer

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA, I LORO PRINCIPI E IL LORO RAPPORTO RECIPROCO

(1855)

Pensare è difficile

140

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

INHALTS-VERZEICHNISS Vorwort Zweiter Theil: GRAMMATIK UND LOGIK. I. Allgemeine Vorbemerkungen A. Von der Sprachwissenschaft im Allgemeinen: §§. 56-58. B. Von der Logik im Allgemeinen: §§. 59-60. II. Nähere Darlegung des Unterschiedes zwischen Grammatik und Logik: Sind Sprechen und Denken identisch?: §§. 61-63. Ist die Sprache logisch?: §§. 81-82. Dritter Theil: GRUNDSÄTZE DER GRAMMATIK: §. 83. A. Allgemeines Wesen der Sprache und ihre Beziehung zum geistigen Leben: §. 84. 1. Entstehung und Entwickelung der Sprache: §. 85. a. Vorbildung und Anlage der Sprache im Menschen: §§. 87, 91. b. Hervortreten der Sprache: §§. 92-96. c. Stufenentwickelung der innern Sprachform: §§. 97-101. d. Mittheilung, Verständniß, Sprechenlernen der Kinder: §. 102.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

141

INDICE Premessa dalla Parte seconda: GRAMMATICA E LOGICA. I. Premesse generali A. Sulla scienza della lingua in generale: §§. 56-58. B. Sulla logica in generale: §§. 59-60. II. Esposizione più accurata della differenza di grammatica e logica: Parlare e pensare sono identici?: §§. 61-63. La lingua è logica?: §§. 81-82. dalla Parte terza: PRINCIPI DI GRAMMATICA: §. 83. A. Essenza universale della lingua e suo rapporto con la vita spirituale: §. 84. 1. Genesi e sviluppo della lingua: §. 85. a. Preparazione e disposizione alla lingua nell’uomo: §§. 87, 91. b. Comparsa della lingua: §§. 92-96. c. Sviluppo per gradi della forma interna della lingua: §§. 97-101. d. Comunicazione, comprensione e apprendimento: §. 102.

142

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

2. Leistung der Sprache für das Denken: a. Wesen der Vorstellung im Allgemeinen: §§. 103-105. b. Nähere Darlegung des Wesens der Vorstellung und ihrer Entwickelung: §§. 106-113. B. Die Grammatik: 1. Die Principien der Grammatik: §. 114. a. Inneres und Aeußeres: §. 115. b. Bedeutung: §§. 116-118. c. Sprechen und Sprachmaterial: §. 119. 2. Hauptpunkte der Grammatik: b. Innere Sprachform: §§. 125-128. Verschiedenheit der Sprachen: Grund der Sprachverschiedenheit: §§. 132-134. Organismus, Princip und Individualität der Sprache: §. 135. Allgemeines Kategorienschema: §. 136. Die Classification der Sprachen: §. 137. Sprachwissenschaft als Moment der Völkerpsychologie: §§. 138-143.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

143

2. Contributo reso al pensiero dalla lingua: a. Essenza della rappresentazione in generale: §§. 103105. b. Esposizione più accurata dell’essenza della rappresentazione e del suo sviluppo: §§. 106-113. B. La grammatica: 1. I principi della grammatica: §. 114. a. Interno ed esterno: §. 115. b. Significato: §§. 116-118. c. Parlare e materiale linguistico: §. 119. 2. Aspetti principali della grammatica: b. Forma interna della lingua: §§. 125-128. Diversità delle lingue: Ragione della diversità delle lingue: §§. 132-134. Organismo, principio e individualità della lingua: §. 135. Schema universale delle categorie: §. 136. La classificazione delle lingue: §. 137. Scienza della lingua come momento della psicologia dei popoli: §§. 138-143.

144

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

VORWORT [V] Im Begriffe, vorliegendes Buch, des Verfassers erstes Werk von einigem Umfange, der Oeffentlichkeit zu übergeben, regen sich in mir, nach den Erfahrungen, die ich bei Gelegenheit meiner kleinen Schriften gemacht habe, mancherlei Befürchtungen rücksichtlich der Aufnahme, die es finden dürfte. Ich habe aber weder die Macht noch die Absicht, allen möglichen Mißverständnissen, Unterschiebungen und ungehörigen Urtheilen zuvorzukommen; am allerwenigsten könnte dies in einem kurzen Vorworte geschehen. Denen, die meine Eigenthümlichkeit nicht begreifen, werde ich mich nie aufschließen können; und die, welche, von der Sache abspringend, in voreiligster Weise mit ethischer Beurtheilung bei der Hand sind, muß ich unbeachtet lassen. So will ich mich denn hier nur für diejenigen, die mich verstehen und kennen, über einige Punkte näher erklären. Was zunächst meine hier gegebene Kritik Beckers betrifft, so muß sie wohl allen, die den Ansichten dieses Sprachforschers anhängen, sehr streng, hart, bitter erscheinen. Aber konnte ich denn wohl anders reden? Ich hätte diesen und jenen Satz unterdrücken, dieses und jenes Wort streichen können; gemildert hätte ich die Sache dadurch keineswegs. Eine Kritik, wie die vorliegende, so gänzlich zerstörend, das Gebäude und den Grund; so vollständig zersetzend, im Ganzen und im Einzelnen; die Fehler von der äußersten Oberfläche bis in die innerste Tiefe aufsuchend – eine solche Kritik kann [VI] dem, der von ihr betroffen wird, auch durch die zartesten Redewendungen und die süßesten Worte nicht gemildert werden. Es thut mir leid, es schmerzt mich – wer mich kennt, weiß es – wenn ich Personen verletze; aber ich kann es nicht ändern; denn die Systeme leben in den Personen und bilden ihre Substanz. Wenn der Schmerz das Vorrecht fühlender Wesen genannt worden ist: so ist der Schmerz über

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

145

PREFAZIONE [V] Nell’accingermi a dare alle stampe il presente libro, prima opera dell’autore di una certa ampiezza, si agita in me, in ragione delle esperienze fatte in occasione dei miei piccoli scritti, qualche timore riguardo all’accoglienza che potrà incontrare. Ma non ho né la forza né l’intenzione di prevenire tutti i possibili fraintendimenti, le illazioni e i giudizi inopportuni; in alcun modo poi ciò sarebbe dato fare in una breve prefazione. Non potrò mai dischiudere il mio animo a coloro che non comprendono la peculiare curvatura dei miei pensieri e devo esimermi dal rispondere a coloro che senza addentrarsi nella questione esprimono valutazioni etiche nel più avventato dei modi. Qui dunque mi spiegherò meglio su alcuni punti solo per quelli che mi comprendono e mi conoscono. Per quel che riguarda, anzitutto, la critica di Becker1 qui proposta, essa sembrerà di certo molto severa, dura, aspra a tutti coloro che si rifanno alla prospettiva di questo linguista. Ma avrei potuto esprimermi diversamente? Avrei potuto eliminare questa o quella frase, avrei potuto cancellare questa o quella parola, con ciò non avrei in alcun modo addolcito la cosa. Una critica come quella che presento, che distrugge per intero l’edificio e le fondamenta, che frantuma completamente il quadro generale e i particolari, che scova gli errori dalla superficie più esterna alla più intima profondità – una tale critica non può essere resa più mite [VI], per colui che ne è fatto oggetto, nemmeno dalle più delicate espressioni e dalle più dolci parole. Mi dispiace, mi addolora – chi mi conosce lo sa – ferire le persone; ma non è in mio potere cambiar ciò, poiché i sistemi vivono nelle persone e costituiscono la loro sostanza. Se il dolore è stato chiamato la prerogativa degli esseri sensibili, allora il dolore per i sistemi di pensiero distrutti è la prerogativa delle persone pensanti. Non si creda, però,

146

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

vernichtete Gedankensysteme das Vorrecht denkender Personen. Man glaube aber nicht, der Kritiker auf den Trümmern, die er angerichtet, sei voll von Siegeslust; er hat höchstens das Gefühl von Befriedigung, das aus dem Bewußtsein entsteht, seine Pflicht gethan zu haben, so gut er konnte und wie er konnte. Auch diese meine Kritik Beckers ist eine Ehrenbezeugung, die ich ihm darbringe. Weil er einen so umfassenden Raum in der Geschichte der Sprachwissenschaft einnimmt, habe ich ihm so viel Mühe gewidmet. Dem scheint zu widersprechen, daß, nach meiner Kritik Beckers, nicht nur des Haltbaren in seinem Systeme wenig oder überhaupt kaum etwas zu finden ist, sondern auch daß Becker selbst – um es nur kurz zu sagen – fast unverständig erscheint. Daß dies der Sinn meiner Darstellung ist, wie könnte ich das läugnen? Ich habe mir selbst die Frage vorgelegt: wie ist es möglich, daß ein Werk, wie Beckers Organism, welches nach deiner Darstellung das leerste Nichts sein soll, das je veröffentlicht wurde, dessenungeachtet seit einem Vierteljahrhundert als Meisterwerk gilt und der Mittelpunkt einer Schule geworden ist, die mehr Anhänger zählt als jemals eine? und zwar dies allein und lediglich durch den innern Einfluß des Buches auf die Geister; denn ich wüßte nicht, welcher äußerliche Einfluß hier obgewaltet hätte – ich fragte mich: wie ist es möglich, daß ein Mann einerseits seit Jahrzehenden als Gründer der neuen Grammatik anerkannt wird, und andererseits dir in einem Lichte erscheint, daß du Mühe hast, ihn von denen zu unterscheiden, die man geisteskrank nennt? Und hier ist die Antwort, die ich mir gab. Ist denn dieser Fall Beckers so einzig? Fragt doch Trendelenburg und viele andere, ob sie Hegel und seine Schule von den Bewohnern Bedlams zu unterscheiden wissen. Noch andere Fälle legte ich [VII] mir vor und überhaupt die Schwierigkeit, bestimmt zu sagen, welcher geistige Zustand es ist, den wir als Krankheit bezeichnen. Und weiter sagte ich mir: es giebt, ja es giebt Krankheiten des Geistes in der Geschichte der Menschheit, die durch die einmal vorhandenen Umstände eben so nothwendig und für die Entwickelung des menschlichen Geistes eben so heilsam sind, wie körperliche Krankheiten im Leben des Körpers; und diejenigen Männer, welche der classische Ausdruck dieser Geisteskrankheiten sind, sind sogar groß zu nennen, und wir schicken sie nicht ins Irrenhaus, weil wir dorthin nur die bringen, welche an einer individuellen

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

147

che il critico si erga sulle macerie che ha lasciato dietro di sé tronfio di compiacimento per la vittoria. Egli prova, tutto al più, un appagamento che promana dalla coscienza d’aver compiuto il suo dovere come meglio poteva. Anche questa critica che muovo a Becker è un atto d’omaggio offertogli. Gli ho dedicato tanta fatica perché occupa un posto così importante nella storia della linguistica. Pare contraddire ciò il fatto che, secondo la mia critica a Becker, non solo nel suo sistema si trova poco o pressoché nulla di sostenibile, ma lo stesso Becker – per dirla in breve – appare quasi fuori di senno. Come potrei negare che questo è il senso della mia esposizione? Io stesso mi sono posto la domanda: com’è possibile che un’opera come lo Organism di Becker, che secondo la tua esposizione dovrebbe essere il più vacuo nulla, pure fu pubblicata e, nonostante quel che tu credi, è considerata da un quarto di secolo un capolavoro ed è divenuta il punto di riferimento di una scuola che conta più proseliti di qualsiasi altra? E ciò solo e unicamente per l’influenza interiore che il libro ha esercitato sugli spiriti; poiché io non sapevo quale influenza esterna il libro avesse esercitato – mi chiedevo: com’è possibile che, da una parte, un uomo da decenni è riconosciuto come il fondatore della nuova grammatica, e, d’altra parte, a te appare in una luce tale che fatichi a distinguerlo da coloro che si chiamano malati mentali? Ecco la risposta che mi diedi. È poi il caso di Becker tanto singolare? Si chieda pure a Trendelenburg e a molti altri se costoro sanno distinguere Hegel e la sua scuola dai pazienti di Bedlam2. Mi sono figurato altri casi [VII], in merito soprattutto alla difficoltà di esprimere con precisione quale sia lo stato spirituale che indichiamo con “malattia”. E poi mi sono detto: ci sono, sì, ci sono nella storia dell’umanità malattie dello spirito che, in ragione delle circostanze un tempo presenti, sono esattamente tanto necessarie ed esattamente tanto benefiche per lo sviluppo dello spirito umano quanto le malattie che colpiscono il fisico lo sono per la vita del corpo; e quegli uomini che incarnano l’espressione classica di queste malattie spirituali, devono essere definiti persino grandi, né noi li spediamo in manicomio, giacché lì conduciamo solo coloro

148

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Krankheit leiden, an einem ihnen eigenthümlichen Irrthume, dessen Möglichkeit auf ganz besondern Verhältnissen beruht, an denen sonst niemand Theil nimmt. Jene Männer aber hegen einen Irrthum, der durch die allgemeinen Zustände vorbereitet ist, dem Tausende erliegen und dem jeder, in diese Zustände versetzt, erliegen würde. Ihr Wahn ist also ein objectiver, kein bloß subjectiver. Als Becker auftrat, war Organismus das Schlagwort, das in allen Kreisen geistiger Thätigkeit widertönte. Er führte daher dasselbe in die Grammatik ein, und alle, die diese Wissenschaft betrieben, mußten um so eher davon ergriffen werden, je dunkler das Wort blieb. Man glaubte sich zu verstehen, weil man für einen gemeinsamen dunkeln Drang ein gemeinsames Wort hatte. So wirken Schlagwörter allemal um so weiter, je weniger sie verstanden werden; und die Parteien zerfallen, sobald sie sich ihr Schlagwort klar machen wollen. Das ist also das Verdienst Beckers, einem allgemein herrschenden dunkeln Drange ein Wort gegeben zu haben; und dann auch, die alte Grammatik vollendet, auf die Spitze getrieben zu haben; denn die Vereinheitlichung der Grammatik mit der Logik ist ihr Erbkrankheit. Ich will nicht so weit gehen zu läugnen, daß nicht auch manche Mängel Beckers rein subjectiv sind; jedoch sind diese gewiß unwesentlich, und auch sie fließen ursprünglichst aus den objectiven Schwächen. Auch diese Kritik Beckers, wie alle meine übrigen Kritiken, ist eine Kritik meiner selbst: denn theils habe ich selbst Beckers Fehler gehabt, theils hätte ich sie leicht haben können. [VIII] Durch meine Kritik Beckers habe ich also theils mich von wirklichen Fehlern zu befreien, theils mich vor möglichen zu wahren gesucht. Daher die lebendige Erregung meines Innern, die sich in der Darstellung meiner Kritik offenbart. Wie könnte ich meinen Gefühlen Schweigen gebieten, da sie so innig mit meinen Gedanken verschlungen sind! In meiner Kritik Humboldts sehe ich eine Art Tragödie, in Humboldt einen Hamlet, der sich eine große Aufgabe gestellt

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

149

che sono affetti da una malattia individuale, da un errore che è peculiare soltanto a loro, un errore la cui possibilità riposa su rapporti del tutto specifici, rapporti a cui solitamente nessun altro prende parte. Gli altri uomini invece serbano in animo un errore che è preparato dalle condizioni universali a cui soggiacciono migliaia di altri e a cui ciascuno, posto nelle medesime condizioni, soggiacerebbe. La loro è dunque una follia oggettiva, non meramente soggettiva. Quando Becker entrò in scena “organismo” era la formula ricorrente che risuonava in tutti gli ambiti dell’attività spirituale. Egli pertanto la introdusse nella grammatica e tutti coloro che praticavano questa scienza dovettero esserne tanto più facilmente conquistati quanto più oscura restava la parola. Si credeva di comprendersi perché si era in possesso di una parola condivisa per un impulso che era oscuro in tutti. Accade sempre, infatti, che le formule raggiungano una diffusione tanto più ampia quanto meno le si comprende; mentre si ci si divide in fazioni non appena si cerca di chiarire la propria formula. Il servizio reso da Becker è pertanto l’aver dato un nome a un impulso oscuro che domina tutti e inoltre l’aver perfezionato e condotto a un punto estremo l’antica grammatica, giacché l’identificazione della grammatica con la logica è la malattia ereditaria dell’antica grammatica. Non voglio spingermi così in là da negare che alcune insufficienze di Becker siano interamente soggettive; e tuttavia queste sono di certo inessenziali e anch’esse sgorgano originariamente da difetti oggettivi. Anche questa critica di Becker, come tutte le mie precedenti, è una critica di me stesso: giacché in parte io stesso sono stato vittima degli errori di Becker, in parte avrei potuto facilmente esserne vittima. [VIII] Attraverso la mia critica di Becker ho dunque in parte cercato di affrancarmi da errori effettivamente commessi, in parte cercato di salvaguardarmi da errori possibili. Da ciò la vivace eccitazione del mio animo che si palesa nell’esposizione della mia critica. Come potevo imporre ai miei sentimenti di tacere, dal momento che essi sono tanto intrinsecamente intrecciati ai miei pensieri3! Nella mia critica a Humboldt io scorgo una sorta di tragedia4, in Humboldt vedo un Amleto che s’è fatto carico di

150

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

hat, an deren Ausführung ihn tausend Bedenklichkeiten hindern. Und vorzüglich auch darin ist Humboldt dem Hamlet ähnlich, daß, wie dieser endlich im Augenblicke seines Unterganges, sterbend noch sich aufrafft und seine That vollführt: so auch Humboldt, nachdem er seine gehaltvolle Anschauung schon der Reflexion aufgeopfert hat, sich mit einem „dennoch“ aufrafft und dieselbe hinstellt allem Vorangehenden zum Trotz. Eine so strenge Tragödie bietet die Kritik Beckers nicht. Es ist das Schauspiel eines Leichtsinnigen, der ohne alle Vor- und Umsicht handelt. Humboldt ringt fortwährend mit allen Schwierigkeiten; Becker sieht deren nie und nirgends. Aber ein anziehendes Seelengemälde bietet auch er dar. Wie er Schritt vor Schritt in den Abgrund des Nichts fallen mußte, wie ein Irrthum den andern herbeiführte, und jeder neu hinzugekommene die Rückkehr erschwerte, das Bewußtsein abstumpfte: das glaube ich klar gesehen und gezeigt zu haben. Auch hoffe ich, man werde finden, daß ich meinen Gegner nicht leicht genommen habe. Ich habe mir viel Mühe gegeben, ihn zu erklären und zu vertheidigen. Ohne einen Mann im Innersten und Tiefsten zu erfassen, würde man seine Fehler nicht begreifen. Ich habe mit Lebhaftigkeit dargestellt, weil mich die Sache lebhaft ergriffen hat. Ich hoffe aber, man werde nie finden, daß ich mich so weit hätte hinreißen lassen, die positive Seite Bekkers zu übersehen; ich habe sie hervorgehoben. Ich habe Bekkers Verdienst anerkannt, das freilich nur in seinem Streben liegt. Aber man höre doch auf von Unbescheidenheit zu reden, wo es sich um Erforschung der Wahrheit handelt. Wissenschaftliche Darstellung verlangt erstlich Entschiedenheit und Bestimmtheit des Ausdruckes. Begriffe und Ideen müssen fest begrenzt [IX] werden, und man darf die Urtheile nicht dem Schwanken und der Willkür der Deutung überlassen. Ferner aber denke ich mit Göthe: „Bescheidenheit gehört eigentlich nur für persönliche Gegenwart... In alle freien schriftlichen Darstellungen gehört Wahrheit, entweder in Bezug auf den Gegenstand oder in Bezug auf das Gefühl des Darstellenden, und, so Gott will, auf beides. Wer einen Schriftsteller, der sich und die Sache fühlt, nicht lesen mag, der darf überhaupt das Beste ungelesen lassen“.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

151

un compito impari, la cui realizzazione è ostacolata da migliaia di rovelli. E Humboldt è simile ad Amleto soprattutto perché, come costui, alla fine, nell’istante del suo declino, mentre muore, raccoglie ancora una volta le proprie forze e porta a compimento il suo atto; anch’egli, dopo aver ormai sacrificato la sua pregevole intuizione alla riflessione, in un ultimo sussulto pone un “ciò nondimeno”, conferendo valore all’intuizione a dispetto di tutto quel che ha sostenuto prima. La critica di Becker non offre la rappresentazione di una sì grave tragedia. È il dramma di una mente spensierata che opera senza cautela e senza prudenza. Humboldt combatte ininterrottamente con ogni difficoltà, Becker non ne scorge mai e in nessun luogo. Ma anch’egli mette in scena un avvincente affresco dell’animo. Credo d’aver scorto e mostrato con chiarezza come egli passo dopo passo doveva precipitare nell’abisso del nulla, come un errore provocava l’altro e ciascuno di quelli sopraggiunti rendeva più difficile retrocedere, intorpidiva la coscienza. Spero anche che il lettore troverà che non ho preso in considerazione superficialmente il mio nemico. Ho faticato molto per spiegarlo e giustificarlo. Senza capire un uomo nel suo lato più intimo e profondo, non si comprenderebbero i suoi errori. La mia esposizione è animata perché la questione mi sta a cuore. Spero però non si troverà mai che io mi sia lasciato trasportare tanto da trascurare gli aspetti positivi dell’opera di Becker, io li ho posti in evidenza. Ho riconosciuto il servizio reso da Becker che però sta solo nel suo sforzo. Ma si smetta di parlare di mancata modestia ove è in gioco la ricerca della verità. L’esposizione scientifica richiede anzitutto risolutezza e precisione d’espressione. Concetti e idee devono essere saldamente [IX] delimitati e non bisogna lasciare i giudizi all’oscillazione e all’arbitrarietà dell’interpretazione. Inoltre, credo come Goethe che «la modestia in senso proprio si addice solo al discorso a tu per tu… a tutte le esposizioni scritte in spirito di libertà si addice la verità, o in relazione alla questione trattata o in relazione al sentimento di chi la espone e, se Dio vuole, in rapporto a entrambi. Chi non è interessato a leggere uno scrittore, consapevole di sé e con senso della cosa, deve rinunciare a leggere quel che è più importante in assoluto»5.

152

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Becker erhält endlich seine Berechtigung durch den Gegensatz, in welchem er zu seinen Zeitgenossen steht; und diese Berechtigung erstreckt sich, wiewohl mit geminderter Kraft, auch auf seine heutigen Anhänger. Denn wenn auch allerdings seit dem Erscheinen des Organism nicht bloß Humboldts letzte umfassende Arbeit ans Licht getreten ist, sondern auch sämmtliche deutsche Sprachforscher ein tieferes Gefühl vom Wesen der Sprache in sich tragen, als Beckers Zeitgenossen hatten; so ist doch die alte Ansicht von einem reflectirenden Machen der Sprachen noch nicht völlig, noch nicht allgemein überwunden; und einer so falschen Anschauung gegenüber muß ich dem Beckerschen Begriffe vom Organismus der Sprache, so mangelhaft er auch ist, seines Strebens wegen den Vorrang einräumen. Die hier erwähnte, noch nicht ganz verschwundene Ansicht von einem über Mittel und Zweck der Sprache nachsinnenden Machen der Sprachen hat neuerdings wieder ihren Ausdruck gefunden in einem Werke, das nicht verfehlen wird, die Aufmerksamkeit der Sprachforscher auf sich zu ziehen: Bunsen, Outlines of the philosophy of universal history, applied to language and religion. London 1854. 2 voll. In diesem Werke sind lange Stücke von Hrn. Aufrecht und noch mehr von Hrn. Müller, dem Herausgeber des Rigveda; und er ist es, der das Recht der Beckerianer in unsern Augen klar darthut. Hr. Müller nämlich theilt die Sprachen in drei Klassen ein (a. a. O. I S. 281 ff.): Family-, Nomad- and State-Languages, welche ganz den Klassen der alten Eintheilung entsprechen: es sind nämlich die einsylbigen, agglutinirenden und flectirenden Sprachen. Das Semitische und die sanskritischen Sprachen bilden die dritte Klasse, zu der auch das Aegyptische gehört, das nur [X] eine frühe Abzweigung des Semitischen sein soll. Zur ersten Klasse gehört das Chinesische; alle übrigen Sprachen der Erde sollen Nomaden- oder Turanische Sprachen sein. Alle Sprachen aber stammen von einer Mutter. Nämlich, so lautet der ganz naive Mythos des Hrn. Müller (das. I. S. 310), vor vielen Jahrtausenden, oder Kalpas, lebte ein Mann, oder ein König – denn er und seine Familie waren noch die einzigen Menschen –, genannt Feridun. Er hatte drei Söhne, Tur, Silim und Irij. Der Mann hatte die Sündfluth durchlebt, und in seinem Hause sprach man nicht mehr die antediluvianische Sprache, welche bloß aus Wurzeln bestand (das. S. 487). Wie der Mythos dies meint, weiß ich nicht. Denn diese

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

153

Becker ottiene infine il suo diritto per il contrasto in cui si trova con i suoi contemporanei; e questa giustificazione si estende, sebbene con forza ridotta, anche ai suoi seguaci d’oggi. Giacché quand’anche senza dubbio, non solo dalla comparsa dell’Organismo è venuto alla luce l’ultimo ampio lavoro di Humboldt6, ma oltre ciò, tutti i linguisti tedeschi sono in possesso di un senso dell’essenza della lingua più profondo di quello che avevano i contemporanei di Becker, pur tuttavia la vecchia concezione di un fare riflettente delle lingue non è pienamente e universalmente superata e contro una sì falsa concezione devo accordare preferenza, in virtù della sua aspirazione, al concetto beckeriano di organismo della lingua, per quanto esso rimanga inadeguato7. La qui citata, non ancora del tutto scomparsa, concezione di un fare delle lingue che riflette sul mezzo e il fine della lingua, ha di recente trovato espressione in un’opera che non mancherà di attirare a sé l’attenzione dei linguisti: gli Outlines of the philosophy of universal history, applied to language and religion. London 1854. 2 voll., di Bunsen8. In quest’opera si trovano ampi passi di Aufrecht e ancor di più di Müller, il curatore dei Rigveda9: ed egli è colui che ai nostri occhi dimostra chiaramente il diritto dei beckeriani. Müller infatti suddivide le lingue in tre classi (ivi, I, p. 281 e sgg.): Family-, Nomad- and State-Languages, che corrispondono esattamente alle classi dell’antica classificazione: si tratta, infatti, delle lingue monosillabiche, agglutinanti e flessive. Le lingue semitica e sanscrita costituiscono la terza classe, a cui appartiene anche l’egiziano, che deve [X] essere soltanto una precedente ramificazione del semitico. Alla prima classe appartiene il cinese; tutte le lingue restanti della terra devono essere lingue nomadi o turaniche. Tutte le lingue, però, derivano da una lingua-madre. Infatti, così recita il mito assai ingenuo di Müller (op. cit., I, p. 310), molti millenni fa, o molti Kalpa fa10, viveva un uomo, o un re, – dal momento che egli e la sua famiglia erano per il momento gli unici uomini – chiamato Feridun. Costui aveva tre figli, Tur, Silim e Irij. L’uomo era sopravvissuto al diluvio universale e a casa sua non si parlò più la lingua antidiluviana che era costituta semplicemente da radici (op. cit. p. 487). Per che ragione il mito creda ciò, non saprei. Giacché questa lingua antidiluviana deve

154

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

antediluvianische Sprache soll zwar eine andere sein als die Famillensprache d. h. die Sprache in der Familie Feriduns, in welcher aber doch auch nur „Juxtaposition“ herrschte, wie heute noch im Chinesischen, wo also Wurzel neben Wurzel gestellt wird; und weniger als dies können doch auch die antediluvianischen Menschen nicht gethan haben. Wir dürfen indeß vom Müllerschen Mythos nicht mehr Klarheit erwarten, als von jedem andern, deutschen oder indischen oder persischen. Verfolgen wir also nur den Mythos weiter. Feriduns Söhne verließen das väterliche Haus, um sich auf die Wanderschaft zu begeben. Was wird nun aus der Sprache, die sie am heimathlichen Herde gelernt hatten? Hören wir den Mythos in seinem heiligen Urtexte, da zu fürchten steht, daß durch eine Uebersetzung in unser abstractes Deutsch, seine ganze Naivität verwischt werde (das. S. 310): „What they carried away from home were roots and pronouns. Two of them, Silim and Irij seem both to have held the secret how a root could be divided and changed so that it might be used as a subject or as a predicate. Tur also may have known it; but he either forgot it, or he did not like to tamper with those sacred relics which he had carried away from his father’s house... Now there were at least four things which Tur had to express with his roots and pronouns. If he possessed a root for cutting, he wanted to say, I cut (present); I cut (past); cutter i. e. knife, and my cutter i. e. my knife. These four little phrases were indispensable for him, if he wished [XI] to get on in the world. As long as he was alone with his family and children, he no doubt could make them understand by some expressive accent when ngò. tà (moi battre) meant „I beat“ and when ngò.tà meant „my stick“ (moi-bâton). What followed would generally remove all incertainty, if it existed; for ngo. ta. ni, I-strike-thou (moi battre vous) could only mean „I strike thee“. All this may seem so natural, as far as construction goes, that at first one hardly discovers any thing peculiar in these different modes of expression. Still in the construction of these two expressions, ngo. ta, I beat and ngo-ta my stick there is something so individual and peculiar, that neither Silim nor Irij could imitate it. This is the li-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

155

invero essere diversa dalla lingua della famiglia, è a dire dalla lingua parlata nella famiglia di Feridun, in cui di certo vigeva solo la “giustapposizione”, come accade ancora oggi nel cinese in cui le radici sono poste appunto accanto ad altre radici; e meno di questo non possono aver fatto nemmeno gli uomini antidiluviani. Ma dal mito di Müller non possiamo aspettarci maggiore chiarezza che da qualsiasi altro, tedesco, indiano o persiano che sia. Di seguito allora atteniamoci semplicemente al mito. I figli di Feridun abbandonarono la dimora paterna per mettersi in viaggio. Cosa accade ora alla lingua che avevano imparato nella casa natia? Ascoltiamo ora il mito dal suo sacro testo originario, giacché è da temere che traducendolo nel nostro tedesco astratto ne venga cancellata per intero l’immediatezza (op. cit. p. 310): «Quello che portarono con sé da casa erano radici e pronomi. Due di questi, Silim e Irij, sembrano aver mantenuto il segreto di come una radice possa essere divisa e trasformata, così da poter essere usata come un soggetto o un predicato. Anche Tur deve aver saputo questo; ma o lo ha dimenticato oppure non gli piaceva tentare di corrompere le sacre reliquie che aveva portato con sé dalla casa paterna… Ora c’erano almeno quattro cose che Tur doveva esprimere con le sue radici e i suoi pronomi. Se era in possesso di una radice per tagliare, diceva: io taglio (al presente); io taglio (al passato); tagliatore per coltello, e il mio tagliatore per il mio coltello. Queste quattro piccole frasi gli erano indispensabili, se voleva [XI] condursi nel mondo. Fintanto che rimaneva solo con la sua famiglia e i suoi bambini poteva senza dubbio farsi intendere da loro per mezzo di un qualche accento espressivo nel caso in cui ngò . tà (moi battre) significava “Io batto” e in quello in cui ngò – tà significava “il mio bastone” (moi bâton). Ciò che seguiva toglieva in genere ogni incertezza, ammesso che ve ne fossero; perché ngo . ta . ni, io vi colpisco (moi battre vous), poteva soltanto significare “io ti colpisco”. Tutto ciò può sembrare tanto naturale, nel progredire della costruzione, che difficilmente all’inizio si scopre un che di peculiare in questi differenti modi di espressione. Ancora, nella costruzione di queste due espressioni: ngo .ta, io colpisco, e ngo – ta, il mio bastone, si trova qualcosa di tanto individuale e peculiare che né Silim né Irij potevano imitarlo.

156

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

berty of putting the predicate first in one sentence and last in another. Silim could say ngo. ta I beat (e’. qtol) but never ngo-ta mystick... Irij again, at least in his early youth, could say ngo. ta my stick (mad-danda) but never ngo. ta I-striking. Instead of this he had to say striking-I (tudâmi). Silim divided his roots into simple nouns and fuller verbs;... he had only one difficulty, which, with all his acuteness, he could not overcome: he could never, think a predicate without first having thought his subject... The opportunity, however, which he had of forming at least these two verbal compounds, beating (of) me, and I-beating, was not lost by Silim; and as he found it essential to make his friends understand either that he had paid or that he meant to pay, he took the first form, paying (of) me, in the sense of the preterite, while the were assertion of I-paying was left to answer the purpose of a present or a future payment. – The mind of Irij was more comprehensive than that of Silim... How then could Irij express his preterite?... Silim when he found himself in the same dilemma etc. etc.“ Wir wollten einen Mythos nicht mit profanen Fragezeichen und Bemerkungen unterbrechen. Wem dieser gefällt, der mag ihn weiter lesen und ganz ausführlich a. a. O. In bestimmter dogmatischer Form mag er dann noch lesen (das. S. 477): As in the formation of political societies, we do not require the admission of any powerful individual mind to account for the presence of governed and governing classes, or of laws against theft and [XII] murder, but can explain these as the necessary result of social agglutination, we see nothing in the organisation of the Turanian languages that betrays the influence of some individual poetical genius, as the framer of peculiar laws, or the author of certain grammatical principles. In the Semitic and Arian languages, on the contrary, we find institutions, laws, and agreements, which, like the laws of inheritance and succession at Rome or in India, show the stamp of an individual will impressed on the previous traditions of scattered tribes. It is possible that the Semitic and Arian languages also passed through a stage of mechanical crystallisation, or uncontrolled conglomera-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

157

E cioè la libertà di porre il predicato entro una frase all’inizio e entro un’altra alla fine. Silim poteva dire ngo . ta io colpisco (e’ . qtol) ma non avrebbe mai potuto dire ngo – ta, il mio bastone… Irij d’altra parte, nella sua prima giovinezza poteva dire ngo – ta, il mio bastone (mad-danda), ma non avrebbe mai potuto dire ngo . ta, io – colpendo. Al posto di questo doveva dire colpendo – io (tudâmi). Silim divideva le sue radici in nomi semplici e verbi completi;… aveva solo una difficoltà che nonostante tutta la sua perspicacia non poteva superare: non poteva mai pensare un predicato senza aver prima pensato il suo soggetto… L’opportunità comunque che aveva di formare almeno questi due composti verbali, battendo (di) me, e io-battendo, non fu persa da Silim; e quando egli ritenne essenziale far intendere ai suoi amici o che aveva pagato o che voleva pagare, assunse la prima forma in senso passato mentre la mera asserzione, io pagando, rimase per indicare lo scopo di un pagamento presente o futuro. – La mente di Irij era più ampia di quella di Silim… Come poteva Irij esprimere il suo passato?... Silim quando si trovava nello stesso dilemma etc. etc.». Non volevamo interrompere un mito con profani punti di domanda e osservazioni. Chi vuole può proseguire nella lettura e affrontarla nel dettaglio continuando a seguire le pagine citate. In forma decisamente dogmatica costui può ancora leggere quanto segue (op. cit. p. 477): «come nella formazione delle società politiche non abbiamo bisogno di ammettere un qualche potente spirito individuale per spiegare la presenza di classi dominate o dominanti, o di leggi contro il furto e contro [XII] l’omicidio, ma possiamo spiegare queste ultime come il risultato necessario dell’agglutinazione sociale, nello stesso modo, nell’organizzazione delle lingue turaniche, non scorgiamo nulla che rimandi all’influenza di qualche genio poetico individuale quale fondatore di leggi peculiari o quale autore di qualche principio grammaticale. Nelle lingue semitiche o ariane, al contrario, troviamo istituzioni, leggi e accordi, che come le leggi di eredità e successione a Roma o in India, mostrano il conio di un volontà individuale impresso sulle precedenti tradizioni di tribù sparse sul territorio. È possibile che le lingue ariane e semitiche passarono attraverso uno stadio di cristallizzazione meccanica o di incontrollata

158

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

tion of grammatical elements; but they left it, and entered into a new phase of growth and decay, and that through the agency of one creative genius grasping the floating elements of speech, and preventing by his fiat their further atomical concretion. Beckerianer, ihr seid gerechtfertigt! Bunsen hat seine frühere Ansicht von der Dreitheilung der Sprachen und Völker nach Sein, Ham und Japhet der Müllerschen nach Tur, Silim und Irij, also den semitischen Mythos dem arischen geopfert. Mythos gegen Mythos: ob das wohl der Mühe des Tausches lohnt? – Ich erinnere mich, daß vor mehreren Jahren ein Mann in Berlin lebte, Namens Schwartze, welcher in zwei dicken Quartbänden und in einer Koptischen Grammatik bewies, daß die ägyptische Sprache weder die Ursprache des Semitischen und Sanskritischen sei, wie Bunsen ehemals meinte, noch ein bloßer Zweig des Semitischen, wie er jetzt meint; sondern ein Stamm neben den beiden andern Stämmen. Der Mann verstand das Koptische vortrefflich und, hatte eine feine sprachwissenschaftliche Bildung. Beckers Ansichten fanden bei den historischen Sprachforschern von vorn herein Widerspruch, und ein Etymologe, wie Pott , konnte sieh keinen Augenblick mit Beckers Werk über „das Wort“ vertragen. Aber ich wüßte doch nicht zu sagen, wie weit wohl die historischen Sprachforscher über diesen bloßen Widerspruch gegen Becker hinausgekommen sind. Ja, in seiner Sphäre, d. h. in der allgemeinen Grammatik, hat man [XIII] ihn sogar, principiell wenigstens, anerkennen müssen; man wollte sich nur nicht von der allgemeinen Grammatik in die besondere hineinreden lassen, und noch weniger die allgemeine als die wichtigere oder gar als die allein wichtige angesehen wissen: da sie doch vielmehr nur ein Organon der historischen Sprachwissenschaft sein sollte. Potts Verdienste um eine vernünftige Auffassung der Sprache warten nicht auf des Verfassers Anerkennung. Käme es darauf an, dafs wir diese besonders aussprächen, wir würden uns wahrlich nicht begnügen, ihn denjenigen Sprachforscher zu nennen, der unter allen die meisten Sprachen kennt; wir würden Besseres von ihm zu sagen wissen; denn er strebt nach höherem Ruhme. Die gemeinsame Grundlage Beckers aber und der Histo-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

159

conglomerazione di elementi grammaticali; ma lo abbandonarono e entrarono in una nuova fase di crescita e declino, e ciò attraverso l’azione di un genio creativo capace di cogliere il flusso di elementi discorsivi e di prevenire, attraverso il suo fiat, la loro eventuale concrezione atomica». Beckeriani, siate voi giustificati! Bunsen ha sacrificato la sua precedente concezione della tripartizione delle lingue e dei popoli in Sem, Ham e Japhet alla concezione mülleriana in Tur, Silim e Irij, ha sacrificato insomma il mito ebraico a quello ariano. Mito contro mito: vale forse ciò la fatica della sostituzione? – Ricordo che molti anni or sono visse a Berlino un uomo, si chiamava Schwartze, che in due consistenti volumi e in una grammatica copta dimostrò che la lingua egiziana non è né la lingua madre delle lingue semitiche e delle lingue sanscrite, come Bunsen un tempo sosteneva, né un semplice ramo delle lingue semitiche come crede ora; ma un ceppo separato da entrambi. Quell’uomo comprendeva il copto perfettamente ed ebbe una fine formazione linguistica11. Le vedute di Becker hanno fin da principio incontrato l’opposizione dei linguisti storici e un etimologista come Pott non poteva assolutamente condividere l’opera di Becker su “la parola”12. Eppure non saprei dire quanta strada i linguisti storici abbiano percorso al di là di questa unica opposizione a Becker. Di certo nella sua sfera, è a dire nella grammatica universale, si è perfino dovuto [XIII] tributargli un grande riconoscimento, per lo meno di principio; soltanto, non si voleva lasciare che interferisse nella grammatica particolare a partire da quella universale e tanto meno si voleva che la grammatica universale fosse ritenuta più importante o l’unica importante giacché essa piuttosto doveva semplicemente fungere da organon della linguistica storica. I servigi di Pott a favore di una concezione razionale13 della lingua non aspettano il nostro riconoscimento. Fosse in gioco il fatto di tributargli questo riconoscimento in particolare, in vero non ci accontenteremmo di definirlo come quel linguista che tra tutti conosce il maggior numero di lingue; fosse in gioco quel riconoscimento in particolare, sapremmo dire di lui ben di meglio, giacché egli aspirerebbe a maggior gloria. Il fondamento comune di

160

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

riker, auch Potts, zeigt sich in ihrem gemeinsamen Widerspruche gegen unsere Ansicht, welche den logischen Boden, auf dem beide stehen, gänzlich verläßt. Darum muß es uns bedeutsamer erscheinen, daß ein Sprachphilosoph auf philosophischem Boden sich der Beckerschen Ansicht entgegenstellt. Dies ist Heyse. Der volle und reine Ausdruck seines Systems ist leider noch nicht veröffentlicht. Jedoch schadet es vielleicht nicht viel, daß es so lange auf sich warten läßt; denn der größte Theil des Publicums scheint noch wenig vorbereitet, seine Ideen zu würdigen. Das hat sich in der Aufnahme seines Wörterbuches und seiner Grammatik der deutschen Sprache gezeigt. Wiewohl diese Werke nicht der strengen Wissenschaft angehören, so hätten sie doch mehr Beachtung verdient, als ihnen gewidmet worden ist. Namentlich würde Jacob Grimm, wenn er Heyses Wörterbuch einer näheren Prüfung unterzogen hätte oder bei seiner jede andere ausschließenden Richtung die eigenthümlichen Leistungen dieses Sprachforschers überhaupt gehörig zu würdigen vermöchte, jene durchaus selbstständige, gründliche Arbeit schwerlich in eine Reihe mit fabrikmäßig angefertigten Auszügen und Compilationen gestellt und mit diesen in Bausch und Bogen als nutz- und werthlos verurtheilt haben. Ich kenne Grimms hohe Bedeutung und habe daher seine Schrift: über den Ursprung der Sprache, die in der That nur in sofern von Interesse ist, als sie die Unzulänglichkeit des historischen Standpunktes zur Lösung solcher [XIV] über seinen Gesichtskreis hinaus liegenden Fragen im hellsten Lichte zeigt, mit der seinen großen Verdiensten gebührenden achtungsvollen Rücksicht behandelt. Wenn er aber jetzt die Werke meines verehrten Lehrers und Freundes, dessen Streben er verkennt, weil es auf ein ihm fremdes Ziel gerichtet ist, nicht bloß, wie bisher, gänzlich ignorirt, sondern geringschätzig verurtheilt: so wird mir kein Unparteiischer verargen, daß ich ihm entschieden entgegentrete. Ich kann aber noch nichts Näheres über Heyses Ansicht sagen, so lange sie nicht der Oeffentlichkeit angehört. Nur muß ich ausdrücklich bemerken, daß, so oft ich allgemein von der bisherigen Grammatik rede, Heyse nicht mit eingeschlossen ist.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

161

Becker però e degli storici, anche di Pott, si palesa nella loro comune contrapposizione al nostro punto di vista, il quale abbandona del tutto il piano logico su cui stanno entrambi. Deve pertanto apparirci più importante il fatto che un filosofo del linguaggio si contrapponga su un piano filosofico alla prospettiva beckeriana. Questo filosofo è Heyse. L’autentica e completa espressione del suo sistema purtroppo non è ancora stata data alle stampe. E tuttavia non è forse molto grave che si faccia attendere così a lungo, giacché la maggior parte dei lettori pare ancora non adeguatamente preparata ad apprezzare le sue idee. Il che s’è palesato nell’accoglienza del suo dizionario e della sua grammatica della lingua tedesca14. Per quanto queste opere non appartengano alla scienza in senso stretto, avrebbero meritato certo maggiore attenzione di quella che è stata loro tributata. In particolar modo se Jacob Grimm avesse sottoposto a un esame più accurato il dizionario di Heyse o se, nel suo approccio parziale, fosse soprattutto stato in grado di valutare come si deve le peculiari prestazioni scientifiche di questo linguista, difficilmente avrebbe collocato quell’opera assolutamente fondamentale e autonoma in una serie costituita da compendi e lavori compilatori confezionati in massa e difficilmente l’avrebbe, con quelli, condannata in blocco come inutile e scadente15. Conosco l’alto valore di Grimm e pertanto ho trattato con la rispettosa considerazione dovuta al suo importante ufficio il suo scritto sulla nascita del linguaggio che, invero, è d’interesse solo perché [XIV] porta a piena luce l’inadeguatezza del punto di vista storico a fornire la soluzione di quelle questioni che trascendono l’orizzonte storico stesso16. Se però costui non solo ignora del tutto, come ha fatto finora, le opere del mio venerato maestro e amico di cui misconosce l’ispirazione, dal momento che è orientata a un fine da lui non condiviso17, bensì attribuisce loro un valore infimo, allora nessuna persona imparziale mi biasimerà se lo avverso con fermezza. Non posso tuttavia esprimermi con maggior precisione sulla concezione di Heyse fintanto che essa non sia consegnata alle stampe. Devo solo dire apertamente che nel prendere in considerazione in generale la grammatica fino ai giorni nostri, l’opera di Heyse non vien contemplata nel mio discorso18.

162

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Es liegt mir nun an, einiges über das Motto dieses Buches zu sagen. „Denken ist schwer“: das ist der Wahl- oder Warnspruch der Kritik, wie ich sie verstehe, und welche ich von der Kritik einer gewissen Partei der Sprachforscher geschieden wissen will. Um nicht im Dunkel zu lassen, was und wen ich meine, so will ich einen Vertreter dieser Partei nennen, den sie wohl als solchen wird gelten lassen: Herrn Dr. Aufrecht. Auch will ich sogleich auf eine specielle Aeußerung Rücksicht nehmen. Wir waren so glücklich, siebenzehn Jahre nach dem Tode Humboldts noch ein ungeahntes posthumes Werk von ihm zu erhalten, wenn es auch nur ein Brief ist. Wir meinen den in der Zeitschr. f. vergl. Sprfschg. von Aufrecht und Kuhn Bd. II. abgedruckten Brief über den Infinitiv. Nun stimmt freilich kein Wort Humboldts zur Tendenz jener Zeitschrift. Die Aufnahme des Briefes mußte entschuldigt werden; und dies geschieht durch folgende Vorbemerkung des Hrn. Aufrecht: „Wie die Naturwissenschaften erst seit der Zeit zu reichster Entfaltung gelangt sind, seitdem das Experiment in die einzelnen Disciplinen derselben eingeführt wurde.“ – Seit wann mag denn wohl letzteres geschehen sein? ersteres natürlich erst in unserm Jahrhunderte; auch letzteres? Hr. Aufrecht will uns dies glauben machen! Wer wird ihm folgen? Der müßte z. B. nicht bedenken, daß die Chemie als Wissenschaft noch nicht seit einem Jahrhundert existirt [XV], wiewohl man das ganze Mittelalter hindurch viel experimentirt hat und sogar zu allen Zeiten und an allen Orten, selbst unter den Wilden, chemische Erfahrungen hatte. Gerade die Theorie war es, die Verstand und Vernunft in diese sinnlosen Experimente brachte; und vorzüglich auch mit der rationellen Entwickelung der Theorie ist die Chemie zu dieser „reichsten Entfaltung gelangt,“ deren sie sich heute erfreut. Ebenso, wenn der Fortschritt der Physiologie und der medicinischen Wissenschaft in geradem Verhältnisse zu den Experimenten stünde, welche man täglich am Krankenbette macht: wie glänzend würde es um dieselbe stehen! Aber nicht das Experiment allein, sondern auch die Theorie macht den Fortschritt. Auch Newton übertrifft Kepler dadurch, daß er zu seiner Beobachtung die Theorie brachte. Doch hören wir nach obigem Wie auch das So: „so wird die Sprachwissenschaft erst dann zu wahrem Gedeihen gelangen, wenn mehr und mehr das Erfahrungsmäßige in derselben zum Bewußtsein gebracht sein wird.“

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

163

Mi preme dir qualcosa sul motto di questo libro. “Pensare è difficile”19: si tratta del motto o del monito della critica, così come io la concepisco e che desidero separare dalla critica nell’accezione usata da una certa parte dei linguisti. Affinché non rimanga ignoto cosa intendo e a chi alludo, voglio chiamar per nome un rappresentante di questa parte, che tale parte considererà volentieri in quanto tale: il Dottor Aufrecht. Voglio anche far subito riferimento a una particolare esternazione. Eravamo così felici di beneficiare, diciassette anni dopo la morte di Humboldt, di un’altra sua inopinata opera, sia pure una lettera. Alludiamo alla lettera sull’infinito pubblicata nel II volume della Rivista di linguistica comparativa di Aufrecht e Kuhn20. E però nemmeno una parola, in Humboldt, s’accorda alla tendenza di questa rivista. L’aver accolto quella lettera doveva esser giustificato, il che è accaduto attraverso questa premessa di Aufrecht: «come le scienze naturali sono approdate al più ricco sviluppo da quando l’esperimento è stato introdotto nelle loro singole discipline» – a partire da quando è accaduta l’ultima cosa? La prima, anzitutto, nel nostro secolo; anche la seconda? Aufrecht vuol farcelo credere! Chi gli crederà? Costui non dovrebbe, ad esempio, tener conto del fatto che la chimica come scienza non esiste ancora da un secolo, [XV] sebbene durante tutto il medioevo si è sperimentato molto e sono state fatte esperienze chimiche in ogni epoca e in ogni luogo, anche tra i selvaggi. Era la teoria a usare intelletto e ragione in questi esperimenti insensati; ed esattamente nello stesso modo, proprio attraverso lo sviluppo razionale della teoria, la chimica «è approdata» a questo «accrescimento tra i più ricchi» di cui oggi ci si rallegra. Proprio allo stesso modo, se il progresso della fisiologia e della scienza medica fosse in rapporto diretto con gli esperimenti che quotidianamente sono condotti con i degenti, come andrebbe bene a quelle scienze! In realtà, non solo l’esperimento, ma anche la teoria genera il progresso. Anche Newton è superiore a Keplero perché alla propria osservazione associò la teoria. E dopo quel che è stato detto nella citazione sul “come”, ascoltiamo anche il “così”: «così anche la linguistica approderà a un reale progresso, quanto più quel che in essa è conforme all’espe-

164

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Schwerlich hat sich Hr. Aufrecht klar gemacht, was er hier gesagt hat. Denn wenn die Erfahrung zum Bewußtsein gebracht werden soll, so geschieht dies eben nur durch die Theorie. Hr. Aufrecht wollte freilich sagen, das Heil der Sprachwissenschaft hänge davon ab, daß man wisse, sie sei empirisch. So fragen wir denn, war etwa die Grammatik nicht zu allen Zeiten empirisch? War es nicht besonders auch die Theorie, welche die neue Sprachwissenschaft schuf? war es nicht die tiefere philosophische Ansicht vom Wesen der Sprache? War Bopp, der Gründer der vergleichenden Grammatik, der erste Sanakritist? Verstand vor Grimm, dem Gründer der historischen Grammatik, niemand altdeutsch und die beiden classischen Sprachen? – Hr. Aufrecht fährt fort: „Apriorische Theorien“ – giebt es deren denn? – haben von jeher die Wissenschaft nicht gefördert, sondern sie zuweilen ganze Jahrhunderte gehemmt.“ Ein Beispiel, wenn’s beliebt! nur eins! Wo wuchern denn die Theorien? nicht unter den Empirikern? Wenn die Annahme einer besondern Lebenskraft z. B. der Physiologie geschadet, waren es nicht Empiriker, welche sie hegten? sind es nicht Philosophen, welche sie verbannen? Endlich aber, wenn Hr. Aufrecht die Elemente der wahren [XVI] Kritik kennte, hätte er sich nicht fragen müssen, warum sind denn diese falschen Theorien Jahrhunderte lang festgehalten worden? Denn wenn Hr. Aufrecht nicht so abstract, d. h. einseitig wäre, wenn er die Sachen concret, d. h. in ihrer Totalität, allseitig, anzuschauen fähig wäre, so würde er gesehen haben, daß die falschen Theorien nicht die Ursache, sondern der Thatbestand selbst der gehemmten Wissenschaften waren und sind, welcher Thatbestand nun eben erst Erklärung verlangt, aber nicht durch die Theorien selbst erklärt werden kann, weil dies ein idem per idem wäre. Wenn man sich auf die Naturforscher berufen will, so muß man sie besser kennen als Hr. Aufrecht sie zu kennen scheint, der z. B. übersehen oder nicht beherzigt hat, was der Physiologe Johannes Müller, der doch gewiß „das Erfahrungsmäßige in der Physiologie zum Bewußtsein gebracht hat“ (Handbuch der Physiologie des Menschen*) II. S. 522) sagt: „Die wichtigsten * Der zweite Band des oben citirten Werkes hat bekanntlich nur eine Auflage. Für den ersten Band haben wir im Laufe unseres Buches immer die dritte Auflage benutzt.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

165

rienza sarà portato a consapevolezza». Difficilmente Aufrecht aveva chiaro ciò che egli stesso ha qui enunciato. Giacché se l’esperienza deve esser resa consapevole, ciò accade, appunto, soltanto grazie alla teoria. Ma Aufrecht intendeva dire che la salvezza della linguistica dipenderebbe dal fatto che si sappia che essa è empirica. Domandiamo dunque: non fu forse la grammatica in tutte le epoche empirica? Non fu in particolare la teoria a dar corso alla nuova linguistica? Non fu la più profonda concezione filosofica dell’essenza della lingua? Non fu forse Bopp, il fondatore della grammatica comparativa, il primo sanscritista? Comprese forse qualcuno prima di Grimm, il fondatore della grammatica storica, l’antico tedesco e le due lingue classiche? – Aufrecht prosegue: «da sempre le teorie a priori» – ne esistono poi davvero? – non sono state di sostegno alla scienza, bensì hanno talvolta frenato interi secoli». Un esempio, di grazia! Almeno uno! Dove proliferano le teorie? Non tra gli empirici? Quando la supposizione di una particolare forza vitale, ad esempio, ha danneggiato la fisiologia, non erano forse gli empirici a sostenerla? Non sono forse i filosofi a bandirla?21 Infine, se Aufrecht conoscesse gli elementi della vera [XVI] critica non si sarebbe dovuto chiedere perché queste false teorie sono state mantenute per secoli? Giacché se il ragionamento di Aufrecht non fosse così astratto, così unilaterale, se egli fosse capace di cogliere le cose concretamente, è a dire nella loro totalità, complessivamente, avrebbe visto che le false teorie non sono state e non sono la causa, ma la stessa circostanza di fatto delle scienze raffrenate, circostanza di fatto che appunto richiede anzitutto d’esser spiegata, ma che non può esser spiegata in riferimento alle teorie, perché ciò significherebbe porre un idem per idem. Se ci si vuol richiamare agli scienziati bisogna allora conoscerli meglio di come mostri di conoscerli Aufrecht, il quale ad esempio ignora o trascura ciò che dice il fisiologo Johannes Müller (Handbuch der Physiologie des Menschen*, II, p. 522), * Il secondo volume dell’opera su citata è apparso, com’è noto, solo in prima edizione. Per quel che riguarda il primo volume, nel corso del testo, ci siamo serviti della terza edizione.

166

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Wahrheiten in den Naturwissenschaften sind weder allein durch Zergliederung der Begriffe der Philosophie, noch allein durch bloßes Erfahren gefunden worden, sondern durch eine denkende Erfahrung... eine philosophische Erfahrung. In allen Wissenschaften kommen Begriffe vor, denn sie sind das wirklich vorhandene Allgemeine, was durch die Sinne selbst nicht mehr erfahren, sondern durch den Geist abstrahirt wird... aber so weit Begriffe in einer Wissenschaft vorkommen, aus welchen Erscheinungen abgeleitet werden, so weit ist sie auch philosophisch.“ Auch Schleiden mögen diejenigen, die ihn für eine hohe Autorität halten, erst recht verstehen lernen; sie mögen von ihm hören (Botanik 1849 I. S. 7): „Nun aber hat umgekehrt die Naturwissenschaft erst wieder von der Philosophie zu empfangen.“ – (S. 8): „Hier versteckt sich die empirische Unfähigkeit immer hinter die Vieldeutigkeit unbestimmter und mangelhafter Abstraction, über welche die gesunde Empirie selbst keine Macht [XVII] hat, deren Aufklärung sie vielmehr allein von der Philosophie erwarten muß.“ Nur ob die das gerade von der Friesisch-Kantischen Philosophie zu erwarten hat, sei zu bezweifeln erlaubt. Wir sind hinaus über den Gegensatz von Theorie und Empirie, a priori und a posteriori. – Hr. Aufrecht hält die Sprachphilosophie für verfrüht. Das will in Wahrheit doch nur sagen, daß er das Bedürfniß derselben nicht fühlt, nicht begreift, noch weniger die Mittel kennt, dasselbe zu befriedigen. Statt des Vielen, was hier zur Berechtigung dieses Bedürfnisses, über seinen Umfang und über seine Bedeutung und endlich über das Streben und die Möglichkeit es zu befriedigen, gesagt werden könnte, stellen wir vielmehr die Frage, ob nicht, nach Hrn. Aufrechts strenger Ansicht, die Sprachphilosophie auf die griechischen Kalenden zu verschieben sei. Wenn jemand bekennt; „ich bilde mir nicht ein etwas Rechtes zu wissen,“ so ist zu bedenken, wie Faust diesen seinen Ausspruch erklärt, indem er weiterhin sagt: „Ihr Instrumente freilich spottet mein, Mit Rad und Kämmen, Walz’ und Bügel. Ich stand am Thor, ihr solltet Schlüssel sein; Zwar euer Bart ist kraus, doch hebt ihr nicht die Riegel.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

167

che di certo «nella fisiologia ha portato a consapevolezza ciò che è conforme all’esperienza»: «le più importanti verità nelle scienze naturali non sono state trovate né semplicemente attraverso la scomposizione dei concetti filosofici, né attraverso la mera esperienza, ma attraverso un’esperienza pensante… un’esperienza filosofica. In ogni scienza si fanno avanti concetti, giacché essi sono l’universale che si realizza, quel che non può più essere esperito per mezzo dei semplici sensi, ma viene astratto dallo spirito… e fintanto che in una scienza si fanno avanti concetti da cui vengono derivati fenomeni, quella scienza è anche filosofica»22. Anche coloro che considerano Schleiden un’insigne autorità, imparino anzitutto a comprenderlo, ascoltino quel che dice (Botanik 1849, I, p. 7): «e, anzitutto, al contrario, la scienza deve ora nuovamente imparare dalla filosofia» – (p 8): «si cela qui, dietro l’equivocità dell’astrazione indeterminata e difettosa, l’incapacità empirica; sull’equivocità dell’astrazione la sana empiria non ha alcun [XVII] potere, essa può attenderne la chiarificazione solo dalla filosofia». Sia solo concesso di dubitare che tale chiarificazione bisogni aspettarsela dalla filosofia friesiano-kantiana23. Noi siamo al di fuori dell’opposizione di teoria ed empiria, a priori e a posteriori. – Aufrecht ritiene prematura la filosofia del linguaggio. Ciò in verità può solo significare che egli non ne sente, non ne concepisce il bisogno e ancor meno conosce il mezzo per soddisfarne il bisogno. Più del molto che si potrebbe dire, e sarebbe qui a giustificazione di questo bisogno, sull’estensione, sul significato e infine sullo sforzo e la necessità di soddisfarlo, poniamo la questione se secondo la più rigorosa concezione di Aufrecht, la filosofia del linguaggio non sia da ricondurre alle calende greche. Se si ammette la seguente frase: «non pretendo di sapere ciò che è vero», allora bisogna accettare come Faust spiega questa sua massima, affermando di seguito: Con le vostre ruote e dentiere, con i vostri cilindri e manubri, voi di certo, o strumenti vi fate beffe di me. Mi trovavo alle porte; dovevate essermi chiavi. Non dico che il vostro ingegno non sia ritorto; ma il chiavistello non vi riesce ad

168

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Geheimnißvoll am lichten Tag, Läßt sich Natur des Schleiers nicht berauben, Und was sie deinem Geist nicht offenbaren mag, Das zwingst du ihr nicht ab mit Hebeln und mit Schrauben.“

Wenn ihr Göthe verstehen wollt, so eignet euch sein „Vermächtniß“ an. Hr. Schleiden hat sich neuerdings noch einmal ganz entschieden dahin erklärt, alle Streitigkeiten in der Wissenschaft rührten bloß von der Methode her; und sobald man sich nur erst über diese verständigt habe, so würde der ewige Friede da sein. Es gäbe nämlich überall nur zwei Methoden: die gute und die schlechte („im Garten gehn zwei Schafe, ein schwarzes und ein weißes“); die gute ist nach ihm die naturwissenschaftliche, die schlechte ist die historische; erstere ist Selbstdenken, letztere ist Autoritätsglaube. [XVIII] Das sogenannte Selbstdenken ist aber vielmehr ein Selbstsehen und Selbstbetasten; und wie könnte es nun an Adepten dieser Doctrin fehlen, die so streng sind, die Existenz Amerikas und Napoleons zu läugnen; denn sie haben beide nicht selbst gesehen. Es fehlt diesen Herren an dem ABC der Psychologie und der geschichtlichen Anschauung. Sie bilden sie ein, es genüge, um ein tiefer Selbstdenker zu werden, dass man sich eines schönen Morgens niedersetzt und zu sich spricht: ich will selbstdenken, ich will zweifeln. Da werden denn Sonne, Mond und Sterne verpufft, Himmel und Erde bei Seite gezweifelt, um alles sogleich darauf doch wider anzuerkennen – aber selbstdenkendend! Wüßten die Herren etwas von Geschichte, so wüssten sie, dass wir seit Bacon und Descartes über diese Skepsis hinaus sind. Sie würden wissen , dass seit jener Zeit jedes Menschenalter schrie: „Kritik, Kritik! Ja wir, wir sind nicht wie unsere Väter, kein Autoritätsglaube mehr; wir leben im Zeitalter der Kritik, wir sind nicht mehr im Mittelalter, wir!“ Und indem man zu jeder Zeit so schrie, verurtheilte jede die vergangene als unkritisch. Fern von uns, in solche Lächerlichkeit mit einzustimmen! Wir wissen, dass jede Zeit so denkt, wie sie denken kann, denken muß. Die Kritik weiß, dass mit solchem Vorsatz, einmal alles zu bezweifeln, noch nicht das Mindeste geschehen ist, und dass man

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

169

alzarlo. Misteriosa nella luce stessa del giorno, la natura non si lascia strappare il suo velo. E quel che a lei non piace di manifestare al tuo spirito, non con forza di leve e di viti riuscirai certo a strapparglielo! 24

Se volete comprendere Goethe, appropriatevi del suo testamento. Schleiden si è di recente espresso ancora una volta in modo risoluto sul fatto che tutte le dispute nella scienza hanno avuto origine solo dal metodo e non appena fosse raggiunto un accordo sul metodo, nella scienza regnerebbe l’eterna pace. Esisterebbero infatti soltanto due metodi: quello buono e quello cattivo («nel giardino pascolano due pecore, una nera e una bianca»25); il buon metodo, a suo modo di vedere, è quello scientifico, il metodo cattivo è quello storico; il primo è un pensare autonomamente, l’altro un credere per autorità. [XVIII] Il cosiddetto pensare autonomamente però è piuttosto un veder da sé e un auscultare in proprio; e come potrebbero gli adepti di questa dottrina, che son così rigorosi, esimersi dal negare l’esistenza dell’America e di Napoleone, dal momento che non li hanno visti da sé. A queste persone manca l’ABC della psicologia e della prospettiva storica26. S’immaginano che sia sufficiente, per divenire un profondo pensatore autonomo, mettersi a sedere un bel mattino e dire rivolgendosi a se stessi: voglio pensar da me, voglio dubitare. Quindi, il sole, la luna e le stelle vengono oscurati perché tutto ciò venga subito, nuovamente riconosciuto – ma questa volta pensando autonomamente! Capissero questi signori qualcosa di storia, saprebbero che da Bacone e Cartesio siamo oltre questa scepsi. Saprebbero che da allora ogni generazione ha gridato: «critica, critica! Noi non siamo, non siamo come i nostri padri, basta con il sapere per autorità; noi viviamo nell’epoca della critica, non siamo più nel Medioevo, noi!» E poiché si è gridato così in ogni epoca, ognuna ha condannato la precedente come dogmatica. Lungi da noi il far comunella con una tale ridicolaggine! Noi sappiamo che ogni epoca pensa come può, come deve pensare. La critica sa che con questo proposito di mettere in discussione tutto una volta per tutte, non si è ancora dato

170

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

dadurch nicht zur Erkenntniß und Ablegung des kleinsten oder größten Irrthums kommt; daß alle Irrthümer eben Erzeugniß des Selbsdenkens sind. Die Kritik weiß: „Denken ist schwer,“ und vollkommenes, absolutes Denken unmöglich. Behutsam ist der Kritiker, und nennt man dies zweifeln, so betonen wir stark, dass er vor allem räth, am eigenen Zweifel zu zweifeln. Das dürfte jenen Skeptikern wohl nie in den Sinn gekommen sein, dass nichts zweifelhafter ist, als ihr Zweifel. Ist denn nicht, höre ich fragen, die Bezweifelung des Zweifels eine doppelte Negation, also eine Bejahung des Dogmatismus? – Das will uns eine sophistische Dialektik einreden; dem [XIX] ist aber keineswegs so. Es muß gezweifelt werden, ob der Zweifel gründlich, werth- und gehaltvoll ist; ob er zu einer wirklichen That des Denkens geworden, oder bloßes Wort, bloßer abstracter Vorsatz geblieben ist: das treibt zu sorgfältiger Untersuchung, d. h. zur Kritik. Ist denn Zweifeln so leicht? das Wort auszusprechen, allerdings gar sehr. Aber manchem, der sich Kritiker dünkt, sind tausende der berechtigtesten Zweifel rein unmöglich, weil ihm alle Vorbedingungen dazu fehlen; und tausende der berechtigtesten Sätze will er nicht anerkennen, weil er nicht fähig ist, sie zu begreifen. Man muß viel wissen, sehr geübt sein im Denken, viel Scharfsinn haben, um den Punkt des Zweifels zu entdecken; und der, einzelne, noch so hoch Begabte, steht immer noch unter dem Einflusse seiner Zeit und kann gewisse Dinge nicht bezweifeln. Doch genug hiervon! wir haben im Buche selbst Gelegenheit gehabt, von Dialektik zu reden; und der Zweifel, der nicht zur Dialektik, zur Kritik wird, verdient nicht die mindeste Beachtung. Lernt die Natur des menschlichen Denkens kennen, die Natur des Objects und der allgemeinen Kategorien; studirt also Psychologie, Metaphysik, Logik. Studirt auch Geschichte, die vorzüglich geeignet ist, uns von Irrthümern zu reinigen und vor der Eitelkeit zu bewahren, daß jeder närrische Gedanke, der uns durch den Kopf fliegt, eine nagelneue Wahrheit sei, indem nämlich die Geschichte lehrt, daß die Erzeugnisse unsers sogenannten Selbstdenkens meist schon vor Jahrhunderten und Jahrtausenden in

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

171

corso a nulla, con ciò non si è giunti alla conoscenza e all’abbandono di un qualsivoglia errore; la critica sa che tutti gli errori sono proprio l’effetto del pensare in proprio. La critica sa che «pensare è difficile» e il pensare perfetto, assoluto, è impossibile. Cauto è il critico, e se dubitare significa questo, dobbiamo allora insistere con forza sul fatto che egli anzitutto suggerisce di dubitare del proprio dubbio. Quegli scettici non dovettero mai comprendere quanto detto nel senso che nulla è più sospetto del loro dubbio. Non è per caso, sento domandare, il “dubitare del dubbio” una doppia negazione, dunque un’affermazione del dogmatismo? – Una dialettica sofistica vuol persuaderci di ciò; questo [XIX] però non è il caso. Deve esser posto in dubbio che il dubbio sia fondato, valido e appropriato; che esso sia divenuto un reale atto di pensiero o sia rimasto mero verbo, semplice astratto proposito: ciò spinge a una ricerca più accurata, è a dire alla critica. È poi dubitare tanto facile? Enunciare la parola, lo è di certo. Ma per colui che si crede critico, migliaia dei più fondati dubbi sono assolutamente impossibili, perché per lui mancano tutti i presupposti per quei dubbi; e migliaia dei più fondati principi non saranno da lui riconosciuti perché non è capace di intenderli. Bisogna sapere molte cose, esser molto esercitati nel pensiero, essere in possesso di un grande acume, per scoprire il punto di cui dubitare; e il singolo, per quanto altamente dotato, rimane sempre sotto l’influsso della sua epoca e non può dubitare di certe cose. Di ciò abbiamo detto abbastanza! Nel prosieguo del libro abbiamo avuto occasione di discorrere della dialettica27 e il dubbio che non diviene dialettica, critica, non merita la pur minima attenzione. Si vuol conoscere la natura del pensiero umano, la natura dell’oggetto e delle categorie universali? Si studino dunque la psicologia, la metafisica e la logica. Si studi anche la storia, che è particolarmente adatta a depurarci dagli errori e a proteggerci dalla vanità di credere che ogni stravagante pensiero che ci passa per la mente sia una verità nuova di zecca, giacché la storia insegna che i prodotti del nostro, cosiddetto, autonomo pensare sono stati meditati già da secoli e millenni in modo ben più profondo, sono stati portati a

172

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

viel tieferer Weise erdacht, umfassender durchgeführt und schon längst gründlich widerlegt sind. Mit vorliegendem Werke wollte ich ein doppeltes Versprechen einlösen. Erstich habe ich Herrn Pott öffentlich (siehe meine Abhandlung „Die Entwickelung der Schrift“ S. 19) versprochen, das Verhältniß der Grammatik zur Logik ausführlich zu erörtern; und zweitens war meine Schrift „Der Ursprung der Sprache“ ein stillschweigendes Versprechen, die daselbst gestellte Aufgabe zu übernehmen. In gegenwärtigem Werke sind beide Punkte dem einen Zwecke untergeordnet, das Princip der [XX] Grammatik zu bestimmen, und nur so weit und in so fern sie zu diesem Zwekke gehörten, sind sie besprochen worden. Bei der Untersuchung über den Ursprung der Sprache zumal wollte ich die Aufgabe in ihrer größten Einfachheit, in ihrer reinsten Gestalt bearbeiten, abgelöst von allen Problemen, die sich an sie knüpfen, aber wesentlich anderen Gedankenkreisen angehören. Diese Vorsicht war nöthig, mindestens rathsam, indem die Sache, wie ich sie faßte, auch so noch unübersteigliche Schwierigkeiten darbot. Ich mußte mich damit begnügen, die Frage nur erst zurecht gerückt und auf ihren wahren Boden gestellt zu haben, und konnte nicht hoffen, indem sich sie in dieser ihrer wahren Gestalt zum ersten Male angriff, sie zur vollen Befriedigung zu lösen. Wenn ich nun um Nachsicht bitte, so wird zwar mancher glauben, solche Bitte stimme wenig zu dem Tone, den ich überall anschlage; andere aber, hoffe ich, werden mir wohl die Nachsicht gewähren, deren ich bedarf; indem sie meine Eigenthümlichkeit besser verstehen und nicht übersehen werden, wie gewissenhaft ich gestrebt habe, und wie ich in meinem Buche überall das Bewußtsein davon habe: es ist alles angefangen, vollendet nichts. Die Quellen, aus denen ich geschöpft, die Männer, deren Werke mich angeregt haben, sind im Buche gelegentlich genannt. Den jüngeren Mitarbeitern, die mir Vertrauen schenken, empfehle ich hier besonders die Arbeiten Lotzes, des größten Denkers unserer Zeit. Seine Metaphysik und Logik sind mir leider erst bekannt geworden, nachdem ich die Handschrift zu diesem Buche schon aus Händen gegeben hatte. Besonders was ich über die Logik im Allgemeinen gesagt habe, dürfte nach Lotze besser zu sagen sein.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

173

compimento in modo più esteso e già da lungo tempo confutati a fondo. Con quest’opera intendevo tener fede a una duplice promessa. Anzitutto ho pubblicamente promesso a Pott (si veda il mio trattato Die Entwickelung der Schrift, p. 19) di prendere in esame dettagliatamente il rapporto della grammatica con la logica; e, in secondo luogo, il mio scritto Der Ursprung der Sprache era una tacita promessa di intraprendere il compito lì stesso posto28. In quest’opera entrambi i punti sono subordinati all’unico fine di determinare [XX] il principio della grammatica e sono stati trattati solo nella misura in cui ed entro i limiti in cui rispondevano a questo fine. Nella ricerca sull’origine della linguaggio intendevo soprattutto elaborare questo compito nella sua massima semplicità, nella sua forma più pura, separato da tutti i problemi che vi si collegano, ma che, per essenza, appartengono ad altri ambiti speculativi. Tale precauzione era necessaria, o quanto meno consigliabile, giacché la cosa, anche così come la intendevo, presentava insormontabili difficoltà. Dovevo accontentarmi d’aver anzitutto condotto la questione ai giusti termini e d’averla posta sul terreno che le è proprio e non potevo sperare d’averla risolta in modo pienamente soddisfacente per il fatto d’averla considerata, per la prima volta, nella forma che le è appropriata. Se ora domando indulgenza, qualcuno crederà di certo che una tale richiesta s’accordi male con il tono che tengo in ogni parte di quest’opera; ma altri, spero, mi concederanno l’indulgenza di cui ho bisogno perché comprenderanno meglio la mia peculiarità e non trascureranno quanto scrupolosamente mi sono prodigato e quanto in qualsiasi punto del mio libro sia consapevole che tutto ha avuto inizio e nulla è stato portato a compimento. Le fonti da cui ho attinto, le persone dalla cui opera ho tratto stimolo, sono di volta in volta nominate nel libro. Ai più giovani collaboratori, che mi accordano fiducia, consiglio qui in particolare i lavori di Lotze, il più grande pensatore della nostra epoca. Purtroppo, sono venuto a conoscenza della sua metafisica e della sua logica solo dopo aver consegnato il manoscritto di questo libro. Soprattutto ciò che ho sostenuto a proposito della logica in generale, sarebbe stato necessario in riferimento a Lotze dirlo meglio29.

174

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Die tiefste Anregung erhielt ich durch den Humboldtschen Begriff der inneren Sprachform; und das vorliegende Buch ist nur die Erläuterung dieses Begriffes. Ich sehe immer noch Humboldt als den Urheber desselben an, wiewohl ich einerseits nicht zurücknehmen kann, was ich in meiner Kritik Humboldts (vergl. meine Schrift: Die Classification der Sprachen) überzeugend bewiesen zu haben glaube, daß er nämlich in keiner Grundfrage [XXI] der Sprachphilosophie zu einer entschiedenen Ansicht und einem klaren Begriffe gelangt ist, und andererseits zugestanden werden muß, daß nicht bloß überall und längst die innere Sprachform geahnt worden ist, nicht bloß die neuere vergleichende Etymologie ihren lexikalischen Theil fleißig bearbeitet hat, sondern daß auch innerhalb der historischen Grammatik selbst die Bedeutungslehre aufgetaucht ist, die doch wohl nichts Anderes sein wird, als die Darstellung der innern Sprachform. Reisig ist der Urheber dieser Bedeutungslehre, die freilich bei ihm noch einen sehr beschränkten Sinn hat, indem sie nur die Bedeutungen der Wörter zum Gegenstande hat. Wir hoffen, daß es seinem Herausgeber und Nachfolger Haase gelingen wird, das begonnene Werk seines Lehrers glücklich fortzuführen. Es steht ihm aber noch die Aufgabe bevor, die Bedeutungslehre wirklich zu begründen, nur erst einmal ihr wahres Wesen und ihren Umfang, wie ihre allseitigen Beziehungen darzustellen, sei es theoretisch, begrifflich, oder an dem Beispiele einer besondern Grammatik. Pott und Benary haben Reisigs Idee sehr bereitwillig anerkannt. Benary hat ihren Gegenstand erweitert, indem er auch die Bedeutung der Wortformen hineinzog. Es will mir aber kaum scheinen, als hätten sie die Sache richtig erfaßt: sie würden sonst eben den Humboldtschen Begriff der innern Sprachform besser erkannt haben. Die Bedeutungslehre kann nicht im mindesten apriorisch sein; sie kann gar nichts mit der Logik zu thun haben. Sie wird zunächst ganz individuell und historisch sein, Bedeutungslehre der lateinischen, der griechischen u.s.w., Sprache und wird ferner, in einem allgemeinen Theile, auf allgemeine psychologische Gesetze zu gründen sein. Wir gestehen also nicht bloß eine Verwandtschaft zwischen Bedeutungslehre und innerer Sprachform zu,

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

175

Ho ricevuto il più profondo impulso dal concetto humboldtiano di forma interna della lingua; e questo libro non è altro che un commento di quel concetto. Io riconosco ancora a Humboldt la paternità di quel concetto, sebbene da un lato non possa ritirare ciò che credo d’aver dimostrato in modo convincente nella mia critica a Humboldt (si veda il mio scritto: Die Classification der Sprachen30), è a dire che, in nessuna questione [XXI] fondamentale della filosofia del linguaggio, egli è pervenuto a una concezione risolutiva e a un concetto perspicuo, e sebbene dall’altro lato deve essere concesso non solo che la forma interna della lingua è stata presagita in lungo e in largo, non soltanto che la più recente etimologia comparativa ha diligentemente elaborato la sua parte lessicale, ma anche che all’interno della stessa grammatica storica è emersa la teoria del significato, che certo non può essere considerata nulla di diverso dalla rappresentazione della forma interna della lingua. Reisig è colui che ha fondato questa teoria del significato, che tuttavia in lui ha ancora un senso molto limitato poiché si occupa solo dei significati delle parole31. Speriamo che al curatore dei suoi scritti e seguace Haase riuscirà di proseguire l’opera che il suo maestro ha iniziato32. Ha ancora davanti a sé il compito di dar effettivo fondamento alla teoria del significato, come prima cosa illustrandone una volta per tutte la vera essenza e l’estensione, assieme alle molteplici relazioni, avvenga ciò da un punto di vista teoretico, concettuale, o in riferimento a una grammatica speciale. Pott e Benary hanno riconosciuto con molta prontezza le idee di Reisig33. Benary ha ampliato il loro ambito di applicazione includendovi anche il significato delle forme della parola. A me non pare che costoro abbiano concepito la cosa del tutto nei giusti termini, altrimenti avrebbero avvalorato di più proprio il concetto humboldtiano di forma interna della lingua. La teoria del significato non può essere niente affatto a priori, non può avere nulla a che fare con la logica. Essa anzitutto sarà interamente individuale e storica, teoria del significato del latino, del greco etc. e inoltre, all’interno di una parte generale, dovrà essere fondata su leggi psicologiche universali. Dunque, non solo ammettiamo un’affinità tra teoria del significato e forma interna della lingua, ma crediamo che la teoria del signi-

176

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

sondern meinen, die Bedeutungslehre, wahrhaft aufgefafst, sei eben Darstellung der innern Sprachform. Trotzdem schließen wir uns lieber dem Sprachgebrauche Humboldts an, weil der Begriff Humboldts doch bestimmter, entwickelter scheint als der Reisigs und selbst der Benarys, und dies deswegen, weil die Benennung „innere Sprachform“, wie ihr Inhalt, sich als Glied eines Systems von Begriffen und Namen [XXII] kund giebt. Sie weist nämlich sogleich auf den übergeordneten Begriff, Sprachform, hin, worunter, wie in diesem Buche gezeigt ist, Humboldt das individuelle Princip einer Sprache versteht, nach welchem der lautliche Bau der Sprache einerseits und ihr System von Vorstellungen und Vorstellungsbeziehungen andererseits gebildet ist – das Princip, welches die Sprache zur Einheit, zum Organismus, macht und jeder Einzelheit das bestimmte Gepräge aufdrückt, durch welche sie auf das Ganze bezogen wird. Alles dies und das Viele, was damit verknüpft ist und daraus folgt, liegt nicht eben so klar und bestimmt in Bedeutungslehre: darum spricht sie auch mit weniger Entschiedenheit ihren Unterschied von der Logik aus. Noch ein anderes Verhältniß scheint mir zu beweisen, daß das Wesen der Bedeutungslehre, wie sie jetzt aufgefaßt wird, noch sehr ungenügend bestimmt ist. Man will die Grammatik in drei Theile zerfallen lassen: Etymologie, Bedeutungslehre und Syntax. Diese Eintheilung will mir wenig einleuchten. Bedeutungslehre ist kein Begriff, der in derselben Reihe mit Etymologie und Syntax steht, weder als nebengeordnet, noch als Stufenentwickelung, noch als vermittelnd. Man sage statt Bedeutungslehre innere Sprachform, und man wird eben so wohl das Unpassende dieser Dreitheilung fühlen, als auch sogleich das richtige Verhältniß erkennen. Bedeutung und innere Form ist sowohl in der Etymologie, als auch in der Syntax, wie auch in beiden die Lautform ist. Der Unterschied zwischen dem etymologischen und dem syntaktischen Theile der Grammatik liegt doch wohl einfach darin, daß jener die einzelnen Sprachelemente, dieser die Zusammenfügung der Elemente bespricht. Vor diesen beiden Theilen könnte wohl noch ein anderer als erster behandelt werden, nämlich die Lehre von

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

177

ficato intesa adeguatamente sia proprio la rappresentazione della forma interna della lingua. Ciò nonostante preferiamo rifarci all’uso linguistico di Humboldt, perché il concetto di Humboldt ci pare decisamente più preciso e più sviluppato di quello di Reisig e finanche di quello di Benary, e ciò perché la denominazione e il contenuto dell’espressione “forma interna della lingua” palesano quest’ultima come parte di un sistema [XXII] di concetti e nomi. La denominazione rimanda, infatti, al concetto sovraordinato di forma della lingua sotto cui, come è dimostrato in questo libro, Humboldt comprende il principio individuale di una lingua secondo il quale sono formati da una parte il costrutto fonetico della lingua, dall’altra il suo sistema di rappresentazioni e relazioni rappresentative – il principio che conferisce unità e rende la lingua un organismo e imprime a ciascuna singolarità il conio attraverso cui essa è rapportata all’intero. Tutto ciò, e il molto che con ciò è connesso e che da ciò segue, non si trova in modo così chiaro e preciso nella teoria del significato, anche per questa ragione tale teoria esprime con minore risolutezza la sua diversità dalla logica. Ancora un altro rapporto mi pare mostri che l’essenza della teoria del significato, nel senso in cui la si intende adesso, è determinata in modo molto insoddisfacente. Si vuol suddividere la grammatica in tre parti: etimologia, teoria del significato e sintassi. Questa suddivisione a me pare poco convincente. La teoria del significato non è un concetto che si trova nella stessa serie con l’etimologia e la sintassi, né in quanto concetto subordinato, né in quanto stadio di sviluppo e nemmeno in quanto concetto che medi tra i due termini. Si dica al posto di teoria del significato: forma interna della lingua e tanto si coglierà con esattezza l’inadeguatezza di questa tripartizione, quanto si riconoscerà immediatamente il giusto rapporto. Il significato o la forma interna della lingua si trova tanto nell’etimologia come nella sintassi, come in entrambe si trova la forma fonetica. La differenza tra parte etimologica della grammatica e parte sintattica di essa sta quindi solo nel fatto che quella si occupa dei singoli elementi linguistici, questa della loro combinazione. Prima di queste due parti potrebbe certo esser presa in considerazione un’altra parte che le precede, è a dire la teoria della tecnica linguistica (la cui

178

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

der Sprachtechnik (deren wichtigster Theil die Lautlehre sein würde) oder von den Mitteln, welche eine Sprache hat ihre Formen zu bilden, wie Lautwandel, Reduplication, Stellung u.s.w. Der zweite, der etymologische Theil, würde zeigen, wie diese Mittel zur Erzeugung wirklicher Formen verwandt sind, die Syntax endlich, wie sich diese Formen an einander schließen. Die Lehre von der Technik würde nicht [XXIII] bloß die Formenlehre, sondern auch die Syntax vorbereiten, denn es giebt nicht nur eine etymologische, sondern auch eine syntaktische Technik. Sie würde sich also zu Etymologie und Syntax verhalten, wie die Physik zur Kosmologie, d. h. sie würde die abstracten Kräfte darstellen, welche in der Erzeugung und Bewegung der Sprache herrschen. In allen drei Theilen der Grammatik aber, in der abstracten Lehre von der Technik der Sprache, in der Lehre vom Wort und den Wortformen, und in der Syntax, in jedem ist die Bedeutungslehre oder die Darstellung der innern Form neben der äußern oder Lautform zu geben. Die Lehre von der Technik bespricht also z. B. die Reduplication in doppelter Beziehung, sowohl als lautlichen Proceß, als auch nach ihrer Bedeutung. Reduplication aber herrscht sowohl in der Etymologie, als in der Syntax. Nachdem nun ihr lautliches und inneres Wesen abstract festgestellt ist, zeigt die Wortlehre die concrete Bildung des Perfectums, lautlich und innerlich; und die Syntax endlich zeigt die Verwendung dieser Form im Satze und Satzgefüge. In der Syntax wird weniger Gelegenheit sein, äußere und innere Form zu scheiden, weil es weniger syntaktisch erst zu bildende Formen giebt. Aber streng genommen läßt sich auch hier die Unterscheidung machen. Denn es ist doch nur ein Lautproceß, daß neben eine bestimmte Substantivform eine bestimmte Adjectivform gesetzt wird; und es ist Sache der Innern Form oder Bedeutungslehre, daß solche lautliche Zusammenstellung das attributive oder prädicative Verhältniß bezeichnet. Hieraus wird also wohl klar geworden sein, daß die Bedeutungslehre nicht ein Theil der Grammatik neben oder zwischen Etymologie und Syntax ist; sondern daß sie die Grammatik nach ganz entgegengesetzter Richtung durchschneidet,

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

179

sezione più importante sarebbe la teoria fonetica) ovvero la teoria dei mezzi di cui una lingua è in possesso per costituire le sue forme, quali il mutamento fonetico, la duplicazione, la posizione etc. La seconda parte, quella etimologica, dovrebbe mostrare come questi mezzi siano congiunti per la produzione di forme effettive, la sintassi, infine, come queste forme si connettano l’una con l’altra. La teoria della tecnica non dovrebbe [XXIII] solo preparare la morfologia, ma anche la sintassi, giacché non esiste solo una tecnica etimologica, ma anche una tecnica sintattica. Essa dovrebbe rapportarsi dunque all’etimologia e alla sintassi come la fisica si rapporta alla cosmologia, è a dire dovrebbe presentare le forze astratte che vigono nella produzione e nel movimento della lingua. In tutte e tre le parti della grammatica però, nella teoria astratta della tecnica della lingua, nella teoria della parola e delle forme della parola, e nella sintassi, in ciascuna, la teoria del significato o la rappresentazione della forma interna della lingua deve essere data accanto a quella della forma esterna o fonetica. La teoria della tecnica si occupa ad esempio della duplicazione in duplice senso, sia in quanto processo fonetico sia secondo il significato. La duplicazione tuttavia vige tanto nell’etimologia come nella sintassi. Ora, poiché la sua essenza fonetica e interna è astrattamente appurata, la teoria della parola mostra la formazione concreta del passato dal punto di vista fonetico e dal punto di vista interno e la sintassi, infine, mostra l’utilizzazione di questa forma nella frase e nel periodo. Nella sintassi ci sarà meno occasione di separare forma interna e forma esterna, anzitutto perché le forme che si costituiscono da un punto di vista eminentemente sintattico sono in numero minore. Ma, in senso stretto, la separazione è possibile anche in questo caso. Giacché è invero solo un processo fonetico quello per cui accanto a una forma sostantivata è posta una forma aggettivale; ed è una questione relativa alla forma interna o alla teoria del significato che questa connessione fonetica designi un rapporto attributivo o predicativo. Da quanto detto sarà dunque risultato perspicuamente che la teoria del significato non è una parte della grammatica che sta accanto o tra l’etimologia e la sintassi, ma che essa seziona la grammatica in una direzione opposta e questa sezione

180

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

und dieser Durchschnitt sowohl die Etymologie als auch die Syntax trifft, wie auch die Lehre von der Sprachtechnik, die abermals nicht in derselben Linie wie Etymologie und Syntax steht. Und in allen diesen sechs Theilen der Grammatik hat jede Sprache ein besonderes, gar nicht logisches, sondern eben sprachliches Princip. Alles dies deutet mir der Name innere Sprachform so deutlich an, als ein Name es thun kann [XXIV]; aber nicht ebenso Bedeutungslehre. Die dargelegte Verwirrung ihrer Verhältnisse aber zeigt, wie wichtig ein Name sein kann. Ich habe hier von der Bedeutungslehre gesprochen, wie ich sie, von einer allgemeinen Anschauung und von Begriffen ausgehend, nicht anders auffassen kann, muß aber abwarten, wie ein Mann, wie Hr. Haase, die Sache ansehen wird, der sich die specielle Bearbeitung der Bedeutungslehre auf klassischem Sprachgebiete zur besonderen Lebensaufgabe gestellt zu haben scheint. Was er in der Halleschen Literaturzeitung von 1838 ausgesprochen hat, nämlich seine Abneigung gegen logisches Schematisiren in der Grammatik und Anerkennung der Individualität der Sprachen, läßt mich hoffen, daß wir zusammentreffen werden, so verschieden auch unsere Ausgangspunkte sein mögen. Es führen viele Wege zur Wahrheit, und nicht bloß einer, nicht bloß gerade dieses Buch und dieser Philosoph, wie der Dogmatiker meint. Was nun endlich die Darstellung betrifft, so hoffe ich, vorliegendes Buch werde klarer sein, als alles, was ich früher veröffentlicht habe, sowohl wegen der Ausführlichkeit, als auch wegen der bessern Form. Das muß man freilich nie erwarten, daß philosophische Untersuchungen über die schwierigsten Probleme der Wissenschaft im Gewande der gemeinen Umgangs-und Haussprache erscheinen. Die Philosophie, wie jede Wissenschaft, hat ihre Kunstausdrücke, und die strenge Entwickelung von Begriffen, die genaue Verfolgung und sorgfältige Scheidung psychologischer Thatsachen wird immer Anstrengung von Seiten des Lesers erfordern. Der leichtsinnige Recensent, der selbst eingesteht, daß er mich nicht verstehe und sich beklagt über meinen „Hang, Dinge, die sich einfach mit wenigen Worten sagen ließen, durch philosophischen Phrasenkram aufzustutzen,“ sollte doch bedenken, wenn er denken könnte, daß er nicht im mindesten wissen kann, ob etwas, was ihm dunkel mid unverständlich geblieben

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

181

incrocia tanto l’etimologia quanto la sintassi, come anche la teoria della tecnica della lingua che, di nuovo, non si trova nella stessa linea dell’etimologia e della sintassi. E in ognuna di queste sei parti della grammatica ciascuna lingua ha un principio peculiare, per nulla logico, ma appunto linguistico. Il nome “forma interna della lingua” per me indica tutto ciò in modo così perspicuo quanto può fare [XXIV] un nome; ma ciò non accade con la formula: “teoria del significato”. L’esposta confusione dei loro rapporti mostra tuttavia fino a che punto un nome può essere importante. Mi sono qui espresso sulla teoria del significato in rapporto al modo in cui mi è possibile coglierla a partire da una prospettiva generale e da un punto di vista concettuale, è però necessario attendere come valuterà la questione un uomo della statura di Haase, il quale sembra essersi posto come scopo peculiare di vita l’elaborazione speciale della teoria del significato nell’ambito delle lingue classiche. Ciò che ha sostenuto nella «Halleschen Literaturzeitung» del 183834, è a dire la sua avversione per la schematizzazione logica nella grammatica e il riconoscimento dell’individualità delle lingue mi lascia sperare che ci incontreremo per quanto i nostri punti di partenza possano essere differenti. Molte vie, e non una sola, portano alla verità, non solo, come crede il dogmatico, questo libro e questo filosofo. Infine, per quel che riguarda l’esposizione, spero che questo libro risulterà più chiaro di tutto ciò che ho pubblicato in precedenza tanto in ragione dell’ampiezza quanto per la forma migliore. Ma non bisogna mai aspettarsi che le ricerche filosofiche sui più difficili problemi della scienza si presentino nella veste del linguaggio comune e familiare. La filosofia, come ogni scienza, ha il suo linguaggio specifico e il rigoroso sviluppo dei concetti, l’esatto procedimento e l’accurata analisi dei fatti psicologici, richiederanno sempre uno sforzo da parte del lettore. Lo sconsiderato recensore, che confessa di non comprendermi e si lamenta della mia «propensione a sostenere con un ciarpame di espressioni filosofeggianti cose che si potrebbero esprimere semplicemente con poche parole», dovrebbe pensare al fatto, se fosse in grado di pensare, che egli quantomeno non può sapere se qualcosa che per lui è

182

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

ist, sich mit einfachen Worten sagen lasse. Montaigne fragt: Ne tient-il qu’aux mots, qu’ils n’entendent tout ce qu‘ils trouvent par escrit? Aber wie kann man [XXV] von solchem Recensenten verlangen, er solle sich eingestehen, es gäbe Gedanken und Arbeiten, die seiner Fähigkeit unzugänglich sind! Stößt er auf solche, so schiebt er ihnen seine Gedanken unter, die sich freilich „einfach mit wenigen Worten“ sagen lassen, am besten aber ungesagt bleiben. Ich habe S. 157 auf eine Arbeit von mir über die chinesische Sprache verwiesen, von der ich glaubte, daß sie vor dem gegenwärtigen Buche erscheinen würde. Mancherlei Umstände haben es veranlaßt, daß dieselbe noch ungedruckt ist; sie wird jedoch vermuthlich noch im Laufe dieses Jahres der Oeffentlichkeit übergeben werden. Die Correctur dieses Buches ist, Dank der Verlagshandlung und meinen Berliner Freunden, mit vieler Sorgfalt betrieben worden. Trotzdem sind mehrere Fehler stehen geblieben, die der Leser zu verbessern gebeten wird; ich lasse sie auf der Rückseite folgen und ergreife zugleich diese Gelegenheit, die von mir bemerkten Fehler in meiner “Entwickelung der Schrift” zu verbessern. Paris im Januar 1855.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

183

rimasto oscuro e incomprensibile si lasci esprimere con semplici parole35. Montaigne domanda: Ne tient-il qu’aux mots, qu’ils s’entendent tout ce qu’ils trouvent par escrit?36 Ma come si può pretendere [XXV] da un tale recensore che ammetta che ci sono pensieri e lavori inaccessibili alla sua capacità! Nel caso che vi si imbatta sostituisce a essi i suoi pensieri, i quali però si lasciano «semplicemente dire con poche parole», ma che sarebbe meglio rimanessero inespressi. A p. 157 ho rimandato a un mio lavoro sulla lingua cinese, che credevo sarebbe stato pubblicato prima di questo libro37. Per alcune circostanze quel lavoro non è ancora stato dato alle stampe; esso tuttavia sarà presumibilmente pubblicato nel corso di quest’anno. La correzione di questo libro, grazie alla casa editrice e ai miei amici berlinesi38, è stata condotta con molta accuratezza. Ciononostante sono rimasti molti errori che il lettore è pregato di emendare, li indico nella pagina che segue39. E colgo anche l’occasione di correggere gli errori che ho rintracciato nel mio Entwickelung der Schrift. Parigi, gennaio 1855.

184

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

GRAMMATIK UND LOGIK I. ALLGEMEINE VORBEMERKUNGEN A. Von der Sprachwissenschaft im Allgemeinen Die Sprachwissenschaft setzt, wie jede andere Wissenschaft, das Dasein ihres Gegenstandes und das Bewußtsein davon voraus. Der Gegenstand muß jedoch sogleich beim Eingange deutlich angegeben, bezeichnet, vorgewiesen werden, damit man von vornherein außer Zweifel darüber ist, wovon im Laufe der Untersuchung die Rede sein solle. Wir haben also mit einer NominalDefinition zu beginnen; die Real-Definition liegt in der ganzen Darstellung der Wissenschaft. §. 56. Definitionen. Gegenstand der Sprachwissenschaft ist die Sprache oder Sprache überhaupt, d. h. Aeußerung der bewußten innern, seelischen und geistigen, Bewegungen, Zustände und Verhältnisse durch den articulirten Laut. – Wir unterscheiden hierbei näher: Sprechen, d. h. die gegenwärtige, oder als gegenwärtig gedachte, Handlung oder Ausübung der Sprache. Sprachfähigkeit, d. h. einerseits die physiologische Kraft articulirte Laute hervorzubringen und dazu noch andererseits der sämmtliche Gehalt des Innern, welcher als der Sprache vorausgehend gedacht wird und durch sie geäußert werden soll. Sprachmaterial, d. h. die von der Sprachfähigkeit im Sprechen einmal geschaffenen Elemente, welche immer von neuem angewandt werden, so oft derjenige innere Gegenstand wieder [138] geäußert werden soll, für dessen Aeußerung sie geschaffen wurden, als er zum ersten Male so geäußert wurde; oder richtiger: die bei der jedesmaligen ersten Aeußerung irgend eines besondern innern Elementes ausgeübte Handlung, welche bei jeder Gele-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

185

GRAMMATICA E LOGICA40 I. PREMESSE GENERALI A. Sulla scienza della lingua in generale La scienza della lingua, come ogni altra scienza, presuppone l’esistenza del suo oggetto e la consapevolezza di esso. Tuttavia, l’oggetto deve essere immediatamente indicato, designato, mostrato, in modo tale che sin dal principio sia chiaro su che debba vertere il discorso nel corso della ricerca. Dobbiamo dunque iniziare con una definizione nominale, la definizione reale si trova nella trattazione scientifica nel suo complesso. §. 56. Definizioni Oggetto della scienza della lingua è la lingua o la lingua in generale, è a dire l’espressione per mezzo del suono articolato dei movimenti, degli stati e dei rapporti interni – affiorati a coscienza – dell’anima e dello spirito. – Distinguiamo di seguito in modo più preciso: Parlare: l’azione o l’utilizzazione della lingua nel presente, ovvero pensata “in atto”. Capacità linguistica: da un lato la forza fisiologica di produrre suoni articolati e dall’altro l’intero contenuto dell’interiorità, pensato come ciò che precede la lingua e deve essere espresso per suo tramite. Materiale linguistico: gli elementi una volta forgiati nel parlare dalla capacità linguistica, che vengono riutilizzati ogni qualvolta deve essere espressa quella condizione interna [138] per la cui espressione furono forgiati quando la prima volta venne così espressa. O, più correttamente: l’azione eseguita in ogni caso nella prima esternazione di uno specifico elemento

186

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

genheit, wo dasselbe innere Element wieder geäußert werden soll, wiederholt wird. Eine Sprache oder die einzelne Sprache ist der gesammte Inbegriff des Sprachmaterials eines Volkes. §. 57. Betrachtungsweise der Sprachwissenschaft und Beziehungen derselben zu andern Wissenschaften. Es kann aber nicht genügen, den Gegenstand bloß anzugeben, wie oben geschehen ist; es muß erst noch gezeigt werden, nach welcher Beziehung von ihm die Rede sein solle. Denn man kann von jedem Gegenstande, in mannigfacher Beziehung reden, ihn von verschiedenen Seiten und auf mancherlei Weise ansehen. Das Denken z. B. ist Gegenstand der Logik, der Metaphysik und der Physiologie, aber in jeder dieser Wissenschaften nach einer andern Beziehung; die Pflanzen sind Gegenstand der Botanik und der Materia medica, aber in beiden von verschiedenen Seiten. Man weiß auch schon im voraus, daß die Sprachwissenschaft die Sprache nicht von allen möglichen Seiten untersucht. Niemand wird z. B. von ihr darüber Aufschluß fordern, ob es erlaubt sei, anvertraute Geheimnisse auszusprechen; ob Parlamente und Sprechzimmer schätzenswerthe Einrichtungen sind. Die Wissenschaft aber hat sich zu bestimmen und so zu erklären, daß man einsieht, was und was nicht, warum dies oder jenes nicht von ihr zu verlangen ist, wenn auch noch Niemand daran denkt, es von ihr zu fordern. Sie kann und soll sich natürlich nicht negativ von andern Wissenschaften und geistigen Sphären abschließen; sie soll nicht erklären, dies und jenes sei sie nicht; sondern sie soll sich positiv in sich einschließen, und sie soll dadurch ihre Gränzen bestimmen, daß sie erklärt, was sie ist. Die theoretischen Thätigkeiten des Menschen lassen sich unter zwei allgemeinen Classen zusammenfassen, oder beruhen sämmtlich auf zwei geistigen Handlungen: urtheilen und beurtheilen. Im Urtheil liegt eine Erkenntniß; in der Beurtheilung liegt ein ausgesprochenes Lob oder ein Tadel. Man erkennt, was ist, und wie beschaffen etwas ist; man beurtheilt, ob etwas schön oder häßlich, gut oder schlecht, wahr oder falsch und, [139] wenn auch nach minder hohen Rücksichten, richtig oder unrichtig, zweckmäßig oder unzweckmäßig sei. Es giebt also Wissenschaften, welche Thatsachen und thatsächliche Verhältnisse, Existenzen und Gesetze zu erkennen, zu ergründen suchen; und

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

187

interno, che viene ripetuta in ogni occasione in cui il medesimo elemento interno deve essere nuovamente espresso. Una lingua o la singola lingua è la quintessenza del materiale linguistico di un popolo. §. 57. Prospettiva della scienza della lingua e i suoi rapporti con le altre scienze Non può tuttavia bastare, come è stato fatto sopra, indicare semplicemente l’oggetto, deve anche essere mostrato da che punto di vista ci si debba occupare di esso, giacché di ciascun oggetto si può discorrere in modo diverso, lo si può considerare sotto aspetti diversi e secondo prospettive disparate. Il pensiero, ad esempio, è oggetto della logica, della metafisica e della psicologia41, ma in ciascuna di queste scienze secondo un diverso punto di vista; le piante sono oggetto della botanica e della materia medica42, ma valutando in ciascuna aspetti diversi. Si sa già in anticipo che la scienza della lingua non indaga la lingua da tutti i punti di vista possibili. Nessuno, ad esempio, si aspetterà che essa chiarisca se sia concesso rivelare i segreti confidati o se parlamenti e gabinetti siano istituzioni apprezzabili. La scienza tuttavia deve costituirsi e spiegarsi in modo tale che, quand’anche nessuno pretenda di saperlo, si capisca perché da essa si esige qualcosa e non qualcos’altro, perché questo e non quello. Essa naturalmente non può e non deve scindersi dalle altre scienze e dalle altre sfere spirituali in modo negativo, non deve illustrare ciò che non è, ma deve determinarsi in se stessa positivamente e definire i suoi confini in modo tale da spiegare ciò che è. Le attività teoriche dell’uomo possono essere ricondotte a due classi generali o nel complesso poggiano su due attività spirituali: giudicare e valutare43. Nel giudizio sta una conoscenza, nella valutazione sta l’espressione di un’approvazione o di una disapprovazione. Si conosce che cos’è, e come è fatto qualcosa, si valuta se qualcosa è bello o brutto, buono o cattivo, vero o falso e, [139] quand’anche da punti di vista meno elevati, giusto o sbagliato, più o meno appropriato. Ci sono dunque scienze che cercano di conoscere, di sondare fatti e rapporti effettivi, esistenze e leggi e ce ne sono altre che

188

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

es giebt auch andere, welche Maßstäbe der Beurtheilung, Grunde für Lob und Tadel aufzufinden streben. Ist nun die Sprachwissenschaft eine erkennende, oder eine beurtheilende Wissenschaft? Wir antworten: eine erkennende. Etwas Gesprochenes ist nicht wahr und nicht falsch; wahr oder falsch ist nur das Gesagte, d. h. das Gedachte. Wenn ferner Sprechen sittlich gut oder schlecht ist, so ist es eine That, und es gehört dann, wie jede andere, der Beurtheilung des Sittenrichters an; denn der Gegenstand der Sprachwissenschaft ist das Sprechen als Handlung und nicht als That. Ferner die Beurtheilung, ob schön oder häßlich gesprochen worden sei, gehört der Rhetorik und Poetik an, nicht der Sprachwissenschaft. Darüber endlich, ob etwas richtig oder unrichtig gesprochen sei, entscheidet sie allerdings, aber nur indirect. Indem sie nämlich zeigt, wie man spricht, verbietet sie, anders zu sprechen, oder tadelt es. Die Sprachwissenschaft ist also wesentlich oder ursprünglich erkennend, nicht beurtheilend, nicht – wie man die beurtheilenden Wissenschaften auch genannt hat – ästhetisch. Sie nähert sich aber den letztern oder nimmt auch wohl gänzlich das Wesen derselben an in einigen ihrer Zweige. Dies ist klar in der Metrik, welche reine Kunstlehre ist. Doch die Metrik könnte man von der Sprachwissenschaft gänzlich absondern und der Poetik zuweisen. Denn wenn es auch der Sprache nicht zufällig geschieht, daß sie nach metrischen Gesetzen behandelt wird, so gehört doch diese metrische Behandlung nicht zum Wesen der Sprache als Aeußerung des bewußten Innern. Weil die Sprache ein Tönen ist, so kann sie als Tongebilde künstlerisch geformt werden; diese Formung aber bleibt ihrem innern Wesen und Zwecke durchaus fremd. Die Bedeutung wird vom Rhythmus nicht berührt, und völlig bedeutungslose Sylben wurden denselben metrischen Erfolg hervorbringen als Wörter. Zur Sprachwissenschaft gehört aber allerdings nicht bloß die Betrachtung der Sprache überhaupt, auch nicht bloß die jeder einzelnen Sprache an sich nach ihren einzelnen Elementen; [140] sondern in ihren Kreis fällt auch die Anwendung einer Sprache in den verschiedenen Arten der Literatur; d. h. nicht nur die Form

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

189

si sforzano di rintracciare criteri di valutazione, le basi su cui approvare e disapprovare. Ora, la scienza della lingua è una scienza conoscitiva o valutativa? È una scienza conoscitiva. Ciò che è espresso attraverso la lingua non è vero o falso, vero o falso è solo ciò che viene detto, è a dire ciò che è pensato. Se inoltre si valuta il parlare buono o cattivo in senso etico, allora lo si considera un atto e come ogni altro atto è sottoposto al giudizio di chi valuta dell’eticità, poiché l’oggetto della scienza della lingua è il parlare in quanto azione44 e non in quanto atto. Inoltre, la valutazione che individua un’espressione come bella o brutta, appartiene alla retorica e alla poetica, non alla scienza della lingua. Il fatto, infine, che qualcosa di espresso attraverso la lingua sia giusto o sbagliato, lo decide certo la scienza del lingua, ma solo in modo indiretto. Mostrando come si parla infatti vieta di esprimersi in modo diverso ovvero disapprova che lo si faccia. La scienza della lingua è dunque essenzialmente e originariamente conoscitiva e non valutativa, non – come sono chiamate altrimenti le scienze valutative – estetica. Si avvicina tuttavia a queste ultime o ne acquista interamente la natura in alcune sue ramificazioni. Ciò è palese nella metrica, che è teoria estetica in senso puro. Certo, si potrebbe interamente separare la metrica dalla scienza della lingua e assegnarla alla poetica. Poiché, sebbene alla lingua non accada casualmente d’essere elaborata secondo leggi metriche, tuttavia di sicuro questa elaborazione metrica non appartiene alla scienza della lingua come espressione dell’interiorità affiorata a coscienza. Dal momento che la lingua è un risuonare essa può, in quanto costrutto sonoro, essere formata artisticamente. Questa forma tuttavia rimane del tutto estranea alla sua natura e al suo scopo interno. Il significato non è toccato dal ritmo e sillabe del tutto prive di significato potrebbero dar luogo allo stesso successo metrico di parole. Alla scienza della lingua tuttavia non appartiene soltanto la trattazione della lingua in generale e nemmeno solo quella di ogni singola lingua in sé, secondo i suoi singoli elementi, [140] ma rientra nel suo dominio anche l’utilizzazione di una lingua nei diversi tipi di letteratura: non solo la forma della

190

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

einer Sprache ist Gegenstand der Sprachwissenschaft, sondern auch ihr Charakter und die in ihrer Literatur entwickelten Style; und hier wird die Sprachwissenschaft allerdings ästhetisch. Die Rhetorik und Poetik zwar wird hierbei von ihr nur berührt; denn sie giebt keine Anweisung zum Reden und Dichten, sondern bleibt historisch, indem sie eigenthümliche Style darlegt; aber sie greift dadurch in die Literaturgeschichte ein. Nur so viel können wir zugestehen, nicht mehr. In der Literaturgeschichte ist ein sprachwissenschaftliches Element, und ein sehr bedeutendes; aber sie ist nicht nach der Gesammtheit ihrer Aufgabe und Leistung ein Theil der Sprachwissenschaft; denn sie umfaßt außer jenem sprachwissenschaftlichen Elemente noch andere, wesentlichere, mit welchen jene nichts zu thun haben kann. Die Literaturgeschichte nämlich ist ein Theil der Kunstgeschichte, und zwar derjenige Theil, welcher die Künste umfaßt, deren Darstellungsmaterial Anschauungen und Gedanken, also auch Sprache ist. Dies sind, wie bekannt, im Allgemeinen sechs Künste: die epische, lyrische, dramatische, und die historische, philosophische und rhetorische Kunst. Insoweit nun das Darstellungsmaterial dieser Künste die Sprache ist, entlehnt die Literaturgeschichte von der Sprachwissenschaft. Zu diesem Darstellungsmaterial aber gehört mehr als die Sprache; es gehören dazu noch gedankliche Elemente, die gar nicht der Sprachwissenschaft, sondern ausschließlich dem Literarhistoriker angehören. Wir vergessen hierbei durchaus nicht Böckhs Warnung davor, in die Literaturgeschichte mehr hineinzuziehen, als die Form der Darstellung. Alles was zum Inhalt gehört, zum Dargestellten, darf nicht in sie hineinkommen, sondern gehört der Geschichte der Realien an. Die Darstellungsform, der Styl Platos gehört in die Literaturgeschichte, seine Philosophie in die Geschichte der Philosophie. Die Darstellungsform aber, der Styl, beruht nicht bloß auf der Sprache. Der Platonische Styl wird nicht erschöpft durch seinen sprachlichen Ausdruck. Der Styl hängt allemal auch, und ursprünglicher und bedeutungsvol-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

191

lingua è oggetto della scienza della lingua, ma lo sono anche il suo carattere e gli stili sviluppati nella sua letteratura45; in relazione a ciò la scienza della lingua diventa di certo estetica. Invero, la retorica e la poetica, in questa prospettiva, ne sono solo sfiorate, dal momento che la scienza della lingua non offre alcuna indicazione su come si debba parlare e poetare e piuttosto rimane storica, occupandosi soltanto dell’esposizione dei differenti stili; e tuttavia con ciò s’inserisce nella storia della letteratura. Solo questo possiamo concedere, non di più. Nella storia della letteratura vi è un elemento di pertinenza della scienza della lingua, e un elemento molto importante, ma essa non è, nella totalità dei suoi compiti e della sua estensione, una parte della scienza della lingua; e ciò perché la storia della letteratura, al di fuori di quegli elementi di pertinenza della linguistica, ne comprende altri, essenziali, coi quali la scienza della lingua non può avere nulla a che fare. La storia della letteratura è infatti una parte della storia dell’arte e invero quella parte che comprende le arti il cui materiale rappresentativo è costituito da intuizioni e pensieri, dunque anche dalla lingua. In generale, come è noto, si tratta di sei diverse arti: l’epica, la lirica, il dramma, la storia, la filosofia e la retorica. Nella misura in cui il materiale rappresentativo di queste arti è la lingua, la storia della letteratura prende a prestito dalla scienza della lingua. Di questo materiale rappresentativo tuttavia fanno parte più cose della sola lingua, ne fanno parte anche elementi del pensiero che non sono riconducibili alla scienza della lingua, ma esclusivamente al lavoro dello storico della letteratura. Non dimentichiamo a questo punto il monito di Böckh contro chi vuol prendere in considerazione nella storia della letteratura più della sola forma della rappresentazione46. Tutto ciò che appartiene al contenuto, a ciò che è rappresentato, non vi deve trovar spazio, ma è piuttosto riconducibile alla storia dei ‘realia’. La forma della rappresentazione, lo stile di Platone appartengono alla storia della letteratura, la sua filosofia alla storia della filosofia. La forma della rappresentazione, però, e lo stile non poggiano semplicemente sulla lingua. Lo stile platonico non si esaurisce nella sua espressione linguistica. Lo stile di certo è posto anche in rapporto – e più originariamente ed essenzialmente

192

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

ler als an der Sprache, an der Anordnung und Verbindung der Gedanken selbst, und diese Betrachtung gehört ausschließlich der Literaturgeschichte, nicht der Sprachwissenschaft. Nehmen wir noch ein anderes Beispiel. Die Geschichte des griechischen [141] Dramas muß doch zur griechischen Literaturgeschichte gehören; wohin wollte man sie sonst bringen? Auch gehört sie hieher mit ihrem gesammten Wesen und wird hier erschöpfend behandelt. Die Geschichte der griechischen Sage an sich gehört freilich nicht in die Literaturgeschichte, weil die Sage nicht ein formales, sondern das materiale Element des Dramas ist. Die Geschichte des griechischen Dramas aber beschäftigt sich nur mit der dramatischen Formung dieser Sagen, und überlässt letztere selbst der Geschichte der griechischen Sage. So viel Berührungspunkte es also auch für die Geschichte des Dramas und die der Sage geben mag, sie fallen nicht zusammen. Von Seiten der Sage kommt also auch kein der Sprachwissenschaft fremdes Element in die Geschichte der Tragödie. Sie wird aber dennoch mancherlei erzählen, wie z. B. daß Aeschylos zwei redende Personen auf die Bühne brachte, Sophokles drei, daß in der spätern Komödie der Chor wegblieb u.s.w., was alles die dramatische Form wesentlich und unmittelbar betrifft, die sprachliche Darstellung aber entweder gar nicht, oder erst mittelbar. Der Literarhistoriker muß also wohl Sprachwissenschaft verstehen; aber die Literaturgeschichte geht nicht in ihr auf. Die Sprachwissenschaft ragt weit in die Literaturgeschichte hinein, füllt sie aber bei weitem nicht aus. Wir machen also hier begrifflich eine Scheidung, die aber praktisch verschwinden muß. Ein solches Verhältniß kann nicht wundernehmen, wenn man bedenkt, daß die Sprachwissenschaft aus der Philologie herausgeschnitten ist*. Einen ästhetischen, beurtheilenden Charakter aber nimmt die Sprachwissenschaft in einer Disciplin an, die ihr ganz wesentlich und eigenthümlich ist, nämlich in der systematischen Anordnung oder Classificirung der Sprachen. Hierbei nämlich begnügt sie sich nicht, die Sprachen nur nach den an ihnen erkannten gemeinsamen Merkmalen in Classen und Familien zusammenzufas* Wie ich dies schon in meiner Schrift De pronomine relativo auf den ersten Seiten dargelegt habe, in Uebereinstimmung mit Böckh.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

193

che con la lingua – con l’ordine e la connessione dei pensieri; e questo tipo di considerazione appartiene esclusivamente alla storia della letteratura, non alla scienza della lingua. Facciamo un altro esempio. La storia del dramma greco [141] deve ben appartenere alla storia della letteratura greca, a che si vorrebbe altrimenti ricondurre quest’ultima? Anch’essa gli appartiene interamente e in riferimento a esso è trattata in modo esaustivo. La storia della saga greca in sé però non appartiene alla storia della letteratura, perché la saga non è l’elemento formale, ma quello materiale del dramma. La storia del dramma greco d’altro canto si occupa soltanto dell’attribuzione di forma drammatica a queste saghe e lascia queste ultime alla storia della saga greca. Per quanti punti di contatto dunque possano pur darsi tra storia del dramma e quella della saga, esse non coincidono. Di conseguenza, anche da parte della saga nessun elemento estraneo alla scienza della lingua perviene nella storia della tragedia. Quest’ultima, tuttavia, narrerà come – ad esempio – Eschilo fece recitare sul teatro due persone, Sofocle tre, come nella commedia tarda il coro mancasse etc., tutte questioni che riguardano essenzialmente e immediatamente la forma drammatica, ma nient’affatto, o solo mediatamente, la rappresentazione linguistica. Lo storico della letteratura deve dunque ben comprendere la scienza della lingua, ma la storia della letteratura non si esaurisce a ciò. La scienza della lingua si addentra nella storia della letteratura per lungo tratto, ma non la occupa del tutto. Allora poniamo qui una distinzione concettuale, che da un punto di vista pratico deve invece sparire. Un tale rapporto non può stupire se si riflette sul fatto che la scienza della lingua è ritagliata dalla filologia* 47. La scienza della lingua però assume un carattere estetico e valutativo in una disciplina che le appartiene in modo essenziale e le è peculiare, è a dire nell’ordinamento sistematico o nella classificazione delle lingue. Per essa infatti non è sufficiente raccogliere le lingue in classi e famiglie, secondo le caratteristiche comuni in esse conosciute, ma a partire da * Come ho già spiegato, in accordo con Boeckh, nelle prime pagine del mio libro De Pronomine relativo.

194

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

sen; sondern sie bildet aus diesen Classen eine Stufenleiter und Rangordnung. Sie beurtheilt also hier den Werth der Sprachen, ihre Würdigkeit als geistige Erzeugnisse und zugleich wieder als Mittel zur geistigen Entwickelung. Endlich noch eine Unterscheidung. Sprechen ist eine Seelenthätigkeit [142] und folglich gehört die Sprachwissenschaft in den Kreis psychologischer Wissenschaften: gerade wie auch die Lehre vom Denken und Wollen, d. h. wie Gedanken und Willensregungen entstehen – nicht wie sie sein sollen – in die Psychologie gehört. Daß die Betrachtung der Sprache überhaupt und der Sprachfähigkeit durchaus und rein psychologisch ist, hat man immer anerkannt; auch hat man ihr einen Abschnitt in den Lehrbüchern der Psychologie gewidmet. Die Sprachwissenschaft ragt mit ihrem Haupte vollständig in die Psychologie hinein. Das Sprachmaterial aber, d. h. die einzelnen Sprachen sind besondere Erzeugnisse des menschlichen Geistes, die nicht mehr der Psychologie, sondern der Geschichte, d. h. der Sprachwissenschaft, angehören*, eben so wie die einzelnen bestimmten Willensregungen und Gedanken nicht mehr Gegenstand der Psychologie sind. Das Sprechen aber, d. h. wie wir oben definirten, die gegenwärtige oder als gegenwärtig gedachte Handlung der Sprache, kann sowohl Gegenstand der Sprachwissenschaft, als der eigentlichen Psychologie sein, natürlich nach verschiedenen Beziehungen. Insofern in jedem Sprechen Sprache überhaupt gegeben und Sprachmaterial geschaffen oder angewandt ist, ist dieses Sprechen Gegenstand der Sprachwissenschaft. Das Sprachmaterial aber besteht aus Vorstellungen, und selbst die bloßen Laute, die Articulationen, sind eine Reihe von Seelen-Erregungen: als solche können sie der rein psychologischen Betrachtung unterworfen werden, welche vom Inhalte der Seelen-Erzeugnisse absieht. So hat z. B. Herbart in einem Aufsatze „über Kategorien und Conjunctionen“ (Sämmtliche Werke VII. S. 482 ff.) die Sprache zum Gegenstande psychologischer Untersuchungen gemacht, die nicht zur Sprachwissenschaft gehören, eben so wenig wie desselben Philosophen psychologische Betrachtung der Farben- und

* Auf diesen Punkt werden wir am Schlusse des Buches zurückkommen.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

195

queste classi essa istituisce una scala e un ordine di rango. Qui pertanto, la classificazione giudica il valore delle lingue, la loro dignità in quanto prodotti spirituali e anche come mezzi per lo sviluppo spirituale. Infine, ancora una distinzione. Parlare è un’attività [142] spirituale e di conseguenza la scienza della lingua appartiene al circolo delle scienze psicologiche, esattamente come appartengono alla psicologia le teorie del pensiero e del volere, è a dire le teorie che studiano come i pensieri e gli stimoli del volere sorgono e non come devono essere. Che la considerazione della lingua in generale e della capacità linguistica sia assolutamente e puramente psicologica, lo si è sempre riconosciuto; le si è anche dedicata una sezione nei manuali di psicologia. La scienza della lingua con l’estremità superiore s’innalza interamente nella psicologia. Il materiale linguistico però, è a dire le singole lingue, è un prodotto particolare dello spirito umano che non appartiene più alla psicologia ma alla storia ovvero alla scienza della lingua*48, così come non sono più oggetto della psicologia gli stimoli della volontà e i pensieri singoli e determinati. Il parlare tuttavia, come lo abbiamo definito sopra, l’azione della lingua nel presente ovvero pensata in atto, può essere sia oggetto della scienza della lingua sia della psicologia in senso proprio, naturalmente da punti di vista differenti. Nella misura in cui in ogni parlare è data la lingua in generale ed è costituito o utilizzato materiale linguistico, questo parlare è oggetto della scienza della lingua. Il materiale linguistico consiste però di rappresentazioni e persino i semplici suoni, le articolazioni fonetiche, sono una serie di stimoli spirituali e, in quanto tali, possono essere oggetto di una pura considerazione psicologica che prescinde dal contenuto dei prodotti spirituali. Così Herbart, ad esempio, in un saggio Sulle categorie e le congiunzioni (Sämmtliche Werke, VII, pp. 482 e sgg.)49 ha fatto oggetto la lingua di ricerche psicologiche che non appartengono alla scienza della lingua, esattamente come la considerazione psicologica delle rappresentazioni dei colori e dei suoni, proposta dallo * Torneremo su questo punto in conclusione del libro.

196

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Tonvorstellungen für Farben- und Compositionslehre gelten könnte. Alles Nähere über das eigenthümliche Wesen der Sprachwissenschaft kann nur aus dem genauern Studium derselben hervorgehen und ist bis heute noch in den wichtigsten Punkten sogar streitig. Denn der Charakter der Wissenschaft hängt, im tiefsten Grunde, von ihrer Erkenntniß ihres Gegenstandes ab. Je nach dem, was man in der Sprache sucht oder an ihr zu [143] haben meint, richtet man auch die Betrachtungsweise ein. Was aber in der Sprache zu finden ist, was man wirklich an ihr hat, soll die Wissenschaft erst ausmachen – einer von den tausend Kreisen, in denen sich die philologische Forschung ihrem Wesen nach bewegt. §. 58. Bestimmung unserer Aufgabe. Die vorliegende Arbeit ist nun gerade ein Versuch, das Princip und damit den Charakter der Sprachwissenschaft mit Sicherheit festzustellen und genau zu bestimmen. Unsere Absicht ist nicht, ein System der Sprachwissenschaft aufzustellen, sondern nur erst den Weg dazu anzubahnen, ihm einen Boden zu bereiten, eine Grundlage zu geben. Wir können natürlich, wie so eben bemerkt worden, das Princip der Grammatik nicht anders finden, als indem wir uns in das allgemeine Wesen ihres Gegenstandes zu vertiefen suchen. Denn nichts anderes als das innerste und eigenste Wesen der Sprache, nichts anderes als das Moment, auf welchem ihr Sein und Wirken beruht, von welchem alle Verhältnisse, in denen sie steht, ganz vorzugsweise und im letzten Punkte abhängen – weil mit diesem Momente sogleich die eigenthümliche Thätigkeit der Sprache beginnt, und ohne dasselbe nur todtes Material zur Sprache vorhanden sein kann, welches erst von ihm zu lebendiger Sprache organisirt, ja sogar von ihm erst herbeigeschafft wird –: nichts anderes als dies kann, darf das Princip der Grammatik sein. Ohne Sicherheit über dieses Princip würde sich nur der Bau, der Lautkörper der Sprache, die Sprache so weit sie in die Sinnlichkeit fällt, äußerlich beschreiben lassen; aber die ihr inwohnende Seele und lebendige Bewegung, ihr geistiger Inhalt und seine Verhältnisse würden sich der Erkenntniß so vollständig entziehen können, daß man sie ganz und gar übersähe und statt ihrer der Sprache ein ganz fremdes Wesen unterschöbe. Daß es der bisherigen Gram-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

197

stesso filosofo, non può valere come teoria dei colori e della composizione. Tutto ciò che di più specifico si può dire sulla peculiare natura della scienza della lingua può risultare solo dallo studio più esatto di essa e rimane ancora oggi, negli snodi principali, perfino oggetto di disputa. Poiché il carattere della scienza nei suoi fondamenti più profondi dipende dalla conoscenza del suo oggetto, [143] il modo di procedere si realizza anche secondo ciò che si cerca nella lingua e che si ritiene le sia proprio. Ma quel che bisogna trovare nella lingua, ciò che davvero è di sua pertinenza, deve prima scoprirlo la scienza: uno dei tanti circoli in cui la ricerca filologica muove secondo la propria natura50. §. 58. Determinazione del nostro compito Il presente lavoro è, appunto, solo un tentativo di appurare con sicurezza e determinare con certezza il principio e, con ciò il carattere, della scienza della lingua. Non è nostra intenzione istituire un sistema di scienza della lingua, ma vogliamo solo indicare la via per preparare il terreno a questo sistema e assegnargli un fondamento. Naturalmente, come è stato notato, non possiamo trovare il principio della grammatica altrimenti che cercando di penetrare a fondo la natura universale del suo oggetto. Giacché nient’altro il principio della grammatica può e dev’essere che la natura più intima e propria della lingua, nient’altro che il fattore su cui poggiano il suo essere e il suo operare da cui, in ultima istanza, dipendono tutti i rapporti in cui consiste – giacché con questo fattore inizia immediatamente la peculiare attività della lingua e senza di esso non può esserci per la lingua null’altro che morto materiale, il quale viene organizzato solo per suo mezzo e per suo tramite viene finanche procurato. Senza la certezza in merito a questo principio potrebbe essere descritta esclusivamente la struttura, il corpo sonoro della lingua, la lingua in rapporto alla mera dimensione sensibile. Ma l’anima che la abita e il movimento vitale, il suo contenuto spirituale e i suoi rapporti si sottrarrebbero alla conoscenza a tal punto che ne rimarrebbe preclusa la comprensione stessa della lingua e un’essenza del tutto diversa sarebbe sostituita alla sua. Che alla grammatica

198

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

matik so ergangen sei, daß sie fälschlich der Sprache eine logische Seele statt der eigenthümlich sprachlichen geliehen habe, ist nach unserer voranstehenden Kritik mindestens sehr wahrscheinlich geworden und muß zur Gewißheit gelangen je nach dem Grade, in welchem es uns im Folgenden gelingen wird, das wahre Wesen der Sprache, ihre Momente und ihre Verhältnisse zu den übrigen geistigen Thätigkeiten, ihre Stellung und Function in der Oekonomie des geistigen Leben ins rechte Licht zu setzen. [144] Da es bei allen Untersuchungen höchst wichtig ist, falsche Ansichten, welche sich festgesetzt haben und das Aufkommen der Wahrheit verhindern, wegzuschaffen, so müssen wir mit unserm ausscheidenden Bemühen noch fortfahren: und zwar dies um so mehr, als jede gründliche Negation auf eine Position hinweist; denn diese Position ist eben der Grund des Negirens und der wahre Kern und die Kraft der Negation. Wir werden uns aber bei diesen negativen Untersuchungen nicht abermals an Personen wenden; sondern wir werden an die Sache selbst gehen. Sie selbst werden wir fragen, ob die bisher herrschenden Ansichten die richtigen sind. Wir werden also die Sprache fragen, ob Sprechen und Denken identisch sei, wie man doch behauptet; ob Grammatik und Logik ein und dasselbe seien, wie man doch behaupten müßte, und endlich ob und in wiefern in der Sprache Logik, also die Sprache logisch gebildet sei, was Becker wenigstens fast absolut behauptet. Haben wir auf diese Fragen negative Antworten bekommen, so werden wir uns dann bernühen, in positiver Weise das wahre Wesen der Sprache und ihre wahren Verhältnisse zu finden. Obwohl uns nun bei diesen Untersuchungen über das Verhältniß von Logik und Grammatik zu einander eigentlich nur die Grammatik anliegt, weil wir nur in ihrem Dienste stehen: so ist es doch durchaus unthunlich, nicht auch einen Blick auf die Logik an sich zu werfen und rein logische Fragen in Betracht zu ziehen, eben weil wir hier Gebietsstreitigkeiten zu schlichten, ungerechte Besitznahmen rückgängig zu machen versuchen. Wir können im voraus noch gar nicht wissen, was in Wahrheit der Logik angehört, und was der Grammatik: wir haben dies erst zu prüfen; und wo sich ein Verdacht ergiebt, muß weiter das wahre Eigenthumsrecht erforscht werden. Wir wollen die Logik aus der Grammatik ausweisen, die Sprachwissenschaft von ungehörigen logischen

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

199

finora in vigore sia da imputare di aver erroneamente attribuito alla lingua un’anima logica al posto di quella peculiarmente linguistica, sarà divenuto ormai, grazie alla nostra precedente critica51, almeno altamente probabile e deve pervenire a certezza quanto più, procedendo, ci riuscirà di porre nella giusta luce la vera natura della lingua, i suoi tratti costitutivi e i suoi rapporti con la restante attività spirituale, la sua posizione e la sua funzione nell’economia della vita spirituale. [144] Dacché in ogni ricerca è di estrema importanza sgomberare le false opinioni che si sono sedimentate e hanno impedito di stabilire la verità, dobbiamo procedere coi nostri sforzi di rimozione e ciò tanto più, quanto più ogni radicale negazione rimanda a un’istanza positiva, in cui consiste appunto la ragione del negare e il vero nerbo e la forza della negazione. Tuttavia in queste ricerche orientate a confutare non ci volgeremo di nuovo a persone, ma andremo alle cose stesse. Le interrogheremo per sapere se le opinioni in voga siano giuste. Domanderemo pertanto alla lingua se pensare e parlare, come si dice, siano identici; se grammatica e logica, come si dovrebbe dire, siano uno e lo stesso; e infine se e in che misura la logica si trovi nella lingua ovvero la lingua sia costituita in modo logico; ciò che, per lo meno Becker, dà quasi per certo. Se riceveremo per queste domande risposte negative, ci sforzeremo allora di trovare in modo positivo la vera essenza della lingua e i suoi veri rapporti. Ora, sebbene in queste ricerche sul rapporto reciproco di logica e grammatica ci interessi in senso proprio soltanto la grammatica, perché stiamo solo a servigio di essa, non possiamo tuttavia esimerci dal gettare uno sguardo anche alla logica in sé e prendere in considerazione questioni puramente logiche, proprio perché cerchiamo di appianare le controversie presenti in quest’ambito e di revocare illegittime prese di possesso. Non possiamo certo sapere in anticipo cosa in verità appartenga alla logica e cosa alla grammatica: questa è la questione da esaminare prima di ogni altra e lì dove emerge un sospetto è necessario approfondire la ricerca per intendere quel che appartiene a ciascun ambito di diritto. Intendiamo bandire la logica dalla grammatica, purificare la scienza della

200

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Elementen reinigen; wir dürfen aber auch der Logik nichts Grammatisches lassen und müssen sie von allem unrecht erworbenen Gute reinigen, das wir für die Grammatik in Anspruch zu nehmen haben. Wir denken zwar hierbei auch der Logik zu nützen, handeln aber zunächst immer nur im Dienste der Grammatik. Denn lassen wir jener, was vielmehr dieser gehört: so scheint es, da sie ihres Eigenthums nicht entbehren kann, als müsse sie es von jener borgen; und diesen Schein haben wir zu zerstören. Alle diese Auseinandersetzungen [145] lassen sich aber nicht machen ohne Grundsätze; und ferner, um die Grenze zu bestimmen, muß man sie erst überschritten haben. Das nöthigt also, näher auf die Logik einzugehen, so ungern wir es auch thun, wohl wissend, daß wir dort nicht einheimisch sind, und gerade genug dort bekannt, um die Schwierigkeiten nicht zu übersehen, welche da zu überwinden sind, besonders mißtrauisch aber gegen uns selbst, da wir so oft im Widerspruche zu anerkannten Männern oder Lehren stehen. Was uns ermuthigt, unsere Ansicht frei und entschieden herauszusagen, sowohl hier wie anderswo, das ist, daß durch das Aussprechen einer Ansicht, welche man mit Gründen zu unterstützen sucht, niemals etwas verdorben wird – auf Autorität aber kann niemand weniger Anspruch machen, als wir hier oder dort oder irgendwo machen –; und daß es bei manchen Punkten einer Wissenschaft leichter ist, von außen hineinblickend das Richtige zu sehen, als wenn man sich ausschließlich in ihr bewegt. Solche Punkte der Logik hoffen wir gerade hier zu betrachten, und von einem günstigen Orte aus. So möge man prüfen, was wir bieten, und abweisen oder annehmen, wie die Wahrheit es verlangt. B. Von der Logik im Allgemeinen. §. 59. Bestimmung der Logik und Verschiedenheit des wissenschaftlichen Charakters derselben von dem der Sprachwissenschaft. Wir haben vorhin bemerkt, daß die Sprachwissenschaft eine erkennende, urtheilende Wissenschaft sei; die Logik aber – so unterscheidet sie sich von vorn herein durch ihren Charakter von der Sprachwissenschaft – ist eine beurtheilende, eine ästhetische Wissenschaft. Die Logik nämlich will nicht, wenigstens nicht

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

201

lingua dagli elementi logici allotri; non possiamo nemmeno lasciare alla logica niente di ciò che appartiene alla grammatica e dobbiamo purificarla da ogni bene acquisito illegittimamente, che dobbiamo esigere per la grammatica. Pensiamo con ciò di rendere anche un servigio alla logica, ma agiamo sempre anzitutto a servigio della grammatica. Dal momento che lasciamo alla logica quel che appartiene alla grammatica, sembra che quest’ultima, non potendo fare a meno di ciò che le è proprio, debba prenderlo in prestito dalla logica: è questa la parvenza che dobbiamo dissolvere. Non è però possibile affrontare tutte [145] queste discussioni senza ricorrere a principi; e inoltre per determinare i confini è necessario averli prima attraversati. È pertanto necessario accostarsi alla logica, per quanto lo facciamo malvolentieri, consapevoli che non è ambito di nostra pertinenza e avvertiti a sufficienza da non trascurare le difficoltà che devono essere superate; diffidenti, infine, soprattutto verso noi stessi, dal momento che avversiamo uomini e teorie autorevoli. Qui, come altrove, ci incoraggia a esprimere liberamente e con decisione la nostra opinione il fatto che l’esprimere un’opinione, che si cerchi di giustificare attraverso il ricorso a ragionamenti fondati, non ha mai rovinato nulla – faremo ricorso all’autorità il meno possibile e comunque non più d’altri – e ci incoraggia poi il fatto che in relazione ad alcuni punti di una scienza è più facile scorgere il giusto dall’esterno, piuttosto che muovendosi esclusivamente al suo interno. Questi sono i punti della logica che vogliamo sottoporre a esame e speriamo da una prospettiva favorevole. Si possa così valutare ciò che offriamo e respingere o accettare secondo verità. B. Sulla logica in generale §. 59. Determinazione della logica e diversità del suo carattere scientifico da quello della scienza della lingua Abbiamo prima notato che la scienza della lingua è una scienza conoscitiva, giudicante. La logica invece – per questo si differenzia sin dall’inizio per mezzo del suo carattere dalla scienza della lingua – è una scienza valutativa, estetica. La logica infatti non vuole – o per lo meno non vuol soltanto – cono-

202

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

bloß, thatsächlich vorhandene Gegenstande und Verhältnisse erkennen; sondern sie will beurtheilen und sucht Maßstäbe zu Beurtheilungen. Sie fragt aber, ob ein Gedanke richtig oder unrichtig gebildet sei, oder ob etwas, das sich für ein Gedachtes ausgiebt, wirklich gedacht werden könne; denn was nicht richtig gedacht ist, ist vielmehr gar nicht gedacht, sondern nur vorgeblich. Da sie bloß fragt, ob ein Gedachtes richtig oder wirklich gedacht sei, oder nicht, so sucht sie ihre Maßstäbe nur in der Natur des Denkens selbst, und die Denkfähigkeit ist ihr allgemeinster Maßstab. Hieraus ergeben sich zwei Bemerkungen. Erstens nämlich [146] folgt aus dem Gesagten, daß die Logik, wie alle Ästhetischen Wissenschaften, eine hypothetische Wissenschaft ist, womit ich sagen will, daß sie bloß erklärt: wenn etwas gedacht wird, so muß es so und so beschaffen sein; sie zeigt aber gar nicht, wie man dazu kommt, dieses zu denken, d. h. sie ist nicht genetisch. Die Logik zeigt also gar nicht, wie wir zu richtigen und falschen Gedanken kommen, weil sie überhaupt nicht darauf sieht, wie em Gedachtes im Denken entsteht. Sie beurtheilt die Gedanken, die ihr gegeben werden, aber erklärt dieselben nicht; sie billigt sie als richtig gedacht, oder verurtheilt sie als unrichtig gedacht, ohne zu fragen, woher sie im einen oder andern Falle kommen. Sie zeigt also die Beschaffenheit des richtig Gedachten, nicht seine Genesis. – Die Sprachwissenschaft ganz im Gegentheil ist eine genetische Wissenschaft, die ihren Gegenstand nicht bloß als seiend nimmt, sondern dessen Werden und Entwickelung darlegt; denn hierin liegt das Wesen des Gegenstandes und seine Verhä1tnisse im Innern, wie seine Beziehung zu andern; was alles eben erkannt werden soll. Die zweite Bemerkung betrifft die formale Natur der Logik. Weil nämlich der zu beurtheilende Gegenstand der Logik das gegebene Gedachte ist, und zwar dieses rein an sich als Erzeugniß des Denkens: so sieht sie nicht bloß von der psychologischen Entstehung des Gedachten im Denken ab, sondern auch von der Beziehung desselben zur Wirklichkeit, zum Daseienden, dessen Gedachtes es ist. Wegen dieser letztern Eigenthümlichkeit nennt man die Logik formal. Wie bei der Betrachtung des Dreiecks in der reinen Mathematik es gleichgültig ist, von welchem Stoffe das Dreieck ist, indem eben bloß diese Form des Dreiecks in Betracht

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

203

scere oggetti o rapporti effettivamente esistenti, ma vuol valutare e cerca criteri per le valutazioni. Si chiede se un pensiero sia costruito correttamente52 o no, o se qualcosa, che risulta come qualcosa di pensato, possa davvero essere pensato, giacché quel che non è pensato correttamente, per lo più non è pensato affatto, è pensato vanamente. Dal momento che chiede soltanto se qualcosa di pensato sia pensato correttamente o realmente oppure no, la logica cerca i suoi criteri solo nella natura del pensiero stesso e la pensabilità è il suo più universale criterio. In proposito due osservazioni. Da quanto detto infatti [146] segue anzitutto che la logica, come tutte le scienze estetiche, è una scienza ipotetica, col che intendo dire che spiega soltanto: «se qualcosa è pensato, allora dev’essere fatto così e così», ma non mostra per nulla come si giunga a pensare questo qualcosa, è a dire non è una scienza genetica. Essa dunque non mostra come perveniamo a pensieri corretti o erronei giacché non scruta come qualcosa di pensato nasca nel pensiero. Valuta i pensieri che le sono dati, ma non li spiega; li approva come pensati in modo corretto o li disapprova come pensati in modo non corretto, senza domandare per quale via siano pervenuti all’una o all’altra formulazione. Mostra dunque la struttura di ciò che è pensato correttamente, non la sua genesi. – Al contrario, la scienza della lingua è una scienza genetica che non assume il suo oggetto semplicemente come dato, ma ne espone divenire e sviluppo; poiché in questo divenire e svilupparsi sta l’essenza del suo oggetto e in ciò sono dati i suoi rapporti interni, come la sua relazione con altri oggetti, quindi tutto ciò che deve essere conosciuto. La seconda considerazione riguarda la natura formale della logica. Giacché l’oggetto del giudizio di valutazione della logica è qualcosa di pensato e dato, e in verità si occupa di ciò che è pensato in sé quale prodotto del pensiero, essa non solo prescinde dalla nascita psicologica, nel pensiero, di ciò che è pensato, ma anche dalla relazione del pensiero con la realtà, con l’esistente di cui è il pensamento. In ragione di questa sua peculiarità, la logica si definisce formale. Come nella trattazione del triangolo, nella matematica pura, è indifferente di che materia è fatto il triangolo, trattandosi appunto soltanto della forma del triangolo, così l’oggetto pensato che

204

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

kommt: so ist der Gegenstand des der Logik vorliegenden Gedachten dieser Wissenschaft gleichgültig und nur die Denkform des Gedachten fällt ihrer Beurtheilung anheim. Wegen dieser einseitigen Betrachtungsweise ist die Logik unfähig zu beurtheilen, ob ein Gedanke wahr ist oder nicht; sie weiß bloß, ob er richtig gedacht ist; d. h. sie weiß, ob in einem Gedanken die Anforderungen des Denkens an sich erfüllt sind, weiß aber nicht, ob dieser Gedanke das Gedachte der Wirklichkeit ist. Diesen Mangel hat sie mit der reinen Mathematik gemein. Gesetzt es zöge jemand einen Kreis und den Durchmesser, und sagte uns: ich habe hier ein Quadrat mit einer Diagonale und werde nun beweisen, daß die [147] beiden durch die Diagonale entstandenen Dreiecke im Quadrate sich so oder so verhalten: so wird weder der Logiker noch der Mathematiker hiergegen etwas einwenden können; und dennoch ist alles was er sagt unwahr. Wer sein Vermögen berechnet, aber dabei sein debet und habet nicht richtig ansetzt, mag immerhin sehr richtig rechnen: eine wahre Einsicht in den Bestand seines Vermögens erlangt er nicht; die formalen Forderungen sind wohl erfüllt, aber nicht die materialen. Mag nun auch die formale Logik eine sehr einseitige Wissenschaft sein: sie ist es nicht mehr, als die reine Mathematik, und die Erfüllung ihrer Gesetze bildet die Grundlage der Wahrheit. Sie bietet durchaus keine Bürgschaft für die Erkenntniß der Wahrheit; aber was noch nicht einmal richtig gedacht wäre, würde gewiß noch weniger wahr sein. Die Logik macht die Voraussetzung, daß in der Wirklichkeit keine Verhältnisse vorkommen, die nur gegen die Gesetze der Logik gedacht werden könnten; denn, kämen sie vor, so würden sie eben gar nicht gedacht werden können und außerhalb unserer Einsicht und Erkenntniß fallen. Denn ein der Logik widersprechendcr Gedanke ist eben gar nicht gedacht, und noch weniger also kann mit ihm etwas begriffen sein. So einseitig also auch die Logik ist, so wenig sie Wahrheit bietet, so ist sie dennoch von höchster Wichtigkeit, da die Erfüllung ihrer Gesetze die conditio sine qua non der Wahrheit und alles Denkens ist. Wir sehen es darum für ein Unglück an, daß man sie in unserm Jahrhundert verachtet und vernachlässigt hat. Sie ist das Ein-Mal-Eins der Wahrheit und sollte daher vorzüglich im Knabenalter und auf den Gymnasien nicht bloß gelernt, sondern eingeübt werden.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

205

precede la logica è indifferente a questa scienza e soltanto la forma del pensiero di ciò che è pensato spetta alla sua valutazione. In ragione di questo modo di considerare univoco, la logica è incapace di valutare se un pensiero è vero o no; sa solo se esso è pensato correttamente, è a dire che sa se in un pensiero sono soddisfatte le esigenze del pensiero in sé, ma non se questo pensiero sia pensamento della realtà. Essa ha in comune questa lacuna con la matematica pura. Si assuma che qualcuno disegni un cerchio e un diametro e ci dica: «ho qui un quadrato con una diagonale e dimostrerò che i [147] due triangoli sorti dalla diagonale, si rapportano nel quadrato così e così»; né il logico né il matematico potrà obiettare contro ciò qualcosa; e ciononostante tutto quel che l’uomo dice è “non vero”. Chi calcola il proprio patrimonio, ma con ciò non preventiva adeguatamente il proprio debet e habet, può pur svolgere il calcolo correttamente, ma non guadagna una prospettiva vera sullo stato dei suoi averi; le esigenze formali sono ben soddisfatte, ma quelle materiali non lo sono. Possa pure la logica formale essere una scienza in larga misura parziale, non lo è più della matematica pura e la soddisfazione delle sue leggi costituisce il fondamento della verità. Essa non offre assolutamente alcuna cittadinanza alla conoscenza della verità, ma ciò che non fosse previamente pensato in modo corretto, non potrebbe certo nemmeno esser vero. La logica pone la premessa secondo cui nella realtà non si presentano rapporti che possano essere pensati contro le leggi della logica stessa; giacché, fossero presenti, non potrebbero essere assolutamente pensati e rimarrebbero al di fuori della nostra prospettiva e conoscenza. Poiché un pensiero che contraddica la logica per l’appunto non è pensato e tanto meno, attraverso esso, può essere concepito qualcosa. Per quanto la logica, dunque, sia parziale, per quanto sia insufficiente alla verità, è tuttavia di suprema importanza dal momento che la soddisfazione delle sue leggi è la conditio sine qua non della verità e di tutto il pensiero. Riteniamo pertanto una sciagura che nel nostro secolo la si sia disprezzata e trascurata. Essa è la coincidenza della verità con se stessa e dovrebbe pertanto non solo essere insegnata nel modo migliore nell’infanzia e nei ginnasi, ma dovrebbe finanche essere esercitata.

206

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

§. 60. Vertheidigung der formalen Logik. Von den absurden Angriffen der Identitätsphilosophen gegen die formale Logik zu reden, wäre ein Anachronismus. Der Weltgeist ist über diese eben so wahnsinnig anmaßende als inhaltsleere Philosophie hinaus. Aber Trendelenburgs Kritik der formalen Logik müssen wir näher betrachten. Trendelenburg hat ein schönes kritisches Princip oder das wahre kritische Verfahren. Dasselbe ist mit seinen eigenen Worten (Logische Untersuchungen I. S. 13) so auszusprechen: „Wir fragen, wie weit ist es der Logik gelungen, ihre Aufgabe zu lösen? ... Wenn wir hiernach das Werk dieser Wissenschaft [148] zu prüfen versuchen, so haben wir dahin zu sehen, ob sich die formale Logik innerhalb ihres Kreises vollendet, oder ob sie in sich Elemente aufnimmt, welche die Form des Denkens überschreiten und den Inhalt der Gegenstande berühren. Wenn sich dies Letzte erwiese, so würde sie sich damit selbst das Urtheil sprechen.“ Solche Kritik muß sich die formale Logik gefallen lassen. Es versteht sich aber auch von selbst, daß der Kritiker den Kreis der formalen Logik nicht über ihre wahren Grenzen ausdehnen, ihr nichts zumuthen und nichts zuschreiben darf, was nicht in sie gehört. Welches dieser Kreis sei, welches ihre Aufgabe und Tendenz sei, haben wir so eben, ich hoffe genügend, dargelegt. Sollten Andere über die Grenzen der Logik hinaus dieselbe haben ausdehnen wollen, so sind sie mit Recht von Trendelenburg gewarnt: ne ultra! Wir können uns hier natürlich nur um unsere Darstellung kümmern. Schon von vornherein hat Trendelenburg eine ungehörige Zumuthung an die Logik gestellt. Er geht nämlich, um sogleich Zweifel gegen die Möglichkeit derselben zu erregen, von einer Analogie aus. Alle Sinne und Organe, sagt er, werden nur begriffen, wenn sich die Aufmerksamkeit zugleich auf ihre Form richtet und auf ihren Zweck, auf den Gegenstand, den zu erfassen sie bestimmt sind. Das Auge begreift man nur, indem man neben der Form desselben auch die Natur des Lichts betrachtet u.s.w. Ebenso würden die Formen des Denkens nur begriffen, indem man zugleich die Beziehung des Denkens zum Gegenstande hervortreten läßt. Wenn nun gar die Logik die Wahrheit als die Ue-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

207

§. 60. Difesa della logica formale. Discutere degli assurdi attacchi dei filosofi dell’identità53 contro la logica formale sarebbe un anacronismo. Lo spirito del tempo ha superato questa filosofia tanto arrogantemente delirante quanto priva di contenuto. Ma la critica rivolta da Trendelenburg alla logica formale dobbiamo prenderla in considerazione più da vicino. Trendelenburg è in possesso di un notevole principio critico o del vero procedere critico. Esso con le sue stesse parole (Logische Untersuchungen, I, p. 6)54 è così espresso: «Domandiamo fino a che punto la logica è riuscita ad assolvere il suo compito … Se poi cerchiamo di sottoporre a esame l’opera di questa scienza [148], dobbiamo vedere se la logica formale si compie all’interno del proprio circolo o se accolga in sé elementi che travalicano la forma del pensiero e toccano il contenuto degli oggetti. Se accadesse ciò, sarebbe con ciò stesso evidente quale debba essere il giudizio». La logica formale deve essere disposta a tollerare una tale critica. S’intende da sé, però, che anche al critico non è concesso estendere il dominio della logica formale al di là dei suoi veri confini, non è concesso di aspettarsi da lei e ascriverle qualcosa che non le appartiene. Quale sia questo dominio, quale siano il suo compito e il suo orientamento, lo abbiamo esposto, spero, in modo soddisfacente. Se altri dovessero mai voler estendere la logica oltre i suoi limiti, sono giustamente ammoniti da Trendelenburg: ne ultra! Noi qui, naturalmente, possiamo occuparci soltanto della nostra esposizione. Sin dall’inizio Trendelenburg ha avanzato nei confronti della logica una pretesa inopportuna. Egli infatti, per metterne in dubbio la possibilità, fa uso di un’analogia. Tutti i sensi e gli organi, dice, sono concepiti adeguatamente se si rivolge l’attenzione tanto alla loro forma quanto al loro fine, all’oggetto insomma per cogliere il quale sono costituiti. Si comprende adeguatamente l’occhio soltanto se si prende in considerazione, assieme alla sua forma, la natura della luce etc. Le forme del pensiero allo stesso modo sono concepite adeguatamente soltanto lasciando emergere il rapporto esistente tra pensiero e cosa. Ora, se la logica illustrasse la verità

208

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

bereinstimmung des Gedankens mit dem Gegenstande erkläre, so stehe sie ,,von vornherein dem Bekenntniß ihrer Unzulänglichkeit nahe.“ Die Logik, erwiedern wir, steht dem Bekenntnisse ihrer Unzulänglichkeit nicht bloß nahe, sondern spricht es frei und offen aus. Die Logik lehrt nur Richtigkeit des Gedachten, nicht Wahrheit; und sie macht nicht den Anspruch, das Denken zu begreifen, wie die Physiologie unsere Organe und Sinne erkennt: das überläßt sie theils der Psychologie, theils der Metaphysik. Sie erforscht bloß die Beschaffenheit des richtig Gedachten. Die Bemerkungen Trendelenburgs über den Begriff, wie ihn die Logik ansieht, mögen wohl alle ganz richtig sein. Der Begriff ist wirklich für die Logik weiter nichts als eine Zusammenfassung von Merkmalen. Das ist eine sehr abstracte, sehr [149] unvollständige Auffassung des Begriffs; es ist aber eben die der formalen Logik. Die materialen Wissenschaften treten ergänzend hinzu, und selbst indem sie dies thun, muß die Logik sie bewachen. Die Logik hat gegen einen Fisch oder einen Löwen mit dem Kopfe und der Brust eines Weibes keine Einwendung zu machen. Ihr ist der Begriff der Sphinx gegeben, als eine Zusammenfassung von Merkmalen, welche sich als gedachte Momente unter einander nicht stören; also findet sie den Begriff nicht unrichtig. Der vergleichende Anatom findet allerdings, daß sich jene Merkmale stören, daß sie unvereinbar sind; und nun ist es die Anatomie, oder vielmehr die Logik des Anatomen, welche die Sphinx für einen unrichtigen Begriff erklärt. Hiermit soll nicht gesagt sein, daß es mehrere Logiken giebt, sondern wir meinen Folgendes. Dem Logiker sind mit dem Begriffe der Sphinx die beiden Merkmale eines menschlichen Oberkörpers und eines thierischen Unterkörpers gegeben. Da dies völlig disparate Begriffe sind, so hält er ihre Vereinigung nicht für unrichtig. Die Anatomie zeigt ihm aber, daß diese Begriffe nicht disparat sind, daß im menschlichen Oberkörper ganz bestimmte Beziehungen liegen, und ebenso im thierischen Unterkörper, und daß diese verschiedenen Beziehungen in conträrem Gegensatze stehen. Jetzt corrigirt sich der Logiker; wenn dem so ist, sagt er, so ist die Sphinx ein durchaus unstatthafter Begriff. Hiermit ist aber die formale Logik schon zur angewandten geworden. Es ist hier noch eine andere Bemerkung zu machen. Trendelenburg scheint auch nicht gehörig beachtet zu haben, was es hei-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

209

come la coincidenza del pensiero con la cosa sarebbe certo «sin dall’inizio vicina all’ammissione della sua insufficienza». Replichiamo che la logica così concepita non solo è vicina all’ammissione della sua insufficienza, ma la dichiara liberamente e apertamente. La logica insegna soltanto la correttezza di ciò che è pensato, non la verità, e non avanza la pretesa di comprendere il pensiero come la fisiologia comprende i nostri organi e sensi, lascia questo compito in parte alla psicologia e in parte alla metafisica. Indaga solo la struttura di ciò che è pensato correttamente. Le osservazioni di Trendelenburg riguardo al modo in cui la logica coglie il concetto, possono certo essere giuste. Il concetto per la logica non è davvero nulla di diverso da un insieme di note55. È questa una concezione molto astratta, molto [149] incompleta del concetto, ma è appunto adeguata alla logica formale. Le scienze materiali apportano elementi di completamento e proprio per questa ragione la logica deve sorvegliarle. La logica non ha nulla da obiettare contro un pesce o un leone con la testa o il busto da donna. Il concetto della sfinge le è dato come un insieme di note, le quali non si disturbano reciprocamente in quanto aspetti pensati; la logica pertanto non trova quel concetto inappropriato. Lo studioso di anatomia comparativa però trova che quelle note si disturbano, che non sono conciliabili ed è dunque l’anatomia, o meglio, la logica degli studiosi di anatomia che mostra la sfinge come un concetto inappropriato. Non si intende qui che vi siano più logiche, ma questo: al logico col concetto della sfinge sono date entrambe le note di una parte superiore del corpo umano e di una parte inferiore del corpo animale. Poiché questi sono concetti del tutto differenti egli non ritiene sbagliata la loro unione. L’anatomia gli mostra però che questi concetti non sono riconducibili a sfere differenti, che nella parte superiore del corpo umano si trovano rapporti particolari e che ciò accade anche nella parte inferiore del corpo animale e che questi rapporti diversi stanno in contrasto come contrari. Il logico allora si corregge: se è così, dice, la sfinge è un concetto del tutto illegittimo. Qui però la logica formale si è già trasformata in logica applicata. Bisogna fare ancora un’altra osservazione. Sembra anche che Trendelenburg non abbia considerato opportunamente

210

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

ße, wenn die formale Logik sagt, sie betrachte bloß das Gedachte, nicht das Ding. Er bemerkt (S. 7): „Man wird die Dinge doch nicht los; denn die Vorstellungen führen immer auf das, dessen Gegenbild sie sind.“ Die Logik hat es aber nicht bloß nicht mit den Dingen zu thun, sondern auch nicht mit bestimmten Vorstellungen und Begriffen sondern nur mit dem Gedachten überhaupt in Form von Begriffen, und Urtheilen und Schlüssen. Ihr Gegenstand ist nicht dieser und jener Begriff oder Schluß, sondern der Begriff, der Schluß überhaupt, das Denken in diesen Formen. Der Begriff ist allerdings für sie bloß eine Zusammenfassung von Merkmalen; aber sie weiß, daß in jedem bestimmten Begriffe die Merkmale in einer bestimmten Beziehung stehen. Von dieser Bestimmtheit der Beziehung muß [150] sie absehen, und so bleiben ihr freilich die Merkmale ohne das dieselben einende Band; d. h. es bleibt ihr die Merkmalheit, wenn ich so sagen darf, d. h. die Eigenthümlichkeit des Begriffs, Merkmale zu haben. Aber die Beziehung der Begriffe überhaupt, das Band an sich, nur kein bestimmtes, ist wohl eine wichtige Kategorie der Logik. So lehrt sie z. B., daß selbst conträre Begriffe sich wohl mit einander vertragen, wenn sie nämlich in der bloßen Beziehung der Summe stehen. Bei der Anwendung gelangt die formale Logik natürlich zu ganz besondern Bestimmungen, d. h. diese werden ihr gegeben, und so werden auch ihre Beziehungen bestimmter; aber bei dieser ganz bestimmten Beurtheilung wendet sie doch nur ihre ganz allgemeinen Kategorien und Maßstäbe an. Der Grund des conträren Verhältnisses zweier Begriffe liegt freilich in ihrem Inhalte. Dieser Inhalt muß ihr gegeben sein; aber nicht ihn betrachtet sie, sondern nur das daran hervortretende Verhältniß des conträren Gegensatzes. Wenn auch der Grund desselben im besondern Inhalte liegt: die Logik bestimmt dasselbe ganz allgemein nach der Natur des Denkens als das Verhältniß zweier Begriffe, die nicht zusammen gedacht werden können, weil das Denken des einen das Denken des andern aufhebt und unmöglich macht. Das 1ehrt und übt eben die formale Logik, zu scheiden, so nahe an einander das zu Unterscheidende auch liegen mag. Auch für alles Folgende, was Trendelenburg gegen die formale Logik vorbringt, wiederholen wir die schon gemachte Be-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

211

cosa significhi quando la logica formale sostiene di trattare solo ciò che è pensato, non la cosa. Scrive (p. 7) «non si lasciano le cose, dal momento che le rappresentazioni conducono sempre a ciò di cui sono immagini riflesse». La logica però non ha a che fare con le cose e neanche con rappresentazioni e concetti determinati, ma solo con ciò che è pensato in generale nella forma di concetti, giudizi e sillogismi. Il suo oggetto non è questo o quel concetto particolare, non un determinato sillogismo, ma il concetto, il sillogismo in generale, il pensiero in queste forme. Il concetto tuttavia è per sé solo un insieme di note, ma la logica sa che in ogni concetto determinato le note stanno in un determinato rapporto. Da questa determinatezza del rapporto essa deve [150] prescindere e le rimangono soltanto le note senza il nesso che le unisce, rimane cioè soltanto, se posso esprimermi così, la contrassegnabilità ovvero la peculiarità del concetto di essere determinato da note. Il rapporto dei concetti in generale, il nesso in sé – e non qualche nesso specifico – è certo un’importante categoria della logica. Così, ad esempio, essa insegna che concetti contrari possono essere accostati, quando ad esempio si trovano nella pura relazione della somma. Nell’applicazione la logica formale consegue naturalmente determinazioni ben specifiche, il che significa che queste le sono date e pertanto i suoi rapporti si particolarizzano, ma in questo tipo di valutazione del tutto particolare essa apporta soltanto categorie e criteri universali. La ragione del rapporto contrario di due concetti sta certamente nel loro contenuto. Questo contenuto dev’esserle dato, ma la logica non si occupa di ciò nello specifico, bensì del rapporto di opposizione tra contrari che lì si manifesta. Quand’anche la ragione di questo rapporto stia nel contenuto specifico, la logica determina questo rapporto del tutto in generale secondo la natura del pensiero, come il rapporto tra due concetti che non possono essere pensati assieme perché il pensiero dell’uno toglie e rende impossibile quello dell’altro. La logica formale appunto insegna ed esercita a distinguere, per quanto siano prossimi i termini di ciò che è da distinguere. Anche per tutto ciò che nel seguito Trendelenburg adduce contro la logica, ripetiamo quanto detto, che Trendelenburg

212

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

merkung, daß Trendelenburg ganz richtig gesehen hat; daß er aber theils Zumuthungen an sie stellt, denen sie vermöge ihrer beschränkten Tendenz nicht zu genügen unternehmen kann und will, und daß er ihr das Recht abspricht, Gegebenes aufzunehmen, wiewohl doch ihr ganzes Dasein auf dem gegebenen Gedachten beruht. Er wirft ihr z. B. vor (S. 11), die Verneinung plötzlich einzuführen, ohne die Abstammung und Bedeutung derselben für das Erkennen gezeigt zu haben. Es ist hierauf einfach zu erwiedern, daß ihr die Negation gegeben ist, wie der Begriff und das Gedachte überhaupt, und sie dieselbe da einführt, wo es ihr angemessen scheint. Nicht in der Logik kann die Entstehung der Verneinung erörtert werden, sondern in der Psychologie, die überhaupt das Entstehen des Gedachten zeigt. Die formale Logik ist zwar nicht die aristotelische, aber sie ist doch von Aristoteles eigentlich geschaffen, und er ist ihr [151] Vater. Trendelenburg möchte dies läugnen. Indessen alles was er zur Unterscheidung der aristotelischen und formalen Logik vorbringt, beweist keine wesentliche Verschiedenheit, noch weniger etwa einen Rückschritt der formalen Logik, wenn man ihre heutige Bearbeitung mit der aristotelischen vergleicht. Die Scheidung und Reinigung der Wissenschaften hat sich überhaupt seit Aristoteles weiter ausgebildet, und so hat sich auch die Logik strenger begrenzt und ist endlich rein formal geworden. So streng formal war sie bei Aristoteles noch nicht, der noch nicht einmal die Grammatik von ihr abgeschieden hat; aber die Tendenz zu ihrem reinen Formalismus war ihr schon von Aristoteles eingehaucht. Die formale Logik ist die Frucht seines Samens. Wir fordern mit Kant und Herbart strenge Abgrenzung der wissenschaftlichen Gebiete, mindestens strenge begriffliche Absonderung. Auch Göthe wollen wir hören, den Trendelenburg vielleicht noch hoher schätzt (Propyläen, Einleitung): „Die Künste selbst, so wie ihre Arten, sind unter einander verwandt, sie haben eine gewisse Neigung, sich zu vereinigen, ja sich in einander zu verlieren“ – gerade wie die Wissenschaften –; ,,aber eben darin besteht die Pflicht, das Verdienst, die Würde des echten Künstlers, daß er das Kunstfach, in welchem er arbeitet, von andern abzusondern, jede Kunst und Kunstart auf sich selbst zu stellen und sie aufs möglichste zu isoliren wisse.“ Und in der Wissenschaft sollte es anders sein?

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

213

ha colto la questione con esattezza, ma che da un lato avanza alla logica richieste a cui essa, in ragione della sua natura circoscritta, non può e non vuol provare a rispondere e che dall’altro le disconosce il diritto di assumere qualcosa come dato, sebbene la sua intera esistenza poggi su ciò che è pensato come dato. Le rimprovera, ad esempio (p. 11), di introdurre improvvisamente la negazione senza aver mostrato la sua origine e il suo significato per la conoscenza. In proposito è facile replicare che per lei la negazione è data, come sono dati il concetto e ciò che è pensato in generale e che essa la introduce lì dove le pare opportuno. La nascita della negazione non può essere presa in esame nella logica, ma nella psicologia, che in generale mostra la nascita di ciò che è pensato. La logica formale non è invero quella aristotelica, ma è stata costruita in senso proprio da Aristotele ed egli ne ha la paternità56 [151]. Trendelenburg vorrebbe negarlo. Ma tutto ciò che adduce per separare la logica aristotelica da quella formale57, se se ne confronta l’odierna elaborazione con la versione che ne diede Aristotele, non mostra alcuna differenza essenziale e ancora meno un qualche regresso della logica formale. La distinzione e purificazione delle scienze in generale è progredita rispetto alla formulazione datane da Aristotele e così anche la logica è stata delimitata più rigorosamente per divenire infine puramente formale. Tanto rigorosamente formale non era ancora per Aristotele, che da essa non aveva ancora separato la grammatica, eppure la tendenza al puro formalismo le fu già ispirata da lui. La logica formale è frutto del suo seme. Noi esigiamo con Kant e Herbart una rigorosa delimitazione dei domini scientifici, per lo meno una separazione concettuale rigorosa. Ascoltiamo anche Goethe, che Trendelenburg forse stima ancor più (Propyläen, Einleitung)58: «Le arti stesse, come i loro tipi, sono imparentate l’una con l’altra, hanno una certa inclinazione a unificarsi, perdersi l’una nell’altra» – esattamente come le scienze –; «ma proprio in ciò sta il dovere, il servigio, la dignità del vero artista, nell’isolare dagli altri l’ambito artistico in cui opera, nel saper porre ogni arte e tipo d’arte su se stesso e nell’isolarla il più possibile». E dovrebbe esser diverso nell’ambito della scienza?

214

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Bleiben wir also bei der formalen Natur der Logik, so haben wir in ihr abermals einen Unterschied gegen die Grammatik. Auch sie zwar ist formal, in so fern sie nicht den Inhalt der Rede, sondern nur die sprachliche Form betrachtet. Aber im Verhältniß zur Logik ist die Grammatik, wie die reine Mathematik, schon etwas Materiales, indem in beiden ganz bestimmte Denkprocesse vorkommen, welche sich als ein bestimmter Inhalt in logischer Form offenbaren. Die sprachliche Form ist ein Stoff, eine besondere Anwendung und Verkörperung der logischen Form. Daher steht die Grammatik, wie jede andere Wissenschaft, unter der Logik und ist in keiner Weise mit ihr identisch. Diese hier im Allgemeinen begründete Verschiedenheit zwischen Grammatik und Logik wollen wir nun in der schon angegebenen Weise ins Einzelne verfolgen. [152]

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

215

Rimaniamo dunque alla natura formale della logica, vi troviamo ancora una differenza con la grammatica. Anche essa in verità è formale, nella misura in cui non si occupa del contenuto del discorso ma solo della forma linguistica. In rapporto alla logica però la grammatica, come la matematica pura, è già qualcosa di materiale, dal momento che in entrambe si presentano già processi determinati del pensiero che si manifestano come un contenuto determinato in forma logica. La forma linguistica è una materia, un’applicazione e un’incarnazione particolare della forma logica. Pertanto la grammatica sta, come tutte le altre scienze, sotto la logica e non è in alcun modo identica a essa. Vogliamo ora seguire nel particolare, secondo la prospettiva già indicata, questa differenza di grammatica e logica finora argomentata in generale. [152]

216

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

II. NÄHERE DARLEGUNG DES UNTERSCHIEDES ZWISCHEN GRAMMATIK UND LOGIK. 1. Sind Sprechen und Denken identisch? §. 61. Vorgebliche Untrennbarkeit und Einheit von Sprechen und Denken. Wenn man, wie auch wir thun, die Sprache Ausdruck des Innern, Darstellung der Intelligenz, genannt hat, so hat man, von Plato bis auf Becker, dieser aber in strengster und durchgeführtester Weise, damit behaupten wollen, daß die Sprache mit der Intelligenz durchaus identisch sei, d. h. daß die Bedeutung der Sprachlaute durchaus nichts anderes sei, als die Erzeugnisse der Intellectualität selbst, Anschauungen, in weiterer Ausbildung Begriffe, und Gedanken. Die Sprache sollte hiernach zwei Seiten haben, eine äußere und eine innere, welche sich zu einander wie Körper und Geist verhalten sollten; die äußere, die Lautseite der Sprache, meinte man, sei das körperliche Element, in welchem die innere Seite, die Intellectualität, lebe, wohne und geboren werde, und durch welches Element sie sich zugleich äußere und darstelle zu sinnlicher Wahrnehmbarkeit. Sprache ist Gedanke selbst, Wort ist Begriff selbst, Satz ist Urtheil selbst, nur zugleich sprachlich ausgedrückt, lautlich wahrnehmbar. So streng hat man die Einheit von Sprechen und Denken genommen, daß das eine ohne das andere organisch unmöglich sein sollte, daß wenn sie nach ihrer organischen Natur heranwüchsen, jedes mit dem andern nothwendig zugleich gegeben sein müßte, weil sie eben gar nicht zwei verschiedene Wesenheiten seien, sondern nur eine. Der Laut, d. h. der organisch articulirte, ist nicht ein selbständiges Wesen für sich, begründet nicht etwa ein Wesen, Sprache genannt, abgesondert und verschieden vom Gedanken;

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

217

II. ESPOSIZIONE PIÙ ACCURATA DELLA DIFFERENZA DI GRAMMATICA E LOGICA

1. Parlare e pensare sono identici? §. 61. Presunta indivisibilità e unità di parlare e pensare Quando si è detto, come facciamo anche noi, che la lingua è espressione dell’interno, rappresentazione dell’intelligenza, con ciò si è inteso affermare da Platone a Becker, quest’ultimo nel modo più rigoroso e compiuto, che la lingua sia assolutamente identica all’intelligenza, è a dire che il significato del suono linguistico non sia nulla di diverso dai prodotti della stessa attività psichica: intuizioni, che una volta elaborate, si trasformano in concetti e pensieri. Secondo questa prospettiva la lingua dovrebbe avere due parti, una esterna e una interna, che dovrebbero comportarsi l’una rispetto all’altra come fanno corpo e spirito: quella esterna, la parte della lingua costituita dai suoni, si crede sia l’elemento corporeo in cui vivrebbe, risiederebbe e nascerebbe la parte interna, l’attività intellettiva, e quest’ultima acquisterebbe consistenza esterna e si presenterebbe alla percezione sensibile per mezzo dell’altro elemento. La lingua è il pensiero stesso, la parola il concetto stesso, la frase il giudizio stesso, ma espressi al contempo linguisticamente, percepibili attraverso i suoni. L’unità di parlare e pensare è stata assunta in un senso tanto intrinseco che dovrebbe essere impossibile che uno fosse organico senza l’altro, in un senso tanto intrinseco che, qualora si sviluppassero secondo la loro natura organica, l’uno dovrebbe necessariamente esser dato immediatamente assieme all’altro, perché non si tratterebbe punto di due differenti entità ma di una soltanto. Il suono, il suono articolato organico, non è un’entità autonoma, non fonda qualcosa come un’essenza chiamata lingua, separata e diversa dal pensiero; piuttosto il

218

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

sondern der Laut gehört dem Denken selbst, ist ihm organisch so nothwendig, wie eine Materie der Kraft, ein Leib der Seele. Man hat sich von diesem Drange, Sprechen und Denken zu vereinheitlichen, so weit treiben lassen, daß man vergaß, sich zu fragen, was denn nun eigentlich der Name Sprache noch bedeuten solle, jetzt, da selbst der Laut ein Element des organischen Denkens ist? Auf diese Frage würde ich nach Beckers Theorie nur antworten können, Sprache bezeichne die organische Eigenschaft des Denkens, tönen zu müssen. [153] Dem Denken fehle das Lauten niemals. Denn – und diese Thatsache ist richtig – selbst unser stilles, lautloses Denken ist ein mindestens beabsichtigtes Sprechen; die innere Ansicht der Articulation begleitet dasselbe allemal. Stilles Denken ist gedachtes Sprechen, Sprechen nur gesprochenes Denken. Ich habe an mir eine Beobachtung gemacht, die gewiß auch jeder andere an sich schon gemacht hat oder machen kann. Wenn ich nämlich auswendig gelernte Reden und Gedichte schweigend in Gedanken wiederholte, wobei allerdings auch eine gewisse Aufmerksamkeit auf das äußere, wiewohl unterdrückte, Element des Vortrags gerichtet war, so konnte ich sehr deutlich ein leises Zucken in der Zunge, ein schwaches, oft nur beabsichtigtes, Nachahmen aller Articulationen an mir bemerken. Auch Herbart sagt (Bemerkungen über die Bildung und Entwickelung der Vorstellungsreihen, S. W. VII. S. 320): „Das stille Denken ist großentheils merklich ein zurückgehaltenes Sprechen; und man hat allen Grund anzunehmen, daß wirklich ein Handeln dabei vorgeht, welches für die Seele schon ein äußeres Handeln ist; nämlich ein Anregen der Nerven, welche die Sprachorgane regieren; nur nicht stark genug, um die Muskeln zu bewegen.“ §. 62. Ablösbarkeit des Denkens vom Sprechen, erwiesen durch Thatsachen. Dies halten wir für richtig. Wenn aber hieraus die Unzertrennlichkeit von Sprechen und Denken folgen mag, so folgt daraus noch nicht ihre Einheit und Selbigkeit. Ja man darf daraus noch nicht einmal ihre Unzertrennlichkeit schließen; denn andere, nicht minder sichere Thatsachen, oder noch sichrere, beweisen die Trennbarkeit. Das Thier denkt ohne zu sprechen. Wir werden hierauf zurückkommen. Nur kann es uns nicht einfallen, beweisen zu wol-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

219

suono appartiene al pensiero stesso, gli è organico in modo così necessario come la materia lo è alla forza, l’anima al corpo. Ci si è lasciati indurre così lontano da questo impulso a unificare parlare e pensare, che si è dimenticato di domandare cosa dovrebbe propriamente significare il nome lingua dal momento che il suono stesso è un elemento del pensiero organico. A questa domanda, secondo la teoria di Becker, potrei rispondere soltanto che la lingua indica la proprietà organica del pensiero di dover erompere in suoni. [153] Al pensare non manca mai il suono. E ciò poiché – e questo fatto è giusto – anche il nostro pensare silenzioso e privo di suoni è, per lo meno tendenzialmente, un parlare, la prospettiva interna dell’articolazione lo accompagna sempre. Il pensare silenzioso è parlare pensato, parlare è solo un pensare parlato. Ho fatto un’osservazione su me stesso che ciascuno ha certo già fatto da sé o può fare. Infatti, quando ripetevo mentalmente discorsi o poesie imparate a memoria in cui si realizzava una certa propensione, per quanto trattenuta, all’elemento esterno della esecuzione, potevo notare in me, in modo evidente, un tenue tremito della lingua, una debole, spesso solo accennata, imitazione di tutte le articolazioni. Anche Herbart scrive: (Bemerkungen über die Bildung und Entwickelung der Vorstellungsreihen, S. W., VII, p. 320)59: «il pensare silenzioso è visibilmente un parlare trattenuto; e si ha ogni ragione di credere che sia accompagnato da un’azione che rispetto all’anima è già esterna, è a dire da una eccitazione dei nervi che reggono gli organi della voce, una eccitazione però non sufficientemente forte da mettere in moto i muscoli». §. 62. Separabilità del pensare dal parlare dimostrata attraverso il ricorso ai fatti Questo lo riteniamo giusto. Se da ciò però potrebbe seguire l’inseparabilità di parlare e pensare, non segue la loro unità e medesimezza. E, a ben vedere, da ciò, ancora una volta, non se ne può concludere nemmeno l’inseparabilità, giacché altri fatti, non meno sicuri o anzi più sicuri, dimostrano la scindibilità di parlare e pensare. L’animale pensa senza parlare. Su questo torneremo. Non possiamo attardarci a dimostrare che l’animale pensa – sareb-

220

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

len, daß das Thier denkt – es wäre überflüssige Mühe –, noch daß es nicht spricht – es wäre verschwendete Mühe. Wir wollen aber schon hier bemerken, daß das Thier nicht bloß empirisch denkt, in rein sinnlicher Gegenwart lebt; sondern es hat Gedächtniß, erkennt wieder – und hierin liegt ein Keim zum Bewußtsein der Vergangenheit –, ja noch mehr, es vermuthet und erwartet die Zukunft, berechnet sie und macht überhaupt Schlüsse: das ist sogar schon ein apriorisches Element. ,,Das sind Thiere; aber der Mensch!“ – Nun, auch er denkt in manchen Fällen ohne Sprache. Der Taubstumme denkt oft verständiger als mancher Redende; er ist sogar meist schlau, [154] und selbst ohne besondern Unterricht hat er religiöse Vorstellungen. Er lernt in Handwerk und wird ein nützliches Glied der menschlichen Gesellschaft. Er erzählt, läßt sich erzählen, ist der Unterhaltung fähig. „Das ist der verstümmelte, unorganische Mensch! aber der organische, der im Besitze aller menschlichen Kräfte ist! aber wir!“ – Nun, auch wir denken oft genug ohne zu sprechen. Wir träumen, und Träumen ist doch ein Denken. Es werde zugestanden, daß geträumte Reden, wie unser leises Denken, von schwachen Erregungen der Nerven der Sprachorgane begleitet werden, und manchmal sind ja diese Nervenerregungen stark genug, um die Muskeln der Sprachorgane in Bewegung zu setzen und hörbares Schlafsprechen zu erzeugen. Die ganzen Traumbilder aber und Handlungen und Begebenheiten sind doch sicherlich nicht ein bloßes leises Erzählen. Träumen ist Phantasiren, also ein intellectuelles Handeln, aber ohne Worte. „Das ist der träumende Mensch; aber der wachende!“ – Auch er denkt gelegentlich ohne Wort, und gerade da, wo er am besten denkt: in der Logik und in den mathematischen Wissenschaften. Der Geometer zeichnet seine Figur, zieht seine Hülfslinien und durchläuft in Gedanken eine lange Demonstration, ohne daß ihm dazu die Sprache unentbehrlich wäre. Der Chemiker sieht Mn O2 + SO3 = O + Mn O, SO3 und erkennt hieraus eine ganze Geschichte von Trennungen und Verbindungen. Der mathematische Psycholog giebt durch c = b ¥a/a+b zu verstehen, unter welchen Umständen zwei Vorstellungen eine dritte aus dem Bewußtsein verdrängen. Der Logiker sieht MPPM SMSM SPSP

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

221

be una fatica superflua – e nemmeno che non parla – sarebbe fatica sprecata. Qui vogliamo solo notare che l’animale non pensa in modo meramente empirico e non vive nel puro presente sensibile, ma possiede una memoria, riconosce – è qui si trova un germe di coscienza del passato – inoltre suppone qualcosa del futuro e ha aspettative su di esso, lo calcola e in generale trae conclusioni, il che costituisce già un elemento a priori. “Così gli animali, ma l’uomo!” – Ora, anch’egli pensa in alcuni casi senza lingua. Il sordomuto60 di frequente pensa in modo più assennato di coloro che possiedono la facoltà di parlare, spesso è perfino astuto [154] e, senza particolari insegnamenti, è in possesso da sé di rappresentazioni religiose. Impara un lavoro artigianale e diventa un membro utile della comunità umana. Racconta, lascia che gli si racconti ed è capace di conversare. “Questo è l’uomo mutilato, inorganico! Ma l’uomo organico, in possesso di tutte le forze umane! ma noi!” – Ora, anche noi pensiamo abbastanza spesso senza parlare. Sogniamo e sognare è certo un pensare. Sia concesso che i discorsi sognati, come il nostro pensare silenzioso, sono accompagnati da deboli eccitazioni dei nervi degli organi della fonazione e qualche volta queste stimolazioni nervose sono forti a sufficienza da mettere in movimento i muscoli degli organi della fonazione e produrre sonniloqui udibili. Ma è sicuro che l’insieme delle immagini oniriche, e le azioni e gli eventi del sogno, non si esauriscono a un mero sussurrare. Sognare è fantasticare, dunque un’attività psichica priva di parole. “Questo è l’uomo che sogna, ma l’uomo desto!” – Anch’egli occasionalmente pensa senza parole, e proprio quando pensa nel modo migliore: nella logica e nelle scienze matematiche. Il geometra disegna la sua figura, le sue linee ausiliarie e scorre nel pensiero una lunga dimostrazione senza che la lingua sia per lui indispensabile. Il chimico vede Mn O2 + SO3 = O + Mn O, SO3 e da qui riconosce un’intera storia di divisioni e connessioni. Lo psicologo matematico per mezzo della formula c = b ¥a/a+b lascia intendere in quali circostanze due rappresentazioni scalzino dalla coscienza una terza. Il logico vede: MPPM SMSM SPSP

222

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

und erfaßt den Inhalt dieser Formel mit einem Blicke, ohne Wort. Alle solche Formeln werden nicht gelesen, nicht gesprochen; sie werden gesehen und gedacht. Sie lassen sich allerdings in die Sprache übersetzen und gewinnen dann wohl an Faßlichkeit, aber sicherlich nicht an Klarheit, und verlieren sogar an Schärfe und Bestimmtheit. Und die größere Faßlichkeit rührt nur von unserer Gewohnheit her, sprechend zu denken. Das Denken wird uns leichter mit Hülfe des Wortes, weil wir an diese Krücke gewöhnt sind. So gelangt man durch [155] die Sprache zum Verständniß jener Formeln; aber das Ziel ist, sie zu schauen, sie zu denken ohne Wort. Wer eine Beethovensche Symphonie verfolgt, der denkt, aber ohne Wort. Wer ein Gemälde betrachtet, die Gesichtszüge eines Menschen, die Construction einer Maschine zu erfassen sucht: der denkt ohne Wort. Wenn wir über eine Rinne schreiten, eine Treppe auf- oder absteigen, ein Loth oder zehn Pfund heben oder niedersetzen: so messen wir genau das Maß der anzuwendenden Kraft ab, bestimmen auch die Richtung unserer Kraft, denken also, ohne zu sprechen. Hieraus folgt nun, daß die unterste Stufe des Denkens, das Anschauen von äußern oder innern Bildern, des Wortes nicht bedarf; daß das gewöhnliche Denken des gemeinen menschlichen Lebens wenigstens thatsächlich und in der Regel an die Sprache gebunden ist; daß aber endlich der Geist auf einer höhern Stufe der Ausbildung sich von der Last des Lautes zu befreien sucht. Nur irgend ein sinnliches Zeichen muß er auch auf der höchsten Höhe haben als Stab und Stütze, als Leitfaden; oder, nach einem andern Bilde, die Zeichen sind dem Geiste, indem er dem Begriffe nachspürt, eingeschlagene Pfähle an den Stellen, wo er die Fußstapfen des Begriffs erkannt hat, um die Schritte und den Weg desselben um so leichter von neuem durchlaufen zu können. Dazu ist ihm aber das Wort oft zu grob, und er wählt statt dessen das algebraische Zeichen. Auf der untersten Stufe des Denkens bedarf er des Zeichens nicht; hier ist es die Anschauung selbst, die er will, die ihm stehen soll. Nur im mittleren Denkreiche herrscht gewöhnlich das Wort. Daß es aber auch hier eben nur ein Zeichen ist, als Zeichen dient und keinen höhern Werth

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

223

e apprende il contenuto di questa formula con uno sguardo, senza parole. Tutte queste formule non sono lette, non sono espresse attraverso la lingua, sono viste e pensate. Si lasciano tuttavia tradurre nella lingua e divengono certo più comprensibili, ma non per questo conseguono maggiore chiarezza e anzi perdono in precisione e determinatezza. E la maggiore comprensibilità dipende solo dalla nostra abitudine di pensare parlando. Il pensare ci è più facile per il supporto della parola, perché noi siamo adusi a un tale appoggio. Così attraverso [155] la lingua si perviene alla comprensione di quelle formule, ma il fine è guardarle, pensarle senza parole. Chi segue una sinfonia di Beethoven pensa, ma senza parole. Chi osserva un dipinto, chi cerca di cogliere i tratti del viso di un uomo, di apprendere la costruzione di una macchina, pensa senza parole. Se camminiamo ai margini di un solco, saliamo o scendiamo per una scala, se solleviamo o abbassiamo un peso misuriamo esattamente la portata della forza da impiegare, ne determiniamo anche la direzione, pensiamo dunque senza parlare. Da ciò segue che il più basso livello del pensare, la visione di immagini esterne o interne, non ha bisogno della parola; che il pensare nella vita umana associata è in genere, almeno di fatto e in linea di principio, legato alla lingua; e infine che lo spirito, a un livello più alto di formazione, cerca di affrancarsi dal peso del suono. Al livello supremo il pensiero ha bisogno solo di un segno sensibile di qualche tipo come sostegno e appoggio, come guida. O secondo un’altra immagine, i segni sono per lo spirito, dal momento che esso segue le orme del concetto, pali infissi nei punti in cui ha scorto quelle orme affinché sia possibile ripercorrere più facilmente i momenti e le vie tracciati dal concetto. La parola tuttavia per lo spirito è spesso inadeguata a raggiungere questo scopo e lo spirito sceglie al suo posto i segni algebrici. Al più basso livello del pensiero lo spirito non necessita del segno; a questo livello esso coincide con la stessa intuizione a cui aspira, l’intuizione che gli sta di fronte. Solo nelle sfere medie del pensiero domina in genere la parola. Che anche in queste sfere tuttavia la parola sia soltanto un segno, funga da segno e in sé non possegga al-

224

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

hat, zeigt sich daran, daß es beim unterrichteten Taubstummen durch Fingersprache und Schriftzeichen vollständig ersetzt wird. Auch ist für den Taubstummen, der sich von Kindheit auf an ein künstliches Fingeralphabet gewohnt hat, die Fingerbewegung fast eben so unzertrennlich vom Denken, eben so nothwendig für dasselbe geworden, wie bei uns das Wort. In den Anstalten, in denen ein Fingeralphabet als gewöhnliche Umgangssprache dient, hat man bemerkt, daß die Taubstummen bei ihrem stillen Denken die Finger bewegten. Auch im Traume thun sie es oft. Die Fingerbewegung ist also bei ihnen eben so sehr mit dem Denken [156] verschmolzen, wie bei uns der Laut, die Articulation; was darauf führt, auch die Verbindung der Articulation mit dem Denken als den Erfolg einer Gewohnheit anzusehen. Späterhin freilich werden wir sehen, daß zwischen Gewohnheit und Gewohnheit ein Unterschied ist, daß nämlich die eine von der Natur vorgezeichnet und angeordnet, die andere nur zum Ersatz angenommen ist. Hier aber war zu zeigen, daß die behauptete Unzertrennlichkeit von Denken und Sprechen eine Uebertreibung ist, und daß der Mensch nicht im Laute und durch Laute denke, sondern an und in Begleitung von Lauten. Denn weder ist die Wirklichkeit des Denkens von dieser Anknüpfung desselben an den Laut durchaus abhängig und ohne sie unmöglich, noch wird durch ihre Aneinanderknüpfung Wort und Begriff, Sprache und Gedanke identisch. Es ist eine schlechte Ausrede, zu behaupten, das lautlose Denken sei unorganisch. Denn erstlich das Denken als Anschauung, als Bildschöpfung, ist ohne Zeichen durchaus organisch. Das algebraische Denken ferner ist eine ganz nothwendige, also organische Stufe in der organischen Entwickelung des menschlichen Geistes, auf welche Stufe derselbe in ganz organischer Weise seiner organischen Natur nach gelangen muß. Endlich aber, wäre der Laut dem Denken so organisch nothwendig, wie ein Leib der Seele, ein Stoff der Kraft: so müßte die Trennung des Lautes vom Denken für beide eben so zerstörend und tödtlich wirken, wie die Trennung des Leibes von der Seele, oder so unmöglich sein, wie die des Stoffes von der Kraft. Das ist aber nicht der Fall; sondern es findet das Wunder Statt, daß das Denken, obwohl unorganisch, doch fortlebt – gewiß eine wunderliche Unsterblichkeit und Unzerstörbarkeit des Gedankens.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

225

cun valore, risulta chiaro dal fatto che il sordomuto istruito la sostituisce interamente con il linguaggio delle dita e con i segni scritti. Anche per il sordomuto, che sin dalla fanciullezza è stato abituato a un alfabeto mimico artificiale, il movimento delle dita è divenuto quasi inseparabile e tanto necessario al pensiero [156] come per noi lo è la parola. In istituti in cui un alfabeto delle dita funge da abituale strumento di comunicazione è stato notato che i sordomuti muovevano le dita quando pensavano tra sé e sé. Anche nel sogno lo fanno spesso. Il movimento delle dita per loro è tanto intrinsecamente associato al pensiero come per noi lo sono il suono e l’articolazione; il che ci conduce a ritenere che anche la connessione dell’articolazione col pensiero sia il risultato di un’abitudine. Più avanti vedremo che certamente tra abitudine e abitudine c’è differenza, che una infatti è tracciata e disposta dalla natura, l’altra è assunta solo come sostitutiva. Ma qui bisognava mostrare che l’affermata inseparabilità di pensare e parlare è un’esagerazione e che l’uomo non pensa in suoni e per mezzo dei suoni, ma accompagna e sostiene il pensiero con i suoni. Dunque, né la realtà del pensiero è dipendente in modo assoluto dal suo legame col suono e impossibilitata a prescindere da questo legame, né parola e concetto, lingua e pensiero, diventano identici per mezzo di questo reciproco legame. È solo un cattivo pretesto affermare che il pensiero senza suoni sia inorganico. Anzitutto per il fatto che il pensare, in quanto intuizione, creazione di immagini, è assolutamente organico pur senza segni. Inoltre il pensiero algebrico è uno stadio del tutto necessario, dunque organico, nello sviluppo organico dello spirito umano, il quale deve giungere a questo livello in modo del tutto organico secondo la sua natura organica. Infine, se il suono fosse così necessariamente organico al pensiero come il corpo all’anima, la materia alla forza, la separazione del suono dal pensiero dovrebbe agire per entrambi in modo così distruttivo e dissolvente come accade nella separazione del corpo dall’anima, o essere impossibile come la divisione della materia dalla forza. Ma non è questo il caso; piuttosto ha luogo il prodigio che il pensare, sebbene inorganico, continua pur a vivere: – un’immortalità e indistruttibilità del pensiero certo prodigiosa.

226

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Ich will zu den oben angeführten Beispielen des Denkens mit Zeichen noch ein höchst merkwürdiges hinzufügen, wo man nicht aus dem Mangel eines Sinnesorganes und nicht bloß zu beschränkten Zwecken, zu wissenschaftlichen Formeln, sondern wo ein Volk zur Darstellung von Gedanken sich schriftlicher Zeichen bedient. Dies geschieht in China. Kein Chinese ist im Stande, im alten erhabenen Style abgefaßte Schriftstücke, die man ihm vorliest, durch bloßes Hören aufzufassen. Dies ist eine vielfach versicherte und für den Kenner des Chinesischen leicht begreifliche Thatsache. Diese chinesische Literatur alten [157] Styles ist so umfangsreich wie irgend eine; sie ist ganz vorzüglich reich an Darstellung von Reflexionen und Gefühlen, besonders an Betrachtungen über die sittlichen Verhältnisse der menschlichen Gesellschaft; sie ist weniger beschreibend, sinnlich, anschauungsvoll, als reflectirend, rein denkend; sie wird gepflegt und studirt mit demselben Fleiße, wie der chinesische Ackerbau, seit mehr denn zwei Jahrtausenden und diese Literatur ist in der That keine sprachliche, sondern eine Zeichenliteratur; denn nicht sprechend wird sie mitgetheilt und hörend vernommen; sondern in Zeichen geschrieben, wird sie nur durch Anschauung aufgefaßt. Zwar hat jedes Zeichen einen Laut, mit dem es ausgesprochen wird; aber was kann das nützen, da dieser Laut, der das Zeichen trägt, bloß ausgesprochen, völlig unverständlich bleibt, das Zeichen aber, gesehen, beim ersten Blicke eine Vorstellung anregt? Hier redet also eine weite und tiefe Literatur nicht zum Ohre, sondern zum Auge; hier wird also gar nicht mit Lauten, sondern mit Schriftzeichen gedacht; und diese Literatur ist das höchste Erzeugniß des Geistes eines der ältesten und cultivirtesten Völker der Erde. Dies ist noch nicht alles. An einem andern Orte, wo ich den Charakter dieser Literatur weitläufiger dargelegt, habe ich auch gezeigt, daß diese Zeichen-Literatur durch die Eigenthümlichkeit der chinesischen Sprache selbst veranlaßt wurde; daß diese, unfähig dem Gedanken bei seinem höhern Schwunge die nöthige Unterstützung zu geben, dazu zwang, eine andere Stütze zu suchen; daß sie, schon ursprünglich lose an den Gedanken gebunden und nicht mit ihm verschmolzen, die Scheidung des Gedankens von ihr erleichterte.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

227

Voglio aggiungere agli esempi su riportati del pensiero connesso a segni, un esempio del più alto valore, dove non ci si serve di segni scritti in ragione della deficienza di un organo sensibile e nemmeno semplicemente in vista di obiettivi specifici, di formule scientifiche, un esempio in cui a servirsi di segni scritti è un popolo al fine di rappresentare il pensiero. Ciò accade in Cina. Nessun cinese è capace di comprendere attraverso il semplice udito scritti redatti nel sublime stile antico, che gli vengano letti. Questo è un fatto ampiamente accertato e facilmente comprensibile per il sinologo. Questa letteratura cinese in stile antico [157] è più ampia d’ogni altra, è straordinariamente ricca di riflessioni e sentimenti, in particolare di considerazioni sui rapporti etici della società umana, è permeata più dalla riflessione e dal pensiero puro che dalla descrizione, dalla dimensione sensibile e intuitiva; viene coltivata e studiata da più di due millenni con lo stesso zelo impiegato dai cinesi nell’agricoltura: e di fatto questa letteratura non è una letteratura di parole, ma di segni, perché non è comunicata per mezzo dell’espressione linguistica e appresa con l’udito, ma, scritta in segni, viene compresa soltanto attraverso la percezione visiva. In verità ciascun segno ha un suono con cui è espresso per mezzo della lingua. Ma a che può servire ciò dal momento che questo suono che corrisponde al segno, se espresso attraverso la lingua, non è minimamente compreso; mentre il segno osservato suscita una rappresentazione al primo sguardo? In questo caso, dunque, una grande e profonda letteratura non parla all’orecchio, ma all’occhio, qui non si pensa per nulla in suoni, ma in segni scritti; e questa letteratura è la più alta produzione spirituale di uno dei più antichi e dotti popoli della terra. E non è tutto. In un altro luogo, dove ho esposto più estesamente il carattere di questa letteratura, ho anche mostrato che la letteratura cinese, costituita da segni, è il prodotto della peculiarità della lingua cinese stessa; che la lingua cinese, incapace di offrire al pensiero l’appoggio necessario al suo considerevole slancio, costrinse a cercare per esso un altro sostegno; che la lingua cinese stessa, già in origine debolmente connessa al pensiero e non fusa con esso, ne permise il distacco da sé61.

228

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Man überlege sich dies recht, und man wird finden, daß, so sehr auch das menschliche Denken immer und überall dasselbe ist, doch in dem hier besprochenen Falle in dem ersten Hülfsmittel des Denkens, in der Sprache, eine Verschiedenheit von dem regelmäßigen Vehältniß Statt findet, welche unmöglich gleichgültig sein kann für die Weise des Denkens selbst, d. h. für diese psychologische Thätigkeit; und es liegt also hier der Psychologie einer der merkwürdigsten Gegenstände zur Betrachtung vor. Denn wenn sich schon das erste Denken des Kindes an eine Sprache schließt, die nur ein unvollkommener Träger des Gedankens ist; wenn dann ferner der Knabe und das Mädchen ihren Unterricht und ihre Studien von Anfang bis [158] zu Ende, und das heißt sehr oft bis zum Greisenalter und zum Tode, in einer sprachlosen Zeichenliteratur durchlaufen, die überdies wegen der Form und wegen des Inhalts die allgemeinste höchste Verehrung genießt; wenn man solche Literatur nicht nur unausgesetzt studirt, sondern auch unaufhörlich seine eigenen Gedanken nach dem Muster derselben darzustellen sich bemüht; wenn aller Umgang nur mit Männern geschieht, die gerade eben so ihre intellectuelle Bildung erworben haben, und alle Unterhaltung, ernste und heitere, sich um die alte Literatur bewegt und tausendfach auf sie anspielt, auch im Ausdruck sich ihr nähert: wie muß nicht in einer solchen Intelligenz das Verhältniß von Denken und Sprechen ganz anders sein, als dies bei uns Statt findet! Man nenne nur immerhin ein solches Verhältniß unorganisch. Damit hat man nur nichts erklärt, und hat sogar einen Unsinn ausgesprochen. Denn ein organisches Wesen ist entweder, und dann ist es nothwendig organisch; oder es ist gar nicht: so ist es doch niemals unorganisch. Endlich noch ein Beispiel, das viel näher liegt, als das der chinesischen Sprache und Schrift, und doch mit ihm die größte Aehnlichkeit hat. Es wird gewiß Vielen, die nur englische Schriften gelesen, aber nicht englisch gesprochen haben, eben so gehen wie mir, daß sie nämlich, wenn sie englisch hören, sich das Gehörte schnell als geschrieben vergegenwärtigen und so erst verstehen, d. h. den Gedanken auffassen. Das rührt von der Verschiedenheit zwischen Schreibung und Aussprache und der Gewöhnung her, immer die Schreibung dem Geiste gegenwärtig zu haben. Ich denke, dies beweist, daß, wenn man englisch zu uns spricht, wir nicht in englischen Lauten, sondern in englischer Schrift denken;

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

229

Si rifletta bene su ciò e si troverà che per quanto l’umano pensare è sempre e ovunque lo stesso, nel caso appena discusso, all’interno del primo supporto del pensiero, all’interno della lingua, ha luogo una deviazione dalla norma che non può essere indifferente nemmeno per il modo di pensare, è a dire per questa attività psicologica; e proprio qui sta uno degli oggetti di considerazione maggiormente degni di nota per la psicologia. Poiché se già la forma elementare del pensare del bambino è connessa a una lingua che è solo un portatore imperfetto di esso; se, inoltre, il ragazzo e la fanciulla compiono la loro formazione e i loro studi, dall’inizio alla [158] fine e spesso fino alla vecchiaia e alla morte, su una letteratura costituita da segni e priva di lingua, la quale gode anche della più alta venerazione per la forma e il contenuto; se non solo questa letteratura si studia ininterrottamente, ma ci si sforza anche continuamente di rappresentare i propri pensieri secondo i suoi modelli; se ogni relazione avviene con uomini che hanno acquisito la loro formazione intellettuale proprio così e ogni alta e seria conversazione riguarda l’antica letteratura e mille volte allude a essa e le si avvicina anche nell’espressione; se accade tutto ciò, come potrebbe succedere che in un’attività psichica così costituita il rapporto di pensare e parlare non si configuri in modo diverso da quello che ha luogo in noi? Si chiami pure un tale rapporto inorganico, con ciò non si è spiegato nulla e si è perfino espresso un nonsenso. E ciò perché o il rapporto di lingua e pensiero è un’essenza organica e allora deve esserlo necessariamente o non lo è, allora non lo è mai. Infine ancora un esempio che è ben più familiare di quello della lingua e della scrittura cinese e tuttavia gli assomiglia molto. Vi sono, certo, molti che hanno letto scritti inglesi, ma non hanno parlato l’inglese; a costoro accadrà, come accade a me, che quando ascoltano l’inglese si figurano velocemente quanto ascoltato come qualcosa di scritto e per questa via lo intendono, è a dire comprendono il pensiero che vi è espresso. Ciò dipende dalla differenza tra scrittura ed espressione orale e dall’abitudine di aver presente sempre la scrittura. Credo ciò dimostri che quando qualcuno ci parla in inglese, noi non pensiamo in suoni inglesi, ma in caratteri scritti in

230

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

daß folglich Denken und Sprechen wohl zertrennlich und also noch mehr verschieden sind. §. 63. Verschiedenheit von Denken und Sprechen, bewiesen durch Reflexion. Wir haben uns im Vorhergehenden auf Thatsachen berufen. Wir fügen nun noch folgende Reflexion hinzu. Die Fähigkeit, eine fremde Sprache verstehen und sprechen zu lernen, beweist schon mindestens die Möglichkeit, meine Gedanken von meiner Sprache abzulösen. Ja, Uebersetzungen wären sonst rein unmöglich. Man meint aber, indem dem Gedanken eine Sprache genommen wird, so werde ihm ja dafür sogleich die andere untergeschoben, und es werde nicht die organische Einheit des Gedankens mit der einzelnen Sprache, sondern mit der Sprache [159] überhaupt angenommen; alle Sprachen seien am Ende nur eine Sprache und die Sprache. Das mag sein, und überhaupt, ist das Denken in organischer Weise an den Laut gebunden, so ist die Verschiedenheit der Sprachen wohl schwerlich zu erklären, und man thut wohl daran, sie als unwesentlich auszugeben. Nur mußte diese Unwesentlichkeit so groß sein, daß jeder Mensch unmittelbar jede Sprache verstehen könnte. Denn selbst vermöge der Beckerschen „organischen Freiheit“ dürfte keine Sprache sich so sehr von meiner organischen Sprach- und Verstehkraft entfernen, daß ich sie nicht unmittelbar verstände. So groß auch irgendwo das sogenannte „Spiel der organischen Freiheit“ sein mag in Blättern und in Formbildung aller Art, es ist nicht so groß, um nicht diese Blätter und Formen sogleich wiederzuerkennen, wenn man überhaupt ihre Art kennt. Und wie es mit Pflanzen und Thieren ist, so müßte es auch mit der Sprache sein. So mannigfach auch Gesicht und Gestalt des Menschen geformt sein mag: man wird jeden Menschen sogleich als solchen erkennen; also müßte ich auch den Begriff Mensch, wäre er im Sprachlaute organisch ausgedrückt, aus jedem Worte, welches in den verschiedenen Sprachen Mensch bedeutet, unmittelbar heraushören. Es dürfte also bei der Voraussetzung der Identität von Sprechen und Denken keinen mir unverständlichen Sprachlaut geben. Hiermit wird zugleich behauptet, es müsse auch unmöglich

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

231

inglese. Di conseguenza pensare e parlare sono ben separabili e, ancor più, diversi. §. 63. Differenza di pensare e parlare mostrata attraverso la riflessione Nel paragrafo precedente abbiamo fatto ricorso a fatti. Aggiungiamo ora la seguente riflessione. La capacità di imparare a comprendere e parlare una lingua diversa dimostra già per lo meno la possibilità di separare i miei pensieri dalla mia lingua. Le traduzioni sarebbero altrimenti puramente impossibili. Si pensa però che essendo stata sottratta al pensiero una lingua, gliene sia stata subito assegnata un’altra in modo tale che non venga assunta l’unità organica del pensiero con la singola lingua, ma con la lingua [159] in generale62. Tutte le lingue sarebbero alla fine solo una lingua e l’unica lingua. È possibile che sia così e in generale si considera che il pensiero è legato alla lingua in maniera organica in modo tale che risulti ben difficile spiegare la diversità delle lingue e si può bene, pertanto, far passare quest’ultima per inessenziale. Solo che tale irrilevanza dovrebbe essere tanto grande che ogni uomo dovrebbe poter comprendere immediatamente ogni lingua. Così in virtù della beckeriana «libertà organica»63 nessuna lingua dovrebbe potersi distanziare tanto dalla mia capacità linguistica e di comprensione da ostacolare il fatto che io la intenda immediatamente. Per quanto grande inoltre il cosiddetto «specchio della libertà organica» possa essere per strati e formazioni relativi a ciascun tipo, non lo sarà tanto da impedire di riconoscere immediatamente questi strati e queste formazioni quando in generale se ne conosca il tipo. E come accade con le piante e gli animali, lo stesso dovrebbe accadere con la lingua. Per quanto il volto e l’aspetto dell’uomo siano costituiti diversamente, ciascun uomo sarà immediatamente riconosciuto in quanto tale; allo stesso modo, se fosse espresso in suoni linguistici organici, dovrei cogliere immediatamente il concetto di uomo dalla parola che lo esprime nelle diverse lingue. Secondo la premessa dell’identità di parlare e pensare non dovrebbe pertanto esistere per me alcun suono linguistico incomprensibile. Col che si dice anche che dovrebbe essere im-

232

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

sein, künstlich einen Sprachlaut zu bilden, eine Sylbe, ein Wort, welches keine Bedeutung hätte. Jeder articulirte Laut müßte eine Bedeutung haben, und die reinste und vollendetste Quelle der Begriffsbildung müßte diejenige sein, welche aus dem Bemühen entstünde, Wortlaute zu bilden. Wer ein unerhörtes Gebilde eines Wortlautes gestaltet hätte, müßte eben damit einen völlig neuen Begriff gebildet haben. Becker dürfte nicht abgeneigt sein, letztere Forderung zuzugestehen; nur wird er sie näher bestimmen wollen, und zwar so (Organism S. 2): „Begriffe, die für uns lange Zeit dunkel und unbestimmt gewesen, werden uns oft mit einem Male klar und bestimmt, indem wir sie besprechen“ (wahre Zauberei! Die Philosophen aber, die man ehemals für Zauberer hielt, machen sich heute die Begriffe dadurch klar, daß sie dieselben nicht besprechen, sondern bedenken). „Es wird uns oft schwer, einem Dinge den rechten Namen zu geben, weil uns der Begriff des [160] Dinges noch nicht klar geworden; aber sehr oft wird uns ein lange Zeit dunkeler Begriff, wie mit einem Schlage, klar, wenn wir zufällig den rechten Namen finden“ (das rechte Wort, die gehörigen Sylben geschmiedet haben! Der Denker aber sucht nicht den Namen, sondern die Kategorie des Ganzen und die Beziehungen seiner Theile, was sich allerdings alles an Laute, wenigstens meist, anschließt und immer anschließen kann). „Endlich“ (heißt das drittens? viertens? fünftens u.s.w.? nein! zweitens! denke ich) „gehört hierher, daß nichtausgesprochene Begriffe und Gedanken oft lange Zeit in dem Geiste gleichsam schlummern, als seien sie nicht vorhanden; aber einmal ausgesprochen üben sie plötzlich über das Urtheil und die Handlung einzelner Menschen und ganzer Völker eine unwiderstehliche Gewalt aus.“ Das heißt denn doch die Schöpferkraft großer Männer herabsetzen – oder vielmehr nicht begreifen. Das wären die Heroen der Geschichte der Menschheit, Wecker schlummernder Gedanken? weiter nichts? Plato hätte die schlummernden Ideen bloß geweckt? Kant die schlummernde Kritik des Geistes geweckt? O nein, geschaffen haben sie die Gedanken, neu, ursprünglich. Man sagt wohl, die Flamme schlummre im Holze, und das mag man geistreich finden. In Wahrheit aber ist doch die Flamme, die man schlummernd nennt, gar nicht vorhanden: man kann sie erzeugen, wenn man die noch fehlenden Bedingungen, unter denen sie entsteht,

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

233

possibile costruire arbitrariamente un suono linguistico, una sillaba, una parola, priva di significato. Ogni suono articolato dovrebbe avere un significato, e la più pura e compiuta fonte della costituzione di significati dovrebbe esser quella che deriva dallo sforzo di costruire i suoni di una parola. Chi avesse dato forma al costrutto mai ascoltato prima di un suono che costituisce una parola, con ciò dovrebbe appunto aver costituito per la prima volta un significato. Becker non dovrebbe essere restio a concedere quest’ultima esigenza; egli vorrà solo specificarla meglio, ovvero così (Organism, p. 2): «concetti, rimastici oscuri e indeterminati per lungo tempo, ci diventano d’un tratto chiari e determinati per il fatto d’averli espressi attraverso la lingua» (autentico prodigio! Ma i filosofi, che un tempo erano considerati maghi, al giorno d’oggi si spiegano i concetti non tanto esprimendoli, ma pensandoli). «È spesso difficile attribuire a una cosa il nome giusto perché il concetto della [160] cosa non ci è ancora divenuto chiaro, ma molto spesso un concetto per lungo tempo oscuro ci diventa chiaro come d’un sol colpo, quando per caso ne ritroviamo il giusto nome» (la parola giusta, che sillabe pertinenti hanno forgiato! Il pensatore però non cerca il nome, ma la categoria dell’intero e le relazioni delle sue parti che certo si unisce ai suoni, almeno in generale, e che sempre può esservi associata). «Infine (s’intende con ciò in terzo luogo, in quarto o quinto luogo? no! in secondo! dico io) «va ricondotto a ciò il fatto che concetti e pensieri non espressi spesso, per dir così, rimangono sopiti per lungo tempo nello spirito quasi non fossero presenti, ma una volta espressi esercitano improvvisamente il loro irresistibile potere sul giudizio e l’attività di singoli uomini e interi popoli». Ciò significa depotenziare la forza creativa dei grandi uomini – e ancor più non coglierla. Furono questo gli eroi della storia dell’umanità? sveglie di pensieri sopiti? Null’altro? Platone avrebbe semplicemente destato idee sopite? Kant la sopita critica dello spirito? O no, costoro hanno creato i pensieri dal nulla, li hanno forgiati dall’origine. Si dice che la fiamma riposi nel legno, e lo si può trovare profondo. In verità però la fiamma che si considera dormiente, non è punto presente: la si può produrre apportando al legno le condizioni mancanti

234

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

zum Holze hinzubringt. So haben die großen Männer in noch viel höherem Grade nicht schlummernde Gedanken, die also doch schon vorhanden gewesen wären, bloß geweckt, sondern nichtvorhandene erzeugt, indem sie zu den vorhandenen etwas eigenes, sei es auch nur eine eigene Combination derselben hinzubrachten. Und auch dies zeigt die Zusammenhangslosigkeit von Sprechen und Denken; denn mit dem alten Laute wird der neue Begriff ausgesprochen. Wenn sich ferner bei Kindern Sprache und Gedanke gleichen Schrittes entwickeln, so folgt daraus eben so wenig ihre Identität, wie Becker meint, als die Identität von Seele und Leib, oder von Physiologie und physikalischer Optik daraus, daß beide sich gleichen Schrittes entwickeln. Eine sehr innige Beziehung des Denkens zum Sprechen, eine viel innigere als zu jedem andern Zeichen, eine von Natur selbst gesetzte, wird nicht geläugnet und wird später dargestellt [161] werden. Die innigste Beziehung aber ist noch nicht Identität. Diese wird hier abgewiesen. Becker sagt: „Es ist ein allgemeines Gesetz der lebenden Natur, daß in ihr jede Thätigkeit in einem Stoffe, jedes Geistige in einem Leiblichen in die Erscheinung tritt, und in der leiblichen Erscheinung seine Begrenzung und Gestaltung findet. Nach diesem Gesetze tritt auch der Gedanke nothwendig in die Erscheinung, und wird ein Leibliches in der Sprache. Die Sprache ist nichts anderes als der in die Erscheinung tretende Gedanke, und beide sind innerlich nur eins und dasselbe.“ Hier wird also die Identität von Sprechen und Denken nach einer allgemeinen Analogie aller natürlichen Existenzen beurtheilt. Dabei macht man den Fehler, von allen specificirenden Merkmalen abzusehen und das Wesen eines eigenthümlichen Daseienden mit dem abstractesten, allgemeinsten Merkmale des Daseins überhaupt erfassen zu wollen. Doch davon ist oben ausführlich gesprochen. Gestehen wir hier die Analogie zu und sehen nur, ob die Vergleichung richtig angestellt ist. Nun fragen wir: ist denn Thätigkeit und Stoff darum identisch, weil jene in diesem in die Erscheinung tritt? ist Geistiges und Leibliches identisch, darum weil jenes in diesem lebt? (denn Begrenzung und Gestaltung findet das Geistige im Leiblichen nie und nimmer. Wie soll Geist von Körper begrenzt werden!) Und eben so wenig ist Sprechen und Denken

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

235

grazie a cui essa sorge. Così, a un livello ancora più alto, i grandi uomini non hanno semplicemente svegliato pensieri sopiti che sarebbero già stati presenti, ma hanno prodotto pensieri prima inesistenti apportando a quelli presenti qualcosa di proprio, sia pur soltanto una peculiare combinazione di essi. E anche ciò mostra la mancanza di connessione di parlare e pensare, giacché con il vecchio suono è espresso il concetto nuovo. Se inoltre nei bambini lingua e pensiero compiono gli stessi passi, da ciò non segue, come crede Becker, la loro identità, come l’identità di anima e corpo o di fisiologia e ottica non segue dal fatto che le due si sviluppano parallelamente. Non si intende negare, e anzi lo si esporrà [161] più avanti, un rapporto molto intimo di pensare e parlare, un rapporto ben più intimo di quello che il pensiero intrattiene con ogni altro segno, un rapporto posto dalla natura stessa. Il più intrinseco rapporto tuttavia non è ancora identità. È questo ciò che respingiamo. Becker sostiene: «È una legge universale della natura vivente che in essa ogni attività si manifesti nella materia, ciò che è spirituale in ciò che è corporeo, trovando nel corporeo la sua delimitazione e forma. Secondo questa legge anche il pensiero necessariamente si manifesta nel fenomeno e diviene qualcosa di corporeo nella lingua. La lingua non è nient’altro che il pensiero resosi manifesto ed entrambi sono internamente una cosa sola». Qui pertanto l’identità di parlare e pensare è giudicata in base all’analogia generale con tutte le esistenze date in natura. Così si commette l’errore di prescindere da tutte le caratteristiche specifiche e di voler apprendere l’essenza di una peculiare esistenza attraverso il carattere astratto e universale dell’esistenza in generale. Di ciò si è discusso dettagliatamente in precedenza. Ammettiamo qui l’analogia e vediamo solo se il paragone è istituito correttamente. Domandiamo: l’attività e la materia sono identiche per il fatto che l’attività si manifesta nella materia? Ciò che è spirituale è identico a ciò che è corporeo per il fatto che vive in esso? (Ciò che è spirituale non potrà mai trovare una delimitazione e una forma in ciò che è corporeo; come può mai lo spirito esser delimitato dal corpo!) E allo stesso modo parlare e pen-

236

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

identisch, weil dieses in jenem erscheint. Man beachte Beckers Wort „innerlich“; Sprechen und Denken sind „innerlich nur eins und dasselbe.“ Und äußerlich? Und was ist hier innerlich und äußerlich? Hier ist Becker inconsequent geworden, d. h. mit dem Worte innerlich durchbricht entweder eine alte Erinnerung oder ein Funke der Wahrheit Beckers Grundanschauung. Becker gehört, wie wir oben sahen, der Identitätsphi1osophie an, der Alles in einander lief und eins ward. Wenn Becker die Einheit von Stoff und Thätigkeit, Leiblichem und Geistigem, Sprechen und Denken behauptet, so ist dies gegen die Unterscheidung der Kategorien Inneres und Aeußeres gerichtet, deren Berechtigung die Identitätsphilosophie nicht anerkennt. Es giebt kein Inneres und kein Aeußeres; es giebt nur die Einheit, Eins. So giebt es auch kein Sprechen als etwas Aeußeres, und kein Denken als etwas Inneres; es giebt nur Eins: Denk-Sprechen, Sprech-Denken. Der Gedanke gehört der Sprache, ist Sprache, und der Laut gehört dem Denken, [162] ist Gedanke. Das ist Beckers Ansicht, welche durch obiges „innerlich“ durchbrochen wird. Wir werden später das Verhältniß von Innerem und Aeußerem zu betrachten haben. Beckers unbestimmte Auffassung dieser Kategorien aber und die Verwirrung, die er mit seiner Identität anrichtet, berechtigt uns schon hier eine Analogie vorzubringen, in der ebenfalls ein Inneres und Aeußeres, ein Geistiges und Leibliches sich findet, also auch ihre Einheit. Ich zeige eine Bildsäule Cäsars. Hier ist offenbar ein Geistiges im Leiblichen in die Erscheinung getreten, gerade wie bei der Sprache der Gedanke im Laute erscheint. Darum sagt man, die Sprache sei der lautgewordene, verlautlichte, in der Sprache leiblich gewordene Begriff oder Gedanke. Wenn ich nun eben so sagte: diese Bildsäule ist der Stein gewordene, versteinerte, im Steine leiblich gewordene Cäsar, was würde man dazu meinen? oder umgekehrt, wenn ich sagte, diese Bildsäule sei der Cäsar gewordene Stein? – Diese Analogie ist noch nicht streng; ich kann sie strenger machen. Sie würde nämlich nur passen, wenn Becker gesagt hätte, die Sprache sei die lautgewordene oder in Laute verwandelte Welt, d. h. eine vergeistigte, wenigstens dem Geiste genäherte Welt, wie Humboldt

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

237

sare non sono identici per il semplice fatto che quest’ultimo si manifesta nel primo. Si presti attenzione alla parola usata da Becker “internamente”, parlare e pensare sono «internamente una cosa sola». Ed esternamente? Che significano qui “internamente” ed “esternamente”? Becker è qui inconseguente, giacché con la parola “internamente” o si manifesta un vecchio ricordo o una scintilla di verità dell’intuizione fondamentale di Becker. Becker, come abbiamo visto, appartiene alla filosofia dell’identità in cui tutto confluì e si unificò. Quando Becker asserisce l’unità di materia e attività, corpo e spirito, parlare e pensare, fa ciò contro la separazione delle categorie di interno ed esterno, di cui la filosofia dell’identità non riconosce la legittimità. Non c’è nessun interno e nessun esterno, c’è solo l’unità, l’uno. Così non c’è nemmeno alcun parlare come qualcosa di esterno e alcun pensare come qualcosa d’interno, c’è soltanto l’uno: il parlare-pensare, il pensare-parlare. Il pensiero appartiene alla lingua, è lingua; e il suono appartiene al pensare, [162] è pensiero. Questa è la prospettiva di Becker emergente dal suddetto termine: “internamente”. Prenderemo in considerazione in seguito il rapporto di interno ed esterno. La comprensione generica che Becker ha di queste categorie, tuttavia, e la confusione che cagiona con la sua identità, ci consente di presentare già qui un’analogia in cui si trovano altresì un interno e un esterno, uno spirituale e un corporeo e, pertanto, anche la loro unità. Mostro una statua di Cesare. Qui palesemente qualcosa di spirituale si è reso manifesto in qualcosa di corporeo, proprio come nella lingua il pensiero si manifesta nel suono. Per questa ragione si sostiene che la lingua sarebbe il concetto o il pensiero divenuto suono, sonorizzato, divenuto corporeo nella lingua. Se ora dicessi così: questa statua è Cesare divenuto pietra, pietrificato, divenuto corporeo nella pietra, che s’intenderebbe? O al contrario, se dicessi: questa statua è la pietra fattasi Cesare? – Quest’analogia non è ancora rigorosa, posso renderla ancor più rigorosa. Essa sarebbe infatti stata ammissibile se Becker avesse detto che la lingua è il mondo articolato in suoni o trasformato in suoni, è a dire un mondo spiritualizzato o per lo meno avvicinato allo spirito, come ha notato

238

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

bemerkt hat, der allemal zwei Seiten an den Dingen erkennt, wo Becker nur eine sieht. Da also Becker in der Sprache keinen Vergeistigungsproceß sieht, sondern nur die Verleiblichung des Gedankens, so müßten wir auch sagen, diese Bildsäule ist unser verleiblichter Gedanke Cäsars, unsere Stein gewordene, versteinerte Vorstellung von Cäsar; und unsere Vorstellung von Cäsar und die Bildsäule sind – soll ich „innerlich“ hinzusetzen? – nur eins und dasselbe. So viel Wahrheit hierin liegt, so viel Wahrheit liegt in der Einheit von Denken und Sprechen. Die Beckerianer mögen sich wohl hüten, mir dies zuzugestehen; sie mögen sich wohl vorsehen! denn die Bildsäule ist nach Becker unorganisch; folglich, wenn die Einheit des Geistigen und Leiblichen rücksichtlich der Sprache nicht diejenige ist, welche Eisen und Magnetismus, Gase und Wärme verbindet, sondern diejenige, welche den Gedanken mit dem Material eines Kunstwerks vereinigt: so ist die Sprache nicht mehr organisch. Wie verhält es sich denn nun aber mit dieser Einheit des Geistigen und Leiblichen im Kunstwerke? Wir sehen erstlich, wie schief sich Becker ausdrückt, wenn er von Einheit des [163] Sprechens und Denkens redet. Denn wie im Kunstwerke Stein und Idee sich vermählen: so sollte man sagen, in der Sprache vermähle sich die Idee mit dem Laute. Idee aber bleibt Idee, und wird weder Stein noch Laut; Vermählung ist nicht Identität: hierin wird mir mancher beipflichten. Schief ausgedrückt oder nicht, wird der Beckerianer sagen, allemal ist doch das Innere der Sprache die Idee, die Intellectualität selbst; und das ist es, was Becker mit seiner Identität von Sprechen und Denken sagen will. – Sehen wir nun die Sache näher an. Jemand verlangt von mir, ich soll ihm die Bildsäule Cäsars beschreiben: so verlangt jemand, der eine Sprache lernen will, von seinem Lehrer, daß er sie ihm darlege. Ich sage nun, um dem an mich gestellten Verlangen nachzukommen, die Bildsäule sei aus Parischem Marmor, in doppelter Menschengröße ausgearbeitet: der Sprachlehrer, um seinem Schüler zu genügen, giebt ihm die Lautlehre. Beide Hörende sind damit noch nicht befriedigt; von mir wird verlangt, ich solle auch die Idee mittheilen, die man dem Marmor eingebildet habe: der Sprachlehrling will die innere, geistige Seite zur lautlichen haben. Was thut nun der Beckersche Sprachlehrer? er giebt ihm die Logik und den Begriffsschatz, d.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

239

Humboldt che nelle cose distingue sempre due aspetti, mentre Becker ne vede uno solo. Dal momento che Becker nella lingua non scorge un processo di spiritualizzazione, ma solo il rivestimento corporeo del pensiero, dovremmo sostenere che questa statua è il nostro pensiero di Cesare resosi corporeo, la nostra rappresentazione di Cesare divenuta pietra, pietrificata; e la nostra rappresentazione di Cesare e la statua sono – devo forse aggiungere “internamente”? – una cosa sola. In questa tesi si trova tanta verità, quanta se ne trova nell’unità di pensare e parlare. I beckeriani potrebbero ben guardarsi dal concedermelo; potrebbero ben astenersene, giacché la statua secondo Becker è inorganica. Di conseguenza, se l’unità di spirituale e corporeo in riferimento alla lingua non è la stessa che lega il ferro e il magnetismo, il gas e il calore, ma quella che unisce il pensiero col materiale di un’opera d’arte, la lingua allora non è più organica. Ma che accade con l’unità di spirituale e corporeo nell’opera d’arte? Anzitutto però notiamo come si esprime erroneamente Becker quando parla dell’unità di [163] parlare e pensare. Infatti, come nell’opera d’arte si sposano pietra e idea, allo stesso modo si dovrebbe dire che nella lingua si sposano idea e suono; matrimonio non è identità, ciò qualcuno me lo concederà pure. Espresso erroneamente oppure no, il beckeriano dirà che la parte interna della lingua sarà sempre idea, l’intellettualità stessa; ed è questo che Becker intende dire con la sua identità di pensare e parlare. – Vediamo come stanno le cose più da vicino. Qualcuno mi chiede di descrivere la statua di Cesare, allo stesso modo qualcuno, che vuol imparare una lingua, chiede al maestro che gliela esponga. Io, per rispondere alla richiesta che mi è stata avanzata, dico soltanto che la statua è fatta in marmo parigino, forgiata a grandezza doppia rispetto a quella dell’uomo; l’insegnante di lingua, per rispondere al suo allievo, gli mostra la fonetica. Entrambi gli uditori non sono soddisfatti, a me viene richiesto di comunicare anche l’idea che ha plasmato il marmo, lo studente di lingua vuol conoscere la parte interna, spirituale, assegnata al suono. Come si comporta ora l’insegnante di lingua beckeriano? Gli indica la logica e il patrimonio concettuale, è a dire la forma e il con-

240

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

h. Form und Inhalt unserer Intellectualitat, unseres Denkens. Wenn ich nun eben so meinem Hörer die Vorstellung von Cäsar mittheilte, er sei ein großer Feldherr, Staatsmann, Schriftsteller, mild und liebenswürdig gewesen, würde mein Zuhörer befriedigt sein? Nicht? – nun so ist es Beckers Lehrling, oder ich bin es mindestens auch nicht. Also: so gewiß die Idee einer Bildsäule Cäsars nicht unsere Vorstellung von Cäsars Charakter, Talent, Verdiensten, Thaten, nicht unsere Idee von Cäsar ist: so gewiß ist auch die Idee des Lautes nicht der Inhalt und die Form unseres Denkens. Folglich sind Denken und Sprechen völlig von einander verschieden. Oder, um Beckers eigene Analogien anzuwenden: so wenig die Idee oder das Innere des menschlichen Leibes der menschliche Geist ist: eben so wenig ist auch die Idee der Laute der Inhalt und die Form des Gedankens; folglich sind Sprache und Gedanke nicht eins und dasselbe. [215] 3. Ist die Sprache logisch? Wenn weder Denken und Sprechen identisch sind, noch auch die grammatischen Kategorien die logischen sind: wie sollte die Sprache logisch, ein logisches Wesen, ein bewußtes oder unbewußtes Erzeugniß der dem menschlichen Denken inwohnenden Logik sein? Auch ist sie dies ganz und gar nicht. § 81. Allgemeines Mißverhältniß zwischen Grammatik und Logik. Wäre die Sprache logisch, und ihre Form der organische Abdruck der logischen Form des menschlichen Denkens: was würde daraus folgen? Es würde mit unläugbarer Nothwendigkeit aus dieser Voraussetzung Beckers folgen, daß es unmöglich sein müßte, das unlogisch, d. h. das logisch falsch Gedachte, den logischen Irrthum, sprachlich und sprachrichtig ausdrücken. Wir würden also in der Fähigkeit einen Gedanken sprachlich auszudrücken [216] einen Prüfstein für die Richtigkeit dieses Gedankens haben. Wenn z. B. zwei conträre Begriffe sich nicht als Subject und Prädicat in einem Urtheile mit einander verknüpfen können; wenn das Urtheil: der Kreis ist viereckig, oder ein viereckiger Kreis, un-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

241

tenuto della nostra intellettualità, del nostro pensiero. Ora, se anch’io comunicassi al mio uditore la rappresentazione di Cesare: è stato un grande comandante, uomo politico, scrittore, indulgente e degno di stima, rimarrebbe soddisfatto il mio uditore? No? – e nemmeno lo è lo scolaro beckeriano, o per lo meno io. In conclusione: come l’idea di una statua di Cesare non è la nostra rappresentazione del suo carattere, del suo talento, della sua opera, delle imprese da lui compiute, non è la nostra idea di Cesare, di certo l’idea del suono non è il contenuto e la forma del nostro pensiero. Di conseguenza pensare e parlare sono del tutto diversi l’uno dall’altro. O, per utilizzare l’analogia di Becker, sì poco l’idea o l’interno del corpo umano è lo spirito umano, quanto poco l’idea del suono è il contenuto e la forma del pensiero; di conseguenza la lingua e il pensiero non sono la stessa cosa. [215] 3. La lingua è logica? Se pensare e parlare non sono identici e nemmeno lo sono le categorie grammaticali e quelle logiche64, come potrebbe la lingua essere logica, un’essenza logica, un prodotto consapevole o inconsapevole della logica che risiede nel pensiero umano? Essa non è nemmeno questo. §. 81. Eterogeneità di grammatica e logica in generale Se la lingua fosse logica e la sua forma fosse il calco organico della forma logica del pensiero umano, che ne seguirebbe? Da questa premessa di Becker seguirebbe con innegabile necessità l’impossibilità di esprimere attraverso la lingua, in modo appropriato dal punto di vista linguistico, ciò che è illogico, è a dire ciò che è pensato male da un punto di vista logico, l’errore logico. Avremmo pertanto nella capacità di esprimere [216] un pensiero attraverso la lingua, una salda prova della correttezza di questo pensiero. Se, ad esempio, due concetti contrari non possono legarsi l’un l’altro come soggetto e predicato in un giudizio, se il giudizio il cerchio è quadrato o

242

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

denkbar, logisch unrichtig ist: so müßte dergleichen auch in der Sprache unausdrückbar sein. So oft der Mensch auf dem Punkte stünde, sich zu einem logischen Denkfehler hinreißen zu lassen, falsch, d. h. genau genommen, nicht zu denken: so müßte ihn der Gebrauch der Sprache verlassen; er müßte um das Wort oder um die grammatische Form in Verlegenheit sein; es müßte wenigstens jeder Denkfehler mit einem Sprachfehler, jeder Verstoß gegen die Logik mit einem entsprechenden gegen die Grammatik unablöslich und unvermeidlich verknüpft sein. So ist es doch nun aber nicht; sondern der tollste Unsinn läßt sich richtig und sogar in schönem Satzbau ausdrücken. Längst haben die abstract logischen Köpfe das unlogische Wesen der Sprache verspottet. Die neuere grammatische Theorie bemüht sich freilich, die Naivetät und sinnvoll phantastische Anschauung der Sprache in Schutz zu nehmen. Damit wird ja aber zugestanden, daß die Sprache kein Erzeugniß logischen Denkens ist. Wäre die Sprache die organische Darstellung des Gedankens, die vom Gedanken selbst geschaffene Aeußerung seiner selbst, so müßte sich die Sprache vollständig der Form des Gedankens anschmiegen; die Gliederung und Zusammensetzung der Sätze müßte ein getreuer Abguß der Gliederung und Construction der Gedanken sein. Ist sie denn das? Schon Herbart bemerkte (Ueber Kategorien und Conjunctionen §. 22.) „das sonderbare Mißverhältniß zwischen der Sprache, welche genöthigt ist, alle Worte in die g e r a d e Linie einer Zeitreihe zu stellen, und der, davon vielfach abweichenden, innern Construction der Gedanken. Man bemerkt dies am leichtesten, wenn ein räumlicher Gegenstand, mit seinen drei Dimensionen, und mit den verschiedenen Eigenschaften seiner einzelnen Theile, soll beschrieben werden; wozu die Reihe der Worte, die nur eine Dimension haben kann, durchaus nicht passt.“ Freilich hat die Sprache Mittel, dieses Mißverhältniß auszugleichen: sonst könnte man ja nichts vermöge der Sprache darstellen und mittheilen. Aber diese Ausgleichung liefert eigenthümlich sprachliche Kategorien [217], welche gar nicht logisch sind, deren Wesen vielmehr auf einer Abweichung von der Logik beruht. Ferner können solche Ausgleichungen vieles, aber nicht

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

243

un cerchio quadrato è impensabile e dunque scorretto da un punto di vista logico, allora dovrebbe del pari essere inesprimibile dal punto di vista linguistico. Ogni qualvolta l’uomo si trovasse sul punto di lasciarsi indurre in errore logico, fosse propenso a pensare qualcosa di falso, è a dire, più precisamente, a non pensare, l’utilizzazione della lingua dovrebbe abbandonarlo, dovrebbe esser in difficoltà in merito alla parola o alla forma grammaticale, o, per lo meno, quell’errore del pensiero dovrebbe esser collegato a un errore della lingua, quel colpo inferto alla logica dovrebbe essere indivisibilmente e inesorabilmente connesso a un corrispondente colpo inferto alla grammatica. Ma così non è, piuttosto la più eclatante insensatezza può essere espressa correttamente e finanche in bella forma. A lungo le astratte intelligenze logiche hanno deriso l’essenza illogica del linguaggio. La più recenti teorie grammaticali si sforzano invece di difendere la spontaneità e l’ingegnosa e fantasiosa intuizione della lingua. Con ciò però si ammette implicitamente che la lingua non è un prodotto del pensiero logico. Se la lingua fosse la rappresentazione organica del pensiero, l’espressione di sé voluta dal pensiero stesso, la lingua dovrebbe aderire completamente alla forma del pensiero; la divisione e la composizione delle frasi dovrebbero essere una fedele copia della divisione e costruzione dei pensieri. La lingua è questo? Già Herbart notava (Ueber Kategorien und Conjunctionen, §. 22.)65 «il singolare contrasto tra la lingua, che è obbligata a porre tutte le parole nella linea dritta di una serie temporale e la costruzione interna del pensiero, che vi si discosta in svariati modi. Ciò si coglie nel modo più evidente quando deve essere descritto un oggetto spaziale con le sue tre dimensioni e con le differenti qualità delle sue parti singole, a cui non si addice per nulla la serie delle parole che possono avere soltanto una dimensione». Ma il mezzo linguistico deve appianare questo contrasto: altrimenti attraverso la lingua non si potrebbe di certo comunicare e descrivere nulla. Questo bilanciamento però produce categorie [217] linguistiche peculiari, che non sono punto logiche e la cui essenza per lo più poggia su una deviazione dalla logica. Tali bilanciamen-

244

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

alles wieder gut machen. Mit Recht bemerkt Herbart (das. §. 61.): „Hat man vom physischen Mechanismus und von der möglichen Verschiedenheit und Bewegung der Vorstellungsmassen auch nur den ersten Begriff gefaßt: so weiß man, daß alle Sprachen der Welt, sammt allen ihren Conjunctionen und Hülfsmitteln jeder Art, immer nur einen unvollkommenen Ausdruck für die Structur der Vorstellungsmassen liefern können; . . . indem selbst der Periodenbau mit aller seiner Mannigfaltigkeit noch lange nicht hinreicht, um das Innere völlig auszusprechen.“ Noch einen argen Irrthum habe ich zu rügen. Gesetzt, die Sprache wäre nichts als das im Laute gewissermaßen gefrorene Denken: so wäre doch in der Sprache, da es unsere Sprache ist, auch unser Denken gegeben. Ist denn unser Denken logisch? – Psychologisch ist unser Denken. Das logische Denken ist unser Ideal, das wir nie erreichen. Das drückt Herbart am bestimmtesten aus, der die Logik eine Ethik des Denkens nennt; aber auch die metaphysische Logik unterscheidet das objective Denken vom psychologischen, und nur letzteres ist das gewöhnliche, übliche. Also kann auch die Sprache sich gar nicht an die Logik anschließen, sondern nur an die Psychologie. Ferner aber könnte hier immer noch der Zweifel entstehen, ob die Sprache die Richtung und Absicht hat, unser Denken darzustellen, ob sie nicht vielmehr die Realität wiedergeben will. Die Sprache belebt alle Dinge und begabt sie mit einem Geschlecht. Hätte die Sprache ihre Aufmerksamkeit auf unsere Vorstellungen und Begriffe gerichtet, wie käme sie darauf? Die Vorstellung Mann ist nicht männlich, und die Vorstellung Weib ist nicht weiblich, und beide sind so wenig geschlechtlich und eben so wenig oder eben so sehr lebendig, als die Vorstellung Stein. Nur wenn die Wirklichkeit sprachlich abgebildet werden sollte, konnten solche Unterschiede in die Sprache eintreten. – Auch die sprachliche Copula, welche alle Sätze zu Existentialsätzen macht, beweist, daß die Sprache nicht unsere Denkthätigkeit, sondern die Wirklichkeit vor den Sinn des Hörenden stellen will. Humboldt bemerkt über die Copula (Einleitung in die Kawi-Sprache S. CCLXVI oder 251): [218] Das Verbum „knüpft durch das Sein das Prädicat mit dem Subjecte zusammen, allein so, daß das Sein,

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

245

ti, inoltre, possono riprodurre bene molte cose, ma non tutto. Herbart nota giustamente (§. 61.)66: «se si è colto anche solo il più elementare concetto del meccanismo psichico67, dei possibili movimenti e delle possibili differenze delle masse rappresentative, si sa che tutte le lingue del mondo, insieme a tutti i tipi delle loro congiunzioni e particelle, possono solo offrire un’espressione imperfetta della struttura delle masse rappresentative; … dal momento che la costruzione del periodo con tutte le sue molteplici forme non è sufficiente a esprimere interamente l’interiorità». Devo ancor far giustizia di un errore tenace. Ammesso che la lingua non fosse altro che il pensare, per dir così, coagulato nel suono, sarebbe allora dato nella lingua, dal momento che si tratta della nostra lingua, anche il nostro pensiero. Il nostro pensiero è dunque logico? – Il nostro pensiero è psicologico. Il pensiero logico è il nostro ideale, l’ideale che non raggiungiamo mai. Ciò lo esprime nel modo più preciso Herbart che chiama la logica un’etica del pensiero68, ma anche la logica metafisica separa il pensare oggettivo da quello psicologico e solo quest’ultimo è quello abituale, ordinario. Anche la lingua pertanto non può punto essere legata alla logica, ma deve essere connessa alla psicologia. Potrebbe inoltre a questo punto sorgere ancora il dubbio se la lingua sia volta e abbia lo scopo di descrivere il nostro pensiero o se piuttosto voglia restituire la realtà. La lingua ravviva tutte le cose e le dota di un genere; se fosse [esclusivamente] orientata alle nostre rappresentazioni e ai nostri concetti come giungerebbe a ciò? La rappresentazione uomo non è maschile e la rappresentazione donna non è femminile ed entrambe sono assai poco connotate secondo il genere e né più né meno vive della rappresentazione pietra. Solo se la realtà deve essere riprodotta da un punto di vista linguistico, queste differenze si presentano nella lingua. – Anche la copula linguistica, che rende esistenziali tutte le proposizioni, dimostra che la lingua non vuol porre di fronte a chi ascolta la nostra attività di pensiero, ma la realtà. Humboldt osserva sulla copula (Einleitung in die Kawi-Sprache, S. CCLXVI o 251)69: [218] il verbum «annoda per mezzo dell’essere il predicato al soggetto, ma in modo tale che l’essere, che con un

246

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

welches mit einem energischen Prädicate in ein Handeln übergeht, dem Subjecte selbst beigelegt, also das bloß als verknüpft Gedachte zum Zustande oder Vorgange in der Wirklichkeit wird. Man denkt nicht bloß den einschlagenden Blitz, sondern der Blitz ist es selbst, der herniederfährt; man bringt nicht bloß den Geist und das Unvergängliche als verknüpfbar zusammen, sondern der Geist ist unvergänglich.“ Es ist nicht Humboldts Ansicht, daß die Sprache die Welt malen wolle, sondern er meint, wie es unmittelbar weiter heißt: „Der Gedanke, wenn man sich so sinnlich ausdrücken könnte, verläßt durch das Verbum seine innere Wohnstätte und tritt in die Wirklichkeit über;“ d. h. es ist zwar nicht die Welt, die Wirklichkeit, die in der Sprache dargestellt wird, sondern der Gedanke, unser subjectiver Gedanke; aber dieser wird nicht als solcher, sondern als Wirklichkeit dargestellt. Die Sprache ist also weder Darstellung der Wirklichkeit, noch des Gedankens, sondern des Gedankens als Wirklichkeit. Becker sagt (Organism S. XV): Will man „läugnen, daß die allgemeinen formalen Denkgesetze sich in der Sprache wieder finden, so läugnet man nicht allein die organische Natur der Sprache, sondem auch die organische Natur des Denkens“. – Keins von beiden; man trennt nur beides, die organische Natur der Sprache von der des Denkens. §. 82. Inwiefern die Sprache logisch und nicht logisch ist. Und so hoffen wir, man werde uns nicht den absurden Einwand machen, wenn die Sprache nicht logisch ist, so sei sie unlogisch, unvernünftig, was doch der Sinn der eben citirten Bemerkung Beckers war. In diesem Einwande liegt ein ganz gemeiner Fehler gegen die formale Logik: man schiebt einem contradictorischen Verhältnisse den Werth des conträren Gegensatzes unter. Wir können dasselbe, was wir so eben sagten, auch so ausdrücken: man beachte nicht die Doppelbedeutung des Wortes logisch. Dieses Adjectivum bedeutet eben sowohl, was zur Wissenschaft der Logik gehört, z. B. eine logische Frage, ein logisches Gesetz, als auch was den Gesetzen der Logik gemäß, überhaupt vernünftig eingerichtet ist. Nur nach dem ersten [219] Sinne wird behauptet, die Sprache sei nicht logisch; nicht nach dem zweiten.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

247

energico predicato si converte nell’agire, venga attribuito al soggetto stesso, ossia che quel che era semplicemente concepito come congiungibile divenga uno stato o un processo nella realtà. Non si pensa semplicemente alla caduta del fulmine, ma è il fulmine stesso che si abbatte; non ci si limita a mettere insieme, ritenendoli congiungibili, lo spirito e l’eterno, ma piuttosto lo spirito è eterno». Non è opinione di Humboldt che la lingua voglia ritrarre il mondo, ma egli crede, come dice immediatamente di seguito, che «il pensiero, se lo si potesse esprimere sensibilmente in modo adeguato, abbandonerebbe attraverso il verbum la sua posizione e entrerebbe nella realtà», è a dire che non è il mondo, la realtà, a esser rappresentata nella lingua, ma il pensiero, il nostro pensiero soggettivo, ma questo stesso pensiero soggettivo non viene rappresentato in quanto pensiero, ma in quanto realtà. La lingua pertanto non è né rappresentazione della realtà, né del pensiero, ma del pensiero come realtà. Becker scrive (Organism, p. XV): «si vuol negare che le leggi formali e universali del pensiero si ritrovino nella lingua, non si nega così soltanto la natura organica della lingua, ma anche la natura organica del pensiero». – Nessuna delle due, esse sono solo divise, la natura organica della lingua è divisa da quella del pensiero. §. 82. In che misura la lingua è logica e non logica Speriamo dunque non ci venga rivolta l’obiezione assurda che poiché la lingua non è logica, allora sarebbe illogica, irrazionale, che era appunto il senso della su citata osservazione di Becker. In questa obiezione sta un errore piuttosto comune contro la logica formale, si sostituisce a un rapporto contraddittorio il valore di un’opposizione di contrari. Possiamo esprimere ciò che abbiamo detto sopra anche così: non si presta attenzione al doppio significato della parola logico. Questo adjectivum indica sia ciò che appartiene alla scienza della logica, ad esempio una questione logica, una legge logica, sia ciò che, commisurato alle leggi della logica, è disposto in generale in modo razionale. Si è affermato che la lingua non è logica solo nel primo [219] senso, non nel secondo.

248

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Um sich an diesen Unterschied zu gewöhnen, um ihn fest halten zu lernen, wende man den Blick einmal auf andere Wissenschaften. Die Physik, Chemie, Mathematik u.s.w. sind nicht logisch, die Natur ist nicht logisch, d. h. es sind in ihnen keine logischen Thatsachen, Kategorien und Lehrsätze gegeben; aber sie sind darum doch sehr logisch, indem ihre Entwickelungen nach den Gesetzen der Logik durchgeführt sind. Dasselbe gilt von der Geschichte, und wenn man meint, und wenn Hegel selbst gemeint hat, aus seinem Satze: „alles, auch die Geschichte sei logisch, vernünftig“ müsse gefolgert werden, in der Geschichte seien logische Kategorien darzustellen, und die Völker und die Ereignisse und Zustände seien als die geschichtlichen Verwirklichungen der logischen Kategorien aufzufassen: so scheint mir dies gerade derselbe Fehler, wie der, welchen wir hier rücksichtlich der Sprache tadeln. Der Gegenstand der einzelnen Wissenschaften ist ihnen eigenthümlich, nicht bloß der Stoff, sondern auch die an ihm hervortretenden allgemeinen Verhältnisse, die man eben Kategorien nennt, wie die Kenntniß der chemischen Stoffe und die Verhältnisse, nach denen sie sich mit einander verbinden; wie Kreis, Peripherie, Durchmesser und die Verhältnisse, in denen sie zu einander stehen. Indem aber unsere Thätigkeit des verständigen Denkens diese Gegenstände betrachtet, diese Verhältnisse erforscht, so verfährt sie hierbei in einer Weise, in welcher die Formen der Logik sichtbar werden; denn die Logik ist eben die Analyse des Denkens, d. h. der Denkthätigkeit, abgesehen von dem Gegenstande, auf den sie angewandt wird. Noch mehr, die Natur erzeugt Gegenstände und verfährt dabei durch Mittel und in einer Weise, welche die specielle Naturwissenschaft als ihren besondern Gegenstand darzustellen hat. Indem wir diese Verfahrungsweise im Denken reproduciren und den realen Gang des Werdens der Sache in einen subjectiven Gang des Werdens des Begriffs umwandeln, d. h. bloß abbilden, bemerken wir im Denken nicht bloß, sondern in der wirklichen Natur selbst logische Verhältnisse, die ihr inne wohnen, logische Gesetze, die sie unverbrüchlich befolgt. Ganz eben so wie die Natur und die Naturwissenschaften, ist auch die Sprache und die Sprachwissenschaft logisch und [220] nicht logisch: nämlich ihr Gegenstand mit seinen Verhältnissen

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

249

Per abituarsi a questa distinzione, per imparare a mantenerla, volgiamo lo sguardo ancora una volta alle altre scienze. La fisica, la chimica, la matematica etc. sono non logiche, la natura è non logica, è a dire in esse non sono dati fatti, categorie e teoremi logici; e tuttavia sono molto logiche poiché i loro sviluppi avvengono secondo le leggi della logica. Lo stesso vale per la storia e se invece si crede, come ha pensato Hegel stesso, che dal suo principio secondo cui: «tutto, anche la storia è logica, razionale» debba discendere che nella storia si devono illustrare categorie logiche e che popoli, eventi e circostanze siano da intendere come le realizzazioni storiche delle categorie logiche70, ebbene mi pare qui si commetta lo stesso errore di quello che in questa sede critichiamo in riferimento alla lingua. L’oggetto delle singole scienze, loro peculiare, non è costituito solo dalla materia, ma anche dai rapporti generali che nella materia si manifestano, che si chiamano appunto categorie, come accade per la conoscenza delle sostanze chimiche e i rapporti secondo cui si connettono le une con le altre e come accade per il cerchio, la circonferenza, il diametro e i rapporti in cui stanno l’uno rispetto all’altro. La nostra attività razionale71, però, prendendo in considerazione questi oggetti, indagando questi rapporti, procede in un modo tale da render manifeste le forme della logica; poiché la logica non è altro che l’analisi del pensare, è a dire dell’attività di pensiero a prescindere dall’oggetto a cui viene applicata. Ancor di più, la natura produce oggetti e, nel farlo, procede con mezzi e in un modo che deve esser presentato dalla scienza speciale della natura come ambito di sua pertinenza. Riproducendo questi sviluppi nel pensiero e trasformando il corso reale del divenire delle cose nel corso soggettivo del divenire del concetto – il che significa semplicemente, riproducendone l’immagine – non osserviamo rapporti logici solo nel pensiero, ma scorgiamo leggi logiche che risiedono all’interno della stessa natura reale, leggi logiche che essa segue incrollabilmente. La lingua e la scienza della lingua sono logiche e [220] non logiche esattamente come la natura e le scienze della natura: il loro oggetto e i suoi rapporti, infatti, le sono peculiari; ma

250

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

ist ihnen eigenthümlich; aber indem man diesen Gegenstand und diese Verhältnisse denkt, bemerkt der Logiker, daß sowohl der Sprachforscher nach logischen Gesetzen handelt, als auch, daß bei dem Verfahren der Sprache, ihre Elemente zu bilden und nach eigenthümlichen Gesetzen zusammenzufügen, logische Rücksichten und Gesetze unbewußt gewaltet haben. Diese logischen Gesetze, welche die Sprache und der Sprachforscher, der Chemiker und Physiker und die Natur befolgen, sind die gemeinen logischen Gesetze, deren Darlegung der Sprach- und Naturforscher voraussetzt, die er nicht erforscht, die nicht sein besonderer Gegenstand sind. Nach allem, was vorangegangen ist, kann die allgemeine Scheidung der sprachlichen oder grammatischen Verhältnisse von den Verhältnissen des Denkens und der Logik nicht mehr ungewiß, noch auch schwierig sein. Wir geben aber doch noch ein neues Beispiel. Es tritt jemand an eine runde Tafel und spricht: diese runde Tafel ist viereckig: so schweigt der Grammatiker, vollständig befriedigt; der Logiker aber ruft: Unsinn! Jener spricht: dieser Tafel sind rund, oder hic tabulam sunt rotundum: der Logiker an sich versteht weder Deutsch, noch Latein und schweigt, der Grammatiker tadelt. Giebt man aber dem Logiker zu seinem allgemeinen logischen Maßstabe noch das besondere grammatische Gesetz der Congruenz, so würde auch er tadeln. Ein solcher Logiker, der zu den logischen Gesetzen noch ein grammatisches hinzubringt, ist eben der Grammatiker. Denn dieser ist, außerdem daß er Grammatiker ist, noch überdies Logiker, d. h. nach logischen Gesetzen denkend und beurtheilend; aber der Logiker ist nicht auch Grammatiker. Würde nun der obige Satz corrigirt: hoc tabulum est rotundum, so wäre der Logiker selbst mit Kenntniß der Congruenzregel befriedigt. Der Grammatiker aber hat eine fernere Kenntniß der Sprache und verbessert: tabula. Dies genügt dem Logiker, um das Uebrige zu corrigiren; d. h. nun ist der Grammatiker gezwungen, eine logische Anwendung der Regel der Congruenz zu machen. Also die Congruenz-Regel und das bestimmte Genus des Wortes tabula sind Verhältnisse, die ausschließlich der Grammatik gehören, und sie mit ihresgleichen machen den Gegenstand der Grammatik, die Sprache aus. In dem formalen Verfahren aber, in der Anwendung der sprachlichen [221] Gesetze auf sprachliche Stoffe tritt nothwendig die Logik ein.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

251

poiché questo oggetto e questi rapporti sono pensati, il logico osserva che da un lato il linguista agisce secondo leggi logiche, dall’altro che nel processo stesso della lingua, per costituire e associare i suoi elementi secondo leggi peculiari, hanno operato inconsapevolmente prospettive e leggi logiche. Queste, che la lingua e il linguista, il chimico, il fisico e la natura stessa seguono, sono le leggi logiche universali la cui esposizione è presupposta, non indagata, né dal linguista né dal naturalista, giacché esse non costituiscono l’oggetto specifico delle loro ricerche. Dopo ciò che è stato detto, la distinzione generale dei rapporti linguistici o grammaticali da quelli del pensiero e della logica non può esser più incerta e nemmeno difficile. Offriamo comunque un altro esempio. Qualcuno siede a una tavola rotonda e dice: questa tavola rotonda è quadrata: il grammatico allora tace del tutto soddisfatto; ma il logico replica: insensato! Quello dice: questa tavola sono rotonda o hic tabulam sunt rotundum: il logico, in quanto tale, non capisce né il tedesco né il latino e tace, il grammatico obietta. Si offrisse però al logico, assieme ai suoi criteri logici universali anche la legge grammaticale specifica della congruenza, allora obietterebbe anch’egli. Il linguista è per l’appunto un tale logico, che alle leggi logiche aggiunge quelle grammaticali. E ciò dal momento che egli, oltre al fatto che è esperto di grammatica, è anche logico, è a dire pensa e valuta secondo leggi logiche; ma il logico non è contemporaneamente grammatico. Se la suddetta frase fosse corretta così: hoc tabulum est rotundum, anche il logico addottrinato con la regola della congruenza allora ne sarebbe soddisfatto. Ma il grammatico ha una conoscenza migliore della lingua e corregge ulteriormente: tabula. Ciò è sufficiente al logico per correggere il resto; ciò significa che il grammatico adesso è costretto a un’applicazione logica della regola di congruenza. Ovvero la regola di congruenza, e il genere particolare della parola tabula, sono rapporti che appartengono esclusivamente al grammatico e assieme ai rapporti dello stesso tipo determinano l’oggetto della grammatica, la lingua. Nel procedimento formale però, nell’applicazione delle leggi del linguaggio [221] alla sua materia, vi entra necessariamente la logica.

252

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Von einem Knaben wird das perfectum indicat. activi von laudare verlangt; er wird diese Form durch eine Reflexion, durch einen logischen Schluß finden, vorausgesetzt, daß er die lateinische Conjugation versteht. Die logische Operation ist sogar ziemlich lang, so schnell der Knabe sie auch macht. Er operirt mit sprachlichem Stoffe in logischer Form. Was aber hier in Beziehung auf die logische Denkform sprachlicher Stoff heißt, das sind nicht bloß die Wurzelwörter, sondern auch die grammatischen Formen und Verhältnisse, überhaupt alles, was die Sprache ausmacht. Wie es also chemische Kategorien giebt – z. B. Sauerstoff, Stickstoff, Wahlverwandtschaft –, physikalische und physiologische – z. B. Wärme, Elektricität, Athmen, Verdauen –: so giebt es grammatische, z. B. Substantivum, Verbum, Attribut; wie die Natur und der Naturforscher mit ihren Kategorien logisch operiren: so auch die Sprache und der Sprachforscher; wie aber hierdurch die Naturwissenschaft und die Natur nicht logisch werden: so auch nicht Sprachwissenschaft und Grammatiker; sondern hier wie dort bleiben die Kategorien jeder Wissenschaft eigenthümlich, von denen die Logik nichts weiß, um deren Gehalt, Berechtigung, Herkunft sie sich nicht kümmert, zufrieden damit, daß jene Kategorien, sowohl jede an sich, als auch die Beziehung mehrerer zu einander, denkbar, d. h. logisch richtig gedacht seien. Das formalste Element der Sprache, ihre formalste Thätigkeit, ist immer noch Stoff, ein ganz besonderer Stoff, ein Beispiel für die Logik, und kann eintreten in die Logik, wie tausend andere Beispiele; aber weder ist die Sprache Herr in der Logik, daß sie dort in irgend einem Abschnitte gebietend auftreten könnte, noch kann sie sich das Einreden der Logik gefallen lassen, sobald es sich um ihre Elemente als solche, um den Inhalt derselben handelt. Die Sprache ist also gerade darum nicht unlogisch (dieses Wort als conträren Gegensatz zu logisch genommen, also im Sinne von: die Logik verletzend, gegen sie verstoßend), weil sie nicht logisch ist (d. h. keine logischen Kategorien und Gesetze aufstellt, sondern ganz eigenthümliche). Die sprachlichen und logischen Kategorien sind also disparate Begriffe, die ruhig [222] neben einander bestehen, wie Kreis und roth; und es beweist schon ein Mißverstehen des wahren Verhältnisses, wenn man die Sprache

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

253

Si chiede a un giovane il perfectum indicat. activi di laudare; troverà questa forma attraverso una riflessione, per mezzo di una conclusione logica, posto che conosca la coniugazione latina. L’operazione logica, per quanto il giovane la porti a termine celermente, è perfino piuttosto lunga. Il giovane opera in forma logica con una materia linguistica. Ciò che qui, però, in relazione alla forma logica del pensiero, si chiama materia linguistica, non è semplicemente costituito dalle radici delle parole, ma anche dalle forme e dai rapporti grammaticali, in generale da tutto ciò che riguarda la lingua. Come vi sono categorie chimiche – ossigeno, azoto, e affinità di legame –, fisiche e fisiologiche – calore, elettricità, respiro, digestione –, così ve ne sono di grammaticali – substantivum, verbum, attributo –; come la natura e il naturalista, con le loro categorie, operano in modo logico, allo stesso modo fanno anche la lingua e il linguista; come però la natura e la scienza naturale non diventano logiche per il fatto di aver così operato, nemmeno diventano logici la scienza della lingua e il linguista. Qui è lì, invece, le categorie di ciascuna scienza rimangono peculiari e di ciò la logica non sa nulla, non si occupa punto del loro contenuto, della loro giustificazione, della loro origine, rassicurata solo dal fatto che quelle categorie sia in sé, sia in relazione alle altre, siano pensabili, è a dire pensate in modo corretto da un punto di vista logico. L’elemento più formale della lingua, la sua attività più formale è pur sempre, per la logica, materia, una materia del tutto particolare, un esempio; e può rientrare in essa, ma come mille altri esempi. Tuttavia né la lingua regna nella logica, in modo tale da poter dominare in una qualche sua parte, né può accettare la preminenza della logica per ciò che riguarda i suoi elementi in quanto tali e il loro contenuto. La lingua pertanto non è illogica (se si assume l’aggettivo nel senso di contrario a “logico”, è a dire che offende la logica, le si oppone) per il fatto che essa non è logica (è a dire non istituisce categorie e leggi logiche, ma ne pone di proprie). Categorie logiche e linguistiche sono pertanto concetti eterogenei, che stanno l’uno vicino all’altro senza infastidirsi [222], come cerchio e rosso; e già costituisce un fraintendimento del vero rapporto che intercorre tra esse, il voler commisurare la

254

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

an der Logik messen will, sei es um ihre Uebereinstimmung mit dieser, sei es, um ihren Widerstreit gegen dieselbe zu erweisen. Die Stoiker behaupteten, die Sprache sei anomal; d. h. nämlich, indem sie die Sprache nach dem Maßstabe der Logik beurtheilten, fanden sie, daß die Sprache bei solcher Messung nicht Stich hielt. Die Aristarchianer, wozu sämmtliche moderne Philologen – Humboldt ausgenommen; auch Buttmann wußte von Aristarchs Schwäche – und Becker mit den Beckerianern gehören, behaupteten im Gegentheil, die Sprache sei nicht anomal, sie sei analog, logisch geformt, und man müsse nur den logischen Maßstab recht zu handhaben wissen. Die einen sind so unlogisch, wie die andern; sie irren beide. Wie es mit Beckers Grammatik stehe, der Spitze der analogetischen Schule Aristarchs, das haben wir ausführlich genug gezeigt; dem Anomalisten aber, der sich darüber aufhält, daß man die ewigen Götter unsterblich nenne, was völlig gegen die Logik sei, dem ist zu erwidern, daß es gerade eben so unlogisch ist, die Sprache anomal zu nennen, sie, die sich um den QRYPR~ der Logik nicht kümmert. Es ist echt logisch und organisch, daß die Sprache unlogisch ist. Die beste Analogie zur Sprache bietet allemal die Kunst: sie haben beide das wesentlichste Merkmal gemeinsam, die Darstellung. Die Kunst stellt die Wirklichkeit dar, die Sprache den Gedanken. Nun ist es aber doch ein gemeiner Fehler, die Wirklichkeit zum Maßstabe des Kunstwerks zu machen, in der vollendeten Kunst nur das getreue Abbild der Wirklichkeit zu sehen und nach dieser Treue den Werth des Kunstwerks zu bestimmen. Man begeht aber ganz denselben Fehler, wenn man in der Sprache, als der Darstellung des Gedankens, nur ein Abbild desselben sieht. Wie weit steht die Oper von der Wirklichkeit ab, welche sie darstellt! darum ist sie in sich nicht unlogisch, nicht unwahr. Und so ist auch die Sprache in sich vernünftig und wahr, obwohl sie die Logik nicht in sich faßt. Ferner: die Malerei stellt Körper dar, aber – wie unlogisch! – in der Fläche, oder sie zeigt die Fläche als Körper. Wer die drei Dimensionen kennt, weiß noch nichts von Schattirung [223] und Perspective; und diese Kategorien der Malerei an sich werden von dem Begriffe der Dimensionen eben nur berührt, sind aber ganz anderer Natur.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

255

lingua alla logica, per provarne la coincidenza o il contrasto. Gli stoici affermavano che la lingua fosse anomala; infatti, giudicandola secondo il criterio della logica, trovarono che la lingua non regge alla prova di quel criterio. I seguaci di Aristarco72 a cui appartengono tutti i filologi moderni e Becker e i beckeriani, escluso Humboldt, ma anche Buttmann73 ne conosceva la debolezza, affermavano al contrario che la lingua non fosse costituita in modo anomalo, ma in modo analogo, in modo logico, e fosse soltanto necessario avere l’adeguata padronanza del criterio logico. Gli uni pertanto sono tanto illogici quanto gli altri, entrambi sbagliano. Come stiano le cose con la grammatica di Becker, l’apice della scuola analogica di Aristarco, lo abbiamo mostrato in modo sufficientemente dettagliato. Al propugnatore della tesi dell’anomalia della lingua, che si sofferma sul fatto che gli dei eterni siano definiti immortali, il che contraddirebbe la logica, bisogna replicare che è appunto illogico definire la lingua anomala, essa che non si occupa del QRYPR~ della logica. È davvero logico e organico che la lingua non sia logica. La migliore analogia con la lingua la offre sempre l’arte, hanno infatti in comune la caratteristica più essenziale: la rappresentazione. L’arte rappresenta la realtà, la lingua il pensiero. Ma è un errore corrente fare della realtà il criterio dell’opera d’arte, nell’arte migliore scorgere solo la riproduzione fedele della realtà e giudicare il valore dell’opera d’arte secondo il grado di questa fedeltà. Si commette esattamente lo stesso errore quando si considera la lingua, in quanto rappresentazione del pensiero, come una semplice riproduzione di esso. Quanto è diversa l’opera dalla realtà che rappresenta! Ma non per questo è illogica e falsa. E allo stesso modo la lingua è in sé razionale e vera sebbene non comprenda in sé la logica. Inoltre la pittura rappresenta corpi, ma – fin a che punto illogicamente! – sulla superficie della tela o mostra la superficie della tela come se vi fossero dei corpi. Chi conosce le tre dimensioni non sa ancor nulla dell’ombreggiatura [223] e della prospettiva; e queste categorie della pittura sono per l’appunto, in sé, soltanto toccate dal concetto delle dimensioni, ma sono di tutt’altra natura.

256

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Wir sind also durch unsere bisherigen Betrachtungen zu der Forderung gelangt, der Sprache und Grammatik ein ganz eigenthümliches System von Kategorien, Begriffen, gedanklichen Verhältnissen zuzuschreiben, welche allerdings wohl richtig gedacht, aber doch nicht der Logik zugehörig sein sollen; und nun entsteht die Frage: was soll die Sprache bedeuten, wenn nicht den Gedanken? was kann ihr Inneres sein, wenn nicht Anschauung und Begriff? und welche Formen und Beziehungen können also in dem Innern, in dem Bedeuteten der Sprache auftreten, wenn nicht die der Anschauungen und Begriffe? was kann also endlich die Grammatik untersuchen und finden, wenn nicht dasselbe wie die Logik? Die Darstellung des Gedankens ? aber diese ist ja auch gedacht! und so kommen wir nur zu einem Denken des Denkens, welches doch sicherlich der Logik angehört. Oder sollte dieses darstellende Denken des Gedachten oder Denkens sich in eigenthümlichen Formen bewegen und eigenthümliche Gesetze offenbaren? sollte es also neben dem logischen Denken noch ein anderes geben, und sollte es dieses nicht-logische Denken sein, welches in der Sprache in Lauten tönt? Wäre das wohl so unwahrscheinlich? oder scheint das gar unmöglich? Wie? kennt man denn nicht auch sonst schon ein sehr erlaubtes, berechtigtes Denken, welches in seinen Formen unbekümmert um Logik, in seinem Inhalte unbekümmert um das reale Verhältniß der Sachen, welches die einzelnen Wissenschaften darstellen, seinen eigenen Weg geht: das poetische Denken? Auf dieser Verschiedenheit des poetischen Denkens vom gewöhnlichen logischen beruht die Schwierigkeit des Verständnisses der Poesie, z. B. einer Ode. Denn das nennen wir hier verstehen: das Uebersetzen des lyrischen Denkens in logisches Denken. Das Verstehen des Aesthetikers geht noch weiter: er begreift auch die Formen des poetischen, also hier des lyrischen Denkens an sich, d. h. er kennt die Logik der Lyrik, die ganz andere Gesetze und Formen hat, als die Logik des Verstandes. Ein Beispiel: „Grau, theurer Freund, ist alle Theorie, Grün ist des Lebens goldner Baum“. Diese Verse verhöhnen alle Logik, alle Botanik, alle Farbenlehre – wenn man die Thorheit [224] begeht, dieses poetische Denken am verständigen logischen Denken zu messen. Diese Gedanken sind nicht logisch, also auch nicht un-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

257

Per mezzo delle considerazioni svolte finora, siamo dunque giunti all’esigenza di ascrivere alla lingua e alla grammatica un sistema del tutto peculiare di categorie, concetti, rapporti di pensiero, che devono essere pensati nel modo corretto, ma non per questo devono appartenere alla logica. E adesso si pone la domanda: che deve significare la lingua se non il pensiero? Da cosa può essere costituita la sua parte interna se non dall’intuizione e dal concetto? E quali forme e relazioni possono dunque presentarsi al suo interno, in ciò che è significato dalla lingua, se non quelle delle intuizioni e dei concetti? Infine e conseguentemente, che può cercare e trovare la grammatica se non la stessa cosa che cerca e trova la logica? La rappresentazione del pensiero? Ma questa è pur pensata! E per questa via giungiamo soltanto a un pensare del pensare che di certo appartiene alla logica. O questo pensiero che rappresenta ciò che è pensato ovvero il pensare, dovrebbe muoversi in forme peculiari e manifestare leggi peculiari? Dovrebbe dunque darsi vicino al pensiero logico un altro pensiero e dovrebbe essere un pensiero non logico a risuonare nella lingua? Ciò è tanto improbabile? O sembra forse del tutto impossibile? Perché? Non ci è già noto, forse, un pensiero legittimo e lecito che percorre la sua via, nelle forme che gli sono proprie indifferente alla logica, nel contenuto indifferente al rapporto reale delle cose descritto dalle singole scienze? è a dire: il pensiero poetico? La difficoltà di comprensione della poesia, ad esempio di un’ode, poggia sulla differenza del pensiero poetico dal pensiero logico abituale. Poiché qui definiamo il comprendere: la traduzione del pensiero lirico nel pensiero logico. Il comprendere dell’esperto di estetica va ancora oltre: egli coglie anche le forme del pensiero poetico, in questo caso del pensiero lirico in sé, è a dire conosce la logica della lirica, la quale ha tutt’altre leggi e forme della logica dell’intelletto. Un esempio: “eh, fedele amico, tutte le teorie son grigie, ma l’albero aureo della vita è verde”74. Questi versi scherniscono ogni logica, ogni botanica, ogni teoria dei colori, se si compie la follia [224] di commisurare questo pensiero poetico al pensiero logico razionale. Questi pensieri non sono logici e

258

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

logisch, d. h. nicht antilogisch. Eben darum lassen sie eine Uebersetzung in logisches Denken zu und entsprechen dann allen Gesetzen desselben. Man kann obige Verse in die strenge Form eines logischen Schlusses bringen. Man wird also zugestehen müssen, daß es mehrere Denkweisen geben könne und giebt; daß die gewöhnliche Logik nur die Gesetze des verständigen Denkens entwickelt, wogegen die andern Denkweisen ihren eigenen Gang, ihre eigene Logik haben. Es soll der Logik des Verstandes weder der Vorrang, noch ihr Recht, die andern zur Rechenschaft zu ziehen, in sie einzugreifen, sie zu überwachen, die Grenzen ihrer Herrschaft zu bestimmen, abgesprochen werden; aber die andern Logiken, so zu sagen, sind von ihr verschieden und innerhalb ihres Kreises Selbstherrscher, nach Gesetzen waltend, die sie sich selbst geben. So darf man nun auch die Chemie die Logik der natürlichen Körper, die Physik die Logik der physischen Bewegungen nennen; aber die Logik der Natur ist nicht die Logik des Verstandes: diese beiden Logiken identificiren, ist sehr unlogisch. Fassen wir nun zusammen. Ist die Sprache nicht unzertrennlich vom Denken, begleitet sie aber dennoch andrerseits dasselbe meistentheils; – giebt es mehrere Denkweisen und folglich mehrere Logiken, und verbindet sich die Sprache mit ihnen allen, mit jeder so gut wie mit der andern, jedoch so, daß sie das Denken immer nur begleitet, aber dabei ihren eigenen Gang geht, ihren eigenen Gesetzen folgt, ihre eigenen Kategorien offenbart; – ist also die Sprache weder mit dem Denken überhaupt, noch mit einer besondern Weise desselben identisch, und ist sie dennoch mehr als bloßes Tönen, ein bedeutungsvolles Tönen mit eigenthümlichen Begriffen und Verbindungen derselben: so scheint sich nur die eine Annahme zu empfehlen, daß auch die Sprache ein ganz eigenthümliches Denken sei und sich nach gewissen, diesem Denken besonders angehörenden Gesetzen und Kategorien entfalte, welche eben die Grammatik darstellt. Was sich hier als eine Vermuthung darstellt, worauf die gewonnenen negativen Resultate hinweisen, das mag im Folgenden positiv begründet und näher erörtert werden. [225]

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

259

nemmeno illogici, è a dire antilogici. Appunto per questo ammettono una traduzione nel pensiero logico e corrispondono a tutte le sue leggi. I suddetti versi possono essere ridotti nella forma rigorosa di un sillogismo. Si dovrà allora concedere che ci possono essere, e ci sono, diversi modi del pensiero; che la logica abituale sviluppa solo le leggi del pensiero intellettivo, di fronte a cui gli altri modi del pensiero hanno il loro proprio corso, la loro logica propria. Alla logica dell’intelletto deve essere disconosciuto sia il primato sia il diritto di chieder conto alle altre, di intervenire in esse, di vigilare su di esse, di delimitare i confini del loro dominio; piuttosto, le altre logiche, per dir così, sono differenti, sovrane nel proprio dominio, operanti secondo leggi che si sono autoconferite. Quindi, si possono anche definire la chimica la logica dei corpi naturali e la fisica la logica dei movimenti fisici; ma la logica della natura non è la logica dell’intelletto: identificare queste due logiche è piuttosto illogico. Riassumiamo. La lingua non è inseparabile dal pensare e tuttavia spesso lo accompagna. Vi sono diversi modi di pensare e di conseguenza più logiche; la lingua si connette con ciascuna logica senza esclusione, in modo tale però da accompagnare il pensare e contemporaneamente seguire il suo corso e le leggi sue proprie, presentando categorie che le sono peculiari. La lingua dunque non è identica né con il pensare in generale, né con una sua modalità specifica e tuttavia è qualcosa di più d’un mero emettere suoni, è un risuonare che rimanda interamente a dei significati secondo concetti e connessioni che le sono peculiari. Appare allora legittima solo l’assunzione per cui anche la lingua sia un pensare del tutto peculiare, che si dispiega secondo categorie e leggi particolari che gli appartengono nello specifico: categorie e leggi che proprio la grammatica descrive. Quel che qui si presenta come una supposizione a cui rimandano le risposte negative che abbiamo ricevuto, deve essere di seguito fondato in modo positivo e sottoposto a una più accurata disamina. [225]

260

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

GRUNDSÄTZE DER GRAMMATIK. §. 83. Wir gehen jetzt an die eigentliche oder positive Lösung unserer Aufgabe, das Princip der Grammatik darzulegen und die allgemeinsten Punkte, die sich daran knüpfen, zu erörtern. Ohne schon in die Einzelheiten hinabzusteigen, kommt es vor allem darauf an, die Momente näher zu bestimmen, welche das Einzelne beherrschen und ihm seine Stellung und Bedeutung in dem Ganzen anweisen. Wenn uns das Princip der Grammatik ihren Ausgangspunkt, ihren Gegenstand, die Begrenzung ihres Gebietes gezeigt hat, so bedürfen wir noch gewisser Grundsätze über die Weise, wie die unter die Grammatik fallenden Gegenstände anzusehen sind. Wir werden also erstlich, um das Princip der Grammatik aufzuklären, das Wesen der Sprache an sich, ihre Entstehung und Entwicklung, wie ihre Beziehung zum geistigen Leben zu betrachten haben. Hierzu fügen wir dann die Erörterung einiger Begriffe, deren Wichtigkeit wir schon bei unserer Kritik kennen gelernt haben und deren unklare Auffassung so viel Verwirrung angerichtet hat, wie: Inneres und Aeußeres, Stoff und Form, und endlich Copula, welcher Begriff schon in allen Einzelheiten der Grammatik lebendig wirksam ist. Diese Betrachtungen beschränken sich auf Sprache und Sprachmaterial überhaupt ohne Rücksicht auf die einzelnen Sprachen. In Bezug auf diese entsteht nun die Frage, wie sie sich zu einander, zum ganzen Sprachwesen des menschlichen Geschlechts verhalten, und endlich was von einer allgemeinen Grammatik zu halten sei. [226]

A. Allgemeines Wesen der Sprache und ihre Beziehung zum geistigen Leben. §. 84. Wie dürfte man hoffen, das Princip der Grammatik zu finden, ohne das Wesen der Sprache und ihre mannigfachen Beziehungen zu den geistigen Thätigkeiten, ihre Function in der geistigen Oekonomie, ihre Wirksamkeit für die Entwickelung des Geistes

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

261

PRINCIPI DELLA GRAMMATICA §. 83 Giungiamo ora alla soluzione propria o positiva del nostro compito, esporre il principio della grammatica ed esaminare gli aspetti più generali a ciò connessi. Senza addentrarsi subito nei particolari, si tratta prima di determinare più accuratamente gli aspetti costitutivi di ciò che è singolare e assegnargli una posizione e un significato nel tutto. Quando il principio della grammatica ci ha svelato la sua scaturigine, il suo oggetto e i suoi confini, abbiamo ancora bisogno di certi principi che ci indichino come concepire gli oggetti che rientrano nel dominio della grammatica. Per far chiarezza sul principio della grammatica, dobbiamo anzitutto prendere in considerazione l’essenza della lingua in sé, la sua nascita e il suo sviluppo, così come il suo rapporto con la vita spirituale. A ciò aggiungiamo poi l’esame di alcuni concetti, di cui abbiamo già conosciuto l’importanza nel corso della nostra critica e la cui concezione incerta ha ingenerato tanta confusione, ad esempio quelli di interno ed esterno, materia e forma e infine di copula, concetto già presente in tutti gli aspetti particolari della grammatica75. Queste considerazioni si restringono alla lingua e al materiale linguistico in generale senza prendere in considerazione le singole lingue. A proposito delle singole lingue si esamina soltanto come si comportino reciprocamente e rispetto all’essenza linguistica complessiva del genere umano e, infine, cosa si debba sostenere di una grammatica universale. [226]

A. Essenza universale della lingua e suo rapporto con la vita spirituale §. 84 Come si potrebbe sperare di trovare il principio della grammatica senza aver analizzato in modo esatto e indagato a fondo l’essenza della lingua e i suoi molteplici rapporti con le attività psichiche, la sua funzione nell’economia dello spi-

262

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

genau analysirt und gründlich erforscht zu haben? Diese Untersuchungen aber haben wir mit der Erforschung des Ursprungs der Sprache zu beginnen. Selbst ohne Hoffnung, diesen geheimnißvollen Punkt, wenigstens für jetzt, vollständig zu enthüllen, können wir uns doch der Aufgabe, ihm einige Blicke, einige Lichtstrahlen abzugewinnen, nicht entziehen. Denn es bleibt uns kein anderes Mittel, um alle in dem Leben der Sprache wirksam in einander greifenden Elemente aufzufinden, weder eins zu übersehen, noch eins hinzuzufügen, und ihren beziehungsweisen Werth für dieses Leben der Sprache richtig zu bestimmen, als die Sprache von ihrem Keime aus verfolgend durch die Entwicklungsstufen ihres Werdens hindurch zu begleiten. Nur wenn wir ihr Keimen, Hervorsprossen und weiteres Wachsen erkannt haben, können wir sicher sein, ihr ganzes Wesen erfaßt zu haben; denn so allein wird uns sichtbar, wo ihr Springpunkt liegt, welches Wesens er ist, und was alles allmählich zu ihm hinzutritt, was ihm als Nahrung dient bei seiner Ausdehnung von innen heraus, was er beim Bauen seines Organismus sich assimilirend verwendet, und was so endlich das Wesen der Sprache bei ihrer Reife in sich schließt. Eine Definition der Sprache verlangt man, trotz der häufig gemachten Bemerkung, daß gehaltreiche Dinge sich nicht einfach definiren lassen, daß ihre Definition entweder nicht ihr volles Wesen ausspricht, sondern abstract und leer bleibt, oder, indem man die Worte äußerlich an Menge und innerlich an Bedeutung anschwellen läßt, unverständlich wird. Könnte man die Sachen zu Anfang der Wissenschaft definiren, man brauchte der Wissenschaft nicht mehr; wer aber die Entwicklung der Wissenschaft durchgegangen ist, bedarf der Definition nicht. Nominaldefinitionen, welche die Deutlichkeit und Klarheit fördern, sind oben gegeben. [227] Noch eine andere Betrachtung kann ebenfalls die Ungehörigkeit einer Definition der Sprache erweisen. Eine Definition kann, wie ein Gemälde, nur etwas Ruhendes oder nur einen Augenblick darstellen. Wie soll sie etwas bestimmen, das nicht bloß in sich mannigfaltig ist, sondern das sich auch durch mehrere Stufen hindurch entwickelt und auf jeder Stufe ein verschiedenes,

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

263

rito, la sua incidenza sullo sviluppo dello spirito? Noi, però, dobbiamo iniziare queste ricerche con l’indagine sull’origine della lingua. Senza la speranza, almeno per ora, di disvelare a pieno questo misterioso aspetto, non possiamo certo sottrarci al dovere di rivolgergli uno sguardo, di conseguire qualche chiarimento. Infatti, non ci rimane altro mezzo, per scoprire tutti gli elementi tra loro connessi operanti nella vita della lingua – senza trascurarne nessuno e senza alcuno aggiungerne – e per determinare in modo appropriato il loro valore relativo rispetto alla vita della lingua, che accompagnare la lingua seguendo i gradi di sviluppo del suo divenire, a partire dal suo embrione. Solo dopo averne conosciuto il germogliare, il sorgere e il successivo crescere, possiamo esser sicuri d’aver appreso la sua natura complessiva; giacché soltanto in questo modo possiamo discernere dove sia la sua scaturigine, di che tipo di essenza si tratti e cosa gradualmente vi si aggiunga, cosa ne costituisca il nutrimento nel processo di crescita dall’interno verso l’esterno, cosa utilizzi, assimilandolo, nella costituzione del suo organismo e cosa, infine, racchiuda in sé la natura della lingua, una volta conseguito lo stadio di maturazione. Si richiede una definizione della lingua nonostante l’osservazione fatta spesso che un oggetto in sé ricco di valore non si lascia definire facilmente, che la sua definizione o non esprime la sua piena essenza e rimane astratta e vuota, o risulta incomprensibile, lasciando che le parole siano amplificate, esternamente, in relazione alla quantità, e internamente, in rapporto al significato. Se le cose si potessero definire all’inizio della scienza, non si avrebbe più bisogno della scienza; chi però ha percorso lo sviluppo della scienza, non ha bisogno della definizione. Definizioni nominali, che giovino alla chiarezza e perspicuità, sono date sopra. [227] Ancora un’altra considerazione può tuttavia mostrare l’inopportunità di una definizione della lingua. Una definizione, come un quadro, può rappresentare soltanto qualcosa di statico e solo un istante di un processo. Come potrebbe determinare qualcosa che, non solo è in sé molteplice, ma che si sviluppa anche attraverso differenti gradi e, a ogni stadio, mostra un’essenza diversa, più ricca, più

264

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

reicheres, gebildeteres Wesen zeigt und in andere Verhältnisse nach innen und außen tritt? Und so verhält es sich mit der Sprache. Wenn man fragt, wie sie ist, so lautet die richtige Antwort: sie ist, was sie wird; d. h. ihre Definition liegt in ihrer Entwickelung. 1. ENTSTEHUNG UND ENTWICKLUNG DER SPRACHE. Es ist bei jeder Untersuchung von größter Wichtigkeit, klar darüber zu sein, was man sucht. Ueber falsch gestellte, unklar gedachte Fragen kann man Jahrhunderte streiten, ohne daß man sich der Sache in Wahrheit nähert; man geht vorwärts, aber ins Blaue. Die richtige Stellung der Frage schließt oft die Lösung gewissermaßen schon in sich, und ist in jedem Falle der erste Schritt zu ihr, und wär’ es auch nur, daß sie durch sich selbst lehrte: nur die Frage gebührt dem Menschen; es gehört ihm nicht die Antwort. Gehen wir also an die Untersuchung des Ursprungs der Sprache nicht ohne vorher gesehen zu haben, welche Forderung diese Frage in sich schließt, welche Bedeutung sie nur haben kann. §. 85. Stellung der Aufgabe. Man macht einen Unterschied zwischen der Anfertigung eines Dinges und der Erfindung desselben, und nur letztere scheint das eigentlich Große und Bemerkenswerthe. Die erste Räder-Uhr, die erste Dampfmaschine, die man construirt hat, zieht die Neugier an, nicht die Hunderttausende, die man darauf aller Orten gebaut hat, die wie die Schatten jener ersten erscheinen. Erfinden ist das Schwere, Nachahmen und Lernen geht von selbst. Wie die Erfindung gemacht worden ist, wie die Sache angefangen hat, wie man auf den Einfall gekommen ist, wie man den glücklichen Einfall verfolgt hat: das möchte man wissen. Gerade so hat man – bis heute, kann man sagen – von einer Erfindung der Sprache durch die Urmenschen geredet. Erfindung will man es nun freilich nicht mehr nennen; [228] man nennt es Schöpfung. Das Erlernen der Sprache durch die Kinder sah man wie neue Anfertigungen desselben schon erfundenen Dinges an. Die erste Schöpfung der Sprache kennen zu lernen, darauf gingen die Untersuchungen über den Ursprung der Sprache. Wie Adam und Eva im Paradiese mit einander gekost haben, das hätte man gar zu gern wissen

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

265

composita ed entra in differenti rapporti sia in relazione alla sfera interna sia a quella esterna? Proprio questo accade con la lingua. Quando si chiede com’è, la risposta giusta suona così: è come diviene, è a dire la sua definizione sta nel suo sviluppo. 1. GENESI E SVILUPPO DELLA LINGUA In ogni ricerca è di grande importanza far chiarezza su ciò che si cerca. Su domande mal poste, pensate confusamente, si può disputare per secoli, senza avvicinarsi davvero alla cosa, si avanza, ma nel buio. Una domanda posta correttamente racchiude in certa misura già in sé la soluzione e, in ogni caso, è il primo passo verso essa; si tratti pure soltanto del fatto che di per sé è istruttiva: solo la domanda, infatti, spetta all’uomo, la risposta non gli appartiene. Volgiamo dunque alla ricerca dell’origine del linguaggio, non senza aver prima visto quale esigenza questa domanda racchiuda in sé, quale significato essa possa davvero avere. §. 85. Inquadramento del compito Si stabilisce una differenza tra la produzione di qualcosa e la sua invenzione e solo quest’ultima appare davvero grande e importante. L’orologio meccanico e la macchina a vapore costruiti per primi sollecitano la curiosità, a differenza di tutti quelli successivi prodotti in ogni dove, i quali sembrano quasi ombre dei primi. Inventare è il difficile, copiare e imparare va da sé. Si aspira a conoscere come è stata portata a compimento l’invenzione, come la cosa ha avuto inizio, come si è pervenuti all’idea, cosa ha fatto seguito all’idea propizia. Proprio in questo senso si è discusso fino ai nostri giorni, si può dire, dell’invenzione della lingua da parte dell’uomo primitivo, sebbene non la si intenda più chiamare invenzione, ma [228] creazione. L’acquisizione della lingua da parte dei bambini è stata concepita come una riproduzione avvenuta in seguito alla sua invenzione. Le ricerche sull’origine della lingua hanno aspirato a scoprirne la prima creazione. Si sarebbe voluto conoscere come Adamo ed Eva in paradiso abbiano

266

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

mögen. Was man aber nicht wußte und gern wissen möchte, das träumte man. Es werde zugestanden, daß die Erfindung der Dampfmaschine wichtiger ist, als ihre heutige Vervielfältigung; und die Geschichte der Anfertigung der ersten Maschine mag anziehender sein, als die Beschreibung des Verfahrens, welches man heute beim Baue derselben anwendet. Nichtsdestoweniger giebt es doch etwas Wichtigeres und Anziehenderes sowohl als dieses, wie als jenes, nämlich die Naturgesetze zu erforschen, welche sowohl bei der ersten, als bei jeder heute gebauten Maschine die bezweckte Wirkung hervorbringen. Denn während uns die Erzählung der Erfindung und allmählichen Verbesserung eines Dinges doch nur Zeitliches und mehr oder weniger Zufälliges bietet: so lehren uns jene Gesetze das diesem Zeitlichen zu Grunde liegende Ewige. Und so schließen wir auch für die Sprache, daß es wichtiger und anziehender ist, die Gesetze zu erforschen, nach denen sie sowohl ursprünglich geschaffen wurde, als auch heute noch geschaffen wird, und daß weniger daran liegt, die Besonderheiten zu kennen, unter denen die erste Schöpfung und jede folgende von Statten gegangen sein mag. So gestaltet sich also die Frage nach dem Ursprunge der Sprache schon ganz anders, selbst wenn wir die rohe Anschauungsweise gelten lassen, welche die Sprache als ein Ding ansieht, und welche der obigen Analogie zu Grunde liegt. Und sie zunächst noch nicht abändernd, fahren wir fort, indem wir darauf hinweisen, daß es doch nicht gleichgültig ist, in welchem Zeitalter diese Erfindung gemacht ist. Jede Erfindung setzt die Anlage dazu im Geiste der Menschheit voraus, nicht bloß eine angeborne Fähigkeit, sondern eine gewisse vorläufige Bildung und Bekanntschaft mit andern Erfindungen. Ohne diese Vorbereitung des erfinderischen Geistes würden ihm die günstigsten Zufälle ungenutzt vorübergehen. Gewisse Erfindungen sind unmöglich, wenn nicht schon gewisse andere gemacht sind, oder wenn nicht gewisse Ansichten, Erkenntnisse und Bestrebungen vorhanden sind; sie werden überflüssig gemacht durch spätere, [229] die aber unmöglich gewesen wären, wären ihnen nicht jene vorangegangen. Es lassen sich also Zustände der Zeiten begreifen, in denen eine Erfindung fast nothwendig, leicht, natürlich erscheint; denn selbst das Zufällige, das allemal noch hinzukommen mußte, konnte derartig

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

267

fatto esperienza l’uno dell’altro. Quel che non si seppe e che si sarebbe voluto sapere, lo si sognava. Concederemo che l’invenzione della macchina a vapore è più importante dell’ennesima riproduzione che se ne fa oggi e la storia della produzione della prima macchina può essere più interessante della descrizione del processo utilizzato oggi per la sua costruzione. Ciò nondimeno, vi è certo qualcosa di più importante e interessante sia di questo sia di quello, è a dire la ricerca delle leggi naturali che hanno dato luogo all’effetto desiderato sia nella prima macchina sia in ogni altra oggi prodotta. Poiché, mentre il racconto dell’invenzione e del progressivo perfezionamento di una cosa ci offre soltanto una connotazione temporale e più o meno casuale, quelle leggi ci insegnano l’eterno che sta a fondamento di questa essenza temporale. Ne deriviamo che, anche a proposito della lingua, è più importante e interessante ricercare le leggi secondo cui essa fu forgiata originariamente, e secondo cui lo è ancora oggi, e meno rilevante è conoscere i particolari della prima creazione e di quelle seguenti. Già così la questione dell’origine della lingua è posta in modo ben diverso, anche se manteniamo il grossolano punto di vista secondo cui la lingua è concepita come una cosa, punto di vista che sta a fondamento della suddetta analogia. E, senza ancora modificare questo punto vista, proseguiamo rimandando al fatto che non è nemmeno indifferente l’epoca in cui avviene l’invenzione. Ogni invenzione presuppone la disposizione a essa nello spirito dell’umanità: non solo una capacità innata, ma anche una certa cultura del tempo e la familiarità con altre invenzioni. Senza questo presupposto allo spirito inventivo sfuggirebbero le circostanze più favorevoli. Certe invenzioni sono impossibili se certe altre non hanno già avuto luogo, o se certe prospettive, conoscenze e sforzi non sono presenti; esse, poi, sono rese superflue da invenzioni successive, [229] che tuttavia sarebbero state impossibili se queste non le avessero precedute. È dunque possibile cogliere le condizioni delle epoche sotto le quali un’invenzione appare quasi con necessità, facilmente, spontaneamente; l’elemento casuale stesso, che sarebbe ancora dovuto sopraggiungere perché l’invenzione avesse luogo, doveva essere tale che una

268

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

sein, daß es, wie es auch fiel – und fallen mußte doch der Zufall nothwendig – die Erfindung oder Entdeckung fördern mußte*). Lehrreicher nun als zu wissen, nach welchen mancherlei Irrgängen und nach wie vielen mißglückten Versuchen eine Erfindung gelang, in welcher Ordnung die Stücke einzeln erfunden wurden, welches zuerst und welches zuletzt, und wie sie zusammengefügt wurden – lehrreicher, sage ich, als dies ist es, jene Zustände zu erforschen, welche eben sowohl das vielfache Mißlingen, als das endliche Gelingen bewirkten, sowohl die Hindernisse als auch die Mittel, diese zu überwinden, darboten. Wirklich begriffen ist die Geschichte der Erfindung auch nur dann, wenn man diese geistigen Zustände begreift und daraus die Erfindung und ihren Gang gewissermaßen ableiten kann. Indem man dies thut, enthebt man sich ebenfalls über die Zeitlichkeit und das Zufällige in das Reich des Nothwendigen und allwaltender Gesetze. Wie man gar zu gern die Ursache leibhaftig kennen gelernt hätte, so suchte man auch die Erfindung der Sprache in Zusammenhang zu bringen mit dem gesammten materiellen und intellectuellen Zustande der Urmenschen. Dieser Zustand war aber ebenfalls unbekannt. Er muß hypothetisch erschlossen werden und zumeist aus dem Wesen der Sprache selbst; aus dem Erzeugnisse muß die erzeugende Kraft gefolgert werden. Nun war aber das Wesen dieses Erzeugnisses, der Sprache, verkannt; wie sollte also sein Ursprung richtig erschlossen werden! Hier stoßen wir auf eine Kreisbewegung. Das wahre Wesen der Sprache muß wohl unbekannt bleiben, wenn ihr Ursprung nicht aufgehellt werden kann, und der Ursprung läßt sich nur ergründen bei der tiefen Erkenntniß des Wesens. [230] Wie ist denn nun dennoch der Fortschritt gemacht worden? Denn er ist wirklich schon gemacht, von Humboldt gemacht, und wie? Man ist aus dem Kreise ganz und gar herausgetreten. Den Zusammenhang zwischen Wesen und Ursprung der Sprache konnte man nicht aufheben; mit zwei unbekannten Größen mag * Wir reden hier nicht den weisen Herren das Wort, die alle Erfindungen, wenn sie gemacht sind, sehr einfach finden und mit ihrem Neide und ihrer Verkleinerungssucht große Männer, bedeutende Verdienste am wenigsten schonen. Ihnen erzähle man das Anekdötchen von den auf die Spitze zu stellenden Eiern. Was wir im Obigen wollen, das ist, um es kurz auszudrücken: dem Allgemeinen die Ehre, ohne die Person zu beeinträchtigen, die eben das Allgemeine darstellt.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

269

volta presentatosi – e l’elemento casuale doveva presentarsi di necessità – favorisse l’invenzione e la scoperta* 76. Più istruttivo di sapere secondo quali errori e secondo quali tentativi sfortunati sia riuscita un’invenzione, in che ordine siano state scoperte le parti, quale prima e quale dopo, e come siano state associate – più istruttivo di questo, dico, è ricercare quelle condizioni che causarono tanto i numerosi fallimenti quanto il successo finale, che cagionarono tanto gli impedimenti quanto i mezzi per venirne a capo. La storia dell’invenzione è realmente compresa solo quando si conoscono queste condizioni spirituali e da ciò in certa misura si riesce a derivare l’invenzione stessa e il suo corso. Facendo ciò, ci s’innalza altresì al di sopra della temporalità e della casualità, per far ingresso nel regno della necessità e delle leggi eternamente valide. Se si volesse conoscere la vera e propria lingua originaria77, bisognerebbe cercare di mettere in rapporto l’invenzione della lingua con il complesso delle condizioni materiali e psichiche degli uomini primitivi. Questa condizione, nondimeno, rimase ignota. In generale dovrebbe essere ipotizzata a partire dalla natura stessa della lingua: dal prodotto deve essere appresa la forza produttiva. Ma l’essenza di questi prodotti, della lingua, era oscura; come si sarebbe potuto dunque accedere alla sua origine? Ci imbattiamo qui in un movimento circolare. La vera natura della lingua deve ben rimanere ignota se la sua origine non può essere chiarita e l’origine si lascia sondare solo per mezzo della più profonda penetrazione della natura. [230] In che modo è stato allora compiuto un progresso? Poiché un progresso è stato compiuto veramente, è stato compiuto da Humboldt, e come? Si è usciti completamente dal circolo. La connessione tra natura e origine della lingua non si poteva cancellare: con due grandezze sconosciute si * Non ci esprimiamo in favore di quei savi che trovano tutte le invenzioni, se sono già state fatte, molto semplici e con la loro invidia e il loro tentativo di denigrare uomini grandi non hanno quasi per nulla riguardo degli importanti servigi resi da quelli. Gli si racconti l’aneddoto delle uova poste sulla cima di un cuneo. Ciò che intendiamo, brevemente, è questo: conferire l’onore all’universale senza nuocere alla persona che rappresenta, appunto, l’universale.

270

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

man rechnen, wie man will, man gelangt zu keiner bekannten. Von einem dritten Punkte her aber traf beide zugleich ein tief eindringender Lichtstrahl. Der ganze menschliche Geist, die Intellectualität und das Gefühl, nahm in Kants Epoche – die wir nach dem größten Namen so benennen, zu der wir aber Lessing, Herder, Göthe und Schiller, den Philologen Wolf und so viele Naturforscher rechnen – einen höhern Aufschwung. Das Gefühl und Bewußtsein der menschlichen Würde erlangte eine früher ungekannte Anspannung*, und damit war die höhere Würdigung des menschlichen Erzeugnisses, der Sprache, schon gegeben. Die höhere Würdigung war schon ein Anfang der bessern Erkenntniß. Die Kantianer jedoch waren zu formal logisch, trocken und schlechte Psychologen. Man hatte vor der Sprache immer noch nicht recht gestaunt: darum hatte man sie noch nicht begriffen. Dem Kantischen Geiste und Zeitalter mußte eine Zeit folgen, der Männer wie Böckh, Grimm und Bopp und Genossen, und Naturforscher wie der Geograph Ritter ihren geistigen Hauch verliehen, damit, von solchem Geiste unterstützt, ein Mann wie Wilhelm von Humboldt uns lehrte, ein Wunderwerk anzustaunen, bei dessen Schöpfung die ganze Menschheit, der ganze Mensch nach seinem allseitigen mikrokosmischen Wesen, Natur, Instinct, Geist, wirksam ist – ein Wunderwerk, aus dem wir den Urzustand des Menschengeschlechts, seine vorgeschichtlichen Schicksale kennen lernen und das Schicksal der Völker, wie es in ihrem eigenen Geiste vorgezeichnet und bestimmt ist, zu deuten unternehmen dürfen – ein Wunderwerk endlich, das immer vollendet ist und sich ewig neu gebiert; das auf der Individualität des Geistes beruhend, seine Schöpfung und sein getreuester Spiegel, doch über allen individuellen Geist hinausweist auf eine Einheit und Allgemeinheit des Geistes. Das hat uns Humboldt gelehrt; es ist sehr viel, und er hat auch nur wenig mehr gelehrt. Genau genommen ist doch die [231] Sprache noch eine verschleierte Göttinn; die Blicke, die Humboldt durch den Schleier hat dringen lassen, sind nicht klar genug

* Wir reden oben nur von Deutschland, und es ist durchaus nicht unsere Ansicht, wenn man das Gesagte auch auf Frankreich ausdehnen wollte.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

271

può calcolare quanto si vuole, non si giunge a nulla di conosciuto; da un terzo punto di vista, però, entrambe traggono contemporaneamente un raggio rischiarante. L’intero spirito dell’umanità, tanto l’intellettualità quanto il sentimento, compì nell’epoca di Kant – epoca che definiamo così per la personalità più importante da cui prese il nome, ma a cui ascriviamo anche Lessing, Herder, Goethe e Schiller, il filologo Wolf e molti altri naturalisti – un importante balzo in avanti. Il sentimento e la coscienza della dignità umana pervennero a una tensione prima ignota* 78 e con ciò era già data una più alta considerazione della produzione umana, della lingua. Una più alta considerazione della lingua era già il principio di una conoscenza migliore. I kantiani, tuttavia, erano scialbi e cattivi psicologi, psicologi logici in senso troppo formale. Non si era ancora provata meraviglia di fronte alla lingua, per questo non la si era ancora compresa. Allo spirito e all’epoca kantiana doveva seguire una nuova epoca, a cui conferirono il loro soffio spirituale uomini come Böckh, Grimm, Bopp e sodali, oltre a naturalisti come il geografo Ritter, e così, sostenuto da questo spirito, un uomo come Wilhelm von Humboldt ci insegnò a osservare con meraviglia un’opera straordinaria, alla cui creazione prende parte l’umanità intera, l’uomo intero con la sfaccettata essenza del suo microcosmo, la sua natura, il suo istinto, il suo spirito; – un’opera straordinaria, da cui impariamo la condizione originaria del genere umano, il suo destino preistorico e da cui possiamo cominciare a interpretare il destino dei popoli, così com’è tracciato e configurato nel loro spirito; – un’opera straordinaria, infine, che è sempre compiuta e sempre si rigenera nuovamente, un’opera che, poggiando sull’individualità dello spirito, diffonde la sua creazione e il suo riflesso più intimo oltre ogni spirito individuale, sull’unità e l’universalità dello spirito stesso. Questo ci ha insegnato Humboldt! è molto ed egli non ha insegnato molto più di questo. Considerata adeguatamente la lingua è [231] ancora una dea velata, gli sguardi che Humboldt ha lasciato cadere attraverso il velo non sono sufficien* Parliamo soltanto della Germania e non condividiamo per nulla l’opinione di chi volle estendere quanto vien detto anche alla Francia.

272

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

und haben auf seine Mit- und Nachwelt wenig Einfluß gewonnen. Wir haben gesehen, wie uns eine über ganz Deutschland verbreitete Richtung der Sprachwissenschaft, eine mechanische Mengung von naturphilosophischen Phrasen und abstract- logischen Kategorien, als eine den Manen Humboldts gewidmete Sprachlehre dargeboten wird; sie soll mit seinen Ideen übereinstimmend gebildet sein, sie, die in jeder Einzelheit, wie nach ihrem allgemeinen Geiste Humboldt widerspricht. Mit den Sprachhistorikern aber rechten wir nicht. Sie haben ihn nie anders als dem Namen nach gekannt, und da wir anfangen, es ernstlich mit Humboldt zu nehmen, mit seiner Verehrung und seinen Ideen: so wird er ihnen auch schon lästig. Indem man noch aus Gewohnheit oder Heuchelei die Phrase im Munde hat, ,,daß man ihn nie genug rühmen könne: beklagt man sich doch, daß er wie eine Gottheit verehrt werde, uns als ein Buddha gelte – er, der doch nicht einmal habe geläufig sanskritisch conjugiren können! O, ihr ewigen Sextaner! Wir haben hier nicht die Aufgabe, alle die so eben angedeuteten Punkte über das wundervolle Wesen der Sprache darzulegen und zu erläutern, ihre Bezüge zu entwickeln zur Metaphysik, zur Ethik, zu allen höchsten Ideen, zu allem was uns lieb und heilig ist. Wir beschränken uns hier auf das, was unser nächster Zweck erfordert, die trockne Entwicklung des Ursprungs der Sprache, und wollen froh sein, wenn es uns gelingt, hier einiges Licht zu gewinnen. Wir lassen mit Humboldt die zeitliche Thatsache der Schöpfung der ersten Menschen, wie der ersten Sprache, als unerforschlich bei Seite. Wie der Naturforscher die Frage, wie die Thierarten und der Mensch entstanden seien, gar nicht aufwirft, als eine Frage, die außer dem Bereiche menschlicher Wissenschaft liegt, so fragt auch der Sprachforscher nicht, wie die Sprache als einmalige Begebenheit geschaffen worden sei. Nur die Schöpfung, wie sie als das ewige Leben der Natur sich auch heute noch offenbart und zu allen Zeiten offenbart hat, gehört der Erforschung der Wissenschaft: und eben so bedeutet auch der Sprachwissenschaft der Ursprung der Sprache bloß, wie sie sich im Munde des Säuglings und im Munde des Redenden im Augenblicke des Sprechens erzeugt. [232] Bei dieser gleichen Beschränkung des Sprach-, wie des Naturforschers aber scheint uns doch der Sprachforscher

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

273

temente chiari e hanno esercitato poca influenza nel mondo a lui contemporaneo e in quello successivo. Abbiamo visto come un indirizzo della scienza della lingua diffusosi nell’intera Germania, un insieme meccanico di proposizioni di filosofia naturale e di categorie logico-astratte, ci è stata offerta come una teoria linguistica ispirata a Humboldt79; così dovrebbe essere in accordo con le idee di Humboldt proprio esso, che in ogni singola parte, come nello spirito generale, lo contraddice. Non intendiamo tuttavia disputare con gli storici della lingua. Di Humboldt non hanno conosciuto che il nome, e poiché noi iniziamo a prendere Humboldt sul serio, a coltivarlo e a studiarne le idee, per questo semplice fatto, gli diverrà sgradito80. Chi ancora, per abitudine o ipocrisia, si compiace di dire «che Humboldt non potrà mai essere abbastanza onorato», si lamenti poi che venga onorato come una divinità e sia considerato un Buddha – egli, che non avrebbe mai saputo coniugare correntemente il sanscrito! Oh eterno studentello81! Qui non abbiamo il compito di esporre e chiarire tutti i punti su accennati sulla meravigliosa essenza della lingua, di sviluppare i suoi rimandi alla metafisica, all’etica e a tutte le idee più alte, a tutto ciò che amiamo e veneriamo. Qui ci restringiamo a ciò che è richiesto dal nostro fine, alla genesi della lingua, e saremo lieti se ci riesce d’attingere un po’ di luce. Lasciamo con Humboldt da parte, come non indagabile, la questione temporale della creazione del primo uomo e della prima lingua. Come il naturalista non domanda come sono sorti l’uomo e le specie naturali, reputandola una questione che travalica il dominio della scienza umana, anche il linguista non domanda come è stata forgiata la lingua in quanto evento originario82. La ricerca scientifica deve indagare soltanto come la creazione, quale vita eterna della natura, si manifesta ancora oggi e s’è manifestata in tutte le epoche e, allo stesso modo, la scienza della lingua interpreta l’origine della lingua come si produce nella bocca del poppante e in quella di chi parla nell’istante del parlare. [232] A proposito di questa delimitazione equivalente dello studioso di linguistica e dello scienziato, ci pare però che

274

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

glücklicher gestellt, als der andere; und dies beruht darauf, daß die ursprüngliche Sprachschöpfung von der ewig wiederholten nicht wesentlich abwelchen konnte, und daß wir den Zustand der menschlichen Seele, in welchem die Sprache entstand, heute noch wie immer theils beobachten, theils erschließen können. Die Spracherzeugung ist niemals eine Geburt ex oro und war ursprünglich keine generatio aequivoca oder wie man sonst die erste Schöpfung einer Thierart nennen will. Die Sprache entspringt immer in gleicher Weise der Seele des Menschen, und dieser Quellpunkt ist ewig derselbe. Die Sprache ist eine Emanation, eine Entwickeluug der Seele, die mit natürlicher, organischer Nothwendigkeit dann eintritt, wenn die Seelenbildung an einen gewissen Punkt gelangt; und die Seele und ihre Entwickelung ist beute und immer dieselbe. Wie jedes Embryo in einer bestimmten Epoche seiner Entwickelung dieses oder jenes Organ bildet, so bildet die Seele auf einem gewissen Punkte nothwendig Sprache, heute, wie in der Urzeit. Den Ursprung der Sprache erforschen heißt also, die Seelenbildung verfolgen, den seelischen Zustand kennen lernen, der unmittelbar der Spracherzeugung vorangeht, und begreifen, was die Seele durch die Sprachschöpfung gewinnt. Der Unterschied zwischen der Urschöpfung und der täglich wiederholten existirt also rücksichtlich der Sprache gar nicht. Und warum nicht? Betrachten wir den ausgesprochenen Satz näher, so entspringt daraus eine Folge, die vielmehr dessen Ursache ist. Wenn nämlich die Einsicht in den Ursprung der Sprache darauf beruht, daß man einen Seelenzustand begreift, der durch die in ihm wirkenden Elemente gedrängt wird, sich im Laute zu äußern, in Lauten auszubrechen, und daß man ferner erkennt, was die Seele durch solchen sprachlichen Ausbruch gewinnt: so heisst das eben das ganze Wesen der Sprache erkennen, und die Folge also ist die: daß Wesen und Ursprung der Sprache identisch sind; ihr Wesen liegt in ihrem Ursprunge, und ihr Entspringen ist ihr Sein und Wesen. Die Sprache ist nichts als ihre Entstehung, nichts als ewig sich neu erzeugende Thätigkeit, ein Werden, das zu keinem Dasein erstarrt.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

275

il linguista sia in posizione più propizia dell’altro: ciò perché la creazione linguistica originaria non può deviare in modo sostanziale da ciò che si è eternamente ripetuto e perché noi, oggi come sempre, in parte possiamo osservare, in parte dedurre, la condizione dello spirito umano in cui sorge la lingua. La produzione linguistica non è mai una nascita ex ovo e originariamente non si trattò di generatio aequivoca, o come altrimenti si vuol chiamare la prima creazione di una specie animale83. La lingua nasce dall’anima dell’uomo sempre nello stesso modo e questa scaturigine rimane uguale in eterno. La lingua è un’emanazione, uno sviluppo dell’anima, la quale compare con necessità naturale e organica quando la formazione dell’anima è pervenuta a un punto preciso; e l’anima e il suo sviluppo, oggi, come sempre, sono uguali. Come un embrione, in un determinato momento del suo sviluppo, dà vita a questo o a quell’organo, così lo spirito, giunto a un certo grado di sviluppo, produce con necessità la lingua, oggi come nei tempi preistorici. Indagare l’origine della lingua significa pertanto seguire lo sviluppo dell’anima, conoscere lo stato dell’anima che precede immediatamente la produzione della lingua e comprendere ciò che l’anima consegue attraverso la creazione della lingua. La differenza tra la creazione originaria e quella quotidianamente ripetuta, in rapporto alla lingua, non esiste punto. E perché no? Prendiamo in considerazione più da vicino quest’ultima frase, da essa deriva una conseguenza che in verità ne costituisce la causa. Se infatti la prospettiva sull’origine della lingua poggia sul fatto che si individua uno stato dell’anima che, in ragione degli elementi in esso operanti, è sospinto a estrinsecarsi, a prorompere in suoni, e anche sul fatto che si conosce ciò che lo spirito guadagna per mezzo di questo erompere linguistico; se così è, questa prospettiva sull’origine non implica altro che la conoscenza dell’intera essenza della lingua e la conseguenza è dunque questa: l’essenza e l’origine della lingua sono identiche, la sua essenza risiede nella sua origine e la sua nascita è il suo essere e la sua essenza. La lingua non è nient’altro che la sua nascita, nient’altro che attività eternamente autoproducentesi, un divenire che non si irrigidisce in nessuna esistenza.

276

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Und diese Folge ist vielmehr die Ursache davon, daß die erste Schöpfung der Sprache und ihre heutige und ihre ewige [233] Neugeburt immer dieselbe ist. Denn ist das Wesen die Entstehung selbst, so kann sich die Entstehungsweise so wenig ändern, wie das Wesen selbst sich ändern darf; entstünde sie anders, so wäre auch das Wesen verändert, wir hätten nicht mehr die Sprache, sondern ein anderes Seelenerzeugniß. Ist unsere Sprache (im allgemeinen Sinne) dieselbe, wie die der Urmenschen, dasselbe Wesen, dieselbe Kraft und Thätigkeit, so ist auch ihre Entstehung in der Urzeit keine andere als die heutige. Man sieht nun wohl, wie roh die Ansicht war, wonach man die Erfindung der Sprache wie die einer Maschine betrachtete, und das Sprechenlernen von heute wie eine neue Anfertigung einer schon gemachten Erfindung. Gehen wir aber auf diese Analogie ein, so bemerken wir, daß der Sprachforscher glücklicher gestellt ist, als wer die Geschichte einer sonstigen Erfindung erkundet, insofern die Gesetze, die heute noch beim Erlernen der Sprache sich in jedem Kinde wirksam zeigen, auch die treibenden Kräfte bei der Erfindung waren. Denn eine Erfindung, die von den Naturkräften selbst gemacht worden ist, bei der der Mensch nicht freiwillig und bewußt handelte, zu der er durch den geistigen Instinct getrieben ward, kann auch bei der wiederholten Anfertigung immer nur wieder durch dieselben instinctiven Kräfte hervorgebracht werden; und kennen wir letztere, so kennen wir auch die erste Erfindung. Darum aber nennen wir eben die Sprache nicht eine Erfindung, sondern eine Erzeugung. Hierin liegt aber noch etwas ausgedrückt. Wir haben oben nicht bloß die Erfindung einer Maschine von ihrer Anfertigung geschieden, sondern noch ein Drittes hinzugefügt, dessen Kenntniß wesentlicher, als die Geschichte jener und die Beschreibung dieser ist: die Gesetze der Natur, welche in der Maschine wirksam sind. Auch diese Scheidung schwindet bei der Untersuchung über den Ursprung der Sprache. Denn hier werden nicht mannigfache Materialien, die sich ursprünglich einander fremd und gleichgültig sind, nach einer bestimmten Absicht des Menschen zu einem Zwecke, der die Materialien nichts angeht, zusammengefügt, wie dies bei der Dampfmaschine geschieht; sondern in der Sprache wirken Ursachen blind nach inwohnender Nothwendigkeit, sind aber von

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

277

E questa conseguenza è, tanto più, la causa del fatto che la prima creazione della lingua e la sua attuale ed eterna [233] riproduzione è sempre uguale. Se poi l’essenza è l’origine stessa, allora il modo in cui la lingua nasce non può cambiare come non può cambiare la sua essenza. Se nascesse diversamente, ne sarebbe mutata anche l’essenza e non avremmo più la lingua, ma un altro prodotto spirituale. La nostra lingua (in senso generale) è sempre uguale a quella dell’uomo primitivo, la stessa essenza, la stessa forza e attività, dunque anche la sua genesi in tempi preistorici non fu diversa da quella attuale. Si vede bene ora quanto fosse grossolana la prospettiva per cui s’è paragonata l’invenzione della lingua a quella di una macchina, e l’acquisizione della lingua alla riproduzione di un’invenzione già compiuta. Se ci inoltriamo in questa analogia, notiamo che il linguista guadagna una posizione più propizia rispetto a colui che esplora la storia di un’altra invenzione, poiché le leggi che si mostrano attive ancora oggi in quel bambino che apprende la lingua, erano le stesse forze portanti quando la si inventò. E ciò perché un’invenzione che è stata compiuta dalle medesime forze naturali, un’invenzione in cui l’uomo non agì liberamente e arbitrariamente, ma sospinto dall’istinto spirituale, deve anche essere compiuta in ogni nuova produzione per mezzo delle stesse forze istintive; e se conosciamo queste ultime, conosciamo anche la prima invenzione. Per questo definiamo allora la lingua non un’invenzione, ma una produzione. In questo termine vi è espresso ancora qualcos’altro. Su non abbiamo solo separato l’invenzione di una macchina dalla sua produzione, ma abbiamo aggiunto un terzo elemento, la cui conoscenza è più essenziale della storia dell’invenzione e della descrizione della produzione: le leggi della natura che sono attive nella macchina. Anche questa distinzione scompare nella ricerca sull’origine della lingua. Giacché, in questo caso, non sono assemblati materiali diversi, eterogenei e generici, in vista di uno scopo concepito dall’uomo, uno scopo che non è di pertinenza dei materiali stessi, come accade nel caso della macchina a vapore. Nella lingua piuttosto operano ineluttabilmente cause che rispondono a una necessità interna, le quali sono riunite verso un

278

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

der Natur selbst zu einem Zwecke vereint; in der Sprache sind die Gesetze selbst zugleich auch die ausführenden Mächte. Das heißt aber eben, die Erfindung ist von der Natur selbst gemacht, [234] oder es ist eine natürliche Schöpfung, eine Zeugung und Geburt. Indem also der Sprachforscher bloß die Gesetze, die wirksamen Ursachen erforscht, lernt er zugleich die Weise der Anfertigung und die Geschichte der Erfindung der Sprachmaschine kennen; oder vielmehr alle diese Unterschiede sehwinden, weil die Sprache keine erfundene Maschine, sondern ein natürliches Organ ist, d. h. ein seelisches Organ. Unsere Erforschung des Ursprungs der Sprache bewegt sich also nicht um den zeitlichen, zufälligen, sondern um den ewigen, unwandelbaren Ursprung in der Seele des Menschen überhaupt oder um die Gesetze des Seelenlebens, nach denen Sprache entsteht, welche uns aber zugleich das wirkliche Entstehen derselben von heute sowohl, wie von der Urzeit enthüllen. Hiermit sind wir in die Psychologie versetzt. Glückliche Fortschritte in der Sprachwissenschaft setzen eine entwickelte Psychologie voraus. Umgekehrt freilich mag auch diese von jener Hülfe erwarten. Der Sprachforscher darf sich dadurch nicht abschrecken lassen, daß sein Gegenstand, weil derselbe dem ganzen menschlichen Wesen entsprossen ist, auch dessen allseitige Natur an sich trägt. Ist er dadurch genöthigt und berechtigt, von allen Seiten Hülfe in Anspruch zu nehmen, so ist er darum auch verpflichtet, sie nach allen Seiten hin zu leisten. Es wäre nun also der Punkt der geistigen Entwickelung zu suchen, wo die Sprache hervorbricht. Um diesen zu finden, müßten wir die ganze Leiter dieser Entwickelung von der untersten Stufe an verfolgen und darauf achten, auf welcher Stufe die Wirksamkeit und eine Leistung der Sprache sichtbar wird. Ihr Ursprung müßte zwischen den letzten Punkt, auf welchem sie noch ruht, und den ersten, auf welchem sich ihr Einfluß zeigt, in die Mitte fallen. Hierbei hätten wir uns aber davor zu hüten, die Wirksamkeit der Sprache da schon zu erkennen, wo sie noch nicht ist; da noch nicht, wo sie schon ist; und da immer noch, wo sie schon wieder ruht; und auch davor hat man sich in Acht zu nehmen, daß man ihr Wirkungen zuschreibt, die sie gar nicht haben kann. Um dieser Gefahr zu entgehen, ist eine längere psychologische Entwickelung nothwendig oder mindestens rathsam. Um

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

279

solo fine dalla natura stessa. Nella lingua le leggi sono contemporaneamente le stesse potenze realizzatrici. Ciò però significa che l’invenzione è compiuta [234] dalla natura stessa, ovvero che è una creazione naturale, una procreazione e un parto. Dal momento che il linguista ricerca semplicemente le leggi, le cause efficienti, egli conosce anche il procedimento della produzione e la storia dell’invenzione della macchina linguistica; o meglio, tutte queste differenze scompaiono, perché la lingua non è una macchina inventata, bensì un organo, è a dire un organo spirituale. La nostra ricerca sull’origine della lingua non muove dunque attorno all’origine temporale, casuale, ma a quella eterna, immutabile, che avviene nello spirito dell’uomo in generale, volge alle leggi della vita dell’anima secondo le quali sorge la lingua, leggi che ci disvelano contemporaneamente la sua nascita reale, tanto oggi quanto negli uomini preistorici. Con ciò ci troviamo nell’ambito della psicologia. Progressi vantaggiosi nella scienza della lingua presuppongono una psicologia sviluppata. Ma anche questa, inversamente, può aspettarsi aiuto dalla scienza della lingua. Il linguista non deve lasciarsi intimorire dal fatto che poiché il suo oggetto è germogliato dall’essenza integrale dell’uomo ne porti anche in sé la sfaccettata natura. Egli è obbligato e giustificato a pretendere aiuto da ogni parte, così ha anche il dovere di dare aiuto a ciascuna parte. Bisognerebbe dunque cercare il punto dello sviluppo spirituale in cui erompe la lingua. Per trovarlo dovremmo seguire l’intera scala dello sviluppo dagli stadi più bassi in su, e valutare a quale stadio diventa visibile l’attività e l’opera della lingua. La sua origine dovrebbe cadere nel mezzo tra l’ultimo stadio in cui ancora è sopita e il primo su cui esercita la sua influenza. Nel far ciò dovremmo guardarci dal riconoscere l’attività della lingua lì dove non vi è ancora, e dal non riconoscerla là dove è già presente, e ancora una volta dal riconoscerla lì dove di nuovo si trova inattiva. E bisogna anche guardarsi dall’ascriverle effetti che non può avere. Per sfuggire a questi rischi è necessario, o per lo meno consigliabile, prendere in considerazione un più lungo sviluppo psicologico. Per conoscere con maggiore certezza l’impresa

280

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

die Leistung der Sprache sicherer zu erkennen, die doch in das [235] ganze Räderwerk des geistigen Mechanismus angemessen eingreifen muß, haben wir überhaupt die Entwicklungsweise des Geistes, den in ihr waltenden Trieb, das in ihr liegende Streben genauer zu beobachten; wir müssen Analogien zu gewinnen suchen zwischen den einzelnen Fortschritten des Geistes durch Vergleichung derselben mit einander, um durch diese Analogien das zu unterstützen, was wir bei dem Auftreten und Wirken der Sprache zu entdecken meinen. So erkennen wir gewissermaßen einen Ausgangs- und einen Zielpunkt des geistigen Ganges und also eine Linie, in welcher auch der Quellpunkt der Sprache liegen muß. Ferner aber haben wir die untern Entwicklungsstufen der Seele nicht sowohl überhaupt und an sich darzulegen, als vielmehr nur zu zeigen, in wie fern in ihnen die Keime und Vorbereitungen zur Sprache liegen. Und so zerfällt diese Untersuchung über den Ursprung der Sprache von selbst in drei Theile; denn wir haben zuerst die Anlage zur Sprache in dem Zustande des Menschen, der ihr vorangeht, zweitens das Hervorbrechen der Sprache und drittens die weitere Entwickelung derselben zu betrachten. Der erste Theil umfaßt also das embryonische Leben der Sprache, der zweite ihre Geburt, der dritte ihr Wachsthum. a) Vorbildung und Anlage der Sprache im Menschen. Die Sprache zeigt sich darin als recht eigenthümliche Schöpfung des Menschen, daß sie weder bloß dem Geiste, noch bloß dem Körper angehört; sondern aus dem ganzen einheitlichen Wesen des Menschen entspringend, wie der Mensch selbst, Einheit von Körper und Geist ist und auf der Verbindung der menschlichen Seele mit dem Leibe beruht. Weil sie auf dieser Verbindung beruht, ist sie doppelseitig vorgebildet: in der Seele und im Körper, und besonders in den Punkten, wo der Leib sich in den Dienst der Seele begiebt, sich vergeistigt, und wo die Seele, aus sich heraustretend, in den Körper bewegend eingreift. Das Erste, das wahrhaft Thätige und Regierende, bleibt natürlich die Seele, und so beginnen wir mit ihrer Entwickelung.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

281

della lingua, che deve giocare un ruolo appropriato nell’ingranaggio [235] complessivo del meccanismo spirituale, dobbiamo osservare con maggiore esattezza il modo in cui lo spirito si sviluppa, cogliere l’impulso in esso dominante, la tendenza in esso attiva. Dobbiamo cercare di giungere a delle analogie tra i singoli progressi dello spirito attraverso il loro reciproco confronto, per supportare, con queste analogie, quel che vogliamo scoprire sulla comparsa e l’opera della lingua. In questo modo conosciamo, in certa misura, il punto d’avvio e quello d’arrivo del corso spirituale e, dunque, una linea in cui deve risiedere anche la scaturigine della lingua. Dobbiamo inoltre esporre gli stadi di sviluppo inferiori dell’anima non tanto in generale e in sé, ma per mostrare in che misura risiedano in essi i germi e le condizioni preparatorie allo sviluppo della lingua. E pertanto questa ricerca sull’origine della lingua si divide in tre parti. In primo luogo, dobbiamo prendere in considerazione la disposizione alla lingua in quello stato dell’uomo che la precede; poi, l’emergere della lingua; infine, il suo sviluppo successivo. La prima parte comprende dunque la vita embrionale della lingua; la seconda, la sua nascita; la terza, la sua crescita. a) Preparazione e disposizione alla lingua nell’uomo84 La lingua, quale creazione peculiare dell’uomo in senso proprio, è caratterizzata dal fatto di non appartenere né semplicemente allo spirito né semplicemente al corpo; ma risultando, come l’uomo stesso, dalla natura unitaria complessiva dell’uomo, è unità di corpo e spirito e poggia sulla connessione dell’anima e del corpo umani. Poiché si basa su questa connessione, è formata in modo duplice: a partire dall’anima e dal corpo, e in particolare dai punti in cui il corpo si pone a servizio dell’anima, si spiritualizza e dai punti in cui l’anima, emergendo da sé, s’innesta nel corpo conferendogli il movimento. L’elemento primario, quello veramente attivo e propulsivo, rimane naturalmente l’anima.

282

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

§. 87. Reflexion und Association von Seelenthätigkeit und Körperbewegung. Mit dem Namen Association bezeichnet man die Erscheinung, daß etwas Empfundenes oder Gefühltes oder Gedachtes, welches mit einem andern Seelenerzeugnisse in irgend eine Verbindung gesetzt war (weil sie gleichzeitig oder dicht nach einander statthatten, oder weil beide eine gewisse Aehnlichkeit oder [247] eine andere äußere oder innere Beziehung zeigen), durch seine Reproduction bewirkt, daß auch das andere zugleich mit reproducirt wird; oder daß eine Bewegung zugleich noch eine andere erzeugt, sei es aus Ungeschicklichkeit oder Gewohnheit; oder daß ein Gedachtes und eine Bewegung sich gegenseitig hervorrufen, und zwar ohne Willen und bewußte Absicht. Unter Reflexion versteht man die Erseheinung, daß eine Nervenerregung, die zum Gehirn oder Rückenmark geleitet worden ist, daselbst nicht endet, sondern von da aus auf andere Nerven übergeht. Reflexion ist also z. B. die Uebertragung der Erregung eines Empfindungsnerven vermittelst des Gehirns auf einen Bewegungsnerven. Sie thut sich dadurch kund, daß auf gewisse Empfindungen oder Bewegungen nach dem Gesetze der Nervenmechanik unausbleiblich noch eine andere Bewegung erfolgt. Diese Uebertragung geschieht allemal ohne Absicht, oft gegen die Absicht, nach bloßen Naturgesetzen. Die Association der Bewegung sowohl mit andern Bewegungen, als mit Vorstellungen mag von der Uebertragung nicht immer bestimmt zu unterscheiden sein. Im Allgemeinen aber wird es genügen zu bemerken, daß die Association ursprünglich zwar ebenfalls bewußtlos geschieht, aber durch Absicht eben so wohl entwickelt, als auch aufgehoben werden kann; daß sie nicht unvermeidlich ist, sondern durch Zufall und Absicht erzeugt und gestört werden kann. Associationen sind oft nur übele Angewohnheiten, welche bei höherer Bildung nicht vorkommen. Leute, deren Hand leichter den Pflug und ein Gespann, als die Feder regiert, verzerren beim Schreiben das Gesicht gar wunderlich. Ueberhaupt bewegt der Ungebildete immer Massen von Nerven oder Gliedern, während der Gebildete gelernt hat, nur das je-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

283

§. 87. Riflessione e associazione dell’attività dell’anima e del movimento del corpo Con il termine associazione si indica il fenomeno per cui qualcosa di percepito o sentito o pensato, che era in qualche modo connesso con un altro prodotto dell’anima (perché essi avevano avuto luogo contemporaneamente o uno immediatamente dopo l’altro o perché in certa misura erano simili o [247] mostravano un altro tipo di relazione interna o esterna), riproducendosi, induce a una riproduzione anche dell’altro elemento; oppure, con quel termine, si indica il fenomeno per cui un movimento ne produce immediatamente un altro, accada ciò per inettitudine o per abitudine; o il fenomeno per cui qualcosa di pensato e un movimento si richiamano reciprocamente e, invero, in modo involontario e non intenzionale. Con riflessione s’intende il fenomeno per cui una eccitazione nervosa, pervenuta al cervello o al midollo spinale, non termina lì, ma da lì passa ad altri nervi. La riflessione, ad esempio, è il passaggio dell’eccitazione di un nervo percettivo a un nervo deputato al movimento, attraverso la mediazione del cervello. Si manifesta per il fatto che da certe sensazioni o movimenti segue inevitabilmente un altro movimento secondo la legge della meccanica dei nervi. Questa trasmissione avviene sempre senza intenzione, spesso contro la propria intenzione, secondo semplici leggi di natura. L’associazione del movimento tanto con altri movimenti quanto con rappresentazioni, non sempre può essere distinta con precisione dalla trasmissione. In generale però è sufficiente osservare che l’associazione, pur avvenendo originariamente in modo inconsapevole, può essere sviluppata, come anche disciolta, in modo intenzionale; osservare poi che l’associazione non è inevitabile, ma può essere prodotta e interrotta sia casualmente sia intenzionalmente. Le associazioni sono spesso soltanto cattive abitudini che scompaiono quando si raggiunge una migliore educazione. Persone la cui mano è più adusa a un aratro e a un animale da traino che a una penna, distorcono sensibilmente il viso nello sforzo di scrivere. In generale, chi non ha avuto educazione muove sempre masse di nervi o di membra, mentre chi l’ha avuta ha imparato a muovere soltanto la parte di volta in volta neces-

284

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

desmal nothwendige Glied zu bewegen. Die Associationen sind theils nützlich und zweckmäßig, theils unnütz und zweckwidrig; erstere hat man sich anzueignen, von letztern sich loszumachen. Das Klavierspiel und jedes geschickt geübte Handwerk liefert Beispiele von abgewöhnter und angelernter Association, von isolirter und combinirter Seelenerregung, die zur zweiten Natur geworden sind. Die Uebertragung dagegen, die weder gelernt, noch abgewöhnt wird, scheint auch immer zweckmäßig zu sein, selbst in den Fällen, wo sie unnütz erscheint, weil eine zu große fremde Gewalt den Zweck nicht erreichen läßt. Soviel im Allgemeinen. Nun einiges Nähere, wobei uns besonders die Verbindung [248] und Uebertragung eines Gedachten, Vorgestellten mit und auf eine Bewegung von Wichtigkeit ist. Müller (a. a. O. II, S. 89.) sagt hierüber: „Gewisse Gruppen der Muskeln des animalischen Systems sind beständig in einer Disposition zu unwillkürlichen Bewegungen wegen der Leichtigkeit der Affection ihrer Nerven, oder vielmehr der Reizbarkeit der Hirntheile, von welchen sie entspringen. In diesem Falle befinden sich alle respiratorischen Nerven, den Nervus facialis eingeschlossen … Die Zustände der Seele können die Entladung des Nervenprincips nach den Athemmuskeln bedingen. Jeder schnelle Uebergang in den Zuständen der Seele ist im Stande eine Entladung nach diesen Nerven von der Medulla oblongata aus zu bewirken. Das Sensorium wirkt hier gerade so, wie der einzelne Nerv, in dem jede schnelle Veränderung seines Zustandes, auf was immer für eine Art, das Nervenprincip in Thätigkeit setzt. Hiernach ist es zu beurtheilen, daß selbst ohne alle Leidenschaft ein so schneller Uebergang der Vorstellungen, wie er bei dem Eindruck des Lächerlichen stattfindet, jene Entladung bewirkt, die sich dann in den Gesichtsmuskeln und Athemmuskeln äußert. – Hierher gehört auch das Gähnen, insofern es durch die Vorstellung des Gähnens oder durch das Hören oder Sehen des Gähnens veranlaßt werden kann. Die Disposition zu den respiratorischen und Gesichtsbewegungen des Gähnens ist nämlich dann schon vorher da gewesen; sie tritt in Erscheinung, indem durch die Vorstellung die Bewegung des

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

285

saria. Le associazioni, in parte sono utili e orientate a un fine, in parte inutili e prive di fine; bisogna adeguarsi alle prime, rifuggire le altre. Il suono del violino e ogni opera artigianale esercitata con maestria forniscono esempi di associazione scissa dall’abitudine e acquisita con l’esercizio, di eccitazione dell’anima isolata e combinata, che si è trasformata in una seconda natura. La trasmissione, al contrario, la quale non è né acquisita né scissa dall’abitudine, sembra sempre rivolta a un fine, anche nei casi in cui appare inutile perché una forza estranea troppo grande non consente che il fine sia raggiunto. Questo in generale. Adesso qualcosa di più particolareggiato, in cui è per noi di grande importanza la questione relativa alla connessione [248] di qualcosa di pensato e di rappresentato con un movimento e la sua trasmissione ad esso. Müller (idem, II, p. 89)85 scrive in proposito: «Alcuni gruppi di muscoli del sistema animale si trovano costantemente in una disposizione a movimenti involontari in ragione della facilità con cui i loro nervi possono essere sollecitati o, meglio, in ragione dell’eccitabilità delle zone del cervello da cui si dipartono. Sono riconducibili a questo caso tutti i nervi respiratori, incluso il nervus facialis … Gli stati in cui si trova l’anima possono condizionare lo scaricamento del principio nervoso sui muscoli respiratori. Ogni celere trasformazione degli stati dell’anima è in grado di provocare uno scaricamento su questi nervi dalla medulla oblongata. Il sensorium agisce qui come ogni singolo nervo, nel quale ogni repentino cambiamento di stato attiva il principio nervoso sempre secondo la stessa modalità86. In proposito bisogna osservare come, per quanto asettico, un passaggio tanto veloce di rappresentazioni come quello che ha luogo nell’impressione suscitata da qualcosa che induce al riso, provoca quello scaricamento che si manifesta poi nei muscoli del viso e in quelli respiratori. – A questa categoria appartiene anche lo sbadiglio, nella misura in cui può essere provocato dall’immaginarsi lo sbadiglio stesso o dal fatto d’aver ascoltato o visto qualcuno sbadigliare. La disposizione ai movimenti respiratori e ai movimenti del viso tipici dello sbadiglio, infatti, era già lì in precedenza; si realizza perché il movimento del principio nervoso acquista una direzione precisa in virtù della

286

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Nervenprincips die bestimmte Direction erhält. Auch bei dieser Bewegung wirken die Respirationsnerven und der N. facialis.... Plötzlich hervorgerufene Vorstellungen von furchtbaren oder verabscheuungswürdigen Gegenständen erregen, auch wenn sie durch bloße erdichtete Erzählungen hervorgerufen werden, bei reizbaren Menschen zuweilen die Muskelbewegung des Schauders, und dasselbe geschieht zuweilen bei der bloßen Vorstellung eines ekelhaften Arzneistoffes; ja die Vorstellung eines ekelhaften Geschmackes kann sogar Vomiturition hervorbringen.“ Wir sehen also hier ein Doppeltes oder Dreifaches. Vorstellungen einer Bewgung erzeugen absichtslos die wirkliche Ausführung der vorgestellten Bewegung; sie erzeugen ferner die Gefühle, welche das wirkliche Vorhandensein des vorgestellten Dinges oder Vorganges erzeugen würde, und diese bloß durch [249] Vorstellungen verursachten Gefühle erzeugen, wie die auf die Wirklichkeit begründeten Gefühle, neue Bewegungen. Für alles dies finden sich in dem genannten Werke noch viele lehrreiche Beispiele und Betrachtungen, von denen wir noch einiges mittheilen. Zuschauer beim Fechten begleiten die Streiche mit leisen unwillkürlichen Bewegungen ihres Körpers. Ferner: „Chevreul hat die Tendenz zu Bewegung, die durch Vorstellung von Bewegungen entsteht, aufgeklärt und an einem verwickelten Fall, nämlich an den Schwingungen eines mit der Hand gehaltenen Pendels erläutert. Die Bewegung des Pendels bei scheinbar unbewegtem Arme wird nämlich nach seinen Untersuchungen durch eine unbewußte leichte Muskelbewegung ausgeführt, in die man unwillkürlich geräth, wenn man, indem man das Pendel hält, zugleich darauf sieht, die aber bei verbundenen Augen wegfällt“. An einer andern Stelle heißt es (I, S. 729): „Ist auch ein Empfindungsnerv“ (hier wird der von uns oben gemachte Unterschied zwischen Gefühl und Empfindung nicht beachtet; letzteres Wort bedeutet hier beides) „für gewöhnlich nicht im Stande, eine reflectirte Bewegung hervorzurufen, so tritt sie doch bei einiger Heftigkeit der Empfindung sogleich auf, und das Rückenmark und Gehirn reflectiren dann die von Seiten der Empfindungsnerven erhaltene Strömung oder Schwingung in diejenigen motorischen Nerven, zu welchen die Leitung von jenen Empfindungsnerven durch die Fasern des Gehirns und Rückenmarkes am

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

287

rappresentazione. Anche in questo movimento operano i nervi respiratori e il n. facialis … Rappresentazioni di circostanze spaventose e abominevoli emerse all’improvviso, anche se soltanto evocate da racconti inventati, a volte, in uomini sensibili, stimolano i movimenti muscolari del rabbrividire, e a volte capita lo stesso per il semplice fatto che ci si immagina un medicinale disgustoso; addirittura l’immaginarsi un sapore nauseante può indurre al vomito». Scorgiamo qui qualcosa di duplice o triplice. Rappresentazioni di un movimento producono in modo non intenzionale il compimento reale del movimento rappresentato; producono, inoltre, i sentimenti che avrebbe prodotto la reale presenza delle cose o dei processi immaginati; e questi sentimenti provocati dalle [249] semplici rappresentazioni danno luogo, come i sentimenti fondati sulla realtà, a nuovi movimenti. In proposito, nell’opera succitata, si trovano molti altri esempi e considerazioni istruttivi, ad alcuni di essi faremo riferimento nel seguito. Spettatori della scherma accompagnano i colpi con lievi, involontari, movimenti del corpo. Inoltre, «Chevreul ha spiegato la tendenza al movimento che sorge attraverso la rappresentazione dei movimenti, e l’ha spiegata in un caso complesso, è a dire in rapporto alle oscillazioni di un pendolo tenuto in mano. Il movimento del pendolo sorretto da un braccio apparentemente fermo, secondo le sue ricerche, è compiuto a causa di un semplice movimento muscolare inconsapevole in cui ci si imbatte involontariamente quando, tenendo il pendolo, lo si osserva, ma che s’interrompe quando si hanno gli occhi bendati87». In un altro luogo si legge (I, p. 729): «Seppure un nervo deputato alla percezione sensibile» (qui non viene considerata la distinzione su proposta tra sentimento e sensazione88; con il termine “percezione sensibile” qui si allude a entrambi i significati) «in genere non è nella condizione di provocare un movimento riflesso, tale movimento si presenta ugualmente a cospetto di una sensazione violenta, in questo caso il midollo spinale e il cervello riflettono la tensione o l’oscillazione dei nervi della percezione su quei nervi motori più facilmente raggiungibili per la disposizione delle fibre cerebrali e del

288

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

leichtesten ist“. Und schon vorher hieß es (S. 728): „Die großen Sinnesnerven sind vorzüglich geneigt, reflectirte Bewegungen der motorischen Gehirnnerven zu verursachen, und namentlich der N. opticus und acusticus; beide bewirken bei grellem Lichte und starkem Schall eine reflectirte Erregung des N. facialis und dadurch Schließen oder Blinzeln der Augenlider“. II. S. 562 ff. ist ausführlich die Rede von den „Wirkungen der Vorstellungen und Strebungen auf den Organismus“, „welche an das Wunderbare grenzen“. Wir entnehmen von dem dort Gesagten nur Folgendes. Die Vorstellungen erregen die Sinne, so daß man glaubt zu sehen, was man nur vorstellt: dies sind die Phantasmen und Hallucinationen. Ferner (S. 561): „Bei Vorstellungen von Zuständen, die durch ein bestimmtes Organ ausgeführt werden, entsteht ein Strom nach diesem Organ, sei [250] es ein Muskel oder eine Drüse“. So läuft das Wasser im Munde zusammen bei der Vorstellung einer angenehm schmeckenden Speise. Lüsterne Gedanken erregen die Geschlechtstheile. „Die Wirkung einer Vorstellung auf Bewegung erfolgt noch leichter, als auf die Sinne. 1) Der Entschluß zu einer Bewegung setzt die ihr entsprechenden Hirnfasern in Thätigkeit, und sie wird ausgeführt, in wie weit es durch das System der CerebroSpinalnerven geschehen kann“ (dies sind nämlich die Nerven der willkürlichen Bewegung). „2) Die Vorstellung einer Bewegung bewirkt einen Strom nach dem Organ der Bewegung, und führt sie ohne Willen aus. Dies ist hier ganz dasselbe, als die Ausführung einer Vorstellung in der räumlichen Ausdehnung des Sinnesorgans. Dahin gehören die ohne den Willen nachgeahmten Bewegungen des Gähnens, Lachens, Seufzens, der Krämpfe beim Sehen derselben. Die mimischen Bewegungen sind gemischte Erscheinungen, bei denen willkürliche Darstellungen mit einlaufen. 3) Plötzliche, ganz leidenschaftslose Veränderungen der Vorstellungen, welche vollkommen objective Verhältnisse betreffen, können unwillkürliche Bewegungen hervorrufen, wie die Bewegung des Lachens. Dahin gehört der plötzliche Widerspruch zweier Vorstellungen oder die überraschende Auflösung eines Widerspruchs“. Die Association der Bewegung und Vorstellung scheint, wie schon bemerkt, nicht immer bestimmt von der Reflexion getrennt

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

289

midollo spinale». E già prima aveva scritto (p. 728): «I più grandi nervi della sensibilità sono particolarmente propensi a provocare movimenti riflessi dei nervi motori cerebrali e, in particolare, il n. opticus e il n. acusticus; entrambi provocano, in presenza di una luce abbagliante e di un suono acuto, un’eccitazione riflessa del n. facialis e attraverso ciò la chiusura o la strizzatura delle palpebre». In II, p. 562 e sgg. è dettagliatamente sviluppata la discussione degli «effetti delle rappresentazioni e delle tensioni sull’organismo», effetti che «conducono al limite del prodigioso». Citiamo da lì solo quel che segue. Le rappresentazioni stimolano i sensi a tal punto che si crede di vedere ciò che soltanto ci si immagina: sono questi i fantasmi e le allucinazioni. Inoltre (p. 561) «A fronte di rappresentazioni di stati, realizzati da un organo particolare, sorge in quest’organo una tensione, sia [250] esso un muscolo o una ghiandola». Così viene l’acquolina in bocca al cospetto della rappresentazione di un cibo particolarmente saporito. Pensieri libidinosi stimolano gli organi deputati alla rigenerazione. «L’effetto di una rappresentazione si riverbera anche più facilmente sul movimento che sui sensi. 1) La risoluzione a un movimento pone in attività le fibre cerebrali a esso corrispondenti ed è eseguita nella misura in cui ciò è possibile in rapporto al sistema dei nervi cerebrospinali» (sono questi, infatti, i nervi deputati al movimento volontario) «2) La rappresentazione di un movimento provoca un flusso sull’organo del movimento e gli dà impulso senza volerlo. Accade qui lo stesso di quel che succede nel dare esecuzione a una rappresentazione che si trovi nell’estensione spaziale degli organi di senso. A ciò appartengono i movimenti involontariamente imitati dello sbadigliare, del ridere, del sospirare, dei crampi alla vista dei crampi. I movimenti mimici sono fenomeni misti in cui s’innestano rappresentazioni volontarie. 3) Cambiamenti improvvisi e asettici di rappresentazioni che si riferiscono integralmente a rapporti oggettivi possono provocare movimenti involontari, come quello del ridere. A questa specie appartiene il contrasto di due rappresentazioni o l’inaspettata risoluzione di un contrasto». Sembra che l’associazione di movimento e rappresentazione, come già notato, non possa sempre essere distinta in

290

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

werden zu können; die Association beruht vielleicht auf einer ursprünglich schwachen Reflexion, die aber theils aufgehoben, theils durch häufiges Eintreten verstärkt wird. Müller sagt (II, S. 104): „Die Verkettung der Vorstellungen und Bewegungen kann so innig werden, wie die der Vorstellungen unter sich, und hier ist es in der That der Fall, daß, wenn eine Vorstellung und Bewegung oft verbunden gewesen sind, die letztere sich oft unwillkürlich zu der erstern gesellt. Durch diese Verkettung geschieht, daß wir bei einer drohenden Bewegung vor den Augen, selbst beim Herabfahren der Hand eines Andern vor unsern Augen, unwillkürlich die Augen schließen; daß wir uns angewöhnen, gewisse Vorstellungen nicht ohne gewisse Gesticulation auszusprechen; daß wir unwillkürlich nach einem uns entfallenden Körper mit den Händen hinfahren; überhaupt je häufiger Vorstellungen und Bewegungen willkürlich zusammen vorkommen, [251] um so leichter werden letztere bei dem Anlaß der erstern mehr durch Vorstellung, als durch Willen bestimmt oder dem Einflusse des Willens entzogen... Die Verkettung der Vorstellungen und Bewegungen scheint darauf hinzudeuten, daß bei jeder Vorstellung eine Bewegungstendenz im oder nach dem Apparate ihrer Darstellung durch Bewegung entsteht, eine Tendenz zu Bewegungen, die durch Uebung und Gewöhnung einen solchen Grad der Leichtigkeit erhält, daß die in gewöhnlichen Fällen bloße Disposition jedesmal in Action tritt.“ In den zuletzt angeführten Fällen ist jedoch das Verhältniß noch ein anderes, als beim Gähnen und Nachahmen des Fechtens; denn man ahmt nicht die gesehene Bewegung vor dem Auge nach, eben so wenig wie das Fallen eines Dinges; sondern man thut etwas ganz anderes, was an sich mit dem Anblick jener Bewegung nicht im Zusammenhange steht. Offenbar schiebt sich hier zwischen den Anblick und die danach ausgeführte Bewegung ein Gedanke ein, nämlich der Gedanke des Unheils, wenn die gesehene Bewegung uns träfe, und dann noch ein neuer Gedanke, nämlich an das Mittel, das vor der drohenden Gefahr schützen könnte. Wir sehen also hier eine

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

291

modo preciso dalla riflessione; l’associazione poggia forse su una riflessione originariamente debole, che in parte è disciolta, in parte rafforzata dal fatto che si ripresenta di frequente. Müller, scrive (II, p. 104): «la concatenazione di rappresentazioni e movimenti può divenire tanto intima quanto quella di rappresentazioni tra loro, e qui, di fatto, si presenta il caso in cui, se una rappresentazione e un movimento sono stati connessi spesso, il movimento si accompagna involontariamente alla rappresentazione. In ragione di questa concatenazione accade che noi, al cospetto di un movimento minaccioso che avvenga davanti agli occhi, anche in presenza di quello della mano di un altro che si abbassa davanti al nostro sguardo, chiudiamo gli occhi involontariamente; accade che siamo adusi ad esprimere alcune rappresentazioni ricorrendo ad una certo modo di gesticolare, accade, ancora, che involontariamente seguiamo con le mani un corpo che ci sta cadendo. In generale, tanto più spesso rappresentazioni e movimenti si presentano arbitrariamente in concomitanza, [251] tanto più è facile che gli ultimi vengano determinati dalle prime, più attraverso la rappresentazione stessa, cioè, che non per mezzo della volontà, ossia vengono sottratti all’influsso di quest’ultima .... La concatenazione di rappresentazioni e dei movimenti sembra indicare il fatto che, in presenza di una qualsiasi rappresentazione, sorge una tendenza al movimento nell’apparato – o è provocata una tendenza al movimento nell’apparato – usato per rappresentare il movimento, una tendenza la quale, attraverso l’esercizio e l’abitudine, raggiunge un grado di spontaneità tale, che la semplice disposizione si attiva ogni qual volta si sia di fronte a casi consueti». Nei suddetti casi però il rapporto è diverso da quello che si ha nello sbadiglio o nell’imitazione della scherma; poiché in essi non si tratta di imitare il movimento osservato, come non si tratta di imitare la caduta di un oggetto; ma si fa qualcosa di completamente diverso, che in sé non ha alcuna connessione con il fatto di aver visto quel movimento. Spesso s’inserisce qui, tra la vista e il movimento poi eseguito, un pensiero, ad esempio: il pensiero della sciagura qualora il movimento osservato ci si facesse incontro, e quindi un altro pensiero: quello del mezzo che fosse in grado di proteggerci dal pericolo che ci minaccia. Qui

292

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Vergesellschaftung dreier Vorstellungen, deren letzte zur Bewegung wird. Die Bewegung schließt sich nicht unmittelbar an eine Wahrnehmung, sondern erst vermittelst einer Reihe von Gedanken, die aber durchaus unentwickelt bleibt und gar nicht in das Bewußtsein tritt. Eben so sahen wir oben eine Bewegung sich verbinden mit einer Wahrnehmung vermittelst des Gefühls. Denn die Vorstellung eines ekelhaften Gegenstandes erregt zunächst das Gefühl des Ekels und dann die Bewegung des Erbrechens. Was lehrt uns denn nun alles dies? die Entstehung der Sprache? Keineswegs. Die Verknüpfung einer Vorstellung mit einem articulirten Lautgebilde, also mit einer vielfach zusammengesetzten Bewegung der Lautorgane, ist durch die dargestellte Verknüpfung der Vorstellung einer Bewegung mit dem Streben, diese Bewegung auszuführen, keineswegs gleichartig. Die Vorstellung schlagen mag auf die Nerven wirken, welche den Arm heben, die Faust ballen; aber wirkt sie auf die Sprachorgane zur Hervorbringung des Lautes schlagen? Das sind noch zwei sehr verschiedene Wirkungen. Wir haben indeß doch etwas kennen gelernt: nämlich die Verbindung des Gefühls, der Empfindung, der theoretischen Seelenthätigkeit [252] überhaupt mit Bewegungen; und eine solche Verbindung liegt unläugbar in der Sprache vor. Wir haben also die Gattung oder Classe kennen gelernt, zu der die Sprache als eine ganz besondere Art gehört. Fahren wir also nur fort, jene allgemeine Verbindung von theoretischer und practischer Thätigkeit der Seele näher zu betrachten, in ihr Unterabtheilungen und Arten zu unterscheiden. Wir müssen durch immer mehr hinzugefügte Bestimmungen endlich die Art finden, die wir suchen. Unter den angeführten Beispielen können wir schon leicht zwei Classen scheiden. Das Nachahmen der Fechtbewegungen, überhaupt das Ausführen einer Vorstellung ist leicht als verschieden zu erkennen von dem Erbrechen auf eine ekelhafte Vorstellung, vom Lachen auf Kitzel oder einen unerwarteten Gedanken, vom Weinen und Schluchzen oder Aechzen auf körperlichen Schmerz oder eine Trauer erregende Vorstellung. Denn in diesen letztern Fällen wird etwas ganz anderes ausgeführt, als was in der Vorstellung liegt, und Bewegung und Vorstellung stehen hier in

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

293

dunque osserviamo un accostamento di tre rappresentazioni, l’ultima delle quali diviene un movimento. Il movimento non si connette immediatamente a una percezione, ma vi si connette attraverso una serie di pensieri, la quale rimane però del tutto implicita e non diventa cosciente. Esattamente allo stesso modo, prima abbiamo visto un movimento connettersi a una percezione per mezzo di un sentimento, giacché la rappresentazione di un oggetto nauseante, prima stimola il sentimento della nausea e poi il moto del vomito. Che ci insegna tutto questo? La nascita della lingua? Per nulla. La connessione di una rappresentazione con un costrutto sonoro articolato, dunque con un movimento variamente composto degli organi fonatori, non equivale in alcun modo alla tendenza a porre in esecuzione il movimento in ragione della connessione con la rappresentazione su descritta. La rappresentazione colpire può agire sui nervi che sollevano la mano, che serrano il pugno; ma opera sugli organi fonatori producendo il suono colpire? Si tratta di due effetti completamente diversi. E tuttavia abbiamo certo imparato qualcosa, è a dire la connessione del sentimento, della sensazione, dell’attività teoretica dell’anima [252] con i movimenti; e una tale connessione è presente innegabilmente nella lingua. Abbiamo dunque imparato il genere o la classe di cui la lingua, in quanto specie particolare, fa parte. Proseguiamo soltanto nella considerazione di quella connessione generale di attività teoretica e pratica dell’anima, proseguiamo a distinguere in essa sottosezioni e specie. Aggiungendo determinazioni sempre più particolari dobbiamo infine pervenire alla specie che cerchiamo. A partire dai suddetti esempi possiamo già ricavare facilmente due classi. L’imitazione dei movimenti della scherma, l’esecuzione in generale di una rappresentazione, può facilmente esser considerata diversa dal rimettere al cospetto di una rappresentazione nauseante, dal ridere per il solletico o per un pensiero inatteso, dal piangere e singhiozzare o gemere per il dolore fisico o per una rappresentazione che induce tristezza. E ciò poiché in questi ultimi casi è posto in atto qualcosa di completamente diverso rispetto al contenuto della rappresentazione, e movimento e rappresentazione

294

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

gar keinem erkennbaren Zusammenhange. Das Gähnen, wenn es durch den Anblick eines Gähnenden entsteht, gehört zur ersten Classe; das ursprüngliche Gähnen als Erfolg der Langenweile gehört zur zweiten. Das Lachen gehört ebenfalls zu beiden Classen; denn es entsteht nicht bloß durch Kitzel und Anblick oder Vorstellung des Lächerlichen, als zur zweiten Classe gehörig, sondern auch durch Nachahmung des Lachenden, also als Ausführung der Vorstellung des Lachens, und selbst durch den Gedanken des Nicht-Lachens. Man denke an das Spiel der Kinder, die sich ernsthaft ins Gesicht sehen und in Lachen ausbrechen, gerade weil sie den Gedanken, die Absicht des Nicht-Lachens haben. Die Sprache gehört offenbar in die zweite der beiden obigen Classen, wenigstens nach dem, was wir bis jetzt von der Sprache wissen. Ob und inwiefern wir bei näherer Kenntniß des Wesens der Sprache ihre Stellung anders bestimmen, wird sich später zeigen. Für jetzt genügt uns hier die Bemerkung: die Sprache, als Verbindung von Vorstellung und Laut, hat mit den Erscheinungen der zweiten Classe nicht bloß d i e Aehnlichkeit, daß die mit der Vorstellung oder Empfindung verbundene Bewegung durchaus keine Analogie, keinen Zusammenhang mit der Vorstellung oder Empfindung zeigt, auf welche sie erfolgt; sondern die Sprache zeigt mit jenen Erscheinungen auch noch [253] die nähere Verwandtschaft, daß sie ebenso, wie die andern Bewegungen dieser Classe, eine Athembewegung ist. Denn die Erzeugung der Sprachlaute, wie das Lachen, Gähnen, Niesen, Aechzen, Stöhnen sind nichts als ein eigenthümlich abgeändertes Athmen, welches im ruhigen, leidenschafts- und affectlosen Zustande des Menschen unhörbar, tonlos, vorgeht, durch leidenschaftliche Erregungen und Affecte aber gestört, gehemmt, tönend wirkt und hörbar wird. Tönen und Hörbarkeit könnte also als dritte Aehnlichkeit der Sprache mit den Erscheinungen der obigen zweiten Classe gelten. Die Verwandtschaft der Sprache mit den letztern ist also wohl klar und sicher. In der ersten Classe treten wohl auch Athembewegungen auf, aber eben nur unter unzähligen andern Bewegungen. Das Athmen ist hier nicht das Charakteristische. Weil gerade eine Athembewegung vorgestellt, gesehen wird, wird sie ausgeführt, wie es jeder andern eben so hatte widerfahren können; und der Zusammenhang mit der Vorstellung ist klar. –

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

295

non sono posti punto, in questo caso, entro una connessione evidente. Lo sbadigliare, quando sorge dall’osservazione di qualcuno che sbadiglia, appartiene alla prima classe; quando erompe originariamente come effetto della noia, alla seconda. Il ridere appartiene in ogni caso a entrambe le classi; giacché esso non sorge soltanto per il solletico e per l’osservazione o la rappresentazione di cose che fanno ridere, come appartenente alla seconda classe, ma anche per imitazione di chi ride, è a dire come esecuzione della rappresentazione del ridere, ed è suscitato anche dal pensiero del non ridere. Si pensi al gioco dei bambini che si guardano seri in viso e scoppiano a ridere proprio perché hanno il pensiero, l’intenzione, di non ridere. La lingua appartiene evidentemente alla seconda delle suddette classi, per lo meno per quanto ne sappiamo finora. Vedremo più avanti se e in che misura, attraverso una più precisa conoscenza della natura della lingua, la sua posizione sarà determinata diversamente. Per ora sia sufficiente l’osservazione che la lingua, in quanto connessione di rappresentazione e suono, non solo somiglia ai fenomeni della seconda classe per il fatto che il movimento connesso con la rappresentazione o con la sensazione non mostra alcuna analogia con la rappresentazione o la sensazione da cui segue; ma ancor di più [253] per il fatto che, come gli altri movimenti di questa classe, è un movimento respiratorio. Infatti, la produzione dei suoni linguistici, il ridere, lo sbadigliare, lo starnutire, il gemere, il sospirare, non sono altro che modi peculiari di alterazione del respiro; quest’ultimo in circostanze in cui l’uomo è sereno, non turbato da passioni e affetti, procede senza che possa essere udito e senza suono, ma sollecitato e impedito da eccitamenti passionali e da affetti, emette suoni e diviene udibile. Il risuonare e l’udibilità potrebbero dunque valere come terza affinità della lingua con i fenomeni della suddetta seconda classe. La parentela della lingua con questi fenomeni è pertanto certa ed evidente. Anche nella prima classe rientrano movimenti respiratori, ma solo tra innumerevoli altri movimenti. Il respiro qui non è l’elemento caratteristico. Nella prima classe infatti un movimento respiratorio è eseguito proprio perché è rappresentato e osservato, come sarebbe potuto accadere per ogni altro movimento; e la connessione con

296

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Bei den Erscheinungen der zweiten Classe bleibt es zwar nicht immer bei einer bloßen Athembewegung; sondern es verknüpft sich mit ihr noch manche andere Bewegung. Wenn ein Stein vom Dache vor uns niederfällt, wenn wir plötzlich einen Lärm hören, so fahren wir erschrocken zusammen, indem wir ein h e ! ausstoßen. Aber die Sprache wird ja gerade ebenso von mancherlei Gesticulationsbewegungen begleitet! Und so finden wir hier in einer scheinbaren Unähnlichkeit eine neue Aehnlichkeit. Wird uns nun die reflectirte Athembewegung besonders wichtig, so wollen wir sie uns auch noch vollständiger zu vergegenwärtigen suchen. Kempelen (Le Mécanisme de la parole, Vienne 1791) sagt §. 32: ,,Nous savons que tous les mouvemens violens et les efforts du corps humain causent des variations dans la respiration, la ralentissent ou l’accêlèrent et l’interrompent même quelques fois entièrement pendant quelque temps. Mais aussi les plus legers mouvemens donnent lieu à des variations GHFHWWHQDWXUH,OVXIÀWSDUH[HPSOHGHWRXUQHUVHXOHPHQWOHV yeux sur un autre objet, de porter la main sur une autre chose, pour troubler une respiration régulièrement périodique. – §.  /HV FKDQJHPHQV TXH VXELW QRWUH DPH LQÁXHQW DXVVL VXU OD respiration. Le saisissement, la peur, la colère, la pitié, la joie, l‘amour, tout cela fait une impression sur nos poumons, comme sur le coeur. Mais ce ne sont pas les mouvemens et les passions violentes de [254] l’ame qui seules font cet effet; les plus petites bagatelles occasionnent à proportion les mêmes changemens. /RUVTXHO·HVSULWÀ[HVRQDWWHQWLRQVXUOHSOXVSHWLWREMHWFRPPH sur un grain de sable, la respiration s’arréte quelquefois entièrement, pour ne pas occasioner le moindre mouvement du corps qui pourrait affaiblir l‘application de nos sens .... On pourrait à-peu-près deviner, en faisant seulement attention à la respiration d’une personne sans qu’elle dise un mot, la situation de son esprit, si elle est tranquille, inquiète, contente ou irritée. Nous observons souvent dans des personnes qui se trouvent dans le plus parfait repos de l’ame, un changement subit et nous pourrons souvent déterminer le moment, où une idée est suivie d’une autre. Cela s’observe non seulement lorsque la nouvelle idée est triste ou désagréable, mais même lorsqu’elle est absolument indifferente. L’esprit suivant son chemin uniforme, est arrêté momentanément et doit prendre une autre tournure; pour

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

297

la rappresentazione è evidente. – Nei fenomeni della seconda classe non sempre invero ci si arresta a un semplice movimento respiratorio, ma si connette a esso qualche altro movimento. Quando una pietra del soffitto precipita davanti a noi, quando improvvisamente udiamo un rumore, ci spaventiamo e urliamo ah! Ma la lingua è anche accompagnata da alcuni movimenti della gesticolazione! E pertanto, qui, al cospetto di un’apparente difformità, troviamo una nuova affinità. Il movimento respiratorio riflesso è per noi di particolare importanza, per questo dobbiamo comprenderlo con maggior precisione. Kempelen (Le Mécanisme de la parole, Vienne 1791)89 scrive §. 32: «Noi sappiamo che tutti i movimenti violenti e gli sforzi del corpo umano causano delle variazioni nella respirazione, il suo rallentamento o la sua accelerazione e talvolta persino la interrompono del tutto per qualche tempo. Ma anche i più lievi movimenti danno luogo a variazioni dello stesso tipo. Basta per esempio semplicemnte volgere lo sguardo su un altro oggetto, toccare con la mano un’altra cosa, per alterare una respirazione regolare e periodica. – § 33. Anche i cambiamenti che subisce la nostra anima influiscono sulla respirazione. L’emozione, la paura, la collera, la pietà, la gioia, l’amore, tutto ciò esercita una pressione sui nostri polmoni, come sul cuore. Ma questi effetti non sono determinati solo dai movimenti e dalle passioni violente [254] dell’anima; le più inconsistenti inezie causano in proporzione gli stessi mutamenti. Quando lo spirito fissa la sua attenzione su un oggetto minuscolo, come un granello di sabbia, la respirazione talvolta si arresta del tutto, per non causare il minimo movimento del corpo che potrebbe indebolire l’applicazione dei nostri sensi... Si potrebbe press’a poco indovinare, prestando soltanto attenzione alla respirazione di una persona, senza che questa dica una sola parola, la condizione del suo spirito: se è tranquilla, inquieta, contenta o irritata. Noi osserviamo spesso nelle persone che si trovano nella più perfetta quiete dell’anima un mutamento improvviso e spesso possiamo determinare il momento in cui a un’idea ne segue un’altra. Questo si osserva non soltanto quando l’idea emergente è triste o sgradevole, ma anche quando è del tutto indifferente. Lo spirito che segue il suo cammino uniforme è improvvisamente arrestato e deve prendere un’altra direzione;

298

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

cela il a besoin de nouvelles forces qu’il trouve dans l’air frais respiré en abondance.“ Hören wir nun noch, wie einer der besten Denker unserer Zeit, Lotze, den Einfluß der Reflexbewegung auf die Entwickelung der Seele, überhaupt die Zweckmäßigkeit dieser physiologischen Einrichtung des Leibes darlegt (Medicinische Psychologie S. 289ff.): „Unbekannt mit der Structur und den Kräften ihres Körpers, würde die Seele nie errathen, daß ihre Glieder zur Bewegung bestimmt sind, und nie sie in Bewegung zu setzen lernen, wenn nicht unabhängig von ihr in dem Körper selbst Motive zur Vollziehung von Bewegungen lägen, deren spontan erfolgende Wirkung sie beides „(Bewegung und Wirkung)“ lehrt. So lange ein thieriseher Körper lebt, müssen wir uns in seinen motorischen Nerven und in ihren Centralorganen einen geringen Grad der Thätigkeit beständig fortgehend denken, durch welchen die elastische Haltung auch des ruhig und tief schlafenden sich noch sehr von der Erschlaffung des todten Körpers unterscheidet. Wirkten keine äußern Reize ein, welche bestimmte Bewegungen zu erzeugen geeignet wären, so würde vielleicht die Reizlosigkeit der Nerven selbst ihre Erregbarkeit so wachsen lassen, daß sie unter dem Einfluß der kleinen Anstöße, die ihnen der fortgehende Stoffwechsel immer zuführt, zu ungeordneten Bewegungen ausbrechen müßten. Aber die Geburt eines Thieres führt ohnedies einen so großen Wechsel der äußern [255] Umstände mit sich, daß alle Nerven des Körpers und mit ihnen die Centralorgane eine bedeutende Veränderung ihres Erregungszustandes erfahren müssen; eine Mannigfaltigkeit von Bewegungen begleitet daher ebenso wie mancherlei Gefühle der Unlust, die ersten Lebensaugenblicke unvermeidlich. Doch die Seele würde bei der Ueberzahl der gleichzeitigen Eindrücke, die hier auf sie einstürmen, und bei der Stumpfheit ihrer ungeübten Wahrnehmungskraft wenig Nutzen von ihnen ziehen, wenn nicht auch späterhin die Bewegungen der Glieder noch häufig auf diesem mechanischen Wege durch das periodische Wachsen der physischen Nervenerregungen sich wiederholten. Und da diese Bewegungen von den Centraltheilen ausgehen, in denen die Nerven so verflochten sind, daß ein einzelner Anstoß sie gruppenweis in zweckmäßiger Verbindung anregt, so wird dieser physiologische

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

299

pertanto necessita di nuove forze che trova nell’aria fresca che inspira in abbondanza». Ascoltiamo ora come uno dei massimi pensatori della nostra epoca – Lotze – spiega l’influenza del movimento riflesso sullo sviluppo dell’anima e in generale il finalismo della costituzione fisiologica del corpo (Medicinische Psychologie, p. 289 e sgg.)90: «Inconsapevole della struttura e delle forze del proprio corpo, l’anima non immaginerebbe mai che le sue membra sono fatte per il movimento e non imparerebbe mai a porle in movimento, se, indipendentemente da essa, nel corpo stesso non risiedessero ragioni sufficienti al compimento dei movimenti, dal cui effetto spontaneo essa apprende l’esistenza di entrambi» (del movimento e dell’effetto). «Fintanto che un corpo animale è in vita, dobbiamo figurarci, nei suoi nervi motori e nei suoi organi centrali, un minimo grado di attività permanente, grazie a cui la struttura elastica anche dei corpi profondamente sopiti si distingue significativamente dal logoramento dei corpi senza vita. Se non operassero stimoli esterni adeguati a produrre determinati movimenti, sarebbe probabilmente la mancanza di stimolazione stessa dei nervi a lasciar crescere la loro eccitabilità in misura tale che essi, sotto l’influsso dei più piccoli impulsi che il permanente metabolismo rimanda loro ininterrottamente, darebbero in movimenti disordinati. Ma la nascita di un animale porta comunque con sé un tale mutamento delle circostanze esterne [255], che tutti i nervi del corpo, e con essi gli organi centrali, devono andar incontro a un’importante trasformazione del loro stato d’eccitamento; una molteplicità di movimenti pertanto accompagna inevitabilmente i primi istanti di vita, proprio come alcune sensazioni di riluttanza. Certo l’anima, in ragione del soprannumero di impressioni simultanee che in questo caso la assalgono e per l’insensibilità della sua forza percettiva non ancora esercitata, potrebbe trarre da queste impressioni poco giovamento, se, anche più avanti, i movimenti delle membra non si ripetessero spesso, secondo questo corso meccanico, grazie alla crescita periodica delle eccitazioni fisiche nervose. E poiché questi movimenti promanano dalle zone centrali, in cui questi nervi sono così intrecciati che un singolo impulso li stimola a gruppi connessi tra loro in modo appropriato allo

300

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Mechanismus jedem Thiere die seiner Gattung eigenthümlichen Bewegungen öfter wieder vorführen, ehe es lernt, sie für seine Zwecke zu benutzen.... Dieselben Bewegungen, die wir durch innere Erregung der Centralorgane zwecklos und ohne Bezug auf äußere Objecte entstehen sahen, werden jedoch auch auf demselben automatischen Wege durch äußere Reize erweckt. Sensible Nerven leiten ihre Erschütterung bis zu den Centralorganen; dort kann der Strom der Erregung sich in zwei Arme theilen, deren einer zu dem Sitze der Seele dringend, in ihr eine Empfindung des Reizes erweckt, während der andere unmittelbar auf die motorischen Organe fortwirkend, in ihnen mit mechanischer Nothwendigkeit eine zweckmäßig gruppirte Bewegung erzeugt.“ (S. 291.) „Diese Reflexbewegungen erscheinen daher, wie die Buchstaben des Alphabets, als die einfachen Elemente der Zweckmäßigkeit, welche die Natur mechanisch determinirt der Seele zu Gebote stellt, indem sie es ihr überläßt, unter dem vereinigten Einflusse der Sinnesempfindungen und der Ueberlegung sie zu hinlänglich feinen und lenksamen Mitteln zu combiniren, um der unendlichen Mannigfaltigkeit möglicher Reize gewachsen zu sein ... Nur die Beherrschung eines gegebenen Mechanismus kann für die Seele von Werth sein; ihn selbst hervorzubringen und zu dirigiren, würde nur eine lästige und überflüssige Erschwerung ihrer Aufgabe sein ... Wie schlecht würde es um unser Leben stehen, sollte die Ueberlegung es vertheidigen, und nicht der Mechanismus! Man frage Jemand, wie er es anfangen würde, um fremde Körper aus der Luftröhre zu [256] entfernen: er wird vielleicht eher auf Tracheotomie rathen, als auf Husten“ (welches eine mechanische, unwillkürliche und unumgängliche Reflexbewegung ist, veranlaßt durch das Gefühl, den Reiz des fremden Körpers); „und wie würde das Neugeborene zur Nahrungsaufnahme gelangen, wenn es Saug- und Schlingbewegungen erst zu erfinden hätte?“ (Sobald die hintere Zunge gereizt wird, entsteht durch dieses Gefühl die Reflexbewegung des Schlingens; daher muß man einen Bissen oder einen harten Kern, der zufällig etwas zu weit in den hintern Theil des Mundes gerathen ist, gegen den Willen hinunterschlucken). „Mißtrauisch gegen den Erfindungsgeist der Seele hat vielmehr die Natur dem Körper diese Bewegungen, als mechanisch vollkommen bedingte Wirkungen der Reize mitgegeben. Und auch wo Bewegungen nach innern Zuständen der Seele

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

301

scopo, di frequente questo meccanismo fisiologico riporterà ad ogni animale i movimenti tipici della sua specie, prima che esso impari a utilizzarli per i suoi fini … Gli stessi moti che vedemmo sorgere attraverso un’eccitazione interna degli organi centrali senza un fine e senza relazione a oggetti esterni, sono risvegliati anche attraverso stimoli esterni grazie allo stesso processo automatico. Nervi sensibili conducono la loro commozione sino agli organi centrali; lì l’energia dell’eccitamento può dividersi in due rami, uno dei quali, penetrando nella sede dell’anima, risveglia in essa una sensazione di stimolo; mentre l’altro continuando a operare immediatamente sugli organi motori, produce in essi con necessità meccanica un movimento adeguatamente coordinato» (p. 291). «Questi movimenti riflessi appaiono quindi come le lettere dell’alfabeto, come gli elementi semplici del finalismo, che la natura offre all’anima secondo una determinazione meccanica, così da lasciare che essa, sotto l’influsso unitario delle sensazioni e della riflessione, li trasformi in mezzi sufficientemente docili e malleabili da essere all’altezza dell’infinita molteplicità degli stimoli possibili … Solo il dominio di un meccanismo dato può avere valore per l’anima; produrlo e dirigerlo sarebbe soltanto un pesante e superfluo aggravio del suo compito … Come sarebbe difficile stare in vita se fosse la riflessione, e non il meccanismo, a dover proteggere! Si chieda a qualcuno come farebbe a [256] espellere un corpo estraneo dalla trachea, costui, probabilmente, consiglierebbe una tracheotomia piuttosto che la tosse» (che è un movimento riflesso meccanico, involontario e semplice, causato dalla sensazione, dallo stimolo del corpo esterno); «e come riuscirebbe a nutrirsi il neonato se dovesse prima inventare i movimenti del suggere e dell’inghiottire?» (Non appena è stimolata la parte bassa della lingua sorge, attraverso questa sensazione, il movimento riflesso dell’inghiottire; per questo si devono inghiottire controvoglia un boccone o un seme duro che siano scivolati casualmente un po’ troppo in profondità all’interno del cavo orale). «Con diffidenza verso lo spirito inventivo dell’anima, la natura ha assegnato al corpo questi movimenti come effetti dello stimolo condizionati in modo assolutamente meccanico. Anche lì dove i movimenti devono seguire da stati interni

302

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

erfolgen sollen“ (wie bei der Sprache), „war es zweckmäßig, daß die Natur nicht die Erfindung des erzeugenden Anstoßes zu ihnen, sondern nur die eventuelle Verhinderung ihres Entstehens der Seele überließ“ (also nicht die Erfindung der Sprache, sondern das Schweigen), „so daß im Allgemeinen der Naturzustand darin besteht, daß die Bewegungen unwillkürlich dem Laufe der innern Zustände folgen, während die Bildung die allzugroße Leichtigkeit dieses Ueberganges hemmt.“ – Nun noch Folgendes zum Schlusse dieses Auszuges: „In den Reflexbewegungen war eine Mitwirkung der Seele überhaupt nicht nothwendig, obgleich sie nebenbei häufig stattfand, indem nicht nur der veranlassende Reiz wahrgenommen, sondern auch die von selbst entstehende Bewegung noch außerdem gewollt werden konnte. In den physiognomischen oder mimischen Bewegungen sehen wir andere Beispiele eines solchen Mechanismus, in welchen jedoch der Anfangspunkt des ganzen Processes ein innerer Seelenzustand, die bestimmte Art und Größe der Gemüthserregung ist. Doch hängen diese Bewegungen weder von unserer Intelligenz, noch von unserm Willen ab; denn weder wüßten wir einen Grund, warum Lachen mit Lust, Weinen mit Schmerz verbunden sein müßte, und nicht umgekehrt, noch vermögen wir ohne Uebung und gewaltsame Anstrengung die unwillkürliche Entstehung der Gebärden zu unterdrücken. Auch sie sind deshalb Erfolge, welche ein Zug der physischen Organisation unsern innern Zuständen mit mechanischer Nothwendigkeit zugesellt hat, und ihnen schließt sich die Sprache an, die so [257] wenig, als der Ausdruck des Gesichtes, eine Erfindung menschlichen Scharfsinnes ist. Jedes unwillkürliche Seufzen, jeder Schmerzenslaut, so wie der Gesang stimmbegabter Thiere überzeugt uns, daß eine physiologische Nothwendigkeit die Erregung sensibler Nerven und der Centralorgane vorzugsweise auf die Muskeln der Respiration und der Stimme überführt, theils um eine erleichternde Ausgleichung der physischen Nervenerschütterung zu bewirken, theils um der Seele auch dieses Mittel des Ausdrucks innerer Zustände vorzuführen und es ihrer ausbildenden Besitznahme und Verwendung zu übergeben.“ Sobald ich die Erscheinuugen der associirten und reflectirten Bewegungen, zunächst in Müllers Vorlesungen, dann in seinem Werke Über die Physiologie, kennen lernte, gerieth ich auf den Ge-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

303

dell’anima» (come nel caso della lingua), «era appropriato che la natura lasciasse agli stati dell’anima non l’invenzione degli impulsi produttivi, ma solo l’eventuale impedimento del loro nascere al suo interno» (non dunque l’invenzione della lingua, ma del tacere), «tanto che lo stato di natura in generale consiste nel fatto che i movimenti seguono involontariamente il corso delle disposizioni interne, mentre la cultura raffrena l’eccessiva facilità di questa conversione in movimento». – Ancora quel che segue, per concludere questa citazione: «nei movimenti riflessi una cooperazione dell’anima non era proprio necessaria, sebbene essa ebbe luogo in aggiunta, perché non solo poteva essere percepito lo stimolo prodotto, ma si poteva anche voler dominare al di là di quello, il movimento sorto da sé. Nei movimenti fisiognomici o mimici scorgiamo altri esempi di un tale meccanismo in cui il punto di partenza dell’intero processo è una disposizione interna dell’anima, un tipo e una quantità specifica di eccitazione dell’anima. Certo, questi movimenti non dipendono né dalla nostra intelligenza né dalla nostra volontà; poiché non fummo in grado di scoprire la ragione per cui il ridere dovesse essere collegato al piacere e il piangere al dolore e non piuttosto il contrario; e mai possiamo, senza esercizio e uno sforzo violento, sopprimere il nascere involontario dei gesti. Anche i gesti pertanto sono effetti che una parte dell’organizzazione psichica ha associato con necessità meccanica agli stati interni, e a essi è riconducibile la lingua, che non è [257] un’invenzione del senno umano, come l’espressione del volto non è invenzione dell’umana intelligenza. Ogni gemito involontario, ogni grido di dolore, anche il canto di animali dotati di voce, ci convince del fatto che una necessità fisiologica trasferisce di preferenza l’eccitazione dei nervi sensibili e del sistema nervoso sui muscoli della respirazione e della voce; e ciò in parte per dar luogo a una compensazione che scarica la commozione fisica dei nervi, in parte per apportare all’anima anche questo mezzo per l’espressione delle disposizioni interne, passandolo a essa perché ne prenda possesso e lo utilizzi per il suo sviluppo». Da quando sono venuto a conoscenza dei fenomeni dei movimenti associati e riflessi, anzitutto attraverso le lezioni di Müller91, poi nella sua opera sulla fisiologia, mi sono persuaso

304

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

danken, daß auch die Sprache nur eine weitere und höchst merkwürdige Ausbildung einer ursprünglich mechanisch entstandenen Reflexbewegung sei, und bin erfreut, diese Ansicht schon bei Kempelen, noch mehr aber bei Lotze zu finden, wodurch mir die Sache zur Gewißheit wird. Daß die Sprache eine Erfindung sei, davon kann heute nur noch als von einer ehemaligen Ansicht geschichtlich geredet werden. Immer aber blieb doch die Ansicht der Sprachforscher, Humboldts sowohl, wie der historischen, nur unbestimmt und schwankend. Nicht Erfindung; aber was denn? das wußte man nicht klar zu sagen. Jetzt kennen wir die ganze Gattung von Erscheinungen, denen die Sprache als besondere Art unterzuordnen ist; und ich denke, die obigen Citate sind allgemein verständlich. Hiermit ist jedoch erst die Hälfte der Definition gegeben. Zwischen dem Lachen und allen sonstigen Reflexbewegungen einerseits und der Sprache andererseits liegt eine große Kluft, die wir erst noch, so weit es geschehen kann, auszufüllen uns bemühen müssen. Zunächst noch eine anatomisch-physiologische Bemerkung. Die Sprachbewegungen unterscheiden sich zuerst vom Lachen und Weinen durch ihre größere Mannigfaltigkeit. Schon die Interjectionen des Schmerzes und der Freude sind mannigfaltiger, als Lachen und Weinen; außerdem aber giebt es noch andere Interjectionen, und diese überhaupt sind doch noch nicht einmal die Anfänge der Sprache. Der Ausdruck der Gesichtszüge aber, je nach den verschiedenen innern Erregungszuständen, dürfte eine gleiche Mannigfaltigkeit und Verschiedenheit zeigen, [258] wie die Interjectionen. Er wird durch den N. facialis erzeugt, und Müller bemerkt hierüber (II, S. 92.): „Der so äußerst verschiedene Ausdruck der Gesichtszüge in den verschiedenen Leidenschaften zeigt, daß je nach der Art der Seelenzustände ganz verschiedene Gruppen der Fasern des N. facialis in Thätigkeit oder Abspannung gesetzt werden. Die Gründe dieser Erscheinung, dieser Beziehung der Gesichtsmuskeln zu besondern Leidenschaften sind gänzlich unbekannt.“ Der N. facialis, der physiognomische Nerv, ist „der sensibelste Leiter leidenschaftlicher Zustände“ (ebenda), und wir sehen an ihm, wie ein Nervenfaden vermöge der Spaltung seiner Fasern mannigfach und verschiedenseitig wirken kann. Der Nervus facialis ist nicht eigentlich ein Nerv für die Sprachbewegung; aber er geht doch auch in die Muskeln, wel-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

305

che anche la lingua non sia altro che una formazione ulteriore e suprema di un movimento riflesso sorto originariamente in modo meccanico; e sono lieto di ritrovare questa prospettiva già in Kempelen e, ancor di più, in Lotze, grazie a cui la questione è stata risolta con certezza. Del fatto che la lingua sia un’invenzione, oggi può ormai discutersi in senso storiografico, solo come di una prospettiva del passato. La prospettiva dei linguisti, anche quella di Humboldt, e quella degli storici della lingua, tuttavia, rimase sempre imprecisa e oscillante. Non si tratta di un’invenzione, di cosa allora? Non si era in grado di dirlo con chiarezza. Ora conosciamo l’intero genere dei fenomeni di cui la lingua fa parte come specie particolare; e credo che le citazioni su riportate siano universalmente comprensibili. Con ciò è data la metà della definizione. Tra il ridere e tutti gli altri movimenti riflessi da una parte e la lingua dall’altra vi è un’ampia frattura che dobbiamo sforzarci, per quanto possibile, di ripianare. Prima, ancora un’osservazione anatomico-fisiologica. I movimenti linguistici si distinguono dal ridere e dal piangere anzitutto per la loro maggiore varietà. Già le interiezioni di dolore e gioia sono più varie del ridere e del piangere; oltre a queste, ci sono però altre interiezioni e nemmeno queste, d’altra parte, costituiscono gli inizi della lingua. L’espressione dei tratti del volto, tuttavia, come le interiezioni, dovrebbe mostrare [258] una varietà e differenziazione corrispondenti ai diversi stati d’eccitazione interni. L’espressione del volto è prodotta dal n. facialis e Müller osserva in proposito (II, p. 92): «L’espressione dei tratti del viso, in sommo grado diversa in relazione a passioni diverse, mostra che, secondo il tipo di stato d’animo, sono posti in attività o in tensione gruppi completamente diversi di fibre del n. facialis. Le ragioni di questo fenomeno, di questa relazione dei muscoli del volto con passioni particolari, sono completamente ignote». Il n. facialis, il nervo fisionomico, è «il conduttore più sensibile degli stati passionali» (ibidem), grazie a esso scorgiamo come un unico nervo può operare, in ragione della divisione delle sue fibre, in modo vario e diverso. Il n. facialis, in verità, non è un nervo preposto al movimento linguistico; ma giunge ai muscoli che traggono la ma-

306

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

che die Kinnlade abziehen und das Zungenbein erheben; und so, denke ich, muß er auch die Zunge irgendwie ein wenig erregen, indem er dem Gesicht den Ausdruck giebt. Wird aber die Zunge bewegt, so müssen doch dadurch auch wohl die Nervenfasern der Zunge, welche besonders die Sprachbewegungen leiten, in Reizung versetzt werden. Also muß der N. facialis mittelbar wohl auch zur Erzeugung der Töne wirken*. Gewiß ist, daß „er bei allen verstärkten and angestrengten Athembewegungen, besonders bei geschwächten Menschen, mitafficirt ist“ (das. I, 792.). Die eigentlichen Nerven der Sprachbewegungen sind der N. vagus und N. hypoglossus; der erstere „verbreitet sich constant in den Stimm- und Athemwerkzeugen“, der andere ist „der motorische Nerv der Zunge bei allen Bewegungen dieses Organs zum Sprechen, Kauen, Schlingen u.s.w. Er ist aber auch der Bewegungsnerv der großen Muskeln des Kehlkopfes und Zungenbeins“ (I, 795.); und hier, denke ich, muß er, der eigentlich articulirende Nerv, mit dem so leicht reizbaren physiognomischen N. facialis sich mittelbar begegnen. Wenn dies richtig wäre, so hätten wir jetzt nicht bloß das Athmen und Tönen, sondern auch die Articulation überhaupt, also die Elemente der Sprache, als von innern Erregungen reflectirte Ausdrucks- [259] oder physiognomische Bewegungen kennen gelernt. Hierzu nehme man nun noch, daß die Reflexionsbewegung durch die wachsende Bildung der Seele, die steigende Selbstherrschaft des Menschen gehemmt und dadurch unterdrückt und geschwächt wird, woraus wir rückwärts schließen müssen, daß sie ursprünglich beim Neugebornen und beim Wilden, noch mehr aber beim Urmenschen ungleich kräftiger, durchgängiger, und darum auch bestimmter war, als wir sie heute an uns beobachten können: so wird man es nicht allzu gewagt finden, wenn wir meinen, daß bei den Urmenschen erstlich keine Seelenerregung vorging ohne eine entsprechende, reflectirte körperliche Bewegung; und zweitens auch, daß jeder bestimm-

* Von solcher Erregungsweise eines Nerven mittelst eines andern, nämlich daß ein Nerv durch den Muskel, in welchem er verläuft, gereizt wird, weil dieser von einem andern Nerven, der ebenfalls auf ihn wirkt, zur Behegung gebracht ist, habe ich zwar nichts gelesen; sollte sie aber unmöglich sein?

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

307

scella e sollevano lo ioide92; per questo penso che esso, dal momento che dà l’espressione al volto, debba anche in certa misura stimolare la lingua. Ma se la lingua è posta in movimento, allora devono essere eccitate anche le fibre nervose della lingua preposte nello specifico ai movimenti linguistici. Il n. facialis deve dunque operare in modo mediato anche per la produzione dei suoni*. È certo che «il n. facialis è affetto da tutti i movimenti respiratori potenziati e intensi, soprattutto negli uomini debilitati» (ivi, I, p. 792). I nervi preposti ai movimenti linguistici in senso proprio sono il n. vagus e n. hypoglossus; «il primo si riverbera costantemente sugli organi fonatori e respiratori», l’altro è «il nervo motorio della lingua, in tutti i movimenti di quest’organo funzionali al parlare, al masticare, all’inghiottire etc. È anche però il nervo motorio dei grandi muscoli della laringe e dello ioide» (I, 795); e qui, credo, il n. hypoglossus, il nervo preposto in senso proprio all’articolazione, deve incontrarsi indirettamente con il n. facialis fisiognomico tanto facilmente eccitabile. Se ciò fosse giusto, allora avremmo conosciuto come movimenti fisiognomici o espressivi [259], riflessi di eccitazioni interne, non solo il respiro e l’emissione di suoni, ma anche in generale l’articolazione, ovvero tutti gli elementi della lingua. A ciò si aggiunga ancora che il movimento riflesso è impedito, e pertanto trattenuto e indebolito, per mezzo della crescente cultura93, dell’autocontrollo crescente dell’uomo; dal che, andando indietro, dobbiamo trarre che il movimento riflesso originariamente, nel neonato, nel selvaggio e ancor di più nell’uomo primitivo, era incommensurabilmente più potente, più diffuso, e pertanto anche più marcato di come oggi possiamo osservarlo in noi: non si troverà allora eccessivamente audace la nostra opinione secondo cui negli uomini primitivi non si presentava alcuna eccitazione dell’anima che non fosse seguita da un corrispondente movimento corporeo riflesso; e in secondo luogo, che ogni preciso particolare moto dell’ani* Di questa eccitazione di un nervo tramite un altro, è a dire del fatto che un nervo sia stimolato da un muscolo a cui s’intreccia, giacché il muscolo è posto in movimento da un altro nervo che altresì agisce su di esso, invero non ho mai letto nulla; dovrebbe tuttavia ritenersi ciò impossibile?

308

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

ten, besondern Seelenbewegung eine bestimmte körperliche entsprach, welche physiognomisch und tönend zugleich war. Nachdem wir so die Elemente der Sprache, wie sie gewissermaßen im vorsprachlichen Zustande der Menschen gegeben sind, kennen gelernt haben, könnten wir versuchen, sie in das lebendige Spiel der Sprachthätigkeit zu versetzen. Wir müssen jedoch zuvor den innern Besitzstand der Seele auf ihrer vorsprachlichen und also – da man die Sprache immer als Scheidungszeichen zwischen Mensch und Thier angesehen hat – thierischen Bildungsstufe etwas näher betrachten. Dies wird natürlich bloß darauf hinauslaufen, das Wesen der Empfindungserkenntnisse, der Wahrnehmung, zu entwickeln. Wir können diese Arbeit nicht umgehen. Denn wir müssen doch den Boden ausbreiten, auf oder aus welchem sich die Sprache erhebt, um dann weiter sehen zu können, was und wie die Sprache, in Gemäßheit des ihr in der Seele Vorangehenden und der allgemeinen Entwicklungsweise der Seele, für die Fortbildung derselben, für die Entfaltung ihres Wesens wirkt; was die Seele durch sie gewinnt, was sie sich in ihr schafft und giebt. §. 90. Vergleichung der menschen- und Thierseele [...] [291] Wir fügen nun zum Beschlusse dieser Vergleichung des Menschen mit dem Thiere noch eine Bemerkung hinzu, die das Wesen der Sprache näher als alles früher Erwähnte betrifft und diese Betrachtung mit der vorangehenden über den Zusammenhang von Leib und Seele zusammenschließt. Nämlich: die Thierseele wird von jeder leiblichen , sinnlichen Affection, von Schmerzund Lustgefühl, wie von der Empfindungen , aufs lebhafteste mit ergriffen, ohne Herr der Affection zu werden. Umgekehrt wird beim Menschen der Leib durch die Affectionen der Seele mitbewegt. Denn hat die menschliche Seele die Uebermacht über den Leib, muß sie ihn ernähren, waren, schützen, bleibt sie den Sinneseindrücken gegenüber ihrer selbst mächtig und wird nicht hingerissen in den Strudel sinnlicher Empfindung: so wirkt sie auch aus eigener Erregung so kräftig auf den Leib zurück, dass dieser zum treuen Spiegel ihrer Bewegungen wird. Die Thierseele ist der Reflex des thierieschen Leibes; beim Menschen reflectiert der Leib die Seele. Sicht- und hörbare leibliche Veränderungen, veranlasst durch Seelenerregungen, verrathen uns die unsichtbaren Seelenbewegungen, deren Reflex sie sind. Dies ist der Quell der Sprache.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

309

ma corrispondeva a uno specifico movimento corporeo, equivalente dal punto di vista fisiognomico e sonoro. Dopo aver conosciuto in questo modo gli elementi della lingua che, per dir così, sono dati nella condizione prelinguistica dell’uomo, potremmo tentare di trasferirli nel gioco vivente dell’attività linguistica. Prima, tuttavia, dobbiamo prendere in considerazione un po’ più da vicino il patrimonio dell’anima al suo livello di formazione prelinguistico ovvero animale, dal momento che si è sempre considerata la lingua come carattere distintivo dell’uomo rispetto all’animale. Ciò ci condurrà subito a sviluppare la natura della conoscenza sensibile, della percezione. Non possiamo evitare questa ricerca. Dobbiamo poi spiegare su che piano s’innalza e da che piano emerge la lingua, per poter quindi vedere come essa opera in conformità agli stadi dell’anima che la precedono e in rapporto al suo sviluppo generale, in funzione del suo avanzamento e per il dispiegamento della sua essenza; cosa l’anima consegua grazie ad essa, cosa si produca e si dia nella lingua94. §. 90. Comparazione dell’anima animale e umana […] [291] Aggiungiamo solo, in conclusione di questo paragone dell’uomo con l’animale, un’osservazione che coglie l’essenza della lingua in modo più accurato di tutto ciò che è stato detto finora e mette in rapporto questa trattazione con quella precedente relativa alla connessione di corpo e anima. L’anima animale è colpita nel modo più violento da ogni affezione corporea e sensibile, dal dolore, dal piacere e dalle sensazioni, e non è in grado di dominare l’affezione stessa; al contrario, nell’uomo, il corpo è commosso dalle affezioni dell’anima. Poiché l’anima dell’uomo esercita una superiorità sul corpo, deve nutrirlo, proteggerlo, sostenerlo, allora rimane di fronte alle impressioni sensibili padrona di sé e non è travolta nel vortice della sensazione; essa quindi, a partire dalla propria eccitazione, reagisce così potentemente sul corpo che quest’ultimo diviene lo specchio fedele dei suoi moti. L’anima dell’animale è il riflesso del corpo dell’animale; nell’uomo, il corpo riflette l’anima. Mutamenti corporei della vista e dell’udito provocati da eccitazioni dell’anima ci disvelano i moti invisibili dell’anima di cui sono il riflesso. È questa

310

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Der Körper ist stumm, wenn er seine eigene Masse, sein eigenes Gewicht gelten lässt; er spricht, indem er die Form annimmt, die ihm die Seele aufprägt. Die Herrschaft des Geistes über den Körper [292] bricht in Tönen aus, und Freiheit ist das Wesen der Sprache. §. 91. Sprache als Befreiungsact der Seele. Das Sprechen ist also eine Befreiungsthätigkeit. Das fühlen wir ja alle heute noch, wie wir unsere Seele erleichtern, von einem Drucke befreien, indem wir uns äußern. Die Sprache wirkt hier wie ein Thränenerguß, und oft zusammen mit ihm. Besonders aber das erste Hervorbrechen der Sprache beim Kinde und beim Urmenschen ist eine Befreiung der Seele von dem Drucke der auf sie eindringenden Sinnesempfindungen. Denn je größer bei der fortschreitenden Entwickelung des Geistes die Selbstbeherrschung wird, desto mehr lernen wir schweigen, d. h. die von außen kommenden Eindrücke auch ohne Sprache überwinden; gemäß dem ursprünglichen Verhältnisse aber muß man ganz eigentlich, und nicht bloß bildlich, sagen: so wie ein elastischer Körper, der erschüttert wird, in einen tönenden Zustand versetzt wird und sich durch dieses Tönen von dem empfangenen Stoße losmacht, indem er ihn der Luft weiter giebt: eben so tönt der Mensch, erregt durch die auf ihn einstürmenden Gefühle und Anschauungen, in der Sprache und befreit sich von den empfangenen Eindrücken, indem er sie an die Luft abgiebt durch das Wort. Wie gesagt, wir bewegen uns hier nicht in Metaphern, sondern stehen auf dem Boden der genauen Lehre von den physikalischen Kräften. Es ist zu interessant, die Sprache als Reflexbewegung unter das allgemeine Gesetz der physikalischen Kräfte zu bringen, und sie so von dem umfassendsten Standpunkte aus anzusehen, als daß ich mir versagen könnte, die hierauf bezüglichen Bemerkungen aus Lotzes Allgemeiner Physiologie (S. 450 ff.) ausführlicher mitzutheilen. Gehen wir nämlich davon aus, daß jede Wirkung einer Kraft auf einen Körper, nach dem Gesetze der Trägheit, so lange fortdauert, als sie nicht durch entgegengesetzte Widerstände aufgezehrt wird, wenn auch nicht nur ihre Richtung, sondern auch ihre Form sich so umgestalten kann, daß sie nur in einem ihrer Größe entsprechenden Aequivalent eines anderen von ihr angeregten Processes fortdauert: so bemerken wir nun auch, daß auf den lebendigen Körper in jedem Augenblicke

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

311

la fonte della lingua. Il corpo è muto quando prevale la sua massa, il suo peso; parla quando assume la forma che l’anima gli imprime. Il dominio dello spirito sul corpo [292] prorompe in suoni, e la libertà è l’essenza della lingua. §. 91. La lingua come atto liberatorio dell’anima Il parlare è dunque un’attività liberatoria. Ancora oggi tutti noi sentiamo come nell’esprimerci alleggeriamo la nostra anima, la liberiamo da una compressione. La lingua opera qui come un’emissione di lacrime e di frequente insieme a essa. È però il primo erompere della lingua nel bambino e nell’uomo primitivo a configurarsi, in particolare, come una liberazione dell’anima dalla pressione che le sensazioni esercitano su di essa. Giacché, quanto più con lo sviluppo progressivo dello spirito cresce il dominio di sé, tanto più impariamo a tacere, è a dire a far fronte alle impressioni che ci giungono dall’esterno anche senza la lingua; riguardo al rapporto originario però bisogna dire, in senso proprio e non meramente figurato, che come un corpo elastico che viene scosso è posto in una condizione tonale e attraverso il suono si libera dall’urto ricevuto perché quest’ultimo trapassa nell’aria, così l’uomo eccitato dai sentimenti e dalle intuizioni che si dibattono in lui risuona nella lingua e si libera dalle impressioni ricevute consegnandole, per mezzo della parola, all’aria. Come detto, qui non muoviamo entro il dominio delle metafore, ma rimaniamo saldi sul terreno dell’esatta teoria delle forze fisiche. È troppo interessante ricondurre la lingua, come movimento riflesso, sotto la legge universale delle forze fisiche e osservarla dalla più ampia prospettiva possibile, perché io possa astenermi dal riferire in modo dettagliato le riflessioni al riguardo tratte dalla Allgemeine Physiologie di Lotze (p. 450 e sgg.)95. Partiamo allora dal fatto che ogni effetto della forza su un corpo, secondo la legge dell’inerzia, dura finché non viene dissolto da ostacoli che si frappongono, almeno che, assieme alla direzione, non ne muti la forma tanto da proseguire in un processo equivalente da esso stimolato, conforme alla sua grandezza: osserviamo anche che in ogni istante della sua sussistenza operano sul corpo vivente un gran numero di forze

312

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

seines Bestehens eine große Anzahl physischer Kräfte einwirken, deren Wirkungen ebenfalls entweder auf andere Körper übertragen, oder sonst wie [293] aufgezehrt werden müssen. Es ist doch auch wohl ferner vorauszusetzen, daß der organische Körper, wie eine jener sinnvollsten Maschinen, die zufälligsten und formverschiedensten Einwirkungen von außen nicht nur zu überdauern, sondern ihnen zugleich einen benutzbaren Effect für seine eigenen Zwecke abzugewinnen vermag. Ein Perpetuum mobile freilich ist auch er nicht. Gewaltsamen Erschütterungen vermag er nicht zu widerstehen. „Geringere Erschütterungen dagegen müssen wir bei Pflanzen, wie bei Thieren, als aufgenommen in den Plan des Lebens ansehen, bei diesen als unvermeidliche Folgen der Muskelbewegung, bei jenen als Nebenumstände, welche mit dem Genusse des adäquaten Lebensreizes, der atmosphärischen Luft, gleich unabtrennbar verbunden sind. Ein großer Theil dieser zugeführten Erschütterungen geht nun allerdings nutzlos verloren; der Organismus theilt seine Bebungen dem Boden und der umgebenden Luft mit; ein anderer Theil der Bewegung wird auf Erzeugung von Schallschwingungen, ein kleinerer vielleicht noch auf Bildung von Wärme verwandt.“ Andererseits aber sind diese Erschütterungen förderlich für die Saftbeweguug und den Stoffwechsel, sowohl bei Thieren als bei Pflanzen. Betrachten wir jetzt die Nervenwirkungen. Die Erregung motorischer Nerven findet ihre Ausgleichung in der Contraction der Muskeln, und diese verliert sich in Wärmeerzeugung und chemische Processe, außerdem daß die Glieder ihre Bewegung nach außen mittheilen: dies ist leicht zu sehen. Aber „wohin verlieren sich die unzähligen zum Theil so starken Eindrücke, denen unser sensibles Nervensystem jeden Augenblick ausgesetzt ist? Diese Frage läßt sich nicht mit Sicherheit entscheiden, doch giebt es einige Spuren, die wir verfolgen können.“ Nämlich der Nerv nutzt sich ab, und so wird also auch seine Erregung in chemische Processe umgewandelt. Doch dies geschieht nicht schnell genug, und wir erkennen leicht noch zwei Möglichkeiten, wodurch sich der Körper von den Nervenerregungen befreit, Muskelbewegung und Absonderung. „Die Natur hat die erste Art der Ausgleichung sensibler Erregung, ihre Uebertragung nämlich auf motorische Nerven, nicht nur höchst ausgedehnt verwirklicht, sondern zugleich das Unvermeidliche zum Besten gekehrt. Zwar nicht immer, aber überall,

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

313

fisiche, i cui effetti devono parimenti o essere trasferiti su altri corpi o essere [293] dissolti. Bisogna anche premettere che il corpo organico, come una di quelle macchine particolarmente ingegnose, non solo può sopravvivere alle più casuali e multiformi azioni provenienti dall’esterno, ma da queste azioni può anche ricavare un effetto utilizzabile per i suoi scopi particolari. Il corpo organico, tuttavia, non è un perpetuum mobile. Non può resistere a urti violenti. «Di contro, dobbiamo considerare urti più leggeri come contemplati nel piano di vita delle piante e degli animali; negli animali come conseguenze inevitabili del movimento muscolare, nelle piante come circostanze accessorie connesse, in modo egualmente inscindibile, col consumo degli stimoli vitali necessari e dell’aria. Una gran parte delle commozioni così apportate, tuttavia, vanno perse senza alcun esito; l’organismo condivide le sue vibrazioni con il terreno e l’aria circostante; un’altra parte del movimento è utilizzata per la produzione di oscillazioni sonore, una parte più piccola, forse, per la formazione del calore». D’altro canto, però, queste commozioni sono necessarie per il movimento linfatico e il metabolismo, sia negli animali sia nelle piante. Prendiamo ora in considerazione le azioni dei nervi. L’eccitazione dei nervi motori trova la sua compensazione nella contrazione dei muscoli ed essa si converte nella produzione di calore e nei processi chimici, oltre il fatto che le membra, come si vede, comunicano il loro movimento all’esterno. Ma «dove si disperdono le innumerevoli impressioni, in parte tanto forti, da cui il nostro sistema nervoso è scosso in ogni istante? A questa domanda non è dato rispondere con certezza, eppure vi sono alcune tracce che possiamo seguire». Il nervo, infatti, si logora e così anche la sua eccitazione si trasforma in processi chimici. Ma ciò non avviene così velocemente e conosciamo ancora due possibilità attraverso cui il corpo si libera dalle eccitazioni nervose: il movimento muscolare e la secrezione. «La natura non ha solo realizzato ampiamente il primo tipo di compensazione dell’eccitazione sensibile, è a dire il suo trasferimento ai nervi motori, ma ha contemporaneamente volto al meglio l’inevitabile. Non sempre, ma ovunque la funzione di

314

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

wo die Function eines Organs dazu Veranlassung gab, erscheinen diese Reflexbewegungen nicht nur als Ableitungen [294] der Erregung in den sensiblen Nerven, sondern zugleich als Auslösungen nützlicher Leistungen. Ein heftiger Lichteindruck bringt sofort Schließung der Augenlieder hervor ... Dem Gehörnerven scheint kein so lenksamer Muskelapparat eigen zu sein, durch dessen Erregungen er seine eigenen beruhigt; doch dürften leicht theils die Stimmorgane, theils die gesammten Körpermuskeln, in denen wenigstens jede rhythmische Musik so leicht Bewegungstriebe hervorbringt, eine Ableitung jener Erregungen enthalten ... Ueberraschende Reize, welche eine große Hautfläche zugleich treffen, oder intensive Schmerzen der äußern und der innern Theile, bringen besonders deutliche Nachwirkungen in den Bewegungen des Athmens und der Circulation hervor“, wobei wenigstens eine Ausgleichung der sensiblen Erregung, wenn auch keine teleologische Benutzung stattfindet. Nur kann man recht wohl in den durch Reflexion der sensiblen Erregungen auf die Tonorgane hervorgebrachten Lauten „eine zweckmäßige Darbietung eines Ausdrucksmittels innerer Zustände sehen, dessen sich die Ueberlegung“ (dies Wort ist nicht eigentlich zu nehmen) „weiter bedient, um durch Gedankenmittheilung eine Hilfe zu suchen, die nicht unmittelbar durch organische Processe geleistet wird.“ Und endlich heißt es (S. 462.): „Nur dies möchten wir bitten, daß man die physiologische Nothwendigkeit nicht überhaupt verkennt, die in dem Zusammenhange dieser Processe, z. B. der sensiblen und der motorischen obwaltet, und daß man an seine Stelle nicht eine unbestimmte psychische Verknüpfung setzt. Der Schrei des Leidenden ist keine Handlung, die aus psychischen Motiven folgt, sie gehört gewiß zur nothwendigen Verkettung physiologischer Processe ... Es hat einen großen Reiz, das ästhetisch Bedeutsame des Lebens oder die psychisch nothwendigen Veranstaltungen mit unvermeidlichen mechanischen Verhältnissen zusammenhängen zu sehn. So ist die Sprache nicht allein eine Erfindung des Menschen, sondern in der Anregung der Stimme durch innere Zustände überhaupt liegt ein natürlicher Trieb zu ihrer Erfindung und Benutzung; und selbst dieser Trieb ist von der Natur nicht blos willkürlich an jene innern Zustände geknüpft, sondern enthält zugleich die unentbehrliche mechanische Ausgleichung, die sie erfordern.“

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

315

un organo vi dà adito, questi movimenti riflessi appaiono,non solo come deviazioni [294] dell’eccitazione nei nervi sensibili, ma anche come produzioni di opere più utili. Una più acuta impressione visiva produce subito la chiusura delle palpebre … Non sembra che per i nervi dell’orecchio vi sia un apparato muscolare tanto sensibile, grazie a cui le eccitazioni muscolari compensino quelle nervose; certo in parte gli organi della fonazione in parte l’insieme dei muscoli corporei, almeno quelli in cui ogni musica ritmica produce tanto facilmente gli impulsi al movimento, dovrebbero permettere di scaricare le eccitazioni nervose dell’orecchio … Stimoli improvvisi che si facciano incontro a una grande superficie cutanea, o intensi dolori provenienti dalla parte esterna o interna, producono ripercussioni particolarmente evidenti nei movimenti del respiro e della circolazione», in cui ha luogo, per lo meno, una compensazione dell’eccitazione sensibile se non, perfino, una utilizzazione teleologica. Solo nei suoni prodotti per via di riflessione degli stimoli sensibili sugli organi della fonazione è ben possibile «scorgere l’adeguata esibizione di un mezzo espressivo di condizioni interne, del quale il ragionamento» (questo termine non va assunto in senso proprio) «continua ad avvalersi per cercare, attraverso la comunicazione del pensiero, un aiuto che non è immediatamente fornito dai processi organici». E, infine, (p. 462): «chiediamo solo questo, che non si disconosca in generale la necessità fisiologica che domina nella connessione di questi processi, ad es. dei processi motori e sensibili, e che non si ponga al suo posto un indeterminato legame psichico. Il grido di chi soffre non è un’azione provocata da stati psichici, essa appartiene sicuramente alla necessaria concatenazione di processi fisiologici ... Ha un gran fascino il veder connesso con inevitabili processi meccanici l’importante dimensione estetica della vita o le necessarie manifestazioni psichiche. La lingua, pertanto, non è soltanto un’invenzione dell’uomo e, piuttosto, nella stimolazione della voce per mezzo degli stati interni risiede un impulso della natura all’invenzione e all’utilizzazione della lingua; e questo stesso impulso non è semplicemente connesso dalla natura a quegli stati interni in modo arbitrario, ma contempla contemporaneamente la compensazione meccanica irrinunciabile che quegli stati interni richiedono».

316

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Wir dürfen also jetzt in ganz eigentlichem Sinne sagen: der Mensch spricht, wie der Hain rauscht. Luft, welche Töne und Gerüche trägt, Lichtäther und Sonnenstrahlen, und der [295] Hauch des Geistes fahren über den menschlichen Leib dahin, und er tönt. b) Hervortreten der Sprache. Nach allem Vorangegangenen dürfen wir uns nun vorstellen, daß der Urmensch in größter Lebhaftigkeit alle Wahrnehmungen, alle Anschauungen, die seine Seele empfing, mit leiblichen Bewegungen, mimischen Stellungen, Gebärden und besonders Tönen, ja sogar articulirten Tönen, begleitete. Diese Reflexbewegungen bedeuten nun thatsächlich schon die Seelenerregungen, deren Reflex sie sind. Was nun noch zur Sprache fehlt, ist freilich nicht unbedeutend, ist vielmehr das Wichtigste, nämlich das Bewußtsein dieser Bedeutung, die Verwendung der Aeußerung. Die bewußte Verbindung erst der reflectirten Körperbewegung mit der Seelenerregung giebt den Anfang der Sprache. Die Seelenerregung aber, Gefühl, Empfindung, Anschauung, ist schon Bewußtsein; also ist das Bewußtsein vom Bewußtsein Anfang und Quell der Sprache, oder mit der Sprache wird die Seele Bewußtsein des Bewußten, also Selbstbewußtsein; die Seele wird Geist. Dieser Uebergang von Seele in Geist ist also das Erste, was uns hier beschäftigt. §. 92. Anschauung der Anschauung. Wir denken uns hier den Menschen als anschauend; aber wir dürfen noch nicht sagen, er besitze Anschauungen. Denn er hat wohl Gedächtniß, wie auch das Thier, aber noch keine Erinnerung, keine erinnerte Anschauung. Unser Mensch, wie wir ihn hier als Fiction hinstellen, lebt, wie das Thier, im schnellen Wechsel gegenwärtiger, sinnlicher Anschauungen. Jede Anschauung ist begleitet von einer Reflexbewegung, deren Zweck Ableitung des Druckes von der Seele, Erleichterung ist. Hiermit ist beim Thiere die Sache aus; beim Menschen noch nicht, sondern sie schreitet fort. Die menschliche Seele entledigt sich ebenfalls des empfangenen Eindruckes; aber sie hat einen doppelten Vortheil gegen

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

317

Pertanto, possiamo finalmente dire, in senso assolutamente proprio, che l’uomo parla come le fronde stormiscono. L’aria, che porta suoni e rumori, l’etere e i raggi del sole, e il [295] soffio dello spirito, varcano il corpo umano ed esso risuona. b) Comparsa della lingua Secondo ciò che è stato esposto96, dovremmo immaginarci che l’uomo primitivo accompagnava molto animatamente, con movimenti corporei, posizioni mimiche, gesti e in particolar modo suoni, perfino suoni articolati, tutte le percezioni e le intuizioni che la sua anima riceveva. I movimenti riflessi in questa fase significano già effettivamente le eccitazioni dell’anima di cui sono riflesso. Ciò che manca ancora alla lingua non è tuttavia poco rilevante, è piuttosto quanto vi sia di più importante, è a dire la coscienza di questo significato, l’utilizzazione dell’espressione. Solo la connessione consapevole del movimento corporeo riflesso con l’eccitazione dell’anima provoca l’inizio della lingua. La stimolazione dell’anima però – sentimento, sensazione, intuizione – è già coscienza; dunque scaturigine e fonte della lingua è la coscienza della coscienza; ovvero l’anima con la lingua diventa coscienza della coscienza, dunque autocoscienza; l’anima diventa spirito. Questo passaggio dall’anima allo spirito è allora la prima cosa di cui ci occuperemo. §. 92. Intuizione dell’intuizione Qui noi ci figuriamo l’uomo come intuente, ma non possiamo ancora dire che possieda intuizioni. Giacché egli ha sì memoria come l’animale, ma ancora nessun ricordo, nessuna intuizione ricordata97. Il nostro uomo, che qui poniamo per ipotesi, vive come l’animale nel mutamento repentino di intuizioni momentanee e sensibili. Ogni intuizione è accompagnata da un movimento riflesso il cui fine è lo scaricamento della pressione esercitata sull’anima, l’alleggerimento. In questo modo la vicenda è conclusa per quel che riguarda gli animali, non ancora per l’uomo in rapporto a cui va ben oltre.

318

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

die thierische. Bei der thierischen Empfindung ist, wie wir oben gesehen haben, die leibliche Erregung überwältigend für die Seele und darum die Gegenwirkung der Seele schwach. Beim Menschen ist umgekehrt die leibliche Erregung viel schwächer, die Seelenreaction viel stärker. Sollte dies der Grund sein, warum der Mensch ein längeres Leben [296] hat, als das Thier, obwohl sein Körper schwächer ist? Das Thier wird so stark von der Außenwelt ergriffen, hat so wenig natürlichen oder künstlichen Schutz gegen außen, daß es sich schnell abnutzt und aufreibt. Des Menschen Körper, in feinerer Weise und schwächer erregt und alle Stöße von außen kräftig zurückgebend, erhält sich länger durch die Macht und Weisheit der Seele. Die menschliche Seele also, fern davon ein Parasit ihres Körpers zu sein, benimmt sich gegen ihn wie ein Herr, der seinem Knecht aus milder Gesinnung und im eigenen Vortheil allen Schutz angedeihen läßt, um ihn länger zu bewahren. Einwirkung von außen und Gegenwirkung der Seele stehen also in umgekehrtem Verhältnisse. Die thierische Seele giebt einen starken Eindruck schwach zurück und ist erschöpft; die menschliche Seele giebt einen schwachen Eindruck mit Kraft zurück, ihre Thätigkeit ist erregt, und es ist ein Ueberschuß von Kraft da, der seiner Verwendung harret. Selbst die durch die Reflexionsbewegung verlorene Kraft erhält die Seele unmittelbar wieder. Hier sehen wir, wie der psychisch-physische Organismus jenen vorzüglichsten Maschinen gleicht, welche den durch ihre eigene Thätigkeit nothwendig entstandenen Verlust im Verluste selbst sogleich wieder ersetzen. Denn die Seelenerregung reflectirt sich auf die Athembewegung und verstärkt diese. Das Athemholen aber wirkt erregend auf die Seele und führt ihr Kraft zu. Die menschliche Seele also, durch die Anschauung erregt, tritt hervor; und weil sie in der Anschauung nicht erschöpft, weil eine größere Kraft erregt, als verwendet worden ist, so ist nun die Seele nach Vollendung dieses Vorganges der Anschauung und Reflexbewegung noch da als eine Kraft, die nach Thätigkeit drängt. Die Empfindung hat die Seele heraufbeschworen; diese

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

319

Anche l’anima umana si libera dell’impressione sensibile, ma rispetto a quella animale ha un doppio vantaggio. Nella sensazione degli animali, come abbiamo visto su, l’eccitazione fisica è schiacciante per l’anima e pertanto la reazione dell’anima è debole. Al contrario, negli uomini, l’eccitazione fisica è molto più debole, la reazione dell’anima molto più forte. Potrebbe essere questa la ragione per cui l’uomo ha una vita [296] più lunga dell’animale, sebbene il suo corpo sia più debole? L’animale è così potentemente catturato dal mondo esterno, ha contro l’esterno così poca protezione naturale e artificiale, che si consuma e si logora velocemente. Il corpo dell’uomo, stimolato in modo più fine e meno violento, e atto a restituire vigorosamente tutti i colpi provenienti dall’esterno, si conserva più a lungo grazie alla potenza e alla saggezza dell’anima. L’anima umana pertanto, lontana dall’esercitare un’azione parassitaria nei confronti del suo corpo, vi si rapporta come un signore, che, animato da sentimenti benevoli e senza trascurare il proprio vantaggio, concede ogni protezione al suo paggio per serbarlo più a lungo. Azioni provenienti dall’esterno e reazioni dell’anima stanno dunque nell’uomo e nell’animale in un rapporto inverso. L’anima animale restituisce debolmente un’impressione forte e si esaurisce; l’anima umana restituisce con forza un’impressione debole, da ciò la sua attività viene stimolata e si crea un’eccedenza di forza che attende con impazienza di essere utilizzata. La stessa forza che l’anima ha perso in ragione del movimento riflesso è immediatamente riacquisita. Vediamo qui come l’organismo psico-fisico eguagli quelle macchine perfette che rimpiazzano immediatamente, e in tutta la sua portata, la perdita necessariamente prodotta dalla loro stessa attività. L’eccitazione dell’anima si riflette quindi sul movimento respiratorio e lo intensifica, l’inspirazione, però, agisce stimolando l’anima e le procura forza. L’anima umana, dunque, emerge stimolata dall’intuizione; e poiché non si esaurisce nell’intuizione, poiché è stata stimolata una forza più grande di quella che è stata utilizzata, dopo che questo processo dall’intuizione al movimento riflesso è compiuto l’anima è ancora lì, come una forza che spinge all’attività. La sensazione ha evocato l’anima; ma essa,

320

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

aber, einmal aufgetreten, begnügt sich nicht damit, die Empfindung bloß zu empfangen; ihre Kraft treibt nach einer Verwendung, und nun, was wird sie thun? – Was kann sie thun? Der Stoß von außen ist vorüber; sie hat ihn zurückgestoßen, das ist auch vorüber; aber der Eindruck des ganzen Vorganges bleibt in der Seele (im Gedächtniß). Es bleibt ihr also gar nichts anderes zu thun, als in sich zurückzukehren; denn es bleibt gar kein anderer Gegenstand, kein anderer Reiz, der die Thätigkeit der Seele auf sich ziehen könnte, als der Eindruck, den das Vorgefallene in ihr selbst zurückgelassen hat. Auf diesen [297] Eindruck richtet sie jetzt ihre Aufmerksamkeit, ihre Thätigkeit. Hierzu kommt noch etwas. Es liegt folgende Einwendung sehr nahe. Die menschliche Seele wird wahrscheinlich nicht nach der ersten Anschauung, die sie hatte, nach dargelegter Weise in sich gehen; und zwar aus dem einfachen Grunde, weil nach Ablauf der ersten Anschauung und ihrer leiblichen Reflexion eine zweite auftritt, und dann wieder eine andere Sinnesempfindung die Seele einnehmen wird u. s. f.; so daß die Seele in ewiger Zerstreuung, von einer Anschauung zur andern übergehend, nie Kraft und Zeit gewinnt, in sich zu gehen und auf sich selbst aufzumerken. Was also nach der ersten Anschauung nicht geschieht, wird auch nach der hundertsten nicht geschehen; denn an diese schließt sich die folgende, wie an jene, und läßt die Seele nicht zu sich selbst kommen. Die Sache ist indeß nicht so. Wir haben oben schon bemerkt, daß zwar das Nothwendige immer in gleicher Weise geschieht; daß aber Lust und Annehmlichkeit, also Interesse und Empfänglichkeit nach jeder Befriedigung abnimmt. Der Mensch schaut nicht nur an, sondern er freut sich zugleich seiner Anschauung. Das Thier starrt an, der Mensch schaut mit Interesse und Wohlgefallen. Durch Wiederholung derselben Anschauungen aber sinkt die Empfänglichkeit, man wird gleichgültig dagegen. Das Nothwendige bleibt dasselbe. Ein gesundes Auge sieht denselben Gegenstand zum hundertsten Male eben so, wie zum ersten. Das Nothwendige ist aber bloß das Leibliche. In der Seele aber hat sich das Verhältniß verändert. Der zum hundertsten Male wiederholten Anschauung setzt sie den im Gedächtnisse haftenden Eindruck von neun-und-neunzigmaligem Anschauen entgegen. Die Seelenkraft, die jetzt der gegenwärtigen Anschauung entge-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

321

una volta emersa, non è soddisfatta semplicemente del fatto d’aver percepito la sensazione. La sua forza spinge verso un impiego e ora che farà? – Che può fare? L’urto dell’esterno è passato, essa glielo ha reso, anche questo è passato. Ma l’impressione dell’intero processo rimane impressa nell’anima (nella memoria). Non le rimane dunque altro da fare che volgersi in sé; giacché non rimane nessun altro oggetto, nessun altro stimolo, che possa attrarre a sé l’attività dell’anima quanto l’attrae l’impressione che quel che è accaduto ha lasciato al suo interno. A questa [297] impressione rivolge ora la sua attenzione, la sua attività. A ciò bisogna aggiungere ancora qualcosa. Incombe la seguente obiezione. L’anima umana probabilmente non si volgerà a sé, come è stato esposto, dopo la prima impressione che ha avuto e ciò per il semplice fatto che, dopo il decorso della prima intuizione e del riflesso del corpo, ne sopraggiunge una seconda e poi l’anima accoglierà ancora un’altra impressione sensibile e così di seguito, in modo tale che essa, in stato di continua dispersione, passando da un’intuizione all’altra, non guadagna mai forza e tempo sufficienti per volgersi e prestare attenzione a sé. Quel che non accade dopo la prima intuizione, pertanto, non accadrà nemmeno dopo la centesima, giacché a questa come a quella si connette la successiva, non lasciando che l’anima pervenga a se stessa. Ma le cose non stanno così. Abbiamo notato sopra che quel che è necessario accade sempre nello stesso modo; ma che piacere e gradevolezza, interesse e recettività, dopo ogni appagamento vengono meno. L’uomo non intuisce semplicemente, ma gioisce della sua intuizione. L’animale guarda sempre allo stesso modo, l’uomo guarda con interesse e piacere. Con la ripetizione delle stesse intuizioni, però, la recettività cala, alla stessa intuizione si diventa indifferenti98. Ciò che è necessario rimane. Un occhio in salute vede il medesimo oggetto la centesima volta così bene come la prima. Necessario però è soltanto il processo corporeo. Nell’anima il rapporto è mutato. L’intuizione ripetuta per la centesima volta si oppone all’impressione rimasta nella memoria delle novantanove intuizioni che l’hanno preceduta. La forza dell’anima che si oppone all’intuizione attuale è pertanto decisamente più poten-

322

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

gentritt, ist also ungleich mächtiger, als der äußere Eindruck. Und so dient die neue Anschauung bloß dazu, um die Gesammtmasse der mit einander verschmolzenen, im Gedächtnisse ruhenden wiederholten gleichen Anschauungen, wie einen verborgenen Schatz aus der Tiefe der Seele an das Licht zu heben und vor ihr Auge zu stellen. Sie sieht also im Aeußern nicht mehr bloß das Aeußere, sondern zugleich ihr Inneres; oder vielmehr ihr Blick gleitet schnell vom Aeußern ab und richtet sich auf ihren eigenen Besitz; d. h. sie wird sich ihrer selbst bewußt. [298] Dieses erste Erwachen des Selbstbewußtseins geht noch auf dem Boden der Anschauung vor, oder erhebt sich aus ihr. Die Seele, sich von der äußern Anschauung abwendend und in sich kehrend, ihren Gedächtnißbesitz von Anschauungen wahrnehmend, wird zur Anschauung ihrer Anschauungen. Und so bestimmen wir die erste Stufe des Selbstbewußtseins als Anschauung der Anschauung. §. 93. Instinctives Selbstbewußtsein. Dieses erste Erwachen des Selbstbewußtseins geschieht aber selbst noch ohne Bewußtsein. Es ist das unbewußte Selbstbewußtsein, und das nennen wir das instinctive Selbstbewußtsein. Der Mensch hat einen instinctiven Verstand, vermöge dessen er urtheilt und schließt. Wir sagten oben, es fühle der Mensch unmittelbar; empfinden aber müsse er lernen durch Erfahrung. Wir sehen z. B. bloß Flächen, keine Körper; wir sehen Körper, aber keine Entfernungen, d. h. leere Räume. Wir lernen jedoch, durch mancherlei Erfahrungen, Schlüsse und Urtheile, einen Kreis und eine Kugel, ein Quadrat und einen Würfel unterscheiden. Doch dieses ganze experimentirende Nachdenken, wodurch die ersten Erkenntnisse räumlicher Verhältnisse erworben werden, wodurch wir lernen die Hand nach dem Munde oder nach dem Fuße zu führen, was alles nicht unmittelbar gegeben ist, sondern gelernt werden muß: dieses Nachdenken sage ich, geschieht bewußtlos; es ist instinctiver Verstand, der Instinct des Menschen. Dem Thiere scheint dieser Instinct zu fehlen und durch den unmittelbarer wirkenden leiblichen Instinct ersetzt zu sein. Daher das Thier alles das, was der Mensch durch seinen instinctiven Verstand langsam erwirbt, viel schneller erlangt.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

323

te dell’impressione esterna. E così, la nuova intuizione serve a far riemergere dalla profondità dell’anima e porre di fronte a sé, quasi fosse un tesoro nascosto, la massa complessiva delle intuizioni uguali avute in precedenza, che si trovano fuse insieme nella memoria. Essa coglie nell’esterno non più soltanto l’esterno, ma contemporaneamente l’interno; o meglio, il suo sguardo si discosta velocemente dall’esterno e si rivolge al suo contenuto interno; è a dire diviene cosciente di se stessa. [298] Questo primo risveglio dell’autocoscienza procede ancora sul terreno dell’intuizione o s’innalza da esso. L’anima, che si discosta dall’intuizione esterna e si volge a sé, che percepisce il patrimonio di intuizioni depositato nella memoria, diventa intuizione delle sue intuizioni. E così determiniamo il primo livello dell’autocoscienza come intuizione dell’intuizione. §. 93. Autocoscienza istintiva Questo primo risveglio dell’autocoscienza avviene però ancora senza coscienza. È l’autocoscienza inconsapevole, e noi la definiamo autocoscienza istintiva. L’uomo è in possesso di un intelletto istintivo grazie a cui giudica e conclude. Abbiamo detto sopra che l’uomo proverebbe sentimenti in maniera immediata; a percepire sensazioni l’uomo dovrebbe invece imparare attraverso l’esperienza99. Noi, ad esempio, vediamo semplicemente macchie, non corpi; vediamo corpi, ma non vediamo distanze, è a dire spazi vuoti. Tuttavia impariamo, attraverso alcune esperienze, conclusioni e giudizi, a distinguere un cerchio da una sfera, un quadrato da un cubo. Certo, questa riflessione interamente vincolata all’esperienza, attraverso cui vengono acquisite le prime esperienze dei rapporti spaziali, attraverso cui impariamo a portare la mano alla bocca e al piede, attraverso cui apprendiamo quel che non è dato in modo immediato e deve essere imparato, questa riflessione, dico, ha luogo inconsapevolmente; qui è in atto un intelletto istintivo, l’istinto dell’uomo. Sembra che all’animale questo istinto manchi e sembra che sia sostituito dall’istinto corporeo che opera in modo immediato. Pertanto, l’animale ottiene molto più velocemente ciò che l’uomo acquisisce lentamente attraverso il suo intelletto istintivo.

324

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Zum menschlichen Instincte gehören außer der Ergänzung der Empfindungen zu wahren Empfindungserkenntnissen alle jene sogenannten angeborenen Ideen; und man sieht also, wie beide Parteien, sowohl die, welche dieselben annahmen, als auch die, welche behaupteten, sie würden erst später als Werk der Cultur gebildet, im Irrthume waren. Jene Grundideen der menschlichen Erkenntniß werden dem Menschen nicht so angeboren, wie seine Glieder, wie den Thieren die instinctive Kunstfertigkeit; sie werden aber auch nicht mit Bewußtsein durch Verstandescultur gebildet; denn sie gehen aller Verstandesbildung voraus und liegen ihr zu Grunde: sie werden erworben – so weit haben [299] Letztere Recht – aber ohne Bewußtsein – so weit haben Erstere Recht: sie werden instinctiv erworben. Auch die Sprache ist eine solche angeborene Idee, und nach dem eben Bemerkten kann man beurtheilen, wie weit bei einem ganz ähnlichen Streite sowohl diejenigen, welche meinten, die Sprache sei dem Menschen angeboren (oder von Gott gegeben), als auch diejenigen, welche meinten, die Sprache sei ein künstliches Erzeugniß des Nachdenkens, wie weit beide, sage ich, theils irrten, theils Recht hatten. Der Instinct des Thieres ist wesentlich practisch, Kunstfertigkeit; und dies stimmt zu dem oben angemerkten Charakterzuge des Thieres, daß es practisch utilistisch ist. Das Theoretische spielt in den thierischen Instinct nur in so weit hinein, als es die nothwendige Voraussetzung zum practischen Wesen ist, oder als es nothwendig mit der Praxis in Verbindung steht. Der menschliche Instinct ist rein theoretisch, Erkenntnisse gewinnend, Vorausnahme des Verstandes, und, als Sprache, Vorbild des Selbstbewußtseins. In dem Begriffe des instinctiven Verstandes liegt keine Schwierigkeit, wenigstens kein Widerspruch; jener ist nämlich der Verstand der Anschauung. Hierbei verstehen wir unter Verstand, mit Herbart, die Fähigkeit, unser Denken nach der Beschaffenheit des Gegenstandes zu richten. Warum sollte nun die Anschauung, rein in ihrem Kreise beharrend, nicht die Kraft haben, nach mehreren Fehlgriffen sich allmählig corrigirend, sich endlich dem Gegenstande gemäß einzurichten, dessen Anschauung sie ist? Aber im unbewußten Selbstbewußtsein scheint ein Widerspruch zu

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

325

All’istinto umano appartengono, oltre la capacità di portare a compimento il passaggio da sensazioni a vere conoscenze sensibili, tutte le cosiddette idee innate; e si vede bene come entrambi i partiti, tanto quelli che le accettavano, quanto gli altri che affermavano che si sarebbero costituite più tardi quale opera della cultura, erano in errore. Quelle idee fondamentali della conoscenza umana, per l’uomo, non sono innate come lo sono le sue membra, come negli animali è innata un’abilità istintiva; non vengono però nemmeno costituite consapevolmente attraverso la cultura intellettuale, giacché precedono ogni formazione intellettuale e ne sono alla base; quelle idee sono acquisite – in ciò hanno [299] ragione gli ultimi – ma senza consapevolezza – in ciò hanno ragione i primi –: sono acquisite istintivamente. Anche la lingua è una siffatta idea innata e, secondo quanto appena osservato, si può valutare fino a che punto in una disputa molto simile, tanto coloro che ritenevano che la lingua fosse innata nell’uomo (o conferitagli da Dio), quanto gli altri che opinavano che la lingua fosse un prodotto artificiale della riflessione, fino a che punto, dico, entrambi fossero in parte in errore e in parte nel giusto. L’istinto dell’animale è essenzialmente pratico, è abilità; è ciò s’accorda con quanto osservato sopra sul carattere degli animali che è pratico e volto a perseguire l’utilità100. Ciò che è teoretico ha un ruolo nell’istinto animale solo nella misura in cui funge da presupposto necessario alla sua natura pratica o è necessariamente connesso con l’azione pratica. L’istinto umano è puramente teoretico, atto a conseguire conoscenze, tale da anticipare l’intelletto e, in quanto lingua, modello dell’autocoscienza. Nel concetto di intelletto istintivo non si trova alcuna difficoltà e tanto meno alcuna contraddizione; esso è infatti intelligenza dell’intuizione. Qui intendiamo con intelletto, con Herbart, la capacità di orientare il nostro pensiero secondo la costituzione dell’oggetto101. Perché l’intuizione, perseverando nel proprio dominio, non dovrebbe aver la forza, correggendo gradualmente i suoi molteplici errori, di costituirsi infine in modo adeguato alla cosa di cui è intuizione? Ma nell’autocoscienza inconsapevole sembra risiedere una contraddizio-

326

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

liegen. Suchen wir ihn aufzulösen, indem wir die ihm zu Grunde liegenden Verhältnisse klarer von einander scheiden. In der Anschauung erkennt die Seele etwas außer sich. Wir haben aber schon oben bemerkt, daß der thierischen Anschauung – und die Anschauung des Menschen vor der Sprache ist nichts besseres – die Einheit, welche ihr der Mensch später durch die Kategorie des Dinges giebt, noch fehle. Um so weniger dürfen wir annehmen, daß die Seele in jener primitiven Anschauung schon klar sich selbst von dem Angeschauten absondere. Vielmehr ist anzunehmen, daß hier noch, wie bei der Empfindung, die Seele zwar das Aeußere als Aeußeres auffaßt, doch aber noch nicht sich selbst als ein Inneres erkennt, [300] und, Aeußeres vom Inneren scheidend, also auf beides achtend, sich selbst dem Aeußern entgegenstellt, sich als anschauend dem Angeschauten gegenüber. Diese selbstlose und der Innerlichkeit ermangelnde Natur des Anschauens kann auch bei der Anschauung der Anschauung noch nicht geändert sein. Die Seele wird also hier ihre eigene Anschauung noch nicht als sich selbst erkennen; sie wird nicht sich selbst, insofern sie anschaut, und sich selbst, insofern sie selbst es ist, welche von ihr angeschaut wird, unterscheiden; d. h. sie wird kein Bewußtsein davon haben, daß sie hier Subject und Object zugleich ist, Denkendes und Gedachtes auf einmal, weil sie sich überhaupt noch nicht als Subject, als Denkendes, weiß. Obwohl also hier thatsächlich die Seele Subject und Object ist, so fehlt ihr doch das Bewußtsein hierüber; sie ist also thatsächliches, aber noch unbewußtes Selbstbewußtsein. Weil hier die Seele bloß anschauend ist, so ist für sie die angeschaute Anschauung auch nur eine Anschauung überhaupt und ein Aeußeres. Anschauung ist Bewußtsein von einem Objectiven, Gegenständlichen. Das Bewußtsein von diesem Bewußtsein ist noch nicht Selbstbewußtsein, weil das Bewußtsein überhaupt hier noch kein Selbst, sondern nur Gegenständliches kennt. Dieses gegenständliche Bewußtsein von einem derartigen Bewußtsein wird also das letztere, gedachte Bewußtsein, wiederum nur selbstlos als ein gegenständliches Wesen auffassen, ja sogar unmittelbar an den äußern Gegenstand selbst anknüpfen und kaum oder nur sehr schwach von ihm scheiden. Die Seele schreibt die angeschaute Anschauung nicht sich zu, freilich auch nicht entschieden dem

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

327

ne. Cerchiamo di venirne a capo distinguendo più chiaramente l’un dall’altro i rapporti che vi stanno alla base. Nell’intuizione l’anima conosce qualcosa di esterno a sé. Abbiamo, però, già notato che all’intuizione animale – e l’intuizione dell’uomo prima della lingua non è migliore – manca ancora l’unità che l’uomo le conferisce in seguito grazie alla categoria di cosa102. E altrettanto poco possiamo assumere che l’anima, in quella intuizione primitiva, distingua già chiaramente se stessa da ciò che è intuito. Dobbiamo invece assumere che qui, come nella sensazione, l’anima coglie davvero l’esterno in quanto tale, ma non succede ancora che conosca se stessa come qualcosa di interno, [300] e, distinguendo l’esterno dall’interno, ovvero prestando attenzione a entrambi, opponga se stessa all’esterno, le si ponga di fronte come ciò che intuisce rispetto a ciò che è intuito103. Questa natura dell’intuire, priva di sé e carente di interiorità, può anche non esser ancora mutata nell’intuizione dell’intuizione. L’anima qui non conoscerà ancora la propria intuizione in quanto coincidente con se stessa; non distinguerà ancora se stessa in quanto è lei a intuire e se stessa in quanto è lei quel che da lei viene intuito; è a dire non avrà ancora alcuna coscienza del fatto che essa è qui contemporaneamente soggetto e oggetto, pensante e pensato a un tempo, giacché non sa ancora se stessa come soggetto, come pensante. Sebbene qui, allora, l’anima è effettivamente soggetto e oggetto, tuttavia le manca ancora la coscienza di ciò; essa è dunque effettivamente autocoscienza, ma inconsapevole. Poiché qui l’anima è semplicemente atta a intuire, per essa l’intuizione intuita è semplicemente intuizione in generale e soltanto qualcosa di esterno. Intuizione è coscienza di qualcosa di oggettivo, coscienza di qualcosa. La coscienza di questa coscienza non è ancora autocoscienza, perché la coscienza in generale qui non conosce ancora se stessa, ma solo qualcosa. Tale consapevolezza oggettiva di una simile coscienza coglierà, dunque, l’ultima cosa pensata dalla coscienza ancora senza consapevolezza di sé, come un’essenza oggettiva; perfino connetterà se stessa immediatamente alla cosa esterna e quasi non si distinguerà da essa o lo farà molto debolmente. L’anima non ascrive a sé l’intuizione intuita, ma nemmeno risolutamente la ascrive alla cosa. Giacché non

328

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Dinge. Denn die ganze Scheidung der Seele vom Dinge ist noch nicht vollzogen. Und so giebt es hier überall noch kein Selbst, d. h. kein gewußtes Selbst, wiewohl ein thatsächliches. Dieses thatsächliche, instinctiv wirkende, anschauende Selbstbewußtsein ist die Vorbereitung des bewußten Selbstbewußtseins, der Keim desselben, und findet in der Sprache sein Leben und seine Entwickelung. §. 94. Uebergang der Seele in den Geist. Das Wirken des instinctiven Selbstbewußtseins, der Sprache, ist die Thätigkeit der Seele, sich in Geist, bewußtes Selbstbewußtsein, umzusetzen. Die anschauende Seele wird denkender Geist. Hierbei kommen nun manche Schwierigkeiten und Widersprüche zum Vorschein, die überhaupt im Begriffe des Werdens, [301] der Veränderung liegen and hier nur nach den besondern Umständen eine besondere Gestalt annehmen. In der Sprachschöpfung ist nicht mehr die anschauende Seele, und doch noch nicht der denkende Geist, auch nichts Mittleres; sondern sie ist der Uebergang von jener in diesen, also beides und keins von beiden. Dies ist der Widerspruch, der in jeder Grenze liegt; denn sie gehört den beiden begrenzten Dingen und ist keins von beiden. Die Sprache kann angesehen werden als das Erwachen des Geistes aus seinem Schlafe im Zustande der Seele. Hier haben wir denselben Widerspruch. Erwachen ist noch nicht Wachen und doch nicht mehr Schlafen. Diese Widersprüche können wir hier ruhig bei Seite lassen; sie gehören in die Metaphysik, der sie von den Special-Wissenschaften übergeben worden. Ein anderer Widerspruch aber geht uns näher an. Das Erwachen ist ein Selbstwecken; aber wie kann das schlafende Wesen sich selbst wecken? muß man nicht wach sein, um wecken zu können? Die menschliche Seele kann nur erwachen, insofern sie Geist ist; das weckende Princip in ihr ist der Geist. Bevor aber die Seele wacht, ist der Geist noch nicht; wie kann er also wecken? Erst mit dem Erwachen wird die Seele zum Selbst, und doch ist dieses Selbst das Weckende; also wäre das vor dem Erwachen schon da, was erst durch das Erwachen entstehen soll. Und warum erwacht nicht auch die thierische Seele zum Geiste?

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

329

è ancora compiuta la completa separazione dell’anima dalla cosa. E così, qui, non c’è ancora nessun sé, è a dire nessun sé saputo, per quanto ve ne sia uno effettivo. Questa autocoscienza intuitiva effettiva, operante istintivamente, è la preparazione dell’autocoscienza consapevole, il germe di essa, e trova nella lingua la sua vita e il suo sviluppo. §. 94. Passaggio dall’anima allo spirito L’opera dell’autocoscienza istintiva, della lingua, consta dell’attività compiuta dall’anima per trasformarsi in spirito, in autocoscienza consapevole. L’anima intuente diviene spirito pensante. Ora, con ciò, si presentano alcune difficoltà e contraddizioni, le quali in generale risiedono nel concetto del divenire, [301] del cambiamento e qui assumono forma speciale solo in rapporto al caso specifico104. Nella creazione della lingua non vi è più l’anima intuente eppure non vi è ancora il pensiero pensante e nemmeno nulla di intermedio; essa è bensì il passaggio da quello a questo, dunque entrambi e nessuno dei due. Questa è la contraddizione che risiede in ogni confine, esso appartiene a entrambe le cose delimitate e non coincide con nessuna delle due. La lingua può esser concepita come il risveglio dello spirito dal sonno che lo avvolge al livello dell’anima. Abbiamo qui la stessa contraddizione. Risveglio non è ancora veglia e non è più sonno. Tali contraddizioni, in questo caso, possiamo tranquillamente lasciarle da parte. Appartengono alla metafisica a cui furono trasmesse dalle scienze speciali. Un’altra contraddizione invece ci riguarda più da vicino. Il risveglio è uno svegliarsi, ma come può un’essenza dormiente risvegliare se stessa? Non si deve essere svegli per poter svegliare? L’anima umana può risvegliarsi soltanto in quanto è spirito. Il principio destante in lei è lo spirito. Ma prima che l’anima si svegli lo spirito non è ancora; come può allora destarsi? L’anima diventa se stessa anzitutto per mezzo del risveglio, eppure questo se stessa è ciò che sveglia; così sarebbe già lì, prima del risveglio, ciò che deve sorgere per mezzo del risveglio. E perché non si desta a spirito anche l’anima animale?

330

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Um dies zu erklären, bleiben wir bei der Analogie des leiblichen Schlafes stehen. Man erwacht nicht mit einem andern seelischen oder geistigen Wesen, als mit dem man sich niedergelegt hat; sondern man ist schlafend und wachend ganz derselbe. Der Unterschied aber beruht darauf, daß im Schlafe ein Druck des ermüdeten Leibes auf dem Bewußtsein lastet; und eben so überall, wo Bewußtlosigkeit eintritt. Wie das Einschlafen durch die immer wachsende Kraft des Druckes geschieht, so kommt umgekehrt das Erwachen dadurch zu Stande, daß der sich erholende Körper mit seinem Drucke in gleichem Verhältnisse nachläßt, als er an Spannkraft gewinnt; und endlich wird die Nervenerregung durch die angesammelte Kraft von selbst so groß, daß der Druck völlig schwindet, und die Thätigkeit des Leibes und der Seele neu beginnt. Anders kann es auch in unserm Falle nicht sein. Wir müssen schon im Urmenschen und im [302] Kinde dasselbe geistige Wesen annehmen, welches der ausgebildete Mensch zeigt; aber theils noch unter einem leiblichen Drucke, theils noch ohne volle leibliche Unterstützung und noch nicht im Besitze ideeller Hülfsmittel, die es sich freilich selbst erschaffen muß. In diesem Sinne sagen wir, das Kind und der Urmensch besitzen sämmtliches menschliches Wissen und Können im Keime, in der Anlage; d. h. sie besitzen es zwar noch nicht; aber sie können es erwerben. Von den Thieren aber kann dies keineswegs gesagt werden. Der Druck ihres Leibes auf ihre Seele, seine schwächere Unterstützung der Seele schwindet nie, weil diese Beschaffenheit des Leibes der thierischen Seele angemessen ist, weil es eben gar kein Druck ist, der von der Seele als Druck empfunden würde, und endlich weil die Thierseele sich nicht jene ideellen Hülfsmittel des Menschen zu verschaffen vermag. Daher können wir letztlich den Unterschied zwischen menschlicher und thierischer Seele so ausdrücken, daß wir kurz sagen: das Thier hat Seele; aber die menschliche Seele ist nicht eigentlich dies, sondern sie ist schlafender Geist und wird zum wachenden Geiste werden, sobald ein gewisser Druck geschwunden ist, eine gewisse Kraft sich angesammelt hat. Wie dies nun aber geschieht, das haben wir im Vorangehenden schon vielfach bemerkt, und werden es noch weiter sehen. Die Anlage zur Sprache in dem Sinne, wie wir sie so eben dargelegt haben, diese Anlage, welche wir dem Thiere absprechen, dem Menschen aber zuerkennen (indem wir ihre Seelen nicht zu

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

331

Per spiegarlo, rimaniamo all’analogia del sonno corporeo. Non ci si risveglia con un’essenza dell’anima o dello spirito diversa da quella con cui si è andati a dormire, ma nel sonno e da svegli si è gli stessi. La differenza, però, sta nel fatto che nel sonno la pressione del corpo affaticato pesa sulla coscienza; ed accade lo stesso ovunque vi sia mancanza di coscienza. Come il prender sonno avviene per mezzo della forza crescente della pressione, il risveglio avviene invece per il fatto che il corpo ridestantesi riduce la pressione nella stessa misura in cui guadagna in energia e infine la stimolazione dei nervi diviene, per mezzo della forza accumulata, così grande che la pressione scompare del tutto e ricomincia l’attività del corpo e quella dell’anima. Anche nel nostro caso non può trattarsi di qualcosa di diverso. Già nell’uomo primitivo e nel [302] bambino dobbiamo presumere la stessa essenza spirituale che mostra l’uomo ben istruito; ma in parte soggetta a una pressione corporea e in parte ancora priva di un adeguato sostegno fisico e non ancora in possesso dell’ideale strumento d’ausilio che deve costituirsi da sé. In questo senso, diciamo che il bambino e l’uomo primitivo possiedono in embrione, quale disposizione, l’intero sapere e potere umano; è a dire che in verità non lo possiedono ancora ma possono acquisirlo. Ciò non può esser detto, però, degli animali. In loro, la pressione del corpo sull’anima e la struttura più debole dell’anima non scompaiono mai, poiché una tale costituzione del corpo è adeguata alla sua anima, perché appunto non vi è alcuna pressione che sia percepita dall’anima come pressione e infine perché l’anima animale non può costituire quei mezzi ausiliari ideali che l’uomo costruisce. Pertanto, in ultima istanza, potremmo esprimere la differenza tra anima umana e animale dicendo brevemente che l’animale ha un’anima; ma l’anima umana non è anima in senso proprio, bensì spirito sopito e diverrà spirito desto nel momento in cui è scomparsa una certa pressione e si è accumulata una certa forza. Come ciò accada, lo abbiamo già visto più volte in ciò che precede e torneremo a vederlo in quel che segue. Non sapremmo cosa si potrebbe obiettare alla disposizione alla lingua nel senso in cui l’abbiamo esposta, a questa disposizione che neghiamo all’animale e attribuiamo all’uo-

332

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

derselben Art rechnen), welche auch beim Menschen ursprünglich schlummert und dann hervorbricht: wir wüßten nicht, was gegen dieselbe, selbst auf dem Standpunkte der Herbartischen Metaphysik, eingewendet werden könnte. Denn wir haben hier keine ursprüngliche Anlage, sondern ein Werk, ein Organ, das die Seele nach ihrer durchaus einfachen Natur sich erschaffen muß, die thierische Seele aber nie zu erschaffen vermag, weil sie nicht schlafender Geist ist, nicht als Geist erwachen wird. Die thierische Seele ist sehr bald alles was sie sein kann; die menschliche Seele ist der Keim einer Frucht, welche wir Geist nennen; und die Sprache ist in dieser Analogie der Proceß des Reifens. Die thierische Seele ist ein seelischer Krystall; die menschliche Seele ist dagegen der schon vorhandene, obwohl noch unreife Geist. Derjenige seelische [303] Keim des Geistes nun, der nicht mehr bloßer Keim, sondern schon befruchtet und reifend ist, ist Sprache oder instinctives Selbstbewußtsein. Der Sprachlaut ist der Blütenstaub, der Samen, der in die Seele dringt und sie befruchtet, daß sie den Geist gebäre. §. 95. Verknüpfung der Anschauung mit dem Laute. Woher nimmt die Seele den Laut? wie kommt sie darauf, ihn zu ihrer Stütze für die weitere geistige Entwickelung zu wählen? – Sie wählt ihn nicht, ist die Antwort; sie nimmt ihn sich nicht. Er ist ihr gegeben, und sie ergreift ihn mit Nothwendigkeit, instinctiv, absichtslos. Die Seelenthätigkeit bedarf materieller Stützen. Sie ist ursprünglich an die Sinnlichkeit gebunden, und selbst in ihre höchsten, freiesten Abstractionen mischen sich sinnliche Bilder. Indem also die Seele die Anschauung ihrer Anschauung bildet, knüpft sie dieselbe an den Laut. Wie sollte sie bei dem ersten Blicke, den sie in sich thut, schon die Kraft haben, ohne materielle, sinnliche Stütze zu wirken? Indem sie zum ersten Male ein ihr eigenes Erzeugniß, eine Anschauung, betrachtet, stützt sie dieselbe körperlich durch den Laut, um sie gegenständlicher zu machen. Der Laut ist ein Aeußeres, aber ein Aeußeres, welches aus dem Innern stammt, ein Körperliches, welches die Seele selbst geschaffen, ihrem Körper abgerungen hat. Es theilt also die Natur des Aeußern und des Innern und ist insofern höchst

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

333

mo (dal momento che non consideriamo le loro anime dello stesso tipo), contro questa disposizione che anche nell’uomo originariamente è sopita e poi emerge, non sapremmo cosa potrebbe essere obiettato nemmeno dal punto di vista della metafisica herbartiana. E ciò poiché qui non abbiamo alcuna disposizione originaria, ma un’opera, un organo, che l’anima deve costituirsi secondo la sua natura assolutamente semplice, ma che l’anima dell’animale non può mai costituire giacché, non essendo spirito sopito, non si desterà come spirito. L’anima dell’animale diviene molto velocemente ciò che può essere, l’anima umana è il seme di un frutto che definiamo spirito e la lingua, secondo quest’analogia, è il processo di maturazione. L’anima animale è l’anima cristallizzata; l’anima umana, al contrario, è lo spirito già presente, ma non ancora giunto a maturazione. Ora quel [303] seme dello spirito sito nell’anima, che non è più seme, ma è già fecondato e sta maturando, è la lingua o l’autocoscienza istintiva. Il suono linguistico è il polline, il principio generativo, che s’inoltra nell’anima e la feconda affinché essa generi lo spirito. §. 95. Connessione dell’intuizione col suono Donde trae l’anima il suono? Come giunge a sceglierlo come sostegno per il suo sviluppo spirituale successivo? – La risposta a questa domanda è la seguente: essa non lo sceglie, non lo assume. Le è dato e lo accoglie con necessità, istintivamente, in modo non intenzionale. L’attività dell’anima abbisogna di supporti materiali. È legata originariamente alla sensibilità e anche nelle sue più alte e libere astrazioni si mescolano immagini sensibili. L’anima quindi, nel costituire105 l’intuizione della sua intuizione, la connette al suono. Come potrebbe l’anima avere già la forza di operare senza sostegni materiali, sensibili, al primo sguardo che volge a se stessa? Nel prendere in considerazione per la prima volta un proprio prodotto, un’intuizione, l’anima le offre per mezzo del suono un sostegno fisico al fine di porla di fronte a sé, quasi fosse una cosa. Il suono è qualcosa di esterno, ma qualcosa di esterno che sgorga dall’interno, qualcosa di corporeo che l’anima stessa ha fatto, che ha estorto al suo corpo. Qualcosa che partecipa dunque della natura dell’ester-

334

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

geeignet, sich einem Innern, der Anschauung, anzuschließen, dieselbe mit sich selbst vereinigt von der Seele abzuziehen und dem Seelenauge fester und sicherer vorzuhalten, damit sie nicht mehr an der Seele haftend, sondern ihr als Object gegenüberstehend, ruhig ihrem Blicke Stand halte. Dazu bedarf aber für immer der Geist körperlicher Zeichen, sinnlicher Anhaltepunkte, um, wie das leibliche Auge alles, was es sehen soll, in einer gewissen Entfernung von sich haben muß, so auch dem geistigen Auge das Object seiner Betrachtung in einer gewissen Aeußerlichkeit und Ferne vorzustellen. Das kann nur erreicht werden, wenn der innere Gegenstand an einen äußern, der nur als Zeichen dient, angeknüpft wird, durch welches Verfahren mit dem äußerlichen Zeichen zugleich der innere Gegenstand, den es bezeichnet, dem Geiste wie ein äußerer Gegenstand vorgehalten werden kann. Diese Weise des Geistes, seinen Inhalt in Zeichen zu legen und sich dadurch äußerlich vorzustellen [304], muß der Seele, wo sie zum ersten Male so verfahren soll, instinctiv gegeben werden; sie würde sonst schwerlieh von selbst darauf gekommen sein. Das Zeichen konnte also nichts Willkürliches haben und mußte durch seine eigene Natur zu solcher Verwendung auffordern; es mußte von selbst vorhanden sein, von selbst an den innern Gegenstand geknüpft sein, und von selbst sich und das daran geknüpfte Innere heraussetzen, der Seele gegenüber. So thut es der Laut. Denn der Laut entspringt der Brust als Rückwirkung der Seele auf die sinnliche Erregung; so ist er da, ohne daß ihn die Seele gewollt hätte, dennoch, obwohl als ein Sinnliches, durch die Seele. Als etwas Sinnliches wird er nun von der Seele, die ihn erzeugt hat, wahrgenommen, während die Anschauung, in Folge deren er ausgestoßen ward, noch im Bewußtsein ist. Der wahrgenommene Laut associirt sich daher unmittelbar mit der Anschauung, nach dem Mechanismus der Seele, und gerade eben so unabsichtlich, als er entstanden ist. Jetzt kann weder die Anschauung zurückgerufen werden, ohne den Laut zu reproduciren, noch kann der Laut wieder hervorgebracht, noch auch nur gehört werden, ohne zugleich die damit associirte Anschauung zu reproduciren, also

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

335

no e dell’interno, e in ragione di ciò è perfettamente adeguato a connettersi a un interno, a un’intuizione, perfettamente adeguato a sottrarre l’intuizione, unendola a se stesso, all’anima, e a porla di fronte al suo sguardo con maggior saldezza e certezza; in modo tale che l’intuizione, non aderendo più all’anima, una volta posta di fronte ad essa come oggetto, si conceda comodamente al suo sguardo. Inoltre, lo spirito ha sempre bisogno di segni corporei, di punti fermi, perché, come l’occhio del corpo necessita d’avere a una certa distanza da sé tutto ciò che deve vedere, accade anche all’occhio dell’anima di dover porre l’oggetto della sua considerazione a una certa distanza da sé e in un certo grado di esteriorità. Ma ciò può esser raggiunto soltanto quando l’oggetto interno è connesso a un oggetto esterno che ha solo la funzione di segno; grazie a questo procedimento, assieme al segno esterno può esser posto di fronte allo spirito, come fosse esterno, anche l’oggetto interno a cui il segno rimanda. Questo processo dello spirito, che pone il suo contenuto in segni e così si rappresenta [304] esteriormente, deve essere dato all’anima – se deve procedere in questo modo sin dalla prima volta – in modo istintivo; in caso contrario, non vi sarebbe potuta giungere in modo autonomo. Il segno, dunque, non poteva avere nulla di arbitrario e doveva, in ragione della sua stessa natura, invitare a una siffatta utilizzazione; doveva esser presente da sé, da sé essere connesso all’oggetto interno, e da sé porre al di fuori, di fronte all’anima, se stesso e l’interno che gli è connesso. Lo stesso fa il suono. Dal momento che il suono emerge dal petto come reazione dell’anima alla stimolazione sensibile, è presente senza che l’anima lo abbia voluto, e tuttavia è tale grazie all’anima, seppure in quanto esistenza sensibile. Come qualcosa di sensibile, dunque, è ora percepito dall’anima che lo ha prodotto, mentre l’intuizione grazie a cui è stato emesso si trova ancora nella coscienza. Il suono percepito secondo il meccanismo dell’anima si associa pertanto immediatamente con l’intuizione e in modo involontario, come involontariamente è sorto. Ora né l’intuizione può esser richiamata senza riprodurre il suono, né il suono può esser riprodotto, o anche soltanto sentito, senza riprodurre contemporaneamente l’intuizione a esso associata, è a dire senza che l’intuizione si

336

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

mit sich zugleich die Anschauung aus dem Innern in das Aeußere zu versetzen und so das Innere der Seele vorzustellen. So wird der Laut zum Zeichen der Anschauung; die lautliche Vergegenwärtigung dieser Anschauung ist Anschauung der Anschauung; eine so angeschaute Anschauung aber ist eine Vorstellung; und die Vorstellung also ist die Bedeutung des Lautzeichens. Die Anschauung der Anschauung ist die Versetzung der Anschauung in den Laut, die Verbindung beider, die innere Sprachform; während der Laut die äußere Sprachform ist, und die Vorstellung zu dem Stoffe des Bewußtseins gehört. Das Wesen der innern Sprachform ist nun näher darzulegen. Es entwickelt sich aber stufenweise, und hat auf jeder Stufe einen andern Werth. §. 96. Inhalt der innern Sprachform im Allgemeinen. Es liegt uns zunächst noch an, den Inhalt dessen, was wir Anschauung der Anschauung oder innere Sprachform nennen, im Allgemeinen näher zu bestimmen. Der Inhalt einer Anschauung, überhaupt unseres Bewußtseins von einem Dinge, ist nicht immer der volle Gehalt des Dinges, sondern nur soviel, als wir von demselben wirklich erfaßt haben. Der Inhalt der [305] Anschauung eines Dinges im Bewußtsein des Tauben ermangelt aller Bestimmungen, welche das Tönen des Dinges betreffen, und auch wir Vollsinnigen lernen die Dinge immer besser, d. h. von den Dingen immer mehr kennen. Der Inhalt und Werth unseres Bewußtseins ist also gerade das, was wir von den Dingen erfassen; nicht mehr, nicht das Ding, wie es in der Fülle seines Inhaltes vorhanden ist, oder wie es von einem umfassendern, tiefern Blicke gesehen wird. Die innere Sprachform oder die Anschauung der Anschauung ist ebenfalls, wie das Anschauen und Fühlen, eine Art des Bewußtseins, nicht aber ein Bewußtsein von äußern Gegenständen, sondern von innern, von Anschauungen. Der Gegenstand also desjenigen Bewußtseins, welches als innere Sprachform qualificirt ist, ist die Anschauung; der Inhalt und Werth der innern Sprachform aber oder dieses Bewußtseins, welches Anschauung der Anschauung ist, ist gar nicht gleich dem Inhalte, welchen die gegenständliche, angeschaute Anschauung hat, gerade wie der Inhalt der Anschauung nicht gleich dem des Dinges ist.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

337

sposti contemporaneamente dall’interno all’esterno e pertanto senza rappresentare l’interno dinanzi all’anima106. Il suono diviene così il segno dell’intuizione; il richiamo fonico di questa intuizione è l’intuizione dell’intuizione, un’intuizione così intuita è però una rappresentazione e la rappresentazione, pertanto, è il significato del segno fonico. L’intuizione dell’intuizione è il trasferimento dell’intuizione nel suono, la connessione di entrambi, la forma interna della lingua; mentre il suono è la forma esterna della lingua e la rappresentazione appartiene alla materia della coscienza. Ora bisogna esporre più accuratamente la natura della forma interna della lingua. Essa, tuttavia, si sviluppa secondo diversi livelli e su ciascun livello ha valore diverso. §. 96. Contenuto della forma interna della lingua in generale Ci rimane ancora da determinare più precisamente il contenuto di ciò che definiamo intuizione dell’intuizione o forma interna della lingua. Il contenuto di un’intuizione, in generale il contenuto della nostra consapevolezza di una cosa, non è mai l’intero contenuto di una cosa, ma soltanto ciò che abbiamo realmente appreso da essa. Il contenuto dell’intuizione [305] di una cosa, nella coscienza del sordo, è privo di tutte le determinazioni che riguardano l’aspetto sonoro della cosa; e anche noi, in possesso della pienezza dei sensi, impariamo le cose sempre meglio, è a dire conosciamo le cose sempre più. Il contenuto e il valore della nostra coscienza è, dunque, proprio ciò che apprendiamo dalle cose; non di più, non la cosa che si presenta nella pienezza del suo contenuto o come è colta da uno sguardo profondo e capace di abbracciarla per intero. La forma interna della lingua o l’intuizione dell’intuizione è altresì, come l’intuire e il sentire, un tipo di coscienza e tuttavia non una coscienza degli oggetti esterni, ma degli oggetti interni, delle intuizioni. L’oggetto, dunque, di quella coscienza che è qualificata come forma interna della lingua, è l’intuizione; il contenuto e il valore della forma interna della lingua, però, o di questa coscienza che è intuizione dell’intuizione, non è per nulla uguale al contenuto che ha l’intuizione oggettiva intuita, esattamente come il contenuto dell’intuizione non è uguale alla cosa stessa.

338

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Noch eins. Der Inhalt unseres ganzen Bewußtseins ist bekanntlich subjectiv, von unsern Empfindungen abhängig. Wir sagen: der Zucker ist süß; d. h. in dem Inhalte unseres Bewußtseins vom Zucker liegt unter andern auch die Bestimmung, daß derselbe uns durch unsere Geschmacksorgane die Empfindung süß erregt; was das aber für den Zucker an sich ist, daß er uns süß erscheint, kommt bei diesem Bewußtsein gar nicht in Betracht. Was der Zucker an sich ist, geht unser Bewußtsein gar nicht an; es hat nur Interesse an dem, was er für es ist. Also nicht der Zucker an sich, seine Bestimmung an sich, sondern was er für dieses Bewußtsein ist, süß, weiß, hart, nur das macht den Inhalt desselben aus. Ganz ebenso verhält es sich mit der Art des Bewußtseins, welche als innere Sprachform bestimmt ist: der Inhalt dieses Bewußtseins ist nicht der Inhalt der Anschauung an sich, welche sein Gegenstand ist, sondern wie diese Anschauung ihm erscheint, welche Bestimmungen es an ihr heraushebt, das ist sein Inhalt. Wenn also die Anschauung und unser ganzes Bewußtsein von den Objecten subjectiv ist, so ist die innere Sprachform, die Anschauung der Anschauung, doppelt subjectiv; denn ihr Bewußtsein von der schon an sich subjectiven Anschauung wird nochmals nach subjectiver Rücksicht gewonnen. [306] Die Subjectivität unseres Bewußtseins überhaupt von den Dingen beruht auf der Beziehung der Dinge zu unsern Empfindungen; worauf beruht denn die neu hinzutretende Subjectivität des Bewußtseins als innerer Sprachform von den Anschauungen? Auf der Verbindung der Anschauung mit dem Laute. Wie unserm Bewußtsein überhaupt die Dinge so viel und gerade das sind, wie viel und was sie auf unsere Sinnesorgane wirken: so ist auch der innern Sprachform die Anschauung nur das und so viel, was und wie viel in der Verbindungsform der Anschauung mit dem Laute liegt. Das nun eben, was in dieser Verbindungsweise liegt, ist Inhalt der innern Sprachform und entwickelt sich vorzüglich durch drei Stufen.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

339

Rimane da osservare soltanto ciò: il contenuto della nostra intera coscienza è notoriamente soggettivo, dipendente dalle nostre sensazioni. Diciamo: lo zucchero è dolce; ciò significa che nel contenuto della nostra coscienza dello zucchero è presente, tra le altre, anche la determinazione secondo cui esso suscita in noi attraverso gli organi del gusto la sensazione dolce; cosa significhi, tuttavia, per lo zucchero in sé, che esso a noi risulti dolce, non entra in questione in una tale coscienza. Cosa lo zucchero è in sé non riguarda per nulla la nostra coscienza, essa si interessa soltanto di ciò che lo zucchero è per lei. Non, dunque, lo zucchero in sé, la sua determinazione in sé, ma ciò che è per questa coscienza – dolce, bianco, duro – solo ciò ne determina il contenuto. Esattamente allo stesso modo succede con il tipo di coscienza che è determinato come forma interna della lingua: il contenuto di questa coscienza non è il contenuto dell’intuizione in sé, che piuttosto è il suo oggetto, ma è costituito dal modo in cui l’intuizione le appare, dalle determinazioni che essa vi scorge. Se dunque l’intuizione, come la nostra coscienza complessiva degli oggetti, è soggettiva, la forma interna della lingua, l’intuizione dell’intuizione, lo è doppiamente, giacché la sua coscienza dell’intuizione, già in sé soggettiva, è conseguita ancora una volta per mezzo di una considerazione soggettiva. [306] In generale, la soggettività della nostra coscienza delle cose, poggia sulla relazione che le cose intrattengono con le nostre sensazioni; su che cosa poggia, dunque, l’emergente soggettività della coscienza, intesa come forma interna della lingua delle intuizioni? Essa poggia sulla connessione dell’intuizione col suono. Come per la nostra coscienza in generale, le cose sono solo ciò che opera sui nostri organi di senso e solo nella misura in cui ciò accade, anche per la forma interna della lingua l’intuizione è solo quel che si trova, e nella misura in cui ciò accade, nella forma di connessione che lega intuizione e suono. Ora, il contenuto della forma interna della lingua è esattamente ciò che sta in questo tipo di connessione e si sviluppa compiutamente attraverso tre livelli.

340

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

c) Stufenentwickelung der innern Sprachform. Die Sprache ist die Verknüpfung von Laut und Anschauung, welche letztere aber bei diesem Processe in eine Vorstellung verwandelt wird, so daß sie nach dieser Verknüpfung mit dem Laute, in der sprachlichen Darstellung nicht mehr Anschauung, sondern Vorstellung ist, von welchem Unterschiede noch später zu reden sein wird. Jene Verbindung aber ist instinctiv, mit Nothwendigkeit vollzogen; dies führt schon darauf, daß beide in ihrer Natur eine gewisse Verwandtschaft haben, sonst könnte ihre Verbindung gar nicht stattfinden. Diese Verwandtschaft liegt nicht bloß in ihrem gleichzeitigen Ursprunge; sondern noch mehr, es liegt ein wahres Zeugungsverhältniß vor. Die Anschauung reflectirte sich auf den Körper und dadurch entstand der Laut; sie ist also Ursache, Erzeugerin desselben. Die Verbindung der Anschauung also mit dem Laute beruht auf einer Verwandtschaft und Gleichheit beider Momente, und dieses Verwandtschafts- oder Einheitsverhältniß ist der Inhalt der innern Sprachform, ist das, was das Bewußtsein von ihrer Anschauung erfaßt, indem es dieselbe anschaut. Dieses Verhältniß aber zwischen Laut und Anschauung ist kein festes, ein für allemal gebildetes, sondern ändert sich ab, und die verschiedenen Weisen ihrer Verwandtschaft und Einheit stellen eine Stufenentwickelung der innern Sprachform, des instinctiven Selbstbewußtseins dar. Dieses nämlich erhält eine immer größere Klarheit, wird immer geistiger, gewinnt an Form und Gestaltung. [307] D. Pathognomische Stufe. §. 97. Reflex der Gefühle – Interjectionen. Wenn ein unangenehmes Gefühl in einem Schmerzenslaute ausbricht, ein angenehmes in einem Freudenrufe, so ist hier noch nicht eigentlich Sprache gegeben. Denn Gefühl und Laut sind zwar mit einander verbunden, und jenes stellt sich in diesem dar; es kann die Absicht, der Wunsch hinzutreten, der Andere möge das Gefühl erkennen, und der Andere wird es auch aus den Tönen erkennen. Dies wäre allenfalls anzusehen als die Sprache des Gefühls, die thierische Sprache. Was hier aber fehlt ist die innere

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

341

c) Sviluppo per gradi della forma interna della lingua La lingua è la connessione del suono con l’intuizione; tale intuizione, però, in questo processo è trasformata in rappresentazione, cosicché essa, dopo questo legame col suono, entro la sfera dell’elaborazione linguistica non è più intuizione ma rappresentazione; sulla diversità di intuizione e rappresentazione bisognerà tornare. Quella connessione di suono e intuizione è però compiuta istintivamente, con necessità, il che conduce già al fatto che entrambe hanno nella loro natura una certa affinità, altrimenti la loro connessione non potrebbe aver luogo. Questa affinità non è dovuta soltanto alla loro simulatanea origine, ma ancor più si presenta come un vero rapporto di produzione. L’intuizione si riflette sul corpo e attraverso questo processo sorge il suono, l’intuizione è dunque la causa originaria, produttrice del suono. Il legame dell’intuizione col suono poggia dunque su un’affinità e un’uguaglianza di entrambi i momenti e questo rapporto di affinità o unità è il contenuto della forma interna della lingua, è ciò che la coscienza coglie della sua intuizione intuendola. Questo rapporto di suono e intuizione però non è un rapporto stabile, costituito una volta per sempre, ma si evolve e i diversi tipi della loro affinità e unità danno luogo a uno sviluppo per gradi della forma interna della lingua e dell’autocoscienza istintiva. Questa infatti consegue una chiarezza sempre maggiore, diventa sempre più spirituale, progredisce nella forma e nella struttura. [307] DLivello patognomico107 §. 97. Riflesso del sentimento – interiezione Quando un sentimento spiacevole prorompe in un urlo di dolore, uno piacevole in un grido di gioia, non è ancora data lingua in senso proprio. Il sentimento e il suono difatti sono certamente connessi e il sentimento appare nel suono; può anche sopravvenire l’intenzione, il desiderio, che l’altro possa conoscere il sentimento e l’altro lo conoscerà anche dai suoni. Questa al massimo potrebbe essere considerata la lingua del sentimento, la lingua animale. Ciò che manca qui, però, è

342

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Sprachform, die Anschauung des Gefühls. Die innere Sprachform enthält allemal ein Verhältniß zwischen Laut und Bedeutung; hier aber existirt ein solches Verhältniß noch nicht, sondern Laut und Gefühl sind unmittelbar identisch. Der Laut ist hier nicht zum Zeichen eines Innern gesetzt; hier ist bloß Aeußeres; und der Laut, das Aechzen, Stöhnen z. B., ist nicht Zeichen des Schmerzes, sondern Wirkung desselben, ist der Schmerz selber. Die Zuckungen eines in Krämpfen sich wälzenden Unglücklichen werden wir nicht für das Zeichen der Krämpfe halten; sondern die Zuckungen sind eben die Krämpfe. Das glühende Antlitz, das funkelnde Auge, die geschwollene Stirnader, das Schnauben der Nase, sind nicht Zeichen des Zorns, sondern sind eben die Wirklichkeit des Zorns. Lachen, Seufzen, Schluchzen sind nichts anderes, als solche Wirklichkeiten der Gefühle. Sie sind nicht Zeichen, sondern, wie wir es wohl am genauesten benennen, Schein eines Innern, das Wort Schein im philosophischen Sinne genommen als Offenbarung innerer Realität. Der Mimiker stellt die Gefühle nicht dar, indem er die Zeichen derselben uns vorhält, sondern indem er den Schein derselben annimmt und gewährt. Wir stehen hier bei einem rein pathologischen Verhältnisse, einem physiologischen Processe. Wenn nun aber alle diese Gefühlsausbrüche, im weitesten Sinne des Wortes, noch nicht wesentlich zur Sprache gehören, so stehen sie ihr doch nahe, zumal wenn man in den Gefühlen Unterschiede macht. Sie entspringen theils mehr aus dem Körper, theils mehr aus der Seele. Wenn auf einen körperlichen Schlag oder Stoß, welcher Schmerz erregt, ein Schrei erfolgt: so liegt hier die Vermittlung zwischen Schlag und Schrei rein [308] körperlich, mechanisch, im Centralorgan. Eine Wirkung der Seele ist hier nicht sichtbar. Es ist auch gleichgültig, ob der Schrei auf einen Schlag von außen erfolgt, oder auf einen Schmerz, der rein innerlich im Leibe entstanden ist. Wo die Seele nicht wirkt, kann keine Sprache sein. Es entstehen nun aber auch Gefühle, die dem Leibe von der Seele her zukommen. Sie wirken im Allgemeinen schwächer auf denselben, als körperliche Gefühle, und ihre körperlichen Ausbrüche sind sanfter, zarter; wiewohl wir nicht übersehen, daß ein Seelenschmerz oft genug den Körper in das erschütterndste Leiden und die heftigsten Ausbrüche versetzt.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

343

la forma interna della lingua, l’intuizione del sentimento. La forma interna della lingua contiene sempre un rapporto tra suono e significato, mentre qui un tale rapporto non esiste e il suono e il sentimento sono immediatamente identici. Il suono qui non è posto come segno di qualcosa di interno, qui vi è soltanto qualcosa di esterno; e il suono, il gemere, il sospirare ad es., non è segno del dolore ma effetto di esso, è il dolore stesso. Non considereremo le convulsioni di uno sfortunato che si rigira tra gli spasimi il segno degli spasimi, piuttosto le convulsioni sono gli spasimi stessi. Il volto paonazzo, l’occhio scintillante, la vena frontale rigonfia, lo sbuffare col naso, non sono segni d’ira, ma sono la realtà dell’ira. Ridere, sospirare, singhiozzare non sono altro che la realtà di tali sentimenti. Non sono segni, ma secondo la loro esatta definizione, l’apparire dell’interiorità, assumendo il termine apparire nel senso filosofico di un palesamento della realtà interna. Il mimico non rappresenta i sentimenti ponendoci davanti i segni di essi, ma assumendo e recando la loro apparenza. Ci troviamo qui di fronte a un rapporto puramente patologico, a un processo fisiologico. Ora, se queste esternazioni del sentimento nel senso più ampio del termine non appartengono ancora essenzialmente alla lingua, le stanno piuttosto vicino una volta che tra i sentimenti si tracci una distinzione. Essi in parte provengono dal corpo in parte dall’anima. Quando a un urto, o a un colpo inferto sul corpo che provoca dolore, segue un grido, allora la mediazione tra colpo e grido sta qui nel sistema nervoso secondo un nesso puramente corporeo [308] , meccanico. Qui non è dato cogliere l’effetto di un’azione dell’anima. È anche indifferente che il grido segua a un colpo proveniente dall’esterno o a un dolore che è sorto all’interno del corpo senza alcuna connessione con l’esterno. Dove non è in opera l’anima non può esserci lingua. Ora, nascono però anche sentimenti che pervengono al corpo dall’anima. Questi in generale agiscono su di esso più debolmente dei sentimenti corporei e le loro esternazioni corporee sono più tenui, più lievi, per quanto non vogliamo trascurare il fatto che un dolore dell’anima piuttosto di frequente pone il corpo nella sofferenza più sconvolgente e lo induce alle più violente esternazioni. I più

344

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Die sanftesten der hierbei ausgestoßenen Töne werden von der Sprache schon aufgenommen als das untergeordnete Element der Interjectionen. Nun giebt es aber Gefühle, die nichts oder nur wenig mit Lust und Unlust zu thun haben, wie Verwunderung, Ueberlegenheit, Spott u.s.w. Diese vorzüglich liefern der Sprache Interjectionen. Die Interjectionen bilden jedoch noch keinen Redetheil. Sie ragen aus einer überwundenen Stufe in die Sprache hinein. Ungebildete haben deren mehr als Gebildete, die südlichen Völker mehr als die nördlichen. Wenn bei den rein körperlichen Gefühlen und ihrem Ausdrucke in pathologischen Tönen nichts von innerer Sprachform auftritt, weil zwischen Gefühl und Laut bloß der physiologisch causale Mechanismus liegt; wenn auch bei Seelenschmerz und Seelenlust Bedeutung und Aeußerung durch ein bloßes Naturband an einander geknüpft sind: so tritt bei den zuletzt genannten Gefühlen, die einen viel bestimmtern Inhalt haben, als Schmerz und Lust überhaupt, auch schon zugleich etwas von innerer Sprachform auf, ein Analogon, ein Vorbild derselben. Zwischen einem Kitzel oder einem Witz und dem Lachen, zwischen dem Gedanken an einen Verlust und dem Seufzen ist kein deutbarer Zusammenhang, keine innere Sprachform. Wenn man aber vor Verwunderung ah! ausruft, so fühlt man einen Zusammenhang: die Seele wird von einem unerwarteten Anblicke betroffen; die neue Anschauung findet in dem Vorrathe der früher gehabten Anschauungen keine, an welche sie sich anschließt; alles, was in der Seele liegt, wird also zurückgedrängt, die neue Anschauung nimmt ganz allein das ganze Bewußtsein ein und will sich darin behaupten. Bei so starker plötzlicher Veränderung im Bewußtsein leidet die Seele und [309] dadurch auch der Leib. Man athmet stärker und der ganze Luftweg ist angespannt; auch die Stimmbänder sind es, und so tönen sie. Daher entsteht mit vieler Kraft der ursprünglichste, absichtsloseste, reinste Laut a. In dieser Deutung liegt noch wenig Sprachliches; aber der Laut a hat noch zu wenig sprachliches Element: er ist Stimmton, und weiter nichts. Nehmen wir dagegen die Interjection der Geringschätzung pah! so haben wir hier schon etwas mehr. Es liegt darin ausgedrückt, man achte eine Sache nicht mehr als die ausgeschnellte Luft. Dieser Gedanke ist die innere Sprachform dieser Interjec-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

345

lievi tra i suoni emessi in questo modo sono già accolti dalla lingua come l’elemento subordinato all’interiezione. Ora, ci sono però sentimenti che non hanno nulla a che fare con la gioia e il dolore, come la meraviglia, il senso di superiorità, la derisione etc. Questi forniscono alla lingua interiezioni, per eccellenza. Le interiezioni tuttavia non costituiscono ancora una parte del discorso e promanano da un livello che nella lingua è superato. I popoli incivili ne posseggono di più dei popoli civili, i popoli del sud di più di quelli del nord. Se nei sentimenti corporei e nelle loro espressioni in suoni patologici non si presenta nulla della forma interna della lingua, perché tra il sentimento e il suono vi è soltanto il meccanismo causale, fisiologico; se anche nel dolore e nel piacere in quanto affezioni dell’anima, significato ed esternazione sono legati soltanto da un nesso naturale; nei sentimenti definiti per ultimo, che hanno un contenuto più determinato rispetto alla gioia o al dolore in generale, si presenta già qualcosa della forma interna della lingua, un analogo, un equivalente di essa. Tra il solletico o uno scherzo e il ridere, tra il pensiero della morte e il sospirare, non c’è nessuna connessione interpretabile, nessuna forma interna della lingua. Quando però per meraviglia si emette un ah! allora si avverte una connessione: l’anima è colpita da una visione inaspettata; la nuova visione, nella riserva delle intuizioni avute prima, non ne trova una a cui connettersi; tutto ciò che si trova nell’anima è dunque sospinto indietro, la nuova intuizione occupa da sola l’intera coscienza e vuole affermarsi in essa. In ragione di un così violento e repentino cambiamento all’interno della coscienza, l’anima patisce e [309] attraverso di lei anche il corpo. Si respira più affannosamente e l’intero canale respiratorio è in tensione, lo sono anche le corde vocali e, per questo, risuonano. Da ciò promana con forza maggiore il più originario, inintenzionale e puro suono a. In questa interpretazione c’è ancora poco di linguistico, il suono a possiede ancora pochissimo di ciò che connota un elemento linguistico: è un suono vocale e nient’altro. Assumiamo invece l’interiezione di sottovalutazione pah! Qui abbiamo già qualcosa di più consistente. In questo caso è espresso il pensiero che si valuta una cosa come non più rilevante di un soffio d’aria. Questo pensiero è

346

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

tion, das Band zwischen ihrer Bedeutung und ihrem Lautgehalt. – „Eh, laß mich doch in Ruhe“; hier ist der ausgestoßene Laut wie eine Hand, welche zurückstößt. Kurz mit diesen Interjectionen treten wir schon auf die Stufe der sogenannten Onomatopöie. Wie man diese als den ursprünglichsten Sprachtrieb, der alle Elementarwörter geschaffen hat, läugnen könne, sehen wir nicht ein – oder man muß völlig auf allen und jeden innern Zusammenhang zwischen Laut und Bedeutung Verzicht leisten, und in deren Verknüpfung nichts als den sinnlosesten Zufall, „das Spiel organischer Freiheit“ sehen. Aber vor einem Mißverstande ist zu warnen. Man muß die Onomatopöie nicht, wie Plato und alle folgenden, als eine Lautnachahmung des angeschauten Gegenstandes betrachten. Zwischen Laut und Ding ist gar keine unmittelbare Beziehung. Die Onomatopöie beruht lediglich auf der Verwandtschaft des Lautes mit der Anschauung, und nur vermittelst dieser mit dem Dinge. Und noch mehr! auch zur Anschauung steht der Laut nur in vermittelter Beziehung; der Laut malt nur die Anschauung der Anschauung, d. h. dasjenige Merkmal oder Element der Anschauung, welches das Bewußtsein, als innere Sprachform bestimmt, aus dem Complex der Merkmale oder Elemente der Anschauung heraushebt und erfaßt. Denn es ist schon gesagt, daß die Anschauung der Anschauung nicht die ganze Anschauung in sich aufnimmt und umfaßt, sondern nur das was sie an ihr bemerkt; und nur dies legt sie in den Laut oder knüpft sie an ihn. Dieses an der Anschauung von der innern Sprachform Erkannte ist aber verbunden mit der Anschauung, und so wird mittelbar durch Anschauung der Anschauung oder innere Sprachform die Anschauung als Bedeutung an den Laut geknüpft. [310] §. 98. Speciellere Definition der Sprache. Ich denke, man unterscheidet bei diesen onomatopoetisch gebildeten Wörtern, wie bei den Interjectionen, etwa pah, sehr leicht die drei Factoren oder constitutiven Elemente der Sprache: die Anschauung des Dinges und den Werth der Interjection als Bedeutung (z. B. bei pah! etwa: dies Ding ist nichts werth, geht mich nichts an), den Laut (die bestimmte Articulation der Lippen mit dem kurzen a), und die innere Sprachform, das Band zwischen Laut und Bedeutung, das Merkmal der Anschauung,

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

347

la forma interna di questa interiezione, il nesso tra il significato e il contenuto sonoro. – “Eh, lasciami in pace”; qui il suono emesso è come una mano che respinge. In breve, con queste interiezioni siamo già al livello della cosiddetta onomatopea. Non capiamo come si possa negare che questa sia l’impulso linguistico originario che ha costituito tutte le parole elementari – o bisogna rinunciare del tutto a ogni connessione interna tra suono e significato e nel loro legame non cogliere null’altro che il caso più insensato, “il gioco della libertà organica”108. Ma bisogna mettere in guardia da un fraintendimento. Non bisogna considerare l’onomatopea, come Platone e tutti quelli che seguono, l’imitazione sonora di un oggetto intuito. Tra il suono e la cosa non vi è alcuna imitazione immediata. L’onomatopea poggia solo sull’affinità del suono con l’intuizione e, solo attraverso l’intuizione, sull’affinità del suono con la cosa. E ancora, anche nei confronti dell’intuizione il suono si pone in una relazione mediata; il suono ritrae solo l’intuizione dell’intuizione è a dire quel carattere o elemento dell’intuizione che la coscienza, determinata come forma interna della lingua, estrapola e apprende dal complesso dei caratteri o degli elementi dell’intuizione. Poiché è stato già detto che l’intuizione dell’intuizione non accoglie e abbraccia in sé l’intera intuizione, ma solo ciò che coglie in essa, e soltanto questo pone nel suono o connette al suono. Quanto dell’intuizione è conosciuto nella forma interna della lingua è, tuttavia, legato all’intuizione e così l’intuizione in quanto significato è legata al suono per mezzo dell’intuizione dell’intuizione o della forma interna della lingua. [310] §. 98. Definizione più precisa della lingua Penso che in queste parole costituite in modo onomatopeico, come nell’interiezione pah, possano essere divisi molto facilmente i tre fattori o elementi costitutivi della lingua: l’intuizione della cosa e il valore dell’interiezione come significato (ad es. pah! Significa qualcosa come: la cosa non è di nessun valore, non mi importa), il suono (la particolare articolazione delle labbra con la a breve), e la forma interna della lingua, il nesso tra suono e significato, il carattere dell’intuizione che

348

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

welches das Bewußtsein, indem es die gewonnene Anschauung anschaut, heraushebend bemerkt (ich schätze dies Ding wie einen Hauch). Welches Merkmal aber wird das Bewußtsein aus dem ganzen Complex der Empfindungen, aus denen die Anschauung gebildet ist, hervorheben? Und woher kommt es, daß es nicht die ganze ungetheilte Anschauung anschaut, sondern dieselbe nur theilweise ergreift? Hierüber scheint mir Folgendes zu bemerken. Daß Vorstellungen von Thätigkeiten unmittelbar auf die Nerven wirken, welche die wirkliche Ausübung dieser Thätigkeiten veranlassen, scheint mir nicht besonders räthselhaft; denn was ist die Absicht, der Wille anderes, als eine vorgestellte Thätigkeit oder die Vorstellung einer Thätigkeit? Bei dem innigen Zusammenhange zwischen Seele und Leib bedarf nicht diese Erscheinung einer Erklärung, daß nämlich der Körper unmittelbar vollzieht, was die Seele vorstellt; sondern nur die entgegengesetzte Erscheinung verlangt begreiflich gemacht zu werden: daß wir nämlich so viel vorstellen, was wir nicht ausführen; und die Erklärung hiervon liegt in der Selbstbeherrschung des Geistes. Daß ferner Gefühle Bewegungen verursachen durch ihre Reflectirung mittelst des Centralorgans auf naheliegende Bewegungsnerven, hat wiederum nichts Auffallendes. Daß aber Anschauungen Bewegungen verursachen, die gar nichts mit der Verwirklichung jener Anschauungen zu thun haben, wie dies in der Sprache vorliegt – da das Tönen und Articuliren keine Ausführung der angeschauten Dinge oder Bewegungen ist –: dies scheint mir nur dadurch erklärbar zu sein, daß wir die Anschauungen von Gefühlen begleitet sein lassen. Das aber kann uns nicht in Verwunderung setzen, da die Anschauungen sowohl mannigfach mit Gefühlen in der Seele associirt sind, als auch an sich auf Empfindungen beruhen, die nur ganz besonders bestimmte [311] und begrenzte Gefühle, und immer von Gefühlen begleitet sind. Das die Anschauung begleitende Gefühl also ist das Schöpferische in der Sprache; denn nur dieses setzt Stimme und articulirende Organe in Bewegung. In der ursprünglichen Sprache, auf der Stufe der Onomatopöie, ist das Gefühl das eigentlich Tönende; und weil dieses ein viel bestimmteres Gefühl ist, als bloß Lust und Schmerz im Allgemeinen, weil es ein ganz besonderes, auf eigenthümlichen Associationen und begrenzten Empfindungen beruhendes Gefühl ist: darum wirkt es auch in viel feinerer, begrenzterer Weise

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

349

la coscienza nota mettendolo in risalto dal momento che intuisce l’intuizione ottenuta (valuto la cosa non più di un soffio). Quale carattere però la coscienza metterà in risalto dal complesso delle sensazioni da cui è costituita l’intuizione? E da cosa dipende il fatto che la coscienza non intuisce l’intera intuizione indivisa, ma la coglie solo in parte? In proposito mi sembra debba essere notato quel che segue. Il fatto che rappresentazioni di attività operano immediatamente sui nervi, che causano l’esecuzione effettiva di queste attività, non mi pare particolarmente enigmatico; cos’altro sono infatti l’intenzione, la volontà, se non attività rappresentata o la rappresentazione di un’attività? In riferimento al nesso interno di anima e corpo questo fenomeno non ha bisogno di una spiegazione, giacché il corpo compie immediatamente ciò che l’anima rappresenta; solo il fenomeno opposto deve essere spiegato: il fatto che noi rappresentiamo molte cose che non vengono compiute, e la spiegazione di ciò sta nell’autocontrollo dello spirito. Inoltre, il fatto che sentimenti causano movimenti per il loro riflesso mediato dall’organo centrale sui veri e propri nervi di movimento, non ha nulla di straordinario. Ma il fatto che le intuizioni causano movimenti che non hanno nulla a che fare con la realizzazione di quelle intuizioni, come accade nella lingua – dal momento che l’emettere o l’articolare suoni non è la realizzazione di una cosa o di un’intuizione osservata –, mi pare spiegabile solo perché consideriamo le intuizioni accompagnate dai sentimenti. Questo tuttavia non può meravigliarci dal momento che le intuizioni sono associate nell’anima con i sentimenti in vario modo e dal momento che, anche in sé, poggiano su sensazioni che non sono altro che sentimenti particolarmente determinati [311] e circoscritti109, e sempre accompagnate da sentimenti. Il sentimento che accompagna l’intuizione è pertanto l’elemento creativo nella lingua, esso soltanto pone in movimento la voce e gli organi articolatori. Nella lingua originaria, al livello dell’onomatopea, è il sentimento ciò che in senso proprio risuona; e poiché si tratta di un sentimento molto più determinato del semplice piacere o del dolore, giacché è un sentimento del tutto particolare, che poggia su associazioni di sensazioni peculiari e specifiche, opera anche in modo molto

350

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

nicht bloß auf den Athem, sondern auch auf einzelne Organe, und bringt dadurch nicht ein unbestimmtes Aechzen, Schluchzen, Lachen, sondern eine Articulation hervor. Die bestimmte Articulation als bloße Reflexbewegung einer Anschauung hat nicht mehr Räthselhaftes, als der verschiedene Gesichtsausdruck bei verschiedenen leidenschaftlichen und Gefühls-Erregungen, welcher Ausdruck, bei gebildeten Menschen sehr fein abgeschattet, immer nur durch denselben physiognomischen Gesichtsnerv (N. facialis) hervorgebracht wird. Diese Betrachtung dient uns erstlich dazu, unsere Definition von der Sprache zu vervollständigen. Wenn wir aber die Sprache als eine pathologische Reflexbewegung auffaßten, so haben wir damit die allgemeine Classe der physiologischen Erscheinungen erkannt, zu der die Sprache gehörte; haben das Genus proximum der Sprache angegeben. Damit aber ist die Definition erst halb gegeben; wir verlangen noch das specifische Merkmal, und dies ist nun gefunden. Sprache ist diejenige pathognomische Reflexbewegung, welche auf rein theoretische Anschauungen erfolgt, was vermittelst gewisser mit den Anschauungen in mannigfacher Weise verbundener Gefühle geschieht. §. 99. Inhalt der innern Sprachform auf der Stufe der Onomatopöie. Indem nun das Bewußtsein die Anschauung anschaut und gerade, während sie dies thut, zugleich den reflectirten Laut wahrnimmt: so associirt sich nicht bloß der Laut mit der Anschauung im Bewußtsein; sondern die Anschauung erhält auch nur den Werth, den der Laut von ihr verkündet. Das Bewußtsein erfaßt von dem ganzen Inhalte der Anschauung natürlich nur das, was sich ihm durch den Laut in einer gegenwärtigen Wahrnehmung so lebendig aufdrängt. Indem sich die [312] Seele fragt, was sie an der Anschauung, an diesem Complex von Empfindungen besitze: antwortet ihr der eigene Laut, was diese angeschaute Anschauung sei, verdrängt die andern Merkmale derselben aus dem Bewußtsein und stellt sich demselben dar als Aequivalent der ganzen Anschauung. Die Anschauung der Anschauung, die innere Sprachform hat also den Werth, den Inhalt, welchen der durch Reflex erzeugte onomatopoetische Laut in sich trägt. So reich also auch z. B. die Thätigkeit des Essens oder die Anschau-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

351

più fine e circoscritto non solo sul respiro, ma anche su singoli organi e così produce non tanto un particolare gemere, singhiozzare, ridere, ma un’articolazione. L’articolazione specifica, come mero movimento riflesso di un’intuizione, non ha più nulla di enigmatico, come non è nulla di enigmatico la diversa espressione del volto in presenza di diverse stimolazioni provocate dalle passioni e dal sentimento; espressione, che negli uomini civili è molto più sfumata per quanto prodotta dallo stesso nervo fisiognomico del viso (n. facialis). Questa considerazione ci serve anzitutto a completare la nostra definizione della lingua. Quando abbiamo concepito la lingua come un movimento patologico riflesso, abbiamo individuato la classe generale dei fenomeni fisiologici a cui la lingua apparteneva; abbiamo indicato il genus proximum della lingua. Con ciò però la definizione è data solo a metà; noi esigiamo ancora il carattere specifico del genere, ed esso ora è trovato. La lingua è quel movimento riflesso patognomico che segue da intuizioni puramente teoretiche110, il che accade per mezzo di certi sentimenti connessi alle intuizioni in vario modo. §. 99. Contenuto della forma interna della lingua al livello dell’onomatopea Dal momento che la coscienza intuisce l’intuizione e contemporaneamente percepisce il suono riflesso, non solo nella coscienza il suono si associa con l’intuizione, ma l’intuizione ottiene soltanto il valore che il suo suono trasmette. La coscienza dell’intero contenuto dell’intuizione, apprende naturalmente solo ciò che le viene così vivacemente inculcato attraverso il suono in una percezione presente. Dal momento che l’anima [312] si chiede cosa possieda nell’intuizione, in questo complesso di sensazioni, il suo stesso suono le risponde cosa sia questa intuizione intuita, sospinge al di fuori della coscienza gli altri caratteri dell’intuizione e si presenta, al cospetto della coscienza, come l’equivalente dell’intera intuizione. L’intuizione dell’intuizione, la forma interna della lingua, ha dunque il valore, il contenuto, che porta in sé il suono onomatopeico prodotto per mezzo del riflesso. Per quanto possa pur essere ricca di caratteri, ad es. l’attività del man-

352

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

ung davon an Merkmalen sein mag, bei der Wurzel pa, bibo, pappen ist der Inhalt der Anschauung dieser Anschauung, der innern Sprachform, bloß die durch die Lippenarticulation angedeutete Lippenbewegung. Unser deutsches Wort plump ist noch ganz die Interjection plumps, plautz! So viele Merkmale nun auch in der Anschauung des Plumpen liegen mögen, das Bewußtsein, indem es als innere Sprachform die Anschauung jener Anschauung bildet, hat als solches nur den Inhalt des breiten, schweren Aufschlagens nach einem Falle, welchen Inhalt es vom reflectirten Laute empfängt. Daß bei Anschauungen, in denen eine Lautempfindung liegt, vorzüglich diese reflectirt werden wird, läßt sich wohl erwarten. Daher so viele schallnachahmende Wörter. Ueberhaupt aber läßt sich doch wohl annehmen, daß der reflectirte Laut eine gewisse Aehnlichkeit mit der Anschauung haben wird, und diese ist also das Wesen der Onomatopöie. Aber diese Aehnlichkeit ist nicht Folge einer Nachahmung, wobei immer Absicht vorausgesetzt wird; sondern es ist ein Lautreflex, wobei sich die Sprachorgane wie ein Spiegel, wie die Netzhaut des Auges, verhalten, indem sie zurückspiegeln, was auf sie wirkt. Bei Anschauungen, in denen eine Tonempfindung liegt, wird die Onomatopöie klarer sein, als bei andern, in denen keine solche gegeben ist, aus einem dreifachen Grunde: zuerst nämlich wegen der Gleichheit des Elements; ferner weil die Tonempfindungen die lebhaftesten, erregendsten sind; drittens aber auch noch aus einem andern Grunde. Man erinnere sich, daß wir oben die Reflexbewegungen in zwei große Classen theilten: in diejenigen, welche die Anschauung einer Bewegung unmittelbar ausführen, und in diejenigen, welche auf ein Gefühl, eine Empfindung erfolgen, ohne mit diesen selbst etwas ersichtlich Gemeinsames zu haben. Zur letztern Classe zählten wir die Sprache. Man sieht aber wohl, daß bei Wörtern für Anschauungen mit [313] Tonempfindungen jene beiden Classen zusammenfallen; denn hier entsteht in Folge einer Anschauung eine Bewegung, die mit jener eigentlich nichts zu thun hat; andererseits aber wird doch die Tonempfindung, welche in das Bewußtsein tritt, so gut es gehen will, unbewußt nachgeahmt, wie das gesehene Gähnen, Fechten u.s.w.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

353

giare o la sua intuizione, nella radice pa bibo, pappen il contenuto dell’intuizione di questa intuizione, il contenuto della forma interna della lingua, consiste semplicemente nel movimento delle labbra abbozzato attraverso l’articolazione. La nostra parola tedesca plump111 coincide ancora interamente con l’interiezione plumps, plautz!112 Per quanti caratteri possano risiedere oggi nell’intuizione del “goffo”, la coscienza, producendo l’intuizione di quella intuizione come forma interna della lingua, ha in quanto tale solo il contenuto di un ampio e pesante andare in pezzi dopo una caduta, contenuto che la coscienza riceve dal suono riflesso. Ci si può aspettare che nelle intuizioni in cui si trova una sensazione sonora, sia quest’ultima per lo più a venir riflessa. Per questo vi sono così tante parole che imitano il suono. In generale, però, bisogna assumere che il suono riflesso abbia una certa affinità con l’intuizione e questa è dunque l’essenza dell’onomatopea. Ma questa affinità non è la conseguenza di un’imitazione, in cui è sempre presupposta un’intenzione; si è piuttosto in presenza di un suono riflesso in cui l’organo linguistico si comporta come uno specchio, come la retina dell’occhio che riflette ciò che la colpisce. Nelle intuizioni in cui vi è una sensazione sonora, l’onomatopea sarà più evidente che in quelle in cui non c’è, per tre ragioni: anzitutto, per l’uguaglianza degli elementi; poi, perché le sensazioni sonore sono le più vivaci e stimolanti; in terzo luogo, per la ragione seguente. Si ricordi che sopra abbiamo diviso i movimenti riflessi in due grandi classi, in quelli che realizzano immediatamente l’intuizione di un movimento e in quelli che seguono a un sentimento, a una sensazione, senza avere intenzionalmente qualcosa in comune con questi. Abbiamo assegnato la lingua a quest’ultima classe. Si vede bene, però, che nelle parole provocate da intuizioni composte [313] da sensazioni sonore quelle due classi coincidono. E ciò perché, in questo caso, in conseguenza di un’intuizione nasce un movimento che in senso proprio non ha nulla a che fare con quella intuizione. D’altro canto, però, la sensazione sonora che entra nella coscienza viene involontariamente imitata al meglio, come lo sbadiglio, l’incontro di scherma etc.

354

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Man könnte hier noch mancherlei untergeordnete Stufen innerhalb des Standpunktes der Onomatopöie aufführen. Diese Einzelheiten jedoch gehören nicht zu unserm Zwecke. §. 100. E. Charakterisirende Stufe. Hier wird das instinctive Selbstbewußtsein, die innere Sprachform, viel klarer und inhaltsvoller, und diese Stufe liefert den eigentlichen Wirkungskreis der Etymologie. Wir rechnen nämlich hierher diejenigen Wörter, welche Anschauungen in der Weise bedeuten, daß sie ein charakteristisches Merkmal dieser Anschauung angeben. Der größte Theil der Substantiva gehört hierher, indem die Dinge durch Thätigkeiten und Eigenschaften angedeutet werden. Beispiele sind hier überflüssig. Doch auch Verba, denke ich, gehören vielfach hierher, und Adjectiva. Oder sollte man nicht z. B. das griechischeILOHL`Q, das gothische frijôn (amare) so ansehen müssen, daß die Thätigkeit der Liebe durch ihre Freude (Saskr. prî, freuen) gekennzeichnet wird? Und wie der Freund dargestellt wird als der, mit dem man sich freut, so auch im Armenischen die Eigenschaft gut pari als diejenige, an der man sich erfreut, oder schon in doppelt charakteristischer Stufe, was man liebt. Auch hierzu bieten sich die Beispiele vielfach dar. Eine scharfe Abgrenzung dieser Stufe von der vorigen ist nicht gut möglich; denn sie ist auch in der Wirklichkeit nicht vorhanden. Es giebt hier vielmehr mannigfache Uebergange, die uns zeigen, wie man zu dieser höhern Stufe aufstieg. Wenn die Anschauung von einem Thiere durch einen reflectirten Laut bezeichnet wird, wenn die Katze (im Chinesischen) Miau, das Pferd vom Wiehern (Saskr. hrêsch) Roß heißt: so wird hier schon eine Anschauung, die vielfache Merkmale in sich schließt, durch eine besonders auffallende, kennzeichnende, benannt. Hiermit ist also auf der onomatopoetischen Stufe das Princip der folgenden schon gegeben; nur werden auf dieser höhern Stufe [314] nicht mehr ursprüngliche Reflexlaute, sondern schon aus denselben gebildete Wurzelwörter verwandt. Der Inhalt der innern Sprachform auf dieser Stufe, das was das Bewußtsein hier in seiner Anschauung anschaut, ist klar; es ist nämlich eben das zur Bezeichnung dienende Merkmal; und die Etymologie ist es, welche uns den Sinn der innern Sprachform,

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

355

Potrebbero essere addotti altri livelli subordinati interni al grado dell’onomatopea. Queste particolarità tuttavia non riguardano il fine che ci siamo proposti. §. 100 ELivello caratterizzante Qui l’autocoscienza istintiva, la forma interna della lingua, diventa molto più chiara e ricca di contenuto e questo livello fornisce la sfera d’azione dell’etimologia. Assegniamo a questo livello quelle parole che significano le intuizioni indicandone una qualità caratteristica. Vi appartengono la maggior parte dei substantiva, giacché le cose sono indicate attraverso attività e qualità. È superfluo darne degli esempi. Credo che a questa sfera appartengano anche svariati verba e adjectiva. O non si sarebbe forse dovuto concepire il greco ILOHL`Q, il gotico frijôn (amare) così da contrassegnare l’attività dell’amore in rapporto alla Freude113 (Sanscrito: prî, freuen114) che produce? E come il Freund115 è rappresentato come colui con cui si gioisce (freut), così anche nella lingua armena la qualità buono (gut) “pari” è rappresentata come colui di cui si gioisce o, già a un doppio livello caratteristico, come quel che si ama. Anche per questo vi sono molteplici esempi. Una netta delimitazione di questo livello rispetto a quello precedente non è possibile poiché non si presenta nemmeno nella realtà. Vi sono qui numerosi passaggi che ci mostrano come ci s’innalza a questo più alto livello. Quando l’intuizione di un animale è indicata con un suono riflesso, quando il gatto si chiama (in cinese) miau, il cavallo che nitrisce (in sanscrito hrêsch) Roß116, allora già qui un’intuizione che racchiude in sé molteplici caratteri è nominata per mezzo di un carattere particolarmente significativo e distintivo. Quindi al livello dell’onomatopea è già dato il principio del livello seguente, solo che a questo più alto livello [314] non sono più usati suoni riflessi originari, ma sono usate già radici delle parole costruite a partire da essi. Il contenuto della forma interna della lingua a questo livello, ciò che la coscienza a questo grado di sviluppo intuisce nella sua intuizione, è evidente. Si tratta esattamente del carattere che serve per la designazione; e l’etimologia è ciò che

356

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

den Gedanken des instinctiven Selbstbewußtseins aufschließt. Das griechische Volk erkannte an seiner JXQKY (der Engländer an seiner Queen), die Gebärende, an Sohn haben wir den Erzeugten, an ÀOLXV den saugenden, an unserm Wolf den zerreißenden, an der Maus den Dieb u.s.w. Vieles wäre hierbei noch zu bemerken; doch es ist alles schon bekannt. §. 101. Dritte Stufe der innern Sprachform. Eine dritte Weise der Wortschöpfung giebt es eigentlich nicht. Doch müssen wir eine dritte Stufe der innern Sprachform, des instinctiven Selbstbewußtseins anerkennen, wo zwar nichts Neues auftritt, aber das Alte sich ändert. Dies ist die Stufe der geschichtlichen Zeit, wo Laut und objective Anschauung oder Bedeutung ohne Vermittlung verbunden sind, gerade so unmittelbar, wie Kitzel mit Lachen, ein Reiz in der Schleimhaut der Nase mit Niesen und alle jene rein mechanischen Reflexbewegungen, welche auf Gefühle erfolgen. Diese Unmittelbarkeit in der Verbindung der Sprachfactoren rührt daher, daß die innere Sprachform aus dem Bewußtsein geschwunden ist; so ist es bei uns heute. Wie bei jenen Gefühlsreflexionen die Vermittlung der beiden Momente im physiologischen Mechanismus liegt: so ist in geschichtlicher Zeit das Band von Bedeutung und Laut der reine psychische Mechanismus, das Gesetz der Association. Die innere Sprachform ist jetzt nur noch der Punkt, wo Laut und Bedeutung sich berühren, ein Punkt ohne Ausdehnung und Inhalt. Wir haben eben das instinctive Selbstbewußtsein nicht mehr; es ist verdrängt durch das wirkliche Selbstbewußtsein, oder mindestens durch ein viel reicheres Bewußtsein, als jenes instinctive. Wir lernen am Wolfe, an der Maus, am Weibe u.s.w. so viele Beziehungen kennen, und Beziehungen, die wichtiger für uns sind, als die im Worte liegende, daß diese letztere vor der hellen Beleuchtung, welche jene vom Bewußtsein erhalten, allmählich in den Schatten tritt und endlich ganz in die Nacht der Vergessenheit sinkt. Dies wird weiterhin noch klarer werden.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

357

ci dischiude il senso della forma interna della lingua, il pensiero dell’autocoscienza istintiva. Il popolo greco conobbe nel suo JXQKY (il popolo inglese nel suo queen) la partoriente117, in Sohn118 noi abbiamo colui che è partorito, in filius il poppante, nel nostro Wolf lo sbranante, in Maus119 il ladro etc. Ci sarebbe ancora da notare molto, ma quel che era necessario conoscere lo si è già detto. §. 101. Terzo livello della forma interna della lingua In verità un terzo modo per creare la parola non c’è. Dobbiamo tuttavia riconoscere un terzo livello della forma interna della lingua, dell’autocoscienza istintiva, dove in realtà non entra nulla di nuovo, ma i prodotti degli altri due livelli si trasformano. Si tratta dello stadio delle epoche storiche, in cui il suono e l’intuizione oggettiva, o il significato, sono connessi senza mediazione in modo così immediato come il solletico col ridere, uno stimolo che solleciti la mucosa del naso con lo starnutire e come lo sono tutti quei movimenti riflessi puramente meccanici che seguono dai sentimenti. Questa immediatezza della connessione dei fattori linguistici dipende dal fatto che la forma interna della lingua è scomparsa dalla coscienza; e così accade oggi a noi. Come nei movimenti riflessi del sentimento, la mediazione dei due momenti risiede nel meccanismo fisiologico, così in epoca storica il nesso di significato e suono sta nel puro meccanismo psichico, nella legge dell’associazione. La forma interna della lingua ora è soltanto il punto in cui il suono e il significato si toccano, un punto senza estensione e contenuto. Quel che ci manca ormai è proprio l’autocoscienza istintiva; essa è soppiantata dall’autocoscienza reale o per lo meno da una coscienza molto più ricca di quella istintiva. Noi nel lupo, nel topo, nella moglie etc. conosciamo tante relazioni, e relazioni per noi ben più importanti di quella che si trova nella parola, perché la relazione che si trova nella parola, in ragione della maggiore chiarificazione che le altre ricevono dalla coscienza, si adombra progressivamente e infine cade completamente nell’oblio. Ciò diverrà più chiaro di seguito.

358

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

[315] d) Mittheilung, Verständniß, Sprechenlernen der Kinder. §. 102. Die vorzüglichste Ursache, warum man früher das Wesen und den Ursprung der Sprache mißverstand, oder das vorzüglichste Mißverständniß über die Sprache lag darin, daß man sie als bloße Mittheilung auffaßte, während sie im Gegentheil wesentlichst und zunächst ein Selbstbewußtsein, d. h. eine Mittheilung an den Sprechenden selbst ist, eine Darstellung und Auffassung zuerst für und durch den Redenden selbst, und dann erst für Andere. An eine Kritik der ältern Ansichten kann ich hier nicht denken. Ich habe anderwärts Herder und Haman einander entgegengesetzt und zu zeigen gesucht, wie sie sich an sich selbst und an einander aufreiben. Hier will ich aber Herbarts Ansicht über die Entstehung der Sprache anführen. Sie ist schwach genug und könnte allen Psychologen zur Warnung dienen, die sich der Sprachforschung entschlagen zu können meinen*. Aber immer noch ist unsere Absicht, durch die folgende Anführung Herbarts statt vieler andern Citate diesen größten Psychologen und eigentlichen Gründer der wissenschaftlichen Psychologie zu ehren; denn seine Ansicht ist doch werthvoller als die Herdersche, und schließt das Wahre der ganzen Vergangenheit in sich. Zu seiner Entschuldigung mag noch dienen, daß Wilhelm von Humboldts großes Werk erst erschien, als er seinem Tode schon nahe war. „Worin liegt denn das Wunderbare der Sprache?“ fragt er (Psych. §. 130. Werke VI, S. 217.) unwillig über die „zu starken“ Ausdrücke, in denen man vom „Wunderbaren“ der Sprache redet. Man sieht sogleich wieder, daß er sich gegen die Uebertreibung stemmt. Er fährt in der Absicht, das Wunder zu erklären, fort: „Wenn Sprache, ihrem Begriffe nach, absichtliche Mittheilung der Gedanken durch willkürliche Zeichen ist, so konnten die ersten Mittheilungen unmöglich durch Sprache geschehen. Denn willkürliche Zeichen müssen verabredet werden, sonst wür-

* Oder klagen vielleicht die Psychologen die Sprachforscher an, daß ihnen dieselben nicht in die Hand arbeiten? Wenn sie es thun – wir müssen verstummen.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

359

[315] d) Comunicazione, comprensione, apprendimento della lingua da parte dei bambini §. 102 Il motivo principale per cui in passato si fraintesero la natura e l’origine della lingua, o il più significativo fraintendimento della lingua, fu l’averla concepita come semplice comunicazione, mentre al contrario prima d’ogni altra cosa è un’autocoscienza, è a dire una comunicazione che si realizza in chi parla, una rappresentazione e una comprensione anzitutto per chi parla e per suo tramite, e poi per gli altri. Qui non posso addentrarmi in una critica delle antiche prospettive. In altro luogo ho contrapposto Herder e Hamann e ho cercato di mostrare come si annientino da sé e vicendevolmente120. Qui, invece, voglio citare la prospettiva di Herbart sulla nascita della lingua. È una concezione abbastanza debole e potrebbe fungere da monito per tutti gli psicologi che credono di potersi esimere dalla ricerca linguistica*. Ma è comunque nostra intenzione, rimandando alle parole di Herbart invece che alle tante altre citazioni possibili, onorare il più grande psicologo e il vero fondatore della psicologia scientifica. E ciò poiché la sua prospettiva ha maggior valore di quella di Herder e racchiude in sé la parte vera di tutto quello che in passato si è pensato in proposito. A giustificazione delle lacune della sua concezione della lingua può anche valere il fatto che la grande opera di Wilhelm von Humboldt apparve quando egli era ormai prossimo alla dipartita121. «In che sta il prodigio della lingua?» chiede (Psych. §. 130, Werke VI, p. 217)122, indignato dalle espressioni «troppo forti», con cui si discute di “prodigi” della lingua. Anche qui si vede come Herbart si opponga all’esagerazione. Egli prosegue nell’intenzione di spiegare il prodigio: «se la lingua, secondo il proprio concetto, è comunicazione intenzionale dei concetti secondo segni arbitrari, le prime comunicazioni dunque non potettero avvenire per mezzo della lingua. Poiché segni arbitrari devono essere concordati, altrimenti o * O forse gli psicologi rivolgono ai linguisti l’accusa di non lavorare assieme? E noi? che stiamo facendo?

360

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

den sie entweder nicht verstanden, oder höchstens [316] errathen werden; auf des Errathen aber kann der Sprechende nicht rechnen. Die Sprache setzt also Verabredung, diese aber setzt Sprache voraus; mithin drehen wir uns im Kreise. Man schlage nun den „(Herbartischen)“ Weg ein; d. h. man entschlage sich des ungereimten Gedankens, und setze dessen Gegentheil an die Stelle. Die ersten Mittheilungen also geschahen entweder nicht absichtlich, oder nicht durch willkürliche Zeichen; sie waren nicht Sprache. Gleichwohl verstand man einander; und glaubte sich verstanden. Dies errieth man aus dem zusammenstimmenden Handeln, welches den gemeinsamen Gedanken gemäß war; es konnte aber leicht zusammenstimmen, wenn man unter gleichen Umständen gleiche Bedürfnisse hatte. Die Naturlaute, oder zufälligen Aeußerungen bei Gelegenheit des gemeinsamen Handelns, reproducirten sich bei jedem in wiederkehrender Lage, riefen jedem den nämlichen Gedanken zurück, und waren mit Erwartung eines ähnlichen gemeinsamen Handelns von beiden Seiten ohne weiteres Fragen und Zweifeln verknüpft.“ (So weit ist der große Denker unverkennbar; im Folgenden ist er es weniger.) „Wie es zugehe, daß Einer den Andern verstehe; und ob er wohl verstehen oder mißverstehen werde? das wurde nicht gefragt noch bedacht“ (aber wir fragen und bedenken das); „sondern das Handeln war es, worauf, ohne alles Denken an das Denken des Andern, die Erwartung und die Aufmerksamkeit sich richtete. Blieb nun aber das erwartete Handeln des Andern aus, dann legte man mehr Anstrengung in den damit complicirten Laut.“ Als wenn eine mir fremde Sprache dadurch verständlich für mich würde, daß man sie mir in die Ohren schreit! Die Meinung des Volkes ist dies allerdings. Denn so wie Mißverständniß eintritt oder Verständniß ausbleibt, so giebt es Zank und Schlägerei – und der Thurmbau von Babel ist gestört. Herbart fährt fort: „Da fing die Absichtlichkeit des Sprechens an“; also da, wo das Verständniß ausblieb; absichtliche Mittheilung konnte ja aber noch weniger verstanden werden! Das Folgende lassen wir aus Ehrfurcht vor dem großen Denker ganz weg. Wir haben also in unserer Darstellung den entgegengesetzten Weg eingeschlagen. Nicht Mittheilung, sondern das Selbstbewußtsein ist Quell der Sprache. Das Bedürfniß zur Mittheilung würde nie zur Sprache führen; aber die Sprache, im Gange der

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

361

non verrebbero compresi o al più dovrebbero essere [316] indovinati. Chi parla, però, non può affidarsi all’eventualità di indovinare. La lingua pertanto presuppone un accordo, ma l’accordo presuppone la lingua; così giriamo in circolo. Si imbocchi a questo punto la via» (herbartiana) «è a dire ci si affranchi dal pensiero insensato e si ponga al suo posto il pensiero sensato. Dunque o le prime comunicazioni non accaddero intenzionalmente o non accaddero per mezzo di segni arbitrari; esse non costituivano una lingua. Tuttavia ci si comprese l’un l’altro e si fu convinti di comprendersi. Lo si suppose in ragione del concorde agire commisurato a pensieri comuni. Ma si poteva concordare facilmente avendo bisogni uguali in circostanze uguali. I suoni naturali, o le casuali esternazioni in occasione di un agire comune, in situazioni che si ripresentavano, si riproducevano a loro volta in ciascuno allo stesso modo; per tutti risuonavano gli stessi pensieri e da ogni parte, senza domande né dubbi, erano legati all’aspettativa di un agire comune, di un’azione condotta in modo simile». (Fin qui il grande pensatore è inconfondibile, in ciò che segue lo è di meno). «Come accada che uno comprenda l’altro, e che lo comprenda nel modo giusto o lo fraintenda, non venne domandato né vi si meditò» (ma noi lo domandiamo e vi riflettiamo); «era l’agire, ciò su cui, senza minimante pensare al pensiero dell’altro, erano rivolte l’aspettativa e l’attenzione. Ma l’agire dell’altro, l’agire atteso, non si verificava, allora si pose maggior attenzione per il suono a ciò connesso». Come se una lingua straniera mi divenisse comprensibile perché mi è urlata nelle orecchie! L’opinione del popolo tuttavia è questa. Per questo, quando ci si imbatte nel fraintendimento o si fatica a comprendersi, si arriva alla lite e alla zuffa – e la torre di Babele va in pezzi. Herbart prosegue: «Allora ebbe inizio l’intenzionalità del parlare», è a dire proprio lì dove mancava la comprensione; eppure la comunicazione intenzionale poteva venir compresa ancor meno! Quel che segue lo omettiamo in ragione della riverenza per il grande pensatore. Noi, nella nostra presentazione, abbiamo calcato il sentiero opposto. Non la comunicazione, ma l’autocoscienza è la scaturigine della lingua. Il bisogno di comunicare non potrebbe mai condurre alla lingua; la lingua, invece, una volta sorta

362

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Entwickelung der individuellen Seele einmal entsprungen, [317] wird Werkzeug der Mittheilung, und zwar zunächst eben so absichtslos, wie sie absichtslos entstanden ist. Die Sprache ist an sich Darstellung der Anschauungen für den Sprechenden selbst. Der Mensch ist aber in Gesellschaft; eine lange Kindheit zwingt ihn dazu und macht ihm die Gesellschaft auch für spätere Zeit unentbehrlich. Er denkt also ursprünglich fast immer in Gesellschaft, und Denken ist für den Urmenschen Sprechen. Er spricht also mit dem Andern, weil er mit dem Andern ist, und weil menschliches Sein Denken, und das menschliche Denken ursprünglich Sprechen ist; folglich ist Zusammensein Unterredung. Esse oder vivere = cogitare, cogitare = loqui, folglich vivere = loqui, und convivium = colloquium. Herbart denkt bloß an gemeinsames Arbeiten. Wäre es bloß dies, ich meine, der Mensch würde so wenig Sprache geschaffen haben, wie die Bienen und Ameisen. Der Mensch aber ist kein arbeitendes Thier. Man aß und trank zusammen und ruhte zusammen, und freute sich zusammen an sich und an der Natur, man dachte zusammen und erzählte einander. Nicht die Arbeit, nicht Bedürfniß – Freude und Schmerz, die schönen verschwisterten Götterfunken, entzünden die Sprache; das Herz springt, das Gefühl strebt nach Gestaltung und bestimmter Form; und so brach es in der Urzeit in bestimmten, articulirten Lauten aus, wie heute noch die Beethovensche Symphonie nach dem Worte greift. Wie sollte das nicht verstanden werden, was in Gemeinschaft erzeugt ist? Das Verständniß war da vor der Mittheilung, und Mittheilung war Sein, Leben. Was der Eine dachte, dachte der Andere und sprach der Andere aus, wie der Erste: das war Sympathie. Im Krankenhause bekommt ein ganzer Saal voll Kranker die Krämpfe, welche sie zuerst an Einem sehen. Der St. Veits-Tanz, die Tarantella, die Schwärmerei der Bacchanten, der Revolutionäre, der Blutdurst der Terroristen, der Muth der stürmenden Soldaten: alles dies und vieles andere beweist uns die Wirkung dieser Sympathie, durch welche der Mensch hingerissen wird, ohne Absicht, ja zuweilen gegen seine Absicht, das zu thun, was er thun sieht. Das aber heißt verstehen: reproduciren, nachmachen. Wie wir bei lebhafter Freude es heute noch sehen, daß die Stimme jauchzt, das Auge leuchtet, der Fuß und der ganze Leib

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

363

[317] nel corso dello sviluppo dell’anima individuale, diventa strumento di comunicazione e, in verità, in un primo momento senza intenzione alcuna come quando comparve. La lingua è in sé rappresentazione delle intuizioni per colui che parla. Ma l’uomo è tale in società; una lunga infanzia lo costringe a crescere in società e gli rende irrinunciabile la società anche per il tempo avvenire. Egli in origine pensa sempre in comunità e pensare è per l’uomo primitivo parlare. Egli parla con l’altro perché è uomo con l’altro e perché l’essere uomo è pensare, e il pensare umano è originariamente parlare; di conseguenza il convivere è colloquio. Esse o vivere = cogitare; cogitare = loqui; quindi vivere = loqui e convivium = colloquium. Herbart pensa soltanto al lavoro svolto in comune. Si trattasse solo di questo, dico io, l’uomo non avrebbe forgiato la lingua, come non lo hanno fatto le api e le formiche. Ma l’uomo non è un animale che lavora. Si mangiò e si bevve insieme, si riposò insieme, si gioì insieme per sé e per la natura, si pensò insieme e si narrò insieme. Né il lavoro, né il bisogno – ma la gioia e il dolore, le belle e inseparabili scintille divine, fecero divampare la lingua; il cuore sobbalza, il sentimento tende a costituirsi e ad acquisire una forma compiuta, e così nei tempi preistorici il sentimento proruppe in suoni articolati e particolari, come ancora oggi la sinfonia di Beethoven aspira alla parola. Come poteva non essere compreso quel che è prodotto nella comunità? La comprensione era lì prima della comunicazione e la comunicazione era essere, vivere. Ciò che uno pensava, pensava anche l’altro e lo esprimeva come il primo: questa coincidenza era frutto della simpatia. In un ospedale un’intera sala piena di malati ha gli stessi spasimi che i malati hanno prima scorto in uno solo. La danza di San Vito, la tarantella, l’esaltazione delle baccanti, dei rivoluzionari, la sete di sangue dei terroristi, il coraggio delle truppe d’assalto, e molte altre cose, ci mostrano l’effetto di questa simpatia attraverso cui l’uomo è sospinto, senza intenzione, qualche volta anche contro la propria intenzione, a fare quello che vede fare. Ma comprendere significa questo: riprodurre, imitare. Come noi ancora oggi vediamo che per un’intensa gioia la voce giubila, l’occhio luccica, il piede e l’intero corpo danza-

364

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

tanzt, Alles in elastischer Spannung ist und der ganze [318] Mensch spricht: so sprach auch der Urmensch; quot membra tot linguae. Je mehr der Geist sich entwickelte, je bestimmter die Vorstellungen wurden, um so kälter wurde das Gefühl; wie sich die Lautsprache hervorthat, so wurde die Mimik des Leibes stummer, – auch unnöthiger. Hier sehen wir abermals, wie die Sprache nicht bloß zu der einen der beiden Classen von Reflexbewegungen gehört, sondern auch zu der andern, der Classe der uubewußten Nachahmungen. Sich mittheilen und verstanden werden, überhaupt Gesellschaft ist von höchst günstigem Einflusse für die Entwickelung der Sprache und des Sprechenden selbst. Die Gegenwart des Andern treibt an zum Denken und Sprechen, während man in der Einsamkeit schläft oder dumpf hinbrütet. Weil die Gesellschaft der Entwikkelung des Denkens nothwendig ist, darum ist sie es auch für die Sprache. Die Sprache aber, die sich in der Gesellschaft entwickelt, ist das gemeinsame, wechselwirkend sympathetische Werk des Menschen, und darum schließt sie das Verständniß schon in sich. Daß alles Verständniß auf Sympathie beruhe, das geht auch daraus hervor, daß es nur so weit reicht wie diese, und da aufhört, wo diese schwindet. Hört auf den Streit der Parteien und ihr werdet vernehmen, wie es unaufhörlich herüber und hinüber schallet: ihr versteht uns nicht. Wie oft werden wir, obgleich wir uns klar genug ausdrückten, selbst vom Freunde nicht verstanden, weil eine zufällige Association einer Vorstellung mit einer andern in ihm die Sympathie unterbrochen hatte. Das Kind lernt heute noch, wie der Urmensch, in Gesellschaft denken, und erlernt die Sprache, durch welche sein Denken von außen her angeregt wird. 2. LEISTUNG DER SPRACHE FÜR DAS DENKEN. a) Wesen der Vorstellung im Allgemeinen. Wir haben die Entstehung der Sprache kennen gelernt und die bildenden Momente, in deren Zusammenwirken ihr Sein und Leben liegt. Fragen wir uns nun, was durch dieselbe für die geistige Entwickelung gewonnen ist. Die Entwickelung der Sprache,

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

365

no, tutto si trova in una tensione elastica e l’uomo [318] parla, allo stesso modo parlò l’uomo primitivo; quot membra tot linguae. Tanto più si sviluppò lo spirito, tanto più si delinearono le rappresentazioni, tanto più si raffreddò il sentimento; quando fece il suo ingresso la lingua dei suoni, la mimica del corpo si dileguò – non fu più necessaria. Qui vediamo ancora una volta come la lingua non appartenga solo a una delle due classi dei movimenti riflessi, ma anche all’altra, alla classe delle imitazioni inconsce. Comunicar se stessi ed essere compresi: la società in generale esercita l’influsso più propizio per lo sviluppo della lingua e di chi parla. La presenza dell’altro spinge a pensare e a parlare mentre nella solitudine si dorme o si rimugina cupamente. Poiché la società è necessaria per lo sviluppo del pensiero, lo è anche per la lingua. Ma la lingua che si sviluppa nella società è la comune e reciproca opera simpatetica dell’uomo e per questo racchiude già in sé la comprensione. L’intera comprensione poggia sulla simpatia, da ciò dipende anche il fatto che essa giunga lontano quanto la simpatia e s’interrompa lì dove quella viene meno. Date ascolto alle dispute dei partiti e sentirete come risuonano ininterrottamente attorno a questo principio: voi non ci comprendete. Com’è frequente che, sebbene ci siamo espressi perspicuamente, non veniamo compresi nemmeno da un amico perché una associazione casuale di una rappresentazione con un’altra ha prima interrotto in lui la simpatia. Il bambino ancora oggi, come faceva l’uomo primitivo, impara a pensare in società e in società apprende la lingua per mezzo della quale il suo pensiero è stimolato dall’esterno. 2. CONTRIBUTO RESO AL PENSIERO DALLA LINGUA a) Essenza della rappresentazione in generale Abbiamo studiato la nascita della lingua e i momenti costitutivi nella cui cooperazione consistono il suo essere e la sua vita. Domandiamoci ora cosa venga conseguito dallo sviluppo psichico grazie ad essa. Lo sviluppo della lingua, abbiamo

366

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

das haben wir gesehen, ist selbst eine Stufe des sich bildenden Bewußtseins, die wir sogar in drei sehr verschiedene Unterstufen eintheilen mußten. Auf der dritten Stufe der innern [319] Sprachform kann das Bewußtsein nicht mehr da sein, wo wir es beim Aufgehen der Sprache fanden. §. 103. Wesen der Vorstellung. Die Anschauung, in der die Sprache ihre Wurzeln schlägt und aus der sich ihr Stamm erhebt, ist, wie wir oben sahen, ein Zusammen, ein Complex vieler Empfindungen, aber keine Einheit. Diese Einheit wird nun eben in der Sprache gebildet, und durch dieselbe wird die Anschauung zur Vorstellung. Eine vermittelst der innern Sprachform erfaßte, durch diese sich im Bewußtsein bewegende Anschauung ist Vorstellung. Diese ist also die Einheit der Anschauung und der innern Sprachform. Da letztere an den Laut geknüpft ist, theilweise sogar ganz und bloß im Laute liegt, so müssen wir statt ihrer den Ausdruck setzen, welcher ihre Einheit oder Verbindung mit dem Laute bezeichnet, nämlich: das Wort. Wort ist die Einheit eines Gedankens der innern Sprachform (oder des instinctiven Selbstbewußtseins), oder die Einheit einer Anschauung von einer Anschauung mit dem zur Stütze dienenden Laute. Die Vorstellung also ist die Einheit des Wortes und der durch dieses Wort ausgedrückten Anschauung; oder sie ist eine durch das Wort gedachte Anschauung. Das Bewußtsein setzt beim Denken an die Stelle der Anschauung die innere Sprachform derselben, und eine solche Anschauung, welche dem Bewußtsein nicht unmittelbar gegenwärtig ist, auf welche aber das Bewußtsein mittelbar bezogen ist, indem es ihren Stellvertreter, das Wort, vergegenwärtigt, ist Vorstellung. Wodurch ist denn nun die Anschauung, die zunächst eine Summe von Wahrnehmungen war, zu einer eigentlichen Einheit geworden; wodurch ist die Kategorie des Dinges entstanden? Hier begreifen wir das zwar noch nicht vollkommen; aber etwas Bedeutendes erkennen wir schon. Indem nämlich durch die Anschauung der Anschauung ein Moment herausgehoben wurde, welches die Sprache zur Bezeichnung der ganzen Anschauung, d.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

367

visto, è esso stesso un livello della coscienza che viene costituendosi, un processo di costituzione che dovemmo a sua volta suddividere addirittura in tre gradi differenti. Al terzo livello della forma interna [319] della lingua la coscienza non può più risiedere lì dove l’avevamo trovata quando la lingua emerge. §. 103. Essenza della rappresentazione L’intuizione, in cui la lingua affonda le proprie radici e da cui nasce, è, come abbiamo visto, un insieme, un complesso di molte sensazioni ma non un’unità123. Questa unità viene costituita, appunto, nella lingua e attraverso essa l’intuizione diventa rappresentazione. Un’intuizione appresa per mezzo della forma interna della lingua, attraverso di essa trasformatasi in coscienza, è rappresentazione. Quest’ultima è dunque l’unità dell’intuizione e della forma interna della lingua. Poiché la forma interna della lingua è legata al suono, in certa misura risiede perfino interamente nel suono, dobbiamo sostituirle l’espressione che indichi la sua unità o connessione col suono, è a dire: la parola. La parola è l’unità di un pensiero della forma interna della lingua (o l’unità dell’autocoscienza istintiva), o l’unità dell’intuizione dell’intuizione, col suono che le serve da sostegno. La rappresentazione è dunque l’unità della parola e dell’intuizione espressa da questa parola ovvero è un’intuizione pensata per mezzo della parola. La coscienza pone nel pensiero, al posto dell’intuizione, la forma interna della lingua dell’intuizione, e una siffatta intuizione che non è immediatamente presente alla coscienza, a cui la coscienza piuttosto si rapporta in modo mediato, avendo presente ciò che la rappresenta, la parola, una siffatta intuizione è rappresentazione. In che modo allora l’intuizione, che una volta era una somma di percezioni, è diventata un’unità in senso proprio? Donde proviene la categoria di “cosa”? A questo punto non lo comprendiamo ancora perfettamente, ma conosciamo già qualcosa d’importante. In ragione del fatto che la lingua, al fine di indicare l’intera intuizione, è a dire la somma di tutti i suoi momenti, ne ha posto in evidenza soltanto uno per mezzo dell’intuizione dell’intuizione, e per il fatto che

368

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

h. der Summe aller Momente, verwendet; indem dann ferner das Bewußtsein es sich gefallen läßt, das so entstandene Wort für die Anschauung selbst gelten zu lassen: so ist gerade durch das Wort die Summe in eine Einheit versammelt worden; denn die ganze Summe wird auf das Wort bezogen, so daß sich gewissermaßen eine Pyramide bildet oder ein Kegel, dessen Grundfläche [320] die einzelnen zu der Anschauung gehörenden Wahrnehmungen bilden, die aber alle in die eine Spitze auslaufen, welche das Wort bildet. §. 104. Das Wort – das Ding an sich. So erhält nun das Wort die Bedeutung des Dinges an sich: es bezeichnet die Einheit, an welcher die Summe der Wahrnehmungen haftet, den unveränderlichen Kern, welcher fest bleibt, was er ist, wenn auch einzelne Merkmale sich ändern. Der Mensch kennt z. B. den Wolf, d. h. er hat diesen bestimmten, aus solchen und so verbundenen Wahrnehmungen bestehenden Complex. Die innere Sprachform, das instinctive Selbstbewußtsein, erfaßt diesen Complex an einer besonders hellen Stelle, an der Anschauung des Zerreißens. Das Bewußtsein bildet also eine einheitliche Anschauung von diesem Anschauungscomplex, indem es den Wolf sich vor stellt als den Zerreißer. Nun ist der Zerreißer der Wolf an sich. Der sich darbietende Wolf, die einzelne wirkliche Anschauung ist nicht immer ganz dasselbe: das Grau ist bald heller, bald dunkler; die Größe, das Alter, die Wuth, die Kraft das eine Mal geringer, als das andere Mal. In allen diesen Anschauungen aber bleibt trotz aller Verschiedenheit in den einzelnen Wahrnehmungen, die in dem jedesmaligen Falle die Anschauungssumme ausmachen, die Einheit, in welcher die Summe vorgestellt wird, der Zerreißende, durchaus beständig. Diese Einheit ist also das Band aller einzelnen Wahrnehmungen; sie scheint der Grund, welcher uns nöthigt, die Wahrnehmungen so, in solcher Anzahl und solcher Form zusammenzufassen – und diese Einheit ist das Wort; so bezeichnet das Wort das Ding an sich. Auch hatte ja das einfache Volksbewußtsein und die Mystik immer den Glauben, im Worte liege das Wesen des Dinges, sein Leben; daher seine Bedeutung für alle Zauberei.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

369

la coscienza si compiace di far valere la parola sorta in questo modo al posto dell’intuizione stessa, è allora proprio attraverso la parola che la somma di tutti i momenti è stata trasformata in un’unità; ciò per il fatto che l’intera somma è ricondotta alla parola in modo tale che si configuri all’incirca una piramide o un cono, la cui base [320] è costituita dalle singole percezioni appartenenti all’intuizione, le quali, a loro volta, confluiscono tutte in un vertice che costituisce la parola stessa. §. 104. La parola – la cosa in sé Soltanto la parola ottiene il significato di cosa in sé: indica l’unità a cui aderisce la somma delle percezioni, il nucleo immutabile che rimane stabilmente ciò che è quand’anche mutino le singole qualità. L’uomo, ad esempio, conosce il lupo, è a dire è in possesso di questo determinato complesso che consiste in certe percezioni connesse tra loro in un certo modo. La forma interna della lingua, l’autocoscienza istintiva, rileva questo complesso in un luogo particolarmente evidente, nell’intuizione dello sbranare. La coscienza costituisce allora un’intuizione unitaria di questo complesso di intuizioni rappresentandosi il lupo come colui che sbrana. Lo “sbranante” è ora il lupo in sé. Il lupo che appare, la singola intuizione reale non rimane sempre la stessa: il lupo grigio diviene ora più chiaro ora più scuro; la grandezza, la vecchiaia, l’aggressività, la forza, una volta minori una volta maggiori. In tutte queste intuizioni, però, rimane assolutamente stabile, nonostante tutte le differenze presenti al livello delle singole percezioni che di caso in caso costituiscono la somma data nell’intuizione, l’unità in cui è rappresentata la somma: lo “sbranante”. Quest’unità è dunque il nesso di tutte le singole percezioni, essa appare come la causa per cui siamo costretti a sintetizzare le percezioni in questo modo, in questa quantità e in questa forma – e questa unità è la parola. La parola indica pertanto la cosa in sé. Già la semplice coscienza comune e la mistica credevano che nella parola stesse l’essenza della cosa, la sua vita; da ciò il suo significato per tutta la magia.

370

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

§. 105. Das Wort – Allgemeines, die Art. Dies ist nun ein unermeßlicher Gewinn für das Bewußtsein: diese Verwandlung der Anschauungssumme in die vorgestellte Einheit eines Dinges, an welchem jene Summe hängt, und welches eben die Ursache ist, daß die Summe so groß und gerade so gebildet ist. Mit dieser Einheit ist sogleich zum ersten Male ein Allgemeines gegeben. Eine allgemeine sinnliche Anschauung ist an sich ein Widerspruch. Die Vorstellung ist das erste allgemeine Erzeugniß des Bewußtseins; und [321] sie wird gebildet durch das Wort, welches immer allgemein ist. Denn der innere Gehalt des Wortes, die Anschauung einer Anschauung, gehört nicht dieser und nicht jener einzelnen Anschauung allein; sondern sie findet sich in allen Anschauungen derselben Art wieder. Sie ist ja, wie oben bemerkt wurde, nicht auf Veranlassung einer einfachen gegenwärtigen Anschauung gebildet, sondern durch Vereinigung der gegenwärtigen Anschauung mit der ganzen Masse der gleichartigen Anschauungen, die man schon gehabt hat, und die als eine unklare Masse durch die gegenwärtige Anschauung aus dem Gedächtnisse hervorgerufen werden. Durch die Anschauung der Anschauung aber, oder durch das Wort, wird nicht bloß eine Anschauungssumme zu einer Einheit verbunden, sondern es werden damit zugleich auch alle ähnlichen Einheiten (d. h. alle Anschauungssummen, denen dasselbe einheitliche Ding als Band angelegt wird, welche unter derselben Anschauung vom instinctiven Selbstbewußtsein angeschaut werden), zur Einheit einer Art zusammengefaßt. Der Mensch hat viele Anschauungen vom Wolfe; sie werden sämmtlich unter derselben Anschauung des Zerreißenden angeschaut oder vorgestellt. Es giebt also nur Eine Vorstellung vom Wolfe und von jeder Anschauung; und sie ist das Allgemeine, und das Wort bezeichnet die Art. Weiter können wir zunächst die Sache noch nicht verfolgen. Man sieht aber schon hier, wie sich die Seele, indem sie in der Sprache eine Welt von Dingen an sich und eine Welt von Allgemeinheiten schuf, ein wahrhaftes neues Organ gewonnen hat, das zugleich die größte Gefügigkeit zeigt, weil es, von der Seele selbst geschaffen, von wenig Sinnlichkeit belastet ist. Nur die Natur dieses Organs konnten wir hier darlegen, woraus schon auf seinen Werth zu schließen ist. Um seine volle Leistung zu er-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

371

§. 105. La parola – l’universale, il tipo Quel che costituisce per la coscienza un immenso guadagno è questa conversione della somma delle intuizioni nell’unità rappresentata di una cosa a cui quella somma rimane coesa, la cosa che è appunto la causa originaria per cui la somma è costituita proprio in questo modo. Con quest’unità è contemporaneamente dato per la prima volta un universale. Un’intuizione sensibile universale è una contraddizione in termini. La rappresentazione è il primo prodotto universale della coscienza e [321] viene costituita attraverso la parola, la quale è sempre universale; e ciò poiché il contenuto interno della parola, l’intuizione dell’intuizione, non appartiene solo a questa o a quella singola intuizione, ma si trova anche in tutte le intuizioni dello stesso tipo. Come è stato osservato, essa non è costituita in ragione di una semplice intuizione presente, ma per mezzo dell’unificazione dell’intuizione presente con l’intera massa delle intuizioni dello stesso tipo di cui si è già in possesso, la quale, per mezzo dell’intuizione presente, viene richiamata dalla profondità della memoria come una massa indistinta. Attraverso l’intuizione dell’intuizione, però, o attraverso la parola, non viene condotta a unità semplicemente una somma data nell’intuizione, ma con ciò tutte le unità simili (è a dire tutte le somme date nell’intuizione a cui è posto come nesso lo stesso elemento unitario e che sono colte nella stessa intuizione dell’autocoscienza istintiva) sono ricondotte all’unità di un tipo. L’uomo ha molte intuizioni del lupo, esse sono complessivamente colte e rappresentate sotto la medesima intuizione dello “sbranante”. C’è dunque soltanto una rappresentazione del lupo e di ogni intuizione del lupo: la rappresentazione è l’universale e la parola indica il tipo. In questa sede non possiamo addentrarci di più nella questione. Si vede però già qui come l’anima, creando nella lingua un mondo di cose in sé e un mondo di universali, ha conseguito un organo davvero nuovo, che mostra la massima elasticità giacché, costituito dall’anima stessa, è quasi affrancato dal peso della sensibilità. Qui potevamo solo esporre la natura di quest’organo; a partire da ciò bisogna determinarne il valore. Per conoscere la sua azione complessiva dobbiamo

372

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

kennen, müssen wir es wirken sehen. Die Wirkung der Sprache aber enthält ihre eigene Entwickelung, d. h. die Ausbreitung und dabei Gestaltung und Gliederung ihrer Elemente. Und so haben wir uns zuerst diese klar zu machen, wodurch wir die nähere Betrachtung der Grammatik vorbereiten. [322] b) Nähere Darlegung des Wesens der Vorstellung und ihrer Entwickelung. §. 106. Auf dem Punkte, wo wir hier stehen, ist allerdings die Entwikkelung der Sprache und des Gedankens identisch; denn wir wollen eben zeigen, was das Denken durch das Sprechen gewinnt, welchen Zuwachs das Denken an Formbildung und Klarheit durch die Entwickelung der Sprache erhält. Die Sprache, angesehen als instinctives Selbstbewußtsein, bildet eine Stufe in der Entwickelung des Gedankens; und so weit diese Stufe reicht, fällt also die Entwickelung des Denkens mit der des Sprechens zusammen. Auch in der Zeit giebt es eine Epoche, in der Geschichte des Urmenschen sowohl, wie im geistigen Wachsen des Kindes, eine Epoche, sage ich, in welcher das Bewußtsein bestimmt ist als instinctives Selbstbewußtsein, und deren Wesen darin besteht, daß die Entwickelung des Denkens Sprache ist. In dieser Epoche löst das Bewußtsein die Aufgabe, den sämmtlichen gewonnenen Vorrath von Anschauungen nach und nach durch das Wort in einen Schatz von Vorstellungen umzuwandeln. Dies giebt eine neue Definition der Sprache; denn sie ist hiernach: der geistige Vorgang des Umwandelns der Anschauung in Vorstellung. Die Seele läßt also allmählich ihr inneres Auge auf allen einzelnen Anschauungen, die sie erworben hat, ruhen und erhebt sie dadurch, jede einzeln, in das instinctive Selbstbewußtsein, wodurch sie zu Vorstellungen werden. §. 107. Stoff und Form. Bei diesem Wandel, der also keineswegs mit einem Schlage zauberhaft vollbracht wird, treten nun mancherlei formale Elemente hervor. Wir haben bisher nur materiale Verhältnisse des Denkinhaltes betrachtet: die Anschauung ist für das Denken ein gegebener Stoff und hat noch keine dem Gedanken angehörende

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

373

vederla in opera. L’azione della lingua però coincide con il suo particolare sviluppo, con la sua propagazione e, insieme, con la formazione e la suddivisione dei suoi elementi. Dobbiamo quindi anzitutto far chiarezza su questi, preparando così una più accurata trattazione della grammatica. [322] b) Esposizione più accurata dell’essenza della rappresentazione e del suo sviluppo §. 106 Al punto in cui siamo, lo sviluppo della lingua e del pensiero sono certamente identici; giacché vogliamo appunto mostrare ciò che il pensiero guadagna attraverso il parlare, quale accrescimento in rapporto alla sua formazione e chiarezza è arrecato al pensiero per mezzo dello sviluppo della lingua. La lingua, concepita come autocoscienza istintiva, costituisce un livello dello sviluppo del pensiero e sin dove si estende questo livello lo sviluppo del pensiero coincide con quello della lingua. C’è anche una fase del tempo, tanto nella storia dell’uomo primitivo come nella crescita spirituale del bambino, vi è un’epoca – dico – in cui la coscienza è determinata come autocoscienza istintiva e la sua essenza sta nel fatto che lo sviluppo del pensiero è lingua. In quest’epoca la coscienza svolge il compito di trasformare di volta in volta, attraverso la parola, il deposito di intuizioni guadagnato in un tesoro di rappresentazioni. Ciò consente una nuova definizione della lingua, poiché da questo punto di vista essa è il processo spirituale che consiste nella trasformazione dell’intuizione in rappresentazione. L’anima posa gradualmente il suo occhio interno su tutte le singole intuizioni che ha acquisito e innalza così ciascuna all’autocoscienza istintiva e, attraverso questo processo, esse diventano rappresentazioni. §. 107. Materia e forma In questa trasformazione, che non è compiuta magicamente in un sol colpo, entrano in gioco vari elementi formali. Finora abbiamo preso in considerazione solo rapporti materiali del contenuto di pensiero: l’intuizione, per il pensiero, è ancora una materia data e non ha ancora nessuna forma che

374

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Form. Nach einer gewissen philosophischen Betrachtungsweise läßt sich wohl sagen, alles was Form genannt werden kann, sei schon ein Erzeugniß der Seele. Das Wesen der Anschauung an sich ist schon eine seelische Form. Denn eigentlich liefert nur Empfindung und Gefühl Stoff. Wenn aber die Anschauung eine bestimmte Summe der Empfindungen ist, wie z. B. Gold und Silber zwei verschiedene bestimmte Summen [323] von Gesichts-, Tast- und Gehörempfindungen sind, so ist diese bestimmte Weise der Summirung schon eine Form, welche die Seele zu den Empfindungen hinzuthut. Daß wir nicht bloß keine andern Empfindungen hinzuzählen, sondern auch gerade diese in solcher Weise vereinigen; daß wir die gelbe Farbe mit solchem Klange und Gewichte u.s.w., als Gold, die weiße Farbe mit anderm Klange und Gewichte, und nicht mit jenen, als Silber zusammenfassen: das ist schon Formthätigkeit der Seele. Eben so die räumlichen geometrischen Formen. Indessen alle diese Formen, die schon bei der Anschauung auftreten, haben ihren Grund in den Objecten selbst; diese sind es, welche die Seele zwingen, die Empfindungen in solchen bestimmten Formen aufzufassen; es sind Formen der Objecte selbst, nicht Formen der Auffassung der Objecte, nicht Formen des Denkens; materiale Formen, möchte ich sagen, nicht formale; Bestimmungen am Stoffe, Bestimmungen des Gedachten, nicht der Denkthätigkeit. Erst mit der Vorstellung, erst mit dem Selbstbewußtsein, zunächst nur dem instinctiven, treten Formbestimmungen des Denkens auf; denn erst hier wird das Denken rein thätig, während es in der Wahrnehmuug nur empfängt, leidet. Mit der Vorstellung beginnt die selbstthätige Entwickelung des Denkens auf seinem eigenen Boden. Hier beginnen die eigenthümlichen Operationen des Denkens mit dem Erkenntnißschatze, den die Seele durch die Sinne von der Außenwelt erlangt hat; und dieser Anfang liegt in der Sprache. §. 108. Benennungen als erste Form der Sätze. Wir stellen uns nun den Urmenschen oder das Kind vor, die menschliche Seele, der alle Dinge noch neu genug sind, deren Sinne noch frisch genug sind, um am bloßen Wahrnehmen der Dinge ihre Freude zu haben, wie sich die Glieder ihres Leibes an der bloßen nutzlosen Spielbewegung erfreuen. Ihre Erkenntniß

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

375

appartenga al pensiero. Secondo un certo tipo di considerazione filosofica si può ben dire che tutto ciò che è possibile chiamare forma sia già un prodotto dell’anima124. L’essenza dell’intuizione in sé è già una forma spirituale. Giacché solo la sensazione e il sentimento offrono materia in senso proprio. Se però l’intuizione è una determinata somma di sensazioni, come ad esempio oro e argento sono due differenti e determinate somme [323] di sensazioni visive, tattili e uditive, allora questo particolare modo di comporle è già una forma che l’anima ha aggiunto alle sensazioni. Il fatto che noi non aggiungiamo nessun’altra sensazione, ma unifichiamo proprio queste in questo modo specifico, che identifichiamo il colore giallo, assieme a questo tintinnio, peso etc., con l’oro; e il colore bianco, accompagnato da quest’altro tintinnio e peso, con l’argento: questi fatti sono già attività formativa dell’anima. Lo stesso vale per le forme geometriche spaziali. Ma tutte queste forme, che appaiono già nell’intuizione, hanno la loro ragione negli oggetti stessi; sono essi a costringere l’anima ad apprendere le sensazioni in questo modo specifico. Si tratta di forme degli oggetti stessi, non di forme di comprensione degli oggetti, non di forme del pensiero. Forme materiali, potrebbe dirsi, non formali; determinazioni della materia, determinazioni del pensato, non dell’attività di pensiero. Solo con la rappresentazione, solo con l’autocoscienza, anzitutto con quella istintiva, appaiono determinazioni formali del pensiero e il pensiero diviene qui, per la prima volta, puramente attivo; mentre nella percezione è solo senziente, ricettivo. Con la rappresentazione inizia lo sviluppo autonomo e attivo del pensiero sul terreno che gli è proprio. Iniziano qui le operazioni peculiari che il pensiero compie sul patrimonio di conoscenze che l’anima ha ottenuto attraverso i sensi del mondo esterno; e quest’inizio risiede nella lingua. §. 108. Le denominazioni come prima forma delle frasi Immaginiamoci ora l’uomo primitivo o il bambino, l’animo umano a cui tutte le cose appaiono ancora tanto nuove, i cui sensi sono ancora così giovani, da indurlo a gioire di fronte alle semplici percezioni delle cose, come le parti del suo corpo gioiscono al semplice gioco di movimenti privi di utili-

376

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

ergeht sich munter im Wiedererkennen schon gesehener Dinge und im Aufsuchen und Auffassen neuer; das heißt: im Benennen der Dinge. „Das ist das!“ und „was ist das?“ dies sind die allgemeinen Kategorien, in denen sich dieses Denken bewegt; wirklich sprachlich aber treten hier die Ausrufe-Sätze auf: Hund! (oder Wauwau) Kuh! Auch wir brechen in solche Ausrufesätze aus, sobald wir bei dem Erkennen eines Dinges in Affect gerathen, weil es uns angenehm oder unangenehm ist, weil wir es anfangs nicht erkennen konnten, oder es nicht [324] erwarteten; z. B. Feuer! Land! Der Feind! Der König! Carl! Man könnte dies auch Erkennungssätze nennen. Das psychologische Ereigniß, das hier vorliegt, ist einfach. Bei der gegenwärtigen Anschauung tritt die ganze in einander verschmolzene und verwirrte Masse der gleichartigen schon vergangenen, aber von der Seele aufbewahrten Anschauungen hervor, und die neue verschmilzt mit den alten. Diese Verschmelzung heißt eben Erkennen. An die alte Masse verwirrter Anschauungen ist das Wort geknüpft. Die Aufnahme der neuen Anschauung in die alte Masse, das Erkennen, spricht sich dadurch aus, daß der Name, welcher an die letztere geknüpft ist und mit ihr hervortritt, auf jene übertragen wird. So wird das Wort gewissermaßen ein Netz, welches die Seele auswirft, um die neue Anschauung einzufangen. Und so kann ich mir den Anfang der Sprache nicht anders denken, als durch Benennung der Dinge, welche freilich noch keine Substantiva giebt. Wenn Becker meint, Verba hätten den Anfang der Sprache gebildet, so verkennt er das Wesen der Verba, wie alle sprachliche Entwickelung. Trendelenburg erkennt an (II, S. 146.), daß die Wurzel weder Substantivum, noch Verbum ist; meint aber dennoch: „Wenn man die ersten Wörter wieder auffinden könnte, so müßten sie schon einen vollen Gedanken enthalten; denn dahin drängt die Seele. Dem Verbum allein ist dieser „„Act des synthetischen Setzens““ als grammatische Function beigegeben... Daher werden die Anfänge der Sprache in den Verben liegen.“ Aber von „grammatischer Function“ ist eben hier noch gar nichts zu finden. Trendelenburg setzt hinzu: „Will man noch in der Sprache von der Benennung ausgehen und daher die Namengebung der ruhenden, abgeschlossenen Dinge für das Erste erklären: so verfährt man äußerlich.“ Dieser Vorwurf trifft die

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

377

tà. La sua conoscenza si compiace del riconoscimento di cose già viste e della ricerca e dell’apprendimento di cose nuove, è a dire del denominare le cose. «È questo!» e «cos’è?», ecco le categorie generali in cui muove questo livello del pensiero, ma per quel che riguarda il linguaggio in senso proprio appaiono qui le proposizioni esclamative: cane! (o baubau), mucca! Anche noi rompiamo in frasi esclamative quando, al contatto con una cosa, c’imbattiamo in uno stato d’agitazione perché è per noi piacevole o spiacevole, perché prima ci era preclusa la sua vista o non [324] ce lo aspettavamo: fuoco! terra! il nemico! il re! Carlo! Potremmo anche definire queste proposizioni identificative125. L’evento psicologico che si presenta qui è semplice. A contatto con l’intuizione presente emerge l’intera massa fusa, e confusa, delle intuizioni dello stesso tipo già trascorse ma custodite dall’anima, e la nuova si fonde con le vecchie. Questa fusione si chiama appunto conoscere126. La parola è associata alla vecchia massa di intuizioni confuse. L’assunzione della nuova intuizione nella massa già presente, il conoscere, si esprime nel fatto che il nome collegato alla massa, ed emerso con essa, viene trasmesso alla nuova intuizione. Così la parola è in certa misura una rete che l’anima getta per catturare le nuove intuizioni. Per questo non posso pensare che la lingua inizi in altro modo se non con la denominazione delle cose, che però non offre ancora substantiva. Quando Becker ritiene che i verba avrebbero costituito l’inizio della lingua127, egli fraintende l’essenza dei verba come l’intero sviluppo linguistico. Trendelenburg riconosce (II, p. 146)128 che la radice non è né substantivum né verbum e tuttavia ritiene: «se si potessero ritrovare la prime parole, esse dovrebbero già contenere un intero pensiero, giacché in esse incalza l’anima. Solo al verbum è assegnata «come funzione grammaticale» d’essere «“l’atto del porre sintetico”... ragion per cui gli inizi della lingua risiederanno nei verbi». Ma nelle prime parole, appunto, non si trova ancora nulla della “funzione grammaticale”. Trendelenburg aggiunge: «Se si intende ancora nella lingua partire dalla denominazione e spiegare l’assegnazione dei nomi a cose stabili e isolate come elemento prioritario, allora si adotta un procedimento esteriore». Questo rimpro-

378

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

alten Grammatiker, nicht unsere obige Darstellung. Denn nach dieser handelt es sich nicht um eine „Namengebung der ruhenden, abgeschlossenen Dinge,“ zu welcher der Mensch, man weiß nicht, wodurch? veranlaßt würde, sondern um ein Erkennen. Daher billigen wir, was Trendelenburg hinzusetzt: „Selbst die Sprachentwickelung in dem Kinde kann nicht als Analogie“ (für jene alte Ansicht) „angeführt werden. Sind die ersten Wörter des Kindes nur Namen? Freilich erscheinen sie isolirt. Aber schon sind sie ein Satz. Die Kinder sprechen mit feinem Sinne dasjenige Wort [325] als den Repräsentanten des ganzen Satzes, auf welches noch in der gegliederten Periode als auf den Hauptbegriff des Ganzen die vorwiegende Betonung fallen würde... Was an dem Urtheil in dem Ausdrucke der Sprache fehlt, das ersetzt die seelenvolle Betonung oder die lebhafte Geberde. Der Ton des Staunens bezeichnet das Urtheil der Wirklichkeit“ (was wir oben Erkennungssätze nannten), „das eilende Drängen im Tone das Verlangen.“ An die obigen Ausrufungs- oder Erkennungssätze schließen sich leicht die Befehlsätze; und wenn das ausgesprochene Wort im erstern Falle für uns ein Prädicat ist, wozu die gegenwärtige Anschauung das verschwiegene Subject bildet, so ist es im andern Falle, wie: Brod! Apfel! (sc. will ich haben, gieb mir) das Object. Das Verbum wird in beiden Fällen unterdrückt. Der Anfang der Sprache liegt in Sätzen, aber in verblosen. Die Synthesis, welche das Wesen der ganzen Sprache ausmacht, fehlt hier nicht: es ist die doppelte Synthesis der neuen Anschauung mit den alten und mit dem Worte. Die Verschmelzung der neuen Anschauung mit der alten Masse ist für uns die Copula; grammatisch aber, sprachlich, ist letztere noch nicht vorhanden, und eben darum ist auch noch kein Verbum da. Was sagen wir denn nun zu der Thatsache, „daß es verhältnißmäßig sehr wenige Substantiva giebt, in denen nicht noch die Thätigkeit, also das Element des Urtheils, als das Ursprüngliche könnte erkannt werden?“ Nach allem was oben über die innere Sprachform gesagt ist, kann diese Thatsache für uns schon als erklärt gelten. Die Thätigkeiten, welche in den Substantiven lie-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

379

vero investe i vecchi grammatici, non la spiegazione su presentata. Poiché, secondo ciò che è stato detto, non si tratta di un’യ“assegnazione di nomi a cose stabili e isolate”, a cui non si sa come l’uomo sia pervenuto, ma si tratta di un conoscere. Per questo approviamo quel che Trendelenburg aggiunge: «anche lo sviluppo psicologico del bambino non può essere addotto per analogia» (con quella vecchia prospettiva). «Le prime parole del bambino sono soltanto nomi? Certo appaiono isolati. Ma sono già una frase. I bambini pronunciano, con senso squisito, come rappresentante dell’intera frase, quella parola [325] su cui sarebbe ricaduto l’accento preponderante anche all’interno del periodo strutturato, proprio in quanto concetto prevalente dell’intero... Ciò che manca rispetto alla capacità di giudicare data con l’espressione linguistica, lo sostituiscono l’accentuazione calorosa e il gesto vivace. L’accento di meraviglia indica un giudizio di realtà» (quel che sopra chiamammo proposizioni identificative) «l’emissione di suono repentina indica il conseguimento di ciò che si desidera». Alle suddette proposizioni esclamative o identificative si uniscono facilmente le proposizioni imperative, soprattutto quando la parola pronunciata nella proposizione esclamativa è per noi un predicato in relazione a cui l’intuizione presente costituisce il soggetto nascosto; così, nel caso di proposizioni imperative come: pane! mela! (ovvero: li voglio, dammeli), la parola pronunciata costituisce l’oggetto. Il verbum è soffocato in entrambi i casi. L’inizio della lingua avviene nelle frasi, ma in quelle prive di verbo. La sintesi che costituisce l’essenza di tutta lingua qui non manca: è la doppia sintesi dell’intuizione nuova con la vecchia e con la parola. La fusione della nuova intuizione con la massa già presente è per noi la copula; in senso grammaticale, però, in senso linguistico, la copula non è ancora presente e proprio per questo non vi è nemmeno alcun verbum. Cosa rispondiamo poi al fatto «che proporzionalmente vi sono pochi substantiva in cui l’azione, è a dire l’elemento del giudizio, non può ancora essere conosciuto come l’elemento originario»? Questo fatto per noi può essere già considerato chiaro per tutto quel che s’è detto in merito alla forma interna della lingua. Le azioni che risiedono nei sostantivi non sono

380

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

gen, sind keine Verba, sondern allenfalls Adjectiva, Merkmalwörter; das Merkmal ist das Attribut, durch welches das instinctive Selbstbewußtsein die Anschauung als Einheit erfaßt, sie sich vorstellt. So wie wir nie das Ding an sich erkennen, so hat auch die Sprache keine eigentlichen, ursprünglichen Dingwörter; wie uns der Complex der Merkmale eines Dinges für das Ding selbst gilt, so giebt es auch in der Sprache nur Merkmalwörter. Ein Merkmal aber wird aus dem Complex von Merkmalen, welche für uns das Ding bilden, herausgehoben und muß für das Ding an sich gelten, so z. B. der Reißende für den Wolf. Der Reißende ist also an sich ein Merkmalwort, nach der Absicht und Verwendung in der Sprache aber ein Dingwort. So ist Trendelenburgs „primitives Urtheil“ aufzufassen. [326] [326] Bevor man den Wolf als den Reißenden bezeichnen konnte, mußte freilich ein Wort für reißen, für die Thätigkeit an sich, gebildet sein. Wir sahen ja auch, daß die Stufe, auf welcher die innere Sprachform zu solcher Bildungsweise gelangte, nach welcher Wolf gebildet ist, keineswegs die erste ist. Wir sind aber in unserer Entwickelung noch nicht weit genug vorgerückt, und haben noch gar nicht gesehen, wie die Seele zur Auffassung von Thätigkeiten gelangt. Dies soll nun gezeigt werden. §. 109. Der explicite Satz. Wir stehen hier noch ganz am Anfange der Entwickelung der Vorstellung; sie ist noch weiter nichts, als eine Anschauung, deren Merkmale gedacht werden als sich an eines aus ihrer Mitte anschließend. Hier ist nicht bloß noch kein grammatisches Verbum, kein grammatisches Substantivum, sondern auch das Ding und die Thätigkeit oder das Merkmal überhaupt sind noch nicht streng von einander abgeschieden. Es ist wohl ein Merkmal aus dem Complex hervorgehoben; aber dasselbe liegt doch noch in ihm, es bildet den Mittelpunkt, oder, wie wir oben sagten, die Spitze des Kegels; es umfaßt also sich und alle Merkmale der Anschauung zugleich. Das Urtheil der Seele in der Anschauung lautet: das wahrgenommene Object ist die Summe meiner Empfindungen von demselben. In der Vorstellung wird hieran zunächst nur dies geändert, daß durch eine Abkürzung statt der sämmtli-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

381

verba, ma semmai adjectiva, parole che indicano una qualità. La qualità è l’attributo attraverso cui l’autocoscienza istintiva apprende, si rappresenta, l’intuizione come unità. Come non conosciamo mai la cosa in sé, così anche la lingua non possiede, in senso originario e peculiare, parole che indichino cose. Come per noi il complesso delle qualità di una cosa equivale alla cosa stessa, così anche nella lingua vi sono solo parole che indicano qualità. Dal complesso delle qualità che per noi costituiscono la cosa, però, ne viene astratta una ed essa deve valere per la cosa in sé, ad esempio lo sbranante per il lupo. Lo sbranante è dunque in sé una parola caratterizzante129; nella prospettiva della lingua però, e per l’utilizzazione che in essa ne vien fatta, è una parola che indica una cosa. Così va concepito il “giudizio primitivo” di Trendelenburg. [326] Prima che si possa indicare il lupo come lo sbranante dovrebbe però essere costituita una parola per sbranare, per l’azione in sé. Vedemmo anche che il livello su cui la forma interna della lingua è giunta in questa fase di formazione in cui è costituita la parola lupo, non è per nulla il primo. Ma non ci siamo ancora inoltrati abbastanza nella nostra argomentazione e non abbiamo ancora visto come l’anima pervenga alla comprensione delle azioni. È questo ciò che bisogna mostrare ora. §. 109. La frase esplicita Siamo qui ancora appena all’inizio dello sviluppo della rappresentazione. Essa non è ancora altro che un’intuizione le cui caratteristiche sono pensate come connesse a una caratteristica prevalente che sgorga dal mezzo di esse. Qui non vi è ancora nessun verbum o substantivum in senso grammaticale, ma nemmeno la cosa, l’azione o la qualità in generale sono distinte. Una caratteristica è astratta dal complesso, ma si trova ancora in esso, ne costituisce il punto medio o, come abbiamo detto sopra, la vetta del cono; abbraccia pertanto se stessa e contemporaneamente tutte le altre caratteristiche dell’intuizione. Il giudizio dell’anima risuona nell’intuizione: l’oggetto percepito è la somma delle mie sensazioni di esso. Rispetto a ciò, nella rappresentazione cambia in primo luogo soltanto questo: che per mezzo di un’abbreviazione, invece

382

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

chen Empfindungen von einem Dinge nur eine im Laute reflectirte und mit diesem Laute associirte gesetzt wird. Der Werth und das Wesen dieses anschauenden Urtheils ist noch nicht geändert, nur die Ausdrucksweise, die eine abkürzende ist. Bei diesem ersten Auftreten der Vorstellung hat das eine, zusammenfassende Merkmal, welches den ganzen Complex vertritt, noch nicht die Bedeutung des Dinges an sich, die wir oben als bezeichnend für die Vorstellung angaben; aber sie wird diese Bedeutung sogleich erhalten, und damit wird erst das Ding von seinen Thätigkeiten und Merkmalen geschieden. Und wie geschieht dies? Man begreift wohl schon, daß wenn der Complex von Merkmalen der Anschauung einmal so zugespitzt ist, daß ein Merkmal sie alle vor dem Bewußtsein vertritt, vorstellt, bedeutet (gewissermaßen wie ein Abgeordneter eine Gesammtheit vertritt oder vorstellt), man begreift, sage ich, wie jetzt die Seele gezwungen wird, sich klar zu machen, welche Merkmale es sind, [327] die durch jenes eine vertreten werden. Sie findet aber hierzu auch noch in der Außenwelt mancherlei Aufforderung. Die Anschauung eines bestimmten Dinges umfaßt allemal eine Menge gegenwärtiger, sinnlicher Wahrnehmungen. Diese Menge, dieser Complex ist aber rücksichtlich desselben Dinges nicht immer gleich; sondern es fehlen bald einige Merkmale, bald sind einige mit andern vertauscht. Das Kind sieht den Hund liegend, sieht ihn aufstehen und gehen, hat also drei Anschauungen, alle drei identisch und doch verschieden. Wir denken uns hier das Kind eben auf der Stufe, auf welcher unsere Darlegung steht. Die Anschauung ist ihm zu einem Merkmale zugespitzt; der ganze Hund wird vor seinem Bewußtsein vertreten, vorgestellt durch Wauwau. Dieses Wauwau ist nicht Substantiv, nicht Verb, nicht Ding, nicht Thätigkeit, sondern alles was der Hund ist und thut; es gilt dem Kinde für alles was es vom Hunde weiß, ist ihm das Aequivalent der ganzen Masse von Anschauungen, welche es von ihm hat. Also Wauwau liegt, erhebt sich, geht, ist bald schwarz, bald weiß – denn zunächst weiß das Kind nicht, daß der schwarze ein anderer ist, als der weiße –; das Kind sieht dann auch mehrere Wauwaus, große und kleine, schwarze und weiße beisammen. Und auf alle diese verschiedenen Anschauungen bezieht sich sein Wauwau. Haben wir hier nicht schon die

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

383

del complesso delle sensazioni di una cosa, ne è posta solo una, la quale viene riflessa nel suono e con questo suono associata. Il valore e l’essenza di questo giudizio intuitivo non è ancora mutato, è mutato solo il modo d’espressione che ora è abbreviante. In questa prima comparsa della rappresentazione, l’unica caratteristica sintetica che rappresenta l’intero complesso non ha ancora il significato di una cosa in sé, che su abbiamo indicato come specifico della rappresentazione, ma otterrà presto questo significato e in questo modo la cosa sarà divisa dalle azioni che compie e dalle sue qualità. Come avviene ciò? Si comprende che quando il complesso delle caratteristiche dell’intuizione è diventato così appuntito, che una caratteristica supplisce, rappresenta, significa tutte le altre di fronte alla coscienza (all’incirca come un deputato sostituisce e rappresenta una totalità), a questo punto, dico, s’intende che l’anima è costretta a spiegarsi quali siano le caratteristiche [327] che sono supplite da quell’unica. Essa trova anche qualche esortazione a far ciò nel mondo esterno. L’intuizione di una determinata cosa abbraccia sempre un insieme presente di percezioni sensibili. Questo insieme, questo complesso, però, rispetto alla cosa stessa non è sempre uguale, ma a volte mancano alcune caratteristiche a volte alcune sono sostituite con altre. Il bambino vede il cane che riposa, lo vede alzarsi e avanzare, ha dunque tre intuizioni, tutte e tre identiche e pure diverse. Immaginiamoci qui il bambino esattamente allo stesso livello a cui è giunta la nostra esposizione. L’intuizione per lui è confluita verso la vetta di una sola caratteristica, il cane nel suo complesso, nella sua coscienza, è supplito e rappresentato da baubau. Questo baubau non è un sostantivo, non è un verbo, non una cosa, non un’azione, ma è tutto ciò che il cane è e fa. Per il bambino vale come tutto ciò che sa del cane, è l’equivalente dell’intera massa delle intuizioni che possiede di esso. Dunque baubau è accucciato, si alza, avanza, ora è nero, ora è bianco – all’inizio il bambino non sa che il cane nero è diverso dal cane bianco –. Il bambino poi vede anche molteplici baubau, grandi e piccoli, neri e bianchi. È il suo baubau si connette a tutte queste intuizioni differenti. Non siamo forse già in presenza, qui,

384

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Einheit in der Verschiedenheit? Nun wird Wauwau ein fester Punkt, eine Einheit, an welche sich die bemerkten Verschiedenheiten anreihen; d. h. Wauwau wird Subject, und die veränderlichen Merkmale werden Prädicat. Wenn in der Anschauung die Summe der empfundenen Merkmale gewissermaßen das Prädicat des Dinges, des wirklichen Objects sind, welches als Subject gilt: so ist auf der ersten Stufe der Vorstellung nur der Unterschied eingetreten, daß sämmtliche Wahrnehmungen am Dinge, also z. B. am Hunde, durch das eine Prädicat wauwau ersetzt werden. Jetzt aber sahen wir die zweite Stufe eintreten, wo Wauwau zum Subjecte der veränderlichen Merkmale wird, welche als Prädicate gelten. Nun erst erhält Wauwau die Bedeutung des Hundes an sich, der Substanz, des Dinges, und das Ding wird von seinen Thätigkeiten und Eigenschaften geschieden. Die Wahrnehmungen dieser veränderlichen Eigenschaften und Thätigkeiten sind es jetzt, welche das Interesse des kindlichen Geistes erregen und sich in Lauten reflectiren. Der Urmensch, kräftiger, als das [328] Kind, wird solche Laute ursprünglich schaffen; das Kind spricht gehörte Laute nach. So denken wir uns den Vorgang der Schöpfung der Ding-, Merkmal- und Thätigkeitswörter. Sie werden geschaffen, wie wir dies oben bei der Darlegung der innern Sprachform gezeigt haben. Uebrigens werden nun auch absolute Thätigkeiten wahrgenommen, Thätigkeiten ohne Thuendes: blitzen, donnern, heulen, fließen, leuchten u.s.w. Sie werden benannt, und die Wörter für sie werden nicht anders gebildet, als wir oben dargelegt haben. Wenn man also meint, Dingwörter seien nicht die ersten, da ihnen allemal Merkmalswörter zu Grunde liegen: so ist ganz dasselbe von den Thätigkeitswörtern zu sagen, denen ebenfalls immer Merkmale zu Grunde liegen. Die Thätigkeit wird ganz wie eine Substanz betrachtet, und der Eindruck, den sie auf die Seele ausübt, reflectirt sich in einem Laute. Auch hat eine Thätigkeit viele Merkmale, von denen eines endlich alle vertritt und die Thätigkeit selbst bedeutet. Die ersten Wörter sind also Merkmalsbezeichnungen und mithin, wollte man einen grammatischen Ausdruck gebrauchen, Adverbia. Dies ist nun also der vorzüglichste Unterschied zwischen Anschauung und Vorstellung, daß jene einen Complex von Emp-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

385

dell’unità nella differenza? Ora baubau è un punto fisso, un’unità, a cui si affiliano le differenze dette; baubau cioè diventa soggetto e le caratteristiche mutevoli diventano predicato. Se nell’intuizione la somma delle caratteristiche percepite è in certa misura il predicato della cosa, dell’oggetto reale, il quale a sua volta vale come soggetto; così al primo livello della rappresentazione è entrata in gioco solo la differenza per cui l’insieme delle percezioni relative a una cosa, ad esempio a un cane, sono sostituite da un solo predicato baubau. Abbiamo però appena visto presentarsi il secondo livello, in cui baubau diventa il soggetto delle diverse caratteristiche, le quali a loro volta valgono come predicati. Solo ora baubau ottiene il significato di cane in sé, di sostanza, di cosa e la cosa è divisa dalle azioni che compie e dalle sue qualità. Sono ora le percezioni di queste qualità e azioni mutevoli a stimolare l’interesse dello spirito infantile e riflettersi nei suoni. L’uomo primitivo, più forte [328] del bambino, costituirà questi suoni dal nulla; il bambino ripete suoni ascoltati. Ci immaginiamo così il processo di creazione delle parole che indicano cose, qualità e azioni. Esse sono costituite come abbiamo mostrato nell’esposizione della forma interna della lingua presentata prima. Per il resto, sono ora percepite anche attività assolute, attività prive di qualcuno che le compia: il lampeggiare, il tuonare, il mugghiare, il fluire, il rifulgere etc. Tutte queste attività sono denominate e le parole per farlo non sono costituite altrimenti da come abbiamo esposto sopra. Quindi, quando si sostiene che le parole che indicano cose non siano le prime a manifestarsi giacché alla base di esse si trovano le parole caratterizzanti, bisogna dire lo stesso anche delle parole che indicano azioni, a cui comunque stanno a fondamento caratteristiche. L’attività è considerata esattamente come una sostanza e l’impressione che esercita sull’anima si riflette nel suono. Anche l’attività ha molte caratteristiche, una delle quali alla fine rappresenta tutte e significa l’attività stessa. Le prime parole sono dunque contrassegni e con ciò, se si volesse utilizzare un’espressione grammaticale, adverbia. La principale differenza tra intuizione e rappresentazione consiste dunque nel fatto che l’intuizione attualizza un com-

386

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

findungen ungeschieden vergegenwärtigt, die Vorstellung dagegen Ding und Merkmal scheidet. Da es nun aber dennoch darauf ankommt, Anschauungen auszudrücken, also den Complex von Ding und Merkmal: so kann dies nicht anders geschehen, als indem man die einzelnen Ding- und Merkmalsvorstellungen im Urtheile zusammensetzt. Darum lebt die Vorstellung nur im Satze, während sie als isolirtes Wort eine aus dem Empfindungscomplex einer Anschauung herausgerissene, abgelöste einzelne Empfindung ist, also ein todtes Abstractum, ein abgestorbenes Glied eines lebendigen Organismus. Vorstellung ist wesentlich Satz; der Satz ist das Urtheil der Vorstellung. Und so wird nun erst im Satze recht klar, was es heißt, wenn wir sagen, Sprache sei Anschauung der Anschauung; denn das Subject des Satzes ist die angeschaute Anschauung, und das Prädicat ist das Ergebniß dieses Anschauens der Anschauung, das an der Anschauung Geschaute, das als was das Angeschaute erkannt, vorgestellt wird. Streng genommen aber sollten wir sagen, der Satz sei die Vorstellung der Vorstellung. Denn das Wort als Vorstellung ist schon die Anschauung der Anschauung, das Wort [329] ist das Urtheil der Anschauung; der Satz aber behandelt das Wort gerade eben so, wie dieses die Anschauung behandelt hat, d. h. wenn das Wort Vorstellung ist, so ist der Satz Vorstellung der Vorstellung. Das Subject ist die Vorstellung, welche unter einer andern, dem Prädicate, aufgefaßt wird; eben so ist das Attribut die Vorstellung, als welche die Vorstellung des Substantivs vorgestellt wird, und ferner ist das Object das, was an der Vorstellung der Thätigkeit vorgestellt, erkannt wird. Hören wir hierüber noch den alten Kant (Kritik der reinen Vernunft, Von dem logischen Verstandesgebrauche überhaupt, Ausg. v. Hartenstein 1853. S. 99): „Da keine Vorstellung unmittelbar auf den Gegenstand geht, als bloß die Anschauung, so wird ein Begriff niemals auf einen Gegenstand unmittelbar, sondern auf irgend eine andere Vorstellung von demselben (sie sei Anschauung oder selbst schon Begriff) bezogen. Das Urtheil ist also die mittelbare Erkenntniß eines Gegenstandes, mithin die Vorstellung einer Vorstellung desselben. In jedem Urtheil ist ein Begriff, der für viele gilt, und unter diesen vielen auch eine gegebene Vorstellung begreift, welche letztere

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

387

plesso di sensazioni senza scomporlo, la rappresentazione al contrario divide cosa e qualità. Dal momento però che si giunge solo a esprimere intuizioni, cioè il complesso di cose e qualità, ciò non può accadere altrimenti che unificando nel giudizio le rappresentazioni delle cose e quelle delle qualità. Pertanto la rappresentazione vive solo nella frase, mentre la frase, in quanto “parola isolata”, è una singola sensazione separata dal complesso di sensazioni di un’intuizione, ovvero qualcosa di esanime e astratto, una componente morta di un organismo vivente. La rappresentazione è essenzialmente frase. La frase è il giudizio della rappresentazione. E così nella frase diviene chiaro in modo particolare che debba intendersi quando diciamo che la lingua sia intuizione dell’intuizione: poiché il soggetto della frase è l’intuizione intuita mentre il predicato è il risultato di tale intuire dell’intuizione, l’intuito nell’intuizione, ciò nei cui termini l’intuito viene conosciuto, rappresentato. In senso proprio dovremmo dire che la frase sia la rappresentazione della rappresentazione. E ciò poiché la parola, in quanto rappresentazione, è già l’intuizione dell’intuizione, la parola [329] è il giudizio dell’intuizione, ma la frase tratta la parola esattamente come la parola ha trattato l’intuizione, è a dire, se la parola è rappresentazione, allora la frase è rappresentazione della rappresentazione. Il soggetto è la rappresentazione che viene sussunta in un’altra, nel predicato; e così, per l’appunto, l’attributo è la rappresentazione sotto la cui forma la rappresentazione del sostantivo viene rappresentata e inoltre l’oggetto è ciò che, nella rappresentazione dell’attività, viene rappresentato e conosciuto. Ascoltiamo, in proposito, ancora il vecchio Kant (Kritik der reinen Vernunft. Von dem logischen Verstandesgebrauche überhaupt, ed. Hartenstein 1853, p. 99)130: «poiché nessuna rappresentazione, tranne la sola intuizione, si riferisce immediatamente all’oggetto, così un concetto non si riferisce mai immediatamente ad un oggetto, ma a qualche altra rappresentazione di esso (sia essa intuizione o anche già concetto). Il giudizio dunque è la conoscenza mediata di un oggetto, e perciò la rappresentazione di una rappresentazione del medesimo. In ogni giudizio c’è un concetto che si conviene a molti e che tra questi molti comprende anche una rappresentazione data, la quale ultima

388

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

dann auf den Gegenstand unmittelbar bezogen wird. So bezieht sich z. B. in dem Urtheile: alle Körper sind theilbar der Begriff des Theilbaren auf verschiedene andere Begriffe; unter diesen aber wird er hier besonders auf den Begriff des Körpers bezogen, dieser aber auf gewisse uns vorkommende Erscheinungen. Also werden diese Gegenstände durch den Begriff der Theilbarkeit mittelbar vorgestellt.“ Ueber der Aehnlichkeit dieser Stelle Kants mit unserer Darstellung aber werden wir die Verschiedenheit nicht übersehen. Bei Kant „ist Denken die Erkenntniß durch Begriffe“, und der Verstand ist ein besonderes „Vermögen zu urtheilen“; der Begriff aber nichts als „das Prädicat zu einem möglichen Urtheile“. Das ist aber alles höchst einseitig und willkürlich. Bei Trendelenburg sind umgekehrt gerade die Subjecte der Urtheile die Begriffe. Die Begriffe können als Subject und als Prädicat stehen, und in diesem wie in jenem Falle beziehen sie sich nicht mehr und nicht weniger auf einen Gegenstand. – Verstand ferner ist kein besonderes Vermögen; Urtheilen ist nicht die besondere Thätigkeit eines besondern Vermögens; und Denken ist nicht bloß Erkenntniß durch Begriffe, d. h. durch Urtheile. – Kant unterscheidet Anschauung und Begriff, wie [330] wir; Vorstellung aber ist ihm der allgemeine Ausdruck für jene beiden zugleich, sie umfassend, ihnen untergeordnet. Uns ist Vorstellung eine coordinirte mittlere Stufe der Seelenempfängnisse zwischen den Stufen der Anschauung und des Begriffs. Urtheil ist eine Form der Denkthätigkeit, die sich, verschieden gestaltet, auf allen drei Stufen findet. Das Urtheil ist je nach der Stufe, auf der es auftritt: Anschauung der Anschauung (Wort), Vorstellung der Vorstellung (Satz), Begriff des Begriffs (logisches Urtheil). Die Sätze und Urtheile sind nicht aus zwei Vorstellungen oder Begriffen zusammengesetzt; sondern die Anschauung, d. h. die Einheit ist das Erste, und das Urtheil ist die Auflösung dieser Einheit. Von den vielen Momenten, den Merkmalen einer Anschauung oder eines Begriffs wird eines hervorgehoben, nur dieses, als Prädicat, wird gedacht, und nur als dieses wird in dem Augenblicke des Urtheils der Begriff des Subjects gedacht, nur in ihm liegt der Werth des Subjects. In dem Urtheile z. B. alle Körper sind theilbar sind Subject und Prädicat gleich, und zwar

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

389

vien riferita immediatamente all’oggetto. Così, ad esempio, nel giudizio tutti i corpi sono divisibili, il concetto del divisibile si riferisce a diversi altri concetti; ma fra questi, qui, viene particolarmente riferito al concetto del corpo, il quale, per altro, si riferisce a certi fenomeni che si presentano a noi. Così dunque questi concetti vengono rappresentati per mezzo del concetto della divisibilità, mediatamente». Non dobbiamo però trascurare le differenze che vi sono al di là della somiglianza tra questa posizione di Kant e la nostra esposizione. In Kant il «pensare è conoscere attraverso concetti» e l’intelletto, in particolare, è «facoltà di giudizio»; il concetto, però, non è altro che «il predicato di un giudizio possibile»131. Tutto ciò però è parziale e arbitrario nel più alto grado. In Trendelenburg, al contrario, i concetti sono proprio i soggetti del giudizio. I concetti possono valere sia come soggetto sia come predicato e, in questo come in quel caso, non si rapportano né più né meno a una cosa. – L’intelletto inoltre non costituisce nessuna particolare facoltà; il giudizio non è l’attività particolare di una particolare facoltà e il pensiero non è semplice conoscenza attraverso concetti, ovvero attraverso giudizi. – Kant separa, come [330] noi, intuizioni e concetti; la rappresentazione però è per lui l’espressione universale di entrambi, estesa a entrambi ed a essi subordinata. Per noi la rappresentazione è uno stadio intermedio e coordinato dell’elaborazione psichica tra i livelli dell’intuizione e del concetto. Il giudizio è una forma dell’attività del pensiero con una sua differente configurazione in ciascuno dei tre livelli. Secondo il livello in cui appare, il giudizio è: intuizione dell’intuizione (parola), rappresentazione della rappresentazione (frase), concetto del concetto (giudizio logico). Le frasi e i giudizi non sono composte da due rappresentazioni o concetti; ma ciò che vien prima è l’intuizione, l’unità; il giudizio è la scissione di questa unità. Dalla molteplicità dei momenti, dei caratteri di un’intuizione o di un concetto, ne è posto in rilievo uno e solo questo è pensato come predicato; e solo in quanto predicato è pensato, nell’istante del giudizio, il concetto del soggetto, solo nel predicato risiede il valore del soggetto. Ad esempio, nel giudizio tutti i corpi sono divisibili soggetto e predicato sono uguali e lo sono, invero, per il fatto

390

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

deswegen gleich, weil aus der unbestimmten Menge der Merkmale des Körpers hier nur eines in das Bewußtsein gehoben wird, das der Theilbarkeit; diese ist alles, was in jenem Urtheile bei der Vorstellung Körper gedacht wird. Subject und Prädicat sind also wirklich identisch; denn das Prädicat sagt aus, was das Subject ist. Der Hund läuft bedeutet: der Hund ist ein laufender Hund; dieser Vogel ist grau bedeutet: dieser Vogel ist ein grauer Vogel oder dies ist ein grauer Vogel. §. 110. Ausbildung der Begriffe. Nun aber vervielfältigen sich die Sätze: der Hund läuft, sitzt, ist schwarz, weiß, braun, grau u. s. w. Jeder Satz vervollständigt die Analyse der Anschauuug. Damit hält die Schöpfung der Merkmalwörter und die Entwickelung des Begriffs gleichen Schritt. Denn der Begriff ist die vollständige analytische Erkenntniß der Anschauung, d. h. der Momente derselben sowohl an sich, als in ihrer gegenseitigen Durchdringung und ihrem Werthe für das Ganze. Je mehr Sätze entwickelt werden, um so fester gilt das Wort als Ding an sich; um so mehr aber schwindet die etymologische Bedeutung des Wortes, wobei ein Merkmal als Ding an sich gilt. Bleibt nun zuletzt [331] dem Worte an sich nichts mehr übrig als der Laut, wie dies in geschichtlicher Zeit Statt findet, wo die Etymologie aus dem Bewußtsein verloren ist: so ist die Vorstellung nichts weiter, als die leere Beziehung des Bewußtseins auf die Anschauung oder das wirkliche Ding, und erwartet erst im Prädicate einen Inhalt. Wenn man sagt: der Körper ist theilbar, so wird bei Körper gar nichts gedacht; das Wort Körper bewirkt aber eine Beziehung des Bewußtseins auf die Anschauung des wirklichen Körpers, eine Beziehung jedoch, die durchaus leer ist (weil die Etymologie des Wortes Körper vergessen ist), und die erst durch das Prädicat theilbar einen Inhalt erhält. Wenn sich nun diese Beziehungen vielfach wiederholen und immer verschieden ausgefüllt werden; wenn, nach unserem obigen Gleichnisse, von der inhaltslosen Spitze des Kegels der Anschauung nach allen Punkten der Basis Linien gezogen werden und durch diese Linien alle Punkte nach ihrem Zusammenhange mit einander und mit dem Ganzen ins Bewußtsein gelangt sind: so erhalten wir den Begriff, der eine große Fülle von Urtheilen in sich schließt.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

391

che dall’insieme indeterminato delle caratteristiche dei corpi, qui ne è sollevata a coscienza soltanto una, quella della divisibilità: questo è tutto ciò che è pensato della rappresentazione del corpo in quel giudizio. Soggetto e predicato sono allora davvero identici, giacché il predicato esprime quel che è il soggetto. Il cane corre significa il cane è un cane che corre; questo uccello è grigio significa questo uccello è un uccello grigio o questo è un uccello grigio. §. 110. Formazione del concetto Ma ora le frasi si moltiplicano: Il cane corre, è a cuccia, è nero, bianco, marrone, grigio etc. Ogni frase completa l’analisi dell’intuizione. Così la creazione delle parole caratterizzanti e lo sviluppo del concetto mantengono lo stesso passo. E ciò giacché il concetto è l’analisi conoscitiva completa dell’intuizione, è a dire dei momenti di essa, in sé, nella loro reciproca compenetrazione e nel loro valore per l’intero. Tanto più sono sviluppate le frasi, tanto più saldamente la parola equivale alla cosa in sé; tanto più questo processo avanza, però, tanto più scompare il significato etimologico della parola in cui una sola caratteristica vale come cosa in sé. Alla fine, [331] alla parola in sé, non rimane altro che il suono così come si configura nel tempo storico in cui l’etimologia è perduta dalla coscienza: così, la rappresentazione non è nient’altro che la vuota relazione della coscienza con l’intuizione ovvero con la cosa reale, e riceve un contenuto soltanto nel predicato. Quando si dice il corpo è divisibile, con corpo non è pensato proprio nulla; la parola corpo produce invece una relazione della coscienza con l’intuizione del corpo reale e tuttavia una relazione che è interamente vuota (perché l’etimologia della parola corpo è dimenticata), una relazione, la quale ottiene un contenuto solo per mezzo del predicato divisibile. Ora, quando queste relazioni sono ripetute sempre in modi diversi e riempite sempre in modo differente; quando, secondo l’equivalenza su presentata, dalla vetta priva di contenuto del cono dell’intuizione sono tratte linee verso tutti i punti della base e, attraverso queste linee, sono pervenuti a coscienza tutti i punti secondo la loro connessione reciproca e secondo la loro connessione con l’intero, allora otteniamo il concetto che racchiude in sé una grande quantità di giudizi.

392

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Wie schwerfällig würde unser Denken sein, wenn wir dabei immer die volle Anschauung oder gar den Begriff, so weit wir ihn gebildet haben, gegenwärtig im Bewußtsein haben müßten, um daran neue Erkenntnisse zu knüpfen! Ja dies wäre bei der Natur unseres Bewußtseins, welches nur sehr wenige einfache Vorstellungen zugleich klar denken kann, rein unmöglich. Das Wort kommt also hier dem Bewußtsein zu Hülfe. Denn, indem es, ohne ihm etwas zu denken zu geben, dennoch den ganzen Complex der Empfindungen, die in einer Anschauung liegen, festhält, kann das Bewußtsein in völliger Freiheit sein Auge ausschließlich auf diejenigen Punkte heften, um deren Erkenntniß es ihm gerade jetzt zu thun ist; und kann, da auch diese Erkenntnisse an Wörter gebunden sind, mit denselben mancherlei Operationen vornehmen, ohne sie sich lebendig zu vergegenwärtigen, indem es mit dem inhaltsleeren Worte als dem vorgestellten Aequivalent des Erkannten operirt. Wie sollte man etwas Allgemeines, etwa von Pflanzen und Thieren, auffassen können, wenn man fortwährend die Anschauungen aller Einzelheiten gegenwärtig haben müßte! Die Vorstellung, auf ihrer niedrigsten Stufe der Allgemeinheit, bedeutet eine Art. So vermittelt sie die höhere Allgemeinheit des Begriffs mit der Anschauung, die nur Einzelnes erfaßt. [332] §. 111. Fernere Betrachtuugen über die Leistungen der Sprache für das Denken. Ehe wir diesen Abschnitt abschließen, wollen wir noch Herbart hören von der Wirkung der Sprache (a. a. O.): „Etwas schwerer“ (als die Entstehung der Sprache) „mag die Frage von der Wirkung der Sprache sein; doch hat man auch hievon zu viel Aufhebens gemacht. Daß man vermittelst der Sprache denke, ist ganz unrichtig. Man kann nicht ohne die Worte denken, nachdem die Vorstellung der letztern“ (d. h. ihr Wortlaut) „mit den Begriffen complicirt ist . . . Die Summe aber, oder der Grad des Vorstellens, oder die Innigkeit der Verbindung unter den Merkmalen eines Begriffs, dies alles, worauf die Wirksamkeit unserer Vorstellungen beruht, wächst nicht im geringsten durch das angeheftete Zeichen. Eine Täuschung, als ob ein Ding ohne Namen nur unvollständig erkannt wäre, kann daher entstehen,

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

393

Come sarebbe goffo il pensiero se per connettervi nuove conoscenze dovessimo aver sempre presente nella coscienza l’intuizione completa o in generale il concetto fin dove siamo giunti a forgiarlo! Anzi per la natura della nostra coscienza, che può pensare contemporaneamente in modo chiaro solo poche e semplici rappresentazioni, ciò sarebbe semplicemente impossibile. La parola giunge quindi qui in aiuto della coscienza. Giacché trattenendo l’intero complesso delle sensazioni che risiedono in un’intuizione, pur senza impegnare la coscienza a doverle pensare, quest’ultima può rivolgere lo sguardo, in piena libertà e senza far altro, a quei punti della cui conoscenza deve ora appropiarsi; e può, dal momento che anche queste conoscenze sono a loro volta connesse a parole, intraprender con queste parole diverse operazioni senza aver presente le conoscenze nel vivo, poiché con la parola priva di contenuto opera come con un equivalente, rappresentato, di ciò che è conosciuto. Come potrebbe mai cogliersi qualcosa di universale, qualcosa delle piante o degli animali, se contemporaneamente si dovessero aver presenti le intuizioni di tutte quelle singolarità! La rappresentazione, al suo più basso stadio di generalità, indica un tipo. Essa media così la suprema universalità del concetto con l’intuizione che coglie solo il singolare. [332] §. 111. Ulteriori considerazioni sul contributo della lingua per il pensiero Prima di concludere questo capitolo vogliamo sentire ancora quel che Herbart (ivi) dice sull’effetto della lingua132: «la domanda sull’effetto della lingua può esser più difficile» (di quella sull’origine della lingua). «E tuttavia, anche in merito a ciò s’è fatto troppo chiasso. Che si pensi per mezzo della lingua è assolutamente sbagliato. Non è possibile pensare senza le parole, dato che la loro rappresentazione» (cioè il loro suono) «è implicata nei concetti. La somma o il grado del rappresentare, però, o l’intimità della connessione tra le note del concetto, tutto ciò su cui riposa l’efficacia delle nostre rappresentazioni, non cresce minimamente per mezzo dei segni ad essi attaccati. L’illusione secondo cui una cosa non sarebbe perfettamente conoscibile senza il nome, può sorgere

394

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

weil, nachdem alle andern Dinge den Ballast eines Worts an sich tragen, dem Namenlosen ein Zusatz zu fehlen scheint, wenn es mit jenen ins Gleichgewicht treten soll“ (Hier haben wir das Gegenstück zu Becker, dem die Wortschöpfung gleich gilt mit der Ideenschöpfung. Jedes dieser Extreme gereicht dem andern zur Entschuldigung). „So bildet sich wohl auch Einer, der eine fremde Sprache, noch außer der Muttersprache, gelernt hat, ein, es fehle ihm etwas an der Kenntniß des Gegenstandes, den er in die fremde Zunge nicht übersetzen kann!“ Einen solchen „Einen“ möchte ich kennen. In Deutschland lebt er schwerlich! wo man nicht einmal, wenn man das Ding nicht in der Muttersprache zu benennen weiß, einen Mangel fühlt. Man sieht übrigens von selbst, daß dieser Stelle die allerniedrigste Ansicht von der Sprache zu Grunde liegt. Die Sprache ist also „ein Ballast“, von dem gar nicht eingesehen werden kann, wie der Mensch dazu kommt. Sie ist eben darum auch als ein Uebel anzusehen: „Aller Vorteil der Sprache beruht auf dem geselligen, gemeinsamen Gebrauch; auf der Verlängerung und Berichtigung der eignen Gedanken durch die der Andern. Aber für den Einzelnen ist das Anheften der Gedanken an die Sprache sogar nachtheilig. Denn hierdurch treten für ihn die mehr und die minder verstandenen Worte, – diejenigen, die für ihn mehr und weniger Sinn haben, – scheinbar in einen Rang. Daher so viel thörichter Wortkram, und so [333] viel Eitelkeit, Unlauterkeit, falsche Schätzung des Wissens, Dreistigkeit des sinnlosen Plauderns!“ Und der große Psychologe merkt nicht, daß er den Mephistopheles spielt, der vom Menschen meint, er habe die Vernunft nur, um das unvernünftigste Vieh zu sein. Die Sprache ist also ein nothwendiges Uebel, unsern Gedanken „angeheftet“. Es kommt darauf an, zu erkennen, wie innig sich die Sprache in das Denken hineinschlingt. Das Wichtigste hierfür haben wir schon geleistet in dem, was wir über das Hervorbrechen der Sprache, die Entwickelung der innern Sprachform und der Vorstellung dargethan. Denn dort haben wir das Denken durch mehrere nothwendige Stufen seiner Entwickelung verfolgt. Dort haben wir also schon theils geradezu die Identität, theils die Durchdringung von Sprechen und Denken erkannt; und so ist

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

395

per il fatto che, dal momento che tutte le altre cose traggono con sé la zavorra di una parola, alla cosa priva di nome, a paragone con le altre, sembra mancare un completamento» (Abbiamo qui la posizione opposta a quella di Becker, secondo cui la creazione delle parole equivale alla creazione delle idee. Ognuno di questi estremi serve all’altro da scusa). «Così anche uno che, oltre la sua, ha imparato una lingua straniera, presume che gli manchi qualcosa nella conoscenza dell’oggetto che non riesce a tradurre nella lingua straniera». Vorrei proprio conoscerlo un tipo del genere. Di certo non vive in Germania! Dove quand’anche non si sia in grado di nominare una cosa nella propria lingua madre non lo si reputa una lacuna. Si coglie immediatamente che alla base di questa posizione sta la più bassa considerazione della lingua. La lingua è dunque una “zavorra” e non è possibile scorgere come l’uomo vi sia giunto. Essa è da considerare, pertanto, anche come un male: «Tutti i vantaggi della lingua poggiano sul suo uso sociale, comunitario; sul prolungamento e la giustificazione del pensiero di uno attraverso quello dell’altro. Ma per il singolo l’aderenza del pensiero alla lingua è perfino nociva. Poiché, in ragione di questa connessione, le parole a cui egli attribuisce maggiore o minore significato – quelle che per lui hanno senso maggiore o minore – acquisiscono apparentemente un’importanza speciale. E perciò tanto stolto ciarpame di parole e perciò [333] sì tanta futilità, disonestà, erronea valutazione del sapere, impudenza d’una vana chiacchiera!» E così il grande psicologo non nota che egli gioca la parte di Mefistofele, che crede che l’uomo sia in possesso della ragione solo per essere la bestia più irragionevole133. La lingua è dunque un male necessario “attaccato come un peso” ai nostri pensieri. Si giunge a riconoscere quanto intimamente la lingua s’insinui nel pensiero. L’aspetto più importante in relazione a ciò l’abbiamo già affrontato prendendo in considerazione l’erompere della lingua, lo sviluppo della forma interna della lingua e della rappresentazione. Poiché lì abbiamo seguito il pensiero attraverso i molteplici stadi necessari del suo sviluppo. Lì, perciò, abbiamo già conosciuto in parte finanche l’identità, in parte la compenetrazione di parlare e pensare; pertanto per

396

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

es für uns völlig unstatthaft, von „Ballast“ und „anheften“ zu reden. Nun bricht aber die Wirksamkeit der Sprache noch nicht ab. Durch alle Urtheile hindurch, vermittelst deren die Anschauung zum Begriffe wird, begleitet die Sprache das Denken ganz offenbar. Und diese Begleitung, die ihren Grund in der innigsten Verschlingung hat, sollte einflußlos auf das Denken bleiben? ihm rein äußerlich angeheftet werden? §. 112. Leistung der Vorstellung. Das Wort, sagten wir, ist die inhaltslose Beziehung des Bewußtseins auf die Anschauung und dadurch Stützpunkt der Seele bei der Bildung des Begriffs. Man sieht also hieraus, daß allerdings die Vorstellung nicht eigentlich in gleicher Linie mit Anschauung und Begriff steht; sondern wie die Wahrnehmung auf einer ganz andern Linie, als Gefühl, Empfindung und Anschauung, lag: so liegt auch die Vorstellung nicht auf derselben, die sich zum Begriffe verlängert. Die Vorstellung ist vielmehr eine Fortsetzung der Linie, auf der die Wahrnehmung liegt. Wahrnehmung ist die Vermittlung der leiblichen Bewegungen mit der Seele, die Beziehung der Seele auf den Leib, ohne welche kein Bewußtsein, weder von der Außenwelt, noch von der eigenen Leiblichkeit, entsteht. Wie viele Bewegungen gehen in unserm Leibe vor, von denen wir nichts wissen, weil wir sie nicht wahrnehmen, d. h. weil die Seele, das Bewußtsein, nicht darauf bezogen ist. Das Für-uns-sein oder das Bewußtsein der Gefühle, Empfindungen und Anschauungen wird durch [334] diese Weise der Beziehung der Seele bewirkt, welche wir Wahrnehmung nennen. Wenn die Seele eine gehabte Anschauung wieder hervortreten läßt, so nennen wir diese Beziehung der Seele auf die Anschauung Erinnerung. Dieser Name bezeichnet aber die Beziehung der Seele auf jedwedes schon gehabte Seelenerzeugniß, also auch die Reproduction von Begriffen. Die Vorstellung ist die Beziehung des Bewußtseins auf die erinnerte Anschauung oder den erinnerten Begriff während der Thätigkeit des Geistes, Anschauungen in Begriffe zu verwandeln und Begriffe gemäß der Idee zu construiren. Die Vorstellung ist

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

397

noi è del tutto inappropriato parlare di “zavorra” e di qualcosa di “attaccato come un peso”. Ma l’efficacia della lingua non si interrompe qui. La lingua accompagna visibilmente il pensiero in tutti i giudizi attraverso cui l’intuizione diventa concetto. E questo accompagnamento che ha la sua ragione nel più intimo intreccio dovrebbe rimanere senza influenza per il pensiero? Essere attaccato ad esso in senso puramente esteriore? §. 112. Opera della rappresentazione La parola, abbiamo detto, è la relazione priva di contenuto della coscienza con l’intuizione e, per questo, funge da punto d’appoggio dell’anima nella formazione del concetto. A partire da qui, però, si vede che la rappresentazione non sta propriamente sulla stessa linea in cui si trovano intuizione e concetto. Bensì, come la percezione fu posta in una linea completamente diversa rispetto a quella su cui si trovavano il sentimento, la sensazione e l’intuizione, anche la rappresentazione non si trova nella linea che giunge fino al concetto. La rappresentazione è piuttosto una prosecuzione della linea su cui sta la percezione134. La percezione è la mediazione dei movimenti corporei con l’anima, la relazione dell’anima col corpo senza cui non sorge alcuna coscienza né del mondo esterno né della corporeità in senso proprio. Quanti movimenti attraversano il nostro corpo senza che ne sappiamo niente perché non li percepiamo, è a dire perché l’anima, la coscienza, non vi entra in relazione. L’essere-per-noi o la coscienza dei sentimenti, delle sensazioni e delle intuizioni, è provocata da [334] questo tipo di relazione dell’anima che chiamiamo percezione. Quando l’anima lascia riemergere un’intuizione già avuta, definiamo questa relazione dell’anima all’intuizione ricordo. Questo nome però indica la relazione dell’anima a qualsiasi prodotto di cui l’anima è già stata in possesso, dunque anche la riproduzione di concetti. La rappresentazione è la relazione della coscienza con l’intuizione ricordata o con il concetto ricordato nel corso dell’attività dello spirito per trasformare intuizioni in concetti e per costruire concetti in modo conforme all’idea. La rappre-

398

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

ursprünglich nicht ganz leer, sie ist die Abbreviatur der Anschauung, wird aber endlich völlig leer. Dann wirkt sie, wie die Null in der Arithmetik. Zwischen 3. 30. 0,3 besteht der Unterschied, daß 3 sich an verschiedenen Orten findet. Diese Verschiedenheit des Ortes verändert den Werth, und diese Werthveränderung wird bewirkt durch eine leere Stelle, eine Null. Man denke sich den Zehner als die Anschauung und als das Subject eines zu bildenden Urtheils, d. h. als Multiplicanden einer Multiplication. Denn durch den Proceß des Urtheilens, des Multiplicirens, wird der Begriff, das Facit, gebildet. Das Prädicat aber ist eigentlich das, was dem Subjecte den Werth leiht, dessen Werth bestimmt, das Urtheil bildet, der Multiplicator. Welch ein mühseliges Rechnen findet nun Statt, wenn man den Zehner wirklich und voll auftreten läßt, also hinschreibt X x III = XXX! Um wie viel leichter und einfacher werden alle Operationen, wenn der Inhalt des Zehners bloß durch die Stellung angedeutet und bloß der Multiplicator ausdrücklich genannt wird! Dieselbe Erleichterung, welche dem Rechner die Stellung der Zahl verschafft, gewährt dem Urtheilenden die Vorstellung, welche die Stelle der Anschauung im Urtheile vertritt. Wir nannten hier immer die Vorstellung leer; dies muß aber richtig verstanden werden. Sie ist zugleich leer und gefüllt; denn sie ist, wie wir oben sagten, die Anschauung selbst, insofern sie durch die Sprache gedacht wird, also Einheit der Anschauung und des Wortes, welches die Beziehung der Seele auf die Anschauung enthält. Insofern sie also bloß Wort ist, ist sie leer; insofern sie aber Anschauung ist, ist ja sie es gerade, welche durch die Erkenntnisse in den Urtheilen an Inhalt gewinnt. Ferner: die Vorstellung ist in Wahrheit der Satz; [335] insofern sie nun Subject ist, wird sie leer und unbestimmt hingestellt; durch jedes Prädicat aber, welches sie gewinnt, nimmt sie zu an Inhalt und Klarheit. Die Vorstellung, insofern sie die Anschauung ist, ist die Bedeutung des Wortes. Das Wort wird aber durch die vielfachen Urtheile, in denen es angewandt wird, immer reicher an Bedeutung; sein Sinn wird immer feiner und bestimmter. Die Vorstellung ist also die sich aufklärende und immer mehr ihre wesentlichen Bestimmungen entfaltende Anschauung. Tritt aber die Vorstellung

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

399

sentazione in origine non è del tutto vuota, è l’abbreviazione dell’intuizione, alla fine però lo diviene completamente. Essa opera, infatti, come lo zero opera nell’aritmetica. Tra 3. 30. 0,3 vi è la differenza che il tre si trova in posizioni diverse. Questa differenza di posizione cambia il valore e questa differenza di valore è provocata da una posizione vuota, uno zero. Si consideri il dieci come un’intuizione e come il soggetto di un giudizio da costituire, ovvero come il moltiplicando di una moltiplicazione. Ora, attraverso il processo del giudicare, del moltiplicare, è costituito il concetto, il risultato. Il predicato, invece, è proprio ciò che conferisce valore al soggetto, che ne determina il valore, che ne costituisce il giudizio, è il moltiplicatore. Che conto faticoso ha luogo se si lascia davvero entrare la decina e si scrive X x III = XXX! E quanto diventano più facili e semplici tutte le operazioni se il contenuto della decina è indicato solo attraverso la posizione e solo il moltiplicatore è definito esplicitamente! La stessa facilitazione, che la posizione del numero arreca a chi conta, la fornisce a chi giudica la rappresentazione, la quale sostituisce nel giudizio la posizione dell’intuizione. Noi qui abbiamo sempre definito la rappresentazione “vuota”; ma ciò va inteso correttamente. Essa è al contempo vuota e piena. Poiché essa, come abbiamo detto sopra, è l’intuizione stessa nella misura in cui è pensata attraverso la lingua, dunque l’unità dell’intuizione e della parola, che contiene la relazione dell’anima con l’intuizione. Nella misura in cui dunque è semplice parola, essa è vuota. Nella misura in cui è intuizione, però, è proprio lei che guadagna in contenuto attraverso le conoscenze conseguite nei giudizi. Inoltre, la rappresentazione è in verità la frase. [335] Nella misura in cui è soggetto, viene posta in modo vuoto e indeterminato; attraverso ogni predicato che ottiene, però, cresce in contenuto e chiarezza. La rappresentazione, nella misura in cui è intuizione, è il significato della parola. La parola, però, attraverso i molteplici giudizi in cui è utilizzata diviene sempre più ricca di significato, il suo senso diventa sempre più fine e determinato. La rappresentazione è dunque l’intuizione che si chiarifica e dispiega sempre più le sue determinazioni essenziali. Se la rappresentazione, tuttavia, entra nella frase come

400

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

im Satze auf als Subject, von dem im Prädicate etwas erkannt wird: so vertritt sie eben nur die Stelle der Anschauung, läßt ihren Inhalt bei Seite und wirkt als Null. Die Vorstellung als Subject ist eine nackte Bettlerin, der das Almosen des Prädicates gegeben wird; sie ist aber nur eine verstellte Bettlerin, die zu Hause im Verborgenen einen reichen Schatz von Prädicaten besitzt. Dieser Schatz ist die Bedeutung des Wortes. Die Wörter sind Benennungen der Dinge oder Anschauungen; durch die Wörter werden uns die Anschauungen überliefert, durch Wörter halten wir die selbständig gebildeten Anschauungen fest. Kann es denn nun wohl für unser Denken gleichgültig sein, wie reich die mit dem Worte gegebene Vorstellung an Inhalt, an Bedeutung ist? oder ist es gleichgültig, welche Prädicate wir als Bedeutung an die Wörter hängen? Die Wörter sind die Vorstellungen, d. h. die Beziehungen unseres Bewußtseins auf die Dinge; und es soll gleichgültig sein, was in diesen Beziehungen gegeben ist? Die Sprache ist also geradezu das Bindeglied zwischen unserm Denken und der Außenwelt, eine geistige Hand, die Dinge zu erfassen – denn so erfassen, begreifen wir zunächst die Dinge und Begriffe, wie das Wort sie vorstellt – und dieses Seelenorgan soll unserm Bewußtsein gleichgültig, unserm Denken ein Ballast sein? Man sieht z. B. etwas, und fragt: was ist das? ein Thier wird geantwortet. Vor dieser Antwort sah man doch schon eine gewisse Gestalt, Größe, Farbe; hat man nun durch diese Antwort keinen weitern Zuwachs erlangt, als einen Lautballast? Alles was man sieht oder überhaupt wahrnimmt, ist eine Anschauung. Indem man das Wort dazu erhält, gewinnt man die Erkenntniß der Art, Gattung u.s.w. kurz des Allgemeinen, zu dem jene Anschauung gehört. Und ist die Bedeutung des Wortes recht scharf bestimmt, so hat man durch das Wort – mit [336] einem Schlage – eine sehr bedeutende Erkenntniß gewonnen. So wird oft der größte Fortschritt in der Erkenntniß der Dinge dadurch gemacht, daß ihnen der rechte Name gegeben wird. Wie sehr endlich in dem eigentlichen Kreise der hohen Abstractionen fein geschiedene Synonyma das Denken anregen und befruchten: daran soll nur kurz erinnert werden.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

401

soggetto di cui deve essere conosciuto qualcosa nel predicato, allora semplicemente supplisce il posto dell’intuizione, lascia da parte il suo contenuto e diventa come uno zero aritmetico. La rappresentazione come soggetto è un mendicante senza sostanza a cui è fatta l’elemosina dal predicato, ma essa è soltanto un mendicante cambiato di posto, il quale possiede un ricco tesoro di predicati nascosto a casa. Questo tesoro è il significato della parola. Le parole sono denominazioni delle cose o delle intuizioni; attraverso le parole ci vengono trasmesse le intuizioni, attraverso le parole tratteniamo le intuizioni costituite autonomamente. Può dunque essere indifferente per il nostro pensiero quanto è ricca in contenuto, in significato, la rappresentazione data con la parola? O è indifferente quali predicati associamo alle parole come significato? Le parole sono le rappresentazioni, è a dire le relazioni della nostra coscienza con le cose e dovrebbe essere indifferente ciò che è dato in queste relazioni? La lingua è perfino l’anello di congiunzione tra il nostro pensiero e il mondo esterno, una mano spirituale volta ad apprendere le cose – poiché noi in primo luogo cogliamo, concepiamo le cose e i concetti come li rappresenta la parola – e questo organo dell’anima dovrebbe essere indifferente per la nostra coscienza, dovrebbe essere una zavorra per il nostro pensiero? Si vede ad es. qualcosa e si chiede: cos’è questo? Un animale, vien risposto. Prima di questa risposta, si vedevano già una certa forma, una certa grandezza, un certo colore; ora, con questa risposta non si è ottenuto alcun accrescimento ulteriore, ma solo una zavorra sonora? Tutto ciò che si vede o si percepisce in generale è un’intuizione. Dal momento che sopravviene la parola, si ottiene la conoscenza del tipo, del genere, in breve dell’universale di cui quell’intuizione fa parte. E se il significato della parola è davvero ben determinato, attraverso la parola si è conseguita – in [336] un sol colpo – una conoscenza molto importante. Così, spesso, il maggior progresso nella conoscenza delle cose avviene per il fatto che è loro assegnato il giusto nome. Deve essere, infine, solo brevemente ricordato quanto spesso sinonimi sottilmente separati stimolino e rendano fecondo il pensiero nel circolo proprio delle alte astrazioni.

402

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Wahr aber bleibt Herbarts Schlußbemerkung: „Diejenigen, welche die intellectuale Anschauung anpreisen, und das discursive, in der Sprache ausgedrückte Denken herabsetzen, haben insofern nicht ganz Unrecht, als das Kleben am Symbol, wenn man sich darauf lehnt und stützt, das wahre Wissen zerbröckelt, und das Scheinwissen einschwärzt. Es wäre nur zu wünschen, daß jene selbst sich aus dem Wust ihrer Worte herauszuarbeiten verstünden. Gäbe es eine intellectuale Anschauung: so würde ihr Angeschautes unaussprechlich sein. Gerade dieselbe Eigenschaft hat aber auch das wahre Wissen, welches aus dem discursiven Denken am Ende hervorgeht. Resultate vieljähriger Forschungen bedürfen vieler Worte, um vorgetragen zu werden; aber der Vortrag, der alle diese Worte auf einen langen Faden reiht, ist nicht das Wissen selbst, welches in beinahe ungetheilter Ueberschauung die ganze Kette der allmählich ausgebildeten Gedanken trägt und festhält.“ Diese Worte eines der klarsten, ich möchte sagen, discursivsten Denker erinnern mich an eine Aeußerung Mozarts, wonach er Musik, deren Wesen doch auf der Zeitfolge zu beruhen scheint, sich zeitlos, dauernd gegenwärtig, wie ein Bild, vorstellt, also in „ungetheilter Ueberschauung“. Mozart nämlich schreibt: „Wenn ich recht für mich bin und guter Dinge etwa auf Reisen im Wagen, oder nach guter Mahlzeit beim Spazieren, und in der Nacht, wenn ich nicht schlafen kann, da kommen mir die Gedanken stromweis und am besten . . . Das erhitzt mir nun die Seele, wenn ich nämlich nicht gestört werde; da wird es immer größer, und ich breite es immer weiter und heller aus, und das Ding wird im Kopfe wahrlich fast fertig, wenn es auch lang, so daß ich’s hernach mit einem Blick, gleichsam wie ein schönes Bild, oder einen hübschen Menschen, im Geist übersehe, und es auch gar nicht nacheinander, wie es hernach kommen muß, in der Einbildung höre, sondern wie gleich alles zusammen. Das ist nun ein Schmaus! Alles das Finden und Machen geht in mir nun wie in einem [337] schönen, starken Traum vor. Aber das Ueberhören, so alles zusammen, ist doch das Beste.“

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

403

Rimane vera comunque l’osservazione conclusiva di Herbart135: «Coloro che conferiscono valore all’intuizione intellettuale e pongono al di sotto di essa il pensiero discorsivo espresso linguisticamente non sbagliano del tutto, giacché l’aderire a simboli, quando ci si sostiene e ci si appoggia, frammenta il vero sapere e pone un sapere apparente. Ci sarebbe solo da augurarsi che costoro imparassero a trarsi fuori dal deserto delle loro parole. Se ci fosse un’intuizione intellettuale, quel che fosse così intuito risulterebbe inesprimibile. Esattamente la stessa qualità ha, però, anche il vero sapere, che alla fine deriva dal pensiero discorsivo. Risultati di ricerche pluriennali necessitano per essere esposti di molte parole; ma la relazione che dispone in una lunga serie tutte queste parole non è il sapere stesso, il quale porta e contiene in una visione quasi indivisa l’intera catena dei pensieri costituiti gradualmente». Queste parole di uno, vorrei dire, dei più perspicui pensatori discorsivi mi riportano a una dichiarazione di Mozart in cui egli si figura la musica, la cui essenza sembra poggiare su serie temporali, come priva di tempo, durevolmente presente, come un’immagine, dunque, in una “visione indivisa”. Mozart scrive136: «Quando sono davvero tra me e me e di buon umore viaggio su un carro, oppure dopo un buon pasto faccio una passeggiata, o di notte non riesco a dormire, i pensieri mi sopravvengono impetuosamente e in forma eccelsa … Ciò, se non vengo disturbato, mi riscalda l’anima, perciò il pensiero diventa sempre più grande e lo dipano sempre di più e in modo sempre più chiaro e la cosa si fissa in testa, sebbene questo processo non sia immediato, in modo tale che subito dopo io la scorga nello spirito con un solo sguardo, come un bel dipinto o un uomo gradevole, e che nella fantasia non l’ascolti per nulla in sequenza, come deve accadere in seguito, ma contemporaneamente e tutt’insieme. È una vera gioia! Tutto ciò che bisogna trovare e fare, ora, avanza in me come in un potente, bel [337] sogno. Ma l’ascolto totale, di tutto contemporaneamente, è la cosa migliore».

404

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

§. 113. Unterschied zwischen Satz und Urtheil, Vorstellung und Begriff. So viel über das Verhältniß der Vorstellung zur Anschauung und zum Begriffe. Versuchen wir jetzt, uns das Wesen des Urtheils der Vorstellung klar zu machen. Es ist doppelter Art, wie die Vorstellung selbst doppelter Natur ist. Denn sie ist die Einheit des Wortes und seiner Bedeutung. Nach der Seite der Bedeutung hin ist das Urtheil der Vorstellung vom Urtheile des Begriffs nur dadurch verschieden, daß der Inhalt des erstern etwas für die Anschauung Zufälliges und Unwesentliches, Einzelnes ist. „Ich habe gegessen und werde mich nun schlafen legen. Hr. N. ist gestorben u.s.w.“ sind Urtheile der Vorstellung. Wenn aber der Physiolog die Urtheile ausspricht: der Mensch ißt, schlaft, ist sterblich: so haben wir hier Allgemeinheit und Nothwendigkeit, und also Urtheile des Begriffs. Das ganze gemeine Leben bewegt sich in Vorstellungen; denn es dreht sich um Zufälligkeiten und Einzelheiten und gelangt nie dazu, die Merkmale der Anschauung zu vervollständigen und aufzuklären, und besonders nach ihrer Würdigkeit abzuschätzen. Die Wissenschaft ist der Kreis des Begriffs. Insofern aber die Vorstellung Wort, innere Sprachform, ist, hat sie ebenfalls ein Urtheil, nämlich eine Anschauung: von der Gliederung der Anschauung oder des Begriffs, kurz der Bedeutung. Wie die innere Sprachform Anschauung der Anschauung ist, so ist sie auch Anschauung des Urtheils, d. h. Satz; und wie nun überhaupt die innere Sprachform nicht denselben Inhalt hat, wie die bedeutete Anschauung, sondern nur eine Auffassungsweise derselben ist: so ist auch der Satz nur eine besondere Anschauungsweise des Urtheils. Dies führt aber specieller in die Grammatik, die eben, weil sie nur die instinctive Anschauung der Logik ist, nicht die Logik selbst ist. Wir sagten oben, daß in historischer Zeit, nachdem die Etymologie des Wortes vergessen sei, der Laut ohne Vermittlung der innern Sprachform unmittelbar mit der bedeuteten Vorstellung zusammenhänge, und daß dieses Verschwinden der innern Sprachform von dem wachsenden Reichthum des Bewußtseins und der Ausbildung der Vorstellung zum Begriffe herrühre. Hier

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

405

§. 113. Differenza tra frase e giudizio, rappresentazione e concetto Quel che è stato detto valga per il rapporto della rappresentazione con l’intuizione e con il concetto. Cerchiamo ora di far chiarezza sull’essenza del giudizio della rappresentazione. Tale essenza è duplice, come di duplice natura è la rappresentazione stessa. E ciò poiché essa è l’unità della parola e del suo significato. Dalla parte del significato, il giudizio della rappresentazione è separato dal giudizio del concetto per il fatto che il contenuto del giudizio rappresentativo è per l’intuizione qualcosa di casuale e inessenziale, di singolo. «Ho mangiato e ora vado a dormire. Il signor N. è morto etc.» sono giudizi della rappresentazione. Ma se il fisiologo esprime il giudizio secondo cui l’uomo è, dorme ed è mortale, siamo qui di fronte a universalità e generalità e quindi a giudizi del concetto. L’intera vita comune si muove in rappresentazioni; si aggira sempre tra casualità e singolarità e non perviene mai a completare e chiarire i caratteri dell’intuizione e soprattutto a soppesarli secondo la loro dignità. La scienza è il circolo del concetto. Nella misura in cui, però, la rappresentazione è parola, forma interna della lingua, essa contiene di certo un giudizio, è a dire un’intuizione: l’intuizione dell’articolazione dell’intuizione o del concetto, in breve, del significato. Come la forma interna della lingua è intuizione dell’intuizione, essa è anche intuizione del giudizio, cioè frase; e come in quanto intuizione dell’intuizione in generale, la forma interna della lingua non ha lo stesso contenuto dell’intuizione significata ma è solo un modo di concepirla, così anche la frase è soltanto un modo particolare di concepire il giudizio. Ciò però conduce in modo particolare alla grammatica, la quale, essendo soltanto l’intuizione istintiva della logica, non è la logica stessa. Abbiamo detto su, che nel tempo storico, dopo che l’etimologia della parola vien dimenticata, il suono si connette, senza la mediazione della forma interna della lingua, direttamente alla rappresentazione significata e questa dimenticanza della forma interna della lingua deriva dal dominio ampliato della coscienza e dalla costituzione della rappresentazione

406

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

sehen wir nun aber, daß bei der Entwickelung des Begriffs dieser, als die reale Bedeutung des Wortes, die Stelle [338] der ehemals vom Worte bedeuteten Vorstellung einnimmt, und die Vorstellung dadurch eine ganz ähnliche Rolle spielt, wie die ehemalige innere Sprachform. Ein Beispiel mag uns den Ursprung dieses Verhältnisses und den Unterschied zwischen Vorstellung und Begriff, psychologischem und logischem Urtheil klar machen. Wenn man im gemeinen Leben sagt: das Wasser macht naß, so denkt man hierbei wenig mehr als Laute; denn bei Wasser bildet man nicht die Anschauung des Wassers; und eben so wenig bildet man bei naß eine bestimmte Anschauung; die Seele gleitet also bei jenen Worten nur ganz leise über jene Anschauungen hin, bezieht sich bloß auf sie. Will man aber bei jenem Satze sich etwas klar denken, so wird man sich wahrscheinlich die Anschauung eines von Wasser benetzten Gegenstandes vergegenwärtigen, auch wohl noch die Thätigkeit des Benetzens selbst im Hintergrunde, und dies alles als ein einheitlich angeschautes Bild in der Seele haben. Diese Anschauung ist auch wirklich die Bedeutung jenes Satzes, welcher dieselbe in Form der Vorstellung ausdrückt. Diese Form der Vorstellung unterscheidet sich also von der der Anschauung erstlich durch die Theilung der Elemente, welche die Anschauung als zusammenhängendes Bild besitzt, und zweitens durch die Blässe, Abstractheit, Allgemeinheit dieser Elemente, wie sie in den Wörtern naß, machen, Wasser, ausgedrückt liegen. Obgleich wir nun hier auf der Stufe stehen, wo die Vorstellung mit der innern Sprachform verschmolzen, oder letztere verschwunden ist: so glaube ich doch, daß gerade in unserm Beispiele der Satz an sich nach seiner innern Sprachform noch etwas anderes bedeutet, als das psychologische Urtheil der Vorstellung. Denn dieses meint gewiß bloß, daß etwas durch Wasser, es sei absichtlich oder zufällig darauf gegossen, naß werde, während die innere Sprachform, der Satz, das Wasser als lebendiges energisches Subject ansieht, welches aus eigner Kraft „naß macht“. Wenn aber der Chemiker von Wasser spricht, er, der den Begriff des Wassers gebildet hat: so denkt er bei diesem Worte etwas ganz anderes, als die gemeine Vorstellung und Anschauung; und sein Begriff naß hat einen

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

407

in concetto. Vediamo ora, però, che durante il suo sviluppo il concetto, in quanto significato reale della parola, prende il posto [338] della rappresentazione prima significata dalla parola e la rappresentazione, in questo processo, gioca un ruolo molto simile a quello un tempo giocato dalla forma interna della lingua. Un esempio chiarifica l’origine di questo rapporto e la differenza tra rappresentazione e concetto, tra giudizio psicologico e logico. Quando nella vita comune si dice: l’acqua bagna, con ciò non vien pensato altro che i suoni, poiché con acqua non si costruisce l’intuizione dell’acqua e, allo stesso modo, con bagna non si costituisce alcuna intuizione determinata. L’anima pertanto, con quelle parole, sfiora soltanto molto leggermente quelle intuizioni, semplicemente si relaziona a esse. Ma se con quella frase si vuol pensare chiaramente qualcosa, allora probabilmente bisogna richiamare alla mente l’intuizione di un oggetto bagnato dall’acqua, e anche in sottofondo l’attività del bagnare stesso, e aver presente tutto ciò come un’immagine intuita unitariamente. Questa intuizione è anche il significato di quella frase che esprime l’intuizione stessa nella forma della rappresentazione. Questa forma della rappresentazione si differenzia pertanto da quella dell’intuizione, anzitutto, per la partizione degli elementi che l’intuizione possiede invece come un’immagine connessa e, in secondo luogo, per il pallore, l’astrattezza, la generalità del modo in cui questi elementi vengono espressi nelle parole acqua, bagna. Che qui ci si trovi al livello in cui la rappresentazione è fusa con la forma interna della lingua o in cui la forma interna della lingua è sparita, credo comunque che proprio nel nostro esempio la frase in sé, secondo la sua forma interna della lingua, significa qualcosa di diverso rispetto al giudizio psicologico della rappresentazione. Poiché quest’ultimo significa di certo soltanto che qualcosa con l’acqua, sia essa versata casualmente o appositamente, si bagna, mentre la forma interna della lingua, la frase, coglie l’acqua come un soggetto energico vivente che per sua propria forza “bagna”. Se il chimico parla dell’acqua però, egli, che ha costruito il concetto di acqua, con queste parole pensa a qualcosa di completamente diverso dalla comune rappresentazione e dall’intuizione comune; e il suo concetto di bagnato ha un valore

408

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

ganz andern Werth. Bei ihm ist der Satz: Wasser macht naß ein Urtheil, welches zu einem ganzen System von Urtheilen über das Wasser gehört: dieses System von Urtheilen ist sein explicirter Begriff des Wassers. Er denkt also bei jenem Satze das Urtheil, daß die [339] chemische Verbindung zweier einfachen Körper (des Sauerstoffes und Wasserstoffes) nach bestimmten Aequivalenten, durch welche derjenige zusammengesetzte Körper entsteht, den man Wasser nennt, die Eigenschaft der Adhäsion habe, welche das Quecksilber z. B. nicht hat. Spricht er den Satz aus: das Wasser ist flüssig: so liegt darin ein Urtheil, welches wohl weiß, daß Flüssig-sein kein wesentliches Element des Wassers ist, und er wird dabei vielmehr an Temperatur and Luftdruck denken. Für diese logischen Urtheile nun und diese Begriffe dient die Vorstellung des gemeinen Lebens, wie sie im Worte und im Satze liegt, gerade eben so als eine gewisse Stütze, wie ehemals die innere Sprachform der Vorstellung als Stütze diente. Wie dem instinctiven Selbstbewußtsein zum Festhalten der Vorstellung des Wassers (unda, X^GZU von der Wurzel und fließen) die Anschauung des Flüssigen diente, zum Festhalten der Vorstellung naß (madere, Wurzel sna waschen) die Anschauung des Gewaschenen: eben so dient dem wissenschaftlichen Selbstbewußtsein zur Fixirung des Begriffes Wasser, naß, die gemeine Vorstellung davon. Wie verschieden ist der naturwissenschaftliche Begriff Feuer von der gemeinen Vorstellung, die im Feuer ein wunderliches, die Dinge verzehrendes und dann spurlos verschwindendes Wesen sieht! Diese Vorstellung dient dem Begriffe zur Stütze, wie ursprünglich der Vorstellung die sprachliche Anschauung des Reinen (Feuer, SX`U, Wurzel p) reinigen) diente. Der Unterschied zwischen dem Urtheil der Vorstellung oder dem psychologischen und dem des Begriffs oder dem logischen besteht ebenso darin, daß jenes allemal nur assertorisch, dieses dagegen apodictisch ist oder zu werden strebt. „Cäsar ist über den Rubicon gegangen“ kann wohl ein Urtheil des Begriffs sein, wenn es eben Glied einer philosophisch-geschichtlichen Anschauung von Cäsars Leben ist, Glied eines Systems von Urtheilen, welche die Idee Cäsar umfaßt. Als Urtheil der Vorstellung bedeutet jener Satz nur eine vereinzelte That. Daß aber das Urtheil der innern Sprachform, also der Satz, noch etwas anderes sei, als das Urtheil

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

409

completamente diverso. Per lui la frase l’acqua bagna è un giudizio che appartiene a un intero sistema di giudizi sull’acqua, questo sistema di giudizi è il suo concetto esplicito dell’acqua. Egli, con quella frase, pensa il giudizio secondo cui [339] la connessione chimica tra due corpi semplici (ossigeno e idrogeno), per mezzo di determinati equivalenti grazie a cui sorge quel corpo composto che si chiama acqua, ha una densità che manca ad es. al mercurio. Egli pronuncia la frase: l’acqua è liquida, e in ciò è espresso un giudizio in cui è noto il fatto che l’ “essere liquido” non è un elemento essenziale dell’acqua, pertanto il chimico fa piuttosto riferimento alla temperatura e alla pressione. Ora, la rappresentazione della vita comune, come si trova nella parola e nella frase, funge proprio da appoggio a questi giudizi logici e a questi concetti, come una volta la forma interna della lingua fungeva da appoggio alla rappresentazione. Come all’autocoscienza istintiva serviva l’intuizione dell’esser liquido137 per ritenere la rappresentazione dell’acqua (unda, dalla radice X^GZU e fließen138), come, per ritenere la rappresentazione bagnato (madere, dalla radice sna waschen139) le serviva l’intuizione di ciò che è lavato, allo stesso modo all’autocoscienza scientifica è necessaria, per la fissazione dei concetti acqua, bagnato, la rappresentazione comune di essi. Come è diverso il concetto scientifico di fuoco dalla rappresentazione comune che vede nel fuoco un’essenza prodigiosa, che consuma le cose e scompare senza lasciar traccia! Questa rappresentazione serve da sostegno al concetto, come originariamente alla rappresentazione del fuoco serviva l’intuizione linguistica della purezza (Feuer140, radice SX`Uradice p) reinigen141). La differenza tra il giudizio della rappresentazione o psicologico e il giudizio del concetto o logico consiste allora nel fatto che il giudizio psicologico è sempre assertorio, quello logico invece è apodittico o tenta di diventarlo. “Cesare ha passato il Rubicone” può essere un giudizio del concetto se è parte di un’intuizione storico-filosofica della vita di Cesare, membro di un sistema di giudizi che abbraccia l’idea di Cesare. Come giudizio della rappresentazione quella frase indica soltanto un fatto singolo. Che, però, il giudizio della forma interna della lingua, è a dire la frase, sia ancora qualcosa di di-

410

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

der Vorstellung und des Begriffs; daß das grammatische Urtheil weder das gemeine psychologische der Vorstellung, noch das logische des Begriffs ist: geht daraus hervor, daß derselbe Inhalt in eine andre Satzform gegossen werden kann, ohne eine Veränderung zu erleiden. „Cäsar hat den Rubicon überschritten“, oder „ist über den R. gesetzt“, [340] oder „der Rubicon ist von Cäsar überschritten worden“. Jede dieser Satzformen dient aber in gleicher Weise als Ausdruck des Urtheils der Vorstellung, wie des Begriffs.

B. Die Grammatik. In der vorangegangenen ausführlichen Betrachtung des Wesens und der Entstehung der Sprache ist der wesentlichste Theil der hier gestellten Aufgabe schon gelöst. Es bleibt uns aber noch übrig, die Folgerungen für die Grammatik daraus zu ziehen. Zunächst sind die Principien der Grammatik und ihre gegenseitige Beziehung noch näher zu betrachten; und weiter ist dann zu sehen, wie sich die Sprache in ihre grammatischen Elemente gliedert. 1. DIE PRINCIPIEN DER GRAMMATIK. §. 114. Aus allem schon Gesagten ergeben sich mit Klarheit zwei Principien für die Grammatik: der Laut und das instinctive Selbstbewußtsein oder die Anschauung der Anschauung; dieses zweite Princip heißt, insofern es mit dem ersten verbunden ist, die innere Sprachform. Der Laut, das leibliche Element der Sprache, fehlte dem grammatischen Bewußtsein niemals, obwohl erst in neuester Zeit eine wissenschaftliche Betrachtung desselben erreicht worden ist. Man hat ihn früher verachtet, weil man ihm nichts abzugewinnen verstand. Die innere Sprachform hat sich den frühern Grammatikern nur in dunkeln Ahnungen offenbart. Durch die neuesten Etymologen ist sie kräftig ins empirische Bewußtsein gedrungen. Unsere Aufgabe war es hier, sie ins philosophische Bewußtsein zu erheben und dadurch zu begründen, aufzuklären und schärfer zu bestimmen. Ihre Abscheidung vom realen Denken, vom ausgesprochenen Inhalte der Rede, wird

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

411

verso dal giudizio della rappresentazione e del concetto, che il giudizio grammaticale non è né il giudizio psicologico comune della rappresentazione né il giudizio logico del concetto, risulta dal fatto che lo stesso contenuto può essere posto in un’altra forma proposizionale senza subire un mutamento. “Cesare ha superato il Rubicone” o “Cesare è oltre il Rubicone” [340] o “il Rubicone è stato superato da Cesare”: ognuna di queste proposizioni funge parimenti da espressione sia del giudizio della rappresentazione sia del giudizio del concetto.

B. La grammatica Nella precedente, dettagliata, considerazione dell’essenza e della nascita della lingua, è già stata affrontata la parte più importante del compito che ci siamo posti qui. Nel rimanente dobbiamo trarne le conseguenze per la grammatica. Anzitutto, bisogna prendere in considerazione più da vicino i principi della grammatica e la loro reciproca relazione, poi bisogna vedere come la lingua si divida nei suoi elementi grammaticali. 1. I PRINCIPI DELLA GRAMMATICA §. 114 Da tutto quel che è stato detto risultano con chiarezza due principi per la grammatica: il suono e l’autocoscienza istintiva o l’intuizione dell’intuizione; questo secondo principio, in quanto è connesso al primo, si chiama forma interna della lingua. Il suono, l’elemento corporeo della lingua, fu sempre presente alla coscienza grammaticale, sebbene a una considerazione scientifica di esso si è pervenuti solo in tempi recenti142. Prima lo si è trascurato perché non si riusciva a ricavarne nulla. La forma interna della lingua si è palesata ai grammatici di un tempo solo in oscuri presagi. Grazie ai più recenti studiosi di etimologia è penetrata vivacemente nella coscienza empirica143. Il nostro compito, qui, era di levare questa nozione a coscienza filosofica e così di fondarla, spiegarla, determinarla in modo più penetrante. La sua distinzione dal pensiero reale, dal contenuto espresso nel discorso, non presenterà più

412

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

nach unserer Auseinandersetzung keine Schwierigkeit mehr bieten. Man wird jetzt auch die vielfachen Andeutungen verstehen, die in den beiden ersten Abschnitten dieses Buches als Ergebnisse theils der Kritik, theils der Vergleichung mit der Kunst nur erst im Halblichte und mehr als Hypothese auftraten. Wir haben also jetzt einen eigenthümlichen Boden und [341] Gedankenstoff als ausschließliches Eigenthum der Grammatik gewonnen, an welchem weder Logik, noch Metaphysik, noch eine specielle Wissenschaft Antheil hat; wir haben ein Denken gefunden, das sich nach grammatischen Gesetzen hewegt. Wenn nun das instinctive Selbstbewußtsein hier als das Innere des Lautes erscheint, so müssen wir zuvörderst das Verhältniß von Innerem und Aeußerem, wie es hier zu fassen ist, näher bestimmen. Daran schließt sich die Betrachtung über das Wesen der Bedeutung und den Untersehied zwischen Sprechen und Sprache. a.Inneres und Aeußeres. §. 115. Ursprünglich ist das Innere dasjenige, was vom Aeußern umschlossen wird, und das Aeußere ist das Umschließende. Dieses Verhältniß auf das menschliche Wesen übertragen, ergab die Seele und alle geistige Thätigkeit als das Innere, welches vom Körper, dem Aeußern, eingeschlossen wird. So wurden Inneres und Seelisches, Aeußeres und Körperliches synonyme Ausdrücke. Der Mensch aber beseelte, zunächst phantastisch, später wissenschaftlich, die ganze Welt und alle Dinge in der Welt; diese erscheinen uns zwar äußerlich, hinter der äußern Erscheinung aber sollte ein Inneres verborgen sein. Gegen diese Betrachtung wurde mit Recht angekämpft. So weit die Natur reicht, ist Aeußeres; ihre Stoffe und ihre Kräfte, alles an ihr ist Aeußeres. Hier soll natürlich nicht gewissen metaphysischen Ansichten widersprochen werden, welche aller Erscheinung ein inneres Wesen zu Grunde legen; man merkt wohl, daß wir uns nur gegen Beckers Ansicht richten, wie wir sie kennen gelernt haben. Alles Wirken der Natur ist Mechanismus, Aeußerlichkeit. Die Seele, der Geist, ist das Innere. Man mag immerhin den im Keime ruhenden Trieb, der aus ihm die Wurzeln nach unten und den Stamm nach oben sendet, der aus dem Stamme Zweige und Blätter und Blüten hervortreibt, ein Inneres

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

413

alcuna difficoltà per la nostra discussione. Ora si comprenderanno anche i molteplici accenni che nelle prime due parti di questo libro sono apparsi in luce opaca e quali ipotesi, in parte come risultato della critica in parte del confronto con l’arte. Ora abbiamo dunque conseguito un terreno e [341] una materia di pensiero peculiari, di esclusiva pertinenza della grammatica, a cui non prende parte né la logica né la metafisica e nessuna scienza speciale; abbiamo trovato un pensiero che muove secondo leggi grammaticali. Ora, se l’autocoscienza istintiva appare qui come la parte interna del suono, dobbiamo anzitutto determinare con maggiore precisione il modo in cui qui va compreso il rapporto dell’interno con l’esterno. A ciò si collega la trattazione della natura del significato e la differenza tra il parlare e la lingua. a. Interno ed esterno §. 115 In origine l’interno è ciò che è circondato dall’esterno e l’esterno è ciò che circonda. Questa relazione, in rapporto all’essenza dell’uomo, impose di guardare all’anima e a tutta l’attività spirituale come un interno che è delimitato dal corpo, dall’esterno. Così interno e spirituale, esterno e corporeo, divennero espressioni sinonimiche. L’uomo però conferì un’anima, anzitutto in una prospettiva fantastica poi in una scientifica, al mondo intero e a tutte le cose del mondo: queste cose, in verità, ci appaiono esteriormente, ma dietro il fenomeno esteriore doveva celarsi un interno. Ci si è giustamente opposti a questa concezione. Ovunque giunga la natura è esterno, la sua materia e la sua forza, tutto in essa è esterno. Qui, naturalmente, non s’intende contraddire certe prospettive metafisiche secondo cui alla base di ogni fenomeno vi è un’essenza interna144; si capisce bene che noi contestiamo soltanto la prospettiva di Becker secondo quanto esposto in precedenza. Ogni operare della natura è meccanismo, esteriorità. L’anima, lo spirito, è l’interno. L’impulso sito nel seme, che genera da sé le radici verso il basso e il tronco verso l’alto, che dal tronco trae fuori i rami e le foglie e i fiori, può sempre essere chiamato un interno, ma allora si ha anche ragione di

414

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

nennen, aber dann hat man auch Recht, zu sagen, Aeußeres und Inneres sei identisch, und jedes reiche so weit, wie das andere. In der Sprache ist das Verhältniß von Innerem und Aeußerem ein anderes; denn in ihr ist wirklich ein körperliches und ein davon wesentlich völlig verschiedenes seelisches Element [342] vereinigt. Wir haben also hier Natur und Seele, zwar eine Verbindung beider, aber keine Identität. Nun ist es höchst wichtig zu erkennen, wie eng diese Verbindung ist. Es ist dies darum so wichtig, weil wir kein Mittel haben, das Innere zu erkennen, wenn nicht vermittelst des Aeußern. Die innere Sprachform ist uns nur so weit offenbar, als sie es durch die Lautform wird. Es ist also eine Grundfrage für die Grammatik: Ist die Einheit von Laut- und innerer Form so innig, daß jeder Punkt im Innern sich in einem entsprechenden Punkte des Aeußern offenbart oder ankündigt? Wenn aus dem Vorangehenden die Beantwortung dieser Frage nicht mit Bestimmtheit hervorgehen sollte: so könnte ich sie hier nicht geben. Ich denke aber, daß allerdings die unbedingte Bejahung daraus hervorgeht. Die Verbindung des Lautes mit der innern Sprachforrn, wie wir sie kennen gelernt haben als Product des Mechanismus der Seele und ihres Zusammenhanges mit dem Leibe, kann unmöglich so lose angenommen werden, daß ursprünglich etwas in der innern Sprachform liegen könnte, was nicht vollständig in der Lautform ausgeprägt wäre. Nur ein wenig erläutert mag dies noch im Folgenden werden. Wir haben gesagt, das Verhältniß zwischen der innern Sprachform und dem Laute sei wirklich das des Innern zum Aeußern, wie das Verhältniß der Seele zum Leibe. Diese Analogie bedarf näherer Bestimmung um so mehr, da das Verhältniß zwischen Seele und Leib in dem wesentlichsten Punkte Gegenstand des Streites ist. Auf diesen Streit aber brauchen wir uns nicht einzulassen. Denn in jedem Falle steht so viel fest, daß die innern seelischen und geistigen Erzeugnisse etwas Unkörperliches, Unräumliches, nicht sinnlich Wahrnehmbares sind: und ebenso ist es die innere Sprachform, welche eine bestimmte Weise des Denkens ist. Diesem Innern gegenüber steht ein Aeußeres; aber der Leib

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

415

dire che interno ed esterno sarebbero identici, e quello arriva dove giunge l’altro. Nella lingua il rapporto di interno ed esterno è diverso, poiché in essa, sono davvero uniti un elemento corporeo e un elemento [342] spirituale totalmente separato da esso. Nella lingua abbiamo dunque natura e anima, invero una connessione di questi elementi, ma non la loro identità. Ora è di estrema importanza conoscere quanto sia intima questa connessione. È così importante per il fatto che non siamo in possesso di alcun mezzo che ci consenta di conoscere l’interno se non per mezzo dell’esterno stesso. La forma interna della lingua ci si manifesta solo nella misura in cui si realizza attraverso la forma fonetica. Per la grammatica si tratta, pertanto, di una questione fondamentale: è l’unità di suono e forma interna della lingua tanto intrinseca che ogni punto dell’interno si manifesta o dà notizia di sé in un punto corrispondente dell’esterno? Se la risposta a questa domanda non dovesse emergere con precisione da quanto è stato detto, non potrei certo darla qui. Ma credo che, da quel che s’è detto, emerga una risposta incondizionatamente affermativa. La connessione del suono con la forma interna della lingua, che abbiamo appreso come prodotto del meccanismo dell’anima e della sua connessione col corpo, non può essere assunta tanto debolmente da supporre che nella forma interna della lingua possa esservi originariamente qualcosa che non sia anche perfettamente impressa nella forma fonetica. Di ciò può offrirsi di seguito soltanto un’ulteriore delucidazione. Abbiamo affermato che il rapporto della forma interna della lingua col suono si configura davvero come un rapporto di interno ed esterno, come il rapporto di anima e corpo. Questa analogia deve essere determinata più precisamente dal momento che il rapporto di anima e corpo, in relazione al suo aspetto più rilevante, è oggetto di disputa. Non è però necessario addentrarsi in questa disputa, poiché, in ogni caso, è sicuro che i prodotti psichici e spirituali interni sono qualcosa di incorporeo, di non spaziale, di non percepibile con la sensibilità, e lo è altrettanto la forma interna della lingua, la quale è un modo particolare del pensiero. Di fronte a questo interno

416

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

verhält sich doch ganz anders zur Seele, als der Laut zur innern Sprachform. Dies rührt daher, daß die Sprache schon ein Product des Zusammenhanges von Leib und Seele, des Einwirkens der Seele auf den Leib ist. Die innere Sprachform ist ein Erzeugniß der Seele, welches den Leib zum Tönen reizt; und so ist jene die Ursache, der Ton die Wirkung derselben, wiewohl der Leib nicht die Wirkung der Seele ist. [343] In der Natur, sagten wir, sei nur Aeußeres; Ursache und Wirkung, Kraft und Stoff, sind in gleicher Weise Aeußeres. Dieselben Kategorien treten auch in der Seele auf, wo alles Inneres ist. Eine Seelenerregung ist Ursache der andern; die verschiedenen Seelenerzeugnisse sind Stoffe, die mit einer verschiedenen Größe der Kraft wirken. In der Sprache aber liegt das Verhältniß vor, daß die Ursache ein Inneres ist, und die Wirkung ein Aeußeres; und so ist es in allen Bewegungen, welche auf Gedanken erfolgen, sowohl den gewollten, als auch den bloßen Reflexbewegungen. Die innere Sprachform ist also anzusehen als Ursache, als Reiz für die Erzeugung des Lautes; sie ist aber eine unbewußte, instinctive, mechanisch wirkende Ursache, in welcher an sich zunächst noch gar keine sprachliche Absicht liegt, d. h. noch nicht die Absicht, den Ton, welchen sie erzeugen wird, mit ihr zu associiren und so Lautsprache zu bilden. Erst wenn sie gewirkt, wenn sie den Laut erzeugt hat, wird eine andere Eigenthümlichkeit der Seele wirksam, welche den blind erzeugten Laut zweckgemäß, wiewohl immer noch mit Nothwendigkeit und absichtslos, verwendet. Bei diesem nothwendigen, blind bewirkten, mechanischen Zusammenhange von Laut und innerer Sprachform, wie wäre es da wohl möglich, daß ursprünglich in dieser etwas sein könnte, was in jenem nicht ertönte oder wiederklänge? Wie wäre es möglich, daß diese ein Leben für sich führte, das nicht im Laute, im Worte, sein klares Abbild fände? Diese Möglichkeit behaupten, heißt, die nothwendige – und um gegen Becker zugleich in seiner Sprache zu reden – die organische Entstehung der Sprache,

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

417

sta un esterno, ma il corpo si comporta rispetto all’anima in modo ben diverso da come il suono si comporta rispetto alla forma interna della lingua. Ciò dipende dal fatto che la lingua è già un prodotto della connessione di anima e corpo, dell’azione esercitata dall’anima sul corpo. La forma interna della lingua è un prodotto dell’anima che spinge il corpo a emettere suoni. Pertanto l’anima è la causa, il suono è l’effetto, mentre il corpo non è l’effetto dell’anima. [343] Abbiamo affermato che nella natura si darebbe soltanto qualcosa di esterno; causa ed effetto, forza e materia, sono esterni allo stesso modo. Le stesse categorie però compaiono anche nell’anima, dove tutto è interno. Una stimolazione dell’anima è causa dell’altra, i diversi prodotti dell’anima sono gli elementi materiali che operano secondo una diversa intensità della forza. Nella lingua, invece, si trova un tipo di rapporto per cui la causa è un interno e l’effetto un esterno; e così è per tutti i movimenti che seguono dai pensieri, sia quelli intenzionali sia i semplici movimenti riflessi. La forma interna della lingua deve esser dunque concepita come la causa originaria, lo stimolo per la produzione del suono. Ma si tratta di una causa operante in modo inconsapevole, istintivo, meccanico, che non ha in sé, all’inizio, alcuna intenzione linguistica, è a dire che non presenta alcuna intenzione di associare a sé il suono che essa stessa produrrà e, in questo modo, costruire una lingua fatta di suoni. Solo una volta che la forma interna della lingua opera, una volta che ha prodotto il suono, si attiva un’altra peculiarità dell’anima, quella di utilizzare in modo appropriato il suono prodotto ciecamente, per quanto utilizzarlo sempre con necessità e in modo non intenzionale. In questa connessione di suono e forma interna della lingua, necessaria, meccanica, operata in modo non intenzionale, come potrebbe accadere che nella forma interna della lingua possa esservi originariamente qualcosa che non si rifletta e prorompa nel suono? Come può accadere che questa conduca una vita isolata, che non trovi nel suono e nella parola un’immagine speculare? Affermare questa possibilità significa negare la nascita necessaria – e per esprimersi al modo di Becker, sebbene contro di lui – negare la nascita organica

418

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

die organische Natur nicht bloß des Sprechens, sondern auch des Denkens läugnen. Aber wohl gemerkt: die innere Sprachform ist es, welche so innig am Laute hängt, in ihm tönt, nicht die Bedeutung: deswegen nicht, weil die innere Sprachform dieselbe Bedeutung in mancherlei Weise anschauen kann. Denn die innere Sprachform ist nicht selbst die Bedeutung, sondern nur die instinctiv gebildete Anschauung von derselben. Ferner wird im Laufe der Zeit diese innige Verbindung von Laut und innerer Form zerrissen, weil jener verfällt, und diese sich feiner ausbildet. So wird in der englischen Sprache freilich Niemand mehr die innere Form vollständig in der Lautform finden. Aber auch hier [344] noch sind es die Reste der Lautformen und ihre Geschichte, welche die innere Form suchen und deuten lehren. b. Bedeutung. §. 116. Etwas, das auf etwas Anderes hindeutet, hinweist, so daß wir dieses Andere, obwohl es fern oder versteckt ist, dennoch aus jenem zu erkennen vermögen, bedeutet dieses Andere; und diese seine Bedeutung wird erkannt, indem wir es deuten. In diesem Sinne genommen ist alles und jedes in der Welt bedeutsam; denn jedes steht in vielseitiger Beziehung zu anderm, deutet also auf anderes. Jedes Ding, jedes Erscheinende ist eine Wirkung und bedeutet seine Ursache. Wir deuten jeden Schein auf ein Wesen, jede Eigenschaft auf ein Ding, und umgekehrt. Hiernach wäre es sehr nichtssagend, wollten wir die Sprache definiren als: bedeutsames Tönen. Denn jedes Ding, jede Bewegung, und auch speciell jedes Tönen ist im obigen Sinne bedeutsam. Es muß also noch gesagt werden, in wiefern das sprachliche Tönen ganz besonders bedeutsam genannt werde, und was es bedeute.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

419

della lingua, la natura organica non solo del parlare, ma anche del pensare. Ma bisogna sottolineare opportunamente questo: è la forma interna della lingua a essere attaccata al suono tanto intrinsecamente, è essa a risuonare in lui, non il significato; e ciò per il fatto che la forma interna della lingua può cogliere il significato in vari modi. E ciò poiché la forma interna della lingua non è il significato, ma solo l’intuizione di esso costituita istintivamente. Nel corso del tempo questa intima connessione di suono e forma interna della lingua si spaccherà, perché il suono decade e la forma interna della lingua si determina in modo più fine. Così, di certo, nessuno nell’inglese troverà ormai compiutamente, nella forma fonetica, la forma interna della lingua. Ma anche qui [344] sono le vestigia delle forme fonetiche e la sua stessa storia che permettono di cercare e individuare la forma interna. b. Significato §. 116 Qualcosa che addita, indica qualcos’altro, in modo tale che da quel “qualcosa” riusciamo a conoscere l’ “altro” – sia pur lontano o nascosto –, significa quest’ “altro”. E questo suo significato è conosciuto in ragione del fatto che lo interpretiamo. Assunto in questo senso, tutto nel mondo è portatore di significato, giacché ogni cosa si trova in una relazione molteplice con l’altra, rimanda dunque ad altro. Ogni cosa, ogni fenomeno è un effetto e significa la sua causa. Noi riconduciamo ogni apparire a un’essenza, ogni qualità a una cosa e viceversa. Dopodiché apparirebbe superfluo il voler definire il linguaggio come un risuonare che veicola significati, giacché ogni cosa, ogni movimento, e specialmente ogni emissione di suono, è nel suddetto senso portatore di significato. In più, bisogna dire in che misura i suoni linguistici sono definiti portatori di significato in senso particolare e cosa ciò significhi.

420

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

§. 117. Wie die Sprache bedeutet. Jeder Ton deutet auf ein Tönendes, welches irgendwie zum Tönen gebracht worden ist; d. h. er deutet auf eine Ursache, und seine Deutung wäre demnach seine ursächliche Erklärung. Er erzeugt aber auch eine Wirkung, und so verlangt er abermals eine Deutung. Ich meine hier die Wirkung, welche alle Wahrnehmungen auf die Seele, auf das Gefühl ausüben. Hierauf beruht zum Theil die Wirkung aller Künste; denn sie alle reden durch Anschauungen zum Gefühl. Nur ist ihre Wirkung schon zu mannigfach, ihre Anschauungen sind so zusammengesetzt, daß hier die Analyse sehr schwer wird. Aber jede einfache Empfindung wirkt auf unser Gefühl. Wie stark stimmt uns der Anblick einer Farbe oder einer Zusammenstellung mehrerer Farben! und wie noch viel mächtiger ergreifen uns einfache Töne, Geräusche! Wenn ich hier das Aechzen und Stöhnen der Leidenden anführe: so könnte man sagen, das dadurch erweckte Gefühl entstehe nur durch die Vorstellung des Schmerzes, welcher das Tönen erzeuge, nicht durch den Ton selbst. [345] Aber auch das Rauschen der Blätter, das Plätschern des Baches, das Heulen des Sturmes, kurz das Tönen der leblosen Natur, wirkt eben so auf unser Gefühl; und in Folge dessen belebte die Phantasie kindlicher Völker die Natur. Und nun erst gar die Musik, die sämmtliche Tonverhältnisse verwendet, in einer so mannigfaltigen Combination, wie sie der menschliche Geist sonst nirgends erzeugt! Diese Wirkung der Sinnes-Empfindungen auf unser Gefühl mag darauf beruhen, daß sie die Nerven in Zustände versetzen, wobei der Zusammenhang ihrer Elemente, wie auch ihr Verhältniß zum Centralorgan eigenthümlich gestaltet wird. Kommen uns nun aber die Töne, um bei diesen stehen zu bleiben, von einem lebenden, fühlenden, denkenden Wesen zu: so werden wir allemal, z. B. beim Gesang, stillschweigend voraussetzen, dieses Wesen habe das Gefühl, welches auch uns, wenn wir es hätten, veranlassen würde, eben so zu tönen. Daher ist das Gefühl, welches durch den Gesang erzeugt wird, lebendiger, aber auch gemischter, als das durch reine Instrumental-Musik erzeugte. Aber auch rücksichtlich der letztern werden wir, wenn wir uns ihre Wirkung auf unser Gemüth klar deuten wollen, wie die Aesthetik

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

421

§. 117. Come la lingua significa Ogni suono rimanda a un risuonante, il quale in qualche modo è stato indotto a emettere dei suoni. Ciò significa che rimanda a una causa originaria e ciò a cui rimanda145 sarebbe quindi la sua spiegazione causale. Esso, però, produce anche un effetto e per questo ottiene anche un’altra interpretazione. Penso qui all’azione che tutte le percezioni esercitano sull’anima, sul sentimento. Su ciò in parte poggia l’effetto di ogni arte, giacché tutte le arti, attraverso l’intuizione, parlano al sentimento. Solo che il loro effetto è così variegato, le loro intuizioni sono tanto interconnesse, che qui l’analisi diviene molto difficile. Ma ogni semplice sensazione agisce sul nostro sentimento. Quanto ci colpisce la vista di un colore o di un insieme di colori! E con che forza, finanche maggiore, ci colpiscono semplici suoni e rumori! In rapporto ai gemiti e ai lamenti del sofferente, si potrebbe dire che il sentimento ridestato da essi sorge soltanto attraverso la rappresentazione del dolore che ha prodotto il suono e non dal suono stesso. [345] Ma anche lo stormire delle foglie, il mormorare del rivo, l’infuriare della tempesta, in breve, il risuonare della natura, agisce allo stesso modo sul nostro sentimento, e in ragione di ciò la natura animò la fantasia dei popoli primitivi. Oggi è soprattutto la musica a utilizzare l’insieme dei rapporti sonori in una combinazione tanto complessa, che lo spirito umano non sarebbe mai in grado di produrre in modo diverso! Questo effetto delle sensazioni sul nostro sentimento potrebbe poggiare sul fatto che esse pongono i nervi in uno stato in cui la connessione dei loro elementi e il loro rapporto con gli organi centrali sono determinati secondo una forma peculiare. Ma se i suoni, per rimanere a essi, giungono a noi da una natura vivente, senziente e pensante, allora presupporremo implicitamente, a esempio nel canto, che quella natura abbia un sentimento che avrebbe indotto anche noi, qualora ne fossimo stati in possesso, a emettere quegli stessi suoni. Per questo il sentimento prodotto dal canto è più vivace, ma anche più spurio, di quello prodotto dalla musica strumentale. Anche in relazione alla musica strumentale, tuttavia, dobbiamo presupporre, se ne vogliamo intendere con chiarezza come fa

422

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

es thut, voraussetzen müssen, daß dieselben Gefühle, die sie in uns erregt hat, zwar nicht in den Instrumenten oder in den Musikanten, aber doch im Tondichter gewaltet und ihm solche Töne eingegeben haben, wie sie nothwendig in jedem hörenden dieselben Gefühle bewirken müssen, von denen sie verursacht sind. Bei solcher Untersuchung der innern Bedeutung der Töne fällt also die Deutung der Ursache und die der Wirkung zusammen. Eben so wie die musikalischen und Naturtöne, sind auch die Sprachtöne in doppelter Weise zu deuten: einmal von Seiten der mechanischen Causalitat, nach welcher z. B. ein Ton zurückgeführt wird auf die Schwingungen einer Saite, welche aus diesem oder jenem Stoffe besteht; in solchem oder einem andern Grade gespannt, so oder so lang und stark, irgendwie in Schwingung versetzt ist, und solchen Resonanzboden hat; das andere Mal von Seiten der innern Ursache, welche identisch ist mit der innern Wirkung. Hierdurch wird also der Grammatik die Aufgabe gestellt, zuerst die Sprache als Laute in ihrer äußern Ursächlichkeit zu erklären, ihre Entstehung durch die Sprachorgane: Lautlehre; und ferner die innere Ursache zu [346] deuten, welche zugleich die innere Wirkung im Hörenden wird: Bedeutungslehre. Die Wirkung der Sprache ist aber eben so, wie ihre Ursache eine doppelte. Wie die Sprache überhaupt ein Doppelwesen ist, so wird sie von innen her durch die Bedeutung, von außen her durch die tönenden Organe erzeugt. Und so wirkt sie auch doppelt: sie erweckt erstlich im Hörenden dieselbe Bedeutung, aus der sie hervorgegangen ist; sie wirkt aber auch außerdem noch als bloßes Tönen. Hieher gehört zunächst die Wirkung des Wohl- oder Uebellauts der Sprache, sowohl der Sprache eines Volkes, als auch des Einzelnen, der etwas Heiseres, Rauhes, Hartes, Schreiendes in seiner Stimme hat. Ferner beruht hierauf die rhythmische Schönheit der Verse, wie der Prosa, und endlich die Declamation, der pathetische Vortrag. Im Gesange nun gar wird die Sprache selbst zugleich Musik.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

423

l’estetica l’effetto sul nostro animo, che gli stessi sentimenti che essa ha stimolato in noi devono aver agito, dettandogli quei suoni, se non sugli strumenti o sui musicisti, sul compositore; allo stesso modo in cui quei suoni devono necessariamente provocare in chi ascolta gli stessi sentimenti che ne sono stati all’origine. In questa ricerca sul significato interno dei suoni, allora, l’interpretazione della causa e dell’effetto coincidono. Come i suoni musicali e quelli naturali anche i suoni linguistici devono essere interpretati in modo duplice: una volta in riferimento alla causalità meccanica secondo cui, ad esempio, un suono è ricondotto all’oscillazione di una corda fatta di questo o quel materiale, sottoposta a maggiore o minore tensione, con una certa lunghezza e resistenza, posta in una determinata oscillazione e con una particolare cassa di risonanza; un’altra volta in riferimento alla causa interna che è identica con l’effetto interno. Pertanto, alla grammatica è assegnato il compito anzitutto di spiegare la lingua come suono, nella sua causalità esterna, il suo nascere per mezzo degli organi della fonazione: la teoria del suono; e poi quello di [346] interpretare la causa interna, che diviene contemporaneamente l’effetto interno in colui che ascolta: la teoria del significato146. L’effetto della lingua, però, esattamente come la sua causa, è doppio. Come la lingua in generale ha natura duplice, così essa vien prodotta dall’interno, attraverso il significato, e dall’esterno, per mezzo degli organi fonatori. E, allo stesso modo, opera in modo duplice: essa anzitutto risveglia in colui che ascolta lo stesso significato da cui è scaturita; ma opera anche come semplice suono. A ciò soprattutto è dovuto l’effetto piacevole o greve del suono di una lingua, sia della lingua di un popolo sia della lingua di un singolo che abbia nella voce qualcosa di roco, sgradevole, duro o stridente. Su questo secondo effetto riposa anche la bellezza ritmica dei versi come quella della prosa; su esso riposano, infine, la declamazione e la recitazione drammatica. Solo nel canto la lingua diventa anche musica.

424

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

§. 118. Was die Sprache bedeutet. Verlangt man nun eine Definition von der Sprache, so würden wir sagen: sie sei das pathologische articulirte Tönen der Vorstellung und vermittelst derselben der Intelligenz und des Gefühls, des menschlichen Innern überhaupt. Als Tönen ist die Sprache von jeder stummen Aeußerung des Innern abgeschieden. Sie ist es ferner von sonstigen pathognomischen Tönen, wie Lachen, Seufzen, durch die Articulation, äußerlich genommen, und durch die Vorstellung, nach der innern Seite; denn was in jenen Tönen liegt, ist bloßes Gefühl. Dieser Umstand bewirkt auch den Unterschied zwischen Sprache und Musik. In letzterer tönt das Gefühl, aber nicht in Geräuschen, wie Lachen, Seufzen, sondern in reinen Tönen und vorzüglich vermöge der gegenseitigen Verhältnisse der Töne zu einander. Das Gefühl kann wohl auch sprachlich ausgedrückt werden; aber nicht unmittelbar, sondern nur die Vorstellung davon. Es muß angeschaut werden, wie die Empfindung; und so wird nicht das Gefühl, sondern die Anschauung des Gefühls als innere Sprachform an den Laut geknüpft. Wie denn überhaupt beachtet werden muß, daß, wenn man die Sprache bedeutsames Tönen nennt, und wenn man der Lautlehre die Bedeutungslehre hinzufügt, unter Bedeutung ein Doppeltes verstanden wird; denn unmittelbar bedeutet der Laut die innere [347] Sprachform; diese aber bedeutet den Denkinhalt, Gefühl, Anschauung, Begriff, Begierde, Wille, kurz das vorgestellte Innere. c. Sprechen und Sprachmaterial. §. 119. Die Verflechtung des Bedeuteten, der innern Sprachanschauung, und des Lautes wird immer fester. Durch das fortgesetzte Urtheilen sind eine große Fülle von Subjecten und Prädicaten, Ding- und Merkmalswörtern gebildet. Indem aber dasselbe Subject mit vielen Prädicaten, dasselbe Prädicat mit vielen Subjecten verbunden wird, indem sich die Urtheile durchkreuzen: so zerschneiden sie sich und Subjects- und Prädicatswörter zerfal-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

425

§. 118. Ciò che la lingua significa Se si richiede ora una definizione della lingua, diremmo che essa è il risuonare patologico e articolato della rappresentazione e, per suo tramite, dell’intelligenza e del sentimento, dell’interiorità umana in generale. In quanto risuonare, la lingua è distinta da ogni espressione muta dell’interno. Dagli ulteriori suoni patognomici – come il ridere, il sospirare – è distinta, dalla parte esterna, per mezzo dell’articolazione, dalla parte interna, attraverso la rappresentazione; perché quel che si trova in ogni risuonare è semplice sentimento. Questa circostanza pone anche la differenza tra la lingua e la musica. Nella musica risuona il sentimento, ma non nei rumori, nel ridere o nel sospirare, bensì nei suoni puri e più precisamente in ragione dei rapporti tra i suoni. Il sentimento può certo essere espresso anche linguisticamente, sebbene non in modo immediato, ma soltanto attraverso la sua rappresentazione. Esso deve essere concepito come la sensazione, cosicché al suono non viene collegato il sentimento, ma l’intuizione del sentimento in quanto forma interna della lingua. Deve anche essere notato in generale che quando si definisce la lingua come un risuonare che veicola significati e si aggiunge alla teoria del suono la teoria del significato, con significato s’intende qualcosa di duplice, giacché il suono significa, in modo immediato, la forma interna [347] della lingua; quest’ultima, però, significa il contenuto di pensiero, il sentimento, l’intuizione, il concetto, il bisogno, il volere, in breve l’interiorità rappresentata. c. Parlare e materiale linguistico §. 119 L’intreccio di ciò che è significato, dell’intuizione linguistica interna e del suono, diviene sempre più saldo. Con l’avanzare dei giudizi vengono costituiti una grande quantità di soggetti e predicati, di parole che indicano cose e qualità. Dal momento, però, che lo stesso soggetto è legato a molti predicati e lo stesso predicato lo è a molti soggetti, dal momento che s’incrociano, i giudizi frammentano anche se stessi, e le parole-soggetto e

426

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

len im Bewußtsein aus der Einheit des Urtheils. Eben so ergeht es den Attributen, den Objecten. So bildet sich also durch das Sprechen in der Seele ein „Schutt“, nach einem geistreichen Ausdrucke Herbarts, lauter Material, das ehemals ein Gebäude von an einander hängenden Urtheilen bildete; das Gebäude ist im Laufe der Zeit verfallen und nur die Steine und Balken liegen ohne Ordnung und Zusammenhang durch einander. Jedes Stück dieses Materials aber trägt noch die Spuren seines Zusammenhanges an sich. Nun zeigt aber derselbe Stein einen vielfältigen Zusammenhang, und dieselbe Verbindungsweise zeigt sich an mehreren Steinen und Balken in gleicher Weise. So trennt sich der Stoff, das Material selbst, von der Methode, nach welcher es gefügt war. Zum Sprachschutte gehört also Material und Fugen. Im Augenblicke des Redens greift die Seele immer von neuem nach diesem Schutte, und verwendet das Material, den daran befindlichen Fugen folgend. Das Sprachmaterial wird dargestellt in der Grammatik sowohl, als im Wörterbuche. Beide haben genau genommen denselben Inhalt, aber in verschiedener Weise behandelt. Das Wörterbuch stellt das Material auf und weist an jedem Stücke besonders seine mögliche Fügung auf; die Grammatik geht von der Fügungsweise aus, und zeigt, wie alle Stücke gefügt werden müssen. Die Praxis hat der Bequemlichkeit wegen dieses Verhältniß, wonach alles zweimal gesagt werden müßte, so umgestaltet, daß sie das Ueberflussige wegläßt und dem Wörterbuche vorzugsweise das Material, der Grammatik vorzugsweise die Fügungsweise zuertheilt. 2. HAUPTPUNKTE DER GRAMMATIK. [355] Innere Sprachform. Die innere Sprachform umfaßt sämmtliche Kategorien der Vorstellung, nach welchen das instinctive Selbstbewußtsein Anschauungen und Begriffe auffaßt. Es liegt uns hier an, einige ganz allgemeine Punkte, welche für dieselbe leitend und maßgebend werden, zu erörtern.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

427

le parole-predicato si scindono nella coscienza dall’unità del giudizio. Proprio così succede per gli attributi e i complementi oggetti. Così si costituiscono nell’anima attraverso il parlare delle “macerie” – secondo un’arguta espressione di Herbart147 – materiale fonetico, che un tempo costituiva un edificio di giudizi reciprocamente connessi, l’edificio nel corso del tempo è crollato e rimangono soltanto le pietre e le travi, senza ordine e connessione. Ogni pezzo di questo materiale, però, porta in sé ancora le tracce della sua connessione. Ora, però, la stessa pietra mostra una connessione da diversi punti di vista e lo stesso modo di connettersi è appropriato a pietre e travi diverse. Così la materia, il materiale stesso, si divide dal modo in cui era congiunto. Delle macerie della lingua fanno dunque parte materiale e giunture. Nel momento della discussione l’anima ricorre sempre a queste macerie e utilizza il materiale seguendo le giunture in esso impresse. Il materiale linguistico è presentato sia nella grammatica sia nel vocabolario. Entrambi, considerati esattamente, hanno lo stesso contenuto, ma trattato da punti di vista diversi. Il vocabolario presenta il materiale e indica per ogni parte le sue possibili giunture; la grammatica parte dai modi di connettere e mostra come tutte le parti devono essere congiunte. La prassi ha cambiato per comodità il suddetto rapporto, secondo cui tutto doveva esser detto due volte, in modo tale che fosse lasciato da parte il superfluo e assegnato al vocabolario soprattutto il materiale, alla grammatica soprattutto i modi di connessione. 2. ASPETTI PRINCIPALI DELLA GRAMMATICA148 [355] Forma interna della lingua La forma interna della lingua abbraccia l’insieme delle categorie della rappresentazione, secondo cui l’autocoscienza istintiva coglie le intuizioni e i concetti. Qui è nostro compito proporre una disamina di alcuni punti del tutto generali, per essa preminenti e decisivi.

428

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Stoff und Form. §. 125. Von relativen Begriffen und Gegensätzen überhaupt. Stoff und Form sind bezügliche Begriffe; d. h. jeder derselben wird nur mit Bezug auf den andern gedacht. Daraus folgt aber nur, daß derselbe Gegenstand des Denkens oder derselbe Begriff im Verhältnisse zu verschiedenen Begriffen, oder zwar zu demselben Begriffe, aber nach anderer Rücksicht, beziehungsweise bald als Form, bald als Stoff angesehen werden muß. Diese Verschiedenheiten der Beziehungen oder Rücksichten müssen aber klar geschieden werden, und nur eine trügerische [356] oder blöde Dialektik kann den Unterschied verwischen wollen. Dieselbe Größe kann sowohl positiv, als negativ angesehen werden; aber sofern sie als eines von beiden, etwa als negativ angenommen ist, hat sie nothwendig die positive Größe sich gegenüber und kann nicht selbst in derselben Beziehung positiv und negativ zugleich sein. Eben so verhält es sich mit Stoff und Form. Die Formbestimmung ändert nie den Stoff; ändert etwas den Stoff: so ist es Bestimmung des Stoffes, nicht der Form. Man darf die Kategorien nicht ungehörig anwenden und muß wissen, wohin eine jede gehört. Der Grundsatz der Verschiedenheit entgegengesetzter Begriffe steht a priori so fest, daß andererseits, wenn man uns eine Einheit derselben vorhält, eine zu Grunde liegende Täuschung nothwendig und a priori vorausgesetzt werden muß. Denn die Gleichheit entgegengesetzter Begriffe ist undenkbar und folglich noch weniger wirklich. Die Einheit des Widerspruches von Positivem und Negativem ist nicht „der Grund“; sondern der Grund dieser Einheit ist eine Täuschung. Allem Gegensatze muß wohl eine Einheit zu Grunde liegen; Einheit und Gegensatz sind bezügliche Begriffe, und keiner ist ohne den andern. Insofern aber zwei Begriffe entgegengesetzt sind, sind sie nicht identisch; und insofern sie identisch sind, sind sie nicht entgegengesetzt. Was der Verstand trennt, mag die Vernunft vereinigen; aber sie darf es nicht vermengen und verwirren. Denn Verstand und Vernunft sind nur dieselbe Intelligenz, die immer nach denselben logischen Gesetzen erkennt, bald scheidend, bald zusammenfassend; und diese eine Intelligenz kann nicht als Vernunft ihrer verständigen Thätigkeit Hohn sprechen.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

429

Materia e forma §. 125. Sui concetti relativi e sui contrari in generale Materia e forma sono concetti correlati; ciò significa che ciascuno di essi è pensato solo in relazione all’altro. Da ciò però segue solo che lo stesso oggetto del pensiero, o lo stesso concetto, deve essere concepito in rapporto a diversi concetti o, invero, in rapporto allo stesso concetto, ma secondo diverse prospettive, ora come forma ora come materia. Queste differenze di relazioni o prospettive devono però essere chiaramente separate e solo un’ingannevole [356] o stolta dialettica può voler cancellare la differenza. La stessa grandezza può essere concepita come positiva o negativa; ma nella misura in cui essa è assunta come una delle due, ad es. come negativa, ha di fronte a sé necessariamente la grandezza positiva e non può essere contemporaneamente positiva e negativa nello stesso rapporto. Esattamente lo stesso avviene con la materia e la forma. La determinazione formale non trasforma mai la materia, se qualcosa trasforma la materia, si tratta di una determinazione della materia, non della forma. Non si possono utilizzare le categorie in modo inopportuno e bisogna sapere ciò a cui ciascuna appartiene. Il principio della differenza di concetti contrari è tanto sicuro a priori che qualora ci fosse invece posta davanti la loro unità, alla sua base dovrebbe essere presupposta necessariamente, e a priori, un’illusione. E ciò poiché l’uguaglianza di concetti contrari è impensabile e di conseguenza irreale. L’unità della contraddizione di positivo e negativo non è il “fondamento”, ma il fondamento di questa unità è un’illusione. Alla base di ogni opposizione di contrari deve pur esservi un’unità, unità e opposizione di contrari sono concetti relativi e nessuno dei due sta senza l’altro. Nella misura in cui, però, due concetti sono contrari, non sono identici e nella misura in cui sono identici, non sono contrari. La ragione può riunire ciò che l’intelletto divide, ma non deve mischiarlo e confonderlo. E questo poiché intelletto e ragione sono soltanto la stessa intelligenza che conosce sempre secondo le stesse leggi logiche, in parte separando, in parte riunendo; e quest’unica intelligenza non può, in quanto ragione, farsi beffe della sua attività intellettuale.

430

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Dergleichen sich von selbst verstehende Dinge müssen freilich gesagt werden, wenn einmal die bis zum Wahnwitze gesteigerte, sich mit dem Widerspruche gegen den gemeinen Sinn kitzelnde Eitelkeit in die Philosophie und bis in die Logik selbst gedrungen ist; wobei man denn vor allem natürlich auch sich selbst vergißt. Denn wäre die Identität des Widerspruches denkbar, so würde, da der Widerspruch allein das Treibende in der dialektischen Selbstbewegung des sich denkenden Begriffs sein soll, diese ganze Bewegung gar nicht Statt haben, und der Geist ruhig im ersten Widerspruche zwischen Sein und Nichtsein verharren, ohne Bedürfniß aus ihm herauszutreten und fortzuschreiten. [357] Die Dialektik beruht also auf der Anerkennung der Undenkbarkeit des Widerspruchs, und da nun die dialektische Philosophie nichts anderes thut, als Widersprüche aufdecken, ohne ihnen je zu entfliehen, ohne sie je zu lösen, von ihnen im Kreise herumgejagt: so verurtheilt sie sich selbst als die Philosophie des Falschen, welche nur erst Vorbereitung der wahren Philosophie ist. Da das Gesetz des Widerspruchs unserm Geiste so unverletzlich angehört, so sucht er, so oft er sich in einem Widerspruche befangen sieht, denselben aufzulösen, indem er die ihm zu Grunde liegenden Beziehungen ändert. Diese Aenderung, Verbesserung der Beziehungen wird sich aber nicht immer durch bloße Bearbeitung der Begriffe, durch Spalten und neues Spalten bewirken lassen; sondern es werden neue Thatsachen hinzutreten, und alte Thatsachen von neuem untersucht und in neuen Begriffen erfaßt werden müssen. Wenn wir nun von Laut- und innerer Sprachform reden, also überhaupt die Sprache Form nennen: so müssen wir uns klar zu machen suchen, in welehen Beziehungen hier Stoff und Form auftreten, und wo der Stoff zur innern Sprachform liegt. §. 126. Die Sprache als Form des Gedankens. Man hat die Sprache Form des Gedankens genannt, insofern sie ihn darstellt; der Gedanke umgekehrt sei der dargestellte Inhalt. Wir können uns, denke ich, dies recht wohl gefallen lassen. Aber wir müssen uns klar vorhalten, was hierin liegt. So gut wie die Sprache Darstellung von Gedanken ist, ist auch die Bühne Darstellung der Welt, das Portrait Darstellung einer Person. So wenig das Portrait die Person selbst, so wenig die Bühne die

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

431

Ma si devono pur dire cose comprensibili quando la futilità, una volta innalzatasi fino alla follia, titillandosi con la contraddizione contro il senso comune, è penetrata nella filosofia e fin nella logica, ove naturalmente, prima d’ogni altra cosa, dimentica anche se stessa. Poiché se fosse pensabile l’identità della contraddizione, dal momento che solo la contraddizione deve essere l’elemento attivo nell’auto-movimento dialettico del concetto pensante, questo stesso movimento non avrebbe luogo per nulla e lo spirito riposerebbe staticamente nella prima contraddizione tra essere e non essere, senza il bisogno di uscire da essa e procedere. [357] La dialettica poggia dunque sul riconoscimento della non pensabilità della contraddizione e poiché la filosofia dialettica non fa altro che scoprire contraddizioni e vi gira intorno senza mai sfuggirvi, senza mai risolverle, così essa stessa si condanna come la filosofia del falso, che è soltanto la preparazione della vera filosofia. Dal momento che la legge della contraddizione appartiene al nostro spirito in modo così inviolabile, esso, ogniqualvolta rimanga imprigionato in una contraddizione, cerca di risolverla mutando le relazioni che vi stanno alla base. Questa trasformazione, questo miglioramento delle relazioni, non si lascerà però operare sempre per mezzo della semplice elaborazione dei concetti attraverso divisioni e nuove scissioni; piuttosto si presentano fatti nuovi, e i vecchi devono essere nuovamente sottoposti a ricerca e appresi in nuovi concetti149. Se noi ora discutiamo di forma fonetica e forma interna della lingua, definiamo dunque in generale forma la lingua, ebbene dobbiamo cercare di far chiarezza sul tipo di relazioni in cui si presentano qui materia e forma e chiarire dove si trovi la materia rispetto alla forma interna della lingua. §. 126. La lingua come forma del pensiero La lingua è stata chiamata forma del pensiero perché lo rappresenta; il pensiero, inversamente, sarebbe il contenuto rappresentato. Credo che questo possa essere accettato, ma dobbiamo capire con chiarezza che s’intenda con ciò. La lingua è rappresentazione del pensiero come il teatro è rappresentazione del mondo, il ritratto è rappresentazione di una persona. Come il ritratto non è la persona, come il teatro non

432

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Welt ist: eben so wenig ist die Sprache der Gedanke; sondern wie die Bühne die Welt bedeutet, eben so bedeutet die Sprache den Gedanken. Wir werden durch die Bühne sogar an einen vollen Gegensatz zwischen Wirklichkeit und Schein erinnert; denn darstellen heißt bloß den Schein erregen. Und wir wissen ja, wie oft leider Worte Gedanken nur darstellen, d. h. den Schein von Gedanken erregen. Darstellen heißt allerdings ursprünglich eine Sache hinstellen, vor Augen stellen. Niemals aber wird der Gedanke so nackt hingestellt, wie er geboren ist; nie tritt er aus dem Verstecke des Geistes, aus der Stätte seiner Empfängniß hervor. Eben darum bedürfen wir eines Darstellungsmittels, welches die [358] Person, für welche dargestellt wird, mit dem Gedanken vermittelt, mitten zwischen beide tritt. Dann sagen wir, der Gedanke werde gewissermaßen in das Mittel gelegt und in ihm zur Darstellung gebracht. Das Mittel an sich jedoch ist nicht der Gedanke selbst, sondern Zeichen desselben. So hätten wir denn zwar in der Darstellung einen Stoff und eine Form; aber diese Form, welche das Darstellungsmittel des Stoffes ist, ist gar nicht die Form dieses Stoffes. Die Bühne ist nicht die Form der Welt, das Portrait nicht die Form der Person, die Sprache nicht die Form des Gedankens, sondern Schein. Der Schein besteht eben bloß aus Form; und so ist auch die Sprache bloße Form, bei deren Betrachtung der dargestellte Inhalt nicht eingemischt werden darf. Wenn das Wort Schein nicht gefällt: so sage man, die Sprache sei die Erscheinung des Gedankens. Wie ein Stern emporsteigt und erscheint, indem er uns seine Strahlen zusendet: so erscheint uns der Gedanke, indem er unserm Ohre in zugesandten Lauten tönt. – Es sei! Aber die Strahlen sind nicht der Stern, und die Laute nicht der Gedanke. Der Inhalt hat nun aber noch an sich seine ihm eingeborene Form, abgesehen von dem Scheine, welcher ihn darstellt; und der Schein hat noch an sich einen Stoff. Um bei unsern Beispielen zu bleiben, die Welt hat ihre Formen, die mit der Bühne nichts zu thun haben; eben so der Mensch, dessen Portrait gezeigt wird. Die Bühne hat aber auch ihren Stoff: das Brettergerüste und die Schauspieler; und das Portrait hat den seinigen: Leinwand und Farbe. So hat auch der Gedanke seine Formen, die nichts mit

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

433

è il mondo, così la lingua non è il pensiero. Ma come il teatro significa il mondo, così la lingua significa il pensiero. Attraverso il teatro siamo richiamati perfino a un’opposizione totale tra realtà e apparenza perché rappresentare significa semplicemente produrre l’apparenza. E noi sappiamo quanto di frequente, purtroppo, le parole rappresentino soltanto i pensieri, è a dire producano apparenza di pensieri. Rappresentare significa tuttavia originariamente porre qualcosa, metterla di fronte150. Mai tuttavia il pensiero è posto di fronte a noi nudo, come è nato, mai si manifesta dal nascondiglio dello spirito, dai luoghi della sua concezione. Appunto per questo abbiamo bisogno di un mezzo di rappresentazione che medi tra la [358] persona, per cui qualcosa è rappresentato, e il pensiero, di un mezzo che si ponga tra essi. Allora diciamo che il pensiero in certa misura è trasferito nel mezzo e in esso è portato a rappresentazione. Il mezzo in sé, però, non è il pensiero stesso, ma segno di esso. Così avremmo nella rappresentazione una materia e una forma; ma questa forma, che è il mezzo di rappresentazione della materia, non è per nulla la forma di questa materia. Il teatro non è la forma del mondo, il ritratto non è la forma della persona, la lingua non è la forma del pensiero, ma il suo apparire. L’apparire consiste proprio nella forma e così anche la lingua è soltanto forma, alla cui considerazione non deve essere immischiato il contenuto rappresentato. Se la parola “apparire” non piace, si dica che la lingua è il fenomeno del pensiero. Come una stella s’innalza nel firmamento e appare inviandoci i suoi raggi, allo stesso modo il pensiero ci appare giacché risuona per mezzo di suoni inviati al nostro udito. – E sia! Ma i raggi non sono la stella e i suoni non sono il pensiero. Il contenuto conserva in sé la sua forma innata a prescindere dall’apparenza che lo rappresenta; e anche l’apparenza ha ancora in sé la sua materia. Per rimanere ai nostri esempi, il mondo ha le sue forme, che non hanno nulla a che fare col teatro, come le sue forme ha l’uomo di cui viene mostrato il ritratto. Ma, d’altro canto, il teatro ha la sua materia: le impalcature e gli attori; e il ritratto ha la propria: la tela e i colori. Così anche il pensiero ha le sue forme che non hanno

434

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

seinem sprachlichen Scheine zu thun haben, seine logischen und metaphysischen Formen; und so hat auch die Sprache ihren Stoff. Dieser Stoff ist das Mittel; und wir kennen ja schon das doppelte Mittel der Sprache: den Laut und das instinctive Selbstbewußtsein. Der Laut ist also gewissermaßen die Leinwand, und das instinctive Selbstbewußtsein liefert die Farben und die Zeichnung fur die Abbildung des Gedankens durch den Sprechenden. So sehen wir also auf beiden Seiten, auf Seiten des Scheines sowohl, wie des erscheinenden Inhaltes, Stoff und Form. Wie wir aber vom Bilde sagen, es sei bloß Form, deswegen weil die Form von dem Stoffe, den Farben und der Leinwand, ganz unablösbar ist; und andererseits auch Farbe und Leinwand gar [359] keinen andern Werth und keine andere Bedeutung haben, als die in ihrer Form liegt, also als Form zu sein: so ist auch die Sprache, sowohl Laut, als instinctives Selbstbewußtsein, bloß Form, oder bloß geformt. So wie Farbe und Leinwand des Bildes gar nicht als Farbe und Leinwand gelten wollen, sondern als etwas ganz anderes: so wollen auch Laut und instinctives Selbstbewußtsein für etwas anderes gelten; und hier, wie dort beruht die Geltung auf der Form, also bei der Sprache auf der bestimmten Articulation oder Lautform und der bestimmten Anschauung der Anschauung. Nun geschieht aber ferner jede Thätigkeit, jede Bewegung nach gewissen Formen, Bestimmungen, Gesetzen, Regeln, in gewissen Bahnen, Kategorien. Das Athmen geschieht durch Ausund Einathmen, welche beide man die Hauptkategorien des Athmens nennen könnte; beim Blutumlauf kommt das Zusammenziehen und Ausdehnen des Herzens, die beiden Kammern des Herzens, der Unterschied von Arterie und Vene, der Puls in Betracht, und das sind seine Kategorien oder Formen; der Tanz hat seine Schritte, kreisend oder einfaeh vorschreitend, oder auf derselben Stelle beharrend; die Metrik hat Füße, Verse, Cäsuren u.s.w.; der Tischler hobelt, sägt, fügt in einander und leimt zusammen. So hat auch die Sprache ihre Kategorien, wie Sylbe, Wort, Wortbeugung, Wortfügung, Lautgesetze und syntaktische Gesetze. Wir haben hier einen Unterschied aufgestellt, der besonders bei der groben Vergleichung mit dem Tischler klar wird, zwischen formender Thätigkeit und der dadurch erzeugten Form. Das Hobeln, Sägen, u.s.w. sind die formbildenden Thätigkeiten,

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

435

nulla a che fare con l’apparire linguistico, le sue forme logiche e metafisiche; e, d’altro canto, la lingua ha la sua materia; e conosciamo già il duplice mezzo della lingua: il suono e l’autocoscienza istintiva. Il suono è dunque in certa misura la tela e l’autocoscienza istintiva fornisce i colori e il disegno per l’immagine del pensiero prodotta dai parlanti. Così vediamo da entrambe le parti, tanto dalla parte dell’apparire, come da quella del contenuto che appare, materia e forma. Come dell’immagine, tuttavia, diciamo che è pura forma, per la ragione che la forma è del tutto inseparabile dalla materia, dai colori e dalla tela e, d’altra parte, anche i colori e la tela non hanno nessun altro [359] valore e nessun altro significato da quello che risiede nella forma, ovvero non hanno nessun altro valore a parte quello di essere forma; così la lingua, tanto il suono quanto l’autocoscienza istintiva, è mera forma o semplicemente formata. Come i colori e la tela del quadro non vogliono per nulla valere come colori e come tela, ma come qualcosa di completamente differente; così il suono e l’autocoscienza istintiva vogliono valere per qualcosa d’altro. Sia qui sia lì, il valore poggia sulla forma; nella lingua poggia dunque sull’articolazione, o forma fonetica determinata, e sulla specifica intuizione dell’intuizione. Ora, però, ogni attività, ogni movimento, si realizza anche secondo certe forme, determinazioni, leggi, regole e seguendo certi binari, secondo precise categorie. Il respirare avviene attraverso l’espirazione e l’inspirazione, che si potrebbero chiamare le categorie fondamentali del respiro; nella circolazione sanguigna sono implicati il contrarsi e il dilatarsi del cuore, entrambi i ventricoli, la differenza di arterie e vene, il battito, e queste sono le sue categorie o forme; la danza ha i suoi passi, giri, semplici avanzamenti o lo stesso rimaner fermi; la metrica ha piedi, versi, cesure etc.; il falegname pialla, sega, incastra e incolla. Così anche la lingua ha le sue categorie come sillaba, parola, flessione, costrutto, leggi fonetiche e sintattiche. Abbiamo messo in evidenza una differenza che diventa chiara in particolare nel suddetto paragone con il falegname, quella tra l’attività formativa e la forma così prodotta. Il piallare, il segare etc. sono attività elargitrici di forma, attività attraverso cui una forma sorge in una materia, attraverso cui è

436

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

wodurch eine Form an einem Stoffe, ein geformtes Ding entsteht. Beim Tanze beschreibt der Fuß und der ganze Körper Linien in der Luft und auf dem Boden; diese Linien sind die geformten Dinge, die Ergebnisse der formbildenden Bewegung des Fußes und des Körpers. So scheint es nun, als erhielten wir eine doppelte Classe der Kategorien: Bestimmungen der Form, welche für die Dauer als Erfolge gewisser Bewegungen entstanden sind; und Bestimmungen dieser gestaltenden Bewegungen selbst. So würden für die Sprache die Lautgesetze die Bestimmungen der Bewegung sein, durch welche die feste Wortform entsteht; die Wortfügung hat eben so ihre Gesetze und durch sie entstehen die Casus, Redetheile u. s. w. als gebildete [360] Formen. Der Sprachforscher jedoch erkennt auf seinem Gebiete, für die Sprache, diesen Unterschied nicht an. Für die deutschen Sprachforscher ist es ja nun wohl schon eine gemeine Bemerkung, daß die Sprache kein fertiges Werk ist, daß sie gar kein ruhendes Dasein hat, sondern reine Thätigkeit, bloße Bewegung ist. Nichts in der Sprache ist starr, alles flüssig; und so ist auch das Wort und die bestimmte Bewegungsform des Wortes nur die fließende Form einer Thätigkeit, ein Schritt des Sprachganges, der verschwindet, wenn er vorüber ist; der keine materialen Spuren zurückläßt, sondern bloß dynamische in der Seele; der wohl wiederholt werden kann, aber dann eben so materialiter verschwindet, und nur dynamisch zurückbleibt. Der Laut, d. h. die allgemeine Fähigkeit des Lautens, und das instinctive Selbstbewußtsein sind der Stoff, die Dynamis, der Sprache; das wirkliche Sprechen ist die Energie; die Sprachform, sowohl Laut- als innere Form, ist die Entelechie, d. h. die Bewegung, welche die Dynamis zur Wirklichkeit umgestaltet, den Stoff formt. Aber Energie und Entelechie sind nur verschiedene Auffassungen desselben Wesens. Die Sprachform ist allemal bewegtes Leben, dessen Wirken seine Geburt, dessen Sein Wirken ist. Denn die Sprache ist ein geistiges Wesen; und im Geiste ist nichts Wirkung, ist alles Wirken. §. 127. Stoff und Form in der Sprache. Abgesehen also davon, daß man die allgemeine Fähigkeit zur Sprache als Stoff, die Verwirklichung als Form ansehen kann, haben wir innerhalb der Sprache noch keinen Unterschied zwischen

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

437

prodotto un oggetto formato. Nella danza il piede e l’intero corpo disegnano linee nell’aria e sul pavimento, queste linee sono gli oggetti formati, i risultati del movimento plasmatore del piede e del corpo. In tal modo pare che si ottengano due classi di categorie: determinazioni della forma che sono sorte, per la durata, come risultati di certi movimenti; e determinazioni dei movimenti formativi stessi. Così, per la lingua, le leggi del suono sarebbero le determinazioni del movimento attraverso cui sorge la forma stabile della parola. Il costrutto sintattico ha, esattamente allo stesso modo, le sue leggi e attraverso di esse sorgono il caso, le parti del discorso etc. come forme costruite [360]. Il linguista, tuttavia, non accetta nel suo territorio, per la lingua, questa differenza. Già ora fa parte del patrimonio generale di conoscenze del linguista tedesco il fatto che la lingua non è un prodotto stabile, che non ha un’esistenza in quiete, ma è pura attività, semplice movimento. Niente nella lingua è fisso, tutto è fluido; così anche la parola e la forma dello specifico movimento della parola rappresentano solo la forma mobile di un’attività, un passo nel cammino della lingua, che scompare una volta che quello è trascorso; che non lascia nell’anima tracce materiali, ma solo dinamiche; che può certo esser ripetuto, ma poi, allo stesso modo, scompare dal punto di vista materiale e rimane solo in senso dinamico. Il suono, è a dire la capacità universale di emettere suoni, e l’autocoscienza istintiva sono la materia, la dynamis, della lingua; il parlare reale è l’energia; la forma della lingua, tanto quella del suono quanto quella interna, è entelechia, è a dire il movimento che trasforma la dynamis in realtà, che forma la materia. Ma energia ed entelechia sono solo concezioni diverse della stessa essenza. La forma della lingua è sempre vita in movimento il cui operare è la sua nascita, il cui essere è l’operare suo. La lingua è dunque un’essenza spirituale e nello spirito nulla è effetto, tutto è operare. §. 127. Materia e forma nella lingua A prescindere dal fatto che l’universale capacità di parlare si può considerare come materia e la realizzazione come forma, non possiamo tuttavia trovare all’interno della lingua

438

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Stoff und Form auffinden können. Die Sprache ist also nichts als Form; ihr Stoff, der Gedanke, liegt außer ihr. Sie ist darum reine Form, weil sie bloße Anschauung, Darstellung, Schein des Gedankens ist. Der Gedanke aber enthält Stoff und Form: Stoff, wie er ihn durch Sinnesempfindungen und Gefühle erlangt; Form, wie der Geist sie nothwendig jenem Stoffe anthut, indem er denselben auffaßt – denn die geistige Auffassung ist nur Formung des durch die Sinne von außen gewonnenen Stoffes. In der Sprache nun ist der Schein von beiden Elementen des Gedankens, vom Stoff und von der Form. Die Sprache ist also Darstellung oder Form sowohl des Gedankenstoffes, als der Gedankenform. Hätten wir nun etwa hiermit schon den Unterschied von materialen und formalen Elementen der Sprache gewonnen? Schwerlich! [361] Die Sprache bleibt immer noch rein formal; Stoff und Form des Gedankens aber sind beide in gleicher Weise für die Sprache ihr Stoff. Sie mögen für uns, die Logiker, sie mögen an sich verschieden sein – was kümmert das die Sprache? Sie ist Form für beide in gleicher Weise; sie sind nicht für die Sprache verschieden. Das mag ein Beispiel klar machen und bestätigen. Alle Bewegung ist Formänderung: die Bewegung ist rein formal und eben darum eine Abstraction, die nur in lebendiger Einheit mit dem Stoffe wirklich ist. Beobachtet spielende, ringende Knaben; beobachtet die Wellen des Wassers, der Kornfelder: ihr habt den bleibenden Stoff in Bewegung, d. h. in fortwährend sich ändernder Form. Die Sprache schaut den Stoff und die Form an; ein Wort bezeichnet den Stoff: die Knaben, das Wasser, ein anderes die Form: spielen, wogt. Wer hat nun je gesagt, die Verba seien Formwörter? und doch bedeuten alle Verba und alle Merkmalwörter Formverhältnisse; sind sie darum Formwörter? O ja, antworte ich, wenn man will. Nun sind aber, wie wir gesehen haben, alle Wörter der Sprache, auch die Ding- und Thätigkeitswörter, ursprünglich Merkmalwörter, Adjectiva oder Adverbia; folglich besteht die Sprache bloß aus Formwörtern, und so wären

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

439

nessuna distinzione di materia e forma. La lingua, dunque, non è nient’altro che forma; la sua materia, il pensiero, si trova al di fuori di essa. Essa è pertanto pura forma, giacché è mera intuizione, rappresentazione, apparenza del pensiero. Il pensiero, però, contiene materia e forma: materia, che ottiene attraverso le sensazioni e i sentimenti; forma, che esso stesso assegna necessariamente a quella materia, comprendendola – giacché la comprensione spirituale è soltanto formazione della materia ottenuta dall’esterno per tramite dei sensi. Ora, nella lingua vi è solo l’apparire dei due elementi del pensiero, della materia e della forma. La lingua è dunque rappresentazione o forma tanto della materia del pensiero quanto della sua forma. Ora, avremmo già con ciò conseguito la differenza di elementi formali e materiali della lingua? Ben difficilmente! [361] La lingua rimane sempre puramente formale; materia e forma del pensiero, però, costituiscono per la lingua, allo stesso modo, la sua materia. Siano materia e forma differenti per noi, per i logici, lo siano pure in sé, – in che modo ciò riguarderebbe la lingua? Essa rimane forma per entrambi allo stesso modo, per la lingua materia e forma non sono diversi. Ciò può venir chiarito e confermato da un esempio. Ogni movimento è mutamento di forma: il movimento è puramente formale ed esattamente per questo è un’astrazione, la quale è reale soltanto nell’unità vivente con la materia. Osservate i fanciulli che giocano e fanno alla lotta, osservate le onde dell’acqua, dei campi di grano, avete sempre la materia avanzante in movimento, è a dire in una forma che viene mutandosi progressivamente. La lingua intuisce la materia e la forma, una parola indica la materia: i fanciulli, l’acqua, un’altra, la forma:giocano, ondeggia. Chi ha mai detto che i verba siano parole provviste di forma? Nondimeno, tutti i verba e tutte le parole caratterizzanti rimandano a rapporti di forma; sono per questo parole provviste di forma? O di certo, rispondo, se si vuole. Ma, come abbiamo visto, tutte le parole della lingua, anche le parole che indicano oggetti e le parole che indicano azioni, sono originariamente parole caratterizzanti, adjectiva o adverbia; di conseguenza la lingua consiste solo di parole provviste di forma151 e così ci troveremmo di nuovo, come

440

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

wir wieder auf demselben Punkte, wie vorhin, zu behaupten, die Sprache sei rein formal, enthalte nur formale Elemente. Wir haben nun aber doch schon den Punkt gefunden, auf den es ankäme, wenn die Sprache in sich einen Unterschied zwischen Form und Stoff, materialen und formalen Elementen, ausgebildet haben sollte. Es käme nämlich nur darauf an, daß der Unterschied von Stoff und Form, welcher im Gedanken, sowohl an sich, als für den Logiker, vorliegt, auch für die Sprache werde; d. h. daß nicht nur alle Elemente des Gedankens von der Sprache angeschaut und gleichmäßig dargestellt werden, sondern daß dieselbe zugleich den Unterschied der materialen und formalen Momente des Gedankens anschaue und auch diesen Unterschied darstelle. Die Sprache bliebe also ihrer unveränderlichen Natur gemäß rein formal; sie wäre aber theils Form des Gedankenstoffes, theils Form der Gedankenform; und zwar dies nicht bloß für uns, sondern sie müßte es auch an sich und für sich selbst sein. Das instinctive Selbstbewußtsein muß den Unterschied von materialen und formalen Momenten des Gedankens aufgefaßt haben, und demgemäß auch als Trieb [362] auf den Laut eingewirkt und dem Laute den erkannten Unterschied eingehaucht haben. Die Sprache kann nicht den Unterschied als ein drittes selbständiges Element neben dem Stoff- und Formelement darstellen; sondern sie muß ihren Elementen, welche den Stoff des Gedankens darstellen, und ihren Elementen, welche die Form desselben darstellen, eine verschiedenartige Färbung oder Schattirung geben, damit hieraus dem Sprechenden selbst, wie dem Hörenden, der Unterschied zwischen den formalen und materialen Elementen des Gedankens auch aus den Worten zart entgegentönt; damit nicht bloß die Gedankenelemente selbst vollständig im Laute erscheinen, sondern so, daß sie zugleich ihrer verschiedenen Natur entsprechend in verschiedenem Lichte erscheinen. Die Sprache erreicht dies durch die den Wurzeln angefügten Endungen: die Wurzel bedeutet den Stoff, die Endung die Form. Stoff oder Form in der Sprache ist also dasjenige, was für sie als das eine oder das andere gilt, was sie als das eine oder das andere darstellt, was in ihr und für sie als das eine oder das andere erscheint; beides unterscheidet sich nicht so, wie wir die Sache ansehen, nicht wie die Zergliederung des Gedankens an sich die Sache beurtheilt. Dieser Unterschied zwischen der Sprache und

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

441

prima, al punto di affermare che la lingua sia solo puramente formale, contenga soltanto elementi formali. Ma siamo ormai giunti al punto a cui si perverrebbe se la lingua stessa avesse dovuto costituire in sé una differenza tra forma e materia, elementi materiali e formali. Potrebbe dipendere, infatti, soltanto da ciò che la differenza di forma e materia che è posta nel pensiero – sia in sé, sia per il logico – sia posta anche per la lingua; è a dire che non solo tutti gli elementi del pensiero siano intuiti e simmetricamente rappresentati dalla lingua, ma che quest’ultima intuisca anche contemporaneamente la differenza dei momenti materiali e formali del pensiero e rappresenti anche questa differenza. La lingua rimarrebbe dunque, secondo la sua natura immutabile, puramente formale, sarebbe però in parte forma della materia del pensiero, in parte forma della forma del pensiero; e dovrebbe essere ciò, invero, non solo per noi, ma anche in sé e per sé. L’autocoscienza istintiva deve aver colto la differenza dei momenti materiali e formali del pensiero e deve aver operato in modo corrispettivo anche nel dare impulso [362] al suono, insufflandovi la differenza conosciuta. La lingua non può rappresentare la differenza come un terzo elemento autonomo vicino a quello materiale e formale, ma deve conferire ai suoi elementi che rappresentano la materia del pensiero, e a quelli che ne rappresentano la forma, una diversa tinta e ombreggiatura, affinché da ciò, anche per mezzo delle parole, risuoni tenuemente, per colui che parla e per chi ascolta, la differenza tra elementi formali e materiali del pensiero. Deve farlo in modo tale che non solo nel suono compaiano in modo completo gli elementi stessi del pensiero, ma che essi appaiano contemporaneamente in luce diversa, rispecchiandone la diversa natura. La lingua raggiunge questo effetto per mezzo delle desinenze aggiunte alle radici: la radice significa la materia, la desinenza la forma. Materia e forma nella lingua è dunque ciò che per essa vale come l’una o come l’altra, ciò che essa rappresenta come l’una o come l’altra, ciò che in essa e per essa si manifesta come l’una o come l’altra. Le due si distinguono non come cogliamo la cosa noi, non come valuta la cosa la suddivisione del pensiero in sé. Questa diversità tra la lingua e la nostra analisi logica è

442

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

unserer logischen Analyse ist ungeheuer und setzt eine tiefe Kluft zwischen Sprach- und reiner Gedankenanalyse, zwischen Grammatik und Logik. Ich wiederhole das schon angeführte Beispiel: alle Merkmale und Bewegungen sind Formbestimmungen für die Logik; für die Grammatik sind sie materiale Elemente, weil die Sprache, das instinctive Selbstbewußtsein, jene Formbestimmungen als materiale Elemente der Anschauung auffaßt und vorstellt. Das Substantivum als Subject gilt der Sprache für das Ding an sich, für die Substanz, also den Stoff vorzugsweise. Der Inhalt dieser Substanz aber wird gerade in den Merkmalwörtern erfaßt; auch diese sind also Stoffwörter. §. 128. Formwörter und formlose Sprachen. Wir hätten oben bei der Darstellung des Satzes die Redetheile der Sprache zu entwickeln gehabt, oder hätten es weiter unten zu thun. Dies würde uns aber weiter in das Einzelne geführt haben, als hier unsere Absicht ist darauf einzugehen. Wir setzen also die Redetheile hier voraus, und fragen nur, wie sie sich zu Stoff und Form verhalten. Nun ist es aber gar keine [363] Frage, daß Substantiva und Verba, wie auch Adjectiva und Adverbia, Stoffelemente sind. Wie steht es aber mit dem Pronomen? Ich habe heute noch die Ansicht, die ich schon in den einleitenden Bemerkungen zu meiner Schrift De pronomine relativo ausgesprochen, daß die Pronomina Stoffwörter sind. Die Sache ist mir zu wichtig – denn die Eintheilung der Sprachen in formlose und Formsprachen, also der Kern der Classification der Sprachen beruht hierauf – als daß ich nicht hier dabei verweilen müßte. Ich habe meine Ansicht aus Humboldt geschöpft, ein Umstand, dessen ich mir damals, als ich sie zuerst aussprach, gar nicht bewußt war. Um dies Versehen wieder gut zu machen, werde ich hier an Humboldt anknüpfen und die betreffenden Stellen aus seiner Einleitung angeben. Sie finden sich nämlich S. 332. (oder CCCXLVIII.), 275 (oder CCXCI.), wo bestimmt das Pronomen von dem Personalzeichen am Verbum geschieden wird. Nun sagt zwar Humboldt nicht, worin der Unterschied liege, und doch gilt ihm derselbe für so groß und wichtig, daß hierauf im Wesent-

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

443

enorme e pone una voragine profonda tra analisi linguistica e pura analisi del pensiero, tra grammatica e logica. Ripeto l’esempio già portato: tutti i caratteri e i movimenti sono per la logica determinazioni formali, per la grammatica sono invece elementi materiali, perché la lingua, l’autocoscienza istintiva, coglie e rappresenta quelle determinazioni formali come elementi materiali dell’intuizione. Il substantivum in quanto soggetto, vale per la lingua come la cosa in sé, come la sostanza, quindi solitamente come materia. Il contenuto di questa sostanza è colto proprio, però, nelle parole caratterizzanti, anche queste dunque sono parole materiali. §. 128. Parole provviste di forma e lingue prive di forma Se su, nel prendere in considerazione la rappresentazione della frase, avessimo dovuto sviluppare le parti del discorso della lingua o se dovessimo continuare a farlo nel seguito, la cosa ci avrebbe condotto ulteriormente a casi singoli, come se qui fosse nostra intenzione occuparci di questo. Piuttosto, diamo qui per presupposte le parti del discorso e chiediamoci solo come si comportino rispetto alla materia e alla forma. Ora, non vi è dunque alcun [363] dubbio che substantiva e verba, così come adjectiva e adverbia siano elementi materiali152. Ma come stanno le cose in merito al pronomen? Ancora oggi sono dell’opinione, come ho già detto nelle osservazioni introduttive al mio scritto De pronomine relativo153, che i pronomina siano parole che esprimono una determinazione linguistica materiale. La questione per me è di estrema importanza – giacché la partizione delle lingue in lingue provviste di forma e prive di forma, è a dire il principio della classificazione poggia su ciò – sebbene qui non mi sia dato soffermarmi su questo aspetto. Ho tratto il mio punto di vista da Humboldt, una circostanza di cui allora, quando la espressi per la prima volta, non ero consapevole. Per correggere questa svista, mi collegherò qui a Humboldt e citerò i punti esatti dalla sua Introduzione. Si trovano, infatti, a p. 332 (o CCCXLVIII) e 275 (o CCXCI), dove il pronomen è separato con decisione dalla persona del verbum154. Ora, Humboldt invero non dice dove stia la differenza, eppure essa è per lui tanto grande e importante che la

444

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

lichsten die Reinheit und Vollkommenheit oder Unreinheit und Unvollkommenheit der Sprachen beruht. Wir glauben nun aber nicht bloß die Sache, sondern Humboldts Sinn, sein sprachwissenschaftliches Gefühl zu deuten, indem wir annehmen, daß die Pronomina ursprünglich Stoffwörter sind, die Personalendungen dagegen formale Elemente. Daher haben alle Sprachen, welche das Pronomen mit dem Particip verbinden, z. B. statt amo nur ego amans sagen, wie alle hinterasiatisehe Sprachen, das Tibetische, Mandschurische, Mongolische mit inbegriffen, alle diese Sprachen, sage ich, haben keine Verbalflexion, keine Formen, sind formlose Sprachen. Was ist denn wohl für ein Unterschied zwischen amo und ego amans? ist es denn so wesentlich, daß dort das Element für ego mit der Verbalwurzel verbunden, hier von ihr getrennt ist und für sich bleibt? Diese lautliche Beschaffenheit an sich ist sehr gleichgültig, und auf solche Merkmale eine Classification der Sprachen gründen heißt auf Sand bauen. Wir sagen „ich spreche“ in zwei völlig getrennten Wörtern, die aber doch nur eine Verbalform und eine ganz reine Form bilden; während jene Völker, und sprächen sie selbst egºamans, immer noch keine Form hätten; denn j’aime ist nicht reinere Form, [364] als je parle. So wenig also je parle weniger vollkommene und reine Form ist, als j’aime: so wenig würde auch ein mongolisches, tibetisches u.s.w. eg amans mehr Form sein, als ego amans. Nicht der Laut, sondern die innere Sprachform ist das Entscheidende; denn sie ist es, die dem Laute seinen Werth, seine Geltung und Bedeutung giebt: der Laut ist bloß Zeichen der innern Sprachform. Der innere Unterschied aber zwischen ego amans und amo besteht darin, daß uns dort ein Pronomen als Subject neben einem Merkmalsworte, also zwei Stoffwörter ohne formales Element gegeben sind; hier aber, in amo, ein Merkmal, eine Thätigkeit, ausgedrückt durch ein Stoffwort, welches durch seine Form in Beziehung zu einer Person gesetzt ist. Zwischen Pronomen und Personalendung herrscht der Unterschied, daß jenes eine wirkliche Person als ein materiales Wesen bedeutet: ich heißt der hier jetzt sprechende Mensch, du heißt der hier jetzt angeredete Mensch, er, sie, es das jetzt hier besprochene Wesen;

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

445

purezza e la perfezione o la mancata purezza e l’imperfezione delle lingue poggia essenzialmente su ciò. Non crediamo solo d’interpretare la cosa, ma il senso, il sentimento linguistico di Humboldt, se assumiamo che i pronomina siano originariamente parole che esprimono una determinazione linguistica materiale, le desinenze personali al contrario elementi formali. Pertanto tutte le lingue che legano il pronomen al participio, ad es. invece di amo dicono ego amans, come tutte le lingue interasiatiche, comprese il tibetano, il manduco, il mongolo, tutte queste lingue, dico, non hanno flessione verbale, non hanno forme, sono lingue prive di forma. In cosa consiste, ora, la differenza tra amo ed ego amans? È poi così essenziale che lì l’elemento che sta per ego è connesso con la radice verbale e che qui rimane separato da essa? Questa struttura sonora in sé è indifferente ed erigere su queste caratteristiche una classificazione delle lingue significa costruire sulla sabbia. Noi diciamo “ich spreche” in due parole completamente divise, che però costituiscono una sola forma verbale e una forma completamente pura; mentre quei popoli, dicessero pure proprio egºamans, sarebbero ancora prive di forma; e ciò perché j’aime non è una forma più pura [364] di je parle. Così come je parle non è forma meno perfetta e pura di j’aime, nemmeno un mongolico, tibetano, etc. eg amans avrebbe più forma di ego amans. Non il suono, ma la forma interna della lingua è decisiva, giacché è lei che assegna al suono il suo valore, la sua validità e il suo significato: il suono è semplicemente segno della forma interna della lingua. La differenza interna, però, tra ego amans e amo, consiste nel fatto che nel primo è dato un pronomen in quanto soggetto accostato a una parola di qualità155, sono dunque date due parole che esprimono determinazioni linguistiche materiali senza elemento formale; qui invece, in amo, un carattere, un’attività, è reso attraverso una parola che esprime una determinazione linguistica materiale, la quale, attraverso la sua forma, è posta in relazione alla persona. Tra pronomen e desinenza personale vige la differenza che il pronomen indica la persona reale come un’essenza materiale, io significa l’uomo che sta parlando, tu significa l’uomo a cui ci si sta rivolgendo, lui, lei, esso le essenze di cui si sta parlando, non sono for-

446

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

sind das nicht lauter Stoffelemente? Im Pronomen wird also ein Stoff*, eine Person angeschaut, und zwar als redende, angeredete oder besprochene unterschieden. Das Pronomen ist ein abstractes Wort, ohne Zweifel. Ist aber Person, Rede, Schönheit, Scharfsinn weniger abstract? Es sind abstracte Stoffe. Das Pronomen hat zum Inhalt die Person und bezeichnet dieselbe nach ihrem dreifach möglichen Bezuge zum Inhalt der Rede. Die Personalendung aber bezeichnet nur diesen Bezug, und nicht die Person, den Stoff selbst. Sie bezeichnet die Beziehung der Thätigkeit auf die Persönlichkeit, oder sie drückt die persönliche Beziehung der Thätigkeit aus. Für das instinctive Selbstbewußtsein ist jede Thätigkeit an eine Person geknüpft, selbst wenn es diese Person nicht kennt, wie in: es blitzt. Die Persönlichkeit, oder die Verknüpfung der Thätigkeit mit derselben, ist also eine Form, die jeder Thätigkeit, welche als wirklich gedacht wird, nothwendig zukommt; eine Kategorie derselben, so nothwendig wie die Zeit. Und diese Kategorie ist dreifach: erste, zweite und dritte Person. Liegt in amo, amat ein Subject? Nein! denn es liegt nur die Thätigkeit und ihre Beziehung auf ein Subject vor. Der [365] Satz aber ist doch vollständig; denn das fehlende Subject wird nothwendig hinzugedacht, da die Thätigkeit nur in Bezug auf dasselbe ausgesprochen wird. Wir fassen uns zusammen. Es sei eine Anschauung gegeben, z. B. die eines laufenden Hundes. Das instinctive Selbstbewußtsein tritt hinzu und erhebt diese Anschauung in das Gebiet der Vorstellung, indem es das Ding von dem Merkmal, der Bewegung, scheidet, also aus der einen Anschauung zwei Vorstellungen bildet, welche aber im Satze wieder vereinigt werden: der Hund läuft. Alle Sprachen stehen insofern auf der Stufe der Vorstellung, daß sie die einheitliche Anschauung in zwei Wörtern als Zeichen für zwei Vorstellungen auffassen. Hiermit aber ist bloß der Stoff der Vorstellung bezeichnet, wie ihn die Anschauung liefert. Das instinctive Selbstbewußtsein erfaßt nun aber nicht bloß die Elemente, welche den Stoff der Anschauung ausmachen, sondern * Sollte es nöthig sein ausdrücklich zu versichern, daß ich nicht glaube daß die Pronomina von Verbalwurzeln abgeleitet sind?

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

447

se questi elementi sonori materiali? Nel pronomen, dunque, viene intuita una materia* 156, una persona, e questa è distinta come colui che parla, che ascolta o di cui si parla. Il pronomen è, senza dubbio, una parola astratta. Ma tuttavia persona, discorso, bellezza, acume, sono parole meno astratte? Esse sono materia astratta. Il pronomen ha come contenuto la persona e la designa secondo la sua triplice possibilità di connessione al contenuto del discorso. La desinenza personale, invece, designa solo questo riferimento e non la persona, non la materia stessa. Designa la relazione dell’azione alla personalità o esprime la relazione personale dell’azione. Per l’autocoscienza istintiva ogni azione è connessa alla persona, anche quando essa non conosce questa persona come nel caso di lampeggia. Il carattere personale, o la connessione dell’azione con il carattere personale, è dunque una forma che si confà necessariamente a quella azione che è pensata come reale, una categoria di essa, tanto necessaria quanto il tempo. E questa categoria è triplice: prima, seconda e terza persona. Vi è in amo, amat un soggetto? No! È presente solo l’attività e la relazione a un soggetto. La [365] frase però è completa giacché il soggetto mancante è apportato dal pensiero in modo necessario dal momento che l’attività è espressa soltanto in relazione a esso. Riassumiamo. Sia data un’intuizione, ad es. quella di un cane che cammina. Entra l’autocoscienza istintiva e innalza questa intuizione alla sfera della rappresentazione, distinguendo la cosa dalla caratteristica, dal movimento, costruendo così, da una sola intuizione, due rappresentazioni che tuttavia vengono nuovamente riunite nella frase: il cane cammina. Tutte le lingue sono al livello della rappresentazione, per il fatto che l’intuizione unitaria è colta in due parole come segni che stanno per due rappresentazioni. Con ciò però è designata soltanto la materia della rappresentazione così come la offre l’intuizione. L’autocoscienza istintiva, tuttavia, non coglie solo i due elementi che costituiscono la materia * Dovrebbe essere necessario assicurare esplicitamente che non ritengo che i pronomi sono derivati da radici verbali?

448

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

auch die Beziehung dieser Elemente auf einander. Der Hund wird also als Subject bezeichnet und dadurch sogleich nicht absolut, sondern in Bezug auf eine Thätigkeit vorgestellt; umgekehrt wird auch wieder die Thätigkeit nicht absolut, sondern in Bezug auf das Subject als die Person gesetzt. So sind beide Vorstellungen geformt. Aber nicht im Geiste aller Völker hat das instinctive Selbstbewußtsein diese Macht gehabt, sowohl den Stoff der Anschauungen, als auch die Form ihrer Elemente in der Vorstellung zu erfassen; und solche Völker und Sprachen haben wohl Pronomina, aber keine Personalendungen, also keine geformten Verba; in Folge dessen auch keine geformten Substantiva, folglich keine Form. Man sieht also, daß die Formen der Sprache, der Wörter, Formen der Vorstellung bezeichnen, daß diese aber weder logische Beziehungen der Begriffe, noch auch nur reale Beziehungen den Dinge sind, sondern ein eigenthümliches Product des instinctiven Selbstbewußtseins. Es ist eben darum auch gar nicht unumgänglich nöthig, daß reale Beziehungen der Dinge durch Beziehungen der Wörter bezeichnet werden; denn es kommt erst noch darauf an, wie das instinctive Selbstbewußtsein die gegebene Anschauung, z. B. eines A hinter einem B, auffaßt: ob es nämlich überhaupt die reale Beziehung von A und B mit in die Vorstellung aufnimmt, und selbst wenn es dies thut, ob es die Beziehung der Dinge als eine Form derselben, oder als [366] ein drittes Stoffelement der Anschauung vorstellt neben den beiden Dingen, welche zwei andere Stoffelemente der Anschauung sind. So giebt es also Sprachen, welche die Anschauung „A hinter B“ als drei Stoffelemente darstellen: „A Rücken B“, oder in welcher Ordnung sie nun diese Elemente aufstellen mögen. Solche Sprachen stellen die gegebene Form als Stoff dar, und sind also formlose Sprachen. [373] C. Verschiedenheit der Sprachen. Wir haben versucht, die Sprache überhaupt entstehen zu sehen, in ihrem Entstehen ihr Wesen und Wirken zu erkennen, aus ihrem Wesen die Principien der Grammatik abzuleiten, und nach diesen Principien einige Hauptpunkte derselben zu ergründen.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

449

dell’intuizione, bensì anche la relazione reciproca di questi elementi. Il cane è pertanto designato come soggetto, e non per questo è rappresentato come soggetto assoluto, ma in rapporto a un’azione; d’altra parte anche l’azione non è posta in modo assoluto, bensì in relazione al soggetto in quanto persona. Così sono formate entrambe le rappresentazioni. Ma l’autocoscienza istintiva non ha avuto nello spirito di tutti i popoli questo potere di rilevare nella rappresentazione tanto la materia delle intuizioni, quanto la forma dei loro elementi; e quei popoli e quelle lingue in cui ciò non è accaduto hanno sì pronomina, ma non hanno desinenze personali, è a dire verbi provvisti di forma; di conseguenza non hanno neanche substantiva provvisti di forma, dunque non hanno forma. Si vede dunque che le forme delle lingue, delle parole, designano forme della rappresentazione, ma che queste non sono né relazioni logiche del concetto né semplici relazioni reali tra le cose, ma un prodotto peculiare dell’autocoscienza istintiva. Esattamente per questo non è per nulla indispensabile che le reali relazioni delle cose siano designate da relazioni delle parole. Ciò dipende anzitutto dal modo in cui l’autocoscienza istintiva comprende l’intuizione data, ad es. di una A dietro una B: se essa in generale accoglie nella rappresentazione la reale relazione di A e B e, se lo fa, se rappresenta la relazione delle cose come una forma che appartiene loro o come [366] un terzo elemento materiale dell’intuizione accanto alle due cose, che sono gli altri due elementi materiali dell’intuizione. Ci sono dunque lingue che rappresentano l’intuizione “A dietro B” come tre elementi materiali “A (alle) spalle (di) B” o in qualsivoglia ordine possano esse disporre questi elementi. Tali lingue rappresentano la forma data come materia e sono pertanto lingue prive di forma. [373] C. Diversità delle lingue Abbiamo cercato di cogliere in una prospettiva generale come sorge la lingua, di riconoscere nel suo sorgere la sua essenza e il suo operare, di derivare dalla sua essenza i principi della grammatica e di sondare, secondo questi principi, alcuni

450

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

[374] Bei letzterer Gelegenheit war es schon nicht mehr möglich, von der Verschiedenheit der Sprachen abzusehen. Die Natur dieser Verschiedenheit haben wir uns jetzt klarer zu machen. 1. GRUND DER SPRACHVERSCHIEDENHEIT. Zuerst fragt es sich: worin liegt die Verschiedenheit der Sprachen? und wie ist sie möglich? bei der Einheit der menschlichen Natur und des menschlichen Geistes! Sie liegt sowohl in den einzelnen Lauten und der Weise ihrer Aneinanderreihung, also in der Lautform an sich, als auch in der innern Sprachform an sich, und auch in der Verbindung dieser mit jener, so daß dieselbe Vorstellung in den verschiedenen Sprachen verschiedene lautliche Bezeichnung findet. §. 132. Verschiedenheit in der Lautseite der Sprachen. Was zuerst die verschiedene Erzeugung der Laute betrifft, so ist offenbar, daß die eine Sprache Laute hat, die der andern ganz fehlen, und umgekehrt. Streng genommen aber läßt sich geradezu behaupten, daß keine Sprache auch nur einen Laut mit der andern wirklich und vollkommen gemein hat. Man vergleiche z. B. das französische und englische Alphabet: jeder Consonant und jeder Vocal der einen Sprache lautet anders, als der entsprechende der andern. Valentin (Grundriß der Physiologie des Menschen, §. 1428) sagt: „Die physiologische Prüfung der einzelnen Laute in den verschiedenen Sprachen und Dialekten kann viele Fragen der vergleichenden Sprachkunde aufklären... Jeder Dialekt beruht auf einer eigenthümlichen Einstellung, auf einer besondern Erziehung der Sprachwerkzeuge. Es erklärt sich hieraus, weshalb gewisse Reihen von Lauten eigenthümlicher klingen oder nicht, warum eine bestimmte fremde Sprache von den Angehörigen des einen Landes leichter und besser, als von denen eines andern gesprochen wird, aus welchem Grunde einzelne Accente der Muttersprache nachklingen. Solche physiologische Betrachtungen erläutern häufig die Schicksale, denen dasselbe Wurzelwort im Laufe der Zeiten oder in verschiedenen verwandten Sprachen unterworfen wurde, und selbst manche Verhältnisse der Quantität oder Metrik in überraschender Weise.“

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

451

dei suoi aspetti fondamentali. [374] Già in rapporto a ciò, non era quasi più possibile trascurare la diversità delle lingue. Ora dobbiamo chiarire la natura di questa diversità. 1. RAGIONE DELLA DIVERSITÀ DELLE LINGUE Anzitutto ci si chieda: in cosa consiste la diversità delle lingue? e come è possibile, data l’unità della natura umana e dello spirito umano? La diversità sta sia nei singoli suoni e nel modo di ordinarli, ovvero nella forma fonetica in sé, sia nella forma interna della lingua in sé e altresì, nella connessione di questa con quella, ragion per cui la stessa rappresentazione trova in lingue diverse una differente designazione fonetica. §. 132. Diversità nel lato fonetico delle lingue Per ciò che concerne la produzione dei suoni, anzitutto è evidente che una lingua possiede suoni che mancano del tutto alle altre e viceversa. In senso rigoroso, tuttavia, si può perfino affermare che nessuna lingua ha realmente e perfettamente in comune anche solo un suono con le altre. Si paragonino, ad esempio, l’alfabeto francese e inglese, ogni consonante e vocale di una delle due lingue risuona in modo diverso da quella corrispondente dell’altra. Valentin (Grundriß der Physiologie des Menschen, §. 1428)157 dice «l’esame fisiologico dei singoli suoni in lingue e dialetti diversi può chiarire molte questioni della linguistica comparata … Ogni dialetto poggia su una disposizione peculiare e su una peculiare educazione degli organi della fonazione. Da ciò si spiega perché certe serie di suoni si configurino in modo più o meno caratteristico, perché una specifica lingua straniera è parlata più facilmente e meglio da coloro che appartengono a un certo paese piuttosto che da quelli di un altro, per quale ragione riecheggino alcuni suoni della lingua madre. Queste considerazioni fisiologiche spiegano spesso in modo sorprendente le evoluzioni a cui è soggetta la stessa radice della parola nel corso dei tempi o in lingue diverse tra loro imparentate, e spiegano anche alcuni rapporti di quantità e metrica».

452

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Ich sollte meinen, nicht bloß die „eigenthümliche Einstellung der Sprachwerkzeuge“, sondern auch ihre Form müsse bei [375] verschiedenen Völkern verschieden sein, und beide müssen sich wechselseitig bestimmen. Wie nicht bloß die Gesichtszüge des Engländers, sondern auch die ganze Form des englischen Kopfes etwas Eigenthümliches hat, ebenso müssen auch seine Sprachorgane in entsprechender Weise eigenthümlich gebildet sein. Nun weiß man auch, wie eine gewohnte Arbeit die Entwickelung der Glieder, die bei derselben vorzüglich beschäftigt sind, in auffallender Weise bestimmt und diese Glieder besonders formt. Ein englisches Kind also, das im ersten Lebensjahre nach Frankreich gebracht würde und die französische Sprache als Muttersprache erlernte, und ein anderes, das in Rußland russisch lernte, müßten beide ganz anders entwickelte und geformte Sprachorgane bekommen, als die Engländer, aber auch andere, als die Franzosen und Russen, und jedes müßte andere Organe haben, als das andere. Meßbar freilich, anatomisch bestimmbar, mögen diese Verschiedenbeiten nicht sein. Kann man aber einen mongolischen und einen europäischen Kopf ansehen und meinen, sie hätten nicht verschiedene Sprachorgane? Die Sprachen erscheinen lautlich immer noch ähnlicher, als man nach kraniologischen Verschiedenheiten vermuthen dürfte. Daß dieselben Wahrnehmungen sich bei den verschiedenen Völkern in verschiedenen Lauten reflectiren, kann eben so wenig Wunder nehmen, als daß der Zorn und jeder andere Affect, jede Leidenschaft, sich auf verschiedenen Gesichtern doch ganz verschieden offenbart, und bei den Menschen verschiedene pathologische Erfolge hat. Den Einen treibt der Zorn zum Toben; dem Andern benimmt er den Athem, daß er nicht sprechen kann; dem Dritten erregt er einen Erguß der Galle. Kurz alles Leiden des Leibes in Folge von Seelenerregungen zeigt sich so mannigfach gestaltet je nach der individuellen Constitution des Leibes, daß die Verschiedenheit der Lautreflexe auf dieselben Wahrnehmungen bei verschiedenen Völkern nicht auffallen kann.

GRAMMATICA, LOGICA E PSICOLOGIA

453

Sarei portato a ritenere che in [375] popoli diversi non solo debbano esser diverse le «disposizioni peculiari degli organi fonatori», ma anche la loro forma ed entrambe debbano determinarsi reciprocamente. Come non hanno qualcosa di caratteristico solo i tratti del viso degli inglesi, ma anche la forma complessiva della loro testa, così anche i loro organi fonatori devono essere costituiti, rispettivamente, in modo caratteristico. Ora, si sa pure come un lavoro costante determini in modo decisivo lo sviluppo delle componenti che vi sono coinvolte e contribuisca a formare queste componenti. Un bambino inglese, dunque, che fosse portato in Francia nei primi anni di vita e imparasse il francese come lingua madre e un altro, che imparasse il russo in Russia, dovrebbero, per questo, ricavarne organi della fonazione sviluppati e costituiti diversamente da quelli degli altri bambini inglesi, ma differenti anche da quelli dei francesi e dei russi, e ognuno dei due dovrebbe avere organi diversi dall’altro. Ma queste diversità non possono essere misurabili, determinabili da un punto di vista anatomico. È però possibile osservare la testa di un mongolo e di un europeo e credere che non abbiano organi differenti della fonazione? Le lingue dal punto di vista fonetico appaiono sempre più somiglianti di quanto si potrebbe supporre a partire dalle differenze nella forma del cranio. Il fatto che le stesse percezioni in popoli diversi si riflettano in suoni diversi, non può suscitare più meraviglia del fatto che la collera e ogni altro sentimento e passione si manifestano in modo del tutto differente su volti diversi e producono nell’uomo effetti patologici disparati. La collera porta uno all’agitazione, all’altro toglie il respiro fino a impedirgli di parlare, al terzo provoca un travaso di bile. In breve, ogni affezione del corpo derivata da stimolazioni dell’anima si manifesta con una ben diversa configurazione a secondo della costituzione fisica individuale, cosicché non può certo stupire la diversità, presso popoli differenti, di suoni riflessi provocati dalle stesse percezioni.

454

SEZ. I - FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

§. 133. Verschiedenheit in der innern Sprachform. Der wesentlichste Punkt der Sprachverschiedenheit beruht auf der innern Sprachform, auf der Weise, wie das instinctive Selbstbewußtsein die Anschauungen sich aneignet und in Vorstellungen umsetzt. Wir haben oben die Sprache mit der sogenannten angeborenen Idee, d. h. den allgemeinen Kategorien der geistigen Thätigkeit [376], zusammengestellt. Dies ist auch rücksichtlich des allgemeinsten Punktes, auf dem die Sprache beruht, nämlich des Wandels der Anschauung in die Vorstellung, durchaus richtig. Ueber diesen Punkt hinaus aber bricht ein Unterschied hervor. Man vergesse nicht, daß die Vorstellung ein Doppeltes in sich schließt; denn sie ist die durch eine sprachliche Anschauung dargestellte Anschauung. Die sprachliche Anschauung ist Mittel; die durch dieses Mittel dargestellte Anschauung ist der Inhalt und die eigentliche Sache der Vorstellung. Nennen wir nun diese Anschauung des Inhaltes vorzugsweise Vorstellung, so müssen wir sagen, daß es zwar für die Klarheit und vollkommene Entwikkelung der Vorstellung zum Begriffe höchst förderlich ist, wenn sie von einer parallel laufenden Entwickelung des sprachlichen Mittels, der innern Sprachform, begleitet wird; ja nach dem Einflusse, den die Sprache auf das Denken ausübt, wie wir ihn oben kennen gelernt haben, dürfen wir sicher behaup