Dizionario della Resistenza. Storia e geografia della liberazione [Vol. 1] 8806146890, 9788806146894

I protagonisti, le famiglie, i luoghi, gli scioperi, le forze armate, i rapporti con l'estero, le formazioni partig

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Dizionario della Resistenza. Storia e geografia della liberazione [Vol. 1]
 8806146890, 9788806146894

Table of contents :
Indice......Page 8
Introduzione......Page 22
Nota ai testi.......Page 26
Parte prima......Page 34
Antifascismo......Page 36
Crisi del regime fascista......Page 51
L’armistizio dell’8 settembre 1943......Page 63
L’occupazione tedesca in Italia......Page 74
Repubblica sociale italiana......Page 97
Il Regno del Sud......Page 109
La Resistenza in Europa......Page 129
Internamento militare italiano......Page 144
Deportazione dall’Italia (aspetti generali)......Page 155
Deportazione razziale: la persecuzione antiebraica in Italia, 1943-45......Page 172
I partigiani all’estero: la Resistenza fuori d’Italia......Page 179
La campagna d’Italia 1943-45......Page 224
Corpo italiano di liberazione......Page 238
Guerra partigiana......Page 248
Natura e funzione storica dei Comitati di liberazione......Page 260
Gli alleati e la Resistenza......Page 273
Rappresaglie , stragi, eccidi......Page 285
Resistenza civile......Page 299
Resistenza e territorio......Page 314
Stampa della Resistenza......Page 322
Chiesa e clero cattolico......Page 331
Liberazione......Page 354
Diritto e legislazione di guerra......Page 369
Parte seconda......Page 392
Basilicata, Calabria, Campania, Puglia......Page 394
Napoli......Page 407
Abruzzo......Page 419
Lazio......Page 431
Roma......Page 443
Marche......Page 455
Umbria......Page 474
Toscana......Page 486
Firenze......Page 496
Emilia Romagna......Page 501
Bologna......Page 514
Liguria, Genova......Page 518
Piemonte......Page 532
Torino......Page 542
Valle d’Aosta......Page 550
Lombardia......Page 555
Milano......Page 566
Veneto......Page 577
Zona Prealpi (Alpenvorland: Bolzano, Trento e Belluno)......Page 587
Bolzano e Alto Adige......Page 591
Belluno......Page 597
Trento e provincia......Page 603
Litorale Adriatico......Page 613
Udine......Page 626
Trieste......Page 630
Gorizia......Page 635
La provincia di Lubiana......Page 638
Istria......Page 640
Sardegna......Page 643

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Dizionario della Resistenza

Storia e geografia della Liberazione

Dizionario della Resistenza

Dizionario della Resistenza A cura di Enzo Collotti, Renato Sandri e Frediano Sessi

I Storia e geografia della Liberazione n Luoghi, formazioni, protagonisti

Dizionario della Resistenza A cura di Enzo Collotti, Renato Sandri e Frediano Sessi Volume primo Storia e geografia della Liberazione

Giulio Einaudi editore

Opera realizzata con la collaborazione della Coop Italia Consorzio nazionale delle cooperative di consumatori

© 2000 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino Redazione: Anna Maria Farcito. Segreteria editoriale: Laura Piccarolo www.einaudi.it IS B N 8 8 - 0 6 - 1 4 6 8 9 - 0

Indice

p . XXI XXV

xxvn

Introduzione Nota ai testi Elenco delle abbreviazioni

Storia e geografia della Liberazione Parte prima LUIGI GANAPINI

Antifascismo 5 7 9

io 13 15 16

19

La fine dello stato liberale L’emigrazione politica in Francia Il «socialismo liberale» di Giustizia e libertà L’attività clandestina del Pedi Espansione del fascismo in Europa e nuove strategie di opposizione Guerra civile di Spagna e antifascismo italiano Regime e società: i volti del malcontento prima dell’8 settembre 1943 Nota bibliografica LUIGI GANAPINI

Crisi del regime fascista 20

23 25 27 29 3°

La «guerra parallela» La destituzione di Mussolini Le componenti politiche Le componenti economiche Il disagio sociale Nota bibliografica

Indice

vm

GIORGIO ROCHAT

L’armistizio dell’8 settembre 1943 p. 32 33 35 36 38 39 40

I termini della questione Le trattative per l’armistizio La proclamazione dell’armistizio La mancata difesa di Roma II collasso delle forze armate Un bilancio Nota bibliografica -

40

ILIO MURACA

La divisione A cqui ENZO COLLOTTI

L’occupazione tedesca in Italia 43 44 49 54 58

Come maturò l’occupazione Obiettivi e struttura dell’occupazione I rapporti con la Rsi Sviluppi dell’occupazione Nota bibliografica

58 60

- Alpenvorland Nota bibliografica

60 63

- Adriatisches Kiistenland Nota bibliografica

63

- Organizzazione Todt

64

- Kesselring Albert PIER PAOLO POGGIO

Repubblica sociale italiana 66 67 68 70 73 76

La formazione della Repubblica sociale italiana (Rsi) II Partito fascista repubblicano Le forze armate della Rsi Ideologia e politica Vecchie e nuove interpretazioni Nota bibliografica GLORIA CHIANESE

Il Regno del Sud 78 80

I presupposti della formazione del Regno La «Resistenza breve». Gli eccidi e le rivolte

Indice p. 84 87 88 90 91 94 95

II governo alleato e la monarchia I Cln meridionali I mass media: le radio libere e la stampa Le epurazioni Crisi economica e disagio sociale Nota bibliogràfica - Bari e il I Congresso dell’Italia liberata ENZO COLLOTTI

La Resistenza in Europa 98 100 101 103 104 106 108 110 112

Identità e differenza nei movimenti di Resistenza in Europa La Resistenza in Polonia II caso francese La Resistenza nei Balcani Unione Sovietica e Germania: aspetti diversi della Resistenza in Europa Gli alleati e la Resistenza La « Resistenza passiva » II ruolo della stampa clandestina e del movimento operaio Nota bibliografica NICOLA LABANCA

Internamento militare italiano 113 115 117 119

Gli internati militari italiani nel contesto della prigionia di guerra La sorte degli Imi tra Salò e Berlino La vicenda umana degli Imi Nota bibliografica - ALESSANDRO NATTA

12o

La Resistenza taciuta : Giuseppe Lazzati BRUNELLO MANTELLI

Deportazione dall’Italia (aspetti generali) 124 127 128 130 131 134 137 138 140 140

«Deportazione» e «deportati». Per una definizione del concetto II sistema concentrazionario nazista nell’ultima fase della seconda guerra mondiale II sistema concentrazionario fascista La macchina della deportazione degli italiani: alcuni dati complessivi La prima fase: 8 settembre - 30 novembre 1943 Dal dicembre 1943 all’agosto 1944 Dall’agosto 1944 all’aprile 1945 La deportazione dall’Adriatisches Kiistenland e il campo della Risiera di San Sabba La liberazione dei campi e il ritorno dei deportati Nota bibliografica

ix

Indice

X

LILIANA PICCIOTTO

Deportazione razziale: la persecuzione antiebraica in Italia, 1943-45 p. 141 142 144 145 147

La legislazione antiebraica fascista Le prime deportazioni ad Auschwitz La Carta di Verona e l’ordine di polizia del 30 novembre 1943 La «questione ebraica» in Italia dal 1944 a fine guerra Nota bibliografica ILIO MURACA

I partigiani all’estero: la Resistenza fuori d’Italia 148 152 155 161 164 170 176 180 183 185 191 191

Presupposti e modalità della Resistenza all’estero Iugoslavia La divisione italiana partigiana Garibaldi Località di maggiore interesse della Resistenza italiana in Iugoslavia Alcuni protagonisti della Resistenza in Iugoslavia Albania Grecia Isole del Mar Egeo Corsica Francia Conclusione Nota bibliografica GIORGIO ROCHAT

La campagna d’Italia 1943-45 193 194 195 196 198 199 201 202 204 205

La pianificazione strategica degli alleati L’Italia nella strategia tedesca Lo sbarco in Sicilia Lo sbarco di Salerno Verso la linea Gustav Cassino La continuazione della campagna La linea Gotica L’offensiva finale Nota bibliografica NICOLA LABANCA

Corpo italiano di liberazione 207 209 210

Le Forze armate italiane dopo l’8 settembre La marina e l’aeronautica La crisi dell’esercito

In d ice p. 212 213 215

Forze armate e Resistenza: una coesistenza difficile II ruolo dell’esercito nel Regno del Sud Nota bibliografica - FREDIANO SESSI

215

Gruppo Cremona MARIO GIOVANA

Guerra partigiana 217 219 222 223 225 228

La nascita del movimento partigiano Prerogative della guerriglia partigiana “Apprendistato” e disciplina dei militanti Autonomia d’azione e unità d ’intenti Lo scenario della guerra partigiana Nota bibliografica ENZO COLLOTTI

Natura e funzione storica dei Comitati di liberazione 229 231 233 234 235 236 239 240 241

Nascita e sviluppo dei Comitati di liberazione II dibattito all’interno dei Cln II Comitato centrale di liberazione nazionale di Roma (Ccln) II Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai) Alleati, governo e Cln, un dibattito aperto I colloqui di Roma e la delega al Clnai II dibattito delle « cinque lettere » lim iti imposti all’azione del Cln Nota bibliografica DAVID ELLWOOD

Gli alleati e la Resistenza 242 244 247 251 253

II quadro di riferimento I servizi segreti: N. 1 Special Force e Office of Strategie Services Le fasi La storiografia Nota bibliografica ENZO COLLOTTI - TRISTANO MATTA

Rappresaglie, stragi, eccidi 254 256 264 267

Introduzione Tipologia e periodizzazione Memoria e storiografia Nota bibliografica

xi

xn

Indice ANNA BRAVO

Resistenza civile p. 268 271 274 276 279 282

Forme di lotta La Resistenza e la figura femminile II senso comune storiografico II concetto di resistenza civile Resistenza civile e resistenza delle donne Nota bibliografica ANDREA ROSSI

Resistenza e territorio 283 285 287 289 290

I primi tentativi di resistenza e l’esempio balcanico II presupposto territoriale Le fasi della lotta e il controllo del territorio Le forze partigiane e la conoscenza del territorio Nota bibliografica GIANNI PERONA

Stampa della Resistenza 291 293 295 296 297 298 299

Definizione I produttori dei testi Gli stampatori e i diffusori I destinatari e il pubblico reale I contenuti Le forme della comunicazione Nota bibliografica M IMMO FRANZINELLI

Chiesa e clero cattolico 300 304 309 314 321

La guerra, cuneo tra Chiesa e regime L’impegno dell’episcopato per la moderazione del conflitto II clero dinanzi alla Rsi e al movimento partigiano I cappellani partigiani Nota bibliografica LUCIANO CASALI - GAETANO GRASSI

Liberazione 323 324 326

La questione istituzionale II dibattito politico «Liberazione»: gli altri significati del termine

Indice p. 326 328 329 333 334

La lotta partigiana durante l’inverno 1944-45 I Cln e gli alleati: un confronto critico Aprile 1945: la liberazione dell’Italia del Nord Conclusione Nota bibliografica -

334

PAOLO EM ILIO T AVIANI

L ’insurrezione dì Genova ETTORE GALLO

Diritto e legislazione di guerra 338 339 341 345 347 349 355 359

Istituzione del diritto internazionale bellico Le Convenzioni di Ginevra Gli altri trattati fra 1919 e 1945 L’assetto normativo nel ventennio fra le due guerre II Tripartito e la violazione reiterata dei trattati L’istituto della rappresaglia La legislazione di guerra dopo il 1945 Nota bibliografica

Parte seconda GLORIA CHIANESE

Basilicata, Calabria, Campania, Puglia 363 363 365 367 370 374

Assetto sociopolitico nel Mezzogiorno La protesta contadina in Calabria Le sollevazioni in Basilicata Fermento politico e lotta sociale in Puglia La resistenza e le rivolte in Campania Nota bibliografica GLORIA CHIANESE

Napoli 376 378 381 383 385 387

La “guerra totale” Da “guerra totale”a “guerra di sterminio” Sentimento antitedesco e antifascismo politico Le Quattro giornate: modalità della rivolta La “pace dimezzata” Nota bibliografica

xm

Indice LUIGI PONZIANI

Abruzzo

39i

393 396 398

399

Rievocazione e retorica resistenziale Il passaggio del fronte in Abruzzo Le condizioni di vita della popolazione La riaffermazione del fascismo Le connotazioni della Resistenza in Abruzzo L’internamento e il domicilio coatto Nota bibliografica GIANCARLO MONINA - GABRIELE RANZATO

Lazio 400 402 4°3 405 406 407 407 408 409 410 411

La scarsa diffusione della Resistenza nel Lazio Civitavecchia Viterbese e Alto Lazio Bassa Sabina Reatino Valle dell’Aniene Monti Prenestini Castelli Romani Ciociaria Il mancato coordinamento delle forze resistenziali Nota bibliografica GABRIELE RANZATO

Roma 412 413 4i 5 418 420 421 423

I caratteri della resistenza romana La difesa della città I partiti antifascisti durante l’occupazione tedesca L’inasprimento della lotta dopo lo sbarco alleato di Anzio L’attentato di via Rasella e le Fosse Ardeatine La liberazione Nota bibliografica PAOLO GIOVANNINI - DORIANO PELA

Marche 424 A

Territorio e popolazione II governo della Rsi e l’occupazione tedesca L’organizzazione delle bande partigiane

Indice p. 431 440 441 441

Le fasi di una lotta aspra e cruenta I campi di internamento Conclusione Nota bibliografica GIANFRANCO CANALI

Umbria 443 445 447 450 452 454

Formazione del movimento partigiano Sviluppo ed espansione delle forze partigiane Ruolo politico e militare delle formazioni La «lotta alle bande» La “grande stagione” della Resistenza umbra Nota bibliografica NICOLA LABANCA

Toscana 455 457 458 459 461 463 464

Connotazione della Resistenza in Toscana Le ragioni politiche Le prime formazioni partigiane II contesto di espansione del movimento partigiano La lotta di liberazione e le stragi nazifasciste La liberazione di Firenze Nota bibliografica NICOLA LABANCA

Firenze 465 466 468 469

Antifascismo e forze politiche Le azioni di lotta La liberazione della città Nota bibliografica

LUCIANO CASALI

Emilia Romagna 470 472 476 478 480 482

Le ragioni sociali, politiche e umane dell’antifascismo emiliano e romagnolo I primi passi della lotta partigiana La Resistenza in pianura La lotta armata La Resistenza sull’Appennino Nota bibliografica

xv

XVI

Indice LUCIANO CASALI

Bologna p. 483 484 486

Fascismo e opposizione Le modalità della Resistenza bolognese Nota bibliografica ANT ONIO GIBELLI

Liguria, Genova 487 489 492 494 497 500

L’inizio della lotta armata La resistenza politica e la lotta in città Le lotte operaie Lo sviluppo del partigianato L’insurrezione Nota bibliografica MARIO GIOVANA

Piemonte 501 503 504 506 507 508 510

Caratteri della Resistenza in Piemonte I Comitati politici e militari L’azione delle bande armate partigiane Le «zone libere» II difficile autunno-inverno 1944-45 I giorni della liberazione Nota bibliografica MARIO GIOVANA

Torino 511 513 516 518

La situazione sociopolitica Le agitazioni operaie Le fasi conclusive della lotta e la liberazione della città Nota bibliografica MARIO GIOVANA

Valle d’Aosta 519 520 522 523 523

L’impulso autonomista e le forze resistenziali L’incremento della lotta partigiana Le premesse al riconoscimento dell’autonomia Gli ultimi mesi di guerra Nota bibliografica

Indice LUIGI BORGOMANERI

Lombardia p. 524 525 527 530 533 534

Le condizioni sociopolitiche L’occupazione nazista e la repressione Le fasi organizzative del movimento di Resistenza La lotta partigiana Gli ultimi combattimenti Nota bibliografica LUIGI BORGOMANERI

Milano 535 537 540 541 545

Antifascismo e formazione del movimento partigiano Lotta operaia e lotta armata L’autunno-inverno 1944-45 L’insurrezione e la liberazione della città Nota bibliografica JEAN PIERRE JOUVET - RENATO SANDRI

Veneto 546 547 549 551 553 554 555

L’attenzione nazifascista al Veneto occupato La formazione delle bande partigiane Le missioni alleate La svolta dell’autunno-inverno 1944-45 La banda Carità Le componenti sociali e religiose Nota bibliografica CARLO ROMEO - LEOPOLD STEURER

Zona Prealpi (Alpenvorland: Bolzano, Trento e Belluno) 556 557 558

II ventennio fascista Le «opzioni» del 1939 La Zona d ’operazione delle Prealpi CARLO ROMEO - LEOPOLD STEURER

Bolzano e Alto Adige 560 561 562 563

I venti mesi della Zona d ’operazione delle Prealpi (Zop) II Cln dell’Alto Adige La liberazione La resistenza tedesca

xvn

xvm p. 564 565

Indice La Resistenza nel dopoguerra Nota bibliografica FERRUCCIO VENDRAMINI

Belluno 566 567 568 571

Occupazione e amministrazione nazista Le formazioni partigiane Le tragiche vicende de)l’autunno-inverno 1944-45 e ^ liberazione Nota bibliografica JEAN PIERRE JOUVET

Trento e provincia 572 574 575 577 579 581

II Trentino nefl’Alpenvorland dopo l’8 settembre La formazione delle bande partigiane 1944. Gli arresti, gli eccidi e le rappresaglie Gli episodi della lotta armata Per una valutazione della Resistenza in Trentino Nota bibliografica GALLIANO FOGAR

Litorale Adriatico 582 584 585 589 590 592

L’invasione della Iugoslavia e la guerriglia autoctona La costituzione del Litorale Adriatico L’azione armata e le «zone libere» Le fasi finali della lotta di liberazione e la repressione iugoslava Alcuni dei principali eccidi e distruzioni da parte tedesca e fascista Nota bibliografica MARCO PUPPINI

Udine 595 596 596 598

Le formazioni partigiane Le zone libere La lotta armata e le implicazioni politiche Nota bibliografica GALLIANO FOGAR

Trieste 599 600 601

Regime fascista e antisemitismo L’estendersi della guerriglia Friedrich Rainer e l’«arbitraggio» nazista

Indice p. 601 603

I contrasti politici e la guerra di liberazione Nota bibliografica MARCO PUPPINI

Gorizia 604 605 606 606

La situazione sociopolitica La lotta italoiugoslava al nazifascismo La liberazione e l’amministrazione iugoslava Nota bibliografica MILAN PAHOR

La provincia di Lubiana 607 608

L’annessione al Regno d’Italia II potenziale economico GALLIANO FOGAR

Istria 609 609 61 o 611

Requisiti della provincia istriana II fascismo e la guerra La lotta di resistenza Nota bibliografica LUISA MARIA PLAISANT

Sardegna 612 613 614 617

Configurazione dell’antifascismo in Sardegna La «resistenza mancata» II contributo dei combattenti sardi alla guerra di liberazione Nota bibliografica

x ix

Introduzione

Consapevoli che Dizionario è opera che in sé implica, tra l’altro, defi­ nizioni, categorie, elenchi disposti secondo un preciso ordine, il più delle volte «per bene intendere le cose» (come suggerisce Leonardo - Codice di Windsor 19086), abbiamo creduto di dovere proporre come titolo per il no­ stro lavoro di sintesi e di riflessione sulla Resistenza questo primo lemma, per indicare non tanto una somma di varie parole e significati, presi in sen­ so diacronico e sincronico, un’opera che si limiti a elencare e classificare, circoscrivendo fatti e concetti, ma piuttosto la presenza di voci, lemmi e percorsi, a volte anche con ordine alfabetico, che consentano, nel loro in­ sieme, di intendere e se si vuole interpretare (informare, descrivere, inter­ rogare, problematizzare) un fenomeno storico al tempo stesso cosi studia­ to (in Italia e all’estero) e così controverso, indagato e letto per molti anni dopo la fine della guerra da punti di vista che hanno cercato non solo di rac­ contare fatti ed eventi, ma di spiegarli a partire da a priori logici o ideolo­ gici che, spesso, ne hanno influenzato le forme della memoria e della storia (si veda al proposito il saggio di Claudio Pavone e Adriano Ballone, La Re­ sistenza: un percorso storiografico, in Appendice, voi. II). Tanto che ancora oggi sembra difficile parlare o scrivere di Resistenza italiana, con il dovu­ to distacco che merita ogni periodo che già appartiene al passato storico e alla memoria collettiva di un intero popolo. L’accentuazione geografica accanto a quella storica ci sembra rappresen­ ti inoltre uno spiccato elemento di novità per un’opera complessiva come questa, e non solo perché rompe l’idea cristallizzata e diffusa di una Resi­ stenza dal carattere unitario (che da tempo gli studi e le ricerche degli sto­ rici avevano abbandonato), ma perché dà spazio a una notevole mole di la­ vori regionali e locali che in questi ultimi anni hanno contribuito a resti­ tuire complessità e veridicità a un fenomeno ancora lontano dall’essere compreso e analizzato appieno in ogni suo risvolto. Prende corpo cosi, per il lettore, anche grazie alla geografia del movimento resistenziale, una quest che a tratti solleva ancora echi polemici: quale sia cioè il rapporto tra un’espe­ rienza così sconvolgente come fu la lotta di liberazione, anche per la plura­ lità delle sue anime, e l’Italia repubblicana, con il suo attuale assetto istitu­ zionale. E se è pur vero che gli italiani combattenti nelle file dei partigiani, nei diversi periodi di mobilitazione e fino alla liberazione, furono una mi­

xxn

Introduzione

noranza (ufficialmente riconosciuti con approssimazione intorno ai 220000), così come lo furono i fascisti militanti, tra i due estremi si collocò una mag­ gioranza non certo omogenea (il cui atteggiamento andava dalla resistenza passiva al collaborazionismo passivo, e attraverso le varie forme di attendi­ smo, di doppio gioco, di compromessi, di attenzione a salvaguardare in pri­ mo luogo la propria sopravvivenza e di collaborazionismo burocratico) del cui comportamento rendono conto non solo i diversi lemmi, ma anche le voci regionali e locali che insieme ai saggi di impostazione della prima par­ te costituiscono l’ossatura portante del Dizionario. Studi regionali e locali che qui sintetizzati da specialisti e ricercatori in maggior parte legati ai va­ ri Istituti di storia, associati all’istituto nazionale per la storia del movi­ mento di liberazione in Italia (Insmli), danno conto in modo unitario delle diverse forme ed espressioni di partecipazione alla Resistenza, al Centronord come nel Mezzogiorno. Articolato in due volumi, il Dizionario geografico e storico della Resisten­ za si divide in quattro parti: la prima è composta da saggi di impostazione generale, affidati a specialisti incaricati non solo di dar conto dei maggiori eventi e delle rispettive linee di lettura, ma di fare il punto sulle questioni storiografiche ancora aperte, sia sul piano della ricerca, sia sul piano dell’in­ terpretazione, in modo da fornire insieme un disegno di sintesi generale e una serie di piste di lavoro. Questa Parte prima fornisce dunque un quadro d’insieme di fatti e problemi che riguardano l’Italia, i suoi abitanti e le for­ ze politiche e militari in campo dall’8 settembre alle giornate della libera­ zione. Pur essendo autonomi uno dall’altro, i singoli capitoli consentono una precisa puntualizzazione storica della materia affrontata e lasciano aperti percorsi di approfondimento cui il lettore potrà dar seguito anche consul­ tando la bibliografia essenziale alla fine di ogni trattazione. La Parte seconda assicura al lettore una dettagliata analisi del fenome­ no storico regione per regione e consente di prendere in esame fatti ed even­ ti anche delle città che furono i centri maggiori della lotta partigiana, del­ l’avanzata degli alleati e dello scontro con l’occupante tedesco e con i fa­ scisti della Rsi (mentre per le altre città capoluogo di provincia e le molte località implicate nella guerra di liberazione, il rimando è al Volume secondo alla sezione Località). La Parte terza, cui è riservata quasi la totalità del Volume secondo, è co­ stituita da un lemmario che vuole rappresentare uno strumento informati­ vo e insieme di approfondimento di molte delle problematiche, dei fatti e dei protagonisti della Resistenza. I lemmi, affidati anche nel caso di brevi scritti informativi a specialisti e ricercatori dell’università o degli Istituti di storia, se non direttamente ai curatori dell’opera, sono suddivisi in ordine alfabetico in undici macrotemi: località; formazioni e organismi partigiani; zone libere; movimenti di massa, scioperi, organizzazioni unitarie; alleati e Resistenza; partiti e movimenti politici; stampa clandestina; stragi, eccidi, rappresaglie; luoghi di detenzione e tortura; lager nazisti; biografie. In mol­

Introduzio ne

xxm

ti casi, la selezione dei lemmi è esemplificativa e segue criteri legati o al ri­ lievo che un luogo, una persona, una famiglia o un foglio clandestino, per da­ re solo alcuni esempi, hanno assunto nella Resistenza; o ancora, come per il caso delle stragi o dei luoghi di detenzione e tortura, per fare un altro esempio, il criterio è rappresentato dagli studi prodotti e convergenti in un certo qual modo su risultati che allo stato attuale si possono considerare de­ finitivi o scientificamente affidabili. Certe sezioni del lemmario, come quel­ la delle zone libere o delle formazioni partigiane, tendono invece a essere esaustive. In ogni caso, proprio questo elemento della selezione esemplifica­ tiva (legata anche alla scelta della dimensione dell’opera), dà spazio a omis­ sioni ed esclusioni che tendono a essere attenuate dalla rete di rimandi al­ le altre parti del Dizionario o dalla presenza di un indice dei nomi e dei luo­ ghi (grazie ai quali si potranno ritrovare protagonisti, episodi, fatti o località, non inseriti con una voce specifica nel lemmario). In ogni caso, il criterio di scelta non è mai stato ideologico, ma ha teso sempre a dar conto del com­ plesso e dell’articolazione dei temi toccati. La Parte quarta del Dizionario tende a fornire al lettore alcuni strumenti di approfondimento ulteriore, con una sezione destinata alle sanzioni con­ tro il fascismo, una che sviluppa un percorso storiografico dal dopoguerra ai più recenti lavori, l’elenco delle medaglie d’oro, e la bibliografia genera­ le che integra quella già presente in fondo alle diverse voci della prima e della seconda parte e a molti dei lemmi della terza parte. L’indice dei no­ mi, per il quale si è adottato il criterio di inserire solo cognomi e nomi di uomini e donne antifascisti, combattenti e vicini alla Resistenza (escluden­ do così i militanti e combattenti delle forze di occupazione e della Rsi o vi­ cini ad esse), e l’indice dei luoghi completano l’opera. Un altro elemento di novità, per un lavoro di sintesi come questo, è rap­ presentato dalla presenza in tutte le sue parti di voci e lemmi che tengono conto dei cosiddetti quattro fronti del movimento resistenziale: dei soldati e degli ufficiali nei campi di internamento militare e dei politici e degli ebrei nei campi di concentramento e sterminio; dei partigiani italiani all’estero; dei soldati dell’esercito nella campagna d’Italia; e infine del movimento par­ tigiano. Con Claudio Pavone possiamo ricordare che la Resistenza come tale tentò di superare «innanzitutto nelle coscienze, l’opposizione tra società ci­ vile e Stato, fra moralità pubblica e moralità privata o, se si preferisce, fra etica della convinzione ed etica della responsabilità». Rappresentò un pro­ getto di lotta e di società a partire dalla guerra contro l’occupante nazista e contro il fascismo che aveva retto le sorti dell’Italia per un ventennio. I limiti e gli errori di un simile disegno sono ancora oggetto di indagine e di valutazione da parte degli storici, come lo è la somma dei vantaggi che es­ so ha arrecato alla Repubblica italiana. I curatori di questo Dizionario, consapevoli del carattere non esaustivo delle pagine qui raccolte, ma insieme della necessità di un’opera che faces­

x x iv

Introduzione

se il punto della ricerca e degli studi passati e in corso, e fosse in grado di fornire strumenti di conoscenza e di approfondimento, sperano di contri­ buire con il loro lavoro a far comprendere almeno in parte le molte ragioni che spinsero uomini e donne, di estrazione sociale e cultura diversa, a de­ cidersi di «trasferire la loro esperienza sul terreno dell’utilità comune», co­ me scrive Giaime Pintor, per combattere, pur nelle differenze politiche, re­ ligiose e ideologiche, un’idea nefasta di nazione e di Europa quale fu quel­ la del fascismo e del nazismo. E . COLLOTTI - R. SANDRI - F . SESSI

Mantova-Firenze, agosto 2000.

N o t a ai t e s t i .

I testi che compongono i due volumi di questo Dizionario, strutturati in forma di saggio o di lemma in base alla sezione d’appartenenza, rispondono necessariamente a un canone unitario, seppure nella veste variegata costituita dalla pluralità degli autori. Nell’ambito delle norme di carattere generale che informano l’intero lavoro, desideria­ mo in modo particolare sottolineare i punti seguenti: - note bibliografiche: sono poste in calce al saggio o al lemma in corpo minore. Nell’elencazione delle opere è stato applicato il criterio dell’ordine alfabetico, poi­ ché si danno di preferenza le ultime edizioni, più facilmente reperibili; - rinvìi bibliografici: sono collocati nel testo tra parentesi quadre, per lo più col so­ lo cognome dell’autore e l’anno di edizione del volume, e si riferiscono alla nota bibliografica relativa alla voce; - rinvìi ad altre voci: sono espressi nel testo con l’asterisco (*) e rimandano a trat­ tazioni complementari o maggiormente approfondite dell’argomento in esame. Non si tratta di rinvii obbligati ma ragionati, che tracciano percorsi di consulta­ zione privilegiati e ulteriormente incrementabili mediante l’utilizzo di alcuni stru­ menti presenti in appendice al Volume secondo, quali il lemmario completo e gli indici dei nomi e dei luoghi; - sigle: l’uso ricorrente di sigle e acronimi è supportato dall’Elenco delle abbrevia­ zioni presentato all’inizio di ogni volume. Per quanto riguarda i saggi della Parte prima e della Parte seconda, si propone una prima volta la terminologia per este­ so seguita dalla sigla o dall’acronimo tra parentesi tonde. Si è inoltre preferito limitare, ove possibile, l’uso delle maiuscole a favore di una maggiore fluidità del testo. Per questo motivo le sigle presentano la sola lettera inizia­ le maiuscola - tranne gli acronimi tedeschi, in maiuscoletto; istituzioni e cariche pub­ bliche sono quasi sempre espressi con la lettera iniziale minuscola; enti, organismi e as­ sociazioni presentano la maiuscola solo alla prima parola dell’intero nome costitutivo; e infine, sempre in quest’ottica, si è operata una differenziazione contenutistica per quanto riguarda alcuni termini di ampio uso - tra cui proprio ‘resistenza’ - scegliendo di volta in volta l’iniziale maiuscola o minuscola secondo il contesto.

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Auswartiges Amt Azione cattolica Allied Control Commission (Commissione di controllo alleata) Associazione cristiana dei lavoratori italiani Archivio Centrale dello Stato Allied Force Head Quarters Andreas Hofer Bund (Organizzazione Andreas Hofer) Aufienkommandos Allied Military Government (Governo militare alleato) Allied Military Government Occupied T erritories (Governo mi­ litare alleato dei territori occupati) Associazione nazionale combattenti Associazione nazionale ex deportati Associazione nazionale ex internati Associazione nazionale partigiani d’Italia Associazione nazionale perseguitati politici antifascisti Armeeoberkommando Archivio dell’Ordinariato militare d’Italia Aufienposten Azienda rilievo e alienazione residuati Armata italiana in Russia Associazione volontari della libertà Befehlshaber der Sipo-SD Comitato centrale di liberazione nazionale Centro di documentazione ebraica contemporanea Confederazione generale del lavoro Confederazione generale italiana del lavoro Comitato internazionale della Croce rossa Corpo italiano di liberazione Comitato di liberazione nazionale Comitato di liberazione nazionale Alta Italia Cln regione Piemonte Cln regione Veneto Consiglio nazionale repubblicano della gioventù

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Elenco delle abbreviazioni

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Comitati proletari antifascisti Comitati popolari di liberazione Carteggio riservato Corpo di sicurezza trentino Cln della Toscana Comando unico militare per l’Emilia-Romagna Corpo volontari della libertà Deutsche Ausriistungswerke GmbH Democrazia cristiana Democrazia del lavoro Polizei- und Durchgangslager Etnikon Apeleuterotikon Metopon (Fronte nazionale di libera­ zione) Ente comunale di assistenza Ethikos Demokratikos Ellenikos Sundesmos (Unione nazionale greca democratica) Einsatzkommando Reinhard Ellenikon Laikos Apeleuterotikos Stratòs (Esercito popolare di liberazione greco) Esercito popolare di liberazione iugoslavo Forze armate della patria Fondo brigate Garibaldi Fronte clandestino militare della Resistenza Fronte della gioventù Federazione italiana associazioni partigiane Francs tireurs et partisans Federazione universitaria cattolica italiana Gruppi d’azione patriottica Generalbevollmàchtigter fiir den Arbeitseinsatz Gruppi di difesa della donna Geheime Staats - Polizei (Polizia segreta di stato) Giustizia e libertà Governo militare alleato Gruppo mobile operativo Guardia nazionale repubblicana Gruppi universitari fascisti Hòherer SS- und Polizeifiihrer Istituto campano per la storia della resistenza Istituto Gramsci, Roma Internati militari italiani Internationale Militàrische Organisation Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla resistenza Istituto storico della resistenza

Elenco delle abbreviazioni

Isr Firenze Isr Modena Isr Padova Isr Pesaro Isr Pontremoli Isr Torino Isr Trieste Isr Udine kds k l kpd

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Onarmo Onmi Ori Orpo Oscar Oss Ovra Pai Pedi Pcf Pei Pcs Pda Pfr Pii Pii Pnf Pp Pri Psda Psi Psiup Psuli Pwb

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Istituto storico della resistenza in T oscana Istituto storico della resistenza e di storia contemporanea in Mo­ dena e provincia Istituto veneto per la storia della resistenza Istituto pesarese per la storia del movimento di liberazione Istituto storico della resistenza apuana Istituto storico della resistenza in Piemonte Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli - Venezia Giulia Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione Kommandeure der Sipo-SD Konzentrationslager Kommunistische Partei Deutschlands (Partito comunista tedesco) Kriminalpolizei Leibstandarte Adolf Hitler Movimento giovanile comunista Main-d’ouvre immigrée Movimento di unità proletaria Milizia volontaria per la sicurezza nazionale Osvobodilna Fronta (Fronte di liberazione) Oberkommando der Wehrmacht Opera nazionale per l’assistenza religiosa e morale agli operai Opera nazionale maternità e infanzia Organizzazione della Resistenza italiana Ordnungspolizei Organizzazione soccorso cattolico agli antifascisti ricercati Office of Strategie Services Opera di vigilanza e repressione antifascista Polizia delTAfrica italiana Partito comunista d’Italia Partito comunista francese Partito comunista italiano Partito comunista sloveno Partito d’azione Partito fascista repubblicano Partito italiano del lavoro Partito liberale italiano Partito nazionale fascista Partito popolare Partito repubblicano italiano Partito sardo d’azione Partito socialista italiano Partito socialista italiano di unità proletaria Partito socialista unitario dei lavoratori italiani Psychological Warfare Branch

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Elenco delle abbreviazioni

Rap RSHA

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Soe Spd Spe SS SVP

Tigr Timo Udi UU UH VL WVHA

Zavnoh Zop

Reparti antipartigiani Reichssicherheitshauptamt (Ufficio centrale per la sicurezza del Reich) Repubblica sociale italiana Reparto servizi speciali Riistung und Kriegsproduktion Squadre di azione patriottica Special Air Service Sicherheits Dienst (Servizio di sicurezza) Special Force Servizio informazioni militari Servizio informazioni partigiane Sicherheitspolizei-Sicherheitsdienst Stato maggiore dell’esercito Sicherheits- und Ordnungsdienst Special Operations Executive Segreteria particolare del duce Servizio permanente effettivo Schutzstaffel (Squadre di sicurezza) Siidtiroler Volkspartei Trst Istra Gorica Rijeka (Movimento irredentista sloveno) Truppe italiane della Macedonia orientale Unione donne italiane Unione italiana del lavoro Unione lavoratori italiani Vernichtungslager Wirtschafts- und Verwaltungshauptamt (Ufficio centrale econo­ mico e amministrativo) Zemalisko antifasisticko vijece narodnog osvobodjenia Hrvatske (Consiglio territoriale antifascista di liberazione della Croazia) Zona d’operazione delle Prealpi

Storia e geografia della Liberazione

Parte prima

L U I G I G A N A P IN I

Antifascismo

La fine dello stato liberale. L’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti e le forme di protesta adottate dalle opposizioni spinsero Mus­ solini a rivendicare tutte le responsabilità del fascismo e a mettere in atto provvedimenti che segnarono la distruzione definitiva dello stato liberale. Solo in modo parziale il carattere nuovo del fascismo fu compreso dai de­ putati dell’opposizione che decisero nell’agosto 1924, dopo il ritrovamen­ to del corpo di colui che aveva denunciato in Parlamento le violenze eletto­ rali e le responsabilità dirette di Mussolini, Giacomo Matteotti, di abban­ donare la Camera fino a che non fosse stata ristabilita la legalità. Il carattere autoritario, antidemocratico e violento del fascismo fu pubblicamente mes­ so sotto accusa attraverso una intensa campagna giornalistica, in cui si di­ stinse tra le altre la testata diretta dal liberale Giovanni Amendola, « Il Mon­ do». In questo giornale fu pubblicato il memoriale di Cesare Rossi, già capo dell’ufficio stampa di Mussolini, che chiamava in causa la diretta respon­ sabilità del duce delle Camicie nere. L’azione dell’Aventino (come fu denominato il raggruppamento di for­ ze che si ritirò dall’attività parlamentare) si basava sulla convinzione che fos­ se ancora possibile riguadagnare le forme della lotta politica in un quadro di legalità democratico-borghese. Le speranze erano concentrate soprattutto in un intervento risolutore del sovrano Vittorio Emanuele III, che tuttavia si trincerava dietro la richiesta di un voto di sfiducia da parte della Came­ ra, fingendo di ignorare che la composizione di quest’ultima era proprio il frutto della situazione illegale sulla quale gli si chiedeva di intervenire. La stessa secessione aventiniana respinse la proposta del Partito comunista d’Italia (Pedi), formulata da Antonio Gramsci, perché l’assemblea delle op­ posizioni si costituisse in «antiparlamento» e rivendicasse la guida politica del paese. A seguito del rigetto della loro proposta, i deputati comunisti de­ cisero di rientrare in aula. Nel complesso l’atteggiamento della maggioran­ za dell’Aventino si fondava sulla convinzione che il fenomeno politico fa­ scista fosse una componente transeunte della crisi italiana del dopoguerra. Molto concorsero a rafforzare questa diagnosi presso i settori dell’opinio­ ne pubblica borghese, liberale o conservatrice, la paura del «pericolo ros­ so» e la speranza che fosse possibile addomesticare le squadre fasciste, do­ po averle utilizzate in funzione antisocialista e anticomunista. Gli ultimi

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mesi del 1924 videro le fila fasciste scompaginate per il discredito che le an­ dava circondando nel paese; ma l’incapacità dell’Aventino di elaborare pro­ poste politiche che rovesciassero definitivamente il quadro e restituissero alle forze democratiche la capacità di agire politicamente permise di recu­ perare il terreno perduto e Mussolini, il 3 gennaio 1925, di fronte alla Ca­ mera, osò proclamare la propria responsabilità morale e politica per quan­ to era accaduto: alla sfida l’Àventino rispose con un debole comunicato di protesta emesso solo 1*8 gennaio. Nel corso del 1925 due iniziative tra lo­ ro in contrasto contribuirono a chiarire la profondità della frattura che si andava delineando nella società italiana: a un Manifesto degli intellettualifa ­ scisti, proposto da Giovanni Gentile, che intendeva attestare il legame che si andava instaurando tra cultura e regime, si contrappose Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degli intellettuali fascisti promossa da Benedetto Croce, in cui veniva rivendicata l’autonomia della cultura dalla politica e venivano denunciate la sopraffazione violenta e la rot­ tura con gli ideali di libertà risorgimentali poste in essere dal fascismo. An­ che il Manifesto degli intellettuali antifascisti (come viene per lo più designa­ to) confermava i limiti dell’opposizione di stampo liberale con il richiamo orgoglioso a un’autonomia dell’intellettuale che, pur nobilmente intesa, la­ sciava libero il campo alle forze del fascismo. Per quanto altri esponenti del liberalesimo (tra cui lo stesso Giovanni Amendola, che di li a un anno mo­ rirà per le bastonature subite dai fascisti) o esponenti delle forze cattoliche (il popolare Francesco Luigi Ferrari) invitassero a cercare strumenti di op­ posizione più incisivi, l’impossibilità di uscire dal vicolo cieco dell’Aventi­ no era confermata sul piano politico come su quello culturale. Per parte loro le forze della sinistra, reduci da una sconfitta che ne ave­ va moltiplicato le scissioni, stentavano a dare un’analisi del fascismo che andasse oltre la denuncia della sopraffazione violenta e sapesse progettare una prospettiva di opposizione di lungo periodo. Le scissioni del 1921 (da cui nacque il Pedi) e degli anni successivi tra socialisti massimalisti e so­ cialisti riformisti avevano lasciato strascichi profondi che impedirono che prendesse corpo una prospettiva di una lotta unitaria contro il fascismo. La debolezza delle sinistre non fu tuttavia dovuta solo alle rivalità intestine. Per circa un decennio - fino alla metà degli anni trenta - la complessità del fenomeno fascista stentò a essere colta dall’insieme di tutte le forze di op­ posizione. Ridotto per lo più al comune denominatore della violenza, il fa­ scismo non fu visto nelle sue connessioni con il contesto sociale, nelle sue connivenze con l’ideologia d’ordine, con gli apparati dello stato; così come non ne fu colto il complesso carattere che gli permetteva di acquisire anche l’appoggio e la partecipazione di parte almeno delle classi popolari. Nel 1925 tuttavia alcuni gruppi, animati anche da una significativa pre­ senza di giovani che si rifacevano alla tradizione democratico-risorgimen­ tale, davano vita a pubblicazioni, quali il «Il Caffè» a Milano (Ferruccio Parri, Riccardo Bauer, Giovanni Mira) e il «Non mollare» a Firenze (Gae­ tano Salvemini, Ernesto Rossi e Nello Traquandi), in cui esprimevano l’in­

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soddisfazione delle scelte legalitarie fino allora perseguite. Da questi gior­ nali nascerà una prima organizzazione clandestina, Italia libera. Negli anni precedenti il giovane intellettuale torinese Piero Gobetti, soprattutto sulle pagine della rivista «Rivoluzione liberale», aveva elaborato diagnosi - a cui andava rifacendosi anche questa nuova opposizione - che raccordavano il fascismo ai caratteri profondi dello stato postunitario e alle insufficienze democratiche delle classi dirigenti italiane. Su una linea di opposizione di massa stava peraltro il Partito comunista a cui tuttavia l’isolamento nel con­ testo della società politica italiana impediva di elaborare una strategia arti­ colata, che tenesse conto delle contraddizioni dell’avversario per tessere al­ leanze sociali e politiche. La persecuzione antiproletaria, connaturata alle origini stesse del movimento fascista, aveva accompagnato ogni passo di Mussolini verso il potere e si perpetuava negli anni di consolidamento del regime. Dopo le leggi eccezionali del 1925-26, che portavano alla soppres­ sione delle opposizioni legali e chiudevano ogni spazio per la manifestazio­ ne legittima di ogni dissenso, l’istituzione del Tribunale speciale per la di­ fesa dello stato (25 novembre 1926) e l’ampio utilizzo di provvedimenti di polizia (quali il confino) mettevano nelle mani del regime potenti strumen­ ti per la persecuzione degli oppositori. Il Tribunale speciale inflisse un nu­ mero altissimo di condanne, tra le quali trentuno (dalla sua istituzione al 23 luglio 1943) comportarono la pena di morte: la sola «intenzione di uc­ cidere il capo del governo» comportò nel 1931 la fucilazione di Michele Schirru, un evento che suscitò scandalo per la mostruosità giuridica della motivazione. Altissimo il numero degli ergastoli comminati; negli ultimi an­ ni del regime, ci fu una recrudescenza con una ripresa delle pene capitali a carico degli antifascisti sloveni. Quanto al confino di polizia, fu esercitato tramite commissioni provinciali (tredicimila le condanne emanate in tutto il periodo). Esso si reggeva sull’attività ordinaria di polizia, sulla polizia spe­ ciale denominata Ovra e su un’opera di delazione capillare. Questa realtà non aveva solo un aspetto politico: soprattutto a livello delle classi popola­ ri era messa in pericolo la stessa possibilità di condurre una vita lavorativa normale e di godere delle minime garanzie civili. L ’emigrazione politica in Francia. La persecuzione continua e quotidia­ na fu alla base di un forte incremento di un’emigrazione che, pur facendo parte dell’ondata migratoria degli anni venti, aveva anche motivazioni po­ litiche. Le punte massime di questa emigrazione furono raggiunte nel 1923 e nel 1924 con totali che raggiunsero rispettivamente i 168 000 e i 202 000 emigranti (98 000 nel 1919; n o 000 nel 1926). Nel corso degli anni suc­ cessivi, il flusso migratorio andò diminuendo, ma quando il fascismo ten­ terà di mobilitare gli italiani all’estero attraverso la costituzione di Fasci, con l’intento di fare di ogni colonia italiana un avamposto per la propa­ ganda, la presenza di questa emigrazione politica si renderà evidente attra­ verso gli ostacoli che l’operazione del regime finirà per incontrare. Parti­ colarmente rilevante fu l’emigrazione in Francia, che intrecciò rapporti du­

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raturi con le organizzazioni sindacali socialiste e comuniste locali, partecipò alle battaglie democratiche della metà degli anni trenta e diede un forte con­ tributo alle formazioni che andarono a combattere contro il fascismo spa­ gnolo nel 1936. La Francia fu per questa emigrazione popolare d’origine politica lo sboc­ co più immediato per molti motivi: in parte per l’esistenza di canali di co­ municazione tradizionali soprattutto con l’Italia settentrionale, o anche più semplicemente perché era l’approdo più facile; ma lo fu anche perché essa era divenuta, in particolare a partire del 1925-26, il rifugio dell’emigrazio­ ne propriamente politica sia per la presenza di un governo presieduto dal radicale Herriot, sorretto dai voti socialisti, sia per la radicata tradizione di difesa degli esuli perseguitati politici. La Francia fu spesso la prima tappa per tutto il personale politico costretto ad abbandonare l’Italia per la mi­ naccia diretta o indiretta della violenza fascista o che comunque in Italia non avrebbe più avuto modo di far sentire la voce del proprio dissenso. Già nel 1922 l’anarchico Armando Borghi, esponente di spicco dell’Unione sin­ dacale italiana, aveva scelto l’esilio; nel 1923 Luigi Sturzo (abbandonata la segreteria del Partito popolare (Pp) per non creare ostacoli al Vaticano) si era rifugiato a Londra; negli anni successivi la schiera a Parigi s’infittì con nomi di rilievo quali Gaetano Salvemini, Giuseppe Donati, Carlo Sforza, Sandro Pettini (che per qualche tempo visse a Marsiglia). Uno degli episo­ di più tragici fu quello di Piero Gobetti, che mori esule a Parigi nel 1926 per le percosse inflittegli a Torino dai manganelli degli squadristi. A Pari­ gi si rifugiò nel dicembre dello stesso anno Filippo Turati, sottratto alla sor­ veglianza della polizia fascista da un gruppo di giovani (Ferruccio Parri, Sandro Pettini, Italo Oxilia, Carlo Rosselli, partecipi dell’esperienza di Ita­ lia libera). Rientrati in Italia, essi furono condannati a una lieve pena da un tribunale che rispettava ancora forme della legalità, ma furono inviati al confino di polizia e negli anni successivi ebbero un ruolo di primo piano nell’elaborazione di prospettive nuove per la lotta contro il fascismo. E a Turati si aggiunsero dopo il 1926 uno dopo l’altro nomi prestigiosi del so­ cialismo italiano prefascista, delle correnti democratiche e liberal-radicali: Claudio Treves, Emanuele Modigliani, Nullo Baldini, Angelica Balabanov, Pietro Nenni, Eugenio Chiesa, Egidio Reale, Randolfo Pacciardi e altri an­ cora. Nel 1927 Bruno Buozzi ricostituì in Francia la Cgdl, pochi mesi do­ po che essa era stata sciolta in Italia dal suo ultimo segretario, Lodovico D’Aragona. Il nuovo organismo fu riconosciuto dalla Federazione sindaca­ le internazionale e pubblicò un suo organo, «L’operaio italiano». In Francia, a partire dal 1926, vennero ricostituite le formazioni dei par­ titi italiani, con l’eccezione del Pp: nel dicembre 1926 la componente mas­ simalista del Partito socialista italiano (Psi) avviava la sua riorganizzazione all’estero su schemi tradizionali e riprendeva la pubblicazione dell’«Avanti»; i riformisti per parte loro diedero vita al Partito socialista unitario dei lavoratori italiani (Psuli) che, a differenza del Psi legato al Bureau international des parties revolutionnaires, aderiva all’Internazionale operaia so­

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cialista; il Psuli pubblicò dal 1928 «Rinascita socialista». Anche il Partito repubblicano (Pri) procedeva alla riorganizzazione e iniziava a pubblicare «L’Italia del popolo». Questi raggruppamenti raggiunsero un accordo per un’alleanza stabile grazie all’azione della Lega italiana per i diritti dell’uo­ mo (promossa nel 1922 sul modello della Ligue des droits de l’homme, che in Francia aveva una tradizione di battaglie per i diritti civili risalente agli ini­ zi del secolo, e in cui ebbero largo spazio Alceste De Ambirs e Luigi Campolonghi). Nell’aprile 1927, fu quindi costituita una Concentrazione di azio­ ne antifascista, fondata sull’autonomia dei partiti e delle organizzazioni an­ tifasciste esistenti in Francia; essa pubblicò a Parigi negli anni 1927-34 il giornale «La libertà», diretto da Paolo T reves. Un simile nucleo di persona­ lità politiche tendeva tuttavia a perpetuare le diagnosi e le aspettative che l’avevano caratterizzato nel corso degli anni precedenti e riproduceva mol­ te delle passate divergenze interne. La Concentrazione sembrò nei primi anni attestarsi su una posizione che ribadiva l’attesa fideistica nell’inelut­ tabilità della crisi del regime e i caratteri moderati del suo programma so­ ciale. Come nel 1924 la mal riposta fiducia nell’intervento regio, così negli anni successivi le diagnosi sulla debolezza economica, sul carattere grosso­ lano e incolto del nuovo regime oscuravano, agli occhi di questi pur corag­ giosi esponenti della democrazia sconfitta, i fattori che garantivano a Mus­ solini una non transitoria possibilità di tenere in mano il potere. Entro que­ sti limiti, l’attività degli esuli in Francia ebbe grande importanza in quanto servi a proporre in sede internazionale il problema del fascismo, in un mo­ mento in cui la risonanza della politica di Mussolini era vasta e ampio il suo successo e quello del movimento presso i ceti conservatori di diversi paesi europei. In Gran Bretagna, ad esempio, esponenti come Winston Churchill non dubitavano che la soluzione fascista fosse adatta per un paese come l’Italia. In queste condizioni assumeva un raro valore la testimonianza an­ che solo morale di uomini di cui erano riconosciuti l’autorevolezza e il va­ lore intellettuale. Il «socialismo liberale» di Giustizia e libertà. I limiti dell’analisi e delle prospettive politiche della Concentrazione si avviavano a essere tuttavia su­ perati da alcuni gruppi che pur si muovevano nello stesso ambito ideologi­ co e culturale ispirato alla democrazia liberale e al socialismo. Dopo la sop­ pressione di giornali quali «Il Caffè» e «Non mollare», uscì a Milano nel 1926 (dal marzo all’ottobre) «Il quarto stato», giornale clandestino diretto da Carlo Rosselli e da Pietro Nenni, che ebbe tra i suoi collaboratori Lelio Basso, Rodolfo Morandi e Giuseppe Saragat. Nel quadro di un ampio di­ battito ideologico sui limiti del riformismo socialista la rivista espresse una severa critica della condotta aventiniana e la volontà di avviare una lotta anche sul terreno illegale. Questo inizio di ripensamento teorico e politico ebbe un seguito nel dibattito che in terra di Francia portò nel 1930 alla riunificazione in un solo partito delle due organizzazioni socialiste (non senza qualche contraccolpo di espulsioni e di scomuniche tra gli oppositori della

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prospettiva d ’unificazione). Il mutamento introdotto nella Concentrazione dall’unificazione socialista, la necessità di un rinnovamento dei contenuti e dei metodi della lotta antifascista che a essa si accompagnava, ricevette­ ro un rafforzamento da una nuova presenza, il movimento Giustizia e li­ bertà (Gl). Esso fu fondato da Carlo Rosselli e da Emilio Lussu: provenienti entrambi dalle fila dell’interventismo democratico, fuggiti nel 1929 dal con­ fino di Lipari imposto loro dalla polizia fascista, i due si impegnarono a defi­ nire un quadro politico-ideologico che ambiva a definirsi di «socialismo li­ berale», così come suonava il titolo dell’opera di Carlo Rosselli conclusa e pubblicata a Parigi nel 1930. Dopo un periodo di rapporti non facili con le varie componenti dell’emigrazione, nel 1931 Gl fu accolta in seno alla Con­ centrazione, quasi come riconoscimento della necessità di riannodare più stretti legami con l’azione dei gruppi dell’opposizione interna italiana. Nel 1932 Gl rese pubblico un programma politico che aprì un vasto dibattito e un acceso confronto soprattutto con i socialisti e con i repubblicani, che nello stesso anno decisero di uscire dalla Concentrazione. Si apriva con que­ sto un processo di dissoluzione che si concluderà nel 1934 con lo sciogli­ mento della prima forma di alleanza tra le forze antifasciste in esilio. La motivazione decisiva fu la dichiarata volontà del Psi di portare in primo pia­ no le proprie caratteristiche di partito classista internazionalista, in aperta polemica con quello che era definito il riformismo borghese di Gl. Era de­ terminante, ai fini di questa scelta, la prospettiva, che si andava aprendo, di dialogo e alleanza col Pedi. Gli organi di stampa da cui questo nuovo orien­ tamento fu reso pubblico furono «Politica socialista» (1933-35) e ^ «Nuo­ vo Avanti» (1934-40). Dal canto suo, Gl pubblicò a Parigi dal 1932 al 1936 i «Quaderni di Giustizia e libertà», rivista teorica del movimento, cui fece seguito il setti­ manale «Giustizia e libertà» tra il 1934 e il 1940. In Italia Gl si era impe­ gnata fin dall’inizio in una intensa attività propagandistica, che tuttavia non riuscì, malgrado i tentativi di legarsi alla realtà delle fabbriche, ad an­ dare oltre gli ambienti intellettuali. Furono anche intraprese « azioni esem­ plari», come il volo di Luigi Bassanesi su Milano (11 luglio 1930) che fece piovere manifestini antifascisti sul capoluogo lombardo. L’organizzazione Gl in Italia venne di lì a poco duramente colpita con l’arresto, nel mese di ottobre del 1930, di Riccardo Bauer ed Ernesto Rossi. Nel 1932 venne in­ dividuato e arrestato un gruppo torinese della stessa organizzazione (tra gli altri Franco Venturi e Vittorio Foa), che aveva tentato un allargamento del­ la propria base verso le fabbriche e aveva promosso il giornale «Voci d’of­ ficina». L ’attività clandestina del Pedi. In seno al proletariato industriale tu t­ tavia la presenza di Gl era ben minore di quella del Pedi, sezione italiana dellTnternazionale comunista. Malgrado le persecuzioni, il Pedi riuscì a conservare un significativo radicamento nel paese. La sua organizzazione era indubbiamente esile e le forze degli aderenti molto ridotte; ma il par­

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tito riuscì a mantenere una presenza relativamente costante e potè co­ struire, grazie a questo, un’immagine di se stesso capace di sostenere un mito: quello della possibilità di una rivoluzione che realizzasse anche in Italia ciò che i bolscevichi avevano costruito nell’Urss. L’attività dei co­ munisti si svolse in un clima costantemente drammatico non solo per la violenza della persecuzione, ma anche per la dura lotta politica in corso all’interno del partito per tutti gli anni tra le due guerre. Grazie anche al­ l’appoggio dell’Internazionale comunista il gruppo torinese guidato da An­ tonio Gramsci aveva esautorato Amadeo Bordiga, l’ingegnere napoleta­ no che era stato il primo segretario del nuovo partito, polemizzando con­ tro l’astrattezza dottrinaria delle sue posizioni e avviando la costruzione di un partito dotato di un apparato forte e autorevole. Se da un lato la crea­ zione di una struttura formata da «rivoluzionari professionali» poneva ri­ medio alle carenze dell’organizzazione tradizionale dei partiti socialisti, dall’altro delineava un modello di partito fortemente burocratizzato e cen­ tralizzato, la cui autonomia trovava inoltre un limite invalicabile nella di­ pendenza dalle direttive delTUnione Sovietica. Con l’elaborazione delle tesi presentate al III Congresso tenuto clandestinamente a Lione nel gen­ naio 1926, il nuovo gruppo dirigente tracciava indicazioni di fondo (l’ar­ retratezza del capitalismo italiano e la prospettiva dell’alleanza operai-con­ tadini) a cui, in diversi momenti e con diverse accentuazioni, i comunisti si sarebbero spesso rifatti, fino al secondo dopoguerra. Questa elabora­ zione teorica, che si fondava peraltro sulla convinzione che l’affermazio­ ne del fascismo fosse transitoria, si intrecciava con il processo di “bolsce­ vizzazione” dell’organizzazione. In parallelo con quanto avveniva in tutti gli altri partiti comunisti europei, le tesi di Lione delineavano la centralità del partito nel processo rivoluzionario e la centralità dell’Urss nella defi­ nizione della strategia politica dell’intero movimento operaio. L’arresto di Antonio Gramsci (8 novembre 1926), il suo processo (28 maggio - 4 giu­ gno 1928) e la condanna davanti al Tribunale speciale con trentadue altri dirigenti e militanti comunisti (tra i quali Umberto Terracini, Mauro Soccimarro e Giovanni Roveda) probabilmente eliminarono un ostacolo alla tendenza verso il centralismo e la disciplina assoluta di stampo staliniano, in quanto Gramsci già nell’ottobre 1926 aveva avanzato riserve sui carat­ teri della costruzione burocratica in corso. Dopo la caduta nelle mani fa­ sciste della gran parte del suo gruppo dirigente, il Pedi si organizzò con un Centro interno (affidato a Camilla Ravera), dapprima insediato a Genova e poi a Lugano, e con un Centro estero (diretto da Togliatti, Grieco, Ta­ sca, prima a Basilea nel 1927 e dal 1929 a Parigi, dove dal 1927 venne pub­ blicata la rivista teorica del partito «Lo Stato operaio»). La linea del par­ tito si andò modificando anche rispetto alla strategia delineata dalla te­ si di Lione: essa ribadiva che la crisi del capitalismo era irreversibile e che - particolarmente in Italia, per la storica debolezza del paese - il regime della borghesia (il fascismo) potesse essere affrontato e battuto solo con un attacco rivoluzionario, cui le masse operaie e contadine erano fin d’allora

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pienamente disposte. La situazione avrebbe richiesto, secondo le diagno­ si del partito strettamente connesse e dipendenti da quelle elaborate dal­ la direzione della III Internazionale, il rifiuto di ogni alleanza con gli espo­ nenti dei partiti liberali, democratici e in particolare della socialdemocra­ zia. Contro quest’ultima verrà lanciata l’accusa di «socialfascismo», in cui si condensavano le denunce più infamanti di corresponsabilità con le for­ ze reazionarie. Dalle prospettive del partito era anche cancellata la possi­ bilità di una fase intermedia, di stampo democratico (che pure le tesi di Lione avevano indicato attraverso la proposta di un’Assemblea costituen­ te) come obiettivo transitorio sulla strada della conquista del potere. Era­ no tesi che ponevano ostacoli insormontabili a ogni forma di alleanza o col­ laborazione con le altre forze dell’antifascismo, accentuando, in Italia co­ me all’estero, il carattere settario della formazione. All’interno del partito il dissenso su questa strategia, espresso da Angelo Tasca dapprima e suc­ cessivamente da Leonetti, Tresso e Ravazzoli e infine da Ignazio Silone, fu messo a tacere negli anni 1929-30 con l’espulsione e con una successi­ va accanita opera di denigrazione degli oppositori. Anche Umberto Ter­ racini dal carcere espresse il suo dissenso e ne subf come conseguenza un penoso isolamento; Antonio Gramsci, pur senza pronunciarsi direttamen­ te, era tu tt’altro che consenziente. La linea del Pedi era strettamente ade­ guata alle scelte dellTnternazionale, che indicava nei movimenti fascisti europei la forma ultima del dominio capitalista prima del suo crollo. Il pe­ so delle decisioni dellTnternazionale comunista venne anche rafforzato dal fatto che il maggior dirigente italiano, Paimiro Togliatti, si andava impe­ gnando sempre più a Mosca. La conseguenza più rilevante del dibattito de­ gli anni 1929-30 fu che l’Ufficio politico italiano (la direzione) - costitui­ to da quadri per la maggior parte di estrazione operaia - promosse in Ita­ lia uno sforzo organizzativo straordinario, con successi non disprezzabili sul piano delle adesioni al partito (si parla per il 1932 di circa sei-settemila iscritti a cui andavano aggiunti quasi tremila giovani) e su quello della cospirazione. L’attività clandestina del partito, che si svolse prevalente­ mente nelle regioni centrosettentrionali, fu rivolta a stimolare rivendica­ zioni di massa operaie e contadine, soprattutto nelle campagne che erano state fortemente colpite dalle crisi succedutesi in Italia dal 1927 in poi. Lo strumento principale fu la diffusione della stampa illegale: «l’Unità» clan­ destina comparve per la prima volta nel gennaio 1927 e ne uscirono due­ cento numeri fino al 1939; numerose anche le testate di altri giornali irre­ golari, ciascuna rispondente a un settore o a un’organizzazione specifica, non di rado fittizia per rafforzare l’impressione di irradiazione sistemati­ ca e capillare. Nel 1927 era stata ricostituita la Cgdl clandestina - che non riconosceva quella promossa da Buozzi in Francia - e venne creato il Soc­ corso rosso, una organizzazione destinata a raccogliere solidarietà e fondi per aiutare i compagni incarcerati e le loro famiglie. Fu il Soccorso rosso a promuovere una intensa campagna a favore di Antonio Gramsci. Egli mo­ rirà nel maggio del 1937, dopo dieci anni di carcere e sofferenze.

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In Italia queste iniziative del Pedi erano le punte più efficienti del ca­ lante dissenso verso il regime, sotto la pressione degli strumenti repressivi di quest’ultimo. Esistevano infatti anche formazioni minori che pur testi­ moniavano coerenze individuali, ma non segnalavano capacità di efficace opposizione politica. Occorre ricordare almeno l’Alleanza nazionale di Ma­ rio Vinciguerra, scoperta dalla polizia fascista nel 1930; Lauro De Bosis, fi­ glio di un’aderente all’organizzazione che era stata arrestata, compì l’anno successivo un raid aereo su Roma per inondare la capitale di manifestini an­ tifascisti. Egli scomparve poi nel volo di ritorno verso la Corsica. La linea introdotta dal Pedi con la “svolta” del 1930 non fu un muta­ mento sostanziale, ma semmai la scelta di rafforzare una linea di interven­ to già praticata in passato. La sua importanza fu comunque grande nella storia del partito perché ne promosse il radicamento nel contesto sociale del paese, contribuì alla formazione di un nucleo di quadri che sarà decisivo nelle lotte della Resistenza e concorse in modo determinante alla diffusione di un modello ideologico segnato dalla diffidenza contro tutte le forme di spontaneismo - identificate con l’esperienza della socialdemocrazia - ac­ compagnata dalla costante attenzione verso i problemi dell’organizzazione e della vigilanza contro ogni provocazione e infiltrazione poliziesca. L’ac­ cortezza cospirativa dell’apparato comunista illegale non valse a evitare che il dispositivo della repressione fascista colpisse molto duramente e ripetu­ tamente l’apparato clandestino tra il 1930 e il 1934, mandando a vuoto tu t­ ti i tentativi di ricostruire la rete. Già nel 1930 fu arrestato lo stesso Pie­ tro Secchia, uno dei migliori organizzatori dell’attività illegale. Al termine del periodo il Pedi fu costretto a smantellare il suo modello organizzativo, fondato sull’esistenza di un Centro interno e sulle cellule secondo il mo­ dello bolscevico. L’organizzazione si basò da allora in poi su contatti diretti tra il Centro estero e i singoli militanti all’interno. Malgrado i tentativi, at­ tuati tra la guerra d’Etiopia e la vigilia della guerra mondiale, di promuo­ vere agitazioni mimetizzandosi all’interno delle organizzazioni sindacali fa­ sciste per sfruttare i motivi di malcontento popolare, l’azione propagandi­ stica e il reclutamento furono d’allora in poi ridotti a proporzioni molto contenute. Espansione delfascismo in Europa e nuove strategie di opposizione. Verso la metà degli anni trenta si venne tuttavia delineando un mutamento so­ stanziale, che investì tanto i gruppi degli esiliati provenienti dalle fila liberaldemocratiche e socialiste quanto i militanti del Pedi. Il motivo di fondo fu costituito dal delinearsi di una nuova situazione internazionale segnata dall’imporsi del nazismo in Germania, dal moltiplicarsi dei movi­ menti fascisti in tutta l’Europa e dalla nuova aggressività sul piano inter­ nazionale da parte del Giappone, della Germania e infine dell’Italia. Men­ tre il primo sfidava l’autorità della Società delle Nazioni con l’invasione del Manciukuò (1933), la seconda procedette al riarmo in spregio alle clau­ sole del trattato di Versailles e l’Italia, infine, nel 1935 attaccò l’impero

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d ’Etiopia. Questi eventi ponevano in piena evidenza sia l’impotenza in­ trinseca della Società delle Nazioni a impedire i conflitti internazionali sia la crisi delle potenze uscite vincitrici dal primo conflitto mondiale; ma po­ nevano anche i problemi dell’inadeguatezza dello schieramento delle for­ ze democratiche in tutti i paesi europei. I gruppi antifascisti italiani, che erano stati relativamente isolati e fortemente divisi al loro interno dalla frattura con i comunisti, furono spinti a individuare nuove forme di al­ leanze e nuove strategie. Già a partire dagli anni della grande depressione si erano venute deli­ neando sili piano internazionale alcune analisi del fascismo che lo collega­ vano al capitalismo monopolistico e all’esasperazione degli antagonismi im­ perialisti. A partire da questa interpretazione esponenti socialisti come l’austriaco Otto Bauer avevano auspicato il superamento del conflitto tra socialismo e bolscevismo, in vista dell’unità della classe operaia, afferman­ do che esisteva un nesso inscindibile tra democrazia politica e democrazia sociale. Da queste proposizioni teoriche veniva un forte appello al proleta­ riato per difendere la democrazia con la lotta aperta, condotta unitaria­ mente e superando le divisioni organizzative. In Austria questa prospetti­ va trovò la sua prima applicazione nel 1934 nella lotta del proletariato di Vienna contro la repressione scatenata dal cancelliere clerico-fascista Dollfuss. Anche l’Internazionale socialista avviò un processo autocritico che si concretò nel manifesto di Praga (1934), in cui la direzione emigrata della socialdemocrazia tedesca riconosceva il fallimento del riformismo weimariano e invitava all’unità di lotta con la III Internazionale. In Francia tra il luglio e l’agosto 1934 comunisti e socialisti francesi giunsero alla definizio­ ne di un accordo per l’unità d’azione. Nello stesso anno, di fronte al deli­ nearsi di una minaccia fascista in Francia, il proletariato parigino scese in piazza; fu degli stessi mesi una rivolta dei minatori delle Asturie che se­ gnalava l’acutizzarsi dello scontro nella Spagna repubblicana. Anche dall’in­ terno della III Internazionale Clara Zetkin esprimeva la consapevolezza del caràttere internazionale del fascismo, della matrice classista della sua vio­ lenza, nonché il riconoscimento della sua capacità di cogliere anche il con­ senso di strati proletari. (Su questo tema si svilupperà anche una interes­ sante analisi di Paimiro Togliatti, il cosiddetto Corso sugli avversari, che ri­ mase tuttavia ignorato dalla cultura del partito fino al 1970). Dall’analisi delle basi sociali profonde del fascismo e dalla consapevolezza della com­ plessità delle componenti del movimento sarebbe nata anche una nuova strategia politica. Dopo la conquista del potere in Germania da parte del nazionalsociali­ smo anche le direttive dell’Internazionale comunista si avviarono a un mu­ tamento sostanziale, pur con qualche ritardo ed esitazione nell’abbandonare la teoria del «socialfascismo». La manifestazione più evidente si ebbe in campo internazionale, quando l’Urss nel 1934 scelse di uscire dall’isola­ mento diplomatico per aderire alla Società delle Nazioni. L’anno successi­ vo questa conversione verso nuove prospettive fu sanzionata come diretti­

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va politica a tutti i partiti comunisti aderenti dal rapporto di Georgi] Dimitrov al VII Congresso dell’Internazionale comunista (agosto 1935). La proposta politica dell’Internazionale si caratterizzò per l’abbandono delle illusioni concernenti una rapida crisi del fascismo e per il riconoscimento delle prospettive di una lotta di lunga durata. Sul piano ideologico venne­ ro lasciate cadere le tesi sul socialfascismo e sul carattere di crisi mortale del capitalismo che, secondo le diagnosi in precedenza dominanti, il trionfo nazista in Germania avrebbe rappresentato. Veniva in primo piano invece l’invito a costituire Fronti popolari, in unione con tutte le altre forze so­ cialiste e democratiche, per combattere la dittatura aperta del fascismo, rap­ presentante la fazione terroristica del grande capitale. Guerra civile di Spagna e antifascismo italiano. La politica dei Fronti po­ polari, che si realizzò in Francia e in Spagna, ebbe un limite soprattutto nel fatto di esplicarsi a livello istituzionale in alleanza con i ceti borghesi e quindi con la rinuncia a intervenire con riforme che incidessero sulla struttura del potere economico. Agivano in questo senso le componenti di politica internazionale, miranti ormai a non turbare i buoni rapporti con gli stati democratico-borghesi, nella prospettiva del fronte unico contro la minaccia nazifascista cui puntava anche l’Urss, riferimento obbligato per la condotta di tutti i comunisti. Nonostante questi limiti, la nuova for­ mulazione della politica di alleanze aveva il pregio di accettare la prospet­ tiva di una fase democratica che, pur essendo sempre considerata come un passaggio verso la conquista del potere, assumeva caratteristiche non pu­ ramente transitorie e strumentali e diventava decisivo obiettivo di una lot­ ta per l’abbattimento delle dittature fasciste. Il terreno di prova e il gran­ de momento di diffusione internazionale per l’antifascismo unitario pro­ spettato dai Fronti popolari fu la guerra civile in Spagna. Originata dalla ribellione di alcuni generali al legittimo potere della repubblica, la guerra assunse caratteri complessi, coinvolgendo la partecipazione di attori in­ ternazionali. Le grandi potenze si erano formalmente accordate, dietro pro­ posta dei conservatori britannici, su un patto di non intervento, ma Italia e Germania inviarono egualmente truppe e materiale bellico a sostegno dei fascisti spagnoli, facendo le prime prove della stategia terroristica che ca­ ratterizzerà pochi anni dopo la guerra mondiale. In soccorso della repub­ blica spagnola - preannuncio di quanto avrebbero dovuto fare gli antifasci­ sti negli anni a venire - accorsero combattenti volontari da tutti i paesi, che costituirono le Brigate internazionali, assommanti a circa quarantamila uomini. L’Urss inviò materiale bellico e istruttori, ma la sua presenza eb­ be anche il contraddittorio valore di un violento intervento repressivo so­ prattutto contro i militanti anarchici della Catalogna. La guerra di Spagna fu un banco di prova decisivo: da una parte dimostrava la determinazione feroce e la gratuità dell’intervento delle potenze fasciste, dall’altra de­ nunciava la totale incapacità delle potenze che si dicevano democratiche di reagire con efficacia. Tra gli uni e gli altri solo l’antifascismo interna­

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zionale trovò la strada per opporsi con forza e dignità alla violenza del to­ talitarismo nazista e fascista. Per l’antifascismo internazionale e per quello italiano in particolare la Spagna rappresentò dunque un momento decisivo di presa di coscienza in­ ternazionalista, antifascista e antimperialista. Essa rafforzò presso le cor­ renti dell’emigrazione antifascista italiana la convinzione che, ove fosse mancato un impegno militare diretto per fermare il fascismo in Spagna, es­ so sarebbe dilagato negli anni successivi sull’intero continente. Da questa prospettiva cominciarono a essere investiti anche gli ambienti politici - de­ mocratici, liberal-radicali o socialisti - in Francia, Inghilterra e Stati Uniti d’America. Per l’antifascismo italiano la guerra di Spagna fu la prima occasione di scontro armato contro il fascismo. Tradizioni risorgimentali e mazziniane, vive tra gli aderenti di Gl, e internazionalismo proletario, proprio dei co­ munisti e dei socialisti, furono le componenti ideali che animarono i vo­ lontari italiani, che non erano solo i fuorusciti, ma che vennero anche dall’Italia stessa, fuggendo alla dittatura per combatterla. Un segno dell’uni­ ficazione delle forze fu la costituzione nel 1937, a Lione, dell’Unione po­ polare italiana, organizzazione di massa aperta a tutti gli antifascisti senza preclusioni ideologiche. Il fascismo, dal canto suo, fomenterà un volonta­ rismo di segno contrario che servirà in parte anche come copertura all’in­ vio di vere e proprie truppe regolari. (Sul carattere effettivamente volon­ tario di tali forze fasciste - fatte le debite eccezioni - la storiografia ha avan­ zato molti dubbi). Regime e società: i volti del malcontento prima dell’8 settembre 1943. La situazione dell’opposizione politica antifascista in Italia versava in condi­ zioni molto precarie. Allo smantellamento della rete cospirativa del Pedi si aggiunse nel 1937 la caduta del Centro interno socialista: dal 1934 luogo non solo di organizzazione propagandistica ma anche di riflessione teorica sui problemi dell’unità operaia, ebbe come protagonista (accanto a Euge­ nio Colorni, Lucio Luzzatto, Mario Venanzi e altri futuri protagonisti del­ la lotta del 1943-45) Rodolfo Morandi, che negli anni 1931-32 aveva visto nel Pedi un veicolo per il rinnovamento di una politica della classe operaia e che, deluso, negli anni seguenti lo cercherà nella tradizione e nella cultu­ ra socialista, fino all’arresto nel 1937. Malgrado la presenza di centri di cul­ tura politica clandestina tanto importanti, capaci anche di raccordare le lo­ ro elaborazioni con le coeve tendenze europee, la metà degli anni trenta se­ gnò per il regime il conseguimento di un consenso di massa molto diffuso, grazie all’avvio della ripresa produttiva nel quadro dei prodromi dell’eco­ nomia bellica, alle bonifiche e soprattutto alla mobilitazione patriottica at­ torno all’impresa d ’Etiopia. L’apparenza di un totale dominio sulla società italiana era contraddetta da altri caratteri dell’adesione di massa: il tesse­ ramento al Partito nazionale fascista (Pnf) era obbligatorio per ricoprire incarichi o impieghi pubblici, la celebrazione dei riti politici collettivi ri­

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sentiva di un clima artefatto fino ai limiti del grottesco, l’irrigimentazione sindacale non cancellava l’intima ostilità delle aree sociali un tempo carat­ terizzate dalla penetrazione socialista. Tuttavia le debolezze di questa or­ ganizzazione del consenso non possono far dimenticare che il fascismo era in grado di condizionare ogni aspetto della vita sociale e culturale del pae­ se e - soprattutto rispetto ai giovani - di orientare senza contraddittori l’opinione pubblica del paese. Il Concordato con la Chiesa cattolica (1929) aveva creato una situazio­ ne largamente favorevole al regime, guadagnandogli simpatie più profonde anche in seno a ceti e gruppi sociali inizialmente tiepidi. (La stipulazione dei Patti provocò tra l’altro anche un approfondimento delle divisioni tra esuli laici o socialisti ed esuli popolari, nonché frizioni all’interno dei cat­ tolici stessi in esilio). Anche in questo caso tuttavia ambiguità e contraddi­ zioni non erano mancate: nel 1931 il conflitto per l’Azione cattolica (Ac) aveva portato alla superficie alcuni elementi di incompatibilità tra la ditta­ tura totalitaria e gli obiettivi di formazione religiosa e spirituale delle or­ ganizzazioni promosse dalla Chiesa. Benché non mancassero settori del mondo cattolico ben disposti a concedere il massimo credito all’ideologia e alla cultura del regime, soprattutto sul piano del corporativismo o su quel­ lo della diffusione della civiltà cristiana tramite le guerre coloniali, all’in­ terno di alcuni settori dell’Ac (come la Federazione universitaria cattolici italiani o il Movimento laureati) cominciò una pur silenziosa e cauta elabo­ razione di un atteggiamento di distacco, la rielaborazione di valori che in prospettiva avrebbero portato a un vero e proprio antifascismo di radice cristiana. Il tentativo di autentica organizzazione politica fu tuttavia rap­ presentato solo dal Movimento guelfo d ’azione, promosso da Piero Malve­ stiti nel 1928; questi fu scoperto dalla polizia nel 1934, processato e con­ dannato a quattro anni di carcere assieme ad altri collaboratori. La misura della capacità d’organizzazione politica sembra tuttavia per alcuni aspetti insufficiente per valutare la profondità delle contraddizioni di cui viveva la società italiana nel periodo fascista. Non sempre il rifiuto etico dell’oppressione e dei valori esaltati dal regime intendeva o poteva tradursi in esperienza politica. Il regime di dittatura comportava per i cit­ tadini diversi modi di rapportarsi alla realtà: dall’accettazione piena e con­ vinta, all’ambiguo consenso di chi intimamente non credeva all’ideologia propostagli, al «nicodemismo» - come fu chiamato - di chi sceglieva un as­ senso puramente formale, mantenendo intatta dentro di sé la fede in valo­ ri diversi. Tutte queste realtà difficilmente possono essere giudicate in mo­ do univoco. Come apparirà chiaro al momento delle scelte decisive - quel­ le del tragico 1943, dopo la destituzione di Mussolini, dopo l’armistizio e in presenza dell’occupazione tedesca -, saranno spesso tradizioni di lungo periodo, dal sovversivismo di stampo socialista o anarchico all’antifascismo cristiano o all’orgoglioso rifiuto d’origine crociana, a determinare le scelte individuali o collettive, spesso al di là dello spessore e della consistenza del­ le stesse forze politiche organizzate.

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L’antifascismo organizzato si presentò infatti all’appuntamento della guerra fortemente indebolito sia dalla lunga persecuzione - i maggiori diri­ genti erano per la gran parte in carcere - sia per il riaprirsi di vecchie lace­ razioni intestine, come testimoniarono le reazioni al patto di non aggres­ sione tedesco-sovietico del 1939. Tuttavia, dall’interno del paese e delle stesse giovani generazioni allevate nel culto del duce e del littorio, veniva­ no all’antifascismo molte personalità che avranno di lì a poco non scarso ri­ lievo sia nella lotta della Resistenza sia nella riconquistata democrazia. Una nuova incrinatura tra regime e società fu aperta dalla legislazione razziale fascista promulgata nel settembre 1938. Benché il paese vivesse comples­ sivamente con apatia e difficoltà la lunga parabola in cui si consumava la sconfitta militare e politica del fascismo, i gruppi antifascisti si impegna­ rono, a partire dall’autunno 1942, a ritessere le fila di un’opposizione non puramente morale. Erano gruppi molto ridotti: i cattolici si ritrovarono at­ torno a due nuclei - quello romano che si identificava nella vecchia guar­ dia popolare di De Gasperi e quello milanese che aveva al suo centro Piero Malvestiti. Essi diedero vita, nel corso dei quarantacinque giorni badogliani, al partito della Democrazia cristiana, di cui Demofilo (pseudonimo di Alci­ de De Gasperi) redasse il programma Idee ricostruttive. I gruppi educati alla propaganda di Gl si ritrovarono nel Partito d’azione (Pda), che si venne delineando nel corso del 1942, il quale avviò la pubblicazione del giornale clandestino «Italia libera» e tenne un congresso interregionale a Firenze al­ la fine dell’agosto 1943; i socialisti erano divisi al 25 luglio in due raggrup­ pamenti: gli uomini provenienti dall’estero (Nenni e Saragat) e il Centro interno del Movimento di unità proletaria, guidato da Lelio Basso. I due gruppi decisero nell’agosto 1943 là riunificazione dando vita al Partito so­ cialista italiano di unità proletaria. I comunisti infine, attraverso un Cen­ tro interno faticosamente ricostruito attorno a Umberto Massola nell’Ita­ lia settentrionale (Milano e Torino), si erano dimostrati in grado di inse­ rirsi nel malcontento operaio e di dar voce, con alcuni gruppi socialisti, alle rivendicazioni del marzo 1943. La III Internazionale era stata sciolta da Stalin nella primavera 1943 in omaggio alla politica di alleanza con i paesi capitalisti e il partito aveva assunto il nuovo nome di Partito comunista ita­ liano. I suoi aderenti venivano valutati a cinque-settemila in tutta la peniso­ la, ma bisogna tener presente che diversi gruppi locali si muovevano nella completa disinformazione delle direttive e della linea del partito. Un sin­ tomo interéssante e significativo delle condizioni dell’Italia e del movi­ mento antifascista fu rappresentato dalla comparsa, oltre ai partiti appena citati e a quelli meno consistenti ma pur dotati di una tradizione storica co­ me il Partito liberale, di un gran numero di formazioni politiche, per lo più effimere, che dopo la caduta di Mussolini cercarono di esprimere l’ansia di un rinnovamento politico. Nessuno di questi movimenti sarà tuttavia in grado di dare la spallata decisiva al regime e sarà necessario attraversare la tragedia dell’8 settembre perché l’antifascismo possa affrontare con una mo­ bilitazione di massa la lotta per il ristabilimento della democrazia in Italia.

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L U I G I G A N A P IN I

Crisi del regime fascista

La «guerra parallela». La seconda guerra mondiale segna per il fasci­ smo il momento della sua crisi irreversibile. L’antifascismo l’aveva pre­ conizzata fin dal primo momento; il Partito comunista d’Italia aveva af­ fermato nel 1940 che classi dirigenti e classi popolari stavano maturando, di fronte alla scelta bellicista, un rifiuto decisivo. La previsione era tut­ tavia molto in anticipo sui tempi in quanto sottovalutava il radicamento a tutti i livelli della società italiana dei sentimenti di lealismo monarchi­ co (che giocavano a favore del fascismo per il connubio tra il re e il duce) e la forza di penetrazione della mitologia imperialista e guerriera diffusa a piene mani dall’organizzazione educativa e propagandistica del regime. Se a molti pareva perciò che mancasse l’adesione entusiastica e convinta che aveva animato l’interventismo del 1914, era pur vero che gran parte dell’opinione pubblica, accanto ai timori per i pericoli e i lutti del con­ flitto, nutriva anche la fiducia che la solidità delle alleanze e la potenza tedesca e giapponese avrebbero garantito all’Italia un esito soddisfacente. L’andamento delle operazioni militari portò tuttavia in primo piano una realtà assai diversa. La decisione di entrare in guerra, il 10 giugno 1940, chiudeva in mo­ do definitivo la strada a tutte le speranze (diffuse negli ambienti politici e militari) di procrastinare ulteriormente il momento decisivo e mette­ va in evidenza tutti i dubbi e le perplessità che parte dei circoli dirigen­ ti, e in primo luogo la Corona, nutriva nei confronti della guerra al fian­ co della Germania. Sotto il profilo della condotta strategica della guerra Mussolini in certo modo riprendeva l’impostazione che l’Italia aveva già seguito all’aprirsi del primo conflitto mondiale. Come Salandra e Sonnino prima di lui, Mussolini pensava a una «guerra parallela», combattuta dall’Italia per i propri interessi e per i propri fini, relativamente svinco­ lata dagli obiettivi degli alleati. Come la strategia dell’Italia liberale, an­ che quella di Mussolini doveva trovare tuttavia molti ostacoli sul proprio cammino. Le difficoltà più immediate venivano prima di tutto dalla pre­ parazione delle forze armate. L’insufficienza delle risorse militari italia­ ne aveva consigliato fin dalla firma del patto d ’alleanza con la Germania (22 maggio 1939) di prospettare a Berlino l’opportunità di non aprire il conflitto armato prima del 1943. La decisione di Hitler di dare il via alle

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operazioni militari contro la Polonia (settembre 1939) aveva perciò mes­ so l’Italia in una posizione difficile, da cui il duce aveva tentato di uscire con la dichiarazione di «non belligeranza», destinata a salvare la sostan­ za della lealtà italiana verso la Germania senza impegnare militarmente il paese a scadenza immediata. L’andamento della fulminea campagna mi­ litare tedesca a est, lo stagnare delle operazioni sul confine franco-tede­ sco e infine l’avvio dell’offensiva del Reich nell’aprile 1940 sul fronte oc­ cidentale spinsero Mussolini ad abbreviare precipitosamente i tempi dell’attesa, nel timore che Hitler potesse concludere da solo la sua vitto­ riosa guerra-lampo. Ottenuto dal re l’affidamento del Comando supremo di tutte le truppe «operanti», Mussolini diede il via all’intervento con un’offensiva sul fronte francese. Sotto l’aspetto militare, benché la Fran­ cia avesse già subito colpi decisivi dall’offensiva del Reich hitleriano, l’esordio italiano fu tra i peggiori, in quanto le due offensive (una lungo la costa verso Nizza e l’altra sulle Alpi) vennero fermate dalla resistenza delle forze francesi, peraltro già sconfitte dai tedeschi. Già questa prima prova contribuiva a creare qualche sbandamento: tanto l’opinione pubblica, che si aspettava trionfali risultati sul piano mi­ litare e su quello politico, quanto gli esponenti stessi del partito e del re­ gime, spettatori degli avvenimenti da osservatori privilegiati che non con­ sentivano illusioni, avvertirono i primi segni dell’inadeguatezza italiana. La linea di condotta ispirata alla «guerra parallela» registrava cosi un pri­ mo smacco. Le successive delusioni vennero dalle operazioni contro la Gran Bre­ tagna. Quest’ultima rappresentava, nella scenografia delineata dalla pro­ paganda fascista, il nemico storico che strangolava l’Italia impedendole il dominio del Mediterraneo e l’espansione imperiale. Emblema dello stra­ potere capitalistico nemico dei popoli poveri e prolifici, l’impero britan­ nico si prestava inoltre ad arricchire la tematica demagogica mirante a presentare la guerra promossa da Germania, Italia e Giappone come lot­ ta di classe sul piano internazionale. I risultati delle operazioni militari non corrispondevano tuttavia alle ambizioni dell’ispirazione propagandi­ stica. Anche nei confronti della Gran Bretagna la strategia della «guerra parallela», unita all’insufficienza militare derivante in primo luogo da ar­ mamenti antiquati, per di più logorati anche dalle recenti prove in Etio­ pia e Spagna, impediva all’Italia di ottenere sul piano militare i successi che il fascismo aveva promesso. Non era tuttavia solo una questione di mezzi e organizzazione milita­ re. Per l’Italia fascista la sconfitta derivava dall’impostazione strategica complessiva del conflitto. Con la Germania sussisteva un latente dissidio che si nutriva di rivalità sul piano della politica di potenza; Mussolini e il suo entourage avvertivano giustamente che la condotta hitleriana mirava a dislocare in secondo piano l’Italia e a prefigurare un assetto postbellico segnato dall’assoluto predominio del Reich. Già dai primi anni di guerra la Germania aveva d’altra parte necessità di acquisire le basi per assicu­

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rarsi rifornimenti di materie prime assolutamente indispensabili per pro­ seguire il conflitto, soprattutto in quanto nei disegni di Hitler il momen­ to di scatenare un attacco a est, contro la Russia sovietica, si andava ap­ prossimando. Il terreno su cui si materializzò lo scontro implicito tra le condotte di guerra delle due potenze alleate furono i Balcani. La Germa­ nia mirava ad affermare la propria presenza al fine di assicurarsi i rifor­ nimenti di petrolio della Romania, mentre Mussolini, sentendosi erede delle tradizionali ambizioni italiane sull’altra riva dell’Adriatico, vole­ va porre un freno all’iniziativa del potente alleato. In questa prospettiva fu concepita da Mussolini l’idea di aggredire la Grecia, per assicurarsi un contrappeso rispetto all’espansione tedesca e per eliminare un paese che avrebbe costituito un punto d ’appoggio per la Gran Bretagna. Il disastro della campagna (iniziata nell’ottobre 1940) fu tanto più clamoroso in quan­ to la debolezza militare della Grecia era evidente e l’attacco era stato ac­ compagnato da affermazioni retoriche di Mussolini («spezzeremo le reni alla Grecia»). L’inverno 1940-41 fu caratterizzato da insuccessi italia­ ni tanto sul fronte greco quanto sui fronti africani (Africa settentriona­ le e orientale). Mussolini cercò di addebitare alle alte gerarchie militari la responsabilità dei rovesci. Suscitò particolare scalpore la rimozione di Pietro Badoglio (che si dimise nel dicembre 1940), un fatto che a molti apparve il segnale di un dissidio incolmabile tra esercito e regime. Su en­ trambi i fronti di guerra la situazione richiese l’intervento della Germa­ nia. Nell’aprile 1941 le truppe tedesche sbaragliavano le forze della Iu­ goslavia, alla cui spartizione partecipava l’Italia, ed entro la fine del me­ se le due potenze erano padrone di tutta la penisola balcanica, chiudendo ogni speranza britannica di aprire un fronte a partire dalla penisola gre­ ca. Analogamente, in Africa settentrionale le operazioni contro gli ingle­ si furono riprese solo con l’appoggio determinante delle truppe coman­ date dal generale Erwin J. Rommel. La necessità di ricorrere all’aiuto di Hitler sanciva in meno di un anno l’incapacità italiana a condurre la «guer­ ra parallela». Ciononostante, all’aprirsi delle ostilità della Germania con­ tro la Russia sovietica (giugno 1941), Mussolini impegnò l’Italia con la partecipazione di un corpo di spedizione militare, ancora una volta spin­ to da motivi di prestigio e dalla speranza di avere un peso maggiore al ta­ volo della pace. L’impegno sul fronte russo, reiterato nella primavera 1942 con l’invio di ulteriori contingenti di truppe, fu non solo estremamente gravoso e sanguinoso per i soldati, inviati a combattere con equipaggia­ mento e materiali inadeguati a fronteggiare gli spazi e le condizioni cli­ matiche del nuovo teatro di guerra, ma contribuì anche a rendere più dif­ ficile la lotta nell’Africa settentrionale. La dispersione delle forze e il pe­ so della potenza degli Stati Uniti d ’America (in guerra dal dicembre 1941 contro il Tripartito) segnarono per le forze italo-tedesche, a partire dall’ottobre-novembre 1942, l’avvio di una serie di sconfitte di proporzioni ir­ rimediabili.

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La destituzione di Mussolini. Per i primi due anni di guerra il regime riusciva a contenere ogni scontento, riducendo l’opposizione antifascista a un silenzio pressoché assoluto e riassorbendo con la repressione ogni frangia di protesta. Solo con l’inverno 1942-43 i segni della disfatta si fe­ cero evidenti e, pur nel contesto di un paese che complessivamente vive­ va la situazione in modo passivo, incoraggiarono il delinearsi di un dis­ senso sempre più netto. Non è tuttavia la parte più combattiva dell’opposizione al fascismo - quella che faceva capo alle forze democratiche sconfitte ed espulse dal quadro politico tra il 1922 e il 1926 - a costruire le premesse e a tessere la trama dell’azione cheNcondurrà, alla fine di luglio del 1943, alla caduta del capo del fascismo. E invece la figura istituzionale che aveva permes­ so l’ascesa di Mussolini al potere, il re Vittorio Emanuele III, a prospet­ tare per primo la possibilità di sbarazzarsi del duce per arrivare, tramite la sua eliminazione, se non a un rovesciamento delle alleanze internazio­ nali, almeno a un distacco dalla Germania e al ritiro dalla guerra. Gli obiet­ tivi del monarca non sono del tutto chiari ed espliciti, benché facilmen­ te intuibili. La sua condotta appare incerta, o come minimo estremamente prudente, quasi oscillando tra l’auspicio che sia Mussolini stesso a convin­ cere l’alleato della crescente impossibilità per l’Italia di reggere il conflitto e il desiderio di rimuoverlo per gestire la soluzione del dramma o in pri­ ma persona o tramite uomini più devoti alla Corona. La latente conflit­ tualità tra fascismo e monarchia sembra infatti uno degli elementi che condizionarono le mosse di Vittorio Emanuele III, lo frenarono o lo in­ centivarono sulla base delle speranze di garantire o dei timori di porre in forse la sopravvivenza della monarchia. Il primo avvio della congiura che porterà alla destituzione del duce si confonde con i pallidi segnali del malumore della Corona e dei circoli a essa legati o all’allarme di singole personalità (come la principessa Maria José, moglie del principe ereditario Umberto) sostanzialmente estranee alla politica ed è reso ancor meno definibile con certezza dalle speranze diffuse di un possibile sganciamento indolore dall’alleanza con i tedeschi attuato dallo stesso Mussolini. Fino alla primavera inoltrata del 1943 non si ebbe alcun passo significativo: il re dichiarava alle personalità più vici­ ne che, per intervenire in prima persona, gli occorrevano «fatti nuovi», che legittimassero la sua azione sul piano politico e costituzionale. Solo nel maggio il re avviò, tramite il conte Acquarone, ministro della Reai ca­ sa, contatti con esponenti liberali prefascisti (Marcello Soleri e Ivanoe Bonomi) e nello stesso tempo con una personalità del regime quale Dino Grandi, presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni, che si era ormai orientato in senso contrario a Mussolini. La posizione di Grandi era un segnale rivelatore dello scoramento e della sfiducia correnti tra le stesse alte gerarchie fasciste. Fu comunque solo dopo lo sbarco angloa­ mericano in Sicilia (notte tra il 9 e il 10 luglio 1943) che la trama della

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congiura prese finalmente corpo. Il rovinoso arretramento delle truppe italiane, palesemente non disposte a battersi contro gli invasori, e il ge­ nerale disorientamento per la disfatta che si delineava sul suolo italiano stesso servirono a coagulare le due distinte componenti dell’opposizione antimussoliniana interna al regime. Diversi gerarchi si dichiararono in­ soddisfatti per la condotta della guerra e per la linea politica di Mussoli­ ni, chiedendo che il Gran consiglio del fascismo (che non era stato più riunito dal dicembre 1939) fosse convocato per un esame della situazio­ ne. Il re, che aveva da tempo dichiarato che si sarebbe mosso solo se si fossero realizzate nuove condizioni che lo mettessero in grado di assumere un’iniziativa istituzionalmente corretta, vedeva profilarsi la soluzione del suo problema. Nel frattempo Mussolini stesso aveva provveduto a sgombrare il cam­ po dalle illusioni che fosse possibile far uscire l’Italia dal conflitto senza rotture drammatiche con l’alleata Germania. Nell’incontro con Hitler a Feltre (19 luglio 1943, proprio mentre Roma era oggetto di un tragico bom­ bardamento angloamericano) non ebbe la capacità di prospettargli fino in fondo l’impotenza italiana a reggere ancora il conflitto; dallo stato maggiore tedesco ottenne solo l’invio di ulteriori truppe a difesa della penisola. In questo modo i «fatti nuovi» attesi da Vittorio Emanuele III anda­ vano concretizzandosi nelle modalità più rovinose. Da una parte l’Italia era invasa dalle truppe angloamericane, mentre dall’altra i tedeschi po­ nevano le premesse per attuare un piano d ’occupazione militare dell’Ita­ lia nel caso di un voltafaccia dell’alleato. Esso sarà messo in atto dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, ma era stato già delineato dallo stato maggiore della Wehrmacht (Forze armate tedesche) ben prima dell’armi­ stizio. Anche per il dissenso interno al Partito nazionale fascista (Pnf) e soprattutto per l’orientamento dei gerarchi del Gran consiglio l’incontro di Feltre rappresentò un momento cruciale in quanto forni la prova che Mussolini non era in grado di sciogliere i legami dell’alleanza con il nazi­ smo. Dino Grandi, dopo aver inutilmente prospettato a Mussolini, nel corso di un colloquio del 22 luglio, la necessità che egli rimettesse al re i suoi poteri, prese contatti con altri esponenti (Giuseppe Bottai e Galeaz­ zo Ciano) e con essi definì più puntualmente un suo ordine del giorno, su cui furono raccolte le adesioni di quindici membri del Gran consiglio. Quest’ultimo si riunì a partire dalle 17,15 del 24 luglio e nel corso di un lungo dibattito fu messa sotto accusa la condotta politica di Mussolini, a partire dalle leggi eccezionali, e in particolare la decisione di portare l’Ita­ lia in guerra. Oltre a quello di Grandi, altri due ordini del giorno furono presentati: uno di Roberto Farinacci, molto critico verso Mussolini, ma in favore della continuazione della guerra nel rispetto dell’alleanza italotedesca, e uno di Carlo Scorza (segretario del Pnf), che invocava non me­ glio specificate «riforme e innovazioni nel Governo, nel comando supre­ mo, nella vita interna del paese», contenute tuttavia nel quadro della «pie­ na funzionalità degli organi costituzionali del regime». L’ordine del giorno

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di Grandi chiedeva «l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali» de­ gli organi statutari e costituzionali e invitava Mussolini a chiedere al re di «assumere, con l’effettivo comando delle forze armate [...] quella su­ prema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono». L’ordine del giorno fu approvato con diciannove voti a favore, sette con­ trari, un astenuto (Giacomo Suardo) e con la dichiarazione di Farinacci a favore del proprio ordine del giorno. Preso atto della decisione del Gran consiglio, Mussolini si recava il giorno seguente a colloquio dal re. Le deci­ sioni di quest’ultimo erano maturate nei dieci giorni precedenti. In un colloquio del 15 luglio aveva accertato la disponibilità del maresciallo Pie­ tro Badoglio ad assumere la carica di capo del governo e, dopo il 19 lu­ glio, aveva comunicato la sua decisione al generale Vittorio Ambrosio, ca­ po di stato maggiore dell’esercito, il quale, con la collaborazione dell’ex capo della polizia Carmine Senise e del generale Castellano, perfezionò i piani per la destituzione e l’arresto di Mussolini. Al termine di un collo­ quio con il re, breve e scarsamente onorevole per entrambi gli interlocu­ tori, Mussolini apprese da Vittorio Emanuele III la sua destituzione e, all’uscita, fu arrestato dai carabinieri. La notizia dell’avvenimento e quel­ la della nomina di Pietro Badoglio alla carica di capo del governo non pro­ vocarono apprezzabili reazioni né da parte dei principali capi fascisti né da parte della massa dei militanti. Prevalse invece una entusiastica ap­ provazione popolare in cui si confondevano l’esultanza per la caduta del regime e le speranze di una pace imminente. La partita era tuttavia ap­ pena iniziata: la conclusione del 25 luglio segna - è vero - la crisi defini­ tiva del regime, ma non cancella la presenza del fascismo che tornerà sul­ la scena a seguito dell’8 settembre. Le componenti politiche. Malgrado queste vicende siano decisive per la destituzione di Mussolini e per la fine della ventennale dittatura, se­ gnando una tappa da cui sarà impossibile recedere, altre componenti oc­ corre richiamare per comprendere come la congiura di palazzo non sia sta­ ta altro che il detonatore di una situazione che da lungo andava erodendo dall’interno l’edificio della dittatura e minando senza rimedio le fondamenta del consenso da parte della società italiana. L’ideologia e la cultura fascista erano state intimamente permeate da una componente bellicista e imperialista. Le origini stesse del movimen­ to fascista comportavano un richiamo determinante all’esperienza della prima guerra mondiale. Tutta la politica estera del regime aveva d’altra parte avuto come obiettivo principale le aspirazioni al ruolo di grande po­ tenza imperiale. L’ideologia del regime, fondata sui valori maschi della virtù guerriera e della forza, aveva sempre additato nella guerra il cimen­ to supremo da cui scaturiva la riprova delle virtù di un popolo e di una nazione. La guerra per l’affermazione definitiva dell’Italia come grande potenza mondiale era stata quindi vaticinata come il punto d’arrivo del­ l’esperienza del fascismo, il suo prodotto più significativo e più puro. Il

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carattere “fascista” della guerra era stato incentivato in ogni modo, sot­ tolineato non solo dagli “osanna” propagandistici all’indirizzo del duce, comandante supremo delle Forze armate, ma anche dall’organizzazione di corpi speciali - le Camicie nere - destinati a trasferire nell’esperienza militare e nell’esercito il lievito ideale della loro ispirazione fascista; l’ar­ ma aerea, che sarebbe stata in effetti lo strumento militare determinante (se non addirittura decisivo) del conflitto, si era sempre caratterizzata co­ me creatura del fascismo; all’interno della marina, pur tradizionalmente devota alla monarchia, le formazioni sommergibilistiche e antisommergibilistiche coltivavano uno spirito spavaldo e avventuroso d ’ispirazione dannunziana che aveva molte assonanze con la retorica dell’arditismo fa­ scista. Agli occhi dell’opinione pubblica la celebrazione continua del ca­ rattere fascista della guerra si doveva inevitabilmente tradurre in un pe­ ricoloso rovesciamento quando il paese cominciò a rendersi conto che le fortune del conflitto volgevano contro le forze del T ripartito, l’alleanza italo-tedesca-giapponese. I meriti che il regime avrebbe voluto attribuir­ si diventarono responsabilità gravissime, configurando un quadro di im­ previdenza, inefficienza e corruzione da cui il regime usciva distrutto agli occhi degli italiani. All’interno delle stesse Forze armate, d’altronde, si annidava un forte dualismo, costituito dalla doppia lealtà che il corpo de­ gli ufficiali per primo doveva sentire: da una parte verso il regime, che nel corso degli anni aveva cercato di accaparrarsi il loro appoggio anche con provvedimenti favorevoli alla carriera, e dall’altra parte verso il re, istituzionalmente capo dell’esercito. La necessità di potenziare sia le organizzazioni del partito sia le strut­ ture totalitarie dello stato fascista al fine di consolidare la stabilità del re­ gime e di renderlo più efficiente era comunque emersa già nel corso degli ultimi anni di pace e aveva attirato l’attenzione di non inconsistenti set­ tori dell’apparato fascista. La struttura pletorica del Pnf era apparsa ina­ deguata rispetto ai nuovi compiti che dopo la guerra d ’Etiopia si pro­ spettavano all’Italia fascista: alla persecuzione antisemita, sancita dalle leggi razziste del 1938, si era aggiunta negli anni seguenti una fragorosa campagna propagandistica “antiplutocratica” che aveva avuto il compito di segnalare ed esaltare i caratteri proletari e demagogici del conflitto in­ trapreso dalle potenze totalitarie. Questi nuovi indirizzi del fascismo, spesso interpretati come adesione gregaria al modello hitleriano, avevano invece i caratteri di un tentativo diretto a rendere più aggressivo e più coeso il partito fascista, ingigantendo i pericoli esterni, richiamando alla vita politica attiva anche i militanti squadristi delle origini, per lo più al­ lontanati e relegati in ambiti secondari quando s’erano rivelati poco com­ patibili con l’aspetto perbenista e consentaneo al blocco d ’ordine che il fascismo s’era prefisso di conseguire nella seconda metà degli anni venti. É coerente con questa ripresa dell’estremismo delle origini anche il ten­ tativo, promosso da Adelchi Serena (segretario del Pnf dal 30 ottobre 1940 al 26 dicembre 1941), di studiare i modi per potenziare il carattere

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totalitario del regime, di promuovere un più accentuato ruolo politico del partito e di dar vita a una riforma di alcuni istituti statali in modo da av­ viare il fascismo sulle orme dell’ammirato totalitarismo nazista. La via se­ gnata da Adelchi Serena restò un tentativo incompiuto, che Mussolini per primo non sembrò condividere; ma agli occhi di diversi studiosi odierni è il segnale che parte delle stesse gerarchie del fascismo e degli intellet­ tuali a esso fedeli avverti la necessità di rafforzare la presa del regime e dei suoi apparati sul paese, nella coscienza che le misure tradizionali fos­ sero ormai insufficienti in quanto la guerra stava incidendo con un cari­ co di sacrifici progressivamente insopportabili. Le componenti economiche. Per gli italiani le privazioni imposte dal conflitto cadevano in un contesto già fortemente segnato da un’economia di guerra che nasceva da lontano, ben prima dell’esplosione del conflitto mondiale e della nascita del nesso indissolubile con la Germania nazista. Gli aspetti congiunturali della vicenda italiana negli anni 1940-43 non possono venir scissi dalla vicenda complessiva del regime e dal disegno che presiede al governo dell’economia e delle alleanze sociali almeno a partire dalla guerra d ’Etiopia. Industria di guerra e grandi monopoli era­ no stati i soggetti privilegiati nella strategia economica del regime, stru­ menti della via scelta per uscire dalla crisi del 1929-34. Nelle vicende eco­ nomiche legate alla congiuntura bellica questi due cardini non possono certo essere rimossi. L’industria indirizzata alla produzione bellica, per ragioni intrinseche, sta al centro delle cure del regime e di conseguenza verso di essa vengono convogliate tutte le risorse, in termini di capitali, materie prime, forza lavoro. Già di per sé questo dato comporta che gli altri settori economici, le industrie indirizzate ai consumi di pace e la pro­ duzione agricola, sono destinati a pagare un crescente tributo e a subire un pesante depauperamento. La struttura storica dell’economia industriale italiana fa sì che questo processo, comune del resto a tutti i paesi in guer­ ra, assuma caratteri di forte discriminazione ai danni dei gruppi econo­ micamente meno forti. L’industria pesante, localizzata prevalentemente nelle regioni settentrionali, accentua i suoi caratteri di concentrazione tec­ nica e finanziaria che da una parte le assicurano un posto di rilievo nelle decisioni della politica economica fascista e dall’altra vengono incremen­ tati proprio dall’economia di guerra e dal circuito monetario escogitato a sostegno di quest’ultima. A evitare infatti che, con l’avvio del conflitto, si producessero sconvolgenti fenomeni inflazionistici, vengono messi in atto provvedimenti fiscali e creditizi che devono rastrellare le somme spe­ se in eccedenza dallo stato rispetto alle entrate normali in bilancio e di conseguenza neutralizzare l’emissione di carta-moneta realizzata al fine di finanziare la guerra. Già a partire dal 1935 vengono applicate una se­ rie di imposte sul patrimonio e sull’entrata, concernenti in prevalenza il ri­ sparmio esistente, cui si aggiungono dal 1940 specifiche misure sugli uti­ li di congiuntura e contro la speculazione borsistica. Tutte queste misure

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sono accompagnate e rafforzate da altre, miranti a convogliare verso il Tesoro le eccedenze finanziarie, tramite investimenti in titoli di stato. L’analisi dei risultati di questo complesso apparato normativo porta tut­ tavia a sottolineare che esso non sembra in grado di colpire gli utili e le speculazioni connesse alla politica autarchica, prima, e da quella di guer­ ra, poi, ma si limita a incidere sulle fonti tradizionali di ricchezza. I pro­ fitti delle imprese indirizzate alle produzioni di guerra non sono messi in discussione da questi provvedimenti, né tanto meno ne vengono toccati i poteri e il peso dei maggiori gruppi economici. La struttura monopo­ listica nel settore industriale negli anni di guerra si rafforza, favorita dall’accorpamento delle imprese industriali sotto la guida dei maggiori complessi. Il sistema di controllo sulla formazione della domanda, che co­ stituisce l’ulteriore strumento destinato a frenare l’inflazione in tutti i paesi in guerra (pur con significative differenze tra gli uni e gli altri), si appoggia in Italia al sistema corporativo e comporta la creazione e lo svi­ luppo di veri e propri monopoli, tanto nel settore industriale quanto nel settore agricolo, dove gli ammassi obbligatori si generalizzano e assumo­ no il carattere di enti monopolistici di controllo sull’offerta dei prodotti agricoli. Nel settore agricolo si assiste a un processo - per certi versi analogo a quello che si realizza nel settore industriale - che favorisce la riorganiz­ zazione capitalistica del settore, a detrimento dei piccoli produttori. Le esigenze razionalizzatrici dirette all’incremento della produzione grana­ ria fanno sentire il loro peso soprattutto a vantaggio delle grandi azien­ de, mentre per il piccolo coltivatore il prezzo politico dei cereali non è re­ munerativo; e mentre costui risente in modo più accentuato della tassa­ zione, del razionamento, del costo della vita, gli affittuari capitalistici che producono per il mercato sono i più avvantaggiati dal blocco dei fitti e dal progressivo alleggerimento del carico fiscale sulla conduzione. I ri­ chiami alle armi arrecano infine alla piccola proprietà direttamente colti­ vatrice un colpo gravissimo in quanto essa non è in grado di assumere sa­ lariati. In questo panorama gli enti ammassatori, che impongono prezzi di conferimento nettamente inferiori ai prezzi di mercato, favoriscono gli accaparratori in grado di giocare sugli aumenti futuri di prezzo e fin dal­ l’inizio del conflitto, dominati come sono dagli esponenti delle categorie più forti, sono fortemente indiziati di essere i protagonisti dei maggiori fenomeni di speculazione. Questo quadro della gestione dell’economia di guerra rivela una dram­ matica tensione che approfondisce il solco tra le classi privilegiate e la po­ polazione: il divario tra redditi che consentono un tenore di vita agiato e redditi al livello di sussistenza si accresce, mentre la distribuzione del red­ dito nel suo complesso si polarizza, incrementata dal blocco di salari e sti­ pendi. Alle speculazioni e alla stagnazione dell’incremento dei redditi fissi si aggiungono le disfunzioni organizzative. La macchina distributiva appa­

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re in difficoltà fin dal primo delinearsi di un sistema di contingentamen­ to dei beni di consumo. I fenomeni di imboscamento delle merci e il mer­ cato nero fanno la loro comparsa fin dai primissimi anni di guerra. In par­ te sono il prodotto della scelta di far convergere sul settore industriale tutte le risorse. Da questo punto di vista non si può negare all’Italia fa­ scista di essere perfettamente in linea con le politiche di tutte le potenze in guerra. Tuttavia per l’Italia la necessità di scambiare prodotti agricoli con materie prime portò nel giro di un paio d ’anni a un vertiginoso de­ cremento delle risorse per il fabbisogno interno. Le disponibilità alimen­ tari imposero una contrazione dei consumi della popolazione civile pari al quaranta per cento, in un paese che - come mostrano confronti inter­ nazionali elaborati all’epoca - si segnalava in Europa per la modestia dei livelli dei beni primari. Il tesseramento dei consumi - che progressiva­ mente si andò ampliando tra il 1940 e il 1942 - fu progettato fin dall’ini­ zio come se fosse destinato a soddisfare solo parzialmente le necessità del mercato alimentare. I traffici clandestini sembravano quasi concepiti co­ me naturale integrazione di una serie di misure che nel 1942, per ammis­ sione dello stesso ministero dell’Agricoltura, prevedevano di assicurare ai cittadini non più di un terzo del fabbisogno calorico giornaliero. Il peso dell’economia di guerra e il suo sostanziale fallimento rispetto all’obiettivo di garantire un certo equilibrio e la pace sociale - così com’è percepito dall’opinione pubblica e dai diversi strati sociali - si rivelano in primo luogo in uno dei settori nevralgici per la tenuta del «fronte inter­ no», quello dei consumi essenziali. Sullo sfondo stanno - è vero - anche altre componenti. Primeggia la constatazione del prevalere dell’economia monopolistica, a cui rispondeva un vasto settore del pensiero economico con l’invocazione del ritorno a un’economia liberista, alla fine del con­ flitto. Questa prospettiva, che trovò larga eco negli ambienti accademici, venne apertamente proclamata in un convegno dedicato al Nuovo ordine nell’Europa postbellica, tenuto a Pisa nel 1942. La definizione dei pro­ grammi tedeschi in merito alla nuova divisione internazionale del lavoro (il cosiddetto piano Funk, dal nome del ministro tedesco per l’Economia) sollevò in numerosi ambienti industriali non poche inquietudini, in quan­ to ne venne percepita la chiara tendenza a dislocare in secondo ordine la potenza industriale italiana. Nel settore agricolo i ceti danneggiati dal re­ gime dell’economia di guerra andavano covando un sordo rancore, che non trovava espressioni aperte, ma che soprattutto nel Meridione prepa­ rava in silenzio una dissociazione che, dopo il 25 luglio, si esprimerà nel lealismo monarchico e nell’assenza di reazioni in difesa del fascismo. Il disagio sociale. La gran parte delle masse popolari aveva tuttavia elementi più immediati di percezione della debolezza irrimediabile del re­ gime. Le difficoltà dei rifornimenti si traducevano in protesta dissimulata e mormorazione, in ostilità contenuta dalle misure repressive e polizie­ sche, ma non sfociarono se non occasionalmente in aperta manifestazio­

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ne. Furono le donne le prime - tra il 1941 e il 1942 - a dar vita a qual­ che occasionale episodio che rivelava il crescente disagio. L’altro grande motivo di scontento, di sfiducia e di crescente paura fu rappresentato dai bombardamenti aerei che con l’autunno 1942 incominciarono a colpire in modo tragico le città italiane. La difesa contro le incursioni si rivelò as­ solutamente inadeguata: ricoveri nelle città e armamenti antiaerei gareg­ giavano per inefficienza, promovendo (come osservavano gli stessi infor­ matori della polizia) il risentimento e l’odio verso il regime fascista più che verso le potenze nemiche. Nel 1941-42 i tedeschi vennero chiamati ad aiutare l’alleato con l’invio di cannoni per la difesa e di truppe specia­ lizzate. L’effetto di queste misure, che suonavano come un’aperta con­ fessione di incapacità a operare con efficacia, fu quello di incrementare l’allarme per le possibili prevaricazioni che il nazismo avrebbe potuto com­ piere contro l’Italia. Il momento culminante del divorzio tra regime e paese fu rappresen­ tato dagli scioperi che nel mese di marzo del 1943 presero vita nei mag­ giori centri industriali dell’Italia settentrionale. Dapprima gli stabilimenti Fiat di Torino e successivamente un vasto numero di aziende industriali del Milanese furono teatro di astensioni dal lavoro di varia durata. La pro­ testa aveva solide radici economiche, per il contesto generale di privazioni in cui era andata maturando e per il carattere particolarmente duro delle condizioni di lavoro, spesso soggetto alla disciplina militare negli stabilimenti indirizzati alla produzione di guerra. Gli scioperi furono percepiti da Mussolini come un grave segnale della inadeguatezza del regime a con­ trollare il paese; ma né la sostituzione di alcuni alti funzionari o esponenti politici (tra cui il capo della polizia Carmine Senise e il segretario del par­ tito Aldo Vidussoni) né la repressione nei confronti degli scioperanti val­ sero a restituire solidità al consenso verso il regime. Per quanto gli scio­ peri operai non abbiano avuto diretta e precisa relazione con l’articolar­ si della congiura monarchico-militare, essi rispondevano a un clima sempre più diffuso di insofferenza e di ostilità. La embrionale riorganizzazione dei partiti antifascisti che andava effettuandosi nell’inverno 1942-43 eb­ be un valido significato in questo contesto; e per quanto molto si discuta sul peso delle organizzazioni comuniste e socialiste nel promuovere gli scioperi stessi, queste agitazioni di massa segnarono comunque l’avvio di un conflitto sociale dai contorni inequivocabilmente politici. Nota bibliografica. A A .W ., Operai e contadini nella crisi italiana del 1943-1944, Feltrinelli, Milano 1974; G. Bianchi, 25 luglio. Crollo di un regime, Mursia, Milano 1963; R. D e Felice, Mussolini l’al­ leato. 1940-1945, 1. L ’Italia in guerra (1940-1943), Einaudi, Torino 1990; F. Ferratini Tosi, G. Grassi e M. Legnani (a cura di), L ’Italia nella seconda guerra mondiale e nella resistenza, Insmli, Angeli, Milano 1987; E. G entile, La via italiana al totalitarismo.Il partito e lo stato nel regime fascista, Nuova Italia Scientifica, Roma 1995; Insmli, L ’Italia dei quarantacinque gior­

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ni: 25 luglio - 8 settembre 1943. Studio e documenti, Insmli, Milano 1969; S. Musso, La ge­ stione della forza lavoro sotto il fascismo, Angeli, Milano 1987; G. Parlato, Il sindacalismo fa­ scista, II. Dalla grande crisi alla caduta del regime (1930-1943), Bonacci, Roma 1989; P. Pun­ toni, Parla Vittorio Emanuele III, Il Mulino, Bologna 1993; M. Sarfatti (a cura di), 1 938. Le leggi contro gli ebrei. La legislazione antiebraica in Italia e in Europa, Camera dei Deputati, Ro­ ma 1989; A. Ventura (a cura di), Sulla crisi del regime fascista. 1938-1943, Isr Padova, Mar­ silio, Venezia 1996; R. Zangrandi, 1943:25 luglio - 8 settembre, Feltrinelli, Milano 1964 (ed. riveduta L ’Italia tradita, 8 settembre 1943, Mursia, Milano 1971).

GIORGIO R O C H A T

L’armistizio dell’8 settembre 1943

I termini della questione. L’8 settembre 1943 è il giorno più nero della guerra italiana e della storia delle Forze armate nazionali. Vissuto in modo traumatico da decine di milioni di italiani sospesi tra la speranza e la pau­ ra, sentito quasi sempre come disfatta e vergogna, anche se subito inter­ pretato in modi diversi e spesso opposti, l’armistizio dell’8 settembre ha suscitato polemiche violentissime, non ancora chiuse, e una sterminata quantità di accuse, denunce e falsificazioni, di studi e memorie. Tutti gli av­ venimenti di qualche rilievo di quei giorni sono oggi conosciuti con sicurez­ za, ma su cause, comportamenti e conseguenze il dibattito è ancora aperto. II punto di partenza è ovviamente la piena sconfitta dell’Italia fascista, di cui non occorre ricordare le dimensioni. Basti dire che nell’agosto 1943 l’esercito aveva circa due milioni di uomini sul territorio nazionale, ma sol­ tanto una decina di divisioni di fanteria di qualche efficienza (anche se lar­ gamente inferiori alle divisioni meccanizzate tedesche e angloamericane), che non erano in grado di opporre alcuna resistenza di fronte a un’invasio­ ne degli angloamericani o della Germania nazista. Le città italiane erano esposte ai bombardamenti aerei praticamente senza difesa, il morale della popolazione era crollato, come le condizioni di vita e di alimentazione. L’esi­ genza di portare l’Italia fuori dalla guerra era così forte che il re Vittorio Emanuele III era stato costretto a destituire Mussolini il 25 luglio perché gli angloamericani non erano disposti a trattare con lui. Anche se il mare­ sciallo Pietro Badoglio, al momento di assumere la responsabilità del nuo­ vo governo, aveva dichiarato che la guerra a fianco della Germania conti­ nuava, il suo compito effettivo era di chiuderla. Uscire dalla guerra non era facile per più ragioni. La prima riguardava il vertice dello stato, un piccolo gruppo composto dal re, il capo del governo Badoglio, il capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio, il capo di stato maggiore dell’esercito Mario Roatta, il ministro della Reai casa Pietro Acquarone, uomo di fiducia del re (i ministri e gli altri capi militari ebbero parti marginali in queste vicende). Il problema fondamentale di costoro era di assicurare la continuità del loro potere (e quindi dello stato monarchico) nel passaggio di campo. In concreto avevano un’assoluta incomprensione delle posizioni degli angloamericani e una grande paura dei tedeschi. Nell’estate 1943 gli alleati angloamericani non avevano ancora deciso

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come comportarsi se l’Italia avesse chiesto di arrendersi. La richiesta di una resa incondizionata, proclamata dal presidente Roosevelt in gennaio a Ca­ sablanca, non aveva risolto i contrasti tra i sostenitori di una linea dura - pre­ valentemente inglesi - e i favorevoli a una maggiore elasticità verso l’Italia sconfitta - prevalentemente statunitensi. Il contrasto fu risolto con un’am­ pia delega per le condizioni di armistizio al generale Dwight Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo, cui interessava so­ prattutto di assicurarsi la collaborazione italiana per facilitare lo sbarco in preparazione a Salerno. Da parte tedesca non ci furono mai dubbi. La destituzione di Mussoli­ ni fu intesa come un preannuncio della defezione italiana. Subito dopo il 25 luglio circa otto divisioni tedesche entrarono in Italia settentrionale oc­ cupando i principali valichi delle Alpi e degli Appennini. Le otto divisioni dislocate nel Centro-sud, tutte di prima qualità (Panzer, Panzergrenadieren e paracadutisti), vennero completate e rafforzate. Il rovesciamento im­ mediato del governo Badoglio fu studiato e poi scartato, ma venne messo a punto il piano Alarich (poi Achse) per l’attacco e la neutralizzazione delle forze italiane al momento opportuno. Per la Germania era essenziale - per ragioni militari, economiche e di prestigio - mantenere il controllo dei Bal­ cani e spingere più a sud possibile l’occupazione della penisola italiana; la difesa a oltranza doveva avere luogo sulla linea degli Appennini per copri­ re l’Italia settentrionale. Quali erano i rapporti di forza ? Era in corso una notevole riduzione del­ le forze alleate nel Mediterraneo per la priorità dello sbarco in preparazione nella Francia settentrionale. Le divisioni e i mezzi da sbarco che restavano a Eisenhower erano sufficienti per l’azione di Salerno, ma non per movi­ menti di più ampio respiro (come uno sbarco a nord di Roma), né per ope­ razioni secondarie nei Balcani. Pur duramente impegnata in Russia, la Ger­ mania era ancora in grado di concentrare divisioni efficienti e aviazione suf­ ficienti a garantire il controllo dei Balcani, sopraffacendo la trentina di divisioni italiane ivi dislocate (650 000 uomini), e l’occupazione dell’Italia settentrionale, dove c’erano centinaia di migliaia di soldati italiani, ma non truppe efficienti. La situazione era più aperta in Italia centrale, come ve­ dremo trattando della mancata difesa di Roma; ma le forze italiane nei Bal­ cani e nell’Italia settentrionale erano in ogni caso destinate a essere so­ praffatte dai tedeschi. Non era colpa del governo Badoglio, ma il duro prez­ zo da pagare per liquidare la guerra di Mussolini. Le trattative per l ’armistizio. Per uscire dalla guerra fascista c’erano tre vie: a) ottenere dai tedeschi il consenso a un armistizio come premessa per

la neutralizzazione dell’Italia nel conflitto. Era la soluzione sognata dal governo Badoglio, ma del tutto irrealistica; in un conflitto cosi duro non era pensabile che le due parti accettassero un’uscita indo­ lore dell’Italia e la neutralizzazione del suo territorio;

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b) attaccare le forze tedesche nello stesso momento della destituzione

di Mussolini. Soluzione quanto mai ardua, che non fu presa in con­ siderazione perché il re e Badoglio non intendevano affrontare i te­ deschi senza concrete garanzie politiche e militari dagli angloame­ ricani; c) aprire trattative segrete con gli alleati tenendo a bada i tedeschi con la dichiarazione di volere continuare la guerra. Fu la decisione presa dal nuovo governo il 31 luglio. La scelta non era facile, perché il re e Badoglio erano condizionati dal timore di perdere il controllo della situazione interna, dal terrore delle rea­ zioni tedesche, dalla sfiducia nelle forze armate italiane, dalla necessità del segreto. Le trattative con i vincitori furono impostate e condotte nel mo­ do più angusto, con una serie di sondaggi e missioni affidati a diplomatici e militari senza istruzioni né credenziali precise [Aga Rossi 1993]. Le confuse aperture italiane ebbero successo perché gli alti comandi an­ gloamericani stavano preparando lo sbarco nella penisola con forze limita­ te e quindi erano fortemente interessati all’appoggio che potevano avere dalle forze armate italiane, di cui sopravalutavano l’efficienza. A fine lu­ glio il generale Eisenhower aveva già messo a punto le condizioni da porre, il cosiddetto «armistizio breve» poi firmato il 3 settembre, che prevedeva la fine delle ostilità, la collaborazione italiana, la consegna della flotta, i pie­ ni poteri delle autorità militari alleate. Roosevelt e Churchill accettarono di firmare un armistizio con il governo italiano che, in deroga al principio della resa incondizionata, ne riconosceva l’autorità e la continuità; ma de­ finirono un secondo elenco di clausole più dettagliate e pesanti che, ri­ prendendo la sostanza di una resa senza condizioni, stabilivano il pieno con­ trollo dei vincitori sullo stato italiano. Questo testo, noto come «armisti­ zio lungo», fu consegnato ai rappresentanti italiani all’ultimo momento e poi firmato da Badoglio a Malta il 29 settembre. Il 10 settembre il governo italiano (in realtà erano presenti Badoglio, il ministro degli Esteri Guariglia e i capi militari) decise di accettare l’armisti­ zio, che fu firmato il 3 a Cassibile, in Sicilia, dal generale Castellano in rap­ presentanza del governo e dal generale Bedell W. Smith, capo di stato mag­ giore di Eisenhower. La scelta del momento in cui rendere pubblico e ope­ rante l’armistizio era riservata a Eisenhower in rapporto all’imminente sbarco nella penisola (luogo e data non furono comunicati agli italiani). Per una valutazione degli eventi si deve tenere conto di due livelli. Il re e Badoglio avevano ottenuto molto: la fine delle ostilità, il loro riconosci­ mento come controparte (e quindi la continuità della monarchia e del go­ verno), l’accantonamento della formula della resa senza condizioni (la so­ stanza restava, perché erano i rapporti di forza a contare), la promessa solenne che il concorso italiano alla guerra angloamericana sarebbe stato adeguatamente valutato (come di fatto avvenne). Anche Roosevelt e Chur­ chill avevano ottenuto quanto loro premeva: la resa dell’Italia e la collabo­

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razione delle sue Forze armate, a cominciare dalla consegna della flotta che, come vedremo, aveva un grande valore. L’applicazione concreta dell’armistizio si basava invece su una serie di equivoci, non tutti in buona fede. Badoglio e i suoi contavano su uno sbarco alleato così forte da liberarli dalla minaccia tedesca su Roma, anche se era­ no stati informati che lo sbarco sarebbe stato a sud della capitale. Gli allea­ ti speravano di avere dalle forze italiane un appoggio importante per il loro sbarco a Salerno e l’avanzata su Napoli e Roma. In realtà entrambe le par­ ti si basavano su ipotesi non facilmente verificabili finché durava lo stato di guerra, e sottovalutavano la reazione tedesca, come dimostra il progetto di rinforzare la difesa di Roma con una divisione avioportata statunitense. L’equivoco più noto, quello sulla data della proclamazione dell’armisti­ zio, fu invece costruito più tardi. Per giustificare il crollo del vertice poli­ tico-militare all’8 settembre ebbe ampia diffusione a tutti i livelli la versio­ ne che l’annuncio dell’armistizio, previsto per metà settembre, fosse stato anticipato unilateralmente dagli alleati con il risultato di impedire a Bado­ glio e ai suoi generali di diramare ordini tempestivi per una reazione delle Forze armate italiane. In realtà gli angloamericani non ebbero mai esita­ zioni sulla data dello sbarco di Salerno, stabilita da tempo per l’alba del 9 settembre, e la comunicarono ai rappresentanti italiani non il 3 settembre, ma comunque con qualche anticipo (missione Taylor di cui diremo). La proclamazione dell’armistizio. Dalla documentazione esistente risul­ ta con chiarezza che Badoglio e i capi militari non pensarono mai di pote­ re e dover prendere l’iniziativa contro i tedeschi al momento della procla­ mazione dell’armistizio. La loro maggiore preoccupazione fu di mantenere il segreto sulle trattative con i vincitori; e infatti fino all’ultimo continua­ rono a diramare ai comandi dipendenti direttive basate sulla collaborazio­ ne con i tedeschi in caso di sbarchi angloamericani. Soltanto gli alti comandi in Italia ricevettero istruzioni segretissime di reagire a un tentativo tede­ sco di rovesciare il governo Badoglio. Nulla di più fu predisposto; si ha qua­ si l’impressione che il re, Badoglio e i capi militari avessero consumato tut­ te le loro energie nella decisione di arrendersi (ma si ricordarono di inviare tempestivamente in Svizzera beni e famiglie). L’8 settembre 1943, alle 18,30, il generale Eisenhower annunciò per ra­ dio che l’Italia aveva chiesto e ottenuto l’armistizio. Lo stato di confusione del vertice italiano è impietosamente documentato dalla riunione tenuta subito dopo, in cui il re, Badoglio, i generali Ambrosio, Sorice, Sandalli e Car­ boni, l’ammiraglio De Courten, Acquarone e Guariglia discussero seriamen­ te se denunciare l’armistizio appena annunciato come un trucco degli an­ gloamericani, concludendo fortunatamente che era necessario tenere fede all’impegno preso. Badoglio diede quindi l’annuncio dell’armistizio alla ra­ dio, aggiungendo che le Forze armate avrebbero reagito «ad eventuali attac­ chi da qualsiasi altra provenienza», un’indicazione tragicamente insufficiente per i comandi che dovevano fronteggiare l’immediata aggressione tedesca.

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Non è facile stabilire cosa Badoglio avrebbe dovuto dire in quel mo­ mento, se ordinare alle truppe di arrendersi in nome del re a forze sover­ chiami oppure di sparare contro i tedeschi (come era implicito nelle tratta­ tive con gli angloamericani). Non fu comunque la preoccupazione di evitare perdite che indusse il re e Badoglio a non prendere posizione, ma un’angu­ stia di prospettive etico-politiche, una concezione dello stato in cui conta­ va soltanto il vertice istituzionale e non le sorti dei cittadini; pesò anche la loro scarsa fiducia nelle Forze armate nazionali. Si può naturalmente di­ scutere sulle motivazioni. Il fatto indiscutibile è che, in un momento cosi drammatico, il re e il suo governo si sottrassero alla responsabilità che ave­ vano verso il paese e le truppe, lasciate senza ordini alla reazione tedesca, e si preoccuparono soltanto della loro salvezza personale. La mancata difesa di Roma. Il controllo di Roma all’indomani dell’ar­ mistizio aveva una straordinaria importanza politica (il governo Badoglio avrebbe avuto ben altro prestigio nella sua capitale che a Brindisi) e mili­ tare (toglierla ai tedeschi significava troncare i rifornimenti alle loro forze impegnate a Salerno). E le forze italiane disponibili non erano poche: due divisioni corazzate in corso di approntamento e quattro divisioni di fante­ ria contro due divisioni tedesche, una a nord e l’altra a sud di Roma. In realtà un confronto preciso delle forze contrapposte non è possibile, perché le due divisioni tedesche erano incomplete, ma furono rafforzate con re­ parti in transito o già sul posto. Anche tenendo conto dell’armamento as­ sai più moderno di queste divisioni, rimane una superiorità italiana netta, seppure non schiacciante. L’importanza della capitale era così evidente, che gli alleati erano disposti a inviarvi una divisione statunitense avioportata per rafforzare la difesa italiana. La divisione aveva un’efficienza limitata, perché non disponeva di armamento pesante, ma il suo arrivo avrebbe avuto un ec­ cezionale valore politico: se italiani e americani avessero combattuto fian­ co a fianco a Roma, il passaggio dell’Italia dalla parte degli alleati avrebbe assunto subito un significato effettivo. Senonché Badoglio e i suoi generali avevano così poca fiducia nelle loro truppe, che ritenevano di potere difendere la capitale soltanto se gli angloa­ mericani fossero sbarcati in T oscana. Nulla fu fatto per predisporre la dife­ sa, neanche il pieno di carburante dei carri armati. E quando la sera del 7 il generale Maxwell Taylor giunse a Roma per preparare l’impiego della divi­ sione avioportata, Badoglio e i suoi generali badarono soltanto a dimostrar­ gli che l’arrivo degli americani era impossibile e in sostanza non gradito. La mattina dell’8 settembre il contrordine di Taylor giunse appena in tempo per fermare gli aeroplani che stavano per decollare carichi di paracadutisti. Il re e Badoglio si preoccuparono soltanto di salvare se stessi. Poiché l’imbarco per la Sardegna, già prediposto, era messo in pericolo dai movi­ menti tedeschi su Ostia, all’alba del 9 abbandonarono Roma in automobi­ le diretti a Pescara, dove la sera salirono sulla corvetta Baionetta, che l’in­ domani li sbarcò a Brindisi. La «fuga di Pescara» poteva avere un senso per

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il re e Badoglio, che rappresentavano la continuità dello stato monarchico e quindi non dovevano cadere in mano ai tedeschi; ma con loro fuggirono anche i capi delle Forze armate (i ministri civili furono dimenticati a Ro­ ma) e una fiumana di generali che si disputarono l’imbarco sulla 'Baionetta con tanta furia da richiedere l’intervento dei carabinieri. La cosa più grave fu che i fuggiaschi non si curarono di lasciare ordini per le forze armate e la difesa di Roma. Alle 0,20 del 9 settembre la radio del Comando supremo trasmetteva ancora l’ordine: «in nessun caso pren­ dere l’iniziativa delle ostilità contro le truppe germaniche». Poi tacque, la­ sciando senza risposta le disperate richieste di istruzioni dei comandi peri­ ferici. Soltanto a Brindisi Badoglio si ricordò di impartire fiere disposizio­ ni di resistenza a un esercito che non c’era più. L’unico ordine dato alle truppe di Roma la mattina del 9 dal capo di sta­ to maggiore dell’esercito Roatta, già sulla via di Pescara, fu di ripiegare su Tivoli per coprire la fuga del re, abbandonando la capitale. Anche in as­ senza di ordini il 9 si ebbero una serie di combattimenti a Roma, con il con­ corso di civili, e nei dintorni; poi il 10 alcuni generali si assunsero la re­ sponsabilità di offrire la resa e il disarmo delle truppe italiane. Il maresciallo Kesselring, che aveva temuto di non potere tenere Roma e il fronte di Sa­ lerno, si ritrovò così padrone della situazione. Subito dopo il loro arrivo a Brindisi, Badoglio e i suoi generali si preoc­ cuparono di fabbricare una versione dei fatti che li assolvesse dalle loro re­ sponsabilità, una versione convalidata poi con inchieste guidate, memorie più o meno falsificate e una gran quantità di pubblicazioni. Roma non era stata difesa perché gli alleati avevano anticipato l’annuncio dell’armistizio, vanificando i preparativi in corso: una versione di cui le ricerche successive [Zangrandi 1964 e 1971; Aga Rossi 1993] hanno dimostrato l’inconsisten­ za. In subordine i generali riversarono ogni colpa sul generale Carboni, co­ mandante delle divisioni di Roma, che si era comportato con straordinaria leggerezza, ma non più dei colleghi che lo accusavano. Le vicende della marina confermano la difficoltà degli alti comandi di affrontare con lucidità il rovesciamento di fronte. L’armistizio prevedeva esplicitamente la consegna e il disarmo della flotta italiana; agli angloame­ ricani premeva che le corazzate e gli incrociatori non cadessero nelle mani dei tedeschi, cosa che li avrebbe costretti a mantenere nel Mediterraneo una forza navale consistente. L’ammiraglio Raffaele De Courten, che co­ me ministro e capo di stato maggiore della marina ne aveva il pieno con­ trollo, fu messo al corrente di questa clausola ai primi di settembre, ma non ritenne di informarne gli ammiragli che comandavano le squadre navali. Soltanto alcune ore dopo l’entrata in vigore dell’armistizio De Courten si decise a dare ordine alle navi di prendere il mare, dando però come obiet­ tivo alle corazzate di La Spezia (le più importanti) l’isola di La Maddalena, in contrasto con le richieste degli alleati. Un’applicazione delle clausole dell’armistizio (la cui importanza non poteva sfuggire all’ammiraglio e mi­ nistro) per lo meno tardiva ed elusiva. I comandanti delle squadre navali

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furono comunque gli unici a ricevere ordini precisi la sera dell’8 settembre, un privilegio che non ebbero i loro colleghi dell’esercito e dell’aeronautica. Ciò nonostante gli ufficiali delle corazzate persero tempo a discutere se ob­ bedire agli ordini o affondare le navi (come se fossero di loro proprietà). Le corazzate uscirono dal porto soltanto la mattina del 9, dirette a La Mad­ dalena, dando la possibilità all’aviazione tedesca di raggiungerle dinanzi al­ la Sardegna e di affondare la corazzata Roma. Dopo di che le altre navi si dec isero a dirigersi su Malta, dove furono messe in disarmo. Il collasso delle forze armate. In Italia e nei Balcani le forze tedesche era­ no largamente inferiori a quelle italiane per numero, ma godevano di due vantaggi decisivi. In primo luogo erano pronte a scattare con ordini chiari: ottenere il disarmo delle truppe italiane con qualsiasi mezzo (promesse, in­ ganni, minacce, fino all’uso delle armi) e assumere rapidamente il control­ lo di città, vie di comunicazione e installazioni militari; in subordine, fare il maggior numero possibile di prigionieri. In secondo luogo, buona parte delle unità tedesche erano efficienti e mobili, potevano spostarsi rapida­ mente e contare sull’afflusso di riserve e di aerei. Le forze italiane sul territorio nazionale erano composte quasi esclusi­ vamente da reparti di efficienza molto scarsa (le divisioni costiere) o non idonei al combattimento, come le centinaia di migliaia di uomini assorbiti da depositi, scuole, servizi, presidi, contraerea. Le divisioni disponibili era­ no in ricostituzione, oppure in corso di rientro dalla Francia. Nei Balcani la situazione era migliore: una trentina di divisioni di fanteria disseminate a cordone nella zona di Lubiana, lungo le coste dalmate, in Montenegro e in Albania, su gran parte del territorio greco, comprese ie isole dello Ionio e dell’Egeo. Erano divisioni logorate da oltre due anni di compiti di presi­ dio e lotta antipartigiana, con scarse capacità di movimento. Queste forze non erano in grado di tenere testa ai tedeschi; ma il loro collasso immediato, quasi senza combattimenti, fu determinato dalla man­ canza di direttive in una situazione di crisi. Anziani colonnelli e generali, educati ad attendere gli ordini superiori e senza un quadro di quanto sta­ va accadendo, si trovarono a dovere decidere su due piedi se accettare gli accomodamenti onorevoli proposti dai tedeschi, anche se si trattava di un primo passo verso il disarmo, oppure aprire il fuoco su quelli che fino a poco prima erano gli alleati di tre anni di guerra. Nella stragrande mag­ gioranza dei casi i comandanti cedettero, taluni per viltà, altri perché fa­ scisti, i più perché incapaci di reagire al disorientamento. Sul territorio na­ zionale le forze armate si dissolsero nel giro di quarantott’ore, dopo com­ battimenti sporadici: crollati i comandi, i soldati fuggirono in massa per tornare a casa o nascondersi con il generoso aiuto della popolazione. Mol­ te bande partigiane ebbero alla loro origine gruppi di soldati rifugiatisi in montagna all’8 settembre. Nei Balcani i tedeschi incontrarono maggiori difficoltà [Schreiber 1992]. In sintesi, una parte delle truppe italiane fu disarmata senza problemi; quel­

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le del Peloponneso, ad esempio, cedettero le armi, raggiunsero Atene e pre­ sero i treni che dovevano riportarle in patria, e invece erano diretti ai cam­ pi di prigionia. In Dalmazia, nel Montenegro, nella Grecia continentale ci vollero alcune settimane perché i tedeschi avessero ragione della resistenza delle truppe italiane, con pesanti rappresaglie e centinaia di fucilazioni. Una parte dei soldati passò con i partigiani. Nelle isole le vicende furono più complesse, anche per l’intervento di forze inglesi nell’Egeo. Un calcolo approssimativo dà circa ventimila militari italiani caduti nei combattimenti successivi all’armistizio. Il caso più tragico fu quello dell’iso­ la di Cefalonia, dove gli uomini della divisione Acqui combatterono per più giorni, poi vennero massacrati dopo la resa, con seimilacinquecento caduti (tra cui quasi tutti gli ufficiali). Un bilancio. La sopraffazione ed eliminazione delle Forze armate ita­ liane all’8 settembre fu l’ultima vittoria della Wehrmacht (Forze armate te­ desche). Gerhard Schreiber [1992] elenca nel suo studio il grandioso botti­ no: innanzi tutto 800 000 prigionieri, di cui 150 000 passarono al servizio tedesco (in parte volontariamente, in parte perché non ebbero scelta) e 650 000 furono portati nei campi di prigionia della Germania. Ricco anche il bottino di armi (1 300 000 fucili, 11 500 pezzi d’artiglieria, 16 600 auto­ mezzi), di materiali diversi (3 400 000 paia di scarpe, 3 500 000 coperte), di quadrupedi (59 000) e via dicendo. Un bilancio storico-politico è più difficile. Sottolineiamo alcuni punti: a) il disastro dell’8 settembre fu il prezzo da pagare per la guerra di Mus­ solini. Arrendersi era diventato necessario, ma uscire dalla guerra ave­ va un alto costo, perché la Germania non poteva rinunciare ai Balca­ ni e alla penisola e aveva i mezzi per reagire; b) le trattative di resa furono impostate e condotte malamente, ma eb­ bero successo per le esigenze militari degli alleati. La resa fu di fatto incondizionata e comportò il dominio angloamericano sull’Italia fino alla pace; c) il re, Badoglio e i capi militari rinunciarono a organizzare la resisten­ za delle Forze armate alla sicura aggressione tedesca, anche a Roma do­ ve i rapporti di forza erano favorevoli, per la priorità data al mante­ nimento del segreto e per poca fiducia nelle loro truppe. E fuggirono lasciando paese e Forze armate senza alcuna direttiva. Il disastro era inevitabile, ma ordini tempestivi avrebbero impedito un collasso co­ sì rapido; milioni di italiani si sentirono traditi e abbandonati. La fu­ ga di Pescara assicurò la continuità della monarchia a breve termine, ma ne segnò anche la delegittimazione per la maggioranza del paese.

L’armistizio fu sentito come disonore da una piccola minoranza che scel­ se di continuare la guerra dalla parte di Hitler e di Mussolini, ripescato per la Repubblica di Salò. Cinquantanni più tardi è stato interpretato come «morte della patria», fallimento definitivo dello stato italiano come valore

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etico e forte identità collettiva. Per un’altra minoranza l’8 settembre segnò la fine dell’Italia autoritaria e l’inizio di una dura riconquista dei valori di libertà e democrazia, della fondazione di una nuova identità nazionale. Per la maggioranza degli italiani fu un giorno di speranza subito cancellata dall’occupazione nazista. Nota bibliografica. La produzione sull’8 settembre è straordinaria per mole, ma quasi sempre a carattere di­ vulgativo: memorie dei protagonisti ricche di distorsioni e falsificazioni, libelli e opere pole­ miche, studi troppo spesso piegati a tesi precostituite. Ci limitiamo a segnalare due opere de­ gli anni sessanta che hanno impostato il dibattito su nuove basi e due degli anni novanta che forniscono una ricostruzione documentata ampia e difficilmente superabile. E. Aga Rossi, Una nazione allo sbando. L ’armistizio italiano dell’8 settembre 1943, Il Muli­ no, Bologna 1993 (nonché la raccolta documentaria della stessa studiosa L ’inganno reciproco. L ’armistizio fra l ’Italia e gli anglo-americani del settembre 1943, Ufficio centrale beni archivisti­ ci, Roma 1993). Ricostruzione definitiva delle trattative per l ’armistizio e del comportamento del governo Badoglio all’8 settembre, l’opera è basata su amplissime ricerche negli archivi in­ glesi, italiani e statunitensi. Insmli, L ’Italia dei quarantacinque giorni: 25 luglio - 8 settembre 1943. Studio e documenti, Insmli, Milano 1969. Frutto di lunghe e innovative ricerche negli archivi italiani, il volume presenta un quadro articolato dell’attività del governo Badoglio, delle forze politiche e del­ le reazioni del paese ancora oggi fondamentale. G . Schreiber, Imilitari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reicb (19431945). Traditi disprezzati dimenticati (1990), U fficio storico dello stato maggiore dell’eserci­ to, Roma 1992. La prima parte del volum e è dedicata a un’accurata ricostruzione dei pia­ ni e interventi tedeschi in Italia nell’estate 1943 e poi del collasso delle Forze armate ita­ liane, a partire dagli archivi militari tedeschi assai più completi di quelli italiani. R. Zangrandi, 1943 :25 luglio - 8 settembre, Feltrinelli, Milano 1964 (ed. riveduta L ’Ita­ lia tradita, 8 settembre 1943, Mursia, Milano 1971). Sulla base di ricerche nuove e di una ri­ lettura di tutte le fonti note, l ’autore demolisce l ’interpretazione ufficiale allora dominante e denuncia con grande efficacia le responsabilità del re, di Badoglio, dei capi militari. Alcu­ ne forzature polemiche (in particolare la tesi di un accordo tra Kesselring e il vertice italia­ no, che non ha trovato riscontro nella documentazione) non tolgono all’opera il suo valore di riapertura del dibattito su basi documentate.

ILIO M URACA

La divisione Acqui Qualche volta, fra gli uomini, si combattono conflitti armati che si presentano di­ versi da tutti gli altri, nel loro significato spirituale e sociale, e sono spesso i l preludio ai tempi nuovi e un segnale di svolta nelle istituzioni e nei popoli. Con queste caratteristiche, si presenta la battaglia condotta dalla divisione di fante­ ria da montagna Acqui, comandata dal generale Gandin, nell’isola di Cefaionia, nel ma­ re Ionio, occupata dall’Italia dopo la guerra italo-turca.

Muraca

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Caratteristica principale di quel combattimento, che, per le modalità convenziona­ li con cui venne condotto, si distinse da quasi tutti gli altri svoltisi all’estero, dopo l ’8 settembre, fu la decisione plebiscitaria dei militari della divisione. La Acqui, che fino a quel momento aveva goduto di una tranquilla vita di guarni­ gione, venne improvvisamente posta di fronte a due soluzioni: la resa e la consegna del­ le armi ai tedeschi, che avrebbero assicurata la vita dei suoi uomini, benché incompati­ bile con l ’onore militare, e l ’altra, piena di incognite, che l ’obbligava a una resistenza armata, dall’esito molto incerto e senza poter contare su alcun aiuto esterno. La divisione era allora composta da 5 2 5 ufficiali, fra cui alcuni della marina m ili­ tare, addetti alle batterie costiere, e di 1 1 500 uomini di truppa. Il rapporto di forze, fra italiani e tedeschi, era a ll’inizio di 6 a 1. Ma di li a poco si ridusse considerevolmente, a motivo dell’accelerato afflusso di fresche unità alemanne, nel corso delle defatiganti trattative fra Gandin e il tenente colonnello Barge, comandante tedesco sull’isola. Momento determinante della decisione di combattere («sull’arma si cade, ma non si cede») fu l’ultimatum tedesco dell’11 settembre, con l’intimazione di cedere le armi, seguito, i l 13 successivo, dall’affondamento di alcune zattere piene di tedeschi, a opera di tre batterie d e l3 3 0 reggimento artiglieria e di due della marina italiana. A tale aper­ to atto di guerra i tedeschi risposero con un più pressante «ultim atum », accompagnato da ingiunzioni disonorevoli e la promessa, che mai avrebbero mantenuto, del rimpatrio degli italiani, una volta arresisi. Fu a questo punto che,premuto dalle insistenze dei suoi ufficiali e soldati, il generale Gandin invitò i suoi uomini a pronunciarsi su tre alterna­ tive: alleanza con i tedeschi, cessione delle armi, resistenza. I reparti, con un «referen­ dum» che avrebbe costituito la vera novità nei rapporti interdisciplinari, fino ad allora osservati, si pronunciarono all’unanimità per la terza soluzione : combattere. Così, alle ore 11,30 del 15 settembre, dopo l ’ingiunzione, questa volta italiana, di sospendere l ’ar­ rivo dei loro rinforzi, lo scontro con i tedeschi ebbe inizio. I primi combattimenti videro i tedeschi subire pesanti smacchi, tali da indurli a so­ stituire il tenente colonnello Barge con il maggiore Hirshfeld, tristemente noto per la sua crudele efficienza teutonica. Intanto il Barge aveva chiesto ulteriori rinforzi di artiglie­ ria e di unità da montagna, fra cui un battaglione di «alpenjager» composto da altoate­ sini, i quali si sarebbero dimostrati tra i più zelanti nel corso dei successivi eccidi. Inol­ tre, il XXII corpo d ’armata tedesco mise in atto nei cieli del Peloponneso un appoggio aereo quale mai si era visto. Il giorno 18 settembre, l ’accanita resistenza della guarni­ gione italiana fin ì per attirare l ’attenzione personale di Hitler, per il quale quell’evento rappresentava un episodio del tutto marginale nell’ampio quadro strategico del momen­ to . Di qui, il perentorio ordine del dittatore che m olti, nei processi di fine guerra, avreb­ bero cercato di scaricare sulle spalle di comandanti subordinati e che costituì, per gli stes­ si soldati tedeschi, abituati a l rispetto dei combattenti coraggiosi, un fatto eccezionale: «a Cefaionia, a causa del comportamento insolente e proditorio, non deve essere fatto alcun prigioniero di nazionalità italiana». L ’incauto e prematuro abbandono del passo di Kardakata, posizione chiave dell’iso­ la, da parte italiana, il continuo sbarco dei rinforzi e un infernale carosello in picchiata dei loro aerei Stukas finirono per far volgere le sorti della battaglia a favore dei tedeschi, malgrado i numerosi episodi di valore di m olti ufficiali, sottufficiali e soldati italiani. Così, alle ore 14 del 22 settembre, gli scontri ebbero termine e iniziò la carneficina dei sopravvissuti. Nelcorso deiprim i erano caduti 65 ufficiali e 1250 uomini di truppasnel­ le ore e nei giorni successivi, a seguito delle esecuzioni sommarie dei prigionieri e dei fe ­ riti, vennero falciati dalle armi automatiche tedesche i8 g ufficiali e 5000 tra sottuffi­ ciali e soldati.' Com piuto l ’orrendo crimine, bisognava fare scomparire le tracce di tanta vergogna.

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Salvo vane centinaia di salme, lasciate insepolte nelle fosse montane (alla cui tumula­ zione avrebbero provveduto, ma solo più tardi, gli isolani greci) o gettate in profonde ci­ sterne artificiali, nelle quali circa duecento di esse destinate a giacere per sempre, la mag­ gior parte dei corpi vennero cosparsi di benzina e bruciati. Il generale Hubert Lanz, il crudele responsabile dell’operazione, per sbarazzarsi delle salme degli ufficiali ideò il lo­ ro trasporto a l largo e, dopo un approssimativo zavorramento, per mano di diciassette marinai italiani, tutti in seguito trucidati, tranne uno, ordinò il loro affondamento. Il solo marinaio superstite ha potuto testimoniare in seguito su ll’allucinante operazione cui aveva preso parte. Ma la tragedia della Acqui non era ancora giunta a l suo epilogo. Durante il trasporto dei prigionieri sopravvissuti ai combattimenti e alle stragi, tre navi urtarono le mine e colarono a picco con il loro carico di tremila italiani, m olti dei quali, gettatisi in mare, vennero brutalmente falcidiati dalle mitraglie tedesche. Stessa sorte ebbe la guarnigione italiana della vicina isola di Corfù, comandata dal colonnello Lusignani, che resistè valorosamente : venti ufficiali e seicento, fra sottuffi­ ciali e soldati, persero la vita o vennero in seguito fucilati. Cosi la Acqui venne total­ mente distrutta. A Cefaionia e Corfù, i massacri non furono opera di SS o dì milizie po­ litiche tedesche, ma di soldati regolari della Wehrmacht.

ENZO CO LLO TTI

L’occupazione tedesca in Italia

Come maturò l ’occupazione. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’uscita dell’Italia dall’alleanza con la Germania, la maggior parte del terri­ torio italiano fu occupata dalla Wehrmacht (Forze armate tedesche), con eccezione della parte meridionale che era stata raggiunta dalle forze an­ gloamericane dopo lo sbarco in Calabria il 3 settembre. Prima dell’occupazione tedesca la premessa fu rappresentata dalla deci­ sione del Comando supremo tedesco (o k w ) di difendere palmo a palmo il territorio italiano, secondo l’ipotesi sostenuta dal feldmaresciallo Kesselring di arrestare il nemico più a sud possibile per tenerlo quanto più lonta­ no dal confine meridionale del Reich; la proposta di Kesselring ebbe la me­ glio su quella del feldmaresciallo Rommel di fare attestare le forze tedesche su una linea appenninica non distante dalla barriera naturale del fiume Po, nell’Italia settentrionale. A seguito di questa decisione, a partire dal no­ vembre, il feldmaresciallo Kesselring divenne comandante del gruppo di eserciti B e responsabile operativo dell’intero settore italiano. Ma la rapidità con la quale le forze tedesche poterono procedere al di­ sarmo dell’esercito e delle altre specialità militari italiane, non solo sul ter­ ritorio metropolitano ma anche nelle aree sotto occupazione italiana con particolare riferimento ai territori della penisola balcanica, si spiega con il fatto che i comandi tedeschi avevano programmato già dalia priihavera del 1943 l’eventualità di subentrare ai comandi italiani nella previsione di un collasso militare dell’alleata. Sicuramente nell’aprile, in occasione dell’incon­ tro di Klessheim, a un mese dagli scioperi del marzo del 1943, i dirigenti na­ zisti non avevano fatto mistero nei confronti di Mussolini dei timori di una possibile secessione dell’Italia dal conflitto. Himmler propose esplicitamente a Mussolini la formazione di unità speciali, sull’esempio delle SS, destina­ te a rafforzare il fronte interno e a garantire la tenuta del potere fascista. Il 19 maggio fu emanato il primo ordine dell’oKW (il piano Konstantin) per assicurare il dominio della Wehrmacht sui territori balcanici nel caso di ce­ dimento dell’Italia; nelle settimane successive fu approntato il piano Alarich per l’intervento diretto sul territorio italiano. I timori tedeschi, accresciuti dopo lo sgombero della Tunisia e lo sbarco angloamericano in Sicilia il 9 luglio, furono ovviamente accresciuti dal col­ po di stato del 25 luglio, che rivelò fra l’altro l’assoluta inconsistenza di ogni

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capacità di resistenza del vecchio fascismo. Nonostante le assicurazioni da­ te dai vertici politici e militari, pur dopo la formazione del governo Bado­ glio, di fedeltà all’alleanza con la Germania e la fatidica affermazione «la guerra continua», le diffidenze della dirigenza nazista non furono in alcun modo placate, tanto che, con il pretesto di rinforzare le difese italiane con­ tro il probabile e imminente sbarco alleato sul suolo italiano, la Wehrmacht accelerò l’invio nella penisola di forti contingenti militari, contribuendo a creare le premesse per una rapida reazione alla prevedibile secessione dell’Italia dal conflitto. Al di là delle motivazioni strategico-militari, l’occupazione dell’Italia rivestì per la dirigenza nazista, e per Hitler in particolare, un preciso si­ gnificato politico-propagandistico. Come Hitler affermò subito dopo l’ar­ mistizio italiano in un proclama al popolo tedesco, bisognava dare un mo­ nito non solo all’Italia ma a tutti gU alleati della Germania, che non pote­ vano permettersi di sottrarsi all’impegno bellico se non a prezzo di subire rumiliazione dell’occupazione militare. Al di là quindi della lezione alla più immediata destinataria, il monito di Hitler era diretto agli alleati e sa­ telliti - Romania, Ungheria, Bulgaria e Finlandia - che in quell’autunno del 1943 stavano già maturando l’intenzione di sottrarsi all’ormai inevita­ bile sconfitta al fianco del Terzo Reich. Dal punto di vista propagandisti­ co il mantenimento dell’Italia sotto il controllo della Germania poteva sal­ vare verso l’esterno la continuità del fronte delle potenze dell’Asse e del Tripartito, e la possibilità di riportare Mussolini al potere, secondo un’op­ zione anche personale di Hitler, avrebbe consolidato la finzione della so­ pravvivenza dell’alleanza tra i due capi storici di fascismo e nazismo e dei loro rispettivi popoli. Da questo punto di vista la rocambolesca liberazione di Mussolini dal suo luogo di isolamento (più che di detenzione) sul Gran Sasso segnò un vistoso punto a favore della propaganda e della politica naziste. Quando alla fine di settembre fu annunciata la costituzione del gover­ no neofascista della Repubblica sociale italiana (Rsi) la situazione fu resa più complessa dalla prospettiva di coesistenza di un duplice livello di ordi­ namenti e di ordini. Della presenza degli organi della Rsi doveva tenere con­ to anche l’autorità tedesca soprattutto con riguardo alla persona di Musso­ lini, per le ragioni politico-propagandistiche cui abbiamo già accennato. Obiettivi e struttura dell’occupazione. È difficile affermare con decisio­ ne che la dirigenza politica nazista avesse un disegno preciso sulla sorte da riservare all’Italia all’infuori del proposito puro e semplice di impedire che il territorio italiano sfuggisse materialmente alla sfera di controllo della Wehrmacht. Per la Germania l’importanza dell’Italia, al di là dell’obietti­ vo primario di carattere strategico, era esclusivamente subalterna e stru­ mentale. E bensì vero che Hitler intendeva rilanciare la posizione di Mus­ solini, ma paradossalmente l’unico modo per rivalutarlo consisteva nel ren­ derlo totalmente asservito alla Germania. Hitler in sostanza voleva avere

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mano libera in Italia, ma nello stesso tempo servirsi di un nuovo governo Mussolini per meglio realizzare la gestione dell’Italia occupata. Per altri esponenti nazisti, per esempio per Goebbels, i cui propositi sono conosciu­ ti attraverso i suoi Diari, in una visione più fredda degli interessi tedeschi la liberazione di Mussolini poneva limiti alla libertà dei tedeschi senza da­ re contropartite adeguate. Goebbels non pensava soltanto alla possibilità di approfittare delle circostanze per imporre all’Italia la sottrazione di ter­ ritori legati al vecchio irredentismo austriaco, ma anche e soprattutto all’op­ portunità, caldeggiata anche da Himmler e da altri gerarchi nazisti, di utiliz­ zare su larga scala la manodopera italiana per gli scopi di guerra del Reich. Inoltre, la perdita dei ricchi territori agricoli e dei distretti industriali dei territori sovietici che la controffensiva dell’Armata rossa stava strappando al controllo della Germania aveva orientato i responsabili dell’economia di guerra nazisti a cercare una compensazione nello sfruttamento delle risor­ se agricole e dell’apparato industriale dell’Italia settentrionale, al di là del­ la scontata previsione di usufruire con larghezza di lavoratori italiani. Quale che fosse l’esigenza di rispettare un minimo di autonomia per la Rsi, nel contesto di quella situazione che Lutz Klinkhammer ha definito di «alleato occupato», il regime vigente in Italia dall’8 settembre del 1943 al­ la liberazione all’inizio di maggio del 1945 fu sotto ogni punto di vista un regime di occupazione. Un regime fra l’altro reso particolarmente duro an­ che dai propositi di vendetta nei confronti dell’Italia, che non rimasero sol­ tanto a livello psicologico ma si estrinsecarono in misure vessatorie nei con­ fronti della popolazione italiana. Un’ordinanza del feldmaresciallo Kessel­ ring dichiarò sin dal 12 settembre 1943 il territorio italiano «territorio di guerra» soggetto alle leggi di guerra tedesche, affermando la responsabilità degli organi italiani nei confronti delle forze occupanti ai fini del manteni­ mento dell’ordine pubblico e anticipando la volontà di reprimere nel modo più spietato ogni tentativo del popolo italiano di sottrarsi a una incondi­ zionata soggezione alla forza d’occupazione. Altrettanto significativo per lo spirito di manifesta ostilità che lo animava fu anche l’ordine del feldma­ resciallo Keitel del 16 settembre che prescriveva il trasferimento forzato della popolazione lavoratrice maschile dall’Italia centromeridionale all’Ita­ lia settentrionale, lasciando a Kesselring la «libertà di impiegare tutte le mi­ sure adeguate», coercizione compresa, per arrivare allo scopo perseguito, che era quello di porre il contingente più largo possibile di manodopera a disposizione dei tedeschi. Le finalità ancora genericamente definite del controllo del territorio e del suo sfruttamento per l’economia di guerra si riflessero anche nelle mo­ dalità che presiedettero all’insediamento degli organismi dell’occupazione. La struttura dell’autorità di occupazione riprodusse anche in Italia uno schema e un’articolazione che erano usuali ai territori occupati dalla Wehr­ macht, con particolare riferimento all’Europa occidentale. Essa faceva ca­ po a tre ordini di autorità:

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1) dal punto di vista militare, il Bevollmàchtigter General, generale ple­ nipotenziario, nella persona del generale Toussaint, con funzione di comandante territoriale, che per riguardo a Mussolini fu ufficialmente designato come plenipotenziario accreditato presso il governo della Rsi, per fugare l’impressione (ma l’impressione soltanto) che si trat­ tasse del comandante in capo di una forza d’occupazione; 2) dal punto di vista politico, il Bevollmàchtigter des Grossen Reiches inviato Rahn, proveniente dall’esperienza acquisita nella Francia di Vichy, gerarchicamente dipendente dal ministero degli Esteri del Reich, rappresentante accreditato presso il governo nazionale fasci­ sta italiano; egli rappresentava il cervello politico dell’occupazione, impegnato a gestire il controllo politico del Reich e al tempo stesso a garantire la collaborazione della Rsi, riconoscendole un minimo di au­ tonomia ma esigendo anche il massimo di funzionalità in quanto ese­ cutrice e cinghia di trasmissione degli ordini della potenza occupante, ancorché formalmente alleata. Rahn fu il gestore di questa peraltro so­ lo apparente contraddizione nei rapporti tra la potenza d ’occupazione e gli organismi di una ricostituita o sopravvissuta amministrazione italiana; 3) dal punto di vista della polizia, il comandante delle SS e della poli­ zia, SS-Obergruppenfuhrer e generale di polizia Karl Wolff, che ope­ rava alle dirette dipendenze di Himmler, come sedicente consigliere speciale presso il governo nazionale fascista della Rsi. Come vedremo, i rapporti che si instaurarono fra questi tre organismi reciprocamente - e tra essi nel loro complesso da una parte e con il gover­ no fascista repubblicano dall’altra - furono tra gli aspetti fondamentali che caratterizzarono il meccanismo dell’occupazione. La struttura organizzativa dell’amministrazione tedesca fu legata an­ che a una parziale e nuova articolazione territoriale dell’Italia. Mentre in­ fatti in linea di massima il regime d ’occupazione si estendeva sul medesi­ mo territorio soggetto alla sovranità formale del governo fascista repub­ blicano, quest’ultimo era estromesso da determinati territori, che furono denominati «zone d ’operazione», le quali erano sottoposte non già all’Amministrazione militare come era usuale nella gestione dei territori occupa­ ti, bensì ad amministrazioni civili tedesche. Anche in altre parti d’Euro­ pa erano state insediate amministrazioni civili tedesche, e precisamente nei territori formalmente o di fatto annessi al Reich (come avvenne nel ca­ so dell’Alsazia-Lorena e del Lussemburgo) o nei quali questa gestione era considerata un passaggio transitorio in vista di una futura annessione. In Italia furono due le zone d’operazione estrapolate dal regime generale dell’occupazione e rette da alti commissari immediatamente dipendenti dal Fiihrer: la Zona d ’operazione Litorale Adriatico (Operationszone Adriatisches Kiistenland) e la Zona delle Prealpi (Alpenvorland), che avevano due caratteristiche in comune: si trattava in entrambi i casi di territori lun­

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go la frontiera settentrionale e nordorientale dell’Italia, contigui al Reich, e di aree che erano state teatro di conflitti nazionali con le popolazioni lo­ cali (la popolazione tedesca dell’Alto Adige e le popolazioni slave della Ve­ nezia Giulia) sotto il regime fascista. L’immediata contiguità territoriale le­ gittimò le motivazioni di carattere strategico con le quali il Reich tentò di giustificare il regime speciale cui furono sottoposte queste aree; la presen­ za di vecchie conflittualità nazionali legittimò la funzione di arbitro delle contrapposte fazioni e di promotore della pacificazione che si arrogò il Reich, la cui preoccupazione era rivolta, soprattutto nel vecchio territorio della Venezia Giulia, a contrastare e reprimere la penetrazione della ribel­ lione partigiana slava, che già prima dell’8 settembre del 1943 si era sensi­ bilmente diffusa al di qua del vecchio confine orientale dell’Italia. Indi­ pendentemente dalle esigenze strategico-militari, non vi è dubbio che le due zone (si vedano le rispettive voci del lemmario) erano destinate in un futuro più o meno prossimo a entrare a fare parte del Grande Reich germanico. Se si prescinde pertanto dalle due zone d ’occupazione particolari, il ter­ ritorio italiano fu nel suo complesso soggetto alla gestione della Militàrverwaltung, l’Amministrazione militare, con l’unica eccezione dei territo­ ri immediatamente prospicienti i fronti di combattimento che erano diret­ tamente ed esclusivamente soggetti ai rispettivi comandanti militari in quanto aree operative (comprese le zone costiere lungo le quali era possibi­ le attendersi uno sbarco angloamericano). L’Amministrazione militare costituì dunque l’organismo esecutivo del­ l’occupazione e in quanto tale essa fu posta alle dipendenze del generale Toussaint, per i suoi compiti di comandante territoriale dell’Italia. A capo dell’Amministrazione militare fu nominato il segretario di stato all’Economia del Reich Landfried, a sottolineare la preminenza che venne data ai compiti dello sfruttamento economico del territorio occupato. A sua volta la struttura periferica dell’Amministrazione militare si articolava in una se­ rie di presidi militari (le cosiddette Militàrkommandanturen); per l’Italia ne furono costituiti diciannove, destinati a utilizzare attraverso l’articola­ zione per province (in maniera tuttavia non rigida) la preesistente rete pre­ fettizia per realizzare il controllo amministrativo e territoriale del paese. Va da sé che in tal modo, fra l’altro, le strutture dell’Amministrazione tedesca tendevano a sovrapporsi capillarmente alle autorità fasciste, soffocandone ulteriormente ogni autonomia. Un regime a parte fu insediato, fino alla li­ berazione, nell’area urbana di Roma; questa fu sottratta alla normale ge­ rarchia della Militàrverwaltung: dopo la liquidazione del comando della co­ siddetta «città aperta» (il 23 settembre 1943) fu insediato a fianco del comando di presidio un gruppo esterno (Aufienstelle) dell’Amministrazio­ ne militare, come gruppo amministrativo alle dirette dipendenze del feld­ maresciallo Kesselring, per l’importanza strategica dell’area non lontana dal fronte meridionale e, presumibilmente, anche per la rilevanza politica del­ la capitale cui non erano estranee la presenza del Vaticano e dello stesso pontefice.

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La struttura della Militàrverwaltung rimase formalmente invariata per tutto il periodo dell’occupazione, sino alla resa delle forze tedesche in Ita­ lia, il 2 maggio 1945; ovviamente, via via che procedeva l’avanzata alleata si riduceva anche la sfera di giurisdizione degli organismi tedeschi. Tut­ tavia, mutamenti importanti soprattutto dal punto di vista personale, ma anche sotto il profilo politico, si verificarono anche al vertice delle auto­ rità d ’occupazione in Italia dopo l’attentato a Hitler del 20 luglio 1944. Alla fine del mese di luglio, come già era avvenuto nel Reich, anche in Italia fu deciso un accentramento di poteri nelle mani delle SS; l’equili­ brio delle forze si spostò così ulteriormente a favore dell’apparato terro­ ristico e della polizia. Il generale Toussaint fu ritrasferito nel protettorato di Boemia e Moravia, dal quale proveniva; al suo posto nell’ufficio di generale plenipotenziario fu nominato il capo delle SS e della polizia Wolff, il quale venne così a cumulare nella sua persona le due cariche più importanti, quella militare e quella determinante relativa ai poteri della polizia. Anche il capo dell’Amministrazione militare Landfried fu sosti­ tuito da un alto ufficiale della SS, lo SS-Gruppenfuhrer O tto Wàchter, proveniente dal Governatorato generale polacco, dove si era particolar­ mente segnalato per il suo zelo di persecutore degli ebrei. In tal modo, due alti ufficiali delle SS - Wolff e Wàchter - cumulavano e monopolizzavano i posti di maggiore responsabilità in Italia, esautorando ulteriormente le funzioni dell’ambasciatore Rahn, il quale si può considerare il vero prota­ gonista di una strategia per la “collaborazione” che doveva coinvolgetela Rsi. Tra gli organismi che operarono in Italia un peso particolarmente rile­ vante ebbero i rappresentanti di uffici e dicasteri del Reich specificamente interessati alla gestione e allo sfruttamento del territorio occupato. I più importanti fra essi furono il rappresentante del ministro per gli Armamen­ ti e la Produzione Bellica Albert Speer e il rappresentante del Gauleiter Sauckel, il plenipotenziario per l’impiego della manodopera, che era stato incaricato da Hitler di effettuare le razzie di lavoratori per l’economia di guerra tedesca nell’intera Europa occupata. Come già altrove, questi due uffici furono i più ostili ad accettare un inquadramento che potesse circ o­ scriverne o frenarne l’autonomia e la libertà d’azione. La questione del lo­ ro inserimento nelle strutture dell’occupazione, che è stata studiata da Lutz Klinkhammer sotto il profilo della struttura policratica del potere nel si­ stema nazionalsocialista, non comportava soltanto problemi e conflitti di competenza e di potere dal punto di vista tecnico-amministrativo. La ri­ vendicazione di autonomia che Speer e Sauckel invocavano per i loro rap­ presentanti in Italia, rifiutandone l’inserimento nelle strutture dell’Ammi­ nistrazione militare e rivendicandone la dipendenza gerarchica direttamente dalle rispettive centrali berlinesi, era di per sé una indicazione di carattere politico, in quanto metteva in evidenza le priorità assolute che dovevano essere rispettate tra le finalità dell’occupazione, al di là del dato meramen­ te militare. La nomina a capo dell’Amministrazione militare del sottose­ gretario all’Economia Landfried, che garantiva anche istituzionalmente la

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possibilità di intervento diretto di Speer, fu significativa del fatto che in tal modo veniva riconosciuto il principio generale della preminenza dei com­ piti dell’economia di guerra al di sopra di ogni altro obiettivo e di ogni al­ tro ufficio del regime di occupazione. I rapporti con la Rsi. Sulla scorta degli studi esistenti tra l’alternativa di una soluzione meramente militare della crisi dei rapporti italotedeschi e di una soluzione “politica”, secondo la schematizzazione proposta da Klinkhammer, il tentativo di perseguire la strada della collaborazione che il mi­ nistero degli Esteri del Reich affidò all’ambasciatore Rahn sottolinea come nella sostanza la dirigenza nazista scelse l’opzione della soluzione politica. Anche se nei fatti essa fu meno univoca di quanto non si possa pensare al­ la luce di un’analisi formalistica dei rapporti di potere - poiché il peso della situazione militare firn per imporsi in maniera sempre più netta, rischian­ do di abbattere ogni delimitazione soprattutto quando la repressione anti­ partigiana perse il carattere di semplice operazione di polizia e assunse quel­ lo di una operazione militare a tutto campo, che come tale implicava una strategia politica specie nei confronti della popolazione civile -, Rahn fu certamente il punto di riferimento del ministero degli Esteri del Reich ai fini di una risposta politica all’armistizio dell’8 settembre. In lui si può in­ dividuare, prima ancora che il protagonista empirico della politica di colla­ borazione con l’«alleato occupato», il teorico della necessità della collaborazione, il suggeritore di un duttile pragmatismo, il quale voleva che il Reich non rifiutasse di fare concessioni a tutti gli elementi potenzialmente acqui­ sibili alla causa della Germania, per indebolirne l’eventuale resistenza o im­ pedirne il passaggio ai nemici della Germania. Nulla di idealistico nel suo comportamento, soltanto la lezione della Realpolitik che ispirava una tatti­ ca di prudente benevolenza nei confronti dei sudditi del Nuovo ordine eu­ ropeo, proprio perché a trarne i benefici potesse essere la Germania. Rahn aveva elaborato una serie di regole di comportamento in questa direzione prima ancora di arrivare in Italia. Non fu perciò casuale che egli si adope­ rasse ben presto perché i tedeschi si creassero in Italia un interlocutore ca­ pace di appoggiare la soluzione “politica” e al tempo stesso di assecondare i compiti dell’occupante. Già il 22 settembre 1943 Rahn faceva presente al ministero degli Esteri del Reich la necessità di accelerare la proclamazione della Rsi sulla base di considerazioni del tutto pratiche e realistiche: la di­ sgregazione del vecchio apparato fascista a Roma non era un buon segnale unitamente alla difficoltà di trovare uomini disposti a dare fiducia al nuo­ vo governo. Soltanto un segnale positivo poteva riaprire un processo di ag­ gregazione, fare acquistare autorità al nuovo governo, di cui era auspicabi­ le il trasferimento più rapido possibile al Nord, per evitare che «polizia e burocrazia passino alla resistenza passiva». La proclamazione della Rsi do­ veva rappresentare appunto il segnale positivo destinato ad accelerare la ri­ costituzione di una base di potere e di consenso intorno ai fedeli di Mus­ solini. Rahn anticipò in questo modo quello che sarebbe stato un Leitmotiv

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costante della sua linea: sostenere l’esistenza di una struttura minimale ita­ liana, che come già era accaduto in altre aree dell’Europa occupata era ne­ cessaria per sollevare la forza occupante tedesca da compiti troppo gravosi e, al tempo stesso, proprio per meglio realizzare gli obiettivi dell’occupa­ zione, dare qualche soddisfazione foss’anche di solo prestigio a Mussolini, per rafforzarne il potere e l’immagine nei confronti dell’opinione pubblica e attenuarne l’isolamento. La tattica e la strategia di Rahn, che non erano una linea personale ma l’opzione di una parte consistente del vertice nazista e che potevano legit­ timarsi soltanto in quanto tali e non certo per le preferenze o le inclinazionali personali di qualche pur autorevole funzionario, si scontrarono sia con altre istanze dell’autorità d’occupazione sia con istanze e comportamen­ ti degli stessi neofascisti della Rsi. E vero che la linea sostenuta da Rahn di­ vergeva da quella della pura occupazione militare voluta dal vertice della Wehrmacht, ma questa ambivalenza derivava dalla scelta politica di Hitler di ostentare a tutti i costi l’ininterrotta alleanza cqn Mussolini e giustifica­ re la presenza diretta sulla scena politica del duce. E nostra convinzione che i conflitti e la concorrenza tra poteri che si configurarono anche in Italia come prolungamento dei rapporti policratici e della dinamica interna al re­ gime nazista che ne derivò non vadano esasperati formalisticamente (è il ri­ schio che corre il pur pregevole lavoro di Klinkhammer), anche perché alla verifica dei fatti se tra i diversi organismi tedeschi potevano sussistere di­ vergenze nel modo in cui intervenire nella situazione concreta che di volta in volta si presentava, nessuna divergenza era percepibile nel fine ultimo dell’occupazione, che era quello di assoggettare totalmente l’« alleato occu­ pato» alle esigenze e agli interessi della potenza occupante e di sottoporlo a un intransigente sfruttamento. Che il Reich abbia potuto conseguire so­ lo parzialmente questi obiettivi non dipese da mancanza di volontà o da scarsa chiarezza verso gli obiettivi stessi da parte delle autorità tedesche, ma da un complesso di fattori estranei all’onnipotenza della nazione occu­ pante, con i quali essa tuttavia doveva fare i conti: innanzitutto le condi­ zioni generali del conflitto e i contraccolpi anche psicologici che il diveni­ re della guerra provocava (i successi e le avanzate degli alleati influivano immediatamente sulla disponibilità della stessa amministrazione italiana o della popolazione civile a eseguire gli ordini dei tedeschi o a non ostacolar­ li) come cornice entro cui collocare le situazioni specifiche; e poi le reazio­ ni del movimento di resistenza e delle parti più consapevoli della popola­ zione; la condotta dei gruppi d ’interesse (per esempio gli industriali) che non potevano concentrarsi unicamente sull’oggi identificandosi in tutto e per tutto con la volontà dei tedeschi ma che dovevano guardare, in pro­ spettiva, anche al futuro; l’atteggiamento della Chiesa cattolica variamen­ te interpretabile ma non omologabile come fattore meramente passivo di fronte all’occupazione; i comportamenti individuali o collettivi che in va­ ria misura non coincidevano, in tutto o in parte, con le aspettative dell’oc­ cupante, ivi compresi i comportamenti della Rsi.

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Senza tenere conto di questi fattori la vicenda dell’occupazione non re­ gistrerebbe lo scarto tra il livello delle intenzioni e quello della loro con­ creta realizzazione in un contesto nel quale la contaminazione tra i diversi livelli era, si può dire, la norma. Tra le soluzioni estreme di un’adesione su­ pina alla volontà dell’occupante o di una radicale reazione contro di essa esisteva l’interstizio di una gamma vastissima, pressocché infinita, di solu­ zioni intermedie, che connotarono in Italia come in altre società in regime d ’occupazione i rapporti tra l’autorità occupante e l’area ai suoi ordini e al­ le sue direttive. All’interno di questi interstizi si apriva lo spazio politico che doveva consentire a Rahn lo sviluppo della sua strategia e della sua tattica e d’altra parte, proprio per l’ambivalenza che caratterizzava una simile situa­ zione, su questo stesso spazio si aprivano gli orizzonti operativi della resi­ stenza o di qualsiasi altro soggetto o comportamento che volesse sottrarsi a una presa di posizione netta a favore dell’uno o dell’altro degli schieramenti. Com’era evidente già in partenza, la decisione di tenere in piedi un si­ mulacro di governo fascista avrebbe dovuto porre un argine al potere dell’au­ torità tedesca. Ma questo limite non si configurava formalmente; in quanto autorità d’occupazione il potere degli occupanti era illimitato, tanto più che nessun conto venne fatto delle convenzioni internazionali che imponevano l’obbligo di tutelare la popolazione occupata innanzitutto. Al primo posto fu e rimase sempre l’impegno di tutelare la sicurezza delle forze d’occupa­ zione, che legittimò anzi ogni atto di ostilità nei confronti della popolazio­ ne civile. L’unico argine derivò da ragioni di opportunità politica, non tan­ to per la necessità di evitare risonanze propagandistiche negative (spesso anzi fu data notorietà clamorosa a fatti orrendi di sangue proprio a scopo intimidatorio), o di tenere conto della presenza di un alleato, ancorché «oc­ cupato». L’esigenza che i tedeschi ebbero di servirsi dell’autorità italiana come loro braccio esecutivo non escludeva che essi avessero un’opinione estre­ mamente negativa della Rsi, cosi come spesso negativo era il giudizio re­ trospettivo sull’esperienza del regime fascista, se non altro perché aveva portato all’esito della sconfitta militare e della capitolazione. Nei fatti, la struttura dell’occupazione tedesca - che per quanto riguardava l’Amministrazione militare in senso stretto si avvaleva di una équipe tedesca di po­ che centinaia di uomini: e ciò fa capire la necessità di potersi servire di una compagine locale, in Italia come altrove - si configurava come un sistema di controllo di quella italiana, che nulla di importante poteva fare senza il nullaosta tedesco. In secondo luogo, l’Amministrazione italiana si configu­ rava come l’organismo esecutivo delle disposizioni tedesche: soprattutto nei confronti della popolazione civile era l’Amministrazione italiana che com­ pariva in prima persona salvo i casi in cui, per ragioni di opportunità, non convenisse che a prendere direttamente l’iniziativa fosse l’autorità tedesca. Ciò avvenne in ripetute occasioni in cui l’autorità tedesca di fronte a ten­ sioni a sfondo sociale (problemi dell’alimentazione, condizioni di lavoro) tese a presentarsi come un fattore di pacificazione anche sociale e quindi a

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ostentare verso l’esterno una sorta di funzione di equilibrio e di arbitrato che indirettamente delegittimava gli organismi della Rsi. Solo ragioni di op­ portunità politica e di utilità funzionale e materiale spingevano l’occupante a servirsi delle strutture italiane. Se quelle tecniche sollecitarono spesso nei tedeschi giudizi di scarsa efficienza, quelle politiche della Rsi.si presta­ rono a valutazioni anche più spregiative e sferzanti. Cercando nella docu­ mentazione tedesca non è difficile cogliere, al di là della tendenza a dare una valutazione complessivamente negativa della mentalità «meridionale» o «mediterranea» della popolazione italiana, che sottintendeva un apprez­ zamento di sapore neppure troppo vagamente razzista, atteggiamenti di ve­ ro e proprio fastidio per la presenza degli organismi italiani. Talvolta essi furono percepiti addirittura come ostacoli, fattori di impedimento più che di agevolazione del compito delle forze d ’occupazione. La presenza di un’amministrazione italiana rimase comunque per i te­ deschi un male necessario; essa copriva funzioni amministrative, per male che fossero gestite, che i tedeschi da soli non avrebbero potuto assolvere. Nonostante le critiche che furono a essa rivolte - compresa quella genera­ lizzata di sabotaggio degli ordini dei tedeschi, che colpiva solo parzialmen­ te nel segno perché spesso non di consapevole sabotaggio si trattava ma sem­ plicemente di inefficienza o di negligenza dell’apparato burocratico -, fu per suo tramite che giunsero a esecuzione la maggior parte delle disposi­ zioni tedesche per quanto riguardava l’amministrazione corrente e le nor­ me generali per il mantenimento dell’ordine pubblico, condizione essen­ ziale sin dalle prime settimane dell’occupazione per dare il senso di un ri­ pristino della normalità e presentarsi all’opinione pubblica con un volto di moderazione, di pacificazione e appunto di normalizzazione. Meno favore incontrava nei tedeschi, paradossalmente nel momento in cui il neofascismo di Salò tendeva in qualche misura a nazificarsi radicalizzandosi, il processo di ideologizzazione del fascismo repubblicano. Al di là del fatto che i tedeschi percepirono nettamente che il nuovo reclutamento per il partito fascista repubblicano avrebbe rappresentato - più che un mo­ mento di mobilitazione della popolazione per la causa comune - un elemen­ to di divisione che, prima o poi, si sarebbe rivolto direttamente contro di loro, scarsa fiducia essi mostrarono in un rinnovamento del vecchio fasci­ smo. Per gestire il paese occupato avrebbero fatto volentieri a meno della necessità di rispettare, almeno formalmente, un alleato del quale non ap­ prezzavano i connotati politici. La definizione del neofascismo repubblica­ no che si trova in un rapporto della propaganda tedesca per la Venezia Giu­ lia, al di là dell’ambito territoriale, nel quale veniva considerato nulla più che «vino vecchio in un’otre nuova», nella sua sintetica concisione espri­ meva in modo molto efficace la sfiducia e il disprezzo che i tedeschi nutri­ vano per il tentativo di risuscitare il fantasma del fascismo. A ciò si deve aggiungere che la solidarietà che veniva affermata nella co­ mune lotta contro gli angloamericani, e più in generale la coalizione anti­ fascista e antinazista, non escludeva l’esistenza di obiettivi specifici e di in­

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teressi non necessariamente convergenti nelle due componenti dell’allean­ za italotedesca che era costretta a sopravvivere dalle circostanze. Anche a prescindere dalla ideologizzazione, che per il fascismo della Rsi era una con­ dizione essenziale per darsi un profilo politico autonomo, in una serie di circostanze precise le rivendicazioni politiche della Rsi incontrarono l’osti­ lità della forza d’occupazione, fornendo tra l’altro la riprova di quanto li­ mitato fosse il margine di autonomia che essa poteva concedere ^'« allea­ to occupato». Alludiamo in particolare al contenzioso che si apri fra l’auto­ rità d ’occupazione e la Rsi almeno in due circostanze: a proposito della formazione delle forze armate della Rsi e a proposito dell’istanza centrale della politica sociale che avrebbe dovuto mostrare il volto rivoluzionario del­ la Rsi, la cosiddetta «socializzazione» dell’industria. Si trattava di due istan­ ze non tecniche ma fortemente politiche, nelle quali convergevano i moti­ vi di un comportamento autonomo della Rsi e nello stesso tempo della sua specifica caratterizzazione sotto il profilo politico e sociale. In entrambi i casi il veto dell’autorità d’occupazione modificò profondamente le istanze della Rsi (come nel caso delle forze armate) o le vanificò nella sostanza (co­ me nel caso della socializzazione). Per quanto riguarda le forze armate, la Rsi ne aveva fatto una delle con­ dizioni per fare pesare la sua partecipazione alla guerra contro gli angloa­ mericani. Tornare sul fronte di combattimento con una propria forza ar­ mata era un segno della volontà di contare e quindi di aumentare il proprio peso contrattuale, ma era anche una condizione per accrescere il consenso all’interno, nei confronti della popolazione italiana. Mussolini contava di reclutare i nuovi reparti, oltre che con la leva, facendo appello ai soldati ita­ liani internati nei campi di concentramento in Germania: sarebbe stato que­ sto anche un modo per fare dimenticare la vergogna dei soldati prigionieri dell’alleato. Ma a parte il rifiuto della stragrande maggioranza dei prigionie­ ri di accettare l’ingaggio per l’esercito di Salò, gli ostacoli principali proven­ nero dai tedeschi: essi diffidavano di una forza armata italiana, temevano che una volta ottenute le armi, che dovevano essere fornite comunque dai tedeschi, le potesse rivolgere contro l’alleato; inoltre l’allestimento delle forze armate avrebbe ostacolato i progetti di reclutamento di manodopera in grande stile per il lavoro nell’economia di guerra tedesca. Alla fine accon­ sentirono alla formazione di quattro divisioni italiane (e non di venticinque come avrebbe voluto Graziani), a condizione che il loro addestramento av­ venisse in Germania e quindi sotto stretto controllo tedesco. E una volta al­ lestite, queste formazioni non ebbero un ruolo autonomo ma rigorosamen­ te subalterno e furono destinate principalmente alla lotta antipartigiana. Altrettanto significativa fu la vicenda della progettata socializzazione dell’industria, che per la Rsi avrebbe dovuto rappresentare un momento es­ senziale della sua caratterizzazione politico-ideologica e un gesto di rottu­ ra con il fascismo del ventennio e i compromessi che gli si imputavano con la monarchia e i ceti economici dirigenti. Le autorità d’occupazione tede­ sche, compresi i dirigenti degli affari economici, furono tra i più intransi­

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genti avversari di questa riforma. Essi l’awersarono in primo luogo dal pun­ to di vista ideologico, anche se non sembra questo l’aspetto centrale che ispirò il loro comportamento, al di là della loro diffidenza per i tentativi di aggiornamento del vecchio fascismo. Fu presente certo la diffidenza per un modello sociale che potesse presentarsi come alternativa al modello nazista, ma prevalsero soprattutto considerazioni di ordine pratico. Essi avversa­ vano qualsiasi cambiamento che rischiasse di intralciare i progetti di fina­ lizzare l’attività produttiva alle esigenze dell’economia di guerra tedesca. Per giunta, i settori principali dell’attività industriale rientravano nel con­ trollo diretto a opera del dicastero del ministro Speer, che non poteva tol­ lerare le interferenze dei socializzatori fascisti. A parte l’ostilità degli in­ dustriali, che non esitarono a fare ricorso all’aiuto dei tedeschi contro i fascisti, l’intransigente tutela della loro libertà decisionale contro ogni in­ tervento anche solo demagogico delle autorità fasciste fu la risposta dei te­ deschi ai conati riformatori della Rsi, a conferma del limitato margine di autonomia che essi erano disposti a riconoscerle. Quanto bastava per sal­ varle la faccia verso l’esterno, ma senza intaccare mai la libertà di manovra e il potere decisionale ultimo della potenza d’occupazione, a costo di im­ pedire che la Rsi potesse darsi un più marcato profilo rinnovatore. Fu que­ sto in realtà un limite invalicabile, che sottolineò come nel rapporto con l’«alIeato occupato» a quest’ultimo fosse consentito di allinearsi soltanto agli aspetti più odiosi della politica dell’occupante e di farsene esecutore verso la popolazione italiana, a prezzo di rinunciare a darsi qualsiasi auto­ noma e specifica caratterizzazione. Sviluppi dell'occupazione. Al di là della repressione degli atti compiuti contro la Wehrmacht, che era la finalità prima dell’occupazione in quanto diretta a tutelare la sicurezza delle forze tedesche, il comportamento nei confronti della popolazione fu caratterizzato da un crescendo di episodi di violenza che si scaricò in una quotidiana teoria di eccidi e di stragi, in di­ pendenza o meno del rafforzamento del movimento di resistenza e dello spostamento del fronte sotto l’incalzare dell’avanzata dal Sud verso il Nord degli eserciti angloamericani. Tuttavia, la quotidianità dell’occupazione fu caratterizzata anche dall’in­ tensa attività svolta ai fini dello sfruttamento dell’economia italiana e del­ la razzia di manodopera. Abbiamo già accennato all’impegno di Speer per subordinare la struttura dell’occupazione al fine ultimo e supremo di inse­ rire l’apparato produttivo italiano nella macchina dell’economia di guerra del Reich. Anche il dicastero dell’Agricoltura del Reich intervenne per sot­ tolineare l’importanza che assumeva la produzione agricola dell’Italia; in un documento del sottosegretario Backe del 25 febbraio 1944 si diceva espressamente che le perdite d i prodotti alim entari d ell’oriente devono essere com pensate dal più in ­ tenso sfruttam ento di questo paese; devono quindi essere costantem ente aum entate le contribuzioni d ell’Italia per l ’approvvigionam ento delle truppe dislocate fuori del

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nostro paese, a garanzia della situazione alimentare del Reich e per la formazione di eccedenze a favore del Reich.

Anche nell’agricoltura quindi la priorità assoluta doveva essere attri­ buita al sostentamento delle forze tedesche nell’Italia occupata, alle requi­ sizioni per creare scorte da inviare nel Reich; di qui spesso le decurtazioni di disponibilità per la popolazione italiana, che a partire dall’estate del 1944 subì anche la paralisi dei trasporti determinata oltre che dal crescente sa­ botaggio della resistenza dall’offensiva aerea angloamericana, che spesso fu all’origine anche del blocco della produzione industriale per l’interruzione di afflusso di materie prime alle fabbriche. Gli studi attestano l’utilizza­ zione più larga possibile, compatibilmente con le circostanze, dell’appara­ to industriale italiano, a parte la sottrazione di scorte spedite in Germania; impegnati nel lavoro per i tedeschi furono soprattutto il settore metalmec­ canico (compreso quello interessante gli autoveicoli), le costruzioni aereo­ nautiche e quello tessile. Documentati sono anche parziali asportazioni di impianti industriali per potenziare l’apparato tedesco e i propositi dei te­ deschi di procedere alla distruzione di impianti elettrici e industriali all’at­ to di abbandonare l’Italia. In effetti, le distruzioni più consistenti furono effettuate dalla Wehrmacht durante la ritirata da Roma alla linea Gotica, che trasformarono l’Italia centrale in vera e propria «terra bruciata». Non è fuori luogo ricordare, per mettere in evidenza la rilevanza del problema, che la preservazione degli impianti industriali dalla distruzione a opera del­ la Wehrmacht fu anche oggetto della trattativa per la resa delle forze te­ desche in Italia, dietro forte pressione degli alleati che nella prospettiva del­ la ricostruzione e del mantenimento di una situazione sociale relativamente tranquilla fecero della salvaguardia degli impianti industriali e delle centrali elettriche una delle condizioni che avrebbero reso possibile la capitolazio­ ne delle forze tedesche e attestato la stessa buona fede dei comandanti te­ deschi che negoziavano la resa. Per il periodo dell’occupazione si può affermare con sicurezza che l’ap­ parato industriale italiano, nella misura in cui aveva conservato una capaci­ tà produttiva, lavorò esclusivamente al servizio dei tedeschi. Alla riduzione dei ritmi produttivi contribuì anche l’irregolarità del rifornimento di mate­ rie prime, massime il carbone, che doveva essere assicurato dalla Germa­ nia; essa tuttavia non fu mai in grado di fare affluire le ottocentomila ton­ nellate mensili di carbone che sarebbero state necessarie per mantenere a pieno ritmo l’attività produttiva. Di qui i ripetuti tentativi di inviare in Germania impianti inattivi in Italia o contingenti di lavoratori, anche alta­ mente specializzati, che secondo le autorità d’occupazione non potevano essere impiegati nel territorio italiano. La quotidianità dell’occupazione fu caratterizzata sia da eccidi e stragi sia, soprattutto nelle aree urbane, dalle diverse forme di razzie e deporta­ zioni che a diversi livelli facevano parte di un sistema terroristico di domi­ nazione. A prescindere dalla caccia agli ebrei e dalla loro deportazione ver­

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so i campi di sterminio, che esasperò la persecuzione razziale già in atto dal 1938 e che vide anch’essa la fattiva collaborazione delle forze della Rsi, le deportazioni interessarono in primo luogo i politici della Resistenza o i par­ tigiani combattenti che venivano catturati nei rastrellamenti, quando non erano giustiziati sul posto. In questa categoria rientrano a giusto titolo an­ che le centinaia di lavoratori che furono arrestati e deportati in conseguen­ za degli scioperi ripetutamente verificatisi nei lunghi mesi dall’inizio alla fine dell’occupazione. Se all’origine l’autorità d’occupazione ebbe la ten­ denza, per calcolo o per inesperienza, a sottovalutare l’aspetto politico de­ gli scioperi e a sottolinearne le cause di carattere economico, facendo con­ cessioni sul terreno salariale e sulle condizioni di lavoro, con il passare dei mesi l’indissociabilità delle rivendicazioni operaie che unificavano istanze di miglioramenti economici e rivendicazioni di carattere sociale e politico (compresa la protesta contro l’asportazione di impianti e macchinari) fece prevalere una linea di maggiore intransigenza. La gestione delle agitazioni operaie in mano a specialisti delle SS, come nel caso del generale Zimmermann tra Milano e Torino, fu sintomatica sia dell’importanza che l’auto­ rità tedesca attribuiva al mantenimento della tranquillità nelle fabbriche, sia della maniera forte che sembrava prevalere di fronte all’iniziale flessi­ bilità e alla fiducia di potere rispondere alle agitazioni con qualche mode­ rata concessione. Ma già nel marzo del 1944 le proposte che il generale Leyers, responsabile dell’economia di guerra, considerato l’ala moderata della dirigenza tedesca in Italia, avanzava per fronteggiare gli scioperi de­ notavano il prevalere di una lìnea dura. Leyers prospettò le seguenti misu­ re coercitive per schiacciare gli scioperi: 1) prelievo di una certa percentuale degli operai scioperanti e loro trasporto in Germania per il lavoro obbliga­ torio; 2) chiusura delle aziende in cui si era scioperato; 3) trasporto dei mac­ chinari in Germania. Nel contesto della deportazione politica rientrano perciò a giusto tito­ lo i promotori e i protagonisti degli scioperi (non solo dal triangolo indu­ striale, ma anche da altre aree, per esempio dal comprensorio toscano, da Firenze, Prato, Empoli), duramente colpiti dalla repressione dell’occupan­ te. Viceversa, da questi casi bisogna tenere distinte le razzie di manodope­ ra che furono effettuate caoticamente per l’invio nel Reich o per l’impiego nell’Organizzazione Todt, in linea di principio in Italia per lavori di forti­ ficazione per conto della Wehrmacht a opera di diversi uffici tedeschi e an­ che italiani (la cosiddetta Organizzazione Paladino). Nell’ottica dei tede­ schi l’Italia, dopo l’armistizio dell’8 settembre, assunse particolare rilievo perché si trattava dell’unica riserva di forza-lavoro che ancora non era sta­ ta sfruttata dalle razzie di Sauckel. Attingere al potenziale umano dell’Ita­ lia senza troppe complicazioni (defatiganti erano stati i rapporti tra le po­ tenze dell’Asse per l’invio in Germania di lavoratori italiani anteriormente alla crisi del 1943) era per i tedeschi l’esito più positivo dell’uscita dell’Ita­ lia dal conflitto. Se già la cattura delle truppe italiane aveva offerto parziale sfogo a questo obiettivo, la possibilità di reclutare direttamente in Italia

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forza-lavoro, grazie anche all’attività a tempo parziale imposta all’appara­ to produttivo italiano, apriva agli uffici di Sauckel prospettive particolar­ mente promettenti. Allorché all’inizio di gennaio del 1944 Hitler chiese di procurare all’economia tedesca altri quattro milioni di lavoratori, Sauckel si impegnò a reperire in Italia un milione e mezzo di uomini, vale a dire un terzo abbondante del contingente reclamato da Hitler. L’operazione di reclutamento dei lavoratori italiani si dimostrò molto più complessa del previsto: per la molteplicità degli organismi che di essa dovevano occuparsi senza un adeguato coordinamento; per la debolezza stessa dell’apparato tedesco che era inadeguato ad affrontare un’impresa che si era rivelata superiore alle sue forze; perché quando, dopo i tentati­ vi di allettare i lavoratori italiani con le buone maniere e con i bandi di re­ clutamento, i tedeschi passarono alla maniera forte misero in movimento un meccanismo assolutamente controproducente. Nell’estate del 1944 l’in­ grossamento delle bande partigiane non fu favorito soltanto dalla buona sta­ gione ma anche e soprattutto dall’afflusso di decine di migliaia di giovani e di uomini in età lavorativa che prendevano la strada dei monti non tan­ to per una precisa opzione politica o ideologica ma principalmente per sot­ trarsi ai bandi di arruolamento militare della Rsi o al reclutamento per l’in­ vio di lavoratori nel Reich. L’operazione Sauckel si trovò cosi schiacciata tra l’incudine e il martello; per giunta, il tentativo di procedere al recluta­ mento forzato sottraendo manodopera alle fabbriche già impegnate per i tedeschi, in quanto si trattava di maestranze facilmente individuabili e pre­ levabili, aveva anch’esso il suo rovescio, perché contribuì a scatenare nuo­ ve ondate di scioperi e di agitazioni, che resero ulteriormente difficile il compito dei tedeschi. Non rimase perciò agli uffici tedeschi che la via delle razzie disordina­ te, generalmente nelle aree urbane, in cui venivano isolati interi quartieri di abitazioni alla ricerca di individui da spedire in Germania. Ma il siste­ ma non servì ad accrescere i contingenti di lavoratori per il Reich, si ripro­ pose viceversa come un altro dei mezzi di intimidazione terroristica cui era­ no sottoposte le popolazioni del territorio occupato. Il fallimento dell’ope­ razione Sauckel si può considerare pressocché totale: nel primo semestre del 1944 non erano stati spediti in Germania neppure cinquantamila lavo­ ratori dall’Italia. I risultati dei lavori del sottoscritto degli anni sessanta e gli aggiornamenti documentari recati da Klinkhammer sono nella sostanza coincidenti. Il fallimento dell’operazione non comportò tuttavia la sua ces­ sazione, ma soltanto l’affermazione di un decorso sempre più selvaggio. Co­ me scrive Klinkhammer, «gli inviati di Sauckel potevano reclutare con la forza i lavoratori soltanto in alcune grandi città, mentre le campagne, ma soprattutto l’intera Italia centrale, furono colpite soltanto marginalmente dalle loro misure». Difficile quantificare esattamente il contributo dei la­ voratori italiani al progetto Sauckel; non è inverosimile supporre che il nu­ mero dei deportati derivante dalla cattura di partigiani e di altri opposito­ ri del fascismo e dell’occupazione sia stato superiore a quello dei rastrella­

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ti per il lavoro nel Reich. Né, infine, Sauckel e gli altri ufficiali tedeschi po­ tevano ovviare al fallimento dell’intera operazione svuotando, come pure fecero, le carceri, dove assieme a detenuti comuni si trovavano anche per­ sone arrestate o rastrellate in vista della deportazione. Ai fini di una valutazione complessiva si può concludere che l’occupa­ zione dell’Italia, anche per la sua qualità di ex alleata e per il momento in cui avvenne - la fase di passaggio verso l’apertura del secondo fronte -, fu caratterizzata da una particolare brutalità di comportamento della Wehr­ macht, su cui gravarono sicuramente fattori psicologici (il «tradimento» presunto dell’Italia) e la consapevolezza che la guerra era ormai perduta, per cui soltanto una resistenza a oltranza poteva attenuarne le conseguen­ ze, anche dal punto di vista dei singoli combattenti. La strategia della col­ laborazione di Rahn servi più a mettere a disposizione dei tedeschi un ap­ parato locale che ne agevolò la gestione del territorio occupato che a pro­ teggere la popolazione italiana dalle sopraffazioni dell’occupante. Il filtro della Rsi fu assai debole anche per la sua totale subalternità ai tedeschi; non risparmiò all’Italia alcuna sofferenza, alcuna distruzione o alcuna offesa al­ la sua popolazione. Assicurò viceversa ai tedeschi un sostanzioso braccio esecutivo e contribuì a inasprire con la lotta contro l’occupante lo scontro interno e ad accentuarne gli aspetti di guerra intestina. Nota bibliografica. E. Collotti, L ’Amministrazione tedesca dell’Italia occupata (1943-1945). Studio e docu­ menti, Lerici, Milano 1963; F. W . Deakin, La brutale amicizia, I. Mussolini, Hitler e la caduta delfascismo italiano (1962), Einaudi, Torino 1990; L. Klinkhammer, L ’occupazione tedesca in Italia (1943-1945), Bollati Boringhieri, Torino 1993.

Alpenvorland Zona d’operazione delle Prealpi. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’oc­ cupazione del territorio italiano da parte della Wehrmacht, alla metà di settembre fu annunciata la creazione delle due speciali Zone d’operazione dell’Adriatisches Kiistenland* e delle Prealpi lungo la fascia settentrionale delle Alpi centrali, uffi­ cialmente motivata con esigenze di carattere strategico rese ancora più evidenti dal fatto di contenere l’accesso all’Italia attraverso il Brennero, la maggiore arteria di comunicazione, per strada e su ferrovia, tra Germania e Italia. Nei fatti, le moti­ vazioni del provvedimento erano più complesse, come nel caso della Venezia Giu­ lia, anche se la situazione altoatesina presentava peculiarità particolari. Come nel caso dell’Adriatisches Kiistenland anche l’amministrazione civile tedesca insedia­ ta nella Zona delle Prealpi, nella quale furono riunite le province di Bolzano, Tren­ to e Belluno, derivò la sua ispirazione oltre che dalle citate ragioni strategiche (che

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in parte spiegherebbero l’aggregazione al Trentino e Alto Adige della provincia di Belluno) dalle rivendicazioni sul Tirolo meridionale dell’elemento austriaco nell’am­ ministrazione del Reich, più fortemente animato da sentimenti di rivincita nei con­ fronti dell’Italia e dalla volontà di vendicarsi della politica di italianizzazione svi­ luppata nell’area di lingua tedesca soprattutto, dal regime fascista. In particolare il Gauleiter del Tirolo, Franz Hofer, prima ancora defl’armistizio italiano caldeggiò la rivendicazione dei Siid-Tirol incontrandosi, come risulta fra l’altro dai Diari di Goebbels, con l’ala più ostile aUTtalia del gruppo dirigente nazista, che vagheggia­ va ritorsioni anche territoriali contro l ’alleato per punirlo della sua inefficienza nell’ambito del Patto d ’acciaio. Quindi, al di là dei motivi più generali e contingenti, la creazione della Zona delle Prealpi, che come la Venezia Giulia fu sottratta alla sovranità italiana e per essa della Repubblica di Salò, va considerata come il tentativo di rovesciare il pro­ cesso di italianizzazione della provincia di Bolzano, rivalutando l’elemento tedesco e strumentalizzando l’irredentismo sudtirolese. Una delle prime conseguenze dell’in­ sediamento dell’amministrazione civile tedesca, affidata essenzialmente a persona­ le d ’origine austriaca, fu l’annullamento dell’accordo per le opzioni dell’ottobre del 1939 e l ’inizio del graduale rientro degli optanti che si erano già trasferiti nel Reich. La politica dell’amministrazione tedesca ebbe un volto costantemente bifronte: uf­ ficialmente essa si presentava come soluzione transitoria dettata dalle esigenze bel­ liche; di fatto creava condizioni che si giustificavano solo come presupposti di una soluzione definitiva - a prescindere dalla forma ultima dell’annessione al Grande Reich - , evidenti nella maggior parte dei provvedimenti adottati dalle autorità te­ desche. Questi infatti non incidevano soltanto nell’immediato ma preludevano a solu­ zioni di lungo termine. Fu operata una parziale ristrutturazione dei confini tra le province di Bolzano e di Trento, con il riaccorpamento alla provincia di Bolzano di comuni a maggioranza linguistica tedesca; venne ripristinato l’uso della lingua te­ desca in molti dei casi in cui l ’amministrazione italiana l’aveva sostituito; fu po­ tenziata la scuola di lingua tedesca - misure tutte che incontrarono il favore della popolazione locale; furono sostituiti o trasferiti molti impiegati di lingua italiana, favorendo l’immissione nelle amministrazioni locali e pubbliche di elementi di ori­ gine austriaca. Dal punto di vista istituzionale e della limitazione delle sovranità dello stato italiano gli aspetti fondamentali e più visibili furono rappresentati dal­ la sottrazione dell’amministrazione della zona all’ordinamento giudiziario italiano, conferendole autonomia di giurisdizione nelle tre province interessate; dalla proi­ bizione al Pfr di costituirsi sul territorio; dall’obbligo del servizio di guerra per i giovani soggetti alla leva in organizzazioni militari (Waffen-SS), di polizia o ausiUarie (Organizzazione Todt) sotto il controllo delle autorità tedesche. Per accentuare l’autonomia dell’area e sottolineare il coinvolgimento del pa­ triottismo locale nelle province di Bolzano e di Trento fu creata una polizia locale, il Siidtiroler Ordnungsdienst in provincia di Bolzano, il Corpo di sicurezza trenti­ no in quella di Trento. Entrambi alle dipendenze della polizia tedesca, costituirono l’ossatura della struttura di controllo dell’ordine pubblico e lo strumento diretto di collaborazione con l’autorità d ’occupazione. Un ulteriore terreno d ’influenza fu la diffusione della stampa in lingua tedesca nella provincia di Bolzano e la sostituzio­ ne della lingua italiana in molte occasioni ufficiali e della vita quotidiana. Come nel caso della Venezia Giulia, la Zona delle Prealpi fu oggetto di con­ tenzioso permanente tra la potenza d’occupazione e la Rsi, ma nessuna protesta val­ se a modificare un’evoluzione che mirava inequivocabilmente a separare l’area dal

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resto d’Italia. Il fatto che le rimostranze della Rsi rimanessero lettera morta fu una costante umiliazione per Mussolini e i capi fascisti, che si illusero della possibilità di influenzare alla conclusione del conflitto una soluzione che non danneggiasse l ’immagine dell’Italia. N ei fatti i tedeschi si comportavano da padroni, privilegia­ rono la popolazione di lingua tedesca e imposero le loro regole di vita e di compor­ tamento. Sin dal settembre il Sùdtirol fu teatro delle deportazioni degli ebrei, con la razzia della comunità meranese, la prima a essere deportata dall’Italia. N el luglio del 1944 nel rione di Gries alla periferia di Bolzano fu insediato il lager destinato a diventare, dopo lo sgombero di Fossoli, il principale campo di transito dall’Italia per la sua prossimità al Brennero. In questi due esempi si può simbolicamente com­ pendiare il significato che ebbe la Zona delle Prealpi nel quadro del sistema d ’occupazione e dell’estensione delle forme di dominio tipicamente naziste. Dal punto di vista militare la costruzione di fortificazioni per farne una «ridotta alpina», de­ stinata ad arrestare l ’eventuale avanzata alleata dal Sud e a consentire l’estremo ri­ fugio per Mussolini e i suoi fedeli, rimase in buona parte sulla carta, essendo rapi­ damente superata dagli eventi e dallo stesso rifiuto dei comandanti tedeschi di sa­ crificare le loro forze nella difesa a oltranza del corridoio di avvicinamento al Terzo Reich.

Nota bibliografica. R. D e Felice, Il problema dell’Alto Adige nei rapporti italo-tedeschi dall’Anschluss alla fi­ ne della seconda guerra mondiale, Il Mulin o , Bologna 1973; K. Stuhlpfarrer, Le zone d ’opera­ zione Prealpi e Litorale Adriatico. 1943-1945 (1969), Libreria Adami, Gorizia 1979.

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È la denominazione tedesca, che riesuma non a caso un termine geografico-amministrativo dell’epoca absburgica, della Zona d ’operazione Litorale Adriatico, una delle due speciali zone d ’operazione - l’altra era la Zona delle Prealpi (Alpenvorland*) - create dai tedeschi all’atto dell’occupazione dell’Italia. Affidata al Gauleiter della Carinzia Friedrich Rainer, la Zona del Litorale Adriatico comprendeva le vecchie province orientali d’Italia, incluse le province di Udine e di Lubiana, quest’ultima annessa al Regno d ’Italia dopo l’invasione della Iugoslavia (province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, Lubiana). Come nel caso della Zona delle Preal­ pi, non si trattava di territori scelti a caso per installarvi amministrazioni civili te­ desche e per distinguerle dall’area territoriale soggetta all’Amministrazione militare e alla Rsi. Il fatto stesso che si trattasse di regioni di frontiera in continuità di­ retta con i territori meridionali del Reich, se accentuava il loro interesse dal pun­ to di vista strategico-militare come aree di transito verso il Sud diventato ormai teatro di guerra primario per la Wehrmacht, ne sottolineava anche l ’interesse dal punto di vista politico-amministrativo come prolungamento del Reich nella fascia dell’Italia settentrionale a ridosso della diagonale Venezia-Trento. Ufficialmente predisposte da Hitler sin dal 10 settembre 1943, le zone d’ope­

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razione ricevettero la prevista struttura nelle settimane successive. N el Litorale Adriatico l’amministrazione civile fu insediata il i ° ottobre. Essa era scorporata dall’apparato dell’occupazione nel resto dell’Italia dipendendo direttamente dal Fuhrer; contemporaneamente essa fu sottratta alla sovranità della Rsi i cui dicasteri non avevano alcuna giurisdizione nella Zona. Podestà e prefetti dell’area furono no­ minati direttamente dalle autorità tedesche; la normativa della Rsi entrava in v i­ gore solo se recepita da queste ultime. Fu creata un’amministrazione giudiziaria che aveva al suo vertice il Gauleiter Rainer, quasi fosse un capo di stato; fu vietato l ’ar­ ruolamento per le forze armate di Salò; venne creato un corpo armato locale, la Guardia civica, al servizio dei tedeschi; fu operato un massiccio reclutamento di ma­ nodopera per i tedeschi per rafforzare le difese costiere e per costruire opere di for­ tificazione soprattutto in Istria; venne compressa l’attività stessa del Pfr. A sottolineare l’intenzione di realizzare un rigido processo di germanizzazione fu concentrato nell’area un nucleo di personale amministrativo proveniente dalle vicine province dell’Austria, le cui intenzioni irredentistiche nei confronti dei vec­ chi territori che erano appartenuti alla duplice monarchia absburgica erano anche troppo esplicite. D i origine austriaca, nato a Trieste e attivo nel partito nazista il­ legale austriaco che operava in favore dell’Anschluss, il generale delle SS Odilo Globocnik, che giunse a Trieste con i suoi reparti speciali dopo avere operato in Polo­ nia nella Aktion Reinhardt nella rapina e nella distruzione degli ebrei, era anche il più alto responsabile delle SS e della polizia nella Zona (con eccezione della pro­ vincia di Lubiana che aveva un altro responsabile, il generale Ròsener). Al vertice di comando dell’Adriatisches Kiistenland si trovavano cosi due esponenti di punta del nazismo austriaco, Rainer e Globocnik, che con la loro stessa presenza garanti­ vano un orientamento ideologico e politico fortemente caratterizzato in senso irredentistico-annessionista e in senso apertamente razzista. La presenza dei tedeschi nell’area fu caratterizzata da due aspetti fondamenta­ li, distinti ma convergenti: il massiccio impegno nella lotta contro il movimento partigiano slavo, che era dilagato ancor prima dell’8 settembre e che all’atto dello sfaldamento dell’esercito italiano si rafforzò con la cattura delle armi italiane e con l ’occupazione di quasi tutto il territorio istriano, a ridosso di città come Gorizia e Trieste; la forte propaganda tesa ad affievolire in ogni modo i legami con l’Italia e a favorire, prima ancora che un movimento immediatamente annessionistico al Gran­ de Reich, la formazione di un patriottismo municipale come futura base di consenso per riconoscere nella potenza germanica l’unica garanzia per l’avvenire del porto di Trieste, che era stato compromesso dall’annessione all’Italia. Questi due Leitmotive fornirono la base di legittimazione alla presenza cosi massiccia dell’amministrazio­ ne tedesca. Alla fine di settembre del 1943 le forze tedesche conclusero il primo grande ciclo operativo che era destinato a distruggere le forze partigiane slave e a ricon­ quistare letteralmente il territorio. Migliaia furono le vittime dei feroci rastrella­ menti e degli aspri combattimenti, che tuttavia alleggerirono soltanto tempora­ neamente la pressione delle forze partigiane sui tedeschi. L’esigenza di dispiegare un potenziale eccezionale di violenza per la salvaguardia della sicurezza della W ehr­ macht fu affermata con intransigenza superiore anche a quella che guidò le ope­ razioni antipartigiane nel resto d ’Italia. N e fa fede tra l’altro il draconiano ordi­ ne con il quale il generale delle truppe da montagna Ludwig Kiibler, che alla fine di settembre del 1943 era stato nominato responsabile militare dell’area Litorale Adriatico, il 22 febbraio 1944 dichiarava guerra senza quartiere alle formazioni partigiane, autorizzando spietate rappresaglie contro la popolazione civile, con

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l ’incendio e la distruzione di intere località, l ’uccisione senza pietà dei partigiani e di coloro che erano anche soltanto sospettati di averli aiutati. Come ammoniva Kiibler, veniva data così attuazione nel Litorale Adriatico all’ordine di Hitler dell’ottobre del 1942 che era stato emanato per la lotta contro le bande nei terri­ tori orientali, nel quadro di una vera e propria guerra di sterminio. L’asprezza del­ la lotta in questa parte della vecchia Venezia Giulia raggiunse un livello pari solo a quello dei settori in cui lo scontro fu più cruento, anche perché ideologizzato co­ me scontro di razze e di civiltà. N ella Venezia Giulia i tedeschi, speculando sulla tradizione di antagonismi nazionali tra italiani e slavi, che era stata rinfocolata dalla politica di snazionaliz­ zazione realizzata dal regime fascista, si atteggiarono demagogicamente ad arbitri dei conflitti nazionali e a restauratori dell’equilibrio etnico e politico che era sta­ to scosso dall’avvento fascista. Attuarono perciò una strategia apparentemente contraddittoria di feroce repressione nei confronti del movimento partigiano sla­ vo in quanto portatore di disordine sociale e morale (il bolscevismo) e al tempo stesso di favoreggiamento della popolazione slava (per esempio con la parziale ria­ pertura delle scuole slovene che erano state chiuse dagli italiani), di insediamento di amministratori locali sloveni, allo scopo di dividere le popolazioni slave e di creare nelle loro file una corrente di collaboratori dei tedeschi. La contraddizione era solo apparente: l ’immagine che la propaganda tedesca volle dare del quadro delle nazionalità dell’area era quello di un mosaico di etnie tra le quali solo la su­ periore civiltà germanica avrebbe potuto ergersi a fattore di pacificazione e di giu­ stizia. Ma come se la denunciata frammentazione non fosse sufficiente, gli stessi tedeschi introdussero nel Friuli (lo stesso Friuli che Rainer aveva dichiarato co­ stituire una nazionalità autonoma da quella italiana, facendosi precursore di suc­ cessivi m ovimenti autonomistici) nell’estate del 1944 una comunità di cosacchi - che dopo avere collaborato con i tedeschi li avevano seguiti nella loro ritirata dall’Est sin nel Litorale Adriatico - , cui in cambio della fedeltà per la vita e per la morte promisero una nuova patria (nelle fonti tedeschi ricorre l’espressione Kosakenland). D i entità controversa (si trattò forse di poco più di ventimila tra ar­ mati e famiglie al seguito), i cosacchi furono insediati nella valle del T agliamento con il compito specifico di occupare e difendere il territorio contro il forte m ovi­ mento partigiano slavo e italiano, la cui distruzione diventava condizione essen­ ziale per la permanenza della comunità cosacca sul territorio. D i qui il loro impie­ go e la loro strumentalizzazione da parte dei tedeschi nella repressione antiparti­ giana condotta con tutta la possibile intransigenza. Il Litorale Adriatico divenne così un microcosmo del Nuovo ordine europeo nella versione nazista. Non si trattò di una operazione puramente propagandistica, che fu peraltro fortemente sostenuta dal quotidiano in lingua tedesca, la «Deutsche Adria-Zeitung», che usci a Trieste dal 14 gennaio 1944 al 28 aprile 1945. L’appel­ lo alla nostalgia per la fortuna di Trieste nel passato austriaco si coniugò costantemente con il tentativo di vincolare alla politica tedesca gli interessi del ceto ammi­ nistrativo e mercantile, legato alla tradizione di affari sul versante orientale del­ l’Adriatico, e delle stesse maestranze dell’industria cantieristica, facendo balenare le prospettive di una rinascita fuori dall’alveo italiano, in un orizzonte balcanico e mitteleuropeo interamente dominato dalla Germania. Alle blandizie della propa­ ganda si accompagnava, in dura dissonanza, la mano forte dell’occupatore. A Trie­ ste fu in funzione il lager della Risiera di San Sabba (Polizeihaftlager*) che sebbe­ ne designato come campo di transito e di prigionia fu un vero e proprio campo di sterminio, l’unico su suolo italiano e tra i pochissimi dell’Europa occidentale. Lo

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sterminio di ebrei e di partigiani italiani, sloveni e croati di cui fu protagonista la Risiera rimane la testimonianza di uno dei capitoli più tragici della storia della Ve­ nezia Giulia e di quella parte del nazionalismo italiano che in omaggio all’odio an­ tislavo accettò di asservirsi alla Germania nazista.

Nota bibliografica. E. Collotti, Il Litorale Adriatico nel Nuovo Ordine europeo. 1943-45, Vangelista, Milano 1974; A . S calpelli (a cura di), San Sabba. Istruttoria e processo per il Lager della Risiera, 2 voli., Aned-Mondadori, Milano 1988 (rist. Lint, Trieste 1995); P. Stefanutti, Novocerkassk e din­ torni. L ’occupazione cosacca della Valle del Lago (ottobre 1944 - aprile 1945), Isr Udine, Udi­ ne 1995; K. Stuhlpfarrer, Le zone d ’operazione Prealpi e Litorale Adriatico. 1943-1945 (1969), Libreria Adami, Gorizia 1979; A. Walzl, L ’organizzazione dell’amministrazione civile nella zona di operazioni «Litorale Adriatico», in «Storia contemporanea in Friuli», n. 24 (1993), PP- 9 -4 2 -

Organizzazione Todt

Dal nome dell’ingegnere Fritz Todt, plenipotenziario per le costruzioni edili, responsabile dei progetti autostradali del Reich, a partire dal 1938 questa struttu­ ra, grazie anche all’introduzione del servizio del lavoro obbligatorio, potè disporre di larghi contingenti di manodopera per progetti civili e militari nell’ambito del pia­ no quadriennale e della preparazione economica per la guerra. La sua più impor­ tante realizzazione prima della guerra fu la costruzione del cosiddetto «vallo occi­ dentale» (la linea Siegfried) lungo la frontiera franco-tedesca. Durante la guerra re­ se enormi servizi per la costruzione di apprestamenti militari (fra essi il più colossale fu il cosiddetto Vallo atlantico, che avrebbe dovuto chiudere le porte del continente all’invasione del secondo fronte) e per i lavori di riparazione di strade, ferrovie, ca­ serme, abitazioni danneggiate da eventi bellici e dai bombardamenti aerei. La Todt non fu soltanto una struttura autonoma dalle autorità militari all’interno del Reich; dopo l ’inizio della guerra si installò in tutti i territori occupati e usufruì persino del­ la manodopera di deportati nei campi di concentramento. In Italia fu presentata dalla pubblicità come «la più grande impresa edile del mondo », formula con la qua­ le dopo l’armistizio del 1943 i tedeschi si prefiggevano di attrarre lavoratori per realizzare opere e apprestamenti militari in Italia al servizio della forza d ’occupa­ zione. Il reclutamento non era obbligatorio ma il servizio prestato presso la Todt era sostitutivo di altre forme di coscrizione (per esempio per le Forze armate, per l’invio in Germania) e generalmente si svolgeva in Italia, in condizioni relativa­ mente favorevoli rispetto ad altre forme di coazione, sotto stretta sorveglianza te­ desca. Particolarmente massiccio fu l’impiego di manodopera italiana in base a un vero e proprio reclutamento forzato nelle due Zone speciali d ’operazione Litorale Adriatico e delle Prealpi, dove più imponente fu la costruzione di fortificazioni o dove la presenza di una consistente attività partigiana (come lungo il vecchio con­ fine italoiugoslavo) richiedeva una sorveglianza e una manutenzione delle vie di co­ municazione più assidue.

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Kesselring Albert Nato a Marktsteft il 30 novembre 1885, morto a Bad Nauheim il 16 luglio i9 6 0 . Ufficiale di stato maggiore nella prima guerra mondiale, rimase in servizio nella Reichswehr della repubblica di Weimar tra coloro che avevano accettato la repub­ blica democratica come il male minore ripromettendosi la rivincita di Versailles e il ritorno della Germania alla potenza militare mondiale. L ’avvento del nazismo lo trovò consenziente con gli obiettivi di rinascita militare della Germania. Passato nel settore aereonautico ebbe un ruolo di primo piano nella crescita della Luftwaffe, cui dedicò competenza tecnica pari alla dedizione politica al regime nazista. Stretto collaboratore di Gòring, dalla metà del 1937 comandò il terzo distretto ae­ reo con sede a Dresda e dal i ° ottobre del 1938 la prima flotta aerea di stanza a Berlino. In tale qualità ebbe una parte di primo piano nella condotta bellica dopo l’aggressione alla Polonia il i ° settembre 1939 sostenendo in particolare c o n i bom­ bardamenti aerei l’attacco contro Varsavia. Trasferito successivamente al comando della seconda flotta aerea (con sede a Munster) sul fronte occidentale, prese parte all’offensiva contro la Francia, il Belgio e l ’Olanda e nell’estate del 1940 a quella contro l’Inghilterra. A pochi mesi d’impiego sul fronte orientale dopo l ’aggressio­ ne alTUnione Sovietica, nell’autunno del 1941 fu posto a capo del comando sud della Wehrmacht a sostegno delle forze tedesche impegnate in Africa settentrio­ nale e a contatto con il Comando supremo italiano. Feldmaresciallo per meriti di guerra, tra i comandanti della Wehrmacht si distinse oltre che per la sua tenace fe­ deltà al regime per la duplice esperienza che possedeva, nel settore terrestre (pro­ veniva infatti dall’esercito) e in quello aereonautico. Protagonista del rapporto con le Forze armate italiane, difese tenacemente l’au­ tonomia delle forze tedesche dal suo quartier generale di Frascati, da cui diresse dopo l’armistizio del 1943 l’occupazione dell’Italia, assumendo dal 21 novembre 1943 il Comando supremo dell’intero settore sud-ovest, dopo avere fatto prevale­ re rispetto al maresciallo Rommel il suo proposito di difendere palmo a palmo il ter­ ritorio italiano dall’avanzata alleata. L’8 marzo 1945, alla vigilia del crollo del Terzo Reich, fu chiamato da Hitler al Comando supremo del fronte occidentale. In Ita­ lia fu protagonista della tenace battaglia per rallentare l’avanzata verso il Nord de­ gli eserciti alleati e soprattutto della repressione contro il movimento partigiano che minacciava le forze d’occupazione tedesche alle spalle del fronte principale. Come attestano anche le sue memorie dal significativo titolo Soldat bis zutn letzten Tag («Soldato sino all’ultimo giorno»), che vorrebbe adombrare l’immagine del milita­ re professionale al di là di ogni opzione politica, nella primavera del 1944 Kessel­ ring rivendicò alla Wehrmacht la condotta della guerra contro le bande partigiane, sottraendola alle forze di polizia, considerando che l ’azione partigiana, della quale peraltro disconobbe costantemente la legittimità, rappresentava ormai un vero e proprio fronte di combattimento che non poteva essere più affrontato con azioni di polizia ma soltanto sul terreno operativo militare in senso stretto. A lui si devo­ no gli ordini draconiani emanati per il territorio italiano a proposito della «guerra contro le bande», in particolare là dove (come soprattutto nell’ordine del 17 giu­ gno 1944) liberava i comandanti subalterni da ogni responsabilità per i provvedi­ menti, anche i più radicali, adottati nella lotta contro la guerriglia, circostanza che di fatto equivalse a convalidare una guerra senza quartiere e ogni sorta di rappre­ saglie contro la popolazione civile. La recrudescenza di stragi ed eccidi che accom­

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pagnò la ritirata delle forze tedesche [Rappresaglie, stragi, eccidi*] fu sicuramente legittimata anche dalla libertà di azione che Kesselring consenti ai suoi subalterni. Per questi motivi (e anche come corresponsabile della strage delle Fosse Ardeatine), dopo la cattura a opera delle forze alleate Kesselring fu chiamato a rispondere di crimini di guerra dal Tribunale militare britannico di Venezia, dal quale il 6 mag­ gio 1947 fu condannato a morte. La sentenza fu successivamente commutata nella pena dell’ergastolo, ma nell’ottobre del 1952 egli era nuovamente in libertà, uffi­ cialmente per le cattive condizioni di salute, di fatto nell’ambito dell’assolutoria dei crimini della Wehrmacht nel clima della guerra fredda e della campagna per il riarmo tedesco.

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La formazione della Repubblica sociale italiana (Rsi). A partire dal 9 set­ tembre 1943 la radio tedesca diede notizia della costituzione di un gover­ no fascista provvisorio in Italia. Il 12 settembre Mussolini venne liberato dai tedeschi e portato in Germania. Superate le opposizioni della Wehr­ macht (Forze armate tedesche), favorevole all’occupazione pura e semplice del territorio italiano, il 23 settembre fu costituito il nuovo governo ca­ peggiato da Mussolini, che si riunì per la prima volta alla Rocca delle Canti­ nate il 27 settembre. Al fine di dare legittimità allo stato fascista repubbli­ cano, Mussolini cercherà di giungere in tempi brevi alla convocazione di un’Assemblea costituente. Cosa che risulterà impossibile, per cui la Rsi, pri­ va di una definizione costituzionale, rimase uno stato di fatto, fondato sul­ la forza militare germanica e sul seguito che riuscì a conquistarsi presso que­ gli italiani che, con varie motivazioni, scelsero di aderirvi. La leadership di Mussolini, al di là delle ambizioni di singoli gerarchi, era comunque fuori discussione innanzitutto per il ruolo simbolico del duce. La creazione della Rsi fu opera esclusiva dei tedeschi, in particolare di Hitler, sulla base di un preciso calcolo politico. Infatti la definitiva cancel­ lazione del fascismo italiano avrebbe avuto per il nazismo effetti deleteri sul piano politico-ideologico e propagandistico. Nondimeno la politica di Hitler puntò a sottoporre l’Italia a «un ferreo controllo e sfruttarne al mas­ simo le potenzialità economiche ed umane». Fu sempre Hitler che tracciò le linee di fondo su cui dovrà muoversi il fascismo repubblicano. Nei colloqui del 14-15 settembre, i punti messi all’ordine del giorno furono: vendetta contro i traditori fascisti e monar­ chici; rinascita del fascismo sul modello nazionalsocialista; ripresa della guer­ ra a fianco della Germania. Sulla base degli incontri di metà settembre, Mussolini impostò le linee principali della sua attività, che Goebbels, nei suoi Diari, così sintetizza: Il duce intende dapprima ricostruire il partito fascista. Poi, con l’aiuto di questo, vuole iniziare la ricostruzione dello Stato [...] si propone infine di indire una Costi­ tuente [...]. D ’altra parte, le sue misure dipendono moltissimo dagli sviluppi militari.

In sintesi si può dire che la nascita della Rsi dipese dal prevalere della posizione sostenuta dagli ambienti nazisti, in particolare dal ministero de­

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gli Esteri capeggiato da von Ribbentrop, rispetto a quella dei militari fa­ vorevoli a una oc cupazione diretta [L’occupazione tedesc a in Italia*]. Il Partito fascista repubblicano. Il Partito fascista repubblicano (Pfr), con a capo Alessandro Pavolini, è la prima istituzione della Rsi a essere costi­ tuita, in esplicita continuità con il Partito nazionale fascista. Esso raccoglie vecchi e nuovi fascisti che, dopo il 25 luglio e P8 settembre, hanno tenta­ to, spontaneamente, molecolarmente, di riaggregarsi; è un partito-movi­ mento che «risorge, prima ancora della liberazione di Mussolini, nel solco dell’occupazione tedesca, secondo un disegno dal basso, imprecisato, colti­ vato e incentivato dalle autorità germaniche in Italia e dalle direttive di Ber­ lino» [Santarelli 1967]. Diventa il luogo di incontro tra squadristi della pri­ ma generazione e giovani che vogliono battersi a fianco dell’alleato germa­ nico e contro i traditori. Le componenti interne sono variegate, magmatiche, con una prevalenza delle posizioni radicali che propugnano un «ritorno al­ le origini», e hanno l’ambizione di fare del partito l’asse portante, il centro decisionale dello stato repubblicano. Il fallimento del Congresso di Verona fa tramontare tale prospettiva; nel decreto di riconoscimento giuridico del Pfr del 23 gennaio 1944, il par­ tito diventa semplicemente una «milizia civile, al servizio della Rsi». Mus­ solini capisce che mettere lo stato nelle mani del partito significava preci­ pitare nel caos; nondimeno il partito, variamente concepito, è il luogo di aggregazione dei «veri fascisti», lo strumento per riproporre la concezione totalitaria della politica: dall’assistenza al popolo alla lotta armata. Il bizzarro accentramento di ogni forma di assistenza nelle mani del Pfr può essere visto «come elemento di continuità con il Partito nazionale fa­ scista in quanto “partito-stato” » [Gagliani 1999]. D ’altra parte la spinta verso il «partito armato», soggetto protagonista della guerra civile, percor­ re tutta la parabola del Pfr. Prima ancora della sua costituzione formale «sorsero, per lo più per iniziativa personale dei singoli Federali, squadre d’azione, una sorta di élite del nuovo fascismo» [Klinkhammer 1993]; essi raccolgono istanze estremiste mai sopite a cui gli eventi forniscono una ri­ balta. Il 5 novembre 1943 il neosquadrismo viene organizzato nelle squa­ dre di polizia federale. Un mese dopo, con la costituzione della Guardia na­ zionale repubblicana (Gnr), e per effetto delle incessanti lotte intestine che coinvolgono gli apparati della Rsi, le squadre vengono ufficialmente sciol­ te, in mezzo a intensi contrasti. Di lf a poco Pavolini dà ordine di costitui­ re «centri di arruolamento volontari» presso le federazioni. L’approdo uf­ ficiale al partito armato avviene nella forma della militarizzazione, a fian­ co e in concorrenza con le altre numerose forze armate della Rsi impegnate nella lotta contro antifascisti e partigiani. Pavolini sceglie esplicitamente il terreno della guerra civile, ritenendo fallimentare e velleitaria l’azione delle forze armate «apolitiche» di Graziani. Con la creazione delle Brigate nere, annunciata nella ricorrenza del 25 luglio, che prevede l’arruolamento di tutti gli iscritti al partito dai di­

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ciotto ai sessant’anni, il suo obiettivo è di dare impulso a un movimento an­ tipartigiano sulle stesse basi e con le stesse caratteristiche di quello resi­ stenziale; un movimento a cui dare riconoscimento politico in nome di uno scontro necessario e inevitabile. Il Pfr, secondo il suo segretario Pavolini, avrebbe avuto 251 000 iscrit­ ti al momento del Congresso di Verona (14 novembre '43), saliti a 487 000 nel marzo '44; cifre notevoli, anche se da prendere con prudenza, che te­ stimoniano dell’esistenza, oltre che di giovani più o meno ideologicamente motivati, di una minoranza fascista intransigente, a cui si sommava una par­ te di opinione pubblica moderata, disponibile ad appoggiare la Rsi, soprat­ tutto per timore dell’avanzante comuniSmo. In effetti la militarizzazione neosquadrista del partito viene decisa agli inizi dell’estate del '44 nel contesto di uno sforzo complessivo contro l’in­ sorgenza partigiana, che sta assumendo dimensioni preoccupanti e che i te­ deschi sono determinati a stroncare chiedendo il massimo impegno alla Rsi. In un panorama di rovine, il partito delle Brigate nere si propone come esercito politico, mobilitato su basi ideologiche, impegnato in una lotta fi­ nale contro il bolscevismo e la plutocrazia, sua alleata. Le forze armate della Rsi. Propugnatore della tesi di un esercito politi­ co fu anche Renato Ricci che, posto a capo della milizia (Mvsn) ancor pri­ ma della costituzione del governo repubblicano, riuscì a mantenere l’auto­ nomia della sua organizzazione, trasformata in Gnr il 24 novembre 1943, con l’incorporazione dei carabinieri e della Pai (Polizia dell’Africa italiana). D’altro canto i vari spezzoni che componevano la formazione coman­ data da Ricci non si amalgamarono, per cui la Gnr fu sottoposta alla pres­ sione esterna di altre formazioni militari concorrenti ed esposta alle frat­ ture interne. In particolare, i carabinieri manifestarono un’aperta ostilità, ricambiata, verso la Rsi, e soprattutto verso i tedeschi, e disertarono in mas­ sa, spesso aderendo alla Resistenza. Alla Gnr furono demandati compiti di polizia e di repressione antipar­ tigiana, sotto la sovrintendenza dei comandi tedeschi. Dall’agosto del '44, in coincidenza con il declino politico di Ricci, si procede al suo inserimen­ to nell’esercito. Stime precise sulla consistenza della Guardia sono impos­ sibili, anche per le forti variazioni temporali. Come dato di massima at­ tendibile si può assumere quello di centomila uomini, di cui solo diecimila circa utilizzabili in combattimento. La Gnr era l’organismo con le maggiori articolazioni locali. Le Brigate nere e le altre polizie fasciste si muovevano soprattutto in ambito cittadi­ no. Laddove non esisteva una forte presenza partigiana si creava un vuoto di potere, le popolazioni erano abbandonate a se stesse mentre si sviluppa­ vano il banditismo apolitico e la borsa nera. Il controllo del territorio nella Rsi era stato sempre aleatorio, nonostante la grande quantità di organismi e corpi armati che dovevano presidiarlo. Ol­ tre all’apparato di occupazione tedesco c’erano l’esercito e la Gnr, a cui si

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affiancavano la polizia (dal gennaio 1944 Polizia repubblicana) dipendente dal ministero degli Interni, nonché una congerie di polizie parallele, di par­ tito, milizie private, bande (bande Koch e Bardi-Pollastrini a Roma, banda De Sanctis a Ferrara, una dozzina di bande a Milano ecc.). Per non dire del­ la legione autonoma Ettore Muti e della X Mas di Junio Valerio Borghese. In effetti, coloro che dovevano garantire l’ordine erano protagonisti at­ tivi nel produrre caos, che assume la forma, non inconsueta nella storia ita­ liana, della privatizzazione dello stato, in questo caso spinta sino alla mol­ tiplicazione delle milizie armate: «La lotta per il controllo delle forze ar­ mate a disposizione del governo di Salò portò in pratica alla creazione di una serie di eserciti e di forze di polizia private» [Deakin 1990]. In particolare la X Mas esemplificava in modo compiuto il modello del­ le milizie volontarie a cui si ispiravano i più convinti aderenti alla Rsi. Se­ condo le parole dello stesso Borghese, «tutti quei volontari [...] erano ani­ mati esclusivamente dall’impegno di [...] mettere in luce e in bellezza lo spirito di combattività dell’italiano [...] che sapeva morire combattendo». Ma la X Mas era indipendente più che altro dall’apparato della Rsi mentre Borghese manteneva un collegamento diretto con il capo SS in Italia, Karl Wolff. L’indipendenza, apertamente rivendicata da Borghese, è persegui­ ta da quasi tutte le formazioni militari della Rsi che tendono ad assumere la fisionomia di formazioni fondate sull’adesione volontaria all’ultimo fa­ scismo. In questo quadro segnaliamo due casi che solo recentemente si sono co­ minciati a studiare: la scelta di militare nella Rsi da parte di un numero con­ siderevole di donne, e il contributo italiano, con un numero ancora più al­ to di volontari, alle formazioni delle SS combattenti. L’adesione femmini­ le alla Rsi avvenne sia attraverso il partito e le stesse Brigate nere sia con l’istituzione del Servizio ausiliario femminile (aprile '44), che giunse ad ar­ ruolare circa seimila donne, senza considerare altre forme di consenso e di collaborazione attiva. Non meno significativa fu l’adesione di circa venti­ mila italiani, in genere ex militari, alle Waffen SS, formazione militare in­ ternazionale che incarnava l’ideologia del Nuovo ordine europeo propu­ gnato dai nazisti. La ricostituzione di un esercito in grado di combattere a fianco dei te­ deschi contro gli alleati era un obiettivo obbligato e prioritario per la re­ pubblica di Salò; l’incarico di guidarlo, dopo qualche tentennamento, fu affidato a Rodolfo Graziani, nominato ministro della Difesa nazionale. Graziani cercò di costituire un esercito regolare, andando incontro a un falli­ mento che è molto significativo per intendere la natura della Rsi, le dimen­ sioni e il tipo di consenso di cui godette. I bacini di reclutamento a cui Gra­ ziani si rivolse furono da un lato i prigionieri in Germania, classificati come internati militari, dall’altro i giovani di leva (bando del 9 ottobre '43). Su entrambi i versanti incassò gravissimi insuccessi. Il fallimento della campagna di reclutamento tra i circa ottocentomila internati militari fu dovuto a un insieme di cause, riassumibili nell’ostilità

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dei prigionieri verso un regime che intendeva rivitalizzare il fascismo e pro­ lungare la guerra, a cui si aggiungeva la contrarietà di numerosi ambienti e centri di potere tedeschi, diffidenti nei confronti degli italiani e interessa­ ti a sfruttarli come manodopera. La Rsi fu costretta a puntare sulla coscri­ zione che però fu ampiamente disattesa, nonostante la minaccia della pena di morte prevista dal cosiddetto «bando Graziarti» (18 febbraio 1944). Nel marzo '44 solo ventimila reclute erano in addestramento in Germania, per cui non prima della metà di luglio furono inviate in Italia due divisioni, la San Marco e la Monterosa, ben presto falcidiate dalle diserzioni. Le altre due divisioni arrivarono rispettivamente a fine ottobre - la Littorio - e a fine dicembre - l’Italia. Il loro impiego al fronte fu quasi nullo, più consi­ stente invece nella repressione antipartigiana. La propaganda fascista si impegnò a fondo, con il coinvolgimento diret­ to di Mussolini, nel magnificare le condizioni in cui si trovavano gli italiani in Germania, utilizzati come lavoratori o addestrati per l’impiego bellico. La realtà era però completamente diversa: «Non eravamo considerati soldati, non eravamo considerati lavoratori, eravamo considerati degli italiani, ladri, di cui nessuno si poteva fidare» [testimonianza di P. Regazzoni]. I renitenti ai bandi di leva e i disertori che abbandonarono le forze ar­ mate di Salò non ingrossarono solo le fila dei partigiani, molti semplicemente si nascosero, non pochi vennero reclutati dall’Organizzazione Todt e da altri organismi tedeschi, a cui non importava nulla di delegittimare la Rsi. L’esercito apolitico a cui pensava Graziani, nell’illusione di potergli dare una dimensione di massa, risultò quindi del tutto irrealizzabile. «Il ve­ ro modello di formazione militare della Repubblica sociale non è l’esercito regolare di Graziani, ma la banda volontaria, irregolare, indisciplinata per definizione» [Ganapini 1999]; una sorta di riedizione delle compagnie di ventura. Ultimamente sono stati intrapresi studi importanti sui lavoratori italia­ ni che accettarono di lavorare per la Germania nazista o furono costretti a farlo. Il fenomeno deve ancora essere indagato in ragione delle sue dimen­ sioni e molteplici sfaccettature; ciò senza innescare alcun insulso revisioni­ smo. Infatti « si può ipotizzare che il concorso indiretto fornito dalla razzia di manodopera alla propagazione della guerriglia partigiana sia non infe­ riore a quello proveniente dalle diserzioni alla leva di Salò» [Legnarti e Vendramini 1990]. Ideologia e politica. Nazionalismo ed esaltazione della morte sono i va­ lori a cui si appellano i combattenti della Rsi, in continuità con l’interven­ tismo e l’arditismo, il fiumanesimo e lo squadrismo. Mentre la religione del­ la morte esprime una sensibilità diffusa e accomuna le posizioni radicali più vicine al nazionalsocialismo, anche se raramente esse si spingono sino a un proclamato neopaganesimo, l’estremismo neofascista è pressoché concorde nell’attaccare il mondo cattolico. La Chiesa e il Vaticano diventano bersa­

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glio di crescenti critiche per il loro mancato appoggio al fascismo repubbli­ cano e per non aver riconosciuto la Rsi. In un quadro politico-militare strettamente controllato dai tedeschi, lo spazio di manovra della Rsi era comunque limitato. Però Mussolini tentò di ritagliarsi qualche margine, puntando con decisione sulla «questione so­ ciale»: la sua idea era di utilizzare la politica sociale della Rsi come uno stru­ mento in grado di dare una base di massa alla repubblica, o almeno di far breccia nella classe operaia, considerata la forza decisiva, indebolendo l’antifascismo e soprattutto il comuniSmo. I successi della politica sociale re­ pubblicana furono comunque modesti, come dimostrarono gli esiti delle vo­ tazioni per le commissioni interne: anche nelle fabbriche dove gli operai aderirono (come all’Alfa Romeo di Milano) non si può dire che ciò esprimes­ se un consenso alla Rsi. Del resto la socializzazione, oltre all’indifferenza operaia, doveva scontare anche l’ostilità congiunta di industriali e tedeschi. Indubbia era la portata politica della posta in gioco, e non pochi furono gli sforzi fascisti per conquistare un consenso operaio, ma nelle fabbriche la partita fu vinta dai comunisti, più in generale dall’antifascismo. Il revisio­ nismo economicistico è smentito nettamente dalle fonti dell’epoc a: Gli scioperi avvenuti in queste ultime settimane non vanno intesi quali manife­ stazioni miranti a sostanziali miglioramenti economici-alimentari, bensì a un preor­ dinato movimento antitedesco e antifascista. (Notiziario Gnr, Torino, 23 luglio 1944).

La memorialistica su Salò riprende spesso temi già presenti nella pub­ blicistica e nella documentazione prodotta durante i seicento giorni. Co­ stituisce una parziale novità, che per ovvi motivi non poteva allora essere esplicitata, la tesi secondo cui la Rsi funse da scudo per l’Italia altrimenti destinata a subire la vendetta, motivata, di Hitler e dei tedeschi. Principale propugnatore di questa interpretazione è stato Filippo Anfuso [1957], ex ambasciatore Rsi a Berlino, che rafforza una lettura afasci­ sta e patriottica della Rsi già presente nelle memorie di Rodolfo Graziarli [1 9 5 9 ]-

Si noti che lo stesso schema, nonostante la perentorietà del punto sette del Manifesto di Verona («Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranie­ ri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica»), è stato ap­ plicato a proposito del ruolo di Mussolini nei confronti degli ebrei. Salò pro­ tesse gli italiani, Mussolini protesse gli ebrei: «Fu l’unico uomo politico eu­ ropeo che, tra il 1938 e il 1945, si prodigò concretamente per salvare la vita a centinaia di migliaia di ebrei in tutta Europa» [Pisano 1965]. La confutazione analitica di tali affermazioni, ampiamente condivise seppure in forma attenuata da una miriade di pubblicisti, poggia ormai su una buona base documentaria, dovuta soprattutto al lavoro degli studiosi del Cedec di Milano, che hanno dimostrato la consistenza della persecu­ zione avutasi in Italia, a partire dalle leggi antiebraiche, e il salto di qualità successivo all’8 settembre [Deportazione razziale: la persecuzione antie­ braica in Italia 1943-45*].

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I massacri compiuti sulla popolazione civile, specie nell’Appennino to­ sco-emiliano nella primavera-estate del 1944 - a cui si possono assimilare rastrellamenti come quello della Benedicta nell’Appennino ligure-piemon­ tese, con la fucilazione in massa di giovani disarmati -, dimostrano che la Rsi non funzionò da scudo protettivo come vorrebbero le interpretazioni che attualizzano le posizioni dei “moderati”. Per l’ala radicale Salò doveva costituire l’occasione storica della riautentificazione del fascismo; i “moderati” pensavano invece che potesse tro­ vare consensi e giocare un ruolo politico puntando le sue carte sul patriot­ tismo, cercando alleanze al di là del fascismo di regime, riuscendo così a da­ re sostanza a una «repubblica necessaria» per proteggere l’Italia, secondo la formula del ministro della Giustizia Piero Pisenti, uno degli esponenti ti­ pici del moderatismo Rsi. Guida spirituale dell’area moderata e patriottica fu, sino alla sua ucci­ sione, il filosofo Giovanni Gentile* [1943]: I fascisti hanno preso, com e ne avevano il dovere, l ’iniziativa della riscossa, e per­ ciò essi per primi d evono dare l ’esem pio di saper gettare nel fuoco ogni spirito di ven ­ d etta e di fazi o ne, e m ettere al di sopra dello stesso partito costantem en te la patria.

In quest’ottica è proprio il Pfr il principale ostacolo alla pacificazione nazional-patriottica. Ed è sempre la corrente nazionale presente a Salò che per prima elabora la concezione della “morte” della patria per effetto del crollo dell ’8 settembre. La pacificazione non poteva però spingersi sino a comprendere l’«antinazione», il nemico di sempre: il comuniSmo, contro cui era sorto il fascismo, contro il quale tutti gli italiani patrioti erano chia­ mati a combattere. Ugualmente di segno anticomunista furono i ripetuti tentativi di stabi­ lire un “ponte” con gli ambienti socialisti. In ogni caso i risultati consegui­ ti a Milano da Piero Parini, capo della provincia, con un’abile azione di re­ cupero nei confronti dell’opinione pubblica conservatrice, sono la dimo­ strazione dell’esistenza di un consenso potenziale alla linea nazionalista e moderata; il successo del «Prestito Città di Milano» del marzo '44 ci dice che gli ambienti borghesi e piccolo-borghesi delle aree industriali del Nord erano disponibili ad appoggiare un fascismo conservatore e nazionalpatriottico, capace di allearsi con le forze moderate antifasciste e fare da scu­ do contro la paura del comuniSmo. Però neppure il duce potè dare una ta­ le impronta a Salò, a causa dei tedeschi e degli alleati, degli azionisti e dei comunisti, per non dire degli intransigenti della sua parte e, in fondo, di lui stesso. Così l’ultimo fascismo fu altro da quello che, secondo alcuni, avreb­ be dovuto essere. La grande stampa era favorevole a una Rsi patriottica, l’obiettivo da perseguire era quello della pacificazione sociale, del dialogo, della concor­ dia nazionale. In questa ottica viene presentata la Costituente di Verona, a sostegno della quale interviene ripetutamente «Il Corriere della Sera». Ma è lo stesso Mussolini, ben disposto verso chi propugna un’unità di in­

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tenti che può rinsaldare la sua repubblica, a intervenire con nettezza, a fis­ sare dei punti fermi: O gn i direttore d i giornale com prenda la duplice n ecessità della disciplina di guerra e d ell’assoluta prem inenza da accordare alla guerra sopra qualunque argo­ m ento [...]. I capi delle provincie sono autorizzati a sopprim ere e sequestrare i gior­ nali che continueranno su u n ’andatura a carattere tipicam ente badogliesco. (M us­ solini ai capi provincia, 6 dicem bre 1943).

Molto diversi sono il tono e la linea politica della maggior parte dei gior­ nali provinciali, emanazione delle federazioni del Pfr, o di altri organismi del­ la Rsi. Il clima politico-spirituale in cui sono sempre più immersi i militanti di Salò emerge soprattutto nel pullulare di fogli locali, ancor più nei giornali delle formazioni combattenti. E del febbraio '45 questa autorappresentazio­ ne delle Brigate nere dovuta all’organo della brigata D. Gervasini di Varese: Le Brigate nere anelano al combattimento contro il nemico esterno ma sanno che in una guerra come l’attuale, guerra di religione, non c’è differenza tra il nemi­ co di fuori e il nemico di dentro. Non è lecito chiamare fratricida la lotta contro chi attenta alla vita e all’onore della Patria. Non è fratello infatti chi rinnega la Madre e le spara addosso.

Durante i seicento giorni di governo Rsi sui giornali si sviluppa lo scon­ tro tra moderati e intransigenti (insediati soprattutto nei fogli provinciali). Tra i primi Giorgio Pini, Bruno Spampanato, Concetto Pettinato, che uti­ lizzano giornali come «il Resto del Carlino», «Il Messaggero», «La Stam­ pa» per orientare in senso nazionalista unitario la politica della Rsi, vio­ lentemente rintuzzati dai seguaci di Pavolini e Farinacci. Una contrappo­ sizione che rimase irrisolta sino alla fine. Ma, al di là delle punte emergenti, dove vige l’illusione di un dibattito libero, la stampa subisce anch’essa la normalizzazione imposta dall’occupante, direttamente o tramite l’appara­ to del ministero della Cultura Popolare: gli scontri sull’idea di partito e di stato, sui contenuti della socializzazione e cosi via dovevano essere subor­ dinati alla questione chiave della collaborazione allo sforzo bellico della Ger­ mania. Mussolini, volente o nolente, era il garante di questa rotta, l’Italia fascista doveva seguire sino in fondo la Germania nazista. Vecchie e nuove interpretazioni. Occupazione militare del territorio e su­ bordinazione politica sono le coordinate entro cui i capi nazisti, e Hitler in particolare, decidono di dare vita alla Rsi. Lo spazio in cui possono muo­ versi i diversi e contrapposti gruppi fascisti e neofascisti, nonché Io stesso Mussolini, è delimitato e predeterminato in modo rigido e definitivo. Su questo aspetto non ci sono differenze sostanziali tra i vari centri di potere del Terzo Reich. La prevalente mancanza di autonomia della Rsi rispetto alla Germania nazista è quindi il dato strutturale imprescindibile per comprenderne l’ori­ gine, gli svolgimenti, le caratteristiche salienti. Il fatto che un tale stato fos­ se privo di sovranità - e di riconoscimenti in sede internazionale - non vuol

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dire che la Rsi non abbia svolto un suo ruolo storico, anche se esso non cor­ rispose a quanto Mussolini si prefiggeva con il suo ritorno sulla scena poli­ tica, alla guida dell’ultimo fascismo. Consapevole che la Germania doveva sfruttare al massimo le risorse umane e materiali italiane e avere piena libertà nella conduzione della guer­ ra, Mussolini cercò di «concentrare gli sforzi su quelle questioni che gli ap­ parivano in grado di assicurargli un minimo di autonomia politica» e «di dare una giustificazione storica alla Rsi» [De Felice 1997]. Sul primo punto lo sforzo maggiore venne condotto sul terreno ideolo­ gico: la Rsi si differenziava così dal nazismo e dallo stesso fascismo costretto al compromesso con la monarchia e le forze conservatrici; per il secondo Mussolini era convinto che il nuovo stato fascista dovesse schierare un pro­ prio esercito a fianco dei tedeschi. In entrambi i casi una finzione che con­ sentiva qualche margine di manovra ma non il protagonismo a cui il duce era abituato dall’epoca della sua militanza socialista, di qui il suo declino, stretto nella morsa degli eventi. Quale ruolo svolsero dunque la Rsi e il du­ ce nel contesto della guerra, dell’occupazione tedesca, e della guerra civi­ le ? Un nodo difficile da sciogliere per l’intreccio tra intenzioni e realizza­ zioni, realtà e immaginario, nonché rivelatore delle diverse opzioni degli in­ terpreti. Secondo Renzo De Felice, biografo del duce, tutto ruota attorno a una situazione di fatto, che esprimeva anche una temperie spirituale, un pas­ saggio d ’epoca prodotto dalla guerra e dai suoi esiti che Mussolini non sep­ pe cogliere, dimostrando di essere politicamente finito. Ne conseguiva che, tra i molti errori compiuti da Mussolini, tra il set­ tembre '43 e l’aprile '45, quello principale sarebbe stato di non aver capi­ to la condizione della «grande maggioranza degli italiani», che, ripiegati su se stessi, erano ormai sordi a ogni appello «patriottico» e «nazionale», privi di «qualsiasi interesse per la politica» [ibid.]. E un’interpretazione che rovescia le letture tradizionali della Resisten­ za, svuota e riduce a poca cosa la guerra civile e la stessa Repubblica di Salò. Sembra, per altro, del tutto in sintonia con il pessimismo crescente del du­ ce, il quale, avvicinandosi l’epilogo, sintetizza in breve quel che era succes­ so: «Siamo stati traditi dai tedeschi e dagli italiani». La storia di Salò si compendierebbe così in un duplice tradimento, perché gli uni hanno persegui­ to sino in fondo la propria storia senza badare all’alleato che avevano rimesso in campo, gli altri hanno cercato in ogni modo di sottrarsi, come è loro co­ stume, agli appuntamenti con la grande Storia verso cui il fascismo aveva inutilmente cercato di spingerli. Si può notare, forse più concretamente, che gli italiani cercavano di sot­ trarsi a un rapporto che l’ultimo fascismo presentava come una comunità di destino, in cui la Rsi incarnava una condizione di dipendenza e subal­ ternità, tu tt’altro che priva di connotati razziali. Questa era la situazione già a partire dai vertici del sistema di potere. Qui la posizione cruciale era quella del plenipotenziario Rudolf Rahn, il quale gestiva le relazioni tra il

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Reich e la Rsi, oltre che quelle dirette tra Hitler e Mussolini. Il terminale di Himmler era invece il generale delle SS Karl Wolff. I due perseguivano spregiudicatamente e autonomamente i propri obiettivi, realizzando tran­ sitorie alleanze contro altri centri di potere germanici in Italia, in primo luogo i vertici della Wehrmacht. Secondo Renzo De Felice, il duce temeva Rahn mentre cercava di appoggiarsi a Wolff, avendo compreso che il ple­ nipotenziario del Grande Reich non era disposto a concedere nulla di so­ stanziale, neppure per motivi tattici, alle velleità di autonomia della Re­ pubblica sociale. La sua condotta, da vero specialista nella gestione di ter­ ritori occupati, fu coerentemente ispirata all’obiettivo di ottenere il massimo dall’Italia con il minimo sforzo. Una politica che è stata così sintetizzata: Sostenere l’esistenza di una struttura minimale italiana, che era necessaria per sollevare la forza occupante tedesca da compiti troppo gravosi e al tempo stesso, proprio per meglio realizzare gli obiettivi dell’occupazione, dare qualche soddisfa­ zione foss’anche di solo prestigio a Mussolini, per rafforzarne il potere e l ’immagi­ ne nei confronti dell’opinione pubblica e attenuarne l’isolamento. [Collotti 1963].

La Rsi non doveva essere una pura e semplice finzione per poter svol­ gere il ruolo assegnatole; d’altra parte l’Italia doveva pagare duramente il tradimento e fornire il massimo possibile in termini di uomini e risorse al­ lo sforzo bellico della Germania. La memorialistica e la storiografia afasci­ sta sostengono che la Rsi riuscì a svolgere la funzione di scudo protettivo, sulla scorta dell’autolegittimazione fornita già all’epoca dai suoi capi. Que­ sto può essere vero nei confronti delle spinte puramente distruttive e re­ pressive che emergevano in determinati ambienti tedeschi, soprattutto mi­ litari. Dal punto di vista di una gestione efficace dell’occupazione c’era piut­ tosto una convergenza di fatto tra Salò e politica tedesca, corroborata dalla esplicita condivisione degli stessi nemici e delle stesse finalità. I margini di autonomia della Rsi furono ridotti e controllati; questo non impedì una quantità di manovre, ampiamente velleitarie, su più fronti, ali­ mentate dall’andamento della guerra, dalle divisioni interne del nemico e in definitiva dalla loro stessa inconsistenza. Per dare il giusto peso a vicen­ de che talvolta devono ancora essere indagate nei particolari non bisogna dimenticare che, per parte loro, i tedeschi non tenevano in alcun conto il governo e gli apparati dello stato socialrepubblicano allorché ritenevano uti­ le trattare e stipulare accordi con gli industriali, gli operai e le stesse for­ mazioni partigiane («tregue d’armi»). Una condizione difficile da accettare quanto impossibile da modificare e a cui l’apparato neofascista reagisce c ercando di mantenere in piedi la ri­ tualità burocratica, accompagnata sempre più dall’uso della forza di cui non aveva né il monopolio né, agli occhi dei più, la legittima titolarità. La rappresentazione della statualità, ridotta a simulacro violento e mor­ tifero, determina una situazione surreale, caratterizzata dal sovrapporsi di poteri tra loro incompatibili che coesistono nello stesso territorio su cui inu­ tilmente la Repubblica sociale cerca di far valere la sua sovranità.

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In realtà, solo la sfera ideologico-propagandistica consentiva un qualche spazio di autonomia; appena si usciva da essa il rapporto organico con la Germania, la più stretta collaborazione in vista del medesimo obiettivo, si imponeva con la forza delle cose. E significativa la conclusione a cui era pervenuto l’ingegnere Agostino Rocca, capo dell’Ansaldo, in un suo promemoria del novembre '43 sull’Organizzazione della produzione bellica: La soluzione più sem plice, rapida, efficace e m eno su scettib ile d i lunghe d i­ scussioni per organizzare la produzione bellica nazionale è di affidarne il com ando alle A utorità germ aniche, rinunciando ad una impresa difficile e grave per il futuro e irrisolvibile in m odo soddisfacente a breve scadenza [...]. Q u estion i d i su scetti­ bilità e di prestigio sem brano fuori luogo m entre è in gioco il destino del Paese e non dovrebbero contrastare una soluzione razionale.

Non meno del controllo diretto della Germania nazista sull’industria nazionale, le dimensioni del mercato nero, su cui si basa l’economia non mi­ litarizzata, sono un indicatore preciso dell’inconsistenza della Rsi come sta­ to, mentre la sua natura di governo di fatto dipendente dai tedeschi è ri­ velata dall’apporto che dà al prelievo della ricchezza nazionale come con­ tributo di guerra insindacabilmente gestito dall’«alleato germanico»: sette miliardi di lire al mese nel '43, saliti a dieci nel '44 e a dodici nel '45; a cui sono da aggiungere l’oro della Banca d ’Italia, il lavoro degli italiani alle di­ pendenze dei tedeschi in Germania e in Italia, il saccheggio delle risorse agricole, la produzione industriale bellica intensificata al massimo compa­ tibilmente con i bombardamenti e i sabotaggi. A giudizio di Gerhard Schreiber il «bottino di guerra» fatto in Italia fu molto più ricco di quello ottenuto dai tedeschi in qualsiasi altro paese. E non fu soltanto bottino di beni materiali. Per misurarlo occorre riportare interamente l’esperienza estrema di Salò all’interno della storia italiana con­ temporanea e in quella europea colta nel suo esito catastrofico, vale a dire l’esatto opposto di ciò che si è perseguito a livello di uso pubblico della sto­ ria nei decenni passati e che ora si vorrebbe sancire con la parificazione del­ le scelte compiute in buona fede. Nota bibliografica. F. Anfus o , Roma Berlino Salò 1936-1945.Memorie dell’ultimo ambasciatore del duce, Gar­ zanti, Milano 1950; L. Cajani e B. Mantelli (a cura di), Una certa Europa. Il collaborazioni­ smo con le potenze dell’Asse. 1939-1945, Annali della Fondazione Luigi M icheletti, n. 6, Bre­ scia 1994; E. Collotti, L ’Amministrazione tedesca dell’Italia occupata (1943-1945). Studio e documenti, Lerici, Milano 1963; F. W . Deakin, La brutale amicizia, I. Mussolini, Hitler e la caduta del fascismo italiano (1962), Einaudi, Torino 1990; R. D e Felice, Mussolini l ’alleato. 1940-1945, II. La guerra civile (1943-1945), Einaudi, Torino 1997; D . Gagliani, Brigate ne­ re, Bollati Boringhieri, Torino 1999; L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere, Garzan­ ti, Milano 1999; G. Gentile, Ricostruire, in «Il Corriere della Sera», 28 dicembre 1943; R. Graziani, Ho difeso la patria, Garzanti, Milano 1950; L. Klinkhammer, L ’occupazione tede­

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sca in Italia (1943-1945), Bollati Boringhieri, Torino 1993; M. Legnani e F. Vendramini (a cura di), Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, Angeli, Milano 1990; C. Pavone, Una guer­ ra civile. Saggio sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991; G. Pisano, Storia della guerra civile in Italia, f p e , Milano 1965; P. P. Poggio (a cura di), La Repubblica sociale italiana, Annali della Fondazione Luigi M icheletti, n. 2, Brescia 1986; E. Santarelli, Storia del movimento e del regime fascista, Editori Riuniti, Roma 1967. Le fonti documentarie sulla Rsi sono molto disperse; materiali importanti si trovano al­ l’estero, particolarmente in Germania. Segnaliamo comunque due centri che possiedono docu­ mentazione rilevante. Presso l ’Archivio Centrale di Stato (Acs) di Roma è da vedere soprat­ tutto la documentazione della Segreteria Particolare del duce (Spd), per il periodo di Salò. Sempre all’Acs le carte del ministero della Giustizia, le carte della Presidenza del Consiglio, documenti della Gnr, della X Mas ecc. Presso la Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, oltre alla raccolta completa dei Notiziari della Gnr (e relativo spoglio analitico), si trova moltissi­ mo materiale di stampa e propaganda, nonché fondi archivistici minori.

GLORIA C H IA N E SE

Il Regno del Sud

I presupposti della formazione del Regno . Dopo 1’8 settembre x943 il Mez­ zogiorno ebbe una storia molto diversa dal resto d’Italia. Il trasferimento della monarchia a Pescara e, poi, a Brindisi e la formazione del Regno del Sud costituirono le premesse per la costituzione di un piccolo stato, che all’inizio includeva soltanto le quattro province di Brindisi, Bari, Taranto e Lecce e di fatto aveva poteri molto ridotti; esso però, configurandosi co­ me un interlocutore sia pure simbolico, sarebbe risultato assai utile per le­ gittimare la scelta dell’armistizio e, più in generale, per avvalorare la stra­ tegia .degli angloamericani in Italia. La vicenda del Regno del Sud va letta in rapporto ad ambiti molteplici: l’avanzata alleata nel Mezzogiorno; la bre­ ve, ma feroce, occupazione tedesca, che nel settembre 1943 fece conosce­ re alle popolazioni meridionali il sistema di terrore nazista; la continuità dello stato italiano, che trovò nell’istituto monarchico un supporto quanto mai efficace, la costituzione di un ceto politico che, attingendo a una cul­ tura prefascista e non antifascista, favori lo sviluppo del trasformismo nel­ la congiuntura dell’immediato dopoguerra. Se l’analisi si sposta dal piano politico-istituzionale a quello sociale, emer­ ge una società frammentata e disgregata che, conclusa l’esperienza della guerra, visse fino al 25 aprile 1945 una condizione di pace dimezzata. La vi­ ta quotidiana continuava a essere segnata dai disagi propri della guerra: il mercato nero, l’inflazione, la tragica carenza di abitazioni, ma nel medesimo tempo nascevano nuovi problemi in conseguenza dell’impatto con “l’alleato-nemico” angloamericano, i suoi comportamenti di sopraffazione e vio­ lenza, la cultura assai diversa da quella locale, di cui si era avuto qualche sentore attraverso l’emigrazione. Una realtà complessa, quindi, alla quale non sembra utile applicare la medesima periodizzazione del Nord. I “venti mesi” della Resistenza costi­ tuiscono un continuum attraverso cui maturò un’esperienza di rottura che cresceva in contrapposizione ai nazisti, alla Repubblica sociale, alla stessa ampia realtà della «zona grigia» e che culminò con la liberazione del 25 apri­ le 1945, restituendo a tutti gli italiani il diritto alla cittadinanza politica. L’esperienza del Regno del Sud, che si concluse con la liberazione di Ro­ ma il 4 giugno 1944, costituì la prima fase di un processo che vide rapida­ mente ricostituirsi un sistema di potere moderato. In questo ambito si af­

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fermarono culture politiche come il qualunquismo e il separatismo e si rafforzò la tradizione monarchica. Tutto ciò avrebbe influenzato profon­ damente il voto del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, che nel Mezzogiorno fu nettamente monarchico. Nel Sud la scadenza della libera­ zione acquisi un rilievo contenuto e fu intesa soprattutto come il ritorno al­ la pace per tutta l’Italia. In realtà il Nord restava lontano. Un discorso diverso va fatto per i partigiani meridionali che combatte­ rono nelle diverse formazioni della resistenza. Si trattava di soldati sban­ dati, che usufruirono della solidarietà della popolazione civile e scelsero, poi, la lotta armata. L’indagine storica inizia a indagare il loro contributo alla liberazione e c’è inoltre da osservare che, quando in gran parte torna­ rono al Sud, contribuirono, pur tra incomprensioni e diffidenze, allo svi­ luppo di una tradizione antifascista, raccordandosi in qualche modo a quan­ to avevano fatto, durante il regime, i confinati nelle regioni meridionali. Nel Regno del Sud la resistenza si sviluppò nelle settimane successive all’8 settembre 1943. Fu quindi un tempo breve, concentrato in pochi gior­ ni. C’è da dire che le forme di lotta antinazista vanno poste in rapporto con altri comportamenti di lotta maturati nell’ultima fase del conflitto e in par­ ticolare nel 1943, come gli assalti e i saccheggi ai forni e ai depositi di vi­ veri o il rifiuto generalizzato degli ammassi su cui Nicola Gallerano, ormai diversi anni fa, ha posto l’attenzione. Manifestazioni e scioperi si ebbero in occasione del 25 luglio 1943, si svilupparono, come d’altro canto in tut­ ta Italia, intorno al tema della pace. E ancora nei “quarantacinque giorni” ci furono manifestazioni più prettamente politiche, spesso ferocemente re­ presse in base alle disposizioni della circolare Roatta. Dopo l’8 settembre 1943 l’elemento nuovo fu il rapido “farsi nemico” dei tedeschi. Durante il conflitto, anche nell’ultima fase, l’insofferenza ver­ so i nazisti era un fenomeno molto contenuto, connesso in qualche modo all’ampia disponibilità di viveri di cui usufruivano le truppe naziste. Con­ tinuava invece a prevalere l’immagine del tedesco/soldato che aveva una funzione rassicurante. Dopo l’armistizio il mutamento fu brusco e l’occupazione nazista costi­ tuì una tragica coda del conflitto soprattutto in quelle zone, come il Caser­ tano, dove l’esperienza dei bombardamenti era stata, fino ad allora, molto parziale. L’esercito angloamericano risaliva lentamente il Mezzogiorno. Suc­ cessivamente alla liberazione della Sicilia il 3 settembre 1943 scattò l’ope­ razione Baytown in cui fu impegnata PVIII armata inglese che rapidamen­ te giunse a Catanzaro-Nicastro e poi si diresse verso la Puglia occupando Foggia, strategicamente importante per l’utilizzazione dell’aeroporto mili­ tare. L’operazione Avalanche, che iniziò l’8 settembre con lo sbarco a Saler­ no, trovò invece un’accanita resistenza da parte dei nazisti, che dapprima persero e, poi, riconquistarono Battipaglia. Soltanto il 16 settembre la V armata americana potè ricongiungersi all’V ili armata inglese. L’esercito an­ gloamericano occupò il 22 settembre Bari e il i° ottobre Napoli, da cui i

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tedeschi si erano ritirati dopo l’insurrezione delle Quattro giornate; il 3 ot­ tobre fu liberata Benevento. Poi iniziò la battaglia del Volturno che coinvolse l’area di Terra di Lavoro nel Casertano. Qui i nazisti si attestarono lungo successive linee di difesa: Viktor, Barbara e Bernhardt. E in questa zona si dispiegò pienamente il sistema del terrore nazista. Ventisette furono gli eccidi contro la popolazione civile. In Campania operavano la 15“, i6a e 29“ divisione Panzergrenadier, la i6a di­ visione corazzata, la divisione corazzata Gòring e il 66° Panzerkorps. Il 5 ot­ tobre Caserta fu liberata dagli alleati e i l i 2 e i l i 3 s i ebbe la battaglia del Vol­ turno. I nazisti spostarono la difesa lungo la linea Barbara tra il Volturno e il Garigliano. Ancora più dura fu la fase successiva in cui vennero impegnati la V armata e il X corpo d’armata britannico. La linea Barbara cadde soltanto al­ la fine del 1943. I momenti più aspri furono la battaglia per la conquista del Monte Camino (2-10 dicembre) e l’assalto a Monte Lungo (8-17 dicembre). A metà gennaio 1944 la V armata si attestò lungo la linea Gustav. La «Resistenza breve». Gli eccidi e le rivolte. Questo il quadro militare, ma in realtà furono le popolazioni civili a essere coinvolte nella escalation finale del conflitto. Nell’area casertana su un totale di 2274 civili morti e dispersi, di cui 709 trucidati, 2023 furono uccisi dopo l’8 settembre 1943. Vi fu una serie di «massacri ordinari» che rimandano alla configurazione del sistema di violenza nazista nell’Italia occupata. L’eccidio di Caiazzo del 13 ottobre 1943, in cui furono massacrati ventitré contadini accusati di aver fatto segnalazioni luminose agli alleati dai casolari in cui si erano rifugiati, è diventato il simbolo degli eccidi nazisti nel Mezzogiorno. In questo caso è stato possibile realizzare una forma di giustizia postuma, promuovendo il processo contro il responsabile della strage Wolfang L. Emden, comandante di plotone della III compagnia 290 Panzergrenadier Regiment, anche se sul piano giuridico ci si è dovuti fermare di fronte ai limiti assolutori della le­ gislazione tedesca sui crimini di guerra. Nel Mezzogiorno gli eccidi si ebbero principalmente in Terra di Lavo­ ro e nel Napoletano e sortirono l’effetto di far maturare l’odio contro i te­ deschi. Di fronte alla ferocia nazista la popolazione mise in atto strategie di sopravvivenza, di protezione della propria famiglia e della “roba” - la casa, gli animali, il podere - che tentava di sottrarre alle razzie, ai saccheg­ gi, alle devastazioni. Gli eccidi e le fucilazioni di singoli cittadini avveni­ vano in molti casi proprio perché i civili erano ritenuti responsabili di non aver consegnato viveri e bestiame. Le case e le masserie venivano saccheg­ giate e incendiate. In questo ambito rientravano alcuni comportamenti di ribellione con­ tro l’interminabile serie di soprusi, che scatenavano l’ulteriore reazione dei nazisti. Questa ad esempio fu la dinamica della strage di Bellona, in pro­ vincia di Caserta, il 7 ottobre 1943. Un soldato della Wehrmacht venne uc­ ciso dal fratello di una ragazza che aveva tentato di violentare. Per rappre­ saglia furono sterminati cinquantaquattro civili.

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Anche nel Napoletano si verificarono^ ripetuti massacri che rientrano nella tipologia che abbiamo menzionato. E il caso delle stragi di San Roc­ co - Marianella, Bacoli, Acerra, Giugliano, Marano, per ricordare gli epi­ sodi più significativi. Ma vi furono anche situazioni diverse. A Nola, ad esempio, dieci ufficiali del 48° reggimento artiglieria vennero fucilati l’n settembre 1943 perché il giorno precedente vi erano stati scontri in cui era caduto un militare tedesco. L’episodio è un esempio della tipologia di «guer­ ra patriottica» che Claudio Pavone ha individuato come una delle forme di resistenza antinazista. In Campania vi furono altri esempi analoghi. Il ge­ nerale Ferrante Gonzaga, comandante della 22“divisione costiera a Buccoli di Conforti, in provincia di Salerno, rifiutò di consegnare le armi e fu im­ mediatamente fucilato; lo stesso avvenne per Michele Ferraiuolo, coman­ dante del x6° reggimento costiero di stanza a Maddaloni. Da ricordare inol­ tre la fucilazione di sedici carabinieri ad Aversa il 16 settembre 1943, che avevano tentato di difendere il Palazzo dei telefoni di Napoli; vennero uc­ cisi insieme a due civili rastrellati. Mi sono soffermata sui massacri in Campania perché questa regione vis­ se più intensamente, anche se per un tempo breve, gli effetti dell’occupa­ zione nazista, ma le pratiche di sterminio coinvolsero anche le altre regio­ ni del Sud. In Basilicata, ad esempio a Rionero in Vulture, in provincia di Potenza, il 16 settembre 1943 due civili furono uccisi dai nazisti che spa­ ravano sulla folla che aveva assalito un deposito di viveri militare. Il 24 ven­ nero fucilati diciassette ostaggi per rappresaglia contro il ferimento di un soldato tedesco, si salvò soltanto un giovane perché creduto morto. Il mas­ sacro non può essere isolato dai fermenti che maturavano nel contesto regio­ nale e che avevano portato, già nell’agosto, alla costituzione della «repub­ blica contadina e antifascista» di Maschito e soprattutto alla rivolta di Mater a del 21 settembre. Infine la Puglia. Qui le province più duramente provate furono Bari e Foggia. Episodi di violenza nazista si susseguirono in una miriade di centri della provincia di Bari: Alberobello, Noci, Altamura, Andria, Spinazzola, Corato, Gravina di Puglia, Trani, Bisceglie. A Bari il generale Bellomo ri­ fiutò la resa della guarnigione italiana e organizzò la difesa della città e in particolare del porto. A Barletta l’n settembre 1943 la locale guarnigione si oppose all’assedio tedesco e vi furono scontri. Il 12 reparti della divisio­ ne Gòring occuparono la cittadina e undici vigili urbani e due netturbini vennero fucilati per rappresaglia. Segui un’accurata caccia all’uomo in cui furono uccisi venti civili. Furono inoltre fatti prigionieri i duemila milita­ ri del presidio. Nell’insieme l’occupazione nazista, breve a confronto con i “venti me­ si” del Nord, segnò una profonda cesura con la precedente esperienza del conflitto. Un nemico ravvicinato e terribile applicava una strategia di siste­ matica distruzione del territorio in cui rientrava il tragico susseguirsi di sac­ cheggi, razzie, evacuazioni coatte, rastrellamenti, massacri. In questo sce­ nario si collocavano i comportamenti di lotta delle popolazioni meridiona­

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li. Il Sud ebbe una sua breve e intensa Resistenza che avrebbe lasciato nella memoria collettiva qualche traccia e molte rimozioni. Roberto Battaglia si sofferma sull’importanza delle rivolte nel Sud e co­ si ne scandisce il percorso: Dalla fine di settembre alla prima metà di ottobre s’accende fino a che il fron­ te non si ferma e si consolida a Cassino, quest’ignorata rivolta del mezzogiorno che ha come momenti culminanti le quattro giornate di Napoli (28 settembre / i ° otto­ bre) e le tre giornate di Lanciano (4-6 ottobre). Ma non bisogna dimenticare Matera, che il 21 settembre si libera fulmineamente del tedesco e S. M. Capua Vetere e tutta la Terra di Lavoro con i suoi cinquecento morti di questi giorni. [1964, p. 129].

La rivolta di Matera precedette cronologicamente tutte le altre. L’in­ surrezione, come si è già detto, seguiva l ’eccidio di Rionero in Vulture. An­ che a Matera la rivolta si collocava in un clima di crescente insofferenza del­ la popolazione civile contro i soprusi dei nazisti, divampò infatti dopo l ’en­ nesimo episodio di rapina in una gioielleria del centro cittadino e vide la partecipazione di militari dell’esercito e della Guardia di finanza. L’uffi­ ciale Francesco N itti, rimasto a presidiare il comando di sottozona, distri­ buì armi agli insorti. Gli scontri si propagarono in tutta la città e un ruolo di leader fu svolto da Emanuele Manicone. I civili uccisi furono ventidue, i nazisti due. Le Quattro giornate di Napoli diventarono rapidamente il simbolo di una città che attraverso una ribellione spontanea si liberava dai nazisti pri­ ma dell’arrivo degli angloamericani. N e parlarono Radio Londra e Radio Bari e la rivista «Life», nel numero 19 del novembre 1943, si soffermava sull’insurrezione proponendo un falso di Robert Capa, in cui era riprodot­ ta l ’immagine di un ragazzo con elmetto e cartuccera, colto davanti a un’iscrizione murale antifascista di chiaro stampo badogliano. L’insurrezione napoletana vide un’ampia partecipazione popolare, an­ che in questo caso motivata dalla necessità di difendersi e reagire al siste­ ma di terrore nazista. L’evacuazione della zona costiera, i rastrellamenti de­ gli uomini successivi ai bandi del colonnello Scholl, la distruzione sistema­ tica delle fabbriche e del porto costituiscono una premessa importante per comprendere i comportamenti della popolazione civile. La rivolta napole­ tana fu inoltre il momento conclusivo di una fitta trama di rivolte che si pro­ pagarono dopo l ’8 settembre nel Napoletano. Gli insorti operarono separa­ tamente nelle varie aree della città e si costituirono comandi locali che, nei quattro giorni della rivolta, non riuscirono a formare un comando unificato. Sul carattere spontaneo delle Quattro giornate, sulla sua configurazio­ ne di rivolta soltanto antinazista o anche antifascista c ’è stata una lunga querelle storiografica. In realtà i moti nacquero spontaneamente, ma nel cor­ so degli eventi maturarono processi di organizzazione non soltanto popo­ lare, ma anche militare, che la rendono, per alcuni aspetti, comparabile con le più mature forme di resistenza del Centro-nord.

Nel 1945 fu istituita una commissione per il riconoscimento della qua­

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lifica di partigiano ai patrioti napoletani presieduta da Antonino Tarsia in Curia, uno dei protagonisti dell’insurrezione. Ma i fascicoli personali dei combattenti attendono ancora un paziente lavoro di indagine, pur costi­ tuendo una fonte preziosa per indagare le ragioni della scelta partigiana. Claudio Pavone ha ribadito che una motivazione forte nasceva dal bisogno di difendere una propria realtà vicina e domestica: La piccola patria la si sentiva minacciata in modo più immediato di quanto lo fos­ se la grande patria, l’Italia e le motivazioni a cui bisognava ispirarsi nell’impugnare le armi non sempre erano immediatamente trasferibili sul piano dei grandi ideali di redenzione politica e umana [...]. Le Quattro Giornate di Napoli che in tutte le sto­ rie della resistenza vengono ricordate come il glorioso episodio aurorale hanno un significato davvero esemplare della lotta prò aris etfoch. [Pavone 1991, pp. 138-39].

La rivolta di Lanciano, la terza ricordata da Battaglia, durò dal 4 al 6 ottobre 1943 e fu ferocemente repressa dai nazisti. La cittadina sarebbe stata liberata dagli alleati soltanto nel dicembre condividendo la generale situazione dell’Abruzzo, dove la battaglia del Sangro ebbe tempi lunghi che prolungarono l’occupazione nazista. Furono presi d’assalto alcuni camion della Wehrmacht; dopo la feroce uccisione del partigiano Trentino La Bar­ ba, che aveva diretto l’azione, la rivolta si propagò in tutta la cittadina, di antica tradizione antifascista. Ebbe le caratteristiche consuete: una forte partecipazione popolare, l’attiva presenza di soldati e ufficiali - un ruolo importante fu svolto dal generale Mercadante -, elevate capacità di autorganizzazione armata. La città fu incendiata e in gran parte distrutta, mori­ rono ventisette lancianesi. Sulla rivolta è stato espresso da Giorgio Bocca un giudizio di inopportunità, contestato da alcuni storici, come Enzo Santarel­ li e Costantino Felice, che hanno effettuato una diversa lettura inserendo la rivolta di Lanciano nella complessiva vicenda della resistenza abruzzese. Infine sono da ricordare le rivolte nel Casertano. Qui le tipologie sono molteplici e vanno poste in stretto rapporto con la lunga sequenza di ecci­ di e violenze che si susseguirono in Terra di Lavoro. La realtà più signifi­ cativa fu Santa Maria Capua Vetere dove vi furono accurati rastrellamen­ ti effettuati dalla i6 a Panzer Division. Un tedesco rimase ucciso e venti­ cinque cittadini furono presi in ostaggio. Dal 16 al 26 settembre si ebbero ripetuti tentativi d’assalto alla caserma dei carabinieri di San Prisco. Il 27 iniziarono gli scontri tra nazisti e insorti riportati anche nel diario di guer­ ra della i6 adivisione, come ha segnalato Lutz Klinkhammer. Seguì, il 5 ot­ tobre, la vera e propria insurrezione a cui parteciparono civili e carabinie­ ri. Nel corso della rivolta fu ucciso il collaborazionista Emilio Liguori e vi furono altri tentativi di caccia ai fascisti. La memoria della rivolta di Santa Maria Capua Venere ha avuto aspet­ ti contraddittori. In primo luogo l’episodio è stato a lungo rimosso e, poi, nel corso degli anni cinquanta, fu istruito un processo contro alcuni parte­ cipanti che vennero in seguito assolti. Osserva Giuseppe Capobianco, at­ tento studioso della resistenza nel Casertano:

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Lo scontro a fuoco di piazza Mazzocchi e la cattura dei tedeschi diventano ope­ ra esclusiva dei carabinieri, mentre i patrioti diventano «facinorosi» che hanno com­ piuto solo «episodi decisamente criminosi». [1995, p. 129].

In sintesi per il Mezzogiorno è opportuno parlare di «Resistenza bre­ ve», che si configura come un processo composito, ricco di fermenti nuo­ vi, con alcuni tratti caratteristici: l’impossibilità per la popolazione civile di subire in toto la strategia del terrore nazista, la dimensione di rivolta spon­ tanea, lo sviluppo di forme di organizzazione armata. Si trattò comunque di un’esperienza molto breve, che venne vissuta come una sorta di tragico epilogo della guerra. Su questo versante vi è una differenza profonda con il Centro-nord dove la Resistenza si configura anche come tentativo di “far­ si stato”, che maturava sia all’interno della banda partigiana, sia attraver­ so i vari istituti, tra cui in primo luogo i Comitati di liberazione nazionale (Cln), i quali mediavano il rapporto tra società civile e lotta armata. Non a caso la «Resistenza breve» del Mezzogiorno sedimentò una scarsa me­ moria storica e contribuì in misura limitata allo sviluppo di identità politi­ che collettive. Sarebbero state piuttosto le lotte contadine contro il latifon­ do a costituire 1’“evento” intorno a cui si sarebbe costruita una tradizione politica. Il governo alleato e la monarchia. L’occupazione nazista chiudeva l’espe­ rienza della guerra; l’avanzata angloamericana iniziava una nuova e diver­ sa fase. Nel Sud la guerra era terminata, ma il conflitto continuava nel pae­ se e nel mondo e la vita quotidiana stentava a uscire da un clima di ecce­ zionalità. L’elemento nuovo era la presenza del governo militare alleato, l’Amgot, entrato in funzione il 10 luglio 1943, il primo giorno dell’inva­ sione in Sicilia. Dopo la costituzione del Regno del Sud le province di Lec­ ce, Taranto, Brindisi e Bari passarono sotto la giurisdizione italiana e fu istituita la Commissione di controllo. Nel gennaio 1944 i due organismi si fusero e il Mezzogiorno fu suddiviso in varie Regions. Il 10 febbraio 1944 passarono all’amministrazione italiana la Sicilia, la Sardegna e i territori a sud della linea Salerno-Potenza-Bari, territori sui quali la Commissione di controllo alleata (Acc) svolgeva un’azione di rigido controllo. Il 20 luglio 1944 furono restituite allo stato italiano tutte le province liberate a ecce­ zione di Napoli città. Sul piano strategico la scelta di effettuare la campagna d’Italia aveva avuto un significato diverso per inglesi e americani. Per i primi essa s’inse­ riva in un progetto di controllo del Mediterraneo perché si riteneva che, una volta conquistata rapidamente l’Italia, ci si potesse poi indirizzare ver­ so i Balcani contenendo l’avanzata sovietica; per i secondi, in particolare per Roosevelt, il fronte italiano aveva un’importanza secondaria di fronte all’obiettivo dello sbarco in Normandia. E in realtà gli inglesi ebbero un ruolo privilegiato. Harold Alexander fu nominato comandante in capo del­ le forze alleate in Italia, mentre Wilson subentrò a Eisenhower nominato

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comandante supremo delle forze d’invasione dell’Europa continentale. La direzione effettiva dell’Acc passava all’inglese MacFarlane, poi, provviso­ riamente, all’americano Ellery W. Stone e infine, nel novembre 1944, all’in­ glese Harold Macmillan. L’Acc era suddivisa in subcommìssions, a loro vol­ ta articolate in sezioni, ma continui furono i mutamenti e le ristrutturazio­ ni nel sistema di governo alleato. L’obiettivo generale era di garantire una condizione di stabilità sociale nei territori progressivamente liberati per non intralciare in alcun modo le operazioni belliche. In primo luogo si cercava di assicurare alla popolazione civile un livello minimo di sussistenza per evi­ tare o contenere le proteste popolari, anche se tale obiettivo si dimostrò quanto mai difficile. Al contrario, in una prima fase dell’occupazione an­ gloamericana il problema della carenza alimentare divenne ancora pili acu­ to dell’ultimo anno di guerra. Medesimo discorso per la riattivazione di pon­ ti e strade, per il rapido ripristino delle centrali elettriche e della rete idri­ ca e, ancora, per i numerosi interventi sanitari realizzati per impedire che i militari alleati fossero contagiati dalle diverse epidemie che si diffonde­ vano a causa delle drammatiche condizione igieniche, come ad esempio il tifo a Palermo e Benevento e il tifo petecchiale a Napoli. L’obiettivo della stabilità sociale condizionava inoltre la scelta degli in­ terlocutori politici e sociali; si voleva infatti garantire la fuoriuscita dal fa­ scismo senza che ciò implicasse mutamenti radicali. In questo ambito si col­ locava il rapporto tra governo alleato e mafia che era già emerso durante l’occupazione in Sicilia. Il saggista Michele Pantaleone ha sostenuto che l ’ap­ porto mafioso fu decisivo anche ai fini del successo militare e ha sottoli­ neato il ruolo di personaggi come Lucky Luciano e Vito Genovese. Ma la mafia entrò in scena soprattutto dopo lo sbarco in rapporto al controllo so­ ciale del territorio. Assai numerosi furono i sindaci mafiosi insediati dagli alleati perché erano popolari, autorevoli e potevano addirittura in qualche caso ammantarsi di un alone di vittimismo antifascista. Il caso più noto fu quello del mafioso Calogero Vizzini, designato sindaco di Villalba dal te­ nente americano Beehr.

Ma prima di proseguire il discorso bisogna analizzare il ruolo di un al­ tro attore che intervenne sulla scena politica del Mezzogiorno, anche se si tratta di una comparsa piuttosto che di un protagonista, vale a dire il re con il suo governo Badoglio, pienamente legittimati dagli alleati. In particolare gli inglesi ritenevano che la monarchia fosse l’istituto più idoneo a garanti­ re una transizione indolore dal fascismo e che perciò fosse necessario con­ solidarla, nonostante avesse condiviso le responsabilità del regime. Nei giorni successivi l ’armistizio dell’8 settembre 1943 si svolse la trat­ tativa per la definizione del cosiddetto «armistizio lungo», firmato il 29 set­ tembre, che comportò clausole molto onerose. Il 13 ottobre l’Italia dichiarò guerra alla Germania e il suo status di cobelligerante fu riconosciuto da Sta­ ti Uniti, Inghilterra e Urss. La monarchia e il governo Badoglio uscivano rafforzati perché si presentavano come i garanti di una netta presa di di­ stanza dell’Italia dall’ex alleato nazista. Il risultato era importante soprat­

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tutto sul piano diplomatico; fu cosi costituito il I raggruppamento moto­ rizzato che partecipò alla battaglia di Montelungo. In precedenza era stato frustrato ogni tentativo di costituire gruppi di volontari antifascisti. Su pressione di Badoglio e degli stessi comandi allea­ ti, soprattutto inglesi, era fallito il tentativo, promosso dal generale Pavone, di costituire i Gruppi combattenti d’Italia, d’ispirazione repubblicana. In realtà la scelta di continuare la guerra a fianco dei nuovi alleati in­ contrò scarsissimo consenso tra la popolazione civile per la quale la presen­ za degli angloamericani significava in primo luogo la sospirata realizzazione della pace. Nessuno avrebbe mai pensato, né tanto meno desiderato rico­ minciare a combattere. La guerra contro i tedeschi era un affare che riguar­ dava l’esercito alleato, non i civili italiani e neppure le migliaia di soldati sbandati che, dopo P8 settembre, cercavano di tornare a casa. Lo status di cobelligerante influenzò infine la condizione dei prigionieri nei paesi diven­ tati alleati dopo l’armistizio. I soldati italiani potevano scegliere di diventa­ re cooperatori e di essere inseriti nelle unità ausiliarie dell’esercito angloa­ mericano. In ogni caso il Regno del Sud era una realtà; la monarchia era stata le­ gittimata dagli alleati e continuava nella strategia di garantire la propria sopravvivenza attraverso il superamento non traumatico del fascismo, stra­ tegia che aveva avviato con il 25 luglio e con la gestione autoritaria e re­ pressiva dei «quarantacinque giorni». Nel Mezzogiorno il consenso al so­ vrano cresceva assai rapidamente fino a configurarsi come un vero e pro­ prio mito che si andava sostituendo a quello di Mussolini. Le figure del re e dei diversi componenti di Casa Savoia - e anche del ramo cadetto dei d’Aosta - erano infatti ben presenti nell’immaginario collettivo continuando una tradizione di devozione al sovrano molto radicata. Nella tipologia di rapporto tra monarchia sabauda e Mezzogiorno emerge in primo luogo il concetto di fedeltà verso il monarca, il quale incarnava l’ordine sociale esi­ stente, gerarchico e ingiusto, e nel medesimo tempo svolgeva una funzione di protezione garantendo i livelli di sussistenza dell’intera popolazione. Nel sentimento di devozione verso il re vi era l’antico retaggio del rapporto tra suddito e monarca assoluto, ma in un contesto in cui il rapporto di prote­ zione sembrava sussistere prevalentemente sul terreno dell’immaginario col­ lettivo piuttosto che su problemi ed emergenze concrete. In questo gioca­ va anche un certo ridimensionamento che la figura del sovrano aveva co­ nosciuto durante il regime, quando era stata in qualche modo appannata dal mito di Mussolini. La figura del re diventava, per cosi dire, metatem­ porale, e ciò contribuiva ad assolvere la monarchia dalla lunga conniven­ za con il regime e dalla corresponsabilità nella scelta di entrare in guerra a fianco della Germania nazista. Nella transizione postfascista il sentimento di devozione verso il re con­ viveva agevolmente con la carenza di ogni autorità statale. Il Regno del Sud era privo di autorevolezza, il governo alleato sussumeva tutte le funzioni proprie di uno stato configurandosi fino in fondo come strumento di go­

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verno di un esercito di occupazione. Ciò contribuiva a far maturare una cri­ si profonda del sentimento di identità nazionale; si diffondevano culture politiche come la qualunquista e la separatista che mettevano in discussio­ ne l’idea di patria unitaria, si ponevano in contrapposizione con l’istanza antifascista e ben esprimevano lo stato di frammentazione e disgregazione della società civile. Sul piano dell’analisi politico-istituzionale è possibile giungere a qual­ che prima conclusione. Il Regno del Sud garantiva attraverso la continuità dell’istituto monarchico che non vi fossero cesure brusche, anche perché le esperienze resistenziali che, pure, si erano avute nel Mezzogiorno, erano state troppo brevi perché potesse maturare l’idea di uno stato in nuce, al­ ternativo al terrore nazista e al collaborazionismo fascista. La strategia di stabilità sociale perseguita con tenacia dal governo alleato contribuiva a fa­ re emergere in tempi rapidi un ceto politico postfascista e non antifascista. Una chiave di lettura di tale processo è data dalla disamina del rapporto tra monarchia, governo Badoglio e forze antifasciste, ma anche dall’analisi dei limiti intrinseci dei gruppi d’opposizione. Essi con decisione rifiutavano ogni forma di collaborazione con il governo, anche nel caso delle forze li­ berali e demolaburiste, decise peraltro a salvaguardare la permanenza del­ l’istituto monarchico. E tale posizione fu mantenuta anche dopo la costi­ tuzione del secondo gabinetto Badoglio, il 17 dicembre 1943, il cosiddetto «governo dei sottosegretari». I Cln meridionali. Al I Congresso dei Cln dell’Italia liberata (Bari, 2829 gennaio 1944), che sancì l’egemonia di Benedetto Croce, fu ribadita la necessità di giungere all’abdicazione del sovrano e di rifiutare qualsiasi for­ ma di collaborazione con il governo. Nel congresso fu eletta la Giunta ese­ cutiva che operò fino al maggio 1944. L’opposizione antigovernativa in­ fluenzò tutti i Cln meridionali che ebbero in comune, come limite intrin­ seco alla loro genesi, l’essere nati non durante, ma dopo la liberazione del Sud. Su di essi appare puntuale il giudizio di Guido Quazza: La storia del Cln diventa nel Mezzogiorno quasi esclusivamente la storia della battaglia di principio prò o contro l’abdicazione del re. I comitati sono organi di una lotta che si combatte senza preciso riscontro con l’opinione pubblica e senza soste­ gno di concrete forze da contrapporre a quelle tradizionali del governo regio, ormai in ripresa, e a quelle di gran lunga dominanti degli alleati [...]. I Cln sono profeti disarmati e, per di più, in disaccordo sul grado di intransigenza da mantenere in me­ rito al problema istituzionale. [1966, p. 21].

I Cln del Sud si configuravano come strutture poco autorevoli in cui spesso sorgevano conflitti tra i diversi raggruppamenti politici. Talora, so­ prattutto nelle piccole realtà, nascevano più Cln, ognuno dei quali cercava di essere legittimato; talora al loro interno s’inserivano personaggi che ave­ vano aderito al fascismo, alla ricerca di una nuova identità politica. Le due esperienze più significative furono quelle di Napoli e Bari che,

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comunque, operavano in un contesto difficile in cui facilmente potevano essere emarginate. Il Cln napoletano ebbe vita stentata, segnata da conflit­ ti interni, che si accentuarono dopo la svolta di Salerno. Entrò in crisi, an­ che nella realtà partenopea, il rapporto tra Pei, Pda e Psi che si ricompose soltanto dopo una travagliata discussione. In realtà la fase più fertile del Cln napoletano fu quella successiva alla conclusione del Regno del Sud per­ ché, con il trasferimento del governo a Roma, il comitato accentuò il suo carattere di organismo locale che, pur influenzando soltanto assai parzial­ mente gli equilibri politici, cercava di svolgere un ruolo di stimolo nella città. Diverso il caso di Bari. Qui il Cln fu influenzato maggiormente dalla componente azionista di cui esponenti di rilievo erano Tommaso Fiore e Michele Cifarelli; avverti inoltre lo stimolo di una componente più imme­ diatamente legata alla tradizione del radicalismo salveminiano, di cui il prin­ cipale esponente fu Vincenzo Calace. I Cln meridionali erano nell’insieme strutture deboli, ma il loro ruolo non fu nullo perché, comunque, furono espressione di una cultura politica ricca di fermenti nuovi che si ricollegava all’antifascismo e alla Resistenza e che, in quanto tale, acquisiva una valenza nazionale e non più soltanto lo­ cale. Questo elemento conviveva con lo scarso potere reale dei comitati che potevano, in talune occasioni, trasformarsi in luoghi dove maturavano ope­ razioni di segno trasformista. Tale complessità di aspetti rifletteva il più ge­ nerale clima politico del Mezzogiorno in cui, accanto al rapido affermarsi di istanze moderate e restauratrici, non mancavano segnali e fermenti in­ novativi. I «mass m edia»: le radio libere e la stampa. U n’ulteriore verifica è data dall’esperienza delle radio libere attivate dopo l’arrivo degli alleati. Sotto­ poste all’accurato controllo dello Psychological W arfare Branch (Pwb), Ra­ dio Bari e Radio Napoli furono luoghi in cui convergevano esperienze quan­ to mai significative. In particolare a Radio Bari potè operare, in conseguenza dell’impostazione aperta e vivace impressale dal maggiore Jan Greenlees del Pwb, un gruppo di giovani azionisti - tra cui Michele Cifarelli, Vittorio Fio­ re, Domenico e Nicola Pastina - che conviveva con i giornalisti di tenden­ za moderata alle dipendenze dell’ufficio stampa del Comando supremo. Ra­ dio Bari creò un vero e proprio palinsesto con trasmissioni assai popolari. La più famosa fu «Italia combatte», ma vanno menzionate anche altre, co­ me «La Voce dei lavoratori» e «La Voce dei giovani». Non mancarono però episodi di censura come il secco divieto, voluto direttam ente dal generale Alexander, di trasmettere servizi sul I Congresso dei Cln dell’Italia liberata. L ’em ittente cessò la sua attività su pressione del comando alleato nel marzo 1944. Buona parte del personale si trasferì nel capoluogo parteno­ peo e iniziò l’esperienza di Radio Napoli, rigidamente controllata dagli angloamericani. La radio napoletana diede minor spazio alle voci antifa­ sciste, talora emersero toni qualunquisti, ma fu comunque un laboratorio

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interessante soprattutto per la capacità di aggregare forze intellettuali mol­ to vivaci. Il Pwb esercitava una rigida censura anche sulla stampa; nessun giorna­ le poteva essere pubblicato senza autorizzazione del comando alleato che seguiva una politica fortemente restrittiva. Il 4 ottobre 1943 usciva «Il Risorgimento» che unificava le tre testate di «Roma», del «M attino» e del «Corriere di Napoli». In una prima fase vi furono due direttori: Paolo Scarfoglio ed Emilio Scaglione - il primo mo­ narchico, il secondo repubblicano - , che convissero soltanto qualche mese. Il 13 marzo 1944 subentrò, su suggerimento di Benedetto Croce, Floriano Del Secolo. La forte influenza del comando alleato si avvertiva costantemente, in particolare negli editoriali e in genere nella prima pagina. Dopo un po’ aumentò il numero delle pagine che passarono a quattro; ciò in qual­ che modo permise sia di dare maggiore voce alla città attraverso la cronaca locale sia di aggiungere la pagina culturale. Al giornale collaboravano figu­ re come Benedetto Croce, Guido Dorso, Adolfo Omodeo, Vincenzo Arangio Ruiz, Francesco Flora. Gli alleati avevano invece soppresso il giornale «La Barricata», pubbli­ cato durante le Quattro giornate e diretto da Alfredo Parente, che era stato “la voce” dell’insurrezione partenopea. Vita difficile ebbero anche gli altri giornali come «l’Unità», edizione meridionale, edito nel dicembre 1943 con frequenza settimanale, e «L’Azione», sempre edizione meridionale, edito nel marzo 1944. Un’esperienza interessante fu la testata «Battaglie Sindacali», organo della Confederazione generale del lavoro, in cui operavano azioni­ sti e comunisti dissidenti verso la politica togliattiana di unità nazionale. A Salerno erano pubblicati, tra gli altri, «L’Ora del popolo», settima­ nale della De che assunse particolare importanza dopo la svolta di Salerno, e «Il Soviet», periodico della locale federazione comunista che fu chiuso perché usciva senza autorizzazione. Ad Avellino è da segnalare «Italia Li­ bera», organo del Comitato irpino del fronte nazionale di liberazione, che di fatto era gestito da Guido Dorso. In seguito a dure polemiche antimo­ narchiche, in occasione del passaggio in città del I raggruppamento moto­ rizzato, gli alleati ne decisero la soppressione e il periodico potè riprende­ re le pubblicazioni soltanto nel 1945. In Puglia «La Gazzetta del Mezzogiorno» riuscì in quei mesi convulsi a non interrompere mai le pubblicazioni. Il giornale venne accusato di aver favorito la manifestazione del 28 luglio '43, in cui l’esercito sparò sui di­ mostranti provocando venti morti e oltre settanta feriti e fu arrestato il ca­ poredattore Luigi De Secly. Con l’arrivo degli angloamericani il quotidia­ no divenne “la voce” del comando alleato in un contesto in cui la stampa continuava a essere fortemente censurata sia dal governo badogliano che dal Pwb. Nonostante ciò si moltiplicarono le nuove testate fra cui l’azioni­ sta «L’Italia del popolo», la comunista «Civiltà proletaria», la democristia­ na «Il Risveglio» e, ancora, «L’Idea liberale», organo del partito liberaldemocratico, che agì in costante polemica con il Cln di Bari.

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La situazione della stampa nel Regno del Sud appariva abbastanza uni­ forme. Testate significative e di antica tradizione come «Il Risorgimento» e «La Gazzetta del Mezzogiorno» erano di fatto organi di propaganda del governo alleato, mentre le altre pubblicazioni antifasciste erano fortemen­ te penalizzate dalla censura angloamericana e prefettizia, anché attraverso la distribuzione della carta. Non mancavano i giornali legati agli ambienti demolaburisti, come «Il Gazzettino» di Potenza e «Il Giorno» di Napoli, che fu fondato da Paolo Scarfoglio dopo aver lasciato «Il Risorgimento». Da segnalare infine i giornali qualunquisti come le testate satiriche «Rinal­ do in campo», «Don Chisciotte» e, successivamente, «La parola del fesso». La strategia del governo alleato, anche sul versante dei mass media, era tesa a un controllo capillare che finiva per dare poco spazio e autonomia al­ le forze antifasciste. Ciò non impediva del tutto lo sviluppo di esperienze innovative che rielaboravano il tema della democrazia soprattutto sul pia­ no della sperimentazione di nuovi linguaggi politici. I mass media potevano cioè veicolare idee e linguaggi nuovi, ma a condizione di non scardinare il generale clima di stabilità. Le epurazioni. Lo stesso discorso va fatto a proposito dell’epurazione. Il governo alleato promosse un’ampia epurazione di commissari prefettizi, prefetti e questori, ma il ricambio avvenne nel segno di una forte conti­ nuità, insediando nell’apparato statale periferico personale politico prefa­ scista o legato agli ambienti dell’antifascismo moderato, quasi sempre mo­ narchico e conservatore. E in rapporto a ciò si ebbero alcuni episodi di pro­ testa popolare, in particolare quando furono designati prefetti compromessi con il fascismo. Fu il caso di Taranto nel febbraio 1944, dove si ebbero for­ ti disordini contro la nomina del prefetto Domenico Soprano, che era sta­ to destituito a Napoli perché accusato di essere stato collaborazionista dei nazisti nel settembre 1943; gli operai dei cantieri Tosi giunsero al seque­ stro di Soprano e l’esercito rifiutò di intervenire. Ma la vicenda di Sopra­ no era destinata a concludersi rapidamente. Processato dal Tribunale mili­ tare territoriale di Napoli, fu assolto nell’ottobre 1944. Anche a Cosenza fu necessaria una rivolta popolare il 4 novembre 1943, vale a dire dopo circa due mesi di governo alleato, perché fosse destituito il prefetto Endrich, fascista di antica data. L’epurazione quindi procedé con molta cautela, a eccezione del tenta­ tivo di Charles Poletti, che, soprattutto quando fu commissario a Napoli nel primo semestre del 1944, tentò una politica più radicale con centinaia di arresti e internamenti che comunque furono di breve durata. Tra gli epu­ rati troviamo Achille Lauro, internato nel campo di Padula, in provincia di Salerno, perché accusato di contrabbando con il Giappone. Qui fu inter­ nato anche Giuseppe Frignarli, direttore del Banco di Napoli, epurato nel dicembre 1943, ma l’antifascista Emilio Scaglione ritenne opportuno non dare alcuna notizia del provvedimento dalle pagine del «Risorgimento» che dirigeva.

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D ’altro canto, al di là di alcuni momenti di reazione popolare, la vicen­ da dell’epurazione non ebbe un grande rilievo perché rientrò nel processo di costituzione di un ceto politico che non era antifascista e si andava rior­ ganizzando con modalità trasformistiche. In questa fase di transizione ac­ quisivano grande importanza le figure di notabili demolaburisti, come Perrone Capano a Bari, De Caro a Benevento, Amatucci e Rubilli ad Avelli­ no, Reale a Potenza, che ritessevano le fila di un sistema clientelare ancora basato sul notabilato di memoria giolittiana. Emergeva inoltre un proble­ ma di continuità con il personale fascista dell’amministrazione periferica del­ lo stato. Il caso più significativo è costituito da Alfonso Menna, a lungo se­ gretario comunale a Salerno durante il fascismo, il quale, nonostante fosse stato sottoposto a processo epurativo, fu riconfermato in tale funzione dal sindaco e dalla giunta di nomina ciellenista. Il Menna fu poi sindaco di Sa­ lerno, nelle file democristiane, dal 1956 al 1970. In questa fase stentava ad avviarsi il processo di costruzione dei partiti di massa che avrebbe segnato in misura così determinante i circuiti politi­ ci della democrazia repubblicana. Nel Centro-nord i partiti erano legittima­ ti dalla Resistenza, nel Mezzogiorno sezioni di partito, organizzazioni sin­ dacali e circoli culturali, insomma tutto l’insieme delle strutture che avreb­ be accompagnato lo sviluppo della forma-partito erano ancora da venire e sarebbero fioriti non in seguito a un’asfittica lotta antifascista, ma in rap­ porto al ciclo di lotte contadine che, nei mesi del Regno del Sud, esprime­ va qualche iniziale sussulto. Insomma la società civile nella sua frammen­ tazione esprimeva bisogni e istanze che il ceto politico postfascista trasfor­ mista raccoglieva e mediava indirizzandoli verso culture politiche, come il qualunquismo e il separatismo, estranee o antagoniste all’antifascismo. Crisi economica e disagio sociale. In una situazione di “pace dimezzata” i problemi della sussistenza quotidiana continuavano a essere i più urgen­ ti. Tornavano gli sfollati, le città cominciavano a popolarsi di nuovo e ini­ ziava il flusso dei reduci che, anche in modi rocamboleschi, cercavano di tornare a casa e dei quali la figura di Gennaro Iovine nella Napoli m iliona­ ria di Eduardo De Filippo è diventata l’emblema. Ma i reduci non erano soltanto meridionali, nel Regno del Sud affluivano soldati sbandati di ogni provenienza e, già sul finire del 1944, furono costituiti i centri di raccolta per gli ex prigionieri provenienti soprattutto dalla Grecia e dagli altri pae­ si balcanici e, poi, dai campi dell’Africa settentrionale e orientale. Napoli e Taranto e, poi, Lecce e Bari, furono le città dove più numerosi sorsero i centri di raccolta e la massa di prigionieri si sarebbe ulteriormente accre­ sciuta negli anni successivi. Nelle città i flussi di mobilità accentuavano la percezione di una di­ mensione anomala della vita quotidiana. I reduci, nelle loro diverse com­ ponenti, costituivano un gruppo sociale nuovo, prodotto dalla guerra, che ben presto avrebbe dimostrato la propria pericolosità sociale. Ma non era­ no i soli. Vi erano i profughi civili, gli sfollati, i senzatetto, tutte categorie

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che avevano un immediato bisogno di assistenza. Venivano infine liberati gli ebrei italiani, ma soprattutto stranieri, che avevano affollato i campi di internamento sorti in gran quantità nel Sud a partire dal 1942. Tra essi ri­ cordiamo i campi di Campagna nel Salernitano, di Solofra nell’Avellinese, la colonia di lavoro di Torà e Piccilli nel Casertano, il campo di Alberobel­ lo in provincia di Bari e soprattutto il campo di Ferramonti in provincia di Cosenza, che accoglieva oltre mille ebrei provenienti principalmente dai paesi balcanici. Esso fu liberato nel settembre 1943, ma molti ex internati rimasero ancora per qualche tempo nel Mezzogiorno a causa dell’enorme difficoltà di effettuare spostamenti ed espatri. La guerra insomma aveva creato nuove fasce di emarginati e l’assisten­ za sarebbe diventata il terreno privilegiato per costruire ulteriori forme di consenso sociale e politico. La Chiesa aveva, già durante il conflitto, intui­ to tutta l’importanza del problema assistenza e poteva disporre di una rete assai capillare ampiamente collaudata. Negli anni di guerra erano sorte men­ se per i figli dei militari uccisi, oltre al consueto repertorio di iniziative co­ me i pacchi dono, cartoline per i soldati al fronte ecc. Le diverse iniziative erano sollecitate da una Chiesa, come quella meridionale, che aveva dato un costante appoggio al regime soprattutto attraverso alcune importanti fi­ gure di vescovi quale ad esempio Alessio Ascalesi, arcivescovo di Napoli. Ma con il trasformarsi del conflitto in guerra totale l’impegno della Chie­ sa si era indirizzato verso i civili, i senzatetto, gli sfollati, ed era stato con­ sistente soprattutto nelle città attraverso l’istituzione di mense, le distri­ buzioni di viveri e vestiario, ma anche mediante nuove forme di assistenza spirituale, quali la presenza di religiosi nei ricoveri durante le incursioni. E la Chiesa divenne rapidamente un interlocutore privilegiato del governo al­ leato il quale, muovendosi all’interno di una strategia di stabilità, guarda­ va con favore a un’istituzione che aveva un forte controllo sociale, supe­ rando ogni incertezza connessa alla compromissione del clero con il regime fascista. La Chiesa con la sua articolata rete di parrocchie era quindi in grado di dare assistenza, sia pure limitata, alle nuove figure di poveri e sbandati. Di­ mostrava così una capacità di risposta all’emergenza-guerra che né lo stato fascista in disgregazione, né lo stato fantasma del Regno del Sud erano sta­ ti in grado di assicurare. In tal modo la Chiesa si faceva stato proprio a parti­ re dal terreno della vita quotidiana, ma nel medesimo tempo costruiva una prospettiva che andava oltre la contingenza dell’immediato dopoguerra sen­ za porre brusche cesure con il sostegno dato al regime fascista. Il problema veniva semplicemente accantonato. Tutto ciò si accompagnava a una dura condanna morale che si ritrova di frequente nei bollettini delle diocesi e che diventa accorata dopo l’in­ sediamento del governo alleato. Torna con forza il tema della corruzione dei costumi e il discorso si indirizza in particolar modo alle donne e ai bam­ bini. Questi ultimi costituirono un soggetto privilegiato dell’iniziativa as­ sistenziale cattolica e fu fondamentale il ruolo di alcuni ordini religiosi, tra

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II Regno del Sud

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cui in primo luogo i Gesuiti, i quali crearono la rete capillare delle Case del fanciullo. Mancavano invece le iniziative assistenziali laiche. Gli stessi Cln non erano in grado di organizzare mense per i reduci o altre iniziative di im­ mediato soccorso, al contrario di quanto avveniva nel Centro-nord, dove, attraverso queste forme di intervento, si consolidava il rapporto tra istitu­ ti antifascisti e territorio. Medesimo discorso per gli Enti comunali di assi­ stenza (Eca) che, privi di finanziamenti, si limitavano a effettuare qualche rara distribuzione di viveri e vestiario. D ’altro canto le condizioni di vita della popolazione civile non erano migliorate durante il primo anno di governo alleato. Il Censimento per la Ricostruzione nazionale, promosso dall’Acc e dal governo italiano e realizzato dall’Istat nel settembre 1944 su tutto il territorio liberato, costituisce una fonte importante che consente un quadro comparativo. Ne escono confer­ mati lo stato di grave indigenza dei civili e la situazione di crisi dell’econo­ mia locale soprattutto nel settore dell’industria, che nel Sud risultava di­ strutta nella misura del cinquanta per cento e su cui pesava il grave pro­ blema della requisizione alleata. L’inflazione si era acuita in seguito all’immissione delle am-lire e il M ez­ zogiorno continuava a essere suddiviso in un insieme di economie locali che avevano scarse forme di comunicazione. Una di queste era senza dubbio il mercato nero, ossia un sistema illegale che lucrava sulla scarsa offerta di mer­ ci assicurando, a costi elevatissimi, il circuito della distribuzione. I “borsa­ ri” si procuravano i generi alimentari nelle campagne attraverso un rapporto diretto con i contadini in un contesto generalizzato di evasione degli am­ massi che coinvolgeva, ovviamente in proporzioni diverse, tutte le figure del mondo agricolo. Tutto ciò favoriva la penetrazione di mafia e camor­ ra. Ad esempio in Sicilia la mafia gestiva l’intero settore del contrabbando di grano. Il mercato nero, rigoglioso già negli ultimi anni del conflitto, ebbe nuo­ vo vigore con l’arrivo dell’esercito alleato perché si resero disponibili quan­ titativi enormi di merci che potevano essere sottratti ai rifornimenti alleati. L’Azienda rilievo e alienazione residuati (Arar) divenne inoltre un terreno privilegiato del contrabbando che in tal modo si procurava merci introva­ bili sul mercato legale come gomme o parti meccaniche. L’immagine del “baitista” che si aggrappa al camion alleato per rubare indisturbato è ri­ masta nella memoria diffusa, ma in realtà il mercato nero era sorretto da una capillare rete delinquenziale. Si organizzavano vere e proprie bande che agivano per zone e potevano disporre facilmente di armi, anche perché spes­ so vi operavano soldati angloamericani disertori. Il governo alleato condusse una politica di repressione, puntualmente documentata dall’attività dei tribunali militari alleati colpendo però quasi sempre i piccoli “borsari” . La rete del contrabbando era un sistema assai difficile da scardinare proprio perché, tutto sommato, svolgeva una fun­ zione di ridistribuzione delle risorse e contribuiva, un po’ paradossalmen­

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te, alla stabilità sociale; lo stesso governo alleato d ’altro canto non inten­ deva né poteva garantire la sussistenza della popolazione civile. Il mercato nero era un aspetto del clima di illegalità e violenza che se­ gnava la vita quotidiana del Regno del Sud. Le statistiche giudiziarie rela­ tive agli anni 1943-46 segnalano nel Mezzogiorno un incremento dei reati che parte dal 1944 e cresce ulteriormente nel biennio 1945-46, soprattut­ to per ciò che riguarda i dati relativi a rapine, estorsioni e sequestri di per­ sona. Tali forme di violenza erano percepite in qualche modo come normali nel particolare clima dell’occupazione alleata, anche perché in molti casi erano praticate dai soldati angloamericani. Erano infatti frequenti i casi di rapina ai danni dei civili italiani e non mancarono casi di stupro. Poliziot­ ti e carabinieri venivano disarmati, insultati e talora accusati di essere fa­ scisti; altre volte i militari alleati favorivano furti e saccheggi intimando al­ le forze dell’ordine italiane di allontanarsi e proteggendo i contrabbandie­ ri. A Cerignola, in provincia di Foggia, nel dicembre 1943 vi fu un continuo susseguirsi di crimini di militari angloamericani che irrompevano, ubriachi, nelle case. A Benevento medesima situazione a opera di reparti canadesi e, così pure, ad Avellino. A Teano, in provincia di Caserta, nel marzo 1944, dopo ripetuti casi di violenza sessuale, vi fu una dimostrazione di donne da­ vanti alla sede del Governo militare alleato (Amg) contro l’annunciato ar­ rivo di truppe coloniali. Tutto ciò accresceva nella popolazione civile la per­ cezione dell’esercito angloamericano come vincitore, acuiva il bisogno di tornare a una condizione di normalità e contribuiva ad accrescere l ’estra­ neità e il risentimento non soltanto verso il governo alleato, ma anche con­ tro l’amministrazione statale italiana, ritenuta priva di effettivo potere. Su tale disagio ebbe buon gioco la propaganda del Movimento per l’uomo qua­ lunque che riuscì a indirizzarlo contro il nascente stato antifascista. N o ta b ib lio g r a fic a . E.

A g a R o s s i, U n a n a z io n e a ll o s b a n d o , l ’a r m is tiz io ita lia n o d e l l ’8 s e tte m b r e 1 9 4 3 , I l M u ­

l i n o , B o lo g n a 1 9 9 3 ; R . B a t t a g li a , S to r ia d e lla R e s is te n z a ita lia n a . 8 s e tte m b r e 1 9 4 3 - 2 5 a p r ile 1945

,

E in a u d i, T o r i n o 1 9 6 4 ; P . B e v i la c q u a , L e c a m p a g n e d e l M e z z o g io r n o tra f a s c is m o e d o ­

p o g u e r r a . I l c a s o d e lla C a la b r ia , E in a u d i, T o r i n o 1 9 8 0 ; G . C a p o b ia n c o , I l r e c u p e r o d e lla m e ­ m o r ia . P e r u n a s to r ia d e lla R e s is te n z a in T e rra d i L a v o r o . A u tu n n o 1 9 4 3 , E s i , N a p o l i 1 9 9 5 ; S . C a p o g r e c o , F e r r a m o n ti.L a v i ta e g l i u o m in i d e l p i u g r a n d e c a m p o d i in te r n a m e n to fa s c is ta , G i u n ­ t in a , F i r e n z e 1 9 8 7 ; F . C a r a c c i o lo , ‘ 4 3 / 4 4 . D ia r io d i N a p o li, V a lle c c h i, F i r e n z e 1 9 6 4 ; G . C h ia n e s e (a c u r a d i) , M e z z o g io r n o 1 9 4 3 . L a s c e lta , la l o t t a , la s p e r a n z a , E s i , N a p o l i 1 9 9 6 ; I d . (a c u ­ r a d i) , M e z z o g i o r n o : p e r c o r s i d e lla m e m o r ia tra g u e r ra e d o p o g u e r r a , n u m e r o m o n o g r a f i c o d i « N o r d e S u d » , n . 6 ( 1 9 9 9 ) ; P . C in a n n i , L o t t a p e r la te rra e c o m u n is ti in C a la b r ia

( 1 9 4 3 - 1 9 5 3 ),

F e lt r i n e lli , M i la n o 1 9 7 7 ; R . C iu n i , L ’I ta lia d i B a d o g lio , R i z z o l i , M i la n o 1 9 9 3 ; L . C o r t e s i , G . P e r c o p o , P . S a l v e t t i e a lt r i, L a C a m p a n ia d a l f a s c is m o a lla R e p u b b li c a , 2 v o l i . , E s i , N a p o l i 1 9 7 7 ; F . C o s t a n t i n o , G u e r r a , R e s is te n z a , d o p o g u e r r a in A b r u z z o . U o m in i, e c o n o m ie , is t i t u z i o ­ n i, A n g e l i , M i la n o 1 9 9 3 ; C . C r is c i o , U n c u o r e a lla r a d io . 1 9 4 3 - 1 9 4 4 , C r is c i o , N a p o l i 1 9 5 4 ; B . C r o c e , Q u a n d o l ’I ta lia era ta g lia ta in d u e . E s tr a tto d i u n d ia r io . L u g lio 1 9 4 3 - G iu g n o 1 9 4 4 , L a t e r z a , B a r i 1 9 4 8 ; A . D e g l i E s p i n o s a , I l R e g n o d e l S u d ( d a l 1 0 s e tte m b r e 1 9 4 3 a l 5 g iu g n o 1 9 4 4 ) , R i z z o l i , M i la n o 1 9 9 5 ; G . D o r s o , L ’o c c a s io n e s to r ic a , a c u r a d i C . M u s c e t t a , L a t e r z a ,

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Bari e il I Congresso dei Cln dell’Italia liberata

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R o m a - B a r i 1 9 8 6 ; D . E l l w o o d , L ’a ll e a to n e m ic o . L a p o l i t i c a d e l l ’o c c u p a z io n e a n g lo -a m e r ic a n a i n l t a l i a , F e lt r i n e lli , M i la n o 1 9 7 7 ; N . G a l le r a n o (a c u r a d i) , L ’a ltr o d o p o g u e r r a . R o m a e i l S u d . 1 9 4 3 - 1 9 4 5 , A n g e l i , M i la n o 1 9 8 5 ; I d . , S u lla “s fo rtu n a " s to r io g r a fic a d e l R e g n o d e l S u d , i n I d . , S a le r n o 1 9 4 3 . C i n q u a n t a n n i d o p o lo s b a r c o , L a v e g l ia , S a le r n o 1 9 9 4 ; G . G r e c o , S ta m p a e R e ­ g n o d e l S u d . L a G a z z e t ta d e l M e z z o g io r n o , E s i , N a p o l i 1 9 7 6 ; G . G r e c o e N . O d d a t i (a c u r a d i) , S ta m p a q u o tid i a n a e p e r io d ic a d e lla C a m p a n ia . 1 9 4 3 - 1 9 4 4 , E s i , N a p o l i 1 9 7 5 ; C . S . R . H a r r is , A l l i e d M ili ta r y A d m i n i s tr a tio n o f l t a l y 1 9 4 3 - 1 9 4 5 , H e r M a j e s t y ’s S t a t io n e r y O f f i c e , L o n d o n 1 9 5 7 ; I c s r N a p o l i (a c u r a d i) , V e r b a li d e l C o m i ta to d i L ib e r a z i o n e N a p o le ta n o ( 1 7 - 1 2 - 1 9 4 3 / 9 - 8 - 1 9 4 6 ) , C o n s i g l i o r e g io n a le d e ll a C a m p a n ia , N a p o l i 1 9 9 5 ; I l P r im o C o n g re ss o d e i C o m i ta ­ t i d i L i b e r a z i o n e , p r e f a z i o n e d i T . F i o r e , I s t i t u t o p r o v in c i a le A p i c e l l a , M o l f e t t a 1 9 6 4 ; A . M . I m b r ia n i, V e n to d e l S u d : m o d e r a t i, r e a z io n a r i, q u a lu n q u i s t i ( 1 9 4 3 - 1 9 4 8 ) , I l M u l i n o , B o lo g n a 1 9 9 6 ; I s t i t u t o i t a l ia n o p e r g l i s t u d i f i l o s o f i c i , I ta ly a n d A m e r ic a 1 9 4 3 - 1 9 4 4 . I ta li a n , A m e r ic a n a n d I ta lia n A m e r ic a n E x p e r ie n c e s o f t h e L ib e r a tio n o f t h e I ta lia n M e z z o g i o r n o , L a C i t t à d e l S o ­ l e , N a p o l i 1 9 9 7 ; L . K l in k h a m m e r , L ’o c c u p a z io n e te d e s c a in I ta li a ( 1 9 4 3 - 1 9 4 5 ) , B o l l a t i B o r i n g h ie r i, T o r i n o 1 9 9 3 ; I n s m li , L ’I ta lia d e i q u a r a n ta c in q u e g io r n i: 2 5 lu g lio - 8 s e tte m b r e 1 9 4 3 . S tu d io e d o c u m e n t i, I n s m li , M i la n o 1 9 6 9 ; P . L a v e g l ia (a c u r a d i) , M e z z o g io r n o e f a s c is m o , E s i, N a p o l i 1 9 7 8 ; M . L e g n a n i, R e g i o n i e s ta to d a lla R e s is te n z a a lla C o s tit u z i o n e , I l M u l i n o , B o l o ­ g n a 1 9 7 5 ; V . A . L e u z z i e L . C i o f f i , A l l e a t i , m o n a r c h ia , p a r t i t i n e l R e g n o d e l S u d , S c h e n a , F a s a n o - B a r i 1 9 8 8 ; O . L iz z a d r i, I l R e g n o d i B a d o g lio , E d i z i o n i A v a n t i , M i la n o 1 9 6 3 ; L . M e r c u ­ r i, 1 9 4 3 - 1 9 4 5 . G l i a l l e a t i e l ’I ta lia , E s i , N a p o l i 1 9 7 5 ; L . P a g g i (a c u r a d i) , L e m e m o r ie d e lla R e p u b b li c a , L a N u o v a I t a lia , F i r e n z e 1 9 9 7 ; C . P a v o n e , U n a g u e rra c i v il e . S a g g io s u lla m o r a ­ li tà n e lla R e s is te n z a , B o l l a t i B o r i n g h ie r i, T o r i n o 1 9 9 1 ; A . P i z a r r o s o Q u i n t e r o , S ta m p a , r a d io e p r o p a g a n d a . G l i a ll e a ti in I ta li a . 1 9 4 3 - 1 9 4 6 , A n g e l i , M i la n o 1 9 8 9 ; A . P l a c a n ic a (a c u r a d i) , 1 9 4 4 . S a le r n o c a p ita le . I s t i t u z i o n i e s o c ie tà , E s i , N a p o l i 1 9 8 6 ; G . Q u a z z a , I l p r o b le m a s to r ic o , in G . Q u a z z a , L . V a lia n i e E . V o lt e r r a , I l g o v e r n o d e i C L N , G i a p p i c h e l l i , T o r i n o 1 9 6 6 ; S . S e t t a , L ’ U o m o Q u a lu n q u e . 1 9 4 4 - 1 9 4 8 , L a t e r z a , R o m a - B a r i 1 9 7 5 ; G . S h r e ib e r , L a v e n d e tta te d e s c a . 1 9 4 3 - 1 9 4 5 : le r a p p re sa g lie n a z is te in I ta lia ( 1 9 9 6 ) , M o n d a d o r i , M i la n o 2 0 0 0 .

B a r i e i l I C o n g r e s s o d e i C l n d e l l ’I t a l i a l i b e r a t a

L a g u e r r a d ’E t i o p i a e i l p r o t e t t o r a t o d ’A l b a n i a a v e v a n o c r e a t o a B a r i s p e r a n z e d i r i p r e s a e c o n o m i c a e c o n s e n s i v e r s o u n a p r o s p e t t i v a c h e g u a r d a v a a l l ’a r e a m e d i te r r a n e a , d i c u i la F ie r a d e l L e v a n te c o s t it u iv a in q u a lc h e m o d o u n s im b o lo . C o n il p r o c e d e r e d e l s e c o n d o c o n f l i t t o m o n d ia le la p o p o l a z io n e v is s e la q u o t id ia n a t r a g e ­ d ia d e lla g u e r r a r e a le s u c u i s i f r a n tu m ò il c o n s e n s o a o g n i t a t t ic a b e llic is t a . D o p o il 2 5 lu g lio s i e s p lic it o in p ie n o la s tr a te g ia a u to r ita r ia d e l g o v e r n o B a d o ­ g l i o . L ’o r d i n a n z a d e l c o r p o d ’ a r m a t a d e l 2 6 l u g l i o ' 4 3 e l a c i r c o l a r e R o a t t a , v i e t a n ­ d o o g n i m a n ife s ta z io n e p o litic a , fu r o n o e f f ic a c i s tr u m e n ti d i r e p r e s s io n e . I l 2 8 lu g lio g li a n tifa s c is ti o r g a n iz z a r o n o u n c o r t e o p e r r ic h ie d e r e la lib e r a z io n e d e i p r ig io n ie ­ r i p o lit ic i. C o n tr o i m a n ife s ta n ti, g iu n t i n e i p r e s s i d e lla fe d e r a z io n e fa s c is ta , s p a ­ r a r o n o i m i l i t a r i d e l 9 0 b a t t a g l i o n e a u t i e r i , s c h i e r a t i a d i f e s a d e l l ’e d i f i c i o , e a n c h e a lc u n i c e c c h in i a p p o s t a t i a lle f in e s t r e d e lla f e d e r a z io n e . F u r o n o u c c is i d ic i a s s e t t e c i t t a d i n i , t r a c u i G r a z i a n o , f i g l i o d i N i c o l a F i o r e . L e r e s p o n s a b i l i t à d e l l ’e p i s o d i o r i ­ m a s e r o o s c u r e e v e n n e r o e s e g u it i n u m e r o s i a r r e s ti d i a n tifa s c is ti. D i lì a p o c o f u c o ­ s t itu ito il F r o n te n a z io n a le d i a z io n e , a c u i a d e r ir o n o c o m u n is ti, a z io n is t i e s o c ia lis ti, n o n c h é s in g o li e s p o n e n t i d e lla D e (N a ta le L o ja c o n o e N . A n g e lin i) e d e l P ii ( G iu ­ s e p p e L a te r z a , L u ig i D e S e c ly ).

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Parte prima D o p o l ’8 s e t t e m b r e l a c i t t à r i m a s e a b b a n d o n a t a a s e s t e s s a ; i l g e n e r a l e B e l l o -

m o , c o m a n d a n t e d e lla m iliz ia p e r le P u g lie , o r g a n iz z ò la d if e s a d e l p o r t o , c h e c o ­ s t i t u i v a u n ’i m p o r t a n t e s t r u t t u r a l o g i s t i c a d e l f r o n t e a d r i a t i c o . L a c i t t à f u l i b e r a t a d a l l ’8 a d i v i s i o n e i n d i a n a i l 2 2 s e t t e m b r e m a s u b ì a n c o r a b o m b a r d a m e n t i t e d e s c h i , c o m e a d e s e m p i o l ’i n c u r s i o n e d e l 2 d i c e m b r e 1 9 4 3 i n c u i v e n n e r o c o l p i t e a l c u n e n a ­ v i lib e r t y a m e r ic a n e (tra e s s e la J o h n H a r v e y , c h e c o n t e n e v a u n g r a n q u a n t it a t iv o d i y p r ite ). L a su a e s p lo s io n e d e te r m in ò u n g r a v iss im o c a s o d i in q u in a m e n to c h im i­ c o , a n c h e p e r c h é n é i l p o r t o n é l ’a r e a u r b a n a c i r c o s t a n t e f u r o n o e v a c u a t e ; i l a v o r i d i b o n if ic a s a r e b b e r o in iz ia t i s o lta n to n e l 1 9 4 7 . C o n la c o s t it u z io n e d e l R e g n o d e l S u d B a r i fu tr a le q u a ttr o c it t à p u g lie s i c h e c o s t it u ir o n o il te r r ito r io d e l m in u s c o lo r e g n o e s v o ls e d i f a t t o u n r u o lo d i c a p ita le f i n o a l 1 9 4 4 . L a p r e s e n z a d e l r e , d e l g o v e r n o e d i q u a n t o r e s t a v a d e l l ’a p p a r a t o b u ­ r o c r a t ic o e m ilita r e fa c e v a s i c h e s i a v v e r t is s e c o n m a g g io r e a s p r e z z a u n c lim a a u ­ to r ita r io e o s t ile a o g n i r ip r e s a d i v it a d e m o c r a tic a . L a r io r g a n iz z a z io n e d e lle fo r z e a n t i f a s c i s t e a v v e n n e i n a p e r t a c o n t r a p p o s i z i o n e c o n l ’a p p a r a t o p e r i f e r i c o d e l l o s t a ­ t o , i n p a r t i c o l a r e c o n i l p r e f e t t o G i u s e p p e L i V o t i . T r a l ’o t t o b r e e i l n o v e m b r e 1 9 4 3 f u r o n o r im o s s i p o d e s t à e fu n z io n a r i d i p r e fe ttu r a . Il g o v e r n o t e n t ò in o g n i m o d o d i im p o r r e u o m in i d i a p e r to in d ir iz z o m o n a r c h ic o e , q u a s i s e m p r e , f u r o n o d is a t t e s e le in d ic a z io n i d e i C ln . C o m e s in d a c o a B a r i fu in s e d ia t o V . C a p u z z i, n o t o e s p o n e n t e d e m o lib e r a le , e lo s t e s s o a v v e n n e in m o lt i c o m u n i d e lla p r o v in c ia . L a p e r m a n e n z a d i g r a v i p r o b le m i d i s u s s is te n z a , in p r im o lu o g o il d is a g io a lim e n ta r e , f e c e s ì c h e i c o m m is s a r i p r e f e t t i z i f o s s e r o r it e n u t i c o n t r o p a r t e n e lle n u m e r o s e r iv o lt e p o p o la r i, d u r a n t e l e q u a li p i ù v o l t e s i g iu n s e a lla lo r o r i m o z io n e . I c o n t r a s t i n o n c e s s a r o n o a n ­ c h e d o p o il d e c r e t o d e l 4 a p r ile 1 9 4 4 , n . 2 1 1 , c h e a u t o r iz z a v a la f o r m a z io n e d i g iu n ­ t e c o m u n a li d i n o m in a p r e f e t t i z ia . A B a r i s i a r r iv ò c o m u n q u e a u n a m e d ia z io n e : c o ­ m e s in d a c o il p r e f e t t o L u c if e r o a c c e t t ò la p r o p o s t a d e l d e m o c r is t ia n o L o ja c o n o a v a n ­ z a t a d a l C ln . C ’è d a c o n s i d e r a r e i n o l t r e c h e v i e r a u n a f o r t e e b e n o r g a n i z z a t a p r e s e n z a d i m o n a r c h ic i c h e u s u f r u iv a n o d i e f f ic a c i s t r u m e n t i d i in f o r m a z io n e , in p r im o lu o g o i l s e t t i m a n a l e « I d e a L i b e r a l e » , o r g a n o d i D e m o c r a z i a l i b e r a l e , d i r e t t o d a l l ’a w o c a t o G iu s e p p e P e r r o n e C a p a n o . L a fa s e d i p iù a c u ta c o n t r a p p o s iz io n e fu le g a ta a u n e v e n t o im p o r t a n t e c o m e il I C o n g r e s s o d e i C ln d e llT t a lia lib e r a ta (B a r i, 2 8 - 2 9 g e n ­ n a io 1 9 4 4 ) , c o n t r o c u i m o n a r c h ic i e d e m o la b u r is t i o r g a n iz z a r o n o u n ’a s p r a c a m p a ­ g n a d e n ig r a to r ia m e t t e n d o in d u b b io la le g it t im it à e la r a p p r e s e n ta tiv ità d e g li is t i­ t u t i c ie ll e n is t i e m in a c c ia n d o r a d u n i d i r e d u c i, p o i v i e t a t i d a g li a lle a ti. I n r e a ltà o r g a n iz z a r e il c o n g r e s s o f u im p r e s a d a v v e r o d if f ic ile . B a r i e r a s ta ta s c e lt a c o m e s e c o n d a s e d e p e r c h é la C o m m is s io n e d i c o n t r o llo a lle a ta (A c c ), su p r e s ­ s io n e d e l g o v e r n o B a d o g lio , a v e v a n e g a to N a p o li. M a il c lim a e r a d i a p e r ta o s tilità . B a d o g lio in v iò a B a r i il g e n e r a le P ie t r o G a z z e r a c o m e c o m m is s a r io s tr a o r d in a r io p e r l ’o r d i n e p u b b l i c o e s o l t a n t o a l l a f i n e f u p o s s i b i l e m i t i g a r e l e m i s u r e r e s t r i t t i v e d e l g o v e r n o e fa r s ì c h e c e n t o v e n t i d e le g a ti, c in q u a n ta g io r n a lis ti, q u in d ic i a d d e t t i a lla s e g r e t e r ia e o t t o c e n t o c i t t a d i n i p a r t e c ip a s s e r o a lla s e d u t a in a u g u r a le d e l c o n ­ g resso . D e i la v o r i è s t a t o c o n s e r v a to u n r e s o c o n t o s te n o g r a fic o , e d it o n e l 1 9 4 4 , c h e c i r e s t it u is c e il p e c u lia r e c lim a d i q u e i g io r n i, v is s u t i, in p r im o lu o g o , c o m e u n a sc a ­ d e n z a c h e l e g it t im a v a , d i f r o n t e a l p a e s e e a g li a lle a t i, l e n o n n u m e r o s e f o r z e d e l l ’a n ­ t if a s c is m o m e r id io n a le . I d e le g a t i r a p p r e s e n ta v a n o v e n t u n o p r o v in c e ; se s i a n a liz ­ z a la lo r o p r o v e n ie n z a p o lit ic a , e m e r g e q u a n to e s s i f o s s e r o e s p r e s s io n e d e l le n t o e f a t ic o s o s v ilu p p o d e i p a r titi a n tifa s c is ti. I n m o lt i c a s i s in g o le p r o v in c e e r a n o r a p ­ p r e s e n t a t e s o lt a n t o d a u n o o d u e d e le g a t i e c iò s ig n if ic a v a c h e in m o lt e r e a ltà n o n

Chianese

Bari e il I Congresso dei Cln dell’Italia liberata

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esistevano i Cln ma soltanto embrioni di organizzazioni partitiche. La rappresen­ tanza politica era disomogenea, emergevano invece prestigiose figure di antifasci­ sti, tra cui in primo luogo Benedetto Croce e poi Carlo Sforza, Alberto Cianca, Fi­ lippo Caracciolo, Oreste Lizzadri - che rappresentava il Ccln - , Dino Gentili, Gui­ do Molinelli. Dopo l ’apertura di Michele Cifarelli, presidente del Cln di Bari, e di Arangio Ruiz, presidente del Cln di Napoli, fu eletto un ufficio di presidenza composto da Alberto Cianca e Tito Zanib o ni. Centrale fu il discorso di Cro ce che ripercorse le tappe del crollo del regime sostenendo l’urgenza di realizzare una piena democra­ zia, anche attraverso una critica all’operato della monarchia di cui, però, come è noto, non veniva messa in crisi la legittimità in quanto istituzione. La posizione di Croce fini con l’essere egemone nel congresso, ma emersero opi­ nioni diverse, di critica radicale all’istituto monarchico, espresse ad esempio da Ore­ ste Lizzadri, Tommaso Fiore, Adolfo Omodeo. I tre partiti di sinistra erano d’accordo su una mozione di aperta condanna della monarchia; dopo intense trattative prevalse però una posizione di mediazione che rifletteva l’indirizzo di Croce: la que­ stione istituzionale veniva rimandata e si chiedeva l’abdicazione del re e la forma­ zione di un governo espressione delle forze antifasciste. Fu deciso inoltre di isti­ tuire una Giunta esecutiva permanente con il compito di attuare i deliberati del congresso. Essa fu composta da Francesco Cerabona (DI), Vincenzo Arangio Ruiz (Pii), Velio Spano (Pei), Vincenzo Calace (Pda), Angelo Raffaele Iervolino (De), Oreste Lizzadri (Psi). Le tappe salienti dell’attività della giunta sono conosciute, anche perché ne so­ no stati conservati i verbali. Essa entrò rapidamente in una fase di stallo che si ac­ centuò dopo il discorso di Churchill a sostegno della monarchia, a cui seguiva la cri­ si del Ccln a causa delle dimissioni del presidente Bonomi. La svolta di Salerno co­ stituì un evento nuovo nella situazione politica che ridefim i termini del rapporto tra forze antifasciste, governo e monarchia. Il congresso ebbe una vasta eco. Oltre ai dettagliati resoconti della «Gazzetta del M ezzogiorno», ne parlarono Radio Londra, il «N ew York Times», il «Times», mentre a Radio Bari, su pressione delle forze monarchiche, fu impedito dagli alleati di trasmettere in diretta i lavori del congresso. Gaetano Salvemini, in una confe­ renza ad Harvard pochi giorni dopo, esortò il governo alleato a tenere conto del­ l’istanza antimonarchica espressa dal congresso. Il dibattito politico e storico ha sempre registrato posizioni differenziate. L’in­ dirizzo azionista (Ferruccio Parri, Leo Valiani, Fabrizio Canfora) ha sottolineato l’importanza del primo appuntamento dell’antifascismo meridionale e l ’opportu­ nità di una critica radicale alla monarchia e al governo Badoglio, mentre gli studiosi comunisti (Franco D e Felice, Paolo Spriano) hanno posto in risalto come la con­ trappo sizione tra forze antifasciste e Regno del Sud, ribadita dal congresso, finisse col creare una situazione di empasse che impediva ai partiti ogni iniziativa politica.

ENZO COLLOTTI

La Resistenza in Europa

Identità e differenza nei m ovim enti di Resistenza in Europa. La Resisten­ za italiana entrò in campo per ultima tra i grandi movimenti che dapper­ tutto nell’Europa occupata dalle potenze dell’Asse si battevano contro l’oc­ cupazione del territorio nazionale e soprattutto contro l’instaurazione di un Nuovo ordine nelle relazioni tra stati e popoli fondati su principi di domi­ nazione a senso unic o e di sfruttamento. Ciò sebbene, al pari dell’opposi­ zione interna contro il nazismo in Germania, essa potesse vantare il più lun­ go retroterra di tradizione di lotta contro il fascismo, che alimentò uno dei filoni che sfociarono nella lotta illegale contro l’occupazione della W ehr­ macht e il collaborazionismo della Rsi dopo l ’armistizio dell’8 settembre 1943. A quella data infatti sul territorio occupato dalle potenze dell’Asse erano operanti, dall’Ovest all’Est del continente, una pluralità di movimenti e di forme di resistenza, che mutuando dall’esempio della résistance france­ se la sintetica espressione del loro essere, tendevano a presentarsi in una unificazione concettuale prima ancora che in una unica tipologia. In realtà, se nella stagione della sua maggiore maturità, che coincise in parte anche con la presenza del movimento italiano - perché questo rap­ presentò il rovescio della secessione dalla guerra e dall’occupazione di una delle potenze dell’Asse e quindi la prima grande frattura del fronte nazista e fascista, consentendo l’ulteriore espansione delle forze partigiane in aree strategiche fondamentali, in Iugoslavia e in Grecia - , la resistenza si pre­ sentava sull’intera area del territorio occupato come un ininterrotto secon­ do fronte di combattimento, percepito come tale dai comandi tedeschi, l’esi­ to di questi sviluppi non era stato affatto rettilineo. Diverse furono le tap­ pe cronologiche attraverso le quali giunsero a maturazione i vari movimenti, diversa la tipologia e la loro fenomenologia. A questi due fattori di diver­ sità contribuì sicuramente la differente natura dell’occupazione e dell’op­ pressione da parte delle potenze dell’Asse e in particolare del Reich nazi­ sta nelle varie parti dell’Europa; ma contribuirono anche i precedenti sto­ rici e le disparate esperienze politiche e sociali che le popolazioni avevano vissuto all’interno delle rispettive società nazionali. A grandi linee la schematizzazione che anche a proposito della Resi­ stenza viene avanzata tra Europa occidentale ed Europa centrorientale (e sudorientale) ha una sua indubbia validità, anche se sono necessarie ulte­

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La Resistenza in Europa

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riori specificazioni analitiche all’interno di questi due grandi settori geo­ grafici, cui non corrisponde omogeneità politica e socio-economica. Se per­ tanto le motivazioni di ordine generale che spinsero le popolazioni alla re­ sistenza si possono individuare nella comune quanto generica opposizione all’occupazione straniera, le spinte specifiche che connotarono i caratteri e l’intensità stessa delle forme della resistenza dipesero da fattori interni alle società nazionali e dal rapporto storico con le rispettive istituzioni. Al di là tuttavia delle motivazioni specifiche la Resistenza si colloca come un capitolo particolare della storia della seconda guerra mondiale in quanto espressione di una determinata temperie culturale. Movimento di massa, e già per questo fattore di novità nella storia dell’Europa contemporanea e non solo delle guerre di questo secolo, la Resistenza è scaturita dalla presa di co­ scienza del proprio essere come nazione e come società che l’occupazione nazista e fascista, implicando un profondo sconvolgimento di valori oltre che di ordinamenti, provocò nelle più diverse parti dell’Europa, ancora scon­ volta dagli esiti della prima guerra mondiale, dalle conseguenze della gran­ de crisi, dai mutamenti di regimi politici e dall’irruzione di ideologie che cosi fortemente hanno caratterizzato l’Europa dopo il primo dopoguerra. Questo spiega fra l’altro perché, concentrata in un breve arco di tempo, nel limite massimo di cinque-sei anni ma spesso anche entro limiti più ristret­ ti, la Resistenza ha prodotto valori duraturi e ha per molti aspetti rappre­ sentato la base di consenso dei sistemi politici instaurati dopo la guerra e la liberazione. Talvolta si è voluto stabilire uno spartiacque sottolineando nell’aggres­ sione nazista all’Unione Sovietica, nel giugno del 1941, il momento del pas­ saggio alla Resistenza con i partiti comunisti di ingenti masse popolari. In realtà nella cronologia della Resistenza il coinvolgimento nel conflitto dell’Unione Sovietica non significò soltanto una motivazione in più per quei partiti comunisti che non si erano ancora impegnati a fondo nella Resistenza (ma in Italia il Pedi non aveva mai disertato la lotta antifascista, cosi come altrove, per esempio in Iugoslavia, l’impegno dei comunisti nella Resisten­ za precedette l’ingresso nella guerra dell’Urss). Significò piuttosto la mo­ bilitazione a favore della Resistenza del potenziale militare dell’Urss, la pre­ senza di contingenti cospicui dell’Armata rossa e di popolazioni alle spalle delle forze tedesche, l’elaborazione di tecniche di combattimento, di ge­ stione di ampie zone libere, quindi anche di rapporti tra forze combatten­ ti e popolazione in cui ruolo militare e ruolo politico (la funzione del parti­ to) si fondevano come espressione di un potere (quello dello stato sovietico) che rimaneva pur sempre prioritario e superiore a ogni altro tipo di gerarchizzazione scaturita dalla lotta; e sarà questa una delle differenze più rile­ vanti tra la Resistenza sovietica, pur sempre diretta dal potere centrale, e quella degli altri movimenti della Resistenza. D appertutto in Europa la Resistenza fu un fenomeno politico e milita­ re, le due componenti furono presenti ovunque, ma l’aspetto politico non va identificato necessariamente con il ruolo dei partiti politici, che fu im­

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portante (anche se non esclusivo) soprattutto nelle situazioni di più acu­ ta politicizzazione e in cui la spinta alla resistenza non proveniva da istan­ ze meramente patriottiche contro l’occupazione straniera. L’istanza preva­ lentemente patriottica caratterizzò la Resistenza soprattutto nelle situa­ zioni in cui l’invasione aveva rotto un equilibrio di totale lealtà politica e di forte stabilità sociale: è il caso dell’Olanda e della Norvegia, già meno del Belgio, o della Danimarca. In Olanda e in Norvegia la fedeltà alla Casa re­ gnante, i cui rappresentanti lanciarono dall’esilio londinese l’appello alla Resistenza, si identificò con le motivazioni stesse della Resistenza, il cui obiettivo ultimo consisteva nella cacciata dell’occupante e nel ripristino del­ le istituzioni parlamentari. Analoga ma più complessa la situazione in Belgio, dove la compresenza del sovrano (quasi prigioniero dei tedeschi, il che non gli risparmiò accuse di connivenza con l’occupante) con le forze della Resi­ stenza creò in più di una occasione conflitti istituzionali e dove il forte col­ laborazionismo di elementi filonazisti e di esponenti filotedeschi del grup­ po etnico fiammingo animò aspre contrapposizioni tra le forze della Resi­ stenza e i diversi livelli di una sopravvivenza della continuità nella vita amministrativa. Ancora diversa si presentò la situazione in Danimarca do­ ve sino all’agosto del 1943 l’occupazione tedesca volle salvaguardare la pre­ senza di una vita parlamentare e la continuità della monarchia come em­ blema soprattutto verso l’esterno della normalità e del carattere non op­ pressivo della presenza tedesca. Nei fatti la denuncia della Resistenza e lo stesso comportamento del sovrano, che rifiutò di sottoscrivere la persecu­ zione degli ebrei imposta dai tedeschi, fecero fallire il tentativo di esibire una sorta di occupazione consensuale: prigioniero dei tedeschi, il re di Dani­ marca fini per rappresentare il simbolo della lealtà nazionale e istituziona­ le, e in suo nome la Resistenza si batté per il pieno ripristino dell’indipen­ denza, delle libertà costituzionali e delle istituzioni democratico-liberali. La Resistenza in Polonia. Primo territorio a essere invaso, se si fa astra­ zione dalla Cecoslovacchia smembrata a Monaco nel settembre del 1938 e interam ente distrutta nel marzo del 1939 con l’aggregazione diretta al Reich nazista, la Polonia pervenne relativamente tardi a forme assai elabo­ rate e profondamente radicate nella società di vita clandestina e di resi­ stenza. Bisogna partire in primo luogo dalla constatazione della disgregazio­ ne totale del suo assetto statuale imposto e realizzato dai nazisti; in secon­ do luogo dalla lotta feroce contro ogni forma di sopravvivenza dell’identità nazionale polacca condotta dall’occupante, con lo scopo dichiarato di di­ struggerne i ceti dirigenti, l’intellettualità e i quadri accademici, il clero cat­ tolico - in quanto esponente del ceto dirigente e insieme di una intellet­ tualità nazionale - , e di provocare il generale imbarbarimento della popo­ lazione polacca; in terzo luogo dalla persecuzione sino all’estirpazione fisica integrale della popolazione ebraic a, che in Polonia aveva il suo più com­ patto e omogeneo insediamento: il processo di ghettizzazione, che rappre­ sentò la prima fase della «soluzione finale» in Polonia con l’addensamento

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di grandi masse di ebrei in ampie aree urbane, costituì di per sé l’accumu­ lazione di un potenziale esplosivo che ebbe un rapporto anche troppo stret­ to con la Resistenza. Al tempo stesso, tuttavia, la Polonia visse l ’esperienza di un paese e di una società profondamente divisi. La mancanza di un ve­ ro retroterra di vita democratica fra le due guerre non consentì che la ri­ sposta all’occupazione e all’oppressione nazista fosse rappresentata dal­ l’identificazione in una piattaforma di valori largamente condivisi: pesava una tradizione semidittatoriale, autoritaria, antisemita, di oppressione di mi­ noranze nazionali, di acuta lotta di classe, di contrapposizioni sociali parti­ colarmente aspre nelle campagne. Nel 1939, inoltre, la Polonia, dopo il pat­ to tedesco-sovietico, aveva vissuto una doppia lacerazione: l’occupazione tedesca da una parte con il suo carico di mera distruttività, ma anche l’in­ corporazione di una parte del suo territorio nazionale nell’Unione Sovietica. Questa duplice occupazione rappresentò un ulteriore ostacolo alla creazio­ ne di una piattaform a comune anche dal punto di vista nazionale: il sen­ timento antirusso che già fra le due guerre aveva animato la contrapposi­ zione nazionale e ideologica in senso antibolscevico alla Russia sovietica, anche in funzione dell’alleanza con la Francia e del cosiddetto «cordone sa­ nitario» contro la rivoluzione proveniente dall’Est, trovò nuovo alimento nella spartizione del 1939. E comprensibile perciò che la parte della classe dirigente polacca che si fece rappresentare dal governo in esilio a Londra e che ben presto pose al servizio dei francoinglesi rilevanti unità di combat­ tenti polacchi di terra, ma anche sul mare e nell’aria, guardasse alla pro­ spettiva del ripristino della sovranità nazionale polacca non solo in funzio­ ne antitedesca ma anche antisovietica (e non solo genericamente antirussa). Uno stato d ’animo che non sarebbe mai stato fondamentalmente modifica­ to, neppure dopo l’aggressione nazista all’Unione Sovietica e l’aggregazione di quest’ultima nella coalizione antinazista con le democrazie occidentali. Se nel caso della Grecia la spaccatura tra un orientamento filoccidentale e un orientamento filorientale, come anticipazione del conflitto tra i due bloc­ chi della guerra fredda, fu conseguenza della diplomazia delle potenze del tempo di guerra, la divisione sottesa alla Resistenza in Polonia fu assai ante­ riore, riprodusse stati d ’animo esistenti prima ancora che si formassero i primi nuclei di una resistenza. Una premessa, questa, necessaria per capire il lungo travaglio che attraversarono le diverse componenti della società po­ lacca prima che fossero in grado di esprimere quella forte, capillare resi­ stenza che non fu frutto solo di un elementare quanto salutare istinto di conservazione ma anche di valutazioni politiche e di volontà di rinnova­ mento politico e culturale. I l caso francese. La complessità e il groviglio di problemi che accompa­ gnarono la maturazione della Resistenza in Polonia furono apparentemen­ te estranei nel caso della Francia. Talvolta nella storiografia si produce l’im­ pressione che la Resistenza in Francia sia nata come per incanto dall’appello del generale De Gaulle del 18 giugno 1940. Ma anche in questo caso la realtà

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è più complicata delle semplificazioni con le quali è stata tramandata la tra­ dizione della Resistenza. Senza pensare alla grave crisi morale, e non solo politica e sociale, di cui parla Marc Bloch nella Strana disfatta è difficile com­ prendere la risonanza che ebbero l’appello alla riscossa di De Gaulle ma an­ che l’appello tradizionalista contro la democrazia della Terza Repubblica, sconfitta oltre che dai tedeschi dalla crisi morale, del maresciallo Pétain («Honneur et patrie»). Anche la Francia dunque era divisa, anche qui la Resistenza nacque dalla divisione; si ebbe la mobilitazione di una parte del paese contro l’altra parte, quella che si illudeva di potere ridare un ruolo al­ la Francia nell’Europa di Hitler venendo a patti con l’occupante e vendi­ carsi della democrazia e del Fronte popolare o che, nel caso dell’estremismo collaborazionista, si prospettava il destino del paese nella sua completa e supina nazificazione. Complessa nella varietà delle motivazioni, che coinvolsero nella Resi­ stenza uomini delle forze politiche tradizionali - radicali, socialisti, i comu­ nisti dopo le iniziali esitazioni di fronte al fenomeno Vichy e al decantarsi degli schieramenti internazionali - , politici e sindacalisti, forze sociali, ope­ rai e intellettuali, combattenti dell’eserc ito sconfitto, la Resistenza dovet­ te affrontare anche una pluralità di dislocazioni territoriali, adeguandosi alle condizioni della Francia dopo l’armistizio. Gli uomini più vicini a De Gaulle si sarebbero radunati in Inghilterra, dove affluirono con il grosso dell’esercito britannico imbarcato a Dunkerque anche i residui reparti com­ battenti francesi disposti a continuare la lotta. La grande riserva di uomini della Francia combattente fu rappresentata dalle guarnigioni delle colonie, vero retroterra della Francia libera, terreno d ’incontro con gli angloameri­ cani e concreta incarnazione di una residua sovranità del paese fuori dal continente europeo. Ciò che naturalmente avrebbe alimentato anche nella Francia della Resistenza, a cominciare da De Gaulle, l’illusione della so­ pravvivenza dell’impero e dell’unità alla Francia metropolitana dei terri­ tori coloniali. La distribuzione della Resistenza non fu determinata soltanto da fatto­ ri di carattere geografico - le aree urbane e quelle montagnose, dalle Alpi al Massiccio Centrale - , ma anche dalla ripartizione del paese in diversi set­ tori d ’occupazione, almeno fino al novembre 1942, quando il regime d ’oc­ cupazione fu generalizzato all’intero territorio nazionale, persistendo sino all’armistizio italiano la distinzione tra l’area d ’occupazione tedesca (la più parte del territorio) e quella italiana, destinata infine a essere assorbita nel­ la prima. All’inizio la linea di demarcazione era formata dall’area di occu­ pazione diretta al Centro-nord, incluso il comprensorio urbano parigino, e l’area controllata dal governo di Vichy costituì a sua volta anche una sorta di demarcazione territoriale della Resistenza, che al Centro-sud ebbe il suo epicentro urbano nella metropoli lionese: al Sud la possibilità di reclutare proseliti da parte della Resistenza era accresciuta dalla gran massa di rifu­ giati disponibili a impegnarsi nella lotta, tra cui emigrati di varie prove­ nienze antifasciste, ebrei, ex combattenti di Spagna, tedeschi, italiani, au­

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striaci, polacchi. L’occupazione totale e diretta dell’intero territorio fran­ cese avrebbe finito per favorire anche l’unificazione e l’omogeneizzazione della Resistenza nelle forze francesi dell’interno. La Resistenza nei Balcani. Una fenomenologia analoga nella varietà del­ le motivazioni accompagnò il rapido crescere della Resistenza anche in Iu­ goslavia e in Grecia, dove prevalse nell’immediato la spinta della reazione all’occupazione straniera. In aree periferiche della Iugoslavia, in Slovenia, il risentimento della politica di snazionalizzazione del fascismo nei confronti delle minoranze slave accelerò e agevolò la precoce formazione di nuclei ri­ belli che si unirono rapidamente alle formazioni del dissolto esercito iugo­ slavo. La straordinaria politicizzazione della Resistenza non fu tuttavia so­ lo il prodotto della rivolta spesso spontanea contro lo straniero. Nel caso della Iugoslavia, più che altrove, incisero fattori diversi e di più lunga in­ cubazione. Se nella sua fase di maggiore m aturità ed espansione la forza del­ la Resistenza iugoslava fu dovuta al superamento delle tradizionali conflit­ tualità nazionali e alla tensione verso posizioni egualitarie in un modello fe­ derativo, nel momento della spinta iniziale determinanti furono piuttosto motivazioni politiche e classiste, accanto indubbiamente a quelle patriotti­ che. Anche la Iugoslavia usciva con la sconfitta militare e la completa di­ sgregazione della sua unità statuale (divisa, come fu, nella Slovenia annessa a Italia e Germania; nella Croazia di Pavelic, come stato vassallo delle po­ tenze dell’Asse; nella Serbia, sotto “protezione” tedesca; nel Montenegro, sotto quella italiana; e in altre aree occupate da Ungheria, Italia e Bulgaria) dall’esperienza autoritaria della monarchia dei Karadjordjevic. In questo quadro la Resistenza rappresentò, quanto meno nell’ispirazione del parti­ to comunista che ne sarebbe stata ia forza egemone, la risposta al fallimento della classe dirigente che non aveva saputo dare alcuna soluzione ai pro­ blemi più acuti dello stato iugoslavo sorto dopo la prima guerra mondiale (in primo luogo ai rapporti tra le nazionalità e alla questione agraria), né as­ sicurare una coerente condotta internazionale (particolarmente evidente nello sbandamento prò o contro l’Asse che colse la Iugoslavia dopo lo sfal­ damento dell’influenza francese a seguito dell’affermazione della Germa­ nia nazista nell’area danubiana). Anche qui dunque la sconfitta militare coincise con la sconfitta politica di un vecchio ordine e sistema politico che non si reggeva su basi democratiche di consenso. La Resistenza pertanto si poneva come istanza di lotta contro lo straniero ma anche come ricerca di un nuovo equilibrio politico e di nuovi rapporti sociali; la partecipazione alla Resistenza non solo di nuclei operai più politicizzati di alcuni centri ur­ bani (in particolare di Zagabria) e di quadri intellettuali di estrazione so­ cialista e comunista, che spesso si erano formati un’esperienza militare nel­ la guerra di Spagna, ma anche di lavoratori delle campagne rispecchiava uno spettro di forze sociali destinato a imprimerle un segno fortemente inno­ vatore e riformatore. Qui più che altrove la Resistenza contro gli occupan­ ti fu il detonatore che fece esplodere un potenziale latente di rivolta e il grò-

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viglio di contraddizioni su cui si era retto il labile equilibrio del regno dei serbi, dei croati e degli sloveni: un messaggio insieme di liberazione nazio­ nale e sociale. Un percorso analogo a quello che animò la Resistenza in Grecia, in cui la spinta immediata decisiva fu comunque la ribellione all’occupazione dell’Italia fascista prima ancora che della Germania nazista, che sarebbe rimasta padrona unica del territorio dopo l ’armistizio italiano del 1943. Sicuramente più lento che in Iugoslavia fu in Grecia il processo di omo­ geneizzazione delle forze della Resistenza, più profonde furono le divisio­ ni, più acuto lo scontro tra le forze innovatrici radicali e quelle leali alla monarchia, la cui conservazione rappresentava uno dei postulati della stra­ tegia imperiale di controllo del M editerraneo che ancora nel 1944-45 era nei disegni e nelle aspettative di Churchill. La Grecia divenne cosi ben presto teatro del gioco d ’influenze delle potenze, di cui i singoli settori del­ la Resistenza furono spesso inconsapevoli pedine. E anche l ’area in cui l’aspirazione all’autodeterminazione della Resistenza fu più amaramente disattesa. Anione Sovietica e G erm ania:aspetti diversi della Resistenza in Europa.

Origini e caratteri peculiari ebbe la Resistenza in due situazioni estremamente diverse: in Germania e nell’Unione Sovietica. La Resistenza nell’Unione Sovietica ebbe sicuramente modalità in comune con gli altri movimen­ ti diffusi nel resto dell’Europa, ma mosse anche da un impulso particolare che ne influenzò alcuni dei caratteri fondamentali. La resistenza all’occupa­ zione nei territori sovietic i non ebbe carattere spontaneo né nacque dal bas­ so, non fu un modo di contestare con la prepotenza dell’occupante anche il sistema sovietico - fenomeno di indubbia rilevanza, ma riferibile soprat­ tutto a movimenti come quello di Vlasov che finirono per collaborare con i tedeschi - , fu viceversa quasi un prolungamento della battaglia dell’Armata rossa contro le truppe d ’invasione. Nessun movimento di resistenza ebbe infatti alle sue spalle, in diretta contiguità territoriale, un potere cen­ trale - il potere dello stato sovietico - e un’organizzazione militare regola­ re possente, per cui le forze della Resistenza, al di là dell’impegno anche eroico di uomini e donne dello spazio russo, si posero oggettivamente co­ me espressione della continuità del potere legittimo. La funzione di difesa patriottica che la Resistenza assunse, lungi dal c reare la crisi di identità politico-sociale che si accompagnò a tu tti i movimenti della Resistenza più eversivi, conferì una conferma di legittimazione al potere dello stato so­ vietico e contribuì, con la risonanza della vittoria di Stalingrado e il carat­ tere simbolico che essa venne ad assumere a livello europeo, all’afferma­ zione del prestigio dell’Unione Sovietica presso tutte le forze della Resi­ stenza in Europa, molto al di là dei confini della militanza comunista fortemente impegnata nella lotta c ontro l’occupazione. Le caratteristiche non solo politiche ma anche geografico-territoriali entro cui si svolse la Re­ sistenza fecero sì che essa venisse inclusa nei veri e propri c icli operativi

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dell’Armata rossa. Essa inoltre dispose con larghezza del potenziale di ar­ mamenti e di strumentazione tecnica (a tu tti i livelli: dalle armi leggere al­ le tipografie clandestine e addirittura portatili e aereotrasportabili) che po­ teva essere fornito da un grande apparato militare e da un’organizzazione industriale a esso strettamente collegata. Se nelle motivazioni soggettive dei partigiani e delle partigiane sovieti­ che - di cui recano testimonianza i Messaggi dei condannati a m orte della R e­ sistenza sovietica - non si rinvengono accenti etici e umani diversi da quel­ li che animarono i resistenti nelle altre parti d ’Europa, le condizioni og­ gettive che resero possibile l’impegno di ingenti masse di popolazione dei territori sovietici occupati furono sicuramente irripetibili. Abbiamo lasciato per ultima la Resistenza in Germania non perché, co­ me ripetutam ente accadde di sentire nei primi anni dopo la sconfitta del Terzo Reich, non sia esistita o ne vada messa in dubbio la consistenza, ma perché essa a sua volta ebbe modalità specifiche e limiti che ne sottolinea­ rono la diversità rispetto alla generalità degli altri movimenti. Se si consi­ dera la periodizzazione comune a questi ultimi, che si può fare coincidere con il corso stesso della seconda guerra mondiale, l’opposizione al nazismo in Germania ebbe sicuramente un ben più lontano retroterra assimilabile piuttosto al percorso dell’antifascismo in Italia. Se fu certamente molto lun­ go, questo percorso fu anche estremamente duro a causa del sistema terro­ ristico e repressivo al quale fu esposto: infatti il sistema concentrazionario fu destinato in origine essenzialmente alla repressione degli oppositori rea­ li, potenziali o anche solo presunti del regime nazista. Ciò che comunque differenziava alla base la situazione tedesca e che impedì ai diversi nuclei della Resistenza di coagularsi a livello di massa e dar luogo a forme di op­ posizione - non solo militare ma anche di propaganda o di sabotaggio co­ me quelle che si diffusero altrove - fu il fatto che mancava ai tedeschi una delle principali spinte alla Resistenza: l’impulso alla ribellione contro lo stra­ niero. Da questo punto di vista la Resistenza nelle sue forme più autenti­ che poteva essere unicamente delle minoranze più consapevoli - non solo nei settori del vecchio movimento operaio più disponibili e predisposti al­ la lotta contro il nazismo - , in seno all’apparato amministrativo e militare e nella società civile; esse sole, in grado di non subire il ricatto nazionale del regime e decise a identificare l’appello patriottico con una realtà altra dal regime nazista, potevano farsi carico del messaggio di una Germania mi­ gliore e contrapporsi frontalmente al regime. Naturalmente, se non si tiene conto della complessa articolazione del sistema nazista - della fusione tra stato e società cui esso tendeva e della misura del controllo politico e socia­ le che mirava a stabilire su tutti gli aggregati della società; del processo com­ plessivo di accentramento politico-amministrativo e culturale, e non solo poliziesco, che realizzò - è difficile comprendere sia i motivi per cui i nu­ clei della Resistenza si ritrovarono confinati in uno spazio tanto ristretto, sia le ragioni per le quali, soprattutto ai vertici di talune articolazioni dello stato, della W ehrmacht, dell’amministrazione e della diplomazia, le forme

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dell’opposizione (i ripetuti tentativi di complotto contro il vertice nazista sino aì fallito attentato a H itler del 20 luglio del 1944) scaturirono gene­ ralmente dall’incontro di avversari autentici del nazismo e di settori della sua fronda interna decisi a salvare il salvabile di fronte alla prospettiva del­ la disfatta totale. Da questo punto di vista la crisi del fronte interno durante la guerra e lo sviluppo della Resistenza furono due facce della stessa problematica. Le linee di una profonda divisione interna, che non erano state tracciate nep­ pure da misure di grave lesione dei diritti umani come era accaduto nel ca­ so della persecuzione degli ebrei, furono scavate dalle sconfitte militari e segnatamente dal rovescio della sorte della guerra sul fronte orientale, in prossimità immediata della disfatta di Stalingrado. Episodi come quelli dei giovani studenti della Weisse Rose, reduci dal fronte russo, che per primi fecero apertamente appello alla ribellione e al sabotaggio contro il regime nazista - in nome fra l’altro della solidarietà con le popolazioni del resto d ’Eu­ ropa, oppresse dalla Germania nazista, e di valori universalistici, al di là dell’ispirazione religiosa che li muoveva - , rappresentano il momento di convergenza politica e ideale più esplicito che determina la considerazione a pieno titolo della Resistenza in Germania nel più generale processo della Resistenza in Europa. G li alleati e la Resistenza. Ovunque la Resistenza fu condizionata dal comportamento delle potenze della coalizione antinazista. Se è vero che i movimenti della Resistenza non ebbero bisogno della spinta degli alleati per iniziare la lotta contro l’occupazione, altrettanto vero è che essi erano con­ sapevoli sin dall’inizio che non avrebbero potuto conseguire il successo con le loro sole forze. Anche quei movimenti, come quello iugoslavo, che mi­ rarono a ottenere il massimo risultato contando solo su se stessi, sapevano che l’esito finale della lotta sarebbe dipeso dall’impegno politico e militare delle potenze e dai rapporti tra esse intercorrenti; istintivamente, i movi­ menti della Resistenza, indipendentemente da intese specifiche, si senti­ vano parte di un ideale unico fronte contro il fascismo e il nazismo; tu tta­ via è dubbio che si possa parlare di una vera e propria strategia della coali­ zione antinazista nei confronti dei movimenti di resistenza. Ciascuna delle potenze elaborò una rete di rapporti e di aiuti in base a valutazioni più o meno precise del contributo che alle operazioni militari poteva venire dal­ la Resistenza. La più immediatamente coinvolta in questi rapporti fu per ovvie ragioni la Gran Bretagna, il cui punto di vista pesò a lungo, almeno fin quando essa conservò la guida strategica della guerra. Se si eccettua la concezione del tutto particolare che l’Urss ebbe della Resistenza diretta dall’Armata rossa come parte organica dei suoi piani, la solidarietà degli al­ leati con i diversi movimenti della Resistenza non andò oltre certi limiti. Sicuramente, gli alleati ne amplificarono anche dal punto di vista propa­ gandistico il significato, se non altro per favorire il processo di isolamento dei tedeschi rispetto alle popolazioni dei territori occupati, che ha trovato il

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suo monumento letterario nell’intenso racconto II silenzio d e l mare di Vercors, uno dei capolavori della letteratura clandestina, diffuso nel 1941; ne colsero gli aspetti di utilità militare, a cominciare dal servizio di informa­ zione cui diedero tuttavia una interpretazione sempre riduttiva, attenti a non conferire eccessiva forza ai singoli movimenti: essi infatti non intese­ ro mai sottolinearne l’importanza politica, temendo forse la formazione di volontà e di centri di potere e decisionali autonomi rispetto alle loro esi­ genze e alle loro prospettive oppure paventandone (in particolare gli ingle­ si) il prevalere, in talune situazioni (in Grecia o anche in Italia, meno in Francia), della componente comunista cui attribuivano intenzioni che spes­ so non appartenevano alla linea che gli stessi partiti comunisti avevano ela­ borato e concordato con le altre forze della Resistenza. La G ran Bretagna non lesinò aiuti alla Resistenza, istituì addirittura un apposito settore, il Soe (Special Operations Executive), per fornire di quadri tecnici e di collegamento le missioni inviate presso i singoli movimenti, partendo da una concezione eminentemente tecnica del tipo di aiuto che i gruppi partigiani potevano recare alla guerra degli alleati: il sabotaggio militare e industria­ le dell’apparato nemico (di cui si ebbero manifestazioni clamorose, come l’attacco riuscito agli impianti dell’acqua pesante in Norvegia, decisivo per ritardare i progetti tedeschi di fabbricazione della bomba atomica), privile­ giando nettamente questo livello rispetto alla prospettiva della formazione di grandi movimenti portatori di aspettative militari e politiche che ten ­ dessero a scavalcare i propositi degli alleati. Gli inglesi, quando si trovaro­ no a dovere affrontare situazioni complesse come quella iugoslava - carat­ terizzata dalla presenza di un’area filomonarchica largamente egemonizza­ ta dai cetnici (nazionalisti serbi), interessati più alla lotta contro i partigiani di Tito che a quella contro i tedeschi - , operarono con totale R ealpolitik dando al movimento guidato da Tito il riconoscimento corrispondente al peso che esso era in grado di dispiegare nella guerra contro le forze tede­ sche. Altrove invece, come in Grecia, non appena videro che le forze mag­ gioritarie nella Resistenza minacciavano di travolgere gli interessi della parte conservatrice e dello stesso impero britannico, non esitarono a inter­ venire contro di esse avendo le spalle coperte dall’accordo strategico-diplomatico con l’Urss. Non solo quindi gli obiettivi della Resistenza non coincidevano necessariamente, soprattutto sul breve periodo, con quelli del­ le potenze alleate, ma spesso gli stessi movimenti di resistenza subirono il riflesso negativo della conflittualità e della divisione tra le potenze al­ leate. Al di là della situazione greca, il caso in cui più profondo fu il conflitto tra le principali componenti della Resistenza, anche come riflesso delle di­ vergenze tra le potenze, fu certo quello della Polonia. Un caso particolar­ mente drammatico perché capillare era stato in Polonia il coinvolgimento dei più larghi strati della società nell’azione clandestina di promozione e ge­ stione di veri e propri contropoteri, per esempio nell’organizzazione di una fitta rete illegale culturale ed educativa necessaria a contrastare il progetto

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di imbarbarimento e di analfabetizzazione della popolazione polacca av­ viato dall’occupazione tedesca. Mentre quindi la Resistenza a livello sociale ed esistenziale era riuscita a creare in Polonia, secondo la definizione dello storico americano T. Gross - estensibile in qualche misura anche all’anali­ si di altre realtà della clandestinità - , una vera e propria contro-società, a livello politico e militare la Resistenza visse un’esperienza profondamente di­ versa. Almeno sino al 1943 la Resistenza si riconobbe prioritariamente nel­ la cosiddetta armata dell’interno, promossa con l’appoggio determinante del governo in esilio a Londra, il cui orientam ento filoccidentale si irri­ gidì ulteriormente allorché, dopo l’aggressione tedesca e l’inizio della con­ troffensiva sovietica, prese corpo anche l’organizzazione militare della Re­ sistenza comunista e filosovietica. L’insurrezione di Varsavia dell’agosto del 1944, avvenuta senza collegamento né con i sovietici, che erano alle por­ te di Varsavia, né con gli angloamericani, come riconosce la stragrande mag­ gioranza della storiografia, fu il risultato di una scelta politica, prima anco­ ra che militare, allo scopo di liberare Varsavia prima dell’arrivo delle forze sovietiche, con uno di quei gesti attraverso cui anche in altre parti d ’Euro­ pa (Francia, Italia e Grecia, per non parlare della Iugoslavia) la Resistenza aveva voluto affermare la sua indipendenza dalle grandi potenze e la sua ca­ pacità di autodecisione e di autogoverno. A Varsavia, però, le condizioni politiche e militari non consentivano, anche alla luce dei rapporti di forze, una simile scelta. La distruzione della città, che era già cominciata da par­ te tedesca con la repressione dell’insurrezione del ghetto (aprile-maggio 1943), fu adesso completata e radicalizzata senza più remora alcuna. Nessuna attenzione presso gli alleati aveva trovato, più di un anno pri­ ma, proprio l’insurrezione del ghetto, l’episodio più alto e significativo del­ la Resistenza ebraica, la manifestazione della volontà di non soccombere alla condanna a morte del popolo ebraico decretata dai nazisti. Gli insorti del ghetto sapevano benissimo che da soli contro le forze tedesche non avrebbero potuto conseguire alcun successo; tuttavia lanciarono egualmen­ te un messaggio che non era di disperazione ma l ’affermazione che era pos­ sibile combattere, anche se la strategia alleata non prevedeva alcuna forma d ’aiuto a iniziative estranee a ogni logica militare e votate alla sconfitta. Questo episodio rappresentò un aspetto più c omplesso di quella Resisten­ za ebraica che proprio in Polonia ebbe il suo epicentro, anche al di fuori dei ghetti e dei lager, nell’odissea dei partigiani ebrei protagonisti, tra l’altro, di uno dei romanzi di Primo Levi, Se non ora, quando? Maggiore attenzio­ ne per la Resistenza sul continente europeo gli angloamericani ebbero sol­ tanto in previsione dell’apertura del secondo fronte, alla vigilia dello sbar­ co in Normanflia (giugno 1944), quando i sabotaggi e le azioni di disturbo dei maquis alle spalle delle forze tedesche entrarono nei calcoli e nella stra­ tegia dell’offensiva alleata. La «Resistenza passiva». La fenomenologia della Resistenza conobbe una tipologia comune, al di là di ogni differenza specifica, nelle più diver­

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se aree dell’Europa, in ragione ovviamente dei caratteri socio-politici e geo­ grafici delle rispettive aree. Il coinvolgimento di larghi settori di popola­ zione, che secondo un’immagine efficace rappresentava l’acqua nella qua­ le potevano nuotare i pesci, ovvero i protagonisti di azioni esemplari, fu la condizione prima che consenti alla Resistenza di manifestarsi con le for­ me e i livelli di intensità più diversi. Oggi la storiografia tende a superare o a definire in maniera più sfumata alcune categorie tradizionali, come la distinzione tra Resistenza attiva e passiva, troppo compressa in una inter­ pretazione tu tta a ridosso degli avvenimenti nell’identificare la Resisten­ za attiva con forme di lotta armata e troppo poco attenta al significato che ebbe allora il consenso, anche tacito, di larghi settori delle popolazioni sen­ za la cui complicità nessuna forma di resistenza, anche solo morale, sarebbe stata possibile. Rivalutare il concetto di una Resistenza civile o «senz’ar­ mi» (come proposto da Sémelin) non significa ovviamente annullare l’area dei comportamenti attendisti o di quella «zona grigia» della quale si ten ­ ta di decifrare stati d ’animo e comportamenti, al di fuori di semplicistiche banalizzazioni. Non si tra tta di esaltare l’una o l’altra forma della Resi­ stenza né di stabilire gerarchie tra le sue diverse forme, ma solo di resti­ tuire la complessità di una situazione tipica di una società assoggettata in cui l’oppresso vive fianco a fianco con l’oppressore e nella sua battaglia trae forza proprio dall’anonimato. Incutere nell’occupante il sospetto che il nemico potesse essere dovunque - nel ragazzino che portava viveri ai partigiani, nella ragazza che distribuiva stampa clandestina piuttosto che nella donna di mezza età che fungeva da staffetta, nelle donne che orga­ nizzavano i mezzi di sopravvivenza per gli ebrei e i perseguitati braccati dalla polizia, negli operai che potevano fermare il lavoro: questo fu certa­ mente uno dei vantaggi psicologici della Resistenza, di cui essa si servì og­ gettivamente come arma. I fili della solidarietà - nelle forme più diverse: dall’assistenza alle azioni collettive come gli scioperi, dalla renitenza alla leva al rifiuto di rispondere ai bandi d ’arruolamento per il lavoro per il Ter­ zo Reich, all’assistenza agli ebrei o ai prigionieri alleati fuggiti ai campi di concentramento - crearono una rete infinita di comportamenti anche in relazione a una molteplicità di motivazioni, da quelle esistenziali più istin­ tive a quelle intellettualmente più elaborate. Una valutazione di quel cam­ pionario esemplare di motivazioni, rappresentato dalle Lettere d i condanna­ ti a m orte della Resistenza europea, conduce a scoprire nella pluralità delle motivazioni più soggettive - di carattere umano, etico, religioso, politico la presenza di un nucleo forte di valori comuni, legati all’amore e alla di­ gnità della vita e al rispetto degli altri, al di là di ogni frontiera, e allo scon­ tro per la vita e per la morte che nella storia della nostra civiltà fu provo­ cato dall’affermazione del fascismo e del nazismo. L’impegno totale di uo­ mini e donne in una lotta spesso impari, soprattutto nell’immediato, non si può spiegare senza la consapevolezza dell’offesa che veniva inferta al­ l’umanità.

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I l ruolo della stampa clandestina e d e l m ovim ento operaio. Tra le attività che animarono la Resistenza un ruolo determinante fu assolto in ogni conte­ sto dalla stampa clandestina. In maniera indiretta essa esaltò anche il con­ tributo degli intellettuali, che fu particolarmente vivo ed evidente in alcu­ ni contesti (e non solo in Francia, che produsse una stampa clandestina c|i elevato valore, anche letterario, e una rilevante editoria nell’illegalità). E quanto si verificò soprattutto in Polonia, dove il crollo e la sconfitta della classe politica dirigente e i propositi di distruzione di ogni capacità civile e intellettuale del popolo polacco manifestati dai tedeschi ribaltarono sui ce­ ti intellettuali e accademici una funzione di supplenza politica per la salvaguardia dell’identità nazionale che ne esaltò il ruolo dirigente. Essi non fu­ rono importanti soltanto per i messaggi che elaborarono, ai fini immediati della lotta, per esplicitare la coscienza di quanto era necessario sul momento per la sopravvivenza esistenziale e nazionale. Nell’ambito del loro totale impegno nella Resistenza, i più consapevoli capirono anche quanto fosse necessario e importante trasmettere alle generazioni future un messaggio positivo e la memoria cjelle sofferenze, ma anche delle pagine luminose scrit­ te nella clandestinità. E ciò che accomuna, nelle due parti dell’Europa inva­ sa, due personalità così diverse ma per certi versi cosi affini - e non solo per l’essere stati entrambi vittime della violenza nazista - come Marc Bloch ed Emanuel Ringelblum, il grande storico delle «Annales» e il creatore e custode degli archivi segreti del ghetto di Varsavia. Talvolta è stata esalta­ ta la capacità dell’intellettuale di brandire le armi, come segnale di una sua disponibilità all’azione (questa fu sicuramente la risposta al lungo digiuno di autonomia imposto dal regime fascista, come attesta ad esempio Giaime Pintor); ma il vero fatto nuovo della Resistenza fu, da parte degli intellet­ tuali, un’assunzione di responsabilità di tipo nuovo che nella crisi dei ruo­ li politici tendeva a farne la guida della nazione. La diffusione della stampa clandestina fu uno dei tratti più comuni ai movimenti di resistenza nelle diverse aree dell’Europa. Laddove si trattò essenzialmente di una Resistenza non armata l’opera delle tipografie ille­ gali risultò spesso tra le attività più rischiose e anche il livello più alto di opposizione; assolse al compito della controinformazione, della propagan­ da e della diffusione di un pensiero alternativo; divulgò le motivazioni del­ la Resistenza ma contribuì anche alla formazione, e non solo alla circola­ zione, di una nuova progettualità, oltre a elaborare la critica dei sistemi sconfitti dal fascismo e dal nazismo. Fu per molti aspetti il veicolo della spe­ ranza, aprì la strada alle aspettative di un mondo migliore. La circolazione ovunque, nelle diverse parti del continente, di un’idea di Europa contrap­ posta al Nuovo ordine dei fascismi, come concezione diversa dei rapporti tra i popoli e come consapevolezza della inscindibilità della sorte degli uni da quella degli altri e della indivisibilità della pace: una ricerca tematizza­ ta in questa direzione metterebbe in evidenza come questa fosse una delle grandi aspettative che animò la Resistenza e incoraggiò la società clande­

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stina a tenere duro, a operare positivamente per la sopravvivenza, a dare un senso ai sacrifici di una quotidianità tanto avara di gratificazioni quan­ to ricca di pericoli. L’organo clandestino redatto e diffuso in Francia da un antifascista italiano emigrato, emblema egli stesso dell’internazionalismo della Resistenza, Silvio Trentin - «Libérer et fédérer», dal nome dell’omo­ nimo movimento illegale - , fu uno degli esempi più significativi di questa nuova progettualità e delle aspettative europeistiche, legate a una conce­ zione precisa di una democrazia fondata su un largo sistema di autonomie nei rapporti tra gli stati ma anche all’interno di essi, che maturarono negli anni della Resistenza. Persino nelle situazioni estreme, come nel caso del­ la battaglia ultima degli insorti del ghetto di Varsavia, la stampa clandesti­ na diede voce all’anelito di libertà di chi non accettava di essere soffocato e trasmise in questo modo un messaggio da consegnare ai vivi, prima anco­ ra che alla storia, per incoraggiarne la volontà di lotta e di sopravvivenza. Non è infine da trascurare nella Resistenza il peso di componenti par­ ticolari della società, delle Chiese, delle università, del movimento operaio, come segmenti trasversali che operarono al di là e al di sopra dei compartimenti partitici. Importante fu il ruolo del movimento operaio non soltan­ to nel sabotaggio diretto della macchina dell’economia di guerra del Terzo Reich ma soprattutto nell’impedire la realizzazione del progetto di saccheg­ gio sistematico delle risorse e dell’apparato produttivo dei territori occu­ pati, con una funzione anche di salvaguardia delle prospettive produttive per il futuro. Esso fu anche protagonista di agitazioni collettive, di grandi scioperi di massa il cui significato andò ben oltre il danno immediato che potevano recare alla produzione bellica per gli occupanti, ben oltre le ri­ vendicazioni di settori particolari di lavoratori. Lo sciopero - di solidarietà o per ottenere migliori condizioni salariali, per la conservazione del posto di lavoro oppure contro la minaccia di smontaggio o di trasferimento di im­ pianti - fu sempre un segnale la cui risonanza non poteva restare chiusa en­ trò la cerchia dei suoi protagonisti materiali: il fatto che tanti individui, in­ sieme e contemporaneamente, assumessero un comportamento che sfidava l’ordine imposto dalle autorità d ’occupazione bloccando i trasporti piutto­ sto che un settore produttivo, produceva di per sé un effetto di risonanza e di diffusione, per imitazione o per incoraggiamento, di tanti altri com­ portamenti trasgressivi. In Olanda, in Francia, in Italia, per ricordare i ca­ si più macroscopici, lo sciopero fu uno dei segnali più forti di contestazio­ ne del potere dell’occupante e dei suoi collaboratori, certo tra i più effica­ ci dal punto di vista del coinvolgimento collettivo. Al di sopra di esso, la circostanza più alta in cui nella Resistenza le po­ polazioni invase fecero le loro prime prove di democrazia fu costituita cer­ tamente dalla gestione delle zone libere. Soprattutto nelle aree in cui l’espan­ sione partigiana operava su spazi relativamente ampi (sicuramente in Iugo­ slavia e nei territori sovietici, in condizioni diverse in Francia e in Italia), alla funzione militare di creare dei cunei nello schieramento nemico le zo­ ne libere affiancarono la realtà di molteplici isole in cui si esercitava l’au­

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togoverno delle popolazioni, quasi un’anticipazione della futura società per la quale la Resistenza aveva oggettivamente preparato i quadri. Il peso nei governi del dopoguerra, anche nelle due parti dell’Europa divisa dalla guer­ ra fredda, di uomini usciti dall’esperienza della Resistenza non è certo da sottovalutare nella considerazione del retaggio di questo capitolo della se­ conda guerra mondiale. La guerra poteva essere vinta dalle potenze della coalizione antinazista anche senza la Resistenza; ma senza di essa l’Europa non avrebbe riacquistato una sua identità, che consisteva in primo luogo nel rifiuto del Nuovo ordine delle potenze dell’Asse ma soprattutto nella prefigurazione di una nuova gerarchia di valori anche nei rapporti tra i po­ poli e tra gli stati. N o ta b ib lio g r a f ic a . A r t e d e lla L ib e r tà . A n tif a s c is m o , g u e rra e lib e r a z io n e in E u r o p a . 1 9 2 5 - 1 9 4 5 , M a z z o t t a , M i ­ l a n o 1 9 9 5 ; A A . W . , L a R e s is te n z a e u r o p e a e g li A l l e a t i , A t t i d e l I I C o n g r e s s o i n t e r n a z io n a le s u lla s t o r ia d e lla r e s i s t e n z a e u r o p e a ( M i la n o , 2 6 - 2 9 m a r z o 1 9 6 1 ) , I n s m li , L e r ic i, M i la n o 1 9 6 2 ; F . W . D e a k in , L a m o n ta g n a p i ù a lta . L ’e p o p e a d e l l ’e s e r c ito p a r tig ia n o ju g o s la v o , E in a u d i, T o ­ r i n o 1 9 7 2 ; E u r o p e a n R e s is ta n c e M o v e m e n ts . 1 9 3 9 - 4 5 . F ir s t I n te r n a tio n a l C o n fe r e n c e o n t h e H i s to r y o f t h e R e s is ta n c e M o v e m e n ts , P e r g a m o n P r e s s , O x f o r d i 9 6 0 ; S . H a w e s e R . W h i t e (a c u ­ ra d i) , R e s is ta n c e in E u r o p e . 1 9 3 0 - 1 9 4 5 , P e n g u in , L o n d o n 1 9 7 6 ; P . M a l v e z z i e G . P i r e l li (a c u r a d i) , L e tte r e d i c o n d a n n a ti a m o r te d e lla R e s is te n z a e u r o p e a , p r e f a z i o n e d i T h . M a n n , E i ­ n a u d i , T o r i n o 1 9 5 4 ; M e ssa g g i d e i c o n d a n n a ti a m o r te d e lla r e s is te n z a s o v ie tic a , T e t i , M i la n o 1 9 7 4 ; H . M i c h e l , L e s m o u v e m e n ts c la n d e s tin s e n E u r o p e ( 1 9 3 8 - 1 9 4 5 ) , P u f , P a r is 1 9 6 1 ; I d . , L a g u e r re d e l ’ O m b r e . L a R e s is ta n c e in E u r o p e , G r a s s e t , P a r is 1 9 7 0 ; J . S é m e l in , S e n z ’a r m i d i f r o n t e a H i t l e r . L a R e s is te n z a C iv ile in E u r o p a . 1 9 3 9 - 1 9 4 3 ( 1 9 8 9 ) , S o n d a , T o r i n o 1 9 9 3 ; G . V a c c a r i n o , S to r ia d e lla R e s is te n z a in E u r o p a . 1 9 3 8 - 1 9 4 5 . 1 p a e s i d e l l ’E u r o p a c e n tr a le : G e r m a ­ n ia , A u s t r i a , C e c o s lo v a c c h ia , P o lo n ia , F e lt r i n e lli , M i la n o 1 9 8 1 .

N IC O L A L A B A N C A

Internamento militare italiano

G li internati m ilitari italiani n el contesto della prigionia di guerra. «Chi non è con noi, è contro di noi»: questo fu, già una settimana dopo l’armi­ stizio dell’8 settembre 1943, l’ordine diramato dal Comando supremo te­ desco (o k w ) sul comportamento da tenere nei confronti di circa un milione di soldati e ufficiali italiani catturati da parte tedesca. La sfiducia accumu­ lata negli anni di guerra da parte del regime nazista nei confronti dell’alleato-subordinato fascista nonché lo sdegno di Hitler verso Mussolini e gli ita­ liani al 25 luglio 1943 si riversarono così su quei soldati lasciati all’armisti­ zio il più delle volte senza ordini dai propri comandi o sopravvissuti, come a Cefalonia, a scontri anche aspri e prolungati con i tedeschi. Furono quindi specifiche considerazioni di ordine politico (nei confronti dell’“alleato” Rsi), economico (la Germania dell’estate-autunno 1943 ave­ va sempre più bisogno di manodopera) e anche razziale a segnare assai pre­ sto e in modo particolarmente vessatorio la sorte di quei prigionieri di guer­ ra. La specificità della loro situazione fu ben presto evidente sin dalla de­ finizione utilizzata per loro dal regime nazista: essi non furono, come i militari catturati di altre nazioni, prigionieri di guerra ma, appunto, «in­ ternati militari italiani» (Imi). Un conflitto di massa e totale, soprattutto se di movimento, quale fu la seconda guerra mondiale, produce naturalmente una m oltitudine di pri­ gionieri di guerra. Già fra O ttocento e Novecento, a partire dalla costitu­ zione dei grandi eserciti nazionali basati sulla coscrizione obbligatoria e sulla mobilitazione, si erano avuti i primi accordi internazionali sul tra t­ tamento dei feriti e dei prigionieri. In particolare, sull’onda dell’esperien­ za della Grande guerra, circoli umanitari e ambienti diplomatici e milita­ ri delle maggiori potenze avevano rielaborato le convenzioni precedenti che disciplinavano il trattam ento dei prigionieri di guerra e concedevano a organismi super partes come il Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) ampi poteri di controllo e di sostegno umanitario. Di tali conven­ zioni si avvalsero in genere i milioni e milioni di prigionieri di guerra del secondo conflitto mondiale: e questo pur nella eccezionale disparità delle condizioni della cattività legate alla differenza fra potenze cattrici, scac­ chieri operativi, campi, periodi e - tra i prigionieri - persino fra individuo e individuo.

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Ma il regime nazista non volle, nemmeno nella definizione giuridica, guardare agli italiani catturati all’8 settembre come a normali prigionieri di guerra. Essi, appunto definiti «internati militari italiani», non poterono avvantaggiarsi - se non per casi particolari ed eccezionali - della sorve­ glianza dei delegati del Cicr, delle norme consuete per l’alimentazione e per l’inoltro della corrispondenza verso e dalle famiglie, e soprattutto della re­ gola che escludeva (almeno formalmente) i prigionieri di guerra e in parti­ colare gli ufficiali dal dovere di prestare ausilio alla potenza cattrice con il proprio lavoro. La storia degli Imi ebbe cosi caratteristiche sue proprie nell’ampio panorama dei prigionieri di guerra della Germania nazista. A ri­ gore giuridico, la figura dell’«internato», peraltro soprattutto civile, era prevista nelle convenzioni internazionali solo per quei cittadini di uno sta­ to neutro confinante che avessero assunto comportamenti ostili all’occu­ pante straniero e che fossero stati appunto da questo «internati»: ma tale definizione era evidentemente inapplicabile agli italiani catturati in segui­ to all’armistizio. Il solo scopo della definizione (e del trattam ento conse­ guente) stava nella volontà tedesca di avere mano libera su questa gran mas­ sa di italiani. Ad aggravare ancor più la situazione degli Imi e a legittimare l’inclu­ sione - per certi versi - della loro esperienza nell’ambito della Resistenza sta il fatto che il regime nazista offrì la liberazione dai campi di prigionia e il rinvio in Italia a quei prigionieri italiani che si fossero arruolati nelle for­ ze armate tedesche e soprattutto nelle costituende forze armate repubbli­ chine. Una quota di prigionieri aderì a tale proposta, reiterata dal momen­ to della cattura sino ai primi mesi del 1944, quando gli Imi avevano già fatto l’esperienza del durissimo inverno 1943-44 nei lager, sottoposti a una de­ tenzione che li esponeva alla scelta fra l’eliminazione per fame nei campi e la morte per sfruttamento per lavoro coatto e militarizzato all’interno del sistema economico di guerra della Germania nazista. Ma il fatto che la stra­ grande maggioranza degli Imi, soldati e ufficiali, e percentualm ente più quelli che questi, rifiutò di aderire alla Rsi costituì - per Berlino non meno che per Salò - un affronto e un disconoscimento di massa di altissimo va­ lore politico. Si è insinuato che così facendo gli Imi non avessero rifiutato il nazifascismo ma, più genericamente, la guerra, cercando in qualche mo­ do di avvicinare il loro comportamento a quello genericamente attendista di settori della popolazione in patria. In realtà, l’accostamento è inaccetta­ bile perché 1) riguarda situazioni difficilmente paragonabili; 2) sottovalu­ ta - sia pure nel fuoco di una guerra totale e di occupazioni militari parti­ colarmente efferate come quelle naziste - la condizione eccezionale, quasi la “situazione estrema” in cui gli Imi, dopo i primi mesi di lager, vennero a trovarsi; 3) non coglie che da parte tedesca, allora in eccezionale neces­ sità di manodopera, il rifiuto degli Imi ad aderire alla Rsi aveva il senso po­ litico, oltre che di una conferma del carattere impopolare del regime neo­ fascista, di un rifiuto di collaborare a quella stessa guerra che sempre più evidentemente minava le basi del Terzo Reich.

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La sorte degli Im i tra Salò e Berlino. La possibilità di una scelta, di una “liberazione” in cambio di un’adesione, non era un caso isolato nell’ambi­ to di una guerra totale e ideologica quale fu il secondo conflitto mondiale. Con scelte drammaticamente analoghe dovettero confrontarsi, ad esempio, molti francesi catturati dai tedeschi, soldati di altre nazionalità presi dal­ l’esercito sovietico ed ex militari di ogni provenienza finiti nelle varie for­ mazioni della Resistenza europea. Ma il deliberato e prolungato ricatto ri­ volto dal regime nazista agli Imi, rafforzato nei lager da un trattam ento ves­ satorio che per gli italiani si rivelò più lieve solo se rapportato a quello du­ rissimo subito dai sovietici (quotidianamente esposti allo sterminio per ragioni allo stesso tempo ideologiche e razziali, in quanto comunisti e sla­ vi), non ebbe paragoni per sistematicità, ferocia ed esiti, anche mortali. Non si è forse riflettuto abbastanza, ad esempio, che se per i francesi - prigio­ nieri in molti casi sin dal giugno 1940 - si era escogitato il sistema della re­ lève ciò non fu fatto, in quelle forme, per gli italiani, che pure della Germa­ nia nazista erano stati sino al 1943 alleati. Fu così che, una volta rassegna­ to circa il rifiuto categorico da parte degli Imi di arruolarsi nelle armate del­ la Rsi, il regime nazista li impiegò senza riguardo nel lavoro coatto, co­ stringendovi persino non pochi ufficiali e relegando quelli che di loro non volevano lavorare in lager di punizione in cui la vita era ancora più a rischio. Il fatto che molti particolari di tutte queste vicende non fu subito o com­ piutamente noto in Italia - agli organizzatori della Resistenza antifascista come alle famiglie dei prigionieri - accrebbe la sofferenza degli Imi e se pos­ sibile accentuò il valore politico generale della loro «resistenza senz’armi» nei lager di prigionia in Germania, sino alla liberazione dai campi a opera delle armate delle potenze antifasciste, anglostatunitensi da ovest e sovie­ tiche da est. A proposito dei catturati all’8 settembre nei Balcani, in Italia o in Fran­ cia, e degli inviati ai campi di internamento (perché a una parte considere­ vole dei disarmati riuscì o fu permesso allontanarsi), dei caduti nelle pri­ missime operazioni di spostamento e delle vittime per fame o per stenti nei lager o negli arbeitskom m ando - soprattutto degli aderenti alla repubbli­ china neofascista - , le istituzioni italiane della repubblica, i protagonisti e gli storici non dispongono di cifre precise. Ma ormai, soprattutto dopo lo studio di Gerhard Schreiber e le successive puntualizzazioni di Giorgio Rochat e Claudio Sommaruga, il quadro è sufficientemente chiaro. Le cifre ufficiali dell’Italia repubblicana parlarono assai presto (a fronte di forse 408 000 prigionieri in mano inglese, 125 000 in mano statuniten­ se, 37 000 in mano francese e un numero difficilmente calcolabile in mano sovietica, dai 20 000 agli 80 000) di circa 615 000 italiani rimasti nel Reich: una cifra da aumentare per il tristo computo delle vittime dei lager e per il conteggio che pure andrebbe fatto degli altri internati rimasti più o meno a lungo nei Balcani. Su tutti il ministero della Difesa calcolava forse un due per cento di aderenti alla Rsi. Per tali ragioni a lungo si è ragionato a par­

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tire dalla cifra di 650 000 Imi, anche se appariva chiaro che gli aderenti do­ vevano essere stati più numerosi (per quanto tale rialzo non modificava af­ fatto il senso politico del no al nazifascismo espresso dalla stragrande mag­ gioranza dei militari italiani in Germania nel 1943-45). Più recentemente Schreiber ha offerto cifre più documentate per quanto ancora non defini­ tive: forse un milione di disarmati, 810 000 internati (di cui 58 000 cattu­ rati in Francia, 321 000 in Italia e 430 000 nei Balcani), 615 000 rimasti nei campi refrattari a ogni accordo con il nazismo e il neofascismo della Rsi. La differenza fra le ultime due cifre darebbe l’entità numerica dei «recupera­ ti all’alleanza» nazifascista, con la triplice avvertenza che si tratta di una cifra ottenuta più per sottrazione che per documentazione precisa, che fra i «recuperati» la diversità di motivazioni era altissima (dalla convinzione ideologica di pochi al timore della morte per fame e stenti di molti) e infi­ ne che di questi stessi una quota assai alta, per quanto difficilmente calco­ labile - in alcuni casi da un quinto a più della metà - , una volta tornata in Italia disertava dalle forze armate repubblichine e si dava alla macchia o al­ la Resistenza. Fossero insomma i 650 000 ricordati dalle cifre ufficiali o ancora di più, questi italiani dispersi fra Polonia, Germania e Balcani costituirono la po­ sta di un gioco politico e diplomatico fra Salò e Berlino che confermò la na­ tura subordinata del neofascismo repubblichino. Da parte tedesca furono elaborati diversi piani di utilizzo di questa gran­ de risorsa di manodopera: piani che ne prevedevano l’impiego in agricoltu­ ra, nelle fabbriche della produzione bellica, nei lavori di manovalanza per i danni bellici sofferti dalla Germania bombardata e persino a fini militari: ma di fronte alla considerazione, più volte provata, dell’inefficienza delle strutture militari italiane, furono coloro che miravano a vedere gli Imi co­ me una gigantesca risorsa di manodopera per lo sforzo bellico tedesco ad avere la meglio e a imporre il più rigido controllo sugli italiani prigionieri. La stessa trasformazione forzosa, nell’estate 1944, degli Imi che non ave­ vano aderito alla Rsi in «lavoratori volontari» (una trasformazione di de­ nominazione e di fatto seguita a un accurato esperimento in cui si era pro­ vato che un innalzamento dell’apporto calorico dell’alimentazione avrebbe fatto crescere la produttività degli Imi impiegati nell’industria bellica) di­ mostrava che il regime nazista, pur senza rinunciare a forme di lavoro coat­ to e di controllo militare, guardava agli Imi - una volta battute le pretese repubblichine - in termini di manodopera servile. Da parte della Rsi, d ’altro canto, riprendere il controllo sugli Imi avreb­ be significato ottenere un’attestazione di fiducia a livello diplomatico da Berlino e a livello politico-interno dalla popolazione italiana. Ma Hitler non aveva intenzione di riconoscere a Mussolini alcuno status di parità. D ’altro canto Salò si presentò divisa di fronte a Berlino, con Graziani, Canevari e i militari non sempre allineati sulle posizioni del duce redivivo. A Salò, se­ de del governo della Rsi, ci si rendeva conto che lasciare le famiglie di que­ ste centinaia di migliaia di uomini nell’incertezza sul futuro dei loro cari

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avrebbe indebolito ulteriormente la tenuta del regime, ma non tu tti i re­ sponsabili della repubblichina si sentivano tranquilli circa i sentimenti che questi Imi avrebbero professato, una volta eventualmente tornati in patria, nei confronti del neofascismo e dell’“alleato” tedesco. Anche dal punto di vista dell’assistenza, l’impegno della Rsi verso gli Imi fu quanto mai inin­ fluente (il primo treno merci di aiuti parti dalla stazione di Milano solo ai primi di giugno 1944!), aggravando un tratto di continuità del comporta­ mento dello stato italiano verso i suoi prigionieri di guerra (da Adua alla Grande guerra, appunto, sino agli Imi). Furono così la natura subordinata della Rsi, le sue divisioni, il suo carattere antipopolare a contribuire a che la sorte degli Imi fosse di fatto stabilita in Germania, dal regime nazista e dalla «resistenza senz’armi» dei prigionieri. La vicenda umana degli Imi. Intanto la condizione di prigioniero italia­ no, o meglio di Imi, aveva tratti comuni tra ufficiali, sottufficiali e soldati: umiliazioni, freddo, fame, stenti, malattie (fra tutte, oltre a quelle infetti­ ve, tremendamente ricorrente fu la tubercolosi) e infine, non di rado, mor­ te. Da questo punto di vista, quello della «società del lager», la scelta del regime nazista e ancor più della Rsi di cercare di ottenere una qualche ade­ sione da parte degli Imi diveniva così solo un aspetto del più generale uni­ verso concentrazionario: in esso la lotta per la sopravvivenza individuale, la totale soggezione al carceriere, lo sforzo di «essere uomini» (in lager do­ ve la spersonalizzazione sembrava costituire lo scopo finale) minavano, ol­ tre al fisico, il morale degli Imi. La società del lager conosceva però anche delle differenze. Nell’univer­ so concentrazionario della prigionia nazista di guerra, per gli italiani - uf­ ficiali o soldati che fossero - la posizione era diversa rispetto a inglesi e fran­ cesi, da un lato, e ai sovietici dall’altro: gli Imi erano assai più vicini a quest’ultimi che ai primi ed erano costretti a subire - oltre alle durezze della prigionia di guerra - un disprezzo ideologico e razziale evidente a partire dagli stessi epiteti rivolti loro da carcerieri e talora dalla popolazione tede­ sca («traditori», «porci badogliani», «macaroni»), un disprezzo non teori­ co o astratto e che, in una condizione di estrema riduzione dell’alimenta­ zione e di ogni sostegno, poteva finire per trasformarsi in pratica in una condanna a morte. Vi erano anche altre differenze importanti. Gli ufficiali furono segre­ gati dalla massa dei soldati in campi appositi, costretti all’inattività e all’ine­ dia, privati di ogni vestigia di ruolo e di status. Alcuni di loro reagirono in­ tellettualmente, e la Resistenza nei campi degli ufficiali si basò anche su una discussione collettiva e un riesame al tempo stesso politico e culturale del passato nazionale. La loro resistenza contro l’adesione alla Rsi fu parti­ colarmente importante anche sul piano simbolico, giacché i tedeschi rite­ nevano che un significativo consenso degli ufficiali avrebbe potuto trasci­ nare quello dei soldati. Per quanto fiaccati da mesi di fame e di stenti, mol­ ti di essi ebbero tuttavia la forza di reagire agli inviti, reiterati dall’estate

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1944, di collaborare con il lavoro allo sforzo bellico, e furono in gran par­ te per ciò puniti. Al più tardi alla fine del gennaio 1945, anche per gli uffi­ ciali - come già per i soldati - sarebbe venuto l’ordine di un forzoso pas­ saggio allo stato di lavoratori civili. La vicenda dei soldati fu in parte diversa. Presto, per loro il campo fu solo un ricovero notturno dopo una giornata di lavoro all’esterno, spesso massacrante sia per la fatica richiesta, sia per la sempre insufficiente ali­ mentazione. Le condizioni di lavoro erano assai diversificate e la monoto­ na vita di prigionia si articolava in situazioni fra loro assai diverse. Con i soldati, probabilmente, i tedeschi furono meno insistenti che con gli uffi­ ciali nelle loro richieste di adesione ideologica alla Rsi: ma il loro rifiuto, proprio per la lontananza dagli ufficiali e per le differenziazioni delle con­ dizioni materiali di lavoro (dalla campagna alla fabbrica, dal piccolo paese alla grande città), acquista un ancor più significativo valore. Come accen­ nato, nell’estate 1944 agli Imi fu dapprima proposto di trasformarsi in «li­ beri lavoratori» con atto di adesione volontaria: ma vista la rinnovata riot­ tosità dei soldati italiani e nella speranza che un miglioramento nella loro condizione di vita suscitasse un innalzamento della loro produttività (evi­ dentemente giudicata insufficiente), il regime nazista ordinò che entro i pri­ mi di settembre 1944 tale trasformazione avvenisse d ’autorità. Sarebbe dif­ ficile negare che da quel punto in poi si verificasse un qualche migliora­ mento nelle loro condizioni di vita: sarebbe però incauto sopravvalutarlo, considerati i guasti ormai prodotti nel fisico e nel morale degli Imi da me­ si e mesi di internamento e data la permanenza del controllo repressivo sul loro lavoro e sull’accasermamento, peraltro nel quadro di una Germania or­ mai insidiata alle sue stesse frontiere storiche da est e da ovest e sempre più impoverita e demoralizzata dalla pressione della guerra. Per tutti, intanto, i rapporti con l’Italia erano divenuti quanto mai la­ bili. Privati del controllo del Cicr, in assenza di un’assistenza da parte del­ la Rsi (la maggior parte degli addetti al cosiddetto «servizio assistenza in­ ternati» della Rsi rimpatriava in Italia già ai primi di febbraio 1945), le uni­ che ancore di salvezza morali e fisiche erano spesso la lettera e il “pacco” da casa. Ma dopo l’estate X944 e l ’attestarsi della linea Gotica, gran parte degli Imi provenienti dall’Italia centrale e meridionale fu abbandonata a se stessa, e alla solidarietà dei commilitoni di camerata. Le notizie in qualche modo circolavano, “radio scarpa” funzionava, ma la durezza di un altro in­ verno nei lager spiega, anche oggi agli occhi dei superstiti, le ultime ade­ sioni individuali ottenute nel 1944-45. La liberazione degli Imi venne in genere con la fine della Germania na­ zista. Alcuni erano già stati liberati dalle armate antifasciste avanzanti da est e da ovest. Ma nella grande maggioranza quelli che dapprima erano sta­ ti detenuti nei campi più lontani dai confini storici della Germania, in Po­ lonia o nei Balcani o in Francia, erano stati fatti arretrare nel cuore della fortezza nazista: per costoro la liberazione avvenne quindi verso l’aprile del 1 94 5 -

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Dopo un ultimo viaggio attraverso la Germania distrutta, gli Imi tor­ narono quindi a casa. Il loro rientro fu solo in parte organizzato ufficial­ mente dall’Italia, e fra luglio e dicembre 1945 la massa dei prigionieri rien­ trò in una patria ormai non più fascista, profondamente diversa da quella per la quale erano stati chiamati a combattere alcuni anni prima. Il ritorno a casa di ognuno di essi si differenziò per la molteplicità di situazioni fa­ miliari, lavorative, economiche che gli ex prigionieri trovarono: chi ritor­ nava nell’Italia sotto la linea Gotica, ad esempio, trovava una società che aveva già da più mesi iniziato ad assaporare un certo qual “dopoguerra” . Gli Imi non rientrarono però soli: assieme ad essi erano tornati o sarebbero tornati alla vita civile i partigiani dalle montagne, i pochi militari combat­ tenti, gli altri prigionieri dai più lontani continenti. T utti volevano voltare pagina col passato. Così fecero anche gli Imi, per quanto della loro vicen­ da non sempre si sapesse ancora molto. Di fronte all’epopea del partigianato, la pagina della prigionia di guerra scoloriva: così facendo si rischiava peraltro non solo di dimenticare la prigionia ma anche di assimilare prigio­ nie fra loro assai diverse, come quella in mano angloamericana e, appunto, quella in mano tedesca degli Imi. La repubblica e le istituzioni militari hanno sostanzialmente accantona­ to la pagina della prigionia di guerra e per lunghi anni hanno sottovalutato lo stesso carattere di «resistenza senz’armi» del rifiuto degli Imi di aderire alla Rsi. Di ricompense, benemerenze, riconoscimenti si è stati assai parchi. La stessa associazione di rappresentanza (Anei) per decenni ha volutamen­ te tenuto un basso profilo dal punto di vista dell’azione rivendicativa, limi­ tandosi a una funzione di rappresentanza soprattutto sotto l’aspetto mora­ le dell’esperienza dei reduci dell’internamento. Anche gli studi storico-mili­ tari si sono avvicinati relativamente tardi a questa complessa materia. Per lungo tempo solo isolate voci di testimoni, e la loro memorialistica, hanno cercato di ricordare agli italiani questa pagina di prigionia e di pe­ culiare resistenza di massa al nazifascismo. N o t a b ib lio g r a f ic a . A s s o c i a z i o n e n a z io n a le e x i n t e r n a t i ( A n e i) , R e s is te n z a s e n z ’a r m i. U n c a p i to lo d i s to r ia it a ­ lia n a ( 1 9 4 3 - 1 9 4 5 ) d a ll e te s t im o n ia n z e d i m i lit a r i to s c a n i in te r n a ti n e i la g e r n a z i s t i, L e M o n n ie r , F i r e n z e 1 9 8 4 (2* e d i z i o n e 1 9 8 8 ) ; A . B e n d o t t i , G . B e r t a c c h i, M . P e l l i c c i o l i e E . V a lt u lin a (a c u r a d i) , P r ig io n ie r i in G e r m a n ia . L a m e m o r ia d e g li in te r n a ti m i lit a r i, I l f i l o d i A r ia n n a , B e r g a ­ m o 1 9 9 0 ; E . C o l l o t t i e L . K l in k h a m m e r , I l f a s c is m o e l ’I ta lia in g u e r ra . U n a c o n v e r s a z io n e f r a s to r ia e s to r io g r a fia , E d i e s s e , R o m a 1 9 9 6 ; R . D e F e l i c e , M u s s o lin i l ’a ll e a to . 1 9 4 0 - 1 9 4 5 , I I . L a g u erra c i v il e ( 1 9 4 3 - 1 9 4 5 ) , E in a u d i, T o r i n o 1 9 9 7 ; N . D e l l a S a n t a (a c u r a d i) , I m i lit a r i it a lia ­ n i in te r n a ti d a i te d e s c h i d o p o l ’8 s e tte m b r e 1 9 4 3 , G i u n t i , F i r e n z e 1 9 8 6 ; U . D r a g o n i , L a s c e lta d e g li I M I . M ili ta r i ita lia n i p r ig io n ie r i in G e r m a n ia ( 1 9 4 3 - 1 9 4 5 ) , L e L e t t e r e , F i r e n z e 1 9 9 6 ; V . I la r i, S to r ia d e l s e r v iz io m ilita r e in I ta lia , V . S o ld a ti e p a r tig ia n i ( 1 9 4 3 - 1 9 4 5 ) , C e n t r o m ilit a r e d i s t u d i s t r a t e g i c i, R o m a 1 9 9 1 ; N . L a b a n c a (a c u r a d i) , F ra s te r m in io e s f r u tta m e n to . M ili ta r i in te r n a ti e p r ig io n ie r i d i g u e rra n e lla G e r m a n ia n a z is ta ( 1 9 3 9 - 1 9 4 5 ) , L e L e t t e r e , F i r e n z e 1 9 9 2 ; A . N a t t a , L ’a ltr a R e s is te n z a . I m i l i t a r i ita lia n i in t e m a t i in G e r m a n ia , i n t r o d u z i o n e d i E . C o l ­

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l o t t i , E i n a u d i , T o r i n o 1 9 9 7 ; R . R a in e r o (a c u r a d i) , I p r i g io n ie r i m i lit a r i ita lia n i d u r a n te la s e ­ c o n d a g u e r ra m o n d i a l e . A s p e t t i e p r o b le m i s to r ic i , M a r z o r a t i, M i la n o 1 9 8 5 ; G . S c h r e i b e r , I m i ­ li ta r i i t a lia n i in te r n a ti n e i c a m p i d i c o n c e n tr a m e n to d e l T e r z o R e i c h ( 1 9 4 3 - 1 9 4 5 ) . T r a d it i d i ­ s p r e z z a ti d im e n tic a ti ( 1 9 9 0 ) , U f f i c i o s t o r ic o d e l l o s t a t o m a g g io r e d e l l ’e s e r c i t o , R o m a 1 9 9 2 ; C . S o m m a r u g a , P e r n o n d im e n tic a r e . B ib lio g r a f ia r a g io n a ta d e l l ’in te r n a m e n to e d e p o r ta z io n e d e i m i­ lita r i it a lia n i n e l T e r z o R e i c h ( 1 9 4 3 - 4 5 ) , I . M e m o r ia lis tic a e sa g g is tic a , I n s m l i - A n e i - G u i s c o , s .l. 1 9 9 7 ; L . T o m a s s i n i (a c u r a d i) , L e d iv e r s e p r ig io n ie ita lia n e d e lla s e c o n d a g u e rra m o n d ia le , R e ­ g io n e T o s c a n a , F ir e n z e 1 9 9 5 .

ALESSANDRO NATTA

La Resistenza taciuta : Giuseppe Lazzatì Giuseppe Lazzatì si trovava a Merano l’8 settembre del 1943 come tenente degli A l­ pini; catturato dai tedeschi, fu deportato in Germania e visse la vicenda della prigionia nei campi di Deblin, Oberlangen, Sandbostel, Wietzendorf. Quegli anni, difficili e duri, non furono per lui un episodio marginale, una pausa, e tanto meno un tempo perduto : hanno avuto invece una importanza fondamentale nella vita dell’uomo, del cattolico e per la sua vocazione e scelta di maestro ài religione e di politica. E bene ricordare che l’internamento di centinaia di migliaia di militari italiani, da parte di chi lo inflisse e da parte di chi lo subì, venne inteso più come un episodio di lot­ ta politica che come una necessità o un fatto militare. Nella stessa denominazione usata dai tedeschi, «internati militari italiani» (Imi), si può cogliere un barlume di verità: si trattava di una figura nuova, un che di mezzo tra il prigioniero di guerra e il perseguita­ to politico, e nei confronti dei militari italiani, degli ufficiali in particolare, perché i sol­ dati vennero senz'altro destinati a l lavoro coatto, si stabilì una misura intermedia fra il trattamento riservato ai primi e quello di cui furono vittime i secondi. Nella terribile ge­ rarchia della persecuzione che caratterizzò l’universo concentrazionario gli internati ita­ liani vennero collocati a un particolare gradino, dopo gli ebrei, i politici, gli omosessua­ li, i prigionieri di guerra senza garanzia intemazionale (russi) : ecco gli italiani che ebbe­ ro la sorte di essere “tutelati” dalla Rsi. Ma anche gli italiani, è giusto ricordarlo, quando opposero un rifiuto alle profferte, al­ le pressioni, aUe lusinghe sia dei nazisti che dei fascisti ad aderire alla Rsi, a compiere una scelta politica a favore delfascismo o del nazismo, compirono un gesto che assumeva il ca­ rattere e il significato di una presa di posizione politica e di una sfida. Così l’internamen­ to diveniva qualcosa di diverso dalla prigionia, dall’attesa, per quanto penosa e triste, che il conflitto si risolvesse sui campi di battaglia, e si trasformava anch’esso in un momento, in un episodio del conflitto stesso, assumendo il carattere di un pronunciamento e di una resistenza politica e ideologica. Naturalmente questa consapevolezza fu una conquista fa­ ticosa, difficile, travagliata. Ed è ben comprensibile l’asperità delpassaggio se si ha presente in quale crollo rovinoso di idee, di convinzioni, e anche di presunzioni, venissero travolti, con la sconfitta militare dell’Italia, centinaia di migliaia di soldati, decine di migliaia di ufficiali, giovani per la maggior parte o tuttavia a lungo ingannati dalfascismo. A ll’inìzio, subito dopo l’8 settembre, i motivi e le ragioni del rifiuto opposto ai fa­ scisti e ai tedeschi furono molti, i più diversi, i più semplici e tuttavia sufficienti nell’im­ mediato : dalla fedeltà al giuramento militare al cumulo di risentimenti nei confronti di

N a tta

L a R e s is te n z a ta c iu ta : G iu s e p p e L a z z a ti

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un alleato arrogante, alle ferite dolorose degli scontri dopo l ’armistizio (da Cefaionia a Lero), alla volontà dei deportati di non essere nuovamente gettati nell’avventura o nel rischio della guerra. Ma poi per restare volontariamente nei lager e reggere con dignità fu necessario dare una motivazione politica nazionale di quella scelta e dei sacrifici, dei ri­ schi sempre più evidenti e penosi che essa comportava;fu necessario dare un fondamen­ to ideale, una persuasione diffusa e comune a quella Resistenza, in qualche misura ana­ loga al sentimento, alla determinazione antifascista di chi si batteva, anche con le armi, in Italia e in altri Paesi europei. Il rifiuto, la non collaborazione, la Resistenza, per uomini come Lazzari furono una decisione coerente con le persuasioni ideali e politiche che già avevano maturato .Non mi riferisco per Lazzati solo a un cardine come quello della fede, e di una fede che non con­ sentiva più alcuna compromissione 0 tolleranza con ideologie o politiche come quelle del fascismo e del nazismo. Il presidente della Gioventù cattolica milanese, l ’organiz­ zatore dei «Milites Christi», era impensabile che potesse cedere, farsi soldato del Reich di Hitler o della repubblica di Mussolini. E ben si comprende il consìglio al compagno di fede, a Deb Un, «resisti finché ce la fai, ma se sei un vero cristiano devi resistere fino all’ultimo». Ma in quella scelta non vi erano solo una ispirazione e una motivazione religiosa. Già prima che l ’Italia fosse coin­ volta e travolta nella guerra, Lazzati era venuto impegnandosi in campo politico.N el so­ dalizio, alla Cattolica, con Dossetti e Fanfani si era fatto partecipe e protagonista della preparazione dell’educazione politica dei cattolici in vista di una fase nuova, auspicata e prevista, della vita della nostra nazione dopo la caduta delfascismo. Cosi la prigionia, il lager (non voluti certo, ma accettati come scelta inevitabile, doverosa) diventano una prova, e più dura, perfino spietata, che si potesse immaginare, diventano il vaglio defi­ nitivo sotto il profilo personale : non una scoperta, ma una conferma di una vocazione, di un compito o di una missione ai quali Lazzati obbedirà poi in tutto il corso della sua vita, nell’impegno politico, nell’Azione cattolica, nell’opera culturale-educativa. E importante sottolineare il modo in cui Lazzati ha vissuto la prigionia, non solo come altri hanno osservato - nella pienezza che per i credenti hanno tutti i tempi della storia, che sono comunque tempi di Dio e dell’uomo, ma come un’occasione che con­ sentiva anch’essa un fare, un costruire qualcosa che poteva valere per altri oltreché per sé. Fare il maestro, educare in senso religioso o laico, preparare all’impegno civile e politi­ co in un lager o in una università non costituisce una differenza radicale. Forse è in que­ sta vocazione pedagogica, in questa volontà e capacità di farsi maestri e anche apostoli il dato che caratterizza e anche differenzia Lazzati: il cimento del lager diventa occasio­ ne per mettere se stessi al servizio degli altri, per farsi consigliere e guida nella difesa del­ la dignità dell’uomo, nella resistenza all’oppressione, alla forza, all’imbarbarimento; nella ricerca e affermazione delle ragioni nuove della nostra identità nazionale; dei va­ lori da porre a base della società e dello stato italiano, e dell’Europa. Ancora oggi è bene ricordare e mettere in luce che se nei lager tanta parte degli uffi­ ciali seppe resìstere ciò non avvenne per caso. Decisiva fu l’opera di informazione, di educazione, di propaganda che in molti lager, e via via in forme sempre più organizzate, venne compiuta da quanti avevano una qualche competenza e passione civile e politica, da quanti avvertivano, come un dovere, questa esigenza di aiutare e di orientare. Per Laz­ zati abbiamo documenti e testimonianze che provano questo impegno immediato e co­ stante dal primo inverno a Deblinfino a Sandbostel e a Wietzerdorf, non solo di confor­ to, di consìglio, con il fascino e l’autorità che gli venivano dall’autenticità della fede e dall’altezza della cultura, ma anche di formazione politica - e già il commento del Van­ gelo diveniva opera di «sobillazione» - , in particolare ma non solo dei cattolici, che re­ sterà la professione fondamentale di tutta la sua vita.

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Lazzatì appare come un “sacerdote laico"; ma sono stati tanti ad assumere un poco questa funzione di guide spirituali, di educatori sotto il profilo etico-politico, filosofi, storici, letterati di diversa formazione culturale e orientamento politico, impegnati tut­ ti con l’esempio e con la parola nella difesa della dignità dell’uomo. N el lager era spa­ lancato l’abisso dell’egoismo, della riduzione selvaggia all’animalità, ma rifulsero an­ che in modo straordinario la nobiltà dell’uomo, lo spirito di solidarietà e di fraternità. Impegnati e uniti nel proposito e nella volontà di resistere e di far resistere il maggior nu­ mero possibile di ufficiali italiani contro il fascismo ; decisi e determinati in questo do­ vere di prepararsi e di preparare altri, per il momento del ritorno all’azione, per il rin­ novamento e il progresso dell’Italia. Le iniziative furono le più varie. A Sandbostel Lazzatì fece un corso sull’essenza del cattolicesimo, ma sono da ricordare in quella sorta di università anche i corsi non meno ricchi di attualità politica di Enzo Paci di storia della filosofia, di Ignazio Cazzaniga di storia romana, di Carmelo Cappuccio sulla «Divina Commedia», e anche, se mi è con­ sentito, le mie lezioni sull’illuminismo. Sono stati tanti i maestri volontari che poi ebbero una presenza rilevante nelle uni­ versità e nella cultura italiana. Il loro impegno fu determinante per il distacco, il rifiu­ to, la condanna via via più limpida e netta del nazifascismo da parte di tanti giovani. E questo carattere antifascista della resistenza nei lager ebbe una grande importanza per le prospettive politiche del nostro paese. Forse il significato e la portata di questa vicenda non furono immediatamente compresi all’indomani della liberazione, ma non c’è dub­ bio che ebbe un peso significativo il fatto che decine e decine ài migliaia di reduci ita­ liani si sentissero partecipi alla Resistenza antifascista, e molti di loro fossero convìnti ài essere stati àalla stessa parte àei partigiani che in Italia avevano combattuto con le armi. In questa opera ài mutua educazione e ài formazione ài una coscienza etico-politi­ co democratica Lazzatì si impegnò in pieno con la sua personalità di cattolico in ognif i­ bra e di antifascista fermissimo, sempre aperto all’ascolto e a l àialogo. Già allora a me accadde ài apprezzare molto la laicità àel suo comportamento, pari alla sicurezza e al ri­ gore iielle sue convinzioni, in quel tempo àelfurore che àentro i reticolati àawero non lasciava molto spazio alla tolleranza. Nel ricorào il momento più significativo resta quel­ lo ài una sorta ài seminario iàeologico-politico che si tenne a Sanàbostel per un con­ fronto tra le granài correnti ài pensiero e le diverse tendenze polìtiche, poiché anche nei campi degli ufficiali vi era stato un qualche processo di aggregazione ài forze - àalla si­ nistra, comunista e socialista, agli azionisti, ai liberali e al gruppo àei cattolici, forse il più consistente, ma ài varia ispirazione. Il tema - ben rivelatore - era la «questione sociale», ma al ài là àel confronto spe­ cifico quell’incontro mirava alla ricerca ài una convergenza, come àel resto accaàeva in Italia, per l’opera comune ài liberazione e ài rinascita àel nostro paese. Ciò che allora soprattutto mi colpi in Lazzatì fu la netta affermazione àella neces­ sità che la rifonàazione àella nazione e àello stato, per realizzarsi veramente, coinvol­ gesse prima ài tutto le masse àel popolo, le forze sociali e culturali che la vecchia Italia aveva tenuto ai margini, fuori àel potere. E l’altro punto sul quale era del tutto esplicito : che non sì poteva tornare all’Italia prefascista, che bisognava fonàare una democrazia nuova, forte e aperta, sui grandi va­ lori della libertà, àella giustizia, àelpluralismo e delle solidarietà. Si trattava, è chiaro, dell’ispirazione e dell’orientamento che saranno propri del cattolicesimo àemocratico, ài quel gruppo àella sinistra àella De, ài «Cronache sociali», che si raccolse attorno a Dossettì, e che àeve essere ricoràato non solo perché in esso Lazzatì avrà un posto im­ portantissimo (anche se l’esperienza ài Dossettì e ài Lazzatì nel campo politico vero e proprio si concluàe presto, tra il 1951 e il '53) ma soprattutto perché quell’ala - àe-

N a tta

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mocratìca e progressista - della De ebbe un ruolo essenziale nella costruzione della re­ pubblica, dell’unità della nazione, dei principi e del programma della Costituzione. Anche per questo giova ricordare esperienze come quelle dell’internamento e della resistenza nei lager. Su di esse abbiamo avuto,forse sbagliando, un atteggiamento di trop­ po grande riserbo, quasi di pudore, e la testimonianza di Lazzati è sotto questo profilo esemplare. Non mi riferisco solo alle sue lettere di internato cosi contenute, sobrie, do­ ve è raro, e si comprende, il richiamo alla durezza, alle sofferenze, agli aspetti disumani del lager- «non vorrei esagerare il sacrificio» - , alla resistenza necessaria - «io sento an­ che troppo la mia dignità e so bene il mio dovere» - , alla speranza, e anche a quell’im­ pegno di riflessione e d ’azione già intenso per costruire da cristiani la città dell’uomo a misura dell’uomo. Ma anche dopo: nessuna forma di reducismo, nessuna rivendicazio­ ne di meriti, non oltre il senso e la soddisfazione del dovere compiuto. Io continuo a ri­ tenere che questo fosse il comportamento giusto; e tuttavia con più chiarezza e costanza anche da parte nostra avremmo dovuto richiamare la resistenza nei lager - nelle moti­ vazioni, valori e realtà anche eroica - come parte feconda di un patrimonio e di un im­ pegno comuni che sono poi quelli che hanno trovato espressione nella Costituzione.

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«D eportazione» e «deportati». Per una definizione d el concetto. Nel pe­ riodo che va dalla crisi dell’estate 1943 alla liberazione circa ottocentomila italiani (nella stragrande maggioranza maschi, ma non mancarono alcune migliaia di donne) vennero trasferiti (per la quasi totalità a forza) nel territo­ rio del Terzo Reich. Lf i loro destini si incrociarono con quelli di altri cen­ tomila connazionali, giunti in Germania negli anni precedenti (dal 1938 in poi) sulla base di intese intergovernative tra Roma e Berlino, ma ormai - dopo il 25 luglio 1943 - trattenuti contro la loro volontà dalle autorità nazionalsocialiste. Dal maggio 1945, crollato il regime nazista e conclusasi la guerra in Europa, questi novecentomila esseri umani, o meglio quelli di lo­ ro che erano ancora in vita, condivisero le traversie di un lento e difficile ritorno in una patria che spesso era poco interessata ad ascoltare le loro vi­ cende, tra loro peraltro assai diversificate, e a farle diventare parte inte­ grante della storia nazionale. Fu cosi che nella pubblica opinione si diffuse un uso generico dei ter­ mini «deportati» e «deportazione», divenuto quest’ultimo sinonimo di tra­ sferimento coatto dall’Italia occupata alla Germania; successivamente la cir­ colazione di notizie sul sistema concentrazionario nazista e la diffusione dei nomi di alcuni dei suoi campi (in particolare Auschwitz, Dachau, Mauthausen - storpiato quest’ultimo di frequente in Italia in «M athausen», pro­ nunciato scorrettamente il secondo, «Dachàu» e non «Dàchau») provoca­ rono una seconda - e più grave - deformazione concettuale: tu tti coloro che erano stati «deportati» (nel significato estensivo a cui ho accennato) avreb­ bero conosciuto i lager (termine tedesco - sta per «deposito» - entrato nell’uso comune dopo la seconda guerra mondiale e utilizzato scorretta­ mente come sinonimo di Konzentrationslager - k l - , cioè «campo di con­ centramento»); di conseguenza, si originò un corto circuito in base al qua­ le si presumeva che chiunque fosse stato in Germania dall’autunno del 1943 alla fine della guerra avesse conosciuto gli orrori del k l ; inoltre (ulteriore inesattezza), quest’ultimo era inteso come immediatamente identico a «cam­ po di sterminio». Vale perciò la pena, prima di entrare nel vivo della rico­ struzione storica, dedicare un po’ di spazio alla precisazione del concetto stesso di «deportazione». Come si è detto in precedenza, dei circa novecentomila italiani e italia­

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ne presenti in territorio tedesco negli ultimi venti mesi della seconda guer­ ra mondiale solo ottocentomila vi erano stati trasferiti dopo P8 settembre 1943; gli altri centomila erano arrivati prima, in seguito agli accordi eco­ nomici bilaterali che avevano previsto l’invio nel Reich di manodopera agri­ cola e industriale italiana (complessivamente, dal 1938 al 1943, circa cinquecentomila lavoratori - uomini e donne - erano stati assorbiti dall’eco­ nomia di guerra tedesca. Il 27 luglio Heinrich Himmler, nella sua qualità di capo della polizia tedesca, bloccò i rimpatri di coloro che erano ancora al lavoro in Germania). Lo status degli operai e dei braccianti italiani preci­ pitò a quello di lavoratori coatti. I membri di questo gruppo non possono in alcun modo essere definiti «deportati» anche nel senso più estensivo pos­ sibile, in quanto il loro trasferimento nel Reich non fu attuato tramite misu­ re coattive. Gli altri ottocentomila potrebbero invece (con un’eccezione, sia pur numericamente esigua, di cui dirò oltre) essere considerati tali, tu t­ tavia la loro collocazione all’interno delle complesse articolazioni del siste­ ma nazionalsocialista e della sua multiforme attrezzatura concenti-azionaria fu talmente diversificata (e, dal cruciale punto di vista della sopravviven­ za, la loro sorte fu così disomogenea) da far diventare la categoria di «de­ portazione» troppo generica, e perciò di scarsa utilità analitica e conoscitiva. Il gruppo più numeroso all’interno degli ottocentomila era rappresen­ tato dagli Internati militari italiani (Imi), termine affibbiato dalle autorità militari e politiche del Terzo Reich a ufficiali, sottufficiali e soldati delle Forze armate del Regno d ’Italia catturati dalla W ehrmacht nei giorni im­ mediatamente successivi all’8 settembre 1 943 in territorio metropolitano, nella Francia meridionale e nei Balcani. Classificandoli in tal modo, invece c he - come di consueto - «prigionieri di guerra» (Kriegsgefangenen), Berli­ no potè sottrarli al patrocinio della Comitato internazionale della Croce ros­ sa (Cicr) di Ginevra e nello stesso tempo mantenere in vita con maggior spessore simbolico l’idea dell’Asse tra le due maggiori potenze fasciste (Ger­ mania e Italia, quest’ultima sotto le vesti della Rsi). Gli Imi, in tutto seicentocinquantamila, vennero detenuti fino all’agosto 1944 in campi di pri­ gionia militare dipendenti dalle regioni militari (Wehrkreise) in cui era sud­ diviso il Reich; gli ufficiali nei cosiddetti O f lager (campi per ufficiali), i sottufficiali e i soldati negli Stammlager (campi-madre). Nell’agosto 1944 gli Imi vennero trasformati, con atto d ’imperio, in lavoratori civili coatti, e fu­ rono trasferiti nei cosiddetti Arbeiterlager (campi per lavoratori stranieri, sottoposti a un regime di coazione). I campi di prigionia militare erano su­ bordinati all’autorità del Comando supremo delle Forze armate tedesche (Oberkommando der W ehrmacht - o k w ) e non avevano nulla a che fare (come del resto quelli per lavoratori stranieri, di cui si dirà più oltre) con i k l, che dipendevano invece dall’apparato SS, ormai strettam ente intrec­ ciato con le strutture di polizia dello stato (dal 1936 Heinrich Himmler era infatti sia comandante supremo SS, sia capo della polizia tedesca; nell’ago­ sto 1943 sarebbe diventato anche ministro degli Interni). Oltre il novanta per cento degli Imi riuscì a sopravvivere alla prigionia: i caduti furono cir­

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ca quarantamila. A mio parere è più corretto e più utile analiticamente de­ finire la loro vicenda «internamento militare», e riferirsi a loro con il ter­ mine Imi. Un secondo gruppo, di circa centomila, comprende i lavoratori portati in Germania dopo P8 settembre 1943; di costoro un piccolo nucleo (alcune mi­ gliaia) aveva accettato le proposte di assunzione nel Reich propagandate dagli uffici aperti nell’Italia occupata dal plenipotenziario generale per l’im­ piego della manodopera (Generalbevollmàchtigter fiir den Arbeitseinsatz g b a ) Fritz Sauckel, perciò nel suo caso non si può parlare di coazione di­ retta. Gli altri (la maggioranza) furono catturati durante rastrellamenti ope­ rati dalle unità tedesche e dagli apparati armati di Salò nelle retrovie del fronte o nel corso di azioni antipartigiane e vennero trasferiti in Germ a­ nia per essere utilizzati nella produzione di guerra come lavoratori coat­ ti. Giunti a destinazione, furono alloggiati negli Arbeiterlager, dipendenti di norma dalle imprese che li impiegavano oppure dagli Uffici del lavoro {Arbeitsàmter). Mi pare che per definirli sia corretto servirsi dei concetti di «rastrellati» e «lavoratori coatti». Un terzo e numericamente più ridotto gruppo, di circa quarantamila per­ sone in tutto, comprende infine coloro che vennero deportati dall’Italia avendo come destinazione il sistema concentrazionario nazista vero e pro­ prio, dipendente dalla struttura SS. Di loro appena il dieci per cento (circa quattromila) riuscì a sopravvivere. Ritengo opportuno attribuire solo a que­ sto gruppo l’appellativo di «deportati», restringendo perciò il senso del ter­ mine «deportazione» a quello di «deportazione nei campi di concentra­ mento e cù sterminio nazisti». In tal modo è possibile collocare al posto giusto ogni tassello del quadro generale, assai complesso, che raccoglie le vicende degli italiani e delle ita­ liane trasferiti coattivamente in Germania nel periodo successivo all’armi­ stizio. Due ulteriori precisazioni si impongono: prima di tutto la categoria «deportazione», così come ho cercato ora di definirla, deve essere in realtà scomposta ulteriormente, poiché il sistema concentrazionario nazista era diventato, dalla seconda metà del 1941 in poi, la somma di due distinti ap­ parati governati da logiche differenti. Al sistema dei k l , avviatosi nel 1933 con Dachau e poi sviluppatosi negli anni successivi (parossisticamente dal 1939 in poi) con l’obiettivo di m ettere fuori gioco e tendenzialmente eli­ minare oppositori politici (dal 1933), non conformisti e potenziali opposi­ tori sociali (dal 1936), persone in grado di coagulare resistenza nei territo­ ri occupati dalla W ehrmacht (dal 1939), si aggiunse il sistema dei campi di sterminio (definiti successivamente dalla storiografia tedesca Vemichtungslager - v l ) , pensati come installazioni deputate a eliminare fisicamente in massa e in tempi brevi gli ebrei d ’Europa. I v l erano concepiti sul model­ lo dei k l ; amministrativamente legati a essi, ne differivano però per fina­ lità e funzionamento. Collocati tu tti (erano complessivamente sei) in terri­ torio polacco occupato, quattro v l (Chelmno, Beìzec, Sobibor, Treblinka) funzionarono fino al 1943, quando vennero chiusi (Chelmno venne riaper­

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to brevemente nell’estate del 1944 allo scopo di uccidere gli ebrei ancora in vita del ghetto di Lodz, gli altri tre furono smantellati subito dopo la chiusura); degli altri due Majdanek (piazzato all’interno del k l omonimo nei pressi di Lublino) operò soltanto nell’estate del 1942, Auschwitz II (cioè Birkenau, che era una sezione del gigantesco k l di Auschwitz) c ontinuò in­ vece la sua attività sterminatrice sino alla fine di gennaio 1945, quando il campo fu liberato dalle truppe sovietiche. Tra i quarantamila deportati ita­ liani occorre perciò distinguere tra i circa diecimila ebrei gettati nelle spire della «soluzione finale» e perciò mandati in gran parte (circa ottomila, di cui meno di quattrocentocinquanta i sopravvissuti) ad Auschwitz (dove nei mesi precedenti il genocidio era stato centralizzato), mentre i restanti fi­ nirono - per motivi che esamineremo più oltre - in k l (Bergen Belsen, Ravensbrùck, Buchenwald, Flossenburg); e gli altri trentamila che, classifica­ ti dagli occupanti e dai loro alleati fascisti repubblicani tra gli oppositori politici o sociali, vennero inviati in k l (Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Ravensbriick, Flossenbiirg). In secondo luogo, la distinzione che ho propo­ sto tra lavoratori coatti rastrellati, Imi, e deportati ha in qualche misura an­ che un carattere idealtipico: è necessario non confondere vicende e percorsi tra loro molto diversi, ma anche tenere presente da un lato che il confine tra una categoria e l’altra poteva essere, in casi particolari, non così netto (ci furono per esempio campi di punizione per internati militari non disposti a collaborare in alcun modo e campi di punizione per lavoratori riottosi che erano ben poco differenti dai k l ) , dall’altro che vicende di vario genere (dal comportamento personale giudicato ostile dai carcerieri, a scelte attuate dal­ le autorità naziste per motivi di carattere assolutamente estraneo alla vita del c ampo) potevano far sì che il lavoratore coatto o l’internato militare fi­ nisse in k l . I l sistema concentrazionario nazista n ell’ultim a fase della seconda guerra mondiale. Com’è noto, solo dopo l’8 settembre 1943 l ’Italia fu coinvolta

appieno nel sistema concentrazionario nazista, che dalla sua costituzione coeva al regime si era profondamente trasformato. Non soltanto dal 1941 ai k l si sarebbero affiancati i v l , ma con lo scoppio della guerra il numero dei deportati in k l sarebbe paurosamente aumentato; si sarebbe passati dai trentamila circa del periodo 1933-37, quando a finire in campo erano essen­ zialmente tedeschi antinazisti, ai sessantamila registrati nel 1941 (tra cui numerosi stranieri e tedeschi arrestati semplicemente perché giudicati dalla polizia «asociali», troppo critici verso Hitler e i suoi paladini, colpevoli di scarso rendimento nel lavoro), ai centoventitremila del gennaio 1943 che sa­ rebbero diventati duecentoventiquattromila sette mesi dopo e ben cinquecentoventiquattromila dopo altri dodici mesi per poi toccare la punta di settecentocinquantamila nel gennaio 1 9 4 5 (si tenga conto, per meglio valuta­ re queste cifre, che la mortalità annuale, calcolata sugli otto principali k l e naturalmente escludendo dal computo i v l , fu del quarantasei per cento). Fu dal 1 9 4 3 che i k l diventarono la babele di lingue e nazionalità de­

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scrittaci da Primo Levi nelle sue opere, e fu dall’anno precedente - in con­ seguenza del prolungarsi della guerra e dell’acuta carenza di manodopera che afflisse in misura via via crescente l ’economia di guerra del Terzo Reich che l’apparato SS prese in seria considerazione l’idea di servirsi dei depor­ tati come di una grande riserva di braccia a bassissimo costo. Fino ad allora infatti nei k l il lavoro aveva avuto un carattere essenzialmente afflittivo, ancorché - dal 1938 - le SS avessero costituito proprie imprese economi­ che che utilizzavano come lavoratori schiavi proprio i KL-Hàftlinge (deno­ minazione ufficiale dei deportati). Si trattava però essenzialmente di man­ sioni di fatica in attività di scavo, sterro, sfruttamento di cave e così via. Nel 1942 divenne invece all’ordine del giorno impiegare i deportati nella produzione industriale, appaltandoli alle imprese private che avevano rice­ vuto commesse dallo stato e che - per sfuggire ai bombardamenti alleati stavano dislocando le loro officine fuori dalle aree urbane, non di rado pri­ vilegiando le zone rurali attorno ai k l . Non per caso il 10 marzo 1942 Hein­ rich Himmler aveva disposto la costituzione dell’Ufficio centrale delle SS per le questioni economiche e amministrative (Wirtschafts- und Verwaltungshauptamt - w v h a ) , alla cui testa avrebbe collocato, il 16 seguente, il ge­ nerale delle SS Oswald Pohl. Nello stesso mese al neocostituito w v h a sa­ rebbe stato sottoposto l’ispettorato per i campi di concentramento, ufficio SS da cui dipendeva la gestione e l’organizzazione della rete dei k l . Il 30 aprile successivo Pohl avrebbe diramato a tu tti i comandanti dei campi una lettera circolare in cui fissava le linee dell’impiego nel lavoro dei deporta­ ti; in essa si raccomandava di sfruttarne il più possibile e senza alcun limi­ te le capacità produttive. In tal modo veniva codificata la prassi di «an­ nientamento mediante il lavoro» (Vemìchtung durch Arbeit), considerate le condizioni abitative e di (sotto)alimentazione degli ospiti dei campi di con­ centramento. In applicazione della stessa logica, un anno più tardi sareb­ bero stati chiusi i quattro v l dove gli ebrei deportati venivano uccisi indi­ scriminatamente, a prescindere dalla loro età e dalle loro condizioni di sa­ lute. Da allora in avanti il luogo del genocidio sarebbe stato Auschwitz, dove si sarebbe provveduto a un’accurata selezione convoglio dopo convo­ glio, separando chi era destinato all’eliminazione immediata perché giu­ dicato non idoneo a produrre (vecchi, bambini, donne incinte, malati ecc.) da chi invece appariva in possesso di sufficienti forze per essere - almeno per qualche mese - utilizzato come lavoratore schiavo. E in questo sistema concentrazionario trasform ato in u n ’immensa riserva di braccia praticamente gratuite (per le SS) che giunsero i deportati dall’Italia. Il sistema concentrazionario fascista. Il fatto che il fascismo mussoliniano non abbia costruito una rete di campi di concentramento paragonabile a quella nazionalsocialista e - ancor di più - non abbia attuato misure di annientamento così radicali come quelle messe in pratica dal Terzo Reich ha contribuito in misura decisiva a far passare in secondo piano sia le re­ sponsabilità del fascismo della Rsi nella deportazione degli ebrei verso

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Auschwitz e di coloro che erano classificati come oppositori politici verso i k l , sia l’esistenza di un apparato concentrazionario edificato dal regime monarchico-fascista nell’ultimo periodo della sua ventennale esistenza. Ep­ pure esso giocò un ruolo importante nella deportazione propriamente detta: non pochi dei campi di concentramento in funzione prima dell’8 settembre 1943 vennero riutilizzati; da alcuni di essi - come vedremo - partirono i primi trasporti diretti oltre Brennero; infine, le strutture e gli apparati pre­ disposti in precedenza si dimostrarono ottimi supporti per gli occupanti e per i loro alleati di Salò. Dal giugno 1940 all’agosto 1943 il ministero degli Interni aveva dispo­ sto l’apertura di oltre cinquanta campi di concentramento. Circa la metà era collocata nelle Marche e negli Abruzzi, regioni montagnose e mal col­ legate e perciò considerate particolarmente idonee; gli altri si trovavano in Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Lucania, Ca­ labria e nelle isole di Lipari, Ponza, Tremiti, Ustica e Ventotene. Negli an­ ni 1941 e 1942 entrarono inoltre in funzione numerosi campi di concen­ tram ento dipendenti dalle autorità m ilitari, situati per la quasi totalità nell’Italia centrosettentrionale. Nella rete del ministero degli Interni furo­ no rinchiusi oppositori politici, ebrei stranieri (circa seimilacinquecento nel 1943), ma anche ebrei italiani giudicati come particolarmente pericolosi per motivi politici o sociali; nel maggio 1940, infatti, il ministero indirizzò alle prefetture due circolari in cui sollecitava la compilazione di elenchi di cit­ tadini «di razza ebraica» da internare, disposizione che venne prontam en­ te eseguita. A essere rinchiusi nei campi gestiti dai militari (di per sé la cosa era contraria alle disposizioni in vigore, che sancivano essere l’internamento competenza esclusiva del ministero degli Interni, ma ciò non impedì affat­ to al ministero della Guerra di costruire una propria rete concentrazionaria) furono quasi esclusivamente civili slavi, provenienti sia dai territori iu­ goslavi occupati, sia dall’Istria, dove si sviluppò molto presto un conside­ revole movimento partigiano. Solo dalla cosiddetta provincia di Lubiana (la porzione di Slovenia annessa al Regno d ’Italia) furono circa venticinquemila i deportati nel sistema concentrazionario fascista; tra i campi più noti quello di Gonars, in Friuli, e quello - terribile - di Rab, nell’isola omoni­ ma (in italiano Arbe), dove furono internati anche ebrei iugoslavi. Come per altri aspetti, anche per quanto riguardava il sistema concen­ trazionario fascista il 25 luglio 1943 non giunse a segnare una svolta; oltre a mantenere in vigore le leggi razziste del 1938 il governo Badoglio non toccò la legislazione sull’internamento, limitandosi a disporre (con una cir­ colare emanata dal capo della polizia Carmine Senise il 29 luglio) la libera­ zione dei reclusi a esclusione dei comunisti, degli anarchici, e degli «allo­ geni» (cioè degli slavi) della Venezia Giulia e dei territori (iugoslavi) occu­ pati, nonché di quegli italiani ebrei che avessero «svolto attività politica» o avessero commesso «fatti [di] particolare gravità», formula come si vede ben lungi dall’essere chiara. Per quanto riguarda gli ebrei stranieri ogni de­ cisione fu rinviata, e quando la loro liberazione fu decisa era troppo tardi:

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il telegramma giunse alle prefetture solo il 10 settembre 1943. All’annun­ cio dell’armistizio alcuni campi aprirono i loro cancelli, altri invece conti­ nuarono l’attività; tutto dipese dalle scelte dei direttori. Al 26 novembre 1943 risultavano ancora funzionanti dodici delle installazioni concentrazionarie fasciste costruite nel corso della guerra: Fabriano, Civitella del Tronto, Corropoli, Isola del Gran Sasso, Nereto, Notaresco, Tossiccia, Fra­ schette di Alatri, Civitella della Chiana, Montalbano di Rovezzano, Bagno a Ripoli, Scipione di Salsomaggiore. Se ne aggiunsero, c ome vedremo, nu­ merosi altri, a quel punto con la funzione non più di luogo di detenzione, ma di struttura di transito verso la rete dei k l e - per gli ebrei - verso il k l v l di Auschwitz. La macchina della deportazione degli italiani-.alcuni dati complessivi. Nel periodo che va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 partirono dall’Ita­ lia o da territori all’epoca facenti parte del territorio del Regno centoventitre trasporti (tutti, tranne pochissimi, per ferrovia; si tenga presente che la dimensione di ogni convoglio era estremamente variabile; da poche de­ cine di persone in qualche caso a oltre mille in - pochi - altri) diretti verso la rete concentrazionaria nazista (il primo si mosse il 16 settembre, da Me­ rano, con destinazione Auschwitz; l’ultimo il 22 marzo 1945, da Bolzano, diretto a Dachau). Tra essi, ben quarantaquattro deportarono ebrei di na­ zionalità italiana e straniera. Può essere significativo ricordare chi fu ad ar­ restarli; dati c erti ci sono solo per una parte degli ebrei, 4699 persone in tutto, di cui il cinquantatre per cento (2489) fu catturato da forze tedesche, il quaranta per cento (1898) da unità italiane, il restante sette per cento (312) da italiani e tedeschi assieme. Già questo dato, per quanto parziale, ci fornisce un’immagine impressionante dell’apporto delle strutture fasci­ ste repubblicane allo sterminio. Non minore fu il ruolo dell’apparato di Salò nella deportazione degli oppositori politici. Le destinazioni principali dei trasporti furono tre, il k l di Dachau (me­ ta di trentasette), il k l - v l di Auschwitz (ne accolse trentadue), il k l di Mauthausen (dove ne giunsero ventuno); altre destinazioni furono il k l di Buchen­ wald (destinazione di quindici), il k l femminile di Ravensbruck (otto tra­ sporti), e infine i k l di Bergen-Belsen e Flossenburg (entrambi furono rag­ giunti da cinque convogli). Va da sé che, con l’eccezione di Auschwitz dove coloro che vi furono deportati vennero in significativa parte eliminati nelle camere a gas subito dopo l’arrivo, l’immatricolazione in un k l voleva dire soltanto l’inizio di un calvario che - attraverso dislocazioni in sottocampi dove erano state in­ stallate lavorazioni industriali, trasferimenti in altri campi per esigenze pro­ duttive o di altro genere, spostamenti connessi con l’andamento delle ope­ razioni belliche - poteva portare ogni deportato anche molto lontano dalla sua destinazione originaria. Per quanto riguarda le località di partenza, ben settanta convogli partirono da Trieste, a dimostrazione dell’importanza del­ la città e del suo territorio nella storia della deportazione dall’Italia (com’è

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noto, nelle province di Udine, Gorizia, Trieste, Fiume e Pola la sovranità italiana fu sospesa; trasform ate in Zona d ’operazione Litorale Adriatico - Adriatisches Kiistenland - , esse dipendevano amministrativamente dal Gau di Klagenfurt ed ebbero strutture SS e di polizia autonome da quelle che operavano nella Rsi. A Trieste ebbe inoltre sede un’installazione concentrazionaria, quella della Risiera di San Sabba, che univa in sé le caratteri­ stiche di campo di transito, k l e v l ) ; tredici da Bolzano, dove dall’inizio di agosto 1944 ebbe sede un grande campo di transito per ebrei e politici (Po­ lizei- und Durchgangslager - Dulag); sette da FossoU di Carpi, che fu dal 5 dicembre 1943 alla metà di marzo 1944 un campo di concentramento per ebrei posto sotto la giurisdizione del ministero degli Interni della Rsi, in seguito e fino alla fine di luglio 1944 passò sotto il comando tedesco co­ me Dulag; sei da Verona, cinque da Milano, tre ciascuno da Roma e Torino, gli altri da Firenze (due), Gorizia (due), Bergamo, Borgo San Dalmazzo (via Drancy, Francia), Cairo M ontenotte, Genova, Mantova, Merano, Monfalcone, Novi Ligure, Peschiera del Garda, Pola, Atene (deportò gli ebrei di Rodi e del Dodecaneso, all’epoca di nazionalità italiana), Sulmona. La prima fase: 8 settembre - 30 novembre 1 9 4 3 . Il primo trasporto verso Auschwitz partì da Merano il 16 settembre, e fu seguito appena quattro giorni dopo dal primo convoglio verso Dachau, che mosse da Peschiera del Garda. Tuttavia nelle prime settimane mancavano ancora da parte sia del­ l’occupante tedesco sia del fascismo repubblicano strutture centralizzate in grado di gestire la macchina deportatoria; i tedeschi le avrebbero costitui­ te all’inizio di ottobre, mentre Salò avrebbe messo a punto i propri appa­ rati persecutori solo verso la fine di novembre. Di conseguenza i primi tra­ sporti diretti oltre Brennero furono il risultato di azioni di carattere loca­ le; la deportazione degli ebrei meranesi ad Auschwitz fu opera di nazisti sudtirolesi inquadrati nel Sicherheits- und Ordnungsdienst ( s o d - una for­ mazione di polizia formata da optanti per il Reich) in collaborazione con un nucleo della Sicherheitspolizei-Sicherheitsdienst (Sipo-SD - era la strut­ tura investigativa e repressiva in cui si intrecciavano SS e polizia statale) appena giunto dalla Germania; con il trasporto del 20 settembre vennero trasferiti a Dachau, per disposizione delle autorità militari di occupazione, circa millenovecento militari detenuti nel carcere militare di Peschiera del Garda. Tra essi, oltre a persone accusate di reati comuni, c’erano noti an­ tifascisti che avevano rifiutato di servire in armi la causa del regime. Trat­ tandosi però di carcerati, essi furono presi in carico, dal punto di vista bu­ rocratico, non dalla branca politica della Sipo-SD (cioè dalla Gestapo), ma da quella che si occupava di reati comuni (la Kriminalpolizei - Kripo). Per tale motivo a Dachau, dopo essere stati inizialmente (dal 22 settembre al 28 novembre) classificati come Schutzhàftlinge (cioè politici, e quindi se­ gnalati da un triangolo rosso cucito sulla divisa di tela a righe), vennero con­ siderati «asociali» (e inseriti perciò nel gruppo Arbeitszwang Reich, che de­ finiva gli assegnati al k l per «devianza» sociale) e venne loro attribuito quin­

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di un triangolo nero. Il 18 settembre precedente era stata la volta di un nu­ meroso gruppo di ebrei francesi, che - persa la precaria protezione in pre­ cedenza accordata loro dalle truppe italiane di occupazione - da Saint-Martin de Vésubie avevano attraversato le Alpi ed erano giunti nel Cuneese, a essere rastrellato dagli uomini della X II compagnia del 2° battaglione del 30 reggimento della divisione corazzata W affen SS Leibstandarte Adolf Hitler (l s s a h ) . Reclusi a Borgo San Dalmazzo nella caserma degli alpini, trasformata dal comando della l s s a h in Polizeihaftlager (campo di prigionia di polizia), gli ebrei francesi vennero deportati il 21 novembre successivo nel Dulag di Drancy, in territorio francese, e di li trasferiti ad Auschwitz. Sostanzialmente simili tra loro le caratteristiche dei due trasporti par­ titi l’8 ottobre, il primo da Cairo M ontenotte destinato a M authausen, sottocampo di Gusen, il secondo da Sulmona per Dachau; in entram bi i casi vennero deportate persone in precedenza detenute in campi di concentramento fascisti. Da Cairo (dove si trovava uno dei luoghi di deten­ zione posti sotto il controllo delle autorità militari) partirono circa mille internati originari della Venezia Giulia e dell’Istria; da Sulmona greci, al­ banesi, iugoslavi e circa centosessanta italiani, tu tti detenuti in prece­ denza nei campi abruzzesi. A Roma alcune centinaia di prigionieri di guer­ ra britannici caduti in mano tedesca vennero aggiunti al convoglio. No­ tevoli particolarità presenta invece un terzo trasporto partito lo stesso giorno, questa volta da M antova, e diretto anch’esso come il primo a M authausen. L o componevano militari italiani catturati dai tedeschi che - a rigore - avrebbero dovuto essere inviati in campi di prigionia e non in k l . La prima retata frutto di una precisa disposizione proveniente da Ber­ lino fu la grande caccia all’ebreo che ebbe per teatro il ghetto di Roma nei giorni 16 e 17 ottobre 1943; vennero arrestate 1259 persone, 1023 delle quali sarebbero state deportate il giorno successivo con destinazio­ ne Auschwitz. E particolarm ente degno di nota che 839 (P82 per cento) di loro siano state uccise immediatamente nelle camere a gas, e che appe­ na 17 (pari all’x,7 per cento) siano sopravvissute fino alla liberazione. A operare nel ghetto romano fu uno specifico gruppo d ’intervento (Einsatzkommando), forte in tutto di una decina di persone, guidato dal capi­ tano delle SS e della polizia (Hauptsturmfuhrer) Theodor Dannecker. Stret­ to collaboratore del capo dell’Ufficio IV B 4 (Questioni riguardanti gli ebrei) all’interno dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich (Reichssicherheitshauptam t - r s h a ) , Adolf Eichmann, Dannecker aveva accu­ mulato una notévole esperienza nella Francia occupata, dove dall’autun­ no 1940 fino al settembre 1942 aveva organizzato la deportazione degli ebrei francesi, ma nulla sapeva di Italia e di Roma. Potè tuttavia giovar­ si dell’ampia schedatura degli ebrei residenti (italiani e non) che l’Italia monarchico-fascista aveva attuato dal 1938 in poi, nonché della collaborazione diretta di una squadra di agenti della questura romana (al comando del commissario Gennaro Cappa), che gli preparò un indirizzario com­

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p leto . I 3 6 5 p o liz io tti te d e sc h i (in p arte d ella Sipo-SD, in p arte d ella p o ­ lizia m ilitare, in p arte d ella p o liz ia d e ll’o rd in e - O rd n u n g sp o lize i - O rpo) ch e si scaten aron o all’alba d e l 16 sap evan o p erciò p e r fe tta m e n te d o ­ v e andare.

Nei giorni successivi l’Einsatzkommando di Dannecker si spostò più a nord e all’inizio di novembre mise in atto retate a Firenze, Siena, Bologna e M ontecatini Terme. Ne furono vittime più che altro ebrei stranieri rifu­ giatisi negli anni precedenti in Italia. Il 9 del mese, tramite un convoglio par­ tito da Firenze e Bologna, circa quattrocento vennero deportati ad Ausch­ witz. Alla liberazione, di tu tti loro soltanto una donna era ancora in vita. Di li a poco fu la volta di Torino, Milano, Genova e delle cittadine della ri­ viera ligure. Anche qui la maggioranza degli arrestati furono ebrei stranieri. Essi vennero concentrati al carcere milanese di San Vittore, un’ala del qua­ le era amministrata direttam ente dalla Sipo-SD (ne era responsabile l’uffi­ ciale SS Theo Saewecke, condannato all’ergastolo per crimini di guerra nel 1999 dal Tribunale militare di Torino) e furono deportati ad Auschwitz il 6 dicembre 1943. Il trasporto fece sosta a Verona, dove imbarcò altri ebrei catturati a Firenze e Bologna e non inseriti nel precedente convoglio, e do­ ve furono aggiunti altri vagoni piombati provenienti da Trieste. La cifra to­ tale dei deportati dovrebbe essere stata almeno di seicento; solo quattor­ dici sopravvissero fino al 1945. Va sottolineato come, diversamente da Ro­ ma, dove PEinsatzkommando di Dannecker aveva potuto contare per il rastrellamento del ghetto su un buon numero di poliziotti tedeschi, in tu t­ ti gli altri casi il capitano delle SS e della polizia disponeva soltanto dello sparuto gruppo di agenti ai suoi ordini. A Firenze come a Bologna, a Tori­ no come a Milano, a Genova come a Siena, perciò, le retate antiebraiche furono possibili soltanto per la diretta collaborazione degli organi di poli­ zia italiani, che non si limitarono a fornire al nucleo SS elenchi, indirizzi, censimenti, ma attuarono di persona gli arresti senza bisogno di disposi­ zioni specifiche da parte delle autorità di Salò, che giunsero solo dalla metà di novembre in poi. Dopo i rastrellamenti e le deportazioni che ho appena richiamato Dan­ necker lasciò l’Italia, mentre i membri del suo Einsatzkommando venne­ ro inseriti nelle strutture che la polizia tedesca istituì a Verona (una sorta di copia dell’apparato berlinese del r s h a ) . Nelle ultime settimane del 1943, infatti, si registrò una svolta: la Rsi radicalizzò l’antisemitismo espressosi nelle leggi del 1938 dandogli una curvatura chiaramente sterminazionista: il congresso del Partito fascista repubblicano svoltosi a Verona il 14 no­ vembre 1943 (l’unico della sua breve storia) dichiarò che gli ebrei «appar­ tenevano] a nazionalità nemica». Il 30 successivo il ministero degli In­ terni della Rsi dispose, in applicazione di quanto deliberato a Verona, che gli ebrei fossero «concentrati in campi di concentramento provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamen­ te attrezzati». Di conseguenza l’intero apparato di polizia della Rsi fu tra­ sformato in una macchina antisemita finalizzata alla concentrazione de­

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gli ebrei (che equivaleva - nel contesto specifico - alla loro eliminazione fisica). D a l dicembre 1943 a ll’agosto 1944. I campi previsti dalla disposizione del 30 novembre 1943 vennero prontamente realizzati (ventitré in tutto: Aosta, Asti, Calvari di Chiavari, Borgo San Dalmazzo, Ferrara, Bagno a Ripoli, Forli, Roccatederighi, Bagni a Lucca, Civitella Val di Chiana, Urbisaglia, Mantova, Vò Vecchio, Scipione di Salsomaggiore, Monticelli Ter­ me, Perugia, Reggio Emilia, Sondrio, Teramo, Vercelli, Verona, Piani di Tonezza, Servigliano Marche; altrove furono le carceri a svolgere lo stesso ruo­ lo) e restarono in attività fino ai primi mesi del 1944. Contestualmente all’apertura dei campi provinciali, il 5 novembre iniziava la sua attività il campo di concentramento speciale, anch’esso citato nel telegramma invia­ to da Guido Buffarini Guidi alle questure il 30 novembre; la località scel­ ta fu Fossoli di Carpi, in provincia di Modena, ben collegata alla rete fer­ roviaria e dove dal 1942 esisteva un campo per prigionieri di guerra i cui detenuti (militari britannic i) erano caduti in mano tedesca nei giorni suc­ cessivi all’armistizio ed erano stati deportati in k l (presumibilmente con il trasporto per Dachau dell’8 ottobre). Il campo di concentramento fascista repubblicano fu piazzato in un’area adiacente il vecchio campo di prigionia, dove già in precedenza erano in corso lavori di ampliamento; fino al 15 mar­ zo 1944 rimase sotto la piena autorità di Salò (il suo comandante - prima Domenico Avitabile, poi Mario Taglialatela - era un funzionario di questu­ ra e rispondeva direttam ente alla prefettura di Modena), in seguito passò di fatto sotto il controllo degli uffici di polizia tedeschi in Italia, che lo clas­ sificarono come Dulag. Ancorché predisposto dal ministero degli Interni della Rsi come campo di concentramento per ebrei, ospitò nei mesi in cui rimase aperto anche per­ sone catturate per attività politica antifascista; come per molti ebrei, anche per gli antifascisti il primo luogo di detenzione fu comunque rappresentato dalle carceri delle località in cui erano stati catturati. U n’altra conseguen­ za della decisione di Verona e dell’ordinanza applicativa del ministero fu un’ondata di retate ai danni degli ebrei scampati all’Einsatzkommando di Dannecker; ora ad agire in prima persona furono le questure italiane (sen­ za alcuna disposizione tedesca e senza particolari appoggi logistic i da parte degli occupanti). Arresti in massa si ebbero a Venezia, Asti, Reggio Emi­ lia, Firenze, Parma, Bergamo, Forlì, Livorno, Lucca, Milano, Pistoia e nelle rispettive province. Gli ebrei internati furono poi consegnati agli uomini di Dannecker, che da Verona ne organizzarono la deportazione ad Ausch­ witz (il trasporto partì da Milano e Verona il 30 gennaio 1944, con oltre seicento deportati; solo venti sopravvissero). La nuova situazione verificatasi in Italia fu oggetto di attente valutazio­ ni a Berlino; nel corso di una serie di incontri tra Eberhard von Thadden, alto funzionario del ministero degli Esteri (Auswàrtiges Amt - a a ) , Theo Dannecker e Friedrich Bosshammer, maggiore delle SS e della polizia (Sturm-

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bannfiihrer) e stretto collaboratore di Eichmann, venne deciso di costituire anche in Italia, sul modello di quanto era stato fatto negli altri territori oc­ cupati, un distaccamento stabile dell’Ufficio IV B 4, che centralizzasse la persecuzione antiebraica e operasse in stretto collegamento con la polizia lo­ cale, la cui collaborazione si era rivelata (come ovunque) indispensabile per la conduzione dei rastrellamenti. A guidarlo fu designato Bosshammer, il quale fin dal 19 maggio 1943 - nel quadro delle misure decise dal governo del Reich, in previsione di un collasso dell’Italia monarchico-fascista, che avevano portato il 18 dello stesso mese alla costituzione di uno stato mag­ giore a Monaco (sotto il comando del generale Erwin Rommel) incaricato di preparare organizzativamente l’invasione del territorio italiano - aveva ri­ cevuto da Eichmann il compito di predisporre piani, in stretto contatto con I ’a a , per attuare anche nel nostro paese la deportazione degli ebrei. Il mag­ giore delle SS si insediò a Verona il 31 gennaio 1944, inserì nel suo ufficio i membri dell’Einsatzkommando guidato in precedenza da Dannecker e ini­ ziò la sua attività in stretto contatto con i corpi di polizia di Salò. In quan­ to responsabile della sezione italiana dell’Ufficio IV B 4, Bosshammer era inserito nell’articolazione locale dell’Ufficio IV (Gestapo), incaricato di com­ battere i «nemici del Reich» e guidato sul posto dal maggiore delle SS e del­ la polizia Franz Kranebitter, che a sua volta dipendeva dal capo della Sipos d in Italia (Befehlshaber der Sipo-SD - b d s ) Wilhelm Harster. Va precisa­ to però che l’ufficio di Bosshammer godeva di una larga autonomia, poiché era in contatto diretto con la centrale antiebraica berlinese comandata da Eichmann. Così strutturato, l’Ufficio IV funzionò come cervello operativo della deportazione dall’Italia; Kranebitter era responsabile della deporta­ zione in k l degli oppositori politici, Bosshammer di quella degli ebrei verso Auschwitz. Entrambi si servirono come Dulag del campo di Fossoli, diret­ to dal 15 marzo 1944 dal sergente (Untersturmfiihrer) delle SS e della poli­ zia Karl Titho. Le due sezioni dell’Ufficio IV avevano ciascuna propri rap­ presentanti nelle sedi distaccate del b d s , denominate Aufienkommandos (a k ; complessivamente erano otto: Torino, Genova, Milano, Venezia, Bo­ logna, Firenze, Perugia e Roma, a cui bisogna aggiungere il posto di fron­ tiera di Como e i presidi - AuBenposten - di Padova e Forlì, dipendenti ri­ spettivamente dagli a k di Venezia e di Bologna). Negli otto mesi che intercorsero tra la prima decade di dicembre 1943 e la prima settimana di agosto 1944 (quando il Dulag di Fossoli fu smantella­ to) partirono dal territorio sottoposto alla giurisdizione della Rsi (quindi con esclusione del Litorale Adriatico, di cui si dirà più oltre) venticinque trasporti, di cui sette (che viaggiavano sotto la sigla r s h a ) deportarono ad Ausch­ witz ebrei destinati alla selezione (e quindi in cospicua parte all’eliminazio­ ne immediata); sei condussero nei k l di Bergen-Belsen, Buchenwald e Ravensbrùck ebrei che, per decisione dell’Ufficio IV B 4, non vennero inviati ad Auschwitz perché o cittadini britannici (libici con passaporto britanni­ co), o cittadini turchi (la Turchia era neutrale), o figli e coniugi di matrimo­ ni misti; dodici deportarono in k l persone arrestate in quanto oppositori

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politici. Questi ultimi erano contrassegnati dalla sigla Sipo-SD. Tra i mag­ giormente emblematici il convoglio partito il 5 gennaio 1944 da Roma per Mauthausen, che trasportava circa quattrocento rastrellati tra gli ambienti della Resistenza romana (c’erano militari che P8 settembre si erano sottrat­ ti alla cattura e antifascisti attivi. Val la pena di notare c he al momento del­ la liberazione soltanto una ventina erano ancora in vita: il c inque per cen­ to); quello partito il 13 gennaio dalle Carceri Nuòve di Torino per la stessa destinazione, il primo dal capoluogo piemontese, con c inquanta militanti del­ la Resistenza; il successivo che mosse da Genova il 16 dello stesso mese; i grandi trasporti del mese di marzo, che deportarono tra gli altri numerosi operai catturati in seguito agli scioperi antifascisti e antinazisti dell’inizio del mese (uno si mosse da Milano il 4 verso Mauthausen con circa cento de­ portati; un secondo parti da Firenze l’8 marzo e - dopo aver fatto sosta a Fossoli e a Verona - giunse nello stesso k l con circa seicento; un terzo si co­ stituì a Bergamo il 16 successivo - anch’esso diretto a Mauthausen - con ol­ tre seicentocinquanta deportati provenienti in gran parte da Torino, Mila­ no, Genova, Savona, e daH’hinterland milanese); il convoglio che si avviò l’8 aprile da Novi Ligure con circa centonovanta rastrellati alla Benedicta*, a cui vennero aggiunti altri antifascisti durante una sosta a Milano; e infine i due trasporti diretti al k l femminile di Ravensbriick, del 27 giugno (da To­ rino) e del 2 agosto successivo (da Verona). Complessivamente sette trasporti partirono da Fossoli (altri vi fecero sosta dopo essere stati formati altrove e caricarono altri deportati), sei erano di ebrei e uno di politici. Molto impor­ tante è Punico convoglio di deportati di passaporto italiano che non fu av­ viato dal territorio nazionale, quello del 3 agosto dal Dulag di Haydari pres­ so Atene; esso deportò ad Auschwitz gli ebrei di Rodi e del Dodecaneso (ol­ tre milleottocento, tra cui numerosi bambini), che il 23 luglio precedente erano stati fatti evacuare dalle isole natie in direzione di Coo e della capita­ le greca. Solo centosettantanove sopravvissero. Come si può vedere dalle cifre, la deportazione degli oppositori politi­ ci in k l acquistò una rilevanza crescente con il passare dei mesi dopo la cri­ si dell’8 settembre, in stretta connessione con lo sviluppo dell’attività partigiana e delle reti di resistenza, nonché con la difficoltà di controllare il territorio che gli occupanti tedeschi e le autorità fasciste repubblicane an­ davano incontrando. Sulla base delle ricerche effettuate, che a tu tt’oggi hanno approfondito prevalentemente ambiti regionali o ancora più ristret­ ti ma non si sono ancora misurate con la dimensione nazionale, un po’ più della metà di coloro che furono deportati nei k l erano effettivamente le­ gati in qualche modo alla Resistenza antifascista e antinazista; gli altri fu­ rono vittime di rastrellamenti e retate, trovandosi cioè nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. T utti possono comunque essere ricompresi nella ca­ tegoria di chi era ostile all’ordine nazifascista. Il 15 giugno, nell’ambito del­ la riorganizzazione della lotta antipartigiana, i massimi responsabili delle SS e della polizia (tedesca) in Italia fissarono ima procedura in base alla qua­ le coloro che fossero stati rastrellati durante un’azione di controguerriglia

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dovevano essere divisi in tre categorie: partigiani veri e propri, sospetti fian­ cheggiatori, renitenti ai bandi Graziani. Questi ultimi andavano spediti in Germania - sotto sorveglianza - per essere impiegati come lavoratori coat­ ti; i primi (qualora non fossero stati immediatamente passati per le armi) andavano deportati in k l ; i membri della seconda categoria, infine, pote­ vano essere inseriti nel primo o nel secondo gruppo a discrezione dei fun­ zionari della Sipo-SD che coadiuvavano le forze della Orpo materialmente incaricate di condurre l’operazione (ai comandi regionali della Orpo erano subordinati anche i corpi armati della Rsi, G nr o altro che fossero). Sostanzialmente le disposizioni ora citate non facevano altro che siste­ matizzare una prassi già praticata fin dall’inizio del 1944. Va da sé che la tripartizione accennata valeva non solo per i territori dove erano insediate formazioni ribelli, ma anche per le aree urbane in cui si fossero manifesta­ te forme rilevanti di resistenza civile (tale fu il caso, ad esempio, delle aree industriali investite dagli scioperi del marzo 1944 e dalle ondate successi­ ve). Considerate le circostanze in cui avveniva la ripartizione dei rastrella­ ti e l’ampio margine di discrezionalità di cui potevano disporre gli uomini della Sipo-SD, la selezione ebbe non di rado un tasso relativamente alto di casualità, determinando l’invio in k l anche di persone arrestate perché si trovavano incidentalmente in aree investite da retate o rastrellamenti. D a ll’agosto 1944 a ll’aprile 1945. All’inizio di agosto 1944 il campo di Fossoli cessò di funzionare come Dulag; la rottura della linea Gustav da parte delle forze alleate e la loro avanzata in Italia centrale, con il conse­ guente ripiegamento della W ehrmacht sulla linea Gotica, lo rendevano trop­ po esposto, e indussero i comandi delle SS e della polizia tedesca a trasfe­ rire il campo di transito in una località ancora sicura, più a nord. Venne scelto il sobborgo bolzanino di Gries. Nel nuovo Dulag vennero spostati solo i prigionieri politici ancora detenuti a Fossoli, mentre gli ebrei furono deportati oltre Brennero (la grande maggioranza - circa duecentocinquanta - ad Auschwitz; tre piccoli gruppi - circa novanta in tutto - che erano figli o coniugi di matrimonio misto a Buchenwald, Ravensbriick, BergenBelsen); la direzione del campo rimase affidata a Karl Titho, che ricoprì ta­ le carica fino all’arrivo degli alleati e alla liberazione; con il personale di sor­ veglianza tedesco operavano anche alcuni ausiliari di polizia ucraini. Fos­ soli non venne comunque smantellato: dal 12 agosto al 29 novembre 1944 il campo fu gestito dal rappresentante in Italia del g b a Sauckel e utilizzato come luogo di raccolta dei lavoratori (in gran parte coatti) da inviare nel Reich (in quei mesi il g b a disponeva in Italia di altri quattro campi: Sesto San Giovanni, Tortona, San Michele presso Verona, Treviso-Cittadella). Nel periodo di attività del Dulag di Bolzano-Gries partirono dall’Italia occupata (lasciando sempre da parte il Litorale Adriatico) quattordici tra­ sporti in tutto, di cui ben tredici dal campo sudtirolese; solo uno (a quanto risulta molto piccolo, di una decina di persone, diretto a Dachau) si mosse da Verona. Lo spostamento del Dulag e la contemporanea riduzione dello

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spazio rimasto sotto il controllo tedesco e fascista repubblicano (ormai la sola Pianura padana) contribuirono a centralizzare i meccanismi della de­ portazione. Dei convogli da Bolzano solo uno fu diretto ad Auschwitz; partì il 24 ottobre 1944 e deportò nel k l - v l slesiano un consistente gruppo di ebrei (oltre un centinaio) e anche un nucleo di politici (questi ultimi viag­ giavano sotto la sigla Sipo-SD, mentre gli ebrei sotto quella della r s h a ; giun­ ti a destinazione i politici non furono sottoposti alla selezione per le came­ re a gas, ma inviati direttam ente al lavoro coatto). Anche in altri sei tra­ sporti diretti verso vari k l furono inseriti ebrei; ormai Auschwitz era un obiettivo irraggiungibile: alla metà di gennaio 1945 il k l - v l era lambito dal fronte e qualche giorno dopo sarebbe stato raggiunto e liberato dalle trup­ pe sovietiche. Gli altri sei convogli deportarono esclusivamente detenuti politici e partirono con scadenza approssimativamente mensile. Significa­ tivo, per le dimensioni, fu il grande trasporto per Flossenbiirg del 5 set­ tembre 1944, con circa millecinquecento deportati. L’ultimo vagone piom­ bato partì per Dachau il 22 marzo 1945, con una ventina di persone. Qual­ che giorno dopo il b d s veronese cercò di organizzare un ulteriore trasporto di ebrei e di politici verso Flossenbùrg, ma l’interruzione della linea ferro­ viaria del Brennero, provocata dai bombardamenti alleati, costrinse gli uo­ mini di Eichmann e di Himmler a desistere. Il Dulag continuò comunque a funzionare come k l fino alla fine di aprile; solo il 29 e il 30 del mese - do­ po lunghe trattative tra Titho e rappresentanti della Croce rossa interna­ zionale - coloro che vi erano ancora reclusi poterono riacquistare la libertà. La deportazione d a ll’Adriatisches Kiistenland e i l campo della Risiera di San Sabba. Come già abbiamo osservato, ben settanta trasporti (il cin-

quantasette per cento del totale) partirono dalla Zona d ’operazione Lito­ rale Adriatico verso Auschwitz e verso i k l ; il primo si avviò da Trieste per Dachau il 28 ottobre 1943, con oltre duecento deportati (era il sesto dall’Ita­ lia), l’ultimo il 24 febbraio 1945, per Ravensbriick, ma fu poi deviato a Ber­ gen Belsen (il centoventiduesimo, e penultimo, dal nostro paese). Ventidue convogli in tutto deportarono ebrei, gli altri quarantotto prigionieri politi­ ci. Dei primi, diciannove si diressero ad Auschwitz, solo tre (partiti rispet­ tivamente il 28 novembre 1944, P i i gennaio e il 24 febbraio 1945) ebbero come destinazione Ravensbriick. La maggioranza di questi trasporti viag­ giava sotto la sigla r s h a , altri furono contrassegnati dalla doppia abbrevia­ zione r s h a e Sipo-SD, alcuni solo da quest'ultima. Dato che la classificazio­ ne Sipo-SD connotava i convogli dei politici, ciò significa da un lato che tal­ volta vennero deportati assieme ad Auschwitz sia politici sia ebrei, dall’altro che qualche ebreo venne incluso dai nazisti nel novero dei deportati politici. Tra le più dure azioni antisemite avvenute nel Litorale Adriatico pos­ siamo annoverare i rastrellamenti delle comunità ebraiche di Trieste e Go­ rizia, fra ottobre e novembre 1943 (i rastrellati furono inviati ad Auschwitz il 7 dicembre successivo); la cattura e la deportazione degli ebrei iugoslavi internati nel campo di concentramento istituito dal regime monarchico-fa­

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scista nell’isola di Rab (Arbe) durante l’occupazione italiana (convogli del 29 marzo e del 27 aprile 1944); i ripetuti rastrellamenti antiebraici condotti a Fiume e dintorni; il trasferimento alla Risiera di San Sabba degli ebrei de­ tenuti nel campo di concentramento fascista repubblicano di Vò Vecchio (Padova) e la loro successiva deportazione ad Auschwitz il 31 luglio 1944. Dei quarantotto trasporti diretti alla rete dei k l è da segnalare che in pa­ recchi casi si superarono i duecento deportati per convoglio; in particolare, l’8 dicembre 1944 partirono per Dachau circa quattrocentocinquanta pri­ gionieri (tra cui numerosi croati e sloveni); P i i gennaio successivo circa cin­ quecento diretti a Flossenbùrg; il 2 e il 24 febbraio circa trecentocinquanta li seguirono, destinati rispettivamente a M authausen e a Dachau. L’analisi della deportazione nel Litorale Adriatico sarebbe però incom­ pleta se non si tenesse conto che proprio a Trieste era situato il Polizeihaftlager (campo di detenzione di polizia) della Risiera di San Sabba, che tra le sue funzioni aveva anche quella di essere un v l ; i deportati erano uccisi tra­ mite camere a gas mobili (furgoni costruiti appositamente in modo che i gas di scarico fossero immessi in una camera stagna in cui prima erano stati rin­ chiusi gli esseri umani da eliminare; già utilizzati nel corso della cosiddet­ ta «operazione eutanasia» - o «azione T4» che dir si voglia - per uccidere malati mentali e handicappati gravi, furono impiegati dalle Einsatzgruppen - gruppi di intervento delle SS e della polizia incaricati di sterminare ebrei e quadri del Partito comunista sovietico - sul fronte orientale. Se ne fece uso anche nel v l di Chelmno). Complessivamente, il numero di deportati uccisi nella Risiera fu superiore a duemila. Con la costituzione del Litorale Adriatico (il 10 settembre 1943) era stata decisa anche la nomina di un rap­ presentante ufficiale di Himmler e dell’apparato SS nella zona. A tale cari­ ca venne designato il generale delle SS e della polizia (Gruppenfiihrer) O di­ lo Globocnik, che si insediò il 19 ottobre successivo con il titolo di coman­ dante superiore delle SS e della polizia (Hòherer SS- und Polizeifuhrer h s s p f ) . Globocnik, austriaco d ’origine (era nato proprio a Trieste il 21 apri­ le 1904), aveva accumulato un’imponente esperienza nello sterminio di mas­ sa come responsabile della cosiddetta Aktion Reinhardt, cioè lo sterminio di quasi due milioni di ebrei polacchi (e di altri paesi europei) nei tre v l , appositamente costruiti, di Belzec, Sobibor e Treblinka. In quell’occasione era stato messo ai suoi ordini uno speciale Einsatzkommando (gruppo d ’in­ tervento) definito «R» dalla lettera iniziale di Reinhardt; lo costituivano specialisti dell’omicidio formatisi nell’ambito dell’azione T4 e lo comanda­ va Christian W irth, maggiore delle SS e commissario di polizia (sarebbe sta­ to ucciso il 26 maggio 1944 dai partigiani che operavano nel Litorale Adria­ tico). Nelle settimane successive al suo arrivo a Trieste Globocnik si fece raggiungere dall’Einsatzkommando R, le cui tre sezioni (R I, R II, R III) si piazzarono rispettivamente nella Risiera, a Fiume e a Udine. Loro compito specifico era la lotta al movimento partigiano e la distruzione degli ebrei. Nonostante il Litorale Adriatico fosse direttam ente sottoposto all’au­ torità del Reich, anche lì l’apporto del collaborazionismo indigeno fu assai

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importante e per molti versi indispensabile, fornendo alle strutture dell’oc­ cupante quella conoscenza del territorio che mancava loro. Accanto all’am­ ministrazione italiana, c he continuava nelle sue attività ordinarie (compre­ sa quella di polizia) e al battaglione italiano Tagliamento al comando del co­ lonnello Juliani, fu costituita una milizia di autodifesa territoriale forte di novemila uomini e in ogni provincia venne piazzato un reparto (circa tre­ cento uomini ciascuno) di ausiliari di polizia reclutati in loco. La liberazione dei campi e i l ritorno dei deportati. Il primo grande lager a essere liberato fu Auschwitz, alla fine di gennaio 1945; l’ultimo fu Mauthaus­ en, il 5 maggio successivo. Ma nelle settimane seguenti non pochi dei so­ pravvissuti continuarono a morire per gli effetti delle sofferenze patite. Fra la tarda primavera e l’autunno i sopravvissuti al sistema concentrazionario nazista, circa il dieci per cento dei deportati dall’Italia, poterono rientrare in patria e raggiungere le loro case (quelli almeno che le trovarono ancora in piedi) e i loro familiari (nella misura in cui anch’essi erano sopravvissuti al­ la guerra. Per non pochi degli ebrei deportati non fu così). Trovarono un paese che usciva da una fase tragica della sua esistenza e che - nonostante avesse contribuito in maniera significativa alla propria liberazione - non era molto disposto ad ascoltarli. Alcuni decisero di continuare a testimo­ niare, altri si chiusero in un silenzio che ruppero solo molti anni dopo. Ci vollero quasi trent’anni perché la deportazione cominciasse a diventa­ re parte integrante della storia d ell’Italia nella seconda guerra mondiale e a essere conosciuta, almeno nelle sue grandi linee, dall’opinione pubblica. Nota bibliografica. F.

C e r e j a e B . M a n t e l l i (a c u r a d i) , L a d e p o r ta z io n e n e i c a m p i d i s te r m in io n a z is ti, A n g e l i ,

M i la n o 1 9 8 6 ; M . C o s l o v i c h , I p e r c o r s i d e lla s o p r a v v iv e n z a , M u r s ia , M i la n o 1 9 9 4 ; L . K l in k h a m ­ m e r , L ' o c c u p a z io n e te d e s c a in I ta li a ( 1 9 4 3 - 1 9 4 5 ) , B o l l a t i B o r i n g h ie r i, T o r i n o 1 9 9 3 ; L . P i c ­ c i o t t o F a r g io n , I l lib r o d e lla m e m o r ia , M u r s ia , M i la n o 1 9 9 1 ; S p o s ta m e n ti d ì p o p o la z io n e e d e ­ p o r ta z io n e in E u r o p a d u r a n te la s e c o n d a g u e r ra m o n d ia l e , C a p p e l li, B o l o g n a 1 9 8 7 ; I . T ib a l d i , C o m p a g n i d i v ia g g io , A n e d - A n g e l i , M i l a n o 1 9 9 4 .

L IL IA N A P IC C IO T T O

Deportazione razziale: la persecuzione antiebraica in Italia, 1943-45

La legislazione antiebraica fascista. Nel settembre del 1943, gli ebrei in Italia erano circa 33 000 tra cittadini italiani e profughi stranieri, capitati nella penisola animati dalla speranza di potersi imbarcare per altri paesi, ma bloccati dagli eventi bellici. Già da qualche anno la situazione per gli ebrei locali era tragica dal pun­ to di vista materiale e piena di disagio dal punto di vista morale. Dal set­ tembre del 1938 infatti, data dell’emanazione della prima legge antiebrai­ ca, regnavano l'insicurezza e l’inquietudine: i bambini e gli adolescenti non avevano la possibilità di frequentare la scuola pubblica, i capofamiglia di prestare la loro opera negli uffici della pubblica amministrazione, nella scuo­ la e nelle università, erano limitati nelle loro attività, che fossero impren­ ditori o venditori ambulanti. Gli ebrei erano stati radiati dall’esercito, da­ gli albi professionali, dalle banche, dalle imprese di interesse pubblico. I matrimoni con cattolici erano proibiti. T utto ciò avveniva nel quadro di una campagna di stampa diffamatoria e umiliante cui davano manforte am­ bienti colti e universitari per i quali l’antisemitismo divenne una moda, se non proprio una profonda convinzione. La legislazione antiebraica, che non aveva certo molto da invidiare quan­ to a durezza e puntiglio a quella messa in atto dalla Germania nazista, fu accompagnata da una miriade di piccole ordinanze e circolari amministra­ tive che rese difficile e umiliante la vita quotidiana degli ebrei, come quel­ la che proibiva gli annunci funebri sui giornali, l’avere il proprio nome nell’elenco dei telefoni, il frequentare luoghi di villeggiatura, lavorare nel mondo dello spettacolo, operare in qualità di ostetrica o infermiera, per non fare che qualche esempio casuale. E, ancora, via dai libri scolastici testi scrit­ ti da ebrei, via dalle strade nomi di ebrei illustri, via dagli edifici degli ospe­ dali e dagH asili nomi dei rispettivi benefattori ebrei. Essi vennero anche accuratamente schedati, registrati, contati da pre­ fetture, questure, amministrazioni comunali, uffici locali del fascio. Quanto ai profughi stranieri, furono sottoposti a decreto di espulsione e quando questo si dimostrò impossibile da realizzare per la chiusura delle vie marittime, il 10 giugno del 1940 furono sottomessi a provvedimento di internamento in appositi campi o luoghi di prigionia. Insomma, il quadro fino al rovesciamento di Mussolini il 25 luglio 1943 era di una pesante per­ secuzione da parte dello stato fascista.

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Le prim e deportazioni ad A uschw itz. Con F8 settembre del 1943 e l’oc­ cupazione tedesca, la persecuzione passò per alcuni mesi alla diretta gestione nazista subendo una svolta e tendendo decisamente verso l’assassinio. Le prime violenze antiebraiche furono messe in atto sul lago Maggiore e a Merano a metà settembre, ma la vera e propria estensione, dopo gli al­ tri paesi occupati, della politica della «soluzione finale della questione ebrai­ ca» avvenne il 26 dello stesso mese a Roma. In tale data, il comandante della Gestapo a Roma H erbert Kappler con­ vocò il presidente dell’Unione delle comunità israelitiche, Dante Almansi, e il presidente della Comunità israelitica di Roma, Ugo Foà, per comuni­ care loro l’imposizione di una taglia di cinquanta chili di oro da versare en­ tro trentasei ore, pena la deportazione di duecento membri della comunità. Dopo un’affannosa corsa contro il tempo per raccogliere il prezzo del riscatto, la somma fu consegnata, con la remota speranza che nulla di peg­ gio sarebbe accaduto. Invece, proprio il giorno dopo il pagamento del ri­ scatto, il 29, i tedeschi irruppero nei locali della Comunità ebraica portan­ do via carte, schedari e denaro contante. Il 13 ottobre successivo furono le biblioteche del Collegio rabbinico e della comunità a ricevere la sgradita vi­ sita, culminata nella rapina di preziosi libri antichi. Il compito di affrontare e risolvere la cosiddetta «questione ebraica» era abitualmente affidato, in ogni paese occupato, alla Gestapo (Geheime Staatspolizei - Polizia segreta di stato), una delle sezioni dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich (r s h a ) , e precisamente al suo Ufficio IV B 4, capeg­ giato da Adolf Eichmann. A Roma però, la polizia tedesca, da subito alle prese con una situazio­ ne precaria dal punto di vista dell’ordine, non era pronta a tali compiti. Sic­ ché da Berlino, all’inizio di ottobre, fu mandato in Italia uno speciale pic­ colo distaccamento di polizia all’ordine di uno specialista in retate di ebrei, Theodor Dannecker. Egli scatenò il 16 ottobre 1943, con il suo distaccamento, coadiuvato da 365 uomini della polizia e dell’esercito tedesco di stanza a Roma, il gran­ de rastrellamento che ebbe nel quartiere ebraico, l’antico ghetto, il suo epi­ centro. Gli arrestati furono 1035, dopo il rilascio di circa una ventina di persone (perché non ebrei o perché coniugi o figli di matrimonio misto) al­ la fine rimasero nelle mani tedesche 1022 ebrei. Il 18 ottobre i prigionieri, stanchi e disperati, furono trasportati su autofurgoni a uno scalo ferrovia­ rio secondario di Roma (stazione Tiburtina) e caricati su di un convoglio formato da diciotto carri merci. Per la prima volta gli ebrei italiani venivano sottoposti al progetto di sterminio comunicato alle alte sfere naziste da Heydrich a Gross Wansee (periferia di Berlino) il 20 gennaio del 1942 e, dalla primavera precedente, operativo negli altri paesi occidentali occupati. Alla data della retata di Ro­ ma infatti cinquantasei convogli carichi di ebrei erano già partiti dalla Fran­ cia e tredici dal Belgio. La destinazione per tutti era il campo di sterminio

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D eportazione razziale

di Auschwitz in Alta Slesia (Polonia) nel cui sottocampo Birkenau il regi­ me nazista aveva sistemato impianti per l’assassinio di massa: a partire dal marzo 1942 erano state messe in funzione le camere a gas sistemate in due vecchie case agricole e dal marzo 1943 erano entrati in funzione i grandi moderni edifici che comprendevano locali per asfissiare quotidianamente i deportati e crematori per bruciarne i corpi. Ad Auschwitz, la morte a ciclo continuo raggiunse una spaventosa scala industriale: si calcola che dalla pri­ mavera del 1942 al novembre del 1944 (data della sospensione dell’assassi­ nio di massa), le vittime ebraiche furono circa un milione e centomila. Il treno degli ebrei romani giunse sulla banchina dello scalo ferroviario secondario di Auschwitz la notte del 22 ottobre 1943; qui rimase fermo e sigillato in attesa del proprio turno, fino all’alba del giorno successivo. I de­ p o rtati, dopo un viaggio particolarm ente penoso perché tra loro c ’era­ no decine di bambini di tutte le età, torm entati dalla fame, dalla sete, dal­ la sporcizia, dal puzzo dei corpi rimasti in promiscuità per cinque giorni e cinque notti, subirono la selezione. I destinati al gas furono 839. AJla libe­ razione, del convoglio di Roma rimanevano in vita diciassette persone. La notizia del rastrellamento del 16 ottobre 1943 giunse immediata­ mente in Vaticano dove il giorno stesso l’ambasciatore tedesco Ernst von Weizsaecker fu convocato dal segretario di stato cardinale Maglione che gli chiese di «voler intervenire in favore di quei poveretti» e gli comunicò che «è doloroso oltre ogni dire che proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre comune siano fatte soffrire tante persone unicamente perché appartengo­ no ad una stirpe determinata». Weizsaecker domandò allora: «Che cosa fa­ rebbe la Santa Sede se le cose dovessero continuare?»; la risposta di Ma­ glione fu: «la Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione». Il giorno dopo, l’ambasciatore riferì ai suoi superiori nei seguenti termini la tem uta reazione vaticana: Gli ambienti a noi ostili di Roma approfittano dell’accaduto per forzare il Va­ ticano ad uscire dal suo riserbo. E noto che i vescovi delle città francesi dove si era­ no verificate azioni analoghe hanno preso nettamente posizione. Il Papa nella sua qualità di pastore supremo della Chiesa e vescovo di Roma non potrà mostrarsi più discreto di loro.

Oltre a una ferma lettera privata di protesta di monsignor Hudal, ret­ tore della Chiesa tedesca a Roma, al generale Stahel, però, l ’unica reazio­ ne ufficiale fu il 25-26 ottobre uno sbiadito fondo su «L’Osservatore ro­ mano» con accenni quanto mai vaghi alla deportazione degli ebrei romani, in maggioranza già assassinati due giorni prima ad Auschwitz. L’ambascia­ tore, il 28 ottobre potè inviare al m inistro degli Esteri tedesco un tran­ quillizzante messaggio nel quale con cinismo diceva: «si può ritenere che la questione spiacevole per il buon accordo tedesco-vaticano sia liquidata». Gli arresti a Roma continuarono, pur se in maniera meno sistematica e repentina, anche dopo la grande razzia. Il «distaccamento operativo» si spostò verso Firenze; entro la fine di

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novembre le maggiori città del Nord avevano subito una ]udenaktion. Dan­ necker organizzò, dopo quello da Roma, altri due trasporti: per il convoglio partito il 9 novembre 1943, gli ebrei rastrellati furono portati dalle locali carceri alle stazioni ferroviarie, rispettivam ente di Firenze e di Bologna; per il convoglio partito il 6 dicembre 1943, il carico avvenne a Milano, Ve­ rona e Trieste. Per tutto il periodo in cui fu lui a organizzare i carichi, di fatto, le carceri delle grandi città funzionarono come luoghi di transito per i deportando Alla fine di dicembre del 1943 egli giunse con i suoi uomini a Verona do­ ve terminò il suo compito di organizzatore esperto della “caccia all’ebreo” . Compito cui fu peraltro nuovamente chiamato di 11 a poco, per continuare la sua carriera omicida, in Ungheria. La Carta di Verona e l ’ordine di polizia d e l3 0 novembre 1943. Quanto alle vicende della Repubblica sociale italiana (Rsi) tra settembre e dicem­ bre del 1943, Roma fu tolta a Mussolini che l’avrebbe voluta ancora come sua capitale e l’amministrazione fascista fu interamente spostata al Nord, sulle rive del lago di Garda, secondo gli ordini impartiti da Hitler tramite il plenipotenziario del Reich, Rudolf Rahn. La stessa ambasciata tedesca prese stanza al Nord nelle vicinanze del governo fascista. Fin dall’inizio fu data pubblicità al progetto di u n ’Assemblea costi­ tuente. In realtà, ci si limitò a convocare a Verona per il 14 novembre del 1943 i delegati delle organizzazioni del Partito fascista dell’Italia setten­ trionale chiamati ad approvare un manifesto politico già predisposto. Tale manifesto, detto Carta di Verona, fu fatale per gli ebrei che erano già riu­ sciti a sfuggire ai rastrellamenti degli uomini di Dannecker perché, di fat­ to, il governo della Rsi ne reclamava ora la gestione. Consisteva in diciotto punti regolanti materie istituzionali, giuridiche, sociali; al punto sette reci­ tava: «gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri, durante questa guer­ ra appartengono a nazionalità nemica». Con questa dichiarazione la Rsi le­ gittimava sul piano formale la persecuzione antiebraica già avviata dai te­ deschi, mentre sul piano sostanziale avrebbe, come si vedrà, impegnato la sua polizia a fornire ai nazisti i contingenti per la deportazione. Fu dato immediato seguito al testo ideologico e programmatico della Carta di Verona con l’ordinanza del capo della polizia n. 5, 30 novembre 1943, che disponeva l’arresto e l’internamento di tu tti gli ebrei e il seque­ stro dei loro beni: 1 . T u t t i g li e b r e i, a n c h e s e d is c r im in a t i, a q u a lu n q u e n a z io n a lit à a p p a r te n g a n o e c o m u n q u e r e s id e n t i n e l te r r ito r io n a z io n a le d e b b o n o e s s e r e in v ia t i i n a p p o s it i c a m ­ p i d i c o n c e n t r a m e n t o . T u t t i i lo r o b e n i, m o b ili e im m o b ili, d e v o n o e s s e r e s o t t o p o s t i a i m m e d i a t o s e q u e s t r o i n a t t e s a d i e s s e r e c o n f i s c a t i n e l l ’i n t e r e s s e d e l l a R s i , l a q u a ­ le li d e s tin e r à a b e n e f ic io d e g li in d ig e n t i, s in is tr a ti d a lle in c u r s io n i a e r e e n e m ic h e . 2 . T u t t i c o lo r o c h e , n a t i d a m a tr im o n io m is t o , e b b e r o in a p p lic a z io n e d e lle le g ­ g i r a z z ia li v ig e n t i il r i c o n o s c im e n t o d i a p p a r te n e n z a a r a z z a a r ia n a , d e b b o n o e s s e r e s o t t o p o s t i a s p e c ia le v ig ila n z a d a g li o r g a n i d i p o liz ia .

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S ia n o p e r ta n to c o n c e n t r a ti g li e b r e i in c a m p o d i c o n c e n tr a m e n to p r o v in c ia le , in a t te s a d i e s s e r e r iu n it i in c a m p i d i c o n c e n tr a m e n to s p e c ia li a p p o s ita m e n te a t­ tr e z z a ti.

In virtù di questi gravissimi provvedimenti ogni ebreo in circolazione era passibile di arresto, questa volta da parte delle autorità italiane sicché si può dire che pur non essendo la Rsi diretta responsabile della deporta­ zione degli ebrei, a partire dal 30 novembre assunse in prima persona il com­ pito di m ettere in atto tutte le azioni preliminari volte a rintracciarli e ar­ restarli. In effetti nei mesi seguenti, i fermi vennero attuati direttam ente dalle questure della Rsi, dopo minuziose ricerche domiciliari. Una successiva ordinanza del 10 dicembre 1943, firmata dal capo della polizia Tullio Tamburini, attenuava solo in parte la portata dell’ordine ge­ nerale di arresto, esentandone gli anziani oltre i settantanni e gli ammala­ ti gravi. Nell’attesa che venisse allestito un grande campo di concentramento, come prescritto dalla legge, ne furono istituiti di provvisori in edifici di for­ tuna come scuole, collegi, castelli abbandonati. Se ne costituì una fitta re­ te, di breve durata, ma ugualmente in grado di rifornire i tedeschi del con­ tingente sufficiente a formare un nuovo grande convoglio verso AuschwitzBirkenau, partito da Milano il 30 gennaio del 1944. I prigionieri erano affluiti nel carcere di San Vittore a Milano, dai campi provinciali di Cal­ vari di Chiavari, di Bagno a Ripoli, di Bagni di Lucca, di Tonezza del Cimone, di Forlì e altri. La Rsi scelse, per istituire il grande e definitivo campo di concentra­ mento menzionato dalla legge, un terreno agricolo nella frazione di Fossoli, a cinque chilometri dalla cittadina di Carpi. L’ordine relativo fu impar­ tito dalla prefettura di Modena al podestà di Carpi il 2 dicembre 1943. La «questione ebraica» in Italia dal 1944 a fin e guerra. Nel frattempo, a Berlino, ci fu una nuova svolta nella gestione della «questione ebraica» in Italia. Nell’ambito dell’Ufficio Eichmann, il 4 dicembre si valutò la nuova situazione venutasi a creare in Italia dopo l’ordine del governo della Rsi di arrestare tu tti gli ebrei e le possibilità che esso offriva «per un lavoro più proficuo che per il passato relativamente alla questione ebraica». Si decise che le funzioni del «distaccamento operativo» di Dannecker erano esauri­ te e che da allora in poi si sarebbe potuto affidare il compito di deportare gli ebrei a un ufficio stabile, incaricato di collaborare sistematicamente con la polizia italiana. Per tale richiesta di collaborazione alle autorità italiane fu delegata la normale via diplomatica, cioè l’ambasciata tedesca. L’ulteriore esecuzione della «soluzione finale» sarebbe stata affidata al nuovo funzionario addet­ to, Friedrich Bosshammer, facente parte dell’Ufficio Eichmann a Berlino, che sarebbe venuto in Italia in sostituzione di Dannecker. Bosshammer giunse dunque in Italia agli inizi di febbraio del 1944 creando un nuovo uf-

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fido aggregato alla sede della Gestapo a Verona. Proprio nei primi giorni del suo incarico, si recò alla stazione ferroviaria di Verona per un sopral­ luogo al convoglio di deportati che era partito da Milano il 30 gennaio. Con l’apertura dell’Ufficio IV B 4, anche l’Italia si uniformava appieno alla procedura della «soluzione finale» messa in atto negli altri paesi euro­ pei: arresto, concentramento in apposito campo, organizzazione di una par­ tenza verso Auschwitz una volta raggiunto un numero sufficiente di deportandi. Occorreva dunque per i tedeschi reperire un luogo di transito da dove esplicare le operazioni di evacuazione in modo sistematico e ordina­ to. Giunse a proposito il fatto che il governo italiano, due mesi prima, aves­ se scelto Fossoli come campo di concentramento; Bosshammer decise di ser­ virsene come campo di transito. Verso la fine di febbraio, alla direzione ita­ liana del campo egli ne sovrappose un’altra, tedesca, esautorando di fatto la prima. Fino alla fine di luglio del 1944, Fossoli vide un incessante flusso di disgraziate famiglie arrestate dovunque. Regnava tra di esse il disorien­ tamento, la rassegnazione, l’angoscia per le prossime partenze. Friedrich Bosshammer organizzò tu tte le partenze da Fossoli: cinque per Auschwitz-Birkenau, due per Bergen Belsen di ebrei, diretti in quel la­ ger in quanto titolari di cittadinanza inglese o turca. Alla fine del luglio 1944 il fronte delle operazioni militari era notevolmente avvicinato alla zo­ na di Modena, i ponti sul fiume Po erano stati bombardati dagli alleati. La Gestapo decise allora di evacuare il campo di transito di Fossoli verso una zona più sicura e posta geograficamente più a nord. Un nuovo campo ven­ ne istituito nei pressi di Bolzano-Gries in una zona di capannoni abbando­ nati. Là furono trasferiti il personale tedesco di Fossoli e i prigionieri poli­ tici, circa un centinaio. Viceversa, al momento della chiusura, il i ° agosto gli ultimi ebrei furono tu tti frettolosamente deportati. Vennero trasporta­ ti con automezzi fino al Po al di là del quale, in mancanza di ponti, furono traghettati con barche. La loro partenza per Auschwitz avvenne direttamente dalla stazione ferroviaria di Verona. Con questo ultimo convoglio furono fatti partire anche gli ebrei considerati non deportabili (cioè protetti dal fatto di essere figli o coniugi di matrimonio misto). Per essi alcuni va­ goni vennero staccati oltre confine e diretti verso campi di concentramen­ to in territorio tedesco anziché il campo di sterminio di Auschwitz. Bosshammer, terminata con la liquidazione di Fossoli la sua opera di re­ sponsabile dell’azione antiebraica in Italia, passò ad altro servizio. Auschwitz però continuò a ricevere ebrei italiani, provenienti dal cam­ po di transito di Bolzano e dal luogo che fungeva da campo di transito per le regioni nordorientali dell’Italia chiamate Litorale Adriatico, il campo della Risiera di San Sabba presso Trieste. L’ultimo convoglio arrivato ad Auschwitz fu quello partito da Bolzano il 24 ottobre 1944. Con esso si chiu­ de la storia della deportazione degli ebrei dall’Italia verso lo sterminio, ma non si conclude la storia delle deportazioni poiché altre ve ne furono fino al tardo febbraio del 1945, dirette verso i campi di concentramento di Ravensbrùck e Flossenburg, geograficamente posti più lontano dalle li­

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D eportazione razziale

nee di avanzata sovietica, rispetto ad Auschwitz, liberato il 27 gennaio del 1945Il bilancio della politica antiebraica messa in atto in Italia è di 7013 de­ portati (830 si salvarono e tornarono in patria); a essi vanno aggiunti 303 morti in patria per eccidi, maltrattamenti o suicidi. Nota bibliografica. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto ilfascismo, Einaudi, Torino 1993; R. Finzi, Vuniversità italiana e le leggi antiebraiche, Editori Riuniti, Roma 1997; G. Marise e G. Cardosi, Sul confine, Zamorani, Torino 1998; G. Mayda, Ebrei sotto Salò, Feltrinelli, Milano 1978; M. Michaelis, Mussolini e la questione ebraica (1978), Comunità, Milano 1982; L. Pic­ ciotto Fargion, Il libro della memoria, Mursia, Milano 1991; M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei, Zamorani, Torino 1994; Id., Gli ebrei nell’Italiafascista, Einaudi, Torino 2000; S. Zuc­ cotti, L’olocausto in Italia, Mondadori, Milano 1988.

ILIO M U R A C A

I partigiani all’estero: la Resistenza fuori d’Italia

Presupposti e modalità della Resistenza all’estero. La Resistenza dei mi­ litari italiani al tedesco, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943, si è sviluppata inizialmente, in maniera organica e determinata, soltanto all’estero, specie là dove le condizioni delle unità ivi dislocate lo hanno con­ sentito. La distanza dai nostri confini, l’assetto di guerra e di permanente mobilitazione in cui esse si trovavano, per il persistere di una estesa guer­ riglia, la maggiore coesione e prontezza operativa dei reparti, rispetto a quel­ li della madrepatria, la necessità di combattere per aprirsi la via di casa e, a volte, il positivo atteggiamento dei movimenti di liberazione locali, sono stati tutti fattori che hanno stimolato la volontà di opporsi allo strapotere e all’arroganza germanica e di misurarsi con essa, in una impresa che, fin dall’inizio, poteva considerarsi disperata. Purtroppo, il fatto che i maggiori comandanti all’estero siano stati te­ nuti all’oscuro dell’imminente armistizio, a differenza dei loro pari grado in Italia, ha giocato un ruolo dirompente nel creare quella situazione di di­ sordine e di smarrimento che, nel giro di pochi giorni e, spesso, di poche ore, avrebbe causato il crollo psicologico e la dissoluzione della maggior par­ te delle loro grandi unità. Ma è stato proprio questo drammatico disorientamento dei vertici del­ l’istituzione militare, senza precedenti nella storia del paese, a dare inizio, per decisione spontanea di comandanti e di semplici gregari, a quella lotta armata che, nel contribuire in misura significativa alla liberazione di quei territori stranieri, dei quali essi erano stati occupanti, ha finito per riscat­ tare la loro dignità di soldati e, attraverso esperienze nuove, delineare un assetto diverso di quei principi di democrazia con i quali l’istituzione stes­ sa avrebbe dovuto in seguito misurarsi. Per una migliore comprensione di come quella lotta armata è andata ma­ turando, è opportuno indicare, per sommi capi, la scansione dei tempi del­ le più importanti decisioni del Comando supremo e dello stato maggiore dell’esercito dell’epoca, le sole che dovevano contare, in quel frangente, e che condizionarono il comportamento dei comandanti delle quattro arma­ te e delle loro trentacinque divisioni ubicate all’estero, con una forza di trecentomila uomini circa. 29 luglio 1943: il generale Roatta, capo dello Sme (che successivamente sa­ rebbe passato alla Rsi), dopo cinque giorni, inutilmente trascorsi, dalla

Muraca

I partigiani all’estero: la Resistenza fuori d ’Italia

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caduta di Mussolini, informa segretamente i comandanti delle varie ar­ mate, a eccezione dei due dei Balcani meridionali, sulle misure da pren­ dere contro eventuali colpi di mano germanici; 10 agosto: prosegue l’afflusso delle divisioni tedesche nella penisola, anche senza il consenso del Comando supremo. I maggiori comandi italiani dei Balcani continuano a essere tenuti all’oscuro di quanto sta accadendo; 3 settembre: firma dell’armistizio a Cassibile, in Sicilia. Badoglio, capo del governo e del Comando supremo, autorizza la diramazione, ma solo per alcuni comandanti d ’armata e impegnandoli al massimo riserbo, della «memoria 44», con l’indicazione delle misure da attuare contro i tede­ schi in caso di aperti atti di aggressione. L’ordine esecutivo dovrà esse­ re diramato dallo stesso Comando supremo; solo eccezionalmente, i mag­ giori comandi dipendenti potranno agire di loro iniziativa. Ancora una volta, rimangono esclusi dalla «memoria 44» i comandanti delle arma­ te dei Balcani meridionali, della Grecia e dell’Egeo. Questi riceveran­ no tali disposizioni poco prima dell’armistizio se non addirittura alcune ore dopo il suo annuncio; 8 settembre-, comunicazione alleata dell’armistizio. In una tempestosa riu­ nione, Badoglio viene indotto a leggerne via radio il testo, prima della sua fuga da Roma. Peraltro, la frase con cui si dispone che «le forze ita­ liane reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi provenienza», è am­ bigua e tale da suscitare in tutti i comandanti di unità le più svariate in­ terpretazioni e congetture; 9 settembre: nei palazzi, ormai vuoti, del Comando supremo e dello stato maggiore dell’esercito, squillano inutilmente i telefoni; i pochi ufficiali rimasti non sanno cosa rispondere alle pressanti richieste di chiarimen­ ti e di aiuto, provenienti da ogni parte. Tanto più che il previsto ordi­ ne esecutivo della «memoria 44» non è stato ancora trasmesso; 11 settembre: solo dopo che il re e il governo sono giunti al riparo, a Brin­ disi, viene trasmesso il messaggio che dichiara i tedeschi come «nemici». Per quelli che avevano già scelto di resistere, spesso disobbedendo agli ordini superiori, il messaggio è inutile e tardivo; così la Resistenza fuori d’Italia, da parte di intere unità ancora militarmente bene organizzate, co­ me di singoli individui, trae proprio origine da questi comportamenti al li­ mite dell’insubordinazione. Essi sono la conseguenza delle incertezze e dell’attendismo dei comandanti più elevati sui quali tuttavia, è bene preci­ sarlo, grava la responsabilità della tutela della vita di decine di migliaia di uomini. Abituati a ricevere continue direttive dall’alto, che legittimassero il loro operato, e a una vicinanza, spesso subordinata, dei comandi tedeschi - che avevano loro delegati ovunque -, i comandanti di armata e di divi­ sione, nella maggioranza dei casi, finiscono per consentire ai loro dipen­ denti di decidere del proprio destino lasciandosi facilmente ingannare o con­ vincere a cedere ai metodi, a volte blandi a volte crudeli, degli ex alleati, decisi a ottenere la resa delle unità italiane a qualsiasi costo, anche stermi­

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nandole, come avvenne a Cefaionia e Corfù. Nasce così, del tutto sponta­ neo, il fenomeno dei “partigiani all’estero”. Una scelta di campo fatta, da ufficiali e soldati, in sintonia con i più naturali sentimenti popolari; una scelta particolarmente difficile per tutti, specie sotto l’aspetto psicologico, soprattutto per i quadri, in quanto operata al di fuori di ogni tradizione mi­ litare e del tipo di obbedienza in cui si erano formati nelle accademie, nel­ le scuole e nei reggimenti di antica tradizione monarchica; una scelta attra­ verso la quale accettavano sistemi di governo, di gerarchia e di combattimen­ to diversi, se non opposti, a quelli tradizionali, in una logica nuova, dove nessuno di essi poteva vantare altri precedenti se non quelli del rispetto e del prestigio guadagnati sul campo. Quest’ultimo aspetto, specie per gli ufficiali, rappresenterà l’ostacolo più duro da superare. Molti di essi, infatti, prima di venire fiaccati dagli scontri quotidiani, dalla fame e dalle malattie, saranno travolti e, in segui­ to, emarginati dalle formazioni combattenti, proprio da questo modo nuo­ vo di intendere diritti e doveri, in una mutazione di comportamenti impo­ sta dai nuovi compagni di lotta già ideologicamente motivati e altrettanto risoluti a far rispettare le regole di una guerriglia che, una volta scelta, non avrebbe consentito né ripensamenti né defezioni. Immediatamente si posero, acutissimi, i problemi dei rifornimenti di munizioni e dell’approvvigionamento. Ma non solo. Un cenno merita an­ che la dibattuta questione dell’indottrinamento politico dei resistenti al­ l’estero, da molti erroneamente ritenuto obbligatorio. In effetti, un malde­ stro tentativo di educazione politica all’inizio ci fu, specie per gli ufficiali, ritenuti inguaribilmente “borghesi”. Ma in seguito, visto il suo scarso successo e di fronte alle coraggiose rea­ zioni di alcuni comandanti che rivendicavano un trattamento di alleanza paritaria, l’indottrinamento venne sospeso e impartito solo su base volon­ taria, senza alcuna discriminazione per chi vi si rifiutava. Anche l’uso delle uniformi italiane non venne mai contestato o vietato dai partigiani locali, tranne nei casi in cui l’usura aveva ormai ridotto quei capi di corredo a inutili stracci. Ma, anche quando il ricambio era costitui­ to dalle calde uniformi inglesi, gradi, stellette e mostrine continuarono ad apparire sui brandelli delle giacche grigioverdi e sui copricapo, dei quali nes­ suno volle privarsi, quale irrinunciabile distintivo nazionale. L’uso stesso della stella rossa, spesso sovrapposta al fregio dell’arma di appartenenza, non venne mai imposto, ma fu sempre una libera scelta di quei militari che vedevano, in tale simbolo, un segno di rottura con il passato. Tant’è che, al rientro nell’Italia liberata, quel segno venne subito rimos­ so. Occorre inoltre considerare il contesto territoriale in cui la Resistenza all’estero si svolse; un contesto assai poco conosciuto, straniero per lingua, religione, costume e consuetudini, popolato, specie nei Balcani meridio­ nali, da etnie diverse, ancora più povere di quelle delle regioni contadine dalle quali la maggior parte dei militari proveniva. Ma anche in quel nuo­ vo habitat il soldato italiano ha saputo dimostrare le sue qualità umane, di

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adattamento, di generosità, ingegnosità e, soprattutto, esprimere, nelle cir­ costanze più tragiche, una inaspettata capacità di soffrire senza quasi mai cedere alla tentazione di arrendersi, di consegnarsi ai tedeschi, i quali, con incessanti appelli e un insidioso volantinaggio, continuavano a invitarlo nei loro vicini presidi offrendo in cambio la salvaguardia della vita. No­ nostante tutto questo, i rapporti fra italiani e partigiani locali non furono esenti da contrasti e pregiudizi, che spesso sfociarono in punizioni crude­ li e persino fucilazioni anche per reati di modesta entità, come quelli del furto di alimenti a danno del popolo, o per presunte colpe, specie di uffi­ ciali e sottufficiali, commesse in periodi antecedenti al loro passaggio ai partigiani. Numerose furono le vittime di tale duro trattamento, anche se occorre aggiungere che un identico, estremo rigore veniva adottato pure nei confronti dei nativi. A tali difficoltà va aggiunta, per gli italiani, la ne­ cessità di barcamenarsi nell’intrico delle etnie diverse, proprie dei territo­ ri balcanici. Queste, con i loro differenti moventi, politici e religiosi, gio­ cavano un ruolo primario nella condotta delle operazioni e nell’alternanza delle alleanze, in una lotta senza quartiere fatta anche di estreme barba­ rie, alla quale però il soldato italiano, per istintiva ripulsa, ha saputo sem­ pre rimanere estraneo. Per quel che riguarda il numero di coloro che, dopo l’8 settembre, scel­ sero la Resistenza all’estero, la loro stima è estremamente aleatoria. Una co­ sa appare incontrovertibile, e cioè che si è trattato di una maggioranza as­ soluta di militari in servizio comprendente ogni arma e specialità, anche ma­ rina e aeronautica, sia pure in percentuali proporzionalmente ridotte. Ma non è stato tanto il numero a contare, quanto il significato di una scelta di libertà che, alla fine, ha fatto registrare una elevatissima percentuale di ca­ duti, valutabili in oltre diecimila (più le migliaia di caduti nei giorni suc­ cessivi all’armistizio dell’8 settembre, da Cefalonia alla Corsica). Una menzione particolare meritano i medici e i cappellani, inquadrati nelle unità italiane all’estero, poi passate alla Resistenza. I primi hanno for­ nito un elevato esempio del dovere, militare e professionale, continuando nella loro missione umanitaria a favore degli italiani, dei partigiani locali e dei civili, in condizioni di assoluta assenza di luoghi di ricovero, di medici­ ne e, spesso, di qualsiasi attrezzatura chirurgica. Molti di loro non hanno esitato a prendere le armi, ovunque il momento lo richiedeva. A loro vol­ ta, i cappellani hanno condiviso i rischi e i sacrifici dei soldati a essi spiri­ tualmente affidati. Decine e decine furono i medici e i sacerdoti caduti, spesso eroicamente, nell’esercizio della loro missione. Va a onore delle Forze armate italiane avere espresso, dalle loro fila, sol­ dati come quelli, capaci di continuare a fare il loro dovere in condizioni di pericolo e difficoltà estreme, portando in esse i valori e i sentimenti nazio­ nali e accettando di confrontarsi con valori e sentimenti spesso con questi in contrasto. Al termine del conflitto, per molti di essi, il “partigianato all’estero” si sarebbe volto in un danno, tanto da assoggettarli a ingiustifi­ cati trattamenti discriminatori, che hanno finito per danneggiarli nel lavo­

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ro e nella carriera. Malgrado ciò, nessuno di essi ha mai rinnegato quella dura e preziosa esperienza. Iugoslavia. Dal 1935 la Iugoslavia aveva cominciato a gravitare gra­ dualmente verso la politica di Hitler, fino ad aderire al patto Tripartito con Germania e Italia. M ail 27 marzo del 1941, a seguito di un improvviso mo­ to popolare, il governo filotedesco retto da Cvetkovic Dragisa e Macek Vlatko era costretto a cadere. Pronta la reazione germanica che il 18 apri­ le dello stesso anno, dopo due settimane di debole resistenza, con l’aiuto di Italia, Bulgaria e Ungheria provocava la capitolazione del paese, obbligan­ do il governo e re Pietro II a rifugiarsi in Medio Oriente. Alla rapida campagna di guerra avevano concorso, da parte italiana, la IX e la II armata, che si stabilirono nei territori di Slovenia, Dalmazia, Er­ zegovina e Montenegro, sino ai confini del Kosovo con l ’Albania. Alla Ger­ mania toccarono la Serbia e la Croazia, quest’ultima affidata alla guida di un crudele filofascista, Ante Pavelic. Da quel momento, quella che poteva apparire una occupazione facile si trasformò, via via, in una delle più accanite e sanguinose resistenze che la storia d ’Europa abbia mai conosciuto.

Già il 21 dicembre 1941, con la costituzione della I brigata Proletaria, voluta da Josip Broz «Tito», un operaio fuoruscito educato a Mosca, na­ sceva il nuovo esercito popolare che avrebbe raccolto attorno a sé le varie etnie della nazione iugoslava, fondendole in una unità di intenti e di vo­ lontà contro gli occupanti italiani, tedeschi, bulgari e ungheresi, come mai in seguito si sarebbe più verificato. A causa di questo spirito combattivo le truppe italiane sperimentarono, per oltre due anni, la guerriglia, cui cerca­ rono di far fronte con forme spesso improvvisate di strategia non disgiunte, malgrado la proverbiale tolleranza del soldato, da atrocità che si rivelarono però incapaci di arrestare o ridurre il fenomeno della Resistenza iugoslava. In questa situazione, che aveva provocato nelle unità un tasso di logora­ mento altissimo, mai compensato da adeguati ricambi di uomini e di mate­ riale, si giunse all’8 settembre del 1943, quando le unità italiane si trova­ rono distribuite nel modo che segue. Alle dipendenze del Comando supremo: in Erzegovina, due divisioni Marche e Messina; in Montenegro, quattro divisioni - Emilia, Ferrara, Ve­ nezia e la divisione alpina Taurinense - , inquadrate nella IX armata; alle dipendenze dello stato maggiore dell’esercito: in Slovenia, Croazia e Dal­ mazia, otto divisioni - Cacciatori delle Alpi, Isonzo, Lombardia, Macerata, Murge, Bergamo, Zara, Eugenio di Savoia - , inquadrate nella II armata. In totale la Iugoslavia, all’atto dell’armistizio, contava ben quattordici di­ visioni per un totale di circa duecentomila uomini, comprese le divisioni co­ stiere. Per alcune di quelle più vicine al territorio nazionale si era parlato di rimpatrio, allo scopo di presidiare qualche posizione chiave di confine contro possibili operazioni offensive da parte dei tedeschi. Questa opera­ zione, affidata al generale Gambara e per la quale sarebbero stati necessa­

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ri lunghi tempi di attuazione, si risolse in un caotico rimescolamento di co­ mandi, perché disposta all’ultimo momento e con complicati accorpamenti di unità. Di conseguenza il tentativo fallì miseramente e si concluse, subi­ to dopo l’armistizio, in una enorme retata di prigionieri italiani ai valichi di Trieste e di Fiume. Non mancarono episodi di resistenza, ma si trattò di fatti isolati come quello del generale Cerruti, comandante la divisione Ison­ zo il quale, piuttosto che darsi prigioniero, preferì passare coi partigiani e combattè per tutto il mese di settembre al loro fianco come semplice sol­ dato nei boschi della Slovenia. Due le cause principali di tale repentino collasso di un complesso di di­ visioni le quali, essendo state sempre in stato di all’erta e pronte al com­ battimento, potevano considerarsi in condizioni di comportarsi ben diver­ samente, anche nella critica situazione in cui si erano venute a trovare. La prima fu la repentinità dell’annuncio dell’armistizio che, nel tenta­ tivo di mantenerlo segreto, rivelatosi vano, non venne reso noto e gettò nel­ lo scompiglio e nella più profonda costernazione soprattutto i quadri. La seconda è da ricercare nell’assoluta mancanza di una sagace visione politi­ ca della situazione, che avrebbe fatto propendere molti combattenti per un accordo con i partigiani iugoslavi. Questi, alla prova dei fatti, si sarebbero dimostrati i più affidabili e sinceri alleati di quegli italiani che scelsero la via della collaborazione con l’esercito popolare di liberazione del maresciallo Tito. Tuttavia, intese del genere cominciarono a prendere piede, fra italia­ ni e “titini”, mano a mano che ci si allontanava dal confine italiano. Infat­ ti, dopo i primi momenti di smarrimento, negli ufficiali e soldati, ormai pri­ vi di ordini e nella necessità di decidere da soli, insorse il senno della ra­ gione e del calcolo. L’Italia, dopo i primi e precipitosi imbarchi dai pochi porti dove ancora i tedeschi non erano sopraggiunti, appariva loro sempre più lontana. Prendeva piede, nella coscienza di quegli uomini, un senti­ mento di rabbia per il modo in cui si erano svolte le cose. Alla rabbia su­ bentrò la volontà di sopravvivere e di restare liberi, contro il pericolo rap­ presentato dal tedesco che li aveva vinti, spesso col raggiro, e li voleva ora umiliati e prigionieri. Da questi sentimenti nacque la Resistenza. I primi episodi, di notevole valore e significato, si svolsero a Spalato da parte della divisione Bergamo comandata dal generale Emilio Becuzzi. Que­ sti, inizialmente, accettò la collaborazione coi partigiani, favorendo il loro ingresso in città e concedendo loro ampia possibilità di rifornirsi di armi e materiale. Grazie a questi aiuti, Spalato potè resistere agli attacchi della di­ visione corazzata SS Prinz Eugen fino al 27 settembre, dopo che i soldati italiani avevano subito gravissime perdite a opera dei ripetuti bombardamenti tedeschi, e che il Becuzzi aveva abbandonato il campo, assegnando la difesa della città e la responsabilità dell’alleanza coi partigiani ad altri ge­ nerali del presidio. Occupata Spalato, entrò in funzione un tribunale di guerra tedesco, che condannò a morte gli ufficiali ritenuti responsabili dell’aiuto dato ai “titini”. Il i° ottobre, i generali Salvatore Pelligra, Alfon­ so Cigala Fulgosi e Raffaele Policardi, con quarantasette altri ufficiali di

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ogni grado della Bergamo, venivano trasportati fuori città e freddamente abbattuti a raffiche di mitraglia. Tutti ebbero a dimostrare un contegno no­ bile e coraggioso. Dopo la guerra, molti parenti di costoro ottennero il rin­ vio a giudizio del generale Becuzzi, che ritenevano il maggiore responsabi­ le dei fatti che avevano portato all’uccisione dei loro congiunti. I corpi de­ gli ufficiali fucilati, dissepolti dopo anni di ricerche, riposano ora nel tempio votivo del Lido di Venezia. Ma la Resistenza degli uomini della divisione Bergamo continuò. Un fol­ to gruppo di carabinieri, usciti in pieno assetto di guerra da Spalato, for­ marono il battaglione Garibaldi, subito accolto con entusiasmo nelle fila della I brigata Proletaria e destinato a una lunga, tormentata ed eroica cam­ pagna di guerra, fino alla liberazione della Iugoslavia. A esso, con il molti­ plic arsi dei militari che avevano scelto di combattere i tedeschi, si affiancò un altro battaglione, il Matteotti, composto, come il primo, da qualche cen­ tinaio di uomini, fra i quali molti ufficiali, e anch’esso impegnato in un lun­ go ciclo operativo attraverso tutta la Iugoslavia. Al comando del Garibaldi si avvicendarono due coraggiosi ufficiali dei bersaglieri. Il tenente Ilare Mongilardi resse il comando fino al mese di set­ tembre del '44 quando, ferito, venne rimpatriato. Guarito, volle tornare fra i suoi uomini con l’intento di organizzare un collegamento stabile con il Comando supremo. L’operazione, non sappiamo se con il consenso o me­ no di Tito, non gli portò fortuna. Dell’ufficiale, salito probabilmente su un aereo alleato diretto in Italia per ottenere un cifrario dallo stato maggiore, si perse ogni traccia. A lui subentrò in comando il sottotenente Giuseppe Maras, che condusse il Garibaldi sino alla fine della campagna iugoslava, conclusasi quando in Italia la guerra era già finita da un pezzo, rischiando varie volte l’estinzione per le durissime prove cui venne sottoposto in com­ battimento. Il battaglione, dopo aver partecipato alla conquista di Belgrado, si tra­ sformò in brigata Italia, su cinque battaglioni, incorporando centinaia di militari italiani liberati dalla prigionia o scesi dai monti dove le alterne vi­ cende del dopo armistizio li avevano sospinti. Al rientro in Italia, ove ven­ ne accolta con grandi manifestazioni di entusiasmo, la brigata divenne di­ visione. Anche il battaglione Matteotti, prima di essere inserito nella bri­ gata, condusse numerose e coraggiose operazioni, compresa la conquista di Belgrado al comando del tenente Aldo Parmeggiani. Il comportamento del comando dell’Epli (l’esercito popolare di liberazione iugoslavo) verso que­ ste unità fu di norma esemplare, nel senso che venivano adottate, nei con­ fronti degli italiani, le stesse regole in vigore per i partigiani del posto. So­ lo le diversità di razza, di lingua, di conoscenza dei luoghi, di costume e di religione potevano costituire notevoli ostacoli. Ma tornare indietro da quel­ la scelta volontaria di resistenza, dimostrare in qualche modo di non con­ dividerne i metodi o di criticarne l’ideologia, avrebbe potuto rappresenta­ re, specie per i quadri ritenuti inguaribilmente “borghesi”, un pericolo: quel­ lo dell’emarginazione dall’unità e dell’incorporamento in gruppi di ufficiali

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destinati alla triste sorte di un vagare senza fine, in attesa del rimpatrio. Là dove, poi, si aggiungeva il sospetto di precedenti crimini a danno del po­ polo iugoslavo, commessi durante l’occupazione, il pericolo diventava mor­ tale. I tribunali del popolo, in alcune zone e in non pochi casi, non perdo­ narono quelle presunte responsabilità neppure a ufficiali che avevano ab­ bracciato onorevolmente la causa partigiana, condannandoli a morte. Poteva anche succedere di essere destinati a una unità di soli iugoslavi, fra le più intransigenti e combattive, per un periodo cosiddetto di «rieducazione», come avvenne per il sottotenente dei bersaglieri Ilio Muraca e altri suoi col­ leghi, ingiustamente accusati di «comportamento fascista». Fu per queste differenze di mentalità, di comportamento, di idee - anche se mai si cercò di imporre quelle comuniste - e soprattutto di modi di combattere e di coman­ dare che, inizialmente, in Dalmazia molte unità di guerriglieri italiani, a li­ vello di compagnia e persino di battaglione, persero i loro quadri dopo un avvio coraggioso e promettente. Più a sud, nell’Erzegovina, le divisioni Marche e Messina, sorprese anch’esse dalla notizia della resa dell’Italia, reagirono con episodi sporadici di resistenza che, per il presidio di Ragusa (Dubrovnik) colpito da un sopras­ salto di orgoglio, esplosero in veri e propri combattimenti contro i tedeschi. Il comandante della Marche, generale Giuseppe Amico, liberato avventu­ rosamente dai suoi soldati, li arringò, infiammandoli e inducendoli a una lotta memorabile che si svolse all’interno delle torri e sugli spalti dell’anti­ ca fortezza veneziana. Il maggiore Piras, che si era messo alla testa del suo battaglione, cadde fra i primi, dopo che era rimasto ferito anche il viceco­ mandante della divisione Prinz Eugen. Non si verificò la sperata insurre­ zione della cittadinanza, a causa di una forte presenza di partigiani non sim­ patizzanti con gli italiani e di unità “ustascia” decisamente ostili. Quando cessò il combattimento, il generale Amico venne ucciso da un sicario dei te­ deschi. Il comandante della Messina, generale Guglielmo Spicacci, che ave­ va condotto un’abile azione di contenimento delle unità tedesche fino ai sobborghi di Ragusa, dovette rinunciare a un’ulteriore resistenza a seguito degli accordi intervenuti fra il vicecomandante della Prinz Eugen e il co­ mandante italiano del settore dell’Erzegovina. Come avvenuto per altri ge­ nerali, è probabile che i tedeschi ricordassero l’atteggiamento ostile dello Spicacci il quale alcuni mesi dopo, durante la prigionia, scomparve in cir­ costanze misteriose. Ma fu soprattutto in Montenegro che si espresse, a opera di due divi­ sioni rimaste famose, il travaglio drammatico dell’esercito italiano, coin­ volto nelle eccezionali circostanze di un armistizio improvviso e nel diso­ rientamento dei maggiori comandanti. La divisione italiana partigiana Garibaldi. Nel Montenegro, annesso all’allora Regno d’Italia, il mattino dell’8 settembre 1943 era dislocato il XIV corpo d ’armata, dal quale dipendevano quattro divisioni: Emilia, Tauri­ nense, Venezia e Ferrara.

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In serata, la notizia dell’armistizio giunse improvvisa ai comandi italia­ ni attraverso la radio, con il laconico comunicato del generale Badoglio. Venne contemporaneamente a mancare ogni collegamento via radio con Ro­ ma. La mancanza di precise direttive sul comportamento da assumere sia verso i tedeschi sia verso gli iugoslavi generò gravi incertezze, in una si­ tuazione politico-militare estremamente confusa e nella quale non era faci­ le orientarsi. A fronte di questa situazione degli italiani, i tedeschi, che avevano già pronto un piano operativo in previsione della caduta dell’Italia, iniziarono ad attuarlo la notte stessa, fra l’8 e il 9 settembre. Esso era diretto essen­ zialmente a occupare i porti sull’Adriatico, a impossessarsi delle armi e dei depositi italiani e a catturare il maggior numero di militari italiani per adi­ birli al lavoro, avendo la Germania un estremo bisogno di manodopera. Nel primo rapporto, tenuto dal comandante del corpo d’armata, gene­ rale Ercole Roncaglia, i quattro comandanti di divisione precisarono la lo­ ro volontà di non arrendersi, tranne che da parte della Ferrara, per l’oppo­ sizione di un buon numero dei suoi ufficiali. Il XIV corpo d ’armata dipendeva dal comando Gruppo armate est, il cui comandante, generale Rosi, il 10 settembre venne catturato da para­ cadutisti tedeschi, mentre il suo sostituto, generale Dalmazzo, subito do­ po fu costretto alla firma della resa. Ma le divisioni Taurinense, comanda­ ta dal generale Lorenzo Vivalda, e Venezia, comandata dal generale Giovan Battista Oxilia, insieme alla divisione Emilia (comandante generale Ugo Buttà), erano ben decise a non capitolare, tanto che una batteria del grup­ po Aosta, della Taurinense, su ordine del maggiore Carlo Ravnich, sparò le prime cannonate del dopo armistizio contro una colonna tedesca in avvici­ namento. Quel che maggiormente convinse gli italiani a non arrendersi e a resiste­ re fu l’ordine, firmato dal generale Dalmazzo, nel quale, nel preannunciare il movimento dei militari verso la prigionia, si stabilivano sanzioni spietate contro quegli ufficiali e soldati che avessero abbandonato i ranghi o conse­ gnato le armi ai partigiani. L’ordine fu portato a conoscenza di tutti, per cui i due comandanti di divisione chiesero democraticamente il parere dei loro subordinati, che fu pressoché unanime a favore della resistenza. L’Emilia, dislocata a Cattaro, importante porto del Montenegro, fu la prima a essere investita in forze dai tedeschi. Nella furiosa battaglia che ne nacque, furono fortemente impegnati anche i battaglioni Exilles e Pinerolo della Taurinense. Ma le sorti dei combattimenti, inizialmente favorevo­ li agli italiani, volsero al peggio per l’intervento della 7“divisione SS, di re­ parti collaborazionisti croati e dell’incessante carosello in picchiata degli ae­ rei Stukas. Dopo la giornata del 15, l’Emilia aveva già subito ben 597 caduti e 963 feriti. Il generale Buttà decise allora di far imbarcare a Cattaro i reparti più vicini alla costa, sotto la protezione dei battaglioni Exilles e Fenestrelle e delle batterie della marina. I due battaglioni, stremati e a corto di muni­

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zioni, furono costretti ad arrendersi il 16 mattina dopo aver favorito l’eso­ do di centinaia di connazionali. Nei giorni successivi, i reparti della Taurinense furono assaliti dai te­ deschi. Respinto il primo attacco, vennero continuamente inseguiti fino a rimanere fortemente decimati, salvo il gruppo d’artiglieria Aosta, che rag­ giunse indenne Gornje Polje ove si trasformò in brigata Aosta, con un or­ dinamento più consono alla guerriglia partigiana che stava per cominciare. Fra quelle unità vi erano il 150 battaglione della Guardia di finanza, quat­ tro compagnie della Guardia alla frontiera e una compagnia della Ferrara, oltre a elementi sparsi dei servizi. Nel pomeriggio del 23 settembre, anche la divisione Venezia ebbe il pri­ mo scontro, questa volta con i partigiani di Tito, che tentavano di scaccia­ re i cetnici di Draza Mihailovic dal Montenegro. Ma il capitano Mario Ri­ va, comandante di un caposaldo, resistè a lungo, suscitando l’ammirazione dei partigiani attaccanti. Da questo eroico episodio nacquero quella stima e quell’intesa fra la Venezia e il II korpus dell’Epli iugoslavo che dovevano portare all’alleanza, conclusa il 10 ottobre, fra il generale Oxilia e il gene­ rale Peko Dapcevic. Per cui a un mese dall’armistizio la Taurinense e la Ve­ nezia facevano già formalmente parte dell’Epli, pur conservando i caratte­ ri di unità dell’esercito italiano. L’accordo fu ufficialmente riconosciuto dal governo italiano. Il 12 ottobre aerei tedeschi mitragliarono l’aeroporto di fortuna di Berane; un’ora dopo due aerei italiani lo sorvolarono lanciando un cifrario e un elogio del generale Ambrosio, capo di stato maggiore an­ cora in carica. Poco dopo, il 13, arrivava per radio la notizia della dichia­ razione di guerra dell’Italia alla Germania. Il 15, i resti della Taurinense, non inquadrati nella brigata Aosta, raggiunsero Kolasin, dove incontrarono i militari della divisione Venezia. In quel momento, le forze italiane che operavano con il II korpus di Tito erano costituite dalla Venezia, da due brigate della Taurinense, dal battaglione genio della Taurinense e da alcu­ ni gruppi di italiani di varie provenienze. Per essi era giunta l’ora della re­ sa dei conti coi tedeschi. Segui infatti una grossa battaglia, ma quando i te­ deschi, il giorno 22, occuparono Berane, sede del comando della Venezia, trovarono solo più i magazzini in fiamme. La Venezia era già salita in mon­ tagna, insieme ai resti della Taurinense, ove si riordinò su sei brigate par­ tigiane sul modello di quelle di Tito. Numerose erano state le perdite in morti, feriti e dispersi da ambo le parti, tra cui la morte in combattimento del capitano Mario Riva. Nel me­ se di novembre le brigate italiane furono intensamente impiegate per la si­ curezza delle retrovie. La V brigata Venezia occupò Brodarevo, ma cadde in un’imboscata di musulmani e tedeschi subendo gravi perdite. Anche l’attacco di Sjenica si risolse in una cocente sconfitta, dovuta al mancato intervento dell’aviazione italiana di stanza sul suolo italiano, alla sottovalutazione delle forze nemiche, alla fame e al freddo. Le perdite, in questa occasione, furono molto alte. In seguito, mentre la brigata era an­ cora in marcia verso Bijelo Polje fu attaccata da tedeschi e cetnici con for­

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ze preponderanti, talché solo una parte di essa riuscì a liberarsi. Fu gio­ coforza sciogliere l’unità e passare i superstiti ad altri reparti. Fortunata fu invece la battaglia di Kremma, del 18, nella quale si fece onore la I brigata Venezia, che sbaragliò il presidio bulgaro ottenendo un grosso bottino in armi, munizioni e quadrupedi. Intanto, una colonna di alpini rimasti isolati si era costituita in batta­ glione italiano Taurinense, al comando del capitano Piero Zavattaro Ardizzi, che si distinse in vari combattimenti suscitando l’ammirazione dei comandi iugoslavi. Questi primi tre mesi costarono uno sforzo eccezionale alle truppe, che ne uscirono con onore ma anche con alte perdite. I fatti consigliarono pertanto un riordinamento organico che si risolse, il 2 di­ cembre 1943, nella costituzione di una sola grande unità, la divisione ita­ liana partigiana Garibaldi. Primo comandante venne nominato il generale Giovan Battista Oxilia, vicecomandante il generale Lorenzo Vivalda, c apo di stato maggiore il tenente colonnello Carlo Ciglieri. Ogni brigata aveva la forza di milletrecento uomini circa. Inoltre la di­ visione disponeva di un gruppo di carri armati, un gruppo di artiglieria, un autogruppo e un battaglione genio. Col personale eccedente si costituirono battaglioni di lavoro; essi ebbero vita grama e divennero riserva di uomini per le brigate. Il 5 dicembre la Garibaldi, appena sorta, dovette subire una nuova offensiva tedesca. Le forze germaniche, provenienti da più direzio­ ni con largo impiego di artiglieria, carri e aviazione, tentarono l’accerchia­ mento del II korpus dell’Epli. L’evacuazione di Pljevlja fu drammatica e, per i malati, una tristissima odissea. Le brigate riuscirono in qualche modo a cavarsela. La III fu sorpresa priva di collegamenti e venne attaccata du­ ramente; il suo comandante, maggiore Cesare Piva, cadde eroicamente. Alla critica situazione operativa si aggiunse quella altrettanto proble­ matica degli approvvigionamenti. Ciò malgrado, le tre brigate continuaro­ no a sostenere scontri, a volte durissimi, con i tedeschi, e a mantenere un elevato spirito combattivo. Nel gennaio del 1944, in condizioni metereologiche pessime, tra bufe­ re di neve e un freddo eccezionale le attività operative furono intense per tutti i reparti della divisione. Il 10 febbraio fu sciolta la III brigata (capi­ tano Berté) e i suoi reparti andarono a ripianare le carenze delle altre bri­ gate. La situazione logistica si fece sempre più difficile per la carenza di ogni genere di cose: viveri, vestiario, armamento adeguato. Come se non bastasse, sul finire di gennaio si aggiunse un’epidemia di tifo esantematico che fece ampi vuoti nei reparti. Per alleggerire la zona del Sangiaccato, mol­ to provata dal punto di vista alimentare, fu deciso di trasferire in Bosnia la II e la III brigata. A quest’ultima il trasferimento, iniziato nel febbraio, riu­ sci difficilissimo sia sul versante logistico sia su quello tattico, dovendo per­ correre sentieri di montagna fortemente innevati e con grandi dislivelli e con il quotidiano problema di provvedere ai viveri. La situazione in Bosnia si manifestò peggiore di quella lasciata e l’aggressione del tifo falcidiò ulte­ riormente le due brigate. Mancava praticamente tutto, dai medicinali al sa­

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le. Le ansie, gli agguati, le marce, il freddo, le continue pattuglie, gli inin­ terrotti combattimenti e lo scarsissimo vitto coabitarono tristemente con le epidemie di tifo. Queste ultime resero difficile a molti proseguire le mar­ ce e numerosi militari vennero fatti prigionieri, finendo in Germania.

La II brigata non ebbe sorte migliore della III. A Kalinovik, un posto di medicazione divenne ospedale, ma senza medicine e stipato da trecento degenti che presto aumentarono. Il 4 aprile, al corrente di questa situazio­ ne, i tedeschi iniziarono un’offensiva ad ampio raggio con l’aiuto di trup­ pe cetniche, ustascia e musulmane. Fu indispensabile ripiegare, lasciando un ufficiale medico con centinaia di malati che non si potevano trasporta­ re. Le marce degli altri furono durissime, con episodi da leggenda. Cadde il comandante Marchisio, fu lasciato indietro il capitano Zavattaro, mala­ to di tifo, che rientrerà in seguito. Il 18 aprile i superstiti della brigata ar­ rivarono a Zabljak, ridotti a 221. II 15 marzo il generale Oxilia, richiama­ to in Italia con l’incarico di sottocapo di stato maggiore dell’esercito, lasciò il comando della Garibaldi al generale Lorenzo Vivalda. Tornò la primave­ ra e con essa i combattimenti intensi, in uno dei quali rimase ferito il mag­ giore Ravnich, che rifiutò di abbandonare la sua brigata e che il 2 luglio, con il grado di tenente colonnello, assunse il comando della divisione Ga­ ribaldi in sostituzione del generale Vivalda, anch’egli rimpatriato. Appro­ fittando di un periodo di relativa quiete, fu svolta un’intensa ed efficace attività di riordino dei reparti. Si riuscì ad assegnare un certo numero di complementi anche ai batta­ glioni italiani M atteotti e Garibaldi della brigata Italia, che avevano fino a quel momento operato in Bosnia e in Serbia. Dal canto loro, i due batta­ glioni, reduci da una tremenda offensiva tedesca, cedettero alla Garibaldi un certo numero di feriti e di carabinieri anziani, che vennero avviati a pie­ di al suo comando condotti dal sottotenente Ilio Muraca. Essi lo raggiun­ sero dopo un mese di dure marce e pericoli. I l r o agosto ebbe inizio una delle più vaste operazioni tedesche, la Ruebezhal, denominata dagli iugo­ slavi in Montenegro l’8a offensiva, la più rovinosa per la potenza e il nu­ mero delle unità impiegate, per la fulmineità e la persistenza con la quale venne condotta. Essa non colse di sorpresa il comando partigiano che gettò nella lotta tutte le proprie forze, anche se di molto inferiori al nemico. Fu­ rono sedici giorni di combattimento duro e continuo contro forze germa­ niche scelte e decise a eliminare il pericolo partigiano e la divisione Gari­ baldi. Questa operò per la prima volta con le sue brigate unite, sotto il co­ mando del tenente colonnello Ravnich che dimostrò ancora una volta le sue qualità di combattente sagace e coraggioso. Dal fiume Lim al massiccio del Durmitor (m. 2522) dove, secondo i te­ deschi, avrebbe dovuto avvenire la definitiva mattanza e dove infatti fu­ rono ristretti gli italiani e buona parte del XII korpus, si susseguirono gior­ ni terribili. Insieme ai reparti combattenti erano concentrati sul Durmitor anche gli ospedali e numerosi gruppi di ammalati e feriti barellati, traspor­ tati fino là sulle spalle di infermieri o di malati meno gravi oppure su qua­

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drupedi stentati dalla fame. Secondo il costume partigiano essi dovevano essere a tutti i costi portati in salvo. Si resistè al limite. La notte del 22, ap­ profittando di una diminuita pressione della Wehrmacht, ospedali e servi­ zi riuscirono a sfuggire all’accerchiamento in lunghe colonne, in silenzio as­ soluto e in fila per uno. Ma il mattino dopo la Garibaldi era ancora abbar­ bicata sui picchi e fra le gole del Durmitor. La si poteva già considerare come una “divisione sacrificata”, senonché la virtù del comandante e la te­ nacia di tutti salvarono l’eroica Garibaldi, che si infilò forse nell’unico, stretto varco rimasto fortunosamente aperto e uscì dalla sacca. In un campo di atterraggio di fortuna, realizzato a Gornje Brvenica, ar­ rivarono una notte trentasei aerei da trasporto americani e italiani scortati da cinquanta caccia. Dalla interminabile fila di degenti furono evacuati 1059 feriti e ammalati gravi, sedici aviatori alleati recuperati e alcuni membri del­ la missione angloamericana. Finalmente il 28 agosto il comando della Ga­ ribaldi e la II e IV brigata raggiunsero la zona tranquilla di Velimlje, ormai lasciata libera dai tedeschi. La I brigata volse ancora verso est per travol­ gere, col battaglione genio, una linea difensiva di cetnici nella zona di Savnik, liberando così la 3“ divisione dell’Epli. A settembre, la situazione ge­ nerale della guerra volgeva ormai in senso favorevole agli alleati; i russi ave­ vano preso contatto in Iugoslavia con l’Epli e Belgrado era caduta. Ma le tre brigate continuarono a essere impiegate in varie operazioni di rastrella­ mento e in diversi settori del Montenegro, in coordinamento con unità dell’Epli. Anche in queste circostanze gli italiani continuarono a dare il me­ glio di sé. Intanto l’Epli, attraverso sanguinosi combattimenti, andava rioc­ cupando una a una le località del territorio perduto. Il 21 febbraio 1945 giunse finalmente al comando della Garibaldi il so­ spirato ordine di concentrare la divisione a Dubrovnik. L’8 marzo i repar­ ti della Garibaldi cominciarono a imbarcarsi concludendo così il loro ciclo operativo in Iugoslavia. I rimpatriati furono 3800, tutti armati; l’8 set­ tembre erano partiti in 20 000. Di essi 3800 erano rientrati precedentemente per ferite o malattie; 4600 tornarono dalla prigionia; 7200 furono considerati dispersi. Le perdite complessive furono circa 10 000; ben il cin­ quanta per cento, inghiottito dalla guerra partigiana di un paese straniero. Le decorazioni al valor militare furono: 13 medaglie d’oro; 88 medaglie d’ar­ gento; 1351 medaglie di bronzo; 713 croci di guerra. Da parte iugoslava, la I, la II e la III brigata furono decorate con l’Ordine per i meriti verso il po­ polo con la stella d’oro e con l’Ordine della fratellanza ed unità con coro­ na d’oro. La divisione italiana partigiana Garibaldi aveva meritato inoltre due solenni encomi del Comando supremo di Tito. Quando i “garibaldini” sbarcarono a Brindisi per essere immessi nel campo di contumacia di Ta­ ranto, quasi tutti fecero domanda per continuare a combattere in Italia, fi­ no alla liberazione totale della patria, mentre i tedeschi erano ancora atte­ stati sulla linea Gotica. La divisione fu perciò trasformata in reggimento, che riarmato e addestrato secondo il modello inglese, venne destinato al gruppo di combattimento Folgore, impegnato al fronte. Solo la fine della

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campagna d ’Italia evitò che quei “garibaldini” subissero una nuova espe­ rienza di guerra, alla quale tuttavia non si erano rifiutati. Molti di essi avevano intanto chiesto di poter combattere, per la libertà, contro il Giappone, l’ultima delle nazioni del blocco Roma-Berlino-Tokyo ancora in guerra. Località di maggiore interesse della Resistenza italiana in Iugoslavia. Alta valle del Lim (14-20 ottobre 1943). Qui ebbe inizio il tentativo tedesco di annientamento della Venezia, la divisione italiana “ribelle”. La pressione nemica costrinse gli italiani a successivi e ordinati ripiegamenti.

Banja Luka (Bosnia). Il 31 dicembre 1943, il battaglione partigiano ita­ liano Giacomo Matteotti partecipò di notte, insieme a dodici brigate par­ tigiane iugoslave, all’assalto della munita piazzaforte tedesca di Banja Luka, occupandola per tre giorni e asportando dai magazzini ingenti quantità di materiali vari. Il 5 gennaio 1944, nel corso del ripiegamento, il Matteotti ingaggiò una furiosa battaglia contro una colonna corazzata tedesca, bloc­ candola per un giorno e una notte, consentendo così agli ospedali mobili partigiani di portarsi in salvo. Il Matteotti ebbe pesanti perdite: due mor­ ti, undici dispersi (catturati dai tedeschi e poi fucilati), quindici feriti. Bijelo Polje (19-23 giugno 1944). Da metà maggio si svolse un’offensi­ va tedesca, al fine di rioccupare i territori liberi oltre il fiume Lim. A essa partecipò la I brigata Garibaldi, che venne a trovarsi nei medesimi villaggi in cui erano caduti tanti alpini nel gennaio precedente. Il 19 giugno entrò in azione un battaglione della divisione Prinz Eugen, che obbligò italiani e iu­ goslavi a ripiegare per tornare sulla sinistra del fiume.

Bosnia (20 febbraio - n aprile 1944). A causa delle difficoltà di ap­ provvigionamento in Montenegro, dove si stavano esaurendo le risorse ali­ mentari, la II e la III brigata Garibaldi vennero trasferite in Bosnia, dove avrebbero dovuto trovare un ambiente migliore e maggiori possibilità di rifornimento viveri. Invece, esse andarono incontro alla quasi totale di­ struzione, in una marcia devastante per le difficoltà del percorso nella ne­ ve alta e la mancanza di contatti con i partigiani. Perso l’orientamento e senza viveri, il comando della III brigata e un battaglione furono intercet­ tati e catturati da una banda ustascia, mentre il resto del reparto, nel tenta­ tivo di istituire un qualche collegamento con i partigiani, veniva affrontato da formazioni locali, rischiando a sua volta di essere annientato. Riusciro­ no a sfuggire alla cattura solo accettando un impari combattimento. Il 23 marzo dei 1600 soldati partiti dal Montenegro solo 340 arrivarono a desti­ nazione. La maggior parte di costoro, in seguito, si ammalò di tifo petec­ chiale, che provocò un’ecatombe; la brigata potè considerarsi distrutta. An­ che la II brigata, a Kalinovik, dovette fare i conti con il maltempo, con l’estrema penuria di viveri e con il terribile tifo; le abbondanti nevicate ca­ dute sulle montagne resero difficile la raccolta delle magre risorse presso una popolazione poverissima già da troppo tempo sfruttata. Finalmente i resti della brigata, arrivati al fiume Piva che dovettero attraversare su due

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cavi d’acciaio improvvisati, giunsero in territorio libero. Dei 1500-1600 sol­ dati italiani partiti due mesi prima, solo 221 raggiunsero la salvezza. Durmitor. Il 10 agosto 1944, quello che restava della divisione Gari­ baldi era schierato lungo il fiume Lim, da cui parti l’ottava offensiva tede­ sca intesa a sgomberare gli itinerari di ritirata dai Balcani meridionali. Sul­ la destra del fiume, la divisione si era assicurata qualche posizione di rilie­ vo, ma una robusta colonna nemica investi lo schieramento partigiano con l’obiettivo di raggiungere Berane, che venne occupata la sera del 13. Men­ tre la I e la IV brigata Garibaldi si ritiravano verso Kolasin, incalzate da truppe autocarrate, la II, rimasta sulla destra del Lim, fu costretta a ripie­ gare su Mojkovac a marce forzate. Al Passo Vratlo la I brigata impegnò un breve combattimento allo scopo di ritardare la marcia dei tedeschi, che ave­ vano mobilitato tutte le risorse disponibili per assestare il colpo risolutivo al movimento partigiano titino. Il rullo compressore tedesco sospinse le co­ lonne dei fuggiaschi in una zona povera e priva di risorse, alle falde del Dur­ mitor, il monte sacro ai partigiani montenegrini. La confusione e il diso­ rientamento per la situazione, che apparve subito tragica, resero impossi­ bile governare e rifornire quella grande massa di uomini che, con ordini contraddittori, si spostavano avanti e indietro senza trovare una via d’usci­ ta, con il rischio di essere annientati o catturati. Finché la pressione tede­ sca si allentò per un evento inatteso: l’armistizio della Romania, il 20 ago­ sto, distrasse improvvisamente alcune divisioni germaniche da quel fronte. La divisione Garibaldi, lasciata di retroguardia, si mantenne ancora una volta salda e riparò a Velimlje. Ma la situazione era pervenuta a un punto tale che, per salvare il salvabile, si era perfino pensato di sciogliere i repar­ ti, nel tentativo di uscire alla spicciolata dal cerchio delle innumerevoli unità tedesche che sembrava implacabilmente compatto. Gruda-Kobila (14-15 settembre 1943). La divisione Emilia, schierata intorno a Cattaro, attaccò i tedeschi attestati a difesa del campo d’aviazio­ ne di Gruda. Quando l’occupazione del campo sembrava ormai prossima, i tedeschi ricevettero rinforzi e, con il decisivo intervento dell’aviazione, costrinsero le unità italiane al ripiegamento. Hocevina (3 gennaio 1944). La III brigata Garibaldi, che aveva subito incalcolabili perdite il 5 dicembre a causa di un attacco di carri armati te­ deschi che avevano fatto irruzione in mezzo ai reparti in sosta sulla strada, si sottrasse alla distruzione e alla cattura con un’avventurosa marcia not­ turna, fino al confine con la Bosnia. Furono necessari alcuni giorni per rior­ ganizzare i reparti. Dopo di che, lo schieramento venne fatto avanzare an­ cora verso Pljevlja. Ma la reazione tedesca non si fece attendere. Il 3 gen­ naio, intorno a Hocevina si accese un combattimento che durò l’intera giornata, con alterne vicende. L’attacco tedesco non riuscì tuttavia a far ar­ retrare la brigata italiana, specialmente per il valore e l’abilità manovriera di un reparto di carabinieri. Kolasin (26 settembre - 8 ottobre 1943). La divisione Venezia, alleata inizialmente coi cetnici, combattè i partigiani a Kolasin con un battaglione

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dell’830 fanteria, il quale rimase attestato sul suo caposaldo resistendo te­ nacemente anche ai ripetuti assalti compiuti nel corso di una notte intera. Dai colloqui intercorsi il giorno successivo fra il capitano Riva, comandan­ te della compagnia italiana, e un generale iugoslavo, ammirato da tanto co­ raggio, scaturì l’accordo di collaborazione con la Venezia, conclusosi il 10 ottobre 1943. Pljevlja (4-6 dicembre 1943). I reparti italiani procedettero a una nuo­ va e definitiva ristrutturazione. Il 2 dicembre si costituì a Pljevlja la divi­ sione italiana partigiana Garibaldi. Ma i tedeschi avanzarono con una ro­ busta colonna di carri armati e il 5 entrarono di sorpresa nella cittadina, do­ ve compirono il massacro di quegli italiani che non erano stati avvertiti della minaccia incombente dai partigiani iugoslavi, che invece avevano evacuato in tempo la località. L’azione tedesca, rapida e decisa, provocò la perdita de­ gli automezzi, di molte artiglierie, dei rifornimenti giunti per via aerea dal­ l’Italia, di indumenti invernali, di armi e di una quantità considerevole di munizioni, tanto da pregiudicare notevolmente l’efficienza della grande unità, appena costituita, per i mesi successivi. Sjenica (7-16 novembre 1943). I partigiani decisero l’occupazione di Sjenica, abitata in maggioranza da musulmani ostili e presidiata da un forte con­ tingente tedesco. Al comandante della 2a divisione Proletaria furono asse­ gnate la maggior parte delle formazioni italiane, recentemente riordinate. A causa delle forti perdite l’azione italoiugoslava esaurì la propria forza di pro­ pulsione, mentre i tedeschi, ricevuti i rinforzi, passarono all’attacco minac­ ciando di accerchiamento l’intero schieramento contrapposto. Incominciò, di conseguenza, un ripiegamento che si trasformò in rotta poiché i battaglioni iugoslavi, maestri nella tattica del “mordi e fuggi”, nel momento più critico si sottrassero a ulteriori gravi conseguenze, mentre le brigate italiane li cer­ cavano invano per stabilire un collegamento. Una colonna tedesca proseguì verso Brodarevo, che occupò il giorno 16 compiendovi un massacro. I tede­ schi continuarono a sparare sui soldati italiani che si erano arresi. Perirono sessantatre militari. Al termine dell’operazione, tre ufficiali italiani vennero trucidati a Sjenica. A essi vanno aggiunti i venticinque caduti del 7 novembre. Srem. La brigata partigiana italiana Italia, costituita il 28 ottobre 1944 subito dopo la liberazione di Belgrado su quattro battaglioni (Garibaldi, Matteotti, Mameli e Fratelli Bandiera), al comando del sottotenente Giu­ seppe Maras, si schierò nel dicembre '44 sul fronte dello Srem contro le truppe tedesche ivi attestate. La brigata, con le altre truppe partigiane, fu impegnata nella cruenta battaglia di posizione subendo la perdita di venti soldati e numerosi feriti. Il 12 aprile 1945 ebbe inizio lo scontro decisivo e le truppe germaniche furono sgominate. Nel corso dei sanguinosi combat­ timenti si distinse il valore della brigata Italia che, per prima, il 20 maggio 1945 entrò a Zagabria liberata. Le perdite del nemico furono notevoli: 454 morti, 70 feriti, 76 1 pri­ gionieri. A sua volta la brigata subì 140 morti, 596 feriti e 188 dispersi. Svecanje. Un gruppo di cinquanta carabinieri in forza al comando di

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corpo d’armata, fuggiti da Spalato dopo l’armistizio con tre ufficiali del bat­ taglione partigiano italiano Giuseppe Garibaldi (tenente colonnello Attilio Venosta, tenente Felice Mambor, tenente Luigi Tinto), costituito di quasi tutti carabinieri, si recarono all’alba del 17 settembre 1943 sulla strada che scendeva verso il mare, in località Svecanje (Omis). In tale località trova­ rono, già sistemato in mezzo alla strada, un piccolo cannone italiano An­ saldo da 65/17, manovrato da militari italiani (tenente Orazio Giannini, sottotenente Giovanni del Piero, sottotenente Avio Clementi, sergente Ma­ rio Giannesini e soldato Vito Palazzolo). Essi dovevano bloccare un’auto­ colonna motocorazzata tedesca che scendeva da Imotski verso Spalato per occupare il porto e sgominare la divisione Bergamo con il relativo coman­ do (circa quattordicimila uomini) che ormai da molti giorni, dopo l’armi­ stizio, manteneva il controllo della città insieme ai partigiani. La colonna nemica fu intercettata e la battaglia divampò subito. Il combattimento in­ furiò per circa un’ora, fino a quando, per un casuale colpo di fortuna, i proiettili del cannone italiano colpirono due autoblinde incendiandole; nel­ lo stesso momento anche il cannone fu colpito nella culla e reso inservibi­ le. Il sottotenente Del Piero e il carabiniere Piccolini rimasero feriti. I te­ deschi invertirono la rotta, lasciando sul terreno due autoblinde e sette mor­ ti, e tardarono comunque il loro arrivo a Spalato di circa dieci giorni. Trubjela (10 ottobre 1943). Truppe tedesche, con carri armati e auto­ blinde, intercettarono gli alpini della Taurinense, in crisi di trasferimento, nel punto più critico dell’attraversamento della principale rotabile e di una massicciata della linea ferroviaria. Non vi fu combattimento, ma le perdi­ te per sfuggire alla cattura furono ingenti. Vukovet e Matesevo (17-20 ottobre 1943). Il 17 ottobre venne inter­ cettata una consistente colonna tedesca e di collaborazionisti italiani, di­ retta a Matesevo, con l’evidente intento di portare una minaccia sul retro del dispositivo italiano. All’inizio del 18, una compagnia italiana, denomi­ nata Italia, difese accanitamente le sue posizioni a costo di elevate perdite, compreso il suo comandante. Alcuni protagonisti della Resistenza in Iugoslavia. Tito Livio Agradi, te­ nente in Servizio permanente effettivo (Spe) di artiglieria alpina, dopo i’armistizio divenne capo di stato maggiore della brigata Taurinense e in se­ guito della I brigata Garibaldi. Lionello Albertini, maggiore in Spe, assunse, dopo l’armistizio, il co­ mando di una brigata della Venezia e poi della IV brigata Garibaldi. Giuseppe Amico, generale di divisione. Comandante, nel gennaio del 1942, della divisione Marche dislocata in Dalmazia, ne tenne il comando fino al 13 settembre 1943 quando, catturato dai tedeschi, fu vilmente tru­ cidato per aver resistito ai tedeschi nel presidio di Ragusa (Dubrovnik). Giannino Barbieri. Caduto il 18 novembre 1943 a Matesevo, dopo es­ sersi esposto allo scoperto, nel tentativo di fermare l’avanzata tedesca, con un pezzo d’artiglieria.

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Cesare Bellocchio, sottufficiale degli alpini, caduto in Bosnia a Vlasenica l’8 marzo 1944 difendendo strenuamente la sua posizione. Roberto Berio, maggiore di stato maggiore in Spe, capo dell’ufficio ope­ razioni della Venezia, e dal 2 luglio 1944 capo di stato maggiore della divi­ sione Garibaldi. Leonida Berté, capitano in Spe della Guardia di finanza, vicecoman­ dante e poi comandante della III brigata Venezia, dopo la ritirata da Pljevlja (5 dicembre 1943). Da vicecomandante della III brigata Garibaldi guidò i superstiti, durante il massacrante trasferimento in Bosnia, dopo la morte del comandante, capitano Marchisio. Nello Bibolini, aiutante maggiore di un battaglione di fanteria, impe­ gnato a contrastare il passo a truppe tedesche all’attacco delle posizioni di Andrijevica. Caduto in combattimento il 18 ottobre 1943. Pier Franco Bonetti, attaccato a Radulic, il 7 gennaio 1944, da una ban­ da musulmana, si difese accanitamente finché, dopo ore d’impari combat­ timento, fu colpito a morte. Paride Brezzo, tenente di complemento; nella difesa di Brodarevo, il 16 novembre 1943, combattè con i suoi mortai il nemico fino all’ultimo. Con­ quistato il villaggio, i tedeschi lo colpirono ripetutamente col calcio del fu­ cile; due giorni dopo, a Sjenica, lo finirono con un colpo alla nuca. Sebastiano Buggea, soldato porta arma, il 5 dicembre 1943, a Pljevlja, cercando la posizione dalla quale meglio contrastare l’occupazione della città, si pose in un tratto fortemente battuto e continuò a sparare finché fu stroncato da una raffica tedesca. Battista Carrando, soldato portaordini, si offriva volontariamente per recapitare un messaggio urgente in una situazione di grave pericolo, alle fal­ de del Durmitor. Colpito a morte durante il tragitto, si trascinò ancora avan­ ti, nel tentativo di raggiungere il comando della Garibaldi. Gilberto Cerutti, il 6 dicembre 1943, al Podpec, prese parte a un duro scontro per fermare un’imponente colonna tedesca. Gravemente ferito e ri­ masto isolato, riuscì a sottrarsi alla cattura e a rientrare al reparto. Carlo Cestrone, capitano, comandante di un battaglione, si distinse in vari scontri coi tedeschi e, dal 20 ottobre 1944 fino al rimpatrio, fu co­ mandante della II brigata Garibaldi. Alfonso Cigala Fulgosi, generale di divisione. Nel settembre 1942 assun­ se il comando della XVII brigata costiera in Dalmazia e successivamente, generale di divisione, il comando del presidio di Spalato; qui, l’8 settembre I943> per mantenere inalterata la fedeltà al giuramento, organizzava e ali­ mentava la resistenza ai tedeschi finché, sommerso dalle preponderanti for­ ze avversarie e catturato il i° ottobre 1943, affrontava U plotone di esecu­ zione al grido di «Viva l’Italia». Carlo Ciglieri, tenente colonnello, capo di stato maggiore della Tauri­ nense e poi della divisione Garibaldi fino al i° luglio 1944. Divenne, nel corso della carriera, comandante generale dell’Arma dei carabinieri. Ugo De Negri, nato a San Leucio (Caserta); tenente di complemento del

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Genio. Ingegnere, socialista nella clandestinità, al momento dell’armistizio era in forza nella guarnigione italiana dell’isola di Brac (Dalmazia). Anzi­ ché imbarcarsi per l ’Italia, come avrebbe potuto, preferì raggiungere il bat­ taglione partigiano italiano Giacomo Matteotti. Partecipò ai vari combatti­ menti in cui esso fu impiegato. Il 4 febbraio 1944, fu estromesso dal Mat­ teotti per divergenze politiche. Si seppe in seguito che, il 22 febbraio 1944, mentre da Jaice (Bosnia) veniva accompagnato al comando del I korpus pro­ letario, fu assassinato dalla staffetta che Io accompagnava per ordine di Bazinovic Nedelka, responsabile politico della III brigata Krajiska, cui l ’uffi­ ciale apparteneva.

Benedetto Fraccaro, sergente comandante di plotone, nell’attacco del 15 settembre 1944 alla munita posizione di Kolasin, benché ferito, conti­ nuò a combattere fino alla conquista della quota, dove morì. Mario Giuseppe Garesio, vicecomandante di una brigata, ne assunse an­ che il comando nei pressi di Bijelo Polje, dopo il ferimento del comandan­ te, riuscendo a disimpegnarsi dal combattimento con una manovra ardita (19-22 giugno 1944). Luigi Enrico Godioz, ferito il 6 dicembre 1943, a Podpec, nel corso del

tentativo di ritardare l’avanzata di una imponente colonna tedesca, conti­ nuò a far fuoco con la sua arma automatica che riuscì a portare in salvo, benché rimasto isolato. Angelo Graziani, capitano d ’artiglieria, incaricato dopo l’armistizio del comando di un gruppo, sostenne in varie occasioni, col tiro dei suoi can­ noni, la fanteria amica. Dal i° al 15 febbraio 1945 partecipò alla libera­ zione dell’Erzegovina e della sua capitale, Mostar. Alla fine della campa­ gna, curò il rimpatrio di migliaia di soldati italiani dal porto di Dubrovnik. Adriano Host, tenente di complemento della divisione Bergamo, asser­ tore convinto e intransigente dell’italianità fiumana, ufficiale di alto valo­ re morale e spirituale, con grande ascendente sui propri uomini. Il 9 set­ tembre 1943 si sottrasse alla cattura e passò nelle file dei partigiani iugo­ slavi. Raccolse nove ufficiali e cinquanta soldati italiani sfuggiti dalla prigionia e formò la Taljanska céta (Compagnia italiana), da cui nacque a Livno (Bosnia) il battaglione italiano partigiano Giacomo Matteotti. Host ne assunse il comando e lo condusse con valore fino al 4 febbraio 1944 quan­ do, per contrasti politici con gli iugoslavi, fu estromesso dal reparto assie­ me alla quasi totalità degli ufficiali italiani che ne facevano parte. Rimpa­ triò via mare il 12 giugno 1944, e passò in Spe. Gli fu conferito in seguito il grado di generale di divisione. Carlo Isasca, generale, vicecomandante della divisione Venezia, di senti­ menti antitedeschi, si adoperò fin dall’inizio con alto senso dell’onore mili­ tare perché non si cedessero le armi ai tedeschi. Subito dopo la liberazione della Iugoslavia venne condannato da un tribunale del popolo e giustiziato, per presunti ma non comprovati crimini commessi prima dell’armistizio a dan­ no dei partigiani. Giuseppe Laudato, si distinse nei combattimenti intorno a Cattaro e, uni­

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tosi a un gruppo di italiani, continuò la lotta in Bosnia. All’attacco di Soklac Brdo cadde colpito a morte nell’atto di occupare la posizione nemica. Antonio Leccese, colonnello medico, capo dei servizi sanitari della di­ visione Venezia prima e della Garibaldi poi. Benché fisicamente allo stre­ mo, si trascinò per settimane fra le montagne, con ammalati e feriti al se­ guito. Ricongiuntosi alla divisione, durante una letale epidemia di tifo pe­ tecchiale contrasse la malaria insieme ai suoi ricoverati, che continuò ad assistere fino alla morte benché privo di medicinali. Giovanni Leone, comandante di battaglione nella VI brigata Venezia, ricongiuntosi alla divisione dopo il tragico ciclo operativo in Bosnia, rias­ sunse il comando di un reparto combattente che guidò fino al rimpatrio, l’8 marzo 1945. Eugenio Liserre, inserito nel comando della II brigata Garibaldi, sfuggi a Pljevlja alla cattura e seguì poi il reparto in Bosnia, riuscendo con pochi superstiti a riparare in Montenegro, dove continuò a operare al comando di una compagnia, distinguendosi nel combattimento intorno a Grahovo. Tommaso Manfredi, il 23 gennaio 1944, a Vrbica, mentre con la sua ar­ ma automatica difendeva una posizione avanzata, ricevette l’ordine di ripiegamento. Ma, accortosi che il suo reparto poteva essere accerchiato, re­ stò a contrastare con il fuoco l’azione nemica, fino all’estremo sacrificio. Landò Mannucci, inquadrato nella I brigata Venezia e poi nella II bri­ gata Garibaldi, assunse il comando di un battaglione dopo le due battaglie di Kremma. Seguì poi la brigata in Bosnia da dove rientrò in Montenegro, ricoprendo il ruolo di capo di stato maggiore dell’unità fino al rimpatrio, l’8 marzo 1945. Pietro Marchisio, capitano degli alpini in Spe, addetto al comando di un corpo d’armata, rifiutatosi di cedere le armi lasciò il suo incarico per as­ sumere il comando della I brigata Venezia e, poi, della II Garibaldi. Guidò valorosamente il reparto in varie azioni, da Kremma al Passo Jabuka e a Brajkovac. Preparò con cura l’avventurosa spedizione della brigata in Bo­ snia dove morì, colpito dal tifo petecchiale, alla testa dei superstiti, trasci­ nandosi a dorso di mulo e sorretto a spalla dai suoi alpini, che non volle mai abbandonare. Aurelio Mattii, comandante di un battaglione della I brigata Venezia e poi della II Garibaldi. Prese parte a ogni combattimento e ne seguì tutte le vicissitudini, compreso il terribile ciclo operativo in Bosnia, fino al rim­ patrio. Altero Mensi, sottufficiale comandante di plotone; già distintosi in prece­ denti azioni, il 5 gennaio 1944 a Brajkovac, durante un ripiegamento, rimase sulla sua posizione per proteggere la compagnia fino al supremo sacrificio. Domenico Misitano, capo di stato maggiore della I brigata Venezia e della II Garibaldi, che guidò durante il ripiegamento dalla Bosnia. In se­ guito comandante di un battaglione fino al rimpatrio. Ilare Mongilardi*, tenente dei bersaglieri. Manuel Mossi, comandante di un battaglione alpino, attaccato il 7 gen­

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naio 1944 a Jagoce da preponderanti forze tedesche, rifiutò di arrendersi e si difese tenacemente, incitando i compagni, finché non venne ferito a morte. Ilio Muraca*, generale di corpo d’armata. Bruno Necchi, comandante di un battaglione della I brigata Venezia e della II Garibaldi e, al ritorno dalla Bosnia, vicecomandante di brigata.

Giovanni Battista Oxilia, generale di divisione, comandante della Ve­ nezia fino al i° dicembre 1944 e, poi, della divisione Garibaldi, fino al mo­ mento del suo rimpatrio, il 20 febbraio 1944, per assumere in Italia l’inca­ rico di sottocapo di stato maggiore dell’esercito. Fu uno dei primi generali a schierarsi decisamente contro i tedeschi, dopo essersi rifiutato di cedere loro le armi. Giuseppe Paglialunga, il 3 gennaio 1945, a Hocevina, con il fuoco del suo fucile mitragliatore fermò una colonna nemica. Benché ferito, restò sul posto di combattimento finché non cadde sulla propria arma. Villi Pasquali, ufficiale veterinario, dopo l’armistizio divenne ufficiale di fanteria comportandosi eroicamente in vari combattimenti. Il 10 no­ vembre 1943, a Brijestovo contrastò con una sola arma automatica un at­ tacco nemico, sostituendo il porta arma ferito finché, a sua volta, non fu colpito a morte. Salvatore Pelligra, generale di brigata. Comandante dell’artiglieria del XVII corpo d ’armata, l’8 settembre 1943 era a Spalato dove, rifiutato l’in­ vito a porsi in salvo imbarcandosi per l’Italia, organizzò la resistenza ai te­ deschi provocando loro gravi perdite finché il presidio venne sopraffatto; il 10 ottobre 1943 affrontò coraggiosamente il plotone di esecuzione tedesco. Francesco Perello, comandante di battaglione della brigata alpina Tau­ rinense e poi della I brigata Garibaldi. Partecipò a vari combattimenti, fra cui quello di Podpec. Ferito, fu rimpatriato il 3 settembre 1944. Serafino Piana, incaricato di una missione oltre le linee tedesche, ven­ ne scoperto; ingaggiò il combattimento, nonostante fosse bersaglio delle ar­ mi automatiche nemiche. Ripetutamente colpito, preferì morire sull’arma piuttosto che arrendersi (Radulic, 7 gennaio 1944). Cesare Piva, maggiore in Spe, assunse il comando della III brigata Ve­ nezia, che divenne poi III brigata Garibaldi. Partecipò eroicamente alle ope­ razioni intorno a Sjenica finché il 5 dicembre 1943 venne colpito a morte dal fuoco di carri armati tedeschi, mentre cercava di riordinare il reparto sorpreso in marcia. Angelo Prestini, comandante di un battaglione della brigata Taurinen­ se, poi brigata Garibaldi, partecipò alle varie operazioni dell’unità, dal 2 lu­ glio 1944 fino al rimpatrio. Ferdinando Puddu, comandante di battaglione nella brigata alpina Tau­ rinense, divenuta poi I brigata Garibaldi, fino al 19 giugno 1944 quando, ferito in combattimento, nei pressi di Bijelo Polje, dovette lasciare il co­ mando. Ivio Quintarelli, vicecomandante della VI compagnia, si distinse nella difesa di quota 1039, a Kolasin. In seguito, ferito al Vukovet, rientrò nel­

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la II brigata Garibaldi e partecipò al ciclo operativo in Bosnia, risultando poi disperso.

Carlo Ravnich, maggiore in Spe, trasformò in fanti i suoi artiglieri al­ pini, che portò, poche ore dopo l’8 settembre, al combattimento a Cekanje, facendo fuoco di sua iniziativa su una colonna tedesca. Comandò poi la bri­ gata alpina Taurinense, diventata I brigata Garibaldi. Ferito in combatti­ mento a Bijelo Polje, assunse, il 2 luglio 1944, il comando della divisione Garibaldi, che guidò con polso fermo fino al rimpatrio, l’8 marzo 1945. Combattente valoroso e capace, contrastò i vari tentativi degli iugoslavi di imporre regole diverse da quelle vigenti nell’esercito italiano. Ottenne due promozioni al merito di guerra. Spirito Reyneri, maggiore in Spe presso un comando di corpo d ’arma­ ta, si uni alla divisione Taurinense, nella quale assunse il comando del batta­ glione Ivrea e poi della III brigata Garibaldi. Mori colpito dal tifo petec­ chiale in Bosnia, tre giorni dopo essere caduto prigioniero durante un ra­ strellamento tedesco. Mario Riva, capitano, comandante del caposaldo quota 1039 di Kolasin, la cui strenua difesa suscitò l’ammirazione dei partigiani e promosse l ’ac­ cordo della divisione Venezia con il II korpus dell’Epli. Cadde alla testa del battaglione Italia, il 18 ottobre 1943 a Vukovet.

Luigi Rizzo, comandante di battaglione nella I brigata Venezia e nella II brigata Garibaldi. Fu protagonista della prima battaglia di Kremma e

dell’occupazione della cittadina; cadde in combattimento nella seconda bat­ taglia di Kremma il 20 novembre 1943. Maurizio Ruatta, sergente maggiore, incaricato di attaccare la munita posizione tedesca di Kokoti, insistette nell’impresa trascinando con l ’esem­ pio i suoi uomini, fino alla conquista dell’obiettivo. Eugenio Scatolin, attaccato il 5 gennaio 1943 a Godocelje da forze pre­

ponderanti reagì col fuoco del suo fucile mitragliatore. Benché ferito rifiutò di essere sostituito resistendo sulla posizione fino alla morte. Gustavo Antonio Silvani, capitano medico, addetto a un reggimento di artiglieria alpina, assunse poi la direzione del servizio sanitario della divi­ sione Garibaldi che disimpegno con efficienza, se pure in condizioni di ec­ cezionale difficoltà per mancanza di medicinali e di adeguate attrezzature chirurgiche. Ezio Stuparelli, capo di stato maggiore della divisione Venezia, non eb­ be indugi a orientare la grande unità in senso antitedesco. N e sostenne va­ lorosamente le sorti nei primi difficili mesi, programmandone con capacità le operazioni. Venne fucilato dai partigiani dopo la liberazione, su condan­ na di un tribunale del popolo, per presunti crimini prima dell’8 settembre

I943‘ Leo Taddia, sottotenente di fanteria, nella divisione Venezia, fu poi co­ mandante di reparto nella VI brigata partigiana Venezia e, in seguito, nel­ la II Garibaldi. Partecipò a vari combattimenti compreso quello dello Knesak. Comandante di battaglione fino al rimpatrio, P8 marzo 1945.

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Attilio Venosta, nato a Sondrio, tenente colonnello dei carabinieri del XVIII corpo d’armata. Il 13 settembre 1943, a Spalato, fu il promotore del­ la costituzione del battaglione partigiano Giuseppe Garibaldi, composto quasi esclusivamente da carabinieri. Soprintese anche alla formazione del battaglione partigiano italiano Giacomo Matteotti a Livno (Bosnia, otto­ bre 1943). Dotato di profondo senso umanitario, seppe riscuotere la stima degli iugoslavi e svolse efficace e discreta azione di protezione degli uffi­ ciali italiani, spesso in conflitto con essi. Rimpatriò il 12 giugno 1944 e, ri­ preso il servizio, divenne generale di divisione. Lorenzo Vivalda, generale di divisione, comandante della Taurinense all’atto dell’armistizio e vicecomandante della Garibaldi, di cui assunse il comando dopo il generale Oxilia dal 20 febbraio 1944 al 10 luglio 1944, com­ portandosi con perizia, grande senso di responsabilità e attaccamento ai suoi alpini. Bruno Voltolini, mortaista a Cekanje, il 17 settembre 1943, ferito du­ rante un furioso combattimento, volle persistere nell’azione finché, colpi­ to più gravemente una seconda volta, venne costretto a lasciare il posto di combattimento. Fernando Zanda, ufficiale di artiglieria alpina, addetto alla linea pezzi che, il 9 settembre 1943, apri le ostilità sparando senza esitare i primi col­ pi contro i tedeschi. Il 6 dicembre 1943, a Podpec, fatto segno a intenso fuoco nemico e rimasto con pochi uomini, portò a termine la difficile ope­ razione della ritirata della sua unità. Piero Zavattaro Ardizzi, capitano in Spe al comando del battaglione al­ pino Ivrea, si distinse in numerose operazioni della divisione Taurinense nel periodo post-armistiziale. Riunitosi alla divisione Garibaldi, assunse il comando della IV brigata fino al rimpatrio. Combattente intrepido ed esem­ pio continuo per i suoi uomini, nel corso della sua carriera raggiunse il mas­ simo grado dell’esercito. Angelo Zecchinelli, tenente del battaglione alpino Ivrea, distintosi in vari combattimenti assunse il comando del 50 battaglione della IV brigata Garibaldi. Albania. Nella primavera del 1939, a seguito della politica di conquista fascista, Mussolini, consigliato dal genero e ministro degli Esteri, conte Ga­ leazzo Ciano, ordinò l’occupazione dell’Albania. I rapporti fra i due paesi datavano anteriormente alla prima guerra mondiale e, sul piano storico, da secoli, da quando cioè alcune colonie di albanesi, per il timore dei turchi e data la vicinanza delle coste italiane, si erano insediati nelle Puglie, ove tut­ tora vivono i loro discendenti. Tuttavia, quei rapporti conobbero periodi alterni di cooperazione e amicizia e di diffidenza reciproca, anche a moti­ vo delle spiccate diversità etnico-culturali fra i due popoli. Dopo una rapida campagna di guerra, praticamente senza storia, l’Al­ bania divenne stato italiano e Vittorio Emanuele III, che l’aveva definita terra «di quattro sassi», senza però ostacolare il progetto di Mussolini, ne

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divenne a malincuore anche il re. Seguì un breve periodo di idillio fra i due paesi, durante il quale l’Albania cercò di realizzare, da quella innaturale unione, il massimo vantaggio nei settori economico, industriale e agricolo, ma senza poter dare quasi nulla in cambio. Com’era naturale, si addivenne anche all’integrazione delle rispettive forze armate. Decine di cadetti alba­ nesi cominciarono annualmente a uscire, con i gradi di ufficiale, dalle acca­ demie e dalle scuole militari italiane, senza tuttavia adattarsi ai metodi disci­ plinari di quegli istituti ma esprimendo sempre uno spiccato spirito di au­ tonomia e una pervicace libertà di critica. Date queste premesse, era da attendersi la fatale conclusione dell’esperienza militare italiana di quegli uf­ ficiali, i quali, quando le sorti dell’Italia, dopo l’8 settembre '43, volsero al peggio, disertarono in massa passando dalla parte dei tedeschi e divenendo feroci oppositori degli italiani o defilandosi in attesa degli eventi. Al momento dell’armistizio, nella capitale Tirana e nel resto dell’Alba­ nia era di stanza il Gruppo armate italiano est, composto da due corpi d’ar­ mata, su sei divisioni (Perugia, Parma, Brennero, Firenze, Isonzo e Puglie) e un raggruppamento celere. Malgrado il nome altisonante di Gruppo ar­ mate, la situazione di quelle unità fu definita, dal generale Albert, all’epo­ ca suo capo di stato maggiore di deplorevole stato, in fatto di effettivi, di armamenti, di mezzi di trasporto e di di­ slocazione, a fronte di una crescente attività dei partigiani albanesi e di una pre­ senza di grossi presidi tedeschi, presso i nostri campi di aviazione, nonché di loro grandi unità mobili, in corrispondenza dei confini dell’Albania.

Inoltre, il morale della truppa risentiva dell’andamento sfavorevole del­ la guerra, della debilitante azione della guerriglia, del lungo servizio oltre­ mare e della scarsa possibilità di licenza per quei militari. Per finire, le no­ tizie dell’invasione della Sicilia e della Calabria avevano profondamente in­ ciso sul morale dei soldati appartenenti a quelle regioni. Così stando le cose, non deve meravigliare il fatto che, immediatamente dopo l’armistizio, ci fu un’azione travolgente delle masse motocorazzate te­ desche che penetrarono in profondità, fino a Tirana. Apparve subito eviden­ te come quell’operazione era stata preparata dai loro comandi, i quali era­ no a conoscenza delle trattative di armistizio in corso fra il governo Bado­ glio e gli angloamericani. Per contro, i generali italiani vennero colti alla sprovvista poiché non erano stati per nulla informati dell’imminente resa italiana e, pertanto, continuavano ad agire come alleati dei tedeschi. In ef­ fetti, il generale Rosi, comandante del Gruppo armate, che non aveva ri­ cevuto, fino a quel momento, alcuno dei promemoria emanati dal Coman­ do supremo sul comportamento da tenere in caso di aggressione tedesca, subì la più assoluta sorpresa alla notizia dell’armistizio, avuta per radio po­ chi minuti dopo le ore 18 dell’8 settembre. Non ebbe altro tempo che quel­ lo di ordinare la messa in atto delle operazioni di raccolta delle sue divisio­ ni, secondo un piano già predisposto, al fine di radunare il più possibile le truppe delle centinaia di presidi, piccoli o grandi, sparsi in tutto il paese.

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Da quel momento, considerata l’estrema difficoltà di esecuzione di un or­ dine così improvviso che avrebbe richiesto intere giornate di preparazione, fu tutto un susseguirsi di fatti che resero evidente la lentezza di reazione dell’apparato militare italiano, dotato di pochi mezzi di trasporto, oltre a una lunga, indescrivibile confusione di ordini che si accavallavano e che ve­ nivano smentiti. Da parte tedesca, invece, si realizzò l’intervento, accura­ tamente pianificato, di almeno quattro divisioni provenienti dai confini con la Grecia, dal lago di Ocrida, dall’Erzegovina e dal Montenegro. Esse, pe­ netrando nell’interno del paese, vennero dirette a catturare i maggiori co­ mandi, a scompaginare la loro rete dei collegamenti e a presidiare, al più presto, la costa albanese, per il timore di un imminente sbarco angloameri­ cano. Qualsiasi ostacolo che si frapponeva a questi scopi, fosse rappresen­ tato da colonne, salmerie o unità di reparti italiani in ordine di battaglia, doveva essere rimosso o neutralizzato, anche usando i mezzi più drastici. In tale disegno, i tedeschi vennero validamente fiancheggiati dai collabo­ razionisti albanesi, i crudeli Balli Komintar schieratisi prontamente al loro fianco. Va detto anche che, sin dalle prime ore del 9 settembre, i comandi germanici avevano provveduto a scatenare, con editti e volantini, una fe­ roce campagna, promettendo l’indipendenza del paese «dall’odiato italia­ no» e l’annessione del Kosovo, sottratto alla Iugoslavia. Così, già il giorno 10, avanguardie motorizzate tedesche erano giunte a Durazzo, ove avvennero alcuni scontri con il presidio italiano appoggiato dal fuoco delle batterie della marina militare; Durazzo era uno dei pochi porti che il Comando supremo aveva ordinato di mantenere a ogni costo, per con­ sentire l’imbarco delle truppe. Nello stesso giorno cadde anche il porto di Valona. L’indomani il generale Rosi, comandante in capo, veniva arrestato da un “commando” germanico nella sua sede di Tirana e sostituito dal ge­ nerale Dalmazzo, di sentimenti filotedeschi, comandante la IX armata. Nel frattempo la divisione Firenze, dopo aver inutilmente concordato un’ardimentosa azione diretta a raggiungere e a liberare Tirana, con il con­ senso segreto del generale Dalmazzo, puntava su Krujé, dove avvennero aspri scontri con i tedeschi, causa di notevoli perdite e, in seguito, di sanguinose rappresaglie. Una delle due colonne di attacco a Kruje era comandata dal ge­ nerale Gino Piccini, il quale, attraverso alterne vicende che lo videro pre­ sente in Albania fino alla liberazione, sarebbe divenuto l’unica alta autorità a difesa degli italiani rimasti nel paese. Alla fine del combattimento di Krujé il generale Azzi, comandante la divisione Firenze, sulla base dei precedenti accordi avuti con il comandante dell’esercito nazionale albanese, Axi Lieschi, e con la sua missione britannica di collegamento, costituì il Comando truppe italiane della montagna. Capo di stato maggiore del nuovo coman­ do venne nominato il tenente colonnello Goffredo Zignani, il quale, dopo uno sfortunato scontro del suo battaglione, cadeva fucilato dai tedeschi insieme ad altri ufficiali, tra i quali il colonnello Fernando Raucci e il capitano Dio­ nigi Tortore. Il generale Azzi riuscì a organizzare alcuni comandi di zona ita­ liani, affiancandoli ai corrispondenti comandi partigiani albanesi. Si tratta­

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va di una massa considerevole di uomini, inquadrati in ben sei battaglioni, con mortai, salmerie e automezzi al seguito, cui si andavano affiancando cen­ tinaia di altri militari provenienti dalle divisioni disciolte. Ma un complesso di oltre diecimila uomini non poteva adattarsi a lungo a una guerra parti­ giana, con gli enormi problemi di rifornimento e di sussistenza che esso com­ portava, per giunta in un paese privo di risorse. E nemmeno avrebbe potu­ to resistere alle azioni concentriche che i tedeschi organizzarono subito do­ po, allo scopo di sgomberare gli itinerari di rifornimento che, dai Balcani meridionali, conducevano all’Austria. Era perciò facile intuire come ai pri­ mi, favorevoli accordi con gli albanesi, sarebbero seguite quelle difficoltà, di carattere politico, operativo, logistico e di coesistenza, che furono le cau­ se del progressivo smembramento del Comando truppe della montagna. E ciò malgrado i coraggiosi tentativi di Azzi di garantire la vita dei suoi uo­ mini il più a lungo possibile. Di conseguenza, via via che le difficoltà au­ mentavano, essi furono costretti o indotti a cedere le armi e il loro prezioso equipaggiamento, sempre più bramato dagli albanesi, e a disperdersi presso i contadini del posto, ai quali dovettero sacrificare i loro residui capi di cor­ redo in cambio di una dura e stentata sopravvivenza, spesa nei lavori più umili e pesanti. In quei frangenti, come si legge in una relazione del tenen­ te colonnello Goffredo Zignani, «l’Armata era già in via di totale disfaci­ mento, senza che il [suo] Comando nulla avesse tentato, per opporre un va­ lido argine allo sfacelo». A nulla era valso il sacrificio del tenente colonnel­ lo Luigi Goytre e del maggiore Carlo Pirzio Biroli, caduti il 13 settembre nel tentativo di contrastare l’ingresso dei tedeschi a Tirana. Delle sei divisioni - di cui la Brennero, composta in buona parte di al­ toatesini, dimostrò subito di non voler combattere i tedeschi - , se ne salva­ rono al momento solo due: la Firenze e la Perugia. La prima, grazie alla sua ubicazione nella zona del Durbano, eccentrica rispetto alla direzione di mar­ cia tedesca, aveva raccolto molti sbandati delle altre divisioni e si era di­ retta verso i monti, per allearsi con i partigiani; mentre la Perugia, posta nel settore del Kosovo e, perciò, in vicinanza della costa, effettuava fati­ cose marce per raggiungere il mare, lungo itinerari impervi, costretta, lun­ go il suo cammino, a difendersi continuamente dalle colonne tedesche e, ancor più, dalle formazioni di partigiani e di briganti albanesi che depre­ davano soprattutto i gruppi isolati di italiani. Alla divisione toccò la sorte più dura, poiché era rimasta la sola a opporsi al dilagare dei tedeschi, nel disperato tentativo di difendere i punti di approdo ove fortunosamente riu­ sciva ad arrivare. Per giunta, questi approdi venivano spesso cambiati dal Comando supremo in Italia, in quanto risultavano non più accessibili alle navi della salvezza in arrivo dalle coste pugliesi. Fu grazie al sacrificio di quegli uomini che, a Santi Quaranta, uno degli ultimi approdi, riuscirono a imbarcarsi alcune migliaia di militari, generalmente sbandati, feriti o am­ malati, ai quali veniva concessa la precedenza. L’operazione costò cara alla Perugia, a cominciare dal suo comandante, il generale Ernesto Chiminello, che venne giustiziato. Corse voce che la te­

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sta del generale, staccata dal busto, venisse mostrata come un trofeo ai suoi soldati inorriditi. Non si sa con certezza se ciò avvenne realmente, e se per mano degli albanesi o su istigazione tedesca. Il 5 ottobre, a Porto Edda (Sarandé), dove alcuni reparti della Perugia, ormai privi di capacità offensiva, erano ritornati nel tentativo di imbarcarsi a loro volta, avvenne l’esecuzio­ ne in massa di quei prigionieri, ufficiali e sottufficiali che si erano prece­ dentemente opposti ai tedeschi. Essi vennero mitragliati e poi gettati in ma­ re; circa centoventi di loro trovarono la morte, davanti agli occhi dei loro compagni resi impotenti a intervenire. Sulle colline di Santi Quaranta (Sarandé), il 1290 reggimento fanteria della Perugia si prodigò oltre ogni limite per tenere testa ai tedeschi che volevano impadronirsi di quell’ultimo appro­ do, come testimonia la vicenda dei suoi ufficiali superiori caduti: il colon­ nello Gustavo Lanza, e i tenenti colonnello Domenico Pennestri, Giuseppe Manzelli ed Emilio Cirino. Quest’ultimo fu catturato dai tedeschi dopo il rientro dall’Italia, dove era stato inviato a chiedere soccorsi: egli era voluto tornare in Albania, malgrado ne venisse fortemente dissuaso, per tener fe­ de alla parola data. Ci fu anche un tentativo di resistenza, da parte del generale Carlo Spatocco, comandante del IV corpo d’armata, che cercò di porre un argine a quella fiumana di sbandati che si riversava lungo le coste. Ma il suo sforzo fu destinato al fallimento per l’intervento dei tedeschi, i quali avrebbero ri­ cordato quell’atteggiamento di ribellione del generale. Infatti, un anno più tardi, dopo aver tentato la fuga dalla prigionia, Spatocco venne ripreso e, in seguito, barbaramente trucidato perché caduto esausto durante una mar­ cia di trasferimento nella neve alta. Un altro episodio, altrettanto doloroso, fu l’agguato e la strage dei cen­ todieci carabinieri guidati dal colonnello Giulio Gamucci e diretti verso la costa, a opera di una formazione albanese il cui capo, Xedal Starawescha, dal torbido passato, benché identificato, non fu mai punito per il suo de­ litto. A tali atti efferati vanno aggiunti gli infiniti episodi di spoliazione di gruppi di soldati italiani, specie di quelli che, disarmati e sbandati, cerca­ vano di raggiungere la costa adriatica. Indumenti e denaro in cambio del permesso di transito, attraverso le inospitali montagne del paese, venivano puntualmente richiesti a quegli sventurati dai Balli Komintar, al servizio dei tedeschi, o da banditi di ogni risma improvvisatisi partigiani. Allo stes­ so tempo, quei gruppi di soldati italiani avviati, senza scorta, ai punti di ca­ rico indicati dai tedeschi per il trasferimento verso la prigionia, subivano le frequenti imboscate di partigiani regolari albanesi, avidi delle loro armi e di qualsiasi bene essi portassero con sé. Malgrado questa tragica situazione, spuntavano ancora qua e là isole di resistenza da parte di molte unità italiane, sia pure di consistenza modesta, le quali, in un soprassalto d’orgoglio, si erano date alla montagna impo­ nendosi al rispetto dei poco affidabili compagni di lotta. N o n sapremo mai esattam ente [scrive G abrio Lombardi in un suo libro] quan­ ti ufficiali, sottu fficiali e m ilitari di truppa non sono tornati dai Balcani, per non

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aver voluto consegnare le armi ai tedeschi. Non sapremo mai le circostanze precise con cui, da molti, il sacrificio è stato sopportato.

Si salvarono dalla cattura circa centosettanta militari della divisione Pe­ rugia, i quali, insieme a quelli di altre unità disperse, costituirono il battaglione Antonio Gramsci, inizialmente al comando di un sergente toscano, Giovan­ ni Cardinali, uomo valoroso e deciso destinato poi a cadere eroicamente in combattimento. Alla sua morte il comando venne assunto da Giuseppe Mon­ ti, che ebbe come commissario politico Bruno Brunetti. Questa piccola unità fu un modello di guerriglia italiana inedito, costituito da “irriducibili”. Non ebbe ufficiali in posizione di comando, ma scelse liberamente e democratica­ mente i suoi capi, che «furono capaci - come scrive Alfonso Bartolini - di par­ lare ai soldati con il linguaggio della semplicità, linguaggio che i soldati sep­ pero comprendere». Il battaglione, dopo prove di coraggio nelle quali dette molto filo da torcere ai tedeschi, venne quasi interamente distrutto nella di­ fesa della cittadina di Berat. Ma, pur così ridotti, i sopravvissuti non si arre­ sero e continuarono a prendere parte a una lunga serie di operazioni, fino a ricomporsi in battaglione grazie all’arrivo di altri italiani, i quali, richiamati dalle sue gesta e dalle sue particolari regole di vita e di comando, lasciavano i loro nascondigli e la loro miserabile vita di braccianti sempre affamati per tor­ nare a essere veri soldati. Rilevante l’azione della squadra guastatori del bat­ taglione che fece saltare ponti, abbatté alberi, provocò frane rendendo in­ transitabili lunghi tratti di itinerari, indispensabili ai tedeschi. Il Gramsci, sostenuto validamente da Enver Hoxha, capo del governo albanese, che vedeva in quella unità, profondamente politicizzata, un vero modello di “democrazia militare”, concluse la sua intensa attività parteci­ pando alla conquista della capitale Tirana, penetrando fino al centro della città. Qui venne concesso al battaglione di sfilare, da liberatore, il 28 no­ vembre del 1944. Trasformata in brigata e, più avanti, in divisione su due brigate per il continuo afflusso di militari italiani, alla Gramsci venne con­ cesso l’onore assai raro, per soldati stranieri, di rientrare in Italia comple­ tamente armati, nell’uniforme dell’esercito cui erano appartenuti. Egual­ mente eroico fu il contributo dato alla liberazione dell’Albania da due bat­ terie del disciolto 410 reggimento artiglieria, comandate dai capitani Vito Menegazzi e Filippo Maria Cotta. Essi, con prodigi di tecnica, «seppero sormontare ogni difficoltà, in un paese mancante di tutto e, facendo mira­ coli, permisero di riportare in batteria quei pezzi che erano stati abbando­ nati, con amareggiato sconforto, mesi avanti». La loro attività fu ininter­ rotta, sempre sulla linea del fuoco, su posizioni e per operazioni di appog­ gio tattico al limite dell’impossibile. Con ingegnosità tutta italiana, quegli artiglieri seppero porre rimedio perfino alla temporanea indisponibilità dei muli per il trasporto dei pezzi e alla mancanza dei congegni di puntamento per il tiro. Ma non furono i soli. In Albania, specie nelle città di Tirana e di Durazzo, molti altri militari italiani rimasti alla macchia si dettero alla lotta clandestina, esercitando una preziosa e rischiosa opera informativa e compiendo atti di sabotaggio al materiale tedesco.

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Alla fine della guerra il rientro dall’Albania di quelle migliaia di italia­ ni fu lungo e travagliato. Si tese a discriminare coloro che avevano parte­ cipato alla lotta da coloro che erano stati forzati ad abbandonare le forma­ zioni combattenti. Inoltre, al governo di Enver Hoxha stavano particolar­ mente a cuore tutti coloro che, militari o civili, possedevano una qualche specializzazione, di cui l’Albania era completamente priva e che doveva­ no servire per la ricostruzione. Venne costituito, a Tirana, il Circolo Gari­ baldi, attorno al quale il generale Piccini, coadiuvato da ufficiali e soldati, cercò di organizzare il graduale rientro delle migliaia di militari che giun­ gevano dai luoghi più remoti del paese, in condizioni da far pietà per le sof­ ferenze patite. Il rimpatrio di circa diciannovemila militari fu faticosamen­ te concordato col governo albanese dal sottosegretario alla Difesa italiana dell’epoca, il comunista Mario Palermo. Fu comunque un ritorno lento, che pareva non finire mai, di soldati provati nel fisico e nel morale: la tragica conclusione di una guerra di conquista inutile e ingiusta, voluta dal fasci­ smo, di un paese che non li aveva mai completamente accettati. Per tutti co­ storo, indipendentemente da ciò che avevano fatto, valgono le parole del comandante dell’esercito di liberazione albanese, che nel prendere conge­ do dai militari della divisione Gramsci, in procinto di rientrare in Italia, eb­ be a dire: V oi avete dim ostrato che altro era il fascism o, altro il popolo italiano. N o i vi siam o riconoscenti. N o i avrem o cura dei vostri cim iteri di guerra e delle tom be co­ m uni d i cui avete dissem inato le nostre m ontagne.

Grecia. L’invasione della Grecia da parte delle truppe italiane avvenne il 28 ottobre del 1940, dopo che il governo di Metaxas aveva respinto un offensivo ultimatum del governo fascista che gli imponeva di cedere all’Ita­ lia, come garanzia della sua neutralità, alcune aree strategiche del territo­ rio greco. La campagna che seguì, avventatamente decisa e affrettatamen­ te preparata, si risolse in una serie di iniziali insuccessi, malgrado il valore dimostrato dagli italiani, che provocarono lo sfondamento del dispositivo offensivo e l’invasione di una fascia confinaria, sin dentro il territorio al­ banese. La resistenza disperata delle truppe italiane e poi l’intervento, da est con l’aggressione alla Iugoslavia, di unità motocorazzate germaniche, che minacciarono di aggirare l’intero schieramento greco, volsero il conflitto a favore delle forze italotedesche e alla sua conclusione nella primavera del 1941. In pochi giorni, tutto il territorio ellenico, fino all’isola di Creta, cad­ de in mano alle truppe dell’Asse, che ne disposero l’occupazione e la spar­ tizione. Questa si realizzò con l’affidamento agli italiani del controllo di centinaia di presidi, sparsi su tutto il territorio, mentre i tedeschi preferi­ rono uno schieramento per grossi blocchi di unità, dotate di elevata capa­ cità di manovra. Da quel momento la Grecia, culla di civiltà e di libertà, conobbe un regime durissimo di occupazione, che portò il popolo a livelli

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di miseria mai conosciuti prima di allora. Non così accadde sulle montagne e nei paesi dell’interno, ove lo spirito indipendente di quelle popolazioni insorse e creò una sempre più accesa resistenza contro italiani e tedeschi. I soldati italiani, sensibili alle condizioni in cui il popolo greco si era ridotto, si industriarono di porvi rimedio in qualche modo, non disdegnando di in­ trattenere relazioni sempre più amichevoli con le famiglie nei presidi in cui facevano servizio. Si venne così a creare una situazione decisamente ano­ mala per un esercito di occupazione; a differenza dei tedeschi i quali, criti­ cando senza mezzi termini il comportamento italiano, continuarono ad adot­ tare verso i locali comportamenti e misure spesso assai crudeli. «Come con­ seguenza, - scrive un reduce dalla Grecia, - la rilassatezza disciplinare si fece prontamente sentire nei Comandi e nelle unità, finendo per corrode­ re le loro qualità militari», come si sarebbe presto constatato al momento del crollo dell’Italia. La perniciosa malaria, la mancanza di licenze e di com­ plementi che sostituissero i militari da anni assenti da casa, le notizie dell’in­ vasione della Sicilia e della Calabria fecero il resto, deprimendo il morale specie di quei reparti che non erano attivamente coinvolti nelle operazioni antiguerriglia. L’8 settembre ebbe, su una siffatta situazione, l’effetto di una valanga devastatrice, ingigantito dalla sorpresa che colse tutti, dai maggiori co­ mandanti fino all’ultimo soldato. Sul suolo greco si ebbe così a registrare la più cocente delusione sul comportamento delle unità italiane. All’annunzio dell’armistizio un coacervo di cause, lontane e vicine - quali una complica­ ta catena di dipendenze e di comandi, l’ingiustificabile mancanza, nei re­ sponsabili, di spirito reattivo all’improvviso e grave momento, l’assenza del più elementare acume politico nei gradi più elevati -, portarono a non in­ travedere l’unica via dignitosa che si doveva e poteva intraprendere in quel­ la situazione: la resistenza all’arroganza tedesca e alle sue mendaci promesse di rimpatrio e l’affiancamento, senza esitazioni e senza timori per il futu­ ro, alle formazioni partigiane locali. Mancando questa scelta, tempestiva e consapevole, fu inevitabile la diaspora delle unità italiane sparpagliate sul­ l’ampio territorio, tranne per poche ma significative eccezioni. Mentre mol­ te eccezioni vi furono nel comportamento delle unità dislocate nelle isole dell’Egeo e in quelle del Dodecaneso. La mancanza di indicazioni e di qualsiasi accenno sull’imminente armi­ stizio, l’impossibilità di assumere un atteggiamento deciso verso i tedeschi e, soprattutto, di raccogliere in tempo le forze disseminate sul territorio, ebbe­ ro comunque tragiche ripercussioni sul determinarsi degli avvenimenti. In Grecia era dislocata l’XI armata, comandata dal generale Carlo Vecchiarelli, con sede Atene. In seguito a incauti e poco preveggenti accordi intercorsi tra l’Oberkommando della Wehrmacht e il Comando supremo italiano, essa si era trasformata in armata mista italotedesca e, qualche gior­ no dopo la caduta del fascismo, era addirittura passata alle dipendenze del comando tedesco del Gruppo armate sud-est, con sede a Salonicco. Questa dipendenza dell’ultima ora, per assicurare una unità di intenti italotedeschi,

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contro probabili sbarchi angloamericani, possibili dopo la caduta dell’Africa settentrionale, si dimostrò esiziale per le decisioni che Vecchiarelli avreb­ be potuto prendere; ammesso che egli, venuto a conoscenza dell’armistizio, lo stesso giorno dell’annuncio, fosse in condizioni di attuare misure ade­ guate contro un ex alleato che si era praticamente infiltrato in tutti i suoi maggiori comandi. Le divisioni italiane sul territorio greco erano sette: Forlì, Pinerolo, Ac­ qui, Casale, Siena, Modena, Cagliari, più la brigata speciale Lecce. Le ul­ time due divisioni dipendevano direttamente dal comando tedesco di Sa­ lonicco; la Acqui era dislocata a Cefalonia e a Corfù e la Siena nella muni­ ta isola di Creta, considerata dai tedeschi una fortezza contro sbarchi alleati dal Sud. Le isole dell’Egeo dipendevano invece dal Comando superiore For­ ze armate Egeo, con due divisioni, la Regina e la Cuneo, oltre a numerose unità di artiglieria di marina per la difesa costiera. Totale delle forze ita­ liane: circa 7000 ufficiali e 165 000 militari di truppa. I tedeschi disponevano a loro volta di cinque divisioni, di cui una co­ razzata e, a Creta, di una brigata da fortezza più una divisione di fanteria. Le loro unità erano tutte disposte per blocchi altamente manovrieri, men­ tre quelle italiane, cui era stato affidato il dispersivo compito antiguerriglia su tutto il territorio greco, erano schierate in innumerevoli presidi e con scarse possibilità di movimento. Alcuni di questi, l’8 settembre, stavano ancora eseguendo azioni di rastrellamento, in combinazione con unità ger­ maniche. Nelle isole dell’Egeo era schierata la brigata motorizzata tedesca Rhodos, composta in parte da ex detenuti, che diverrà tristemente famosa per il suo comportamento criminale verso gli italiani dopo l’armistizio. Il dominio dell’aria era completamente in mano tedesca e le poche decine d’ae­ rei italiani ancora efficienti ebbero l’ordine, l’8 settembre, di rientrare nel­ le basi nazionali per sfuggire alla cattura. In questa situazione di dipendenza tedesca e di combinazione di forze, nel clima di disorientamento succeduto all’armistizio che per i soldati vo­ leva soprattutto significare la fine della guerra, intere divisioni italiane si disgregarono, anche a motivo del clima di rilassatezza morale in cui erano cadute. Interi reggimenti finirono per essere facile preda dei tedeschi e av­ viati nei campi di internamento. Altri, disperdendosi, finirono sbandati sui monti, sfuggendo così alla cattura ma lasciando che i partigiani greci si im­ padronissero del loro armamento. La divisione Pinerolo, comandata dal generale Adolfo Infante, forte di ventitremila uomini, con i reggimenti di supporto Lancieri di Aosta e Mi­ lano fu la sola grande unità organica che si salvò dal disfacimento genera­ le. Dislocata in Tessaglia, sebbene a contatto con i tedeschi, avvertì subito la gravità della situazione e reagì con determinazione al palese atteggiamen­ to aggressivo dell’ex alleato. Dopo aver risposto, col fuoco, all’intimida­ zione di cedere l’aeroporto di Larissa, Infante, resosi conto dello stato di disfacimento in cui erano cadute le altre divisioni, che avevano ceduto le armi secondo l’ordine del generale Vecchiarelli, dispose il trasferimento del­

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la sua grande unità in una zona del Pindo. Qui firmò un patto di coopera­ zione con i partigiani delTEsercito popolare di liberazione greco (Elas) di fede comunista e dell’Unione nazionale greca democratica (Edes) di fede monarchica ( n settembre 1943), sottoscritto anche dal capo della missione inglese in Grecia. Per effetto di tale accordo, la Pinerolo cessò di esistere co­ me grande unità organica, in quanto mancavano le condizioni, operative e logistiche, perché una massa così numerosa di uomini potesse operare con successo in una situazione di guerriglia come quella ellenica, lacerata da fa­ zioni spesso antagoniste, da quelle comuniste alle monarchiche. I militari, distribuiti in piccole unità, dovevano pertanto acquisire snellezza e legge­ rezza, in modo da adeguarsi alle formazioni partigiane. Ne seguì un ciclo di operazioni contro colonne, strutture e presidi tedeschi che entusiasmò i gre­ ci. Ma ben presto ci si rese conto che, specie ai comunisti greci, non inte­ ressava tanto la collaborazione degli italiani quanto il loro equipaggiamen­ to e armamento, grazie ai quali prevalere sulle fazioni opposte. Così, dopo che molti altri ufficiali e soldati si erano presentati a Infante per combat­ tere contro i tedeschi, da parte ellenica fu deciso, con una iniziativa unila­ terale e contraria al patto stipulato, di interrompere la collaborazione. Il 14 ottobre il comando dell’Elas comunicò al generale Infante che le truppe ita­ liane non trovavano ulteriore possibilità di impiego. Così, dopo essere stati abilmente divisi in modeste aliquote, distanti e frazionate tra loro, i solda­ ti italiani subirono l’umiliazione del disarmo e vennero avviati in tre campi di concentramento approntati dai greci, a Grevenà, Neraida e Karpenision. In questi campi, veri e propri lager dove ben presto finì per mancare tutto, dai viveri ai medicinali, alcune migliaia di militari italiani persero la vita per malattia, denutrizione, nonché per i rastrellamenti tedeschi, che non risparmiarono neppure i feriti e i moribondi, incapaci di fuggire. La missione militare alleata decise, a un certo punto, di affidare la gestione dei campi al maggiore inglese Philip Warrel, che divenne un benemerito nel sal­ vare migliaia di prigionieri ridotti allo stremo. Gli inglesi decisero la corresponsione di un aiuto in denaro, da una ster­ lina e mezzo al mese per uomo, con cui sopperire alle necessità più urgenti di viveri in una zona ove era difficile procurarseli e dove solo l’avidità avreb­ be potuto far breccia nel cuore dei nativi. Warrel ottenne anche che mólti italiani venissero dislocati presso le famiglie del posto, come aiuto nel la­ voro dei campi. Ma si trattava di uomini ormai ridotti a larve, debilitati nel fisico e nel morale, ai quali, tuttavia, un residuo di voglia di libertà e di di­ gnità impediva di arrendersi ai tedeschi. Questi, infatti, continuavano a mi­ nacciarli o a blandirli in tutti i modi, con frequenti messaggi, perché scen­ dessero dai loro rifugi da lupi e si consegnassero ai loro vicini presidi. Ma inutilmente. Solo un reparto organico rimase in vita e combattè fino alla liberazione, nelle fila della Resistenza greca: il raggruppamento Truppe italiane della Macedonia orientale (Timo) formatosi, dopo l’8 settembre, con uomini del­ la Pinerolo e di altre unità sbandate. Ma molti militari italiani confluirono

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ancora, alla spicciolata, nelle varie formazioni dei patrioti ellenici, per cui non pochi poterono rientrare in Italia a fronte alta, consapevoli di aver con­ tribuito alla liberazione del paese. In pratica, non ci fu unità partigiana, in territorio greco, che non avesse uno o più italiani, come combattenti o adi­ biti nelle più svariate mansioni, soprattutto in quelle che richiedevano una qualche specializzazione. Mancò, comunque, in Grecia, a motivo della frammentazione del mo­ vimento partigiano e dell’acceso antagonismo fra le sue opposte fazioni, quell’amichevole collaborazione con gli italiani che si riscontrò invece in Iugoslavia, dove il maresciallo Tito, capo unico del movimento di libera­ zione, usò nei loro confronti un trattamento equo, rivelando abilità politi­ ca e qualità di indiscusso comandante e stratega. ìsole del Mar Egeo. Le unità italiane delle innumerevoli isole minori dell’Egeo, normalmente costituite da modesti presidi insufficientemente armati e in precario collegamento coi comandi superiori, usufruirono del lo­ ro stato di isolamento che le pose nella condizione di decidere liberamente e, al tempo stesso, le tenne lontane dallo stato di confusione e di prostra­ zione in cui caddero unità più numerose e a contatto con i tedeschi. Così che, se anche in questo particolare ambiente isolano, dove regnava una rou­ tine quotidiana di operazioni senza storia né gloria, si verificarono casi di sbandamento morale, avvennero egualmente episodi significativi di resi­ stenza. Fu questo il caso delle isole maggiori, al comando di ufficiali deter­ minati, i quali si valsero, per tenere all’erta i loro soldati, proprio dell’am­ biente isolano, che li teneva al riparo da pericolose distrazioni, evitando l’eccessiva familiarità con i locali e conservando così quella disciplina e quel­ lo spirito di corpo necessari nei momenti di crisi. Per contro, costoro do­ vettero fare assegnamento esclusivamente sulle loro forze, a motivo dell’as­ senza pressoché totale di partigiani locali nonché della lontananza dell’Ita­ lia, troppo distante e distolta da gravi problemi per poter essere loro di qualche aiuto. A Rodi, sede del comando superiore dell’Egeo tenuto dall’ammiraglio di squadra Igino Campioni, era dislocata la divisione Regina, oltre a unità della marina e dell’aeronautica. Nell’isola era anche presente la divisione tedesca Rhodos, dotata di carri armati Tigre. In totale, trentasettemila ita­ liani contro diecimila tedeschi. Dopo l’8 settembre, vennero avviate trat­ tative con i tedeschi e, quasi contemporaneamente, con una missione in­ glese, paracadutata sull’isola per studiare la possibilità di sbarchi alleati nel Dodecaneso, secondo una strategia cara al primo ministro inglese Churchill - il quale era convinto di poter ripetere positivamente il suo infausto ten­ tativo di sbarco ai Dardanelli della prima guerra mondiale. Ma l’aiuto in­ glese, a Rodi come in altre isole dell’Egeo, non avvenne che in scarsa e af­ frettata misura, fra ritardi e incomprensioni reciproche tra italiani e ingle­ si, c osì che la lotta si ridusse a uno scontro episodico e frammentario tra italiani e tedeschi che infiammò tutta l’isola per un paio di giorni, con di­

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mostrazioni individuali di valore e il duello delle artiglierie italiane che fu­ rono le protagoniste dei combattimenti. Dopo la resa, ordinata T ri set­ tembre, l’ammiraglio Campioni, che si era rifiutato di imporre a tutti i re­ parti dell’Egeo di considerare nullo il proclama Badoglio e di consegnare le armi ai tedeschi, venne deportato e, successivamente condannato a morte da un tribunale fascista di Salò, nel maggio del 1944. Ma anche quando gli scontri, a Rodi, cessarono, la resistenza non si esaurì. Numerosi italiani, sottrattisi alla cattura, continuarono nella clandestinità la lotta contro i te­ deschi. Basti ricordare che, nei mesi che seguirono, ben novanta militari, di cui quaranta senza alcun processo, furono fucilati. Cessati i combattimenti, la massa dei militari rimase fedele al governo legale e preferì essere deportata piuttosto che collaborare con i tedeschi, mentre gli ufficiali vennero allontanati dai soldati. Di questi ultimi, im­ barcati su piroscafi diretti al Pireo, molti non arrivarono a destinazione per­ ché alcuni natanti furono affondati durante la navigazione. Fra il 9 e l’ir settembre, a Rodi, i caduti in combattimento erano stati otto ufficiali e centotrentacinque militari di truppa, oltre trecento i feriti. Ignote le perdite germaniche, che si suppone sensibili. Nell’isola di Coo era dislocato un reggimento della stessa divisione Re­ gina, tranne un battaglione ubicato a Lero. Gli inglesi, nell’intento di assi­ curarsi un campo di atterraggio dopo la perdita di quello di Rodi, integra­ rono la difesa dell’isola con mitragliere e cannoni antiaerei, insieme a un commando. Qui, la cooperazione con gli italiani fu più attiva, ma rimase aleatoria a causa di futili questioni di responsabilità di comando. Finché i tedeschi, forti della loro superiorità aerea e regolata la partita con Cefalonia, sbarcarono il 3 ottobre, in ondate successive sostenute dal lancio di pa­ racadutisti. Sfortunatamente il convoglio tedesco venne scambiato per quel­ lo inglese, atteso nelle stesse ore, e la sorpresa fu completa. La resistenza opposta dai fanti della Regina fu comunque tenace e generosa. Si battero­ no con disperazione, quasi da soli perché gli inglesi, considerata perduta la partita, si imbarcarono frettolosamente per la vicina e ospitale costa turca. Dopo due giornate di scontri violenti, la resa del presidio italiano fu inevi­ tabile, essendo rimaste inascoltate le richieste d’aiuto. Alla resa seguì la rap­ presaglia tedesca: centotrenta ufficiali furono passati per le armi insieme al loro valoroso comandante, colonnello Felice Leggio. Lero era presidiata da milleduecento uomini, assegnati prevalentemente a reparti della marina al servizio di numerose batterie antinave e antiaeree, e a un battaglione rinforzato della divisione Regina; comandante era il ca­ pitano di vascello Luigi Mascherpa. L’isola costituiva un’importante base per i sommergibili. All’annuncio dell’armistizio, improvviso come altrove, Mascherpa, dimostrandosi uomo risoluto e pronto a combattere, dispose su­ bito lo stato di emergenza e, dopo tre giorni, caduta Rodi, assunse d’inizia­ tiva il comando di tutte le forze marittime dell’Egeo, reso vacante dalla cat­ tura di Campioni. Dall’Italia lo raggiunse la promozione ad ammiraglio. Il 12 e il 13 giunsero a Lero due missioni inglesi che disposero per l’arrivo di

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successivi scaglioni di truppe alleate, fino a raggiungere la forza di quattro­ mila uomini, ben armati ed equipaggiati, al comando del generale Tilney. Dal 26 settembre l’aviazione tedesca iniziò una pesante e continua azione di bombardamento, provocando grandi danni alle batterie costiere e la perdi­ ta di circa duecento uomini. Ma Tilney e Mascherpa si dimostrarono soli­ dali nelle decisioni e pronti a resistere, e il morale delle truppe ne risentì po­ sitivamente. Il 12 novembre, numerose unità navali germaniche si diresse­ ro di notte, frazionate in scaglioni, verso quattro punti di approdo dell’isola; ma la sperata sorpresa non riuscì e l’isola fu tutta in allarme. Alcune zatte­ re vennero affondate, ma l’intervento senza tregua dell’aviazione tedesca fa­ vorì egualmente lo sbarco di alcune unità. Inglesi e italiani si batterono stre­ nuamente, passando spesso al contrattacco. I tedeschi ricorsero anche al lan­ cio di paracadutisti da quote bassissime, tanto che molti si sfracellarono al suolo o vennero uccisi in fase di atterraggio. Il giorno 15, con Y arrivo di al­ tri rinforzi e un incessante attacco al suolo di stormi di caccia - recuperati da tutte le basi aeree tedesche della Grecia -, la situazione volse al peggio. La battaglia continuò per tutto il 16, anche dopo l’ordine di cessare la resi­ stenza da parte del comando dell’isola. I tedeschi, che avevano subito 520 perdite contro le 600 inglesi e un centinaio italiane, dato che le loro forze erano state solo parzialmente impegnate, catturarono 3200 militari britan­ nici e 5000 italiani. Diversi ufficiali vennero uccisi ancora vicino ai loro pez­ zi o capisaldi. L’ammiraglio Mascherpa ebbe la stessa sorte del suo superiore Campioni. Processato da un tribunale fascista, venne fucilato a Parma. Lero è una delle più nobili pagine di storia della marina militare e dell’Italia. Samo, nelle isole Sporadi meridionali, fu l’ultima e la più arretrata del­ le isole dell’Egeo a cadere in mano dei tedeschi. Questi, usando la “tattica del carciofo”, sapientemente applicata, ebbero ragione uno a uno dei nu­ merosi presidi italiani dell’arcipelago, concentrando di volta in volta, in cia­ scuno di essi, il maggior numero di aerei, di mezzi da sbarco e di uomini di cui potevano disporre e ottenendo sempre, di volta in volta, la quantità del­ le forze necessarie al successo dell’impresa. A Samo era dislocata la maggior parte della divisione Cuneo, forte di novemila uomini. Subito dopo la resa di Rodi il comandante della divisio­ ne, generale Mario Soldarelli, assunse d ’iniziativa il comando terrestre dell’Egeo e tentò di coordinare le operazioni nel vasto scacchiere operativo. Ma il compito si rilevò ben presto difficile, in quanto dall'Italia non giun­ geva alcun aiuto e gli stessi alleati, impegnati sul fronte di Cassino, mal­ grado i perentori inviti di Churchill a fare di più per il Dodecaneso, non po­ tevano disporre di forze sufficienti per contrastare l’offensiva germanica, ormai vittoriosa e in fase finale. Tuttavia il comando inglese del Medio Oriente inviò egualmente nell’isola una propria missione e, di seguito, un battaglione di fanteria con due compagnie di paracadutisti greci, oltre a qualche mitragliera antiaerea. Il 17 novembre, vinta la resistenza di Lero, i tedeschi spostarono tutto il peso del loro attacco aereo su Samo, fatto che provocò alcune decine di morti e scosse profondamente il morale della po­

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polazione. Resosi conto della situazione e considerata la possibilità di tra­ sbordare i suoi uomini nella vicina Turchia, Soldarelli chiese al comando inglese se era davvero intenzionato alla difesa di Samo e, in tal caso, di in­ viare i rinforzi necessari. La risposta fu che inglesi, greci e partigiani dell’iso­ la, questi ultimi per sfuggire alle sicure rappresaglie tedesche, avrebbero evacuato l’isola. A questo punto, Soldarelli, ottenuto il permesso dai tur­ chi, organizzò il trasbordo dei suoi uomini che, a iniziare dal 21 novembre, interessò circa cinquemila soldati. Essi furono trattenuti dal governo turco come «internati» e, in seguito, inviati in Palestina. Fra i militari rimasti, non tutti aderirono all’ordine di resa, dandosi alla macchia in condizioni di grande disagio. Alcuni militari della legione della milizia, che avevano ot­ tenuto di spostarsi nell’esercito, furono passati per le armi. Nell’isola di Creta, sede della divisione Siena, al comando del generale Angelico Carta, data la caratteristica dell’isola, di “fortezza tedesca”, la su­ periorità delle forze germaniche troncò ogni iniziativa di resistenza, anche se Carta e numerosi suoi uomini si erano dichiarati per la lotta contro i te­ deschi. Tuttavia, alcuni fra i più decisi ufficiali e soldati, dopo l’armistizio, lasciarono le caserme e si diressero verso le zone impervie dell’isola, con al seguito un battaglione della Guardia di finanza. Ma i locali non accettarono di affiancare la resistenza armata e i militari italiani scelsero di essere inter­ nati piuttosto che collaborare coi tedeschi. Moltissimi di essi andarono cosi incontro alla morte, per il siluramento di due delle navi che li trasportava­ no; nei naufragi persero la vita oltre quattromila uomini. Dopo Cefalonia, fu a Creta che, malgrado non si fosse giunti allo scontro aperto coi tedeschi, si verificarono le perdite maggiori per circostanze esterne. Alcuni nuclei di italiani, rimasti nell’isola e datisi alla montagna, condivisero la vita avventu­ rosa dei partigiani, costituendosi in bande; episodi simili si andavano intan­ to verificando ovunque nelle isole ove c’era stata resistenza. Emblematica la vicenda dell’isola di Rodi dove un sardo, Pietro Carboni, capo cannoniere della marina, condusse per mesi una vita randagia e solitaria da partigiano, aggredendo e uccidendo i tedeschi in numerosi agguati, tanto da vedersi po­ sta sul capo una grossa taglia. Questa vistosa ricompensa indusse un pasto­ re greco alla denuncia dell’irriducibile marinaio il quale, dopo mesi d ’inin­ terrotta latitanza, sorpreso in una grotta, venne ucciso da una pattuglia te­ desca, non prima di averne pugnalato a morte il suo comandante. Corsica. L’occupazione dell’isola francese da parte italiana (11 novem­ bre 1942) non faceva parte del piano di rivendicazioni territoriali di Mus­ solini, ma venne attuata per reagire allo sbarco degli angloamericani sulle coste dell’Africa settentrionale, in Algeria e Marocco, a seguito del quale il ruolo strategico della Corsica, da trascurabile, era divenuto primario. Nell’isola erano sorti, già negli anni precedenti, vari movimenti di resi­ stenza, denominati Combat, Liberatori, Francs T ireurs, Front nationale e Pietri, che avevano creato un clima insurrezionale, peraltro ben controlla­ to dalle forze italiane e tedesche.

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Quelle italiane, all’atto dell’armistizio, erano costituite dal VII corpo d’armata, comandato dal generale di divisione Giovanni Magli e composto essenzialmente dalle divisioni Friuli e Cremona, da due divisioni costiere (225“ e 226“) e da tre unità a livello di reggimento. Erano presenti anche modeste forze navali e dell’aeronautica. Le forze tedesche, invece, erano rappresentate dalla brigata SS Reichfhurer, giunta nel mese di luglio del 1943 in previsione di un atteggiamento rinunciatario dell’Italia, con il com­ pito di contrastare eventuali sbarchi alleati e proteggere la ritirata della 90“ divisione corazzata germanica, dislocata in Sardegna. La notizia dell’armistizio non trovò del tutto impreparato il generale Ma­ gli, avendo già ricevuto alcune disposizioni sulle azioni da intraprendere in caso di atti ostili da parte tedesca. Perciò, dimostrandosi comandante di ca­ rattere e in grado di tenere alla mano i suoi uomini, egli represse con fermezza le iniziali manifestazioni di entusiasmo dei soldati, dette ordini per la ricon­ quista del porto di Bastia, occupato dai tedeschi con un colpo di mano, e con un’intuizione politica che pochi altri generali ebbero, concesse la libertà ai prigionieri politici, stipulando un patto di collaborazione con i partigiani cor­ si e il loro capo, il capitano Colonna d’Istria. Questi, forte dell’appoggio ita­ liano, dette subito ordine di insurrezione generale contro il tedesco. Non si comportò con altrettanta fermezza il comandante della Sarde­ gna, generale Antonio Basso, il quale, considerato che i tedeschi erano di­ sposti a lasciare spontaneamente l’isola, interpretò tale fatto in linea con le disposizioni del Comando supremo e non si oppose all’esodo della 90* di­ visione corazzata dal porto di Bonifacio verso la vicina Corsica, mettendo­ le addirittura a disposizione un itinerario di sgombero per agevolarne il mo­ vimento. Questo comportamento ebbe come effetto di rendere molto più difficile il compito del generale Magli, che si trovò di fronte anche quella di­ visione corazzata oltre alla brigata SS Reichfhurer. Con il suo comporta­ mento, il generale Basso agi in contrasto con gli ordini dello stato maggio­ re generale italiano che, da Brindisi, continuava a ordinargli di impedire, in tutti i modi, la ritirata della grande unità tedesca, in ottemperanza alle intese avute con gli angloamericani. Tuttavia vi furono almeno due episodi di ribellione al temporeggiante e ambiguo atteggiamento di Basso: l’eroico attacco condotto dal capitano di vascello Carlo Avegno, con alcuni ufficia­ li e marinai, al presidio tedesco che aveva occupato il porto di La Madda­ lena, e il sacrificio del tenente colonnello Giovanni Alberto Bechi Luserna, capo di stato maggiore di quella unità, il quale, recatosi presso un reparto di ammutinati della divisione paracadutisti Nembo, per esortarli all’obbe­ dienza e alla lotta contro il tedesco, fini da loro stessi ucciso. Per il resto, Basso, che dopo la guerra subì un processo per disobbedienza agli ordini dal quale uscì assolto, non fece altro che disporre un lento e cauto insegui- ' mento delle unità tedesche, finché esse non lasciarono l’isola riversandosi in Corsica con venticinquemila uomini. Di essi faceva parte il battaglione paracadutisti Rizzati, composto da fascisti fedeli alla Germania. Dal canto suo, il generale Magli, ristabiliti i contatti con il governo Badoglio l’u set-

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tembre e ricevuto l’ordine di considerare i tedeschi come “nemici”, iniziò apertamente le ostilità. Una delle prime reazioni del comandante tedesco, generale Senger und Etterlin, fu quella di occupare gli aeroporti in mano italiana e di assicurar­ si un itinerario lungo la costa orientale, fino à Bastia, per porre in salvo le sue truppe e imbarcarle verso la Provenza francese. La battaglia, dopo una iniziale e rapida marcia della 90* divisione verso il Nord, protetta dalla SS Reichfhùrer, si accese particolarmente furiosa sul­ le colline prospicienti Bastia e, in particolare sul Colle del Teghime. Le di­ visioni Friuli e Cremona, marciando quasi sempre a piedi al contrario delle mobili unità tedesche, dotate di mezzi corazzati, espressero tutto il loro spi­ rito combattivo nel contenere il flusso dei nemici verso le zone di imbarco. Solo nell’ultima fase della lotta intervennero due battaglioni di colore del­ l’esercito di liberazione di De Gaulle e un battaglione coloniale, sbarcati nel frattempo ad Ajaccio, quando ormai gli italiani avevano sopportato il pe­ so maggiore dei combattimenti. Grazie alla loro azione, il 4 novembre, in una Bastia ormai distrutta dalle artiglierie, entrò per prima una compagnia di bersaglieri italiani. Così, anche i tedeschi, che avevano dovuto abbando­ nare nella ritirata, diventata una vera fuga, gran parte dei loro materiali e la­ sciare sul terreno centinaia di caduti, ebbero a subire la loro Dunkerque del­ la seconda guerra mondiale. Tant’è che la 90“ divisione ebbe bisogno di al­ cuni mesi prima del reimpiego (Italia / linea Gotica, poi Colle Maddalena). Elevate anche le perdite italiane: seicento i caduti e circa ottocento i feriti. Alcuni mesi dopo,-reparti della Cremona e della Friuli che, in virtù del­ le norme armistiziali, avevano ceduto quasi tutto il loro armamento ai fran­ cesi, rientrarono in Italia ove formarono gli omonimi gruppi di combatti­ mento per partecipare, questa volta, alla liberazione dell’Italia. Gli eventi della Corsica dimostrarono come un generale capace e solda­ ti determinati, anche dopo un rovinoso armistizio, avessero potuto tener testa all’agguerrito esercito tedesco. Comandanti e uomini come quelli non mancavano di certo nelle unità italiane. Francia. Fonti memorialistiche e testimonianze sparse attestano che un numero non trascurabile di emigrati italiani partecipò alle vicende della re­ sistenza clandestina e armata nella Francia occupata dal 1941 al 1944. Al­ lo stato attuale delle ricerche e delle ricostruzioni storiografiche, risulta dif­ ficile tracciare un profilo esauriente di tale concorso e tanto più quantifi­ carne l’entità. Nondimeno, la presenza di italiani nelle diverse forme ed espressioni del movimento di resistenza al nazismo sui vari scacchieri del­ la lotta dell’“esagono”, specie della regione parigina, nel Lionese, nella zo­ na di Marsiglia e nel Nizzardo, trova riferimenti sicuri e talora di rilievo. Bacino di reclutamento soprattutto di elementi che militarono nei gruppi dei Francs tireurs et partisans (Ftp) promossi dal Partito comunista fran­ cese (Pcf) furono, in particolare, la vasta area dell’emigrazione operaia ita­ liana di lungo periodo stabilitasi nella repubblica e quella di specifico con­

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notato politico antifascista affluita nel paese dopo l’avvento del regime mussoliniano. Malgrado le condizioni oltremodo scabrose in cui si erano venu­ ti a trovare i cittadini italiani residenti a seguito dell’aggressione nazista al­ la Francia nel giugno del '40, che li aveva esposti alle reazioni dell’opinio­ ne locale e a dure misure di polizia (talché molti scelsero di naturalizzarsi francesi), e malgrado le successive repressioni attuate dal regime di Vichy nelle zone lasciate dai tedeschi alla sua amministrazione contro la massa de­ gli immigrati, impugnando anche la legislazione che dal 1927 era stata va­ rata a favore dei flussi di stranieri, dai primi conati del movimento di resi­ stenza si registrò la militanza di parecchi elementi di nazionalità italiana nei nuclei operativi del sabotaggio e dell’insorgenza armata. Se indubbiamen­ te, nel generale ritardo dello sviluppo dell’azione diretta francese contro gli occupanti - dovuta essenzialmente agli equivoci e alle suggestioni introdotti nella realtà del paese dalla nascita del regime del maresciallo Pétain -, in­ fluì non marginalmente, sul versante del contributo degli emigrati, anche l’ambiguo atteggiamento tenuto fino al 1941 dal Pcf e dai nuclei emigrati del Pei in conseguenza del patto russo-germanico, tuttavia, una volta mu­ tata la collocazione dell’Urss sul fronte dei contendenti, l’impulso comuni­ sta all’azione clandestina e partigiana fu determinante, e a esso si associò in posizione saliente l’emigrazione politica italiana sopravvissuta alla bufe­ ra dell’occupazione. Già nell’ottobre del 1941, un Comitato d ’azione per l’unione del popolo italiano - ricostituzione sotto nuova denominazione dell’Unione popolare italiana promossa da comunisti, repubblicani e socia­ listi - prendeva a svolgere propaganda contro le complicità del regime di Vichy con i tedeschi; nel '42, il Comitato denuncerà, attraverso le pagine dell’organo di stampa degli «italiani liberi», «L’Unione del Popolo», la pro­ paganda annessionista del regime fascista nel Nizzardo e l’occupazione del­ le truppe della IV armata italiana, ai cui ufficiali e soldati indirizzava ap­ pelli perché disertassero e rientrassero in patria a combattere i nazisti. Ruo­ lo centrale nell’indirizzare alla resistenza gli strati dell’emigrazione assumeva però il movimento della cosiddetta Main-d’ouvre immigrée (Moi), promos­ so dal Pcf e la cui sezione italiana, organizzata da Giuliano Pajetta «Gior­ gio Camen», e attiva particolarmente sulla Costa Azzurra, incitava i lavo­ ratori ad arruolarsi nel distaccamenti degli Ftp del settore di Antibes, mo­ bilitati grazie all’iniziativa del comunista Cesare Blengino «Martelli». Nel panorama dell’azione dei nuclei partigiani sorti al Nord e al Sud del­ la Francia si faceva luce lo straordinario apporto di un’intera famiglia di co­ munisti goriziani, i Fontanot, emigrati nel 1923 per sfuggire alle persecu­ zioni fasciste. Mentre i fratelli Giacomo e Giuseppe Fontanot erano rin­ chiusi, nel '42 (dopo un precedente arresto e una detenzione nel campo di Gurs), nel campo di concentramento di Tourelles, a seguito della loro par­ tecipazione alla commemorazione del centenario della battaglia di Valmy, i loro figli, Nerone «René» e Giacomo, operai metallurgici, si impegnavano con i gruppi partigiani. Nerone Fontanot, portatosi a Chatellerault (Vienne), si metteva alla testa di un nucleo di Francs tireurs e conduceva una serie di

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arditi attacchi a treni, posti di blocco e depositi di munizioni tedeschi: nel settembre del '43, catturato, aveva cercato la fuga dalla prigione segando le sbarre dèlia cella, ma, scoperto, era stato orrendamente torturato e infi­ ne fucilato il 27 settembre del '43 con sette partigiani francesi. Giacomo Fontanot, sedicenne, deportato con il padre nel campo di Tourelles e quin­ di a Rouillé, liberato dai partigiani si era unito a loro nella foresta di SaintSauant; catturato durante un combattimento, venne fucilato il 26 giugno del '44. Nel contempo, nella zona di Parigi, inserito nel comando di un grup­ po di ventitré volontari membri della formazione organizzata dal Moi e ca­ peggiata dal poeta armeno Missak Manouchian unitamente al rumeno Jo­ seph Boczov, si faceva luce con spericolate azioni Spartaco Fontanot, cu­ gino di Nerone e di Giacomo, anch’egli operaio, autore di colpi di mano di larga risonanza come l’attacco, nella capitale francese, con la sua squadra, al comandante del Gross Paris, generale Von Schaunburg, e dell’uccisione, in pieno centro parigino, del responsabile del lavoro obbligatorio in Fran­ cia, Ritter. Denunciato da una spia e catturato dalla Gestapo con tutto il suo gruppo, Fontanot venne fucilato il 21 febbraio del '44: insieme a lui, oltre a diciotto partigiani di varia nazionalità (fra cui, una donna), caddero altri quattro italiani, Rino Della Negra, Cesare Luccarini, Antonio Salvadori e Amedeo Usseglio. Morirono tutti al canto della Marsigliese. Nel mar­ zo del '44, a Tolosa, veniva assassinata dai tedeschi una valorosa partigia­ na della XXXV brigata degli Ftp, la diciannovenne Rosina Bert, rimasta ferita nel corso di un attentato e che i suoi carcerieri, prima di ucciderla, seviziarono con inaudita ferocia. Nel quadro della lotta degli Ftp occorre infine ricordare che uno dei suoi massimi organizzatori fu il militante co­ munista livornese Ilio Barontini, reduce da molteplici e avventurose espe­ rienze di comando di volontari in Cina, in Etiopia e in Spagna, nonché di guerriglia; designato capo di stato maggiore degli Ftp, Barontini rientrerà in Italia dopo l’8 settembre del 1943 e darà un contributo fondamentale al­ la creazione dei Gruppi d ’azione patriottica delle brigate Garibaldi. L’intervento italiano nella lotta di liberazione dei francesi acquistò una precisa connotazione politico-militare, dopo l’8 settembre del '43, nel Mez­ zogiorno del paese occupato dai tedeschi. A Nizza, in clandestinità, si co­ stituì il Comitato di liberazione (Cil, o Cln), animato da Ernesto Marabotto e composto da Marcella Migliorini per il Pda, dal comandante «Vincenzo» per il Pei e da Luigi Longhi per il Psi; nel contempo, i comunisti intensifi­ cavano l’azione del loro centro, riorganizzato nell’autunno del '41 da Aldo Lampredi «Guido» ed Emilio Bonviso «Berettina», cui si aggiunsero poi Giuliano Pajetta, già commissario politico nelle Brigate internazionali du­ rante la guerra di Spagna, Stefano Schiapparelli, Italo Nicoletto - anch’egli militante in Spagna nelle Brigate internazionali - ed Emilio Sereni, già mem­ bro del Centro estero del partito (condannato durante i quarantacinque ■ giorni del governo del maresciallo Badoglio a vent’anni di reclusione, quin­ di arrestato in Francia e detenuto ad Antibes, prima di essere trasferito nel penitenziario di Fossano).

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Come risposta allo sbarco degli angloamericani in Marocco e in Algeria, la IV armata italiana, agli ordini del generale Mario Vercellino, si era tra­ sferita nella Provenza francese, occupando la cosiddetta «zona libera fran­ cese» fino a quel momento sotto il governo collaborazionista di Vichy. L’ar­ mata era composta di sei divisioni di fanteria, di cui una celere, una di al­ pini e tre addette alla difesa costiera. Dopo la caduta del fascismo, i tedeschi fecero affluire in Italia nuove forze, con il consenso del Comando supremo, il quale, per contropartita, ottenne il rientro in patria di tre di quelle sei di­ visioni per destinarle alla difesa della piazza marittima di La Spezia e nel­ la zona di Bologna. In seguito, durante il convegno italotedesco di Casalecchio (15 agosto '43) si giunse all’accordo per il rientro dell’intera arma­ ta. I movimenti di rimpatrio iniziarono il 25 agosto e si sarebbero dovuti concludere entro il 9 settembre. Il comando dell’armata, sin dal 10 agosto, aveva ricevuto la conferma del­ le istruzioni giunte precedentemente sull’atteggiamento da tenere nei con­ fronti dei tedeschi nel caso di azioni ostili da parte loro; istruzioni che si tra­ dussero nel compito di sorvegliare costantemente le mosse dell’alleato ger­ manico. Nel frattempo, i movimenti delle unità italiane si svolgevano in un clima di incertezza, anche se nulla era stato ancora reso noto sull’imminente armistizio. Con un provvedimento assai criticabile sul piano tattico, il gene­ rale Vercellino aveva disposto che le truppe marciassero a piedi, avendo de­ voluto tutti i mezzi di trasporto per il carico dei materiali. Un tale ordine do­ veva rivelarsi estremamente grave, tale da compromettere ogni possibilità di manovra delle truppe inquadrate in interminabili colonne lungo le rotabili che, dalla Provenza, portavano alla costa ligure o ai passi alpini. In questa de­ licata situazione di trasferimento, la IV armata, a eccezione di una sola divi­ sione già oltre il confine italiano, fu colta dall’annuncio dell’armistizio con le sue forze disseminate lungo centinaia di chilometri di itinerario, fra Tolone e La Spezia. Da parte loro i tedeschi, da tempo in allarme per la temuta defe­ zione dell’Italia, avevano costituito solidi perni di manovra, altamente mobi­ li e corazzati, attorno ai centri di controllo dei maggiori assi stradali. Avven­ ne cosi che, la sera stessa dell’8 settembre, le loro unità poterono bloccare il porto di Tolone e occupare, con arditi colpi di mano, i ponti della maggiore rotabile costiera e lo sbocco delle valli da e per l’Italia. Il comando dell’ar­ mata, con una tardiva reazione, ordinò a quel punto l’improvvisa costituzio­ ne di alcuni centri di resistenza, sparsi qua e là lungo il percorso, ma di diffi­ cile realizzazione data la frammentazione cui i reparti erano stati indotti dal­ le formazioni di marcia. Dette inoltre l’ordine di non consegnare le armi ai tedeschi, cercando di aprirsi, in qualche modo, la via per l’Italia. Tutto questo sarebbe dovuto avvenire mantenendo un atteggiamento “non offensivo” verso gli ex alleati, a meno di aperti atti di aggressione da parte loro. Come era da attendersi, queste disposizioni crearono una situa­ zione caotica e di smarrimento presso tutte le unità. Il blocco delle centra­ li telefoniche, subito attuato dai tedeschi, fece il resto; a esso segui l’im­ provvisa irruzione, in quasi tutti i comandi di divisione, di loro gruppi di

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armati, dotati di mezzi blindati e decisi a tutto. Ne consegui che, nel cor­ so della notte del 9 settembre, gran parte delle unità italiane in trasferi­ mento fu sopraffatta mentre altre, già giunte in Liguria, si disgregarono in un clima di drammatica confusione, materiale e morale. Cadeva altresì anche l’ultima ipotesi della costituzione di ridotti mon­ tani difensivi nella valle della Dora Riparia, della Varaita e della Maira, per lo smembramento delle unità a ciò incaricate, mentre nulla poteva essere più organizzato con quelle rimaste in territorio francese, ormai in fase di completo disfacimento. In tale situazione, dopo la caduta in mano tedesca di Torino (ore r6 del 10 settembre) e la resa ai tedeschi del comandante del­ la piazza, il generale Vercellino, che in quelle ore critiche molti dichiararo­ no «introvabile», in quanto in continuo spostamento, decise per il gravis­ simo ordine di scioglimento della sua grande unità. IÌ suo proclama lascia ancora oggi perplessi, poiché in pratica metteva immediatamente in libertà oltre centomila uomini, la gran parte dei quali non sapeva cosa fare e dove andare. Per tale decisione, al termine della guerra Vercellino ebbe a subire un processo che lo mandò però assolto in quanto valse la tesi, da lui vigo­ rosamente sostenuta, che ogni resistenza, da parte di unità ormai impedite a muoversi e a manovrare, si sarebbe risolta in un bagno di sangue, coin­ volgendo pesantemente anche la popolazione civile. Non mancarono tuttavia episodi di volontario e isolato valore, nel ten­ tativo di opporsi al dilagare delle forze germaniche, dirette soprattutto al porto di La Spezia e alla cattura della flotta italiana che, fortunosamente, era già riuscita a prendere il largo. I fatti di maggiore resistenza si verifica­ rono a Grenoble, a Chambery, al Passo del Moncenisio, alla stazione di Niz­ za, nel caposaldo improvvisato del Frejus e nella difesa del Col di Tenda. Ma la maggior parte di quegli uomini, e in particolare coloro che, con lo scioglimento dell’armata, vedevano aprirsi le vie di casa, non capì perché avrebbe dovuto continuare a combattere, visto che la guerra, per l’Italia, era ormai finita e in maniera tanto tragica. Così, in quelle ore di smarrimento, vistosi abbandonato a se stesso, ognu­ no cercò di trovare una propria risposta agli interrogativi che si facevano sempre più pressanti e angosciosi. E venne l’ora delle scelte, personali o di gruppo, magari consultandosi fra compaesani o chiedendo lumi agli ufficiali considerati più vicini o affidandosi addirittura al caso. Varie furono le vie che si presentarono, ma tutte piene di incognite. A parte le decine di mi­ gliaia di militari finiti inesorabilmente in cattività, ai restanti si offrivano diverse alternative, prima fra tutte la collaborazione con il tedesco, inqua­ drati nelle unità della neonata Repubblica sociale di Mussolini. Campi, ca­ serme e persino hotel francesi vennero utilizzati come centri di raccolta e di smistamento, in attesa che i militari reclusi si decidessero per questa scel­ ta. Si può, tuttavia, affermare che la stragrande maggioranza di essi rifiutò ogni forma di collaborazione e accettò invece la prigionia come segno di un dovere che continuava a esistere e che si realizzò drammaticamente nella cosiddetta «resistenza passiva» dei campi di internamento.

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Ci fu anche chi si dispose alla fuga in Francia, accettando di firmare come «lavoratore internato» in attesa della buona occasione per evadere. Alcuni si presentarono in incognito ai posti di reclutamento della Legione straniera, dove vennero arruolati e spediti in varie guarnigioni nelle quali dovettero assoggettarsi a una disciplina, un addestramento e, spesso, un im­ piego ancora più duro e rischioso di quello cui erano abituati da militari dell’esercito italiano. Di questi, non pochi risultarono ottimi combattenti e, secondo quanto segnalato dall’Ufficio storico dell’Armata di Terra, ri­ scossero encomi e decorazioni. Più tardi, mano a mano che la situazione in Francia andava evolvendo a favore della causa alleata, divenne sempre più frequente la scelta per le formazioni del maquis, e della Resistenza francese, favorita dall’opera di persuasione che molte donne esercitarono nei confronti dei militari italia­ ni ospitati presso i civili o alla macchia. Numerosi erano gli immigrati ita­ liani, specie politici, che avevano aderito, ancora prima della guerra, al mo­ vimento clandestino francese. Costoro, attraverso l’opera dei Comitati ita­ liani di liberazione (Cln), sorti clandestinamente in ogni dipartimento, riuscirono a dimostrare che non tutti gli italiani erano d’accordo con la po­ litica di aggressione di Mussolini alla Francia. Questa propaganda procurò molti aderenti anche tra i militari della IV armata, soprattutto a opera dei Comitati di militari italiani, nati in seno ai Comitati proletari antifascisti (Cpa) sin dai primi mesi dell’occupazione italiana. Questi ultimi, malgrado gli eterogenei orientamenti politici, propugnavano la lotta comune al fasci­ smo ed ebbero molto credito per le nuove idee che propagandavano. Dopo l’8 settembre, l’organizzazione acquistò maggiore efficacia ed ebbe addi­ rittura un suo comando centrale a Parigi, che diresse diversi gruppi di ita­ liani destinati a operare, essenzialmente con azioni di sabotaggio, a fianco della Resistenza francese in diverse località del paese. Si sono riscontrate presenze di connazionali, in numero variabile, nei dipartimenti del maquis della Savoia, Vaucluse, Ardeche, Var - Alpi Marittime, Dróme, Vosgi e la Marna, con preferenza per quelli vicini alla frontiera italiana. Da segnalare il caso del generale Baudino, fuggito insieme a dieci altri militari dal campo di prigionia di Vittel, il quale riuscì a prendere contatti con alcuni resistenti francesi, conquistandone la fiducia. Molti altri ufficiali italiani, fra cui ancora un generale, Magliano, evasi dai campi di prigionia in Italia e in Francia, concorsero, a cavaliere della fa­ scia confinaria, alle operazioni del maquis, anche da semplici fanti, non es­ sendo facile, per essi, ottenere il riconoscimento del loro grado. Così come risultò difficile, durante la Resistenza, che i militari italiani, malgrado le molte richieste, venissero inquadrati in un reparto omogeneo, fatto intera­ mente di connazionali. Si conosce soltanto il caso del battaglione 21/XV, nel quale la III compagnia, di un centinaio di uomini, era composta da ita­ liani, di cui sei ufficiali di inquadramento e due tenenti medici. L’unità operò nella valle del Tenée, nel febbraio del '45, lungo le valli della costie­ ra di Mentone, con azioni di sorveglianza e di disturbo ai presidi tedeschi,

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lungo il confine italofrancese. Alla fine del conflitto, i resistenti italiani in Francia subirono sorti differenti. Spesso, non riconosciuti come combat­ tenti, furono inviati a centinaia nei campi di concentramento, in attesa che venisse chiarita quale era stata la loro posizione durante l ’occupazione ita­ liana. M olti di essi subirono l ’affronto di una durissima prigionia, in com­ pagnia di soldati tedeschi. Diversa sorte ebbero coloro che si erano arruo­ lati stabilmente nelle unità regolari delTEsercito di liberazione del genera­ le De Gaulle, ai quali non si potè negare lo status di combattenti. Diverso fu il caso dei militari della IV armata colti dall’armistizio a cavaliere dei confini oppure già oltre. Una parte di loro, riuniti in formazioni partigiane di vario tipo e coloritura politica, spesso al comando dei loro ufficiali, com­ batterono nella Resistenza piemontese di cui divennero le colonne portan­ ti. Fra di esse, particolarmente nota la brigata Rosselli, che frequentemente operò al di qua o al di là del confine, a seconda delle operazioni di rastrel­ lamento condotte dai tedeschi e dai reparti dell’esercito repubblichino, co­ me la divisione alpini Monterosa, dalla quale tuttavia si contarono nume­ rose diserzioni verso le unità partigiane.. L’eterogeneità del reclutamento delle varie divisioni della IV armata spie­ ga come tanti soldati provenienti dal Sud, impossibilitati a raggiungere le lo­ ro famiglie, combatterono nelle formazioni dell’Italia settentrionale, distin­ guendosi per il loro valore e spirito di sacrificio e rimanendo fortemente at­ taccati al ricordo di quelle esperienze vissute con i compagni del Nord. Conclusione. A commento di questa sintesi storica, è bene riflettere sul­ la opportunità di un approfondimento critico dei reali significati che sot­ tendono le vicende sin qui descritte, per evitare il rischio di una cultura pu­ ramente retorica e agiografica sia del periodo sia delle modalità in cui la Re­ sistenza degli italiani all’estero è sorta e si è espressa. Occorre parimenti evitare la concezione astratta di un impossibile continuismo fra vecchi e nuovi modi di intendere diritti e doveri in seno all’istituzione militare, sen­ za tuttavia che vengano meno le regole immutabili del dovere, dell’onore e del sacrificio, in difesa del proprio paese e delle sue libere istituzioni. Per contro, si dovranno cogliere le novità profonde che la Resistenza, in Italia e all’estero, ha introdotto nella storia della nazione italiana e, in particolare, quegli elementi di rottura e di svolta originati da soggetti che, da una posizione spesso subalterna, ne sono divenuti spesso i principali pro­ tagonisti, guidando la rivolta della coscienza collettiva contro l ’abbandono dei capi e il loro tradimento. Nota bibliografica. Per eventuali approfo ndimenti, si rimanda ai nove volumi della collana storica sulla «R e­ sistenza dei militari italiani all’estero», redatta da una Commissione di studio presieduta dal generale Ilio Muraca. Essa è stata istituita dal ministero della Difesa, nel 1988, con la par­

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tecipazione di ex combattenti all’estero, di reduci dall’internamento e dei capi uffici storici degli stati maggiori delle tre Forze armate. I volumi, editi dalla Rivista militare sono: M. Franzinelli, I Cappellani militari italiani nella Resistenza all’estero, I, 1993; L. Nisticò, IMe­ dici militari italiani nella Resistenza all’estero, II, 1994; L. Viazzi, La Resistenza dei militari ita­ liani all’estero. Montenegro. Sangiaccato. Bocche di Cattaro, III, 1994; P. Juso, La Resistenza dei militari italiani all’estero. Isole dell’Egeo, IV, 1994; L. Viazzi e L. Taddia, La Resistenza dei militari italiani all’estero. La divisone Garibaldi in Montenegro, Sangiaccato, Bosnia e Erzegovi­ na, V, 1994; S. Barba, La Resistenza dei militari italiani all’estero. Francia e Corsica, VI, 1995; G. Giraudi, La Resistenza dei militari italiani all’estero. Grecia continentale e isole dello Ionio, VII, 1995; A. Bistarelli, La Resistenza dei militari italiani all’estero. Iugoslavia centrosettentrionale, VIII, 1996; M. Coltrinari, La Resistenza dei militari italiani all’estero. Albania, IX,

I990'E importante segnalare che il voluminoso carteggio, reperito e consultato dalla Com­ missione di studio di cui sopra, è conservato presso l’Ufficio storico dello stato maggiore del­ l’esercito, ed è a disposizione degli studiosi. Esso è stato essenzialmente tratto dagli archivi di Londra (Richmond), di Washington (Nationals Archives), di Parigi (Ufficio storico dell’Armée de terre), di Belgrado (Ufficio storico dell’ex armata iugoslava), di Atene (dichiara­ zioni di partigiani greci), oltre che dalle relazioni e dalla documentazione personale dei re­ duci, conservata presso le direzioni generali del personale di ciascuna Forza armata, presso il ministero della Difesa. Si rimanda, inoltre, alle seguenti pubblicazioni, delle molte edite nel tempo: A. Bartolini, Per la Patria e la libertà. Isoldati italiani nella Resistenza all’estero, dopo l ’S settembre, Mur­ sia, Milano 1986; M. Torsiello, Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito, Roma 1973.

GIORGIO R O C H A T

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La pianificazione strategica degli alleati. Sin dal momento dell’interven­ to degli Stati Uniti nel conflitto mondiale il presidente Franklin D. Roose­ velt e il generale George C. Marshall, la più alta autorità militare, vollero imporre la priorità della guerra contro la Germania rispetto a quella contro il Giappone, come avrebbero desiderato gran parte dell’opinione pubblica offesa dall’attacco di Pearl Harbour, la marina e i gruppi di pressione tra­ dizionalmente interessati all’espansione statunitense nel Pacifico. Roose­ velt e Marshall identificavano giustamente la Germania come il nemico più temibile per l’entità dei suoi successi in Europa (il crollo dell’Unione So­ vietica sembrava vicino) e la potenzialità e modernità del suo apparato in­ dustriale. In realtà lo straordinario sviluppo della loro mobilitazione belli­ ca avrebbe consentito agli Stati Uniti di condurre con uguale slancio la guer­ ra sui due fronti, pur concentrando le maggiori risorse contro la Germania. Nella decisione di Roosevelt e Marshall contavano la necessità di so­ stenere lo sforzo bellico britannico, ma più ancora la convinzione che il ruo­ lo di potenza mondiale che gli Stati Uniti intendevano assumere avesse bi­ sogno di una vittoria campale di rilievo indiscutibile: e quindi il loro obiet­ tivo di fondo era un grande sbarco in Francia con un’indiscutibile vittoria sulle armate tedesche, che collocasse gli Stati Uniti in una posizione di for­ za nella determinazione degli equilibri del dopoguerra. Il governo e gli sta­ ti maggiori britannici facevano peraltro rilevare che una grande offensiva in Francia presupponeva uno sviluppo e un addestramento delle forze sta­ tunitensi che richiedevano tempo. E contrapponevano una strategia “peri­ ferica” che mirava a disperdere e logorare le risorse tedesche con una serie di offensive ai margini del continente europeo, in sostanza nel Mediterra­ neo, dove gli angloamericani potevano contare su una netta superiorità ae­ ronavale. Roosevelt e Marshall guardavano a questa strategia periferica con sospetto, perché vi vedevano soprattutto la difesa di interessi tradiziona­ li dell’impero britannico; ma erano costretti ad accettarla, poiché nel 1942 le condizioni di approntamento delle loro forze armate non permettevano ancora di pensare a uno sbarco in Francia, mentre l’opinione pubblica sta­ tunitense reclamava un impegno diretto contro i tedeschi. Nell’estate 1942 fu quindi deciso uno sbarco nel Nordafrica francese per stringere il con­ trollo sul Mediterraneo e appoggiare le forze inglesi che, sconfitte dagli ita-

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lotedeschi di Rommel, si stavano riorganizzando in Egitto con ingenti rifor­ nimenti americani.

L’8 novembre 1942 gli angloamericani sbarcarono in Marocco e in Al­ geria, per poi proseguire verso la Tunisia, che Hitler aveva deciso di difen­ dere a oltranza. Nel gennaio 1943 Roosevelt e Churchill si incontrarono a Casablanca per decidere come proseguire le operazioni dopo la conquista di tutta l’Africa settentrionale. Poiché le forze per il grande sbarco in Fran­ cia non potevano essere pronte che nel 1944, gli americani accettarono co­ me mossa successiva lo sbarco in Sicilia che presentava più vantaggi: ritor­ nare in Europa in condizioni che permettevano di sfruttare la superiorità aeronavale, mettere alle corde il regime fascista e possibilmente provocare la resa italiana, riaprire il Mediterraneo al traffico mercantile verso il Me­ dio Oriente e l’india con grande risparmio di naviglio rispetto alla circum­ navigazione dell’Africa. Era prima necessario concludere le operazioni in Tunisia, dove le forze italotedesche affluite si batterono brillantemente fi­ no alla metà del maggio 1943. La successiva decisione di proseguire l’offensiva sbarcando nella peniso­ la italiana venne quasi da sé. L’invasione della Francia era stata fissata al giu­ gno 1944 e non pareva possibile lasciare inoperose fino ad allora le grandi forze ormai disponibili; portare la guerra sul continente aveva un’importanza politica e propagandistica evidente, tanto più che il successo pareva relati­ vamente facile e Roma rappresentava un obiettivo di grande risonanza. Nel­ la conferenza di Washington del maggio 1943 gli americani accettarono an­ cora una volta i piani inglesi, ma posero delle condizioni: l’impegno in Ita­ lia non doveva intralciare la preparazione dello sbarco in Francia, quindi una serie di divisioni e un buon numero dei vitali mezzi da sbarco sarebbero sta­ ti tenuti in riserva e man mano trasferiti in Inghilterra. L ’Italia nella strategia tedesca. L’ultima decisione strategica della guer­ ra di Mussolini fu di inviare in Tunisia quanto era possibile per protrar­ re una resistenza senza speranza, ancora una volta a rimorchio delle scel­ te hitleriane. Dopo di che restava ben poco da decidere: per fronteggiare gli sbarchi angloamericani c’erano nell’estate 1943 un cordone di divi­ sioni costiere sulle spiagge, povere di armi, mezzi, addestramento e mo­ rale; e una quindicina di divisioni regolari, quasi tutte di fanteria appie­ data, dislocate quattro in Sicilia, quattro in Sardegna, due in Corsica, una in Campania e cinque intorno a Roma. Il loro compito era il contrattac­ co immediato delle truppe sbarcate, ma la possibilità di respingere l’in­ vasione dipendeva dalla presenza di truppe tedesche motocorazzate. Po­ co più che simbolico sarebbe stato il concorso di quanto restava dell’avia­ zione e della marina italiane dinanzi alla forte superiorità aeronavale nemica. La Germania non aveva la possibilità di contrastare appieno l ’offensiva angloamericana nel Mediterraneo per le enormi esigenze del fronte russo e la dispersione di truppe d ’occupazione dai Balcani dia Francia, ma conser­

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vava margini di manovra non trascurabili. L’obiettivo di fondo di Hitler era di bloccare o almeno rallentare l’offensiva degli angloamericani, per gua­ dagnare tempo (anche nell’illusione di minare la loro volontà di vittoria) e tenere la guerra lontana dalle frontiere tedesche. Non aveva esitato a but­ tare le riserve disponibili in Tunisia nella speranza di mantenere a lungo una testa di ponte in Nordafrica; ma nell’estate 1943 non aveva le forze ne­ cessarie per respingere uno sbarco sul continente, in parte perché conside­ rava prioritario conservare le unità per reagire c on forza a una probabile defezione italiana, in parte perché la mancanza di informazioni sulle in­ tenzioni del nemico lo obbligava a disperdere le sue forze dalla Francia me­ ridionale ai Balcani (l’insufficienza del servizio informazioni fu sempre un grave handicap per i tedeschi). Per la strategia hitleriana l ’Italia, come già il Mediterraneo e la Libia, era comunque un fronte secondario da tenere con la minore quantità pos­ sibile di uomini e mezzi, salvo quando pareva possibile un successo di pre­ stigio importante, come per la testa di ponte di Tunisia o lo schiacciamen­ to dello sbarco di Anzio. Lo sbarco in Sicilia. Lo sbarco in Sicilia, il 10 luglio 1943, fu condotto con uno straordinario spiegamento di forze: 1380 navi, 1840 mezzi da sbarco, la VII armata statunitense (generale George Patton) e l’VIII armata bri­ tannica (generale Bernard Montgomery) con otto divisioni e 150 000 uo­ mini messi a terra il primo giorno, più quattro altre divisioni di rincalzo im­ mediato. In totale sbarcarono in Sicilia 480 000 soldati, in parte provenienti direttamente dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, agli ordini del gene­ rale Harold Alexander, che dipendeva dal generale Dwight Eisenhower, co­ mandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo. A contrastarli c’erano la VI armata del generale Alfredo Guzzoni con 250 000 soldati (ma so­ lo i 40 000/50 000 delle quattro divisioni di fanteria avevano una certa efficienza) e due, poi quattro divisioni tedesche bene equipaggiate, anche se incomplete, in tutto 67 000 uomini agli ordini del generale Hans V. Hube e del maresciallo Albert Kesselring, comandante di tutte le forze tedesche in Italia. Gran parte delle truppe italiane cedettero rapidamente; quelle tedesche condussero una serie di energici contrattacchi, ma dopo il loro fallimento si limitarono a una difensiva aggressiva per coprire la ritirata attraverso lo stretto di Messina, che le forze aeronavali angloamericane rinunciarono a contrastare. L’evacuazione delle forze italotedesche, circa 100 000 uomini, si concluse il 17 agosto; i tedeschi avevano avuto 10 000 tra morti e pri­ gionieri, gli italiani 5000 morti e 1 16 000 prigionieri, più un buon numero di sbandati che tornarono a casa. Gli angloamericani persero 22 000 tra morti, feriti e dispersi, oltre a 20 000 ammalati di malaria. In complesso l’offensiva angloamericana si segnalò più per l’eccezionale sforzo organizzativo (soltanto lo sbarco di Normandia del 6 giugno 1944 ebbe dimensioni maggiori, ma non un numero -così alto di soldati messi a

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terra il primo giorno) che per i risultati conseguiti in combattimento. Le truppe tedesche seppero disimpegnarsi con perdite limitate contro forze so­ verchiami. Il maggior successo della breve campagna fu l’accelerazione im­ pressa alla crisi politica italiana e alla caduta del regime fascista. Lo sbarco di Salemo. I piani per l’invasione dell’Italia furono messi a punto tra luglio e agosto 1943, quando il buon andamento delle operazio­ ni in Sicilia e la vicina resa italiana autorizzavano un certo ottimismo. Mal­ grado la diminuzione delle forze a disposizione di Eisenhower (soprattutto dei mezzi da sbarco), furono preparate tre distinte operazioni su Salerno, Reggio Calabria e Taranto. Le ultime due furono facili. Il 3 settembre, do­ po un terrificante quanto inutile bombardamento d’artiglieria (le truppe nemiche si erano già ritirate), due divisioni dell’VIII armata del generale Montgomery traversarono lo stretto di Messina e iniziarono a risalire la Ca­ labria; i tedeschi, che temevano di essere tagliati fuori da sbarchi più a nord, si limitarono a deboli azioni di retroguardia, ma distrussero ponti, gallerie e viadotti con tanta efficacia, che gli inglesi impiegarono una dozzina di giorni a raggiungere la zona di Salerno. Il 9 settembre una divisione ingle­ se sbarcò nel porto di Taranto con la collaborazione delle autorità italiane e, approfittando dell’assenza di unità tedesche, raggiunse due giorni dopo Bari e Brindisi, poi si fermò in attesa di rinforzi. Soltanto a fine settembre, con l’arrivo di due nuove divisioni, gli inglesi si spinsero fino ai grandi ae­ roporti di Foggia, dove trovarono le prime forze tedesche. La scelta della zona di Salerno per l’operazione principale fu dettata dal fatto che si trattava dell’unico tratto di costa pianeggiante compreso nel raggio d’azione dei caccia che dalla Sicilia dovevano assicurare la coper­ tura aerea; inoltre non era grande la distanza dal porto di Napoli, base ne­ cessaria per lo sviluppo della campagna. La debolezza delle forze tedesche in Italia avrebbe probabilmente consentito di rischiare uno sbarco più a nord, all’altezza di Roma; ma la diminuzione delle loro forze rendeva i co­ mandi angloamericani poco propensi a rinunciare alla copertura aerea (che in effetti si rivelò determinante). La scarsezza di mezzi da sbarco consen­ tiva di mettere a terra soltanto la V armata statunitense (generale Mark Clark) con tre divisioni e mezza, nella prima giornata, ma la dispersione del­ le forze di Kesselring e la speranza di una reazione italiana al momento dell’armistizio lasciavano sperare in una rapida avanzata (era previsto di raggiungere Napoli in tre giorni). E significativo che fu predisposto l’invio a Roma della 82* divisione avioportata (da supportare con lo sbarco di ar­ tiglieria e mezzi anticarro alla foce del Tevere) per rinforzare le truppe ita­ liane nella capitale, nella fiducia che potessero tenere testa ai tedeschi fino all’arrivo delle divisioni sbarcate a Salerno. La partenza della 82“ divisione fu sospesa in extremis, la mattina dell’8 settembre, quando gli americani compresero che il governo italiano non avrebbe difeso Roma. La situazione del maresciallo Kesselring era effettivamente precaria. L’alto comando tedesco dubitava di riuscire a difendere l’Italia centrome­

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ridionale perché sopravvalutava sia le capacità di reazione delle Forze ar­ mate italiane al momento dell’armistizio dato per imminente, sia il nume­ ro delle divisioni angloamericane e le loro possibilità di manovra (erano ri­ tenuti possibili sbarchi in Toscana o più a nord). Il gruppo armate del ma­ resciallo Erwin Rommel aveva quindi il compito di garantire in ogni caso il possesso dell’Italia settentrionale, con sei divisioni, mentre a sud il compi­ to essenziale di Kesselring era di rallentare l’avanzata angloamericana in modo da salvare le sue divisioni per la difesa dell’Italia settentrionale. Era­ no divisioni preziose perché tutte scelte e mobili, anche se in parte incom­ plete, dislocate due in Calabria, tre in Campania, una nella zona di Foggia, due intorno a Roma, una in Sardegna e mezza in Corsica. Le previsioni furono sconvolte in quarantott’ore. La V armata sbarcò nella pianura di Salerno all’alba del 9 settembre, ma fu subito bloccata dal­ la ferma resistenza della i6a divisione Panzergrenadieren, dislocata in quella che era anche per Kesselring la zona più idonea a uno sbarco. E l’immediata reazione tedesca all’annuncio dell’armistizio italiano ebbe dovunque un suc­ cesso superiore a ogni aspettativa: la sera del 10 settembre le forze armate italiane nella penisola si erano dissolte e in particolare si erano arrese le di­ visioni di Roma, liberando da ogni minaccia le retrovie di Kesselring. Que­ sti potè dirigere su Salerno tutte le truppe disponibili con l’obiettivo di ri­ buttare a mare la V armata. La battaglia nella testa di ponte di Salerno durò otto lunghi giorni. Le divisioni angloamericane (salite a sei) non riuscirono a far valere la loro su­ periorità di uomini e mezzi, anche per una serie di errori e in certezze di molti comandanti (a cominciare da Clark) e furono respinte quasi sulla spiag­ gia dai ripetuti contrattacchi che i tedeschi condussero con la loro consue­ ta elasticità e determinazione. Per respingere questi contrattacchi furono decisivi l’intervento in massa dell’aviazione e il fuoco dei grossi calibri del­ le navi, mentre avevano poco successo gli attacchi della Luftwaffe alla gran­ de flotta angloamericana. Il 16 arrivarono le avanguardie delle divisioni di Montgomery. Le truppe tedesche avevano esaurito la loro capacità com­ battiva e Kesselring ordinò la ritirata, protetta da retroguardie aggressive (cui si deve la prima serie di eccidi ai danni della popolazione), tanto che gli angloamericani entrarono soltanto il i° ottobre in Napoli (insorta il 27 settembre). Nel frattempo le forze tedesche di Sardegna e Corsica erano riuscite a rientrare sul continente attraverso l’Elba quasi senza contrasto. La battaglia di Salerno ebbe un peso decisivo nell’impostazione della campagna d’Italia. Gli angloamericani avevano avuto perdite contenute (do­ dicimila tra morti, feriti e dispersi), ma si erano convinti di poter contra­ stare le più agili e aggressive truppe tedesche soltanto con l’impiego di tut­ ta la loro superiorità di materiali; la loro progressione sarebbe perciò stata improntata a molta prudenza. Dall’altra parte, la battaglia aveva dimostra­ to ai tedeschi che Roma e l’Italia centrale potevano essere difese con suc­ cesso, mentre in autunno fu chiaro che gli angloamericani non avrebbero tentato uno sbarco nei Balcani, come Hitler aveva temuto. Il gruppo armate

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di Rommel fu sciolto, Kesselring riebbe il comando di tutte le forze tede­ sche in Italia e ottenne i rinforzi necessari per la battaglia difensiva sulla li­ nea Gustav. Verso la linea Gustav. Per tenere testa a forze superiori, Kesselring dove­ va sfruttare il terreno montuoso, che per sua fortuna non mancava. Sul ver­ sante tirrenico la linea su cui esercitare la massima resistenza era chiara: al confine tra Lazio e Campania, i monti Aurunci offrono uno sbarramento dal mare a Cassino non così alto, ma difficilmente superabile per la man­ canza di strade attraverso un terreno rotto e impervio. Davanti ai monti scorre il Garigliano con i suoi affluenti, che le piogge invernali trasforma­ vano in un ostacolo pericoloso e infido. La strada da Napoli a Roma (l’uni­ ca via per gli automezzi) passa attraverso la stretta di Cassino, dominata dal ripido monte su cui sorge la celebre abbazia benedettina. Poi il terreno sa­ le rapidamente fino alla dorsale appenninica. Una posizione ideale per la di­ fensiva, su cui fu preparata la linea Gustav (detta anche linea invernale), con largo impiego di bunker in cemento armato nella stretta di Cassino, campi minati e ostacoli passivi su tutto il fronte, strade, postazioni e os­ servatori per l’artiglieria. I tedeschi impiegarono tre mesi a ritirarsi da Salerno a Cassino, prima con una difesa elastica condotta con le truppe mobili, poi irrigidendo la di­ fensiva sul fiume Volturno. Furono favoriti dall’inizio precoce di un in­ verno che sarebbe stato eccezionalmente lungo e rigido; in ottobre le piog­ ge gonfiarono i fiumi e trasformarono il terreno in un mare di fango. Pri­ ma di arrivare dinanzi alla linea Gustav la V armata del generale Clark aveva avuto il doppio di perdite che a Salerno e cinquantamila malati. Intanto le forze tedesche aumentavano fino a una quindicina di divisioni, in buona parte di fanteria appiedata, quindi atte soltanto alla difensiva statica, però con un nucleo di divisioni mobili per i contrattacchi. Al di là dell’intransitabile dorsale appenninica, il versante adriatico pre­ sentava caratteristiche diverse, ma ugualmente favorevoli ai tedeschi: un terreno collinoso solcato da una serie di fiumi in piena, che l’VIII armata doveva espugnare uno alla volta con fatica e perdite, per poi trovarsene di­ nanzi un altro. In ottobre le truppe di Montgomery superarono il Biferno, poi il Trigno, in novembre il Sangro, in dicembre il Moro, a fine anno con­ quistarono Ortona con duri combattimenti, poi si fermarono. Intanto gli aeroporti intorno a Foggia diventavano la base di ingenti forze aeree per il bombardamento della Germania meridionale (e saltuariamente delle città dell’Italia settentrionale): una guerra a parte rispetto alla campagna d’Ita­ lia, dato che la superiorità aerea angloamericana riuscì a rendere difficili, ma non a interrompere i rifornimenti alle forze di Kesselring. Nel frattempo la strategia degli alleati era stata definita: priorità assoluta allo sbarco in Normandia previsto per il giugno 1944 (su questo gli america­ ni erano inflessibili), rinuncia a portare la guerra nei Balcani (una prospetti­ va cara a Churchill, ma bocciata da tutti i militari, poco desiderosi di cacciarsi

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in una regione montuosa priva di obiettivi significativi), preparazione di uno sbarco nella Francia meridionale nell’estate 1944 in appoggio a quello prin­ cipale di Normandia. La campagna d’Italia perdeva importanza strategica (an­ che se a fine 1943 assorbiva diciotto divisioni), il suo compito diventava quel­ lo di trattenere e logorare forze tedesche; e invece acquistava un peso cre­ scente nei mass media. Nell’inverno 1943-44 il fronte italiano era l’unico in Europa su cui i soldati britannici e americani combattevano, quindi la stam­ pa e l’opinione pubblica se ne interessavano appassionatamente. Cassino e Roma diventavano obiettivi assai più grandi del loro peso strettamente mili­ tare, e ciò avrebbe condizionato comandanti e soldati. All’inizio del 1944 i comandi alleati vennero riorganizzati: Eisenhower e Montgomery partirono per assumere in Inghilterra l’uno il comando su­ premo dell’invasione della Francia, l’altro quello delle relative forze di ter­ ra. Il generale Henry M. Wilson divenne comandante in capo per il Mediterraneo, Alexander conservò il comando delle forze di terra in Italia e Clark quello della V armata, il generale Oliver Leese assunse il comando delTVIII; entrambe le armate erano ormai composte da contingenti nazionali diversi, britannici e statunitensi, indiani e neozelandesi, polacchi e francesi. Dalla parte tedesca, Kesselring aveva la responsabilità di tutte le forze in Italia (com­ prese quelle impiegate contro i partigiani) e il generale Heinrich von Vietinghoff il comando della X armata, che riuniva le truppe sulla linea Gustav. Cassino. La prima mossa fu ambiziosa e sfortunata; dopo una serie di attacchi volti a impegnare le riserve nemiche, il 20 gennaio 1944 il II cor­ po americano tentò di sfondare a sud di Cassino, andando incontro a un sanguinoso disastro, mentre il 22 due divisioni rinforzate (seguite da altre due) sbarcarono ad Anzio per prendere alle spalle la linea Gustav. I tede­ schi reagirono con elasticità e rapidità, bloccando ogni avanzata, mentre Hitler concedeva grossi rinforzi per ributtare a mare le forze sbarcate, co­ me monito per ogni tentativo di invasione. Febbraio vide ripetuti attacchi da entrambe le parti; le migliori truppe della V armata si dissanguarono sul­ le montagne intorno a Cassino in vani tentativi di sfondamento, mentre la nuova XIV armata tedesca si impegnava allo stremo per eliminare la testa di ponte di Anzio. Anche questa volta le truppe sbarcate furono salvate dall’intervento in massa dell’aviazione e dal tiro dei pesanti cannoni nava­ li. Quando i combattimenti cessarono, sei divisioni erano trincerate nella testa di ponte (scomoda per i tedeschi come minaccia alle loro spalle, ma forse più scomoda per gli alleati che dovevano mantenerla e rifornirla sen­ za un vero porto) e la linea Gustav era appena stata intaccata. In questo contesto si inserisce la distruzione dell’abbazia di Montecassino. Con una sensibilità rara da parte loro, i tedeschi ne avevano posto in salvo i monaci e i preziosi archivi e non vi avevano dislocato truppe, pur presidiandone i dintorni. Per gli attaccanti, l’abbazia in vetta alle monta­ gne su cui si dissanguavano assumeva un significato di minaccia incombente; 1comandanti alleati perciò ne chiesero e ottennero la distruzione, effettuata

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il 15 febbraio da un massiccio bombardamento aereo e poi completata dall’artiglieria. Un atto di barbarie, privo di significato sul piano militare (anzi vantaggioso per i tedeschi, che a questo punto occuparono le rovine) e ben sfruttato dalla propaganda nazifascista. Il 15 marzo gli alleati tornarono all’attacco direttamente su Cassino, su cui furono scaricate mille tonnellate di bombe e centonovantamila granate d’artiglieria senza riuscire a distruggere le posizioni fortificate dei paraca­ dutisti tedeschi, mentre la battaglia tornava a infuriare sulle montagne. Poi la stanchezza delle truppe impose una sosta. Il fatto era che, sebbene da en­ trambe le parti fossero schierate centinaia di migliaia di uomini, la parte più dura della battaglia e la quasi totalità delle perdite gravavano sui battaglio­ ni di fanteria, circa 3500 uomini sui 15 000/18 000 delle divisioni angloa­ mericane, 2000/2500 sui 10 000/12 000 uomini delle divisioni tedesche (quando erano al completo, cosa abbastanza rara). Una divisione alleata che aveva perso 2500 uomini in combattimento o per malattia, un settimo della sua forza, era di fatto inutilizzabile, perché i suoi battaglioni di fan­ teria erano decimati (e gli artiglieri, gli autisti o gli addetti ai servizi non potevano sostituire i fanti). E per la fanteria il fronte di Cassino era un in­ ferno: fango e paludi in basso e nude rocce in alto, pioggia, freddo e mine dovunque, rifornimenti difficili, un fuoco d’artiglieria terrificante (e per i tedeschi anche l’intervento dell’aviazione). I reparti si logoravano prima ancora di andare all’attacco. La superiorità complessiva degli angloamericani non era poi cosi mar­ cata per la fanteria (nel migliore dei casi, dovevano attaccare due contro uno, anziché cinque contro uno come raccomandavano i manuali). L’avia­ zione poteva intervenire soltanto nei giorni di bel tempo, i carri armati era­ no bloccati dal terreno; l’artiglieria tedesca aveva meno munizioni, ma mi­ gliori osservatori per dirigere il tiro. Inoltre gli ufficiali statunitensi tende­ vano a compensare il loro minore addestramento con una notevole durezza verso i loro soldati, mentre inglesi, polacchi, indiani e neozelandesi aveva­ no ormai difficoltà a rimpiazzare le perdite. Una parte crescente dei solda­ ti tedeschi erano giovani reclute, ma sottufficiali e ufficiali avevano gran­ de esperienza e ascendente; e a tutti i livelli si distinguevano per capacità di iniziativa ed elasticità dinanzi ai continui imprevisti della battaglia, men­ tre gli angloamericani erano troppo rigidi e legati ai piani prestabiliti (e non pochi comandanti si rivelarono non all’altezza delle loro responsabilità, spe­ cialmente tra gli americani). La nuova battaglia di Cassino fu preparata con cura. Le forze alleate erano salite a trenta divisioni (il massimo di tutta la campagna, mentre i te­ deschi ne avevano ventidue di minore consistenza), quasi tutte sul fronte tirrenico, dove vennero affiancate la V e l’VIII armata. Fu quest’ultima a sferrare un pesante attacco nella zona di Cassino l’i 1 maggio, incontrando la solita tenace resistenza tedesca. Lo sfondamento venne dove non era at­ teso, nel settore dei monti Aurunci (tra Cassino e il mare) che fino a quel momento non era stato attaccato perché intransitabile per automezzi e car­

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ri armati. Le quattro divisioni francesi, composte in gran parte da tunisini, algerini e marocchini, impiegarono tre giorni a superare la linea tedesca con forti perdite, poi avanzarono senza sosta attraverso le montagne, fino a sboccare il 2r alle spalle dello schieramento nemico. La X armata tedesca, esaurite le riserve, dovette abbandonare Cassino per evitare di essere chiu­ sa in trappola. Nel frattempo anche le divisioni di Anzio erano passate all’of­ fensiva. Clark fu criticato perché, invece di sbarrare la strada ai tedeschi in ritirata, si preoccupò soprattutto di arrivare per primo a Roma. Buona par­ te delle truppe di Kesselring riuscì così a mettersi in salvo, mentre gli ame­ ricani entravano a Roma il 4 giugno, appena in tempo perché due giorni do­ po lo sbarco in Normandia avrebbe monopolizzato l’attenzione dei mass me­ dia e dell’opinione pubblica. N ell’ultima battaglia gli alleati avevano perso quarantaduemila uomini, i tedeschi quasi altrettanti contando i prigionieri. Si può discutere il ruolo che il fronte di Cassino ebbe nella guerra mondiale (le cui sorti si decisero altrove, in Russia e poi in Francia), ma per tutti coloro che vi combattero­ no, tedeschi, statunitensi, inglesi, indiani, neozelandesi, polacchi, francesi e nordafricani, Cassino rimase un ricordo incancellabile di sacrificio, sof­ ferenza e onore, un’epopea ancor oggi non dimenticata. ha continuazione della campagna. Ancor prima della liberazione di Ro­ ma governi e alti comandi angloamericani avevano iniziato a discutere vi­ vacemente su come continuare le operazioni in Italia. La priorità della gran­ de offensiva in Normandia (che in giugno e luglio registrò progressi lenti e costosi) non era ovviamente in discussione. Roosevelt e gran parte dei co­ mandi statunitensi chiedevano di appoggiare questa offensiva con uno sbar­ co nella Francia meridionale, che attirasse le riserve tedesche e aprisse un nuovo fronte rifornito attraverso Marsiglia. Poiché il grosso delle truppe, degli aerei e dei mezzi per questo sbarco doveva essere prelevato sulle for­ ze in Italia, la spinta offensiva a nord di Roma sarebbe stata fortemente ri­ dimensionata. Churchill e gran parte dei comandi britannici insistevano in­ vece sulla necessità di continuare le operazioni in Italia con energia, in mo­ do da arrivare al Po in autunno e poi avanzare su Trieste, Lubiana e Vienna. Più che la liberazione dell’Italia settentrionale (da cui pure la Germania traeva un forte apporto in prodotti industriali e agricoli), a Churchill inte­ ressava anticipare le armate sovietiche nella marcia su Vienna, per conser­ vare un peso nell’assetto postbellico dell’Europa sudorientale. Trieste e Vienna erano però obiettivi lontani e aleatori, mentre la bat­ taglia di Francia era ancora indecisa. All’inizio di luglio fu quindi stabilito che lo sbarco in Provenza avrebbe avuto luogo il 15 agosto con tre divisio­ ni americane e quattro francesi provenienti dall’Italia. In realtà quando lo sbarco fu effettuato il fronte tedesco in Normandia era già crollato e quin­ di gli alleati poterono progredire con facilità, raggiungendo Digione in me­ no di un mese. Non cercarono invece di forzare le Alpi, ma si limitarono a raggiungere e presidiare la frontiera italofrancese.

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Proprio mentre il suo ruolo strategico veniva ridimensionato, la cam­ pagna d’Italia dimostrava la sua capacità di attirare riserve tedesche. La Germania non poteva rinunciare all’Italia settentrionale, quindi Kesselring ricevette nell’estate otto nuove divisioni (non poche considerando il terri­ bile logoramento delle armate naziste in Russia e in Francia) e i mezzi per riportare in efficienza le sue unità semidistrutte tra Cassino e Roma. Mal­ grado il terreno permettesse l’impiego delle unità corazzate, gli alleati non riuscirono in giugno a condurre un inseguimento risolutivo; poi la resisten­ za tedesca si irrigidì. Come al solito Hitler ordinava di difendere a oltranza ogni palmo di terreno; più realisticamente i suoi generali si limitarono a gua­ dagnare tempo con una costosa ma efficace difesa elastica, per permettere l’approntamento della linea Gotica e attendere la pioggia e la neve. Siena fu raggiunta dalle truppe alleate il 3 luglio, Arezzo il 15, Livorno il 19, Fi­ renze il 4 agosto. Sul versante adriatico i combattimenti furono minori; An­ cona fu liberata il 18 luglio, poi l’avanzata proseguì fino al fiume Metauro. Gli attacchi dei partigiani disturbarono notevolmente la ritirata delle truppe tedesche che reagirono colpendo soprattutto la popolazione, con una serie di eccidi in Toscana e poi altri di maggiore entità freddamente effet­ tuati a ridosso della linea Gotica. Riuscirono così a garantire una relativa sicurezza nella zona di operazioni, ma non ad arrestare gli attacchi nelle lo­ ro retrovie. La linea Gotica. Dalla fine di agosto 1944 all’aprile 1945 la campagna d’Italia si svolse soprattutto sulla linea Gotica, il sistema di fortificazioni tracciato dai tedeschi all’incirca tra Pisa e Rimini, appoggiato agli Appen­ nini per gran parte dei suoi 340 chilometri. Soltanto l’ultimo tratto a est era pianeggiante, ma fitto di fiumi, canali e paludi che nel piovoso autun­ no ostacolavano i movimenti dei carri armati. I lavori difensivi erano stati condotti in gran fretta nell’estate, ma non erano terminati. Si contavano 2400 postazioni per mitragliatrici e 480 per l’artiglieria, 120 chilometri di reticolati e nel settore est una serie di fossati anticarro; le torrette di pan­ zer interrate e i bunker in cemento armato erano però relativamente pochi. Il maggior elemento di forza della linea Gotica veniva dalla geografia: mon­ tagne aspre, una breve pianura inzuppata d’acqua, dai primi di settembre pioggia e fango, poi neve e gelo. Nell’autunno-inverno 1944-45 i tedeschi avevano sul fronte italiano cir­ ca cinquecentomila soldati, gli alleati seicentomila. Il grosso di queste trup­ pe era impegnato nelle retrovie; sulla linea Gotica si fronteggiavano in me­ dia una ventina di divisioni alleate e venti/ventiquattro tedesche. Queste ultime erano più piccole, sempre a corto di uomini e mezzi, in maggioran­ za fanteria appiedata di efficienza variabile (dagli eccellenti paracadutisti ai mediocri reparti reclutati in Europa orientale, con piccoli nuclei di fa­ scisti italiani frazionati tra le unità tedesche), con quattro/cinque divisioni mobili Panzer e Panzergrenadieren continuamente spostate per tamponare le falle. Le divisioni alleate erano più grosse e meglio provviste, ma etero­

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genee: statunitensi, britannici, canadesi, polacchi, indiani, neozelandesi, sudafricani, brasiliani, anche una brigata greca e una ebraica, poi i gruppi di combattimento dell’esercito italiano e formazioni partigiane. Nel corso dell’inverno l’alto comando angloamericano per il Mediterra­ neo passò da Wilson ad Alexander, il comando delle armate in Italia da Alexander a Clark, la V armata americana (sull’Appennino toscano) da Clark a Lucian K. Truscott, 1’VIII armata britannica (in Romagna) da Leese a Ri­ chard L. McCreery. Dalla parte tedesca Kesselring lasciò l’alto comando a von Vietinghoff prima per tre mesi per un incidente, poi definitivamente, poiché il 9 marzo Hitler lo pose a capo di tutte le sue forze in Occidente. La X armata (parte orientale del fronte) passò da Vietinghoff a Traugott Herr, la XIV armata (a ovest) da Joachim Lemelsen a Zigler, poi a Frido von Senger und Etterlin. Gli alleati avevano una superiorità aerea assoluta, tanto che ogni volta che attaccavano avevano il vantaggio della sorpresa, perché i tedeschi non avevano più una ricognizione. Tuttavia l’impiego dell’aviazione contro le linee tedesche venne limitato dal maltempo e dal terreno montuoso; e mal­ grado la distruzione di tutti i ponti sul Po, i rifornimenti tedeschi conti­ nuarono a passare di notte su traghetti e ponti sotto il pelo dell’acqua. An­ che la superiorità alleata in carri armati non era decisiva. Ciò che contava sulla linea Gotica, come già a Cassino, erano la fanteria e l’artiglieria, do­ ve il rapporto tra alleati e tedeschi era all’incirca di due a uno (con un cal­ colo approssimativo, settantamila fanti contro quarantamila in settembre). In Francia gli alleati godevano di una superiorità molto più alta. Lo sfondamento della linea Gotica fu affidato all’VIII armata, tornata sul versante adriatico che era considerato più favorevole perché pianeg­ giante. Il 25 agosto 1944 polacchi e canadesi traversarono il Metauro con successi iniziali relativamente facili, presto bloccati dall’accorrere delle ri­ serve tedesche. Un grosso attacco di carri fu spezzato, poi cominciarono piogge di una violenza insolita per il mese di settembre. L’VIII armata con­ tinuò ad avanzare faticosamente, il 21 settembre raggiunse Rimini e il fiu­ me Marecchia, affacciandosi alla pianura romagnola; ma aveva perso cin­ quecento carri armati e quattordicimila uomini. I tedeschi avevano avuto perdite maggiori, ma il loro fronte aveva retto. Nel frattempo la V armata aveva raggiunto l’Appennino e a metà set­ tembre aveva attaccato i valichi tra Firenze e Bologna. Le posizioni della linea Gotica furono superate a prezzo di molto sangue, ma i tedeschi si ag­ grapparono al terreno retrostante. A fine ottobre le esauste divisioni di Clark si arrestarono a trenta chilometri in linea d ’aria da Bologna. Con un noto messaggio trasmesso per radio il 13 novembre Alexander annunciò che le grandi operazioni erano terminate. In realtà l’VIII armata aveva ripreso a progredire lentamente: il 9 novembre raggiunse Forlì, il 4 dicembre Ra­ venna, il 16 Faenza. A fine anno si arrestò sul piccolo fiume Senio. In questi mesi la parte occidentale della linea Gotica era rimasta tran­ quilla, tanto che i tedeschi vi inserirono alcuni battaglioni delle divisioni

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fasciste, su cui facevano poco affidamento. Il 26-27 dicembre cinque bat­ taglioni tedeschi sferrarono un attacco nella zona di Barga, trascinando al­ cuni reparti italiani; dopo un brillante successo iniziale furono costretti a tornare sulle posizioni di partenza. Le condizioni atmosferiche eccezionalmente sfavorevoli furono proba­ bilmente la causa principale del mancato sfondamento della linea Gotica, perché limitarono l’azione dell’aviazione e dei carri armati. Influì anche la ripetuta sottrazione di buone divisioni per l’occupazione della Grecia e per l’ulteriore rinforzo del fronte francese. Le cause immediate furono la crisi del munizionamento d’artiglieria a fine anno e soprattutto le insopportabi­ li perdite della fanteria. Per esempio, in venti giorni di dicembre il corpo canadese perse 2800 uomini, che possono sembrare pochi in rapporto alla sua forza totale ma che erano circa la metà della sua fanteria. Non sorprende quindi se il numero dei canadesi che rifiutavano di continuare a combatte­ re andasse aumentando. Dopo cinque anni di guerra i comandi britannici e dei Dominions facevano il possibile per risparmiare i loro uomini, anche perché era sempre più difficile sostituirli; ma per quanto potente fosse il bombardamento di aerei e cannoni, alla fine erano i mal ridotti battaglioni di fanteria che dovevano tornare all’attac co. E significativa l’importanza che vennero assumendo le unità partigiane che affiancavano gli alleati sul­ la linea Gotica, poche centinaia di uomini male equipaggiati, ma con un al­ to spirito aggressivo. Sul piano operativo il successo tedesco era incontestabile. Inferiori per uomini e mezzi, senza più aviazione e con le retrovie insidiate dai partigia­ ni, sempre costrette a subire l’iniziativa degli angloamericani, le truppe te­ desche riuscirono a contenere tutti gli sfondamenti cedendo terreno non vi­ tale. I loro soldati erano sempre più giovani, ma addestrati e bene inqua­ drati, capaci di tener testa ai veterani inglesi, canadesi e polacchi, anche se con perdite gravissime. Sul piano strategico, mantenere in efficienza una ventina di divisioni era per la Germania certamente più costoso che per gli alleati attaccare la linea Gotica, se si pensa che alla fine del 1944 i tedeschi avevano sul Reno circa il doppio di forze che in Italia, ma contro novanta divisioni angloamericane. L ’offensiva finale. Da gennaio ad aprile 1945 si verificarono soltanto azioni limitate. I tedeschi disponevano ancora di una ventina di divisioni, ma il loro livello andava calando per il collasso dei rifornimenti e la scar­ sezza di uomini. All’inizio della primavera la ventina di divisioni alleate era­ no invece in buona efficienza; clima e terreno garantivano l’impiego in mas­ sa dei carri armati. Inoltre l’aviazione alleata era pronta a gettare nella bat­ taglia tutti i suoi quattromila aerei, anche i grossi quadrimotori, rinunciando a proseguire i bombardamenti sulla Germania. L’VIII armata attaccò il 9 aprile lungo la via Emilia in direzione di Bo­ logna e più a nord verso Argenta, con due gruppi di combattimento dell’eser­ cito italiano e largo appoggio di partigiani. La V armata si mosse il 14 apri­

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le dalle posizioni appenniniche mirando ad aggirare Bologna da ovest. La re­ sistenza tedesca fu accanita per i primi giorni, poi crollò. Il 21 aprile le trup­ pe alleate entrarono in Bologna con i partigiani; il giorno prima von Vieting­ hoff aveva ordinato la ritirata generale sul Po, contro gli ultimi ordini di Hitler. Era troppo tardi, il 23 aprile la V e l’VIII armata chiusero il cerchio intorno al grosso delle forze tedesche. Nei giorni seguenti le forze alleate di­ lagarono in tutta l’Italia settentrionale, mentre le truppe tedesche prima di arrendersi compivano un’ultima serie di massacri di civili. I partigiani si bat­ terono per entrare nelle città prima degli angloamericani; il 25 aprile diven­ ne poi il giorno simbolico della liberazione. In realtà la resa delle truppe te­ desche in Italia fu firmata il 29 aprile, ma i combattimenti si protrassero fi­ no al 2 maggio. Mussolini venne fucilato dai partigiani il 28 aprile, Hitler si suicidò il 30. La guerra in Europa si concluse l’8 maggio 1945. Nel quadro della seconda guerra mondiale la campagna d’Italia ebbe cer­ tamente un ruolo secondario. Le sue motivazioni strategiche essenziali era­ no già raggiunte alla fine dell’estate 1943 con la resa dell’Italia, l’apertura del Mediterraneo al traffico mercantile, la conquista degli aeroporti di Pu­ glia. Dopo di che il compito affidato alle truppe angloamericane fu sostan­ zialmente di impegnare e consumare forze tedesche, come consentiva l’ab­ bondanza di risorse degli alleati. La liberazione dell’Italia e le sorti della sua popolazione non avevano rilievo nei piani degli angloamericani, anche se è giusto riconoscere che gli aiuti americani salvarono le regioni centromeri­ dionali dalla fame e che la fiducia nell’arrivo degli alleati incoraggiò la cre­ scita della resistenza italiana. Nel suo rapporto finale sulla campagna il generale Alexander scrisse che le perdite alleate complessive ammontavano a 312000 uomini contro 536 000 tedeschi. Il totale delle perdite alleate sembra attendibile, ma non è possibile scomporlo in morti, prigionieri, feriti e malati ricuperabili o in­ validi. Le perdite tedesche includono il grosso dei prigionieri dell’aprile 1945; senza costoro, dovrebbero essere più o meno pari a quelle degli al­ leati. In termini puramente militari, il logoramento inflitto a una Germa­ nia ormai alle corde era stato effettivo. Si può naturalmente discutere se il prezzo pagato dagli alleati fosse accettabile. Ai caduti degli eserciti con­ trapposti bisogna comunque aggiungere circa diecimila civili massacrati dai tedeschi e circa quarantamila vittime dei bombardamenti aerei angloame­ ricani, per fermarci alle perdite direttamente riconducibili alle operazioni (gli italiani caduti per causa bellica dall’8 settembre 1943 al 1945 furono oltre 215 000). Nota bibliografica. La bibliografia di parte alleata sulla campagna d ’Italia è sterminata. Tutti gli eserciti coin­ volti hanno pubblicato relazioni ufficiali, studi e memorie, ma bisognerebbe tener conto di un arco assai più ampio di lavori. Ci limitiamo a segnalare le storie generali della campagna

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tradotte in italiano: D . Graham e S. Bidwell, La battaglia d ’Italia. 1943-1945 (1986), Rizzo­ li, Milano 1989; W . G. F. Jackson, La battaglia d ’Italia (1967), Baldini & Castoldi, Milano 1970; E. Morris, La guerra inutile. La campagna d ’Italia. 1943-1945 (1993), trad. it. di R. Rambelli, Longanesi, Milano 1995; G. A. Shepperd, La campagna d ’Italia. 1943-1945 (1968), Garzanti, Milano 1970. I due volumi migliori sono quelli di Shepperd (il più ricco e organi­ co) e di Graham-Bidwell. Il volume di Morris si segnala per un atteggiamento critico talvol­ ta eccessivo e per la superficialità e gli errori con cui tratta i partigiani. La produzione tedesca è più scarsa, e scarsissima quella tradotta in italiano, in sostanza edizioni ridotte delle memorie dei generali Albert Kesselring e Frido von Senger und Etterlin. Una felice eccezione sono gli studi di Gerhard Schreiber, a cominciare da La linea gotica nel­ la strategia tedesca, in G. Rochat, E. Santarelli e P. Sorcinelli (a cura di), Lìnea gotica 1944. Eserciti, popolazioni, partigiani, A tti del Convegno di Pesaro (27-29 settembre 1984), Insmli, Angeli, Milano 1986, pp. 25-67. Altri studi di Schreiber sono apparsi in riviste e atti di con­ vegni, come anticipazione di una sua storia generale della campagna dalla parte tedesca. La produzione italiana è ricca di contributi settoriali su singoli aspetti della campagna (dagli eccidi tedeschi alle azioni dei partigiani), quanto povera di studi specifici sulle opera­ zioni. Rinviamo soltanto al già citato volume G. Rochat, E. Santarelli e P. Sorcinelli (a cu­ ra di), Lìnea gotica 1944. Eserciti,popolazioni,partigiani.

NICO LA LABA NCA

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Le Forze armate italiane dopo l ’8 settembre. Fra il settembre 1943 e l’apri­ le 1945 alcune centinaia di migliaia di italiani operarono in reparti militari regolari del Regno del Sud, a fianco delle truppe anglostatunitensi. Una par­ te di loro combattè in prima persona per la liberazione della penisola. Sol­ dati, marinai, avieri presero così parte alla campagna d’Italia, nelle acque del Mediterraneo, nei cieli dei Balcani. Seppure subordinato e assai infe­ riore dal punto di vista quantitativo rispetto a quello delle armate angloa­ mericane, il loro fu un contributo politicamente e talora anche militarmente importante ai fini della liberazione della penisola. La valutazione politica e poi storiografica di quell’apporto è stata diversificata. La repubblica ha teso in genere a enfatizzarlo. Le Forze armate hanno cercato in quella fase storica l’estrinsecazione di una definitiva pre­ sa di distanza dal fascismo, per il quale pure avevano combattuto sino al lu­ glio 1943. Quell’apporto legittimava l’atto di nascita di un esercito diverso, anche se questo avrebbe assunto caratteri più definiti solo verso il 1948. Gli storici invece vi hanno letto sempre più la subordinazione della «cobellige­ ranza» del Regno del Sud rispetto agli alleati. In particolare già vent’anni fa Giorgio Rochat aveva ammonito a non «dimenticare o sottovalutare la crisi profonda che travolse le forze armate italiane» nel 1943-45, sugge­ rendo di ricercare gli «elementi di continuità e di rottura con le istituzioni militari dell’Italia fascista e poi dell’Italia repubblicana» [Rochat 1978]. Ciò non significa sottovalutare il tratto della discontinuità, nella stessa prospettiva della storia interna delle strutture militari e del rapporto fra isti­ tuzioni e società che esse esprimevano. Ché anzi l’esercito - dall’Unità sino ad allora quantitativamente e politicamente uno dei più importanti capi­ saldi dell’assetto statuale nazionale e unitario - fu tra il 1943 e il 1945 ri­ dotto a ruolo e a dimensioni quasi trascurabili (si pensi al ruolo che, dall’Unità, aveva avuto l’esercito come puntello della Corona e come strumen­ to a garanzia dell’ordine pubblico), nonché assoggettato a duro controllo straniero. Si trattava però di una discontinuità tanto forte quanto subita, causata dal peso dell’eccezionale duplice sconfitta (nella guerra fascista e all’8 settembre) più che da una qualche autonoma volontà di rompere con il passato. Peraltro proprio le vicende di quei difficili mesi - anche se in ambiti po­

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co ricordati dalle rituali celebrazioni o dalla storiografia più tradizionale rivelarono ancora una volta la forza propria e peculiare delle istituzioni mi­ litari nazionali. Si pensi alla capacità con cui le Forze armate tennero e man­ tennero alle armi quelle centinaia di migliaia di italiani, in un momento in cui gran parte dello stato nazionale subiva al Sud un indebolimento o una sospensione. O si pensi al tentativo (avversato da più parti, dal movimento della resistenza a quello del «tutti a c asa») e per certi versi alla capacità - in un momento in cui la radicalità della Resistenza era capace di rimettere in di­ scussione le sorti del paese - di restaurare più antichi valori e prassi di sot­ tomissione alle istituzioni dello stato: uno stato certo lambito, investito, an­ che intaccato dalle novità e dalla radicale contestazione di quegli anni (si pensi, nel nostro ambito, all’esperienza dei partigiani irregolari immessi nel­ le file regolari dei Gruppi di combattimento del 1944-45) ma a esse tutto sommato sopravvissuto, in un’ottica appunto di trasformazione ma soprat­ tutto di continuità. E proprio su tale continuità che si dovrà riflettere in se­ de di giudizio finale non solo dell’apporto dei reparti regolari del Regno del Sud alla guerra di liberazione ma del rapporto fra questi e la Resistenza. All’indomani dell’armistizio e nei mesi successivi il Regno del Sud po­ teva mettere in campo forse seicentomila uomini delle sue diverse forze ar­ mate. Il crollo numerico rispetto al passato ancora vicino della guerra fa­ scista era notevole. Il solo esercito dell’Italia fascista contava, alla primavera 1943, grosso modo su 3 500 000 uomini (di cui almeno mezzo milione di reclute appena chiamate afle armi) e 150 000 ufficiali: fra tutti 2 000 000 in patria, 650 000 nei Balcani, forse 200 000 tra Francia e Corsica (a essi si aggiungevano più di 600 000, prigionieri, in mano degli anglostatunitensi e dei sovietici). Nei giorni convulsi successivi all’8 settembre, l’esercito tedesco ne avrebbe di­ sarmato forse un milione, incamerandone direttamente una quota, perden­ done il controllo di forse duecentomila e deportandone - come «internati militari italiani» - il resto. Fra gli altri chi potè, e volle, andò a casa: degli “sbandati” solo una piccola parte fu recuperata e, anche nel corso dei me­ si, riportata (ma rimasta?) ai reparti. Di queste truppe i comandi militari italiani non avevano piena e imme­ diata disponibilità, per ragioni tanto geografiche quanto diplomatico-mili­ tari. All’indomani dell’8 settembre la maggior parte di esse era dislocata nelle isole (e si tenga presente che sino al febbraio 1944 la potestà statuale del Regno si esercitava sulla Puglia meridionale e sulla Sardegna, c ui solo nel febbraio 1944 furono aggiunte la Sicilia, la Calabria, la Lucania e la Campania sino a Salerno, completate nell’estate sino a Roma). Inoltre gli al­ leati controllavano da presso la ricostituzione dei reparti militari grazie alle clausole armistiziali (che lasciavano a essi la facoltà di determinare il nu­ mero e la consistenza delle unità militari italiane, e non solo di quelle com­ battenti) e alla concreta offerta di mezzi militari, logistici e alimentari a un’Italia prima nemica e sconfitta e ora «cobelligerante». E agli alleati ser­ viva una sicura manovalanza più che truppe combattenti senza munizioni

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e di cui, battute nella guerra fascista e poi all’8 settembre disarmate dai te­ deschi o dispersesi, al fondo si fidavano poco. Il generale Ber ardi, capo di stato maggiore dell’esercito, scrisse più tardi nelle proprie memorie di aver dovuto assistere impotente alla riduzione dell’esercito italiano del Sud «al livello di un esercito di colore». La marina e l ’aeronautica. Una situazione solo in parte analoga era quel­ la della marina militare. Essa era stata il pegno militare forse più inaspettato ma anche il più rilevante fra quelli ottenuti dagli alleati con P8 settembre: per dare un’idea del pregio di quel pegno si ricorderà che erano allora presenti 6800 ufficiali di marina, per un terzo in servizio permanente effettivo (e nel complesso un terzo di quelli in servizio all’armistizio), e 76 000 marinai (me­ no della metà imbarcati, gli altri a terra, una parte con destinazioni di carat­ tere bellico, la maggior parte addetti ai servizi). Soprattutto, oltre agli uomini, erano passate in mano anglostatunitense circa 260 000 tonnellate di naviglio militare, delle 400 000 (di cui però un terzo per unità non pronte all’impie­ go) che costituivano la marina militare italiana alla data dell’armistizio (le re­ stanti erano rimaste ai tedeschi o, in prevalenza, si erano autoaffondate o per­ dute in combattimento). Navi e uomini furono impiegati in missioni diverse: da quelle più propriamente di guerra o comunque speciali alle attività anti­ sommergibile, da quelle di dragaggio e di scorta convogli a quelle di traspor­ to e di addestramento, soprattutto nel Mediterraneo e in Adriatico, ma an­ che nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano. Ma il guadagno maggiore, per par­ te degli alleati, consistette forse non tanto in quest’apporto effettivamente operativo e attivo, quanto nella certezza di aver eliminato un potenziale fa­ stidioso avversario in quel Mediterraneo che, pur declassato a scacchiere non prioritario dopo lo sbarco in Normandia, aveva comunque una sua impor­ tanza per Londra come per Washington. Come accadde anche per le altre Forze armate italiane, non sempre i massimi comandi del Sud colsero con prontezza, dopo l’8 settembre, l’en­ tità del crollo del ruolo della marina. L’allora capo di stato maggiore so­ gnava di allestire reparti molto più grandi e operativi di quanto era effetti­ vamente in suo potere e di quanto gli alleati erano disposti a concedere. Non è forse senza significato che, ancora un paio di anni dopo la fine del­ la guerra, nel ringraziare l’omologo della marina italiana, il capo di stato maggiore della marina statunitense ricordava «i servizi resi [dalla marina militare del Regno del Sud] alle forze operanti alleate sia a terra che a bor­ do» (e qui l’ordine di precedenza è importante). E anche recentemente si è messa in evidenza la «modesta ma preziosa opera di appoggio delle opera­ zioni terrestri svolte dalle navi e la altrettanto modesta opera svolta a ter­ ra dall’organizzazione tecnico-logistica della Marina militare». Contenuto fu anche l’apporto che alla guerra alleata venne dal passag­ gio al Sud di una parte dell’aeronautica italiana. Della forte arma aerea per cui si erano battuti Balbo e Douhet (più di 3700 velivoli al giugno 1940, cui si erano aggiunti quasi 6600 nel corso della guerra) erano rimasti alla vigi­

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lia dell’8 settembre poco più di 2000 aerei, di cui efficienti forse 800 (com­ presi quelli delle aviazioni leggere dell’esercito e della marina), divisi fra caccia, trasporto e bombardamento, e idrovolanti; cospicuo il personale, circa 180 000 uomini. A metà settembre 1943 erano rimasti o erano ripa­ rati nei territori controllati dal Regno del Sud poco più di 200 velivoli, la metà dei quali in efficienza; a fine dicembre erano 278, di cui 194 pronti al volo. In un quadro così poco esaltante il fatto più significativo, e che è stato considerato uno dei primi segni formali da parte alleata di voler dav­ vero implementare la cobelligeranza italiana, fu la consegna all’aeronauti­ ca del Sud di un certo numero di velivoli inglesi e statunitensi che, per quan­ to non aggiornatissimi, furono assai bene accolti dagli italiani. Fu così pos­ sibile per l’arma azzurra contare alla fine delle ostilità quasi 450 velivoli, di cui però solo 236 in efficienza, e 31 000 uomini, di cui 7000 alle dipendenze esclusive dei comandi alleati e 9000 inquadrati in battaglioni a terra addetti a compiti di mera manovalanza. Lo scacchiere in cui quest’aeronautica fu più impiegata fu quello dei Bal­ cani, dove - preso il volo dalle basi pugliesi - i velivoli operarono in sup­ porto di reparti partigiani e regolari iugoslavi, alleati e italiani. Gli alleati tennero infatti a non impiegare l’aeronautica italiana sul cielo della peni­ sola, dove d’altronde - vista la debolezza della Luftwaffe - erano più che sufficienti i mezzi da caccia e soprattutto da bombardamento anglostatu­ nitensi. Il tipo di attività svolta dalle forze aeree del Sud risulta evidente anche dalle statistiche ufficiali, che parlano per il 1943-45 di circa undici­ mila voli con ventiquattromila ore di volo a carattere più o meno bellico, ma anche oltre dodicimila ore di volo a carattere non direttamente bellico (logistico, trasporto ecc.). In conclusione per marina e aeronautica da un punto di vista storico (le medaglie e i riconoscimenti post factum elargite dalla repubblica sono altra cosa) non è infondato sostenere che - in parte forzatamente per il carattere di queste forze armate in parte per le scelte generali dei comandi alleati - il loro apporto alla guerra di liberazione fu logistico non meno che combat­ tente. (Altra cosa, è ovvio, fu l’attività di organizzazione di piccoli reparti che operarono sulla linea del fronte o in missioni speciali, al di là delle linee stesse, in diretta collaborazione con nuclei di partigianato; e altra cosa an­ cora, per quanto le istituzioni cercarono poi di appropriarsene il merito, fu­ rono le scelte individuali di ufficiali o soldati, di marinai o avieri, che, indivi­ dualmente, trovandosi in territorio occupato, decisero di far parte del mo­ vimento di resistenza e salirono in montagna. In questi casi il rapporto fu diretto, ma le istituzioni militari in quanto tali vi ebbero poca influenza). La crisi dell’esercito. Analogamente potrebbe dirsi per l’attività di altri corpi militari, che qui è possibile poco più che menzionare, come carabi­ nieri e Guardia di finanza (al marzo 1944, solo per avere un’idea della con­ sistenza, rispettivamente più di ventitremila e settemila uomini nel Regno del Sud). Essi operarono nel 1943-45 nelle retrovie ma - come istituzione -

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all’interno dei normali compiti d’istituto e di mantenimento dell’ordine pubblico. In buona parte diverso è invece il discorso per l’esercito. È qui possibi­ le essere più analitici sia per la maggiore rilevanza storica sia per la mag­ giore - per quanto ancora niente affatto definitiva - disponibilità di studi e documentazione. Il caso dell’esercito del Regno del Sud è infatti esem­ plare della crisi che attraversò in quegli anni le Forze armate, della subor­ dinazione dell’Italia del Sud rispetto agli alleati, dei fermenti rinnovatori ma anche della continuità di uomini e idee rispetto al passato. Della quantità di uomini recuperati si è già detto. Si trattava di unità in gran parte demoralizzate, scarsamente armate, spesso frutto di amalgama di più reparti discioltisi. Come e ancor più che per le altre forze armate agli alleati premeva farne soprattutto unità logistiche, mentre i comandi italia­ ni premevano perché almeno un’aliquota fosse dichiarata combattente (e armata come tale, vista la grande penuria di mezzi al Sud, dagli stessi al­ leati). Si trattava di uomini anche difficilmente radunabili se, ancora al gen­ naio 1944, dei circa 360 000 disponibili (di cui 20 000 ufficiali) tuttora la metà si trovava in Sardegna. Nonostante questo le priorità degli alleati era­ no chiare: se alla fine del 1943 le truppe italiane ausiliarie erano 95 000, al­ la fine del 1944 erano salite a 164 000 e allo scadere delle ostilità a 195 000. A tale prevalente quantità andrebbe aggiunta un’aliquota, assai notevole in rapporto al totale residuo dei militari italiani, che fu impiegata in compiti amministrativi e a tutela dell’ordine pubblico. Si parla di circa 150 000 uo­ mini all’aprile 1945. C’era in questo la volontà alleata di limitare la rico­ stituzione e di non armare più di un certo numero di reparti combattenti italiani. Ma è difficile non leggere in queste cifre anche la rinnovata espres­ sione di una lunga tradizione militare italiana, portata a sopravvalutare in tempo di guerra - per ragioni tanto politiche quanto di conservatorismo professionale - la quota di uomini lasciata, a presidio, in patria. I militari italiani effettivamente combattenti furono quindi un’aliquota minoritaria del totale del contingente disponibile. Essi furono inquadrati in unità diverse nei nomi e nelle funzioni. Alla fine del settembre 1943, in pre­ visione della dichiarazione di guerra alla Germania, gli alleati non autoriz­ zarono che la costituzione di un I raggruppamento motorizzato, della forza nominale di cinquemila uomini. Tale consistenza fu poi portata, con qual­ che forzatura e stratagemma da parte degli alti comandi italiani, a novemila. Il raggruppamento conobbe un battesimo del fuoco, invero non fortuna­ to, e poi un più meditato impiego nel dicembre, fra Montelungo e Monte Marrone, non lontani da Cassino. Il numero delle perdite, lo stato di de­ moralizzazione delle truppe e degli ufficiali, la penuria di mezzi convinsero il comandante a richiedere agli alleati di ritirare il reparto dalla prima linea: cosa che questi fecero, mentre i comandi italiani provvedevano a sostituire l’alto ufficiale. Al più tardi alla fine del marzo 1944 il raggruppamento mo­ torizzato fu comunque sciolto e nacque il Corpo italiano di liberazione (Cil), con forza autorizzata di venticinquemila uomini e con la perdita del carat­

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tere della motorizzazione, non facile da mantenere per un Regno del Sud co­ si povero in termini di mezzi, di risorse, di combustibile ecc. Il Cil fu fatto operare, con maggior successo ma anche in teatri e in combattimenti che non previdero più l’impiego a massa, sul versante adriatico della campagna d’Ita­ lia: da Lanciano a Chieti all’Aquila, per poi convergere su Teramo e da lì verso Macerata, Filottrano, Jesi e Urbino. Solo alla fine del luglio 1944 - do­ po la liberazione di Roma e nel quadro di una campagna d’Italia ormai chia­ ramente secondaria rispetto al fronte di Normandia - gli alleati autorizza­ rono la costituzione di sei Gruppi di combattimento (cui fu dato il nome di Cremona, Friuli, Folgore, Legnano, Mantova e Piceno: ma quest’ultimo, per penuria di uomini e di mezzi, fu ridotto poi a centro di addestramento). Ta­ li corpi, in pratica delle divisioni leggere, avrebbero contato fra tutti più di cinquantamila uomini e, soprattutto, sarebbero stati impiegati in prima li­ nea nello sforzo finale della primavera 1945 contro e al di là della linea Go­ tica, nel settore emiliano-romagnolo, da un lato verso Portomaggiore, Codigoro e Venezia, dall’altro verso Imola, Bologna, Modena, Mantova e Vero­ na, in operazioni più marcatamente di movimento e penetrazione. L’importanza politica e diplomatica del fatto che il Regno del Sud schie­ rasse truppe combattenti, anche se all’inizio minuscole, fu in sé notevole e non abbisogna qui di ulteriori sottolineature: gli alti comandi italiani di Brindisi, Salerno e poi Roma potevano sperare di far leva su queste realtà militari per superare le clausole più dure dell’armistizio e dare vita alla di­ plomaticamente maldefinita «cobelligeranza». Ma la questione era dibat­ tuta già al tempo: sarebbero bastati a tutto ciò, sostenevano i più critici, poche migliaia di uomini in divise «lacere» e nemmeno in grigioverde, co­ me si rammaricava lo stesso capo di stato maggiore dell’esercito del tempo ? In ogni caso non è sufficiente a dare un quadro dell’apporto militare ita­ liano alla campagna d’Italia e della sua rilevanza, né ricordare la limitatez­ za dei reparti regolari combattenti rispetto a quelli ausiliari o comunque te­ nuti indietro, né indicare il carattere secondario dei teatri in cui gli alleati decisero che essi fossero impiegati. Assai importante è l’analisi interna del­ la composizione e della vita di questi stessi reparti. La demoralizzazione era diffusa. Soldati e ufficiali, in forme diverse, so­ prattutto nei primissimi mesi dopo l’8 settembre, si chiedevano per chi e perché combattere. La penuria di mezzi e un avaro controllo degli alleati riducevano le possibilità operative. Nonostante che gli alti comandi aves­ sero predisposto che i reparti combattenti fossero formati prevalentemen­ te di uomini provenienti dalle regioni ancora sotto il tallone nazifascista, la demoralizzazione, l’assenza di iniziativa e persino le diserzioni (eufemisti­ camente definite «assenze arbitrarie») costituivano il problema principale e quotidiano degli ufficiali. Forze armate e Resistenza :una coesistenza difficile. Se la situazione mutò, fu prima per condizioni oggettive esterne (il delinearsi, col passare del tem­ po, della guerra di liberazione nazionale; lo sviluppo della lotta politica dal

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primo governo Badoglio alla svolta di Salerno sino al governo Bonomi; la trasformazione delle unità combattenti italiane e il loro effettivo impiego; le m i g l i o r i e nell’approvvigionamento e nell’alimentazione; l’armamento con­ cesso da parte degli alleati ecc.) che per scelte interne dei comandi. Non è inutile ricordare che sempre in quei primi mesi ci fu chi, in reparto o dai supremi comandi, pensò al ripristino dell’antica maniera forte: fucilazioni e persino decimazioni. E presto tornarono a funzionare i Tribunali milita­ ri, a conferma di un’eredità antica nella gestione dei reparti da parte delle istituzioni militari italiane. Detto questo non dovrebbe essere dimenticato che - tutto sommato buona parte dei soldati inseriti in queste formazioni combattenti doveva considerarsi e deve essere oggi considerato come un volontario. Dopo l’8 settembre e in un Regno del Sud che né voleva né poteva combattere a fon­ do l’imboscamento e le diserzioni, il rimanere in linea era comunque una scelta. Una scelta certo diversificata a seconda dei casi, dei soggetti e dei momenti (consapevole impegno, passiva permanenza in ruoli precedenti, speranza che tutto finisse al più presto, garanzia di un - seppur minimo reddito quotidiano, spirito di avventura), ma comunque una scelta. Il clima nelle unità, per quelle condizioni esterne di cui si è detto, co­ minciò a mutare con il Cil e soprattutto, dopo la liberazione della Toscana e delle altre regioni del Centro Italia sotto la linea Gotica, con l’inserimento nei Gruppi di combattimento di reparti (ancorché frazionati) di ex parti­ giani. Nel quadro della nuova atmosfera politica intervenuta nel paese do­ po la liberazione di Roma e mentre venivano apportate le prime migliorie nella vita dei reparti, contraddittoriamente dal basso si cercò di creare quell’amalgama tra forze regolari e forze irregolari, tra soldati e partigiani che era sempre stata nel programma militare delle forze democratiche ita­ liane, dalle lotte risorgimentali in poi. L’istituzione militare faceva resistenza e lo scontro di mentalità non po­ teva essere più radicale fra partigiani discesi dalle montagne e ufficiali mo­ narchici che cercavano di rimettere in sesto un esercito. Gran parte degli ufficiali non comprendeva, come scrisse il capo di stato maggiore dell’eser­ cito del tempo, che fosse «discussa la bandiera, discussa la preghiera per il re, discussi i generali, discussa la disciplina, discussa la diserzione». L’ap­ porto degli ex partigiani fu quindi contrastato più che facilitato e - finita la guerra - essi furono in gran parte allontanati dall’esercito, nel quale pu­ re alcuni avevano espresso intenzione di rimanere, dirottati sulla polizia, e anche qui emarginati. La loro esperienza marcò una soluzione di continuità all’interno dell’istituzione militare e indicò un «contributo di riforma dell’esercito»: ma alla fine dei conti fu un contributo non solo non valo­ rizzato ma proprio trascurato. Il m olo dell’esercito nel Regno del Sud. Di tutte queste contraddizioni del 1943-45 quello che l’istituzione ritenne nell’immediato dopoguerra e poi sempre più negli anni della Guerra fredda - passando così dagH eventi

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alla memoria ufficiale e all’uso pubblico della storia - fu il «continuista» motto dell’esercito che fa il suo dovere, in maniera indifferenziata, sotto ogni regime e bandiera; a questo si affiancò, più tardi, grosso modo a par­ tire dagli anni settanta, nel quadro politico di una trasformazione civile dell’Italia e di una riforma che si pensava radicale delle Forze armate, la ri­ vendicazione di un contributo attivo e consapevole dell’esercito del Regno del Sud e dei suoi soldati alla liberazione dell’Italia, in un’ottica ideologica di concordia tra forze armate regolari e partigianato. Una tale interpreta­ zione fu seriamente messa in discussione, a livello storiografico, solo nella seconda metà degli anni settanta. Da questi studi più recenti, e dalla documentazione prodotta, almeno tre considerazioni conclusive paiono possibili. La prima concerne il Regno del Sud dopo l’armistizio e la sua assai ristretta autonomia diplomatica e politica, persino dopo la dichiarazione di guerra alla Germania. Una seconda considerazione riguarda, anche per conseguenza della prima, la ridotta esten­ sione delle sue forze armate in valori relativi (rispetto al vicino passato del­ la guerra fascista) e assoluti, e quindi la radicalità della crisi di ruolo delle forze armate del Regno del Sud. La terza e ultima considerazione riguarda la comparabilità di un apporto militare italiano cosi ridimensionato e cosi angustamente controllato dagli alleati. In particolare, si è talora avanzato l’accostamento del caso italiano badogliano a quello francese degaullista (un accostamento che coinvolge poi un giudizio sul rapporto fra Regno del Sud e Resistenza). In realtà tale pa­ ragone è affatto improprio. Diversa era la caratura degli uomini (nessun ge­ nerale italiano potè essere paragonato per meriti politici a un De Gaulle o per fama militare a un Ledere); diversa era la considerazione diplomatica di parte alleata, fra un’Italia che era comunque una potenza già avversaria e sconfitta, anche se adesso cobelligerante, e una Francia vittima dell’oc­ cupazione nazifascista; diverso era, infine, l’apporto militare. Se De Gaulle volle e fu autorizzato a creare un complesso militare che alla liberazione del­ la Francia contava assai più di un milione di uomini, in gran parte operati­ vi e combattenti, a Vittorio Emanuele III e ai suoi governanti, da Badoglio a Bonomi, gli alleati concessero la possibilità di armare la metà di uomini e di portarne in prima linea, e solo negli ultimi mesi dello sforzo finale, for­ se sessantamila. La presenza a Berlino fra i vincitori, il 9 maggio 1945, del generale francese De Lattre de Tassigny (e di Ledere de Hauteclocque al­ la firma della capitolazione giapponese il 2 settembre successivo) e la par­ tecipazione di reparti francesi alla stessa liberazione della capitale erano atti nemmeno pensabili nei confronti dei militari del Regno del Sud, i*cui reparti operativi furono anzi simbolicamente tenuti per quanto possibile lontani dall’ingresso in Roma liberata nel giugno 1944. Ciò non vuol dire considerare prive di interesse le vicende italiane o as­ solvere preventivamente la classe dirigente politica e militare del Regno del Sud e annullarne le specifiche responsabilità (come sembra leggersi per certi versi in taluni pur importanti e documentati studi recenti, dall’impostazione

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Gruppo Cremona

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revisionistica, sulla storia diplomatica del Regno del Sud dopo l’8 settembre) ma semplicemente contestualizzare dall’esterno le vicende di cui si è detto. Se a tali limiti esterni si aggiunge infatti la notazione circa la forza del­ la continuità dell’apparato militare rispetto alle sue tradizioni precedenti, nonostante i radicali mutamenti degli anni della Resistenza e i forti tenta­ tivi di riforma tentati già in quei mesi dall’interno (e il pensiero va soprat­ tutto all’immissione di volontari ex partigiani nelle file regolari dei Grup­ pi di combattimento), si avrà una più esatta considerazione del rilievo sto­ rico importante ma ridotto - rispetto a quello decisivo del movimento di resistenza - dell’apporto dello stato monarchico-badogliano ai fini della li­ berazione e delle sorti successive d’Italia. Nota bibliografica. P. Berardi, Memorie di un capo di stato maggiore dell’esercito (1943-1945), Ocpu, Bologna 1954; G. Boatti, Un contributo alla riforma delle forze armate nel 19 44-45 :l’esperienza del grup­ po di combattimento «Cremona», in «Italia contemporanea», n. 122 (1976); G. Conti, I l pri­ mo raggruppamento motorizzato, prefazione di R. D e Felice, Ufficio storico dello stato mag­ giore dell’esercito, Roma 1984; S. E. Crapanzano, I I I raggruppamento m otorizzato italiano (1943-1944). Narrazione, documenti, Ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito, Roma 1949; G. Fioravanzo, La Marina dall’8 settembre 1943 alla fine del conflitto, U fficio storico del­ lo stato maggiore della marina militare, Roma 1963 («La Marina italiana nella seconda guerra mondiale», voi. XV); Igruppi di combattimento, Ufficio storico dello stato maggiore dell’eser­ cito, Roma 1950; Il corpo italiano di liberazione, Ufficio storico dello stato maggiore dell’eserci­ to, Roma 1950; Le unità ausiliarie dell’esercito italiano nella guerra di liberazione, U fficio stori­ co dello stato maggiore dell’esercito, Roma 1977; A. Lodi, L ’aeronautica italiana nella guerra di liberazione. 1943-1945, U fficio storico dello stato maggiore dell’aeronautica militare, Ro­ ma 1950; L. Rizzi, L ’esercito italiano nella guerra di liberazione, in «Il movimento di libera­ zione in Italia», n. 135 (1979); G. Rochat, La crisi delle forze armate. 1943-1945, in «Rivista di storia contemporanea», n. 3 (1978), ora in Id ., L ’esercito italiano in pace e in guerra. Studi di storia militare, Rara, Milano 1991 ; Id ., La Resistenza militare nell’eloquenza dei numeri, in « Sto­ ria e memoria», V (1996), n. 2.

FREDIANO SESSI

Gruppo Cremona L a divisio n e C rem ona, un ità d e ll’esercito ita lia n o d i stanza in C orsica, l ’8 se tte m ­ bre d e l 1 9 4 3 , à ’intesa con i l com an do d e lle truppe fra n cesi, che a vevan o c o m in cia to lo sbarco s u ll’isola f in d a l 13 se tte m b re , e la b o rò un p ia n o p e r la c o m p le ta lib e ra zio n e d e ll’isola d a lle truppe tedesche. A lla fin e d i se ttem b re, la divisio n e si trasferì in Sarde­ l l a d o v e rim ase f in o ai p rim i d i settem b re d e l 1 9 4 4 , occu pandosi dei se rv izi d i ordine p u b b lic o , vigilan za, m a n ovala n za, n o n ch é della sua riorgan izzazion e m ilita re. Trasferita sul continente il 2 5 settembre 1 9 4 4 , la divisione, al comando del genera­

le di brigata Clemente Primieri, assunse il nome di Gruppo di combattimento e si ordinò

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Parte prima

su d u e reggim enti d i fa n te ria , un reggim ento d i artiglieria e reparti com plem en tari con un organico che p reved eva 4 3 2 u fficia li e 8 5 7 8 tra so ttu fficia li e u o m in i della truppa. In realtà, seppure m anchino ancora d a ti certi su l nu m ero reale d i m ilita ri in fo r z a a l rag­ gru ppam ento, alla fin e d e l 1 9 4 4 i l com an dan te della C rem ona denun ciava la m ancan­ za d i alm en o 1 4 0 0 u o m in i p e r coprire i l fa b b iso g n o m in im o d e ll’un ità. P arte d e ll’V i l i arm ata brita n n ica, guidata d a l generale M cC reery, i l 3 gennaio 1 9 4 5 i l G ru ppo d i c o m b a ttim e n to C rem ona ricevette l ’ordine d i portarsi su lle p o sizio n i d e l fro n te a n ord d i R aven n a , p e r m ettersi a lle dip en d en ze d e l I corpo d ’arm ata canadese. Tra i l 12 e i l 14 gennaio, la C rem ona so stitu ì un ità della I d ivisio n e canadese su un fro n te d i circa 1 5 ch ilo m e tri, lim ita to a o rien te d a l m are e a o ccid e n te da lla fe rro via A lfon sin e-R aven n a . P o co lon tan o c ’era la brigata G a rib a ld i M ario G o rd in i, com an da­ ta da A rrigo B o ld rin i. S u lfr o n te o p p o sto , la j i o “ d ivisio n e tedesca, giu n ta da lla N orvegia , e la 1 1 4 “ d iv i­ sio n e Jaeger. Fin da su b ito la C rem ona s u b ì m o lte p e rd ite , d o v u te anche alla eccessiva lunghezza d e lfr o n te , in rela zion e agli e ffe ttiv i della truppa. C osi i l generale P rim ieri o tten n e un ac­ corciam en to della linea d e l fro n te d i 5 ch ilo m etri e i l sostegno d i 1 8 0 partigia n i, della p ro v ìn c ia d i Perugia. E tu tta via i l nu m ero degli u o m in i ancora non bastava. A partire da fe b b ra io , si aggregarono a lla C rem ona v o lo n ta ri d i varie età e d estrazion e so cia le, in m assim a p a rte ex g aribaldin i, a ccom u n a ti d a l desiderio d i com b a ttere p e r affrettare la li­ b era zion e d e ll’Ita lia . In ta l m o d o , i vo lo n ta ri rappresentarono oltre i l cin qu an ta p e r cen­ to d e ll’organico com plessivo della C rem ona e ne co stitu iro n o l ’elem en to d e cisiv o . In ogni reparto f u designato un responsabile che affiancava l ’u fficiale com a n d an te. V enne cosi a fo rm a rsi un vero e pro p rio com an do om b ra partig ian o a ll’interno d ella C rem ona. C o si rafforzato, i l gruppo d i c o m b a ttim e n to partecipò a diverse a zio n i d i guerra, in ­ calzan do le truppe n em ich e e liberan do diverse c ittà , q u a li A d ria , C avarzere, C hioggia, M estre, f in o a incontrarsi a V enezia con u n ità inglesi giu n te d a l m are. In 1 0 8 giorni d i guerra, i l G ru ppo C rem ona e b b e co m p lessivam en te 1 7 8 m o rti, fra cu i 13 u fficia li, 6 0 5 fe r iti, fra c u i 2 9 u fficia li, e 8 0 dispersi, m o lto p ro b a b ilm e n te ca­ d u ti, tra i q u a li 2 u fficia li. Tra i n em ici, fe c e 3 2 5 6 prigion ieri.

M A R IO GIO VANA

Guerra partigiana

La nascita àel movimento partigiano. L’armistizio dell’8 settembre 1943 e la conseguente crisi non soltanto dell’apparato militare regio ma dell’in­ tera struttura dei poteri statali, non coincisero con il manifestarsi della guer­ ra partigiana nel Centro-nord d’Italia. Tra l’annuncio della firma dell’atto armistiziale e le decisioni inerenti l’avvio della guerriglia e delle varie for­ me in cui si articolò la Resistenza dei venti mesi, intercorsero alcuni giorni di convulsi tentativi da parte degli antifascisti e anche di singoli apparte­ nenti alle forze armate per arginare lo sbandamento nell’esercito e convin­ cere i comandi delle unità ad assumere atteggiamenti di difesa contro i mo­ vimenti aggressivi della Wehrmacht fruendo dell’appoggio dei civili arma­ ti dagli stessi comandi. Già dalle settimane successive al 25 luglio 1943, quando si era delineata l’eventualità di un movimento di occupazione te­ desco, convalidata dall’afflusso continuo di truppe naziste dal Brennero e dalla loro dislocazione in posizioni strategiche attorno ai dispositivi milita­ ri italiani, i partiti antifascisti del Fronte nazionale avevano operato in que­ sta prospettiva: i loro sforzi, e le loro direttive interne per i militanti, era­ no stati improntati alla linea di appoggio alle Forze armate per la paventa­ ta emergenza, e le iniziative di mobilitazione di base - tipica quella del tentativo di costituzione in alcuni grandi centri della Guardia nazionale erano state orientate nell’ottica di fare appello al concorso di civili in schie­ ramenti difensivi predisposti e diretti dai comandi militari. La decisione di intraprendere la guerra partigiana intervenne quando le sollecitazioni all’ini­ ziativa di questi comandi si rivelò priva di esiti positivi, mentre si compiva la disintegrazione dei reparti ed emergeva senza possibilità di equivoco che l’organismo militare non avrebbe posto in essere alcuna misura per tenta­ re dì bloccare, o quanto meno ritardare, il contropiede nazista, salvando co­ sì anche il proprio onore e la propria dignità. Nei medesimi episodi di rag­ gruppamenti di ex appartenenti alle forze armate all’indomani dell’8 set­ tembre, con intenzioni di opporsi armi alla mano ai tedeschi, non era sempre già collettivamente matura la scelta della guerra partigiana. Il nucleo di mi­ litari, per lo più appartenenti alla disciolta IV armata del generale Vercelli­ no, subito radunatisi a Boves, nei pressi di Cuneo, con evidente spirito di rifiuto della resa, comprendeva presumibilmente una maggioranza incer­ ta e disorientata di fronte alle prospettive da conferire al proprio gesto; e,

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Parte prima

difatti, la banda partigiana che sorgerà dal suo seno dopo il primo attac­ co tedesco del 19 settembre '43, inquadrerà unicamente un’aliquota del primitivo assembramento, abbandonato da una buona percentuale degli ex militari. Il proposito dei circa milleseicento fra militari, civili (la maggio­ ranza, milleduecento) ed ex prigionieri alleati radunati a Bosco Martese, vi­ cino a Teramo, in Abruzzo, da alcuni ufficiali effettivi, era di resistere fi­ no al sopraggiungere delle truppe alleate; attaccato dai tedeschi il 26 set­ tembre, e sopraffatto dalla superiorità numerica del nemico dopo una strenua lotta di tre giorni, il raggruppamento si scioglieva, sia pure fornen­ do alla guerra partigiana che si svilupperà nella zona la maggioranza dei suoi quadri. Nel Comitato militare unitario costituito a Milano alle dipendenze di quello che diverrà il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai) si confrontarono, dall’inizio dell’autunno al dicembre del '43, due differenti impostazioni da conferire alla guerra partigiana. Da un lato Ferruccio Parri, rappresentante delle unità che stavano dando vita alle formazioni Giu­ stizia e libertà (Gl), sosteneva l’esigenza di un assetto militare ricalcato an­ che gerarchicamente sul modello tradizionale dell’esercito, integrato da vo­ lontari civili, con tempi relativamente lunghi di organizzazione della propria operatività; un esercito - come è stato rilevato - «patriottico» e non «par­ tigiano», nazionale, democratico, ma non «politicizzato», che certo acco­ gliesse i politici ma tentasse soprattutto di inquadrare soldati e ufficiali del disciolto organismo regio [De Luna 1987, p. 64]. Una concezione che po­ stulava un complesso e graduale processo di unificazione dei nuclei, di ap­ parati logistici e di servizi bene registrati e di pronta efficienza, per un “eser­ cito” i cui criteri bellici dovevano essere di prevalenti attività affidate a pic­ coli nuclei di sabotatori e di incursori finché le offensive alleate non avessero reso opportuno l’intervento di unità più consistenti. Sul versante opposto, i comunisti ponevano l’esigenza di una guerriglia immediata, facendo appello al volontariato popolare, evitando ogni irrigidimento in schemi organizzati­ vi di stampo militare tradizionale, in piena autonomia tattica degli attori, radicati sul territorio e nella società da cui doveva trarre le loro risorse, i con­ sensi e i sostegni. La realtà medesima della situazione superava la concezio­ ne di Parri; sia perché i residui dell’esercito regio si dissolvevano compietamente, sia perché le bande che sorgevano dovevano affidare la loro soprav­ vivenza alla rapida capacità e possibilità di armarsi e autoalimentarsi nelle aree di insediamento, in un paesaggio nel quale tedeschi e fascisti tendeva­ no a esercitare controlli oltremodo stretti sulle comunicazioni e sulle risor­ se, sia, ancora, perché le bande partigiane sorgevano spontaneamente per lo più a opera di civili “politicizzati”, richiamavano militari scottati dalle espe­ rienze sotto le vecchie formule e le vecchie gerarchie e soprattutto giovani animati da volontà di lotta ma alieni dal sottoporsi ai vincoli formali delle screditate gerarchie dell’esercito. Il disegno iniziale di Parri era dunque ri­ duttivo e irrealistico perché, anzitutto, riduceva il valore eminentemente po­ litico della ribellione popolare a formule di tecnica organizzativa militare;

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inoltre, si prestava a fornire alibi a obliqui progetti di attendismo che si de­ lineavano sotto pretesti di necessità di consolidamento organizzativo in ta­ lune iniziative di ex ufficiali superiori delle Forze armate, talora non esenti da intenti di compromessi e tregue col nemico, nonché, in certi casi, di con­ temporanea lotta contro i comunisti (secondo quanto accadeva in Piemonte con la rete di militari facente capo all’ex intendente della IV armata, gene­ rale Piero Operti, per questo destituito dal comando delle formazioni re­ gionali e incriminato). Infine, una piattaforma del genere minacciava di ri­ durre il movimento a mera appendice tattica dello scacchiere angloamerica­ no, svuotandolo di ogni contenuto autentico di moto popolare, espressione anche di istanze profonde di rinnovamento politico, sociale e culturale. Ben presto, per la spinta stessa dei fatti, Parri accolse e fece proprio il punto di vista dei comunisti sostenuto da Luigi Longo, comandante delle brigate d’assalto Garibaldi in via di formazione (l’uno e l’altro diverranno vicecomandanti del Corpo volontari della libertà - Cvl - che dalla tarda estate del 1944 unificò rappresentanza e comando del movimento parti­ giano, sia pure tra difficoltà e tensioni, sotto la guida del generale Raffae­ le Cadorna). Dall’ultimo scorcio di settembre si erano costituite le prime bande e di­ staccamenti Gl e della Garibaldi nelle valli di Cuneo e di altre province del Piemonte, in Friuli - Venezia Giulia, in Romagna, lungo la catena appen­ ninica, a Firenze, Genova, Torino, Milano. Le formazioni Garibaldi e Gl divennero così gli assi portanti del movimento partigiano che nelle setti­ mane e nei mesi successivi si estese sia per lo sviluppo di tali formazioni, sia per l’apporto delle formazioni genericamente denominate Autonome (dal cui seno presero corpo poi, in buona parte, le brigate cattoliche, fa­ centi capo alla De) e, meno consistenti, le formazioni M atteotti, promosse dal Psi. Prerogative della guerriglia partigiana. Al modello delle formazioni Gari­ baldi si conformarono tutti gli ordinamenti delle formazioni partigiane, sot­ to l’aspetto della struttura interna, in primo luogo. Le varianti, tuttavia, furono molteplici; la principale forse riguardò la figura del Commissario, non introdotta, salvo eccezioni, nelle formazioni Autonome; ma il quadro complessivo fu sostanzialmente omogeneo. D’altra parte, quel modello ven­ ne adottato, in generale, anche sul terreno delle scelte di commisurare i pro­ pri impianti logistici e operativi alle possibilità locali, alle circostanze of­ ferte dai diversi livelli di potenziali bellici raggiunti e dettate dagli svilup­ pi delle reazioni nemiche. Nella preparazione e nello svolgimento della battaglia partigiana vi fu, pertanto, un alto grado di soluzioni empiriche, di affidamento all’inventiva e alla fantasia dei protagonisti, di adattamento, in genere avveduto e profittevole, alle condizioni dei differenti contesti geo­ grafici, sociali ed economici nei quali le bande dovevano agire. Le specifi­ cità più rilevanti del movimento partigiano italiano derivarono da queste articolazioni, frutto degli slanci della lotta ma altresì in gran parte dell’espe­

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rienza concreta, nella necessaria aderenza alle diversità non solo morfolo­ giche, ma sedimentate da molti fattori, dei teatri operativi. Tuttavia, le modalità classiche della guerriglia partigiana - mobilità, rapidità di attacchi e ritirate, rinuncia a difese rigide frontali, tecniche di dispersione di fronte alle reazioni nemiche, opzioni offensive commisura­ te alle esigenze di «durare nel tempo per colpire» - non furono subito pa­ trimonio di tutte le bande. Così non fu subito chiara dovunque, neppure nell’organizzazione ispirata dai comunisti, la possibilità e la necessità di con­ durre la guerriglia “di corsa” attraverso piccoli nuclei, nel contempo mi­ rando a conferire alle unità partigiane consistenze di un esercito che po­ tesse impegnare forze in operazioni intese a controllare fasce cospicue di territorio e a preparare una insurrezione di massa. In questi ritardi ebbe un’influenza iniziale la convinzione che, per effetto delle vittorie alleate sui fronti e, in particolare, delle loro offensive nella penisola (magari comple­ tate da sbarchi al Nord), la guerra nelle zone occupate non sarebbe stata di lunga durata; ma contarono altresì in molti punti del dispositivo partigia­ no l’inesperienza, in altri l’attaccamento a criteri statici e formalistici di im­ piego delle forze e di sfruttamento del terreno, in altri ancora remore di va­ rio genere, a cominciare dalle preoccupazioni legate ai timori di esporre le popolazioni inermi alle violenze delle rappresaglie nazifasciste, prontamente manifestatesi in tutta la loro crudezza (da qui scaturiranno accordi paraliz­ zanti di non belligeranza in alcune zone). Causarono gravi rovesci soprat­ tutto le insistenze nell’adottare tecniche difensive insostenibili. Nella val­ le cuneese del Casotto, affollata di renitenti alle leve fasciste, per lo più di­ sarmati, nel marzo '44 il comando del maggiore Martini Mauri predispose un dispositivo di difesa per capisaldi che il nemico circondò e travolse, pro­ vocando il totale sbandamento della formazione e un numero elevatissimo di perdite fra i partigiani. All’opposto, nello stesso settore del Cuneese oc­ cidentale, in Valle Maira, la banda di Italia libera e i garibaldini che vi sta­ zionavano, in vista del rastrellamento tedesco da cui sarebbe stata investi­ ta la zona, frazionarono le loro compagini in piccole unità logisticamente autosufficienti e dotate di autonomia tattica (i “giellisti” selezionarono ac­ curatamente i reparti, inviando fino a due terzi degli uomini dell’organico, reputati non ancora in grado di reggere lo scontro, presso le basi della vici­ na Valle Grana e dotando i rimasti dell’armamento migliore disponibile): i nuclei, in tal modo, sventarono il disegno nemico di distruggerli e i rastrellatori conclusero l’operazione senza risultati tangibili e con perdite di netto più alte di quelle dei partigiani. Alla fine di settembre del 1944, quat­ tro brigate concentrate sul Monte Grappa, con poco più di mille partigia­ ni, decisero di resistere frontalmente, nelle trincee e nei camminamenti sca­ vati durante la Grande guerra, contro le forze tedesche, dotate di artiglie­ ria pesante e coadiuvate da reparti di collaborazionisti cosacchi e di Salò, che avevano circondato il massiccio (con un totale di quindicimila milita­ ri). La decisione risultò fatale, proprio perché sostenuta a fondo e con va­ lore. Dopo tre giorni di aspri combattimenti le formazioni vennero anni­

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chilite, con la perdita di circa 600 donne e uomini, di cui 171 impiccati a Bassano e in altre località ai piedi del Monte Grappa. Fu questo il rastrel­ lamento nazifascista locale nel quale il Cvl soffrì le perdite più alte. Si confermava, quindi, un’altra costante basilare per valutare l’efficienza di direzione della guerriglia: il basso tasso di perdite partigiane in un ciclo offensivo del nemico era, in genere, direttamente proporzionale alle capa­ cità o meno dei c omandi di applicare le tattiche di movimento più oppor­ tune e di gestire accortamente l’economia delle proprie forze evitando scon­ tri prolungati e attardamenti su posizioni prefissate. I canoni fondamentali dell’efficienza di guerriglia penetrarono in pa­ recchi casi lentamente nel bagaglio partigiano; si ebbero scarti, pressoché sempre forieri di rovesci, negli imperativi di evitare il concentramento del­ le forze, leggerezze nell’intraprendere operazioni di assedio a presidi nemi­ ci che la disparità delle riserve e dei mezzi a disposizione di quest’ultimo per risolvere l’accerchiamento avrebbe dovuto sconsigliare, sfilacciamenti e disfunzioni nei tentativi di condurre operazioni su una scala relativamente vasta non tenendo conto a sufficienza di quella che era una delle principa­ li debolezze partigiane nella manovra con unità numerose sul campo, oltre alla scarsa attitudine di forze non addestrate a movimenti sincroni: la dif­ ficoltà di collegamenti tempestivi, per mancanza degli strumenti atti a con­ sentirli, ossia le apparecchiature radiotelefoniche (i lanci alleati non le for­ nivano, e fu una deficienza delle più serie). A tale grave limite si cercò parzialmente di rimediare con lo sviluppo della rete di staffette, particolarmente fitta in alcune zone, colleganti la pia­ nura e la montagna in aree contigue. Questo compito di decisiva impor­ tanza militare fu assolto in misura consistente da donne, decine e decine delle quali, cadute in mano nemica, vennero suppliziate, pressoché sempre dopo la tortura e le vessazioni che i nazifascisti riservavano alle partigiane. II protagonismo o la scarsa riflessione di taluni capi esposero le bande ad avventure arrischiate. La smania, non priva di spavalderie e di esibizio­ nismo, di “colpisti” solitari e di comandanti inclini all’azzardo, se realizzò imprese clamorose, non di rado mise a repentaglio oltre misura le sorti del­ la formazione, le vite e i beni dei civili, costantemente alla mercé di un ne­ mico crudele dal quale i partigiani non erano in grado di porli al riparo: e questo aspetto era già un fattore permanente di tensioni nelle delicate rela­ zioni fra combattenti e popolazioni che attraverseranno fatalmente tutta la vicenda di guerriglia. In ultimo, il principio cardine della mobilità delle for­ ze, di necessità, subì variazioni nelle zone libere, vincolando le bande alle posizioni occupate e da amministrare, con la conseguenza di obbligarle a pericolose staticità e di aumentare nei civili aspettative di difesa che i par­ tigiani non avrebbero potuto soddisfare se non correndo l’alea di sconfit­ te distruttive. Là dove - per motivi di prestigio o per calcoli errati - la per­ manenza sulle posizioni conquistate si spinse alla decisione di rinserrarsi a difesa di perimetri cittadini (come nel caso della cittadina piemontese di Al­ ba, occupata nell’autunno del '44), i nazifascisti ne trassero facili successi,

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i partigiani momenti di inutile sconcerto in cui si consumarono riserve di munizioni vitali, e gli strascichi dell’episodio non favorirono il clima delle relazioni con la popolazione. “Apprendistato” e disciplina dei militanti. Il movimento traeva riferimen­ ti ideali e pratici dalle impostazioni mazziniane e dalle esperienze di guerri­ glia condotte dai volontari di Garibaldi, dalle vicende della guerra civile spa­ gnola del '36-39, dalla guerra di liberazione accesasi nell’Europa occupata dai nazifascisti, in particolare nei paesi balcanici e dell’Oriente europeo. I soli comunisti, per altro, possedevano dirette conoscenze di tecniche di guer­ riglia apprese partecipando al conflitto spagnolo e alla Resistenza francese. Gli elementi partigiani provenienti dalle disciolte forze armate che avevano preso parte alle operazioni in Iugoslavia denunciavano, per lo più, parecchi limiti nell’esatta conoscenza di quelle esperienze, su cui lo stato maggiore dell’esercito non aveva mai condotto studi approfonditi, né dotato i quadri di comando di cognizioni adeguate, sia pure nell’ottica della repressione. Le stesse risonanze delle vicende di guerriglia risorgimentali erano alquanto ap­ prossimative: le «Istruzioni» di Mazzini e di Garibaldi per la guerriglia era­ no note, al più, a settori dei promotori di bande partigiane, per vaghi ac­ cenni; fra i capi storici del pionieristico impianto partigiano realizzato nelle valli cuneesi del Gesso e della Grana al domani della constatata impossibi­ lità di contare sulla resistenza militare, dagli uomini di Italia libera, i soli Tancredi Galimberti - mazziniano fervente - e Dante Livio Bianco aveva­ no letto gli scritti del Bianco di Saint Jorioz sulla guerra per bande. In ve­ rità, ci fu un “apprendistato” partigiano affidato all’intuizione e all’intelli­ genza empirica dei protagonisti; e non va dimenticato che, subito al di sot­ to dei vertici delle bande che potevano anche talora inglobare capi dotati di nozioni teoriche o di esperienze sul campo nella guerriglia, si affermavano progressivamente i quadri intermedi formati da giovani del tutto digiuni di preparazione militare, talvolta saliti nelle formazioni senza avere mai im­ bracciato un’arma, promossi comandanti di unità in ragione unicamente del­ le prove di coraggio e di ponderatezza fornite al fuoco del combattimento: l’organico dei comandanti di squadra e di distaccamento - con elementi che guadagneranno via via anche incarichi superiori - poggiava su questo per­ sonale, cresciuto essenzialmente alla scuola quotidiana dell’impervia pratica delle imboscate, dei colpi di mano, dell’astuzia nel muoversi tra le maglie de­ gli occupanti e dei loro micidiali rastrellamenti, del vincere le mille impre­ vedibili evenienze della vita alla macchia, quasi sempre con un addestra­ mento preventivo al combattimento poco meno che rudimentale. Vi fu una significativa coincidenza fra le leve delle generazioni giovani indette dalla Repubblica sociale italiana (Rsi) per costruire le proprie forze armate e l’incremento numerico delle formazioni. I flussi più massicci di volontari alle bande si verificarono, infatti, in corrispondenza della pub­ blicazione dei bandi di chiamata alle armi della Repubblica di Salò, segna­ tamente nell’autunno-inverno '43-44 e nella primavera del 1944. Ulterio­

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ri, sensibili incrementi numerici alle bande si registrarono soprattutto nel luglio-agosto di quello stesso anno, allorché le offensive alleate al Sud e gli sbarchi angloamericani nella Francia meridionale parvero preannunciare una vicina ritirata dei tedeschi dalle regioni centrali e settentrionali del pae­ se. Gli afflussi del primo arco di mesi recarono alle unità partigiane, in ge­ nere, elementi che mantennero il loro impegno partigiano e fornirono alle bande, in particolare, solidi quadri intermedi per i successivi sviluppi del­ le formazioni; la vera e propria ondata di volontari che investi, specialmente al Nord, parecchie basi partigiane nell’estate del '44, andò viceversa sog­ getta a celeri riflussi non appena si profilò la stasi delle operazioni alleate sui fronti e si delineò la prospettiva di un secondo inverno di lotta. I comandi stessi delle formazioni dovettero provvedere, in certe situazio­ ni, ad alleggerirle dall’eccesso di volontari la cui opzione era stata palesemen­ te dettata dalla previsione di una breve permanenza nelle file dei partigiani, oppure risultati inidonei a reggere, per debolezza fisica, alla prova durissima dell’autunno 1944 e nella prospettiva dell’inverno incombente. In generale, il problema della selezione dei volontari rappresentò un’esigenza permanen­ te dei comandi. Essi da un lato non potevano rifiutare l’arruolamento, pur non essendo in grado di appurarne intenzioni e qualità prima del vaglio della guerriglia; dall’altro lato, si trovarono a fronteggiare l’acuirsi - a volte oltre ogni limite, soprattutto nell’estate del 1944 - di tutte le necessità derivanti dall’appesantimento delle formazioni. Ciò sotto il profilo della loro efficien­ za, non meno che per i rapporti con la popolazione. Non bastavano le severe norme di autodisciplina. Rigorose regole di comportamento emanate dai co­ mandi erano indispensabili per regolare la “vita alla macchia” sia ai fini della sicurezza della formazione, sia per il rispetto dei diritti dei cittadini delle co­ munità locali. I codici vennero applicati anche con il ricorso alla pena di mor­ te - senza grazia né condoni - nei confronti di volontari della libertà che li avessero violati, dopo averne conosciuto il contenuto all’atto dell’arruolamento (così come contro gruppi di sbandati che operando ai margini delle zone dei partigiani e assumendone le vesti compivano delitti contro la popolazione). Documenti dei comandi regionali dei Cvl, diari e archivi delle formazioni re­ gistrano l’ampiezza e la severità dell’applicazione di tali regole. (Costituisce materia di raffronto emblematico la circolare del maresciallo Kesselring che dalla primavera del 1944 garantì copertura e impunità per gli eccessi compiu­ ti dai reparti tedeschi nelle operazioni antipartigiane; altrettanto dicasi del fatto che in tale periodo non un solo ufficiale o milite di Salò venne tradotto in giudizio da tribunali fascisti, per le crudeltà e le esazioni compiute contro la popolazione nel corso di rastrellamenti e della repressione. La violenza, an­ che al di là della patologia criminale, costituiva una componente intrinseca della lotta antipartigiana e un titolo di merito per chi la praticava). Autonomia d ’azione e unità d ’intenti. Rimase il fatto che l’efficienza miL^re bande poggiava sulla strenua decisione di capi e volontari, non­ ché sui moduli operativi di nuclei numericamente ridotti e affiatati anche

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quando si svolgevano operazioni con relativamente largo impiego di for­ ze coordinate. A fondamento del migliore rendimento bellico offensivo partigiano stavano le azioni condotte da squadre e distaccamenti dotati di m a r g in i di autonomia, anche in ragione delle difficoltà di conseguire sin­ cronie e puntualità nei movimenti di ampi spiegamenti di unità di fronte alle molte variabili indipendenti delle situazioni di guerriglia. Una distinzione che emerse dalla pratica della condotta dei volontari fu quella tra partigiani inclini a dimostrare le migliori qualità di combat­ tenti nelle attività dei colpi di mano e delle veloci incursioni contro i di­ spositivi nemici, e partigiani che, al contrario, reggevano con più fermezza ed equilibrio dei primi gli eventi dei periodi di scontri suscitati dai ra­ strellamenti. La figura del “colpista”, al limite del partigiano che predili­ geva l’azione solitaria e fulminea sentendosi a disagio nelle graduate ma­ novre collettive e nelle circostanze di protratti, e logoranti, periodi di di­ fesa dagli attacchi nemici, acquistò una propria identità abbastanza definita e non mancò di richiedere ai comandi dosaggi e scelte nella destinazione d ’impiego dei singoli. Il «microcosmo partigiano» descritto dallo storico Guido Quazza racchiudeva anche questa gamma di vocazioni non riduci­ bili nelle strettoie di codici militari tradizionali e che erano parte costitu­ tiva dell’originalità, della spontaneità e della natura non banalmente “guer­ resca” del partigiano come dei connotati di solidarietà interne al suo col­ lettivo combattente. Mediamente, le formazioni che meglio ressero nella guerriglia, nella so­ pravvivenza alla macchia e nei rapporti con la popolazione, furono quelle che si caratterizzarono per la fusione tra addestramento e azione militari e maturazione politica democratica delle proprie file. L’acquisizione più rilevante e diretta del movimento partigiano italia­ no da esperienze maturate altrove, può considerarsi l’ordinamento e le tec­ niche di azione dei Gruppi d ’azione patriottica (Gap), importate dai mi­ litanti comunisti, che avevano preso parte alla loro creazione e alle loro at­ tività nella Resistenza francese. I Gap, nella duplice versione di gruppi cittadini impiegati in operazioni di sabotaggio e in ritorsioni contro ele­ menti nemici, e di unità accampate nelle campagne - e fu questa l’espe­ rienza diffusa in Emilia dalle formazioni garibaldine -, vivendo occultate, tra un’azione e l’altra, tra le popolazioni contadine e grazie alla loro soli­ darietà (spesso duramente pagata), scrissero alcune delle pagine più ardi­ mentose e clamorose della guerra partigiana. E sufficiente, anche se par­ ziale, ricordare i sacrifici dei gappisti torinesi, fra l’autunno del 1943 e la primavera del 1944, comandati da Giovanni Pesce (che successivamente e fino alla liberazione diresse la lotta altrettanto cruenta della III brigata Gap a Milano); o la battaglia di Porta Lame a Bologna, alla metà del novembre ’44, quando 230 uomini della VII Gap, usciti dai sotterranei dell’Ospedale Maggiore, nel quale si erano accantonati, per recare aiuto a unità parti­ giane che avevano attaccato i tedeschi alla Bolognina, affrontavano i reparti e i mezzi corazzati tedeschi in pieno centro cittadino ritraendosi nelle cam­

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pagne della cintura cittadina dopo aver inflitto al nemico l’umiliazione di uno scacco nel cuore del loro munitissimo presidio, immediata retrovia del fronte. Così, va ricordata la battaglia per la liberazione di Ravenna, all’inizio del dicembre del 1944, aperta dalla XXVIII brigata Gap, sulla base del pia­ no tattico in precedenza elaborato dal suo comandante Arrigo Boldrini, con­ giuntamente al comando delle truppe della V ili armata, avanzate da Rimi­ ni. La brigata aveva sostenuto per un anno la guerriglia, avendo le sue ba­ si nelle pinete, nelle valli e paludi a nord di Ravenna. Infatti, carattere saliente della guerra partigiana italiana rimane in pri­ mo luogo quello di aver voluto e saputo sfruttare ogni specificità della topo­ grafia delle zone occupate dai nazifascisti per adattarvi le proprie iniziative: montagne, pianure, colline, ambiti urbani videro dovunque operare forma­ zioni secondo modalità suggerite dalla diversità delle condizioni del terreno. Una seconda particolarità fu il carattere sostanzialmente unitario della con­ dotta dello sforzo bellico, nonostante divisioni politiche e spinte concor­ renziali tra le formazioni che certo non mancarono e accesero conflitti an­ che cruenti, ma che non impedirono lo sviluppo del movimento a compagine con connotati di esercito unitario combattente a tergo del fronte principa­ le: il che guadagnò al Cvl i riconoscimenti degli alleati e sanzionò la riven­ dicazione italiana di un concorso attivo, durante venti mesi, alla loro batta­ glia. Un terzo fattore distintivo della guerra partigiana italiana fu la salda­ tura che essa realizzò in più occasioni fra protesta e resistenza delle masse lavoratrici dei centri industriali negli scioperi economici attraversati da evi­ denti segni di opposizione politica ai nazifascisti e azione delle bande fora­ nee a sostegno di quelle manifestazioni, certificando in tal modo i nessi in­ scindibili che univano moto popolare e conduzione della guerriglia. A prescindere dal movimento partigiano sovietico, che risulta avere ri­ vestito dimensioni cospicue ma che era organizzato e diretto a tergo delle linee tedesche dallo stato maggiore dell’Armata rossa (e del quale, comun­ que, restano da appurare in sede storica entità effettive e consuntivi belli­ ci), il movimento partigiano italiano fu secondo soltanto, in Europa, per spie­ gamento di forze e intensità operativa, a quello iugoslavo. Lo scenario della guerra partigiana. Anche se rivolta a sfruttare creativa­ mente ogni particolarità topografica, la guerriglia italiana si sviluppò su di un territorio aperto all’estrema rapidità di manovra e di intervento del ne­ mico, per la consistenza e la diffusione delle infrastrutture stradali - e del­ le comunicazioni in generale - anche in buona parte delle catene alpine, prealpine e appenniniche. Anche per queste ragioni, oltre che per le altre cause storico-politiche di maggiore portata, la guerriglia partigiana si con­ figurò a “grandi macchie di leopardo”, con aree e province a forte densità e combattività partigiana, rispetto ad altre zone del Centro e del Nord del paese. Occorre ricordare che cinque e a volte sei divisioni tedesche furono impegnate in permanenza nel controllo del territorio e nella repressione an­

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tipartigiana. Tra queste grandi unità d’élite, come la divisione Hermann Gòring che, prima di venire inviata sul fronte orientale (dove fu distrutta), imperversò nell’Italia centrale e sugli Appennini, fino alla strage di Marzabotto; o la 9oa divisione corazzata, la cui incursione nell’estate del 1944 nel­ la Francia meridionale venne strategicamente sconfitta per il rallentamen­ to di una settimana a essa imposto dalla resistenza manovrata dalla brigata Carlo Rosselli, comandata da Nuto Revelli, nell’Alta Valle Stura e attorno al Passo della Maddalena. A fianco delle divisioni della Wehrmacht, delle SS e degli altri corpi speciali nazisti, dall’autunno del r944 operarono de­ cine di migliaia di collaborazionisti di altri paesi (i cosacchi insediati in Carnia, trasformata in Kosakenland in Nord Italien); reparti di miliziani di Vichy, operanti soprattutto nel Piemonte orientale e in Alta Lombardia; re­ parti della divisione Azzurra dei franchisti spagnoli, sopravvissuti alla ritirata dal fronte orientale, e operanti soprattutto in Friuli - Venezia Giu­ lia; reparti di ucraini e mongoli del generale Vlasov, operanti in particola­ re nell’Appennino emiliano, lombardo, ligure. Naturalmente a tale complesso di forze repressive occorre aggiungere le divisioni Graziani e la costellazione di tutti i corpi speciali della Repubbli­ ca di Salò (X Mas, Brigate nere, Reparti antipartigiani - Rap -, legione Mu­ ti ecc.) il cui compito pressoché esclusivo fu quello della caccia ai partigia­ ni, condotta con estrema ferocia, sovente al di là dei metodi della controguerriglia tedeschi. Per una valutazione oggettiva della guerriglia italiana occorre tenere conto anche di due altri dati. In primo luogo della cooperazione diretta, sulle prime linee del fronte, tra formazioni partigiane e le armate alleate, come avvenne per la brigata Maiella, che dopo la liberazione del territo­ rio di Teramo proseguì la campagna fino all’altipiano di Asiago nell’apri­ le del 1945; per la XXVIII brigata, che dopo la liberazione di Ravenna continuò a combattere a fianco del Gruppo di combattimento Cremona e di reparti dell’VIII armata britannica, fino all’armistizio; per la divisione Modena Montagna, la divisione Lunense e altre brigate che nell’inverno 1944-1945 combatterono a fianco di truppe statunitensi, brasiliane e in­ glesi sulla linea Gotica, particolarmente in Garfagnana e sull’Appennino tosco-emiliano. In secondo luogo, occorre segnalare che nei primi mesi del 1945, dopo il durissimo inverno, molte formazioni partigiane avevano dispiegato in pie­ no la propria azione costringendo il nemico ad abbandonare il territorio fino alla periferia delle grandi città, o a rinunciare agli illusori piani di estrema difesa. Tra il febbraio e l’aprile del 1945, nella zona di Mortirolo, nell’Al­ ta Valle Camonica, formazioni di Fiamme verdi, sconfiggendo ripetutamente forti reparti di Salò, dimostrarono sul terreno l’assoluta inconsistenza del disegno fascista di costituire in tale area il «ridotto alpino» nel quale si sa­ rebbero dovute rinserrare le alte gerarchie. E così già nel febbraio-marzo del 1945 le formazioni partigiane della VI Zona ligure, liberando la Valle Scrivia e le altre valli confluenti su Genova, crearono le condizioni per l’in­

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surrezione della città - prime protagoniste le Squadre di azione patriottica, Sap - che si concluse con la resa, al Cln e al comando partigiano, del gene­ rale Meinhold e della intera divisione della Wehrmacht ai suoi ordini. L’in­ surrezione a Torino e in altre città del Nord, guidata dalle Sap, fu resa pos­ sibile dal difficile lavoro clandestino di preparazione con le operazione con­ dotte dalla guerriglia che aveva cominciato a scendere in pianura, ancora prima dell’ordine di insurrezione nazionale lanciato dagli organi politici e militari della Resistenza. Gli alleati entrarono a Milano, Genova, Torino e in molti altri capoluoghi urbani quando i combattimenti erano cessati, salvati gli impianti industriali, in funzione le amministrazioni provvisorie nomina­ te dai Cln (va detto però che a volte l’ondata popolare sfuggì per qualche giorno al controllo della Resistenza; furono compiute azioni da parte di grup­ pi armati, autoproclamatisi partigiani, che gettarono più di un’ombra su quelle limpide giornate). Concludendo si deve dire che la guerriglia partigiana non vinse di per sé la «guerra dei venti mesi». Non vinse, né lo avrebbe potuto poiché non era ovviamente nel suo potenziale bellico conseguire questo traguardo. Fu, misurata sulla scala degli eventi militari del conflitto mondiale, alla stregua di ogni fenomeno analogo, una «piccola guerra» ausiliaria - per riprendere la definizione di Clausewitz - costruita giorno per giorno da avanguardie politiche e spontanee generalmente non allenate alle incombenze militari, altrettanto generalmente non imbevute di enfasi arditesche o di compiaci­ mento per l’affermazione della propria esistenza come combattente con le armi alla mano. Nel crogiuolo della guerriglia confluirono, anche qui come universalmente la storia dimostra per siffatte circostanze, coscienze inti­ mamente comprese della propria scelta; personalità di idealisti e di militanti politici; una moltitudine di giovani della generazione fascista privi di re­ troterra culturali e di bussole ideologiche che reagivano quasi istintivamente agli inganni e alle oppressioni della dittatura; soldati di mestiere determi­ nati a tenere fede al proprio giuramento alla monarchia o, semplicemente, offesi nel profondo dalle inettitudini degli apparati militari fascisti e desi­ derosi di riscattare l’onorabilità delle forze armate; lavoratori ansiosi di af­ fermare, accanto ai diritti di indipendenza e libertà della comunità nazio­ nale, rivendicazioni sociali a lungo ignorate: con questi, si trovarono mi­ schiati temperamenti desiderosi di avventura, inquietudini di emarginati senza spessori ideali, pronti alle occasioni più disparate di tumulto cruen­ to, spiriti trascinati dalla parte della Resistenza per motivi quasi acciden­ tali e poi sovente, ma non sempre, inmedesimatisi nei suoi fini. Discipli­ nare questa multiforme società in guerra, decantarne i cascami e le scorie dal vigoroso nocciolo sano, portarla a entità di esercito unificato e render­ la protagonista di una pagina memorabile di emancipazione del paese dal servaggio straniero e dalla violenza totalitaria del fascismo che valesse a ren­ dere meno gravosa la condizione di vinta con cui l’Italia del 1945 sarebbe andata al tavolo della pace, costituì l’impresa non facile dell’antifascismo. La guerra partigiana assolse al compito per cui era stata proclamata, al di là

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delle impervie vicende che l’avevano contrassegnata e anche dei vizi che aveva, del tutto umanamente, contenuto nel suo magmatico corpo com­ battente. N ota bibliografica. R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana. 8 settembre 1943 - 25 aprile 1945, Einaudi, Torino 1964; D . L. Bianco, Guerra partigiana, Einaudi, Torino 1954; G. Bocca, Storia dell’Ita­ lia partigiana. Settembre 1943 • maggio 1945, Laterza, Bari 1966; G . D e Luna, L ’insurrezione nella resistenza italiana, in AA. W . , L ’insurrezione in Piemonte, A tti del Convegno di Torino (18-20 aprile 1985), Isr Piemonte, Angeli, Milano 1987; La guerriglia in Italia. Documenti del­ la Resistenza militare italiana, introduzione di P. Secchia, Feltrinelli, Milano 1969; L. Longo, Un popolo alla macchia, Editori Riuniti, Roma 1964; G . Oliva, I vinti e i liberati. 8 set­ tembre 1943 - 25 aprile 1945. Storia di due anni, Mondadori, Milano 1994; P. Secchia e F. Frassati, Storia della Resistenza, Editori Riuniti, Roma 1965.

EN ZO CO LLO TTI

Natura e funzione storica dei Comitati di liberazione

Nascita e sviluppo dei Comitati di liberazione. Nella discussione storio­ grafica sui Comitati di liberazione confluiscono alcune delle tematiche che sono al centro della valutazione dei caratteri della Resistenza e della sua collocazione nel passaggio dal regime fascista all’Italia del dopo fascismo. Derivati dai centri di coordinamento che dopo il 25 luglio del 1943, ma in taluni casi anche anteriormente, si diedero i partiti antifascisti in via di rior­ ganizzazione, per stimolare il governo Badoglio a operare un’opzione deci­ samente antifascista e non di mero supporto al colpo di stato della monar­ chia, e per promuovere la mobilitazione popolare contro la guerra ma an­ che contro U fascismo e le prevedibili reazioni della Germania all’auspicata secessione dell’Italia dalla guerra, i Comitati di liberazione da semplici or­ ganismi delle opposizioni (o come si chiamarono altrimenti nei diversi con­ testi locali: Fronte di azione antifascista a Milano, Comitato democratico antifascista a Roma) si affermarono, nel corso della lotta di liberazione, co­ me la vera guida politica della Resistenza. Una periodizzazione che tenesse conto del loro sviluppo e della loro gra­ duale affermazione come organismo dirigente della Resistenza deve consi­ derare, da una parte, i rapporti che maturarono all’interno dei comitati stes­ si tra le loro diverse componenti, al di là della schematizzazione, spesso in uso, tra una moderata e una progressista (espressione con cui viene general­ mente indicata la sinistra); dall’altra, i rapporti conflittuali o comunque di competizione che si svilupparono tra l’evoluzione dei comitati e la loro am­ bizione e tendenza a porsi come unica fonte di comando e di legittimazio­ ne delle forze della Resistenza e il governo del Sud, prima e dopo la svolta di Salerno, prima e dopo la liberazione di Roma, nel passaggio tra la ge­ stione Badoglio e la gestione Bonomi, che non coinvolse soltanto problemi delicati di confronto politico tra i partiti, ma soprattutto la complessa que­ stione del rapporto tra schieramento antifascista e assetto istituzionale; a cominciare dalla collocazione della monarchia in questo contesto. Infine, ina non come ultimo fattore, deve essere considerato il quadro dei rappor­ ti che si stabilirono tra l’evoluzione dei Comitati di liberazione e gli alleati angloamericani, nella duplice accezione derivante dalla loro qualità di au­ torità politiche e militari, responsabili per il settore italiano, e in termini immediati dello sviluppo concreto delle operazioni sul nostro territorio,

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che di volta in volta contribuirono a determinare la linea dei comporta­

menti alleati e a ispirare l’atteggiamento nei confronti delle forze della Re­ sistenza. Non c’è dubbio, ad esempio, che la problematica di fronte alla quale si trovarono le forze alleate nel quadro della liberazione della Toscana e le ri­ vendicazioni di fronte alle quali esse furono poste dal Comitato di libera­ zione, rappresentarono fatti qualitativamente nuovi rispetto alle esperien­ ze che essi avevano vissuto pur in presenza di avvenimenti di grande rilie­ vo politico quale era stata la liberazione di Roma. Cambiava l’atteggiamento degli alleati, ma era cambiata anche la prospettiva cui si ispiravano i Co­ mitati di liberazione che, dopo l’inverno del 1944 e la ripresa dell’iniziati­ va della primavera e dell’estate, in una delle fasi culminanti dell’espansio­ ne della Resistenza, si potevano sentire sufficientemente forti per porsi co­ me interlocutori e non soltanto come strumenti subalterni nei confronti degli alleati. Se non si può attribuire ai Comitati di liberazione la funzione di avere dato origine dia Resistenza, nella qude finirono per rifluire componenti le più diverse di un ampio spettro di forze sociali, politiche e culturali, quali del resto erano rappresentate anche nell’esercito regio in disfacimento all’at­ to dell’armistizio, ai Comitati di liberazione vanno attribuiti sicuramente due connotati fondamentali. Furono essi che, mutuando la loro denomina­ zione dall’esempio della Resistenza francese, avrebbero assunto la funzio­ ne di guida e di direzione politica del movimento resistenzide; e furono es­ si che assicurarono all’interno del movimento la continuità con la tradizio­ ne del pensiero politico e di impegno personde di uomini dell’antifascismo, dell’interno e dell’emigrazione, con particolare riferimento alla presenza nel­ la Resistenza di uomini che avevano fatto le loro esperienze politiche e mi­ litari tra le file del volontariato internazionde nella guerra di Spagna. Se sul territorio della Repubblica socide i Comitati di liberazione nazionde (Cln*) - e per essi la loro massima espressione, il Comitato di libe­ razione nazionde Alta Itdia (Clnai*) - si posero come gli antagonisti più diretti, come i fattori di contestazione della sovranità e del controllo del territorio nei confronti della repubblica neofascista (prima ancora che dei tedeschi occupanti), anche nei riguardi del governo legittimo la rivendica­ zione di autonomia dei Cln costituiva un elemento di novità e insieme di rottura che non si lasciava appiattire su di una acritica adesione alla linea governativa, di Badoglio prima e di Bonomi poi. Se non si può parlare di una vera e propria linea di contestazione dei Cln anche nei confronti dei governi di Sderno e, successivamente, di Roma, è indubbio che gli stessi devono essere considerati, d d punto di vista di un nuovo embrionde ordi­ namento istituzionde, qudcosa di molto di più di semplici organismi im­ pegnati nel coordinamento operativo della Resistenza. Bene d di là d d rappresentare semplicemente la linea dei partiti anti­ fascisti politicamente più avanzata di quella del governo legittimo, i Cln eb­ bero la tendenza a porsi non soltanto come fattore di pressione, per spo­

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Natura e funzione storica dei Comitati di liberazione

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stare in senso più spiccatamente antifascista un equilibrio che appariva for­ temente condizionato al Sud (ma anche dopo la liberazione di Roma) da fre­ ni e resistenze moderate e conservatrici individuabili in settori dello stato e della società (la monarchia, l’apparato burocratico, l’ambiente ecclesia­ stico) e direttamente o indirettamente favorite dagli alleati, spesso più che per scelta politica per convenienza pratica e opportunità amministrativa, oltre che per reale ignoranza della situazione e della società italiana. Sicu­ ramente non vi fu negli uomini che promossero i Cln la consapevolezza im­ mediata delle potenzialità di scardinamento dello status quo, politico-am­ ministrativo, implicite nel fatto stesso di dare vita a organismi politici che tendevano a sostituirsi nella guida delle popolazioni ai poteri costituiti. Ma nel momento di massima espansione dei Cln e al culmine della operatività del Clnai non vi fu solo la consapevolezza della distanza che si andava crean­ do tra le aspirazioni al rinnovamento complessivo dei meccanismi istitu­ zionali e i poteri tradizionali dello stato e delle amministrazioni, vi fu il pro­ posito di forzare la rottura del vecchio equilibrio e di fare dei Cln la base di legittimazione di un nuovo potere. Il dibattito all’interno dei Cln. La discussione sulla continuità dello sta­ to, i cui termini sono stati ripetutamente e con grande chiarezza ricostrui­ ti e richiamati da Claudio Pavone [1995], ha uno dei suoi punti di riferi­ mento fondamentali nella funzione di rottura esercitata dai Cln. Il fatto che gli equilibri politici esistenti e i reali rapporti di forza, anche all’interno dei Cln, non consentissero la piena realizzazione di quelle istanze non annulla l’importanza della tensione che fu sottesa costantemente nella fase della re­ sistenza all’affermazione dei Cln come organismi la cui funzione aveva fi­ nito per superare di gran lunga il mero coordinamento tra i partiti antifa­ scisti. Al di là del dibattito politico svoltosi nel corso della Resistenza, e rinnovatosi nella storiografia, sulla funzione dei Cln come poteri alternati­ vi rispetto all’assetto istituzionale esistente, innegabile fu la funzione dei Cln quali strumenti e centri promotori della politicizzazione della Resi­ stenza. La ramificazione territoriale e professionale dei Comitati di libera­ zione (dai Cln regionali a quelli provinciali e comunali fino a quelli azien­ dali e di settore), che è stata anche una specificità della Resistenza italiana nel contesto europeo, ha rappresentato uno strumento di diffusione capilla­ re e periferica del movimento resistenziale, alla stessa stregua della sua di­ latazione attraverso l’inserimento nei Cln degli organismi di massa (il Fron­ te della gioventù, le organizzazioni femminili, quelle sindacali) voluto dai comunisti e non sempre immediatamente accettato dagli altri partiti, che nei fatti risultò funzionale alla penetrazione in vasti settori della società e a un radicamento che non poteva essere affidato unicamente alla presenza sul territorio delle formazioni partigiane. Anche in questo caso la funzione dei Cln fu in un certo senso quella di operare una sintesi tra i connotati spontaneistici della resistenza e la spinta prioritaria all’organizzazione. Se la Resistenza non può essere circoscritta ai Cln, come è stato giusta­

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mente sottolineato da tutti gli studiosi più avvertiti (sin dal primo e pio­ nieristico saggio di Mario Delle Piane [X946], a Catalano [1956] e Quazza [1976], a Pavone [1995] e Grassi [1977]), è tuttavia attraverso i Cln che passano il principale canale di politicizzazione della Resistenza e l’apporto alla formazione di una classe dirigente nuova. Sono gli uomini del Cln, so­ prattutto nel Centro-nord, che rappresentano l’alternativa politica di una esperienza totalmente nuova di direzione politica e talvolta anche di auto­ governo e di amministrazione libera, come nella breve ma esaltante espe­ rienza delle zone libere, rispetto allo status quo dell’amministrazione del Mezzogiorno e di Roma. Quando, all’atto della liberazione, i Cln cerche­ ranno di insediare nelle principali cariche pubbliche uomini provenienti dall’esperienza della Resistenza, sottolineeranno ancora una volta la ten­ denza a porsi come protagonisti, anche nel reclutamento della nuova clas­ se dirigente, di un’alternativa di tipo politico, di mentalità, di aspirazioni rispetto allo scorrimento automatico della carriera burocratica, al di là del­ le complicate vicende di una epurazione che non sarebbe stata comunque condotta con la severità e insieme con l’equità che sarebbero state neces­ sarie per spezzare, con le continuità personali, le radici ben più profonde di quella continuità istituzionale con la quale i Cln si posero in conflitto tanto tendenziale quanto permanente. Anche a questo proposito è bene tuttavia evitare l’equivoco di schema­ tizzazioni generalizzanti. I Cln rappresentarono la sintesi e l’unità politica della Resistenza non perché prevalesse in essi un’assoluta unanimità di in­ tenti. L’unità dei Cln e della Resistenza fu il risultato di una costante lot­ ta politica, e si realizzò il più delle volte su posizioni di mediazione. Era su queste che in generale si misurava la possibilità di realizzare il principio dell’unanimità delle decisioni, principio ma non regola assoluta. I verbali del Clnai, e quelli dei Cln che per comodità chiameremo minori, che conoscia­ mo, attestano l’esistenza di un dibattito politico talora assai intenso e an­ che acceso, e consentono altresì di evitare l’impressione del prevalere di un monolitismo di posizioni: i partiti della sinistra non erano un blocco com­ patto, spesso anzi si trovavano su posizioni divergenti; tra essi la maggiore capacità di mediazione in termini di soluzioni politiche accettabili da tutti fu dimostrata dal Pei, forse in ragione della consapevolezza che esso ebbe della sua forza. Ma neppure i partiti attribuibili alla componente moderata si potevano considerare aprioristicamente schierati su posizioni scontate; in particolare la componente democratico cristiana e quella liberale spesso, nel Clnai e nei Cln regionali al Nord, si comportarono in conformità agli altri partiti e in senso difforme dalla linea che gli stessi partiti avevano as­ sunto nell’area liberata e in seno al governo. La rete dei Cln, che si sarebbe estesa e ramificata soprattutto nell’area centrosettentrionale, ebbe tuttavia una diffusione a livello nazionale, non solo nell’area occupata della penisola, ma anche nel Mezzogiorno liberato dagli alleati. Proprio in questa parte del paese i Cln conservarono fonda­ mentalmente la caratteristica originaria di comitati di coordinamento tra i

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partiti antifascisti, non essendo investiti da compiti legati a un impegno di­ retto di lotta e trovandosi, d ’altronde, fortemente limitati nella loro ope­ ratività dalla presenza immediata delle autorità alleate. Separati dal resto dell’Italia occupata e dalla stessa Roma, nella quale si trovavano a risiede­ re alcuni tra i principali leader antifascisti (pur nella singolare condizione che indurrà Enzo Forcella a definire quella romana «Resistenza in conven­ to»), i Cln del Mezzogiorno sembrano concentrare la loro funzione essen­ zialmente nel dibattito prò o contro la monarchia. E in questo senso il pri­ mo congresso dei Cln, che si svolse a Bari il 28 e il 29 gennaio del 1944, pur constatando l’impossibilità di dare una soluzione immediata alla que­ stione istituzionale, si trovò unanime nel chiedere l’abdicazione di Vitto­ rio Emanuele III, «considerato responsabile delle sciagure del Paese», se­ condo la linea sostenuta con autorevolezza, fra gli altri, da Benedetto Cro­ ce e su cui era stato espresso anche il consenso del Comitato centrale di Roma. Nessuna effettività ebbe, peraltro, né poteva avere, la Giunta esecuti­ va nominata dal congresso di Bari. Il Comitato centrale di liberazione nazionale di Roma (Ccln). Due diver­ si complessi di circostanze caratterizzarono l’evoluzione dei Cln a Roma e nella restante area centrosettentrionale. Il Cln romano nato per diretta de­ rivazione dal preesistente comitato antifascista si identificherà con il Cln centrale; fu presieduto da Bonomi ed era composto dai rappresentanti dei partiti democratico del lavoro, d ’azione, comunista, socialista, liberale e de­ mocratico cristiano. La presenza a Roma e nel Mezzogiorno dei democra­ tici del lavoro (al quale appartenevano o erano vicini personalità del rifor­ mismo prefascista, dallo stesso Bonomi a Meuccio Ruini) fu importante nel conferire un forte peso politico alle posizioni centriste e moderate. Ma la presenza nel Ccln di esponenti di primo piano dei partiti antifascisti (da De Gasperi a La Malfa a Nenni) non riuscì a conferirgli automaticamente una funzione corrispondente all’ambizione espressa dalla sua stessa denomina­ zione. Ciò si potè constatare già nell’attività clandestina prima della libe­ razione di Roma; più marginale ancora essa si rivelò dopo la liberazione del­ la capitale, quando la coesistenza con il governo legittimo e il passaggio dello stesso Bonomi alla guida del governo ne sottolinearono ulteriormen­ te la marginalità. Istanze fortemente polemiche come quelle espresse dal Ccln il 16 ottobre 1943, che chiedevano contro Badoglio la creazione di un «Governo straordinario» che assumesse «tutti i poteri costituzionali dello stato» e conducesse la guerra di liberazione, tali da prefigurare un vero e proprio dualismo di potere, rimasero sostanzialmente sulla carta, sconfitte dalla tendenza moderata a rinviare comunque la soluzione della questione istituzionale e a confermare come un compromesso unitario fosse possibi­ le solo sulla richiesta di abdicazione del re, come avverrà al congresso di Bari, ossia a un livello che non comprometteva la sostanza della continui­ tà istituzionale. In seguito, nell’aprile del 1944, la formazione del secondo

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gabinetto Badoglio con la partecipazione dei comunisti, dopo la svolta di Salerno, avrebbe recato l’ulteriore conferma del carattere velleitario, certo una fuga in avanti, della dichiarazione del 16 ottobre. Si attenuava sicu­ ramente il dualismo potenziale con il governo regio, ma si apriva un duali­ smo di altra natura con lo sviluppo dei Cln nell’Italia centrosettentrionale. E soprattutto si metteva in evidenza che a dirigere la resistenza al Nord non era e non poteva essere il Ccln. Del resto, nella stessa Roma, l’effetti­ va operatività del Ccln, e del comitato militare che doveva esserne l’espres­ sione sul piano tecnico-operativo, incontrò i forti limiti che erano determi­ nati dalla condizione particolare della città e dalla impossibilità di svilup­ pare in essa, in un contesto sociale del tutto peculiare, una mole e una qualità di attività illegali paragonabili a quelle registrabili nelle metropoli del Nord. Il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai). Al Nord la mag­ giore effettività del potere dei Cln fu facilitata dall’assenza del governo regio e dalla presenza della struttura politico-amministrativa della Rsi, co­ me bersaglio e antagonista diretto contro cui rivolgere l’azione della Resi­ stenza. Ma fu resa possibile soprattutto dalla maggiore spinta di carattere popolare della Resistenza - al di là della più massiccia mobilitazione la pre­ senza di una forte classe operaia fu un dato qualitativamente rilevante dei caratteri della Resistenza nelle regioni settentrionali e in particolare nel triangolo industriale - e dalla possibilità di rendere almeno in parte effet­ tiva la rivendicazione di potere e di rappresentatività dei Cln. Al pari della formazione del Ccln che era una derivazione del Cln ro­ mano, il nucleo futuro del Clnai fu rappresentato dal Cln di Milano, erede anch’esso di un preesistente comitato delle opposizioni. Non fu tuttavia scontato che il Cln milanese - il cui comitato militare, per impulso soprat­ tutto di Ferruccio Parri, si pose immediatamente l’obiettivo di sviluppare la lotta armata contro l’occupazione tedesca e la Rsi - diventasse l’embrio­ ne del centro animatore della Resistenza, in presenza dello sviluppo preco­ ce della lotta armata nell’area piemontese e del livello di coordinamento già raggiunto dal Cln torinese in un contesto in cui lo sviluppo dell’attività par­ tigiana e più in generale resistenziale era stato favorito sia dalle caratteri­ stiche del territorio, sia dalla presenza lungo l’arco di confine alpino di in­ genti forze dell’esercito dissoltosi l’8 settembre 1943, sia dalla tradizione di antifascismo e di radicamento operaio tipici del capoluogo piemontese. Tuttavia, la presenza a Milano delle rappresentanze per il Nord dei partiti antifascisti, nonché l’insediamento dei comandi generali delle più impor­ tanti formazioni partigiane (in testa la Garibaldi e la Giustizia e libertà), contribuirono insieme all’eccentricità geografica di Torino a far sì che il cen­ tro di gravità si spostasse verso il capoluogo lombardo, facendone la vera capitale della Resistenza. La formazione del Clnai e soprattutto la sua ma­ turazione, sino a farne l’organismo capace di dirigere la lotta politica e l’ini­ ziativa militare della Resistenza, comportò un lento processo di assesta­

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mento e anche di definizione delle posizioni, che non coinvolse soltanto i due principali interlocutori del dibattito, i comunisti (Pei) e il Partito d’azio­ ne (Pda), che muovevano da punti di vista diversi sulle modalità con le qua­ li condurre l’iniziativa militare, ma anche i rappresentanti dei servizi an­ gloamericani in Svizzera, con i quali sin dal 3 novembre del 1943 gli espo­ nenti della Resistenza presero contatto per assicurare alle formazioni armate l’indispensabile rifornimento di armamenti, ma anche per precisare sul pia­ no politico obiettivi e strategia della Resistenza. Prima ancora di ogni de­ lega dal Ccln romano il Cln del Nord si poneva cosi, nei fatti, come Porga­ no dirigente della Resistenza, diventando fra l’altro il punto di riferimen­ to obbligato dei Cln regionali, attraverso i quali si strutturò, dalla Toscana alle Tre Venezie, l’articolazione periferica facente capo al Clnai. Formal­ mente data dal 31 gennaio 1944, a un paio di giorni dalla chiusura del con­ gresso di Bari, l’investitura del Clnai da parte del Ccln a dirigere la resi­ stenza al Nord; ma la vera legittimazione alla sua funzione dirigente il Clnai la ribadiva dal consenso che gli veniva dagli organismi periferici e soprat­ tutto dall’autorità che andava acquistando nella conduzione concreta della lotta, tanto da proporsi come contropotere rispetto alla potenza d’occupa­ zione e della Rsi, anche se spesso si trattava di un contropotere fondato più su una autorità morale e politica, in cui si riconosceva la sintesi di un indi­ rizzo politico alternativo, che non di un potere dotato di effettiva sovra­ nità politica. Il fatto ad esempio che degli scioperi si facesse garante il Clnai nel suo complesso, conferiva loro un sigillo politico che ne faceva non una manifestazione semplicemente di classe o di settore, ma l’espressione di quella «guerra di popolo» che era nelle proposte più avanzate della Resi: stenza, ossia l’espressione di un processo di trasformazione della società che era in atto con e nella Resistenza. Alleati, governo e Cln, un dibattito aperto. Sulla base di queste premes­ se, non solo non è difficile valutare le riserve di cui gli alleati circondarono l’iniziativa politica della Resistenza, ma soprattutto la"distanza che il com­ plessivo processo di politicizzazione del movimento resistenziale, indisso­ ciabile dallo sviluppo dell’iniziativa militare, stava creando rispetto alle sue posizioni più moderate, quali erano sfociate nella mancata insurrezione di Roma e nella delega di fatto agli alleati della liberazione della capitale, ma soprattutto all’indirizzo moderato del nuovo governo Bonomi e per con­ verso all’istanza di fare dei Comitati di liberazione il punto di riferimento e l’asse portante di un complessivo processo di rinnovamento del paese e della società italiana, e non soltanto dell’organismo tecnico-politico depu­ tato alla condotta immediata della guerra di liberazione. La storiografia ha sottolineato (in particolare attraverso gli studi di Catalano e di Quazza, ol­ tre agli autori già citati) la costante tensione tra le componenti degli stessi Cln tra le spinte ad anticipare le forme di un nuovo assetto istituzionale, fondate su una forte pressione dal basso e su una forte valorizzazione del­ le istanze di autonomia, di autodeterminazione e di autogoverno, e le resi­

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stenze di tipo moderato, sostanzialmente convergenti nel ridurre il rinno­ vamento dopo il fascismo al ripristino delle regole democratico-liberali, ti­ piche dell’Italia prefascista. La spinta al rinnovamento non si esaurì nella condotta della lotta con­ tro i tedeschi e i fascisti della Rsi, che innescava aspettative di profonde riforme della società per il fatto stesso di dare vita a un diffuso movimen­ to di politicizzazione. Essa si manifestò principalmente nel modo in cui fu­ rono posti gli obiettivi per il futuro; il vero dibattito tra i partiti del Cln non fu quello sulle modalità per realizzare gli obiettivi immediati della lot­ ta, ma quello sulla valorizzazione della lotta ai fini della definizione dell’av­ venire del paese, di come inserire e trasformare gli organismi dirigenti del­ la lotta - i Cln - nel processo di ricostruzione e di rifondazione della de­ mocrazia in Italia. Tutte le componenti del movimento di resistenza furono consapevoli dei poli e dei limiti entro i quali si giocavano le alternative po­ litiche per il futuro. Di questo dibattito furono protagonisti in primo luo­ go i partiti del Cln, ma nel quadro e nei limiti imposti sia dall’esistenza del governo Bonomi, come garante della continuità istituzionale, sia dalla pre­ senza determinante degli alleati, che costituivano sotto il profilo interna­ zionale l’argine entro il quale si doveva collocare anche la Resistenza ita­ liana per evitare di entrare in rotta di collisione con gli equilibri costruiti tra le potenze della coalizione antifascista. L’intreccio di queste tematiche richiama con forza due momenti cen­ trali degli sviluppi del 1944, anno di assestamento e di crescita della Resi­ stenza ma anche delle decisioni fondamentali che preludevano alla conclu­ sione vittoriosa della guerra contro il fascismo e il nazismo. Da una parte va considerata Pufficializzazione del riconoscimento del Clnai come organismo dirigente della lotta al Nord da parte del governo Bonomi e degli alleati; dall’altra l’apertura del dibattito tra i partiti del Cln sulle prospettive future da dare agli organismi nati e maturati nel corso del­ la resistenza. Apparentemente, le modalità e i contenuti del riconoscimen­ to ponevano limiti tali da rendere impraticabile ogni tentativo di superar­ ne i vincoli. Nei fatti, esse attestavano l’esistenza di una dinamica politica che, scaturita dalle condizioni stesse della lotta, tendeva a forzare e a spo­ stare su posizioni più avanzate la valorizzazione dei risultati della Resistenza al di là dell’obiettivo primario di sconfiggere tedeschi e fascisti. I colloqui di Roma e la delega a l Clnai. I tempi e i modi della delega che il governo Bonomi conferì al Clnai sono significativi della divergenza in­ terpretativa che permase costantemente alla base dei loro reciproci rappor­ ti. Gli uomini del Cln furono consapevoli di dovere ovviare alla mancanza di rappresentatività, ricercando in tempi brevi la copertura dell’autorità del governo legittimo. Soprattutto dopo la svolta di Salerno nell’aprile del 1944 furono anche consapevoli dei limiti che venivano posti alla spinta resisten­ ziale dal compromesso raggiunto tra i partiti antifascisti e dalla tregua sul­ la questione istituzionale. Ma essi valutarono che fosse prioritario nei pri­

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mi mesi del 1944 rafforzare l’autorità centrale della struttura ciellenistica. Era bensì vero che sin dal 31 gennaio del 1944 il Ccln romano (nella pro­ spettiva di una immediata liberazione di Roma che poi doveva rivelarsi il­ lusoria) aveva investito il Clnai (anche se ancora formalmente non costi­ tuito) della funzione di «governo straordinario del Nord», ma per rendere effettiva quella delega occorreva l’intervento del governo del Sud (allora ancora sotto la guida di Badoglio) e degli alleati che su di esso esercitavano uno stretto controllo. Il 22 aprile, dopo avere dato il suo consenso alla so­ luzione politica adottata per il governo del Sud, il Clnai chiese esplicita­ mente il conferimento dei poteri di rappresentanza, considerato anche l’at­ to preliminare per potersi garantire i mezzi necessari per la conduzione del­ la lotta. A una prima tardiva ma generica risposta di Badoglio del 3 giugno, poco più di una manifestazione di simpatia e di intenzioni di assistenza, se­ gui a distanza di altri due mesi il messaggio a nome del nuovo governo di Bonomi, che fu trasmesso al Clnai il 25 agosto e contenente un parziale ri­ conoscimento della richiesta del Clnai, ma che non poteva certo nasconde­ re la reticenza fondamentale messa in rilievo dagli storici della Resistenza. Era infatti evidente che, rispetto all’ambizione del Comitato di darsi con il documento del 2 giugno un vero e proprio «programma di governo», de­ stinato a incidere anche sugli assetti futuri, il messaggio di Bonomi ne re­ stringeva l’operatività a quanto fosse immediatamente e strettamente fun­ zionale ai compiti dell’« azione dei patrioti». Basti ricordare, tra l’altro, che con il documento del 2 giugno il Clnai aveva fissato tra gli obiettivi della lotta il suo sbocco nell’insurrezione nazionale che non era intesa, eviden­ temente, solo nel suo aspetto operativo in senso stretto, ma conteneva si­ curamente implicazioni politiche nella direzione dell’esercizio di un effet­ tivo potere di governo, tanto più impegnativo proprio nella fase di trapas­ so dei poteri. In questa direzione, del resto, il Comitato si era già mosso e si stava muo­ vendo nell’esplicazione di una intensa attività politico-amministrativa (se non, per dirla con Catalano, di una vera e propria azione legislativa) che nel­ la misura in cui tendeva a mobilitare popolazione e forze sociali contro il potere della Rsi, voleva anche forzare comportamenti istituzionali e prefi­ gurare i principi della fase di transizione destinata ad aprirsi nel momento stesso della liberazione. Non c’è dubbio che l’obiettivo prioritario veniva fissato nello stretto controllo attribuito ai Cln del passaggio dei poteri am­ ministrativi in sede locale, ma anche nel rinnovamento di istanze centrali dell’amministrazione pubblica (a cominciare dalle forze armate e dalle for­ ze di polizia, avviando un «funzionamento della amministrazione dell’or­ dine pubblico che dia garanzia di incensurabile correttezza politica come strumento efficiente di una nuova legalità e di un nuovo ordine») e antici­ pando provvedimenti in campo legislativo destinati a sradicare alcune dellepiu odiose misure del regime fascista, auspicando fra l’altro, con una sen­ sibilità che era mancata ai governi del Sud, «l’assicurazione del completo annullamento della legislazione razziale e del libero esercizio dei culti». Una

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esemplificazione dalla quale risultava evidente come il messaggio di Bono­ mi della fine di agosto lasciasse aperto un ampio spazio di divaricazione tra le istanze rivendicate dal Clnai e l’ambito in cui il governo di Roma inten­ deva circoscrivere la delega allo stesso Clnai. Delle due prospettive nelle quali agiva il Clnai, quella rivolta agli obiettivi immediati della lotta e quel­ la rivolta ad anticipare sviluppi duraturi per il futuro, la delega di Bonomi riguardava rigorosamente soltanto la prima. Se già attraverso le schermaglie con il governo Bonomi emergeva co­ stantemente la tensione latente tra due linee che evidenziavano un conflit­ to non soltanto potenziale tra Nord e Sud, ma anche all’interno dei com­ ponenti stessi dei Comitati di liberazione, gli accordi di Roma, con i quali si conclusero nel dicembre del 1944 i colloqui della missione del Clnai con gli alleati e con il governo italiano, confermarono che di fronte al profilar­ si di posizioni fortemente difformi, se non contrapposte, sul riconoscimento da dare ai risultati che la Resistenza aveva conseguito e poteva ancora con­ seguire, era possibile conservare l’unità della Resistenza e l’appoggio degli alleati e del governo soltanto attestandosi sul livello minimo di compro­ messo raggiungibile. Resistendo a tutte le spinte centrifughe al suo interno, la Resistenza salvò la propria unità, e nella situazione data e nel contesto internazionale in cui essa si muoveva si trattava di un risultato più che positivo; ma essa pagò anche il prezzo di uno spostamento dei suoi equilibri interni a favore della componente moderata, proprio nel momento in cui i successi esterni, vale a dire il suo rafforzamento militare oltre che civile, misurabile soprat­ tutto nel crescente isolamento di tedeschi e fascisti della Rsi, sembravano rafforzare le sue componenti più attivistiche e maggiormente rivolte a pre­ figurare l’assetto futuro del paese. Il risultato degli incontri di Roma fu obbligato: la Resistenza aveva bisogno del riconoscimento ufficiale degli al­ leati e per questo dovette sottostare alla condizione di accettare la sua su­ bordinazione operativa al Comando supremo alleato; i limiti posti dal ri­ conoscimento del governo Bonomi non discendevano soltanto dall’argine complessivo che gli alleati avevano posto ai politici italiani; derivavano an­ che dalla volontà del governo di Roma di impedire che la lotta politica al Nord assumesse equilibri più avanzati di quelli affermatisi nel governo le­ gittimo e creasse una situazione che sottraesse il Nord alle sue possibilità di controllo. Come spesso accade, le forze moderate sfruttarono anche la pressione esterna che proveniva dal contesto internazionale (la crisi greca), che rendeva comunque improponibile un modo di procedere isolato della Resistenza al Nord. Politicamente e tecnicamente i risultati degli incon­ tri di Roma, che ridimensionavano fortemente le istanze del Clnai, si po­ tevano riassumere come segue: «assunzione da parte del Clnai dei poteri di governo, ma fino alla creazione del Governo militare alleato e impegno ad eseguire in questo momento tutti gli ordini che esso darà, a partire da quello di scioglimento delle formazioni e di consegna delle armi» [Grassi I977]-

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Il dibattito delle «cinque lettere». I risultati degli incontri di Roma non si possono considerare come una semplice sovrapposizione o una forma di prevaricazione rispetto agli sviluppi che si stavano realizzando al Nord. Il dibattito aperto sin dal settembre all’interno del Clnai stava registrando l’acutizzazione dello scontro tra i partiti antifascisti in vista della libera­ zione e soprattutto delle prospettive a essa posteriori. Gli accordi di Roma anticiparono la conclusione di quel dibattito a favore delle forze moderate, nel quadro di una discussione nella quale il nodo centrale della sorte dei Cln poneva gli interrogativi fondamentali sull’assetto futuro della società ita­ liana e sui caratteri della nuova democrazia. Aveva acceso il dibattito la «lettera aperta» che il Pda aveva rivolto il 20 novembre del 1944 agli altri partiti del Clnai con la proposta di «fare del Cln, dopo l’insurrezione, la ba­ se non solo del governo centrale, ma anche dell’amministrazione periferi­ ca». Era in sostanza la richiesta dell’avocazione di tutto il potere ai Cln, con un evidente tentativo di forzare i limiti che la delega del governo Bonomi aveva già posto al Clnai e che gli accordi con gli alleati si apprestavano a ri­ badire, se possibile con ancora maggior forza. Una istanza che non si può considerare una semplice fuga in avanti, ma che va rapportata con tutta evi­ denza a una valutazione assai negativa degli sviluppi politici che si erano realizzati al Sud, nell’Italia liberata. Il punto chiave restava comunque la rivendicazione dei Cln come fonte di un nuovo potere popolare. La linea del Pda incontrò larga adesione da parte del Pei che, secondo la risposta in data 26 novembre, condivideva il principio base del consoli­ damento dei Cln «come organi effettivi del nuovo potere democratico». In questo quadro i comunisti proponevano un allargamento sostanziale delle basi su cui poggiavano i Cln con l’immissione in essi dei rappresentanti del­ le organizzazioni di massa. Sulla funzione dei Cln nella fase di transizione al di là del momento della clandestinità non vi erano divergenze sostanzia­ li rispetto alle posizioni del Pda. Le divergenze vennero viceversa esplici­ tate dagli altri partiti, in chiave moderata da liberali e democratico cristia­ ni, da sinistra da parte del Partito socialista. Facendosi forti del fatto che nel frattempo era giunta in porto la ricomposizione del governo Bonomi, entrato in crisi alla fine del 1944, liberali e democristiani ribadivano la lo­ ro opposizione a proiettare le funzioni dei Cln al di là del momento insur­ rezionale, negando che da essi potesse derivare l’investitura dei titolari del­ le nuove cariche pubbliche. In sostanza da parte loro si negava che i parti­ ti del Cln potessero predeterminare le basi del nuovo assetto democratico del paese. Liberali e democristiani contestavano il difetto di rappresentati­ vità dei partiti del Cln, ma sicuramente temevano entrambi che una solu­ zione come quella proposta da Pda e Pei potesse portare a uno spostamen­ to degli equilibri a favore delle sinistre; i democratico cristiani, in partico­ lare, erano convinti che lo svincolarsi dalle regole ciellenistiche avrebbe rivalutato il peso specifico dei cattolici nella società italiana e attribuito lo­ ro una funzione di equilibrio (centrista) che altrimenti sarebbe stata fru­

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strata dall’eguaglianza solo apparente tra le componenti del Cln. Il contri­ buto al dibattito del Partito socialista, reso noto il 20 gennaio del 1945, fu quello più polemico; esso riapriva la discussione nell’ambito della stessa si­ nistra, respingendo la proposta di immettere le organizzazioni di massa nel­ la struttura ciellenistica; probabilmente vedeva in questa ipotesi la possi­ bilità che i comunisti si assicurassero una egemonia che esso contestava, ma sicuramente paventava un ulteriore appannamento della tutela degli inte­ ressi della classe operaia a opera di una incontrollata espansione dei Cln in una direzione che a esso sembrava troppo generica e interclassista, o tale da smentire la ragion d’essere della sua presenza nel Cln in quanto partito di classe. Già Catalano [1956] aveva ben visto, nel suo studio sul Clnai, che a que­ sto punto non era più in gioco la funzione immediata dei Cln, ma che si av­ vertiva ormai «di essere in clima di lotta politica post-liberazione, e ogni partito tende a definirsi sempre meglio nel suo programma e nei suoi sco­ pi, per quanto continui a rendere omaggio all’unità dei Cln». In realtà quando si arrivò al dibattito, cosiddetto delle cinque lettere, in concomitanza con l’evoluzione dei rapporti con gli alleati e con il decorso della crisi che portò alla formazione del secondo governo Bonomi, in cui soltanto la presenza del Pei garantiva la voce delle sinistre, era già in atto uno spostamento degli equilibri a favore delle forze moderate che sarebbe stato suggellato dall’esito degli accordi con gli alleati, dalla conclusione stes­ sa della sorte futura del Corpo volontari della libertà (Cvi), cui non era assi­ curata alcuna sopravvivenza al di là della cessazione della lotta armata, di cui anzi gli alleati avevano chiesto esplicitamente la smobilitazione al pari dello smantellamento della struttura ciellenistica. Anche oltre la valutazio­ ne di Catalano, ci si può legittimamente porre il problema se il confronto delle posizioni che si ebbe sulle prospettive future dei Cln non abbia in cer­ to senso anticipato lo scontro tra le istanze di profondo rinnovamento, ta­ le da infrangere il tabù della continuità dello stato, della società e delle isti­ tuzioni e il freno opposto dalla componente moderata che pur aveva parte­ cipato alla Resistenza in direzione di un mero ripristino dei meccanismi istituzionali prefascisti, che si sarebbe riprodotto all’atto della crisi del go­ verno Parri nel novembre del 1945. Limiti imposti all’azione del Cln. Il Clnai fu consapevole dei limiti che erano stati posti all’espansione delle istanze della Resistenza. Ancora più riduttivo fu il significato che gli alleati e il governo Bonomi vollero dare al­ l’atto stesso dell’insurrezione, che fu spogliata il più possibile dei caratteri di una presa del potere. La missione nel Nord non ancora liberato del sot­ tosegretario ai territori occupati, Medici-Tornaquinci, nel marzo del 1945, alla vigilia dell’insurrezione e del crollo definitivo del fronte nazifascista, ebbe il compito preciso di trasmettere alle forze della Resistenza quello che in realtà non era una semplice informazione, ma un vero e proprio ordine degli alleati perché tutte le forze della liberazione accettassero il duplice «/-

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timatum (è una espressione di Catalano) relativo alla privazione di ogni po­ tere alle formazioni che uscivano dalla Resistenza, sul piano militare con il disarmo dei partigiani e lo scioglimento di fatto del Cvl e sul piano politi­ co con la totale subordinazione dei Cln alle autorità alleate, relegandoli al più a una funzione meramente consultiva. La parabola dei Cln - visibile nella forma più emblematica attraver­ so l’evoluzione dei rapporti tra esso e gli alleati e il governo di Roma - fu l’espressione della lotta che si era acuita tra le tendenze al rinnovamento della società italiana e le forze che ne frenavano il cambiamento. Anche la sostituzione in extremis alla testa del Clnai di Alfredo Pizzoni, che aveva comunque ben meritato ma il cui profilo politico era ritenuto troppo de­ bole, con l’assai più politico Rodolfo Morandi, entrava in questa prospet­ tiva, nell’ottica di affidare l’estrema tutela delle istanze della Resistenza a una personalità che ne potesse garantire con maggiore autorità e convin­ zione le residue speranze di contare in modo non superficiale nella diffici­ le transizione che era alle porte. La vicenda del governo Parri non può es­ sere considerata soltanto l’esito di una sconfitta in quanto riflesso del de­ clino e della scomparsa degli organi ciellenistici. Il fatto che i Cln non fossero riusciti alla luce dei rapporti esistenti a trasformarsi da strumenti «provvi­ sori» (come sempre li videro i moderati) a fattore permanente di ispirazio­ ne della nuova democrazia italiana, non diminuisce la funzione storica che essi esercitarono in quanto fattori di mobilitazione di energie e di passioni, che andarono molto al di là della funzione istituzionale dei Cln. La Resi­ stenza non si esaurì nei Cln: senza di essi non sarebbe stata concepibile, ma non si può ritenere che potessero rappresentare e imbrigliare tutto il po­ tenziale di mobilitazione politica che in essi aveva trovato il momento di sintesi e di compromesso. I Cln furono il luogo di compensazione di ten­ sioni che rifiutavano di sottostare alla rigida formalizzazione di equilibri e che si alimentavano delle spinte autonome di uomini e di donne che nella lotta contro l’occupazione tedesca e la reviviscenza del fascismo di Salò ave­ vano maturato ideali di rinnovamento destinati ad attraversare i decenni a venire, al di là delle soluzioni strettamente istituzionali. Nota bibliografica. F. Catalano, Storia d el Clnai, Laterza, Bari 1956; M. D elle Piane, Funzione storica dei Comitati di liberazione nazionale, La N uova Italia, Firenze 1946; G. Grassi (a cura di), Ver­ so i l governo delpopolo. A tti e documenti del Clnai. 1943-1946, Feltrinelli, Milano 1977; Il Primo Congresso dei Comitati di Liberazione, prefazione di T. Fiore, Istituto provinciale Apicella, M olfetta 1964; C. Pavone, La continuità dello stato .Istituzioni e uomini, ora in A lle ori­ gini della Repubblica. Scritti su fascism o, antifascismo e continuità dello stato, Bollati Boringhieri, Torino 1995; G. Quazza, La Resistenza italiana. Appunti e documenti, Giappichelli, Torino 1966; Id., Resistenza e storia d ’Italia. Problemi e ipotesi di ricerca, Feltrinelli, Milano 1976; G . Quazza, L. Valiani e E. Volterra, Il governo dei CLN, Giappichelli, Torino 1966; L. Valiani, G. Bianchi e E. Ragionieri, A zionisti, cattolici e comunisti nella Resistenza, Insmli, Angeli, Milano 1971.

D A V ID ELLW O O D

Gli alleati e la Resistenza

Il quadro di riferimento. Considerando il movimento di resistenza ita­ liano nel suo insieme, è possibile individuare cinque fattori che hanno de­ terminato l’atteggiamento dei comandi alleati nel suo confronto fin dal­ l’inizio. x. La Resistenza in Italia cominciò tardi rispetto ai movimenti negli altri paesi e cioè dopo che la vittoria alleata era pressoché assicurata. Non potendo prevedere la capacità combattiva ancora insita negli eserciti tedeschi, i singoli alleati pensavano già alle coalizioni e alle sfere di in­ fluenza che avrebbero potuto sorgere dopo il conflitto, e in quest’otti­ ca consideravano l’organizzazione - anche se non necessariamente l’applicazione quotidiana - della loro strategia militare e politica. 2. Per i comandi dell’Allied Force Head Quarters (Afhq), il movimen­ to italiano faceva parte di una scena mediterranea complessa e insta­ bile, in cui le guerre resistenziali in Grecia e in Iugoslavia erano con­ siderate decisamente più significative di quelle italiane. In partico­ lare, l’impegno di sostegno alla Resistenza iugoslava era già molto consolidato al momento della resa italiana, mentre in Grecia nello stesso periodo stavano sorgendo quei problemi che sarebbero poi sfo­ ciati nell’insurrezione di Atene del dicembre 1944. In gran parte igna­ ra di queste considerazioni, la Resistenza italiana doveva sempre ga­ reggiare con le lotte balcaniche per attirarsi l’attenzione del coman­ do alleato. 3. In Grecia e in Iugoslavia la questione delle forze comuniste e delle loro intenzioni si era già presentata come problema politico di pri­ maria importanza, e ben presto si scopri che lo stesso fenomeno si stava ripetendo in Italia. Mentre si presumeva che queste forze rice­ vessero gli ordini da Stalin, mediati dalla leadership locale, non vi era certezza alcuna che questi ordini sarebbero stati eseguiti, né si cono­ scevano le ultime intenzioni di Stalin. La paura di un movimento di massa armato, dominato dalle forze comuniste, caratterizzò in modo variabile l’atteggiamento alleato fin dall’inizio, crescendo con il pro­ lungamento della campagna e l’affermazione del potere sovietico nell’Europa centrale, e in particolare nella vicina Iugoslavia.

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Gli alleati e la Resistenza

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4. La divisione storica e socioeconomica fra Nord e Sud in Italia rafforzò l’impressione degli alleati che la Resistenza fosse fin dall’inizio un mo­ vimento minoritario, limitato ad alcuni elementi della popolazione del Nord. Gli angloamericani avevano vissuto la loro esperienza ita­ liana nel Sud, dove si erano impegnati soprattutto nel lavoro di rico­ struzione delle strutture dello stato tradizionale. Ben sapevano che il fascismo non era stato sconfitto da un movimento di opposizione, ma era crollato sotto il peso dei propri errori. Oltre al fascismo rimane­ va lo stato costituzionale, formalmente legittimo, capeggiato dal re. Gli stessi alleati, pur essendo consapevoli della necessità di un profon­ do rinnovamento politico nel paese, non si erano incaricati, e non ne avevano alcuna intenzione, di promuovere questo rinnovamento. In­ sistevano quindi sull’urgenza delle priorità militari, sulla promessa della Carta atlantica riguardante l’autodeterminazione per tutti a guerra finita e sulle imprescindibili prerogative di uno stato tradi­ zionale che facesse capo a Roma. 5. Al momento dell’invasione e poi della resa italiana, il grado di cono­ scenza degli alleati a proposito della situazione politica e sociale del paese era limitatissimo, connotato da una mancanza di dati e di com­ prensione nel Foreign Office e nel Dipartimento di stato, nei servizi segreti e nei comandi militari di ogni livello. Ben presto si crearono fonti di informazione mediante agenti specializzati mandati dietro le linee, informatori ed ex prigionieri di guerra. Ma le lacune rimaneva­ no, e la mancanza di un’immagine dellTtalia precisa dopo vent’anni di fascismo produsse non pochi vuoti di comunicazione tra comando alleato e leadership della Resistenza durante e dopo il conflitto. A questi fattori permanenti se ne aggiunsero altri, prodotti dall’evolu­ zione della campagna nel paese. In primo luogo occorre tenere ben presen­ te che la guerra in Italia durò molto più a lungo del tempo previsto dagli al­ leati, con ripetuti crolli delle loro ambizioni, delle speranze e dei progetti. Il risultato più significativo fu quello di trasformare in rottura la profonda con­ traddizione strategica fra inglesi e americani, circa il significato da attribuir­ si alla campagna in Italia. Con l’uscita di scena di sette divisioni americane nel giugno 1944, gli inglesi si trovavano a gestire quasi da soli la campagna militare nell’estate-autunno di quell’anno, campagna che avrebbe dovuto portare a termine la guerra in Italia ma che fu bloccata dalla straordinaria resistenza tedesca lungo la linea Gotica. Questa relativa assenza militare americana aveva il suo corrispettivo politico: furono gli inglesi a condurre gli affari dell’Afhq, i rapporti con i governi italiani e a sostenere i contatti diretti con la Resistenza. In parti­ colare, il comandante supremo per la maggior parte della durata della cam­ pagna, il cauto e conservatore generale Alexander, affiancato dal suo con­ sigliere politico, l’energico e abilissimo futuro primo ministro, Harold Mac­ millan, davano un’impronta all’azione alleata nel Mediterraneo che ha

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lasciato segni ovunque. Trascurare l’impatto militare e politico di questi uo­ mini e del loro staff, secondo la consuetudine della storiografia italiana, vuol, dire dare giudizi squilibrati e incompleti. E ormai ampiamente documentata l’ostilità che caratterizzò l’ottica in­ glese su tutto ciò che riguardava l’Italia, un impulso punitivo che voleva ve­ dere l’Italia inchiodata al fianco degli imputati quando sarebbe avvenuto il negoziato di pace. Ma col passare del tanto tempo e tra tante delusioni nel comportamento degli inglesi si aprivano contraddizioni che una più abile leadership politica della Resistenza avrebbe potuto sfruttare, come notò il presidente del Clnai, Pizzoni, nelle sue memorie (pubblicate solo nel 1993). «Patologicamente» antitaliano (come ebbe a dire Alexander) il ministro de­ gli Esteri Eden, l’atteggiamento di Churchill si rivelò spregiudicato e mu­ tevole. I più possibilisti diventarono coloro che erano a più diretto contat­ to con la realtà italiana: Alexander e Macmillan, in primo luogo, e poi gli ufficiali del servizio segreto responsabili del sostegno alla Resistenza, lo Spe­ cial Force. Ciononostante, anche se si parlò più volte di forze volontarie, di apportare rinforzi alla Resistenza, di aumentare le divisioni italiane sul fronte, di tutto ciò si fece molto poco. Infine, mentre gli alleati parlavano nella loro propaganda in termini di onnipotenza materiale e invincibilità militare, le difficoltà inaspettate del­ la campagna italiana ne rivelarono la rigidità degli schemi operativi e i li­ miti della disponibilità effettiva dei mezzi bellici, degli aerei in particola­ re. Erano occorsi ventuno mesi per avere un’assegnazione “simbolica” di aerei nell’autunno del 1943, in mezzo al «caos operativo ed organizzativo su chi doveva fare, cosa e come doveva farlo», secondo un ufficiale dell’avia­ zione americana [Bradbury in A A .W . 1995]. Solo nel marzo-aprile 1944 le forze aeronautiche di sostegno si presentarono come arma con uno status riconosciuto e in grado di operare sistematicamente. Ma le priorità inter­ venute, le difficoltà di continuità operativa, di navigazione, di scarsa co­ noscenza dei territori, di coordinamento e soprattutto di affidabilità metereologica trasformavano il sostegno via aerea delle forze combattenti in un’impresa difficilissima. La fonte sopracitata parla di 2652 voli riusciti su 4280 compiuti, ma l’ex comandante dello Special Force cita il caso del me­ se di ottobre 1944: delle diciannove notti previste per i voli e i lanci, quat­ tordici videro tutti gli aerei a terra per avversità metereologiche [Woods in A A .W . 1990]. I servizi segreti:N .i Special Force e Office o f Strategie Services. La gestio­ ne diretta dei rapporti fra alleati e Resistenza costituiva la responsabilità formale di due organizzazioni create in virtù di tale scopo: il N. 1 Special Force inglese (Sf) e l’Office of Strategie Services americano (Oss). Nono­ stante il passare degli anni e l’apertura di numerosi archivi angloamericani, a cui si sono aggiunte sempre più numerose le raccolte di testimonianze di­ rette, le operazioni di questi due enti rimangono per molti versi oscuri, so­ prattutto per quanto riguarda i rapporti con gli alti comandi e gli altri enti

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alleati, le relazioni con i governi (per esempio quello svizzero), la selezione del personale e le fonti di informazione e contatti. Lo Special Force dipen­ deva direttamente dallo Special Operations Executive (Soe), un’organiz­ zazione con sede a Londra e al Cairo, la cui conoscenza si è accresciuta ne­ gli ultimi anni, come risulta da numerosi studi e discussioni. Manca tu tt’ora, comunque, la «storia ufficiale» dello Special Force in Italia (il volume equi­ valente per la Francia è uscito nel 1966). Nonostante le sue origini risalissero al 1940, fu soltanto nel 1943 che il Soe riuscì a costituire un organismo utile per gli scopi della c ampagna mili­ tare in Italia, e a mettersi in grado non solo di raccogliere informazioni tat­ tiche, ma anche di lanciare operazioni da commando lungo le coste del Nord occupato, e poi di proseguire il suo obiettivo militare supremo, quello di «creare il massimo disturbo alle linee di comunicazioni nemiche, soprat­ tutto nelle zone meno esposte agli attacchi aerei» [Woods in A A .W . 1990]. Lo Special Force prese contatti con la Resistenza al Nord - attraverso la Svizzera - a partire dal novembre 1943, ma soltanto dagli inizi del giugno 1944 furono intrapresi i contatti operativi con le forze resistenziali, parten­ do da un’operazione per la liberazione di Ancona. Da quell’epoca in poi fu­ rono spedite quarantotto missioni inglesi (composte da uno a quattro agen­ ti) dietro le linee e ne vennero appoggiate altre quarantotto costituite da per­ sonale italiano. Il numero di missioni registrato nelle settimane precedenti la liberazione finale fu di trentasette britanniche e diciassette italiane. Indubbiamente lo Special Force ebbe una parte di rilievo nei rapporti con la Resistenza italiana, e questo fu il risultato di una maggiore atten­ zione da parte degli inglesi per la campagna in Italia, di un’esperienza nel settore già consolidata nei Balcani, in Grecia e altrove, e di un metodo di lavoro già consolidato. Ma il quadro delle operazioni dell’Oss e dei suoi fiancheggiatori italiani (soprattutto l’Organizzazione della resistenza ita­ liana - Ori) emerso a poco a poco rivela una gamma di interventi paragonibili per vastità e forse anche per incisività a quelli degli inglesi. Mentre lo Special Force operava in un contesto militare strettamente controllato dall’alto da Londra e dall’Afhq - dove ogni forma di “forza spe­ ciale” fu vista con grande diffidenza - l’Oss godeva di un’autonomia ope­ rativa molto ampia, privilegiando priorità e procedure strada facendo. Coor­ dinare le attività dei partigiani e mantenere i legami con i Cln, questi era­ no gli obiettivi sia dello Sf sia dell’Oss. Ma spesso le missioni americane prevedevano responsabilità più ambiziose: facilitare l’evacuazione di ex pri­ gionieri di guerra o aviatori abbattuti; mantenere linee di comunicazione tra i Cln e il Sud; raccogliere intelligence strategico e tattico; non solo pro­ muovere ma anche effettuare azioni di combattimento (a questo scopo gli inglesi usavano occasionalmente un altro organismo “speciale”, gli Special Air Service - Sas). Per affiancare le loro azioni sovente gli inglesi selezio­ navano individui affidabili dai ranghi dell’esercito italiano o da altre forze armate collocate nel Sud; l’Oss si dimostrò invece più disposto a reclutare i suoi effettivi italiani direttamente dalle fila dei partigiani. Soprattutto,

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l’Oss poteva contare su una partecipazione sentita da parte di soldati e uf­ ficiali provenienti dalla comunità italoamericana degli Stati Uniti. Più controversa è rimasta la questione della valenza politica delle ope­ razioni dei due servizi. Tra i superstiti, gli inglesi e chi ha sostenuto la lo­ ro posizione in sede storiografica insistono sulla separazione assoluta in­ tercorsa tra compiti militari e interessi politici nell’attività di sostegno alla Resistenza, enfatizzando l’esclusivo predominio dei primi. Ma gli americani o filoamericani non hanno esitato a mettere in rilievo la dimensione politi­ ca del lavoro di tutti i servizi segreti in una situazione come quella italiana, e hanno spesso accusato gli inglesi di essersi interessati alla parte più con­ servatrice della Resistenza a scapito di quella più radicale, almeno nei pri­ mi mesi della lotta [Craveri 1980]. In realtà la lotta stessa ha spesso eliminato queste differenze. Se in par­ tenza gli inglesi si presentavano più prevenuti e gli americani più spregiu­ dicati politicamente, il peso e l’esperienza del singolo capo missione han­ no contato più di ogni altro fattore nel determinare l’atteggiamento assun­ to sul campo. Solo alle missioni inglesi fu comunque assegnato il compito di facilitare l’arrivo del governo militare alleato nei territori liberati nelle ultime settimane di guerra, e di individuare in tale sforzo le «fonti dell’or­ dine». Sino dalla presentazione nel 1962 dei primi documenti provenienti dal confronto alleati-Resistenza, a opera di Pietro Secchia e Filippo Frassati, è stato possibile delineare con una certa precisione l’atteggiamento e la men­ talità dello Special Force. Ancor prima che gli alleati scoprissero quanto fos­ se significativo l’apporto comunista alla forza politica e militare del movi­ mento di liberazione, i dirigenti del Clnai, durante la prima riunione del 3 novembre 1943 con i capi del Soe in Svizzera - presenti Valiani e Parri -, vennero informati che «la resistenza non doveva essere altro che un’attività frazionata in piccoli gruppi di sabotatori e di informatori, controllata dalle missioni angloamericane» (mentre il Clnai rivendicava «la possibilità e la necessità della formazione di un esercito popolare, in grado di condurre ope­ razioni militari su vasta scala, con una guida politica e militare propria, cen­ tralizzata e unitaria»). In quest’ottica la Resistenza avrebbe dovuto sempre e comunque aspet­ tare gli ordini degli alleati e soprattutto avrebbe dovuto prepararsi al dram­ matico giorno finale dell’insurrezione limitandosi ad aprire la strada alle forze armate alleate in arrivo. Non erano affatto gradite “insurrezioni” pre­ liminari, cioè la liberazione autogestita di intere zone di territorio. Nella prima fase, in particolare, i comandanti dello Special Force non volevano sentire parlare di motivazioni politiche, di esponenti di partito o di discus­ sioni sul futuro del paese, facendo capire che una corretta professionalità militare avrebbe dovuto escludere tali considerazioni. Ma seguendo le fasi dell’esperienza diretta, dietro le linee, si possono individuare sia gli ele­ menti di continuità sia gli elementi di cambiamento nell’atteggiamento del­ lo Special Force, come degli altri protagonisti alleati.

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Le fasi. Va sottolineato che la tappa iniziale, quella dell’inverno 19431944, è la più carente di informazioni su contatti e attività intraprese per organizzare i rapporti tra alleati e Resistenza. Non ci possono essere dub­ bi comunque sulla frammentarietà dei rapporti, sui conflitti tra i vari orga­ nismi angloamericani interessati alla questione, sull’estrema scarsità delle risorse a disposizione, senza parlare del rifiuto esplicito delle forze aeree di prestare una minima parte dei loro mezzi alla causa della Resistenza. Cio­ nonostante fu durante questa fase che si stabilì l’importante contatto con l’Organizzazione Franchi capeggiata da Edgardo Sogno, il quale, secondo un messaggio interno dello Special Force del 1944, sarebbe divenuto in se­ guito «il nostro organizzatore capo nel nord-ovest dell’Italia». Riguardo alle ambizioni del Clnai la diffidenza era palese e, nonostan­ te la promessa implicita nel corso della riunione del 3 novembre, solo il 23 dicembre vi fu il primo lancio - di materiale per appena trenta uomini - al­ le forze che si riconoscevano nel Comitato di liberazione. Secondo Secchia e Frassati, si potè constatare un aumento di lanci dopo il fallimento relati­ vo dello sbarco ad Anzio (gennaio 1944) e del primo attacco su Montecassino. Sono ipotesi che rimangono da confermare. Ma fu soltanto a prima­ vera avanzata - dopo gli scioperi di marzo e dopo la creazione del coman­ do militare unificato del Cvl - che l’appoggio degli alleati alla Resistenza conobbe un’evoluzione positiva, e che gli alti comandi misero i servizi se­ greti in grado di intervenire sul territorio con efficacia. Il 23 maggio il «Times» di Londra pubblicò un’intervista con Alexan­ der, il quale dichiarò che la Resistenza teneva occupate ben sei delle venti­ cinque divisioni presenti in Italia («un’assurda esagerazione», però, secon­ do lo storico inglese Richard Lamb [1996]). Negli ambienti dell’Afhq in quel periodo circolava la cifra di circa 70 000 combattenti, un numero che, secondo il comando militare del Cvl nelle sue ripetute richieste trasmesse tramite lo Special Force e l’Oss, si sarebbe potuto raddoppiare se fosse sta­ to messo a disposizione un rifornimento più ampio e regolare di armi, di equipaggiamento e di denaro. Il 6 giugno il generale Alexander invitò, con un noto messaggio, le for­ ze della resistenza a partecipare alla grande campagna militare estiva e an­ nunciò che la fine della guerra era vicina. Ebbe così inizio la stagione più lunga e fruttuosa dei rapporti fra alleati e resistenza armata. Arrivò la pri­ ma missione dello Special Force dietro le linee. I rifornimenti passarono da poche tonnellate nei primi mesi dell’anno a più di 100 tonnellate nel mag­ gio, più di 200 in giugno, e quasi 270 in luglio, punta massima superata so­ lo nell’ultimo mese della guerra. Il 12 maggio si inserì la prima missione die­ tro le linee dell’Oss, sulle alture dietro Genova. Dai primi di luglio, la Commissione di controllo alleata fondò il suo Patriots Branch (Sezione patrioti), allo scopo di sistemare i rapporti con la Re­ sistenza e, soprattutto, con i partigiani rimasti “disoccupati” dopo la libera­ zione dei loro territori nel Centro e nel Nord-est della penisola. Il 12 agosto,

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dall’Afhq, arrivò al Nord il generale Cadorna per coordinare e sorvegliare le operazioni del Cvl. Macmillan comunicò al Foreign Office, alla fine del mese di agosto, che «la Resistenza italiana ha dato e sta dando risultati di prim’ordine», e l’alto commissario inglese incaricato presso il governo ita­ liano, Sir Noel Charles, stimò il numero di partigiani tra i cento e i due­ centomila. Nel frattempo, con l’avanzamento degli alleati in Toscana il sistema di controllo angloamericano dovette confrontarsi con il movimento della Re­ sistenza inteso come organizzazione militare e politica - e non come risul­ tante di un insieme di bande disparate - che operava attraverso una com­ pagine di comitati di liberazione. Le conseguenze del confronto sono ormai note: la lotta per circoscrivere e poi ridurre i poteri del Ctln, la rigida insi­ stenza del governo di Roma per il rispristino del sistema di potere tradi­ zionale, la varietà delle esperienze a livello locale. I comandi alleati predica­ rono e praticarono la flessiblità, ma non poterono fare a meno di preoccu­ parsi della potenzialità di rottura implicita in questi esperimenti autonomi. Contemporaneamente, con l’emergere della questione comunista nel pa­ norama italiano, nei comandi alleati sorsero preoccupazioni destinate a cre­ scere riguardo ai problemi politici che avrebbero potuto presentarsi al Nord con le sue masse urbane. Così a mano a mano che la campagna estiva si av­ vicinò al suo culmine, e mentre vennero diramate tre importanti esortazio­ ni alle forze partigiane a dare il massimo in vista della vittoria finale (il 6, l’8 e il 20 settembre), al Clnai furono mandate istruzioni che insistevano sul mantenimento dell’ordine, sulla difesa degli impianti di pubblic a utili­ tà, sul disarmo e sul potere supremo del Governo militare alleato (Amg), il quale sarebbe arrivato «subito» dopo la liberazione. A livello psicologico, gli alleati svilupparono in questo periodo una se­ rie di tattiche per rendere meno difficoltosa la gestione delle forze parti­ giane durante la fase di transizione da combattenti a ex combattenti: for­ me cerimoniose di smobilitazione, certificati di benemerenza firmati dal ge­ nerale Alexander, promesse di aiuti per la casa, il mantenimento, il lavoro (promesse che difficilmente vennero mantenute e che in seguito generaro­ no delusioni e malumori). Per i Cln, le ricompense assunsero la forma di consultazioni informali con il governatore dell’Amg locale e di inserimen­ to come uno (ma solo uno) degli elementi costitutivi dei rinati organi di go­ verno municipale. A metà ottobre tuttavia gli alleati constatarono il fallimento dei loro obiettivi sulla linea Gotica e decisero di «ridurre molto gradualm enteil sostegno propagandistico alla Resistenza. Cominciò così il lungo e sofferto inverno 1944-45, dominato dalle tattiche adottate dagli alleati per mante­ nere il movimento sotto un controllo invisibile e misurato ma completo. L’avvenimento più noto di questo periodo è il messaggio di Alexander del 13 novembre 1944, con il quale il comandante supremo annunciò la fine della stagione delle ostilità invitando i partigiani a conservare armi e mu­ nizioni fino all’arrivo di nuovi ordini e a difendersi dall’inverno ostile. Men­

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tre la maggioranza dei testimoni inglesi ha difeso l’operato di Alexander, almeno uno di essi in seguito dissentì: lo scrittore e storico Basii Davidson commentò che il radiomessaggio «ha praticamente ordinato ai partigiani di sciogliersi e ha invitato il nemico a liquidarli». Alla domanda circa i motivi che spinsero gli alleati a un comportamen­ to così grossolano e disastroso, non si è ancora trovata una risposta del tutto soddisfacente. Alla fine di ottobre Churchill e il ministro responsabile del Soe, Lord Seelborne, avevano concordato che la Resistenza italiana merita­ va ogni sostegno e Alexander stesso stava lavorando in questa direzione. Il messaggio non annunciò di fatto il declino dei lanci di rifornimenti, che l’Oss in particolare continuò a inviare nei limiti delle possibilità materiali. Re­ stano ancora da chiarire il processo decisionale che ha portato allo sfortu­ nato annuncio, i motivi per cui fu trasmesso via radio in forma non cifrata e le ragioni della sua emanazione il giorno precedente l’arrivo di una im­ portante delegazione del Clnai composta da Parri, Pajetta, Pizzoni e Sogno. Nel corso dell’importante negoziato che seguì gli obiettivi alleati si ba­ sarono sui concetti di disarmo, di smobilitazione e del passaggio completo di qualunque potere acquisito dalla Resistenza nelle mani dell’Amg al mo­ mento della liberazione. In cambio il movimento avrebbe potuto godere di un certo riconoscimento “informale”, e avrebbe potuto usufruire di una de­ terminata quantità di armi e di denaro. In seguito, gli «accordi di dicembre» (le cui trattative furono concluse il 7 dicembre 1944) vennero considerati come il momento culminante dei rapporti alleati-Resistenza, segnale di un giusto apprezzamento alleato del­ lo sforzo compiuto e dei sacrifici patiti. Ma forti della loro esperienza in Grecia e delle abili manovre del “regista” Macmillan (che voleva separare la dimensione militare da quella politica nella trattativa, costringendo il Clnai a un confronto per niente confortante con il governo Bonomi), gli al­ leati riuscirono ad applicare al comando del movimento una specie di ca­ micia di forza che non soddisfece nessuno al Nord. Essi desiderarono sicu­ ramente rinforzare il Clnai nella sua autorità effettiva, poiché in questo mo­ do le spinte provenienti da particolari direzioni politiche avrebbero potuto essere neutralizzate senza ricorrere a scontri frontali. D’altro canto era pre­ vista una serie di controlli militari, finanziari e politici alle strutture del Nord sia durante sia dopo le fasi conclusive della guerra, per garantire che il sistema ciellenistico non diventasse - nelle parole del diffidentissimo Foreign Office - «un mostro di Frankenstein», capace di sfidare l’autorità co­ stituita del governo di Roma. Sicuramente i fatti di Atene - e della Iugoslavia di Tito - influirono enormemente sul punto di vista degli alleati alla fine del 1944. L’indebolimento dei tedeschi faceva presagire il ripetersi della vicenda greca e infini­ te furono le precauzioni prese per prevenire i rischi inerenti alla possibilità di un crollo caotico del potere nazifascista. La piò elaborata di queste pre­ cauzioni fu l’operazione Cinders, che prevedeva l’impiego di duecentoquaranta aerei e il lancio su Torino delle brigate di paracadutisti preceden­

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temente inviate ad Atene, nel caso fossero scoppiati conflitti armati a se­ guito di un troppo rapido ritiro tedesco. Tutte le missioni alleate nel Nord ricevettero istruzioni dettagliate in questo senso, mettendo la zona in po­ sizione di avanguardia dell’Amg. Nei quartieri generali le preoccupazioni per uno sbocco insurrezionale e persino rivoluzionario della lotta di liberazione continuarono a crescere per tutto l’inverno; negli archivi si conservano svariati rapporti sulla peri­ colosità delle forze comuniste e sulla minaccia proveniente dalla Iugoslavia. AU’Afhq vennero contemplate varie contromisure, compreso l’annulla­ mento degli «accordi di dicembre» e il rifiuto di fornire ulteriori aiuti alle forze garibaldine, ma furono tutte scartate perché considerate troppo ri­ schiose o provocatorie. Il nervosismo che si diffuse raggiunse anche i capi di stato maggiore riuniti a Washington, i quali, il 28 febbraio, emanarono un ammonimento contro «qualsiasi tentativo [da parte del Clnai] di pre­ sentarsi in qualità di governo alternativo a quello di Roma». Harold Mac­ millan sentenziò: «il disarmo è quello che conta più di ogni altra cosa; le questioni politiche sono una scusa per conservare un potere armato». L’evoluzione della liberazione finale colse molti di sorpresa, compreso il controllo alleato. L’«intervallo rivoluzionario» di breve durata tra l’usci­ ta dei tedeschi e l’arrivo degli alleati registrò caos, violenza e disordini in molte località ma non causò nessuno dei disastri temuti nei comandi allea­ ti. Infatti, il i° maggio, il capo della Commissione di controllo alleata lodò gli «straordinari successi» dei partigiani nel promuovere la liberazione fi­ nale e nell’organizzare il periodo successivo, e ordinò la massima flessibi­ lità nel trattamento dei Cln. Questi ultimi, nonostante la convinzione di essere indispensabili sul territorio e le speranze di poter continuare il loro operato, rispettarono gli accordi previsti e, contando almeno in un ricono­ scimento della loro autorità morale da parte degli alleati, rinunciarono a ogni potere. Le forze della resistenza si presentarono alle cerimonie di smobilitazio­ ne e deposero le armi, anche se nei comandi alleati nessuno dubitava che vi fossero ancora molte armi nascoste; il 2 giugno vennero pubblicati i decre­ ti che ponevano fine ufficialmente a ogni ruolo dei Cln. Tutto ciò avvenne dopo alcune settimane durante le quali molti governatori alleati lasciarono lavorare i «designati politici» nelle prefetture, nelle questure e nei munici­ pi; il singolo governatore dell’Amg, infatti, godeva di molti poteri e di am­ pia libertà di azione. Ne derivò quella grande varietà di esperienze che ca­ ratterizzò il processo di liberazione e l’arrivo degli alleati a livello locale. In tal modo la forza politica della Resistenza armata, intesa come sfida potenziale alle strutture e alle leggi dello stato tradizionale, fu effettiva­ mente neutralizzata. Se sul piano militare, dopo un lungo e faticoso rodag­ gio, era stata ottenuta una certa efficacia nel lavoro congiunto, che risultò indispensabile ai successi ottenuti dalla Resistenza organizzata, per contro, sul piano della politica nazionale e internazionale, non furono mai supera­ te le forme di diffidenza, o peggio di indifferenza, che caratterizzarono in

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modo evidente l’ottica angloamericana della lotta di liberazione in Italia. Né durante il conflitto né dopo, infatti, il movimento ebbe mai una riso­ nanza o una propaganda paragonabili a quello francese o a quello dei Bal­ cani, e la storiografia internazionale l’ha trascurato quasi del tutto. Alla ba­ se di questo comportamento vi era la motivazione che Ferruccio Parri die­ de dieci anni dopo: «non si voleva una forza effettivamente cobelligerante che potesse vantare i diritti che De Gaulle aveva rivendicato». La storiografia. Gli studi storici su alleati e Resistenza tendono ad at­ tribuire all’azione alleata una razionalità che in realtà ha avuto solo spora­ dicamente. Dal momento in cui la campagna alleata in Italia subì il suo pri­ mo grande smacco, la mancata liberazione di Roma prima del Natale 1943 - seguito subito dal secondo, la tragedia-farsa di Montecassino, durata dal febbraio al maggio 1944, e poi dal terzo, il fallimento dell’assalto “finale” alla linea Gotica nell’agosto-settembre 1944 -, la storia reale si è staccata sempre più dalla storiografia, in attesa del suo momento di ricomposizione. Non è verosimile aspettarsi una tale ricomposizione dagli storici ameri­ cani, poco interessati alla tematica, ma neanche da quelli inglesi, pur sem­ pre affascinati dalle vicende italiche. Sia Richard Lamb [1966] che Eric Morris [1995] perpetuano la vecchia consuetudine inglese di considerare la Resistenza una vicenda del tutto marginale nel quadro della campagna ita­ liana; Morris giunge anche a denunciare «il mito» della Resistenza come basato su «una menzogna», e cioè che si trattò di un secondo Risorgimen­ to che vide il coinvolgimento della popolazione intera del Nord. Ignoran­ do quindi del tutto l’intenso dibattito italiano degli ultimi trent’anni sulla vera natura e i limiti del fenomeno resistenziale, la più recente storiografia britannica è servita solo a confermare stereotipi e pregiudizi. Una parziale eccezione a questa regola si trova nel lavoro, molto origi­ nale, di Roger Absalom [1991]. Si tratta di un esame dettagliato - usando un approccio mutuato dall’antropologia - del mondo degli helpers, cioè di quelle centinaia di individui e di famiglie che hanno portato soccorso - spes­ so correndo gravi rischi personali - ai quasi 50 000 ex prigionieri di guerra alleati in fuga dopo l’8 settembre, oltre agli altri dispersi dietro le linee ne­ miche nel corso della campagna. Unendo una minuziosa ricerca archivisti­ ca a una profonda conoscenza dei territori coinvolti e della realtà contadi­ na, perlopiù teatro di queste vicende, Absalom è riuscito a ricostruire la realtà di una forma di resistenza civile al di là di qualunque quadro ideolo­ gico, risalendo a forme tradizionali di antiautoritarismo, dì sentimento uma­ no e di «un più antico pragmatismo». Le origini della fase contemporanea della storiografia scientifica sulla questione alleati-Resistenza, intesa in senso strettamente militare-politico, risalgono alla metà degli anni settanta, dopo l’apertura di quantità sostan­ ziali di documenti di archivio a Londra e a Washington, a trent’anni dalla fine della guerra. I lavori più significativi dell’epoca cercarono soprattutto di superare il vecchio concetto del “condizionamento”, secondo il quale gli

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alleati, in modi mai definiti, avrebbero fatto sentire la loro influenza per garantire un certo tipo di sbocco politico - conservatore, anticomunista alla vicenda resistenziale. L’opera di chi scrive cercava di analizzare il si­ gnificato della nuova realtà della «sovranità limitata» entro le vicende del­ la guerra in Italia e le sue implicazioni politiche. Dimostrava inoltre il mag­ gior interessamento inglese alla situazione italiana rispetto agli americani e cercava di collegare il comportamento dei più alti ranghi britannici (non ne­ cessariamente quelli sul posto) a una certa concezione del futuro trattato di pace: premiante per la Gran Bretagna, punitiva per l’Italia [Ellwood 1985]. Alla luce della nuova documentazione, numerosi ricercatori italiani si sono cimentati in lavori di lungo corso, producendo risultati molto signifi­ cativi. Collegando l’evoluzione della diplomazia internazionale tra guerra e guerra fredda con le specifiche vicende italiane dopo l’8 settembre, Elena Aga Rossi è riuscita a dimostrare i pregi e i difetti della strategia alleata di fronte alla sfida della Resistenza [Ferrantini Tosi, Grassi e Legnani 1988]. Per Aga Rossi, comunque, la battaglia storiografica italiana odierna è quel­ la che conta, e la sua produzione in quest’ambito ha avuto lo scopo di sfa­ tare i miti di una strategia alleata motivata politicamente in senso antico­ munista e antiresistenza. Basata su una rigorosa documentazione archivi­ stica, l’argomentazione enfatizza l’esclusività operativa delle priorità militari degli alleati. Il volume più completo sui rapporti tra alleati e Resistenza è quello di Massimo De Leonardis [1988], basato su approfondite ricerche archivistiche a Londra. Costruita per dimostrare l’infondatezza di tante caratteriz­ zazioni “dietrologiche” del comportamento inglese, l’argomentazione di De Leonardis trova ampiamente razionali le scelte strategiche e il comporta­ mento sul campo di battaglia degli inglesi, i quali avrebbero avuto sempre ben presente la preminenza delle priorità militari, lontano da ogni consi­ derazione politica. Che un tale approccio non fosse comunque sempre applicabile viene di­ mostrato ampiamente dai lavori sulla situazione nella Venezia Giulia pro­ posti da Giampaolo Valdevit [De Felice 1997], alcuni fra i contributi più nuovi e significativi degli anni ottanta e novanta. Offrendo una sintesi di storia locale e internazionale, Valdevit è riuscito a districare gli elementi essenziali del confronto fra «tre Resistenze» (italiana, iugoslava e greca) e a dimostrare efficacemente che la priorità assoluta alleata non era a favore di una soluzione o di un’altra, ma volta ad assicurare il controllo, indistur­ bato, a garanzia di una transizione immediata e incontrastata dalla libera­ zione all’occupazione (temporanea). Infine va sempre tenuta presente la ricchissima produzione memoriali­ stica, che ha attraversato i decenni dalla liberazione a oggi. Un uso partico­ larmente proficuo di questo materiale è stato proposto da Claudio Pavone [i99ìl> il quale, fondendolo con fonti d ’archivio del movimento resisten­ ziale, ha ricostruito un panorama di valutazioni dei comandanti partigiani circa l’attività e il comportamento, osservati direttamente, degli alleati, ma

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anche a proposito della loro presunta strategia generale. Soffermandosi sul­ le reazioni alle speranze così spesso deluse, sulle perplessità per la lentezza dell’avanzata angloamericana e sulla necessità di presentarsi uniti e co­ munque “diversi” dalle altre realtà italiane incontrate dagli alleati fino a quel momento, il volume offre inoltre un riscontro diretto con gli atteggia­ menti maturati nei confronti del nemico tedesco. La memorialistica è stata poi arricchita negli anni 1990-95 dalle serie di testimonianze, prodotte in ambiente italiano, che raccolgono le esperienze di numerosi protagonisti del N. 1 Special Force e dell’Oss [AA.VV. 1990; A A .W . 1995] Da segnalare inoltre due significativi volumi di saggi di sin­ tesi e analisi prodotti per il cinquantesimo anniversario della liberazione, curati da Francesca Ferratini Tosi [Ferratini Tosi, Grassi e Legnani 1988] e Franco De Felice [1997]. Nota bibliografica. A A .W ., N . 1 Special Force nella Resistenza italiana, Fiap / Special Forces Club, Bologna 1990; A A .W ., G li americani e la guerra di liberazione in Italia. Office o f Strategie Services (O S S .) e la Resistenza, Presidenza del Consiglio dei M inistri, Roma 1995; R. Absalom, A Strange Alliance. Aspects ofEscape and Survivalin Italy. 194}-1945, Olschki, Firenze 1991; E. Aga Rossi, L ’Italia nella sconfitta. Politica intema e situazione intemazionale durante la Secon­ da guerra mondiale, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli-Roma 1985; R. Craveri, La Cam­ pagna d ’Italia e i servizi segreti. La storia dell’O R I (1943-1945), La Pietra, Milano 1980; F. D e Felice (a cura di), Antifascismi e Resistenze, Carocci, Roma 1997; M. D e Leonardis, La Gran Bretagna e la Resistenza partigiana in Italia (1943-1945), Edizioni Scientifiche Italiane, N a­ poli 1988; D . Ellwood, Italy 1943-1945. The Politics o f Liberation, Leicester University Press, Leicester 1985; F. Ferratini Tosi, G. Grassi e M. Legnani (a cura di), L ’Italia nella seconda guerra mondiale e nella resistenza, Insmli, Angeli, Milano 1988; R. Lamb, La guerra in Italia. 1943-1945 (1993), trad. it. di R. Petrillo, Corbaccio, Milano 1996; G . Lett, Rossano. Vi­ cende della Resistenza italiana, Eli, Milano 1958; H . Macmillan, Diari di guerra.Il Mediterra­ neo dal 1943 a l 1945 (1984), Il M ulino, Bologna 1987; E. Morris, La guerra inutile. La cam­ pagna d ’Italia. 1943-1945 (1993), trad. it. di R. Rambelli, Longanesi, Milano 1995; C. Pa­ vone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991; A. Pizzoni, A lla guida del CLNAI. Memorie per i figli, Credito Italiano - Einaudi, To­ rino 1993; M. Salvadori, Storia della Resistenza italiana, Neri Pozza, Venezia 1955; P. Sec­ chia e F. Frassati (a cura di), La Resistenza e gli alleati, Feltrinelli, Milano 1962.

ENZO COLLOT T I - TR IST A N O M A T T A R a p p r e s a g lie , s tr a g i, e c c id i

Introduzione. Tra i cittadini italiani che persero la vita nella fase del se­ condo conflitto mondiale che va dal settembre 1943 al maggio 1945, alme­ no diecimila furono, secondo gli studi più attendibili, i civili caduti nel cor­ so di eccidi, stragi e rappresaglie operate da forze di occupazione tedesche (Wehrmacht, SS, polizia) e dalle forze collaborazioniste della Rsi, oltre ai partigiani. Più che in altre parti dell’Europa occidentale l’occupazione in Italia da parte della Wehrmacht (Forze armate tedesche) fu caratterizzata da uno stillicidio di episodi di violenza che ne contrassegnarono giorno per giorno il percorso. Se con le fonti ancora disponibili dopo il venir meno ormai di tanti testimoni (dai notiziari giornalieri della Guardia nazionale repubbli­ cana - Gnr - ai molti rapporti redatti dalle autorità militari tedesche, alle informazioni in possesso del movimento di resistenza e dei servizi alleati) fosse possibile ricostruire un’accurata cronologia degli atti di violenza (qua­ le tuttora manca) e l’accertamento dell’esatta rispondenza dei fatti e del nu­ mero delle vittime - come fonti spesso indirette o anonime (per esempio la­ pidi e cippi posti negli anni immediatamente successivi alla liberazione) han­ no tramandato -, avremmo un puntuale riscontro di questa affermazione. Le ragioni di tanti tragici eventi sul territorio italiano sono complesse. Esse non possono essere addebitate unicamente al pregiudizio nei confronti degli italiani - per motivi di carattere razziale (come tende per esempio a sottolineare lo storico tedesco Gerhard Schreiber [2000]) oppure per moti­ vi prevalentemente psicologici (la reazione al «tradimento» degli italiani) da parte della Wehrmacht. La realtà dell’armistizio fu sicuramente una com­ ponente fondamentale alla base degli eccidi, delle stragi e delle rappresa­ glie, poiché fu causa della commistione tra forze tedesche sparse sul terri­ torio italiano e la popolazione italiana, sin dall’inizio uno dei motivi della difficile convivenza. Una seconda e forse più importante circostanza derivò dalla decisione dell’oKW (Comando supremo Forze armate) di difendere pal­ mo a palmo il territorio italiano dopo lo sbarco alleato nel golfo di Salerno. Di conseguenza l’intero territorio italiano divenne teatro delle operazioni militari e via via che le forze tedesche venivano spinte dall’avanzata allea­ ta verso il Nord la guerra attraversò il territorio italiano in modo capillare a partire dal Centro-sud. La condizione psicologica dell’armistizio favorì

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quindi la catena diffusa di atti di violenza che venne a sommarsi alle circo­ stanze tattiche in cui si svolgevano le operazioni militari. Un ulteriore ele­ mento che contribuì all’inasprimento della lotta fu sicuramente l’emergere graduale dell’attività partigiana, fino al suo assestamento in quello che lo stesso feldmaresciallo Kesselring avrebbe definito un vero e proprio fron­ te di combattimento; gli episodi cruenti si moltiplicarono perciò nel riima di una generalizzata repressione che vedeva partigiani dappertutto e che quindi trasformava la popolazione civile in cellule di connivenza con il ne­ mico, senza alcuna verifica che ciò corrispondesse o meno alla situazione reale. In questo contesto giocò senza dubbio una parte non irrilevante il dif­ fuso senso di insicurezza che cingeva i reparti tedeschi e in misura ancora più rilevante i singoli appartenenti alle diverse unità delle forze tedesche. Infine, la particolare durezza con cui fu trattata la popolazione italiana e lo stesso spirito vendicativo che ispirò la condotta dei tedeschi non si sa­ rebbero tradotti in violenza diffusa se questa non fosse stata in qualche mi­ sura legittimata dalle misure repressive e ostili alla popolazione immedia­ tamente adottate dall’autorità d’occupazione. Infatti già dagli esordi fu chia­ ro che il carattere oppressivo della presenza tedesca non costituiva la risposta alla ribellione della popolazione, ma una regola di condotta imposta, nella migliore delle ipotesi, anche per prevenire l’esplosione di una potenziale ostilità. La violenza fu esercitata sin dall’inizio come dimostrazione di for­ za e di superiorità dell’occupante nella prassi quotidiana; l’incendio e l’ec­ cidio di Boves a metà settembre e la strage di Caiazzo il 13 ottobre 1943 fanno parte di questa fenomenologia. Al di là del fatto che il primo provvedimento adottato dai tedeschi fu il di­ sarmo, la cattura e la deportazione in massa dei soldati italiani e chi tentò di resistere al disarmo fu sterminato senza pietà (come a Cefalonia), basta citare le prime disposizioni firmate da Keitel per rendersi conto del clima che si prefigurò nei confronti degli italiani e che finì per legittimare forme generalizzate di violenza e di prepotenza. Il 12 settembre X943 Keitel tra­ smise, e fece eseguire con tutta l’asprezza nec essaria, l’ordine di Hitler di passare per le armi tutti gli ufficiali italiani che avessero consegnato armi ai ribelli o che avessero fatto causa comune con essi e di deportare per il la­ voro all’Est tutti i soldati e i graduati che si fossero trovati nelle stesse cir­ costanze. Seguì il 17 settembre l’obbligo di evacuazione in massa della po­ polazione maschile dalle aree meridionali, che le forze tedesche dovevano abbandonare, con l’impiego di ogni mezzo, procedendo spietatamente con­ tro ogni forma di resistenza anche passiva. Particolarmente feroce e sistematica divenne la repressione quando su­ bentrò la convinzione che per combattere il movimento partigiano non fos­ sero più sufficienti operazioni di polizia ma occorresse acquisire un’ottica di tipo squisitamente militare. Ciò significò che, anche senza generalizza­ re gli ordini draconiani - come quello emanato dal generale Kùbler nel Li­ torale Adriatico il 24 febbraio del 1944, che rendeva operative in quella zo­ na dell’Italia occupata e sottratta alla sovranità della Rsi le disposizioni di

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Hitler del 18 ottobre 1942 per la condotta della guerra contro le bande all’Est -, nel quadro di quella che sarebbe stata una vera e propria guerra di sterminio, le disposizioni emanate da Kesselring nella primavera-estate del 1944 comportarono un coinvolgimento sempre più pronunciato della popolazione civile nella repressione antipartigiana. Già le disposizioni del feldmaresciallo del 17 marzo e del 7 aprile pre­ lusero a una nuova connotazione nella lotta contro i partigiani. La guerra alle bande doveva essere concentrata e unificata nel vertice militare, come Kesselring aveva costantemente rivendicato, svincolandola dalla gerarchia delle forze di polizia e delle SS. Il coinvolgimento delle popolazioni civili, co­ me componente della nuova strategia, perseguiva lo scopo di spezzare il con­ senso o la copertura che le popolazioni offrivano ai partigiani - o i compor­ tamenti che come tali venivano considerati - indipendentemente da gesti attivi di collaborazione. Conseguenza di questa svolta fu anche la libertà («carta bianca», scrive esplicitamente Klinkhammer) concessa ai comandi dei singoli reparti nella scelta dei mezzi repressivi e nella misura della loro durezza. L’impunità accordata per la condotta inflessibile della repressio­ ne fu un punto chiave della svolta nella controguerriglia. Essa fu confer­ mata da Kesselring nell’ordine del 17 giugno 1944, nel quale prescriveva: La lotta contro le bande d eve essere condotta perciò con tu tti i m ezzi a dispo­ sizion e e con la m assim a asprezza. Io coprirò ogni com andante che nella scelta ed asprezza del m ezzo vada oltre la m isura a noi d i solito riservata.

Tipologia e periodizzazione. Quello delle stragi di civili è un fenomeno complesso a livello tipologico, sia dal punto di vista delle circostanze sia da quello delle motivazioni, oltre, ovviamente, alle rispettive ragioni delle vit­ time e degli esecutori. Tale complessità rende del tutto irriducibile la sua rappresentazione storica a categorie generiche e fuorvianti, quali quella del­ la «inevitabilità» o di una presunta «casualità» del coinvolgimento della po­ polazione nella violenza del conflitto, o addirittura metastoriche quali la presunta «diabolica perfidia» germanica. Essa impedisce inoltre l’elaborazione di un criterio interpretativo unitario, sufficientemente valido a spie­ gare la totalità del fenomeno. Tuttavia, anche se si verificarono molti epi­ sodi di violenza gratuita e fine a se stessa, non strettamente motivati da scelte di carattere operativo dei comandi militari germanici e dei responsa­ bili dei singoli reparti, è indubbio che nella maggior parte dei casi gli studi fino a oggi effettuati hanno messo in luce la relazione generalmente esi­ stente tra quella che è stata correttamente definita (da Michele Battini e Paolo Pezzino) «guerra ai civili» - cioè una sistematica politica di saccheg­ gi, uccisioni e terrorismo, pianificata per punire e terrorizzare la popola­ zione civile e privare così la resistenza armata dell'humus in cui sviluppar­ si e rafforzarsi - e l’andamento del conflitto in generale e la repressione dell’attività partigiana in particolare. Non è certo casuale il dato - oppor­ tunamente rilevato da Lutz Klinkhammer - secondo il quale una parte estre-

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inamente rilevante degli eccidi e delle stragi ebbe a verificarsi, in momen­ ti diversi, in zone e territori che i tedeschi avevano dichiarato come zone di operazioni dell’esercito, quando e dove, pertanto, era più massiccia la presenza di truppe e reparti operativi. Ma al di là di questa prima precisa­ zione di fondo, rimane la necessità di affrontare la complessità dell’argo­ mento operando una serie di differenziazioni. Una prima distinzione, a livello terminologico, è stata proposta in sede giudiziaria in relazione all’entità del singolo episodio, facendo valere il ter­ mine di «strage» per le uccisioni di almeno cinque persone e di «eccidio» per quelle con un numero di vittime inferiore (da due a quattro), e a essa, per quanto discutibile, ci atterremo in questa sede. Una più significativa differenziazione dei massacri di civili è operabile tenendo conto dell’articolata casistica delle motivazioni, in base alla quale sarebbe possibile distinguere almeno tra: a) rappresaglie in conseguenza di atti di guerra compiuti da partigiani (come nel caso delle stragi delle Fosse Ardeatine o di via Ghega a Trie­ ste), che possono coinvolgere come vittime sia civili che ostaggi; b) stragi compiute a danno di civili per ritorsione e/o vendetta, ma non direttamente connesse ad attività partigiana (Barletta, Fosse del Fri­ gido); c) stragi ed eccidi compiuti in occasione di operazioni di rastrellamen­ to, a carico di partigiani catturati e prigionieri (la Benedicta, Montegrappa) o di civili (Vallucciole); d) stragi a scopo terroristico o preventivo, compiute in aree ad alta den­ sità di presenza partigiana, o comunque ritenute di alto interesse stra­ tegico, miranti a spezzare il legame tra resistenza e popolazione, sen­ za nesso diretto con specifiche azioni di guerra (Padule di Fucecchio); e) stragi ed eccidi con motivazioni razziali (lago Maggiore, Pisa); f) stragi di soldati italiani sbandati (Santa Maria di Vallecannella); g) stragi ed eccidi compiuti senza apparente motivo, o comunque di dif­ ficile spiegazione (Caiazzo, Capistrello, Collelungo di Cardito); h) stragi operate autonomamente dalle forze della Rsi (Ferrara). A eccezione del primo caso e, evidentemente, dell’ultimo, tutte le mo­ dalità sopra richiamate sembrano c orroborare l’ipotesi avanzata da alcuni studiosi tedeschi (Friedrich Andrae, Gerhard Schreiber) secondo cui in ge­ nere il comportamento delle truppe tedesche non nasce necessariamente da una reazione ad atti ostili da parte italiana, ma si colloca piuttosto in un qua­ dro di pregiudiziale ostilità nei confronti degli italiani dopo l’8 settembre, una diffusa adesione alla volontà espressa da Hitler di voler fare tabula rasa dell’ex alleato «traditore». La casistica qui sommariamente delineata non può certo essere letta in termini rigidamente schematici, dato soprattutto il frequente intrecciarsi concreto, nel corso di episodi e avvenimenti tanto drammatici quanto spesso confusi, di elementi e fattori che appartengono a casistiche anche diverse. Frequente è ad esempio la compresenza, in occa­

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sione di stragi di vittime civili, di ostaggi e di partigiani e/o resistenti. A ren­ dere ancora più difficile una distinzione netta sta poi il fatto che spesso le fonti di parte tedesca liquidano, in modo significativo, sotto il generico ter­ mine di «banditi» anche i contadini eliminati nel corso di rastrellamenti an­ tipartigiani o di azioni di rappresaglia. Dal punto di vista della distribuzione geografica degli episodi è possi­ bile individuare almeno tre aree principali caratterizzate da una maggiore e omogenea diffusione del fenomeno dei massacri di civili, tutte corri­ spondenti a tre momenti diversi dell’arretramento del fronte. La prima area da prendere in considerazione è quella della regione com­ presa tra il golfo di Napoli e la valle del Volturno da un lato, e l’Abruzzo e la valle del Sangro dall’altro, lungo la linea Gustav e sul piano. Qui i massacri furono numerosi e diffusi, nonostante la breve durata della fase di occupazio­ ne tedesca, ed ebbero, data l’inesistenza di formazioni partigiane, una fun­ zione eminentemente «preventiva», volta cioè a punire la spontanea ribel­ lione dei civili ai saccheggi, al lavoro coatto, alle brutalità compiute dalle trup­ pe tedesche, ma anche a prevenire, appunto, l’insorgere di ogni possibile forma di resistenza in una regione in cui il ribellismo popolare appariva diffuso (in­ surrezioni di Matera, Capua, Lanciano). Il territorio che risulta maggiormente colpito è quello dell’antica Terra di Lavoro, in provincia di Caserta. La seconda e ampia area è quella posta alle spalle della linea Gustav, tra la bassa valle del Tevere e il Piceno, dove nella stasi del fronte di Cassino tra l’inverno del 1943 e la primavera del 1944 e con il venire meno dell’ipo­ tesi di una rapida liberazione di Roma, si assiste alla nascita e al diffonder­ si - nel Lazio, in Umbria, nelle Marche e in Abruzzo - di gruppi di oppo­ sizione e unità partigiane, la cui attività iniziò a danneggiare le retrovie pro­ vocando la repressione delle forze armate tedesche, nel cui ambito la diffusione e il ricorso alla pratica della rappresaglia fu sempre più frequen­ te. Le zone che videro un maggior numero di stragi e rappresaglie sono la parte montuosa del Lazio intorno a Rieti, la Tuscia e le montagne intorno al Gran Sasso. Di gran lunga più rilevante è infine la terza e vasta area, costituita dal­ le zone appenniniche a valle e alle spalle della linea Gotica. In esse il nu­ mero degli episodi di violenza ai danni della popolazione civile e delle rap­ presaglie fu significativamente superiore al resto del paese e appare distri­ buito con una certa omogeneità sull’intero territorio, anche se è possibile individuare all’interno di esso tre aree ristrette in cui il fenomeno si acuì in modo particolare: l’Aretino e l’Alta Val d’Arno, la Versilia e la regione com­ presa tra il Serchio e il Magra, l’Appennino bolognese nella zona del Mon­ te Belvedere e del Monte Sole (è stato stimato che in questi ultimi due set­ tori sia stato assassinato circa il venticinque per cento del totale delle vit­ time delle stragi naziste in Italia). Un richiamo a parte per il carattere diverso - rispetto al resto del pae­ se - e quasi annessionistico che l’occupazione tedesca vi assunse, e che si rifletté anche sulla condotta della repressione antipartigiana e il coinvolgi­

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mento in essa delle popolazioni civili, va fatto poi per l’area del confine orientale, dove esse acquisirono - soprattutto nelle aree dell’interno (Car­ so, Istria, Friuli orientale) -, almeno in alcune fasi, connotazioni in una cer­ ta misura avvicinabili a quelle della «guerra di sterminio» promossa sul fron­ te orientale. Sul piano della localizzazione delle stragi, un’altra differenziazione uti­ le è individuabile tra centri urbani e aree montane e campagne: essa per­ mette di rilevare come la maggioranza degli atti di violenza sulla popolazio­ ne civile sia avvenuta in villaggi e paesi delle zone più arretrate della peni­ sola, a danno di una popolazione rurale coinvolta, spesso senza motivo, nella repressione dell’attività partigiana - che nell’area delle catene appenninica e alpina aveva i propri insediamenti -, negli sfollamenti, nelle requisizioni e nelle altre violente pratiche connesse alle operazioni militari nelle aree del fronte. I centri urbani di pianura e della costa, con le dovute eccezioni (tra le quali spicca il caso di Napoli, coinvolta direttamente dal fronte nel cor­ so delle Quattro giornate del 28 settembre - i° ottobre 1943), risultano in generale maggiormente toccati dalla repressione delle attività di resistenza specie da parte degli organismi di polizia (Gestapo, Sipo, s d ) e delle SS, anch’essa destinata a sfociare, com’è noto, in clamorosi atti di rappresaglia ^i danni di ostaggi, di prigionieri politici, di civili rastrellati a vario titolo. È nei centri urbani, non a caso, che di solito funzionano i luoghi della morte e della tortura nei quali scompaiono a centinaia dirigenti e militanti della Resistenza (Forte Bravetta e via Tasso a Roma, le Molinette a Torino, il car­ cere di via Spalato a Udine, la caserma Piave di Palmanova, e i tanti poli­ goni di tiro, sedi di ispettorati speciali ecc.). Un’ulteriore possibile scansione interna del fenomeno esaminato è quel­ la cronologica. Essa, se rapportata alla ripartizione per aree geografiche pro­ posta, ha il merito di pervenire a una prima, estremamente sommaria in­ terpretazione in relazione all’andamento del conflitto e alle tappe dell’oc­ cupazione tedesca. Ed è pertanto secondo questo criterio che appare utile ripercorrere in termini generali l’intera vicenda dello stragismo nazifascista: Dal punto di vista cronologico si possono distinguere almeno cinque fa­ si principali. Qui di seguito, come esplicitazione delle fasi, vengono fatte alcune citazioni, a puro titolo esemplificativo, di luoghi di stragi, eccidi e rappresaglie che tuttavia non costituiscono la totalità del fenomeno (che può essere completato con la lettura della Parte seconda e delle voci relati­ ve alle località). La prima è limitata al settembre 1943, e corrisponde alle settimane dell’occupazione e allo stabilizzarsi del controllo tedesco sulla pe­ nisola; nel corso di questa fase gli episodi di violenza sui civili non sono an­ cora molto numerosi, ma appaiono per certi aspetti già indicativi dell’at­ teggiamento di rivalsa delle truppe tedesche neisconfronti della popolazio­ ne - oltre che dell’esercito - dell’ex alleato. E questo il caso di alcuni massacri di civili e di militari italiani catturati, compiuti dalle truppe in ri­ tirata di fronte all’avanzata angloamericana in Sicilia, ancora prima della proclamazione dell’armistizio - fatto questo che ne evidenzia maggiormente

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il carattere di violenza diretta proprio contro la popolazione civile (è il ca­ so della strage del 12 agosto 1943 a Castiglione di Sicilia, dodici vittime) e, nei giorni immediatamente successivi, in Basilicata (Rionero in Vulture, 11 settembre, quindici civili), Puglia (Barletta, 11 settembre, undici vigili urbani e due netturbini; Santa Maria di Vallecannella, 25 settembre, undi­ ci m i l i t a r i ) e soprattutto nel Napoletano (Marano, 10 settembre, otto mili­ tari e un civile; Nola, 11 settembre, dieci militari per rappresaglia; Giu­ gliano, 30 settembre, quattordici civili). Rientrerebbe in questo contesto - in senso lato - anche la vicenda di gran lunga più rilevante tra quelle che videro coinvolti i militari italiani, avvenuta, però, al di fuori del territorio nazionale: il massacro dei superstiti della divisione Acqui che aveva cerca­ to di organizzare una resistenza sull’isola di Cefalonia (14-23 settembre, circa 5000 vittime). Se per il Meridione si tratta in genere di stragi con­ nesse più o meno direttamente con il passaggio del fronte nel corso dell’ar­ retramento in direzione della prima grande linea difensiva di assestamento - la linea Gustav -, sempre in questa fase iniziale sono rilevabili anche epi­ sodi di segno diverso, che indicherebbero piuttosto una reazione brutale al­ l’incontro imprevisto con forme di resistenza inattese (Boves, 19 settembre, ventitré vittime civili; Collebrincioni, 23 settembre, nove partigiani; Canfanaro, in Istria, 16 settembre, ventisei civili), oppure che rientrano nella più generale casistica della guerra razziale (come nel caso delle stragi di ebrei sul lago Maggiore, che provocarono nella seconda metà di settembre cinquantatre vittime tra ebrei italiani e stranieri residenti nelle diverse loca­ lità sul lago). Una seconda fase può essere individuata nel periodo compreso tra l’ot­ tobre 1943 e il maggio 1944, che corrisponde all’assestamento dell’occu­ pazione tedesca, allo sviluppo della resistenza e ai conseguenti primi cicli di rastrellamenti. Oltre alle numerose stragi compiute nell’area di passaggio del fronte in Campania (tra le quali: Acerra, 3 ottobre, ottantotto vittime; Bel­ lona, 7 ottobre, cinquantaquattro vittime; Caiazzo, 13 ottobre, ventitré vit­ time; Conca della Campania, 1-2 ottobre, quaranta vittime civili), Abruz­ zo (Limmari di Pietransieri, 15-20 novembre, centoquarantatre civili - sen­ za dubbio la più agghiacciante tra le stragi perpetrate nel Mezzogiorno, anche perché del tutto immotivata; FrancaviÙa a Mare, 30 dicembre, ven­ ti civili) e Lazio (San Giovanni di Blera, 29 ottobre, quattordici vittime; Collelungo di Cardito, 28 dicembre, quarantadue vittime civili; rastrella­ menti antipartigiani nella provincia di Rieti tra marzo e aprile 1944, con stragi a Morro Reatino, venti vittime, Poggio Bustone, nove civili e undi­ ci partigiani, Cumulata, dodici civili, Leonessa, ventitré vittime), molte del­ le quali quasi del tutto dimenticate, si colloca in questa fase la strage delle Fosse Ardeatine, uno dei crimini di guerra nazisti più noti. Di non minore rilevanza, inoltre, le stragi di civili compiute nel corso delle prime opera­ zioni organizzate contro gli ormai consolidati insediamenti partigiani nel­ l’area appenninica. Tra questi, il rastrellamento del Monte Santa Giulia e le conseguenti stragi di Monchio, Susano, Costrignano, nel Modenese (il

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18 marzo 1944, con un totale di centotrenta vittime), o la strage di Cervarolo (il 20 marzo, ventitré morti) nell’area emiliana; le stragi di Vallucciole (il 13 aprile, centootto vittime civili), Partina (sempre il 13 aprile, ven­ tinove vittime), Mommio (5 maggio, trentacinque civili, nell’ambito di un rastrellamento che vede un totale di oltre centoquaranta vittime, in mag­ gioranza partigiani) in quella toscana; il rastrellamento e la conseguente stra­ ge di Arcevia (cinquantatre partigiani e sette civili) nelle Marche. Nell’area alpina, accanto alle fucilazioni in massa di partigiani e ostaggi seguite al ra­ strellamento alla Benedicta (6-1 x aprile, centoquarantasette vittime e cir­ ca centosettanta deportati) e alla rappresaglia del Passo del Turchino (19 maggio, fucilazione di cinquantanove ostaggi) in Liguria, si registrano, tra gli altri episodi, l’incendio e il massacro di Peveragno (ro gennaio, venti­ nove vittime) e le sanguinose rappresaglie di Cumiana (3 aprile, fucilazione di cinquantuno civili) e di Coazze (10-26 maggio, quarantadue partigiani) in Piemonte, e la strage di Peternel (22 maggio, ventidue vittime) nel Friu­ li orientale. Ma accanto a queste vanno anche ricordate le stragi e le rap­ presaglie che, nello stesso periodo, colpirono duramente l’Operationszone Adriatisches Kiistenland (Litorale Adriatico): le rappresaglie di Trieste (23 aprile, impiccagione di cinquantuno ostaggi) e Opicina (3 aprile, fucilazio­ ne di settantuno ostaggi), le stragi effettuate nel corso dell’occupazione dell’Istria (Capodistria, 2 ottobre 1943, dieci civili; Villanova d’Arsa, 4 ot­ tobre, diciotto vittime; Crissini, 7 ottobre, cinquantotto vittime; Saini e Boccordi, 8-9 gennaio 1944, cinquantaquattro civili), il massacro di quasi tutti gli abitanti del villaggio croato di Lipa (30 aprile, duecentocinquantasette abitanti uccisi), nell’allora provincia del Carnaro. Anche il risorto fascismo repubblicano inizia in questa fase una sua pratica stragista, con rappresa­ glie che per certi aspetti ricalcano la tradizione squadristica (Ferrara, 14-15 novembre 1943, undici vittime; Lovere, 22 dicembre, tredici partigiani; Reggio Emilia, 28 dicembre, otto vittime, tra cui i sette fratelli Cervi). Nella terza fase, che comprende i mesi dal giugno all’ottobre 1944, si assiste a una vera e propria escalation della violenza nei confronti della po­ polazione civile italiana, in concomitanza con un più deciso impulso da par­ te tedesca alla lotta antipartigiana, che passò dalla repressione di fatti che si possono ancora considerare come occasionali e isolati a una vera e pro­ pria offensiva pianificata sul territorio. A sancire, a livello decisionale, que­ sto salto di qualità, giunsero le già citate draconiane disposizioni operative del feldmaresciallo Kesselring del 17 giugno 1944, che diedero sostanzial­ mente «mano libera» ai comandanti dei reparti operativi, garantendo loro la copertura anche sulle scelte di mezzi repressivi che andassero al di là dei limiti fino ad allora tenuti in considerazione; ordini che sostanzialmente ap­ plicavano anche all’Italia occupata il Bandenbefehl che il feldmaresciallo Keitel, capo di stato maggiore d ell’oKW, aveva emanato il 16 dicembre 1942 per l’Europa occupata. Un immediato riscontro di tale escalation sta nella constatazione che proprio in questa fase si concentra il più alto numero di stragi ed eccidi, che comportarono il maggior numero complessivo di vitti-

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me e interessarono tutta l’Italia centrosettentrionale. E la fase di massima espansione della lotta partigiana, della diffusione della renitenza ai bandi della Rsi, della liberazione di Roma e del ripiegamento tedesco verso l’Appennino tosco-emiliano - che infatti viene coinvolto in modo quanto mai diffuso e massiccio in quella che è ormai un’autentica «guerra ai civili». Le rappresaglie sono ormai diventate un fenomeno diffuso, un vero e proprio strumento di lotta, e tendono a non colpire più solamente i partigiani veri o presunti ma anche l’intera popolazione di una determinata area, consi­ derata in blocco come sospetta di connivenza. Sono esempi significativi di questo salto di qualità nell’uso della violenza ai civili le numerose stragi compiute dai tedeschi nel corso di quella terribile estate in Lazio (Pratarelle di Vicovaro, 7 giugno, ventitré civili; Vignanello, 7-8 giugno, quarantadue vittime), in Toscana (Forno e Frigido, 13 giugno, sessantacinque civi­ li e sedici partigiani; Castelnuovo Val di Cecina - Niccioleta, 13-14 giugno, ottantatre minatori/partigiani; Civitella della Chiana, 29 giugno, centosettantatre vittime civili; San Pancrazio di Bucine, 29 giugno, settantuno ci­ vili; Castelnuovo dei Sabbioni - Meleto, 4 luglio, centosettantasei civili; La Romagna - Massarosa, 6-11 agosto, sessantanove civili; Sant’Anna di Stazzema, 12 agosto, cinquecentosessanta civili; Valla sul Bardine, 19 agosto, centoquattordici civili; Padule di Fucecchio, 23-24 agosto, centosettantacinque civili; Vinca, 24 agosto, centosettantaquattro civili; Bergiola Foscalina, 16 settembre, settantadue civili; Fosse del Frigido, 16 settembre, centoquarantasei civili - per citarne soltanto alcune tra le più efferate), in Umbria (Gubbio, 22 giugno, quaranta civili), in Emilia (Bettola, 23 giugno, trentadue civili; Neviano degli Arduini, 1-2 luglio, trentacinque vittime; Tavolicci, 27 luglio, sessantaquattro civili; Lizzano in Belvedere, 27 set­ tembre, ventinove civili; Gaggio Montano, 29 settembre, settantuno civi­ li; Marzabotto-Montesole, 29 settembre - 5 ottobre, settecentosettanta vit­ time). E sufficiente una superficiale considerazione della successione delle date e dei luoghi - nel caso delle stragi in Toscana ed Emilia, in questa fa­ se - per rendersi conto del fatto che si tratta in buona misura di vere e pro­ prie campagne pianificate, di un fenomeno organizzato, di una successione di rastrellamenti - con conseguenti rappresaglie e stragi - che comportano ormai di fatto il superamento di ogni distinzione, nella repressione anti­ partigiana, tra civili e resistenti veri e propri. Ma un inasprimento analogo è avvertibile con chiarezza anche nelle aree di retrovia del fronte lungo l’ar­ co alpino, dove la risposta all’iniziativa partigiana contempla ormai sempre più diffusamente (anche se in misura nettamente minore rispetto all’area appenninica) anche la rappresaglia sui civili, l’incendio di villaggi, l’arresto in massa e l’avvio alla deportazione. Indicativi di questa generalizzazione d dà’escalation della violenza sono dunque anche numerosi massacri verifi­ catisi in questa fase lungo l’intero arco alpino, dalla Liguria (Molini di Triora, 3-5 luglio, ventinove vittime; Badalucco - Montalto Ligure, 17 agosto, venti civili) al Friuli (Torlano, 25 agosto, trentatre vittime; Paluzza e altre località della valle del But, 21-22 luglio, cinquantadue vittime), passando

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per il Piemonte (Fondotoce, 20 giugno, fucilazione di quaranta partigiani e due civili; Rozzo e Lovario, 19 luglio, quattordici civili; Roasio, 9 agosto, uccisione di diciannove ostaggi; Borgo Ticino, 13 agosto, dodici vittime), la Valle d’Aosta (Leverogne, 13 settembre, fucilazione di dodici civili), la Lombardia (Bovegno, 15 agosto, dodici civili e due partigiani) e il Veneto (Recoaro, 11 giugno, quindici vittime, e 10 agosto, diciannove vittime; Bassano, 26 settembre, impiccagione di trentuno partigiani nell’ambito del va­ sto rastrellamento nell’area del massiccio del Grappa; Villamarzana, 15 ot­ tobre, uccisione per rappresaglia di quarantaquattro civili e partigiani per opera di militi della Rsi e ufficiali tedeschi). La fase successiva, la quarta, comprende i mesi che vanno dal novem­ bre 1944 al marzo 1945 e corrisponde alla lunga stasi invernale del fronte lungo la linea Gotica e ai rastrellamenti di molte zone libere. L’area inte­ ressata è ormai praticamente ridotta all’Italia settentrionale a monte della linea del fronte che, dalla Versilia al corso del Senio, si stabilizza nel gen­ naio 1945. La distribuzione sul territorio e le modalità delle stragi che si verificano in questa fase sembrano indicare un notevole allentamento del­ le azioni terroristiche dirette contro i civili, a favore piuttosto di una mag­ giore attenzione alla pressione sulle formazioni partigiane, le intendenze, i Gap nelle immediate retrovie del fronte. Si può affermare che in generale, a partire dall’autunno avanzato del 1944, ha inizio una lenta ma progressi­ va diminuzione della violenza dei metodi repressivi tedeschi a danno dei ci­ vili, anche se non mancarono certo rilevanti eccezioni in senso contrario, soprattutto a ridosso della stessa linea del fronte o nelle immediate retro­ vie (Vecchiazz ano -Forlì, 8 novembre, nove civili; Avenza-Carrara, n no­ vembre, dieci civili; Regnano Castello, 23 novembre, tredici civili; Raven­ na - Madonna dell’Albero, 27 novembre, cinquantasei vittime; Cortile, i° dicembre, sedici civili; Bagnolo in Piano, 3 marzo, otto vittime; Nonantola, 9 marzo, dieci civili), ma anche in Liguria (Castelvittorio, 3-5 dicembre, ventuno vittime; Torre Paponi, 16 dic embre, ventotto civili) e in Piemon­ te (Castellino Tanaro, 14-16 novembre, dodici civili). Mentre, per contro, l’estendersi dei rastrellamenti e dell’azione repressiva sia in montagna che nelle città fece dell’inverno 1944-45 il periodo più critico per il movimen­ to partigiano, segnato da una fase di netto regresso della capacità offensi­ va e dalla diminuita capacità di controllo del territorio (e i rastrellamenti nelle zone libere, come nel caso di quello della Carnia tra fine novembre e primi di dicembre, comportarono anche un rilevante numero di vittime tra la popolazione). E significativo che in questa fase siano state eseguite con immutata intensità numerose esecuzioni per rappresaglia di partigiani cat­ turati dopo scontri o rastrellamenti sia in Emilia (Legoreccio, 17 novembre I 9 44 > ventiquattro partigiani; Castelfranco Emilia, 17 dicembre, undici partigiani; Vercallo, 21 dicembre, dodici partigiani; Varano dei Melegari, 10 gennaio 1945, diciassette partigiani) sia in Piemonte (Corio Canavese, 17 novembre 1944, trentatre partigiani) e in Lombardia (Cornalba, 25 no­ vembre - i° dicembre, quindici partigiani). Frequenti anche le esecuzioni

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di ostaggi detenuti a vario titolo prelevati dalle carceri (Portofino, 2 di­ cembre, ventidue vittime; Sabbiuno, 14-23 dicembre, vittime un centinaio di detenuti politici, di cui cinquantotto identificati; Villa Cadé, 8 febbraio 1945, ventuno ostaggi; Calerno di Sant’Ilario, 14 febbraio, venti ostaggi; Cravasco, 24 marzo, diciassette ostaggi; Udine, 19 gennaio, sedici ostaggi, e 11 febbraio, ventidue partigiani). Un’improvvisa recrudescenza del fenomeno delle stragi di civili, rispet­ to alla stasi del periodo precedente, caratterizza l’ultima fase da prendere in esame, che è breve dal punto di vista della durata, ma segnata ciononostan­ te da episodi di rilievo. Si tratta del periodo conclusivo, che va dall’aprile ai primi giorni di maggio del 1945 e corrisponde alla fase insurrezionale, ai gior­ ni della liberazione e al ripiegamento tedesco verso il confine alpino. Le stra­ gi, relativamente numerose, che si verificano in questo periodo, avvengono per lo più lungo le principali vie di ritirata delle truppe tedesche e hanno in genere il carattere di rappresaglie immediate contro attacchi partigiani mi­ ranti a rallentare la ritirata stessa. In Piemonte gli episodi più rilevanti av­ vengono a Narzole (26 aprile, quindici civili), Grugliasco (29 aprile, cinquantanove partigiani e sette civili), Santhià (29-30 aprile, cinquantadue vit­ time tra partigiani e civili). In Lombardia le ultime stragi avvengono il 27 aprile a Spino d’Adda (dieci vittime), Volongo (sedici, tra partigiani e civi­ li), Rodengo Saiano (dieci partigiani). Particolarmente colpite le regioni dell’arco alpino nordorientale, lungo le direttrici di ritirata verso il territo­ rio austriaco: in Veneto e in Friuli i tedeschi lasciano una vera scia di san­ gue, con gli episodi più gravi a Villadose (24 aprile, diciassette civili), Saonara (27 aprile, cinquanta civili), Castello di Godego (29 aprile, ottanta ci­ vili), Pedescala e dintorni (29 aprile - 2 maggio, ottantatre civili), Cervignano (29 aprile, ventidue civili). Le ultime stragi tedesche colpiscono la popola­ zione italiana a guerra finita - quando la stessa Berlino è ormai in mano al­ le truppe sovietiche - e avvengono in località prossime alla frontiera: anco­ ra in Friuli, il 2 maggio, a Ovaro e Comeglians (ventisette vittime in totale) e ad Avasinis (cinquantuno civili), e in Trentino (rappresaglia in Val di Flem­ me del 4 maggio, trentuno vittime). Sono, in gran parte dei casi, atti estre­ mi di violenta ritorsione (alcuni di essi avvengono mentre già si festeggia la fine della guerra), l’ultimo colpo di coda sferrato contro la popolazione dal­ la macchina da guerra tedesca prima di abbandonare l’Italia. Per tali carat­ teristiche è difficile ritenere che essi siano il frutto di un inasprimento pia­ nificato dai comandi (del resto il successore di Kesselring, generale von Vietinghoff-Scheel, aveva di fatto revocato alcune delle più dure misure del predecessore): si è forse più vicini al vero nell’attribuirli al riemergere per certi aspetti spontaneo di un costume, di una pratica di «guerra ai civili» or­ mai introiettata al punto di divenire quasi un fatto «naturale». Memoria e storiografia. La memoria storica di questi fatti è tuttora pre­ sente nel paese a motivo, oltre che della loro intrinseca rilevanza, dell’ampia diffusione che il fenomeno ebbe su gran parte del territorio nazionale, che

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visse a partire dall’occupazione tedesca uno stillicidio quotidiano di violenze talmente capillare da consentire l’affermazione che poche furono le zone non coinvolte, sia pure in forma e misura diversa. Si tratta però di una memoria storica che, pur variamente coltivata a livello locale - è ancora diffusa nelle regioni centrosettentrionali, mentre appare quasi rimossa nel Mezzogiorno -, si presenta molto disomogenea sul piano nazionale. Essa infatti, se ha assun­ to nel tempo alcuni eventi a immagine simbolica della violenza nazista in Ita­ lia (le Fosse Ardeatine, le stragi nell’area di Monte Sole - Marzabotto, Boves), non è stata fino a oggi in grado di imprimere nella memoria collettiva numerosi altri episodi, non meno indicativi di un ricorso diffuso all’esercizio del terrore nei confronti dei civili, quali ad esempio le stragi compiute tra Campania e Abruzzo (Acerra, Bellona, Limmari) nell’autunno del 1943, quan­ do la pratica stragista fece diffusamente la sua comparsa a ridosso della co­ siddetta linea Gustav, o alcune di quelle verificatesi in Toscana al di qua e al di là della linea Gotica (Civitella di Chiana, Fucecchio, Valla, Vinca, Sant’An­ na di Stazzema) nella fase più acuta del coinvolgimento dei civili nella guer­ ra, tra l’estate e l’inizio d’autunno del 1944. Si tratta inoltre, come emerge da alcuni studi recenti (Giovanni Conti­ ni, Leonardo Paggi), di una memoria in molti casi “divisa”, vale a dire che anche quando si è trasmessa con una certa coralità all’interno delle comu­ nità locali, non si è tuttavia risolta in una visione unitaria, spesso neppure nella ricostruzione dei fatti prima ancora che della loro interpretazione. All’origine di memorie contrapposte vi è quasi sempre la valutazione del ruolo dei partigiani e della responsabilità che alla loro azione viene attri­ buita per le rappresaglie operate dai tedeschi o da tedeschi e fascisti. Non si tratta semplicisticamente di una rivincita postuma della propaganda na­ zista, che proprio sulla Resistenza voleva scaricare la responsabilità delle stragi, ma di una più complessa stratificazione della memoria, che al di là di ogni episodio specifico finisce per fondersi e confondersi con la valuta­ zione tout court della Resistenza e con gli atteggiamenti di quella zona gri­ gia che oggi torna prepotentemente alla ribalta negli studi in materia. Quasi immediatamente oggetto di rievocazioni e cerimonie commemo­ rative, la vicenda delle stragi è entrata con difficoltà tra gli obiettivi della ricerca storica. Questo indugio nella presa di coscienza del loro rilievo dal punto di vista storiografico è stato almeno in parte dovuto anche al ritardo o addirittura all’inesistenza di una loro elaborazione giudiziaria. Testimo­ nianze e documentazioni al riguardo si devono già, infatti, per lo più all’at­ tività inquisitoria, prima ancora che istruttoria, degli organismi delle forze alleate, che subito dopo la liberazione del territorio indagarono sui fatti più rilevanti allo scopo di raccogliere materiale per eventuali processi per cri­ mini di guerra. Un’analoga attività investigativa fu avviata anche da auto­ rità italiane (diverse procure militari aprirono istruttorie contro responsa­ bili tedeschi e più spesso nei confronti di collaborazionisti della Rsi). Sap­ piamo però che, a parte i numerosi processi per collaborazionismo celebrati in varie località dellTtalia centrosettentrionale, e quelli a carico di Kappler

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e Reder da parte della magistratura militare italiana, delle procedure giu­ diziarie per crimini di guerra previste dagli alleati l’unica che sia giunta al­ la sentenza fu il processo Kesselring. La sospensione dell’attività persecutoria nel dopoguerra, ormai nel qua­ dro della guerra fredda che scoraggiò le iniziative volte a fare luce sui cri­ mini nazisti e portò all’interruzione delle indagini, ebbe una ricaduta di­ retta sulle possibilità della ricerca a causa della scarsa o nulla accessibilità alla documentazione. Il ricordo delle stragi, divenuto luogo comune della memoria, non sollecitò una più rigorosa ricerca di carattere storiografico, appiattendosi nei rituali commemorativi. Ciò spiega il ritardo con il quale la tematica delle stragi è tornata in anni recenti all’attenzione della storio­ grafia sotto la spinta di sollecitazioni di diversa natura: nell’ambito della storiografia italiana, per la possibilità di accedere a nuove fonti archivistiche, specie angloamericane, e per il risveglio di memoria che ha consentito di promuovere nuove ricerche, sollecitate anche dal tentativo di alcuni co­ muni di riaprire istruttorie per crimini commessi nei mesi dell’occupazione tedesca; nell’ambito della storiografia tedesca, per la rivisitazione del com­ portamento della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale, al fine soprattutto di verificare il luogo comune che intendeva scaricare su SS e forze di polizia la responsabilità di stragi compiute in tutta Europa e di ap­ purare la condotta della guerra di sterminio nei territori orientali, grazie anche all’apertura di nuovi fondi archivistici soprattutto nell’ex Urss. Ne è seguita, nella nuova temperie politico-culturale, la comparsa di una ricca serie di contributi che, problematizzando la questione delle stragi nel quadro più complessivo della condotta di guerra della Germania nazista, ha sollevato con rilievo sin qui inedito (anche per suggestione di studi più ge­ nerali come quelli di Browning) quesiti e interrogativi relativi non solo al rapporto tra movimenti di resistenza e rappresaglie, ma soprattutto alla re­ sponsabilità etica e giuridica dei comandi tedeschi, alla luce della struttura dì potere e di comando nella Wehrmacht (terreno privilegiato nello studio di Klinkhammer). Tuttavia, la linea interpretativa prevalente al di là del nes­ so Resistenza-rappresaglia sembra investire nel complesso la condotta del­ la guerra come guerra totale e di sterminio. Ciò, beninteso, non significa trasferire automaticamente all’Italia categorie concettuali e interpretative pienamente pertinenti per altre realtà (la guerra di sterminio all’Est), ma si­ gnifica saggiare quale influenza possono avere avuto, anche in Italia, espe­ rienze compiute in misura radicalizzata in altre aree d’Europa, se si è giun­ ti a infrangere la soglia di una condotta bellica conforme alle regole del di­ ritto internazionale di guerra. E questa la linea interpretativa che si rinviene soprattutto nei lavori sulle stragi in Toscana, ossia nell’area dell’Italia cen­ trale che fu più coinvolta dalla sequenza dei massacri (negli studi a cura di Leonardo Paggi e Paolo Pezzino, e di Paolo Pezzino e Michele Battini), che richiamano con forza la priorità assoluta che i tedeschi attribuirono alla si­ curezza delle loro forze rispetto alla tutela della popolazione civile e offro­ no una visione critica delle responsabilità della Wehrmacht, attenuandone

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fortemente la differenza di comportamento al confronto con le SS e le unità della polizia. Un punto di vista che appare condiviso da storici tedeschi co­ me Friedrich Andrae e Gerhard Schreiber, nei quali è fortemente presen­ te anche la componente del pregiudizio nazionale e razziale nei riguardi del­ la popolazione italiana e soprattutto l’intenzionalità della condotta terroristi­ ca della guerra da parte della Wehrmacht, indipendentemente dal peso della minaccia della Resistenza nei confronti della sua sicurezza. Alla luce degli studi sin qui apparsi possiamo considerare che la cono­ scenza della tipologia delle stragi difficilmente potrà arricchirsi di nuove fattispecie. Ciò tuttavia non vuol dire che non vi siano ancora molti episo­ di da chiarire, al di là della possibilità, a distanza di mezzo secolo dalle stra­ gi, di aprire nuovi procedimenti giudiziari. Accertare la verità dei fatti e ri­ costruirne esattamente i protagonisti (i reparti, i comandanti, gli uomini che hanno eseguito le stragi), le circostanze collaterali e ambientali, la di­ namica stessa degli eventi rimane ancora in molti casi uno dei desiderata della ricerca. Tra l’altro, sempre da approfondire rimane anche il tema del­ le corresponsabilità dei reparti della Rsi, quale che fosse la specialità cui ap­ partenevano, nel contesto più generale della collaborazione della Repub­ blica di Salò. Nota bibliografica.

F. Andrae, La Wehrmacht in Italia (1995), Editori Riuniti, Roma 1997; M. Battini e P. Pezzino, Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro. Toscana 1944, Marsilio, Venezia 1997; E. Collotti, «Occhio per occhio, dente per dente! »: un ordine di repressione te­ desco nel Litorale Adriatico, in «Il Movimento di liberazione in Italia», n. 86 (gennaio-mar­ zo 1967), pp. 3-20; G. Contini, La memoria divisa, Rizzoli, Milano 1997; L. Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), Donzelli, Roma 1997; T. Matta (a cura di), Un percorso della memoria. Guida ai luoghi della violenza nazista e fascista in Italia, Eletta, Milano 1996; L. Paggi (a cura di), La memoria delnazismo nell’Europa di oggi, La Nuo­ va Italia, Firenze 1996; Id. (a cura di), Storia e memoria di un massacro ordinario, Manifestolibri, Roma 1996; P. Pezzino, Anatomia di un massacro. Controversia sopra una strage tedesca, Il Mulino, Bologna 1997; A. Portelli, L ’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Donzelli, Roma 1999; G. Schreiber, La vendetta tedesca. 1943-1945: le rappresa­ glie naziste in Italia (1996), Mondadori, Milano 2000.

ANNA BRAVO

Resistenza civile

Forme di lotta. Con la significativa eccezione delle enclaves di alto pre­ stigio e potere, nori esistono nella Resistenza compiti o settori dove non compaiano donne. E cosi nello scontro armato, nel lavoro di informazione, approvvigionamento e collegamento, nella stampa e propaganda, nel tra­ sporto di armi e munizioni, nell’organizzazione sanitaria e ospedaliera, nel Soccorso rosso, la struttura delegata a sostenere i militanti in difficoltà e le loro famiglie. Dello schieramento resistenziale fanno parte anche le mili­ tanti dei Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti del­ la libertà, l’organizzazione femminile di massa fondata nell’autunno '43 da alcune esponenti dei partiti del Cln. Nell’opera dei Gruppi, e in una certa misura anche delle partigiane, rien­ trano molte pratiche tipiche della resistenza civile, un termine oggi usato per indicare l’area dei comportamenti conflittuali delle popolazioni che in tutta l’Europa sotto dominio nazista accompagnano, a volte precedono, la resistenza armata, e che si valgono non delle armi ma di strumenti come il coraggio morale, i’inventiva, la duttilità, le tecniche di aggiramento della violenza, la capacità di manovrare le situazioni, di cambiare le carte in ta­ vola ai danni del nemico. Ma le donne attive in questo campo sono molte di più di quelle integrate nella Resistenza e riconosciute come tali. Il punto di inizio della resistenza civile italiana sono i giorni successivi all’8 settembre, quando i tedeschi si sono ormai impadroniti dei quattro quinti del paese e decine di migliaia di soldati si sbandano sul territorio cer­ cando di sfuggire alla caccia degli occupanti. Ne nascono storie straordi­ narie, uscite dall’anonimato solo di recente. Come quella di M. S., una non più giovane donna torinese di classe operaia che non esita ad accogliere e rivestire in borghese i primi militari che bussano alla sua porta, ma che su­ bito si rende conto del carattere di massa dell’emergenza. Fa allora incetta di indumenti in tutto il quartiere, da conoscenti e vicini fino alle suore di un istituto di carità, e trasforma la propria casa in un efficientissimo centro di raccolta dove sull’onda del passaparola gli sbandati si presentano sempre più numerosi. M. S. li sfama, li fa riposare in un dormitorio improvvisato nelle cantine, li riveste da capo a piedi, preoccupandosi persino di tingere in nero le scarpe militari, punto debole di ogni travestimento. Poi li accom­ pagna uno per uno alla stazione, dove cerca di eludere i controlli polizie­

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schi baciandoli e abbracciandoli come fossero parenti in visita [Bravo e Bruzzone 1995]. Sebbene sia raro incontrare altrettanto spirito imprenditorale è altret­ tanta cura per la verosimiglianza, in quei giorni un numero imprecisato ma vastissimo di donne - anche se non solo di donne - si impegna in una mo­ bilitazione che imprime il suo segno nel paesaggio. Come scrive Luigi Meneghello, uno dei maggiori protagonisti/interpreti della Resistenza, si ve­ devano file praticamente continue di gente [...] tutti abbastanza giovani, dai venti ai trentacinque, molti in divisa fuori o rdinanza, molti in b o rghese, con capi spaia­ ti, bluse da donna, sandali, scarpe da calcio . Abbondavano i vestiti da prete [...]. Pareva che tutta la gioventù italiana di sesso maschile si fosse messa in strada, una specie di grande pellegrinaggio di giovanotti, quasi in maschera, co­ me quelli che vanno alla visita di leva. [1986].

È una gigantesca operazione di salvataggio, forse la più grande della no­ stra storia [Galli Della Loggia 1991], che viene condotta in assenza di di­ rettive politiche e in gran parte per iniziativa di donne cosiddette comuni; un fenomeno che non si ripeterà più con queste caratteristiche e dimensio­ ni. Ma nei venti mesi successivi, la resistenza civile italiana prende altre forme. Tra queste, sabotaggi e scioperi per ostacolare lo sfruttamento del­ le risorse nazionali perseguito dai nazisti; tentativi di impedire la distru­ zione di cose e beni essenziali per il dopo; lotte in difesa delle condizioni di vita; isolamento morale del nemico, una pratica decisiva per minarne la tenuta psicologica; rifiuto da parte di magistrati e altri dipendenti pubbli­ ci di prestare giuramento alla Repubblica di Salò (Rsi). Spicca anche, ed è probabilmente l’aspetto più diffuso, la protezione verso chi è in pericolo: basta ricordare la lunga ospitalità offerta ai prigionieri alleati evasi dai cam­ pi di concentramento italiani dopo l’armistizio [Absalom 1991]; l’aiuto agli ebrei, banco di prova della resistenza civile in tutta Europa; e, certo non ultimo, l’appoggio alle formazioni partigiane attraverso infinite, piccole e grandi iniziative. Sarebbe dunque assurdo considerare la resistenza civile come separata e contrapposta a quella armata anche perché, almeno in al­ cuni casi, non di rifiuto delle armi si tratta ma dell’impossibilità di procu­ rarsele. E vero invece che il termine abbraccia un ventaglio di comportamenti eterogenei, apparentati essenzialmente dal fatto di essere compiuti senza armi e a opera di soggetti a loro volta cosi diversi che ad accomunarli è qua­ si solo la condizione di cittadini di uno stesso paese: sono uomini di varia età, ceto, cultura, posizione professionale, politicizzati e non; a volte bambine e bambini, religiose e religiosi, ma soprattutto donne - proletarie e aristo­ cratiche, contadine e borghesi -, spinte all’esterno dalla necessità di prov­ vedere a se stesse e alla famiglia e spesso più capaci di esporsi nella con­ vinzione, a volte nell’illusione, che la figura femminile possa destare mino­ re sospetto.

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Una molteplicità di motivazioni riflette questa molteplicità di protago­ nisti: contano la fede e le indicazioni politiche, ma spesso contano di più la stanchezza della guerra, la pietas cristiana, l’odio per tedeschi e fascisti, la so­ lidarietà, a volte l’orgoglio patriottico, di gruppo, di mestiere, ideali anar­ chici e antimilitaristi, spirito di insubordinazione e di avventura. L’8 set­ tembre '43 per le donne c’è una sfumatura particolare: gli sbandati sono giovani uomini in pericolo che si rivolgono loro come a figure forti e salvi­ fiche, vale a dire materne. E proprio a causa di questa vulnerabilità le don­ ne li considerano spesso figli virtuali, e per proteggerli danno vita a un matemage di massa che rappresenta una delle espressioni specificamente fem­ minili della resistenza civile italiana. Al suo interno spicca l’azione individuale. C’è chi opera in modo estem­ poraneo, come la parru c chiera che durante una retata nasconde un parti­ giano fra le clienti. Chi in modo continuativo, come la diciottenne impie­ gata di uno stabilimento ausiliario che va regolarmente al comando tedesco a chiedere i lasciapassare per gli operai, e regolarmente inserisce nell’elen­ co partigiani e qualche ebreo; se la sua collaborazione con il Cln resta infor­ male, in altri casi il medesimo incarico può portare all’inserimento negli or­ ganici, a dimostrazione di quanto sia difficile in quell’orizzonte concitato e frammentato applicare criteri omogenei. Frutto ora di una tessitura minuziosa, ora di precipitazioni impreviste, le lotte collettive sono per lo più non violente, ma non sempre: lo testimo­ niano gli assalti ai magazzini di viveri e ai treni carichi di derrate o com­ bustibili e alcune aggressioni contro esponenti e favoreggiatori di Salò - in quest’ultimo caso però è difficile distinguere tra i fatti, le dicerie, le ver­ sioni amplificate. Variano molto le modalità organizzative. La mobilitazione può riecheg­ giare le parole d’ordine dei partiti antifascisti o dei Gruppi di difesa, può esserne il risultato diretto, può valersi dei loro canali; altre volte - è il ca­ so di M. S. - nasce da strutture di concertazione informale lontane dal cir­ cuito politico e fondate su un tessuto sociale di paese, di quartiere, di par­ rocchia, su reti parentali, di colleganza, di amicizia. Variano anche i risultati: si salvano persone e si vanificano i piani nazi­ sti, come quando le donne di Carrara resistono agli ordini di sfollamento totale emanati nel luglio '44 per garantire alle truppe tedesche una via di ritirata attraverso territori sgombri [Commissione pari opportunità Massa e Carrara 1994]; si strappano miglioramenti delle condizioni di vita e si de­ legittimano le istituzioni della Rsi. Ma l’azione è in ogni caso frutto di una decisione personale non meno difficile della scelta partigiana. Così come solo una minoranza prende le armi, solo una minoranza si impegna infatti nella lotta senza armi, e sarebbe ingiusto servirsene per accreditare il mito di un’unanime mobilitazione antifascista e antinazista; vale invece la pena sottolineare che da noi la solidarietà verso gli ebrei scatta nel momento in cui risulta chiaro che è la loro vita a essere in pericolo, ma anche che la Ger­ mania ha ormai perso la guerra.

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Su questo sfondo, il significato della resistenza civile trova ancora più risalto. Si tratta nel suo insieme di un enorme lavoro di tutela e trasforma­ zione dell’esistente - vite, rapporti, cose - che si contrappone sul piano sia materiale sia simbolico alla terra bruciata perseguita dagli occupanti; di un rifiuto a sottomettersi le cui conseguenze possono andare dalla denuncia al­ la deportazione e alla pena di morte per chi fornisca documenti falsi ai ri­ cercati, dia aiuto a partigiani o - recita un decreto della Rsi del 9 ottobre 1943 - dia rifugio a prigionieri e militari alleati o ne faciliti la fuga. Alcu­ ne donne di Carrara vengono arrestate, alcuni soccorritori dei prigionieri di guerra sono uccisi; la piemontese quindicenne Natalina Bianco, “colpe­ vole” di aver portato viveri ai fratelli partigiani, finirà a Ravensbruck, co­ sì pure la studentessa padovana Milena Zambon, attiva in una rete che fa passare in Svizzera i prigionieri alleati [Gios 1987]. Del resto, nell’ordine senza diritto imposto dall’occupazione basta un rifiuto occasionale di ob­ bedienza a innescare ritorsioni gravi. L’impegno nella resistenza civile può dunque contare e costare quanto quello nella resistenza armata. Ma dei suoi protagonisti e protagoniste e del loro destino sappiamo ancora poco, e quel poco a volte emerge pèr caso, co­ me avviene nel '98 con la storia dell’agente di custodia di San Vittore An­ drea Schivo, deportato e ucciso a Flossemburg per aver «agevolato i dete­ nuti politici ebrei coi loro bambini [...] soccorrendoli con delle uova, mar­ mellata, frutta, di tutto quanto poteva essere possibile e utile» [Laudi 1998]. La Resistenza e la figura femminile. Consapevoli di quanto sia impor­ tante la conflittualità diffusa, le forze della resistenza la sollecitano in va­ rie forme; la considerano, però, più un indispensabile complemento della lotta armata che l’espressione di un antagonismo che germina dalla società. Nelle interpretazioni allora più seguite, la politica si identifica infatti con l’azione delle avanguardie organizzate, non con la transeunte iniziativa po­ polare; la vera battaglia contro il nazismo è quella che si combatte con le armi in pugno, mentre le lotte inermi e “spontanee” sono ritenute una for­ ma minore dell’antifascismo, una componente utile ma secondaria, in qual­ che caso guardata con diffidenza da chi ricorda le non lontane mobilitazio­ ni reazionarie delle masse italiane. Quanto alle donne, la Resistenza offre loro la prima occasione storica di politicizzazione democratica [Guidetti Serra 1977; Mafai 1987] e dun­ que le contraddizioni sono ancora più forti. Sebbene la guerra sottoponga l’intera struttura sociale a tensioni vistose, non ne smantella infatti l’im­ pronta patriarcale: restano forti sia l’ideologia secondo cui le donne appar­ tengono alla famiglia e al privato e sono incompatibili con la sfera pubbli­ ca e la politica, sia i luoghi comuni sull’inaffidabilità femminile. Partecipe di quella cultura anche se intenzionato a cambiarne molti aspetti, il movi­ mento resistenziale da un lato teme 1’“egoismo” familistico delle donne, dall’altro cerca di guadagnarle alla causa, ma soprattutto in quanto «madri e spose» [Pieroni Bortolotti 1978]. Nasce da qui una prevalente ottica “con­

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tinuista”, che vede nell’opera delle donne il prolungamento di ruoli natiirali di assistenza e di cura, espansi al di fuori del privato in deroga alla “nor­ male” divisione degli spazi. Che a singole esponenti politiche siano asse­ gnati incarichi di rilievo in qualcuno dei territori provvisoriamente libera­ ti dai partigiani e amministrati dai Cln è un segnale importante, ma coesiste con il fatto che in nessuna di queste zone viene riconosciuto alle donne il diritto di voto per l’elezione degli organismi di autogoverno. Non solo: perdurano - ed è stupefacente se si pensa agli sconvolgimen­ ti della guerra - l’assimilazione fra vita quotidiana e routine e quel suo ri­ svolto simmetrico che identifica emergenza e caduta peccaminosa nel lassi­ smo. Nessuna delle forze in campo si dimostra immune dall’uno o dall’al­ tro stereotipo. La Chiesa rimprovera alle donne di sfuggire la domesticità con il pretesto della situazione eccezionale, di non saper più educare cri­ stianamente le figlie, di indulgere a sregolatezze di ogni tipo, da abbiglia­ menti provocanti a frequentazioni scandalose. All’estremo opposto, in una lettera della IX brigata Matteotti «alle Compagne» [Archivio centrale Udi 1995] le si invita a impegnarsi per procurare quanto necessario alla forma­ zione, «abbandonando la vita metodica e casalinga». Che nella lettera della M atteotti ci si rivolga alle militanti di un organi­ smo riconosciuto dal Cln mostra che i pregiudizi non colpiscono soltanto le donne cosiddette comuni. Ne scontano gli effetti sia le donne dei Gruppi sia le stesse partigiane, gran parte delle quali sono impegnate nel lavoro lo­ gistico, un insieme di compiti complesso e pericoloso senza il quale nessun esercito potrebbe esistere. Meno che mai quello resistenziale, in cui il rap­ porto fra chi combatte e chi è impegnato in compiti di sostegno supera di molto lo standard delle truppe regolari. Eppure le partigiane vengono co­ munemente definite con il termine vago e miniaturizzante di «staffetta» il che non esclude affatto ammirazione e gratitudine ma conferma la diffi­ coltà a vedere le donne fuori da un ruolo ancillare. Quanto ai Gruppi di difesa, il loro intervento investe terreni cruciali per la vita materiale e simbolica della collettività e per una prospettiva di maggiore giustizia. Basta ricordare le lotte di fabbrica e contro le deporta­ zioni, la già citata resistenza agli sfollamenti forzati, gli onori resi pubbli­ camente e collettivamente ai partigiani caduti e alle vittime dei tedeschi, la difesa intensiva delle condizioni di vita condotta con grande attenzione a principi di equità nella gestione delle poche risorse lib id i. E un’assunzione di responsabilità che mette in campo pratiche e attitudini storicamente as­ sociate alle donne e fatte proprie dal primo emancipazionismo; ma lo sfor­ zo di trasformarle in compito politicamente riconosciuto rappresenta un passo in più, una opzione forte per la presenza femminile nei futuri orga­ nismi democratici. Peccato che questa potenzialità non trovi risposte ade­ guate [Rossi-Doria 1994]. I criteri che regolano il riconoscimento della qualifica di resistente di­ cono molto sulla cultura e sulla mentalità dell’epoca. È dichiarato partigia­ no chi ha portato le armi per almeno tre mesi in una formazione armata «re­

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golarmente inquadrata nelle forze riconosciute e dipendenti dal Cvl», e ha compiuto almeno tre azioni di guerra o di sabotaggio. A quanti sono stati in carcere, al confino, in campo di concentramento la qualifica viene rico­ nosciuta solo se la prigionia è durata oltre tre mesi. Almeno sei mesi sono necessari nel caso di servizio nelle strutture logistiche, mentre a chi, dal­ l’esterno delle formazioni, abbia prestato aiuti particolarmente rilevanti, viene attribuito in qualche regione il titolo di benemerito. Resta dunque saldo uno dei fondamenti tradizionali della cittadinanza, che lega la sua espressione più alta al diritto/dovere di portare le armi, facendo degli iner­ mi per necessità o per scelta figure secondarie quanto meno sul piano sim­ bolico. Si sancisce anche l’assoluta dominanza del legame politico - di par­ tito, di gruppo, di organismo di massa - rispetto ad altri tipi di vincolo e mediazione. Nello stesso schieramento antifascista si fatica a prèndere co­ scienza delle implicazioni di questo dualismo. Vengono così esclusi molti soggetti, dai reduci dei lager agli oppositori non collegati alle formazioni ufficiali e ai partiti del Cln; e la grandissima parte delle donne. Le cifre ufficiali di 35 000 partigiane e 70 000 operanti nei Gruppi di difesa sono ragguardevoli, a maggior ragione se si tiene con­ to che il desiderio/bisogno di sottrarsi ai bandi di arruolamento nelle trup­ pe della Rsi non riguarda le donne; ma per ammissione ormai generale sottorappresentano ampiamente la presenza femminile. Non mancano ambivalenze neppure verso le partigiane combattenti, protagoniste di una rottura tanto più perturbante perché segue al ven­ tennio fascista di enfasi sfrenata sulle funzioni materne. Quanto allarme cresca intorno alla figura della donna in armi è mostrato dalle leggende che circolano fra tedeschi e fascisti e fra la popolazione, narrando di rea­ li o immaginarie condottiere sempre bellissime e sempre ferocissime. E il riemergere del mito della guerriera, che ha il suo rovescio nella diffiden­ za con cui molti guardano alle partigiane concrete, donne per lo più gio­ vani uscite da casa per entrare non solo nella sfera della politica ma in quella della violenza armata, ritenuta massimamente incompatibile con la femminilità. Può essere così anche fra i resistenti. Il coraggio con cui la dirigenza par­ tigiana bolla come arretratezze i pregiudizi maschili [Pavone 1991] e apre alle donne, non azzera i dubbi sulla loro attitudine al combattimento né i timori di promiscuità nelle bande, e convive con una pratica di divisione dei compiti modellata sulla gerarchia di genere. Per molte che combattono, poche accedono a ruoli politici o militari di rilievo, pochissime diventano comandanti o commissari politici. Il grado più alto attribuito alle donne è quello di maggiore, che riguarda comunque una piccola minoranza; quelli più diffusi, tenente e sottotenente. L’avarizia nell’assegnazione di ricono­ scimenti militari riguarda tutta la Resistenza europea, ma nei paesi latini si arriva a casi limite: da noi una donna si vede attribuire la qualifica di sol­ dato semplice proprio dal giovane partigiano che lei stessa aveva messo a capo di una formazione quando esercitava in via provvisoria il comando del

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i ° settore della piazza di Torino; a un’altra classificata come partigiana sem­ plice viene riconosciuto dal comando alleato il grado di ufficiale superiore e la liquidazione in denaro corrispondente [Alloisio e Beltrami 1981]. Nell’insieme, il modo con cui nel mondo resistenziale si guarda alle don­ ne registra un interessante intreccio fra volontà ugualitaria, slanci innova­ tivi e cedimenti ai vecchi stereotipi. Non per caso. Sono in gioco la divi­ sione sessuale dei compiti e la separazione degli spazi fra donne e uomini, nodi cruciali del sistema di genere resi più dirompenti dalle materie che in­ vestono: partecipazione politica, uso delle armi, rapporti uomo-donna nel­ la vita di formazione e in prospettiva nel futuro. Della complessità della si­ tuazione non tutti si rendono conto; su come affrontarla si danno a volte indicazioni opposte. Emerge così un quadro movimentato, dove giocano in modo decisivo le differenze culturali, politiche, geografiche, ideologiche, e le inclinazioni personali; gioca, soprattutto, la volontà delle protagoniste di contrattare spazi di autonomia e di autoaffermarsi di fronte ai compagni. E significativo che i Gruppi di difesa della donna insistano di continuo per sostituire il termine «staffetta» con definizioni professionali (informa­ trice, collegatrice, portaordini, infermiera) utili per superare l’immagine in­ distinta della donna che aiuta, dà.una mano, si presta; che invitino calda­ mente le militanti a esigere la presenza femminile negli organismi politici e in ogni struttura di base, a non aver paura di sbagliare, ad agire di propria iniziativa, a sapersi imporre [Archivio centrale Udi 1995]. E significativo che molte partigiane rivendichino uguali diritti e responsabilità, e che alcune accettino di curare i compagni feriti, ma rifiutino fermamente di servirli [Bruzzone e Farina 1976]. Il senso comune storiografico. Sebbene qualsiasi generalizzazione impli­ chi una forzatura, si può dire che per decenni gran parte della storiografia abbia aderito alle idee-base della Resistenza, presentandola come un even­ to quasi esclusivamente armato e identificandone la politica nei partiti e ne­ gli organismi di massa. Quanto agli stereotipi sulla femminilità, gli storici sembrano averli.vissuti in modo molto meno conflittuale e vitale che non i resistenti, tanto da aver quasi ignorato l’esperienza delle partigiane e ancor più quella dei Gruppi o delle «donne comuni». Non che della presenza femminile si sia taciuto del tutto. E anzi raro che non venga nominata e magari insignita di aggettivazioni iperboliche; ma, appunto, semplicemente nominata, non assunta a tema di ricerca. Nel­ la memorialistica se ne parla come di un aiuto provvidenziale ricordato a volte con tenerezza e commozione; nei lavori di sintesi compare come lo scenario della lotta armata, quasi una componente ambientale che aderisce, sabota o si astiene in una partita giocata tra fascisti e partigiani. Il vuoto di analisi traspare dai vuoti di linguaggio. Si parla di «contri­ buto», un termine che marca il divario fra l’atto fondativo e il suo contor­ no o supporto, e lascia talmente nel vago il suo oggetto che la medesima pa­ rola viene usata per indicare l’attività delle partigiane ma anche l’insieme

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delle pratiche femminili ritenute utili alla resistenza. Si parla di rapida po­ liticizzazione (senza però minuziosamente verificarla) oppure di umanita­ rismo istintivo (una categoria che andrebbe a sua volta spiegata perché la solidarietà non scatta sempre né per chiunque). E, ancora, di oblatività femminile, vale a dire materna; ma una maternità tradizionale, vincolata al privato e allo spazio domestico, e destinata a tornarci finita l’emergenza. Il risultato è che un intero universo di comportamenti resta confuso nel paesaggio della guerra civile, perché non esistono né un orizzonte simbo­ lico capace di accoglierli, né un termine che li ricomprenda e li caratteriz­ zi. Tra alcune figure esemplari - la partigiana eroica, la madre salvifica, all’estremo opposto la spia - e le donne come massa indifferenziata non c’è posto per le protagoniste concrete, che non hanno nome né identità rico­ nosciuta, tanto meno una fisionomia politica. Le stesse divergenze fra par­ tigiane, fra organizzazioni femminili e-al loro interno, vengono lasciate tra parentesi in una immagine di quieto unanimismo [Rossi-Doria 1994], a con­ ferma che p$r gli storici il rapporto donne-politica restava a dir poco insi­ gnificante. E un elemento di continuità con il passato che in Italia viene acuito dalla prevalenza della cultura cattolica, da una mentalità debitrice della tradizione contadina e dalla tendenza ancora diffusa nelle sinistre a subordinare la cosiddetta questione femminile alla soluzione dei problemi sociali. Un destino in linea di massima simile è toccato alla mobilitazione di­ sarmata dei civili e alle iniziative autorganizzate, sulle quali, all’opposto di quanto è avvenuto per il partigianato e i gruppi politici, c’è stata pochissi­ ma ricerca e riflessione, e quasi soltanto ad opera di esponenti della nonviolenza. Esaltato l’aspetto di prezioso sussidio alla resistenza armata, igno­ rati gli elementi di autonomia e i caratteri specifici, le lotte di questo tipo affiorano dalle ricerche in ordine sparso, mentre a partire dagli anni set­ tanta sono spesso sussunte nella categoria delle lotte operaie e popolari e in quella del mondo contadino. Questa “distrazione” si tramanda per decenni - dagli anni cinquanta, quando il clima di processo alla Resistenza mantiene in primissimo piano la lotta armata e i suoi valori, agli anni sessanta-settanta che vedono la con­ centrazione sul tema della Resistenza tradita e sulla radicalità di classe. Più degli orientamenti politici e culturali di fase, pesa una forma mentale che neppure concepisce di poter estendere il titolo di resistente a chi non abbia portato le armi. Per gli Imi (i 650 000 militari internati in Germania dopo l’8 settembre), che rifiutano in stragrande maggioranza di arruolarsi nell’eser­ cito della Rsi, si parla di «resistenza passiva», un termine già in uso all’epo­ ca, che per la cultura occidentale ha un segno negativo e che risulta davve­ ro stonato. Come si fa a definire «passivo» un no opposto ai nazisti dall’in­ terno di un campo di prigionia? Lo scarto è ancora maggiore per la sistemazione storico-teorica. Sul no­ do guerra di liberazione / guerra civile c’è stato e c’è tuttora un dibattito a volte aspro cresciuto intorno a un’opera spartiacque [Pavone 1991]; il te­

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ma lotta armata / lotta non armata e il modello di cittadinanza uscito dalla Resistenza sono rimasti - e per molti aspetti ancora rimangono - ai margi­ ni della storiografia accademica come della divulgazione. Nell’insieme, l’esiguità di ricerca e celebrazione ha contribuito a dare l’idea che l’opposizione civile sia stata pressoché inesistente, e quella delle donne limitata a una “materna” azione di aiuto ai partigiani. Tuttavia, nella seconda metà degli anni settanta per le donne c’è una svolta. E allora che, in un felice interscambio con il femminismo e il nuo­ vo interesse per gli “invisibili” della storia, alcune studiose e protagoniste denunciano, sia pure con diversa radicalità, i limiti della Resistenza e dei suoi interpreti nei confronti delle donne, rivendicando il diritto di parti­ giane e deportate politiche al pieno accesso alla sfera del pubblicamente me­ morabile [Bruzzone e Farina 1976; Guidetti Serra 1977; Pieroni Bortolotti 1978; Beccaria Rolfi e Bruzzone 1978; Alloisio e Beltrami 1981]. Negli stessi anni Lidia Menapace, partigiana e militante della nonviolenza, allar­ ga il discorso alle donne che non hanno avuto alcun riconoscimento e che non hanno neppure pensato a chiederlo: Se si prende come metro di misura delle donne nella resistenza questa presen­ za [...], come si può valutare se dopo la liberazione la sua eco e il suo risultato sia­ no stati adeguati? [1979].

Grazie a questi studi, si apre la strada per nuove ricerche all’interno della storia delle donne intesa come disciplina autonoma e politicamente motivata. Una strada che in questi ultimi anni, e non solo in Italia, ha guar­ dato sia alle partigiane sia alle donne cosiddette comuni, sia alle azioni col­ lettive sia a quelle individuali e di piccolo gruppo, nel tentativo di com­ prenderne i significati rispetto al quadro complessivo e di ridefinire conte­ nuti e confini del termine «Resistenza». Perché il tema dell’opposizione nella società guadagni terreno bisogna invece aspettare la fine del decennio successivo, quando l’irruzione della storia sociale mette fine al lunghissimo predominio dei temi politico-istitu­ zionali e pone le premesse per una nuova sensibilità. Uno sguardo sommario al presente mostra una situazione fluida. Gli sto­ rici più avvertiti concordano sull’importanza anche teorico-politica di que­ sti temi: che senso ha, per esempio, continuare a discutere sulla dimensio­ ne numerica della Resistenza riferendosi ai criteri di oltre cinquant’anni fa ? Ma c’è anche una diffusa tendenza a ritenere la resistenza civile «affare del­ le donne» - le protagoniste di allora, le ricercatrici del presente - eluden­ done il carattere di critica generale al senso comune storiografico. Il concetto di resistenza civile. Usato in precedenza episodicamente e sen­ za un forte statuto storiografico, questo concetto è stato messo a punto alla fine degli anni ottanta dal francese Jacques Sémelin, storico di formazione psicosociologica e militante della nonviolenza. Per Sémelin [1993], la resi­ stenza civile si identifica nelle iniziative conflittuali disarmate delle istitu­

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zioni politiche, professionali, religiose, o delle popolazioni, o di entrambe; e rappresenta la risposta specifica della società civile contro il dominio che il nazismo pretende di esercitare sulla sua vita e sulle sue strutture. Una collocazione di primo piano ha naturalmente il sostegno alla lotta armata, ma il fatto nuovo è che vengono assegnati un nome e una rilevanza inedita alle pratiche dell’autodifesa sociale, di cui l’autore offre una ricca casistica rela­ tiva al Centro e Nord Europa. Si va dai grandi scioperi minerari francesi e belgi del maggio-giugno 1941 contro il crollo dei livelli di vita, al rifiuto di aderire a qualsiasi associazione nazificata da parte di insegnanti, medici, fun­ zionari e altri gruppi, compresi gli sportivi, che in Norvegia con il blocco di ogni attività agonistica contribuiscono ad aprire gli occhi a molti giovani; dalle denunce pubbliche di alcune Chiese nazionali, alle lotte della prima­ vera-estate '43 in Francia e nei Paesi Bassi contro la deportazione in Ger­ mania di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, alla meravigliosa mobilitazione del popolo danese che nell’ottobre '43 riesce a portare in sal­ vo in Svezia la grandissima maggioranza dei “suoi” ebrei. Consapevole di muoversi su un terreno delicato, Sémelin fissa chiara­ mente alcuni punti: la resistenza civile non è in competizione con la lotta armata, non comprende qualsiasi atteggiamento conflittuale ma solo quelli dotati di un’intenzione o di una funzione antinazista, non equivale auto­ maticamente a lotta nonviolenta, e quest’ultima non è un dogma da segui­ re in qualsiasi contesto. Ma è altrettanto fermo nel rivendicare la matrice comune a queste lotte e la loro autonomia, e nel confutare le interpretazioni che le riducono ad appendici del movimento partigiano; proprio per questo le analizza nei primi anni dell’occupazione, quando l’aspetto armato era an­ cora assente o in nuce, e insiste sulla necessità di valutarne le differenze al­ la luce delle specificità nazionali e di fase, come il tipo di collaborazione praticato dai governi, le tradizioni locali, le modalità della politica nazista, la coesione sociale preesistente, vale a dire il grado di riconoscimento nel­ le istituzioni e i sentimenti di appartenenza alla collettività. Due obiettivi gli stanno soprattutto a cuore: «demilitarizzare» la Resistenza, mostrando che si può lottare efficacemente in molti altri modi e su molti altri terreni; e indicare nella società il luogo di un antagonismo non interamente com­ prensibile e rappresentabile dalla lotta armata, facendo dei cittadini e dei gruppi sociali non i comprimari ma i protagonisti, portatori di obiettivi pro­ pri anziché cassa di risonanza dello scontro partigiani/nazisti. Si offre in questo modo un solido terreno di unità a grandi lotte, com­ portamenti sparsi e a volte dati per scontati, episodi altamente creativi - è così ad esempio per i momenti di resistenza vissuti nella situazione estre­ ma del lager con la creazione di strutture politiche clandestine, e più spes­ so attraverso lo sforzo di contrastare l’esperimento di controllo totale dei comportamenti perseguito dall’ideologia concentrazionaria. Per quanto ri­ guarda l’Italia, trovano identità e visibilità innanzitutto i deportati e le de­ portate, gli Imi, ma anche molti soggetti imprevisti: come quegli impiegati pubblici, uomini e donne, che all’indomani dell’8 settembre riempiono cen­

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tinaia di fogli di via con i nomi degli sbandati, per farli viaggiare verso ca­ sa come se fossero in regolare licenza [Ferrandi 1994]; o quei dipendenti comunali romani che, ben prima di essere coordinati dal Cln, organizzano un ingegnoso sistema per procurare ai ricercati una “regolare” falsa iden­ tità, scegliendo per il domicilio edifici bombardati ed evacuati, per il luogo di provenienza irraggiungibili comuni a sud del fronte, per gli stati di fa­ miglia numeri d’ordine di serie anteguerra; e, ancora, quei loro colleghi e colleghe che insieme agli sterratori del Verano disseppelliscono le bare dei fucilati cui i nazisti vietano di apporre segni di riconoscimento, le aprono, prendono nota delle ferite, dei tratti fisici, dei vestiti, e le contrassegnano perché possano essere identificate in futuro [Lunadei 1996]. Per descrivere la parte avuta dalle donne in questa guerra, il concetto di resistenza civile è uno sfondo propizio. Lo è per la loro amplissima par­ tecipazione; per gli strumenti, che sono quelli comunemente associati al femminile, resi più visibili dall’assenza delle armi; per i contenuti, che mo­ strano come fra tedeschi e fascisti e strati di popolazione esista un con­ tenzioso su temi cruciali dell’esistenza collettiva e pertinenti ai ruoli e all’esperienza delle donne - per esempio il diritto a condizioni vitali mi­ nime, l’atteggiamento dei militari verso i civili, la tutela dei più deboli, il rispetto dovuto ai morti, i limiti che il conflitto non deve oltrepassare. Lo è anche per le motivazioni, dove non si stabiliscono gerarchie fra quelle politiche e quelle di altra natura, che del resto non affiorerebbero senza un precedente disconoscimento della legalità fascista e senza l’individua­ zione almeno embrionale di una legittimità altra. Lo è soprattutto se si tie­ ne conto di come le caratteristiche dell’Italia del ’43-45 modellino il con­ flitto e l’azione sociale. L’8 settembre il paese esce da vent’anni di un regime che ha frantuma­ to l’opposizione, infiltrato le strutture sociali e avviato la “nazionalizza­ zione” delle masse; i sentimenti civici, già storicamente deboli, sono sbri­ ciolati, le risorse miserrime; le vecchie istituzioni statali hanno perduto ogni credibilità, mentre i partiti e le nuove organizzazioni di massa mancano di radicamento, quadri, mezzi, conoscenze, una condizione che di per sé cir­ coscrive il loro ruolo nella mobilitazione popolare (ma anche la loro capa­ cità di direzione sulle prime bande). Si capisce così perché la resistenza civile italiana appaia particolarmen­ te discontinua, meno strutturata, meno “politica” di quanto non sia in Fran­ cia, Danimarca, Olanda. Perché, in altre parole, siano tanto importanti quel­ le iniziative informali e di piccolo raggio che spesso sono state ricomprese nella categoria seducente quanto vaga di spontaneità, quei già ricordati com­ portamenti fondati su parentele, quartiere, caseggiato, parrocchia, comu­ nità - precisamente gli ambiti in cui le donne sono storicamente più pre­ senti e autorevoli: donne che hanno saputo far continuare la vita nei tre an­ ni di guerra ricavandone esperienza e consenso sociale, molto spesso madri dotate di un solido potere nella famiglia e di un’influenza particolarmente forte sulla condotta dei figli.

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Non si tratta di esaltare 1’“impoliticità” ma di ribadire come proprio questa accentuata compresenza di iniziative solitarie, di gruppo, di massa, que­ sto affiancarsi di reti politiche e di forme di concertazione diverse rappre­ senti una delle ricchezze della nostra resistenza civile. E anche ciò che ren­ de complicato definirla, perché è complicato valutare l’incidenza di ciascu­ na modalità, soprattutto dell’accordo informale, che può a volte coincidere con il legame politico, a volte essere utilizzato per mascherarlo; che, so­ prattutto, ha lasciato ben poche tracce nella documentazione. L’importan­ te è assumere questi e altri problemi come oggetti storiografici di spicco, parte eminente di un movimento che non è né il braccio disarmato della lot­ ta partigiana né un sottoprodotto dei partiti, e neppure un limbo inorga­ nizzato, impolitico, istintuale. Se si pensa alla difficoltà degli storici a superare un’interpretazione “maternalista” e alla difficoltà delle stesse donne a pensarsi fuori dai ruoli fa­ miliari e di cura, si tratta di un passo decisivo. Si potrebbe anzi dire che la resistenza civile si addice alle donne, e viceversa, tanto che rischiano di es­ sere lasciate in ombra la sua componente maschile e persino l’esperienza delle partigiane combattenti. Resistenza civile e resistenza delle donne . Dopo essere state le prime a mi­ surarsi con il concetto, (alcune) storiche hanno però messo in guardia da una identificazione troppo stretta fra resistenza civile e resistenza delle don­ ne. Sgombrare il campo dalla gerarchia armati/inermi è solo un primo pas­ so. Se anche nella resistenza civile le donne, numerosissime nelle realtà di base, raramente prendono parte ai processi di consultazione e decisione, e ancora più raramente sono cooptate nelle leadership, non è solo perché un’or­ ganizzazione clandestina o semiclandestina non può rispettare criteri di av­ vicendamento della dirigenza, né regolari meccanismi di confronto e con­ trollo. Conta anche il pregiudizio sulle capacità politiche femminili, che non viene smontato di per sé dalla scelta non armata o addirittura nonviolenta. Ma persino ai livelli più informali agiscono strutture in cui le donne pos­ sono scomparire. Innanzitutto la famiglia, che nell’Europa occupata è il ber­ saglio delle deportazioni, dello sfruttamento diffuso, del terrore, e nello stesso tempo un luogo primario di iniziativa e reclutamento; lo è tanto più facil­ mente in Italia, data la particolare forza ed estensione dei legami familiari. Può allora succedere che una donna, spinta e legittimata a esporsi in nome e per tramite della famiglia, venga assorbita dalla sua immagine di unità or­ ganica, di soggetto unitario che “compare” come protagonista in sua vece, mentre la figura di moglie e madre torna a sovrastare quella della resisten­ te e la sua iniziativa a essere classificata come contributo. Non solo: se ci si attenesse alla formulazione originaria del concetto di resistenza civile, lo stesso numero delle donne considerate attive scemereb­ be radicalmente. Sémelin riservava infatti quel termine alle iniziative ten­ denzialmente di massa e organizzate, preferendo nel caso di piccoli gruppi sparpagliati la categoria più debole di disubbidienza o dissenso. Lo stesso

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vale per quella modalità largamente femminile rappresentata dall’azione so­ litaria, su cui pesa per di più il debole riconoscimento assegnato per decen­ ni alla lotta individuale, vista come surrogato poco pregevole di quella collettiya. È un paradosso della resistenza civile antinazista usare pratiche asso­ ciate al femminile e uno stile politico e modelli organizzativi tipicamente maschili. Anche in questo universo bisogna allora mettersi in cerca dei luoghi e modi delle donne per farli emergere laddove non trovino visibilità e per di­ stinguerli dallo sfondo che potrebbe offuscarne le caratteristiche. Tra que­ ste, una delle più evidenti è la capacità di “usare” una contraddizione tipi­ ca del tempo di guerra, in cui sfumano i confini già mutevoli tra sfera pri­ vata e sfera pubblica e nello stesso tempo si rafforza il legame simbolico che identifica la f e m m i n i l i t à con la prima, la mascolinità con la seconda. Mol­ te azioni nascono proprio nella zona a statuto incerto fra pubblico e pri­ vato e si realizzano grazie a rapporti a loro volta di confine. Donne - una minoranza di donne - scrivono e ciclostilano in case che sono nello stesso tempo abitazioni e centri di resistenza. Stringono relazioni a partire dalla vita quotidiana trasformandole in circuiti magari provvisori di iniziativa antinazista. Coinvolgono parenti e vicine. Frequentano i mercati facendo insieme spesa e propaganda politica. E sistematicamente fanno del riferi­ mento al privato e al familiare il massimo strumento di diversione e mani­ polazione del nemico: contrabbandano le riunioni per incontri amicali, tra­ sformano una militante politica in una parente sfollata, un ricercato in fi­ glio, marito, amante - come la brava moglie torinese che per proteggere un antifascista sorpreso a casa sua dichiara di avere una relazione amoro­ sa con lui, e affronta il processo e la perdita della rispettabilità [Bravo e Bruzzone 1995]. Fanno di un libro il contenitore per una rivoltella, del pro­ prio corpo un nascondiglio di documenti, di un fiore un simbolo o un se­ gnale. Assumono la maschera della ragazzina ingenua o della giovane bella e svagata. Il fatto è che molte hanno intuito uno dei punti deboli del nemico, il bi­ sogno di sottrarsi momentaneamente al clima di muro contro muro per go­ dere di un simulacro di rapporti svincolati dalla guerra: fame di privato, si potrebbe chiamare. E di questa intuizione fanno un uso sapiente, spostan­ do nell’universo delle armi le armi della sfera privata e personale: seduzio­ ne, capacità di recitare più ruoli, appello agli affetti, fragilità esibita, impu­ denza calcolata, spesso la tattica del piccolo dono - un pezzo di pane bianco, una sigaretta - offerto al nemico in segno di pace. C’è precisamente questo raffinato gioco delle apparenze alla base degli episodi infinite volte narrati di donne che superano i posti di blocco con le loro sporte piene di volanti­ ni o munizioni - piene di politica e di guerra - esibendo i simboli della rou­ tine domestica o della femminilità inoffensiva. A venire in primo piano è soprattutto il registro materno. Può essere il matemage individuale o di massa che tutela le vite in pericolo; può essere

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il lavoro di cura indirizzato ai resistenti dall’interno e dall’esterno delle for­ mazioni partigiane, o l’assistenza alle popolazioni promossa da gruppi fem­ minili; può essere l’uso tattico dei simboli della maternità, o il richiamo al suo carattere universale, in nome del quale si autolegittimano l’interven­ to presso tedeschi e fascisti per ottenere un rilascio o la rinuncia a una rap­ presaglia, ma anche la sfida, la riprovazione, lo scoppio di collera vendica­ tiva in cui riaffiora il tradizionale diritto delle madri a insorgere in difesa dell^ comunità [Bravo 1991]. E altrettanto importante guardare a organizzazioni come i Gruppi di di­ fesa, sia per il loro programma di affermazione di diritti e opportunità, sia perché una struttura politica interessata a rivendicare la titolarità delle azio­ ni femminili rappresentava già un argine all’assorbimento delle donne nel­ la famiglia e un tramite per valorizzare le iniziative sparse: nelle direttive dei Gruppi del novembre 1944 che invitano alla mobilitazione per impedi­ re la partenza dei treni destinati alla Germania - «liberare i soldati nelle caserme» e «nelle carceri i detenuti condannati alla deportazione» - ci si richiama esplicitamente all’8 settembre come modello da seguire e come pa­ trimonio femminile a cui rifarsi. Nonostante la maggiore attenzione di questi ultimi anni, lo stato della ricerca non permette una valutazione definitiva. Segnala piuttosto l’urgen­ za di mettere insieme una casistica più ampia, senza rinunciare allo spar­ tiacque dell’intenzione e della funzione antinazista ma valutando in quale modo fossero vissute dalle donne di allora; e l’importanza di rendere visi­ bili le rotture e le continuità, le nuove idee e le tradizioni di sapere fem­ minile attivate nel faccia a faccia con la guerra, senza cedere alla mitizza­ zione del materno ma senza dimenticare che si tratta di un fatto e di un sim­ bolo troppo ricchi e complessi per prestarsi a un’interpretazione univoca. Quanto al concetto di resistenza civile, pur avendo una storia in larga parte autonoma dal discorso di genere, ha già dato molto, innanzitutto spo­ stando alcune storie importanti dalla memoria privata a quella pubblica: la vicenda di M. S. è rimasta per decenni affidata al ricordo della figlia; la di­ ciottenne procacciatrice di lasciapassare non riteneva neppure di aver fat­ to la Resistenza. Quel concetto resta perciò uno dei riferimenti più signi­ ficativi, anche per la duttilità con cui si è aperto al confronto con gli studi delle donne, in particolare a proposito dell’azione individuale, Fòjse, è pro­ prio da questo interscambio che posso.no venire gli insegnamenti più lim­ pidi per la coscienza contemporanea. E infatti attraverso la figura femmi­ nile, tradizionale simbolo della condizione inerme e della vocazione alla pa­ ce, che trovano il massimo di verosimiglianza l’idea che anche per gli indifesi è possibile opporsi e la prospettiva di una lotta accessibile a molti più sog­ getti, dalla madre di famiglia al prete al non violento, ma anche a chi è an­ ziano o infermo. «Fai come me» è un invito che il resistente civile può esten­ dere enormemente, al di là di quanto possa fare il partigiano in armi; e che appunto per questo testimonia come anche aspettare, non vedere, non “im­ mischiarsi”, sia stata una questione di scelte.

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ANDREA ROSSI

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Iprim i tentativi di resistenza e l ’esempio balcanico. Quando il Comando supremo del regio esercito, dopo le vicende dell’armistizio, emana, nel di­ cembre 1943, le sue prime direttive per l’organizzazione della lotta contro i nazifascisti, le riserve sulle reali capacità di organizzare una capillare or­ ganizzazione di guerriglia contro gli occupanti sono numerose. Le maggiori fra queste derivano dalla conformazione geografica della penisola italiana che, a detta di molti esponenti dello stato maggiore sabaudo, solo in poche regioni presenta zone in cui le formazioni partigiane si possano organizzare con sufficiente tranquillità. In particolare, nella valle del Po e nelle altre lo­ calità di pianura, l’eventualità di condurre azioni contro i tedeschi viene ra­ dicalmente esclusa per l’evidente impossibilità di raggiungere le condizio­ ni minime di sicurezza per i resistenti. Con il senno di poi questi giudizi appaiono sin troppo prudenziali, quan­ do non addirittura clamorosamente errati; occorre però fare alcune consi­ derazioni sul particolare momento storico in cui vengono svolte le prime analisi sul nascente fenomeno resistenziale del Centro-nord. Lo sviluppo che avrà in seguito il movimento di liberazione nazionale, infatti, è del tut­ to inimmaginabile negli ultimi mesi del 1943, quando l’improvvisazione è ancora la regola che sta alla base della creazione dei primi focolai di oppo­ sizione all’esercito occupante. Le valutazioni del regio esercito nascono in gran parte dalle esperienze concrete avute dai militari italiani nei tre anni di guerra dal 1940 al 1943. Di conseguenza gli studi più approfonditi sul tema della guerriglia riguardano l’unica realtà di opposizione capillare e strutturata che il nostro esercito ha conosciuto, ovvero quella iugoslava. L’esperienza balcanica è in definitiva il solo esempio al quale possono fa­ re riferimento anche i numerosi militari che nell’autunno 1943 stanno con fatica organizzando le prime bande armate nel Centro e nel Nord dell’Ita­ lia. Sono numerosi infatti gli elementi provenienti dall’esercito che hanno avuto esperienze belliche in Slovenia, Bosnia e Croazia, spesso a diretto con­ tatto con la guerriglia di Tito. Le linee di somiglianza fra la nascente attività resistenziale italiana e quella iugoslava sono però limitate alle questioni militari e strategiche; il territorio balcanico, nel quale le forze armate di Tito hanno potuto svilup­ parsi sino a divenire un temibile strumento di guerra, è assai diverso da

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quello italiano: minime zone pianeggianti, aspre catene montuose separate da vallate spesso strette e allungate, centri urbani in genere di dimensioni medie e piccole, assai distanti fra loro e collegati da strade di percorrenza disagevole. L’influenza di questo quadro ambientale sullo sviluppo delle vi­ cende belliche in Iugoslavia è decisiva fin dal 1941, quando avviene l’in­ vasione tedesca e italiana. Le forze collaborazioniste croate, già a pochi me­ si dalla nascita del governo fantoccio guidato da Ante Pavelic, perdono il controllo di vaste aree del territorio, rimanendo confinate in quelle che ri­ marranno sino al termine della guerra le uniche regioni in cui gli ustascia potranno esercitare liberamente il loro potere: la costa adriatica e le gran­ di città come Zagabria e Sarajevo. Il fenomeno delle zone libere, che in Ita­ lia avrà sempre proporzioni ridotte e per lo più estemporanee, presenta qui dimensioni estensive, dovute alla conformazione geografica sopra descrit­ ta. Dal 1942 la lotta dell’Asse contro i partigiani assume infatti le caratte­ ristiche di complesse azioni militari volte a riconquistare i territori con­ trollati da Tito. Tolte queste occasioni, caratterizzate da un dispiegamen­ to di forze di grandi proporzioni, le truppe italiane e tedesche si avventurano nell’entroterra ben consce di entrare in una zona interamente controllata dall’avversario. Come è noto, questo genere di dominio territoriale si presenterà nel no­ stro paese soltanto di rado. Anzi, la situazione italiana per come si presen­ ta nelle settimane immediatamente successive all’armistizio è invece deci­ samente favorevole agli occupanti. In pochi giorni la Pianura padana è com­ pletamente nelle mani dei tedeschi, i quali si insediano anche in tutte le città del Nord e del Centro. Le zone montuose alpine e appenniniche, com’è intuibile, diventano sede di alcune sacche di resistenza spontanea, anima­ ta dagli uomini dell’esercito. Questi primi tentativi però falliscono dopo breve tempo, in genere con esiti sanguinosi; a Massa gli alpini del batta­ glione Val di Fassa si oppongono con decisione alla Wehrmacht (Forze ar­ mate tedesche), venendo però dispersi in pochi giorni. A Varese il colon­ nello Carlo Croce si asserraglia nelle fortificazioni sul colle San Martino, dando vita a un’accanita e tragica resistenza, che si concluderà nel novem­ bre 1943. Non diverso lo scenario dei fatti che avvengono nel Cuneese, do­ ve le poche unità organiche sopravvissute allo sfacelo della IV armata ven­ gono affrontate nei pressi di Boves, con spaventose conseguenze per i civi­ li del luogo. Meglio va ai patrioti e ai militari della banda Maiella, futura brigata partigiana, i quali riescono a rimanere compatti, superando alcune dure prove contro i nazisti. Ciò che emerge con chiarezza, all’inizio dell’inverno 1943-44, è che i tedeschi considerano ben poche zone del territorio italiano da loro occupa­ to come insicure o scarsamente controllate. Questa opinione, diffusa nei comandi della Wehrmacht e delle SS, è in realtà contraddetta da alcune an­ ticipazioni di ciò che avverrà nella primavera del 1944. Gli «sbandati», co­ me ancora vengono chiamati i militari e i civili che si sono uniti alle prime formazioni dislocate nelle valli delle Alpi occidentali e nei folti boschi del­

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l’Italia centrale, sono già in grado di tenere testa alle unità della milizia e alle poco affidabili formazioni di polizia appena costituite dal governo di Salò. Le Camicie nere della Tagliamento nel Biellese, così come i fascisti fiorentini del battaglione Muti nei dintorni di Prato, si trovano di fronte avversari agguerriti e decisi, che hanno saputo prendere vantaggio dalle ca­ ratteristiche del terreno in cui si trovano a operare. I collaborazionisti si ren­ dono conto ben presto che fuori dai centri urbani i rischi per loro sono con­ tinui. Come si vede, non si tratta del pieno controllo territoriale da parte dei partigiani, come nei Balcani; è una situazione diversa, per certi versi an­ cora più insidiosa in quanto, specie nel Centro Italia, i tedeschi devono im­ pegnarsi in prima persona a provvedere alle retrovie, destinando ai compi­ ti di polizia antipartigiana un numero sempre crescente di reparti non solo delle SS ma anche dell’esercito. Nel contempo i patrioti hanno dalla loro la possibilità di poter sfruttare appieno le risorse delle zone montuose e colli­ nari, dove poco per volta riescono a creare rifugi sicuri. Il presupposto territoriale. L ’habitat dove maggiormente si sviluppa il movimento partigiano è fin da subito quello della montagna; tutto l’arco alpino, da occidente a oriente, diventa sede di formazioni sempre più cor­ pose e agguerrite. Cerchiamo ora di concentrare l’attenzione sui motivi che conducono i primi nuclei, superata la critica fase iniziale dell’autunno 1943, a raggrupparsi nei rilievi piemontesi, lombardi e veneti. La prima ragione è ovvia, e riguarda l’impossibilità di «scendere in pianura» alme­ no in questo primo periodo, che vede un controllo continuo e capillare di tutta la regione pianeggiante a cavallo del Po. Anzi, sino alla fine della guerra quest’ultima rimarrà l’unica area in cui effettivamente il governo della Repubblica sociale italiana (Rsi) può esercitare il suo potere. Il se­ condo motivo deriva dall’appoggio spontaneo che le popolazioni contadi­ ne di montagna offrono da subito ai patrioti, sin dai giorni immediata­ mente successivi all’8 settembre, quando i militari si rivolgevano a queste famiglie per ottenere abiti civili. Il nesso con il territorio emerge a questo punto immediatamente. Nel­ le vallate alpine italiane le popolazioni hanno un’approfondita conoscenza delle zone in cui si trovano. Di conseguenza l’immediata adesione dei con­ tadini alla causa della lotta di liberazione fa sì che le impervie aree di al­ cune province del Nord diventino pressoché impraticabili per chi viene “dalla pianura”, cioè le truppe occupanti, mentre assumono sempre più fre­ quentemente la valenza di concreto rifugio per i patrioti. Il copione più classico che si potrà osservare infatti in queste aree sin dalla primavera del 1944 sarà quello dei partigiani “in vetta”, pronti a procedere a rapide in­ cursioni nei territori pianeggianti, e dei nazifascisti che partendo dal basso cercano in ogni modo di percorrere i ripidi sentieri che conducono verso le quote dove si trovano i rifugi delle formazioni patriottiche. In questo con­ testo, le unità della Rsi, così come quelle della Wehrmacht, spesso^sono co­ strette a partire da posizioni sfavorevoli per i loro rastrellamenti. E in gran

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parte per questo motivo che le forze dell’Asse dovranno sempre utilizzare reparti di consistenza superiore alle forze partigiane. La conseguenza è im­ mediata: vengono impegnate in operazioni di polizia truppe altrimenti ben più utili al fronte. Bastano infatti pochi agguerriti distaccamenti per pro­ vocare sensibili danni alle comunicazioni verso il fronte meridionale, o tra le varie località dell’industrializzato Settentrione. Lo sviluppo che avrà que­ sto tipo di lotta conoscerà ben pochi momenti di tregua. Di rado, nel pe­ riodo che va tra la primavera e l’estate del 1944, le unità della Guardia na­ zionale repubblicana (Gnr) o delle SS riescono ad assestare colpi in qual­ che modo definitivi alle formazioni partigiane che si trovano sulle quote più alte. Anzi, come nel Cuneese o in Valtellina, sempre più spesso le Ca­ micie nere sono costrette ad arretrare i loro presidi più isolati, in quanto le forze partigiane assumono il controllo di territori sempre più ampi. Alquanto diverso è lo scenario che nel contempo si osserva nelle zone collinari del Centro Italia. Le difficoltà che devono affrontare i partigiani toscani, umbri, marchigiani e laziali sono in molti casi superiori a quelle dei loro compagni del Settentrione. Se immutato appare l’appoggio delle po­ polazioni, di gr^n lunga inferiore è l’aiuto che proviene dalla conformazio­ ne territoriale. E la flora in questo caso a offrire protezione; i folti boschi del Casentino, della provincia di Perugia o del Maceratese sono rifugi idea­ li per coloro che hanno deciso di darsi alla macchia. Molte formazioni so­ no però costrette, proprio per questo motivo, a evitare di soffermarsi a lun­ go negli stessi luoghi, e la mobilità, oltre che una strategia di combattimento, diventa ben presto la condizione essenziale di sopravvivenza per le forma­ zioni dei patrioti. Gli occupanti, in queste zone, spesso riescono ad avere la meglio sui partigiani se questi non riescono a disimpegnarsi per tempo. Non sono infrequenti, specie nell’inverno 1943-44, i casi in cui le bande ri­ mangono intrappolate da azioni di accerchiamento in genere poco attuabi­ li nelle Alpi e nelle Prealpi; alcuni casi sono tristemente noti, come Monte Quoio nel Senese o Cingoli in provincia di Macerata. Qui, a differenza del Nord, le unità della Rsi sono spesso sufficienti per mantenere un certo con­ trollo del territorio, almeno fino alla primavera del 1944. Veniamo infine alla condizione delle zone pianeggianti, e in particolare alla valle del Po. Per comprendere lo sviluppo della lotta di liberazione in pianura occorre effettuare una veloce analisi della situazione nelle estreme propaggini appenniniche emiliane e romagnole. Nell’autunno 1943 e nel successivo inverno alcune formazioni partigiane, specie emiliane, dopo aver tentato di realizzare una rete resistenziale in pianura decidono di organiz­ zare i primi nuclei sulle alture a ridosso della via Emilia. I risultati, all’ini­ zio, sono talmente deludenti da fare dubitare sulla reale capacità di con­ durre azioni di guerriglia sia nel piano che sui colli. Le ragioni sono espres­ se in una cruda analisi che compiono i partigiani bolognesi alla vigilia del 1944: il retroterra delle città emiliane è poco profondo, i boschi sono radi o inesistenti, come nel Modenese o nel Bolognese, e comunque è scarsa la conoscenza dei rilievi più aspri e reconditi delle colline, gli unici luoghi do­

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ve potrebbero essere dislocati i rifugi dei patrioti. Ciò per un duplice mo­ tivo: le uniche guide affidabili, ovvero i contadini, non frequentano, per ovvi motivi, le zone di più difficile accesso; inoltre, almeno in un primo mo­ mento, nutrono una certa diffidenza verso il movimento partigiano. La conseguenza è immediata: nelle città nasce quasi immediatamente la guerra dei Gruppi d’azione patriottica (Gap), mentre il movimento parti­ giano in collina avrà un consistente sviluppo solo nella primavera del 1944. Le campagne padane, frattanto, presentano realtà di lotta resistenziale mol­ to diverse fra loro a seconda delle regioni e delle località. Infatti in pianu­ ra, quindi pressoché a parità di condizioni territoriali, le forme e l’intensità della guerriglia sono differenti in modo sensibile. In Romagna gli uomini di Arrigo Boldrini sono attivi praticamente da subito in ogni borgo, mentre in Emilia la situazione varia tra la stasi più o meno completa riscontrabile nel Ferrarese ai fermenti già presenti nel Reg­ giano o nel Modenese. Nelle pianure delle regioni vicine, osserviamo un Ve­ neto in cui a fatica si riescono a creare i primi nuclei nelle zone pianeggianti del Padovano o del Veronese; stesso copione nella vicina provincia di Man­ tova o in quella attigua di Cremona. Le fasi della lotta e il controllo del territorio. La primavera del 1944 vede ovunque rinforzarsi le formazioni dei patrioti, come è noto grazie ai bandi di arruolamento della Rsi. In questo contesto, specie nelle regioni del Centro Italia, molti decidono di accorrere nelle forze partigiane perché appare ormai evidente che la liberazione è prossima, e gli alleati, dopo lo sbarco di Anzio, in pochi mesi sembrano in condizione di risalire senza problemi la penisola. I tedeschi concentrano la maggior parte delle forze disponibili al fronte, mentre i fascisti, in particolare in Toscana, Umbria e nelle Marche, sempre più spesso ritirano i loro presidi dalle località meno raggiungibili e difendi­ bili lasciando larghe fasce del territorio sotto il completo controllo dei par­ tigiani. In questa fase va rimarcato come, nell’estate del 1944, sono spesso i carabinieri incorporati a forza nella milizia i primi a permettere (e spesso a proteggere) lo svilupparsi di aree liberate. Già il marzo e l’aprile del 1944 vedono il nascere di zone libere nell’Umbria e in Toscana, in particolare in aree in cui il territorio rende più favorevole questo tipo di lotta nei con­ fronti dell’occupante. Va detto infatti che specie nel Senese o nelle zone montuose dell’Àretino, quelli che prima erano gli svantaggi della confor­ mazione territoriale appaiono, con il progressivo aumentare della superfi­ cie sotto il dominio partigiano, degli indubitabili punti a favore dei patrio­ ti. Se, come avviene sul Pratomagno, oltre alla vetta principale i partigiani riescono a controllare le altre alture circostanti, anche le vie di comunica­ zione fra i rilievi diventano, prima o poi, intransitabili per i nazifascisti. E un momento indubbiamente favorevole al movimento partigiano; gli sviluppi saranno però diversi durante il passaggio del fronte. In molti casi, infatti, le giornate precedenti alla liberazione si rivelano quelle in cui av­ vengono le più feroci reazioni contro le zone libere. I tedeschi riprende­

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ranno in più di una occasione quanto i fascisti hanno lasciato in mano ai partigiani, con l’aggiunta di alcune operazioni contro le bande atte a crea­ re una zona di sicurezza nei punti dove si appoggeranno le difese naziste. Un caso fra i più tipici è quello di Niccioleta, località mineraria nei pressi di Massa Marittima, dove a una prima liberazione eseguita dal locale Cln segue la rioccupazione da parte della Wehrmacht e una selvaggia rappresa­ glia condotta dai tedeschi guidati dai fascisti del posto. Altre volte il tran­ sito attraverso le aree già conquistate dai partigiani favorisce sensibilmente l’avanzata alleata, ma è la scarsa decisione degli angloamericani a vanifica­ re gli sforzi dei patrioti, come in Versilia o sull’Appennino pistoiese. L ’estate del 1944 è comunque il momento di maggiore espansione del­ le zone libere soprattutto in località distanti dal fronte, a dimostrazione di come i partigiani abbiano progressivamente sfruttato tutti i vantaggi delle aree in cui si trovano a operare; va detto però che l’appoggio delle popola­ zioni resta sempre una condizione essenziale per realizzare la riconquista del territorio. Montefiorino, Torriglia e la Carnia dimostrano poi una vol­ ta di più come per affrontare le forze partigiane i nazifascisti debbano im­ piegare formazioni sempre più agguerrite. Nella maggior parte dei casi Gnr e Brigate nere non sono in grado di controllare in alcun modo le località lo­ ro affidate dai tedeschi, mentre nell’impiego contro i partigiani sono ne­ cessari attenti piani di battaglia, con studi approfonditi del territorio. Co­ sì ad esempio fa la legione Tagliamento nel suo infruttuoso tentativo di di­ sperdere i partigiani che da mesi si sono insediati sul Passo del Mortirolo, o il battaglione esplorante della i6 adivisione SS nei giorni precedenti la fe­ roce azione su Monte Sole (eccidio di Marzabotto). In entrambi i casi è si­ gnificativo rilevare come queste siano unità “d’élite”, non diversamente dai battaglioni della X Mas e dei paracadutisti che vengono utilizzati ad Alba o nell’Ossolano. Si tratta di reparti addestrati militarmente, spesso condotti da veterani della guerra 1940-43, ben diversi dalle inaffidabili unità paramilitari del Partito fascista repubblicano (Pfr), buone tu tt’al più per forni­ re i plotoni di esecuzione o le spie da infiltrare fra i partigiani. Con l’autunno, le speranze di una veloce liberazione del Settentrione vengono progressivamente frustrate; nell’ottobre 1944 una serie di rastrel­ lamenti riduce al minimo l’attività bellica dei patrioti, che sono spesso co­ stretti a ritirarsi nei loro rifugi originari sulle Alpi. Dove ciò non è possibi­ le, come per le unità di pianura, la guerra, nonostante tutte le difficoltà, prosegue. I partigiani di queste zone sfruttano ora le esperienze di mesi di lotta per sopravvivere in condizioni spesso proibitive. Fossi, scoli di boni­ fica, casolari, case vallive nelle zone lagunari diventano con il tempo rifugi sicuri, nei quali poter depositare le armi e nascondersi durante i rastrella­ menti. Con il fronte ormai assestato nella pianura romagnola, i partigiani giocano un ruolo decisivo nel rendere poco praticabili e malsicure le retro­ vie. Anche in questo caso si può vedere come coloro che si dimostrano me­ no conoscitori del territorio in cui si trovano, sono i fascisti. Le misure riguardanti il taglio degli arbusti, delle siepi, di coltivazioni

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come la canapa o il granoturco, che spesso vengono adottate in Emilia e nel Veneto, fanno ben intendere quanto il panico sia alla base di decisioni tan­ to inutili quanto scarsamente realizzabili. Di conseguenza avviene una vol­ ta di più quanto si è già potuto osservare in precedenza: gli occupanti devo­ no impiegare in zone un tempo tranquille, come la Pianura padana, un con­ sistente quantitativo di truppe in quel momento indispensabili al fronte. L’inverno 1944-45 prova ovunque duramente il movimento partigiano; la montagna viene difesa dai patrioti in condizioni terribili e sono frequenti i casi in cui azioni concertate di truppe nazifasciste riescono a disarticola­ re le formazioni dei patrioti, come avviene nel Pontremolese nel gennaio 1945. E qui infatti che si sviluppa l’operazione Totila, durante la quale ele­ menti scelti delle divisioni della Rsi assieme a reparti di spietati collabora­ zionisti russi disperdono alcune tra le migliori unità emiliane e toscane. An­ che nella pianura avvengono paurose repressioni, ma non sonovrari i casi in cui i partigiani reagiscono con forza ai rastrellamenti fascisti. E ciò che ac­ cade ad esempio a Concordia, nella pianura modenese, dove la brigata ne­ ra mobile Pappalardo subisce pesanti perdite nel corso di un’azione magi­ stralmente condotta dai patrioti del posto; è l’ulteriore dimostrazione di co­ me i partigiani abbiano ottenuto la padronanza del territorio soprattutto attraverso la sua capillare conoscenza, raggiunta in mesi di lotta senza tre­ gua. Ora, però, nelle zone in cui i patrioti fino a qualche mese prima pote­ vano contare di trovare rifugio, si attacca quasi ovunque, dal Piemonte al­ la Romagna. Le forze partigiane e la conoscenza del territorio. La primavera sposta de­ finitivamente l’equilibrio delle forze a favore del movimento di liberazio­ ne, che riconquista ovunque larghe fasce della montagna e delle aree pia­ neggianti. Sono questi i «blocchi di partenza» da cui, nell’aprile, scatterà l’insurrezione generale. In questa fase il controllo territoriale appare l’ele­ mento decisivo per la sicura avanzata delle armate alleate. Gli angloameri­ cani, infatti, risalgono spediti le strade e le città dell’Emilia e del Veneto già saldamente in mano partigiana. Nelle Prealpi le formazioni patriottiche «scendono dal monte a liberare il piano», compiendo il percorso inverso delle incursioni nazifasciste; gli occupanti si trovano quindi sbarrate le vie di fi^ga verso il Nord e sono così costretti alla resa. E l’epilogo di venti mesi di guerriglia in cui le forze partigiane sono pas­ sate dall’improvvisazione di chi prescinde da qualsiasi conoscenza delle zo­ ne di operazione all’efficienza propria di chi ha saputo imparare a sfrutta­ re a proprio vantaggio ogni caratteristica del territorio. Le forze dell’Asse nel loro periodo di occupazione non sono mai state in grado di sradicare il fenomeno partigiano, anche nei momenti di mag­ giore crisi di quest’ultimo, in gran parte per la loro scarsa cura nello studio delle zone di operazione dei patrioti. È solo nell’ultimo inverno di guerra che la Wehrmacht inizia a considerare il territorio in modo diverso da un semplice scenario in cui si svolgono gli eventi. I manuali di “lotta alle ban­

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de” di questo periodo, infatti, contengono upa concreta differenziazione del­ le tattiche a seconda delle regioni italiane. E comunque troppo tardi: le mi­ gliori forze tedesche sono impiegate al fronte, e i reparti della Rsi non di­ mostrano capacità militari sufficienti per contrastare l’offensiva partigiana. Salò è, anche in questo caso, l’elemento debole della catena. I fascisti non riusciranno mai ad avere la padronanza tipica dei patrioti delle aree in cui si svolge la guerriglia; risulta ancora oggi difficile capire le motivazio­ ni di questa carenza. Ciò che però si può osservare nell’analisi delle strate­ gie di lotta antipartigiana è un’attenzione per il territorio addirittura infe­ riore a quella germanica, con l’esclusione di quelle poche unità che, come si è detto, hanno un autentico impianto militare. Sconcerta come le mag­ giori deficienze siano tipiche di quei reparti residenziali che più dovrebbe­ ro invece conoscere pregi e difetti delle proprie zone di operazioni, come le Brigate nere o la Gnr. Il numero di queste formazioni è poi inversamente proporzionale alla loro capacità operativa, ben lontana dagli standard me­ di delle unità partigiane, non solo per capacità militari ma anche in fatto di tattica e strategia; questi ultimi elementi, come è evidente, sono strettamente legati alla conoscenza delle caratteristiche territoriali. In conclusione non c’è traccia nelle fila della Rsi di quella evoluzione tattica e strategica che porta nel corso di un anno e mezzo i reparti parti­ giani ad avere il controllo di aree operative sempre più vaste. Nell’aprile 1945 l’insurrezione del Nord avrà invece proprio in questo aspetto uno de­ gli elementi del suo successo definitivo. Nota bibliografica.

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GIANNI PERONA

Stampa della Resistenza

Poche congiunture storiche hanno visto la stampa svolgere un ruolo tan­ to importante quanto la Resistenza: essa è portatrice di messaggi operati­ vi, politici, propagandistici, morali, tutti d’importanza cruciale per i pro­ duttori come per i destinatari, comunicatrice di una cronaca vera da op­ porre alle falsità della stampa fascista, affermazione d’identità e simbolo di libertà per il fatto stesso di esistere. Per pubblicarla, trasportarla, riprodurla si mobilitano energie immense, si corrono rischi gravi e, letteralmente, si può morire. Definizione. Per il fatto stesso che assolve compiti smisurati, una stam­ pa della Resistenza è quasi impossibile da definire. Quello che ci rimane è una varietà di carte, tutte di formato e materia poverissima - dal volanti­ no fino, al massimo, al foglio piegato con quattro pagine zeppe di scrittura per risparmiare la carta -, documentazione di una galassia di attività pro­ duttive di testi, i quali sono pertinenti al movimento di liberazione per le intenzioni e i contenuti, per i destinatari a cui si rivolgono (qualche volta anche attraverso precarie emittenti radiofoniche), per le condizioni in cui vengono redatti, ma a volte solo per le circostanze in cui sono pubblicati o quelle in cui sono diffusi. Quest’ultimo è evidentemente il caso dei giorna­ li aviolanciati o contrabbandati per via terra, prodotti in una situazione di legalità ma la cui lettura, detenzione e diffusione al di là delle linee di fron­ te sono ipso facto atti di resistenza. Più facile è dare una definizione per la stampa che viene edita nei ter­ ritori occupati dai tedeschi o posti sotto l’autorità di regimi collabora­ zionisti: consideriamo appartenente alla Resistenza quella che viene pro­ dotta e diffusa senza autorizzazione da organizzazioni illegali e che per i suoi contenuti miri a ostacolare la realizzazione dei piani dell’occupante. Non si può invece automaticamente includervi la stampa proveniente da organizzazioni non illegali, anche se essa può talora avere contenuti di op­ posizione ed essere oggetto di provvedimenti repressivi specifici, come quelli che colpiscono pubblicazioni cattoliche di pur minima rilevanza, qua­ li sono i bollettini parrocchiali. Ancora meno, evidentemente, può esser­ vi compresa quella realizzata da collaborazionisti nel corso di faide poli­ tiche che danno luogo a conflitti anche violenti, e quindi a sanzioni o proi­

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bizioni, e magari a episodiche e strumentali espressioni di critica antifa­ scista o antitedesca. Insomma, anche la definizione più comprensiva non può essere ricava­ ta da una mera analisi interna, ma solo da riferimenti istituzionali - in so­ stanza l’intestazione a organizzazioni politiche o militari antifasciste -, da eventi esterni - l’occupazione straniera - e dalla cronologia: solo questi dati consentono di distinguere la parte “resistenziale” all’interno di serie con­ tinue di lunga durata come quelle dell’«Avanti! » socialista o dell’«Unità» comunista, giornali di cui ci interessano qui solo le edizioni pubblicate nell’Italia centrale e settentrionale durante l’occupazione, ma non i nume­ ri anteriori all’8 settembre 1943, né quelli apparsi in Francia negli anni pre­ cedenti, legalmente o illegalmente, o nell’Italia liberata tra il 1943 e il 1945. La dimensione internazionale dell’antifascismo e il coinvolgimento di persone o gruppi in movimenti di resistenza di paesi differenti pongono poi altri problemi di definizione. Un caso limite è «La voce del soldato», dif­ fusa dai comunisti italiani nella zona di occupazione italiana in Francia tra la fine del 1942 e il 1943, un giornale che indubbiamente fa parte della Re­ sistenza francese in quanto si oppone al perseguimento degli scopi di una potenza occupante in Francia, ma che nella storia della militanza politica italiana appartiene decisamente alla fase antifascista - se vogliamo disfat­ tista, certo non resistenziale - nella quale si mira ancora all’abbattimento del fascismo per opposizione non frontale né tanto meno armata, bensì per disgregazione interna, con strumenti politici. Per chiarezza, diciamo dun­ que che qui considereremo ogni resistenza nel suo contesto nazionale: l’azio­ ne degli italiani in Belgio, Francia, Grecia, Iugoslavia ecc., anche quando produce stampa, deve essere considerata come appartenente ai movimenti di liberazione di questi paesi. Infine l’azione antifascista fuori d ’Italia, in paesi che non conobbero alcuna occupazione, non rientra nella nostra ti­ pologia: ad esempio le produzioni della «Voce dell’America» o le emissio­ ni di Radio Londra redatte da italiani, anche se è impossibile concepire una storia della Resistenza che non ne tenga conto. Entro questi limiti considereremo la stampa in riferimento ai produt­ tori dei testi, agli stampatori e diffusori, ai destinatari e al pubblico reale, ai contenuti, alle forme della comunicazione. Nessuna classificazione è pos­ sibile invece in base a una tipologia dei supporti materiali o comunque dei caratteri formali: non per la frequenza, poiché nella lotta clandestina la pe­ riodicità è poco più di un’intenzione o di un’illusione; né per le tecniche di stampa, tanto casuali che un volantino occasionale ben stampato può ave­ re qualità tipografiche ignote a riproduzioni di giornali importanti, a volte tirate da matrici manoscritte o al più dattiloscritte (si è calcolato che la metà dei volantini e non pochi importanti giornali della Resistenza, fra i quali tutta la serie di «La nostra lotta, organo [poi Bollettino] del Partito comu­ nista italiano», furono tirati al ciclostile, in centinaia di migliaia di copie); né per ampiezza di pubblico, dato che un testo scritto in copia singola per una radio ebbe certo udienza assai più vasta che uno prodotto in molti esem­

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plari ma diffuso in ambiti ristretti. Insomma, nella Resistenza i concetti stessi di giornale e di stampa sono poco più che metafore. Iproduttori dei testi. Nella Resistenza italiana come in tutte quelle eu­ ropee la stampa ha importanza soprattutto per i suoi produttori. Essa è un’affermazione d’identità, che prova non solo attraverso i suoi messaggi, ma per la struttura organizzativa implicita nella sua produzione materiale, l’esistenza e la forza del gruppo clandestino che la produce. Ma non è me­ no importante come strumento di una efficace pedagogia democratica atti­ va: soprattutto le organizzazioni comuniste, ma non solo quelle, insistono moltissimo perché in ogni pur minuscola articolazione dei movimenti clan­ destini si producano “giornali”, nei quali devono scrivere quanti più mili­ tanti possono, anche i più modesti. Una vera letteratura critica clandestina è poi prodotta per discutere la stampa del proprio o quella degli altri grup­ pi, valutarne la correttezza, suggerirne i miglioramenti possibili, sostener­ ne o attaccarne le tesi. Per conseguenza si può avere una tipologia per ampiezza crescente del­ l’ambito di produzione. Al primo posto sta il giornale murale partigiano, che si elabora quasi ogni giorno al livello del distaccamento: il circolo dei suoi autori coincide praticamente con quello dei lettori, esso viene prodot­ to in copia unica o quasi, su carta povera e con strumenti rudimentali, e per­ ciò ne sopravvivono pochissimi esemplari. Un gradino al di sopra, ma mol­ to diverso, è il giornale di brigata o di unità militare partigiana più grande, fino ai comandi regionali o centrali delle diverse tendenze (i principali so­ no quelli autonomi, garibaldini, giellisti, matteottini). Diversamente dal di­ staccamento, a partire dalla brigata partigiana non si hanno infatti unità fisiche, che suppongono una convivenza regolare dei loro membri: il gior­ nale è dunque uno degli strumenti più importanti con i quali i responsabi­ li dei comandi cercano di creare un sentimento di appartenenza se non uno spirito di corpo, di uniformare le tendenze ideali e politiche dei partigiani, di prevenire le tendenze centrifughe che caratterizzano tutto il mondo del­ la resistenza armata soprattutto davanti a situazioni di crisi militare o po­ litica. Vengono poi le produzioni degli organi politici: i comitati di liberazio­ ne e i partiti. I comitati di liberazione non appaiono spesso come produt­ tori di stampa: quelli centrali o regionali producono dei bollettini e dei no­ tiziari con numerazione progressiva, che vengono protocollati con la corri­ spondenza ordinaria e hanno una diffusione limitata, qualche centinaio, forse qualche decina di copie. I loro redattori sono dirigenti politici che pubblicano commenti e direttive, e si propongono di unificare la rappresen­ tazione della Resistenza, raggruppando e riassumendo le informazioni che raccolgono dalla periferia, bilanciando nelle cronache complessive l’appor­ to delle diverse componenti militari e politiche, e cercando così di sopperi­ re a quella totale mancanza di visibilità che è il risultato naturale della co­ spirazione e che rischia di confinare ogni gruppo clandestino in un duplice

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isolamento di settarismo ideologico e di particolarismo locale. In questa pro­ duzione occulta e un po’ burocratica spiccano episodi di pubblicità effime­ ra e di quasi legalità nelle cosiddette «repubbliche» della Resistenza, i pic­ coli territori liberati per qualche settimana tra l’estate e l’autunno del 1944 nell’Italia settentrionale: l’Alto Monferrato, la Carnia, Montefiorino, l’Ossola ecc. Il medesimo personale politico che fa parte dei comitati produce anche, sotto il titolo dei diversi partiti, giornali di carattere più simile a quelli tra­ dizionali dell’antifascismo dell’esilio, e altri di argomento sindacale, inte­ stati a comitati di agitazione oppure a organizzazioni di lavoratori di di­ versi settori produttivi. Anche in queste pubblicazioni, più importante del­ la diffusione è l’affermazione identitaria da parte di strutture partitiche o sindacali la cui base reale è, nel migliore dei casi, precaria ed effimera, e de­ cimata dalle frequenti ondate di repressione nelle fabbriche. La continuità con la tradizione è sottolineata dalla ripresa di titoli antichi, identici o lie­ vemente variati, soprattutto nella sinistra («Avanti! », «l’Unità» nelle sue varie edizioni, «Nuovi quaderni di Giustizia e Libertà»), pratica rafforza­ ta dalla spiccata tendenza comunista ad appropriarsi di simboli e immagi­ ni della tradizione: «Il grido di Spartaco, giornale dei comunisti piemon­ tesi» echeggia a un tempo «Il grido del popolo» socialista apparso a Tori­ no fino alla prima guerra mondiale e i vari giornali ora libertari ora pacifisti che usavano il nome di Spartaco. Ma spesso si constata un rifiorire di sim­ boli, emblemi e metafore libertarie ripresi dal prefascismo e innestati in movimenti nuovi: «Il ribelle» è titolo che si trova presso i cattolici lom­ bardi, i partigiani piceni anarchizzanti, i garibaldini parmensi e quelli li­ guri, Non poco significativo è il richiamo alle distinzioni e alle ortodossie di partito implicito nella soppressione di quasi tutte queste testate subito dopo la liberazione. •Quanto alla stampa sindacale, non può essere discusso in questa sede il problema se tutta la protesta operaia, e quindi la stampa che la riguarda, possa essere ricondotta per intero nella definizione di Resistenza. Questa fu a lungo la tesi comunista, che gli studi storici hanno reso bisognosa di sfumature e precisazioni. Ma il problema riguarda gli attori dei conflitti sui luoghi di lavoro, non gli autori dei testi di agitazione, militanti che mani­ festano una dichiarata intenzione di connettere le lotte salariali al movi­ mento di liberazione. Pertanto è legittimo includerli nel nostro elenco di redattori della stampa resistenziale. Importante e in larga misura ancora non compiuto è lo studio della par­ tecipazione femminile alla creazione della stampa resistenziale: ma una va­ lutazione d’insieme ne coglie soprattutto la marginalità. Come in tutta la seconda guerra mondiale, rispetto all’emergere clamoroso della mobilita­ zione femminile nella prima, così nella Resistenza la voce delle donne è de­ bole e soprattutto poco caratterizzata. Esse sono autrici spesso di testi che altri firmano, collaboratrici esterne che recano ai combattenti i messaggi delle spose, delle sorelle, delle madri, mai protagoniste. Confinate in orga­

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nizzazioni specificamente femminili, in particolare i Gruppi di difesa della donna, esprimono nella stampa soprattutto la solidarietà con i combatten­ ti antifascisti e la mobilitazione civile antifascista. Gli stampatori e i diffusori. La stampa e la diffusione di pubblicazioni clandestine sono tra le attività più importanti e rischiose che svolgono nei diversi movimenti di resistenza i civili. Le difficoltà materiali sono il pri­ mo ostacolo da superare perché la carta e gli inchiostri sono scarsi e di cat­ tiva qualità, ma più grave è il problema della clandestinità. Il circuito com­ merciale delle materie prime è relativamente ristretto e fortemente con­ trollato nelle condizioni di guerra; procurarsi grosse partite è impossibile se non si hanno complicità tanto ramificate quanto sicure. Altre difficoltà sor­ gono per ottenere la collaborazione dei tipografi, per i quali è difficilissimo osservare le regole cospirative. Le macchine stampanti anche più piccole e semplici, o le macchine da scrivere sulle quali si battono di notte le matri­ ci per le riproduzioni policopiate, producono rumori caratteristici, facil­ mente individuabili da possibili delatori. Se si dispone di un’attrezzatura completa occorrono poi collaboratori per farla funzionare, e la sicurezza co­ spirativa diminuisce con l’aumento delle persone coinvolte. Infine i carat­ teri dattilografici o tipografici appartenenti a macchinari logori sono per natura facilmente identificabili. Perciò non è raro che tipografie di paese, attrezzate per produrre annunzi funebri e bandi municipali, compromes­ se nel lavoro clandestino, vengano devastate o bruciate durante azioni di rappresaglia, e ancora più frequente, anche se mal documentabile, è il com­ prensibile rifiuto dei tipografi di mettersi a disposizione dei cospiratori an­ tifascisti. Per conseguenza, non potendosi realizzare simultaneamente un gran nu­ mero di copie, è caratteristica della stampa della Resistenza l’avere diverse tirature. I destinatari di tu tti i tipi di pubblicazioni sono anzi sollecitati a essere rieditori e diffusori almeno di parte dei messaggi che ricevono: noti­ zie e commenti locali si mescolano perciò spesso a quelli ricevuti in edizio­ ni filologicamente “contaminate” che comunque ampliano e articolano la diffusione in estensione e in profondità. La consacrazione di molte risorse alla riproduzione ha tuttavia anche effetti negativi, perché riduce lo spazio della spontaneità. Coesistendo sulla stessa pagina con i “modelli” autoriz­ zati, i testi creati nelle periferie perdono nella loro collocazione sinottica molta della loro originalità, come confermano le impressioni di lettura do­ minate dall’ideologizzazione e dalla ripetizione degli stereotipi. _^In ultima analisi, le tecniche di diffusione finiscono con l’avere quasi più importanza della capacità di produrre testi. Ne è significativa prova una specificità della stampa comunista che si potrebbe chiamare dei “numeri spe­ dali”: si tratta di opere particolarmente rilevanti per l’immagine pubblica del partito oppure per la conoscenza della sua linea, anche se la loro pro­ duzione non è specificamente pertinente alla Resistenza. Spiccano il di­ scorso tenuto da Paimiro Togliatti al Teatro della Pergola, a Firenze, nell’au-

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1944, e la biografia esemplare dell’eroe nazionale Dante Di Nanni, scritta a Torino dopo la disastrosa fine del Gap della città. Più che gli au­ tori stessi, dunque, in questi casi sono i responsabili della riproduzione e diffusione che trasformano questi opuscoli in opere canoniche, conferendo loro eccezionale autorità col farli circolare in migliaia di esemplari. Nella distribuzione materiale della stampa, decisivo è il ruolo delle don­ ne, mediatrici per eccellenza di tutto il sistema di comunicazioni della Re­ sistenza. Le tecniche sono ereditate dalla lunga esperienza antifascista di passaggi attraverso le frontiere con valigie a doppio fondo, riproduzioni in formati ridottissimi e su carte molto sottili. Ma il più delle volte le ragazze che trasportano stampa non hanno apparati tecnici a disposizione, e so­ prattutto sfruttano con intelligenza e coraggio l’ambiguo status della donna nel contesto della guerra. Su questo argomento solo da poco la storiografia ha avviato una riflessione avvertita, ma non ancora corredata da estese ri­ cerche che ne misurino adeguatamente la portata e i costi umani. Tuttavia nell’insieme il semplice rapporto numerico tra la relativamen­ te esigua schiera degli autori e lo stuolo di donne e uomini che stampano, copiano, riproducono, diffondono è sufficiente a riconoscere in questo am­ plissimo apparato la vera struttura portante della stampa della Resistenza. Al limite, nella distribuzione dei volantini per gli scioperi è l’intera comu­ nità dei destinatari che fa circolare il ridotto numero delle copie che rag­ giungono ogni stabilimento. Per conseguenza, la cospirazione a certi livel­ li diviene impossibile e la repressione è estesissima, anche se la rende me­ no visibile nei documenti e nelle memorie il fatto che spesso essa è volta a colpire, attraverso i diffusori di messaggi, gli organizzatori della protesta politica e sindacale. fn nn n

I destinatari e il pubblico reale: Dall’analisi dei testi non è difficile co­ struire figure immaginarie di destinatari, mentre è molto più arduo valuta­ re chi sia stato effettivamente raggiunto dalla diffusione. Notizie di gior­ nali distrutti, di rifiuti di accettare il volantino o il giornaletto occasionale, trapelano dalla memorialistica e dai documenti coevi, indizi di atteggiamenti non eroici ma non immotivati da parte di un pubblico spesso terrorizzato: per la detenzione di un volantino partigiano un ragazzo viene fucilato a Pra­ to Sesia sotto gli occhi di sua madre. Ma non si può dubitare che in gene­ rale il messaggio clandestino susciti curiosità e interesse, e venga letto da molti. II profilo del lettore che si ricava da questo genere di stampa è piutto­ sto schematico e rivela in essa una forte componente parenetica e propa­ gandistica: molte pubblicazioni sono specificamente rivolte ai partigiani, oppure agli operai, alle donne, ai membri di un partito, e ogni tipo si divi­ de in categorie. I partigiani sono autonomi, giellisti, garibaldini, “matteottini” ecc., le donne sono spose, sorelle e madri, più raramente fidanzate, insomma vi è una forte tendenza a definire ruoli molto precisi e conven­ zionali in rapporto a una pluralità di circuiti chiusi della comunicazione.

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Normalmente l’assunto su cui il messaggio si basa è che il destinatario con­ divida il sistema di valori dell’autore, sistema che è comunque presentato come indiscutibile, sicché il destinatario è configurato in qualche modo co­ me un allievo, spesso come un catecumeno. Le testimonianze dei giovani attori della Resistenza, registrate in in­ finite memorie, sembrano confermare che questa relazione di dipendenza culturale era accettata e in larga misura reale: le diverse componenti dell’an­ tifascismo apparivano di grande novità e alterità rispetto alla trita conven­ zionalità delle forme di comunicazione fasciste, e si proponevano efficace­ mente come modelli. La stampa contribuì perciò largamente a costruire l’im­ magine della Resistenza come un mondo separato, incompatibile con quello regolato dalle norme naziste e fasciste, e foriero di un futuro diverso. Per i meccanismi già illustrati, i testi diffusi dal centro si proponevano come mo­ delli, a volte imposti dalla disciplina di partito ma più spesso liberamente adottati da parte di lettori ai quali si chiedeva di farsi a propria yolta auto­ ri. In ultima analisi però è molto difficile rendere conto dell’area reale di lettura, e quella che ci è meglio documentata è la circolazione all’interno dei militanti più impegnati nella vita politica. I contenuti. Una parte relativamente ampia della stampa, soprattutto dei comandi militari e dei più importanti comitati di liberazione, è dedica­ ta alle informazioni sulla guerra partigiana. Queste sono raccolte attraver­ so una fitta rete di staffette che portano ai centri relazioni più estese, dal­ le quali, spesso semplicemente ritagliando i passi più significativi, si rica­ vano i comunicati sintetici da diffondere. Uno spazio particolare è dedicato in tutti i giornali alle biografie dei caduti, che si distinguono perché sono anche le sole a indicare nomi e cognomi veri di persone. Deformate, non sempre attendibili, spesso puerilmente esagerate nel numerare le perdite nemiche, le informazioni militari che la stampa dà sono tuttavia una delle fonti più organiche per la conoscenza della Resistenza, e lo furono anche per i suoi stessi attori. Attraverso il collegamento sulla pagina di fatti altri­ menti sconosciuti, il senso complessivo della miriade di piccole e meno pic­ cole azioni di guerriglia assume infatti l’aspetto di un’attività coordinata, all’interno della quale ogni partecipante si vede attribuito un ruolo effetti­ vo. Senza forzature testualiste, si può dire che le informazioni “creano” la Resistenza in quanto movimento organizzato. Un’altra porzione larghissima di contenuti è dedicata ai commenti po­ litici, però con numerose restrizioni. Non molto si dice di ciò che avviene in altre parti del mondo, se non per commentare le disfatte delle forze dell’Asse Berlino-Tokyo. Di più si fa per analizzare la situazione italiana, per attaccare il fascismo della “repubblichina” di Salò, denunziarne misfatti e corruzione, dare indicazioni di comportamento nei suoi confronti: ad esempio contro la socializzazione delle aziende e contro il sindacalismo col­ laborazionista. Quasi Inai si parla di una politica degli occupanti, rappre­ sentati genericamente come spietati e criminali oppressori. La stampa del­

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la Resistenza è largamente responsabile di aver rafforzato un’immagine mo­ nolitica dell’apparato militare, economico e politico dell’occupazione, alla cui azione di rapina economica e di violenza non ci si può opporre se non con la forza. In generale essa cerca, correttamente, di non confondere nel­ la condanna del nazismo la nazione tedesca, ma l’intercambiabilità dei ter­ mini nazista e tedesco, pur se negata in via di principio, si verifica spesso nella pratica della scrittura, anche se poi la stessa germanicità delle forze occupanti si sfalda nei rendiconti delle diserzioni di cechi, ucraini, geor­ giani passati dalle truppe raccogliticce dei presidi alla Resistenza nel 1944. Neppure ha spazio vastissimo l’Italia liberata, la cui vita politica è in­ vece oggetto di dileggio quotidiano da parte della stampa fascista. La Resi­ stenza sconta in questo caso il disagio di un rapporto difficile con il Regno del Sud, così a lungo ostile a una rinascita del sistema politico antifascista, e ovviamente registra con particolare attenzione i non frequenti successi dei partiti del Comitato di liberazione nazionale. Ma le tematiche politiche più trattate sono quelle che riguardano il mo­ vimento di liberazione nel Centro .e nel Nord, il progetto insurrezionale sempre rinviato, e poi i programmi dei partiti, gli obiettivi generali e le pro­ spettive della ricostruzione, nell’intento educativo di cui si è già detto. Per­ ciò attraverso la stampa là Resistenza si presenta al tempo stesso come un universo e una prefigurazione del futuro. Ma appare anche rinchiusa in se stessa e quasi sopraffatta dagli immensi problemi di una quotidianità im­ prevedibile, soprattutto nella crisi del tardo autunno 1944 quando giorno per giorno s’improvvisano le risposte al messaggio di Alexander che smo­ bilita i partigiani, alla rottura della coalizione del primo governo Bonomi, alla crisi che si apre in Grecia con il conflitto tra partigiani e forze britan­ niche. Le forme della comunicazione. Pur nella costante povertà dei mezzi, la stampa presenta una certa varietà di forme, delle quali però non è facile sta­ bilire una tipologia. Una vistosa differenza di composizione si rileva tra la stampa di ispira­ zione comunista e le altre, per il diverso rilievo che danno ai caduti. Se per esempio i giornali cattolici insistono sul tema del martirio e dedicano spes­ so agli scomparsi la prima pagina, quelli comunisti evitano di dare una ca­ ratterizzazione per così dire “negativa” in apertura, e confinano il più delle volte in ultima i profili biografici dei compagni morti. Tuttavia in genera­ le la preoccupazione di dare solo notizie positive e incoraggianti fa scom­ parire anche altre informazioni demoralizzanti. Gli stessi cattolici brescia­ ni che pubblicano nell’ottobre 1944 sul loro giornale «Il ribelle» le prime fotografie di Dachau conosciute in Italia e alludono alla deportazione del loro capo spirituale Teresio Qlivelli, evitano poi di commentare il massacro che pur documentano. Perciò nella denunzia della crudeltà nazista non si va oltre la segnalazione di specifici episodi, e la deportazione è quasi al­ trettanto poco trattata quanto la persecuzione degli ebrei.

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Nei giornali delle organizzazioni militari molto spazio è dedicato a una rappresentazione dell’ambiente in cui operano i partigiani, a cominciare dai titoli che evocano i monti e la tradizione alpina: «Il partigiano alpino», «Quelli della montagna», «Quelli del Col Bione», titoli a volte accompa­ gnati da immagini abbastanza curate. Ma in genere la presenza di un’ico­ nografia pur semplice e sommaria propone un’immagine scherzosa della vi­ ta in banda, il cui protagonista è un combattente in una tuta goffa, delibe­ ratamente affine a un operaio più che a un soldato. Relativamente più libera nelle produzioni al ciclostile, le cui matrici me­ glio si prestano a registrare disegni - non mancano perfino testate disegna­ te a mano, copia per copia - e impaginazioni libere, la stampa diventa auste­ ra e fitta di testi nelle composizioni tipografiche. Le ragioni economiche so­ no evidenti, ma certamente anche qui si rivela un predominio del testo scritto su qualunque altra forma di comunicazione. Nota bibliografica.

F. Ferratini Tosi, G. Marcialis, L. Rizzi e A. Tasca (a cura di), Catalogo della stampa pe­ riodica delle Biblioteche dell’