Cose viste. Storie di uomini e altri animali 8858125177, 9788858125175

Dai cani randagi crudelmente soppressi in Romania alle bambine cambogiane vendute per una notte ai nuovi ricchi cinesi,

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Italian Pages 249 [257] Year 2016

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Cose viste. Storie di uomini e altri animali
 8858125177, 9788858125175

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i Robinson / Letture

Pietro Del Re

Cose viste Storie di uomini e altri animali

Editori Laterza

© 2016, Gius. Laterza & Figli www.laterza.it Prima edizione luglio 2016

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Anno 2016 2017 2018 2019 2020 2021 Proprietà letteraria riservata Gius. Laterza & Figli Spa, Bari-Roma Questo libro è stampato su carta amica delle foreste Stampato da SEDIT - Bari (Italy) per conto della Gius. Laterza & Figli Spa ISBN 978-88-581-2517-5

a mio figlio

Cose viste Storie di uomini e altri animali

La via dei cani

Solitari o imbrancati, i randagi sono ovunque. Presidiano i parchi, i cortili, le strade, le piazze delle città. Solo a Bucarest se ne contano più di sessantamila. Fuggono, se provi ad avvicinarti, per le pedate che hanno ricevuto quand’erano cuccioli e perché crescendo hanno imparato a considerare l’uomo come il loro peggior nemico. Ma non sempre scappano, e non di fronte a chiunque. Non l’hanno fatto il 2 settembre 2013 nel Giardino dei Tigli della capitale romena, quando Ionut Anghel, un bimbo di 4 anni, s’accostò a una decina di cani di strada e loro lo sbranarono. La fine terribile del piccolo Ionut ha scatenato in Romania una psicosi forcaiola, simile a quella del 2001, quando la capitale era assediata da 150.000 randagi e quando molti di loro furono massacrati a bastonate, avvelenati o lasciati morire di fame. Il giorno dopo la morte del bimbo, aizzati dalle televisioni e da qualche tribuno locale, i leader di ogni schieramento decisero di cavalcare nuovamente la tigre dello sterminio, rinfocolando l’odio per la specie canina e lanciando una nuova, sanguinaria crociata contro i randagi, che non ha ancora finito di mietere vittime. E così, dopo anni di limbo giuridico, in cui ogni amministrazione locale ha gestito autonomamente l’emergenza dei cani di strada, spesso lucrando sulle catture e sulle uccisioni, in pochi giorni fu partorita e approvata la cosiddetta «legge 258». Mentre questo libro va in stampa, la normativa «ammazza-randagi» è sempre in vigore. Questa legge prevede la cattura e l’abbattimento dei cani che ancora affollano non solo le vie di Bucarest ma anche 3

quelle di ogni città, villaggio o piccolo agglomerato romeno. «È un provvedimento crudele e inutile, perché il randagismo endemico non si risolve uccidendo i cani ma castrandoli, come afferma anche l’Organizzazione mondiale della sanità», spiega Sara Turretta, 40 anni, milanese, fondatrice e presidente di Save the Dogs, un’associazione che da anni soccorre i cani romeni con la medesima determinazione con cui altre organizzazioni umanitarie si occupano di profughi siriani o di affamati somali. «Bisognerebbe anche creare un’anagrafe canina, microchippare tutti gli animali, siano essi randagi o di proprietà, e punire l’abbandono». Quando Sara sbarcò per la prima volta in Romania, in ogni strada di Bucarest trovavi cani morti avvelenati o ancora agonizzanti. Con l’abnegazione di una suora missionaria, si licenziò dalla grossa azienda internazionale per cui faceva l’account e si trasferì nella cittadina rumena di Cernavodă, dove fondò la sua associazione. Per capire i motivi di una tale scelta animalistica basta ascoltare i suoi racconti: per esempio, quando parla di cani uccisi con il solfato di magnesio iniettato direttamente nel cuore, di cuccioli ammazzati a calci o di animali lasciati morire di sete o di freddo nei canili. «L’eutanasia significa morte dolce, senza dolore né stress: il contrario di ciò che accade nei canili romeni, spesso affidati a ditte private senza scrupoli, che riescono a lucrare perfino sulle cremazioni degli animali soppressi, i quali sono invece seppelliti fuori dalle città», dice ancora Sara, che, tramite la sua associazione, negli ultimi quattordici anni ha potuto sterilizzare 22.000 cani e spedirne quasi 6000 in Svezia, Finlandia, Svizzera, Olanda e Italia, dove quei ‘miracolati’ vivono finalmente la loro America, nutriti e coccolati nelle loro nuove famiglie. Facendoci passare per una coppia di turisti in cerca di un cane di piccola taglia da adottare, con Sara riusciamo a penetrare e visitare diversi canili-lager, ma sempre sotto lo sguardo sospettoso o infastidito dei guardiani. In queste anticamere della morte, a Giurgiu o Mihaielesti, troviamo ovunque lo stesso abominio, lo stesso orrore, le stesse sofferenze inflitte 4

a randagi che vedo ammassati in spazi luridi, angusti, spesso senza né cibo né acqua. La maggior parte degli animali è ridotta pelle e ossa, rognosa, incimurrita. Nel braccio della morte molti condannati scodinzolano festosamente, leccando la mano che avvicini alla gabbia dove sono rinchiusi. Altri, invece, mostrano i denti abbaiando rabbiosamente. Altri ancora se ne stanno accucciati tra i loro escrementi, lanciando sguardi imploranti e colmi di tristezza. In ogni canile è palpabile la medesima insensibilità nei confronti di queste creature che sono diventate così numerose anzitutto per via degli stravolgimenti dell’urbanizzazione programmata e dell’incuria degli umani. La sovrappopolazione di randagi risale infatti agli anni Ottanta, quando il regime comunista di Nicolae Ceaușescu pianificò la distruzione di centinaia di villaggi e di migliaia di fattorie con i bulldozer, e il trasferimento dei loro abitanti in imponenti caseggiati costruiti secondo i dettami dell’edilizia nazionalcomunista. Da un giorno all’altro, tutti i cani che vivevano nei villaggi o nelle aie di quelle fattorie si ritrovarono senza padrone. Quelli che sopravvissero, seguirono anch’essi la migrazione verso le città. Nella ciclopica Casa del Popolo di Bucarest, concepita dalla megalomania di Ceaușescu, che è la seconda più grande costruzione al mondo dopo il Pentagono e oggi sede del Parlamento romeno, mi accoglie la deputata Simona Bucura-Oprescu, membro della commissione che ha redatto la «258». Quando le chiedo il perché di una legge tanto crudele, mi risponde che in quei giorni la sola cosa che contava per la Romania era vendicare il piccolo Ionut. Anche se questa vendetta significava massacrare decine di migliaia di cani? «Nei nostri canili gli animali sono trattati come in qualsiasi altro Paese europeo», taglia corto la deputata, la quale m’invita a visitare un canile che definisce «modello», quello di Costanza, lo stesso dove un video girato di nascosto da un attivista mostra una spietata soppressione di randagi, prima sollevati da terra con una grossa tenaglia, poi sbattuti contro la rete attraverso la quale 5

un ‘veterinario’ inietta loro il veleno, senza l’uso di nessun calmante o narcotico. L’appuntamento a Costanza è fissato per l’indomani, e nonostante gli addetti del canile abbiamo avuto ventiquattr’ore per ripulire la struttura ed eliminare in fretta e furia gli animali più deperiti, lo spettacolo è come altrove spaventoso, con gli stessi cani impauriti, malati, smagriti, anche se stavolta in gabbie appena lavate. Un cucciolo riesce a sgattaiolare da sotto la rete di una recinzione. Ci segue e, non visto dai guardiani, esce assieme a noi. Sara lo carica in macchina e lui le si addormenta all’istante in grembo. «Se sopravvive al cimurro, tra qualche mese sarà in una casa a migliaia di chilometri da qui», dice soddisfatta. Lo stesso giorno, sempre spacciandoci per italiani alla ricerca di un piccolo cane, riusciamo a penetrare in un fortino che la fondatrice di Save the Dogs considerava inespugnabile: il canile di Lumina, ubicato in una fattoria rinchiusa tra alti muri di cemento, pochi chilometri a nord di Costanza. Il direttore del centro, un contadino dalla barba incolta e le gote cascanti, ci dice che al momento ha soltanto i suoi cani, ma non si oppone a una nostra visita. Dentro troviamo una buia e nauseabonda porcilaia dove latrano quattro grossi pastori caucasici, resi folli dalle minuscole gabbie nelle quali li tiene segregati il loro padrone. Pochi giorni prima, questa struttura ospitava ottanta randagi. È facile immaginare la fine che hanno fatto quei poveretti. Nel giugno del 1999, verso la fine della guerra in Kosovo, entravo nella martoriata provincia della ex Jugoslavia al seguito delle truppe tedesche del contingente Nato. Il ritorno del cosiddetto «popolo dei trattori», ossia dei contadini kosovari-musulmani fuggiti mesi prima in Albania, non era ancora cominciato. I serbi avevano invece iniziato a ripiegare verso Belgrado, e per coprire la loro ritirata s’erano lasciati dietro qualche cecchino, che non risparmiò la vita ad alcuni giornalisti. La regione attorno a Prizren evocava un day after, con villaggi fantasma, fattorie bruciate, orticelli incolti e cilie6

gi e albicocchi grondanti di frutti che nessuno aveva raccolto. Ripensando alla tragedia di quel popolo, la mia memoria me ne offre anche un’altra, quella delle bestie del Kosovo, anche loro vittime, sia pure di rimbalzo, della furia dei serbi. Allora, nessuno parlò delle miserie che patirono i cani, le vacche, le pecore e perfino i gatti del Kosovo. Il loro martirio fu ovviamente taciuto, e passò inosservato, come se davanti al dolore degli uomini fosse sconveniente o addirittura immorale menzionare le amare vicissitudini occorse alle bestie. Eppure non c’era giorno, durante le mie peregrinazioni nel Kosovo deserto e appena liberato, che non incontrassi un cane alla disperata ricerca di cibo o morto di fame e di sete alla catena, dimenticato, nella fretta della fuga, dai suoi padroni. Erano perlopiù grossi cani pastori, simili ai nostri maremmani ma col manto più scuro, diventati dopo l’abbandono scheletrici e impauriti. Ovunque c’erano mucche brade con le mammelle gonfie di latte e greggi di pecore, abbandonate nel centro dei villaggi, che cercavano refrigerio all’ombra dell’albero nella piazza principale. Di questo sconquasso contadino, soltanto le taccole sembravano soddisfatte, perché finalmente libere di nidificare dove volevano, nelle camere da letto, nelle cucine, nei granai deserti. Di quei giorni conservo anche il ricordo penoso di un cucciolo di pastore che trovai non lontano da Priština, con le zampe posteriori stritolate da un carro armato. Avrà avuto sei mesi, e cercava di rialzarsi dal manto stradale, ma riusciva appena a sollevare il collo. E guaiva, anzi, ululava sommessamente. Chiesi a Ibrahim, il mio autista albanese, di fermare la macchina. Scesi, ma appena mi avvicinai al cucciolo m’accorsi che la mia presenza non faceva che peggiorare la sua sofferenza, aggiungendo paura al dolore. Ma era proprio al centro della carreggiata, perciò lo trascinai fino al lato della strada, e gli diedi da bere. Spirò poco dopo, leccandomi le mani. Ero stato un’ora prima in una fossa comune appena scoperta dai soldati tedeschi, dove avevo visto altri cani rovistare tra i cadaveri. Quel pomeriggio, ancora scosso da quella scena inferna7

le, scrissi dei corpi falciati dalle pallottole dei paramilitari serbi, e seppelliti con le ruspe. Eppure, con tanto orrore negli occhi, non riuscivo a cancellare dalla memoria l’immagine di quel cagnolino agonizzante, con le zampe schiacciate dal carro armato. I sommersi di Aleppo Anche in Siria ci sono tanti randagi. Nell’Aleppo bombardata dalle forze del regime vedo mute di cani nutrirsi d’immondizie, e poveri civili aleppini che non se la passano meglio. È il settembre del 2013. La guerra furoreggia da oltre due anni, e nessuno raccoglie più i cadaveri che ingombrano le strade, neanche i combattenti più intrepidi. Perciò, come provvisorio sudario, i morti di Aleppo devono accontentarsi della polvere che rende l’aria irrespirabile. Tra le vittime, molti sono uomini delle brigate d’opposizione. Ma vedo anche numerosi civili: una donna orrendamente sfigurata dalla scheggia di una granata, un anziano che sembra essersi addormentato tra due cumuli di calcinacci, il corpo disarticolato di un bimbo che, come un bambolotto rotto, s’affaccia dal buco di una casa colpita da un carro armato. Pochi giorni prima, quando in tv aveva proclamato che avrebbe ripulito la città dai «terroristi», il presidente siriano Bashar al-Assad faceva sul serio. Salvo che, tra ciò che rimane dei quartieri sventrati dal fuoco dei suoi caccia, di «terroristi» ceceni o pachistani non ne vedo nemmeno uno. Questi corpi, mi dice Issam Mohammed, il comandante dell’Esercito siriano libero che m’accompagna, hanno tutti un nome, e appartengono tutti a ragazzi di Aleppo: «Ahmed, 22 anni, studente di informatica, Talah, 20 anni, panettiere, Khaled, 24 anni, ex poliziotto...». Entro in città alle prime luci dell’alba. Il risultato dell’offensiva del regime di Damasco, o piuttosto della sua feroce repressione, ricorda altre, apocalittiche distruzioni, quelle di spaventosi cataclismi naturali. Tra palazzi scapitozzati o ampiamente mutilati dagli obici del regime fuoriesce di tutto: tele8

visori, letti, credenze, cucine, valige, abiti, tinozze. E cadaveri, ovviamente. «Ma quante bombe può assorbire una città come questa? Quante tonnellate di proiettili servono per cancellarla dalle mappe?», si chiede il comandante Mohammed. Ed era solo il 2013. Il pezzo di cielo giallognolo che si staglia tra le rovine delle case è improvvisamente rigato dal passaggio di un Mig. Vola sorprendentemente basso. È nero, grifagno. Mi fa pensare a un moscone di ferro. Le sue bombe le sgancia però su un altro quartiere, non lontano dal luogo in cui siamo appostati noi. Esplodendo, le bombe provocano una deflagrazione sorda e potente, ogni volta seguita dagli scaramantici «Allah Akbar» dei combattenti che mi circondano. La loro base militare è nel seminterrato di un palazzo miracolosamente ancora intatto. Ospita una trentina di uomini. Alcuni dormono un sonno così profondo che neanche le bombe li disturbano. Gli insorti adesso devono occuparsi di sgomberare i civili intrappolati tra quelle rovine. Da un portone sbuca un combattente con il kalashnikov a tracolla che porta sulle spalle un uomo grasso e visibilmente sofferente. Altri insorti evacuano altrove i feriti di precedenti bombardamenti, alcuni trascinandoli direttamente sul loro materasso. Lasciando Aleppo, nella sua vasta periferia, incrocio gli sfollati più recenti, quelli che hanno resistito fino ad oggi, ma che l’infittirsi delle granate o l’assoluta mancanza di cibo e di acqua o ancora la puzza delle fogne sfondate hanno finalmente costretto alla fuga. È incredibile constatare quante famiglie abbiano vissuto fino ad ora l’incubo della guerra, quante donne e quanti bambini siano rimasti nei quartieri che da mesi il regime bombarda ciecamente. I primi villaggi che attraverso sulla strada che mi riporta verso il confine turco, forse, sono stati anch’essi rasi al suolo dall’aviazione lealista per evitare che diventassero preziose retrovie per l’Esercito siriano libero. Mi fermo in una cittadina a trenta chilometri dal centro di Aleppo. Un ragazzetto che mastica due parole d’inglese, e che per questo s’improvvisa addetto stampa degli insorti, mi 9

trascina in un ospedale che da giorni – sostiene – dovrebbe servire a smistare i malati. È appena arrivata una macchina con tre feriti gravi, per i quali mancano letti, sangue e farmaci. Quando mi rimetto in cammino il traffico degli sfollati s’è infoltito. Sono civili che fuggono su camioncini, auto, pullman. Portano con loro coperte, taniche d’olio e cibo in conserva da poter rivendere oltre confine. La maggior parte di questi fuggiaschi sono donne e bambini, perché i loro mariti e i loro padri hanno preferito rimanere a combattere, o a difendere quel che resta delle loro case. A sera, il bilancio stilato dalle organizzazioni umanitarie parla di ottantasette vittime. Ma questa guerra dura da troppo tempo perché si faccia menzione anche dei feriti, dei bambini traumatizzati e delle madri impazzite dal dolore per la morte di un figlio. Ero stato sei mesi prima a Homs, città simbolo della rivolta contro il regime di Damasco, quella dove è nata la guerra civile siriana, oggi interamente distrutta. Vi entrai illegalmente, dopo aver attraversato a piedi il confine libanese in aperta campagna. I miei ospiti mi portarono subito in un ospedale clandestino, nascosto nelle cantine di un edificio. Appena entrato, vidi che era pieno di bambini addormentati. Profondamente. Avevano la febbre alta per l’infezione delle ferite da pallottola ed erano tutti tramortiti da antidolorifici troppo potenti. Sahar, la giovane infermiera che li accudiva, mi spiegò che aveva finito gli antibiotici: di analgesici ne possedeva ancora uno scatolone, ma non sapeva come dosarli. «Perciò, pur di non vederli soffrire, preferisco eccedere», mi disse. Avevo letto della guerra contro i bambini, dei trecentocinquanta ammazzati nell’ultimo anno dalle forze di Damasco, delle altre centinaia stuprati e torturati nei commissariati, delle migliaia gravemente feriti dalle schegge di mortaio. Ma tutt’altra cosa era trovarsi davanti a una decina di piccoli con le ossa frantumate dai proiettili, o con moncherini di recentissime amputazioni, o con il pancino fasciato perché centrato da un cecchino. Era troppo pericoloso portare i feriti negli ospe10

dali della città, dove i soldati facevano regolarmente irruzione, strappando i tubi delle flebo e portando via i manifestanti che loro stessi avevano colpito, per finirli chissà dove. Da quando, nel 2011, era cominciata la feroce repressione contro chi chiedeva riforme al presidente siriano Bashar al-Assad, Homs era chiusa al mondo, e quindi ai media internazionali. In quell’ospedale conobbi Shadi, un omone con i baffi da tricheco, che aveva appena disertato l’esercito del regime per unirsi ai rivoltosi. Anche lui mi confermò l’orrenda guerra contro i bambini, artatamente organizzata dai generali di Damasco per fiaccare il morale degli adulti. Mi disse Shadi: «Il capo della nostra brigata ci aveva ordinato di sparare sui più piccoli, sostenendo che dovevano essere il nostro primo bersaglio e che avremmo dovuto colpirne uno al giorno. Durante le manifestazioni, veniva a controllare lui stesso che mirassimo contro i bambini. Quando non lo facevamo, minacciava di farci frustare. Appena ho potuto, sono fuggito». Al capezzale dei bambini storditi dall’anestetico, il medico passava solo ogni tre giorni. «Molti dottori sono stati arrestati per aver curato manifestanti feriti. Alcuni sono stati anche uccisi. I medici di Homs vivono nel terrore», mi spiegò l’infermiera Sahar. Lasciai l’ospedale dopo un paio d’ore, scortato dal disertore Shadi. Ci muovemmo a piedi, con passo veloce. Homs era (ed è tuttora) piena di cecchini. Appostati sui tetti delle case, controllavano le strade e gli incroci principali sparando su chiunque li attraversasse dalle 4 del pomeriggio alle 8 della mattina seguente. «Ma non è gente che guarda l’orologio», mi disse ancora Shadi. «Molti di loro sono uomini crudeli e senza coraggio. Li conosco, perché fino a ieri combattevo al loro fianco. Fanno fuoco contro i passanti sia per divertirsi sia, più semplicemente, per obbedire a un ordine». Per evitare il piombo degli snipers, nelle stradine laterali vidi gruppi di uomini che si lanciavano di tutto: pagnotte, lattine di soda, pezzi di ricambio per le auto, piccole taniche di carburante, che dal lato opposto, quando il tiro era troppo corto, venivano recuperati con lunghe pertiche o con canne uncinate. 11

Percorremmo un paio di chilometri, con Shadi che cercava di proteggermi schermandomi con la sua mole. La nostra meta era un palazzo signorile. Al terzo piano, un uomo anziano ci fece entrare in un appartamento con le serrande abbassate, dove si teneva la riunione di uno dei tanti gruppi d’opposizione, nati tutti spontaneamente in reazione alla sanguinaria repressione di Assad contro chi pacificamente chiedeva riforme. In un angolo della stanza sfrigolava uno scanner che, come mi avrebbero poi spiegato, era stato sintonizzato sulle frequenze della radio della polizia per captarne i messaggi. «Diciamo che mi chiamo Wafik», esordì uno di loro, l’unico che parlava inglese. «Ieri, una trentina di persone, tra cui una bambina di un anno e un ragazzo di 17, sono state uccise dalle forze di sicurezza siriane. Dieci solo nella nostra provincia. Alla fine della giornata di oggi, il bilancio sarà simile, se non peggiore. E domani anche, e dopodomani lo stesso. I soldati di Damasco ci stanno decimando. Loro hanno armi moderne e potenti. Noi disponiamo solo di kalashnikov arrugginiti. Ma combatteremo fino alla fine. E vinceremo». Avrei voluto rispondergli che pochi mesi prima avevo sentito le medesime parole proferite dai leader degli insorti libici, poi diventati i padroni di un Paese lacerato. La sera ero di nuovo al sicuro, in Libano, dove appresi che nella città chiusa al mondo da quasi un anno non ero l’unico giornalista occidentale. Un altro reporter, Gilles Jacquier dell’emittente France 2, quel 29 aprile 2013 era anche lui a Homs, sia pure embedded con le forze del regime che avevano messo in scena la pagliacciata di un comizio inneggiante ad Assad, là dove il presidente era odiato più del diavolo. Nel primo pomeriggio, Jacquier fu centrato da un razzo. È stato lui il primo giornalista occidentale a perdere la vita nel conflitto siriano. Anche a Ghessanie entrai clandestinamente, attraversando però il confine turco in un bosco di antichi abeti che le guardie di frontiera avevano cominciato a bruciare per meglio intercettare i profughi provenienti dalla Siria. Prima che le bombe del regime e quelle dello Stato islamico le distruggessero, a Ghes12

sanie, sessanta chilometri a sud-ovest di Aleppo, si contavano tre chiese: una cattolica, una greco-ortodossa e una protestante. Padre François Murad, il religioso che m’ero prefisso di incontrare, non lo trovai in quella dell’Assunta, bensì nella tana del lupo, in un fumoso scantinato dove, tra un turno di guardia e l’altro, s’accalcavano i giovanissimi combattenti dell’Esercito siriano libero. La cittadina era stata appena conquistata dai ribelli e da allora, appostate a meno di un chilometro da lì, le truppe del regime la cannoneggiavano quotidianamente. Gli insorti mi sembrarono intimoriti dal religioso, probabilmente perché aveva l’età dei loro padri, ma anche per l’aura di misticismo che lo avvolgeva, accentuata dal saio e dal logoro cappotto che indossava. Esprimendosi in un italiano privo di accento, pur essendo nato sulle alture del Golan quando queste erano ancora siriane, padre François mi disse: «Sono bravi ragazzi, che ci aiutano come possono, dimostrandoci di continuo la loro gentilezza. Non è vero, come alcuni sostengono, che la Siria sia divisa dalle minoranze. Pensarlo rafforza la propaganda che ha scatenato la guerra civile». E proprio per infrangere questa propaganda, gli insorti, tutti sunniti più o meno osservanti, trattavano con ogni riguardo padre François e i pochi cristiani rimasti. Volevano dimostrare che non erano i «terroristi» che dipingeva il regime e che, se avessero vinto loro, tutti – cristiani, drusi, alauiti e sunniti – avrebbero potuto convivere in armonia. A Ghessanie, la coabitazione tra fedi diverse ai loro occhi poteva prefigurare il futuro della Siria. A tratti, però, la paura sembrava balenare anche nello sguardo di quell’uomo di chiesa, ex francescano «con una spiritualità che si fa sempre più benedettina». Nei suoi occhi traspariva a volte il timore che l’indomani le cose potessero improvvisamente peggiorare. Ma quando gli chiesi se viveva nello spavento e nell’affanno, la risposta fu quella del prete, non dell’uomo: «Ho fede in Cristo, perciò non ho paura. Se il Signore vuole la mia morte, accetterò anche quella. E comunque finché qui rimarrà un solo cristiano, io sarò con lui». Delle tremila persone che vivevano in città prima che 13

scoppiasse la rivoluzione erano rimaste soltanto una decina di famiglie, per lo più cattoliche. Quando provai a parlare con i pochi superstiti, li scoprii sospettosi, malfidati, perché, come mi disse padre François, temevano per i loro figli che vivevano nelle zone controllate dal regime. «Sanno che una parola di troppo può costarti la prigione e magari la tortura. E sanno anche che se loro sono oggi al riparo dalla repressione, i loro cari emigrati a Damasco non lo sono più». A Ghessanie il terrorismo islamico non aveva ancora attecchito. I ribelli, anche i più barbuti di loro, avevano facce pulite, e non la smettevano di ringraziarmi per essere andato fin lì a raccontare la loro rivolta. Quando presero Ghessanie, qualche facinoroso ruppe una croce e alcune statuette della Vergine nel giardino della chiesa. «Ma è stato solo un increscioso episodio che ho già dimenticato», minimizzò il prete, spiegando che dopo l’accaduto era andato a lamentarsi con il capitano della brigata e da allora nulla del genere si era ripetuto. «Tutti i giorni dico messa alle 4 del pomeriggio, con le porte aperte, e non ho mai avuto problemi». I problemi per padre François nacquero sei mesi dopo, quando Ghessanie finì nelle mani degli islamisti di Jabhat alNusra, che per prima cosa lo misero agli arresti domiciliari. Poche settimane dopo, il corpo di padre François fu crivellato da otto colpi d’arma da fuoco mentre cercava di proteggere le suore del convento di Sant’Antonio. I jihadisti dissero che a provocarne la morte fu una pallottola volante. Una versione che apparve inverosimile perfino ai suoi assassini. L’ultima volta che tornai ad Aleppo, nel settembre 2013, era diventato difficile orientarsi in città perfino per chi c’era nato, perché ormai le strade si somigliavano tutte, con l’asfalto arato dalle bombe e i palazzi sventrati dagli attacchi aerei. La guerra, infatti, può ridisegnare la geografia di un luogo. Qui, cancellando le asimmetrie e le differenze tra quartieri, l’aveva resa un unico ammasso di macerie. «A volte, per raccapezzarmi devo tenere a mente la cronologia delle distruzioni. Vede 14

quel grosso edificio che sembra decapitato da una ciclopica motosega? Fino a due mesi fa, prima di essere centrato da un Mig del regime, era due piani più alto», mi disse Murhaf al-Issa, 34 anni, la barba ben curata e l’uniforme impeccabilmente stirata. Professore di biologia e musulmano moderato, Murhaf comandava la piccola brigata dell’Esercito siriano libero alla quale mi accodai per raggiungere la linea del fronte. Per raccogliere i pareri dell’opposizione alla vigilia di un eventuale raid punitivo francoamericano (che poi non ci fu, provocando delusione e sconcerto tra le forze della rivolta), andava bene anche la turca Antakya, a una decina di chilometri oltre il confine, perché piena di aleppini in fuga dalla guerra civile. Volevo tuttavia sentire l’opinione di chi era rimasto a combattere, di chi non era ancora voluto scappare pur vivendo nel terrore dei razzi sparati dai caccia e dagli elicotteri da combattimento del regime. Nel centro di Aleppo trovai molte viuzze ostruite con barricate di fortuna o sacchi di sabbia. «Siamo ai confini della città vecchia. Qui i soldati del regime sono così vicini ai nostri uomini che tra loro possono insultarsi da una finestra all’altra o da un vicolo all’altro. È così che ci siamo accorti dell’arrivo dei miliziani di Hezbollah, perché loro le parolacce le urlano con l’accento libanese», disse Murhaf. Quando gli chiesi di Obama e degli Stati Uniti, il comandante fece una smorfia. Poi, guardandosi le scarpe, riprese: «L’America, e più in generale l’Occidente, erano la nostra grande speranza. All’inizio della rivoluzione, quando i carri armati di Damasco sparavano sui manifestanti, eravamo certi che qualcuno sarebbe intervenuto. Invece nulla. Lo stesso è accaduto dopo che il presidente statunitense ha finalmente riconosciuto l’opposizione come la sola voce legittima della Siria. Manifestando simpatia per i ribelli, Obama ha di fatto peggiorato le cose, perché la sua era una simpatia di facciata, con cui ha rafforzato il morale del regime e indebolito l’entusiasmo dei rivoluzionari, i quali ancora aspettano l’arrivo di aiuti concreti che probabilmente non vedranno mai». Non aveva tutti i torti, il comandante Murhaf. 15

Ma è anche vero che se gli insorti fossero tutti come Murhaf, il presidente Obama avrebbe già fornito all’opposizione siriana tutte le armi richieste. Secondo il professore di biologia, la strategia dei lealisti è sempre la stessa, perché consiste nel bombardare sistematicamente ogni quartiere, ogni strada, ogni casa nelle mani dell’Esercito siriano libero. «E al regime non gliene importa nulla se quei quartieri, quelle strade e quelle case sono pieni di civili inermi. Per questo ci sono aree della città sotto un continuo diluvio di missili», aggiunse Murhaf, senza poter immaginare che nel gennaio del 2016, per aprire la strada alle truppe del regime impegnate nella riconquista di alcuni settori della città, i Sukhoi di Mosca hanno adottato la medesima strategia, effettuando più di 1500 raid in pochi giorni e provocando la fuga verso la Turchia di altri quarantamila sventurati aleppini. «Les loups italiens» Stavolta la belva ne ha sgozzate parecchie di pecorelle, consumando la sua ultima ecatombe in uno scenario da cartolina, dove cime ancora abbondantemente innevate sovrastano grosse abetaie e radure di un verde stupefacente. «Ne ho trovata una immobile nel suo sangue, un’altra decapitata, una terza ancora viva ma con il dorso orrendamente sbocconcellato. Quest’ultima si è trascinata fino all’ovile dove è morta dopo qualche ora. Ormai siamo circondati dai lupi e nessuno è più in grado di fermare le loro mattanze», si lamenta JeanJacques Lombard, un uomo alto e magro, col viso bruciato dal sole delle alture. «Quelle rinvenute agonizzanti al pascolo nella valle dell’Ubayette le ho dovute sopprimere io stesso, e le assicuro che i pochi euro con cui verrò risarcito dallo Stato non basteranno a ripagarmi di tanto orrore». Perseguitato dai francesi con feroce accanimento per secoli, fino alla sua completa estinzione nel 1930, il lupo ha ricominciato a insediarsi in questi boschi agli inizi degli anni Novanta, quando i primi esemplari provenienti dai nostri Appennini 16

scoprirono dall’altra parte del confine la manna di enormi greggi interamente incustodite. Qui, il suo ritorno ha immediatamente risvegliato paure ataviche, facendo insorgere gli allevatori e riportando alla memoria uno sterminio cominciato nell’VIII secolo. Oltralpe, di questi prodigiosi predatori se ne contano oggi circa 250, sparsi in una quindicina di dipartimenti. Pochi mesi fa è stato avvistato un Canis lupus italicus perfino in Champagne, a soli centosessanta chilometri da Parigi. Il problema è che i loro attacchi sono ormai quotidiani, e in continuo aumento, tanto che sbranano circa 2500 pecore l’anno. «O noi o loro: la pastorizia è in pericolo, e con essa questi splendidi paesaggi alpini che l’uomo ha scolpito nel tempo, perché il giorno che scompariranno le pecore, la natura selvaggia riprenderà il sopravvento e ci ritroveremo come nel Medioevo. Quando arriva un branco di lupi molte pecore gravide abortiscono, altre perdono il latte, altre ancora diventano sterili. Una catastrofe. Senza contare il trauma profondo che vive l’allevatore dopo ogni strage di questi innocenti», commenta Pierre Martin Charpenel, sindaco di Barcelonnette, cittadina nelle Alpi dell’Alta Provenza, a un tiro di schioppo dal Piemonte. «Di chi è la colpa? Delle potenti lobby di ambientalisti che da decenni mentono sostenendo che i lupi sono necessari all’ecosistema e che per difendersi da loro bastano i cani». In Francia, il primo a pianificarne l’eccidio fu Carlo Magno: nell’805 ordinò che in ogni contea vi fossero «due lupari armati e abili nella caccia al lupo». Nel 1520 Francesco I creò il corpo della louveterie, che con le sue guardie e le sue mute di cani aveva il compito di controllare l’intero territorio. Tre secoli dopo, a dare nuovo impulso alle stragi fu Napoleone, che istituì la carica di luogotenente della louveterie, tuttora in vigore, il cui compito consiste oggi nel fornire consulenze venatorie. Stupisce la ferocia dei metodi usati per far fuori il predatore. Un editto dell’Ottocento suggeriva di usare polpette avvelenate di cane infarcite di spilli per provocare lesioni intestinali e far sì che la stricnina fosse assorbita più in fretta. C’erano poi 17

le taglie, che variavano in base al sesso e all’età dell’animale ucciso. Una femmina gravida, per esempio, era pagata profumatamente, molto di più di quanto guadagnasse un contadino in un mese. «Tuttavia, nelle Alpi francesi non bastarono né i lupari né le loro micidiali tagliole. Per questo i nostri antenati non esitarono a bruciare le foreste di larici e abeti che ricoprivano queste valli per tagliare al lupo le possibili vie di fuga. Se lo Stato non interverrà con più decisione, siamo pronti a fare lo stesso», minaccia il sindaco di Barcelonnette. Come lui, molti pastori se la prendono con quelli che hanno accolto con gioia il ritorno in Francia del temibile carnivoro, siano essi naturalisti, etologi o semplici amanti della natura. Dice Jacques Carriat, guida di montagna a Barcelonnette e da anni strenuo difensore del lupo: «In Francia siamo abituati a demonizzare qualsiasi cosa. Prima gli arabi, poi i neri e gli ebrei, e adesso il lupo italien. A Parigi, per compiacere gli elettori, i politici di ogni schieramento si oppongono tutti al ritorno del lupo. Con quali conseguenze? Che quest’anno se ne potranno legalmente abbattere 34 esemplari, e l’anno prossimo forse il doppio». Ma per sua fortuna il lupo è un animale guardingo, diffidente, astutissimo. Perciò, nel 2013, nonostante i costi elevatissimi e il colossale dispiegamento di mezzi, i ‘lupari’ hanno abbattuto solo otto esemplari, ai quali vanno però aggiunti quelli eliminati di frodo dai bracconieri assoldati dagli allevatori. Più che a battute di caccia, questi ‘prelievi’ mirati somigliano a operazioni militari, con l’intervento di decine di uomini dotati di armi da guerra. Come se non bastasse, le autorità francesi hanno incoraggiato gli stessi allevatori ad armarsi per spaventare il lupo a schioppettate se dovesse avvicinarsi alle greggi, e per accopparlo se necessario. «L’allevamento di ovini era in crisi prima che tornasse il lupo, il quale sbrana, sì e no, lo 0,3 per cento del totale delle pecore francesi», aggiunge Carriat, «mentre i parassiti e i cani randagi ne uccidono una media di mille al giorno». Ma è possibile che in Francia siano davvero giunti al di18

lemma: o l’agnello o il lupo? Una cosa è certa: l’abbattimento legale di 34 lupi ha il sapore di una rappresaglia, che avalla il bracconaggio più dannoso. Senza contare che il lupo è una specie protetta dalle leggi europee, che la considerano di grande importanza e quindi meritevole di una rigorosa conservazione. Ora, fino a prova contraria, la Francia fa ancora parte dell’Unione Europea. La soluzione? Secondo gli etologi, basta imparare dalla cultura pastorale che da millenni fa coabitare l’uomo e il lupo. Per evitare che il ‘mostro’ sbrani le pecore è sufficiente difenderle. Proprio come accade in alcune regioni italiane dai tempi del Neolitico. Ma allora perché i francesi non si vogliono dotare anche loro di pastori maremmani o di quei patous che in alcune regioni dei Pirenei sono stati vantaggiosamente sperimentati contro gli orsi? «Ma lo sa quanto mangiano i cani da difesa? Fino a un chilo di cibo al giorno. Si rende conto dei costi aggiuntivi, considerando che serve un cane per ogni cento pecore? Poi, da noi nessuno è disposto ad assicurarli. E se dovessero mordere un turista, chi pagherebbe?», si lamenta il pastore Jean-Jacques Lombard. Qui, infatti, solo un terzo delle greggi è protetto dai cani. E ciò per via di un problema legato anzitutto al tipo di allevamento, che è estensivo, a differenza di quanto accade in Italia. Sulle montagne che circondano Barcelonnette, l’estate sono sessantamila le pecore che pascolano brade. Sono pecore da carne, quindi nessuno le fa rientrare la sera all’ovile per la mungitura. Rimangono sulle alture anche di notte, custodite soltanto da un pastore. In altre parole, a disposizione del lupo. Abbiamo visto di peggio On a vu plus méchant que ça, abbiamo visto di peggio. Sono le prime parole che dico a Jean-Pierre per fargli capire che non ho dimenticato. Lui scoppia a ridere, come per minimizzare i ricordi legati a quella frase. Non lo vedevo dal 2001. Sono trascorsi quasi quindici anni dal servizio che feci nel Ruanda 19

che cominciava a costruire i suoi luoghi della memoria del genocidio. Jean-Pierre Sagahutu è tutsi, e scampò al massacro rimanendo nascosto per 45 giorni in una fossa biologica. Quando ne uscì, lui che è un uomo alto e grosso, e che oggi supera il quintale, pesava 43 chili. Suo padre era medico: fu segato in due dagli hutu, i quali gettarono i resti in due fosse comuni lontane chilometri, perché temevano che i suoi colleghi potessero ricucirlo e rianimarlo. La madre di Jean-Pierre fu invece impalata con un’asta lunga tre metri e lasciata morire dissanguata. I genocidari trucidarono anche i suoi quattro fratelli: a colpi di machete. Mi raccontò il calvario della sua famiglia nei giorni che passammo assieme alla ricerca delle infinite Auschwitz ruandesi. Sette anni dopo il genocidio, in questa piccola Svizzera africana, che oggi le guide turistiche chiamano nuovamente il «Paese dell’eterna primavera», erano cominciati i lavori per erigere i memoriali. Ma in Ruanda, i sites du génocide sono ovunque: nelle tante chiese dove i tutsi sperarono invano di trovare rifugio, negli stadi, nei boschi o nelle scuole dove gli hutu, dall’aprile al luglio del 1994, squartarono e maciullarono con machete, asce e bastoni almeno ottocentomila persone. Lungo le poche strade che tagliano questa nazione grande come la Sardegna incontravamo ovunque cartelli che indicavano il numero dei corpi riesumati dalla fossa comune del luogo e la data dell’eccidio: dallo stadio di Gatwaro, dove furono uccise diecimila persone, alla chiesa di Saint-Jean, dove morirono in ventimila; da quella di Ntarama, dove furono seppelliti trentamila cadaveri, alla piccola parrocchia di Nyane, dove il prete Athanase Seromba si divertiva a sparare ai tutsi che andavano a chiedere protezione. Lungo la strada verso Bisesero c’imbattevamo spesso in gruppi di uomini con casacche e calzoncini rosa confetto, scortati da un paio di militari armati. Erano i genocidari prigionieri, ex miliziani hutu che si recavano al lavoro nei campi. Prima del genocidio, i carcerati vestivano di nero. Ma gli hutu vestiti di 20

nero, sia pure ammanettati, incutevano troppa paura ai ruandesi scampati ai massacri. Perciò il presidente Paul Kagame optò per le divise rosa. A quel tempo, nelle carceri ruandesi erano rinchiuse 136.000 persone incriminate per i massacri del 1994. Per processarli tutti ci sarebbero voluti due secoli. Così, il governo decise di rispolverare una sorta di giustizia popolare e tribale, la gacaca, a cui si ricorreva, per esempio, quando un contadino rubava una capra o un casco di banane. Dopo un breve dibattimento sotto l’albero più alto, la pena veniva comminata da tutto il villaggio. Durante i primi processi agli ex miliziani seguendo la legge della gacaca l’incriminato veniva presentato al cospetto del villaggio dove si supponeva che avesse ucciso. Se la folla tentava di linciarlo, l’uomo veniva condannato: era quella la prova della sua colpevolezza. Arrivammo finalmente a Bisesero, unica regione dove i tutsi cercarono di resistere ai loro aguzzini. Erano in sessantamila, ma disponevano soltanto di nove fucili. I miliziani hutu ricorsero ai blindati. Di quei sessantamila ne se salvò una decina. Paul Kageruka era uno di loro. Mi disse che, dopo il genocidio, i morti erano sparsi ovunque su queste colline. «Li abbiamo recuperati tutti, e oggi sono il custode delle loro ossa». L’ossario dei martiri di Bisesero consisteva allora in un capannone di lamiera, dov’erano raccolte alla rinfusa le decine di migliaia di teschi e tibie, oggi più degnamente conservate nel Monumento nazionale della Resistenza. Jean-Pierre mi portò in un secondo mausoleo in costruzione, altrettanto spettrale, nella scuola di Murambi, dove furono trucidate cinquantamila persone. Quarantamila di quei corpi erano stati da poco riesumati, mummificati e adagiati su tavolozze di legno nelle sessanta aule della scuola. C’erano l’aula dei bebè, l’aula degli adolescenti, quella delle donne e quella degli uomini: un esercito di corpi nudi e biancastri per via dei prodotti usati dagli imbalsamatori. Alcuni conservavano ancora la postura dell’istante della loro morte, con un braccio alzato per proteggere il capo da un colpo di machete, o con la bocca spalancata nell’ultimo grido. La sala più raccapricciante 21

era quella che conteneva i loro abiti, con le gore di sangue rappreso ancora visibili, appesi a lunghe corde tese tra i muri. Anche il custode della scuola di Murambi era un sopravvissuto al massacro del luogo. Si chiamava Joseph e sulla fronte mi mostrò il buco della pallottola che l’aveva tramortito ma non ucciso. Attorno a lui giocavano dei bambini: a molti di loro i miliziani avevano amputato un braccio. Gli hutu decisero di risparmiarli, dopo aver ucciso i loro genitori, i loro fratelli maggiori e i loro nonni. I genocidari s’erano comportati con la stessa crudeltà nei confronti di alcune vecchiette, che furono lasciate in vita, mentre i loro figli e i loro nipoti erano tutti finiti nella fossa comune della scuola. Neanche Jean-Pierre riusciva a darsi una spiegazione di così tanto orrore, che non voleva imputare all’antico antagonismo tra due popoli, gli hutu e i tutsi, gli uni contadini e gli altri possidenti di mandrie di bellissime mucche dalle corna lunate. «Se oggi ho la forza di parlare di quei giorni terribili è perché mi sono accorto che, dall’adolescente al quale ho visto cavare gli occhi e poi dar fuoco fino alla donna stuprata e poi sventrata sotto ai miei occhi, tutti avevamo sofferto. In Ruanda ci sono oggi due nuove caste: quella di chi è stato vittima della ferocia del vicino di casa, dell’amico o del miliziano; e quella di chi ha ucciso». Quei giorni mi raccontò com’era miracolosamente riuscito ad attraversare il confine congolese per dirigersi a Kinshasa, dove l’aspettava un suo cugino. Per raggiungere la capitale aveva impiegato quasi un mese, a bordo di una vecchissima Peugeot che aveva acquistato a Goma. Ma l’auto scalcagnata sulla quale viaggiava veniva fermata di continuo dalle soldataglie congolesi che esigevano soldi per farlo ripartire. Dopo qualche giorno, stanco della prepotenza di questi grassatori in divisa, Jean-Pierre aveva posto sul parabrezza una scritta che recitava: On a vu plus méchant que ça. Come a dire: non mi fate paura, e non potete farmela perché quello che ho vissuto prima di conoscervi è comunque più atroce di tutto il male che potreste arrecarmi. 22

Quando lo ritrovo nel 2015, Kigali è diventata la più moderna capitale africana e la prima dove c’è un campo di telefonia 4G. Jean-Pierre ha tre figli, i capelli grigi e una piccola cooperativa di taxi. Ed è appena rientrato da un viaggio in Europa e Giappone, dove ha presentato un documentario girato da un grande network americano per il ventesimo anniversario del genocidio, in cui Jean-Pierre è coprotagonista assieme al presidente Kagame. Quando gli chiedo di accompagnarmi a visitare il Museo del genocidio, che nel 2001 ancora non c’era, mi risponde che non se la sente. «Ho ancora un peso sul cuore. Sono sicuro che niente e nessuno potrà mai alleviarlo. Sto ancora imparando a conviverci». Intanto nel Paese è in atto una sorta di grande riconciliazione nazionale, che Jean-Pierre condivide solo in parte: «D’accordo, per preparare un futuro migliore sono pronto a non rivangare il passato. Ma che non mi chiedano di perdonarli, i genocidari hutu». Già, caro Jean-Pierre, tu a vu plus méchant que ça.

Memoria da elefante

Per scovarle basta intercettarne nel vento l’afrore dolciastro e marcescente, e seguirlo nell’afa del mattino. Il primo a scorgerle è un giovane guardiacaccia, che comincia a sgolarsi per allertare gli altri. Finalmente le vedo anch’io spuntare tra spighe dorate alte due metri. Sono quattro gigantesche carcasse grigiastre, tutte oscenamente sventrate, con le zanne troncate. Nel carnaio s’aggira un cucciolo spaventatissimo, miracolosamente sopravvissuto alle pallottole dei bracconieri. È appena nato. Quando ci vede, scappa caracollando nel bush. Morirà sbranato dalle iene poche ore dopo. Sono le ultime vittime dell’olocausto degli elefanti nel Nord del Camerun, in un parco naturale che contava seicento esemplari pochi mesi fa, e dove oggi resta sì e no una ventina di giganti impauriti e per sempre traumatizzati. Vengono dal Sudan a massacrarli: guerriglieri armati fino ai denti, addestrati alla caccia, pronti a sparare su chiunque tenti di impedire la mattanza. Sono gli stessi janjaweed che nel Darfur, dopo avere per anni violentato le donne e trucidato gli uomini, stufi dei pochi spiccioli che ancora riuscivano a depredare ai profughi di quella terra maledetta, hanno finalmente trovato questa nuova miniera d’oro: oro bianco, ossia avorio, che sul mercato può sfiorare i 1500 dollari al chilo. Tanto valgono le zanne di questo meraviglioso pachiderma che riconosce un volto tra mille, piange i suoi morti e accudisce i suoi piccoli più a lungo di noi umani. I bracconieri uccidono di notte, a colpi di mortaio o con le mitragliatrici pesanti. Abbattono dieci, venti, anche cinquanta 24

elefanti per volta. In meno di tre mesi, il parco di Bubandjida, che ospita anche buona parte delle specie di fauna africana più ricercate dagli amanti di safari, dalla pantera alle antilopi, dalle giraffe ai bufali, è diventato un nauseabondo mattatoio. Racconta con la voce rotta dall’emozione Maï Bourg, che da tre anni amministra il lodge del parco: «Il 4 marzo scorso ho contato 93 detonazioni. La mattina dopo, con mio marito siamo andati a cercare gli elefanti uccisi: li avevano fatti fuori a meno di due chilometri da qui. Quella notte ne hanno ammazzati venti. Tra loro c’erano anche dieci elefantini, ai quali hanno strappato zanne di pochi etti soltanto». Il parco di Bubandjida è un Eden di savana boschiva che copre una superficie di 220.000 ettari. La sua porzione più orientale è delimitata, per una quarantina di chilometri, dal confine che separa il Camerun dal Ciad. È da lì che penetrano i guerriglieri-bracconieri. Secondo Maï Bourg, sono ancora all’interno del parco. E non se ne andranno finché non avranno sterminato fino all’ultimo pachiderma. «Li abbiamo incrociati più volte lungo le piste, o mentre erano a caccia, sempre con un kalashnikov in mano. Si muovono a cavallo. Tra queste valli piene di fosse e dirupi, è il modo più pratico per spostarsi». «Quanti sono?», le chiedo. Nello sguardo della ragazza si percepisce un lampo di paura: «Almeno cinquanta». I primi a segnalare la presenza dei janjaweed sono stati gli abitanti dei villaggi che circondano il parco, dove i guerriglieri sono andati a reclutare guide tra i bracconieri locali. Per queste popolazioni, l’arrivo dei macellai sudanesi non è sempre mal visto. Da un lato, perché gli elefanti spesso sconfinano oltre la riserva, distruggendo i loro raccolti che non vengono mai risarciti dalle autorità. Dall’altra, perché ogni elefante ucciso è cibo anche per loro, oltre che per le iene e per i leoni. «Per fortuna non abbattono altre specie. Non sparano alle pantere per le pelli, né alle antilopi per la carne. Per nutrirsi, comprano il miglio, il mais o qualche capretta dai contadini», mi dice ancora Maï. La ragazza racconta poi la triste storia di 25

Dofa Dofa, che in lingua fulfulde significa «strappa strappa», l’elefante più sfrontato del suo branco: «Entrava nell’accampamento di notte e non visto sradicava tutto quello che avevo appena messo a dimora, dalle piante di peperoncino ai cespugli di bouganville. Quando lo sorprendevi, s’immobilizzava, convinto che così nessuno potesse vederlo, grande e grosso com’era. L’avevamo nominato mascotte del campo. I bracconieri hanno ucciso anche lui». Assieme al marito, Maï ha già scoperto una ventina di luoghi di massacri. A naso, appunto. Oppure, dopo una settimana, grazie agli avvoltoi che vedevano veleggiare in alto, alla verticale delle carcasse. «Ma il parco è gigantesco, con regioni di difficile accesso. Chissà quante carcasse non abbiamo ancora ritrovato». Che fa il governo camerunense per fermare le stragi? O semplicemente per punire la violazione della sua integrità territoriale da parte di questi tagliagole? Ebbene, l’esercito ha schierato i suoi corpi speciali, gli uomini del Bir, acronimo di Bataillon d’intervention rapide, addestrati da un ex colonnello del Mossad. È lo stesso Bir che combatte contro le incursioni in Camerun di altre belve, i miliziani di Boko Haram. Purtroppo, però, l’intervento dei corpi speciali per salvare gli elefanti è stato tutt’altro che tempestivo. Sebbene avvertite per tempo, le autorità di Yaoundé hanno reagito con criminale ritardo. «Abbiamo circondato i bracconieri all’interno del parco. Non hanno scampo. Posso aggiungere che tra di loro ci sono anche cinque o sei occidentali. Abbiamo sequestrato armi e migliaia di munizioni», dice il generale Toumenta, un omone calvo e tronfio, che si vanta poi di aver catturato quattro cavalli dei janjaweed, facendoci intuire la fine che hanno fatto i loro cavalieri. Intanto, sia pure circondati dall’esercito, i bracconieri continuano a cacciare. Il capo della polizia nella cittadina di Garoua, Daniel Nintai, che nonostante i 39 gradi all’ombra indossa uno zucchetto di feltro, ci spiega che i janjaweed usano un sistema finora inedito per scalzare le zanne: «I bracco26

nieri di una volta le segavano, ma se ne perdeva sempre una parte. Questi invece adoperano dell’acido concentrato. E i denti vengono via per intero». Un giorno forse qualcuno scriverà la storia dell’inesorabile sterminio degli elefanti africani. In questa parte di continente la strage è cominciata nella savana del Ciad, durante i lunghi anni della guerra civile che insanguinò quel Paese. È proseguita in Centrafrica e in Congo. Adesso ha investito il Camerun. Gli elefanti, si sa, hanno una memoria prodigiosa. Per questo motivo, si lamenta Maï, i pochi sopravvissuti non torneranno più a Bubandjida. «Qui avevano trovato il loro santuario. Ma ieri abbiamo sorvolato il parco con l’ultraleggero. E se una volta dall’alto ne vedevi anche centinaia, in due ore non ne abbiamo visto neanche uno». Questo apocalittico massacro di elefanti lo scopro per caso, andando nel Nord della Nigeria, dove un intero popolo è ancora vittima della ferocia di miliziani ubriachi di una fede malata. Sbarco nell’antica Kano, seconda città della Nigeria e feudo di Boko Haram, e quello che trovo è altrettanto raccapricciante. Del viso piagato dalle fiamme del poliziotto John Manzah sono le palpebre chiuse, quasi sigillate, che impressionano di più. Spaventano anche le immagini che dal 20 gennaio 2013 John vede nel suo buio e che, sostiene, gli rimarranno per sempre incise nella memoria. Quel giorno, un commando della setta islamica prese di mira le caserme di Kano, dove in un mare di casette basse e polverose svettano soltanto i minareti di moschee dai bulbi verdi o turchesi. A sera, a causa di quella serie di attentati contro le sedi della polizia, si contarono più di centonovanta morti. John ricorda che prima di diventare cieco vide alcuni colleghi ardere come ciocchi di legno, altri orrendamente mutilati dal tritolo. «Poi, una fiammata m’ha bruciato gli occhi: finché vivrò, quell’inferno mi ossessionerà». Il poliziotto, che ancora giace nel suo letto d’ospedale, è anche lui musulmano, sebbene di un Islam mansueto e sin27

cretico. E dice di non capirlo, l’Islam fanatico e sanguinario di Boko Haram, che vorrebbe fare della Nigeria un califfato e imporre la sharia, la legge del Corano, in tutto il Paese, anche nel Sud cristiano. L’imam della sua moschea, un uomo grasso e scostante, condivide l’odio per i taliban africani: «Boko Haram s’ispira ad Al Qaeda, è dunque terrorista, e i terroristi non hanno religione: per questo non si può parlare di una guerra tra cristiani e musulmani, ma solo di crimini compiuti da uomini malvagi». I resti della massiccia offensiva scatenata da questi indemoniati qaedisti nel Nord della Nigeria, in aeree soffocate dalla miseria e dalla disoccupazione, li scorgo ovunque. A Kano, Maiduguri, Jos, Kaduna o Damatura li vedo nelle auto accartocciate che nessuno ha rimosso, negli edifici governativi scoperchiati dalle bombe, nelle chiese devastate dalle esplosioni, nei mercati ancora fumanti per gli attacchi più recenti. Bersaglio della setta sono anche scuole, prigioni, banche. E, ovviamente, i luoghi di culto. Infatti, Boko Haram, che letteralmente significa «l’educazione occidentale è peccato», si dice convinta che siano proprio le chiese il principale veicolo di propagazione dei ‘sacrileghi’ valori dell’Occidente. Lo scrittore e premio Nobel nigeriano Wole Soyinka, in un articolo scritto per «Newsweek», li chiama «i macellai della Nigeria». E Soyinka ha ragione, perché le vittime dei loro attentati riempiono bollettini da guerra guerreggiata. «Ma non si dovrebbe ancora parlare di guerra», mi dice al telefono John Olorunfemi Onaiyekan, vescovo di Abuja, capitale amministrativa del Paese, dove nel 2011 la setta fece esplodere la sede delle Nazioni Unite provocando quarantasei vittime. «Infatti una guerra presuppone che ci siano due parti schierate una contro l’altra, e al momento Boko Haram combatte da sola. La setta usa la religione islamica come alibi per giustificare i suoi crimini, ma la maggioranza dei musulmani nigeriani dissente dal suo operato criminale. L’inadeguatezza delle forze dell’ordine fa sì che sia facile per gli islamisti lanciare attacchi qua e là. Salvo poi reprimere con durezza». 28

Alla moschea di Kano un fedele si avvicina e mi mostra sul suo cellulare un esempio della repressione di cui parla il vescovo di Abuja: dopo l’ennesimo attentato contro un mercato gremito di donne e bambini, la polizia fermò a casaccio una trentina di sospetti, li portò nella piazza principale della cittadina, li fece sdraiare a terra, e cominciò a bastonarli con furia belluina. Sul display del cellulare scorrono gli ultimi, strazianti minuti di questa esecuzione di massa con il manganello. L’uomo mi fa anche vedere le foto con i cadaveri allineati di quei disgraziati, probabilmente innocenti, che servirono da capro espiatorio all’incapacità delle forze dell’ordine. Eppure, per schiacciare la jihad, il governo continua a spedire nel Nord i poliziotti più feroci del Paese. Gli stessi che si macchiarono di crimini gravissimi contro altri terroristi, quelli del Mend, che con il loro piccolo esercito di rivoltosi sono da anni una spina nel fianco delle grosse compagnie petrolifere che sfruttano i giacimenti nel delta del Niger. Oltre alla ‘cristianofobia’ di Boko Haram e alla storica, ineludibile contrapposizione tra cristiani e musulmani, c’è un altro elemento che spiega l’insorgenza di questo estremismo assassino: la frattura tra il Nord, povero e sempre più emarginato, e il Sud, ricco o quanto meno benestante grazie ai proventi del petrolio. In un Paese dove si contano 350 etnie e dove si parlano 250 idiomi, i cristiani sembrano un bersaglio collaterale della guerra qaedista. «Nel tentativo di combattere i fondamentalisti, per la prima volta i leader religiosi delle maggiori confessioni nigeriane si trovano fianco a fianco», spiega ancora il vescovo di Abuja. «Ma sono gli imam più moderati che devono convincere Boko Haram a fermare i massacri». Arduo compito, perché sono loro stessi le prime vittime dello spietato fanatismo della setta. Due anni dopo, nel maggio 2014 ritorno nel regno di Boko Haram, a Chibok, il paesino dove cinque settimane prima i miliziani avevano rapito duecento liceali. Un attacco che è 29

servito al loro scopo: allontanare i ragazzi dalle scuole. Per paura dei sequestri, nelle aule scolastiche del Nord della Nigeria mancano all’appello un milione di alunni. È il camionista Mohammed, 28 anni e un faccione gioviale, che mi accompagna dove si suppone siano ancora nascoste le liceali rapite, ai bordi di un bosco impenetrabile. Scrivo «impenetrabile» perché vi crescono arbusti tondeggianti, con poche foglie grigiastre ma irti di spine lunghe e affilate come coltelli. «Qui non ti avventuri neanche con un carro armato: bastano questi cespugli a proteggere gli uomini di Boko Haram», mi spiega l’uomo, indicando questo fitto bush che ricopre ogni cosa, dai bassi crinali che vedo in lontananza alle gole e ai crepacci tagliati nel granito. L’inaccessibile foresta di Sambisa, migliaia di chilometri quadrati tappezzati di macchia taglientissima, un tempo riserva di caccia dei coloni inglesi, è secondo Mohammed l’inespugnabile covo della setta islamica. «Le tengono nascoste là dentro, e soltanto noi possiamo salvarle perché siamo gli unici a conoscere le insidie di Sambisa», aggiunge. Incontro Mohammed a Chibok, dove è venuto a reclutare uomini per una piccola milizia di autodifesa, composta di commercianti, allevatori e disoccupati esasperati dalla folle violenza degli islamisti. «Se i sudditi della corona britannica venivano in questo bosco per sparare alla iena e al leopardo, noi qui daremo la caccia agli uomini di quella setta maledetta». Il collegio delle liceali rapite è alla periferia di questo misero agglomerato di casette di fango ricoperte da pezzi di lamiera. Ha il tetto scoperchiato, tutti i vetri infranti, e i libri e i registri scolastici bruciati. Ma quanto crede Mohammed rientra nel campo delle illazioni. Nessuno sa dove siano le liceali, né se le tengano ancora tutte assieme o divise in piccoli gruppi per nasconderle più facilmente. Secondo alcuni, i miliziani le avrebbero portate oltre confine, in Camerun o nel deserto del Niger. Altri credono invece che le soldatesche islamiche se le siano già spartite come bottino di guerra, per sposarle o, più verosimil30

mente, per farne schiave sessuali. Come sostiene un generale del Pentagono, cercarle in questa regione equivale «a trovare un ago in un pagliaio». Infatti, quale miglior nascondiglio di una selva così ostile come quella di Sambisa, che comincia a infoltirsi fino a diventare impenetrabile soltanto a pochi chilometri da Chibok e che confina con le brulle montagne del Nord del Camerun? È lì, mi dice il governatore locale, che dovrebbero cercarle quei pochi consiglieri militari statunitensi inviati dal presidente Barack Obama a dar manforte allo sgangherato e brutale esercito nigeriano. Per il terrore di nuove rappresaglie, a Chibok nessuno parla con gli stranieri. Ma, nonostante i ripetuti attacchi dei jihadisti, c’è ancora chi resiste, chi non è scappato verso Maiduguri, capoluogo dello Stato di Borno. Lungo le piste sabbiose, un tempo trafficatissime e oggi spaventosamente vuote, incrocio molti altri villaggi interamente abbandonati. In ogni cittadina assaltata dalla setta islamista la sofferenza subìta si misura con il grado di distruzione delle case, dei mercati, delle scuole, delle chiese o delle moschee. In un villaggio conto decine di macchine bruciate, in un altro, di cui non riesco neanche a trovare il nome sulle mappe, le fiamme appiccate dai guerriglieri non hanno risparmiato una sola abitazione. «Attaccano sempre alla stessa maniera: incendiano le case, che sono spesso capanne e che quindi ardono come fiammiferi, e sparano all’impazzata contro la popolazione. Poi, razziano tutto ciò che possono», spiega Mohammed. Boko Haram è nata nei quartieri più poveri di Maiduguri, città di più di un milione di abitanti. E in quelle bidonville, dove la polizia non mette piede da anni, la setta può ancora contare su molti appoggi. Nel resto di Maiduguri i blindati dell’esercito pattugliano giorno e notte, ma non nei villaggi sperduti di quest’arida savana, dove la nascita di squadre di vigilantes simili a quella di Mohammed ha reso i jihadisti ancora più efferati. Come conseguenza delle feroci rappresaglie dell’esercito, la popolazione ha smesso di denunciare gli uomini di Boko 31

Haram, e parte di essa si è arruolata tra le fila della setta. Né ha contribuito a cambiare l’immagine dei temuti quanto esecrati militari nigeriani l’arrivo nella capitale Abuja di squadre di 007 da Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Cina e Israele. Riportare a casa le studentesse è diventata una battaglia globale, quanto vana. Con una crescita che da anni supera il 7 per cento del suo Pil, la Nigeria è adesso la prima economia del continente nero, davanti al Sudafrica. Eppure, più della metà dei suoi 160 milioni di abitanti vive in povertà assoluta, e se negli Stati del Sud è alfabetizzato il 90 per cento delle donne, in quelli del Nord lo è soltanto il 5 per cento di esse. Nelle università nigeriane solo il 10 per cento degli studenti proviene dai 12 Stati settentrionali, dove la setta islamica recluta i suoi guerriglieri tra le legioni di giovani disoccupati. Ora, secondo Human Rights Watch, il bilancio degli attentati jihadisti supera i mille morti l’anno. «Non ne possiamo più, per questo abbiamo deciso di creare la nostra milizia», sbotta il camionista Mohammed. «Il nostro gruppo conta già cinquecento uomini e siamo determinati a liberare la nostra terra». Già, ma con quali probabilità di farcela? Pochi mesi dopo, da Roma telefonai a Mohammed. Avevo letto che alcune liceali sequestrate erano riuscite a fuggire. Gli chiesi se era possibile parlare con una di esse. Lo richiamai sul cellulare tre ore dopo, e lui era con Sakinah, una delle ragazze scappate dalle milizie islamiste. Quando le chiesi qual era il ricordo più terribile del suo rapimento, mi disse: «Dopo il rapimento ci parcheggiarono in una foresta che pullulava di serpenti velenosi. Due di noi sono state morse e dopo atroci sofferenze sono morte entrambe». La ragazza mi raccontò anche che erano state trattate come bestie: «Bastava una parola di troppo per essere prese a calci o a bastonate. Ci hanno anche affamate e assetate, mentre loro mangiavano dalla mattina alla sera, davanti a noi, come per farci sentire con più crudeltà i morsi della fame. Tre donne e due bambine si sono 32

ammalate, probabilmente per l’acqua infetta che ci davano da bere. Erano così deboli che non sono potute scappare con noi». Quando le domandai se i guerriglieri avevano infierito su alcune di esse, Sakinah non mi rispose, per pudore o forse perché il ricordo di quanto aveva vissuto era ancora troppo fresco e doloroso per poterlo esternare. Ma in quel silenzio, mi disse più tardi Mohammed, il volto della ragazza s’era rigato di lacrime. In passato, altre donne rapite hanno testimoniato di essere state stuprate dai miliziani di Boko Haram. A conferma del fatto che anche gli islamisti di questa setta si comportano più spesso come vili e infoiati predoni che come virtuosi guerrieri di Allah. La martire Quanto ai janjaweed nel Darfur, basterebbe la testimonianza di Fatma, una giovane profuga che incontro a Nyala, nella parte occidentale del Sudan, a farli condannare tutti per crimini contro l’umanità. Quanto è accaduto a questa bella ragazza di 22 anni potrebbe riassumere la storia del suo popolo. Nel campo profughi dove vive da anni, Fatma gestisce una bettola in cui dall’alba al tramonto serve tè zuccheratissimo e biscotti preistorici, dono di qualche Ong straniera. Nel vicoletto dove affaccia il suo misero bar ristagna il puzzo della vicina discarica e l’odore pungente del disinfettante spruzzato dagli operatori umanitari delle Nazioni Unite. È stato così terribile, tanto che Fatma fatica a parlarne, perché ricordare le fa rivivere le atrocità di quella sera, quando cinque o sei janjaweed hanno sfondato a calci la porta della sua baracca, armati di mazze e coltellacci. «Puzzavano come caproni, e ridevano. Sì, ridevano, anche mentre bastonavano a sangue mio fratello e stupravano la mia sorellina», dice questa donna che il destino ha voluto risparmiare dalla ferocia delle milizie arabe, ma che sarà perseguitata a lungo dalla memoria di quella tragedia. 33

Quando i predoni hanno fatto irruzione in casa sua, lei s’era appena svegliata: impaurita, ha nascosto la testa sotto una coperta, restando immobile come una statua e passando così inosservata mentre gli orchi picchiavano e violentavano i suoi fratelli. «Due anni fa, i janjaweed sarebbero arrivati con i kalashnikov per ucciderci, avrebbero appiccato il fuoco e attaccato tutte le baracche vicine alla nostra», dice Fatma. «Da casa mia sono invece fuggiti come topi di fogna, dopo aver rubacchiato i nostri miseri risparmi». A sentirla, le milizie arabe non sterminano più con la spietata professionalità di una volta. Le forze dell’Onu e dell’Unione Africana, che nel Darfur contano quasi trentamila soldati, sarebbero quasi riuscite a neutralizzarle. Adesso i janjaweed colpiscono più nascostamente di una volta obiettivi a caso. Come la baracca di Fatma, appunto, in un settore che i peacekeepers avevano forse trascurato di pattugliare con la dovuta solerzia. «Le milizie sono composte da ladruncoli che oggi compiono le loro razzie più per sopravvivere che per arricchirsi», dice la ragazza. Razziatori, predoni, briganti: questo sarebbero dunque diventati i janjaweed, quei criminali che furono armati dal governo di Khartoum prima di essere scatenati contro le tribù di agricoltori arabi che da secoli contendevano ad altre tribù di pastori, arabe anch’esse, gli stessi appezzamenti di terra coltivabile. Spalleggiati dalle autorità sudanesi, i janjaweed sono stati i principali responsabili del ‘genocidio del Darfur’: così nel 2004 l’allora segretario di Stato americano Colin Powell definì l’ultimo olocausto africano che, secondo le stime delle Nazioni Unite, ha provocato trecentomila morti e tre milioni di profughi. Per quei massacri, la Corte penale internazionale dell’Aja ha spiccato un mandato di cattura contro il presidente sudanese Omar al-Bashir, accusandolo di crimini di guerra e contro l’umanità. Ma il suddetto presidente di quel mandato se ne frega, e non ha la minima intenzione di costituirsi. «Vuole sapere perché oggi le milizie appaiono meno sanguinarie di qualche anno fa? Perché nel frattempo hanno 34

raggiunto il loro obiettivo», riprende Fatma. Qui, l’obiettivo prende forma ovunque. Basti dire che in una regione grande come la Spagna è stato distrutto in pochi anni il 40 per cento dei villaggi. E che il Darfur è oggi costellato da una miriade di campi profughi, spesso affogati nelle loro immondizie, dove i rifugiati vivono reclusi. I janjaweed, invece, non sono stati né puniti né disarmati. Anzi, alcuni sono stati integrati nelle forze di sicurezza di Khartoum, e altri s’aggirano come iene ai bordi degli accampamenti dei rifugiati, pronti a derubarli, umiliarli, martirizzarli. Secondo un rapporto stilato di recente, l’efferato comandante Musa Hilal disporrebbe ancora di una falange composta da duemila uomini, mentre quella dell’aguzzino Mohamed Hamdan Hamati ne conterebbe oggi 1500. Perciò, nonostante la presenza dei peacekeepers e delle migliaia di cooperanti che ogni giorno distribuiscono cibo, acqua e assistenza sanitaria nei campi, l’emergenza umanitaria in Darfur è tuttora immensa, anche se non più sotto i riflettori dei media e quindi degli occhi del pianeta. Il fratello di Fatma è stato dimesso dall’ospedale, senza che i medici abbiano potuto sostituirgli i nove denti frantumati dalle mazze dei janjaweed. «Ma è mia sorella che mi preoccupa di più, perché da quel giorno tutto la spaventa, ogni notte si sveglia urlando e non vuole più uscire di casa». Chissà quante altre donne del Darfur sono diventate paranoiche dopo aver subìto uno stupro. La sorella di Fatma vede i suoi torturatori in ogni uomo che incontra, anche perché gli assalitori s’erano fasciati il capo con un velo che lasciava scoperti soltanto gli occhi. Se nei primi anni è stato un conflitto che vedeva opporsi i buoni contro i cattivi o, meglio, soccombere i primi accoppati dai secondi, col tempo sono apparsi altri motivi di tensione, quali, primo tra tutti, la lotta per accaparrarsi i pozzi in una regione del pianeta che, come poche altre, soffre delle conseguenze del surriscaldamento. Ma siccità e desertificazione sono problemi secondari per le donne del Darfur, finché continueranno a subire violenza. 35

Il riparatore delle donne Bienvenu Kakule sa come torturare un uomo con il coltello. Sa come farlo soffrire a lungo, pizzicandolo per ore al ventre e sulla testa senza mai affondare la lama, prima di finirlo con un fendente alla gola. Ma Bienvenu non sa leggere. Non ha un lavoro, né una casa. Non ha più neanche una famiglia. A 17 anni, questo ex bambino soldato, o ex kadogo, neologismo locale che indica «una piccola cosa, senza importanza», vorrebbe tornare a sedersi sui banchi di scuola. «Sono stato arruolato quando avevo 9 anni, e a 10 avevo già ucciso il mio primo prigioniero: il nostro comandante li lasciava a noi, gli ostaggi, perché sosteneva che i bambini non provano pietà», racconta. L’incontro nel Centro Madre Misericordia di Kamituga, duecento chilometri a sud del lago Kivu, nel cuore di quella che una volta era un’ampia giungla di montagna, e di cui oggi sopravvive soltanto qualche gigantesco albero solitario, tra colline calve che si perdono nell’orizzonte. Lungo la strada per raggiungere Kamituga, con il mio autista siamo più volte fermati da soldataglie allo sbaraglio che per farci attraversare checkpoint approntati alla bell’e meglio con copertoni di camion esigono soldi, o quantomeno sigarette. Oltre agli ex kadogo, al Centro Madre Misericordia sono promiscuamente ascoltati, auscultati, consigliati, ospitati e nutriti donne violentate, vedove, malati di Aids e un centinaio di orfanelli. Bienvenu ci aspetta assieme a una decina di suoi compagni di sventura. Tutti sono stati carne da macello per le milizie implicate in quella guerra infinita e cruentissima che dal 1996 nel Congo orientale ha già prodotto quattro milioni di morti. Quando vivevano con i ribelli, hanno tutti patito la fame, la fatica, le malattie. Hanno tutti violentato, saccheggiato, ucciso. Quell’infanzia selvaggia, trascorsa tra marce forzate nella giungla, digiuni e imboscate ha lasciato cicatrici psichiche difficilmente sanabili, alcune delle quali visibili anche a occhio nudo: due dei dieci ex kadogo del centro di Kamituga tartagliano, tre hanno deturpanti tic nervosi. 36

Le loro storie si somigliano tutte. Racconta Mukulutumbo Kisimbi: «Quando avevo 12 anni il mio villaggio è stato circondato dai ribelli Mai Mai, i quali hanno prima ucciso mio padre, poi dato fuoco alle case. Sono stato costretto a seguirli nella giungla. Mi hanno picchiato fino a quando non ho imparato a combattere. Abbiamo compiuto molte tueries, molti massacri, ammazzando anche vecchi e bambini. Mi armavano di un machete o di una lancia, e mi dicevano ‘vai e uccidi’: se non lo avessi fatto, mi avrebbero fatto a pezzi». Dice Christian Nyangi: «Avevo 8 anni quando sono stato preso. Vista l’età, pensavo che non mi avrebbero fatto combattere. Mi sbagliavo. Mi hanno messo in prima linea. Perché i nemici non avrebbero mai sospettato dei bambini. Facevamo finta di mendicare per le strade. Appena loro ci davano le spalle noi li attaccavamo». Riferisce Kilongo Lipanda: «Un giorno mi sono rifiutato di andare a saccheggiare un villaggio e mi hanno bastonato. Il sangue mi usciva dalla bocca, dal naso e dalle orecchie. Quel villaggio era abitato da membri della mia famiglia». Bienvenu, Mukulutumbo, Christian, Kilongo e gli altri sono stati smobilitati grazie all’operato dell’Unicef. Ma smobilitarli non basta. Per scongiurare il rischio di riarruolamenti è necessario seguire da vicino i loro primi passi verso la normalità. «Molti recuperano, ma per altri è più difficile. Mi riferisco a coloro a cui è stato fatto più male, che hanno assistito allo stupro di persone care, o a cui è stato chiesto di uccidere un genitore o una sorellina», mi spiega a Kinshasa la newyorchese Tasha Gill, specialista della protezione dei bambini nei conflitti. Ma quanti sono i kadogo nel Congo orientale? Nessuno lo sa. E nessuno osa ipotizzare cifre. «Sappiamo però che le milizie continuano ad arruolarli o riarruolarli con violenza», spiega la Gill. «Ci sono anche coloro che s’imbrancano volontariamente, abbagliati dall’illusione di facili guadagni, ma non superano il 20 per cento dei casi». Si sa pure che più della metà degli effettivi delle venti milizie ribelli è compo37

sta da kadogo. Ci sono bambini-soldato perfino nelle Fard, le regolari forze armate della Repubblica democratica del Congo, che dovrebbe invece combattere l’arruolamento dei bambini tra i ribelli. Le Fard sono accusate di compiere nei villaggi le stesse scorrerie della guerriglia, con la medesima ferocia. Il 10 per cento dei kadogo liberati sono bambine. Le più giovani hanno 12 anni, le più anziane 16. Per i soldati, regolari o ribelli che siano, più che ‘combattenti’ queste sono considerate donne a tutto tondo, e perciò destinate a fare il bucato, cucinare, soddisfare i loro appetiti sessuali. Perciò, quando un’organizzazione internazionale riesce a identificarne la presenza in una milizia, è molto difficile che vengano lasciate andare. Ora, secondo Felix Ackebo, capo sezione dell’Unicef a Goma, la maggior parte delle volte sono le bambine stesse che rifiutano di abbandonare la guarnigione che le ha schiavizzate. Hanno paura della libertà, perché sanno che saranno stigmatizzate come serve della truppa, e che la loro comunità, o la loro famiglia, si rifiuterà di accoglierle nuovamente, perché nessuno vorrà sposarle. A Kinshasa conosco il medico Paolo Urbano, che lavora da anni per la cooperazione italiana in Africa. Secondo Urbano, il Congo orientale è vittima della propria ricchezza. «Il governo non ha i mezzi per proteggere quel territorio ambito da tutti perché pieno di legni pregiati e di minerali costosissimi. Qualsiasi ditta che voglia sfruttare queste risorse deve pagare una sorta di pizzo a chi controlla militarmente la regione. Perciò le alleanze tra ribelli si creano e si disfano di continuo, e ogni fazione ha sempre bisogno di nuovi uomini, di staffette, cecchini, sentinelle e così via». In altre parole, ogni fazione ha bisogno di manovalanza armata. Anzi, di bassa manovalanza, perché non pagata. Di kadogo, che sono appunto «una piccola cosa», e che non costano nulla. Racconta ancora Bienvenu: «Quando nella giungla non trovavamo scimmie o serpenti a cui sparare per nutrirci, eravamo costretti a rubare il bestiame nei villaggi. Se qualcuno 38

si opponeva, lo picchiavamo a morte. Solo i comandanti mangiavano salato, noi senza sale. Loro dormivano sulle natte, noi sulla nuda terra. Un giorno mi hanno costretto a mangiare carne di un militare ucciso. Se avessi rifiutato, mi avrebbero ammazzato come avevano fatto con altri bambini». Al centro di Kamituga, Bienvenu sta imparando a leggere. Vorrebbe prendere la licenza elementare, poi proseguire gli studi e diventare agronomo. Ma il ragazzo sa che il suo è soltanto un sogno. Perché è disoccupato, e gli mancano quei pochi franchi necessari per iscriversi a scuola. Crimini compiuti dai kadogo e dai loro superiori sono in parte riparati dal medico che ricuce le donne, Denis Mukwege. Quando arrivo a Bukavu, città del Congo orientale al confine con il Ruanda, è il suo giorno di visite. Il dottor Mukwege non potrà dunque dedicarmi molto tempo, perché davanti alla porta del suo studio c’è già una folla di disgraziate che aspetta. Alto, robusto e con un naso imponente, il dottore era appena stato insignito del Premio Sakharov, sorta di Nobel per la pace del Parlamento europeo, assegnato l’anno prima alla pachistana Malala. Il mondo riconosce finalmente i miracoli di questo ginecologo congolese, fondatore nel 1998 dell’ospedale Panzi, dove sono già stati ricuciti i corpi mutilati di oltre quarantamila donne, vittime della guerra dimenticata che da due decenni insanguina questa regione d’Africa. Il dottor Mukwege esordisce svelandomi un particolare agghiacciante: «Il numero delle violenze sessuali è forse leggermente in calo, ma gli stupratori sono sempre più feroci, perché oggi si accaniscono soprattutto sui bebè». «Come sui bebè, che vuole dire?», gli chiedo, sperando di aver capito male. «Sì, abusano dei neonati. Ora, i colpevoli delle violenze sui più piccoli sono per lo più ex bambini-soldato, a loro volta traumatizzati in tenera età e cresciuti nella prevaricazione e la brutalità, per i quali non c’è limite all’orrore perché da sempre drogati di crudeltà», mi spiega il «riparatore delle donne» o il «dio delle mamme», come qui tutti lo chiamano. 39

Per raggiungere il suo ospedale devi arrampicarti su una collina di baracche e fango che sovrasta Bukavu, capoluogo della regione del Kiwu, bagnata dalle acque grigiastre dell’omologo lago e che fu definita da un ex commissario europeo «capitale mondiale dello stupro». Il conflitto che funesta questi altipiani trova origine nel genocidio ruandese del 1994, che per via dei numerosi Paesi che negli anni vi hanno partecipato equivale a una ‘prima guerra mondiale’ d’Africa. Lo stupro ne è subito diventato la prima caratteristica. «A lungo termine, la violenza sessuale ha gli effetti di un’arma spaventosa, perché apparentemente lascia le persone in vita ma distrugge la società, le famiglie, i villaggi per le generazioni a venire», sostiene il medico congolese, che continua a chiedersi se dietro i protagonisti di queste sevizie – soldataglie allo sbando, orde di ribelli o legioni di eserciti regolari – non vi sia qualcuno, una nazione o una mente luciferina, che a freddo ordisca tanto male. Dice ancora il dottor Mukwege: «Ogni violenza sessuale è di per sé atroce, ma troppo spesso qui ci sono casi davvero spaventosi. Penso agli stupri multipli, perpetrati anche da dieci soldati su una sola poveretta, e che proseguono con l’introduzione di oggetti, colla, sabbia o chiodi nella sua vagina. Di solito, l’ultimo stupratore infila la canna del fucile e spara un colpo. Oppure usa un coltello per lacerarla». Oltre che a ricucire e riparare donne, il ginecologo è diventato la voce di queste martiri, raccogliendo pazientemente le loro atroci testimonianze. Testimonianze che in tutti questi anni ha trasmesso ai suoi colleghi internazionali, alle più importanti organizzazioni umanitarie, ai leader e ai presidenti che gli è capitato di incontrare. Un giorno, però, ha dovuto smettere di annotare i racconti delle sue pazienti: «Ero troppo turbato da ciò che mi dicevano e il mio lavoro rischiava di risentirne. Non riuscivo più a concentrarmi». Nelle camerate conto una sessantina di letti, occupati da donne di tutte le età. Ci sono bambine ma anche donne anziane. Sebbene preferiscano le ragazze, le belve del Kiwu sono 40

comunque pronte a sbranare chiunque. All’inizio, gli stupratori erano soprattutto gli interhamwe, ossia gli ex genocidari ruandesi rifugiati in Congo, ma da anni tutti partecipano a quest’orrore, compresi gli uomini dell’esercito regolare congolese e quelli del contingente dei caschi blu. «Da noi sono arrivate anche trecento donne in un solo mese, con una su tre che necessitava di un intervento chirurgico importante», mi dice ancora il ginecologo. Al pianterreno incontro le convalescenti, alle quali s’insegna il cucito, perché dopo lo stupro la maggior parte delle donne è ripudiata dai mariti e dalle famiglie. Queste reiette le incroci per le strade di Bukavu, che camminano con cinquanta chili di carbone sulle spalle: non resta loro che fare le facchine per meno di un dollaro al giorno. L’ospedale ospita anche un asilo nido per accudire i bambini delle pazienti, e un piccolo orto dove lavorano quelle che non riescono a reintegrarsi altrove. «Lo scopo degli stupratori è distruggere mentalmente tutto un popolo: chi se la prende con le donne mira allo spopolamento. Loro sono stroncate perché non potranno più avere figli o magari moriranno di Aids, ma capita spesso che dopo aver assistito allo stupro di una moglie anche i mariti diventino impotenti». Il ginecologo mi mostra una foto che lo ritrae abbracciato a una bella ragazza sorridente: «Quando me l’hanno portata era priva di sensi. Sotto, non aveva più nulla: le avevano distrutto l’intero apparato genitale. L’ho dovuta operare più volte. Era stata per anni la schiava di qualche banda di ribelli, trattata come uno scarto umano. Adesso è libera, lavora in una piccola cooperativa di sarte e si sente finalmente una donna, sia pure senza una vita sessuale», racconta Mukwege. Quando gli chiedo se è vero che a Bukavu i ribelli infieriscono meno di una volta, perché i combattimenti si sono spostati verso l’interno del Paese e più a nord, intorno a Goma, il medico alza gli occhi al cielo. Da qualche mese in città si registra una leggera diminuzione del numero degli stupri, ma troppe volte gli è capitato 41

di assistere a nuove, spaventose impennate di violenza. E troppo spesso è accaduto che donne da lui ricucite fossero nuovamente violentate pochi mesi dopo essere tornate nei loro villaggi. «E adesso ci sono questi stupri spaventosi, sui bambini di 2 o 3 anni. Una volta per vendicarsi o per distruggere il morale di tutto un villaggio se la prendevano solo con le donne. Oggi sperimentano questa nuova e se possibile più perversa forma di violenza». Molte sue pazienti sono cattoliche e il dottor Mukwege è convinto che una parola del papa sul loro calvario avrebbe un effetto dirompente, «perché le urla di queste donne muoiono spesso qui da noi, senza che nessuno possa udirle, ma se qualcuno ci aiutasse a farne cassa di risonanza tutto questo orrore potrebbe finire più in fretta». Come a dire che non servono soltanto i soldi, che le parole possono bastare. È per questo motivo che il «riparatore delle donne» è così felice di aver vinto il Premio Sakharov, perché quando glielo consegneranno al Parlamento europeo la comunità internazionale sentirà parlare delle martiri del Congo orientale. E stavolta, forse, non le dimenticherà tanto in fretta. P.S.: Ero stato all’ospedale Panzi di Bukavu anni prima. Ma quella volta non ebbi la fortuna d’incontrarlo, il dottor Mukwege. Era appena partito per la Francia, dove l’avevano invitato a parlare in un convegno. Fu la capo infermiera che mi fece visitare l’ospedale. Quando arrivammo nella sala postoperatoria, uno stanzone con una trentina di letti, la donna mi presentò a quelle poverette ricucite dal ginecologobenefattore. Ebbene, queste cominciarono ad applaudire per ringraziarmi di essere arrivato sin lì e per l’articolo che avrei scritto sulle loro disgrazie. Mi si formò un nodo in gola, e scoppiai a piangere.

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Il gorilla dallo sguardo triste A proteggere il clan c’è un gigante dallo sguardo triste, con il manto argentato e il cranio da cavallo. Nonostante i duecento chili di muscoli e l’ampia letteratura sulla sua ferocia, King Kong è in realtà una creatura pigra e mansueta. «Ma è meglio parlare sottovoce e non avvicinarsi troppo, perché potrebbe sentirsi minacciato e caricarci, anche se la sua sarebbe soltanto la parodia di un’aggressione», sussurra Jean-Paul, il ranger che m’accompagna nella foresta del parco di Virunga, dove tutto ha dimensioni ciclopiche, non solo il capobranco di questa famiglia di gorilla di montagna in cui ci siamo appena imbattuti in una radura a 3300 metri di altitudine, ma anche gli uccelli dal piumaggio multicolore, i licheni che pendono dai rami e le farfalle nere e turchesi. «Soprattutto, se deve starnutire si metta le mani davanti alla bocca, perché i gorilla sono vulnerabilissimi ai germi del nostro raffreddore». Purtroppo, oltre che dai microbi dell’uomo, il Gorilla beringei, come viene chiamato questo maestoso bestione nel latino di Linneo, è oggi minacciato da ben altre insidie. Ormai, allo stato brado sopravvive soltanto nella foresta che ricopre una catena montagnosa, in gran parte costituita da alti vulcani, tra Repubblica democratica del Congo, Ruanda e Uganda. Liberi, di questa specie di gorilla ne sono rimasti, sì e no, ottocento. Per loro, il principale flagello è il conflitto che funesta il Congo orientale: si combatte spesso sulle falde dei vulcani, ai piedi del Virunga, con sconfinamenti frequentissimi in questo santuario, il che ha conseguenze drammatiche anche per i gorilla, terrorizzati dal fragore delle bombe, dall’assordante ronzio delle pale di elicottero o dalle popolose processioni di profughi in fuga. «Senza contare le soldataglie che sparano ai gorilla solo per diletto», aggiunge Jean-Paul. Nel 2012, le milizie M23 istallarono il loro quartier generale proprio all’interno del parco, che fu ovviamente chiuso ai turisti. Per sloggiare i ribelli, l’esercito regolare impiegò quasi un anno. 43

L’altro grave rischio è costituito dal bracconaggio: per la carne di gorilla, molto apprezzata dai locali; per fabbricare trofei (un tempo negli Stati Uniti, e oggi in Cina, sono molto richieste le sue zampe per ricavarne posacenere); e, infine, per i cuccioli da vendere agli zoo (anche se per catturarne uno è spesso necessario abbattere tutta la famiglia). Dice ancora Jean-Paul: «È con i bracconieri che noi ranger abbiamo più problemi. Ma da qualche tempo siamo aggrediti anche dalle popolazioni che circondano il parco di Virunga. Sono per lo più persone poverissime, quindi affamate. E quando si ha fame si è disposti a compiere qualsiasi crimine». Il terzo, gravissimo rischio che grava sui nostri lontani cugini è la veloce e irreversibile scomparsa del suo habitat, con l’abbattimento annuo del 15 per cento della foresta del parco. Al suo interno è vietatissima ogni attività umana ma JeanPaul e i suoi colleghi sono continuamente chiamati a dare la caccia a chi disbosca per farsi un orticello dove coltivare patate e riso. Ben più grave è la distruzione della foresta per il commercio illegale di legna. Infatti, per via della guerra, nella disastrata città di Goma, alle porte del Virunga, c’è penuria di bombole di gas per scaldarsi e cucinare. E per fabbricare il suo surrogato, il carbone di legna, qui chiamato makala, si abbattono gli alberi della sola giungla rimasta intatta, quella del parco. «I contrabbandieri di makala sono violenti come gli uomini delle milizie. Appena ci vedono cominciano a spararci addosso: con loro sono sempre battaglie cruentissime. Negli ultimi 15 anni, in questi scontri a fuoco, sono rimasti uccisi 150 ranger». Ogni anno viene abbattuto circa un decimo della superficie della foresta. È perciò verosimile che tra pochi anni non ci saranno più alberi, dunque più gorilla. Mi fa pensare alla triste storia degli ippopotami del lago Edward, al centro del parco. Era la più importante popolazione del pianeta: fino al 2000 se ne contavano circa 27.000 esemplari. Di quegli ippopotami ne sono rimasti, sì e no, trecento. Gli altri sono stati massacrati per sfamare le popolazioni che circondano il 44

parco. Ora, i pesci si nutrivano delle loro feci, e sono diminuiti anche loro, affamando i pescatori del lago. Eppure, i gorilla di montagna sono diventati un’attrazione turistica, che nella Repubblica democratica del Congo genera migliaia di posti di lavoro e nel vicino Ruanda ha un indotto di trecento milioni di dollari l’anno. Il Wwf ha calcolato che nel corso della sua vita un solo gorilla di montagna può produrre, semplicemente facendosi osservare e fotografare dai turisti del Virunga, fino a quattro milioni di dollari. Senza la guerra, questa cifra si potrebbe moltiplicare per dieci. «Ma questi gorilla vanno protetti per un altro motivo, perché sono gli ultimi di una specie in via di estinzione», asserisce JeanPaul. Da qualche anno, sui gorilla di questi vulcani pesa un’altra, taglientissima spada di Damocle: le prospezioni petrolifere delle compagnie alla ricerca di nuovi giacimenti. Affinché il parco rimanga così com’è, senza pozzi da cui pompare greggio, l’Unesco ha chiesto al governo congolese che vi bandisca ogni tipo di ricerca petrolifera. Ma sull’argomento a Kinshasa ancora non si sono pronunciati.

A nord

«Kwal!», la balena! Eccola, finalmente. La vedo spuntare tra due iceberg inamidati, fugace come un’ombra, prima d’inabissarsi nuovamente nelle acque azzurro cupo del mar di Norvegia. «Kwal!», continua a gridare l’uomo in cima all’albero maestro. Nessuno sa dove si sia nascosta, ma adesso sono tutti sul ponte, per assistere alla sua cattura. A prora, il ramponiere ha il dito sul grilletto del cannoncino, e con lo sguardo scandaglia l’orizzonte in attesa che l’animale riemerga. «Kwal!», urla ancora la vedetta, indicando un punto in mezzo all’oceano. Ed eccola di nuovo. Ora si distingue meglio: oblunga, lucida, color canna di fucile. Ma che cosa fa, perché non scappa? Ignara della sorte che l’aspetta, punta verso di noi. Forse incuriosita dalla panciuta baleniera, creatura a lei sconosciuta, l’animale s’avvicina fiducioso. Nuota con disinvoltura, confidente e inconsapevole, a un centinaio di metri dalla bocca del cannoncino. Continua ad avvicinarsi, e ora è a soli cinquanta metri, a quaranta, trenta. Ho voglia di mettermi a urlare, per farla allontanare, ma tira un tale vento che a poco servirebbe. Il ramponiere non ha fretta. Aspetta fino all’ultimo, prima di sparare l’arpione con la carica esplosiva. Sento prima il rumore sordo della granata che esplodendo lacera le carni del cetaceo, poi quello della cima che scorre sul verricello. Gli estremi sussulti della balena durano qualche minuto, il mare si tinge di rosso. Quell’organismo di straordinaria potenza è ora una grossa massa inanimata, un pezzo di carne e grasso, subito issato a bordo della Beffengut. 46

Il vascello appartiene ai fratelli Jensen, cacciatori di balene da tre generazioni. Un’ombrosa categoria nel resto del pianeta ma che qui in Norvegia può rivendicare con fierezza il proprio mestiere. È composta da non più di duecento uomini: una piccola, irriducibile falange di predatori di cetacei che non si nasconde dietro l’alibi della ricerca scientifica, come da anni fanno invece i giapponesi e adesso anche gli islandesi. «No, la nostra è caccia commerciale. Per noi è una preda come un’altra. In autunno le aringhe, d’inverno i merluzzi e d’estate le balene», dice il più anziano dei fratelli, Bjørn, un uomo alto, con gli occhiali da miope e in testa, nonostante il freddo pungente, uno scolorito cappello da baseball. Certo, lo spettacolo è cruento, ma in fin dei conti non meno di quello offerto dalla nostra caccia al cinghiale o alla beccaccia. A sentire i norvegesi, la granata accorcia gli spasmi della sofferenza, rendendola meno barbarica, o «più umana». Una volta arpionata, è difficile che la balena riesca a scappare, mentre accade spesso che un cinghiale ferito da una doppietta muoia dopo ore di agonia, dietro al cespuglio dove è riuscito a nascondersi. Chiedo conferma all’ispettore sanitario che il governo norvegese impone a bordo di ogni baleniera, mansione che sulla Beffengut è ricoperta dalla giovane veterinaria Siri Knudsen. «È vero: otto balene su dieci muoiono istantaneamente, come fulminate. Le altre sono stordite dall’impatto dell’esplosivo. È come se la granata le anestetizzasse prima di ucciderle», dice la donna. Per fortuna, però, per la maggioranza di noi umani ammazzare una balena è un inviolabile tabù, come se i massacri di cetacei del passato avessero impresso a quest’attività il suggello della maledizione. Forse perché sebbene negli ultimi secoli ne abbiamo catturati milioni, loro continuano a guardarci senza odio. L’abominio fu raggiunto nel 1937, quando solo nell’Artico ne furono uccisi quasi cinquantamila. Oggi, la balena è anche il simbolo archetipale della salvaguardia degli oceani. Il panda dei mari. «Stupidaggini», insorge Bjørn. «Mi stanno bene i diritti degli animali. Ma allora bisogna ricono47

scerli a tutti gli esseri viventi. Vuole sapere che differenza c’è tra una balena o un maiale? Che la balena nuota liberamente fino alla sua morte, mentre prima di essere sgozzato il maiale soffre in una porcilaia». Nonostante le sue sei tonnellate, il piccolo leviatano issato sul ponte della Beffengut ricorda un cucciolo di foca. La forma e l’indole sono in fondo le stesse. Ma per i fratelli Jensen è soltanto un gigantesco salvadanaio di quarti di carne. «D’accordo, è il totem dei protezionisti, ma per me non è più sacra di una mucca o di un tacchino», dice l’impenitente cacciatore. Il cetaceo ucciso appartiene alla specie della balenottera comune, o Balaenoptera acutorostata, l’unica che i norvegesi hanno ricominciato a cacciare nel 1993, in barba alla moratoria indetta sette anni prima dalla Commissione baleniera internazionale. Dal 2004, sfidando la comunità internazionale e i gruppi animalisti, hanno aperto la caccia anche nel Mare di Barents, sostenendo che fosse l’unico modo per combattere la diminuzione dei banchi di pesce, di cui appunto si nutrono le balene. È molto curioso che i più accaniti predatori di questi mansueti giganti del mare siano due tra i Paesi più ricchi e progrediti del pianeta, la Norvegia e il Giappone. È anche molto desolante però che entrambi giustifichino questa caccia sostenendo che essa sia radicata nella loro storia più antica. Nella Roma dei Cesari era ben radicata la schiavitù. Ogni anno il governo di Oslo stabilisce la quota di balene cacciabili, che s’aggira adesso attorno agli ottocento esemplari e che viene spartita fra la trentina di piccole baleniere norvegesi. «A noi ne spettano venti, e con questa siamo a diciannove», dice Bjørn. «Del resto, anche i comitati scientifici dei proibizionisti riconoscono che nelle acque dove pratichiamo la caccia vi sono oltre centomila balenottere comuni. Il prelievo che operiamo è dunque minimo: meno dell’1 per cento. I nostri ‘crimini’, come li chiamano quelli di Greenpeace, non hanno nessun impatto sulla popolazione delle balenottere». 48

Intanto, la Beffengut si è trasformata in mattatoio. Vedo il coltello affondare facilmente nel tenero ventre dell’animale, che una volta eviscerato sarà macellato in grossi quarti sanguinolenti. Questi vengono calati nella stiva, il resto – coda, ossa, stomaco e testa – è gettato in mare. Delle sei tonnellate iniziali ne restano due di una carne che ricorda quella di cavallo, rosso scuro, e che sul mercato può raggiungere i 30 euro al chilo. Più del manzo. «È interamente assorbita dal mercato interno, anche perché non può essere esportata: i norvegesi la cucinano sulla griglia o la preparano a spezzatino. Da qualche anno, i ristoranti la servono anche cruda, tagliata come il sashimi di tonno o di spigola». Siamo salpati dal porticciolo di Reine, nelle Lofoten, isolette norvegesi che si trovano alle stesse latitudini dell’Alaska e della Siberia, ma dove gli inverni sono meno rigidi per via della corrente del Golfo. Da allora, facciamo rotta verso nord, per incrociare le balene che migrano nella direzione opposta. Il pasto è servito una volta al giorno, ed è sempre lo stesso: merluzzo bollito con patate al burro. In compenso si beve caffè, tanto, tantissimo caffè, per rimanere svegli e sempre all’erta. C’è una sola cabina sul peschereccio, e spetta di diritto alla veterinaria Knudsen. Gli altri, me compreso, ovviamente, tutti sul ponte o nel pozzetto di poppa a fissare l’oceano. E a prenderci tutto il freddo e il vento del mondo. Un’ora dopo la prima cattura, l’equipaggio è pronto a ghermire la prossima preda. Ma s’è alzato il mare. Adesso è più difficile avvistare balenottere, e con la barca in balia dei flutti sarebbe ancora più difficile centrarle con l’arpione. «Di solito hai solo un paio di secondi per mirare e sparare. Un colpo a vuoto costa caro perché per una granata ci vogliono più di 400 euro». I cacciatori sono buoni biologi marini. Per indovinare le rotte delle balenottere osservano la posizione dei ghiacci, misurano la temperatura dell’acqua o studiano gli spostamenti dei banchi di aringhe e di sgombri. «Sin dai tempi dei vichinghi, i ‘pascoli’ delle balene erano usati come punto di riferimento in mare dai navigatori dell’Artico. Ma 49

negli anni Trenta e Quaranta le stragi operate dalle baleniere industriali hanno distrutto per sempre queste coordinate», sbuffa Bjørn, nel tentativo di nobilitare la caccia più ‘artigianale’ della sua modesta Beffengut, che è lunga appena 20 metri e ricorda la nave di Braccio di Ferro. Ecco che in lontananza appare il capoccione squadrato di un capodoglio. Un bottino succulento, ma pescarlo è un divieto sacrale perfino per i norvegesi. Nessuna traccia di altri cetacei: stavolta la perizia dei cacciatori non basta. Bjørn decide quindi di rientrare. Ma a poche ore da casa, la vedetta scorge un’altra lucida gobba. Sarebbe la ventesima balenottera, l’ultima della stagione per l’equipaggio di Beffengut. Questa però è decisamente più scaltra e schiva della precedente. Non s’azzarda ad avvicinarsi, e sembra volersi fare beffa dell’equipaggio. Riemerge dove meno te l’aspetti, costringendo la baleniera a improvvise virate. Poi, stufa di giocare a nascondino, svanisce per sempre. «Stavolta ha vinto la balena», dice il cacciatore. «Ma la partita è rinviata all’anno prossimo. E lei non la dimentico davvero». Il libro sta andando in stampa, e apprendo che i giapponesi hanno reso note le catture effettuate in Antartide dal 1° dicembre 2015 a fine marzo. Ebbene, nella stagione che s’è appena conclusa le loro baleniere hanno massacrato 333 cetacei. Non sapremo mai di quali specie. La sfida Ovviamente, preferisco chi le balene le protegge, come gli ecoguerrieri di Greenpeace, dei quali seguo l’allenamento nelle acque del Baltico, nel Nord della Germania, a pochi chilometri con il confine danese. Per fortuna ha smesso di nevicare, ma il termometro segna 7 gradi sotto lo zero. Sono da poco passate le 4 del mattino e un vento diaccio increspa di schiuma biancastra la superficie del mare: le previsioni meteo lasciano presagire il peggio. «Si parte, ragazzi, che Dio ce la 50

mandi buona!», urla la vichinga Regine. Pochi minuti dopo, una piccola flotta di quattro gommoni lascia il porticciolo di Flensburg diretta verso Copenaghen. A bordo sono tutti infagottati nelle ingombranti floating suits, le tute di galleggiamento che li fanno somigliare a tanti Bibendum, l’omino Michelin. Li aspettano 170 miglia di navigazione, con onde alte anche due metri: quindici ore al gelo, fradici come pulcini dopo i primi minuti in mare aperto. È la cosiddetta «sfida»: l’ultima prova del corso degli ecoguerrieri. La più dura. Ci sono volute due settimane di preparazione per poterla affrontare. Come spiega la decana del gruppo, Regine Frerichs, che di queste traversate ne ha già guidate una quindicina, una volta che hai superato la «sfida» sei pronto a fronteggiare le situazioni più difficili, come scalare una piattaforma petrolifera troppo inquinante nel Mare del Nord, sbarrare la rotta a un grosso cargo pieno di legname illegale proveniente dall’Amazzonia o inseguire una baleniera giapponese in Antartide. Ma l’addestramento serve anche a selezionare i più idonei e a sviluppare in ognuno lo spirito di squadra. «Con una mano ti reggi alla cima, con l’altra al tuo compagno», dice Regine. Già, ma se cadi in mare? «A marzo, la temperatura del Baltico non supera i 5 gradi: hai una decina di minuti di sopravvivenza». Non stupisce quindi che nessuna compagnia abbia accettato di assicurarli per queste due settimane, come se si trattasse di uno sport estremo. Una delle prime prove del boat training consiste nel ribaltare il proprio gommone in un canale di Amburgo. Ma devi farlo senza muta, per sentire quant’è fredda l’acqua e ficcarti in testa una regola d’oro: in mare non si deve finire, mai. «È stato uno shock termico, che m’ha tagliato il fiato», racconta Simona Fausto, torinese, studentessa di Scienze naturali. Agli apprendisti ecoguerrieri viene anche insegnato a navigare la notte a bordo di un guscio di noce nel porto della città tedesca, che è uno dei più grandi del pianeta. Dopo una settimana, i ragazzi sono trasferiti sul Ryvar, un vecchio due alberi di legno, classe 1916, ancorato a Flensburg. 51

E qui le difficoltà degli esercizi aumentano: dal recupero di un uomo a mare (con indosso stavolta una muta stagna), sempre controvento per avere la migliore governabilità del gommone, al trasbordo, da un’imbarcazione all’altra, di persone o taniche piene di benzina, con il motore a manetta. «Durante la traversata può accadere di tutto, dobbiamo quindi essere pronti al peggio», racconta Pierdavide Pasotti, l’altro italiano a bordo del Ryvar, ma, a differenza di Simona, è un cosiddetto master, un insegnante. Nato e cresciuto a Peschiera del Garda, Pierdavide è di quelli che si sentono più a loro agio in barca che sulla terraferma. Dal 1971, quando organizzarono una crociera in Alaska per denunciare gli esperimenti nucleari, le azioni di protesta degli attivisti di Greenpeace sono sì spericolate ma sempre pacifiche, come se il loro modello fosse a metà tra un funambolo e il Mahatma Gandhi. «Non possiamo partecipare a una missione senza aver prima seguito un corso di non violenza, dove ci insegnano a non reagire alle provocazioni», mi spiega Pierdavide. Durante gli ultimi giorni, che piova, grandini o nevichi, le uscite in gommone si intensificano. Ogni tre ore, si torna a bordo del Ryvar, per riscaldarsi sottocoperta con una tazza di tè bollente. Il veliero somiglia allora a un rifugio d’alta montagna, tutti con le guance rosse e i capelli in burrasca, che pestano i piedi e si sfregano le mani intirizzite dal freddo. Che si tratti di sequestrare le micidiali reti spadare nel Mediterraneo o di occupare la ciminiera di una centrale che sta per essere riconvertita a carbone, le operazioni di Greenpeace sono sempre spettacolari, perciò rischiose. «Non possiamo quindi improvvisarle», dice ancora Pierdavide. «Organizzare l’addestramento a marzo nel Nord della Germania è un modo per simulare le condizioni che alcuni di noi potranno trovare un giorno in Antartide, dove con un gommone devi correre dietro a una baleniera, superarla e piazzarti tra la balena e l’arpione. E da lì, mentre l’equipaggio nemico t’innaffia dal ponte con potenti idranti, non ti devi muovere. 52

Perché appena gli lasci libero il campo visivo, il ramponiere spara al cetaceo. In quelle condizioni, non puoi permetterti di sbagliare». La «sfida» è durata quattordici ore e mezzo, senza contare la fermata di venti minuti, in un porto danese, per il rifornimento di benzina. Come previsto, appena usciti da Flensburg, i gommoni hanno trovato il mare in tempesta, e tra quei cavalloni hanno navigato fin quasi a Copenaghen. Nessuno è caduto in acqua, ma si sono sentiti male in tre. Lo spirito di squadra ha funzionato. Alla vigilia della partenza Simona aveva 38,5 di febbre. Ha preso due aspirine, ma invano, perché alle 4 del mattino la febbre non era scesa. Lei s’è imbarcata lo stesso. Regine m’ha poi confidato che la studentessa torinese ha brillantemente superato la prova. Meglio della maggior parte dei lupi di mare che tra quelle gelide onde navigavano assieme a lei. Allevatori artici Le renne trotterellano compatte, con un sincronismo stupefacente, quando da un boschetto di betulle nane s’alza in volo una coppia di cigni selvatici. Il sole è tramontato da più di un’ora ma il cielo dell’Artico norvegese è ancora rosa acquarello. «Quest’anno la primavera è in anticipo», m’informa Isak Mathis Triunf, insaccato nel suo pesk, la pelliccia dei popoli del Nord. Isak ha il viso cotto dal freddo e gli occhi chiarissimi. Da ore, a cavallo di una motoslitta, sta cercando di contenere la mandria, tagliandole la strada quando questa punta nella direzione sbagliata. In poche settimane la temperatura è salita da 50 a 20 gradi sotto lo zero e le renne scalpitano: vorrebbero migrare verso la costa, dove i pascoli sono più abbondanti e dove tra un paio di mesi i venti marini le proteggeranno da zanzare grosse come polli. Ma la transumanza, così ha stabilito il Parlamento lappone, comincerà soltanto a metà maggio. Intanto, l’inarrestabile scioglimento dei ghiacci del Polo Nord apre nuove rotte per le superpetroliere russe 53

e presto consentirà lo sfruttamento degli enormi giacimenti nascosti sotto il pack. Isak già teme il peggio: «Per colpa di lupi, aquile, ghiottoni e linci perdiamo tre cuccioli di renna su dieci. Se adesso ci si mettono anche i petrolieri, il nostro avvenire di allevatori è davvero compromesso». Nel terzo millennio, i lapponi o, meglio, i sami, come preferiscono chiamarsi, sono entrati prepotentemente nella modernità: controllano le renne solo con le motoslitte e, anche tra i blizzard che spazzano la tundra, tengono sempre il cellulare incollato all’orecchio. D’estate guidano potenti 4x4 e per radunare le mandrie capita perfino che usino l’elicottero. Il loro passaggio da una vita seminomade alla cultura dell’informatica è stato fulmineo. «Ma sotto questa patina tecnologica c’è uno stile di vita ancestrale, senza il quale gli allevatori di renne non saprebbero fronteggiare né i capricci di animali addomesticati solo per metà, come sono le renne, né le bizze di un clima feroce», spiega il linguista Ole Henrik Magga, che è stato dal 1989 al 1997 il primo presidente del Parlamento sami in Norvegia. Nei secoli, per sopravvivere in un ambiente così impietoso, i sami hanno sviluppato un forte senso di adattabilità. Più recentemente, da una democrazia ricca e illuminata come quella norvegese, sono riusciti a ottenere leggi con cui oggi possono far valere i loro diritti. Eppure, tra il 1850 e il 1970, la loro ‘norvegizzazione’ è stata brutale. Ai sami era proibito parlare la loro lingua, i loro bambini venivano strappati alle famiglie e mandati nei collegi della Corona, e gli adulti erano assimilati a forza alla vita occidentale. I pochi ai quali fu consentito di continuare a lavorare con le renne, divennero i custodi della cultura sami. «Quando ero bambino, i norvegesi ci consideravano come gente ignorante, stupida e accattona», ricorda Magga. Ma le cose sono cambiate. A Kautokeino, nell’estremo Nord della Norvegia, è stato, per esempio, inaugurato il nuovo edificio dell’università sami, che ospita cattedre di letteratura, pedagogia e scienze naturali, con lezioni che insegnano 54

sia le antiche pratiche della pastorizia sia la biologia moderna. La struttura è costata cinquanta milioni di euro, tutti sborsati dal governo di Oslo. «I norvegesi ci hanno rubato i pesci dei nostri mari, gli alberi delle nostre foreste e l’oro e i diamanti della nostra terra. Finanziando l’università ci restituiscono una piccola parte del maltolto», dice ancora il professor Magga. Come spiega Rune Fjellheim, presidente del Parlamento sami, il suo popolo ha appena bocciato un progetto di nuove attività minerarie presentato da Oslo. «Abbiamo posto una condizione allo scavo di miniere sul nostro territorio: che ci sia versata una quota dei proventi ricavati dalle future estrazioni. Lo stesso discorso vale per le piattaforme petrolifere al largo delle coste della Lapponia», dice Fjellheim. Ma quando a Oslo chiedo al ministro degli Esteri norvegese, Jonas Gahr Støre, se queste richieste gli sembrano legittime, ecco cosa mi risponde: «No, perché si tratta di risorse offshore in zone economiche norvegesi. E poi i sami sono norvegesi. Rientrano quindi nel nostro sistema di ridistribuzione delle ricchezze». Per trovare un equo compromesso tra sami e imprenditori basterebbe forse attingere alle ricche casse dello Stato scandinavo. Amministrando sapientemente gli introiti di gas e petrolio, la Norvegia è diventata la nazione più ricca del pianeta (tra i Paesi con più di un milione di abitanti). «Noi sami rappresentiamo appena l’1,5 per cento della popolazione norvegese e i sussidi che ci versa il governo di Oslo non superano l’1 per mille del totale: per tacitare gli scontenti basterebbe aumentare queste indennità», sostiene il presidente del Parlamento. Sono le 11 quando finalmente comincia a fare notte. Chiedo a Isak se si sente almeno un po’ norvegese. «Direi di no. Ma con i norvegesi mantengo ottimi rapporti», mi dice, montando una sorta di teepee locale per ripararci qualche ora dal freddo. Alle 4 del mattino, l’allevatore sale nuovamente sulla sua motoslitta perché le renne hanno ripreso a muoversi. Prima di uscire al gelo aggiunge: «Negli ultimi anni abbiamo vinto molte battaglie. Ma non possiamo ancora abbassare la guardia. Il mostro è sempre in agguato». 55

Il paradiso o l’ignoto? La libertà è a un tiro di schioppo. Per raggiungerla basta una decina di minuti in barca a motore o, l’inverno, quando il mare gela in superficie, meno di un’ora a piedi. Eppure, negli ultimi quindici anni, dei 130 detenuti che ospita il carcere dell’isola di Bastøy solo tre hanno tentato la fuga. Già, da qui non si evade. Non si lascia il paradiso per l’ignoto. «Non gli conviene, perché se li riacciuffiamo difficilmente potranno tornare qui, in questo carcere ideale», spiega Arne Kvernvik Nilsen, che dirige la prigione. Su quest’isola ci sono uomini che hanno compiuto delitti efferati – rapinatori, stupratori e assassini seriali – e che provengono tutti da istituti di massima sicurezza, dov’erano rinchiusi in celle di 2 metri per 2. Qui invece sono liberi di passeggiare nei boschi, nei mesi estivi di pescare e perfino di fare il bagno in mare. Abitano in casette di legno colorate, che occupano in cinque o sei detenuti. «L’unica restrizione è di farsi trovare ai tre appelli della giornata, e di non uscire di casa dopo le 23», mi spiega Nilsen, che m’invita a scoprire da solo le bellezze di Bastøy, e che non sembra percepire il mio sgomento all’idea di passeggiare in mezzo a tanti bruti e criminali d’ogni risma, sia pure ammansiti dalla relativa libertà di cui godono. Questa Alcatraz senza sbarre né lucchetti si raggiunge in traghetto dal porticciolo di Horten, un centinaio di chilometri a sud di Oslo. Due settimane fa, un detenuto ha rubato una barca di servizio, ma è stato ripreso pochi giorni dopo. «Gli daremo un’altra possibilità, perché ha rispettato il patto che avevamo fatto. Ossia che quando uno fugge, una volta raggiunta la terraferma, ci chiama per dirci che non è annegato». Bastøy era una volta conosciuta come l’Isola del Diavolo, perché fu la sede di un severo riformatorio. Ma dal 2000 è la prima prigione umana ed ecologica del pianeta. Umana perché ai detenuti viene offerta la possibilità di vivere la simulazione di una vita normale. Ecologica perché sull’isola l’uso delle auto è ridotto al minimo a vantaggio delle bici, perché 56

la terra è lavorata con i cavalli e perché i rifiuti sono riutilizzati come concime. «Credo che sia difficile ottenere un buon risultato opprimendo e castigando un uomo. Al contrario, se lo rispetti, lui ricambierà», spiega il direttore. Quanto costa gestire Bastøy? Poco, o comunque molto meno di un carcere di massima sicurezza. Il cibo è prodotto quasi interamente da detenuti e, con la vendita delle pecore e dei vitelli, il penitenziario è quasi autosufficiente. Ricorda forse un’utopia ottocentesca, ma il modello funziona. «Per accudire 130 detenuti lavorano circa 70 persone, che la sera rientrano quasi tutte a casa con l’ultimo traghetto. Sull’isola restano solo 5 guardie carcerarie, disarmate», dice ancora Nilsen. Quando arrivano a Bastøy, ai detenuti viene insegnato a cucinare, lavare i panni, pulire la casa. Per scontare la pena in questo carcere unico al mondo, basta non infrangere le regole: devi alzarti alle 8 e prepararti la colazione, poi o vai a lavorare la terra oppure a scuola. Dalle 3 del pomeriggio sei ‘libero’. «I primi giorni, aspettavo che il secondino mi portasse il caffè e mi aprisse la porta per l’ora d’aria. Non riuscivo a capacitarmi che la porta fosse sempre aperta e che io potessi varcarla a mio piacimento», mi racconta Joaquim, 36 anni, il quale, sebbene condannato per rapina a mano armata e spaccio di droga, ha l’aspetto meno patibolare di altri detenuti. Gli chiedo se a Bastøy funziona tutto davvero così bene. «Non proprio. A me spaventa la promiscuità con alcuni carcerati. E spesso ho paura di condividere la mia libertà con killer seriali e stupratori di bambini». C’è un altro problema. La droga, quella che portano i famigliari quando vengono in visita sull’isola. Dice il direttore del carcere: «Ogni giorno, vengono analizzate le urine di un paio di detenuti a caso. Chi risulta positivo, viene invitato a recarsi il pomeriggio da uno psicoterapista». Tra gli ottanta edifici dell’isola ci sono anche una chiesa, una scuola, una biblioteca e uno studio dentistico. Tutto ciò nel tentativo di rendere questo posto il più simile possibile a un villaggio norvegese. Perciò, quando avranno 57

scontato la loro pena, sarà per loro più facile reintegrarsi nella società. In Norvegia non esiste l’ergastolo e solo raramente viene comminata la pena massima, che è di 21 anni. «Prima o poi il detenuto esce di prigione, e puoi ritrovartelo come vicino di casa. Che te ne fai di un uomo che ha vissuto come un cane in gabbia per anni? Cercare di renderlo un cittadino per bene è nell’interesse di tutti». Insomma, per il direttore Nilsen, oltre che infliggere una civilissima punizione ai più malvagi tagliagole della Norvegia, il carcere di Bastøy ha anche un fine pragmatico e utilitarista. Nella penombra che precede la notte polare, il portone di cemento armato si confonde con la parete rocciosa dove è stato scavato il tunnel: salvo l’acqua color petrolio dell’Artico, tutto è grigiastro, perfino la neve. M’avevano detto che è più facile scassinare Fort Knox che penetrare nel Global Seeds Vault, il bunker a solo un migliaio di chilometri dal Polo Nord dove sono conservati i campioni di tutti i semi del pianeta. In realtà, per visitare quest’Arca di Noè vegetale, dalla quale, in caso di guerra o di cataclisma naturale, i Paesi donatori potranno riavere indietro il patrimonio genetico andato distrutto, è bastato scrivere una mail. La risposta è stata immediata, e l’appuntamento fissato in concomitanza dell’arrivo di nuove sementi. L’ingresso della cripta è appena fuori Longyearbyen, capoluogo dell’arcipelago norvegese delle Svalbard e cittadina che vanta alcuni primati, tra cui l’università, l’ufficio postale e l’hotel più a nord del pianeta. Oggi il sole è rimasto sotto l’orizzonte, ci sono 6 gradi sottozero e un vento che stacca la testa. «Dentro fa molto più freddo, ma non se ne accorgerà perché l’aria è più secca», dice Åsmund Asdal, il biologo norvegese che mi apre la prima porta verso il forziere dell’agricoltura globale, struttura costruita in calcestruzzo per resistere a un attacco nucleare o a un incidente aereo. Percorriamo allora un corridoio lungo un centinaio di me58

tri, varchiamo poi una pesante porta d’acciaio, ed eccoci finalmente nel cuore dello scrigno, nel sancta sanctorum del deposito. Ma qui è necessario un pizzico di fantasia, una buona dose di astrazione, altrimenti la delusione è forte. Già, perché tutto consiste in una mezza dozzina di scaffali pieni di casse di diversi colori. Ricorda un deposito di autoricambi o il reparto «Mobili da montare» di un megastore dell’arredamento. Eppure, in queste casse è conservato tutto ciò che per nutrirsi l’uomo ha selezionato negli ultimi 14.000 anni, in ogni luogo del pianeta dove è riuscito a insediarsi, dalle paludi della Mezzaluna Fertile nel Neolitico alle avveniristiche serre con colture ad acqua delle pianure olandesi. In questa stanza c’è la storia della nostra evoluzione, dalle prime domesticazioni di cereali ai recentissimi brands della rivoluzione genetica. Dice Åsmund: «La stampa recentemente ha molto parlato di noi per via della guerra in Siria. Infatti, ad appena otto anni dall’inaugurazione del tunnel, abbiamo ricevuto la prima richiesta di prelievo direttamente da ricercatori di Aleppo in fuga dalle brigate dello Stato islamico. Ecco, vede quel buco tra gli scaffali? Lì c’erano le casse che abbiamo appena spedito alla banca dei semi siriana che, dopo essere stata bombardata in patria, s’è trasferita in Libano e in Marocco». Nel 2008, l’allora presidente dell’Ue Manuel Barroso definì il tunnel «un giardino dell’Eden ibernato, un luogo dove la vita può essere mantenuta in eterno, qualsiasi cosa accada». Quanto è appena successo gli dà pienamente ragione. Il Global Seeds Vault è infatti una sorta di seconda garanzia, dopo quella delle 1400 banche di semi locali, per conservare i genotipi più preziosi di ogni terra e nazione. «Ovviamente, da qui noi li rispediremo indietro solo a chi ce li ha dati e a nessun altro», precisa Åsmund. Con l’ultimo arrivo, la cripta s’è arricchita di semi di riso filippino, di manghi nigeriani, di banane della foresta camerunense, di lattughe belghe, tutti approdati a Longyearbyen in 21 casse cariche di bustine sigillate dopo quattro ore di aereo da Oslo. 59

Una volta penetrati nel cuore del deposito, una sala frigorifera lunga 27 metri e larga 10, basta chinarsi sulle casse per accorgersi che provengono davvero dall’intero pianeta, dalla Corea del Nord al Madagascar, dagli Stati Uniti alla Russia. Alcune hanno perfino un’etichetta sovietica, perché evidentemente erano semi lasciati in qualche deposito prima del 1989. «Sì, conserviamo sementi da più Paesi di quanti ne esistano in realtà», sorride Åsmund. E dall’Italia? «Dall’Italia è arrivata poca roba: il genotipo di un mais molto particolare dall’Orto botanico di Pavia. Nient’altro. È ovvio che da un Paese con una biodiversità agricola ricca come la vostra vorremmo altri depositi». In compenso, italiano è il sistema di raffreddamento che mantiene la stanza a -18 gradi e con un bassissimo grado di umidità, condizioni ideali per la conservazione dei semi. Il biologo mi mostra poi la tabella dove sono registrati tutti gli arrivi dal 2008: nel tunnel sono giunti più di 860.000 campioni di diverse specie, per un totale di mezzo miliardo di semi. A questi campioni vanno aggiunte le 10.000 specie appena arrivate, ma vanno sottratte le 38.000 rispedite alla banca di semi siriana. Per la cronaca, il seme più rappresentato è quello di girasole, che conta 156.000 diversi genotipi. «Ma qual è il movente ultimo del Global Seeds Vault?», chiedo ad Åsmund. «È forse solo filantropico», dice il biologo norvegese, calandosi con forza il cappello di lana sulla testa. «Dopo una catastrofe ecologica o nucleare, potrebbe infatti servire a evitare un’apocalisse della fame nel mondo». Il leone e il leopardo dell’Afghanistan Tra le montagne di Bamiyan, dove ancora sopravvive qualche leopardo delle nevi, il freddo può rivelarsi purificatorio, nel senso che allontana perfino i taliban, grandi cacciatori di quello splendido felino. Ma in città, dove per attraversare l’impetuoso ruscello che la taglia in due si è costretti a saltare da un copertone all’altro rischiando di rompersi il collo, il freddo 60

può divenire un moltiplicatore di miseria. Anche perché qui non è soltanto il leopardo preda degli Studenti del Corano: lo sono tutti quelli che tentano di costruire un Afghanistan diverso, o quanto meno di pacificarlo facendolo uscire da una guerra cominciata nel 1979, quando i tank dell’Armata Rossa invasero il Paese. Uno di questi è Mokthtar Ahmadi, che studia per diventare guida turistica nella città che fu per secoli meta di pellegrinaggio per i suoi due antichi e giganteschi Buddha di granito. «A me questo luogo piace anche così», sostiene Mokhtar di fronte alle caverne che ospitavano le statue ciclopiche contro le quali nel 2001 s’accanì la follia iconoclasta degli islamisti, e che oggi, come due immense orbite vuote, conservano il ricordo di quei giorni terribili. Mokhtar si dice certo che il turismo può costruire la sua fortuna sulla memoria, anche se macchiata di sangue: «Negli anni Settanta, da queste parti in estate si contavano anche 60.000 stranieri: se tutto procede per il meglio, un giorno non troppo lontano potremmo tornare a quei fasti». Come la maggioranza della popolazione di Bamiyan, anche Mokhtar è di etnia hazara. Appartiene cioè a una delle poche tribù pacifiche dell’Afghanistan, che per questo motivo è la più discriminata e perseguitata. Per gli hazara, come mi spiega l’ex governatrice della provincia, Habiba Sarabi, prima e unica donna a ricoprire un tale incarico in Afghanistan, l’arrivo delle truppe della Coalizione è stata una manna dal cielo. «Non siamo mai stati così felici negli ultimi duecento anni. Che cosa succederà quando andranno via gli eserciti stranieri? Non oso pensarci», mi spiega la governatrice. Già, la transizione spaventa molti afgani. Spaventa anzitutto chi vive nelle sette aree del Paese ormai relativamente tranquille e ripulite dagli insorti – due province e cinque città – dove le forze della Coalizione hanno lasciato la gestione della sicurezza nelle mani della polizia e all’esercito afgani, dopo il ritiro delle truppe Nato. «Ma la transizione non è una data, bensì un lento processo di passaggio delle consegne», minimizza James Mallory, un generale statunitense con un viso 61

da vecchio sul fisico di un Big Jim. «In certe aeree del Paese temo che la nostra presenza sarà ancora necessaria a lungo». Gli strateghi del Pentagono sanno che alcune fazioni di taliban non deporranno mai le armi. Per tenerli a bada, l’Occidente continuerà a offrire aiuti strategici e di intelligence al governo di Kabul, e a sborsare un miliardo di dollari al mese per reclutare, armare e alfabetizzare i contadini da irreggimentare nell’esercito afgano. Del resto, sfogliando i quotidiani locali m’accorgo che non c’è giorno senza attentati, sabotaggi, sequestri, ammazzamenti e altre nefandezze più o meno sanguinarie, compiute da coloro che hanno interesse a mantenere il Paese fortemente destabilizzato per incrementare i loro loschi proventi. E questi sono gli insorti, per italianizzare l’epiteto più usato dai militari Usa, insurgent: non solo taliban, ma anche ex signori della guerra, trafficanti di droga, membri di Al Qaeda, briganti e criminali comuni. Secondo le ultime stime, gli insorti afgani sono circa 20.000. Un computo nel quale non rientra però chi sotterra un ordigno in cambio dei 10 dollari che accetta per sfamare la sua famiglia. Ora, sempre secondo i vertici del Pentagono, non tutti gli insurgents sono irrecuperabili, ed è stato perciò avviato un programma di reinserimento alla vita civile, destinato soprattutto a chi sa soltanto usare il fucile. Chi accetta riceve un Corano, un nuovo turbante e un piccolo stipendio per qualche mese. «Ma non li disarmiamo, per la loro stessa incolumità, perché quando cambiano casacca diventano automaticamente bersaglio dei loro ex compagni di battaglia: possono quindi conservare il loro kalashnikov, che dovrà essere registrato e che servirà loro a difendersi da eventuali rappresaglie dei taliban», mi spiega Gary Younger al quartier generale delle forze americane di Kabul. «Dopo quasi quarant’anni di guerra, gli afgani sono stanchi di combattere. Ma per costruire la pace dobbiamo reintegrare i combattenti con dignità e onore». Anche Hamid Adina, preside dell’università di Bamiyan, 62

che fu distrutta dai taliban e ricostruita nel 2004, si chiede chi manterrà la sicurezza il giorno in cui si ritireranno gli eserciti stranieri. «Per i nostri duemila studenti non ci sono dormitori, mancano le sedie e spesso anche l’elettricità per accendere il centinaio di vecchi computer che abbiamo in facoltà», dice il preside. Oltre le finestre del suo studio, si staglia la montagna dove nereggiano le caverne dei Buddha, mastodonti che furono scolpiti nel V e VI secolo. Uno era alto 35 metri, l’altro 53. Una Ong tedesca ha pazientemente numerato i blocchi di macerie in cui i taliban li hanno disintegrati, nella speranza che si possa un giorno tentare un improbabile restauro. Più in là, svettano i picchi incappucciati di nevi eterne che circondano la valle di Bamiyan. «Potremmo sfruttare questo straordinario patrimonio naturalistico anche d’inverno, organizzando magari sentieri per lo sci di fondo e piste per lo sci alpinismo», dice Gul Hussian Baiazada, giovane e visionario imprenditore locale. Il problema è che per raggiungere la città dei Buddha distrutti non ci sono voli per turisti, ma solo per i soldati e gli umanitari. Chi volesse raggiungerla in macchina da Kabul sarebbe costretto a percorrere strade dove non si avventurano neanche i blindati della Us Army. Pochi mesi dopo, vengo rispedito in Afghanistan per scrivere sull’attacco contro l’edificio del Gruppo di ricostruzione provinciale di Herat, che ha provocato il ferimento di cinque soldati della nostra brigata Ariete, la morte di cinque soldati afgani e di altrettanti taliban. Quella bomba è un fulmine a ciel sereno nel capoluogo di una delle province più sicure dell’Afghanistan, dove il cancro degli insorti sembrava estirpato. Perciò, vedo serpeggiare una vena di angoscia negli sguardi dei rari occidentali che incrocio lungo i muri della grande moschea o tra i vicoletti dell’antico bazar. Ma non incontro italiani: i nostri connazionali sono stati tutti trasferiti nella base militare di Campo Arena o costretti a rintanarsi nelle sedi delle organizzazioni non gover63

native per cui lavorano. Diversa è la situazione che trovo a Kabul, dove mi reco la settimana successiva e dove la guerra sembra davvero lontana. Soprattutto nel cuore della città, nel parco Shar-e Naw, pieno di coppiette d’innamorati che sorseggiano tè, bambini che tirano calci al pallone e uomini dalle lunghe barbe che giocano a scacchi. All’ombra di pini centenari e di grosse piante di rosa gravide di boccioli, perfino il rumore del traffico sembra giungere attutito. Basta però lo sgommare di un pick-up carico di militari a ricordarti che dietro le cime che circondano la capitale si nascondono torme di taliban pronti a portare l’inferno in città. E ciò può succedere da un momento all’altro, come pochi mesi prima, per esempio, dopo che alcuni soldati statunitensi bruciarono dei Corani e urinarono sulle salme degli islamisti che avevano appena ucciso. In quell’occasione, gli insorti attaccarono il centro di Kabul, le sue ambasciate, il Parlamento, ossia i quartieri più protetti. «Sì, ma quella volta sono stati uccisi tutti, e un quarto d’ora dopo la fine delle operazioni, la gente era di nuovo in strada, come se non fosse successo niente: significa che i taliban non ci terrorizzano più», mi dice Barry Salaam, business man di successo al quale i soldi non hanno fatto dimenticare il suo impegno come attivista per i diritti civili. Salaam mi riceve nella sua villetta non lontano da Chicken Street, la strada degli antiquari. È una casa piena di bambini, con una grande stufa e con pergolati ricoperti di vite. «Durante gli ultimi scontri è nato un nuovo eroe, un giovane soldato delle forze di sicurezza afgane che, una volta ferito, ha continuato a sparare contro gli insorti per salvare un suo commilitone. L’hanno intervistato le tv e ovunque sono stati affissi manifesti che lo ritraggono nel suo letto d’ospedale. Per i giovani è già un mito: un fenomeno inedito in Afghanistan, impensabile fino a pochi anni fa». Attraverso la città per recarmi nella sede dell’emittente più popolare del Paese, Tolonews Tv, che ai suoi esordi è stata finanziata dagli americani e poi è stata acquistata dal 64

gruppo Murdoch. Il centro di Kabul è come sempre blindatissimo, con interi quartieri circondati da muri antikamikaze, pareti di cemento alte 5 metri e larghe 3 messe una accanto all’altra: come gigantesche tessere di domino, restringono le strade rendendole dedali difficilmente percorribili. Gli incroci sono sbarrati da posti di blocco, molti dei quali invalicabili, e tutti presidiati da soldati e poliziotti di ogni genere: afgani, appartenenti alle forze internazionali o alle società di contractors che sempre più numerose operano nel Paese per proteggere la quantità di avventurieri attratti da questa succulenta economia di guerra: dal 2001 sono già stati spesi 650 miliardi di dollari per scopi bellici e 56 per scopi civili. Dove impera il business della paura, la parola più pronunciata è security, eppure in città continuano ad aprire nuovi ristoranti, negozi di computer e una quantità sorprendente di agenzie di viaggi. Ma il segno più tangibile delle enormi fortune affluite in Afghanistan negli ultimi anni sono le auto che, sempre più numerose, creano un traffico sempre più caotico. La sede di Tolonews è in una palazzina modesta, con gli studi del tg ricavati nel suo cortile. Il direttore dell’informazione, Lotfullah Najafizada, 30 anni, giacca di sartoria e accento oxoniano, si dice convinto che un ritorno al potere dei taliban sia ormai impossibile. «Le condizioni del 1996 erano molto diverse. Era gente impoverita da vent’anni di guerre, stanca della tirannia dei vari capi mujaheddin. Nel frattempo è nata una classe media e per le nuove generazioni i divieti degli Studenti del Corano non sono più accettabili. Tutti sanno che sono solo dei burattini nelle mani dei pachistani: se non fossero ancora protetti e finanziati dai servizi di Islamabad, sarebbero già stati completamente sconfitti». Tanto ottimismo è anche dovuto al patto strategico tra Washington e Kabul, che prolunga fino al 2024 la permanenza di parte delle truppe statunitensi. Un accordo che toglie l’incertezza sul futuro. L’impressione è che stia finalmente nascendo la fiducia in un Afghanistan normalizzato, stabile, 65

che un giorno potrà non dipendere più né dall’elemosina né dalla protezione dei grandi del pianeta. «Pakistan e Iran, che speravano di occupare il vuoto lasciato dalle truppe Nato, dovranno aspettare ancora qualche anno, e così i taliban», ridacchia Saeed Niazi, presidente del Civil Society Development Center. «Chi aveva mire sull’Afghanistan dovrà adesso rivedere i propri piani. Così come i politici corrotti di Kabul, i quali pensavano che non avrebbero dovuto rendere conto a nessuno. Anche loro adesso dovranno stare più attenti». Ma è davvero arrivato il crepuscolo dei taliban? Certo, hanno perduto territori preziosi nelle province di Helmand e Kandahar, ma sono ancora invincibili nell’Est del Paese, alla frontiera con il Pakistan, dove possono riparare quando vengono sferrate contro di loro offensive troppo robuste. In quelle regioni i taliban sono più forti di prima: sempre più numerose sono le donne costrette a indossare il burqa e le bambine ritirate dalle scuole costruite con i soldi dell’Occidente. Alcuni intellettuali che incontro mi ripetono che non esistono alternative alla riconciliazione. Saeed Niazi non è dello stesso parere: «No, vanno prima sconfitti, ideologicamente e politicamente. Soprattutto vanno snidati ed eliminati i loro finanziatori. Poi si potrà forse pensare al perdono. Una cosa è certa: non dobbiamo chiamarli ‘nostri fratelli’, come fanno alcuni politici. Non è il tono che va usato con gli assassini», dice ancora Saeed Niazi. Secondo Fazel Rabi Haqbeen, a cui una pallottola sovietica portò via due dita di una mano, direttore dell’antenna afgana dell’Ong statunitense Asia Foundation, esistono ancora luoghi dove per ogni talib ucciso ne nascono due nuovi, e dov’è l’uso della forza a creare guerriglia. «E lo sa perché? Perché i militari americani continuano a ignorare il contesto nel quale operano, applicando pedissequamente il loro motto: ‘Defense, Defeat, Destroy’. Con la loro illogica fierezza, che consiste nel considerarsi gli unici a essere nel giusto, non fanno altro che calpestare i nostri valori e la nostra cultu66

ra, che disprezzano profondamente. Finché rimarranno in Afghanistan, la guerra civile non finirà. Noi continueremo a servirli, senza mai diventare un popolo sovrano». Dopo decine di curve a gomito, quando la valle comincia ad aprirsi scoprendo in lontananza le cime incappucciate da nevi eterne, lo vedo finalmente spuntare come un gigantesco obice, scolpito nella roccia grigiastra di queste montagne. Il mausoleo di Amad Shah Massud mi ricorda per la sua imponenza quello di Chiang Kai-shek a Taipei, e per la sua bruttezza quello di Kim Jong-il a Pyongyang. Eppure, ubicata in questa verdissima valle, la tomba del Leone del Panshir è diventata meta di pellegrinaggio per gli afgani di ogni razza o etnia. Infatti, agli occhi del suo popolo, Massud è l’unico eroe positivo della storia moderna del Paese. Un eroe che per gli afgani sfiora ormai la leggenda. «Ci sono diversi motivi per venerarlo: perché era sunnita, tagiko e anticomunista, e perché sconfisse sia i sovietici sia i taliban», racconta Faheen Dashty, scrittore nato in questa valle, che con Massud lavorò diciassette anni, fino al giorno il cui il Leone gli spirò tra le braccia. Conosco Dashty per caso o, meglio, per sbaglio. Un collega americano mi dà il suo numero di cellulare, convinto che sia quello del presidente del Parlamento afgano, quasi omonimo di Dashty. Chiamo lo scrittore pensando che sia il politico, e lui accetta di ricevermi a casa sua. Il taxi mi lascia davanti a un edificio assai malmesso, in un quartiere periferico di Kabul, dove Dashty occupa un appartamento angusto, pieno di bambini piccoli e frignanti. Comincio a fargli domande sulla situazione politica dell’Afghanistan, alle quali lui risponde in modo evasivo, quasi infastidito. A un certo punto gli chiedo se è davvero lui, il presidente del Parlamento. Scoppia a ridere e mi spiega il quiproquo. Ho notato sin dal primo istante della nostra chiacchierata che i muri del salottino dove mi riceve sono tappezzati di foto del Leone del Panshir, che lo ritraggono ridente o accigliato, contemplativo o perplesso. 67

Al momento di salutarlo chiedo a Dashty se l’aveva conosciuto. La sua risposta mi farà restare un’altra ora ad ascoltarlo. «Ero a mezzo metro da lui il 9 settembre 2001, due giorni prima dell’attacco alle Torri gemelle, quando due kamikaze travestiti da giornalisti fecero esplodere la telecamera carica di tritolo con la quale facevano finta di intervistarlo», racconta lo scrittore, mostrandomi le cicatrici delle ustioni che riportò sulle braccia in quell’occasione. Mi propone poi di accompagnarlo, due giorni dopo, al mausoleo di Massud che il governo sta costruendo nella valle del Panshir. Arriviamo assieme a un pullman carico di anziani pashtun. Prima di inginocchiarsi davanti all’ampio sarcofago, gli uomini si tolgono i sandali, e mi sorprende vedere molti di questi barbuti di un’altra etnia commuoversi per un tagiko. Intanto, a pochi metri dalle spoglie del «capo», come ancora lo chiamano i suoi ex combattenti, fervono i lavori per un megacomplesso a lui dedicato, che consisterà in ben due musei. «Il primo conserverà i suoi oggetti, l’altro quello che riuscì a sottrarre ai sovietici, dai carri armati alle jeep, dalle contraeree agli elicotteri», mi spiega Dashty. Ma che cosa poteva collezionare un uomo che ha guerreggiato per buona parte della sua vita? Ebbene, Massud andava pazzo per le lampade tascabili, le radioline, le macchine fotografiche e gli orologi. E siccome era anche un uomo di fede, aveva sempre con sé diversi rosari. Gli piacevano molto anche le auto, e collezionò anche queste, soprattutto grazie ai bottini di guerra. «Dio gli aveva dato tutto: la forza, l’intelligenza e la pietà», sostiene Dashty. Dio, o chi per lui, l’aveva reso anche molto fotogenico. Con il volto affilato, lo sguardo malinconico e il sorriso ridanciano questo Che Guevara afgano somigliava ad Anthony Quinn, ma anche al giovane Jean-Louis Barrault. Il mujaheddin Massud era un militare colto, che prima di andare a combattere in montagna s’era iscritto alla facoltà di architettura di Kabul, che oltre al farsi parlava anche il francese e che aveva letto Dante e Victor Hugo. Il progetto destinato a beatificarne la memo68

ria è seguito da un architetto di Teheran, perché nel mondo musulmano gli iraniani hanno la fama di costruire i più bei minareti. È così stretta la valle del Panshir che quando i Mig sovietici la sorvolavano per bombardarla, i tagiki dicevano che non si vedeva più il cielo. «Sette volte l’hanno conquistata i russi, e sette l’hanno perduta», racconta Dashty. Le tracce di quegli anni me le trovo davanti all’improvviso: sono villaggi ridotti in cumuli di pietre dai caccia russi e che nessuno ha mai ricostruito, o teorie di profondi crateri scavati dalle bombe nella roccia, dove oggi crescono solo grossi cespugli di bosso. Ovunque, negli alti pascoli come nel mezzo degli orti, oggi nuovamente coltivati, campeggiano carri armati sovietici arrugginiti che, come vecchi alberi, sono diventati parte del paesaggio. «Quando, dopo un pesante bombardamento aereo, un convoglio di tank entrava nella valle, la strategia del ‘capo’ consisteva nel colpire il primo e l’ultimo blindato, in modo da bloccare sia l’avanzata che la fuga. Poi, nottetempo, sferravamo attacchi ai mezzi intrappolati», ricorda lo scrittore. In questa valle, i taliban non sono mai riusciti a penetrare, neanche durante i cinque anni in cui governarono l’Afghanistan (2006-2011), perché Massud ne ostruì l’ingresso facendo saltare grossi blocchi di pietra. La valle è ancora il luogo più sicuro del Paese e lungo l’irruento fiume Panshir, tra le case di pietra e fango, ombreggiate da gelsi monumentali, continua ad aleggiare una quiete d’altri tempi. A poche decine di metri dal cantiere sorge la casetta dove Massud lavorava, le cui finestre affacciano su un panorama frastagliato dalle vette di mille montagne. C’è la stanza del suo ufficio, con una vecchia scrivania, su cui sono poggiate una spillatrice rossa e due palle di vetro; c’è la stanza operativa, che una volta aveva le pareti ricoperte di mappe, e che oggi è ingombra di pacchiane poltrone pachistane. Molti si chiedono come si sarebbe comportato nel 2001, dopo lo sbarco delle truppe americane in Afghanistan. Poteva accettare gli stranieri, perdendo però il consenso di molti dei suoi, oppu69

re ritornare nella sua valle e combattere contro l’«invasore». Secondo Dashty, il Leone del Panshir non avrebbe tollerato soldati stranieri sul suo suolo, e perciò sarebbe stato costretto ad allearsi con gli insorti. È verosimile che le altre potenze straniere, alleate di Massud fin dai tempi della lotta contro l’Armata Rossa, l’avrebbero subito abbandonato, delegittimandolo.

La strega e l’orco

Ma che cos’è quel mostriciattolo rosa confetto? Sembra un’animata creatura di plastilina o un grosso mollusco. Vedo da lontano lo strano organismo muoversi scompostamente, appeso a una canna di bambù. Non riesco a indovinarne la natura, a riconoscerne la specie. Mi sto imbarcando su un piccolo traghetto per attraversare il Mekong, c’è coda davanti a me: scendo dunque dalla macchina e m’avvicino alla creatura misteriosa. Ce l’ho finalmente sotto agli occhi, ma ci metto qualche secondo a percepirne l’orrore. Lo sgorbio colorato consiste in un groviglio di uccelletti spiumati, legati assieme per le zampe, a testa in giù, che cercano inutilmente di raddrizzarsi sbattendo forsennatamente le loro piccole ali nude. A giudicare dalla taglia e dal becco ricurvo mi sembrano beccacce locali. La vecchia cambogiana che li vende mi spiega che per strappare via le penne più facilmente aveva appena immerso ognuno di essi nell’acqua bollente. «Nel pentolone li tengo una frazione di secondo, un passaggio veloce, altrimenti l’ustione li ucciderebbe», aggiunge la strega. «È un servizio per i miei clienti, così quando arrivano a casa, anche dopo un lungo viaggio, gli uccelli sono ancora vivi e a loro basta infilzarli sullo spiedo e farli arrostire». Comincia così, con il martirio delle beccacce asiatiche, al confine tra la Tailandia e la Cambogia, uno dei servizi più difficili e sconvolgenti della mia carriera. Pochi giorni dopo, non troppo lontano da Phnom Penh, assisto a un altro crimine, commesso stavolta contro dei grossi ragni. Sì, dei ragni neri e pelosi, ma del tutto inoffensivi a giudicare da come li ma71

neggia il loro aguzzino prima di scaraventarli in una padella d’olio bollente. Cotti in quel modo sono una leccornia, a sentire sei grassi turisti cinesi che, assiepati davanti al venditore ambulante, inghiottono gli aracnidi fritti in un sol boccone, vantandone la straordinaria consistenza e la delicatezza del sapore. Ora, quegli stessi cinesi si sono recati proprio lì, in quella cittadina a cinquanta chilometri dalla capitale, perché ghiotti di un’altra merce che la Cambogia offre in abbondanza agli stranieri: bambine di 5 o 6 anni che nei borghi di provincia o, meglio ancora, nei villaggi di contadini, in mezzo alle verdissime risaie, si possono acquistare per un centinaio di dollari dalle loro stesse madri. Una volta finita tra le grinfie del turista, la bimba è portata nell’albergo più vicino e immediatamente stuprata. Il pedofilo sugge allora ogni goccia di sangue dell’imene infranto, convinto che ciò lo proteggerà dall’Aids e gli conferirà vigore sessuale finché vivrà. Altri mostri meno superstiziosi deflorano ragazzine così piccole soltanto perché con le prostitute temono di beccarsi l’Hiv. Di solito, dopo un paio di giorni la piccola è riconsegnata alla madre, ma le sue sventure non fanno che cominciare. Infatti, capita spesso che quando le due fanno ritorno verso casa, gli uomini del loro villaggio le prendano a sassate per scongiurare il rischio che la giovanissima vittima ormai diventata un’‘anima impura’ inquini con la sua presenza quelle dell’intera comunità. Per liberarsene, la madre la venderà al primo bordello che trova disposto ad assumere una baby prostituta. Questo fu l’abominio che trovai in Cambogia andando a scrivere sul traffico di esseri umani a scopi sessuali. Appena arrivato a Phnom Penh, a farmi capire quanto la prostituzione infantile fosse banalizzata fu il portiere del mio hotel, il quale, con il tono di chi offre sigarette di contrabbando, mi disse: «La vuole una bambina di 10 anni? O preferisce il mio fratellino, che ne ha soltanto 8?». Assieme alla marijuana e alle anfetamine, questo propongono i papponi cambogiani, 72

che possono nascondersi sotto le vesti di un concierge, di un autista di tuk-tuk o di un cameriere di ristorante, agli occidentali che scendono negli alberghi attorno al lago Bung Kak. Davanti al mio imbarazzo, il portiere d’albergo riprese: «Conosco anche un bordello pieno di tredicenni. Costano care, però, perché sono molto esperte: almeno 20 dollari l’una, ma se ne prende due le fanno lo sconto». Che la Cambogia sia ancora un paradiso per pedofili lo dimostrano le statistiche, secondo cui una bambina su quaranta è venduta ai bordelli dai suoi stessi genitori. Il che spiega perché almeno un terzo delle prostitute cambogiane è minorenne. Conobbi all’epoca un funzionario dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni, Bruno Maltoni, che dirigeva un progetto italiano contro il traffico di minori a scopo sessuale in Cambogia. Maltoni addestrava la polizia cambogiana a riconoscere i segni di un abuso, a interrogare vittime e carnefici, a compiere perquisizioni. La difficoltà, mi disse, è soprattutto d’ordine giudiziario, perché una volta arrestati è difficile che i pedofili siano processati e quindi condannati. Eppure, proprio in quei giorni, guarda caso in concomitanza con l’arrivo in Cambogia di una delegazione di avvocati internazionali per il tribunale che avrebbe giudicato i Khmer Rossi, la polizia del regime sembrò finalmente disposta a combattere il fenomeno. Le cronache locali raccontarono dell’arresto, in una pensioncina della capitale, di due tedeschi sorpresi a girare un video mentre stupravano un minore. Due giorni dopo, sulla spiaggia di Sihanoukville, nel Sud del Paese, la polizia fermò un francese, anche lui colto in flagrante con un ragazzino di strada. Lo stesso giorno finì in galera una coppia di cambogiani che aveva appena venduto la verginità della loro bimba di 11 anni. Tramite Maltoni, proprio a Sihanoukville conobbi il rappresentante italiano di un’organizzazione umanitaria che si definì lui stesso un «puttaniere seriale». Era un uomo di una sessantina d’anni, basso e tozzo, e con occhi piccoli e mobili come quelli di un camaleonte. Mi confessò di provare vergo73

gna per il suo «vizio», che gli era costato l’espulsione da un altro Paese del Sud del mondo, ma aggiunse che, come il primo bicchiere di whisky per un alcolista, per lui un amplesso a pagamento era il pensiero fisso da quando apriva gli occhi la mattina fino al momento in cui non aveva trovato la sua schiava sessuale della giornata. «Ma sei un puttaniere seriale o un pedofilo seriale?», gli chiesi. «No, non vado con ragazze troppo giovani. Mai con chi ha meno di 18 anni», mi rispose, mentendo. Mi parlò anche del suo luogo di caccia prediletto, un quartiere a luci rosse chiamato «Chicken Farm», alla periferia di Sihanoukville, che è lei stessa periferia del mondo. Gli chiesi di portarmici, e la sera dopo, quando scendemmo dal tuk-tuk, «Chicken Farm» mi apparve nel suo infinito squallore: un tratturo pieno di pozzanghere dove svolazzavano nugoli di anofele, con ai lati baracchette di lamiera abitate da un’umanità poverissima. Capii in seguito che, quando arriva un cliente, i membri di un’intera famiglia si alzano dai loro giacigli per lasciar posto al puttaniere di turno per una marchetta con una delle loro sorelle, figlie o nipoti. Capita, soprattutto nei villaggi africani più poveri, di ritrovarsi circondati da piccole legioni di bambini che elemosinano una monetina, una caramella o un sorriso. Ebbene lì, in quella stradina senza luci rosse, fummo subito attorniati da coetanee e coetanei dei bambini africani che chiedevano, quasi imploravano, di essere posseduti in cambio di pochi spicci. «Già, qui le ragazze costano solo un dollaro a botta. Posso anche tornarci tutte le sere». Lo guardai un’ultima volta nei suoi occhietti da rettile preistorico, mi girai e me ne andai, senza aspettare che scegliesse la sua giovanissima preda. Se una volta gli orchi erano spesso europei, australiani o statunitensi, da una decina d’anni si sono affacciati in Cambogia mostri più insidiosi, perché più difficili da intercettare, dal momento che si confondono tra i locali. Sono quei pedofili, ormai numerosissimi, che arrivano da Taipei, Hong Kong, Pechino o Shanghai. «Ci sono cinesi che festeggiano 74

la firma d’un contratto comprandosi una vergine cambogiana», mi spiegò Seyla Semleamp dell’Ong Aple (Action pour les enfants). Da quando le autorità hanno cominciato, sia pure blandamente, a reprimere la prostituzione infantile, i prosseneti hanno cambiato le regole del loro commercio. Se una volta le baby prostitute le trovavi negli alberghetti e nei bordelli, oggi bisogna andare nei centri di karaoke e nelle sale di massaggi. «Questa schifosa indecenza è forse più occultata di una volta, ma non meno diffusa», mi disse Rithy Pech, di un’altra Ong che aiuta le vittime di questi soprusi, la Riverkids. «Fino a pochi mesi fa, per esempio, le madri offrivano i loro piccoli sul portone di casa. Oggi continuano a farlo, ma più nascostamente». Il centro che Pech dirige ha sede in uno slum della capitale e offre assistenza sanitaria, educazione, ma anche un piatto di riso ai bambini di strada, la maggior parte dei quali ha subìto violenza sessuale. Sono circa trecento, inzeppati in stanzette senza finestre, ma finalmente sorridenti, perché al riparo dagli orchi. «Quelli che vede sono tutti potenziali schiavi sessuali», aggiunse la Pech. «Quanti di loro lo sono già stati?», le chiesi. «Almeno la metà», mi rispose. In altri santuari dove mi accompagnò Maltoni, questi bambini strappati dai bordelli dove lavoravano da anni cercavano di trovare una ragione per continuare a vivere. Prima di approdarvi, nessuno di loro era mai stato a scuola. Qui veniva loro insegnato un mestiere – meccanico, sarta, barbiere o falegname – per far sì che un giorno fosse possibile reintegrarli nella società. In un centro conobbi Sovannarith Sam, un sedicenne handicappato mentale, che fu ritrovato tra le immondizie di Battambang, nel Nord del Paese, quando di anni ne aveva 10. «Era stato stuprato, più volte. Lo si evinse dal comportamento ossessivo che aveva con i suoi coetanei», mi disse la direttrice. Di solito, i bambini non denunciano i loro padri dai quali sono stati violentati perché sanno che la polizia li arresterebbe e che la famiglia andrebbe in rovina e non avrebbe più 75

di che mangiare. La nuova maledizione per queste piccole vittime è la yahma, micidiale metanfetamina fabbricata in Tailandia, che crea immediata dipendenza e di cui fa uso l’80 per cento delle lolite cambogiane. Margareth Eno, direttrice dell’Ong M’Lop Tapang, letteralmente «Sotto l’albero», che accudisce i cosiddetti beach children, bambini di spiaggia, ricostruiva l’autostima di questi piccoli facendoli recitare: «In alcuni casi, su di loro il teatro ha virtù terapeutiche». A Phnom Penh chiesi a Sylvia Sisowath, cugina dell’allora re Sihanouk e presidente dell’organizzazione Les enfants du sourire khmer, se lo sfacelo di alcune famiglie cambogiane, dove i genitori vendono la verginità delle loro bambine o i loro piccoli a chi li squarta sui tavoli operatori per rubarne gli organi, sia anch’esso imputabile al genocidio perpetrato dai khmer rossi, durante il quale, tra il 1975 e il 1979, fu massacrato almeno un sesto della popolazione del Paese. «Sì, perché quella feroce dittatura con la disumanizzazione collettiva imposta da Pol Pot, oltre ad aver falciato quasi due milioni di vite, ha anche devastato le coscienze così in profondità da consentire tali abomini». È verosimile che i mercanti di bambini di oggi siano gli stessi ex bambini di Pol Pot. Il bordello più grande del mondo Nel bordello più grande del mondo lavorano ragazze grassocce come angioletti barocchi, giunoniche quasi, proprio come piace ai loro clienti. Ma è una pinguedine malsana, morbosa, perché le giovanissime prostitute che incontro a Tangail, cittadina a nord di Dacca, hanno comunque la vita troppo esile, lo stomaco estroflesso, il doppio mento già cadente. Infatti, per guadagnare peso e curve, e rientrare così nei canoni della bellezza locale, la maggior parte di esse assume la cow pill o pillola per le mucche, un farmaco steroideo che si dà ai bovini prima di portarli al macello. «Si chiama oradexon e sull’organismo umano ha effetti devastanti: provoca diabete e attacca il fegato, alza la pressione generando dolorosissime emicra76

nie e crea una forte dipendenza», spiega Iqbal, un assistente sociale che gestisce l’unico presidio sanitario del lupanare e che mi fa da guida. Il bordello di Tangail conta circa mille prostitute, apre le sue porte alle 8 del mattino e le chiude poco prima di mezzanotte. È una città nella città: un intrico di capanne di lamiera, una per ogni ragazza. Al suo interno trovi di tutto, dai negozietti che vendono cibo o veli, pentole e pantofole, a miseri saloni di bellezza. Arriviamo poco prima di mezzogiorno e i vicoli di questo labirinto sono già colmi di uomini infoiati, perché qui il meretricio non è necessariamente un’attività notturna. I clienti sono camionisti provenienti dalla capitale e diretti verso le città del Nord o ragazzi che per arrivare a Tangail impiegano anche una giornata di pullman. C’è chi scherza, sostenendo che qui l’incremento della prostituzione è una conseguenza imprevista del surriscaldamento del clima: in un Paese come questo, circondato dall’acqua, l’effetto serra si traduce con l’innalzamento dei fiumi, l’erosione degli argini, l’impossibilità d’attracco per i traghetti e quindi, per ingannare l’attesa per l’imbarco, in più tempo da trascorrere nei bordelli. La prima ragazza che accetta di incontrarmi si chiama Rupa, ha 18 anni appena compiuti, un bimbo di 3 e uno sguardo che sembra contenere tutta la tristezza del mondo. Dice: «Prendo oradexon da cinque anni e ogni volta che ho tentato di smettere mi è salita la febbre, ho avuto dolori ovunque e mi è scomparso l’appetito. So bene che finché vivrò in questo bordello, sarò costretta a prenderlo, come del resto fanno tutte. Anche perché quando smetti di assumerlo t’imbruttisci immediatamente». Secondo l’Ong Actionaid, che ha lanciato un progetto per spiegare alle ragazze dei bordelli bengalesi gli effetti dell’oradexon, il 90 per cento di esse ricorre a questo farmaco. Ragazze che hanno dai 15 anni in su. A lungo andare, questo steroide può anche uccidere. Quando chiediamo a Rupa se è consapevole dei rischi che corre, se è al corrente 77

che l’oradexon le divora i reni e il fegato, lei alza le spalle, senza rispondere. Di bordelli come quello di Tangail, ossia autorizzati dal governo di Dacca, nel Paese se ne contano diciassette. La prostituzione è legale in Bangladesh, anche se per esercitarla è necessario essere maggiorenni. Ma a Tangail come altrove la legge viene violata di continuo, poiché molte ragazze sono ancora bambine. Come Poppi, per esempio, che avrà sì e no 14 anni, anche se sostiene di averne diciannove. Ma è difficile crederle, perché quando mente sulla sua età è lei stessa la prima a riderne, e perché sebbene il miracoloso oradexon le dia un bell’incarnato e le riempia le gote, non riesce comunque a occultare i pochi anni di questa bambina. Entro nella sua baracca alle 11 del mattino, e Poppi mi confessa di essersi già venduta a quattro uomini. Dice di lavorare per conto di una donna che chiama «sorella». La realtà è ovviamente molto più cruda e molto più crudele, dal momento che Poppi è la schiava di colei che l’ha comprata un anno e mezzo fa e che la sfrutta fino all’esaurimento, senza darle nulla dei due o tre euro guadagnati per ogni rapporto. Poppi si vergogna di dover prendere la pillola per le mucche, perciò sostiene che il suo stato di salute e che le sue rotondità siano frutto delle vitamine che le somministra sua «sorella». «Non sono io che compro le pillole. È lei che me le dà. Per trovarle credo che basti rivolgersi a un farmacista compiacente». Chiediamo conferma alla nostra guida, Iqbal, il quale spiega che l’oradexon è in effetti facilmente reperibile, e che soprattutto è molto a buon mercato. «In un Paese povero come questo, dove non esistono le ricette mediche, chiunque può ottenere lo steroide per pochi soldi. Questo spiega il successo dell’oradexon». Durante il nostro incontro con Poppi, un’ombra continua a passare davanti al telo che oscura la porta della capanna. Scopriremo che quell’ombra è la «sorella», anche se con la ragazza non ha nessun legame di parentela e comunque, vista l’età, potrebbe essere sua nonna. Si chiama Boqul, ha 52 anni e 78

fino al 1995 anche lei faceva la prostituta. Quando smise, non trovando un altro posto dove andare, ha messo su, come dice lei, la sua «scuderia» di ragazze, che compra sia dai suoi stessi parenti, sia al fidanzato, sia da un’altra megera del bordello. In Bangladesh, le ‘protettrici’ sono soprattutto donne e il traffico di carne umana è spesso gestito da loro. Sono mezzane simili alla strega Boqul la quale, per costringere le ragazze ad accoppiarsi con chiunque, più volte al giorno, non esita a ricattarle, segregarle e, quando serve, anche a picchiarle. Alla fine anche Boqul ci lascia entrare nella sua tana, uguale a tutte le altre, ma con in più un ventilatore e un piccolo frigorifero. «In passato anch’io ho preso l’oradexon, e adesso lo do alle mie ragazze: aumenta l’appetito, loro mangiano tanto riso e diventano più carine», racconta la maîtresse bengalese. «I clienti le preferiscono così, in carne. Bastano due settimane a trasformare il corpo delle ragazze, e per prevenire gli effetti collaterali somministro loro vitamine». A Tangail diverse prostitute vivono con il loro babu, così viene chiamato il marito o l’amante, che di solito trascorre la giornata in un bar a bere e fumare con gli amici. È arduo stabilire se siano più ignobili le mezzane o i babu. A Tangail vediamo anche molti bambini che, una volta cresciuti, possono frequentare una scuola di fronte alle porte del megalupanare. «Qui si nasce e si muore, come in qualsiasi altra città», sentenzia Boqul. Dicevo che in Bangladesh per lavorare in un bordello le ragazze devono aver compiuto 18 anni: oltre a conferire l’adiposità necessaria per piacere ai clienti, l’oradexon serve a mascherare l’età delle prostitute più giovani, facendo sembrare già adulte anche le bimbe di 13 anni. Halima, che ci confessa subito i suoi 16 anni, racconta di essere arrivata a Tangail sei mesi fa, dopo la morte dei suoi genitori. Come Poppi, anche lei lavora per una mezzana. Halima, però, ha coraggiosamente deciso di non prendere l’oradexon. E questa scelta le è costata cara. «La prima volta che l’ho ingerito ho vomitato per due giorni di seguito. Mia ‘sorella’ mi ha picchiata e chiusa a chiave nella mia capanna 79

per giorni. Ma alla fine ho vinto io. Quella roba è veleno. Non la voglio. Per fortuna sono abbastanza bella per attrarre tutti gli uomini che desidero. Questa è la mia forza», dice la ragazza. Anche per Halima, come per le altre baby prostitute che incontreremo dopo di lei a Tangail e che si chiamano Rashme, Rosina, Tania o Jorina, questo bordello è una prigione dove per anni saranno costrette a lavorare gratis più di dodici ore al giorno, sette giorni su sette. «La mia vita fa già abbastanza schifo così. E devo anche mettermi all’ingrasso per piacere a qualche depravato, rischiando magari di ammalarmi? No, allora preferisco morire». Tutto è in vendita Due giorni dopo il mio rientro a Roma, il giornale mi spedisce alla fiera della vanità di Maastricht, ossia alla European Fine Art Fair o, se preferite, al più importante salone dell’antiquariato del pianeta, che tutti chiamano con l’acronimo Tefaf, dove devi essere milionario per non sentirti un imbucato. Arrivo il giorno dell’inaugurazione e l’aeroporto della cittadina nel Sud dell’Olanda è intasato da 160 jet privati. In mattinata, mi dice uno degli organizzatori, tra gli stand decorati – tanto per ricordarci che siamo in Olanda – con 100.000 tulipani freschi, saranno stappate 1800 bottiglie di champagne e servite 150.000 tartine tartufate. In questa sagra delle meraviglie i 250 mercanti d’arte più raffinati del pianeta espongono ciò che hanno trovato di più raro e prezioso: dal calamaio Walpole (5 milioni di euro) realizzato da un maestro argentiere nel 1729 per l’allora premier britannico a una scultura di Henry Moore pesante 600 chili (35 milioni di euro), dalla testa marmorea dell’imperatrice Livia (2 milioni di euro) a venti disegni di Andy Warhol (60.000 euro ognuno). Ma il contrasto con quanto ho visto poche ore prima in Bangladesh è così stridente che non resisto a lungo. Dopo aver preso qualche appunto per il pezzo, scappo via. 80

Faccio in tempo a capire però l’arbitrarietà del valore attribuito all’arte: com’è possibile, per esempio, che un quadro del pittore ottocentesco Segantini sia quotato 20 milioni di euro, mentre uno splendido fondo oro senese del Trecento raggiunga appena i 250.000 euro? Ho soprattutto l’opportunità di rendermi conto di quanto sia profonda la frattura di cui parla il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, quell’incolmabile crepa che separa l’1 per cento dei ricchi dal 99 per cento degli altri. Ed è ovviamente grazie a quell’1 per cento di miliardari che esiste il Tefaf. Entrando nello spazio del gioielliere inglese Graff rimango abbagliato da un diamante blu, grosso come una noce. Quando ne chiedo il prezzo mi viene risposto che l’oggetto è stato messo lì solo per abbellire lo stand. «Le hanno detto una bugia», mi spiegherà l’antiquario milanese Giancarlo Ciaroni, nel cui stand sfolgora una statua del Giambologna (1,6 milioni di euro) proveniente da un ciborio smembrato da Napoleone. «Qui è tutto in vendita. Ma forse prima di cedere quel diamante aspettano l’arrivo di un emiro. O piuttosto dei cinesi, nuovi padroni mondiali dell’arte antica». Passeggiando nei corridoi grondanti di tulipani cerco dunque i nababbi dagli occhi a mandorla. Finalmente, vicino a gigantesse bionde che ammanniscono tartine di foie gras e zuppa d’astice tiepida, scorgo una coppia di giovanissime cinesi in total look Chanel – tailleur, cappottino e borsa – scortate da un ragazzo con in testa un cappelletto da baseball che stride con il suo doppiopetto di sartoria. Quando vedo il ragazzo soffermarsi davanti alle tele di antichi maestri senza neanche levare dal naso gli occhiali da sole, capisco che è venuto il momento di tornarmene in albergo. Ma oltre che offensivo e volgare, un lusso così estremo non è anche anacronistico? «No, non necessariamente», mi dice la gallerista romana Alessandra Di Castro, che a Maastricht espone una collezione di pietre dure appartenuta alla duchessa di Berry. «È vero, con la crisi economica il gusto del superfluo può sembrare odioso. Ma, chissà, tra questi ricconi 81

ci sono magari i più grossi finanziatori di progetti umanitari nel Sud del mondo». Di certo, però, non finanziano l’ospedale di Mutomo, oasi di povertà a trecento chilometri da Nairobi dove, sebbene la tri-terapia anti-Aids sia disponibile da quasi vent’anni, l’infezione da Hiv ancora dilaga. Qui conosco suor Mary, missionaria dell’ordine irlandese delle Sisters of Mercy, le sorelle della misericordia, la quale, sorridendo, esordisce così: «Che cosa gli direi al papa? Gli spiegherei come si muore di Aids. Nient’altro». Già, in questa regione del Kenya l’Aids continua ad essere la prima causa di morte: nel distretto di Mutomo, che conta circa 150.000 abitanti, sono state registrate negli ultimi sei mesi 1800 nuove infezioni. «Ma le persone colpite sono sicuramente molte di più». Atterro a Mutomo con un piccolo aereo dei Flying doctors, i «dottori volanti» dell’organizzazione umanitaria Amref, che di solito arrivano fin qui solo quando è necessario evacuare un ferito grave. Come altre cittadine keniote, da qualche anno anche Mutomo è afflitta da una siccità senza precedenti, che non fa che peggiorare l’endemica povertà dei luoghi. Te ne accorgi dalle strade sempre più sfondate, dai rifiuti che nessuno raccoglie più, dal poco cibo che offre il mercatino locale. In tanta miseria, l’eccezione è proprio l’ospedale gestito dalle Sisters of Mercy, con le bouganville in fiore e i muri verde acqua recentemente ridipinti. Nell’ufficio di suor Mary l’odore di disinfettante è così forte che quasi stordisce. Sulla porta è affisso un manifesto del governo di Nairobi che incoraggia l’uso del profilattico. «Lo so, il messaggio della Chiesa è chiaro: no ai condom. Ma se lavori in un posto come questo, non puoi non distribuirli a chi è sieropositivo», si schermisce la religiosa. «So anche che per evitare il contagio, di sicuro al cento per cento c’è solo l’astinenza. Ma come spiegarlo alla gente di qui? Non rimane quindi che il profilattico, che però noi diamo solo ai malati o a chi accetta di farsi il test antiAids. Gli altri, i condom li trovano in città». 82

Quando le chiedo che cosa dice il vescovo della sua diocesi, suor Mary alza gli occhi al cielo. «Che cosa vuole che dica? Non s’impiccia di quello che facciamo in ospedale. E poi noi mica pubblicizziamo il nostro programma per evitare i contagi». Grazie ai fondi che ricevono da diverse organizzazioni internazionali, tra cui la Clinton Foundation, le suore cattoliche di Mutomo riescono a distribuire gratuitamente anche le terapie antivirali. «Il problema è che di solito, prima di venire da noi, chi è stato contagiato prova tutte le terapie alternative possibili, soprattutto quelle che suggerisce la superstizione degli stregoni o dei guaritori africani. Quando finalmente si presentano in ospedale, sono già malatissimi, con una carica virale altissima e pochissimi anticorpi nel sangue». Dei 124 letti di cui dispone l’ospedale, quasi la metà è occupata da malati di Aids. I bambini sono separati dagli adulti, mentre nelle camerate chi è colpito da immunodeficienza acquisita convive con altri moribondi, che hanno magari gravi forme di malaria o di tubercolosi. I pazienti infetti dall’Hiv li riconosci per la loro magrezza. Alcuni sembrano scheletri con la tosse. «Oggi le donne contagiate sono le più numerose, ma abbiamo anche molti bambini. I pazienti sotto terapia sono circa 1600», dice suor Mary. Quando entriamo nel reparto pediatrico, i piccoli con l’Aids stanno tutti dormendo, forse perché nel sonno il loro organismo è meglio armato per combattere la guerra contro il virus. Alcuni bambini sudano, altri invece tremano come foglie. Le suore di Mutomo avevano accolto con gioia le parole di Benedetto XVI: per la prima volta un pontefice giustificava in alcuni casi l’uso del preservativo come prevenzione dell’Aids. Raccontiamo a suor Mary che il Vaticano ha in seguito smentito in parte quanto sostenuto in un primo momento dal papa tedesco, ma lei non sembra stupirsi. Poi, col candore di chi è abituato a convivere con la morte e a portare sollievo a chi soffre, aggiunge: «Poco importa che cosa pensano a Roma, che è così lontana da un posto povero e remoto come Mutomo. Qui l’Aids continua ad essere una piaga. Ognuno 83

deve decidere con la propria coscienza che cosa fare. E io ho deciso di essere favorevole alla distribuzione dei profilattici». Al momento di salutarci, quasi sottovoce, suor Mary esprime una sua preghiera: «Quando torna a Roma, se le capitasse d’incontrare il papa, gli porti i miei migliori auguri e gli dica che a Mutomo lo amiamo molto». Il prelievo del sangue Il morto che cammina mi accoglie nella sua casetta di fango e paglia, dove d’inverno fa così freddo che nessuno si toglie mai né i guanti né il cappello. L’uomo si chiama Liu Shijun, ha 43 anni e tra il 1992 e il 1995, incoraggiato dalle autorità della sua provincia, e costretto dalla povertà, vendette il proprio sangue, 550 volte. Quei soldi gli servirono a pagare le tasse, mandare i figli a scuola, acquistare concime e sementi. Racconta Liu Shijun: «Tutti ripetevano che era un atto glorioso donare il sangue. Per me fu soprattutto il modo di sbarcare il lunario». Ma i guadagni realizzati allora gli saranno verosimilmente fatali: nel corso di quei continui prelievi, Shijun fu contagiato dall’Aids. Fiaccato dal male, non riesce più a lavorare, soffre di violenti mal di testa e di dolori alle ginocchia. Ogni sera gli sale la febbre e, per via della diarrea, nell’ultimo anno ha perso 20 chili. La prima infezione opportunistica, probabilmente una polmonite, lo ucciderà. «Vede – mi dice il contadino mostrando un braccio coperto di piccole pustole – i funghi hanno già cominciato a mangiarmi il corpo». Entro clandestinamente a Donghu, il villaggio di Liu Shijun. Arrivo di notte, percorrendo sentieri di campagna anziché la strada maestra che proviene da Pechino, perché l’ingresso è ancora vietatissimo ai giornalisti. Nei mesi scorsi, numerosi inviati sono stati fermati dalla polizia ed espulsi dal Paese. Dei malati come Liu Shijun, il mondo non deve sapere nulla. Per il regime cinese sono un segreto di Stato. Negli anni Novanta, la maggior parte degli adulti di Donghu 84

vendette il sangue. L’80 per cento di loro è oggi sieropositivo. Come nell’Africa più colpita o, se possibile, peggio. Perché nella provincia proibita dell’Henan, mille chilometri a sud della capitale, l’Aids è una realtà che le autorità continuano a negare. Perché in questa Cina ancora rurale, arcaica e poverissima, i sieropositivi rappresentano la prova di uno dei più clamorosi errori sanitari di tutti i tempi. E, infine, perché i colpevoli andrebbero tutti cercati nei ministeri di Pechino. Nel sovrappopolato Henan, i villaggi maledetti sono centinaia: un milione e mezzo di contadini sono stati contagiati dall’Hiv. Una catastrofe provocata da un business sordido e redditizio: la raccolta di sangue per i laboratori farmaceutici, effettuata senza le minime misure d’igiene. «La mattina mi prelevavano mezzo litro di sangue e mi pagavano 40 yuan (6 euro). Poi, nel pomeriggio, me lo reiniettavano leggermente ‘impoverito’, così mi dicevano, per non farmi perdere le forze». Nelle stazioni itineranti di raccolta, il sangue era centrifugato in grossi contenitori per separare il plasma dai globuli rossi. Il plasma era venduto alle industrie produttrici di vaccini o di farmaci per il mondo ricco. I globuli rossi venivano invece nuovamente inoculati ai donatori per evitare l’anemia e per incoraggiarli a ripresentarsi nei giorni successivi. Ma questo sangue privo di plasma proveniva da grandi calderoni che contenevano i prelievi effettuati a centinaia di persone, sia pure appartenenti allo stesso gruppo sanguigno. Bastava che una di esse fosse infetta per contaminare tutte le altre. Messe alle corde dagli esperti delle Nazioni Unite, che hanno pubblicato un rapporto dal titolo eloquente (L’Aids in Cina: una sfida titanica), le autorità di Pechino hanno finalmente riconosciuto la gravità dell’epidemia di Hiv nel loro Paese, dichiarando che il virus stava dilagando in 23 delle 30 province cinesi. A Shanghai c’è un laboratorio che ha messo in commercio la prima tri-terapia anti-Aids interamente made in China. Ma questa viene somministrata solo ad altri malati: le prostitute, gli omosessuali, i tossicodipendenti. Non ai sieropositivi 85

dell’Henan, che per Pechino continuano a non esistere, e che rischiano di finire in galera soltanto per aver parlato con un giornalista. Un’eventualità che non spaventa Liu Shijun: «Mia moglie mi ha abbandonato l’anno scorso e tra qualche mese sarò morto: che m’importa della prigione?». Come molti villaggi di questa regione, Donghu si snoda lungo una stradina incastrata tra due montagne, sulle cui ripide pendici, da secoli, i contadini coltivano minuscoli terrazzamenti. A pochi metri dalla casa di Liu Shijun c’è quella di Huo Shulao, che da tre settimane non si alza più dal letto. Quando m’avvicino, lui mi guarda con occhi vuoti, sgranati. Anche lui è un ex donatore di sangue, e il virus gli ha già attaccato il cervello. Sotto al suo giaciglio c’è qualche flacone vuoto di glucosio. Niente di più per alleviare il suo patimento. Neanche un’aspirina per l’emicrania. Figuriamoci un antivirale. Lo accudisce la moglie, Yang Jinxiu, anche lei sieropositiva, per il momento senza sintomi manifesti. Dice: «L’anno scorso, dopo un mese d’insopportabili sofferenze, portai mio marito all’Ospedale del Popolo, nel capoluogo Zhumadian. Appena si accorsero che aveva l’Aids, ci dissero che dovevamo andar via, perché lì c’erano dei malati. Ci dissero anche di non farci più vedere. Una sola cosa mi preoccupa: che ne sarà dei nostri figli quando noi non ci saremo più?». Anche in Africa, l’Aids è un morbo demonizzato, ma i suoi malati sono trattati con più compassione. Ora, come nei Paesi africani più devastati dal male, anche nell’Henan si sta presentando il problema degli orfani dell’Aids. Dong Shumin, 10 anni, magro come un chiodo e vestito di stracci, è uno di questi. Il padre è morto lo scorso aprile; tre mesi fa la tubercolosi ha fulminato sua madre. «Da allora devo pensare a me stesso, e non ho mai di che cenare», si lamenta il piccolo Shumin, che dalla scomparsa dei genitori vive nella casa del vecchio nonno. In queste freddissime campagne, l’Hiv uccide senza tregua. Uccide mariti e mogli, spesso a pochi mesi gli uni dalle 86

altre, perché insieme andarono a vendere il sangue. Per loro l’Aids è stata a lungo una malattia misteriosa. Un male che qui comincia sempre con la stanchezza, una stanchezza morbosa; e il cui esito, per i contadini dell’Henan, è sempre lo stesso. Dieci mesi dopo, arrivo nella città ideale della Cina, dove non ci sono né poveri né vecchi, ma soltanto studenti e imprenditori che passeggiano lungo strade piene di librerie, ristoranti giapponesi e supermercati dell’high tech. A Shenzhen vedi solo automobili di grossa cilindrata, Bmw, Mercedes, Lexus: andare in bicicletta è il vezzo di chi vuole mantenersi in forma. Qui si guadagna molto più che a Pechino e Shanghai; il salario medio è dieci volte superiore a quello del Paese. Eppure vent’anni fa questa giungla di grattacieli lunga trenta chilometri e larga venti era un villaggio di pescatori. Oggi conta 9 milioni di abitanti. E in Cina la sua fama volge al mito. La città artificiale fu ideata e fortemente voluta da Deng Xiaoping. Nel 1980, il «piccolo timoniere» varò il progetto Shenzhen con l’ambizione di realizzare un paradosso: la chimera di un capitalismo leninista. Creò dunque questa zona economica speciale con grosse agevolazioni fiscali per gli investitori stranieri, ma chiusa da una frontiera che lasciava filtrare soltanto la crema della società cinese. Oggi, quel sogno è diventato una realtà che per molti prefigura il paradiso. Lo stipendio di un funzionario si aggira intorno all’equivalente di 2000 euro al mese, un’enormità per i canoni cinesi, se si pensa che un contadino dello Henan non riesce a racimolare più di un decimo di quella somma in un anno. Da quando Deng proclamò che «arricchirsi è glorioso» frotte di architetti, avvocati e industriali sono sbarcati a Shenzhen. Il flusso di questa immigrazione di colletti bianchi è in continuo aumento, mentre le autorità cittadine inviano i propri emissari nelle università americane per offrire ponti d’oro agli studenti di origine cinese disposti a tornare in patria. 87

La sera, sul largo viale che costeggia il Gran Teatro di Shenzhen, sotto una gigantografia di un Deng Xiaoping sorridente e bonario, teenager dai capelli ossigenati si divertono con lo skateboard. Conoscono a memoria le canzoni di Lady Gaga e a scuola hanno letto libri di Mark Twain e di Hemingway, sia pure tradotti in cinese. L’inglese viene insegnato sin dall’asilo, e da tempo la cultura occidentale arriva a questi ragazzi con i canali della televisione di Hong Kong. L’ex colonia britannica dista appena trenta chilometri e la sua influenza è stata determinante, soprattutto dopo aver fatto di Shenzhen il proprio bacino produttivo. In compenso la città voluta da Deng è riuscita a carpire da Hong Kong i segreti dei suoi preziosi meccanismi finanziari. Il mese scorso è stato attivato un servizio di aliscafi che da Shenzhen porta direttamente all’aeroporto internazionale di Hong Kong, senza dover attraversare il servizio doganale. E presto verrà ultimato il ponte che collega le due città. L’obiettivo sembra quello di realizzare una gigantesca metropoli bicefala con 16 milioni di abitanti. Intanto, a Shenzhen l’utopia si è fatta concreta, materiale. La miracolosa città artificiale cerca di emulare la sorella Hong Kong, quanto meno sull’ostentazione del lusso. Vent’anni fa, i pescatori locali erano così poveri che per proteggersi dal freddo l’inverno e dal sole l’estate si passavano pennellate di pece sulle gambe nude. Oggi, l’iscrizione annuale allo Yachting Club di Shenzhen costa 100.000 dollari. «Ma è più pacchiano il finto Palazzo Ducale grandeur nature o sono più ridicoli gli inservienti cinesi costretti a travestirsi da gondolieri?», mi chiedo arrivando al Venetian Hotel di Macao, che consiste in 3000 stanze, 55.000 metri quadrati di sale da gioco e decine di ristoranti, bar, negozi, gioiellerie. Il cugino asiatico dell’omonimo albergo-casinò di Las Vegas è pieno dal 1° gennaio al 31 dicembre, come lo sono il Conrad, lo Sheraton, l’Holiday Inn e il Grand Hyatt che gli svettano di fronte e, un po’ più là, gli altri megahotel di Macao, tut88

ti con le loro slot machine, i loro tavoli di baccarat, roulette e blackjack. «L’ex colonia portoghese, dove oggi vivono 500.000 persone, conta un solo ospedale e 36 casinò. Un secondo ospedale dovrebbe essere ultimato nel 2019, assieme ad altri sei casinò», mi spiega il documentarista Simon Yung che sul boom dell’ex colonia portoghese, diventata negli ultimi anni la nuova capitale mondiale dell’azzardo, ha realizzato un video per una televisione di Pechino. Arrivo in aliscafo da Hong Kong, assieme a una nutrita comitiva di turisti cinesi e non, e per il check in veniamo accolti alla reception del Venetian da dodici solerti ragazze in uniforme che parlano tutte mandarino, cantonese, inglese e portoghese. Il prezzo di una camera, spiegano, può variare dai duecento ai duemila euro in base alla grandezza del letto, ma anche alla prossimità delle stanze ai tavoli verdi. Più vicine sono, più costano. Un corridoio affrescato con putti tiepoleschi e giunoniche contadine settecentesche conduce verso la ciclopica sala giochi. Alla prima occhiata, resto stordito da una folla di cinque o seimila persone che punta, urla, sputa, esulta o bestemmia. Buona parte di esse fuma. Accanitamente. E al puzzo di sigaretta si mischia quello delle zuppe allo zenzero o degli spiedini di ali di pollo che i giocatori si concedono tra una puntata e l’altra. Al loro vociare s’aggiunge l’assordante rumore elettronico delle slot machine, il frastuono che proviene da un bar dove s’esibisce un gruppo rock, i violini delle Quattro stagioni di Vivaldi che incongruamente diffondono gli altoparlanti dell’hotel, gli strepiti di un nutrito gruppo di studentesse americane in visita nella Babele cinese dell’azzardo. Per riguardo allo straniero, il croupier del primo tavolo dove, senza farmi illusioni, decido di tentare la sorte si esprime anche in inglese. Dopo la roulette, dove le mie piccole fiches sfigurano di fronte a quelle da mille dollari di Hong Kong puntate da giocatori decisamente più audaci e più ricchi, opto per il blackjack. Qui, la donna che distribuisce le carte parla solo cinese. C’intendiamo a gesti: carta o sto. In 89

cinque minuti perdo anche i pochi dollari sopravvissuti alla roulette. Come mi racconta Simon Yung, l’esponenziale crescita economica di Macao si può misurare con i grattacieli che si stagliano contro il cielo, ma anche con il prezzo del mattone, raddoppiato nell’ultimo anno, così come in quello precedente, o con le fortune puntate sui tavoli verdi «che hanno eguagliato lo scorso anno la somma di tutti i contanti ritirati con le carte di credito negli Usa, pari a quasi seicento miliardi di dollari». Città semiautonoma per un’altra quarantina d’anni, questa è la sola località cinese in cui è consentito giocare d’azzardo e sui suoi popolosissimi ventinove chilometri quadrati questa industria produce entrate pari a 33 miliardi di dollari. I suoi casinò attirano una trentina di milioni di turisti l’anno, la maggior parte dei quali sono giocatori cinesi. Ora, sebbene le autorità di Pechino abbiano recentemente deciso di limitare l’ingresso a Macao, le acque limacciose del delta del Fiume delle Perle che collegano l’ex colonia portoghese a Hong Kong e ad altri porti del Sud della Cina sono continuamente solcate da miriadi di traghetti e aliscafi. Mentre al suo aeroporto atterrano voli da Shanghai, Canton o Chongqin, ma anche da Tokyo, Nuova Delhi, Giakarta o Islamabad. Per le strade della città il traffico è invece perennemente intasato dagli oltre duemila pullman che servono a smistare i turisti in arrivo o in partenza. Anche se la leggenda racconta che qui il gioco d’azzardo era già florido 1500 anni prima di Cristo, fino a vent’anni fa Macao produceva solo giocattoli, fuochi d’artificio e fiori finti. Oggi la sua crescita ha toccato cifre da primato, perfino per gli standard cinesi, raggiungendo il 19 per cento annuo. Il turismo di massa e l’improvvisa, sostanziosa ricchezza dei cinesi l’hanno resa la capitale dell’azzardo, dove il cittadino medio guadagna di più di quello europeo, dove si costruisce giorno e notte, dove i casinò fanno più soldi che a Las Vegas. Perciò, i magnati statunitensi del settore sono accorsi a investire qui, anche se sono stati costretti a spartirsi la grossa torta 90

del gioco con le triadi della mafia cinese, che nell’industria dei casinò hanno trovato il modo più veloce e redditizio per lavare i propri soldi. I casinò di Macao forniscono agli imprenditori Stephen Wynn e Sheldon Adelson, proprietari di mezza Las Vegas, due terzi del loro fatturato globale. Ovviamente, la città vive anche grazie a tutto ciò che s’accompagna al gioco d’azzardo e al turismo da esso generato. E non mi riferisco soltanto alla prostituzione, che al Venetian si materializza alle 2 del mattino, con eserciti di giovanissime cinesi che improvvisamente cominciano a sciamare discinte tra i tavoli da gioco. A Macao, tutte le grandi marche di orologi hanno uno o più negozi, così come gli stilisti occidentali più famosi. Lo stesso vale per gli chef più stellati, che hanno aperto lì una succursale del loro ristorante, per le marche di profumi, gioielli, automobili, penne stilografiche, scarpe, cravatte, pellicce e via elencando.

L’Eden rinato

La vita appare di colpo, dietro l’argine di un invaso prosciugato. Dove finisce il petroso deserto iracheno si schiudono le paludi della Mesopotamia, patria di branzini e storioni giganti. Non vedo i loro predatori, lontre e sciacalli, perché se ne stanno acquattati tra i canneti. Ma uccelli, sì, tanti: con lo sguardo incrocio di continuo pennuti in volo, e tra questi riconosco aironi, egrette, anatre, cormorani, aquile, pellicani. I più numerosi sono i martin pescatori che, chiudendo le loro ali scintillanti, si tuffano veloci come proiettili, riemergendo con un pesciolino stretto nel becco. Tutto è meravigliosamente scenografico, dal placido bufalo che quando passi gira pigramente la testa, ai pescatori che s’avvicinano silenziosi su piroghe che governano con lunghe pertiche. Questa sconfinata distesa di giunchi e acque smeraldine, alla confluenza del Tigri e dell’Eufrate e a un centinaio di chilometri da Nassiriya, ha le sembianze di un paradiso. O, meglio, le ha ritrovate dopo che Saddam Hussein, per dare la caccia ai suoi oppositori, le prosciugò quasi per intero. «Prima che il rais costruisse le dighe, proprio dove stiamo navigando adesso l’acqua era profonda quattro metri. Pochi anni dopo, in questo stesso luogo camminavi su terra riarsa e spaccata dal sole. Adesso ci sono di nuovo due metri d’acqua e la vita è tornata a splendere con generosità», dice il sessantenne Jassim al-Asadi, ambientalista locale e nostra guida in questo Eden rinato. Una volta, le paludi dell’Iraq meridionale erano grandi come il Belgio, ma nel 2003, alla vigilia della caduta del regi92

me di Baghdad, la loro superficie si era ridotta di oltre nove decimi. Infatti nel 1990, durante la prima guerra del Golfo, questi acquitrini divennero il teatro di una sfortunata rivolta contro Saddam, prima incoraggiata e poi dimenticata dagli americani: i primi rastrellamenti dell’esercito iracheno furono spietati, ma non risolutivi. Perciò per snidare i guerriglieri sciiti che si nascondevano nella regione, il dittatore iracheno costruì due dighe sul Tigri e sull’Eufrate per prosciugarla interamente. Migliaia di persone morirono di stenti, e molte altre furono costrette a trasferirsi in Iran o nel Nord del Paese. Furono distrutti villaggi, avvelenate le acque dei pozzi, bonificate le terre e compiuti orrendi biocidi. «La persecuzione di Saddam contro gli arabi delle paludi provocò la scomparsa di un preziosissimo ecosistema e di una civiltà millenaria, quella dei villaggi galleggianti, che mai potrà rinascere. Questo doppio crimine fu uno dei principali capi d’imputazione di cui Saddam dovette rispondere al processo che gli valse la forca», dice ancora Jassim che negli ultimi anni, allo scopo di salvare queste paludi, ha convogliato qui scienziati e filantropi da tutto il pianeta. La strada che fu costruita da Saddam per penetrare con i suoi blindati nel cuore delle paludi prosciugate e massacrare i suoi oppositori è oggi sommersa da mezzo metro d’acqua e viene usata soltanto dai bufali per trovare nuove praterie di iris acquatici da sgranocchiare. Ecco che da un ciuffo di canne si alza in volo un’aquila solitaria, mentre ci avviciniamo a uomini che scaricano dalle piroghe il frutto della loro pesca miracolosa: secchiate di guizzanti pescetti dorati che al mercato di Nassiriya venderanno a meno di un dollaro al chilo. «Molti usano una dannosissima canna elettrica per catturare il pesce, che a ogni scarica uccide uova, insetti, vermetti e tutta la microfauna della palude», spiega l’ambientalista. Poco più in là, incrociamo un cacciatore armato di doppietta. La sua piroga è più corta delle altre per potersi addentrare più facilmente nel fitto dei canneti e sparare alle gallinelle d’acqua e ai germani. «Da quando è tornata l’acqua, 93

arrivano pescatori e cacciatori da ogni parte del Paese, i quali, anche se è tutt’altro che facile navigare in queste paludi senza perdersi, compiono enormi disastri». La prima volta che vidi queste paludi fu nel 2004: le sorvolai in elicottero assieme al generale Corrado Dalzini, capo del contingente italiano in Iraq. Erano ancora più ristrette, perché l’acqua aveva appena cominciato a refluire. Allora, tra la base miliare di Nassiriya e le paludi c’erano ancora zone infestate dai miliziani dell’esercito del Madhi, perciò l’elicottero avanzava in volo tattico, ossia a pochi metri dal suolo per scongiurare i rischi di esser colpito. Per via del prosciugamento delle paludi gli uccelli acquatici s’erano concentrati fino all’inverosimile. Ho impressa nella memoria la quantità di volatili che si levavano in volo al nostro passaggio, formando come onde di uccelli ai lati del velivolo. In queste remote maremme non era ancora stato costruito il locale ecomostro, che Jassim mi indica con un’espressione di profondo disgusto. È un bulbo gigante, alto 45 metri e ricoperto di pannelli argentati, che si erge su un isolotto in mezzo al nulla. Eretto per ricordare i martiri uccisi da Saddam, questo raccapricciante santuario è costato diversi milioni di dollari, anche se a Chubaish, la più vicina cittadina sulla terraferma, non c’è neanche un ospedale. Più in armonia con l’ambiente sono le case di giunchi che colonizzano un’altra isoletta, a mezz’ora di navigazione dallo sproporzionato santuario. Ci abitano, assieme agli ubiqui bufali, quattro famiglie provenienti da una regione dove l’acqua non è ancora tornata, e probabilmente non tornerà più. «La leggenda vuole che la popolazione locale sia di origine sumerica, ma recenti studi genetici smentirebbero questa poetica ipotesi: le paludi sarebbero state più prosaicamente popolate da ondate di migrazioni provenienti dalla vicina penisola arabica. Fatto sta che se una volta in questo luogo unico al mondo viveva mezzo milione di persone, oggi ce ne sono meno della metà». Dal 2003 è stato riportato alla vita circa un terzo dell’estensione delle paludi prosciugate, ma difficilmente l’acqua 94

tornerà a ricoprire la superficie di una volta. «Dei 2000 chilometri quadrati che erano sopravvissuti alle devastazioni di Saddam, siamo riusciti a riportarle a circa 3600 chilometri quadrati. Un risultato che è ancora lontano dai 5600 chilometri quadrati che si era prefisso il Ministero delle Risorse idriche dopo la caduta del regime. E lo sa perché? Perché la portata dei fiumi che le alimentano è molto diminuita, non solo per il surriscaldamento, ma anche per via delle dighe sul Tigri e sull’Eufrate costruite sul tratto turco e siriano e che diminuiscono ulteriormente la portata dei fiumi», spiega Jassim, il quale si dice preoccupato da altri due fattori potenzialmente nefasti. Il primo consiste nell’aumento esponenziale dell’inquinamento delle acque dei due fiumi. L’altro è la conseguenza della ‘bonifica’ operata da Saddam che, con la desertificazione della regione, ha fatto salire di almeno 5 gradi temperature che erano già infernali. Le autorità irachene chiedono ora di porre l’area sotto l’ombrello dell’Unesco e stanno lavorando alla creazione di un parco naturale all’interno di questo fragile scrigno naturalistico. Dopo decine di progetti destinati a salvaguardare il paradiso mesopotamico, gli esperti rimangono scettici sul futuro di queste paludi, perfino per le sue parti meno compromesse. I più pessimisti sono certi che, senza un grosso intervento internazionale, il luogo che le antiche popolazioni del Mediterraneo identificavano con il Paradiso terrestre potrebbe definitivamente scomparire. Per evitare che diventi una maleodorante cloaca di acqua inquinata e senza vita, ogni carta può essere giocata. Intanto, Jassim ha un sogno: gemellare la sua amata palude con la laguna di Venezia. Arrivo a Chubaish in macchina da Baghdad, in quei giorni martoriata dagli attentati. A volte se ne contano più di uno al giorno, con una media di un centinaio di vittime la settimana. Al confronto, le sciite Bassora e Nassiriya, a sei-sette ore di macchina dalla capitale, lungo un’autostrada puntellata da una cinquantina di checkpoint, sono sicure come paesini 95

di montagna svizzeri. Prima di lasciare Baghdad, sono stato ricevuto all’interno della blindatissima Green Zone – la città nella città, circondata da mura invalicabili – dal generale Abdul Amir Alshamry, capo della squadra antiterrorismo in Iraq. Di fronte al il totale fallimento del suo operato nei confronti dell’offensiva terrorista, il militare mi ha mostrato le confessioni estorte ai pochi miliziani catturati, ossia a quelli che non hanno fatto in tempo a farsi saltare in aria in mezzo alla folla, come per giustificare la sua Caporetto con la ferocia dei suoi nemici. Mi sono accorto allora che i carnefici possono avere la barba curata e la faccia della gente qualunque. E che è possibile che tra i kamikaze ci siano uno studente in giurisprudenza, un meccanico e un cassiere di banca. Non so con quale metodo il generale abbia ottenuto le ammissioni dei loro crimini, ma nel video i qaedisti raccontavano, chi sommessamente e chi teatralmente, l’attacco contro un penitenziario o l’ultima autobomba che avevano fatto esplodere in un mercato o davanti a un commissariato. Tutti comunque, anche con i polsi ammanettati e la tuta dei carcerati, si dichiaravano solennemente “soldati” di Al Qaeda. «Sono stati catturati grazie alle misure adottate per fronteggiare la nuova ondata terroristica: abbiamo rafforzato i posti di blocco che circondano la capitale, fornito cani antiesplosivo alle forze di sicurezza, raggruppato le diverse agenzie di intelligence e liberato in cielo un dirigibile munito di telecamere per controllare i movimenti sospetti», mi ha spiegato il generale Abdul Amir al-Shammari. La nuova ondata di attacchi di cui parlava ha reso più nervosi perfino gli abitanti di Baghdad, da anni abituati alle stragi peggiori. In qualsiasi altra capitale del pianeta l’esplosione di sedici autobombe in una sola mattinata, come era accaduto due settimane prima, sarebbe stata registrata come un evento epocale. Non qui. Negli ultimi dodici mesi ci sono già state una quarantina di esplosioni a catena, coordinate tra loro per renderle ancora più mortifere e devastanti. Questa era e talvolta ancora è la quotidianità di Baghdad. Nel regno 96

di Al Qaeda o delle milizie sciite, e oggi anche dello Stato islamico, la violenza è ovunque. Un incubo che entra anche nelle case con le soap opera trasmesse dalla tv irachena, le cui sceneggiature mimano gli attentati, i rapimenti, le torture e gli ammazzamenti della vita reale. Bastano poche cifre per descrivere l’orrore in cui sono ripiombati nel 2013 gli iracheni a causa delle loro roventi lotte interne, quasi sempre a sfondo etnico o religioso, quando gli attacchi terroristici hanno provocato seimila morti. Solo nell’ottobre di quell’anno sono state uccise mille e cento persone, tra cui novecento civili. E sono esplose cinquecento autobombe, la metà delle quali nella capitale, mentre un centinaio di kamikaze imbottiti di tritolo si sono fatti saltare in aria in uno stadio, in una caserma, in una scuola, durante un funerale o dentro una moschea con i fedeli in preghiera. Eppure, l’enorme mercato di Al Shourja, uno dei più bersagliati nelle ultime settimane, è straripante di gente, animato, ricco di ogni ben di Dio. Mi è bastato evitare l’ingresso, dove tre auto accartocciate dal tritolo testimoniano dell’ultima ecatombe, per ricavarne un’impressione che contraddice le cronache di guerra. Dopo aver oltrepassato banchi di grosse carpe boccheggianti appena pescate nel Tigri e piramidi di melograni maturi, arrivo nel piccolo ufficio di Saad Shaick, di professione importatore di cardamomo. Quest’omino con gli occhi sporgenti e i capelli unticci, che vive avvolto in un ottenebrante profumo di spezie, mi spiega che nessuno rivendica mai gli attentati. «Ma noi iracheni sappiamo bene chi sono i responsabili. Lo capiamo dai mezzi usati per uccidere. Quando c’è un kamikaze, il mandante è sempre Al Qaeda. Lo stesso discorso vale se fanno ricorso a un’autobomba. Se invece sono bombe che esplodono sul ciglio di una strada, allora gli autori sono estremisti sciiti: quello è il loro copyright». Quando gli racconto delle misure adottate dal governo, Shaick scoppia a ridere: «E pensano di sconfiggere il terrorismo usando un palloncino?». Uscito dal mercato lo vedo anch’io, il dirigibile librato in cielo dalla squadra dell’antiter97

rorismo: un puntino in lontananza, sospeso tra le nuvole, le cui telecamere dovrebbero scrutare una città di nove milioni di abitanti, estesa come Los Angeles. Le autorità giurano di aver arrestato centinaia di persone e di averne uccise altrettante, ma nulla frena le critiche nei confronti del governo, accusato di non saper calmare la rabbia dei sunniti che si sentono discriminati dagli sciiti al potere e perseguitati dalle forze di sicurezza. Questa collera è tuttora la linfa che alimenta gli arruolamenti tra gli insorti dello Stato islamico, e che rende difficilmente espugnabili le regioni conquistate dalle forze del Califfato. Per molti l’unico colpevole del disastro iracheno è l’ex premier Nuri Kamal al-Maliki, che dal 2005 al 2014, ossia nei nove anni che ha governato il Paese, ha sempre dovuto destreggiarsi tra gli americani che gli hanno consentito di arrivare al potere e gli iraniani che ce l’hanno mantenuto. Secondo Taleb Bahar, presidente della tv Al Rasheed e professore di economia all’Iraqi University, l’Iraq è ostaggio dei Paesi limitrofi: «Siamo un teatro di guerra dove si combattono due conflitti: uno globale e uno regionale. Ora, chi ci attacca vuole anche indebolirci economicamente, perché nessuno ha voglia di investire in un Paese così insicuro. Senza contare che a nessuno dei nostri vicini interessa un Iraq pacificato. Per uscire da questo caos bisognerebbe anzitutto sciogliere le milizie, sostituire gli incapaci e i corrotti che gestiscono il Paese e soprattutto sgominare il terrorismo». Ma per compiere questo miracolo servirebbe un nuovo intervento internazionale. Un luogo santo L’estate successiva, il Califfo lanciò la sua campagna d’Iraq. Quando arrivai a Erbil, il 2 agosto 2014, le brigate nere avevano già preso Mosul e Sinjar e stavano marciando sulla capitale del Kurdistan iracheno. Il 5 agosto la deputata yazida Vian Dakhil richiamò l’attenzione sulle sofferenze del suo popolo 98

in un accorato intervento al Parlamento di Baghdad, denunciando al mondo lo sterminio degli yazidi per mano dei fondamentalisti islamici. La settimana successiva la Dakhil salì su uno dei primi elicotteri che portavano soccorsi alle 40.000 famiglie yazide fuggite in montagna per scampare ai massacri. Ma l’elicottero, forse troppo carico, cadde e lei si ruppe due costole e si spappolò la gamba destra. La deputata fu subito trasportata a Istanbul, dove subì due lunghe operazioni. Rientrata a Erbil pochi giorni dopo, l’incontrai a casa dei suoi genitori. Mi raccontò delle quattromila yazide rapite dalle truppe dell’Isis per usarle come comfort women, schiave del sesso per la truppa. Ad alcune di esse gli aguzzini lasciavano il cellulare: «Per ferirle ulteriormente, le incitano a raccontare nei dettagli ai genitori quello che le fanno i loro rapitori», aggiunse Vian. La settimana successiva, seguendo le indicazioni della deputata, andai al campo profughi di Zakho, a pochi chilometri dalla frontiera turca, dove erano appena approdati migliaia di yazidi da Sinjar, e dove trovai una famiglia che comunicava regolarmente con la figlia, rapita dai soldati dello Stato islamico. Quando chiesi di farmi parlare con lei, il padre ci pensò su qualche minuto, poi la chiamò e dopo averle chiesto se le andava di raccontarmi il suo calvario, mi passò il cellulare. Mayat, la chiameremo così, aveva allora 17 anni e la voce di una bambina. Era, e temo sia ancora, prigioniera in un villaggio nella piana di Ninive, a sud di Mosul, assieme ad altre donne, tutte yazide. «Che cosa mi fanno? Provo troppa vergogna per raccontarlo, e non conosco neanche le parole per descrivere il mio martirio. Ma, la prego, mi aiuti a dire le pene che le mie amiche e io stiamo soffrendo», esordì la ragazza. Nel corso dell’intervista, la sua voce spesso s’incrinava e Mayat cominciava a piangere. All’inizio della nostra conversazione mi chiese anche di non scrivere il suo nome vero: «C’è una parte di me che vorrebbe morire all’istante, sprofondare sottoterra e restarci per sempre. Ma c’è un’altra 99

parte che ancora spera di salvarsi e di poter riabbracciare i genitori. È questa la parte che mi dà la forza di parlare con lei». Mi raccontò di non conoscere il nome della cittadina dove le avevano portate, perché erano arrivate di notte e perché da allora erano rinchiuse in una grande casa, con le finestre sempre sbarrate, da dove non potevano uscire perché sorvegliate a vista da uomini armati. Quando le chiesi che cosa le facevano, mi rispose semplicemente: «Abusano di noi. I nostri aguzzini non risparmiano neanche quelle che hanno un figlio piccolo con loro. Né salvano le bambine: alcune di noi non hanno compiuto neanche 13 anni. Sono quelle che reagiscono peggio a questo schifo. Ce ne sono che hanno smesso di parlare. Una s’è strappata tutti i capelli e l’hanno portata via». Mi disse anche che i supplizi avvenivano all’ultimo piano della casa, dove c’erano tre stanze in cui si svolgevano gli stupri e che le donne chiamavano «le stanze degli orrori». Ogni reclusa era violentata anche tre volte al giorno, da uomini sempre diversi. «Alcuni arrivano addirittura dalla Siria. Ci minacciano e ci picchiano quando tentiamo di resistere. Spesso vorrei che mi picchiassero abbastanza forte da uccidermi. Ma sono dei vigliacchi anche in questo: nessuno ha il coraggio di mettere fine alle nostre sofferenze». Mayat aggiunse che era già finita nelle mani di vecchi, di giovani, di civili e di militari e che, la notte, anche i suoi carcerieri le saltavano addosso. «Dove trovi la forza per non impazzire?», le chiesi. «Me la dà la memoria di quella che era la mia vita prima che cominciasse questo incubo atroce. E anche l’amore dei miei genitori, con i quali riesco a parlare abbastanza spesso. Ma a volte ho l’impressione di non farcela. Sento che se un giorno questa tortura dovesse finire, la mia vita rimarrebbe per sempre segnata da quello che sto subendo in queste settimane. Anche se dovessi sopravvivere, non saprei come cancellare dalla mia mente le scene di questo orrore. È anche per questo motivo che vorrei morire subito. All’inizio chiedevamo ai nostri carcerieri che ci uccidessero, 100

che ci sparassero. Ma siamo troppo preziose per loro. Alcune di noi hanno provato a impiccarsi, ma nessuna c’è ancora riuscita». L’orrore a cui sono ancora sottoposte molte di loro non crea nessuno scrupolo di coscienza ai jihadisti, che hanno risolto una volta per tutte il problema morale di compiere uno stupro con una spiegazione religiosa, poiché le yazide sono ai loro occhi donne «non musulmane» e dunque «infedeli». Non solo, sono state rapite durante la loro conquista di Sinjar, quindi sono considerate bottino di guerra. Mayat mi disse che gli islamisti le paragonavano spesso a capre appena acquistate al mercato delle bestie. Prima di riattaccare mi consegnò la sua ultima preghiera: «Vorrei che gli americani si sbrighino a farli fuori tutti, o che mi centrino con una loro bomba, perché io non so quanto tempo riuscirò a resistere. Hanno già ucciso il mio corpo. Stanno uccidendo anche la mia anima». Pochi giorni prima sono stato a Lalish, piccolo borgo incastonato tra le montagne spelacchiate e riarse del Kurdistan iracheno, dove gli yazidi hanno trovato rifugio nel corso delle sette persecuzioni subìte nei millenni, se si conta anche l’ultima, quella per mano del Califfo. In questo luogo santo che ospita il mausoleo del XII secolo dove fu sepolto il loro amatissimo teologo Ali ibn Musafir, ho incontrato Baba Sheikh, il gran pontefice degli yazidi, il quale con malinconica rassegnazione ha iniziato a enunciarmi i dolori patiti dalla sua gente. I fedeli che gli si parano davanti, suoi devotissimi discepoli o emigranti rientrati da Istanbul, Berlino o Tbilisi, dopo avergli stretto la mano gli porgono il polso che lui bacia e che loro ribaciano in segno di reciproco ossequio. Io gli sorrido e gli tendo la mano, che il papa yazida mi stringe con forza. È un uomo anziano, Baba Sheikh, e massiccio. «Mai prima d’ora siamo stati vittime di una tale violenza. Mai prima d’ora avevano tagliato le teste dei nostri uomini e rapito le nostre ragazze per stuprarle e venderle come schiave. 101

Chiedo perciò al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione per proteggerci dall’odio islamista», mi dice con voce flautata. Baba Sheikh mi riceve in una stanza ventilata e fresca, occupata da solenni divani. Indossa una tunica bianca stretta in vita da una sciarpa nera, e porta un copricapo a forma di aureola. Accarezzando la sua lunga barba ben pettinata, mi spiega che, dopo i massacri islamisti, gli yazidi chiedono protezione al mondo per poter vivere in pace. «Ma senza l’aiuto della comunità internazionale, il mio popolo sarà costretto a emigrare all’estero ed è probabile che tra pochi anni di noi, della nostra cultura e della nostra religione non rimarrà più nulla». A Lalish, la vita dei profughi appena scampati al genocidio jihadista scorre serena. Vedo donne fare il bucato al fontanile, bambini giocare scalzi e famigliole distese all’ombra di gelsi secolari. Qui sono arrivate circa trecento persone, nel loro luogo più santo, meta del pellegrinaggio devozionale cui sono chiamati tutti gli yazidi, sia pure in altre circostanze. Altre decine di migliaia di yazidi, fuggiti prima da Sinjar poi dai monti che sovrastano la città conquistata dalle squadracce del Califfato, affollano invece i campi di Zakho o di Duhok. Il tempio di Lalish ha un aspetto fiabesco, con tetti conici alla cui cuspide sventolano stretti vessilli, con l’altorilievo di un inquietante serpente nero sulla destra del portale principale e con il pavimento ricoperto da pietre biancastre, levigate nel tempo da chissà quanti milioni di piedi scalzi. L’interno è disadorno e spiazzante, perché le colonne sono rigonfie di coloratissimi panni di seta annodati, e perché l’odore delle lucerne dove ha bruciato olio d’oliva impregna ogni cosa. Le sale più stravaganti, per un luogo di culto, sono quelle dov’è conservato l’olio: strette e stracolme di grossi bidoni di plastica, con a fianco decine di giare spaccate e annerite per ricordare dov’era un tempo stivato il loro sacro combustile. In una di queste sale, il religioso che mi fa da guida mi mette 102

in mano uno scampolo di juta spiegandomi che se riesco a centrare, a occhi chiusi, una sporgenza a tre metri da terra, allora un mio desiderio sarà esaudito. Il religioso parla solo curdo e arabo, non ho quindi il modo di chiedergli il significato di questo curioso rituale, che somiglia a un gioco da fiera di paese, ma che possiede sicuramente una sua precisa simbologia in una religione così antica e cabalistica com’è la yazida, che per sopravvivere nei secoli è stata costretta a mischiare sincreticamente zoroastrismo, manicheismo, ebraismo, cristianesimo delle origini e islamismo sciita e sufi. La Mecca degli yazidi – o, se vogliamo, la loro basilica di San Pietro –, che è oggi protetta dall’esercito curdo, dista soltanto un paio d’ore di macchina da Erbil e poche decine di chilometri in linea d’aria dalle terre conquistate dalle brigate del Califfo. Il mese di settembre, per via dei recenti massacri, le annuali feste religiose non vi furono celebrate, come del resto già accade da qualche anno, da quando il mostro islamista ha cominciato a funestare questo popolo pacifico facendo esplodere autobombe per le strade di Sinjar. Verso metà settembre, poco prima di rientrare a Roma, quando i direttori dei giornali non ne potevano più dei pezzi sullo Stato islamico, chiesi al mio autista di portarmi per l’ennesima volta al ‘fronte’, verso Mosul, dove dagli avamposti peshmerga, nel giallo ocra di una terra ormai esausta per il caldo dell’estate, spiccavano le bandiere nere delle postazioni islamiste. A pochi chilometri da lì, al quartier generale delle forze curde, mi presentarono un curioso personaggio appena rientrato a Erbil dopo aver trascorso trent’anni negli Stati Uniti, dove s’era arricchito vendendo automobili. Per ringraziarlo del suo rientro dalla diaspora, i peshmerga l’avevano immediatamente nominato loro generale. Del suo passato americano, l’uomo conservava le scarpe da jogging e l’abitudine di masticare chewing-gum. Dopo avermi spiegato le difficoltà di un attacco contro Mosul, legate al fatto che gli uomini del Califfo si nascondono tra la popolazione civile e 103

perciò ogni offensiva diretta provocherebbe un bagno di sangue, mi chiese se m’interessava di incontrare un jihadista catturato poche ore prima sul monte Zartik. Fu così che conobbi Ahmed Hussein, 29 anni, iracheno di Tikrit e combattente dello Stato islamico, detenuto in una stanzetta senza finestre di un fortino delle retrovie. Hussein è un uomo istruito, ma non mi dice che cosa facesse prima di schierarsi con i jihadisti. Anche lui, come i qaedisti che avevo visto a Baghdad, si dice fiero di appartenere all’esercito del Male. Quando parla, il suo sguardo rimane come incagliato al soffitto, e muove spesso le mani. Mani che, come lui stesso confessa, hanno pugnalato nemici e imbottito automobili di tritolo per farle esplodere nei mercati o davanti alle scuole. «Sono un combattente e non mi vergogno di dire che ho già ucciso. Le nostre brigate non decapitano solo giornalisti stranieri, ma anche poliziotti locali, burocrati, spie e tutti coloro che lottano contro di noi. Ma ho sempre eseguito gli ordini dei miei capi, senza mai prendere io stesso iniziative». Il terrorista mi spiega poi che in ogni villaggio o in ogni città conquistata la prima cosa da fare è separare i ‘buoni’ dai ‘cattivi’, perché chi non sta con lo Stato islamico sta contro di esso. Gli chiedo anche di spiegarmi il perché di tanta crudeltà e tanta macelleria nella loro guerra. Dice Hussein: «Dobbiamo vendicare i fratelli sunniti e difenderli dallo strapotere sciita. Credo che in guerra sia tutto permesso, compresa la crudeltà. Come, del resto, dimostrano gli americani e l’esercito sciita di Baghdad quando compiono i loro massacri sulle popolazioni sunnite. È per questo che la gente sta dalla nostra parte: i sunniti iracheni hanno accolto a braccia aperte i combattenti del Califfato». Gli ribatto allora che non è stato il caso né degli yazidi né dei cristiani della Piana di Ninive, poiché solo nell’ultimo mese erano fuggite 700.000 persone. «Sarebbero potuti restare. Bastava che si convertissero all’Islam. Lo Stato islamico offre cure mediche gratuite, cibo ai più bisognosi, posti di lavoro ai disoccupati. Siamo un grande 104

Stato, a tutti gli effetti. Abbiamo perfino aperto due fabbriche di armi vicino Mosul». Quanto alle condanne dei loro crimini da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e degli imam di molti Paesi arabi, Hussein si scagiona così: «Si tratta per lo più di miscredenti o di uomini con troppi pregiudizi. Non ci spaventano le loro critiche. Gli occidentali ragionano sempre in quanto individui, noi invece in quanto popolo. Poco importa se io muoio, perché i miei compagni continueranno a combattere. E le assicuro che non basteranno tutte le bombe atomiche del mondo a fermarci». Quando gli chiedo se è vero che prima delle battaglie gli islamisti assumano allucinogeni, lui non conferma né smentisce, per poi aggiungere che a molti di loro basta fumare un po’ di erba. Ammette invece che a Mosul molti stranieri combattono al loro fianco. «Sono inglesi, tedeschi, tunisini, libici, afgani, ceceni. Il nostro è un meraviglioso esercito internazionale». Anche per la spaventosa sorte riservata alle yazide rapite, e per il fatto che più che soldati di Allah con quelle poverette i guerriglieri del Califfato si comportano come belve affamate di sesso, il jihadista trova una giustificazione: «Per combattere molti di noi sono costretti a vivere lontani da casa e dalle loro mogli per mesi. E comunque alle yazide offriamo l’opportunità di convertirsi e diventare brave musulmane. Molte hanno già sposato un combattente e si sono trasferite in Siria». Hamed Hussein dice di aver visto una sola volta il suo Califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, a Mosul, quando fece il suo sermone alla grande moschea. «È un uomo molto ricco e molto generoso. Grazie a lui, come ogni altro soldato ricevo ogni mese l’equivalente di 400 dollari. E mi danno anche la benzina e le bombole di gas gratis». Questo soldato della jihad mi dice anche che accetterà con gioia tutto ciò che gli accadrà, perché sarà il suo santo martirio. «Ma nel corso dell’ultimo mese abbiamo catturato molti peshmerga. Io potrei rientrare in uno scambio di prigionieri». 105

L’ultima guerra europea All’inizio della mia carriera mi toccò un servizio cupo, a tratti rivoltante: seguire quei medici rianimatori che la notte portano soccorso a feriti gravi o a malati moribondi a bordo delle ambulanze. Per scrivere quell’articolo mi trasferii per dieci giorni nella caserma dei pompieri dove venivano smistate le chiamate di aiuto. L’ultima notte, dopo aver visto in quelle precedenti decine d’incidenti stradali gravi, feriti da arma da fuoco o infartuati, m’accorsi che ancora non riuscivo ad abituarmi né al sangue né alla morte. La scoperta di un corpo mutilato o senza vita continuava ad essere per me una sorpresa penosa, traumatica. E lo è tuttora: credo che se non lo fosse, dovrei immediatamente cambiare mestiere. Diverso era ovviamente per i medici che accompagnavo, i quali non avrebbero potuto svolgere il loro lavoro se si fossero lasciati impressionare dallo stato di salute di chi stavano soccorrendo. Eppure, la maggior parte di essi confessò che c’era qualcosa che ancora li commuoveva, che c’erano situazioni in cui rischiavano di perdere il loro sangue freddo. Ciò accadeva quando erano coinvolti i bambini. Già, se ogni forma di sofferenza, se ogni violenza o dolore inflitti alle persone è di per sé intollerabile, per i bambini lo è di più. Nel febbraio 2015, mentre le cancellerie partorivano faticosamente gli accordi di Minsk, nel Donbass dell’Ucraina orientale ancora si combatteva una vera guerra. L’aeroporto di Donetsk non c’era più, disintegrato dai combattimenti. A Kiev presi quindi il treno notturno verso Kramatorsk, dove sbarcai all’alba di una giornata grigia e freddissima. Poche ore prima, una ventina di razzi di fabbricazione russa, sparati chissà da chi, erano caduti nel centro della città. A Kramatorsk avevo appuntamento con una giovane fotografa italiana con la quale avrei dovuto sbrigare le pratiche per ottenere il visto necessario all’ingresso nell’autoproclamata Repubblica indipendentista del Donbass. Prima, però, andammo all’ospedale centrale per incontrare i feriti del recente bombardamento. 106

Qui trovai Klymen, 3 anni e 9 mesi, con lo sguardo allucinato per quanto gli era capitato poche ore prima, quando una granata era esplosa nel giardinetto del suo asilo. Con diabolica precisione, tre schegge gli avevano spappolato i gomiti e un ginocchio, non provocando neanche un graffio sul resto del corpo. Sua madre, che l’aspettava là davanti, era rimasta uccisa dal soffio dell’esplosione. Nel lettino del centro di rianimazione pediatrica dell’ospedale di Kramatorsk, quando le infermiere gli medicavano le ferite questo bimbo coraggioso non versava una lacrima. Ma guardava il mondo con gli occhi spalancati dallo sgomento, e continuava a chiedere della mamma che aveva visto scaraventata contro un muro dalla deflagrazione. «È fuori pericolo e in tre o quattro mesi dovrebbe recuperare la funzionalità degli arti», mi spiegò il chirurgo che l’aveva operato, il dottor Sergueij Demochka. «Per lui i problemi cominceranno quando uscirà da qui, perché quello che stiamo vivendo è solo un leggero antipasto di ciò che ci attende». Il dottor Demochka me li presentò uno per uno, i sopravvissuti ai quindici missili piovuti su questa triste città siderurgica, ai quali poco prima aveva lui stesso riaggiustato le ossa in sala operatoria: c’erano altri due bambini, ma anche diversi anziani e tante donne, che le bombe avevano sorpreso con la sporta della spesa in mano. «Nessuno si aspettava un attacco così violento, nei quartieri residenziali della città. Il missile inesploso, che si è conficcato nel manto stradale come un palo nella sabbia e che hanno ripreso le televisioni del mondo intero, era pieno di bombe a grappolo. Le lascio immaginare la carneficina che poteva provocare», aggiunse il chirurgo. Si combatteva lungo un fronte mobile, spezzettato. Per questo motivo, e per la pessima qualità delle armi di cui disponevano le parti, quindi per la scarsa precisione dei proiettili, era sempre difficile stabilire inequivocabilmente chi aveva lanciato un missile o una granata. «A rigore di logica, l’attacco contro Kramatorsk, città riconquistata dall’esercito regolare dopo esser stata per mesi occupata dai filorussi, 107

dovrebbe essere stato opera di questi ultimi. Tanto più che alcuni missili sono stati sparati contro l’aeroporto militare, lasciando presagire una velleità di riconquista della città da parte delle milizie. Ma anche stavolta, come sempre accade, nessuno ha rivendicato l’offensiva, e i due eserciti hanno cominciato a rimpallarsi le accuse», mi disse il dottor Demochka. Mi recai dove era caduto il missile inesploso pieno di bombe a grappolo, ma gli artificieri l’avevano già rimosso. Il buco era stato ricoperto di sabbia e la vita sembrava aver già ripreso il ritmo della normalità, che qui è sinonimo di crisi e povertà, aggravate se possibile dai venti diacci che in quella stagione spazzano la città. Ex centro minerario e metallurgico di 200.000 abitanti, Kramatorsk ha due anime: quella d’impianto sovietico, con casermoni dall’intonaco scrostato e fregi in stile barocco staliniano, e quella ottocentesca, con le sue graziose isbe di legno. Da lì, per raggiungere Donetsk cercando di aggirare la zona dove i due eserciti contrapposti continuavano a cannoneggiarsi con furore, dovemmo infilarci in un dedalo di vicinali e stradine interpoderali che innervano l’altra ricchezza di questa regione, ossia la sua terra ubertosa e i suoi milioni di ettari coltivati, in quei giorni ricoperti da una coltre bianca. Prima di affrontare la teoria di checkpoint ucraini e indipendentisti che ancora oggi segnano l’ingresso nell’area conquistata dai filorussi, era necessario ottenere un lasciapassare che rilasciava soltanto la stazione di polizia di un malandato paesetto contadino, Velyka Novosilka. Per espressa volontà del governo di Kiev, il salvacondotto era richiesto a chiunque volesse recarsi nei «territori occupati», perciò da una decina di giorni la piccola stazione di polizia era accerchiata dall’alba al tramonto da centinaia di ucraini giunti qui da tutto il Paese, e anche da molto più lontano. Tra queste ne incontrai diverse che volevano tornare a Donetsk soltanto per fare le valigie, vendere la casa e lasciarsi per sempre il Donbass alle spalle. Lo stesso tipo di uomini e donne l’avevo incrociato sul treno notturno da Kiev a Kramatorsk, gente convinta che qualsiasi 108

cosa fosse accaduta, sia l’invasione di Mosca di questa fetta d’Ucraina sia la sua integrale riconsegna nelle mani del governo centrale, per loro non ci sarebbe stata mai pace. E ciò per via di una maledizione che, sostenevano, da sempre grava sul loro Paese, una specie di sortilegio geografico determinato dalla vicinanza con la Russia. Era già notte quando finalmente arrivammo a Donetsk. A tratti, in lontananza l’orizzonte s’illuminava dai bagliori giallognoli delle esplosioni. Di cui, con un leggero ritardo, mi giungeva il frastuono. Ci misi un po’ a rendermi conto di essere entrato in città, perché le prime case della periferia occidentale non c’erano più, polverizzate dalle bombe filorusse che da giorni piovevano incessantemente. Procedendo verso il centro, che consisteva in una piazza vicina alla stazione ferroviaria, Debaltseve cominciava finalmente a prendere forma, ma in modo innaturale, disordinato, per via della quantità di palazzi sventrati e di edifici anneriti dalle fiamme. In questo incubo di macerie, l’asfalto era ovunque crivellato dai razzi. Rompevano il silenzio, a intervalli più o meno larghi, soltanto le deflagrazioni dei colpi di mortaio. In giro non c’era anima viva, né vidi uno solo dei circa seimila soldati ucraini intrappolati in questo piccolo centro minerario, perché verosimilmente trincerati un po’ più a nord. Più che «città martire», gravoso epiteto che le era stato affibbiato dal governo di Kiev pochi giorni prima, Debaltseve era più tristemente una «città defunta». Arrivai nel primo pomeriggio, dopo aver percorso la sessantina di chilometri che la separano da Donetsk, attraversando piccoli centri dove negli ultimi mesi s’era combattuto duramente e che erano stati abbandonati dalla popolazione soprattutto per le migliaia di mine anticarro e antiuomo con cui i due eserciti avevano infarcito il terreno. All’ultimo checkpoint filorusso, un giovane soldato mi augurò buona fortuna. Infatti, anche se il cessate il fuoco era appena entrato in vigore, le brigate indipendentiste continuavano a 109

sparare su Debaltseve, considerata città «ribelle» in territorio «ribelle». Prima di incontrare qualcuno, dovetti arrivare all’ospedale. «Come sa il mio nome?», si stupì la direttrice, Natalia Karabuta, di cui avevo letto l’atroce testimonianza sulla distruzione della città in un’intervista telefonica rilasciata all’Agence France-Presse. «Ha visto in che stato hanno ridotto Debaltseve? Da stanotte sparano forse un po’ meno, ed è un miracolo per il quale prego da mesi. Ma quando entrerà in vigore anche da noi la tregua definitiva? È necessaria per organizzare la fuga delle poche migliaia di persone rimaste in città. Durante i bombardamenti delle ultime ore, molta gente s’è rifugiata nelle nostre cantine, dove si sentono più protetti che altrove». Dei 25.000 abitanti che contava Debaltseve, ne erano rimasti sì e no 3000, per lo più anziani o malati. Come Evgenij Volkov, 78 anni, ex insegnante con dei baffi spinosi, che occupava una brandina in un angolo dello scantinato ospedaliero. Mi disse Evgenij: «La speranza che si riesca a mantenere una tregua duratura è davvero molto esigua. Non dimentichi che questa guerra ha fatto 6000 morti. Il loro sangue è ancora troppo fresco, e la gente, da ambo le parti, non è ancora pronta a perdonare». Sulla strada del ritorno incrociai diverse postazioni separatiste con numerosi lanciarazzi multipli Grad e carri armati, con i cannoni ancora rivolti verso la città e verso i soldati ucraini, che lì si trovavano accerchiati. In serata, il portavoce dell’esercito di Kiev, Anatoli Stelmakh, dichiarò che le posizioni ucraine erano state prese di mira sessanta volte dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. Tornato alla base, la pur depressa Donetsk mi sembrò una metropoli californiana. Qui, il coprifuoco era stato rigorosamente rispettato dall’ora stabilita. Al Teatro dell’Opera c’era stata una matinée dello Schiaccianoci e, in piazza Lenin, decine di bambini avevano giocato per ore all’ombra dell’imponente statua bronzea del capo dei bolscevichi. 110

Alla fine di quell’anno, nel novembre 2015, riuscii a intervistare il presidente ucraino, Petro Poroshenko. Il primo capo di Stato dell’Ucraina post-Maidan mi ricevette nel palazzo presidenziale di Kiev, un imponente edificio che nel secolo scorso aveva ospitato la sede del Partito comunista sovietico. Ora, nonostante gli accordi di Minsk, Mosca era ed è ancora presente nell’Ucraina orientale. «Ciò accade dal luglio 2014 quando, prima di conquistare parte di uno Stato sovrano, i russi cominciarono a bersagliarci dal confine con l’artiglieria pesante, massacrando soprattutto i civili. È stato un atto terroristico, non dissimile da quelli compiuti dai jihadisti a Parigi», esordì Poroshenko. Gli accordi firmati nella capitale bielorussa prevedono il ritiro di armi pesanti. «Come hanno potuto constatare gli osservatori dell’Osce, noi i mortai li abbiamo allontanati dal fronte. Ma a quegli stessi osservatori ancora è vietato l’ingresso nella cosiddetta Repubblica indipendente del Donbass». Quando gli chiesi se per gli ucraini la Crimea era perduta per sempre, lui mi rispose che il non riconoscimento da parte della comunità internazionale dell’annessione russa è per loro di vitale importanza. «Ma non ci sarà nessun tentativo di riconquistarla militarmente: ciò avverrà per vie politiche, anche perché chi s’aspettava sostanziali miglioramenti economici è rimasto molto deluso. Lo stesso accade in Ossezia del Sud, Transnistria e Abkhazia. Là dove arrivano i militari russi, ci si ritrova subito al collasso». Per una volta, ebbi l’impressione che un politico, sia pure con un passato da magnate del cioccolato, mi parlasse con sincerità. Senza finezze né doppiezze. Sono ateo e non credo a nessuna forma di predestinazione né all’astrologia o alla junghiana sincronicità. Imputo perciò al caso il fatto che il mio primo servizio da inviato, nel 1984, per il settimanale «France-Soir Magazine», sia stato per me una sorta di battesimo del fuoco. Si trattava di un viaggio assai complicato, che cominciava con il fastidio di dover imparare a memoria una quindicina d’indirizzi in cirillico, 111

e soprattutto il modo di raggiungerli con i mezzi pubblici a Kiev, Mosca e Leningrado, città dove non avevo mai messo piede. I colleghi più anziani declinarono tutti la proposta del direttore del giornale, Michel Bassi, il quale alla fine designò me, redattore che conosceva appena. Col senno di poi, direi che a Bassi, che fu portavoce del presidente Valéry Giscard d’Estaing, poco interessavano gli articoli di Esteri. Avrei dovuto incontrare nell’allora Unione Sovietica i cosiddetti refusnik, ossia quegli ebrei che avevano chiesto un visto per emigrare in Israele e ai quali le autorità avevano negato l’espatrio. I motivi del rifiuto erano due: il primo, perché si trattava di scienziati o intellettuali che avrebbero potuto sia divulgare segreti strategici all’Occidente sia infangare con le loro testimonianze l’immagine dell’Urss; l’altro, più meschino, perché chi voleva lasciare la grande madre Patria sovietica andava comunque castigato. Prima di partire, fui costretto a seguire un lungo briefing presso il Comité des Quinze, l’organizzazione umanitaria che ci aveva fornito gli indirizzi dei refusnik. Mi fu detto che non potevo prendere taxi, perché c’era il rischio che l’autista mi denunciasse, e mi fu spiegato come comportarmi se mi avessero arrestato. Decollai verso l’Urss ingenuamente sereno, ma con due enormi valigie che mi aveva consegnato il Comité. Erano cariche di jeans e profumi che i refusnik, per lo più disoccupati da quando avevano cominciato le pratiche per la loro aliyah, avrebbero venduto al mercato al nero per guadagnare qualche rublo. A Mosca, seconda tappa del viaggio, conobbi l’anziano professor Lerner, del quale avevo studiato un paio d’anni prima all’università i lavori sulle equazioni di termodinamica: il suo desiderio di espatriare gli era costato l’espulsione dall’Accademia sovietica delle scienze, la quale aveva smesso di versargli la pensione. Per vivere, il grande fisico era costretto a fare il portantino in un ospedale. A Leningrado, invece, mi recai a casa di Lev Shapiro, capo della ristrettissima e sorvegliatissima opposizione studentesca della città. Come accadeva ogni volta che arrivavo da un refusnik, anche 112

Shapiro m’aveva accolto a braccia aperte, perché ero la prova vivente che dall’altra parte della cortina di ferro c’era chi ancora pensava a loro. Verso le 11 di sera mi congedai per rientrare in albergo ma sotto casa sua fui fermato dal Kgb. Il mio arresto mi parve un déjà vu: quello di una scena da film di spionaggio con gli agenti del servizi segreti sovietici nel ruolo dei cattivi. Infatti, dalle due auto che inchiodarono davanti a me uscirono tre uomini che, appunto come comparse di un film, avevano un cappello in testa e il bavero dell’impermeabile rialzato. Senza neanche chiedermi i documenti, mi sollevarono da terra e m’infilarono in una macchina per portarmi in un commissariato lontanissimo dal centro della città. Avevo 24 anni, e nell’incoscienza della mia età ero felice di quanto mi accadeva, perché pensai che provando l’anticamera del gulag avrei potuto scrivere con più realismo le vicende dei personaggi che avevo incontrato in quei giorni. Mi rilasciarono dopo una settimana, perché non avevano nulla contro di me, e perché non ero io che li interessavo bensì quegli sventurati refusnik. Il mio servizio era cominciato a Kiev, dove avevo incontrato lo psichiatra Semyon Guzman, appena tornato a casa dopo sette anni di lavori forzati e tre di esilio in Siberia per aver denunciato le torture psicologiche inflitte dal regime ai dissidenti. Durante la sua detenzione, assieme a Vladimir Bukovski, Guzman aveva pubblicato un manuale in cui spiegava agli oppositori come resistere ai soprusi di cui era stato anch’esso vittima. Quando suonai alla sua porta, il padre mi venne ad aprire e non volle lasciarmi entrare, per paura che il Kgb arrestasse nuovamente Semyon per aver parlato con un giornalista occidentale. Dopo averlo tranquillizzato, lo psichiatra uscì di casa e insieme andammo a passeggiare sulle rive del Dnepr. Trent’anni dopo, quando tornai a Kiev per seguire i moti di Maidan, mi ricordai di lui e dopo una breve ricerca riuscii a ritrovarlo. Mi diede appuntamento nel suo studio, all’ospedale psichiatrico della città. Anche lui si ricordava di me, e 113

mi abbracciò. Gli chiesi anzitutto perché dopo l’implosione dell’Urss non era fuggito in Israele, come voleva fare negli anni Ottanta. E perché, nonostante avesse ricevuto riconoscimenti internazionali e offerte di lavoro in Gran Bretagna, Svizzera, Canada e Stati Uniti, era rimasto in Ucraina. «Per un motivo semplicissimo. In tutti questi anni non ho mai smesso di occuparmi dei miei pazienti. In altre parole, non sono andato via perché l’Ucraina è ancora piena di matti». Gli chiesi anche di Maidan, che in quei giorni era ancora occupata da migliaia di persone. «I giovani sono la sola ricchezza del nostro Paese: uomini e donne che non permetteranno a nessuno di calpestare le loro libertà. Quando avevo 20 anni, l’Ucraina era sotto il giogo di Mosca. Gli ucraini si sentivano tutti sovietici e nessuno fiatava contro le direttive del potere centrale, neanche contro quelle più nefaste per il nostro Paese. Per fortuna, non è più così». Quanto al presidente Vladimir Putin, ecco la diagnosi che ne fece: «Sotto il profilo patologico, si tratta di uno psicopatico grave, affetto da manie di grandezza».

Il più primitivo degli uomini

Chi volesse ammazzare un leone può facilmente prenotare online un safari all-inclusive. Per due settimane nella savana, con la preda assicurata entro la fine del soggiorno, ci vogliono circa 45.000 euro. Altrimenti c’è un pacchetto scontato per sparare a un bufalo africano: con 12.000 euro, del ruminante ti riporti a casa pure la testa imbalsamata. O anche, per i principianti di quest’attività sanguinaria, si offre l’uccisione di una piccola antilope a soli 5000 euro. Infinite sono le possibilità di tour venatori che propongono in rete i venditori di grande fauna da impallinare. Tutto è sparabile: dal leopardo all’elefante, dal coccodrillo all’ippopotamo e alle decine di ungulati d’ogni dimensione che popolano il continente nero. Il giro d’affari è miliardario, soprattutto se si contano le strutture illegali, ossia quelle che operano senza licenza o in riserve private, alle quali si rivolge la maggior parte degli aficionados della carabina d’alta precisione, perché molto meno care. Mi dice Fabrizio Bulgarini, responsabile della biodiversità del Wwf: «Assieme al traffico d’armi e di droga, quello dei trofei di animali cacciati in Africa è uno dei più floridi. Solo dall’Italia partono ogni anno 50.000 cacciatori per massacrare, spesso impunemente, migliaia di animali in Paesi dove i controlli sono carenti». Per scoprire che l’esercito degli assassini dei grossi mammiferi africani è popolosissimo basta digitare su Google «caccia» e «estero» o, in inglese, «hunting» e «big five», ossia leone, elefante, leopardo, rinoceronte e bufalo, che sono le cinque prede più ricercate da questi fanatici della caccia gros115

sa. Walter Palmer, il dentista del Minnesota che ha massacrato Cecil, il leone più amato dello Zimbabwe, è solo uno dei tanti. Sui siti specializzati si trovano pacchetti scontati, viaggi last minute o formule per indimenticabili quanto costosi safari. Nel 2014 fu messa all’asta dal Safari Club di Dallas la licenza per abbattere un rinoceronte bianco in Namibia: il vincitore se l’è aggiudicata per 350.000 euro. In rete i cataloghi sono sempre illustrati con foto di giocondi cacciatori trionfalmente seduti sulle loro ormai esangui prede. I testi che accompagnano le offerte sono spesso infarciti di bugie. Molti sostengono che di elefanti in Africa ce ne siano anche troppi, e che decimando pachidermi si aiutano gli africani più bisognosi. Lo stesso vale per i leoni: i tour operator del Big Game dicono che ce ne sono una pletora. «È una menzogna, perché soltanto negli ultimi vent’anni la popolazione totale dei leoni è diminuita del 30 per cento», spiega Bulgarini. Secondo i dati ufficiali, ossia tenendo conto solo dei leoni uccisi legalmente, dal 2005 ad oggi in America sono stati esportati dall’Africa 2800 esemplari imbalsamati; 400 in Spagna e altrettanti in Francia; 200 in Messico; 150 in Germania. Il Nord del Kenya, ma anche lo Zimbabwe e il Sudafrica contano centinaia di riserve private dove si allevano «big five» soltanto per offrire facili prede ai Tartarini di Tarascona di turno. Vicino al parco Kruger ce n’è una specializzata nella caccia al leone. Pur trattandosi di splendidi animali, con possenti muscolature e affilatissimi canini, sono leoni cresciuti e pasciuti dall’uomo. Quando arriva il «cacciatore bianco», americano, francese o messicano, questi imponenti felini, aggressivi come un gatto domestico, vengono impietosamente abbattuti a pallettoni prima di finire nelle mani del tassidermista. Oggi, la maggior parte delle cacce africane somiglia a quello che accade in questa riserva. Spesso, è un po’ come sparare in una conigliera. Ho una casa in un’alta valle umbra dove la caccia è per molti l’unico hobby. Un hobby che diventa talvolta una travolgente 116

passione. Si uccide soprattutto il cinghiale, la lepre e la beccaccia, ma a chi torna verso casa con il carniere vuoto può capitare di sparare anche ai merli o alle cinciarelle. Questi cacciatori sono ovviamente persone come le altre, buone o cattive, intelligenti o stupide, e tra di loro conto anche diversi amici. Eppure, a volte mi viene da pensare che il moderno cacciatore sia il più neandertaliano degli umani, perché non ha ancora raggiunto quello stadio dell’evoluzione in cui può nascere compassione per le altre creature del pianeta. Così come mi sembrano molto primordiali, nell’accezione peggiore del termine, quegli uomini che le maltrattano o che le sfruttano, le altre creature, fino allo sfinimento o addirittura alla morte. Penso agli animali da lavoro, e in particolare agli asinelli che ho visto, nel Sud del mondo e non solo, tirare carichi maledettamente pesanti, spesso a suon di scudisciate. Nel 2010 ne ho forse salvato uno da una fine orrenda. Ero in Macedonia, a Skopje, e il quadrupede non era un asino, ma un vecchio cavallo, tutto pelle e ossa, al quale il padrone aveva attaccato un grosso carro pieno d’immondizie. Ero davanti al mio hotel, aspettando l’interprete, e quando quel ronzino mi passò davanti, lo guardai appena. Ma, pochi metri dopo, accadde che la montagna di rifiuti che si tirava appresso fece inclinare il biroccio. Il cavallo fu sollevato dal contrappeso e cadde a terra. E da lì, quel povero essere non voleva più rialzarsi. L’uomo cominciò allora a prenderlo a calci sul muso, poi raccolse un bastone e glielo ruppe sulla schiena. Lui incassava i colpi, in silenzio. Teneva gli occhi chiusi, e il lungo capo leggermente reclinato. Mi avvicinai e chiesi all’uomo quanti soldi voleva per il suo brocco. Lui mi guardò allibito, poi, dopo avermi squadrato per bene e fiutato l’affare che avrebbe potuto fare con uno straniero così pazzo o così ingenuo da voler comprare quell’animale esausto, sparò un prezzo altissimo. Gliene diedi la metà, ossia tutti i dollari che avevo in tasca. Accettò, quasi strappandomi le banconote di mano. Appena liberato dal suo carico, il cavallo si rimise in piedi. Mi ritrovai così a passeggiare per le strade di Skopje tenen117

dolo per le briglie, mentre lui sembrava essersi ringalluzzito, forse consapevole che qualcosa stava cambiando nella sua miserabile vita. Facemmo il piccolo giro nel centro della città, all’ombra di statue ciclopiche che raffigurano re, condottieri, generali, statisti e scrittori locali, la maggior parte dei quali sconosciuti ai macedoni stessi. Finalmente, con più di un’ora di ritardo, arrivò il mio interprete, e insieme scovammo una famiglia a cui regalare l’animale. Mi auguro l’abbia trattato con il rispetto che quell’anziano cavallo si meritava. A Skopje ero andato per scrivere del primo tentativo di un insediamento stanziale di rom. Mattoni e cemento al posto delle roulotte. L’esperimento è ancora in divenire e si svolge a Shutka, quartiere periferico della capitale macedone. La loro terra promessa, che sorge tra un cimitero e una discarica, ha richiamato già centomila nomadi e perciò è entrata nella storia di quel popolo come il suo centro più affollato. Salvo poche baracche di lamiere, che servono agli ultimi arrivati, tutti possiedono case in muratura, con elettricità e acqua corrente. Dei centomila, la metà vive al di sotto della soglia della povertà, il 90 per cento è analfabeta e il 95 per cento disoccupato. Sono percentuali da quarto mondo: eppure in questo paesino percepisci ovunque l’orgoglio di chi intende dare finalmente una patria a una nazione da sempre sparpagliata. Così, quella che fino a pochi anni fa era la periferia più povera di Skopje è diventata il primo comune rom della storia. Un ghetto? «Sì, ma un ghetto urbanizzato», sostiene Erduan Iseini, sindaco di Shutka. «Abbiamo infranto il luogo comune che ci vuole randagi, mendicanti e ladri. Soprattutto, abbiamo dimostrato che siamo capaci di vivere in una società moderna e democratica». Qui i rom usano il loro alfabeto e il romanes, antico idioma di origine indiana, è la loro lingua ufficiale. Hanno due televisioni, un giornale, una stazione di polizia. «Per essere come gli altri ci manca solo una fabbrica». Se non fosse per la carnagione color tabacco dei suoi abitanti e per i cumuli d’immondizie che colonizzano le strade, 118

Shutka sembrerebbe una qualsiasi cittadina balcanica. C’è una pasticceria, un fornaio e una macelleria, dove però non si vende carne di maiale, poiché la maggior parte dei rom macedoni è musulmana. Alle porte della cittadina un mercato espone merci di contrabbando, per lo più fabbricate in Cina. E ogni famiglia sopravvive del suo piccolo commercio, sia esso di scarpe spaiate o lavatrici usate. All’angolo tra via Rousseau e via Garibaldi abita Saha Beyta che dieci anni fa, assieme al marito e ai suoi tre figli, fu espulsa dal campo rom di Merano. Arrivò sprovvista di tutto, senza neanche un documento d’identità. «Qui mi sento finalmente a casa, ma non c’è lavoro e la sera riesco ad apparecchiare la cena per la mia famiglia solo grazie ai sussidi dello stato macedone, non più di 50 euro al mese», dice la donna. Ridurre la disoccupazione, che a Shutka raggiunge cifre da primato, è una delle priorità dell’amministrazione comunale, ed è senz’altro la più spinosa perché nel resto della Macedonia il 50 per cento della popolazione è senza lavoro. Nel frattempo molti abitanti si arrangiano raccogliendo bottiglie di plastica, carta e cartone nella discarica che circonda l’agglomerato. Shutka nacque da un evento tragico, il terremoto che nel 1963 distrusse Skopje. I rom che da secoli vivevano nel quartiere di Topana furono trasferiti a ridosso delle colline, lontano dal centro. E qui rimasero. Nel 1996, il governo macedone riconobbe ufficialmente la prima municipalità rom del pianeta. Da allora, a ondate successive, ne sono arrivati a migliaia. Alcuni fuggivano dalla Serbia, altri dal Kosovo, altri ancora dalla Bulgaria. Molti sbarcarono in Macedonia dopo essere stati buttati fuori dall’Europa opulenta. Quelle vicissitudini li hanno finalmente sedentarizzati. «Frutto di diverse ondate migratorie, Shutka oggi ospita dodici tribù rom. Ma il suo sviluppo è stato troppo veloce. È diventata una piccola città troppo in fretta», spiega il sindaco. La somma di sovrappopolazione e mancanza di lavoro, aggiunge, «ha prodotto una povertà fisica e morale. Mancano i soldi per garantire una casa a tutti, un liceo ai nostri figli, un letto d’ospedale ai nostri 119

padri». Hai l’impressione che gli abitanti di Shutka godano di ogni diritto, anche se il budget cittadino non raggiunge i 40.000 euro, non c’è una biblioteca e solo una decina dei suoi rom frequenta l’università di Skopje. L’eccezione si chiama Nezdet Mustafa: laureato in filosofia e in scienze politiche, dopo esser stato il primo sindaco di Shutka, per anni è stato l’unico deputato rom al parlamento macedone. Dice Mustafa: «Per secoli il nostro popolo è vissuto di carità e ha subìto orrende persecuzioni. Ma adesso, per la prima volta, siamo noi a scrivere la nostra storia». A Shutka, racconta, la delinquenza è più bassa che a Parigi o Londra e le moschee sono sempre piene. Mustafa è convinto che prima o poi convincerà il Parlamento a garantire alla terra promessa dei rom la raccolta dei rifiuti e un’assistenza sanitaria adeguata ai bisogni della popolazione. «Il nomadismo è finito, siamo diventati stanziali. Adesso dobbiamo combattere per ottenere quanto ci spetta». Un piccolo prefabbricato alle porte della cittadina ospita l’Ong cattolica della Caritas tedesca. La responsabile, Klara Mischel Ilieva, si dice scettica sul futuro della patria rom. «Al momento, nelle scuole di Shutka ci sono cinquemila alunni, ma le antiche tradizioni spesso si scontrano con la modernità. Molte ragazzine, per esempio, vengono tolte dagli studi quando sono giovanissime, per essere date in sposa». Ci sono poi bambini che arrivano dall’Italia, dal Belgio o dalla Germania, e a 12 anni non sanno né leggere né scrivere, perché non sono mai entrati in un’aula scolastica. «C’è ancora molto da fare. Soprattutto per cambiare la mentalità della gente: va bene insegnare ai bambini il romanes, ma non a scapito dell’inglese. Il mondo sta offrendo ai rom una grande opportunità. Non devono lasciarsela sfuggire». La redazione di Shutel, una delle due emittenti private della città, consiste in una cantina trasformata in studio televisivo. Le sue trasmissioni coprono tutta la Macedonia e sono guardate da circa 25.000 spettatori. La tv combatte un’altra battaglia per la causa rom: standardizzare il roma120

nes, che non è una lingua, ma una miriade di varietà linguistiche, tutte derivanti da una comune matrice indiana. «Fino a pochi anni fa non lo parlava quasi nessuno perché ognuno resta fedele al proprio dialetto, sia esso bulgaro, kosovaro, macedone, croato, italiano o turco. Adesso, grazie ai nostri talk show e ai nostri programmi d’attualità politica, il romanes lo capiscono in molti», mi dice Saip Haim, il direttore della redazione. Ma il modello Shutka è esportabile altrove? Nezdet Mustafa ne è convinto, a condizione però che ci sia la volontà di integrare i rom e di liberarsi dei pregiudizi che li hanno sempre accompagnati. Più utopistica è la risposta dell’attuale sindaco: «Vorrei che i rom venissero tutti a Shutka, perché nel resto d’Europa sono considerati un popolo inferiore e pericoloso che genera soltanto criminali, prostitute e tossicodipendenti». Qui potrebbero invece godere dei diritti di un qualsiasi cittadino macedone. O quasi. La fine della foresta Nell’era di Google Earth o di quei satelliti militari in grado di fotografare ogni centimetro quadrato del globo terracqueo, può sembrare superfluo voler piantare una bandierina in una foresta o in un deserto, anche se ancora vergini. Senza contare che il turismo cosiddetto estremo, sia esso di massa o d’élite, ha già colonizzato buona parte del pianeta, dalla giungla della Nuova Guinea all’Antartide. È forse finita per sempre l’epopea iniziata nel Settecento dei Lumi da quegli intrepidi esploratori, geografi, geologi e naturalisti che hanno disegnato, raccontato e fotografato gli angoli più remoti della Terra? Ed è dunque tristemente vero l’aforisma che pronunciò già nel 1931 il poeta Paul Valéry, e cioè che «il tempo del mondo finito comincia»? No, forse non tutto è perduto. L’esploratore moderno ha semplicemente altri obiettivi rispetto ai suoi predecessori. Penso, per esempio, a chi ancora organizza spedizioni per catturare un esemplare di un animale ancora poco 121

studiato o recentemente scoperto, come lo splendido leopardo nebuloso nelle isole della Sonda o il Felis bieti, il gatto selvatico delle fredde montagne dello Xinjiang cinese. Senza parlare, ovviamente, della ricerca di specie abissali e ancora sconosciute, tra le quali primeggia l’elusivo calamaro gigante, mollusco del quale, dopo anni di esplorazioni marine, si sa ancora molto poco. Nel 2009, dovendo studiare la biodiversità delle montagne del Mozambico, i tecnici dell’Istituto di agraria di Maputo usarono foto scattate dal satellite di Google. Un agronomo s’accorse allora che una montagna era d’un verde più intenso delle altre. Ipotizzò che in quel luogo vi fosse una foresta ancora vergine. Il primo sopralluogo confermò quell’intuizione. Attorno a quel monte si estendeva una foresta primaria di 7000 ettari, la più vasta giungla di montagna del Sud dell’Africa, ancora inesplorata e attraversata soltanto da popolazioni locali. Quando ci arrivai, pochi mesi dopo, era stata appena esplorata da una spedizione del britannico Royal Kew Garden. Prima di allora era un puntino bianco sulle mappe geografiche. Uno dei pochi rimasti. «Cuidado com as ratoeiras», attento alle tagliole, mi avevano avvertito a Maputo. Ma nel cuore della foresta africana è difficile vederle, le trappole per catturare piccole antilopi, perché ben nascoste dai cacciatori. Così come non s’incrociano facilmente quei grassi e velenosissimi serpenti che abitano in questa giungla, né i ragni robusti e pelosi, anch’essi dal morso mortale. Durante le poche ore trascorse sul monte Mabu ho però incontrato uccelli, rane, camaleonti, farfalle, coleotteri e fiori di straordinaria bellezza. Sulla chioma di un albero alto una trentina di metri, ho anche intravisto la scimmia samango e, ai piedi dello stesso, un curioso topolino con il naso a forma di tromba. A indicarmeli sono le guide che ho assoldato in loco, due ragazzini scalzi che s’arrampicano verso la vetta con l’agilità dei camosci, ridendo del mio affanno e della mia camicia bagnata dal sudore. Pochi mesi prima, deflorando scientificamente l’ultima foresta inesplorata d’Africa, una ventina di botanici, erpetologi 122

ed entomologi aveva catalogato una quantità di specie da primato: 156 tipi farfalle, di cui cinque ancora sconosciute; 126 di uccelli, dei quali cinque in via di estinzione; e una nuova vipera lillipuziana dagli occhi gialli che, in virtù del luogo dove è stata trovata, si chiama adesso Atheris mabuensis. «Per quanto riguarda le piante raccolte sul Mabu, sono così numerose che le stiamo ancora catalogando», mi aveva detto al telefono il professor Jonathan Timberlake, il capo della spedizione del Royal Kew Garden. «La straordinaria ricchezza biologica di questo luogo è la dimostrazione di come la vita si adatti a ogni nicchia ecologica. Adesso dobbiamo fare di tutto per proteggerla». Uno scrigno che contiene tali gemme naturalistiche è ovviamente a rischio. Lo è anzitutto per la pressione demografica, che cresce anche tra queste montagne, e la cui prima nefasta conseguenza è la deforestazione. Lo è poi per la caccia indiscriminata, in un Paese che dal 1975 al 1992 fu dilaniato da una feroce guerra civile, dove le due fazioni in lotta, il Frelimo e la Renamo, massacravano gli impala, i leoni e gli elefanti, sia per la carne con cui sfamare le proprie soldatesche sia per la vendita dei trofei con cui acquistare armi e munizioni. Così è stato anche nella foresta del Mabu dove, negli anni più cruenti della guerra, le popolazioni del luogo trovarono rifugio. Qui, però, le pareti scoscese del monte hanno scoraggiato insediamenti troppo numerosi. Ecco perché, in passato, la regione è stata poco antropizzata. «A proteggere il monte Mabu sono state anche le piantagioni di tè che lo circondavano per centinaia di ettari, e dove i proprietari europei lasciavano entrare solo una manodopera così schiavizzata che aveva poco tempo da dedicare alla caccia», spiega Tereza Alves, ricercatrice dell’Istituto di agraria di Maputo. Le piantagioni furono abbandonate circa mezzo secolo fa perciò, prima di avvicinarmi al Mabu, sono costretto ad attraversare un bosco impenetrabile, reso profumatissimo da quelli che, da arbusti di tè che erano, per l’incuria sono diventati alberi su cui oggi vivono popolose famiglie di macachi. 123

Qui trovo Diru Eltan, ancora stipendiato dalla compagnia di tè per tenere pulite le strade delle piantagioni, in attesa di un’improbabile riconversione di quella coltura in tabacco, ananas o banane. Secondo Diru, neanche il fuoco riuscirebbe a distruggere quel fitto bosco di tè. Forse non lui, ma la foresta vergine sì. Salendo verso la vetta del Mabu, che sfiora i 1700 metri, incappiamo in un ettaro appena bruciato, con tronchi ciclopici ancora fumanti. Nella regione non c’è elettricità, quindi neanche seghe elettriche ma per abbattere gli alberi monumentali bastano le fiamme. Una donna vestita di stracci, con una vanga in mano, ci dice che quella è la sua terra e che ne farà il suo orticello di manioca. Di lì a poco vediamo altri segnali di degrado: un bambino che stringe tra le mani, come fossero preziosissime biglie, una mezza dozzina di piccole uova turchesi depredate da un nido, e due uomini con appeso a un bastone il cadavere insanguinato di un piccolo mammifero. Tereza Alves mi spiega che ciò accade quotidianamente anche nei parchi nazionali del Mozambico. Figuriamoci in questa foresta che non è neanche una riserva naturale. «Quelli che cacciano o che danno fuoco agli alberi non sono né bracconieri né piromani, ma disperati che cercano di sfamare i loro figli». È dunque impossibile proteggerle, queste ricchezze? «Credo che oggi l’unica strada percorribile sia quella dell’ecoturismo. Al momento non vedo altre soluzioni». Una cosa è chiara: se nessuno interverrà, tra pochi anni la foresta sul monte Mabu non esisterà più. Al suo posto ci saranno però mille orticelli di manioca. Appuntamento con il gigante In galera o morto ammazzato. Jean-Jean sa bene quello che l’aspetta. «Non subito, però, perché la polizia conosce il mio nome ma non il mio volto», mi disse il ragazzo sorridendo. Qualche mese prima, nello stadio di Port-au-Prince, a pochi minuti dall’inizio di una partita tra squadrette locali, Jean-Jean 124

giustiziò da solo ventitré uomini di una gang rivale appena catturati e ammanettati dai suoi sgherri. Con il massacro dello stadio fu proclamato padrino di una delle bande più violente di Matissant, popolosa bidonville cresciuta sulle pendici dei monti che sovrastano la baia della capitale del più povero Paese del pianeta, Haiti. E a proposito di Google Earth, la miseria di Haiti è così assoluta che si vede anche dallo spazio. Sulle foto satellitari, l’Isola di Hispaniola è spaccata in due parti, una verde e una ocra, che corrispondono a due Paesi: Santo Domingo con la sua giungla, e Haiti, con le sue colline calve perché selvaggiamente deforestate. Gli abitanti dell’ex perla delle Antille, che due secoli fa fu la prima colonia a spezzare le catene della schiavitù, hanno una speranza di vita che non raggiunge i cinquant’anni, anche perché la loro maggioranza vive con meno di un dollaro al giorno. Arrivo a Port-au-Prince due anni prima del terremoto che la distrusse. E incontro Jean-Jean assieme a Fabio Pompetti, capo della missione di Medici senza frontiere a Haiti, che tra le baracche di Matissant ha aperto un pronto soccorso dove arrivano soprattutto feriti da armi da fuoco o da colpi di machete. Prima di potervi lavorare, l’organizzazione umanitaria è dovuta scendere a patti con Jean-Jean, per ottenere che i suoi uomini non aggredissero i medici, non assaltassero il pronto soccorso e non rubassero le ambulanze. «Da quando abbiamo raggiunto un accordo, il logo di Msf è diventato il nostro giubbotto antiproiettile», dice Pompetti. In realtà, le gang tollerano i medici umanitari per convenienza, poiché anche i banditi hanno bisogno di un luogo dove operano medici competenti per ricoverare una madre malata o un figlio con un attacco di appendicite. Dice Pompetti: «Sono dei criminali spietati, ma alla fine hanno anche accettato di risparmiare i feriti rimasti a terra dopo gli scontri tra clan avversi». All’appuntamento, Jean-Jean arriva da solo, a piedi. Ha le mani piene di cellulari e intorno al collo una grossa catena d’oro. Sembra uscito da un film di Spike Lee. Quando gli chiedo degli ultimi omicidi compiuti a Matissant – tre poli125

ziotti uccisi davanti al pronto soccorso e un giovane fotografo freddato dopo aver ritratto proprio lui – il boss alza le spalle. Poi cambia discorso: «Ho chiesto ai miei di non stuprare le donne rapite, ma è difficile cambiare certe abitudini». Tra le tante calamità che affliggono Haiti, dalla fame al narcotraffico, dalla corruzione all’Aids, una delle più gravi sono i sequestri di persona. Venti al giorno, più che in Colombia. Ed è consuetudine che le donne sequestrate siano tutte violentate dalle gang. Arrivo in un’altra bidonville per incontrare un secondo capogang e trovo la stessa violenza e il medesimo degrado. È Cité Soleil, ex quartiere operaio costruito negli anni Settanta da François Duvalier, alias Papa Doc, il più crudele e longevo dittatore della storia recente di Haiti. Ci muoviamo alle 7,30 del mattino, pronti a far marcia indietro alle prime avvisaglie di scontri. Cité Soleil, dove la polizia haitiana non osa avventurarsi, è infatti assediata dai blindati della Minustah, la forza di stabilizzazione dell’Onu che da anni tenta di disarmare le bande criminali. Durante l’ultima operazione militare, 800 caschi blu hanno sparato in poche ore 12.000 cartucce, uccidendo e ferendo, come spesso accade durante i loro rastrellamenti, numerosi civili. A differenza di Matissant, le gang di Cité Soleil sono ideologizzate. Basta un nulla per far sì che alla criminalità nata dalla disperazione sociale si sovrapponga la violenza politica. Qui, fino al 2004, quando fu costretto all’esilio, Jean-Bertrand Aristide reclutava i suoi squadroni della morte. All’epoca, l’ex prete salesiano che divenne il «presidente dei poveri» si era già trasformato in un cinico despota. Il capocosca del luogo si chiama Amaral. È un gigante con un’acconciatura rasta, gli occhi porcini e il seguente vezzo: tiene sempre accesa una sigaretta, senza fumarla, salvo la boccata iniziale, con cui accende la nuova con la precedente, che gli si è appena consumata in mano. È circondato dai suoi pretoriani, tutti armati di kalashnikov, tutti mastodontici. Nella mezz’ora che trascorro con Amaral lui non mi guarda mai in faccia né mi si rivolge una sola volta in francese, lin126

gua che parla alla perfezione, come il suo creolo natale. Alle mie domande, risponde rivolgendosi a uno dei suoi scagnozzi affinché traduca. La sola cosa che ritengo del pensiero di Amaral è il suo timore che le forze Onu vogliano distruggere Cité Soleil. «Ma qui ogni capofamiglia possiede un fucile», mi dice per interposta persona il boss. Prima di congedarsi, indica la macchina fotografica che tengo appesa al collo, e guardandomi finalmente negli occhi mi dice – ma dovrei scrivere «mi ordina»: «Donne-la-moi!», dammela. Gli dico allora che mi serve per lavorare, ma lui ripete l’ingiunzione. Gli spiego che è un vecchio attrezzo, che non vale nulla. Lui mi guarda nuovamente negli occhi e per la terza volta mi dice: «Donne-la-moi!». Prima di consegnargli la mia vecchia ma fedele Leica, che appartenne a mio padre, m’impegno a spedirgliene una identica, ma nuova, appena torno a Roma. Più perplesso che persuaso dalla mia promessa, Amaral s’accende la quindicesima sigaretta, poi alza il capo in segno di saluto e se ne va. A poche centinaia di metri dal luogo del nostro incontro c’è l’ospedale Sainte-Catherine, restaurato e amministrato da Msf. Nelle corsie di questa poverissima struttura incontro Ginette Lubin. Durante gli ultimi scontri tra caschi blu e bande armate, la sua casetta di fango fu investita da una sventagliata di proiettili: la donna è rimasta ferita al ginocchio, i suoi due bambini, colpiti alla testa, sono morti. In un letto vicino c’è Yolette Medina, 17 anni, che la stessa notte fu raggiunta all’addome. La ragazza era incinta. Quando arrivò in ospedale aveva già perduto molto sangue. Sembrava così grave che fu messa da parte, in attesa che spirasse. Ma morì solo il piccolo che portava in grembo. Lei era già stata operata tre volte. L’indomani l’avrebbero dimessa. Nella città messicana di Ciudad Juárez trovo altre gang, altrettanto feroci ma molto più ricche di quelle haitiane. Appena arrivato, vado in questura, dove sono accolto con sorprendente cordialità. Infatti, al primo funzionario che in127

contro mi presento come giornalista del primo quotidiano italiano, «la Repubblica». Gli dico poi che Roma è la sede del giornale. Lui s’illumina e mi dice di esserci venuto anni prima in pellegrinaggio dal papa, e così prosegue: «La questura di Ciudad Juárez è ben lieta di aiutare un reporter della Repubblica del Vaticano». Un equivoco, non me ne voglia quel poliziotto, che non mi azzardo a chiarire. Grazie a lui sono caricato sulla prima volante che, a sirene spiegate, si dirige verso l’ultimo crimine compiuto dai cartelli della droga. Ma della vittima troviamo solo la testa, appesa a un lampione. Ha gli occhi bendati, il che – mi spiega uno dei due poliziotti che mi accompagnano – può significare che l’uomo aveva visto troppo o che era a sua volta un killer o ancora che stava per tradire. A Ciudad Juárez, grigia città alla frontiera con il Texas, il linguaggio dei cadaveri vanta un’infinità di sfumature a seconda della messinscena dell’esecuzione o della parte del corpo che viene restituita per la sepoltura. Tre giorni prima, vicino ad Acapulco, di corpi la polizia ne aveva rinvenuti ventisette, ammonticchiati in un canale. I narcos non li avevano neanche seppelliti. La guerra ai cartelli della droga vanta bollettini da battaglie di trincea, da offensive tra eserciti regolari. Se nel 2009 c’erano stati diciassette omicidi al giorno legati al narcotraffico, nei primi nove mesi dell’anno successivo i morti quotidiani erano saliti a trentotto. Nel 2010, i narcos uccisero 14.000 persone. Ogni tre quarti d’ora, qualcuno veniva massacrato di botte o torturato o amputato, e infine ucciso. Oggi, la situazione è anche peggiorata: nel 2015 i morti sono stati 16.000. Eppure, a Tijuana o Acapulco, Morelia o Ciudad Juárez, il dispiegamento delle forze dell’ordine è massiccio. Nelle strade di questi luoghi operano 50.000 militari e 25.000 agenti federali, incapaci però di fermare le violenze. Anzi, il numero dei morti continua a crescere probabilmente perché, come spiega il giornalista Sergio González Rodríguez, «dietro ogni gruppo criminale si nascondono rappresentanti del potere economico e politico». 128

Nel 2010, l’emblema della sconfitta è Ciudad Juárez, che vanta il titolo di capitale mondiale del crimine. In questo borgo di frontiera cresciuto troppo in fretta, e diventato la città più pericolosa del pianeta, si contano più omicidi che a San Pedro Sula, in Honduras, dove si ammazza 119 volte al giorno. Eppure Ciudad Juárez è assediata da soldati e poliziotti: li vedo ovunque, molti con il passamontagna calato sul viso, altri ai posti di blocco nascosti dietro a pesanti mitragliatrici, altri ancora a bordo di carri armati con cui pattugliano la città. Come in guerra, appunto. Curiosamente, a Ciudad Juárez molti hanno voglia di parlare. Tutti, però, chiedono di non scrivere il loro nome. Neanche su un giornale italiano. Tutti salvo Francisco Campos, ingegnere, con un passato di assessore municipale. Secondo Campos, l’impennata di morti e di violenza è destinata a proseguire perché la posta in gioco è sempre più alta: «Il problema del Messico è la sua vicinanza con gli Stati Uniti, dove c’è il più grande mercato della droga del mondo, il cui fatturato supera i 25 miliardi di dollari l’anno. Da noi, invece, dove la maggior parte della popolazione ha meno di 16 anni, il tasso di disoccupazione è uno dei più alti del pianeta. Come stupirsi quindi se dal 2006 ad oggi i morti per mano dei narcos sono stati 26.000?». Un imprenditore che mi chiede di restare anonimo mi racconta che pochi mesi prima i narcos avevano fatto esplodere un’autobomba nel centro di Ciudad Juárez, come accade a Baghdad o a Damasco: «Negli ultimi cinque mesi sono stati uccisi nove sindaci. Ormai si comportano come i guerriglieri di Al Qaeda. Non sbaglia chi parla di narcoterrorismo». In un bar del centro, un ragazzo mi mostra su Internet le immagini agghiaccianti che diffondono i clan rivali per minacciare altri trafficanti o, magari, un politico locale. Anche qui salta agli occhi l’analogia con i terroristi islamici, poiché «los malosos», i cattivi, appaiono sempre incappucciati e con un mitra in mano. L’orrore è documentato, fotografato, filmato fino all’ultimo spasimo delle loro vittime. Il 129

sito di questa barbarie, racconta il ragazzo, ha già avuto più di 450.000 contatti. L’infermiera dell’ospedale principale, che chiameremo Esmeralda, è costretta per il mestiere che fa a frequentare i morti e i feriti da arma da fuoco di Ciudad Juárez. Dice: «Quando c’è una sparatoria con feriti, la grande difficoltà consiste nel portarli fin qui. La maggior parte di essi è connessa al narcotraffico. È perciò quasi impossibile che l’ambulanza arrivi senza problemi». «Perché?», le chiedo. «Perché c’è sempre una banda rivale che la ferma per giustiziare il ferito». La Terra vista dal cielo Eccolo, lo scempio, a poche bracciate dalla riva, nelle tiepide acque dell’Oceano Indiano. Basta infilare una maschera per misurarne l’obbrobrio: della vasta barriera che ospitava uno degli ecosistemi più abbondanti del pianeta, rimangono soltanto mucchi di corallo grigiastro, spaccato in mille pezzi, irrimediabilmente morto. A rendere un ossario marino quello che fu uno splendore di biodiversità, amato e studiato da generazioni di oceanografi, sono stati il tritolo e il veleno usati dai pescatori locali per sfamare una popolazione in continua crescita e sempre più povera. Ma qui a Bahoi, piccolo villaggio sulla punta dell’isola indonesiana di Sulawesi, c’è chi vorrebbe invertire la tendenza, fermando questa indiscriminata e suicida distruzione dell’habitat marino. La fondazione GoodPlanet, creata dal fotografo e regista francese Yann Arthus-Bertrand, finanzia un progetto di conservazione per aiutare gli abitanti di questi «tristi tropici»: «Abbiamo creato una riserva marina di pochi ettari dove la pesca è ovviamente vietata, ma che presto diventerà una sorta di banca del pescato, da cui prelevare gli interessi una volta che le specie avranno avuto modo di riprodursi e proliferare», mi dice Arthus-Bertrand. Ci immergiamo nell’aerea protetta, che vedo pullulare di 130

pesci, alghe, spugne, crostacei e coralli di ogni forma e colore, come se in acqua il recupero di un ecosistema danneggiato fosse molto più veloce e risolutivo che sulla terra. «Qui sono tutti estremamente soddisfatti dei risultati, tanto che vorremmo riprodurre l’esperimento anche nei vicini villaggi di pescatori, e creare una sorta di zona franca che potrebbe servire da esempio per tutta l’Indonesia, dove la forte presenza umana e l’eccessivo sfruttamento delle risorse marine hanno già provocato disastri difficilmente sanabili», dice il fotografo, che per aver ritratto per anni il pianeta dall’alto, a bordo di aerei ultraleggeri o elicotteri, è stato nominato, cosa più unica che rara per un fotografo, accademico di Francia. La sua raccolta di immagini La Terra vista dal cielo, un lavoro di oltre vent’anni fra panorami incontaminati e sfruttamento irresponsabile dell’uomo, ha già venduto più di quattro milioni di copie. Ma la costa del Nord del Sulawesi, così come quella di molte delle 15.000 isole dell’arcipelago indonesiano, è devastata da un altro flagello: la deforestazione delle mangrovie, quegli alberi che crescono sulle spiagge basse e fangose, periodicamente sommerse dalla marea. Al livello planetario è già scomparso il 30 per cento delle mangrovie; qui però si arriva all’80 per cento, con conseguenze drammatiche, perché tra queste piante acquatiche trovano rifugio e si riproducono moltissimi rettili, pesci, uccelli e mammiferi. Senza contare che in questa regione sono proprio le mangrovie che hanno per secoli protetto le coste dagli tsunami più devastanti. «A Bahoi le mangrovie vengono tagliate per farne legna da ardere, ma con l’aumento della pressione demografica ne sono rimaste ben poche, e i pescatori che una volta ne estraevano medicine tradizionali o tinture per abiti, che vi allevavano gamberi o ne raccoglievano i frutti per nutrirsi quando il mare era troppo mosso per uscire in barca, oggi non sanno più a che santo votarsi», dice Arthus-Bertrand. «Abbiamo perciò finanziato un fitto ‘rimboschimento’ di mangrovie e indirizzato il villaggio verso un’altra fonte di 131

combustibile: il carbone che si ottiene con i gusci di noci di cocco, che qui abbondano». Il Sud del mondo è purtroppo pieno di Bahoi. La storia di questo villaggio di pescatori indonesiani ricalca, con poche differenze, quella di migliaia di realtà analoghe, magari sulle coste africane o caraibiche, dove la forte presenza umana o la rapida industrializzazione creano insidiosissimi problemi ambientali, i quali a causa degli elevati livelli di povertà sono trascurati fino alla catastrofe, ossia al fatidico punto di non ritorno. In Indonesia, la distruzione degli habitat naturali minaccia anche la sopravvivenza delle popolazioni indigene e delle specie endemiche, tra cui 140 di mammiferi che il Fondo per la Natura identifica come «minacciati» e 15 come «a rischio di estinzione», compresi l’orango, il macaco nero e il cervo-porco di Sulawesi, un curioso suino selvatico con le zanne molto sviluppate verso l’alto. «Per questo motivo, non agire equivale a fare del male», dice il fotografo ambientalista. «Sono consapevole di quanto piccolo sia il progetto di Bahoi, e di quanto pochi siano gli ettari che costituiscono la riserva marina. Ma spero che altri intervengano in Indonesia o in qualsiasi altra parte del pianeta dove c’è bisogno di aiuto. Ognuno deve rimboccarsi le maniche, perché è ormai troppo tardi per essere pessimisti». P.S.: In un ricco mercato di quell’isola indonesiana, tra montagne di peperoncino e di manghi, la carne di cane si vende al chilo. È un piatto tradizionale che si mangia durante alcune ricorrenze, come da noi l’abbacchio pasquale o il cappone natalizio. I cani da macello sono di taglia media, e per lo più meticci. Li ho visti aspettare la morte rinchiusi in gabbiette di fil di ferro, vicino al boia che uccideva i loro compagni di sventura con un colpo di mannaia, per poi spelarli con la fiamma ossidrica. Dopo quel trattamento, i poveri cani da carne si gonfiano, diventando simili a spaventosi pupazzi rituali, tutti nero fumo salvo i denti bianchissimi. 132

Il flagello di Filicudi Che le donnole partoriscano dalle orecchie o che la polvere del dente a torciglione dell’unicorno sia in grado di neutralizzare ogni veleno sono fatti riportati nei bestiari medievali, quei trattati naturalistici in cui le osservazioni erano spesso offuscate dal velo della religione, del mito o, più semplicemente, della superstizione. La zoologia offre verità altrettanto mirabolanti, senza dover ricorrere alla sfera del magico o della fantasia: che il delfino cambi pelle ogni due ore per massimizzare la sua aerodinamicità o che un giovane albatro compia il periplo del pianeta in meno di due mesi sono eventi ugualmente prodigiosi e apparentemente inverosimili, eppure autentici, perché convalidati da indagini scientifiche, quindi dimostrabili e ripetibili. Tralasciando centauri e arpie, i moderni bestiari del comportamento animale raccontano vizi e splendori di gorilla, iene, cinghiali, ornitorinchi, fenicotteri, ragni, meduse o calabroni. Svelano le loro sofisticate strategie predatorie o i validi sotterfugi per salvarsi la pelle. Descrivono la ricchissima inventiva della natura per riprodursi, vedere, mangiare, digerire, galoppare, volare o nuotare. Dall’acaro, del quale apprendiamo che può nidificare nella trachea di un’ape, alla volpe, che è più brava del gatto a catturare topi. Dal ragno che, più leggero dell’aria, quando deve attraversare un oceano sale fino a cinquecento metri dal suolo per lasciarsi trasportare dai venti, al polipo che muore accudendo amorevolmente la schiusa delle sue uova. A tre mesi di età, il ratto s’accoppia anche venti volte al giorno, mentre in un anno una femmina può raggiungere 500 amplessi con decine di maschi diversi. L’armadillo è invece un ‘superdotato’: se fosse uomo avrebbe un pene lungo più di un metro. Bizzarrie riguardano anche il modo di nutrirsi degli animali. Le anguille, per esempio, che, grazie al corpo rivestito di muco, riescono a uscire dall’acqua e a strisciare sulla terraferma fino ai nostri orti, dove sgranocchiano fave e piselli. Quanto alle falene, esse sono ghiotte delle lacrime di 133

alcuni uccelli, che suggono infilando la proboscide sotto le palpebre dei volatili addormentati. Un ghepardo può invece inghiottire in una sola volta quindici chili di carne: come se un uomo cenasse con sei cosciotti di agnello. Grazie all’etologia, abbiamo finalmente scoperto i prodigi dell’intelligenza animale: quella dei delfini, per esempio, che quando cacciano tra banchi di coralli taglienti si proteggono il rostro con pezzi di spugna; o quella di certe foche che, per immergersi più facilmente negli abissi, ingoiano un paio di chili di pietre. Per la cronaca, gli elefanti marini possono scendere a centinaia di metri di profondità, dove i loro battiti cardiaci precipitano da 90 a 4 al minuto, mentre le balene cantano in dialetti diversi, in base alla provenienza del loro branco. Tra loro, le più grandi sono le balenottere azzurre, 30 volte più pesanti di un elefante africano. Il loro cuore pompa 8000 litri di sangue. Solo nel 1931 ne furono uccise 29.000 e, oggi, nei nostri oceani se ne contano circa 5000. Dell’Homo sapiens sapiens, infine, Konrad Lorenz, il padre dell’etologia, disse: «l’anello tra la scimmia e l’uomo civilizzato esiste: siamo noi». Tornando ai ratti, su di loro scrissi il pezzo, incredibile ma vero, che mi è valso più lettere di protesta o di encomio e sostegno da parte dei lettori di «la Repubblica». I ratti neri, o Rattus rattus, sui quali scrissi da Filicudi, erano grossi come conigli, affamati come lupi e sfrontati come cornacchie. E in quell’inizio di estate erano tanti, tantissimi, nell’isola eoliana, alla vigilia della stagione turistica. «Ce ne saranno milioni», mi dissero al bar dove si prende l’aperitivo davanti a tramonti mozzafiato, nel porticciolo di Pecorini, drammatizzando una realtà di per sé già abbastanza drammatica. «L’altra sera me n’è entrato uno dentro casa: mi sono dovuto difendere con lo scopettone. Sono riuscito ad abbatterlo solo dopo mezz’ora di una durissima battaglia», si lamentò uno degli astanti. I roditori avevano creato una fobia, che andava al di là della loro reale pericolosità. Del resto, la forza del mito trova linfa in vicende simili: c’era chi giurava di averne visti saltare 134

da un albero all’altro, chi era sicuro che fossero portatori di peste, chi diceva che avevano già attaccato un’anziana allettata. Quanto a me, cenando nella splendida terrazza di una casa di amici in località Val di Chiesa, potei solo assistere alla sfacciataggine di un topo che, attratto dal profumo di un piatto di spaghetti allo scoglio, non ne voleva sapere di ritornarsene nelle frasche da cui s’era improvvisamente materializzato, nonostante gli urlacci della padrona di casa. E le autorità competenti? A Fabrizio Aquaro, vicesindaco dell’isola, non risultava nessun aumento della popolazione murina. Il sindaco di Lipari, Mariano Bruno, da cui amministrativamente dipende Filicudi, scaricò la colpa sull’azienda di derattizzazione a cui aveva affidato il compito di ripulire l’isola. Ma, quell’anno, a Filicudi nessuno li aveva visti, i derattizzatori. I quali invece dissero di esserci stati, ma di aver forse sbagliato veleno. Incalzato dagli isolani, il sindaco alzò le braccia: «Ho finito i soldi, la Regione Sicilia ha tagliato i fondi, non posso fare più nulla». Ai filicudari non restava dunque che armarsi di scope e battipanni, con cui accoppare il ratto troppo invadente. In realtà, andarono a ruba le esche avvelenate. E in alcune frazioni, sugli scalini che collegano le case tra loro, o nel mezzo delle lenze dove una volta si coltivava la vite, s’ammassavano i ratti avvelenati. Un’ecatombe che mi ricordò l’inizio della Peste di Albert Camus, in cui si racconta come un giorno i topi andarono a morire per le strade della placida città algerina di Orano. Non fui il solo a pensare a quello splendido romanzo: ci fu chi presentò un esposto alla Regione per denunciare un pericolo per la salute pubblica. Ma un vecchio contadino dell’isola, che lì era nato e cresciuto, s’era fatto un’altra idea sull’origine dell’invasione che colpisce la sua isola. «È colpa delle ricche villeggianti che hanno viziato i nostri gatti con le scatolette di cibo. E quelli, che una volta o mangiavano topi o digiunavano, oggi se ne stanno tranquilli a casa, e non danno più la caccia ai ratti», mi disse. 135

Le uniche creature che sembravano rallegrarsi di quell’abbondanza furono i falchi e le poiane, che ormai vedevo veleggiare satolli nel cielo dell’isola a ogni ora del giorno. Ma loro erano ancora troppo pochi per sconfiggere il flagello. Soltanto i gabbiani, decisamente più numerosi, poterono salvare Filicudi.

Into the wild

Mai visti tanti animali tutti insieme, neanche in Africa. Ho davanti a me centinaia di cavalli bradi e altrettanti bovini dalle corna lunate, mansueti e imprevedibili come il loro progenitore, l’uro, quel toro primitivo che i nostri antenati dipinsero nelle grotte di Lascaux e di Altamira. Quando si spostano, cavalli e buoi fanno alzare in volo stormi di oche grigie così popolosi da oscurare il cielo. Eppure mi trovo solo a mezz’ora di treno da Amsterdam, in un’oasi naturalistica che si pronuncia con uno starnuto, Oostvaardersplassen, nel cuore di una regione fortemente antropizzata, come lo è del resto l’Olanda intera. Se non fosse per le pale eoliche che in lontananza deturpano l’orizzonte, mi sentirei millenni addietro, in un rassicurante Neolitico, quando il nostro mondo era ancora attraversato da giganteschi branchi di ruminanti. «Per una sorta di rimozione collettiva, abbiamo perso la memoria della quantità di ungulati che popolavano l’Europa prima dei grandi stermini compiuti dagli uomini preistorici: a Oostvaardersplassen abbiamo tentato di ricreare quell’ambiente primordiale, riducendo al minimo l’impatto umano», spiega Frans Vera, biologo e ambientalista visionario, che mi fa da guida in questo angolo selvaggio strappato al fango. I seimila ettari della riserva sono infatti rinchiusi in un polder, ossia una palude artificialmente prosciugata con dighe e sistemi di drenaggio, dove per decenni si sono coltivate patate e barbabietole da zucchero. L’area stava per essere destinata all’industria, ma Vera riuscì a imporre il suo progetto e a crearvi la riserva naturale. «Il problema è che nessuno sa 137

a che cosa somigliasse una volta l’Olanda. Lo stesso vale per il resto del nostro continente, dove nei secoli ogni centimetro quadrato è stato bruciato, disboscato o arato dall’uomo. Certo, ci sono i testi classici più antichi, ma nessuno è abbastanza attendibile, perché tutti tendevano a idealizzare la natura, che era temuta e poco conosciuta». Lui ci ha comunque provato, a ricreare quel mondo arcaico, e c’è riuscito. Introducendo animali che sono il più possibile vicini ai loro antenati ormai estinti, ha rinselvatichito questa terra abbandonata dall’agricoltura, creando un esempio virtuoso, un caso scolastico che tra i conservazionisti ha già fatto diversi emuli un po’ ovunque. Esistono riserve inspirate al modello Oostvaardersplassen in India, Messico, Stati Uniti, Polonia e Ungheria perché, in un pianeta sempre più devastato dall’inquinamento e dalle megalopoli, il rewilding, ovvero il ritorno alla natura, alla vita selvaggia, è un’ottima soluzione per mantenere in vita brani del mondo che fu. In Italia, lo zoologo spoletino Bernardino Ragni ha appena lanciato il coraggioso progetto Wildlife Economy – Il Nuovo Paleolitico, che ricorda l’idea di Frans Vera, ma con una variante: una volta ripopolato un terreno agricolo in disuso con starne, fagiani, lepri e cinghiali, oltre che svolgervi attività scientifiche e didattiche, si potrà anche cacciare sia per scopi venatori sia alimentari, dimostrando così che l’ambientalismo può anche rivelarsi un’attività redditizia. Stamattina, a Oostvaardersplassen tira un vento freddo e teso che proviene dal Mare del Nord e che ha spazzato il cielo. Oltre il muro della diga, dove le acque del Markemeer sono più alte di cinque o sei metri rispetto alle paludi della riserva, navigano barche le cui vele da lontano sembrano colossali farfalle sospese a mezz’aria. Con la 4x4 di Vera ci addentriamo lungo i pochi sentieri sterrati della riserva e ci ritroviamo presto al cospetto di grossi tori che non appaiono per nulla intimoriti da noi. Meglio tenersi a debita distanza. La liberazione nel polder di poche decine di bovini di Heck è stata coronata da successo: adesso se ne contano più di mille. Dice il biologo: 138

«Volevo rendere omaggio all’uro, lo splendido toro diffuso originariamente in Europa, dove si estinse nel XVII secolo. Ho perciò scelto un suo discendente selezionato negli anni Venti del Novecento da due allevatori tedeschi, i fratelli Heck, incrociando bovini domestici nel tentativo di riportare in vita il grande bue primitivo». La scommessa di Frans Vera è consistita nel ripopolare Oostvaardersplassen con le specie geneticamente più simili a quelle che una volta brucavano i prati del nostro vecchio continente, prima che l’uomo le sterminasse tutte. Al posto del tarpan, per esempio, un cavallo selvatico che visse verso la fine dell’ultima glaciazione, 14.000 anni fa, e che fu cacciato fino alla sua scomparsa definitiva nel 1887, il biologo ha scelto il polacco konik, che ne è l’erede più vicino. Ne ha liberati una trentina: oggi, sono anch’essi più di mille. Ha avuto buon esito anche l’introduzione di un cervo scozzese, di cui oggi si contano quasi duemila esemplari. Non solo: attirati dai grandi ungulati e dalla primordiale naturalezza del luogo, sono arrivate tante specie selvatiche locali: volpi, lontre, castori, aironi, poiane e migliaia di oche selvatiche, abitudinariamente migratrici, ma che qui sono diventate stanziali. «Coloro che da sempre criticano il progetto, compresi eminenti ornitologi, sostenevano che le aquile di mare non sarebbero mai arrivate, perché per nidificare hanno bisogno di alberi molto alti. Ma vede quell’intreccio di rami in cima a quel tronco a pochi metri da terra? Ebbene, è un nido di aquile con al suo interno un paio di aquilotti», racconta Vera con una punta di soddisfazione. Il fondatore dell’oasi di Oostvaardersplassen è avversato da molti, e non solo dai suoi colleghi più invidiosi per il buon esito di un esperimento tanto ambizioso. Tra i suoi nemici più virulenti si contano soprattutto gli esponenti della potente lobby degli agricoltori olandesi, per i quali la fauna selvatica è tuttora un rivale da abbattere, proprio come lo fu per i loro nonni o bisnonni che costrinsero le autorità dell’Aja a includere nella categoria degli «animali nocivi» anche i cervi, per 139

i quali l’inizio della produzione industriale del legno segnò la condanna a morte. Ma tra gli avversari di Frans Vera ci sono anche quegli animalisti dalla lacrima facile che l’attaccano perché reputano inconcepibile l’idea di una riserva naturale senza alcun intervento umano. «D’inverno, alcuni animali muoiono per il freddo e per la mancanza di cibo: se qui vi fossero dei predatori sarebbero loro le loro vittime predestinate. Ora, a coloro che mi fanno la guerra perché hanno visto a Oostvaardersplassen un vitello o un puledro ridotto pelle e ossa dalla fame, dico soltanto che, belle o brutte che siano, queste sono le regole della natura. Due anni fa, un lupo proveniente dalla Germania è stato investito da un’auto a poche decine di chilometri da qui. In attesa che ne arrivino altri e che si occupino di eliminare gli animali più deboli, per tacitare altre critiche sono comunque stato costretto ad abbattere io stesso qualche esemplare moribondo». Il desiderio di Vera è la creazione di corridoi che collegherebbero la sua riserva ad altre zone protette, permettendo a cavalli selvatici, cervi e grossi bovini di migrare alla ricerca di cibo nei mesi in cui comincia a scarseggiare nel polder. È tutto pronto per la loro creazione, le aree interessate sono già state selezionate e il progetto già definito. Ma come accade in ogni angolo del pianeta, anche qui la realizzazione di uno splendido sogno può essere ostacolata dalla mancanza di un ingrediente indispensabile: il denaro. Ma ho visto altri polder, stavolta nel Nord dell’Olanda, devastati da un lento, inesorabile cataclisma. Quelle terre bonificate secoli fa sono oggi colpite da una sequela ininterrotta di microterremoti. La catastrofe colpisce indistintamente case e fattorie ed è provocata dallo sfruttamento di uno dei maggiori giacimenti di gas naturale del pianeta, nelle viscere della provincia di Groninga. Più gas si estrae, più violente e numerose sono le scosse. Certo, non è L’Aquila, e ancora non si contano né morti né feriti, ma i danni di queste 140

infinite scariche sismiche sono incalcolabili. Percorrendo la regione in auto, dopo aver attraversato sconfinati campi di cipolle e barbabietole, t’imbatti ovunque in dimore o fienili con pareti puntellate da travi di legno. E dappertutto incroci uomini che stuccano, ridipingono, abbattono o ricostruiscono là dove il suolo continua a tremare con angosciante puntualità, ogni volta che dal giacimento viene prelevato del gas. «In alcuni quartieri di cittadine quali Uithuizen o Loppersum sono danneggiate nove case su dieci, perciò sono sempre più numerosi coloro che vorrebbero emigrare. Ma il prezzo del mattone è crollato e nessuno riesce a vendere», mi dice John Lanting, che presiede Schokkend Groninen, la più agguerrita delle associazioni locali in lotta per proteggere le vittime del disastro. Spaventano le cifre che fornisce Lanting. Nei nove comuni colpiti, dal 1986 a oggi la terra ha tremato almeno duemila volte, danneggiando circa cinquantamila edifici, di cui una trentina tra monumenti storici e splendide chiese di mattoni rossi. «Per consolidarli non basterebbero 2 miliardi di euro», aggiunge l’attivista, al quale tutti si rivolgono nella regione per avere consigli su come ottenere i migliori risarcimenti ogni volta che la terra trema. Il principale colpevole di questa sciagura al rallentatore è la Nam, compagnia olandese del petrolio, di proprietà di Shell e ExxonMobil, che da decenni sfrutta il giacimento e che finché le è stato possibile ha negato gli effetti collaterali del suo lucrosissimo business. Si calcola infatti che negli ultimi cinquant’anni il gas di Groninga abbia fruttato 270 miliardi di euro. Nel 2013, l’estrazione record di 52 miliardi di metri cubi di gas fu la manna che permise di pareggiare il bilancio dei Paesi Bassi, facendo entrare nelle casse dello Stato 15 miliardi di euro. «E lo sa quanto hanno stanziato per consolidare le case lesionate? Soltanto 400 milioni di euro, soldi con cui si vorrebbe ammansire la popolazione regalando pannelli solari. Ma qui si vive nel terrore in attesa di un locale big one», dice ancora Lanting. 141

Albert Rodenboog, sindaco di Loppersum, racconta che nel 2003 anche la Nam riconobbe finalmente un nesso tra l’estrazione e l’attività sismica a Groninga. «Ma il punto di svolta fu nell’agosto 2012, quando si verificò un terremoto di magnitudo 3,6 sulla scala Richter, il più forte mai registrato nella regione, con la popolazione che fu svegliata in piena notte e si riversò per le strade. Da quel momento, i miei concittadini cominciarono a prendere coscienza dei rischi che correvano e a chiedere l’intervento delle autorità centrali. L’anno scorso, quando il ministro dell’Economia Henk Kamp venne a riferire in Comune che, prima di prendere una decisione, avrebbe chiesto ulteriori indagini geologiche, l’edificio fu assediato da una trentina di trattori e da una folla inferocita». La collera degli agricoltori ha ottenuto l’effetto sperato: pochi mesi dopo la Nam ha smesso di spremere gas vicino a Loppersum. Ma s’è spostata qualche decina di chilometri più a sud, dove si sono immediatamente prodotti nuovi terremoti. Ora, i geologi si sono accorti che con il passare degli anni intorno a Groninga la terra trema sempre più violentemente, e che le scosse hanno con gli anni modificato la geografia del luogo. Gli stessi scienziati sostengono che, se anche domani dovessero smettere di succhiare gas, il sottosuolo del luogo è così malmesso che comunque si produrrebbero terremoti per almeno altri vent’anni. L’ultimo sisma, il 13 settembre 2016, è stato di magnitudo 3,1, ma l’hanno sentito tutti, anche perché le scosse prodotte dal cedimento del terreno per l’estrazione di gas sono molto più vicine a noi, ad appena un chilometro dalla superficie, rispetto a quelle dell’attività tellurica, che nascono anche a cento chilometri di profondità. Dice ancora l’attivista Lanting: «Anche se siamo pochi e male organizzati, e combattiamo contro il 95 per cento dei deputati olandesi, che intendono continuare a sfruttare il giacimento, e contro la Nam, che è protetta dai giganti del petrolio, nel 2014 l’Aia ha decretato una progressiva chiusura del giacimento di Groninga». Ma ci vorranno anni, se non decenni, prima che ciò avvenga in modo definitivo. Anche 142

perché nei Paesi Bassi sette milioni di case dipendono da quel gas e perché la Nam ne esporta ancora parecchio. È quindi verosimile che i polder del Nord dell’Olanda tremeranno ancora a lungo. Il virus e i suoi eroi È curioso che nell’emancipata e libertaria Olanda, nazione che può forse vantare la democrazia più compiuta del pianeta, per la sua battaglia civile il Don Chisciotte di Groninga abbia perso il lavoro e sia finito in galera già tre volte. L’ultima, gli dissero, fu a scopo preventivo. Accadde quando il ministro dell’Economia si recò in visita a Loppersum, per evitare che Lanting l’apostrofasse con troppa disinvoltura durante la riunione al palazzo comunale della cittadina. Di piccoli e grandi eroi moderni come lui ne ho incontrati molti, la maggior parte dei quali in luoghi insanguinati da un conflitto, colpiti da un cataclisma o funestati da un’epidemia. Mi riferisco a quei samaritani laici o religiosi che prestano servizio nell’umanitario, in missioni di Cristo o in presidi medici remotissimi, incuranti delle condizioni spesso precarie in cui operano o dei rischi ai quali sono costretti a esporsi. Di questi ne ho incrociati diversi quando mi sono occupato di Ebola. Negli ultimi tre anni sono stato quattro volte nei Paesi più colpiti da questo flagello – Guinea Conacry, Liberia e Sierra Leone – che soltanto ora l’Organizzazione mondiale della sanità dice di aver debellato. Di ritorno da ognuno di questi servizi ho trovato in redazione colleghi che si sono rifiutati di stringermi la mano. Il che la dice lunga sulla psicosi mondiale nata attorno all’epidemia di febbre emorragica in Africa. In realtà, avevo già scoperto un’epidemia di Ebola nel 2003, a Kellé, in un villaggio della foresta del Congo Brazzaville, dove il virus uccise un centinaio di persone. Quando vi arrivai, Mako, un bel vecchio dai capelli brizzolati, robusto e ancora atletico, era morto da cinque giorni. Tre settimane 143

prima, era stato lui a trovare nella foresta la carogna di un gorilla. Chiamò allora gli uomini del suo villaggio per scuoiarla, farne bistecche e affumicarle. Vennero in quattro: furono tutti contagiati. Del gruppo, l’ultimo a morire è stato proprio Mako. Una morte orrenda. Vomitava sangue, lacrimava sangue, perdeva sangue dal naso, dalle gengive, dal retto. E piangeva, il vecchio cacciatore bantu. Piangeva dal dolore. «Gli organi interni sono attaccati e come liquefatti dal virus: la febbre emorragica provoca sofferenze atroci», mi spiegò Paul Lusamba, epidemiologo di Kinshasa, accorso assieme a una decina di medici dell’Oms per cercare di arginare la quinta epidemia di Ebola registrata fino ad allora, e ancora considerata come una misteriosa patologia infettiva, apparsa la prima volta in Sudan nel 1976. A Kellé, piccolo capoluogo dell’omonimo distretto congolese, a circa ottocento chilometri dalla capitale Brazzaville e in una delle più remote foreste pluviali del pianeta, trovai buona parte della giungla inondata perché pioveva dieci ore al giorno da due mesi. Il distretto era stato posto in quarantena da una settimana, e isolato con un cordone sanitario per impedire che il contagio arrivasse a Brazzaville. «Nel paesino siamo riusciti a contenere l’epidemia, ma non nei villaggi della foresta, difficilissimi da raggiungere. Per ammalarsi basta un semplice contatto con la persona infetta: si figuri i rischi per il personale che dovrebbe evacuare i moribondi, magari a piedi, o in piroga», aggiunse Lusamba. A differenza delle precedenti epidemie, quella volta l’équipe dell’Oms credette di aver individuato in Mako il paziente zero. Mako, il vecchio che per primo toccò il cadavere del gorilla, anche lui ucciso dal virus. Da allora, Ebola aveva ammazzato ottantacinque persone nel distretto di Kellé, e undici in quello vicino di Mbomo. A questi morti ne andavano aggiunti altri quattro, massacrati a colpi di machete da una folla impazzita di panico. Erano insegnanti e appartenevano alla setta dei Rosacroce. Ciò gli era valso d’esser considerati gli untori di quell’epidemia. 144

Alla raccapricciante agonia di Mako assistettero medici arrivati da Parigi, Amburgo, Ginevra, Anversa, che del virus Ebola ancora ignoravano quale fosse il serbatoio naturale, ossia l’essere vivente dove il virus si nasconde tra un’epidemia e l’altra. Soltanto allora si cominciava a parlare dei pipistrelli, perché erano sempre sui luoghi dove si pensava che fossero iniziate le epidemie. Nel 2004, il bilancio approssimativo delle cinque epidemie di febbre emorragica parlava di mille morti in tutto: un’inezia rispetto ai milioni di morti di Aids. Eppure Ebola spaventava e ancora spaventa più di altre patologie molto più mortifere, perché proviene dal mondo primordiale della foresta, perché uccide a velocità fulminante e perché lo fa in modo così cruento. Quando dieci anni dopo, nel luglio 2014, arrivo a Conacry, capitale della Repubblica di Guinea, perfino gli addetti alle pulizie sembrano samurai avveniristici, bardati di tute gialle, cuffie, ampi grembiuli di cerata, stivaloni e occhiali da sci, per non lasciare scoperto neanche un millimetro quadrato di pelle. Qui, del resto, nell’avamposto dove si combatte la prima infezione di Ebola scoppiata in una grande città africana, tutto evoca la guerra, dalla marziale disciplina con cui operano medici e infermieri ai bollettini sanitari che contano le perdite delle battaglie contro il più infido dei nemici, il virus Ebola, che da marzo ha già provocato cinquecento morti in Africa occidentale. «Pochi giorni fa è arrivata un’intera famiglia contagiata, e ieri è deceduto il più giovane dei suoi figli, un bimbo di 7 mesi», mi racconta Chiara Montaldo, 39 anni, infettivologa genovese che dirige questo centro d’emergenza allestito da Medici senza frontiere all’interno del più grande ospedale di Conakry, nel tentativo di arginare un’epidemia già ‘fuori controllo’, con almeno sessanta focolai attivi. Nel centro d’emergenza, che consiste in una decina di capienti tende bianche e in una fila di piccole stanze in muratura, aleggia ovunque la puzza di cloro con cui si disinfetta ogni cosa: tutto ciò che entra, ma soprattutto quello che esce dal lazza145

retto. Dice ancora la Montaldo: «Il problema è che l’infezione di Ebola comincia con sintomi aspecifici, perciò quando arriva un paziente ‘sospetto’ sono costretta a intervistarlo a lungo prima di decidere se accoglierlo o no. Ed è sempre una scelta molto sofferta: se lo lascio andare c’è il rischio di rimettere in giro un potenziale ‘untore’; se lo faccio entrare ed è sano, può lui stesso infettarsi al contatto con gli altri malati». Ed eccoli i pazienti di Ebola che, dalla postazione destinata ai parenti, a distanza di sicurezza da ogni possibile contatto, vediamo sdraiati nelle loro cellette come monaci appestati, circondati dai benevoli ‘samurai’ che li aiutano a nutrirsi e soprattutto a reidratarsi per via dell’enorme quantità di liquidi che perdono con diarree continue e sudori da febbre alta. «Muoiono soprattutto per questo motivo, come prosciugati dal virus. Infatti, il ceppo di questa epidemia raramente uccide con le emorragie, come succedeva nel corso di altre infezioni», spiega l’infettivologa. Negli anni scorsi Ebola aveva colpito il Congo, il Gabon, l’Uganda, ma mai la Guinea, perciò quando qui è scoppiata l’epidemia nessuno ha saputo come affrontarla, non solo nei villaggi della giungla, ma anche a Conakry. La ventiquattrenne Fanta Oulen Camara, miracolosamente sopravvissuta al flagello, racconta che fino all’arrivo della squadra di Medici senza frontiere i dottori dell’ospedale locale fuggivano al cospetto di un malato. «Soffrivo di cefalee e di insopportabili dolori ai muscoli e alle articolazioni, ma non sapevo che fosse Ebola. In realtà, nessuno lo sapeva. La mia fortuna è stata quella di venire in ospedale nei giorni in cui sbarcò Msf», dice Fanta, che, appena guarita, è stata però vittima di una ributtante discriminazione, venendo licenziata dalla scuola dove insegnava. Quanto è accaduto a Fanta è la dimostrazione della sinistra fama di cui gode Ebola, malattia della paura e dell’esclusione, del rigetto e della superstizione. Come succedeva in Europa durante la peste nera, su di essa si raccontano ridicole e irragionevoli assurdità. «Una di queste consiste nel sostene146

re che siamo stati noi di Medici senza frontiere a diffondere il virus per sterminare la popolazione della Guinea», sostiene Marc Poncin, capo progetto dell’organizzazione umanitaria in Guinea. «Gli stregoni e i predicatori suggeriscono di non portare i malati negli ospedali, perché lì li avveleniamo, e che è meglio morire a casa circondati dall’affetto dei propri cari. Il problema è che così non si fa altro che aumentare il numero dei contagi». A Conakry, dove il Parlamento si erge davanti a una discarica e dove perfino in pieno centro le strade sono accidentate come sentieri di montagna, ma dove il presidio di Msf è ormai rodato alla perfezione e dove la campagna di sensibilizzazione è stata capillare, si era pensato poche settimane fa di aver scongiurato il peggio, fermando la diffusione del virus. Ma nei giorni scorsi, con l’arrivo di altri pazienti ‘sospetti’ che gli esami di laboratorio hanno rivelato essere infettati dal morbo, è svanita l’illusione. E ciò perché anche nella capitale permangono molti comportamenti a rischio: al mercato di Tannerie, per esempio, è bastato sganciare pochi franchi guineani per trovare l’ormai banditissima carne di scimmia, considerata assieme al pipistrello uno dei maggiori serbatoi di Ebola. «Questa è di scimmia nera ed è tenerissima», giura il macellaio Paul Diakité, mostrando un filetto sanguinolento, di un rosso acceso. «Non posso più esporla vicino al manzo, ma la gente continua a chiedermela». Dice ancora l’infettivologa Chiara Montaldo: «Qui riusciamo a salvare quasi tre pazienti su quattro. Ed è una cifra da primato. Altrove, invece, quando i pazienti arrivano a uno stadio già avanzato della malattia, ne muoiono anche otto su dieci». Come accade nelle vicine Sierra Leone e Liberia, dove il virus s’è appena affacciato e ha cominciato a mietere copiosamente le sue vittime. Lì, Ebola è ancora una parola tabù, che nessuno osa pronunciare, come se bastasse evocarla per rimanerne contagiati. Tutti ne negano l’esistenza, occultandone i malati e sotterrando di nascosto i suoi morti: pericolosa forma di psicosi collettiva, che consiste nel chiu147

dere gli occhi davanti a una delle più violente pandemie che abbiano colpito l’Africa a memoria d’uomo. Pochi mesi dopo, quando arrivo a Monrovia, mancano perfino i becchini per i morti di Ebola. Nella malconcia capitale della Liberia, i corpi dei malati sono ammucchiati contro un muro dell’ospedale centrale. La sera, squadre di moderni monatti con indosso camici ermetici, li caricano dentro arrugginiti pick-up per trasportarli a sirene spiegate lontano dalla città, dove verranno bruciati. Lo fanno per motivi di sicurezza, perché è da morti che si diventa più contagiosi, ma anche perché non ci sono braccia per scavare fosse così profonde da evitare che i cadaveri entrino in contatto con le falde freatiche. «Ma io non voglio essere cremato, preferisco morire tra i miei e ricevere una degna sepoltura», dice Fabrien, un possibile malato di febbre emorragica, con cui per mantenerci a distanza di sicurezza siamo costretti a urlarci addosso. Lo incontro davanti al cancello di un altro ospedale, quello di Elwa, nella periferia di Monrovia, dove assieme a una ventina di altri disgraziati aspetta di poter entrare. Fabrien è seduto a terra, esausto. Accanto a lui giacciono altri futuri pazienti: alcuni dormono, o forse già agonizzano. «Sono qui da quattro ore, e ho la testa che mi scoppia. Stamattina m’hanno detto che al momento non possono neanche accogliermi nel centro di smistamento, dove decidono chi far entrare in ospedale per accertamenti». Fabrien mi racconta poi che il governo liberiano ha creato un numero verde per assicurare il trasporto dei malati nei centri specializzati. «Ma è una gigantesca presa in giro, perché ricevono almeno tremila chiamate al giorno, e in tutta Monrovia ci sono solo trecentocinquanta letti disponibili e una mezza dozzina di ambulanze. Questo significa che puoi aspettare anche una settimana prima che ti vengano a prendere, perciò ho deciso di venire a Elwa con mezzi miei». Ora, in Liberia molti ospedali hanno dovuto chiudere per carenza di medici, 148

uccisi dal virus. Con il decesso di ottantanove sanitari sui centoottantaquattro colpiti da Ebola il sistema ospedaliero locale, già in pessime condizioni prima che scoppiasse l’epidemia (contava una cinquantina di dottori e un migliaio di infermieri per 4,3 milioni di abitanti), è ormai ridotto al lumicino. Qui, come negli altri due Paesi più funestati dal virus, dal marzo 2014, data ufficiale dell’inizio della peggiore epidemia di Ebola della storia, settemila persone sono già state infettate. Di queste, tremila sono morte. E ogni settimana si scoprono settecento nuovi casi. Ma a spaventare ancora di più sono le proiezioni future del morbo, perché la sua diffusione procede molto più velocemente degli sforzi internazionali per contenerlo. A patirne le conseguenze sono soprattutto i bambini, spiega Guido Borghese, dell’ufficio regionale dell’Unicef di Dakar. «Si era inizialmente pensato che i bambini fossero meno contagiati degli adulti. Purtroppo non è così, poiché tra di loro si verifica un quarto dei decessi. Non solo: vi sono già quattromila piccoli che hanno perso almeno un parente. Questi orfani sono in continuo stato di shock perché vedono corpi inermi sulle strade, e uomini con maschere e divise che spruzzano liquidi disinfettanti», dice Borghese. In realtà, tutti i settori della società sono toccati dalla crisi: le scuole sono chiuse a tempo indeterminato e la disoccupazione è esplosa, mentre l’economia si è paralizzata. Nel frattempo, nelle strade di Monrovia si patisce la fame. «Non abbiamo più un sistema sanitario funzionante e le nostre forze di sicurezza male equipaggiate: il Paese destabilizzato dall’epidemia potrebbe ripiombare nella guerra civile, come è già accaduto nel 1989 e nel 2003, due catastrofi della nostra storia recente in cui morirono più di 250.000 persone», mi dice il ministro dell’Informazione, Lewis Brown. Quanto al ministro liberiano della Difesa, Brownie Sakumai, davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha dichiarato «che per via di Ebola a rischio è l’esistenza stessa della Liberia». 149

Il giorno che dovessero scoppiare gravi disordini sociali ci si può chiedere come reagirebbero le autorità, dal momento che a essere falcidiati dal virus sono anche gli effettivi delle forze di polizia, con diversi commissariati chiusi e una base militare nella periferia di Monrovia messa in quarantena per via di una trentina di soldati contagiati. In questa povera e sdrucita regione dell’Africa occidentale, dove si continua a morire anche di Aids, malaria e tubercolosi, le conseguenze di Ebola travalicano l’aspetto meramente medico-sanitario. Dal mese di luglio, infatti, tutti i Paesi confinanti con Guinea, Sierra Leone e Liberia hanno chiuso le loro frontiere per evitare sconfinamenti del virus (il quale ha comunque ucciso qui e là, dal Senegal alla Repubblica democratica del Congo, sia pure in misura infinitamente ridotta). Le compagnie aeree hanno interrotto i voli, la maggior parte dei legami commerciali è stata tagliata e le economie locali sono collassate. In Guinea, la crescita è già stata dimezzata, scendendo da 4,2 a 2 punti percentuali. L’epidemia ha anche dato luogo a esperimenti sociali finora inediti, quantomeno in tempi di pace. Pochi giorni fa il governo di Freetown, capitale della Sierra Leone, ha costretto più di un milione di abitanti a vivere per tre giorni sotto una sorta di coprifuoco, con l’assoluto divieto di uscire di casa. In quel frangente, scortati da soldati e poliziotti, diversi volontari hanno visitato le famiglie, distribuito sapone, spiegato come comportarsi per scongiurare il contagio. Solo durante quelle visite sono stati scoperti più di 130 nuovi casi. Il 16 settembre scorso, le superstizioni nate attorno al male hanno provocato la morte di otto funzionari locali che si erano recati in un paesino nella giungla per sensibilizzare la popolazione, e che da questa sono stati orrendamente linciati. I loro corpi, fatti a pezzi col machete, sono stati ritrovati pochi giorni dopo in una fossa comune. Per alcuni, il magnifico eroe che ha sconfitto il virus è Anthony Dumana, anche se per altri è l’angelo della morte che 150

ha prima rapito e poi avvelenato i loro cari. Ma lui, tecnico di laboratorio nominato ufficiale di controllo dell’epidemia quando il virus falcidiava la popolazione al ritmo di decine di morti al giorno, mi dice di aver semplicemente svolto il suo dovere, sia pure, date le circostanze, con «spirito di sacrificio patriottico». Un sacrificio che si è rivelato vincente, perché a Pujehun, nel Sud della Sierra Leone, non si registrano casi da ormai 121 giorni, il che l’ha reso il primo luogo senza più un contagio dall’inverno 2014, più di un anno fa, quando l’Organizzazione mondiale della sanità ha ufficialmente riconosciuto l’inizio della più mortifera epidemia di Ebola della storia. Incontro Anthony a Zimmi, un agglomerato di catapecchie ricoperte di paglia e lamiera, a tre ore e mezzo di macchina dal capoluogo di questo misero distretto contadino. «L’estate scorsa, quando la febbre emorragica divampò nella regione, mettemmo in quarantena un intero villaggio. Io ero il solo autorizzato a entrarvi per fare prelievi ai pazienti sospetti, per portarli in ospedale quando sviluppavano la malattia o per recuperare i corpi se morivano. Ma ogni volta che arrivavo nel villaggio, bardato con la tuta di protezione, la gente mi urlava che ero un assassino, che uccidevo i loro parenti e che impedivo di dar loro una degna sepoltura. Le dico la verità: avevo più paura dei locali che del virus», racconta Anthony. Da allora gli abitanti di Zimmi lo chiamano dead man walking, ed è verosimile che senza il «morto che cammina» l’infezione non si sarebbe fermata a Zimmi e avrebbe ammazzato chissà quanta altra gente nel distretto. Ma questo miracolo sanitario conta un altro protagonista. Anzi, un altro eroe: Enzo Pisani di Molfetta, provincia di Bari, 61 anni, da 36 nell’Africa più povera, dove svolge il mestiere di chirurgo, ginecologo, medico di base e, più in generale, demiurgo. Pisani dirige i reparti di maternità e pediatria dell’ospedale di Pujehun, che grazie all’Ong padovana Medici con l’Africa Cuamm è rimasto aperto anche durante i mesi più bui dell’emergenza, limitando così i cosiddetti decessi «collaterali», quelli provocati dalla malaria o dalle ma151

lattie infantili. «E perché mai avrei dovuto mollare?», dice Pisani. «Faccio il medico, e se ieri combattevo la polio o l’Hiv oggi combatto Ebola, che è uno dei tanti problemi di questo continente, ma non il peggiore. A Pujehun si muore più di parto che di febbre emorragica». Nel suo distretto Pisani ha sconfitto il virus militarmente, nel senso che i villaggi in quarantena erano presidiati dall’esercito, con i soldati che impedivano agli abitanti di uscirne, e con i volontari che li approvvigionavano di riso e fagioli. Qui, quando arriva un malato in ospedale c’è spesso poco da fare. La sola priorità è proteggere la comunità dal contagio, con una strategia riassunta da due acronimi: Abc, «Avoid Body Contact», ossia evita il contatto fisico, quindi niente strette di mano, abbracci o pacche sulle spalle; e Ipc, «Infection Prevention Control», e cioè fai attenzione a non propagare l’infezione con le adeguate protezioni quando si è vicini a un malato e sterilizzando ogni cosa con l’acqua clorata. «Il divieto del tradizionale lavaggio dei cadaveri, pratica perniciosissima con Ebola, perché la carica virale è massima alla morte del paziente, è stato interpretato come un’altra maledizione della malattia. Ma alla fine la gente se n’è fatta una ragione e lascia che siano apposite squadre di becchini a seppellire i morti, anche quelli deceduti per altre cause», spiega il medico italiano. A Zimmi, Pisani ha approntato un holding center, ossia una struttura per isolare i pazienti sospetti, dove Anthony scaricava quei disgraziati che cominciavano a soffrire di febbre, vomito o dolori muscolari. Ci arrivo percorrendo una pista che taglia una foresta spelacchiata da annosi e intensivi disboscamenti. Ci accompagna Mariangela Galli, infermiera pediatrica di Bergamo, 39 anni, anche lei del Cuamm e con una lunga esperienza di aiuto nelle regioni più disastrate del pianeta. La strada è puntellata da numerosi posti di blocco dove un soldato, ma a volte uno studente o una madre di famiglia, ci misura la temperatura con un termometro elettronico. L’holding center di Zimmi si erge su una collina di 152

sterpaglie e consiste in un ampio edificio appena ultimato. Sui materassi di gomma dove fino a pochi mesi fa agonizzavano gli appestati di Ebola adesso c’è un dito di polvere. «Quando Anthony ci portava i pazienti sospetti, capitava che questi non toccassero cibo né bevessero un goccio d’acqua, perché convinti che li avremmo avvelenati. Si viveva nel terrore, al punto che per mesi, al vicino presidio medico, non si è presentato nessuno. La gente preferiva morire a casa. Solo quando il primo paziente colpito dal virus è sopravvissuto, la popolazione locale ha capito che Anthony non era un killer», racconta l’infermiera che, lo scorso anno, appena ha saputo dell’epidemia di Ebola, con dedizione piena e senza risparmio s’è offerta volontaria «per dare una mano agli africani». La scomparsa del morbo a Pujehun è stato il segnale dell’inizio della fine di quest’epidemia che ha fatto oltre diecimila morti, di cui 3700 in Sierra Leone. La gente è stanca dei divieti e vorrebbe tornare alla normalità, per esempio con la riapertura delle scuole, chiuse da oltre un anno. La stanchezza annacqua la paura e le spiagge di Freetown, che sarebbero ancora un luogo vietatissimo, qualche giorno fa erano piene di una folla allegra e spensierata. Dice ancora Enzo Pisani: «Come vuole impedire il contagio nelle mostruose baraccopoli della capitale, dove vivono gli uni sugli altri? La sola speranza è nel fisiologico indebolimento dell’epidemia e nella scoperta di medicine più efficaci». Ma l’eventualità che i giganti farmaceutici si decidano di investire in una molecola da vendere solo in questi poverissimi e sfortunati Paesi è altamente improbabile. La paura come salvacondotto Quanto a me, non ho mai avuto paura di essere contagiato da Ebola. E non mi considero né particolarmente coraggioso né fatalista, ma ogni volta che s’è trattato di imbarcarmi per Conacry o Monrovia, ho semplicemente fatto un calcolo realistico. Quanti operatori sanitari occidentali sono stati colpiti dal 153

virus nei tre Paesi africani dopo un contatto quotidiano con i malati per settimane? Due? tre? Anche se fossero stati trenta, le possibilità di contrarre l’infezione, per me, visitatore più che occasionale di quei luoghi, erano davvero infinitesimali. Sono altre le situazioni in cui ho avuto paura. Mi è accaduto in un villaggio vicino ad Aleppo, quando una granata cadde non lontano da dove mi trovavo. Stavo discutendo con il comandante di una falange della rivolta ‘virtuosa’ al regime di Damasco, un militare che aveva disertato dall’esercito lealista dopo aver svolto quel mestiere per una vita. La paura me la trasmise lui stesso, con la smorfia di terrore che lessi sul suo viso dopo l’esplosione. Infatti la sua falange era appena entrata nel bersaglio dell’artiglieria pesante delle forze del regime. Codardamente risalii di corsa in macchina, senza neanche perder tempo a salutare il militare, e urlai all’autista di riportarmi il più presto possibile nella vicina Turchia. In circostanze analoghe ho perso un amico, il fotografo francese Olivier Voisin. Anche lui era con i rivoltosi e anche lui si trovò sotto un bombardamento delle forze del presidente Assad. Ma Olivier era un free lance, e non aveva un autista con sé, né probabilmente mille dollari da offrire alla prima macchina che avesse incontrato per fuggire da lì. S’era unito a una legione della guerriglia per condividere la vita di uno dei fronti di quella guerra che aveva già magistralmente fotografato. Una bomba l’ha decapitato. Una sola volta ho pensato di non farcela, dopo essermi fidato di un lancio dell’Agence France-Presse che dava per certo l’inizio di un cessate il fuoco nella brevissima guerra che oppose la Georgia alla Russia. Il giorno dopo dunque, all’alba del 10 agosto 2008, con l’inviato della «Stampa» Emanuele Novazio decidemmo di dirigerci verso Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud, bombardata tre giorni prima dai caccia georgiani. Nessun giornalista era ancora riuscito ad arrivarci, e nessuno aveva quindi potuto controllare le notizie secondo cui due terzi della città erano stati distrutti. Partimmo sulla Fiat 128 del tassista Liria assieme alla mia interprete, la dolce 154

Katerane, insegnante di italiano all’università di Tbilisi, capitale della Georgia, anch’essa centrata poche ore prima, per rappresaglia, dai razzi sparati dai Mig russi. In serata, avrei scoperto che c’era stata soltanto una richiesta di cessate il fuoco, o meglio una supplica rivolta dalla Georgia alla Russia, la quale l’aveva sempre respinta. L’allora presidente russo Dmitrij Medvedev era convinto che in Ossezia del Sud fosse stato compiuto un massacro. Mosca intendeva vendicarlo. All’ultimo posto di blocco georgiano vedemmo camionette cariche di soldati armati fino ai denti. I militari non facevano caso alle rare macchine dirette a nord, forse troppo occupati a pregare: se la Russia avesse deciso di invadere la Georgia, sarebbero stati loro i primi a morire. L’unica traccia a indicare che nelle ultime ore si era combattuto erano le ferite lasciate sull’asfalto della carreggiata dai troppi carri armati che in quei giorni l’avevano percorsa: prima i blindati georgiani che, dopo la pioggia di bombe sganciata dall’aviazione, avevano completato la distruzione del capoluogo dell’Ossezia meridionale; poi quelli russi, arrivati numerosi da nord per riconquistare la provincia indipendentista, e che in quelle ore, nascosti tra gli alberi, puntavano tutti il cannone contro Tbilisi. Per il resto, la strada che portava a Tskhinvali era un tripudio di frutteti carichi di pesche e susine mature, di prati dove pascolavano grasse mucche brune, di rigogliosi orticelli separati tra loro da antiche staccionate. In quest’arcadia contadina, sovrastata dalle imponenti montagne del Caucaso, stonava soltanto l’apatia di quei pochi abitanti che dopo tre giorni di guerra non erano ancora fuggiti. Immobili, sulla soglia delle loro fattorie, sembravano colpiti da un sortilegio perché ancora inebetiti dalla potenza di fuoco che nelle ultime ore li aveva appena sfiorati, seminando morte e distruzione a poche decine di chilometri dalle loro teste. Chiesi a Liria di fermarsi e mi avvicinai a un anziano contadino per chiedere quanto distava il capoluogo ossetino. Ma fu lui che cominciò a farmi domande: aveva deciso di andarsene e mi 155

chiedeva, avendomi scambiato chissà per chi, se poteva lasciare le bestie alla stalla o se era costretto a portarle con sé. Ripartimmo. Dopo pochi chilometri, una volta attraversato il fiume Liakvi, scorgemmo il primo appostamento russo: quattro casette prefabbricate montate in fretta e furia, un paio di soldati in mimetica, le bandiere bianche, rosse e blu. Proseguimmo ancora per poco, a gran velocità, senza incrociare altre auto. Quasi alle porte di Tskhinvali, un primo razzo superò la nostra macchina, passando sopra le nostre teste, e andò a schiantarsi a una cinquantina di metri da noi. A giudicare dallo spostamento d’aria provocato e dalla densa colonna di fumo e terra che s’alzò dal luogo dell’impatto, doveva trattarsi di un proiettile pesante. Liria innestò la retromarcia, ma se l’obiettivo era l’automobile sulla quale viaggiavamo, era meglio uscire e darsela a gambe. Decidemmo di rifugiarci sotto la veranda di una fattoria abbandonata, ma non facemmo a tempo a raggiungerla che l’artiglieria russa riprese a sparare: caddero altri cinque o sei colpi, sempre più vicini. Si sentiva prima il fischio del razzo che velocissimo tagliava l’aria, poi l’esplosione, potente, fragorosa, assordante. Ci mettemmo ventre a terra, immobili. Alzai lo sguardo e vidi le suole delle scarpe di Novazio inzaccherate dalle susine che aveva calpestato correndo verso il nostro rifugio. Tutti i vetri della fattoria andarono in frantumi. Un gallo, per nulla impaurito dalle deflagrazioni, si mise a cantare. Finalmente il cannone tacque, ma subito iniziarono a crepitare i kalashnikov. Non sparavano più verso la fattoria, ma in direzione dei russi. Erano nell’orticello accanto, a non più di cento metri. Si trattava probabilmente di soldati georgiani che non avevano fatto a tempo a ripiegare con il grosso del loro esercito. Ogni tanto, una mitraglia più pesante rispondeva fiaccamente. Con il naso nell’ubertosa terra caucasica, assistemmo all’ultima battaglia tra russi e georgiani. Una battaglia che durò almeno tre ore, violentissima, al punto che nel pomeriggio il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, deplorò «l’uso sproporzionato della forza dispiega156

to da Mosca». Dalle basi russe s’alzarono un paio di elicotteri. Volarono a pochi metri dal suolo e quando arrivarono sopra la fattoria i kalashnikov ripresero a sparare. Vidi Liria, il tassista, farsi il segno della croce, alla maniera degli ortodossi, toccandosi la spalla destra prima di quella sinistra. Non per paura dei proiettili: lui il militare l’aveva fatto, come carrista, per giunta. Era terrorizzato all’idea di venire catturato dai russi. Passò ancora una mezz’ora, e in lontananza altri botti, potenti, squarciarono l’aria prima di esplodere al suolo. Poi, più niente. Finalmente sentii avvicinarsi alcune macchine provenienti da Tbilisi. M’alzai in piedi e correndo m’avvicinai alla strada. Dalla prima auto uscirono un cameraman e una giovane donna che mi si rivolse in inglese: era l’inviata della Cnn turca e io ero così malmesso e impolverato che m’aveva scambiato per un contadino georgiano sopravvissuto alla battaglia. Scoppiai a ridere, perché capii che eravamo salvi e perché, per la seconda volta in poche ore, ero stato preso per qualcun altro. Ci accodammo al piccolo convoglio di macchine e finalmente arrivammo a Tskhinvali. Ma la visita di quella città spettrale, abbandonata dalla maggior parte della popolazione, sarebbe stata breve. Avevo paura, e decisi di rientrare a Tbilisi. Scrissi il pezzo, lo spedii al giornale, mangiai un boccone e prima di mettermi al letto detti un’ultima occhiata alle agenzie. Una mi gelò il sangue. Recitava: «In Ossezia del Sud, due giornalisti georgiani sono stati uccisi e due giornalisti turchi sono rimasti feriti». Erano stati i compagni dell’ultima parte del nostro viaggio verso Tskhinvali. Avevano avuto il coraggio e la forza di attardarsi più di noi. E la sfortuna di essere colpiti.

La tigre dagli occhi a mandorla

La belva riappare con puntuale regolarità da una settantina d’anni, sempre dopo il tramonto e spesso con un piccolo canguro tra le fauci. L’ultima volta è accaduto dieci giorni fa. Testimoni una coppia di turisti australiani. «L’animale ci ha attraversato la strada all’improvviso: era una tigre della Tasmania, ne siamo certi», sostengono i due. Quest’ultimo avvistamento si aggiunge alle migliaia già registrate dal 7 settembre 1936, da quando cioè l’ultimo esemplare del più grande carnivoro marsupiale morì in cattività allo zoo di Hobart. Da allora, decine di spedizioni scientifiche hanno tentato di stabilire se quella morte coincise con la definitiva scomparsa della specie. Del destino della tigre della Tasmania si sono occupati il Wwf e l’Unesco, Brigitte Bardot e perfino lo scalatore sir Edmund Hillary. Qualche anno fa, il tycoon americano e fondatore di Cnn, Ted Turner, promise centomila dollari a chi potesse garantire che la «tigre» fosse ancora in vita. Ma dell’esistenza del tilacino, o Thylacinus cynocephalus come lo chiamano gli zoologi, neanche lo straccio di un prova. Non una foto, un ciuffo di peli, un’impronta. Neanche una mollica di feci. Nulla. Solo avvistamenti. Di media, uno al mese, anche se nel 1986 la fiera fu finalmente iscritta tra le specie estinte. David Pemberton, curatore del Tasmanian Museum di Hobart e zoologo di chiara fama, non esclude che pochi esemplari sopravvivano nelle zone più remote dell’isola. Dice Pemberton: «È un animale molto mobile, perciò difficile da localizzare. La caccia spietata di cui è stato vittima gli ha sicuramente insegnato la prudenza». Ma io preferisco atte158

nermi alla versione ufficiale. Parlando di lui, userò perciò il passato. Il tilacino era in realtà un animale notturno, timido, della taglia di un dalmata. Aveva la coda possente e due grandi occhi a mandorla. Ma i primi coloni inglesi gli attribuirono la ferocia di un tirannosauro. Lo descrissero aggressivo e crudelissimo, sostenendo che mangiasse i bambini e succhiasse il sangue delle sue prede. Un mostro. Per loro era soprattutto un animale nocivo, perché sbranava le pecore, predando soprattutto, aggiungevano superstiziosi, quelle gravide. Fu dunque chiamato ‘tigre’, e non solo per il suo dorso zebrato. Temuto, odiato, demonizzato, il tilacino fu sterminato con maggior tenacia del lupo e dell’orso alle nostre latitudini. Agli inizi dell’Ottocento, contro quest’antichissima creatura si scatenò una sorta di follia omicida collettiva. Nel 1830, uccidere un tilacino divenne il dovere di ogni allevatore; i più ricchi armarono mercenari ed ex galeotti per dargli la caccia. Nel 1880 il Parlamento della Tasmania istituì perfino una taglia per sradicare il problema: cinque sterline per un adulto, due e mezzo per un cucciolo. I discendenti di quegli sterminatori vorrebbero oggi lavare le colpe del passato, e per alleviare il peso di una così terribile eredità hanno anzitutto reso il tilacino il loro animale totemico: la «tigre» è diventata il simbolo patriottico della Tasmania, il più piccolo dei sei Stati australiani. La ritrovi sull’etichetta della migliore birra locale, sul monoscopio di una rete televisiva, sul marchio di una società di assicurazione. Ha dato il nome a una banca, a una linea di autobus, a una catena di supermercati, a un’infinità di pub e ristoranti. Ma c’è di più: la tragedia del tilacino ha conferito ai tasmaniani una straordinaria determinazione a proteggere la loro isola dalle mire di speculatori e commercianti di legname. Non è un caso se nel 1972 nacque proprio qui lo United Tasmania Group, il primo partito ambientalista della storia. Grande come l’Irlanda, ma popolata da appena mezzo milione di abitanti, la Tasmania ospita una delle ultime grandi foreste temperate del pianeta. Quasi la metà della superficie 159

di questa finis terrae australe è costituita da parchi nazionali, con angoli ancora inaccessibili se non dopo giorni di marcia. «È senz’altro una delle regioni più protette del pianeta, anche per via del complesso di colpa scaturito dall’estinzione della ‘tigre’», mi dice lo scrittore David Owen, autore di un libro ben documentato sull’argomento. Ora, nonostante la scomparsa della sua «tigre», la Tasmania è ancora il regno di una natura primordiale e fiabesca. Le sue foreste di felci ciclopiche e di eucalipti massicci come colonne onorarie sono abitate da fumettistici marsupiali: il wallabi che è una sorta di canguro pigmeo, il wombat che somiglia a un orsacchiotto, l’opossum, lo scoiattolo maculato, il voracissimo diavolo della Tasmania che sembra nato dall’incrocio tra una talpa e un bulldog. C’è poi l’ornitorinco, che pesca nei fiumi impetuosi, e i pinguini che, la notte, per sfuggire a granchi pesanti anche quindici chili, invadono i pascoli che frangiano la costa. Fa freddo a queste latitudini, eppure è facile incontrare grossi pappagalli dalle piume arcobaleno e serpenti contro il cui mortifero veleno non esistono antidoti. Qui la fauna è esuberante, quasi eccessiva, tanto da rendere pericolosa la guida dopo il tramonto. In una settimana, sulle poche strade che attraversano l’isola, ho contato più di trecento wallabi investiti dai camion. L’altra metà dell’isola è composta da pascoli. E stride il contrasto tra l’impenetrabile bush della foresta e i prati d’erba delimitati, come nella campagna inglese, da pittoreschi muretti a secco. I cinque milioni di pecore tasmaniane, famose per produrre la migliore delle lane merino, sono ancora il vanto del luogo. Qualche anno fa, l’Australian Museum di Sydney puntò sulla difficile clonazione del tilacino. La «tigre» come la pecora Dolly. L’esperimento è tuttora diretto dal biologo evoluzionista Michael Archer, il quale si dice convinto che presto nel suo laboratorio si udirà il primo vagito di un tilacino clonato. Il suo genoma, sia pure altamente frammentato, è stato già estratto da reni, midollo e cuore dell’embrione di 160

un esemplare conservato da più di un secolo nell’alcol. Ma la strada del professor Archer è ancora irta di difficoltà. Anzitutto scientifiche, perché deve ancora trovare il marsupiale che ospiterà l’ovulo del tilacino clonato. E poi economiche e bioetiche. «Vede, i costi dell’operazione sono per il momento contenuti, anche se secondo i detrattori del progetto sarebbe meglio spendere questi soldi per proteggere specie ancora in vita. Quanto ai problemi etici credo che in tutta questa faccenda l’unica cosa immorale sia stata sterminare il tilacino», sostiene il biologo. A Hobart, nessuna lapide commemora l’estinzione del tilacino per mano dell’uomo, ma al Tasmanian Museum un televisore trasmette senza interruzione l’unico video del predatore: una quarantina di preziosissimi secondi che ritraggono Benjamin detto Ben nella sua gabbia dello zoo del capoluogo. Con i suoi grandi occhi a mandorla, la «tigre» sembra lanciare sguardi disperati e insieme malinconici, come consapevole che la sua morte avrebbe coinciso con la scomparsa dell’intera specie. C’è anche un po’ di sonoro, da cui si deduce che Ben non ruggiva. Tossiva, piuttosto. Come ho detto, era il 1936. L’animale morì due mesi dopo che il Parlamento della Tasmania ebbe votato la legge per proteggere la specie. Le reliquie del dodo È quadrato e forzuto come un gorilla, alto più di un metro e mezzo e scuro di pelo. Emette un possente latrato e le frecce avvelenate lo infastidiscono appena. Gli africani chiamano questa misteriosa creatura la «scimmia mangiatrice di leoni». Avvistata per la prima volta una decina d’anni fa in una delle regioni meno esplorate della foresta del Congo, la belva è diventata oggetto di studio da parte di un paio di équipe di biologi americani. Il primo gruppo di studiosi ha subito lasciato intendere che si tratterebbe soltanto di uno scimpanzé, sia pure di taglia gigante. Per l’altra équipe, invece, è sicuramente l’ultimo grande mammifero ancora sconosciuto 161

dalla scienza. «È impossibile stabilire che cosa sia senza un esemplare sotto gli occhi, preferibilmente su un tavolo anatomico», mi spiega il professor Alessandro Minelli, zoologo dell’Università di Padova e membro della Commissione internazionale per la nomenclatura biologica. « È stata da poco scoperta in Tanzania una nuova scimmietta. I biologi l’hanno battezzata Lophocebus kipunji, suggellando di fatto la nascita di una specie. Ma non l’hanno sacrificata, perché considerata troppo rara: si sono limitati a fotografarla. Non abbastanza, direi. Avrebbero dovuto almeno catturarla e prelevarle un campione di sangue, prima di rimetterla in libertà». Questo precedente ha creato non poche polemiche nel mondo della sistematica tradizionale, perché c’è chi sostiene che sia impossibile catalogare un nuovo animale senza un esemplare tipo. Dice ancora Minelli: «In realtà sarebbe meglio esaminarne più d’uno, perché un caso isolato potrebbe rivelarsi un’anomalia genetica. Capisco le esigenze degli ambientalisti, ma per proteggere la natura bisogna conoscerla, anche se la conoscenza è a volte un po’ distruttiva». Sul ritrovamento del Lophocebus hanno invece esultato gli adepti della criptozoologia, o «scienza degli animali nascosti», per usare la definizione che le diede il suo fondatore, Bernard Heuvelmans. Disciplina considerata da molti biologi una pseudoscienza, la criptozoologia s’interessa della scoperta di nuove specie, senza disdegnare l’eventualità che tra queste rientrino anche creature circondate da un alone di mistero. Non gli unicorni o i grifoni dei bestiari medioevali, ma animali quasi altrettanto mitologici: il mostro di Loch Ness e l’abominevole quanto inafferrabile uomo delle nevi, il gigante irsuto Bigfoot e Mokele Mbembe, un dinosauro sopravvissuto all’estinzione che ancora sguazzerebbe nelle lagune dell’Africa centrale. Ovviamente, i criptozoologi sono convinti che il tilacino non sia affatto estinto, ma che continui a cacciare canguri nel più remoto bush tasmaniano. E, se è per questo, anche noi in Italia abbiamo una tigre della Tasmania: è la lince ap162

penninica. Senza neanche lo straccio di una prova, i nostrani criptozoologi sostengono che si nasconda sulle montagne d’Abruzzo, dove prederebbe indisturbata le pecore che vi pascolano. Ora, le sole tracce attendibili di questo splendido felino furono lasciate da esemplari che cacciarono su quegli Appennini circa seimila anni fa, durante il Neolitico. Esistono invece specie estinte da secoli, il cui carattere leggendario s’è creato proprio attorno alla loro scomparsa. Tra queste c’è il dodo dell’isola di Mauritius, grasso uccello incapace di volare, che fu sterminato nel XVII secolo da un manipolo di affamati marinai olandesi. Del dodo, diventato oggi uno dei simboli della natura minacciata, non rimangono che pochi resti, conservati come reliquie nelle bacheche di alcuni musei di storia naturale: una zampa e un becco a Oxford, uno sterno a Parigi, un cranio a Praga. Nel 1900 il governatore dell’Uganda, sir Harry H. Johnson, rivelò al mondo di aver scoperto l’okapi, antenato della giraffa risalente al Miocene. Ma quel ruminante dal manto pezzato era da tempi immemorabili conosciuto dai pigmei wambuti. Così come la scimmia mangiatrice di leoni lo è verosimilmente dalle popolazioni che vivono nel Nord-Est del Congo. Oggi, prima di classificare una nuova specie, è prassi confrontare il suo patrimonio genetico con quello di specie simili. Ma quante nuove specie vengono scoperte ogni anno? «Qualche decina se parliamo di piccoli mammiferi, come pipistrelli o topolini», dice ancora Alessandro Minelli. «Nulla a che vedere con gli insetti, i ragni e i crostacei: di questi se ne descrivono circa mille nuove specie al mese». Negli ultimi anni è stata invece scoperta un mezza dozzina di grandi mammiferi: qualche cervo e, nella giungla vietnamita, un’antilope con lunghe corna a sciabola, che, precisa Minelli, «non somiglia a nessun animale conosciuto». E in Italia? Solo nella nostra penisola che, con le sue 55.000 specie conosciute, è il Paese faunisticamente più ricco d’Europa, ne viene individuata una decina l’anno, soprattutto di insetti. Gli entomologi sono convinti che tra gli invertebrati 163

siano più numerose le specie ancora sconosciute di quelle già catalogate, anche se oggi dovremmo chiederci piuttosto quante sono le specie che scompaiono ogni settimana. E che dire di quella specie che si estinguono prima che qualcuno abbia avuto il tempo di scoprirle? Alla fine degli anni Ottanta, poco prima che morisse, andai a trovare lo scrittore britannico Gerald Durrell, autore di un libro che ha venduto poche copie meno di Pinocchio e della Bibbia, lo spassoso La mia famiglia e altri animali. Con i diritti di quel best seller Durrell acquistò un maniero secentesco sull’isola anglonormanna di Jersey, nelle acque della Manica, e nei suoi giardini fondò uno zoo soltanto per gli animali a rischio di estinzione, dal piccione rosa delle Mauritius al gorilla di montagna. Il suo scopo non era di épater les bourgeois, come un qualunque narcotrafficante che nella sua fazenda tiene in gabbia un orso o una tigre: già all’epoca, nel suo giardino Durrell tentava di far riprodurre in cattività le specie in pericolo per ripopolare le aeree del pianeta da dove provenivano. Mi presentai al cancello alle 10 del mattino. L’anziano scrittore era malato da tempo, ma appena ci ritrovammo da soli nel suo studio, non visto né dalla giovane moglie né dall’infermiere che l’accudiva, Durrell mi chiese se gradivo un po’ di whisky. Poi, senza avermi dato il tempo di rispondere, tirò fuori una bottiglia da un cassetto, se ne riempì mezzo bicchiere e lo buttò giù d’un sol fiato. Dopo cinque minuti si sentì male e io fui tutt’altro che garbatamente riaccompagnato alla porta dalla moglie. Prima di poterlo intervistare, dovetti aspettare cinque giorni, durante i quali trascorsi molte ore nel suo zoo modello. Da allora la quantità di specie in via di estinzione sono aumentate esponenzialmente, perciò il parco del suo maniero non basterebbe più a ospitare quelle più a rischio. Gli animali minacciati sono diventati così numerosi che, volendo tenere in gabbia un esemplare di ognuno di essi, non basterebbe la superficie dell’intera isola. 164

L’intruso Nel 1956, una coppia di gatti domestici fu introdotta sulle Isole Crozet, un lillipuziano arcipelago sperduto tra il Madagascar e l’Antartide. I due felini figliarono e i loro discendenti si moltiplicarono a dismisura, mettendo seriamente a rischio le nidificazioni degli «uccelli delle tempeste», albatros nerastri che avevano trovato su quegli scogli privi di predatori un ottimo approdo per riprodursi. Costretta dalle pressioni dei soliti ambientalisti, Parigi organizzò spedizioni di caccia per sterminare gli invadenti micetti. Ne furono, invano, uccisi a decine, poiché l’isola è oggi quasi esclusivamente abitata da gatti inselvatichiti. Un altro animale divenuto, suo malgrado, ospite sgradito è il maiale, che fu inopportunamente introdotto in Australia all’inizio del secolo scorso. Alcuni esemplari fuggirono dai recinti, si persero nello sconfinato bush e in poche generazioni recuperano il fenotipo primigenio: quello del cinghiale. Oggi, orde di grossi verri pelosi provocano i medesimi danni che i cinghiali italiani arrecano all’agricoltura in Umbria e Toscana. Ma l’Australia è terra di grandi cacciatori, che si battono affinché il loro maiale regredito a cinghiale non venga sterminato con metodi troppo drastici, per continuare a impallinarlo. Anche in Italia le specie ‘alloctone’ sono flagelli difficilmente estirpabili. Il caso più noto è quello della nutria sudamericana, che sembra aver trovato nei nostri stagni o lungo i nostri fiumi un habitat migliore di quello della natia Argentina. Da quando ha colonizzato l’intero sistema idrico italiano, il castorino ha provocato danni ambientali incalcolabili. Un altro esempio è quello delle testuggini palustri della Florida, che oggi hanno invaso perfino i laghetti dei parchi romani, per colpa di quello che gli addetti ai lavori definiscono «rilasci occasionali» da parte, magari, di un genitore che intende punire il figlio al quale l’aveva regalata. Queste carnivorissime tartarughe sono entrate in competizione con la testug165

gine europea, e l’hanno vinta. C’è, infine, un flagello di cui si parla poco al di fuori delle cronache locali: il pesce rosso, o Carassius auratus. Una volta introdotto, anche lui occasionalmente, nel lago Trasimeno, ne è divenuto il padrone. Opportunista e famelico, in pochi anni ha fatto piazza pulita di un gran numero di specie autoctone: pesci, anfibi, insetti lacustri. Il Carassius ha lo stesso inconveniente del ratto: è quasi impossibile estirparlo dal territorio che ha occupato. Recentemente, presi da chissà quale raptus, dei gabbiani della Cornovaglia hanno attaccato a beccate due cani di piccola taglia che passeggiavano al guinzaglio dei loro padroni. In qualsiasi altro Paese del mondo una tale notizia non sarebbe stata registrata neanche dalle cronache locali, ma in Gran Bretagna sulla tracotanza di questi uccelli s’è espresso perfino il premier James Cameron, chiedendone l’abbattimento. È successo qualcosa di analogo nel quartiere romano di Monteverde, con una cornacchia che si abbatteva in picchiata su chiunque osasse passare sotto l’albero sul quale aveva costruito il nido. Dopo l’attacco del corvide una signora di una certa età finì in ospedale, dove le misero tre punti in testa. Ora l’ornitofobia, ossia la morbosa repulsione per i pennuti, è condivisa a quanto pare da gran parte dell’umanità. Hitchcock c’ha girato un capolavoro, Gli uccelli, appunto. Ma è lecito abbattere una specie soltanto perché ci dà fastidio o più semplicemente perché ci fa ribrezzo? E che dire del programma lanciato dal governo australiano che prevede entro il 2020 il massacro di due milioni di gatti, sia pure inselvatichiti? Anche questo è un problema che riguarda una specie alloctona e che risale all’introduzione da parte dei coloni inglesi del gatto domestico, specie euroasiatica che in Australia non ha né competitori né predatori e che s’è quindi riprodotta senza ostacoli, nutrendosi di tutta la fauna locale, siano essi piccoli mammiferi o uccelli, geneticamente non programmati a difendersi dai felini. Mi sembra più temibile quanto accade alle Galapagos, dove un intruso minaccia la sua preziosissima fauna: un ratto, 166

sbarcato da una nave da crociera britannica su un’isoletta dell’arcipelago, Santa Fé. È bastato un primo avvistamento a scatenare il panico tra gli ambientalisti, i quali temono che l’arrivo del topo possa mettere a repentaglio la sopravvivenza delle rarissime iguane verdi, delle tartarughe giganti o di quei curiosi pinguini che nel corso dei millenni si sono adattati al caldo equatoriale. Perché tanta paura? Perché i ratti sono animali opportunisti e, come dicono gli scienziati, polifagi, ovvero in grado di mangiare tutto e di predare tutto, a cominciare dai vertebrati e dagli invertebrati della loro stessa taglia. Ma si cibano anche delle uova di uccello, di quelle di testuggine e di iguana. Sono così voraci che, quando non trovano proteina animale, divorano piante, fiori, semi. E alle Galapagos si contano circa seicento specie vegetali, di cui un terzo endemiche. Dalle Galapagos è giunta un’altra ferale notizia che ha rattristato i tanti estimatori di Charles Darwin. Il fringuello di quei luoghi, quel piccolo volatile grazie al quale il padre della biologia moderna elaborò la teoria dell’evoluzione, è anch’esso a rischio di estinzione. Tra pochi decenni, dicono gli scienziati dell’arcipelago equadoregno, il celebre pennuto potrebbe aggiungersi alla lunga lista degli uccelli scomparsi per sempre. Ma se il dodo delle Mauritius, la gallina rossa di Calabria e il gigantesco Aepyornis del Madagascar si sono estinti per colpa nostra, ossia perché noi uomini li abbiamo cacciati senza pietà fino all’ultimo esemplare della loro specie, il fringuello in questione è minacciato da un’altra insidia: un parassita che ne aggredisce i piccoli appena usciti dall’uovo. Ho ricevuto da un amico ornitologo una foto agghiacciante del cadaverino di un giovanissimo fringuello, con l’addome rigonfio delle larve che mettono a repentaglio la sua razza. Ora, l’immagine di quel pulcino morto, smagrito e implume, trascende il triste futuro del fringuello darwiniano, poiché può evocare le infinite e strazianti sofferenze che ancora patiscono gli uccelli nel loro insieme, dai pettirossi e le cincia167

relle che ci ostiniamo a catturare con trappole soffocanti alle starne, quaglie o beccacce che continuiamo a massacrare con il piombo delle nostre doppiette soltanto per divertimento. Agli inizi degli anni Trenta dell’Ottocento, durante il suo viaggio nei mari del Sud a bordo del Beagle, Darwin notò che pur avendo la stessa taglia e il medesimo piumaggio, i fringuelli delle isole delle Galapagos possedevano becchi di forme e grandezze diverse. Il biologo s’accorse anche che la dimensione del becco variava in funzione della quantità e, soprattutto, del tipo di cibo a disposizione. Dunque, vista la grande distanza che separa l’arcipelago dal continente sudamericano, il biologo inglese concluse che su quegli scogli sperduti nel cuore del Pacifico fu da un solo tipo di uccello, che doveva essere una sorta di proto-fringuello, che apparvero dopo un lento processo evolutivo tutte le altre varietà di fringuelli. Quella a rischio è la più comune tra le diciotto che si contano alle Galapagos. Solo sull’isola Santa Cruz ve ne sarebbero circa 140.000 coppie. Ma non per molto, secondo gli ornitologi locali i quali, usando un modello matematico, hanno dimostrato che in pochi decenni l’appetito delle larve di mosca avrà sterminato l’intera discendenza di quei fringuelli. La mosca in questione fu malauguratamente importata dal Giappone nel 1960. Depone le sue uova direttamente nelle narici dei fringuelletti. Una volta che le uova diventano larve, queste si nutrono del pulcino direttamente dall’interno del suo corpo, fino a ucciderlo. La ‘buona’ notizia ce la comunicano gli stessi ornitologi: la catastrofe dell’estinzione si può evitare. Per farlo sarà tuttavia necessario l’intervento dell’uomo, con una radicale disinfestazione della mosca giapponese a base di pesticidi. Ma all’ecosistema delle Galapagos risulteranno più nocive le mosche giapponesi nel loro insieme o le devastazioni che potrebbero arrecare i pesticidi usati contro di esse? Quanto agli insetti, mosche, calabroni o coccinelle che siano, essi sono apparsi sulla Terra circa trecento milioni di 168

anni fa, e c’è chi sostiene che ci sopravvivranno, anche perché se di Homo sapiens sapiens c’è una sola specie, di insetti ne sono già state recensite più di un milione. Esistono più varietà di zanzare in Italia che di mammiferi in tutto il mondo. Si riproducono a velocità sorprendente, sono praticamente insensibili alle radiazioni nucleari e dispongono di una sorta di elasticità genetica in grado, prima o poi, di renderli immuni contro qualsiasi molecola del nostro arsenale chimico. Non solo: negli squilibri ecologici recentemente provocati dall’uomo, gli insetti cosiddetti nocivi trovano condizioni di sopravvivenza più favorevoli rispetto a quelle naturali. Ogni anno, questi divorano venti milioni di tonnellate di cereali dell’insieme dei raccolti. Senza la costante vigilanza degli entomologi, dicono gli esperti, gli insetti ci ridurrebbero alla fame. La nostra storia è del resto costellata di episodi d’antagonismo, dall’anofele propagatrice di malaria a tutta una gamma di tenaci parassiti, dalla filossera che distrusse nel 1885 i vigneti di tutta Europa alla minuscola pulce del ratto, unico vettore naturale del bacillo della peste. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la malaria è ancora presente in un centinaio di Paesi e uccide un milione di persone l’anno. La prima descrizione dettagliata di un’invasione di cavallette pellegrine è nell’Antico Testamento. La locusta biblica, ottavo flagello d’Egitto, ancora funesta molti Paesi – soprattutto Ciad, Sudan e Niger –, formando sciami che arrivano a coprire centinaia di chilometri quadrati. La monocoltura agricola o lo stoccaggio di grandi quantità di cibo creano situazioni idonee all’espansione abnorme di alcune comunità d’insetti. Tra questi, gli scarafaggi, con i quali dovremo rassegnarsi a coabitare in eterno. A New York, che alcuni chiamano anche «Roach City», la città degli scarafaggi, l’alta casistica di asma allergico è anche legata alle infestazioni di blatte. A Washington, invece, una vigorosa specie di scarafaggi, la Blatta germanica, ha invaso il sottosuolo del Pentagono. Da decenni ogni notte, nonostante costosissime 169

e frequenti disinfestazioni, milioni di questi coleotteri irrompono nelle sale del quartier generale dell’esercito americano. Negli anni Cinquanta, uno scienziato brasiliano importò dall’Africa una varietà d’api regine terribilmente aggressive per incrociarle con una specie locale, sperando di ottenere così un aumento di produzione di miele. L’ibridazione riuscì, il ceppo di api brasiliane africanizzate nacque particolarmente alacre. Ma ferocissimo. L’incidente avvenne qualche mese dopo, quando da una finestra del laboratorio fuggirono alcune regine mutanti. Da allora, queste super api proliferarono in modo inarrestabile. Hanno già seminato terrore in Brasile, Argentina, Venezuela, nei Caraibi. Uno sciame è stato avvistato in Messico, a qualche centinaio di chilometri dalla frontiera col Texas. Un secondo sciame ha già raggiunto la Florida, dove altri entomologi sono impegnati da decenni contro l’invasione di una specie di formica rossa, anch’essa d’origine brasiliana, la Solenopsis invicta. Invincibile e tuttora indomita, questa formica ha già colonizzato milioni di ettari, e infligge punture dolorosissime e difficilmente cicatrizzabili. È stata recentemente inserita nell’elenco delle specie invasive più dannose al mondo. All’inizio del Novecento il naturalista francese Michel Roubaud calcolò che basterebbe un centinaio di uova, deposte il primo maggio da una sola banalissima mosca domestica, a dare alla luce, entro il 30 settembre successivo, circa quattro milioni di miliardi di mosche. Roubaud dimostrò anche che il peso complessivo teorico della discendenza di una coppia di moscerini, giunti senza incidenti alla fine della vita, raggiungerebbe 822 milioni di tonnellate. Il record di velocità nel deporre uova appartiene alla femmina delle termiti, con 106.000 uova al giorno; quello assoluto della fertilità a una formica carnivora che vive in Africa, la Formica magnans. I formicai che costruisce ospitano fino a 25 milioni di individui, che sono tutti fratelli o al massimo cugini. Ciò che più stupisce gli entomologi è la straordinaria resistenza degli insetti in condizioni di vita estreme. Esistono 170

mosche che si riproducono esclusivamente nelle acque dei geyser, a temperature che raggiungono i 65 gradi centigradi, mentre una zanzara, scoperta da una spedizione di ricercatori giapponesi, vive e punge anche nei ghiacciai dell’Himalaya, a circa 16 gradi sotto zero. La mosca Psilope petrolei, invece, al suo stadio larvale soggiorna nel petrolio, traendo dalle molecole d’idrocarburi l’energia necessaria alla sua metamorfosi. In laboratorio, infine, è stato dimostrato che la mosca domestica resiste diversi giorni in condizioni di vuoto parziale, dove l’ossigeno rimane presente in quantità infinitesimale. E certe farfalle, dotate di un doppio sistema respiratorio, sono insensibili perfino al cianuro. L’altro Molti in Europa vedono i migranti che sbarcano sulle nostre coste o che premono alle nostre frontiere come «specie alloctone», ossia straniere e diverse da noi, semplicemente perché di un’altra cultura, con un altro colore di pelle o credenti in un altro Dio. Noi umani, pur appartenendo tutti alla stessa specie, da quando abbiamo cominciato a vivere in società organizzate, proviamo il timore per l’Altro, sia esso arabo, ebreo, siriano, afgano o eritreo. Negli ultimi trent’anni, di profughi ne ho conosciuti e ascoltati tanti, e ho l’impressione che si somiglino tutti, bianchi o neri, cristiani, buddhisti o musulmani, perché si comportano come se nulla li spaventasse più, né le difficoltà del viaggio né le violenze che li minacciano. O meglio, nulla li spaventa di più di quello da cui fuggono. Ognuno ha ovviamente la propria storia, con un fardello più o meno pesante di dolore e di lutti sulle spalle, ma appena diventano profughi una nuova sofferenza li accomuna tutti, quella di non sentirsi mai benvenuti nella terra che li ospita. Nella loro nuova patria sono spesso braccati o comunque inquadrati dalle polizie e dagli eserciti di chi li accoglie, sempre vittime di chi urla che devono tornarsene a casa, di chi li insulta per le strade o, peggio, di chi dà fuoco ai 171

loro alloggi provvisori. Ma i migranti guardano sempre avanti, pronti a sfidare qualsiasi pericolo pur di salvare la pelle e di costruirsi un futuro meno amaro. Nel 2014 ho trascorso un mese a Kos, quando quotidianamente sull’isola greca approdavano decine di gommoni carichi di migranti. Per incontrarli e farmi raccontare le loro storie bastava andare al porto, lungo le mura del castello bizantino o nel giardino municipale, a ridosso del monumentale platano di Ippocrate. Dei molti che ho conosciuto, quello che mi ha commosso di più è stato un giovanissimo afgano, partito da solo per l’Europa dal suo piccolo villaggio vicino a Bamiyan. Era denutrito e senza un centesimo in tasca ma sorrideva come se avesse vinto alla lotteria, perché giunto finalmente in Europa. È stato prima derubato dai briganti, appena partito dalle sue montagne, poi gli hanno sparato addosso i soldati, mentre attraversava la frontiera con l’Iran e infine, in Turchia, gli orchi hanno più volte tentato di violentarlo. Ma Abdul, 13 anni, in viaggio verso il sogno europeo, non s’è arreso. «Sono via di casa da quattro mesi, e da allora vivo di elemosina e di piccoli furti, dovendomi sempre difendere da mille pericoli, ma adesso sento che il peggio è dietro alle mie spalle», mi disse, appena sbarcato sull’isola greca. L’incredibile avventura di questo Oliver Twist afgano me la segnalò un’assistente sociale alla stazione di polizia di Kos: «Se cerchi una storia da raccontare vai a parlare con quel bambino, è arrivato oggi all’alba e da allora dorme su una panchina». E lì lo trovai, allungato su una vecchia panca che quel giorno era diventato il suo domicilio. Non aveva bagaglio con sé: un trafficante turco glielo aveva fatto lasciare a terra prima di imbarcarlo a Bodrum, e lui non ebbe la forza di opporsi a questa prepotenza. Era molto magro, al limite della malnutrizione, conseguenza di mesi di fughe, di fatiche e di accattonaggio, eppure Abdul mi sembrò più adulto dell’età che aveva. All’inizio era restio a parlare, perché probabilmente aveva imparato a non fidarsi degli sconosciuti. Poi, però, quando 172

cominciò a raccontare la sua epopea, il suo racconto divenne un fiume in piena: «Il mio è un villaggio di pastori, tra Kabul e Bamiyan, e ogni primavera viene riconquistato dai taliban che ci rubano quel poco che riusciamo a mettere da parte. Mio padre è morto due anni fa, e da allora viviamo in grande miseria. A partire mi ha spinto mio fratello maggiore, che mi ha detto: ‘Sei nato e cresciuto in un Paese in guerra, non vorrai anche morirci’». Nonostante la magrezza, Abdul è un bel bambino, dai tratti delicati. Ma la sua avvenenza è stata per lui una maledizione. «Ogni volta che posso mi unisco ad altri gruppi di profughi, i quali mi accettano volentieri, anche quando non sono afgani. Il problema è la sera: le famiglie si riuniscono per dormire, e io resto da solo. O peggio, alla mercé di chi vuole approfittare di me. Più di una volta mi sono dovuto difendere con questo», raccontò mostrandomi un temperino. «Ma spesso sono costretto a scappare, in piena notte, per trovare un rifugio più sicuro», ammise poi. Il suo viaggio gli aveva anche regalato delle straordinarie sorprese. A giugno, appena entrato in Turchia, si prese una brutta influenza con febbre, vomito e forti emicranie. «Ero in una zona di montagna, con un gruppo di pachistani. Ci siamo fermati per due giorni in un bosco, perché pioveva a dirotto. La notte faceva ancora molto freddo e mi sono ammalato. Il terzo giorno, quando m’è salita la febbre, ho perso i miei compagni di viaggio perché non riuscivo a camminare abbastanza in fretta. A un certo punto credo anche di essere svenuto. Quando mi sono ripreso ho chiesto aiuto alla prima fattoria che ho incontrato. Sono stato accolto da gente meravigliosa». Gli occhi di Abdul si riempirono di lacrime. «Era come stare a casa. La madre di quella famiglia turca mi trattava come un figlio, coccolandomi e preparandomi cibi squisiti. Sono rimasto dieci giorni da loro. A un certo punto ho quasi pensato di potermi fermare lì. Ma poi ho ricominciato il mio viaggio». Sul suo cammino, il ragazzo mi disse di aver incontrato un altro benefattore, stavolta a Istanbul, la prima 173

grande metropoli che gli capitò di visitare. Lì Abdul s’era sistemato sotto al ponte di una ferrovia. Un giorno si sedette stanco e affamato davanti a un ristorante, dal quale poco dopo uscì un signore anziano che gli si avvicinò e gli mise in mano due banconote da cento lire turche, l’equivalente di quasi 60 euro. «Incredibile! Non stavo neanche chiedendo l’elemosina. Mi ha guardato sorridendomi ed è scomparso. Quel sorriso lo ricorderò sempre». Anche se consapevole di aver percorso più di metà strada verso l’Europa ricca, Abdul sapeva che per lui le difficoltà non erano ancora finite. «La mia meta è l’Olanda», mi disse il giovane afgano. «Ma perché proprio in Olanda?», gli chiesi. «Perché lì almeno non ci sono montagne, che per me significano solo freddo e miseria». Gli lasciai i soldi che avevo in tasca, ma ho ancora il rimorso di non avergli invece comprato un cellulare. Dopo la pubblicazione della sua storia, ho ricevuto decine di mail d’italiani che avrebbero voluto aiutarlo. Corsi al porto di Kos, ma Abdul era già partito verso Atene. Il profugo più fortunato lo incrocio invece a Farmakonisi, uno scoglio tra Bodrum e Kos. Si chiama Bilal Ahmad, e dice di essersi buttato a mare per primo. Ha nuotato fin che ha potuto, poi s’è lasciato portare dalla corrente fino a riva. «M’ha salvato il giubbotto di salvataggio: un turco me l’aveva venduto dieci volte il suo prezzo, ma che Dio lo benedica ugualmente», mi dice questo ragazzo pachistano di 23 anni, sopravvissuto all’ennesimo naufragio di un’imbarcazione salpata dalle coste turche verso la Grecia. Una tragedia spaventosa come le altre nelle acque dell’Egeo, anche se in questa, tra le trentanove persone annegate, si contano quattordici bambini. E, tra questi, quattro neonati. «Io mi sono salvato, ma adesso come farò a proseguire il mio viaggio verso la Germania?», si chiede Bilal, che in mare ha perso tutto. «Come riuscirò a sopravvivere, a comprare cibo, a pagare per un tetto sotto cui dormire? Con quali soldi potrò corrompere, 174

se necessario, un poliziotto o un doganiere troppo zelante, come ho fatto finora in Iran e in Turchia?». Accade all’alba, come sempre. Il guscio di noce con a bordo un centinaio di profughi comincia a imbarcare acqua a poche centinaia di metri da Farmakonisi, un isolotto lungo tre chilometri e largo uno e mezzo, dove vive soltanto una decina di militari. Pochi istanti dopo, la barca si rovescia. Otto persone rimangono intrappolate nella stiva, gli altri finiscono in mare. «All’improvviso ho sentito delle urla, e donne e bambini che piangevano disperati. Quando il barcone ha cominciato a oscillare, mi sono istintivamente tuffato. Pensavo soltanto a come raggiungere quest’isoletta, che avevo appena intravisto. Ero terrorizzato dall’idea di annegare. O di essere mangiato dagli squali». Quando incontro Bilal, parte dei sopravvissuti, alcuni dei quali arrivati anch’essi su quest’isoletta a nuoto, sono già stati imbarcati su una motovedetta della guardia costiera greca per essere trasbordati a Leros. Tra poco, qualcuno tornerà a prelevare anche lui, che adesso è seduto sul molo e aspetta, con lo sguardo perso in quel mare che avrebbe potuto inghiottirlo. Il ragazzo ha i piedi piagati per aver raggiunto scalzo, sulle rocce aguzze della scogliera, l’unico approdo di Farmakonisi. Ha anche un bernoccolo in fronte e un largo ematoma sulla coscia. Bilal è ancora frastornato. Sorride perché è comunque in Europa, ma ha l’aria assente per il dramma che ha vissuto. Soprattutto, è rimasto letteralmente in mutande, per aver perso quel poco di bagaglio che aveva con sé: vestiti, scarpe e il gruzzoletto di soldi messi da parte per il viaggio, così prezioso ai migranti per raggiungere la meta. Dice: «Avrei potuto attraversare questo braccio di mare a bordo di un canotto da Bodrum, come fanno in molti. È forse il mezzo più sicuro, perché anche se non sono di buona marca, di solito i gommoni sui quali ti fanno navigare sono nuovi. E sei tu che tieni la rotta. Ma i turchi mi avevano sparato un prezzo altissimo: volevano 1200 dollari. Mentre per salire 175

sulla barca che è affondata ne bastavano 300 perché avrebbe caricato decine di persone». Una sorta di sconto per comitive di migranti. Come molti disperati che fuggono dal Pakistan o dall’Afghanistan, dalla Siria o dall’Iraq, anche Bilal è giunto sulle coste della Turchia già stremato dalla prima parte della sua odissea. Anche lui, profugo allo sbaraglio, è stato vittima prediletta di grassatori di ogni genere. Quando gli chiedo se il trafficante era sull’imbarcazione naufragata, Bilal dice di non averlo visto. Ma dubita che sia salito a bordo: «E perché mai avrebbe dovuto rischiare? Con i soldi che ha guadagnato, di barche vecchie e malandate come quella potrà comprarsene a dozzine». Era buio quando la carretta ha lasciato la costa turca. Appena imbarcato, Bilal dice di essersi trovato il suo angolo di posto, poi s’è subito addormentato. «Ero stanchissimo perché non dormivo da due notti. Sono crollato. Mi hanno svegliato le urla e nel giro di dieci minuti avevamo già l’acqua alle ginocchia. Una volta in mare ho nuotato a perdifiato, fino a quando mi sono accorto che le onde e la corrente mi avrebbero portato qui. Allora ho smesso di avere paura, e ho cominciato a dirmi che forse mi sarei salvato. Il sole era appena spuntato». Da due giorni questo tratto di mare è spazzato da un vento teso, che increspa l’acqua alzando onde alte anche di un paio di metri. Possibile che i trafficanti non si siano chiesti se la barca avrebbe retto con un tempo simile? Sì, possibile. Dice ancora Bilal: «Saremmo dovuti salpare alle 10 di sera, ma ci siamo mossi solo alle 3 del mattino. Quanto al vento, nessuno di noi se n’era preoccupato. Anche perché è verosimile che tra noi migranti non vi fosse neanche un marinaio. E poi sapevamo che la Grecia distava solo poche miglia». Come molti profughi, Bilal vorrebbe trovare lavoro in Germania. «Con le mie mani so fare tutto e so aggiustare ogni cosa. Spero proprio di farcela. Anzi, dopo quello che ho passato, sono sicuro che ce la farò». 176

Il «passeur» della giungla L’appuntamento è in uno dei bar che affacciano sulla Place d’Armes di Calais. «Questo è il mio ufficio, che apro solo la sera, all’ora dell’aperitivo», dice Rashid, di professione passeur, ovvero trafficante di esseri umani. «Ma non mi confonda con quei criminali che caricano disgraziati nella stiva delle loro barche malconce per mandarli a morire in mare. Io assisto chi vuole arrivare in Gran Bretagna, azzerando i rischi di finire sotto a un treno, com’è di nuovo accaduto pochi giorni fa a un giovane sudanese e come può accadere a ognuno di questi poveracci», aggiunge, indicando gruppi di ragazzi, per lo più siriani, che dall’alba al tramonto sostano sfaccendati nella piazza centrale del porto di Calais, la Lampedusa dell’Atlantico. Quando gli domando se non prova rimorso a speculare sulle disgrazie altrui, Rashid mi risponde ridacchiando: «Ma figuriamoci, il mio è quasi un lavoro umanitario». Il trafficante ha l’aria d’un bravo ragazzo. Indossa jeans e giubbotto di cuoio, come la maggior parte di quelli che sostiene di aiutare, ma al polso ostenta un vistoso orologio di marca. Fino a pochi mesi fa anche lui era uno dei tanti profughi ammassati sulle coste del Nord della Francia, con la speranza di raggiungere clandestinamente l’Inghilterra. «Ho cominciato a fare questo lavoro per pagarmi il passaggio, ma poi mi sono reso conto che è un’attività davvero redditizia. Smetterò appena avrò messo da parte i soldi per aprire un’attività dall’altra parte della Manica». Rashid pone subito una condizione alla nostra chiacchierata. Non dirà una sola parola dell’organizzazione per la quale lavora, di cui sostiene di essere soltanto l’ultima pedina, «perché chi parla viene fatto a pezzi e dato in pasto ai cani». Gli chiediamo allora del suo lavoro e lui risponde che consiste da un lato nello scovare nuovi ‘clienti’, e dall’altro, una volta pagato il ‘viaggio’, agevolare il loro passaggio oltre Manica. Oggi, secondo Europol, i guadagni delle organizza177

zioni criminali turche, curde o albanesi, simili a quella per cui lavora Rashid, superano quelli del traffico di droga. E si stima che i passeurs siano circa 30.000. I nuovi ‘clienti’ Rashid dice di rimorchiarli «come farebbe una prostituta», passeggiando per le strade del centro di Calais. Se serve si spinge fino in periferia, alla cosiddetta «giungla», che in quei giorni non era stata ancora smantellata. E smantellarla non è servito a nulla, perché sono nati altri campi identici a quell’improvvisata bidonville, tutta fossi e immondizie, dove sopravvivevano seimila profughi tra epidemie di scabbia e di broncopolmonite, dove la legge la facevano i più forti e i più violenti. Nelle nuove «giungle» le autorità francesi continuano a servire un solo pasto al giorno, e quando vanno a chiedere più cibo al Comune di Calais i rifugiati vengono bastonati dai poliziotti in assetto antisommossa. «Come faccio per farli arrivare in Inghilterra? Dipende da quanto sono disposti a pagare. I sudanesi e gli eritrei sono quelli che sborsano meno, i siriani e gli iracheni sono invece i più facoltosi. Diciamo che se per i primi la tariffa si aggira intorno ai 500 euro, per gli altri può superare i 2000 euro. Con quei soldi sono in grado di farli entrare nel rimorchio di un camion, a volte anche con l’assenso del camionista il quale, quando fiuta l’affare, percepisce anche lui la sua quota», spiega Rashid. «Interveniamo la notte, nei parcheggi o nelle aree di servizio, anche a decine di chilometri da qui. E siccome la polizia non dispone di uomini a sufficienza per controllarli tutti, al momento riusciamo a farla franca in media una volta su due», dice ancora il passeur, il quale mi racconta anche di organizzazioni di trafficanti cinesi che vantano il 100 per cento di successo. Però in quel caso il transito può costare anche 40.000 euro a testa, che servono a comprare passaporto e patente falsi ma anche a corrompere il camionista, il quale ti lascia il posto accanto a lui, facendoti passare per coguidatore. «In alcuni casi, per rendere tutto più credibile, ti insegnano perfino a guidare un tir». 178

Oggi, chi cerca di passare individualmente ha poche chance. «Li riconosci da lontano perché indossano anche tre giacconi uni sugli altri, per proteggersi dal freddo e dal filo spinato delle recinsioni. S’incamminano a piedi dalla ‘giungla’ verso Coquelles, all’ingresso del Tunnel, che da qui dista una decina di chilometri. I pochissimi che ce la fanno devono spogliarsi in fretta appena sbarcano, per non farsi subito riconoscere. Gli altri, che sono la grande maggioranza, devono reputarsi felici quando vengono arrestati, perché molti finiscono sotto a un treno e muoiono, o restano storpiati a vita. Per non parlare delle mogli o delle figlie dei clandestini, che sono spesso usate come merce di scambio per un transito. Perciò sono sempre più numerosi quelli che si rivolgono a noi». Il sogno di Rashid riposa su un preciso piano economico. Presto smetterà di imbarcare clandestini per salire lui stesso sul rimorchio di un tir. «Arriverò a Londra o a Manchester abbastanza ricco per aprire il mio ristorante o la mia palestra. Altrimenti c’è il rischio che dopo tanti sforzi, una volta arrivato lì, i poliziotti inglesi mi arrestino e mi sbattano fuori». Per questo, dopo mezz’ora mi chiede di pagare le consumazioni e di lasciarlo lavorare. Nella Place d’Armes ha appena individuato due possibili ‘clienti’.

Il destino dell’orsa

Un incidente stradale, e non il piombo di una doppietta: finisce così la cruenta epopea dell’orsa Franska che, nelle alte valli pirenaiche, dopo aver seminato terrore tra le greggi, ha diviso la popolazione tra attivisti «pro-ours» e frondisti «anti-ours». Messa in fuga dalle battute di caccia di chi voleva allontanarla dagli alpeggi, Franska è stata falciata da un camion a pochi chilometri da Lourdes. La settimana prima aveva sventrato sette pecorelle, e venti un mese fa. Da quando era uscita dal letargo, aveva già ucciso 150 volte: più di quanto avessero fatto tutti assieme i venticinque orsi bruni che popolano le faggete e le abetaie dei Pirenei, dal Mediterraneo all’Atlantico. Sulle carogne, le guardie forestali hanno sempre ritrovato ematomi, ferite da unghie e lacerazioni provocate da zanne possenti: le inequivocabili stimmate della predazione ursina. Franska, dicono da queste parti, era un’orsa atipica. Perché famelica e particolarmente sanguinaria. Perché anziana e senza cuccioli. Ma soprattutto perché slovena. «I nostri orsi ammazzano per nutrirsi, lei lo faceva per divertirsi», sostiene il pastore Henri Sallanabe, mentre secondo Roland Castells, sindaco di Bagnères-de-Bigorre, che accettò il rilascio dell’orsa nel comune di montagna che amministra, Franska si comportava «come un bambino lasciato solo davanti a una scatola di caramelle». In realtà, dal giorno in cui fu liberata in Francia, l’orsa aveva più volte rischiato di fare la stessa fine di Bruno, sloveno anche lui, che dai boschi altoatesini sconfinò prima in Tirolo, poi in Baviera, dove fu impallinato 180

dai cacciatori tedeschi ai quali il governo di Berlino promise l’impunità. Salendo verso il Tourmalet, lungo una strada puntellata da casette con tetti d’ardesia, in ogni radura vedo ovunque pecore brade che s’arrampicano fin sulle vette. Una volta raggiunto il colle reso celebre dalle fatiche del Tour de France, a oltre duemila metri, incontro l’allevatore Eric Abadie, il quale mi giura che se non fosse finita sotto un camion, alla prima occasione le avrebbe sparato lui stesso, a Franska. Quindici giorni prima, alle 7 di sera, l’avevano avvertito che l’orsa era nei paraggi. «Fino a mezzanotte ho cercato di raggruppare le mie pecore, sparse su 4000 ettari di montagna. Sono riuscito a riportarne all’ovile soltanto una piccola parte, e fino all’alba sono rimasto con loro, con in braccio la carabina per impedire che queste greggi diventassero il frigorifero degli orsi». Quando gli chiedo se è vero che per ogni pecora predata l’allevatore riceve un indennizzo pari, se non superiore, al valore dell’animale ucciso, Abadie mi risponde che dei soldi se ne infischia. «Io voglio soltanto che le mie pecore possano vivere tranquille, come accadeva prima che su questi monti importassero gli orsi dalla Slovenia». L’impressione è che in quella parte di Francia l’orso non sia più l’emblema dei boschi da proteggere, ma il simbolo della natura ostile. È ridiventato il mostro che in queste valli per secoli era stato temuto e venerato, prima che l’uomo lo sterminasse con la stessa ferocia con la quale ha liquidato il lupo. Anche l’olocausto degli orsi francesi, proprio come quello dei lupi, fu inaugurato da Carlo Magno. Appena conquistava una nuova terra, assieme ai suoi guerrieri ancora sporchi del sangue nemico, organizzava lui stesso grandi battute di caccia per eliminare i plantigradi fino all’ultimo esemplare. Se potessero, gli allevatori dei Pirenei si comporterebbero allo stesso modo. Eppure, i danni arrecati dall’orso sono trascurabili rispetto a quelli provocati da altre cause: per ogni pecora da lui sbranata se ne contano più di cento uccise dai cani inselvatichiti, 181

dai cinghiali o dalle zecche. I detrattori dell’orso sostengono anche che la sua presenza faccia fuggire i turisti, sebbene l’ultima volta che nei Pirenei un orso ha attaccato e ucciso un uomo risale alla metà dell’Ottocento. Perché, allora, tanto odio nei suoi confronti? «È un problema territoriale: questi orsi vivono bradi, e non all’interno di parchi recintati, come avviene da voi in Italia. Un parco ci sarebbe pure, ma è in alta montagna, e loro non ci vanno. Fino agli anni Cinquanta veniva pagato un premio a chi uccideva un orso, come si faceva con le vipere. Ma adesso è un animale protetto, contro il quale non ci si può vendicare», sostiene l’allevatore. Verso la metà degli anni Novanta, di orsi francesi ne erano rimasti, sì e no, una mezza dozzina. Non abbastanza: la specie rischiava l’estinzione. Per rinsanguare l’ormai esangue genia dell’Ursus arctos pyrenaicus, il presidente François Mitterrand decise di importare l’orso sloveno, geneticamente identico a quello autoctono. Quando furono liberati gli esemplari ‘stranieri’, per i naturalisti fu il provvedimento dell’ultima chance, ma per gli allevatori una iattura. «Tutto filò liscio fino al giorno in cui Parigi annunciò che ne avrebbe liberati quindici in una volta sola», racconta il sindaco Castells. «Da allora le cose sono andate sempre peggio». Con il rilascio della voracissima Franska, il fuoco che covava sotto la brace è finalmente divampato: sono stati organizzati raduni dagli «anti-ours» e contromanifestazioni dai protettori dell’orso, imbrattati di scritte i muri dei municipi, composti inni e canzoni in difesa o contro la terribile predatrice. Racconta François Arcangeli, presidente di un’associazione «pro-ours»: «Io sono stato più volte minacciato di morte e altri sono stati picchiati. Hanno anche lasciato carcasse di pecore davanti al mio portone e bruciato l’orso di legno che decorava la piazza del paese, come una volta si faceva con le streghe». Dice ancora Arcangeli, che per alcuni dei suoi concittadini ha anche il difetto di essere di origine italiana: «Dietro all’atavica paura della belva feroce si nasconde il problema della pastorizia, che su queste montagne è moribonda 182

e sopravvive soltanto grazie alle sovvenzioni elargite dall’Unione Europea». Già, gli agnelli romeni e le pecore neozelandesi costano un terzo di quelli allevati sui Pirenei, perciò negli ultimi anni il prezzo della carne ovina francese è crollato, così come quello della lana. Poche ore prima che Franska fosse investita dal camion, una squadra di studiosi internazionali aveva previsto di riunirsi per stabilire se si trattava davvero di un’orsa ‘atipica’. Nel qual caso, l’avrebbero catturata e rilasciata altrove. Il camioncino che l’ha messa sotto ha risolto la vicenda nel peggiore dei modi. Dino Buzzati scriveva che quando scomparirà l’orso ci sentiremo tutti un poco più poveri e più tristi. Ora, dal parco di Yellowstone, che è grande come la Danimarca e conta orsi a volontà, giunge un dato allarmante: nelle zone con meno di cinquanta esemplari, la specie si estingue rapidamente. Con la cacciata dai Pirenei degli orsi sloveni, presto i francesi saranno tutti più poveri e più tristi. Ho scritto altrove dell’orso dal collare o tibetano. Catturato da cucciolo con tagliole che l’azzoppano, questo mansueto animale è poi venduto ai contadini cinesi che gli infilano un catetere nella cistifellea con cui per anni gli mungeranno la bile, componente dell’antica farmacopea locale. Sono circa 8000 gli orsi ai quali viene inflitto questo calvario, rinchiusi in gabbie a forma di bare, così strette da provocare piaghe e malformazioni ossee. Sono i contadini stessi che inseriscono il catetere, in condizioni d’igiene molto scarsa. Gli orsi sviluppano perciò dolorosissime infezioni all’addome, per loro sfortuna non letali. È pratica comune che a questi dannati vengano strappati denti e unghie, ed è frequente che impazziscano e comincino a compiere pratiche autolesionistiche – ma verrebbe da dire suicidarie –, come per abbreviare il loro martirio. In Cina vivono altri mille di questi «orsi della bile» salvati da Jill Robinson, una straordinaria sessantenne di Bristol che 183

con la sua fondazione, Animal Asia, li ha ricomprati dalle fattorie per poi trasferirli in una sorta di ospizio di lusso per plantigradi, dove possono finire la loro vita nutriti e curati da attivisti che li aiutano perfino con sedute di fisioterapia. Da sola ha fatto più Jill per queste povere creature che il Wwf o qualsiasi altra Ong animalista. Quando andai a trovarla a Chengdu, mi mostrò con fierezza un fascio di asticelle di metallo: i cateteri che aveva chirurgicamente estratto ai «suoi orsi». Ne adottai uno, e lo chiamai Ciro, come il mio dolce e amatissimo labrador di allora, perché camminando caracollavano entrambi allo stesso modo. Tsunami e sharia È difficile incontrare un orso in natura. Io ho avuto questa fortuna nel Sud dello Sri Lanka, dove andai nel luglio 2005, sei mesi dopo lo tsunami che spazzò quella parte di mondo: m’imbattei in un’orsa con i suoi due piccoli in un parco naturale sulla costa, dove l’onda anomala s’era portata via centocinquanta turisti giapponesi. Dell’albergo che li ospitava erano rimasti pesanti blocchi di cemento armato, ammonticchiati sulle dune. Su di essi svolazzavano garruli due pavoni selvatici. Nimal, la mia guida, mi disse che non fu trovata una sola carcassa di animale, come se un sesto senso avesse messo in guardia elefanti, leopardi, cervi e cinghiali. «Quella mattina, poco prima del disastro, partii con una decina di turisti verso l’interno del parco. Tornammo a mezzogiorno, e ci trovammo davanti a una scena apocalittica: alberi secolari sradicati, l’albergo distrutto, decine di cadaveri sulla spiaggia, alcuni dei quali già smembrati dai coccodrilli», mi raccontò Nimal. Era cominciato con le lacrime di Maleeka, il mio periplo dello Sri Lanka, tra sconfinate tendopoli e case diroccate. Maleeka, che non si dava pace per l’orrenda fine della sua bambina di 5 anni, Shehan, rimasta schiacciata sotto un vagone della Regina del mare, l’espresso per Galle che la furia dei flutti sollevò da terra come un fuscello. «Mi ritorna in mente 184

quella manina con le unghie smaltate: l’unica parte del suo corpo risparmiata dall’onda», mi disse la donna. Dei tredici vagoni che componevano la Regina del mare ne erano rimasti tre, ammaccati come se un gigante li avesse presi a sprangate. Assieme ai parenti delle vittime, che giungevano mestamente da ogni parte del Paese per depositarvi una candela accesa, si mischiavano adesso i primi surfisti stranieri che erano tornati a cavalcare le onde dell’Oceano Indiano. Incuriositi dal treno capovolto, s’avvicinavano dalla spiaggia in ciabatte e bermuda, spesso ubriachi di birra. Su di loro, Maleeka pronunciò una frase rivelatrice sulla grande differenza tra l’Oriente povero e l’Occidente ricco: «Lo sa che cosa provo per la loro assenza di compassione? Compassione». L’anno dopo, il governo ne ha fatto un luogo della memoria, non soltanto per gli ottocento morti affogati negli scompartimenti del treno, ma per tutti i 31.000 srilankesi uccisi dalla micidiale risacca. Il 26 dicembre dell’anno precedente, appena giunta la notizia del cataclisma, fui spedito in Indonesia, a nord dell’isola di Sumatra, il più vicino possibile all’epicentro del terremoto sottomarino che provocò uno dei più devastanti tsunami che la storia ricordi. Sbarcai a Banda Aceh all’alba del 28, con un volo militare indonesiano decollato nella notte da Giacarta. I sopravvissuti erano così stravolti da quanto era accaduto che camminavano sui corpi dei loro cari. E in questo porto spazzato dall’onda i cadaveri erano ovunque, sul ciglio delle strade, nelle stazioni di servizio, sull’erba dello stadio di calcio. Erano disposti a caso, come bastoncini di mikado, oppure, là dove erano passati i soldati, ordinatamente adagiati uno sull’altro. Nel capoluogo della provincia di Sumatra più colpita c’erano troppi morti rispetto ai vivi, perché mancavano i camion per portare via le salme e gli uomini per ricomporle. Mancava perfino la terra per inumarle, perché il mare non voleva riassorbire i miliardi di litri d’acqua con cui aveva seminato dolore e devastazione. 185

L’aereo militare che mi portò nella città dei defunti ospitava personale umanitario del mondo intero. Di fronte alle spaventose dimensioni che la tragedia stava assumendo nel Nord dell’Indonesia, le autorità di Giacarta avevano finalmente deciso di abrogare la legge marziale che da un anno, per via di un’annosa e sanguinaria guerra indipendentista, impediva l’accesso degli stranieri a Banda Aceh. Appena atterrati, fummo accolti da una folla di disperati. Ma quell’aereo era in missione di ricognizione, e non portava né cibo né farmaci. Da quella moltitudine di sopravvissuti rimasti senza tetto, si levarono urla di disperata protesta. Un uomo mezzo nudo agitava un pesciolino secco dicendo che era l’unico nutrimento che poteva offrire ai suoi figli. Un altro sbatteva forsennatamente il braccio fasciato contro un muro, lanciando grida belluine. La moschea Baitur Rahman dai muri bianco latte e le cupole color liquirizia, costruita dagli olandesi alla fine dell’Ottocento per ingraziarsi gli acehnesi, aveva resistito all’onda. Ma la piazza che gli si apriva davanti era colma di detriti, lamiere, tronchi d’albero divelti, carcasse di automobili. E tutta la città somigliava a quella storica piazza. Ero riuscito a trovare una branda e m’ero sistemato in un negozio abbandonato, dove trascorsi i primi giorni di quel tragico servizio. Ma dormivo poco, per via delle continue scosse di assestamento, per le zanzare che non pungevano ma pugnalavano e soprattutto per la puzza di morte alla quale non riuscivo ad abituarmi. C’erano poi i ratti che, scacciati dalle fogne allagate, avevano invaso la città. Trotterellavano in fila indiana lungo i marciapiedi o sciamavano disordinatamente tra le case distrutte: incuranti degli uomini, si avventavano su tutto ciò che trovavano. «La notte siamo costretti a organizzare turni di veglia per tenerli lontani con un bastone», mi disse un padre di famiglia, accampato per la strada con i suoi tre figli. Cinque giorni dopo la catastrofe, i militari riuscirono a ripulire la piazza della grande moschea. Fu un gesto simbolico, 186

ma che non fermò la fuga verso l’interno della provincia dei sopravvissuti, che andavano a ingrossare le fila degli sfollati. Il 30 dicembre erano circa 200.000. Intanto, le ruspe continuavano a lavorare giorno e notte per scavare fosse comuni e riempirle di corpi, mentre fino a quella data, nel fiume che attraversava la città distrutta vedevo ancora galleggiare cadaveri. Non c’era acqua potabile, il cibo scarseggiava e i più affamati si nutrivano di foglie. Gli elicotteri della portaerei americana Abraham Lincoln erano stati circondati e presi d’assalto da gente disperata e i primi camion per la distribuzione dei viveri lanciavano sacchi di riso senza neanche fermarsi. Le autorità di Giacarta si erano trovate a gestire un’emergenza epocale, con una trentina di Paesi che offrivano collaborazione. Dopo dieci giorni fu finalmente creata una sorta di autostrada di aiuti dalla città di Medan. Ma ad Aceh il mare non voleva restituire i quartieri che aveva inghiottito. Un terzo della città era ancora sott’acqua. Sommerso dai flutti era rimasto anche il penitenziario della provincia, con centinaia di carcerati che nessuno aveva potuto liberare. Tra questi c’era anche Sofyan Ibrahim Tiba, leggendario capo del movimento indipendentista. Intanto, nonostante appelli per un immediato cessate il fuoco lanciato sia dai vertici della guerriglia sia dal governo, nelle zone più remote della provincia la guerra tra esercito e separatisti proseguiva. Una settimana dopo lo tsunami i soldati di Giacarta compirono pesanti rappresaglie, uccidendo decine di ribelli. Per mostrarmi la violenza dell’onda, mi portarono a vedere quello che diventerà uno dei loro monumenti alla memoria delle vittime del cataclisma: una moschea con il tetto sfondato da un grosso peschereccio trasportato dalla violenza dei flutti. Tra le storie liete a cui s’aggrappava quel popolo c’era il salvataggio di un uomo rimasto cinque giorni sotto le macerie della sua casa, oppure quello di Wira, un bambino di 10 anni, recuperato da una barca di pescatori dopo aver trascorso quarantotto ore in mare. Wira se la cavò con un taglio a una mano. Disse: «Non ho avuto paura perché so 187

nuotare bene. Ho solo sentito tanto freddo». Ricordo anche di una donna che, inghiottita dall’onda, s’aggrappò a ciò che pensava essere una ciambella di salvataggio, stringendo con l’altro braccio il suo ultimo figlio. La corrente li trascinò per centinaia di metri, finché lei riuscì ad aggrapparsi a un groviglio di alberi. Solo allora lasciò la ciambella che l’aveva tenuta a galla, rendendosi conto che era un grosso pitone acciambellato su se stesso. I primi di gennaio nacquero altre difficoltà. Quelle di gestire le legioni di personale umanitario dell’intero pianeta, molte delle quali assolutamente inefficaci o peggio perniciose – penso a chi si muoveva nelle tendopoli con la Bibbia o il Corano in mano per fare proselitismo nella disgrazia –, che sbarcavano nella provincia funestata, dove non c’erano né le strutture per ospitarle né il cibo per nutrirle. La cooperazione italiana arrivò con grande ritardo rispetto a quella di altri Paesi, e con mezzi assai più modesti. Tuttavia, quando tornai l’anno dopo per raccontare della ricostruzione, potei constatare che, assieme a quelli americani e tedeschi, i primi villaggi ultimati erano i nostri. E gli indonesiani ambivano tutti ad andare in quelli italiani, perché le case americane erano di lamiera e a mezzogiorno diventavano dei forni a microonde, e quelle tedesche somigliavano alle baite delle montagne bavaresi. Gli operatori italiani, invece, capeggiati da un grande esperto di cooperazione, qual era Pino Antuzzi, prima di posare la prima pietra erano andati a consultare i capi villaggio, e con loro avevano progettato la ricostruzione dei borghi distrutti. Quindici giorni dopo il cataclisma, durante il volo verso Medan, il pilota ci fece sorvolare il versante occidentale dell’isola, quello più devastato, perché era di fronte all’epicentro sottomarino del sisma. L’aereo scese di quota, fino a tre-quattrocento metri da terra. Ed ecco che apparve Meulaboh o, meglio, quel che ne restava. Era una larga distesa di acqua e fango, un’altra città di morti. Dall’alto faceva pensare a un puzzle appena cominciato, pieno di macchie 188

bianche. Ognuna di queste corrispondeva a una casa crollata. Meulaboh si trovava a centocinquanta chilometri dal cuore del terremoto: gli edifici erano stati prima fortemente danneggiati dalla scossa, poi sulle loro macerie s’era abbattuta la violenza dell’onda ciclopica. Appena il 10 per cento di essi aveva retto al cataclisma. La città era rimasta isolata per giorni, irraggiungibile sia via terra, perché le strade erano state distrutte, sia via mare, perché le macerie impedivano l’accesso a ogni imbarcazione. Perfino in città era difficile muoversi, poiché erano collassati tutti i ponti che collegavano tra loro i quartieri di quel porto. Dal finestrino dell’aereo vidi i sopravvissuti che come formichine si affaccendavano lungo le poche strade riemerse. Un segnale di vita che i primi voli d’avvistamento non avevano neanche percepito. Fino a pochi giorni prima, le autorità erano convinte che gli abitanti di Meulaboh fossero tutti deceduti. Finalmente i primi sopravvissuti erano usciti dalle loro case, s’erano fatti sentire e vedere, e gli elicotteri avevano cominciato a paracadutare viveri e medicinali, perché solo dal cielo potevano arrivare gli aiuti. Ma in quella martoriata città il peggio poteva ancora accadere: secondo le prime testimonianze c’erano migliaia di cadaveri in avanzato stato di decomposizione, intrappolati tra le macerie, galleggianti nelle pozze d’acqua, o impigliati tra i rami degli alberi. Oltre a ripristinare l’elettricità, curare i feriti, nutrire gli affamati, il primo problema da risolvere per il governo di Giacarta era raccogliere e inumare quei corpi. Sorvolammo tutti i trecento chilometri di costa che erano stati prima disintegrati dal terremoto di magnitudo 9,2, poi spazzati da un muro d’acqua alto trenta metri. Di Calang e molti altri villaggi non era rimasto nulla. Dall’alto sembravano tante Hiroshima coperte di fango. In uno di questi paesini di pescatori solo un uomo era sopravvissuto. Per arrivare a Banda Aceh aveva percorso a piedi sessanta chilometri, impiegando cinque giorni. Disse che sul suo cammino non aveva incontrato anima viva. 189

Le cifre della catastrofe indonesiana furono svelate con grande ritardo, anche perché sul lato occidentale di Sumatra ci vollero mesi per riuscire ad appurarle. Solo ad Aceh la catastrofe aveva raso al suolo il 60 per cento delle case e provocato 167.000 vittime. L’onda del 26 dicembre superò così il triste primato dello tsunami causato dall’eruzione del Krakatoa, a ovest di Java. Era il 1883, il frastuono dell’esplosione del vulcano fu avvertito anche in Australia, lontana 3500 chilometri, e la nube di cenere che fuoriuscì dal cratere avvolse il pianeta per giorni. Ma, allora, i morti furono soltanto 36.000. Ero stato in Indonesia molti anni prima, nel 1986. In quel viaggio mi spinsi fino a nord di Sumatra, per incontrare un botanico francese che aveva insegnato a una scimmietta ad arrampicarsi in cima agli alberi di quella che era una delle foreste più impenetrabili del pianeta per raccogliere fiori che sbocciano solo a trenta metri da terra. All’epoca, vista dall’aereo, Sumatra era un tappeto verde scuro, lungo 2000 chilometri e largo 300. Quando vi tornai nel 2004, la foresta vergine era già stata ridotta a piccole oasi perdute tra immense risaie o piantagioni di palme da olio (invase da abnormi popolazioni di ratti che sono ghiottissimi dei loro datteri, e di cobra che a loro volta vanno pazzi per quei ratti). Nel dicembre 2014, quando riattraverso l’isola per le commemorazioni dei dieci anni dello tsunami, la foresta è quasi del tutto scomparsa e con essa la tigre di Sumatra e la maggior parte dei suoi oranghi. Intanto, da diversi anni, Banda Aceh è amministrata dalla sharia. E nere, argentate, verdi o ramate, le cupole a cipolla delle moschee sovrastano ogni cosa. In città ne vedo ovunque, soprattutto adesso che l’edilizia della ricostruzione è stata appena ultimata, creando nuovi quartieri dall’urbanistica ariosa, rarefatta quasi, come se neanche i tanti miliardi di dollari piovuti dall’intero pianeta fossero bastati a rimodellare tutto ciò che fu spazzato via dall’apocalittico tsunami. A Banda Aceh, di moschee se ne contano oggi 205: quasi 190

una ogni mille abitanti. E, a differenza di ospedali, case e scuole, che secondo il governo indonesiano sono sufficienti per la popolazione locale, di minareti e cipolle colorate si continua a erigerne, soprattutto grazie all’inarrestabile flusso di soldi provenienti da Turchia, Arabia Saudita e monarchie del Golfo. «Lo sa perché? Perché nella provincia di Aceh abbiamo costruito l’Islam perfetto, dove ogni imam è leader della propria moschea e dove l’applicazione della legge coranica è moderata e insieme rigorosa», sentenzia Yusbi Yusuf, guida spirituale della moschea Al Makmur, restaurata grazie a fondi stanziati dall’Oman. L’iman mi fornisce anche una spiegazione coranica alla distruzione e al dolore provocati dallo tsunami. «Allah ha voluto lanciare un monito al nostro popolo e farlo riavvicinare alla religione. Ha anche punito chi aveva uno stile di vita troppo contaminato dall’Occidente e chi stava perdendo la fede», aggiunge il chierico, lisciandosi i peli radi e lunghi come capelli che gli spuntano sul mento. Il numero delle vittime è stato così alto che molti, a cominciare dagli imam, lo interpretano come una lezione divina. Suor Carolina, invece, che è nata nel centro di Sumatra e che incontro nell’unica chiesa cattolica di Banda Aceh, sostiene che dopo la catastrofe i musulmani siano diventati più osservanti, ma anche più tolleranti nei confronti delle altre minoranze religiose. «Lo tsunami è servito a farli riflettere. Prima ci guardavano con sospetto e, a volte, con odio. Oggi invece cercano il dialogo», dice la suora. Ma qui la parola «lezione» ha un altro significato, perché indica anche l’insegnamento che si deve trarre dal cambuk, la sequela di frustate inflitta a chiunque trasgredisca il Corano. In questa provincia vige forse un Islam moderato, come asserisce l’imam Yusbi Yusuf. E certamente lo è, se paragonato alle lapidazioni degli infedeli in Pakistan o alle decapitazioni degli oppositori alla teocrazia saudita. Tuttavia il modello di società islamica del Nord di Sumatra ancora prevede scudisciate in pubblico, eseguite con uno staffile in legno di Malacca e il cui numero può variare in funzione del 191

canone infranto. «È soltanto un castigo esemplare che viene applicato senza crudeltà, e che solo raramente fa sanguinare il condannato. La prova? A praticarlo può anche essere una donna», dichiara Evendi Latif, giovane comandante della sharia police, la polizia coranica di Banda Aceh, sicuramente meno feroce di quella per la prevenzione del vizio e la propagazione del buon costume che s’accaniva sugli afgani nell’era dei taliban, ma non meno vigile né meno irremovibile. Il comandante Evendi Latif ci riceve nella caserma centrale del suo dipartimento che è forte di sessanta uomini e dodici donne, tutti con indosso uniformi molto simili a quelle dei loro colleghi che si occupano di furti e omicidi. «I reati per i quali è previsto il cambuk sono poco numerosi: lo comminiamo a chi gioca d’azzardo, e qui capita spesso con il domino, e a chi beve alcol; ma dobbiamo punire anche gli omosessuali e le coppie non sposate che s’appartano in luoghi isolati. Quest’ultimo reato è quello per cui sono previste più frustate», spiega il comandante, accendendosi un’oleosa kretek, sigaretta ai chiodi di garofano che, bruciando, lo avvolge in una nuvola di fumo turchino. Gli chiedo in quale atteggiamento – fornicando? scambiandosi un bacio o una carezza? – deve essere scoperta la coppia per meritarsi il castigo. Il crimine l’hanno commesso comunque isolandosi, risponde il comandante, «perché nessuno ci dice che cosa hanno fatto prima, e nessuno ci dice che cosa avrebbero fatto se non li avessimo scovati». Per me non c’è modo di assistere a un cambuk, perché il primo è previsto soltanto la settimana dopo la mia partenza. È forse un peccato per il mio lavoro di cronista ma ciò mi conforta, anche perché di questo primitivo e insensato castigo avevo già trovato diversi video, più o meno cruenti, su YouTube. Il comandante non mente: in alcuni casi il boia è donna ma ciò non significa che sia più misericordiosa o meno violenta dei maschi. Le fustigatrici che vedo all’opera sembrano semmai più zelanti, e quindi più cattive. Tra le altre mansioni che spettano al reparto rosa della sharia police c’è il controllo fiscale e quasi ubiquo che tutti si rechino in mo192

schea per la grande preghiera del venerdì. Sin dall’inizio del richiamo del muezzin piccole squadre di poliziotte, a bordo di motorette sgangherate, pattugliano in lungo e in largo la città a caccia del fedele recalcitrante. Quando lo trovano, gli fanno una multa: al terzo richiamo è anche lui passibile di cambuk. Ad Aceh le infinite tonnellate di macerie dello tsunami sono state tutte rimosse, e molto è stato ricostruito (più di 160.000 case in tutta la provincia). I sopravvissuti hanno invece lasciato al suo posto l’imponente Pltd Apung, una chiatta di ferro pesante 2600 tonnellate che l’onda ciclopica depositò nel centro della città, a quattro chilometri dalla costa. La nave è diventata il più struggente memoriale dello tsunami, anche per i numerosi morti che ha sepolto nel suo ultimo approdo. Quando salgo sulla tolda e dirigo lo sguardo verso l’oceano m’accorgo che la città si è come ritirata dalla riva, spostando i nuovi quartieri verso l’interno delle terre. Provo la stessa sensazione passeggiando nello spettrale porto di Ulee Lheue, che per primo fu investito dall’onda: anche qui tutto è stato bonificato e riedificato, gli alberi sono stati ripiantati e le strade riasfaltate. Ma i sopravvissuti ancora lo disertano, forse in ricordo delle tante migliaia di corpi che vi raccolsero e che inumarono in una gigantesca fossa comune. Non c’è anima viva neanche sulle decine di piccoli pescherecci all’attracco. «Sono barche donate ai pescatori dalle Ong che accorsero in massa dopo la catastrofe. Nel caos della ricostruzione, le agenzie internazionali facevano a gara a chi aiutava più persone, e a chi lo faceva più in fretta. Ma da quella foga nacquero solo guai. Questi pescherecci, per esempio, sono tutti inutilizzabili, perché lavorati con troppa precipitazione, ossia con legno non abbastanza stagionato. Quando prendono il mare, c’è sempre il rischio che affondino perché troppo pesanti», mi spiega Irwan Balasi, 22 anni, studente di medicina che a Ulee Lheue è venuto a pescare con la canna. Irwan è uno dei pochi a ribellarsi alla sharia e, soprattutto, al cambuk. Dice: «È vero, l’Indonesia è la più 193

grande nazione musulmana del pianeta, con il 90 per cento dei suoi 240 milioni di abitanti che credono ad Allah e rispettano il Corano. Ma nel resto del Paese c’è un Islam sorridente, non una religione sessuofoba e persecutoria come in questa remota provincia. Si rende conto che, con il pretesto che il popolo vada educato, se alla fine di una lezione rimango in un’aula dell’università a scambiare un parere con una studentessa del mio corso rischio venti frustate?». Irwan mi mostra vergognandosi il principale quotidiano locale, il «Serambi Indonesia»: in un riquadro sulla destra della testata appaiono gli orari delle cinque preghiere giornaliere. Dice ancora lo studente: «La religione pervade ogni aspetto della nostra vita, perché gli imam sono sempre più ricchi e sempre più potenti. Hanno approfittato dello tsunami per imbrogliare un popolo sofferente, promettendogli il paradiso». Irwan mi confida anche il suo segreto: una volta diventato medico, scapperà. Perché a Banda Aceh, per i carnefici della morale islamica, uno come lui è l’apostata ideale su cui accanirsi con lo staffile di legno di Malacca. Il lascito di Fukushima Quando lo tsunami colpì il Giappone, l’11 marzo 2011, ero in Libia, a Bengasi, a scrivere su quella sfortunata primavera araba. Arrivai a Tokyo soltanto ai primi di aprile, nei giorni della fioritura dei ciliegi, e quando l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima sembrava avviato verso un epilogo apocalittico. Tra le tante bugie che raccontava alla stampa e allo stesso governo giapponese la Tepco, il gestore dell’impianto, non poté nascondere che acqua altamente radioattiva era fuoriuscita da una turbina del reattore 2, lo stesso dove erano stati registrati livelli di radioattività centomila volte superiori alla norma. Si parlava già del rischio di un probabile deflusso nel Pacifico di acqua contaminata. Pochi giorni dopo si presentò il problema dei cadaveri di uomini e donne che stavano ancora marcendo tra gli ammassi di detriti 194

attorno alla centrale nucleare di Fukushima. Nessuno li aveva raccolti né, quindi, cremati, perché troppo radioattivi. Coloro che avrebbero dovuto occuparsene, poliziotti, becchini o famigliari, avevano paura di essere contaminati a loro volta. Erano morti che incutevano lo stesso terrore degli appestati nel Medioevo. Accadeva nella cosiddetta «no-go zone», la zona evacuata dalle autorità e che ancora circonda l’impianto danneggiato. Si stava studiando il modo di avvicinare quei poveri corpi senza mettere a repentaglio la vita dei medici, dei parenti e del personale della morgue, perché potevano tutti essere pesantemente irradiati. Intanto, ogni mattina le autorità fornivano cifre sempre più raccapriccianti: quelle, per esempio, dello iodio radioattivo rilevato nelle acque marine di fronte alla centrale, che era allora circa 4500 volte superiore alla norma. Il che rafforzava l’ipotesi che il materiale venefico continuasse a riversarsi nel Pacifico. Potei rendermi conto della distruzione di quello tsunami soltanto sei mesi dopo, quando ritornai a Tokyo invitato dal governo giapponese, fiero di mostrare al mondo l’energia già dispiegata per la ricostruzione. Adesso un’erba folle, d’un verde stupefacente, ricopriva le ampie risaie dove l’onda aveva trascinato case, auto e cadaveri, creando giganteschi ammassi di cui restavano soltanto poche lamiere, simili a sculture informali o a relitti di uno spaventoso incidente stradale. Per demolire quello che i flutti avevano lasciato in piedi le ruspe avevano lavorato alacremente. Tonnellate di macerie erano poi state ricompattate in grosse piramidi, ed era finalmente possibile valutare le devastazioni. Avevo davanti a me la distruzione apocalittica di questa porzione di Paese. Sgombro di detriti, era un palcoscenico che spaventava. In molti luoghi, la battigia era ancora transennata, perché poteva capitare che il Pacifico vomitasse un corpo. Per il resto, i postumi del disastro erano gli stessi a Sendai, Ishinomaki, Fukushima e nelle altre località che toccammo con alcuni colleghi della stampa internazionale, in un Paese ferito nella carne, proprio come lo era all’indomani della seconda 195

guerra mondiale. Ovunque vedemmo città distrutte, porti in frantumi e moli sommersi; ma ovunque trovammo uomini febbrilmente affaccendati a ripulire, abbattere e ricostruire. Spesso, come accadde a Banda Aceh, anche a tre o quattro chilometri dalla costa vidi grossi pescherecci trasportati fin lì dai marosi impazziti e abbandonati in un campo di grano o sul tetto di una scuola. In fretta, il taccuino si riempiva di storie commoventi, o quantomeno edificanti. C’era quella del pescatore miracolosamente sopravvissuto alla furia del mare e originario di un paesino che non esisteva più, il quale sorrideva raccontandomi delle ostriche che aveva appena messo in coltura, prima ancora di rifarsi la casa. O quella del ventunenne grosso e forzuto come l’eroe di un manga, volontario in un centro di sfollati, che piangeva ininterrottamente parlando degli amici rapiti dalle acque e della pena che aveva provato raccogliendo le salme di alcuni di loro. O ancora quella di un contadino testardo, il quale non aveva voluto abbandonare la sua cittadina, nella zona rossa attorno alla centrale di Fukushima, dove era rimasto l’unico abitante assieme al bastardino Aki, tra carcasse marcescenti di bestiame. Rosso di collera era invece Takenori Takahashi, direttore del Centro di ricostruzione di Ishinomaki, che con i suoi 3165 morti e 793 dispersi è stata la città più colpita dall’onda. Ishinomaki contava duecento aziende di scatolame di pesce, tutte andate distrutte. Takahashi temeva il rischio di bancarotta della città, dando la colpa alle autorità di Tokyo. «Per poter ripartire, all’economia locale servirebbe subito l’equivalente di 10 miliardi di euro, ma qui non è ancora arrivato un centesimo», mi disse. La ragione di quel ritardo, gli obiettai, era forse un’altra: lo spettro, non ancora dissipato, di una catastrofe nucleare nella vicina Fukushima. Tornati a Tokyo per incontrare politici e diplomatici, mi accorsi che tutti seguivano scrupolosamente le indicazioni per risparmiare energia. La città era più buia, i negozi chiudevano prima e negli uffici, dove era fermo un ascensore su 196

due e dove l’aria condizionata era rigorosamente spenta, gli impiegati avevano coniato un nuovo termine per definire l’abbigliamento più consono al caldo soffocante: «cool biz», fresco affari, ossia maniche di camicia e assenza di cravatta. Cinque anni dopo, in un elegante albergo romano che affaccia su Villa Borghese, ho incontrato Naoto Kan, l’ex premier giapponese che in quei tragici giorni gestì l’emergenza di Fukushima e che dopo di allora, da sostenitore del nucleare s’era tramutato in attivista No Nuke. Così esordì: «C’è materiale radioattivo che continua a fuoriuscire dalla centrale, acqua inquinata che viene dispersa in mare, anche se la Tepco sostiene il contrario». Naoto Kan mi confessò che subito dopo l’incidente voleva evacuare tutta la regione di Tokyo, ossia 50 milioni di persone. «Avevo letto da poco quanto era accaduto a Černobyl’, dove c’è un solo reattore, mentre a Fukushima ce ne sono sei». Era appena stato pubblicato il rapporto di Greenpeace Giappone, secondo cui gli impatti ambientali di quel disastro avranno effetti per secoli su foreste, fiumi ed estuari e il programma di decontaminazione del governo non ridurrà tali rischi. Quando gli chiesi che cosa ne pensava, lui si limitò a dire: «Temo che purtroppo Greenpeace abbia ragione». Parlando della centrale disastrata, il Nobel per la letteratura Kenzaburō Ōe scrisse che, dopo Hiroshima e Nagasaki, Fukushima era stata la terza bomba atomica esplosa in Giappone, «ma stavolta per colpa dei giapponesi». Il monte dell’ascesi Tozzi e grigio cemento, i bunker li vedi da lontano. Questi di Tale, una sessantina di chilometri a nord di Tirana, sono schierati uno accanto all’altro e fuoriescono dalla sabbia deturpando indecentemente la costa. Sono tutti color grigio topo, salvo l’ultimo del plotone, di recente intonacato di bianco. «L’ho appena ristrutturato per affittarlo ai turisti», 197

mi dice il giovane imprenditore Prehk Marku, mostrandomi l’appartamentino ricavato nell’ex struttura militare, con angolo cucina e zona letto. Altrove, altri bunker sono stati riconvertiti in granai, stalle, monolocali per studenti, negozietti di souvenir, rifugi per escursionisti. Altri ancora sono invece stati demoliti per recuperarne l’acciaio, merce preziosa per la vorace e selvaggia industria immobiliare che sta cementificando l’Albania. Trent’anni dopo la fine del regime, il Paese comincia solo ora a digerire l’eredità più granitica dello stalinista Enver Hoxha che, tra il 1945 e il 1985, fece erigere 750.000 bunker per difendersi da un nemico immaginario e mutevole. Un nemico che, nella fobica fantasia del despota di Tirana, prendeva a turno la forma dell’Italia, della Nato o dell’Unione Sovietica, con cui ruppe nel 1968. «Da quando è esploso il ‘bunker business’, ognuno cerca di appropriarsene per guadagnare soldi. Quando non appartengono a nessuno, basta arrangiarsi con l’ufficio del catasto», aggiunge Marku. Costruire così tanti bunker richiese uno sforzo economico colossale per quel piccolo e povero Paese che era l’Albania, tanto più che, sotto la dittatura, queste fortificazioni non servivano a nulla. Paradossalmente, si contavano più bunker che militari. Una volta, qualcuno li adoperava come mondezzai o depositi per materiali. E, se appartati, potevano servire da alcova per amanti clandestini. Oggi, con il liberalismo selvaggio nato sulle rovine della collettivizzazione, gli albanesi si stanno finalmente riappropriando di queste devastanti e ubique costruzioni. Molti hanno già trasformato le casematte in chioschetti per vendere panini o addirittura in discoteche, quando l’edificio è sufficientemente capiente. In un bunker di Koplik applicano tatuaggi, mentre sul Dajti, il monte che sovrasta Tirana, ne hanno pittato alcuni con colori psichedelici per farne il cuore di un rave party, il Bunker Fest. Mimi Kodheli, 49 anni e prima donna ministro della Difesa della storia albanese, ricorda: «Sotto la dittatura, nei bunker ci insegnavano a sparare. Solo a questo servivano, anche se di nascosto c’era chi li usava come fungaie». La 198

nascita del «bunker business» confina curiosamente con il «rinascimento» nazionale dell’Albania, per usare un epiteto caro a Edi Rama, il premier-pittore ed ex sindaco di Tirana. Al telefono Rama mi spiega che la priorità del suo operato è riportare il Paese «sulla strada della legalità per proteggere la proprietà pubblica e privata». Se negli ultimi dieci anni le unità abitative sono cresciute del 30 per cento, ciò è stato possibile soprattutto grazie ai soldi della mafia italiana e balcanica, con cui sono stati urbanizzati duecento chilometri di costa da Durazzo a Valona per accogliere turisti macedoni, kosovari, austriaci e italiani. Ma l’Albania resta il Paese più povero d’Europa, il suo Pil s’è dimezzato con la crisi che colpisce il vecchio continente, mentre è raddoppiato il suo tasso di povertà. Senza contare che le rimesse dai Paesi che ospitano il più gran numero di albanesi espatriati, Grecia e Italia, sono molto calate, passando da un miliardo di dollari nel 2008 a meno della metà ai giorni nostri. Vicino ad Argirocastro, vedo una gru sta divorando un grosso bunker che in passato forse ospitava veicoli militari. Il suo nuovo proprietario, Pashk Nicolla, spiega: «Riuscirò a estrarne almeno 500 euro di acciaio, niente male se pensa che lo stipendio di un impiegato non supera i 300 euro». A Mamurras, invece, a nord di Tirana, i bunker crebbero sulle rovine di una chiesa che fu distrutta dal regime negli anni Sessanta, quando Hoxha vietò la religione e dichiarò trionfalmente che la nazione era il primo Paese dove l’ateismo di Stato era scritto nella Costituzione. Nel 1993, quella chiesa fu ricostruita, conservando i blocchi di cemento a futura memoria, per non cancellare le vestigia della paranoica repressione del regime. A sud del Paese, nel villaggio di Lin, un piccolo bunker a strapiombo sul mare è stato interamente dipinto di bianco. Per trasformarlo in una cappella ortodossa è bastato posarci un paio d’icone. Quando giunsi sul monte Athos, Internet era un problema teologico. Nella rarefatta purezza che avvolge i monasteri 199

della Montagna Santa, la rete era un’irrisolta diatriba dogmatica, che agli occhi dei suoi religiosi abitanti minacciava la lillipuziana repubblica teocratica, dove la vita è tuttora scandita dai ritmi di Bisanzio. Nel monastero di Simonos Petras, un solo monaco su sessanta poteva collegarsi in rete. «E soltanto per le email», mi disse padre Makarios, frate pallido ed emaciato, con i capelli raccolti a crocchia sulla nuca e la barba da pirata. «Vede, qui non abbiamo né radio né tivù. E molti di noi non hanno ancora saputo dell’attacco alle Torri gemelle. Dobbiamo proteggerci dalle notizie che provengono dal mondo esterno, perché rischiano di distrarci dall’ascesi». Da qualche anno, sia pure meno violento che altrove, il vento della globalizzazione soffia anche all’ombra dell’Athos. Sebbene sia accessibile solo dal mare, aperto a pochi eletti e da più di dieci secoli ancorato alla tradizione ortodossa, il bastione della Chiesa d’Oriente ha già subìto parecchie rivoluzioni con l’arrivo del telefono e dell’elettricità, dei cellulari e del computer. Il web, temono i più conservatori, potrebbe adesso incrinare l’austera compostezza monastica dei religiosi atoniti. «Il rischio esiste, ma non credo che questa scoperta sia in grado di distruggere una saggezza accumulata in mille anni di vita spirituale», aggiunse Makarios, che prima di rifugiarsi tra queste mura studiava filosofia alla Sorbona. Era il maggio parigino, e lui si professava maoista. «Poi, però, scelsi la vita mistica, perciò venni sull’Athos. Qui tutto è in funzione della preghiera. Lo è perfino la nostra dieta, che ci impedisce di nutrirci di carne per rimanere leggeri e permettere così all’anima di elevarsi più facilmente verso Dio». Dal porto greco di Ouranopolis il vaporetto impiegò un paio d’ore per arrivare al piccolo approdo di Dafni, dove m’aspettava una fiammante Land Rover Freelander che mi condusse a Simonos Petras. Ad accogliermi trovai un monaco con il faccione gioviale che mi offrì un bicchierino di ouzo e dei loukoumi, quei gommosi pasticcini turchi al profumo di rosa. Erano quasi le 5, l’ora dei Vespri. Per richiamare i fratelli alla preghiera, un monaco batté sul semandron di le200

gno, perché dopo la caduta di Costantinopoli l’Islam proibì ai cristiani bizantini di suonare le campane. La complessa e struggente liturgia ortodossa durò un paio d’ore, durante le quali ognuno baciava con ardore quasi compulsivo le icone e le sacre reliquie conservate nel tempio, tra le quali, in una splendida teca d’oro, spiccava la mano ischeletrita di Maria Maddalena. Poi, tutti al refettorio per un pasto consumato in fretta: qualche oliva, fagiolini bolliti, una fetta di pane. Alle 8 di sera, i frati sbarrarono le porte del monastero e ognuno si rinchiuse nella propria cella. Due ore dopo la mezzanotte, i monaci furono di nuovo in piedi per pregare in solitudine. Alle 4 si ricominciò con il Mattutino. «La rinuncia ai beni terreni non è vissuta con malinconica rassegnazione ma nell’estasi della preghiera. Una sorta di perpetuo e sempre rinnovato miracolo», mi disse padre Makarios, le cui certezze sembravano sfidare la logica. Negli ultimi anni questo paradiso dell’ascesi aveva probabilmente subìto più mutamenti che dal 963, quando il monaco Atanasio vi edificò il primo monastero. Oltre a Internet, altre minacce lo insidiavano. Una volta, Hagion Oros, che in greco significa appunto «Montagna Santa», si raggiungeva soltanto attraverso ripidi sentieri che s’inerpicavano dal mare. Oggi le ruspe hanno tracciato un’infinità di strade che serpeggiano come orrende cicatrici lungo la più orientale delle penisole della Calcidica. E ciò da quando l’Unione Europea ha deciso di salvare l’Athos e la bellezza dei suoi venti monasteri, finanziando un restauro radicale. Quando arrivai, 110 milioni di euro erano già stati stanziati da Bruxelles. La manna era arrivata tutta insieme e gli sforzi per rinnovare le antiche strutture avevano preso il via in maniera frenetica. Le mulattiere non bastavano più per i camion carichi di materiali di costruzione, perciò sono intervenute le ruspe. I somari sono stati sostituiti dai fuoristrada. È vero che quei soldi servivano a mettere in sicurezza molti edifici a rischio crollo, ma lo stridore delle seghe elettriche e il frastuono delle betoniere, la confusione creata dalla pre201

senza di centinaia di operai e l’arrivo sempre più massiccio di pellegrini hanno seriamente corroso la pace immota e beata di questi luoghi. «In modo irreversibile?», domandai a padre Makarios. «No, perché nonostante le tuniche nere e le nostre lunghe barbe, siamo elastici e aperti alle novità. Per trasmettere il messaggio degli Apostoli dobbiamo adattarci ai tempi che cambiano». Meno gattopardeschi e sicuramente più conservatori di padre Makarios sono i monaci di Esfigmeno, quei religiosi che, dopo aver appeso uno striscione che recitava «Ortodossia o morte», si barricarono all’interno della loro fortezza armati di un paio di schioppi. La Grecia inviò la polizia, i monaci si arresero e lo scandalo si acquietò. Ma il problema dei «taliban dell’ortodossia», come all’epoca li definì la stampa greca, non è ancora stato risolto. Il monte Athos è amministrato da un sinodo composto dall’archimandrita di ogni monastero, ed è sotto la tutela spirituale del patriarca della Chiesa di Costantinopoli, Bartolomeo I, prelato ecumenico e progressista, convinto sostenitore di una storica, seppur travagliata, riconciliazione con Roma. L’eventualità di questo abbraccio con la Chiesa cattolica fa ancora inorridire i frati di Esfigmeno, i quali hanno bollato come eretico Bartolomeo I e deciso di non inviare più il proprio nunzio al sinodo dell’Athos. «Sono dei fanatici integralisti», sbottò Makarios. «Non può esistere un monastero al di fuori delle regole». I monaci di Esfigmeno sono un centinaio, una piccola minoranza rispetto ai 2000 del totale. All’inizio del Novecento, sul Monte Sacro se ne contavano 8000, ma dagli anni Trenta agli anni Settanta si verificò un forte calo delle vocazioni, al punto che i colonnelli greci pensarono di svuotare i monasteri per farne dei villaggi vacanze. «Ma la provvidenza decise altrimenti. C’è stato un rinnovo delle vocazioni, e oggi l’80 per cento dei novizi ha come minimo una laurea». Come gli altri monasteri, anche Simonos Petras ha l’aspetto di un castello medioevale. Una fortezza turrita a strapiom202

bo sul mare che fino all’inizio dello scorso secolo ospitava anche qualche soldato per contrastare i frequenti assedi dei pirati. Sovrastato dal monte Athos, il monastero affaccia su piccoli terrazzamenti dove crescono pomodori, melanzane, uva, cocomeri. Rose, gelsomini e oleandri ingentiliscono oggi i dirupi e le feritoie dell’austero edificio. Alle sue spalle, il monastero è incorniciato da una natura intatta, da boschi primigeni e da radure che nessun gregge ha mai brucato. Più in alto, la foresta di castagni che ricopre la parte centrale della penisola straripa di cinghiali, sciacalli, cervi, caprioli che nessun uomo ha mai cacciato. Negli inverni molto freddi, dai Balcani arriva perfino il lupo. Solo un’infima percentuale dei centomila pellegrini che ogni anno visitano questi luoghi è composta da curiosi e turisti, scoraggiati dalle burocratiche difficoltà per l’ottenimento del diamonitirio, il permesso di soggiorno che non viene mai rilasciato per più di tre giorni. Ma è un privilegio soltanto maschile: qui le donne non sono ammesse. Si racconta che nel XII secolo i frati presero l’abitudine di sedurre le figlie dei pastori che salivano nei monasteri per vendere il formaggio. Da allora una legge impedisce di varcare questi confini anche a mucche, cagne, cavalle o pecore. La regola fu poi allentata per le gatte, grandi cacciatrici di topi, e per le galline, perché con l’albume delle uova si fissano le tempere per le icone. «La castità ci è necessaria come l’aria che respiriamo», sentenziò Makarios con enfasi mistica. Quasi temesse che, per adattarsi al cambiamento dei tempi, questa beata comunità si trovasse un giorno costretta a dover accogliere tra le sue mura anche esponenti dell’altro sesso.

La foresta delle tre domeniche

Mastodontico, flemmatico e vagamente ottuso. Così ricordavo il bisonte europeo, che vidi molti anni fa nel recinto di uno zoo. Ma dopo averlo incrociato brado nella foresta polacca di Białowieża, ultimo lembo di quel bosco primordiale che una volta ricopriva l’intera Europa orientale, di quel ruminante mi sono fatto un’altra idea. Quando, assieme al cameraman Antonello Tiracchia, ci trovammo davanti a una mezza dozzina di bisonti, questi ci apparvero ancora più imponenti di quanto ricordassi, e sorprendentemente agili, scattanti, perfino minacciosi. Per questo motivo, ossia per la sua mole e la sua ferinità, il bisonte europeo, o Bison bonasus, è stato per secoli uno dei più ricercati trofei nelle cacce dei granduchi lituani, dei re polacchi e degli zar di tutte le Russie. Oggi, 450 di questi bovini giganti, che potrebbero stare alla mucca come il mammut sta all’elefante, sopravvivono allo stato selvatico nel parco naturale di Białowieża, nel Nord-Est della Polonia, al confine con la Bielorussia. Lessi dello scampolo rimasto dell’ultima foresta primaria d’Europa, ossia mai bruciata né potata, ma rimasta tale e quale nei millenni, in un libro di Gianlupo Osti, e mi feci in quattro per trovare i mezzi per andare a scoprirla. Ci riuscii, proponendo di girarci un documentario per l’appena nata Repubblica Tv. Quando arrivai a Białowieża, nel dicembre 2010, ciò che vi trovai non tradì le aspettative che m’ero fatto su quel luogo fiabesco. La storia di quei bisonti è a dir poco travagliata. Dopo aver sfiorato l’estinzione, la specie conta oggi più di 4000 esemplari sparsi nel mondo, che sono però ancora a rischio, per204

ché provengono tutti da pochi animali selezionati negli anni Trenta. «Dal Cinquecento, i re polacchi introdussero la pena di morte per chiunque cacciasse di frodo il bisonte, mentre premiavano chi uccideva i loro predatori naturali, orsi e lupi. Nonostante queste severe misure la popolazione continuò a ridursi nel corso dei successivi quattro secoli» mi raccontò Kamil Witko, guardia forestale di quei luoghi. Durante la prima guerra mondiale, quando le truppe tedesche occuparono Białowieża, seicento bisonti furono massacrati con la mitragliatrice. E quando queste si ritirarono, di bisonti ne erano rimasti soltanto nove. Pochi mesi dopo cadde anche l’ultimo esemplare della foresta polacca. Solo nel 1929 fu finalmente lanciato un programma di ripopolamento. «Si ricorse alla cinquantina di animali che erano rimasti negli zoo di mezza Europa. Tra quelli se ne scelsero cinque: i più giovani, i più sani e i più belli. Divennero il serbatoio genetico con cui far rinascere la specie. Un serbatoio purtroppo assai ristretto, che da allora pone problemi di consanguineità». Era il 1952 quando il primo esemplare, frutto di questa delicata selezione artificiale, ricominciò a brucare l’erba nel parco. Ora, a Białowieża, il bisonte lo ritrovi un po’ ovunque, soprattutto sull’etichetta della vodka e sull’insegna dei ristoranti locali. Gli abitanti lo venerano come un animale sacro, perché da quando s’è sviluppato l’ecoturismo il bisonte ha portato benessere e ricchezza, in una regione della Polonia che ricca non è mai stata (in passato fu così povera che tra i suoi piatti tradizionali c’è una salsiccia senza carne, ripiena di sole patate). Perciò Białowieża, visitata da circa 100.000 turisti l’anno, è diventato il modello da seguire, e molte foreste polacche, comprese quelle ‘industriali’, ossia dove si produce solo legname, vantano da qualche anno le loro mandrie di bisonti. Nella riserva di Białowieża si entra solo accompagnati da una guida, e solo gli studiosi hanno libero accesso. Oltre che dai bisonti, questo bosco vergine e intonso – riconosciuto patrimonio dell’umanità nel 1992 dall’Unesco – è abitato an205

che da lupi, linci, alci, cervi, da dieci specie di picchi, venti di rapaci, da grossi gufi reali ma anche dal più piccolo degli allocchi del pianeta. La riserva ha anche una sua peculiarità di ordine botanico, come salta agli occhi anche al profano, visto che ovunque ci si imbatte in alberi colossali, che trovi anche altrove in Europa, ma sempre isolati, mentre qui compongono il grosso della selva. Sono querce, pini rossi o tigli plurisecolari, i cui tronchi s’alzano verso il cielo come colonne di granito sfiorando i quaranta metri d’altezza. Le querce più smisurate sono state tutte recensite nella cosiddetta «vecchia» Białowieża, là dove in passato furono costruiti i casini di caccia dei potenti. Il luogo è stato battezzato il «sentiero delle querce reali»: sono monumenti naturali, e come tali vengono trattati in Polonia. Questi giganti lignei hanno tutti un nome. La quercia più titanica, la Grande Mamamuszi, vanta una circonferenza di circa 7 metri. C’è poi il Re di Nieznanowo, alta 38 metri, con il tronco a forma di guglia. Ci sono l’Imperatore del Sud e l’Imperatore del Nord. La Quercia di Jagiello è la più famosa, perché potrebbe essere quella sotto la quale nel 1410 re Ladislao II sostò prima di massacrare a Grunwald i cavalieri dell’Ordine teutonico. Ma in questa foresta, così come nella regione polacca che la circonda, sono stati compiuti in un recente passato ben altri massacri. «Quanti ebrei sono rimasti da queste parti? Pochi, pochissimi. Potrebbero entrare tutti in un armadio», mi dice Zbigniew Sininski, un omino col cappello, dallo sguardo dolce e la voce incerta, come impacciata. Sininski è presidente dell’Associazione culturale ebraica di Białystok e, come si definisce lui stesso, l’ultimo figlio della Shoah del ghetto locale. Nel 1941, quando era ancora in fasce, per evitare che venisse anche lui travolto dalla furia criminale nazista, fu affidato da sua madre a una polacca cattolica. Pochi mesi dopo, le Einsatzgruppen delle SS sterminarono tutti i sessantamila ebrei di questa città del Nord-Est della Polonia. «Io mi salvai, ma 206

oggi non so neanche come si chiamavano i miei veri genitori. Se sono rimasto qui è per via della foresta. E per quelli che vi sono seppelliti». Sininski dovette aspettare cinquant’anni prima di conoscere la verità: gliela svelò la madre adottiva, sul suo letto di morte. «Credetti di impazzire. Mi rifugiai nella religione ebraica», mi racconta Sininski, diventato rabbino di una delle più belle e più nascoste sinagoghe d’Europa, miracolosamente scampata ai bulldozer e al tritolo del Reich. Altri chiamano Białowieża la «foresta delle tre domeniche», perché oggi ai suoi confini convivono in armonia musulmani, ebrei e cristiani. Incontro Mikołaj Buszko a Hajnówka, un’altra cittadina ai margini della selva, dove dirige un festival di musica sacra. Dice: «La regione conta un’infinità di popoli e di minoranze, di religioni e di idiomi. Vivono gli uni accanto agli altri ucraini, tedeschi, russi, bielorussi, rom, tartari, ebrei e ortodossi. Senza contare, ovviamente, i polacchi cattolici, che altrove sono la grande maggioranza ma non nel vovoidato di Podlachia». Il fattore aggregante di ciò che resta dell’ultima foresta primordiale d’Europa non può essere il clima: in quello che i polacchi chiamano il loro Polo Nord, il termometro scende fino a 40 sotto zero. A sentire la gente del luogo, il potere rasserenante di questo bosco preistorico è piuttosto dovuto ai bisonti, ai lupi, alle linci, ai cervi, agli alci che vi abitano; e anche ai suoi alberi plurisecolari che, per guadagnarsi uno spicchio di sole, sembrano gareggiare a chi cresce più alto. Buszko esemplifica gli sconvolgimenti che nel Novecento hanno funestato il vovoidato, narrando la storia di suo padre Julian: «Nacque nel 1904, russo, poiché allora Hajnówka faceva parte dell’impero zarista. Senza mai spostarsi da qui divenne poi prussiano, lituano, polacco, sovietico, di nuovo polacco, cittadino del Terzo Reich, ancora sovietico, un’altra volta tedesco e sovietico per la terza volta. Quando morì era finalmente ridiventato polacco da una quindicina d’anni». In questa parte di Polonia gli ortodossi sono i più numerosi, e lo capisci dai bulbi blu cobalto delle chiese che svet207

tano sopra ogni villaggio. La moschea di Kruszyniany ha la stessa foggia di quelle chiese, ma è dipinta di verde, e le sue cuspidi sono sovrastate da piccole mezze lune islamiche. «Fu costruita nel 1796 ed è oggi un monumento nazionale», ci spiega il suo custode, il tartaro Djamil, alto e allampanato, con gli occhi ad asola e la carnagione del colore delle steppe da cui arrivarono i suoi avi. «I primi tartari si stabilirono in Polonia, verso la fine del Seicento, arruolati da re Giovanni III Sobieski, il quale non avendo denari per pagarli offrì loro una patria, e con essa una sorta di nobiltà terriera. Prima della seconda guerra mondiale, nel nostro villaggio c’erano circa trecento tartari. Oggi, siamo rimasti in venti». Dżenneta Bogdanowicz, anima della minoranza locale e proprietaria di un ristorante di cucina tartara, spiega le ragioni che portarono allo sterminio del suo popolo: «Noi, che siamo la parte più occidentale della nostra diaspora, fummo deportati nei gulag dai sovietici perché ci consideravano ‘aristocratici’ e ci trattavano quindi alla stregua dei kulaki; i nazisti, invece, ci massacrarono in quanto ‘razza inferiore’». «E oggi?», gli chiedo. «Oggi che la ‘polonizzazione’ è finita i matrimoni misti non sono più un tabù, anzi rappresentano il modo per non estinguerci. L’estate, i tartari emigrati nelle città polacche tornano a trovarci. E alcuni di essi si fermano per cercare lavoro. Magari come guardie forestali». Sotto suo consiglio, andiamo a visitare il cimitero dietro la moschea. La sepoltura più antica risale al 1699. Ce n’è una del 1769, con i caratteri in cirillico, poiché all’epoca la regione era già sotto il giogo zarista. Ci sono poi le tombe più moderne, con nomi, questi sì, frutto della ‘polonizzazione’ di cui parla la Bogdanowicz: sulle lapidi, Hamed è diventato Hametovic, e Hassan s’è trasformato in Hassanovic. Poco distante c’è un altro antico cimitero, ebraico stavolta, di quello che prima dell’Olocausto era lo shtetl di Narewka. Sei anni fa Artur Cyruk, guardia carceraria del penitenziario di Hajnówka, aiutato da squadre di volenterosi detenuti ha cominciato a restaurarne le vecchie pietre sepolcrali, liberan208

dole dalla vegetazione che aveva interamente ricoperto l’area. Gli chiediamo perché l’ha fatto, lui che ebreo non è. «Perché qui dal 1941 non è rimasto un solo ebreo, e qualcuno doveva pur prendersi cura dei loro morti. È toccato a me». Ma gli ultimi ebrei di Narewka, quelli assassinati nel 1941 dai nazisti – o, come suggerisce qualcuno, dagli stessi polacchi prima dell’arrivo dei tedeschi – dove sono sepolti? «Una metà morì a Treblinka, l’altra fu buttata in una fossa comune scavata nella foresta», ci risponde Cyruk, il quale decide finalmente di accompagnarci dove si consumò il massacro. Come allora, il bosco ancora lambisce il villaggio. Appena fuori, la strada incrocia il binario di una ferrovia in disuso da decenni. Basta percorrerlo per qualche centinaio di metri: sotto un vecchio larice si erge un cippo di ferro ricoperto di neve. La gratto via e leggo le poche righe che ricordano come il 5 agosto 1941 cinquecento persone furono trascinate in questa foresta e uccise con un colpo di pistola. L’estate scorsa, qualcuno vi ha depositato un ramo di rosmarino, ora intrappolato nel ghiaccio. La Pompei pakistana Salvo alcuni caseggiati e un lembo del suo muro di cinta, la Pompei asiatica dorme ancora sotto terra. Sopra di essa, su quei metri di terra con cui la Storia l’ha ricoperta nei secoli, vedo a perdita d’occhio sgraziate costruzioni moderne, ostacolo di futuri scavi. Altrove, per via delle buche lasciate dai tombaroli locali, l’antica Bazira indo-greca, città fondata nel II secolo a.C. dai discendenti di Alessandro Magno, sembra un campo di battaglia. Per questi motivi, il mensile americano «Archaeology» l’ha inserita tra i dieci siti più a rischio del pianeta. Da qualche anno, tuttavia, altre minacce incombono su Bazira. «Nel 2001, pochi giorni dopo la distruzione dei Buddha afgani di Bamiyan, arrivò qui un gruppo di taliban che, dopo aver legato i due guardiani, distrusse a picconate il podio decorato a lesene in stucco di un grande tempio 209

brahmanico del VII secolo appena riportato alla luce: per evitare altri vandalismi, fummo costretti a seppellirlo nuovamente», mi racconta l’archeologo Luca Maria Olivieri, romano, classe 1962, alto e barbuto, responsabile della più antica e longeva missione italiana di scavi in Asia, quella inaugurata negli anni Cinquanta dal grande orientalista Giuseppe Tucci. Nel distretto pachistano dello Swat, dove prima di essere scacciati dall’esercito di Islamabad i taliban fondarono il loro ultimo emirato, Olivieri scava dal 1987. Per ragioni di sicurezza, l’ideale successore di Tucci veste oggi con quel camicione che arriva alle ginocchia e che qui chiamano shalmar kamiz. Anni fa, sulla sua testa, e su quella dei pochi occidentali che lavoravano nello Swat, i taliban avevano anche posto una taglia di diecimila dollari. «Nel 2001 mi fu sconsigliato l’accesso, mentre l’anno dopo potei tornarci per due settimane. Nel 2004 gli scavi ripresero normalmente. Fu allora che mi accorsi del cambiamento, quando nei paesini della valle incontrai per la prima volta facce diverse, insolite, ascetiche. Facce di africani, tagiki, uzbeki, arabi, afgani. Erano tutti uomini dall’aria molto devota e con barbe ben curate». Con la guerra in Afghanistan, lo Swat, come altre regioni di frontiera pachistane, erano infatti diventati le retrovie per taliban e qaedisti. «Alcuni di loro, dopo aver sposato ragazze molto povere, cominciarono a sedentarizzarsi tra queste montagne, importando qui le loro tecniche di guerriglia, dai kamikaze alle cariche di esplosivo sul ciglio della strada». Nel 2007, dopo i proclami lanciati contro i negozi di dischi, le barbierie e le scuole femminili, comincia nello Swat una stagione di attentati cruenti. Nel frattempo, i taliban arruolano ragazzi per farne kamikaze, comprandoli dalle famiglie per poche migliaia di rupie. Famiglie che nulla avevano imparato, pochi anni prima, dalla crociata per l’Afghanistan organizzata dal mullah Sufi Mohammed, il quale irreggimentò centinaia di adolescenti che, si racconta, finirono per diventare schiavi sessuali dei ribelli uzbeki. Nel 2008, sempre fiancheggiati dai qaedisti, i taliban penetrano nello Swat e 210

cominciano a ricoprire ruoli amministrativi. All’inizio del 2009 il governo di Islamabad concede alla regione l’applicazione della sharia e, pochi mesi dopo, gli studenti del Corano conquistano la valle. Il capoluogo Mingora diventa la capitale dell’ultimo microemirato talib. In pochi mesi i danni ambientali, politici e sociali sono enormi, con i nuovi padroni della valle che cominciano a fustigare, strangolare e lapidare chiunque non si adegui alla loro interpretazione del Corano. L’esercito decide finalmente di intervenire. Ma vuole campo libero prima di scatenare la rappresaglia, e ordina perciò l’evacuazione di due milioni di persone, provocando un esodo biblico. Ad agosto è tutto finito. A fronte di trecento militari morti, le stime parlano di circa ottomila taliban uccisi. Per la prima volta nella storia, lo Swat vede stazionare tra le sue montagne due divisioni dell’esercito in modo permanente, per sconfiggere le ultime sacche di insorti. È in questo scenario che lavorano gli archeologi italiani. L’altra area dove scavano si chiama Udegram, e si trova nell’incavo di una montagna dove tutto l’anno scorre un limpido ruscello. La scoperta più importante risale al 1985: il ritrovamento di una lastra di marmo che racconta della costruzione di una moschea dell’XI secolo. Quella moschea esisteva davvero e fu riesumata poco dopo, con ancora intatte la vasca per le abluzioni e la nicchia del mihrab, che indica la direzione della Mecca. «È la terza moschea più antica del Paese, e per uno Stato musulmano come il Pakistan riveste un valore storico e culturale enorme. Per fortuna i taliban non se ne sono accorti: avrebbero potuto sacralizzarla e renderla un luogo di irradiazione ideologica». Un attentato terribilmente mortifero, con una bomba che ha falciato la vita di settanta civili, ha recentemente funestato Mingora. La deflagrazione è stata così potente da danneggiare pesantemente il Museo dello Swat, che dal 1963 ospita le splendide sculture provenienti dagli scavi di Tucci, e frantumare tutti i vetri della sede della nostra missione archeologica in Pakistan. È la cosiddetta «Casa Tucci», spartana villa in 211

stile angloindiano dove hanno dormito, mangiato e studiato almeno un paio di generazioni di studiosi italiani, e dove Luca Maria Olivieri m’invita per un tè. Ma, pur essendo un eminente tibetologo, perché Tucci cominciò a scavare nello Swat pachistano, chiedo al suo coraggioso emulo? «Perché nel 1955 il Tibet era stato invaso dai cinesi e chiuso agli occidentali. E poi perché quest’alta valle aveva dato i natali a un grande evangelizzatore buddhista e perché Alessandro il Macedone aveva attraversato queste terre prima di toccare le rive dell’Indo». L’archeologo rinvenne così tante meraviglie che l’anno successivo fondò la missione archeologica italiana in Pakistan. La quale, nonostante i pochi euro con cui è ormai sovvenzionata da Roma, e in barba ai taliban, è sempre lì. La guerra del «re dei poveri» Secondo Said, sarà davvero un’ottima annata per l’hashish. «Senta, senta che delizia», dice, porgendomi una tavoletta verdastra, oleosa e profumatissima. «È cannabis appena battuta: solo resina, senza impurità», aggiunge il contadino. Per questa primizia, hashish di qualità zero-zero, chiede 6000 dirham al chilo (circa 600 euro), un ventesimo di quanto costerebbe in Italia. «Sa, da quando è cominciata la repressione, il prezzo del ‘fumo’ è raddoppiato», dice ancora Said. Nella sua fattoria i soldati sono arrivati tre anni fa, poi di nuovo la scorsa estate. «Sempre a fine giugno, all’inizio del raccolto, e hanno sradicato ogni pianta». Per trovare orticelli più appartati dove coltivare marijuana, Said si è arrampicato in montagna e ha disboscato il lembo di una foresta secolare. Come lui, lungo la dorsale del Rif, nel Nord del Marocco, hanno fatto migliaia di agricoltori. In questa regione, per decenni il governo di Rabat ha lasciato fare. Fino al giorno in cui, minacciato dalla corruzione generata dai proventi del narcotraffico, è stato costretto a intervenire: si è avvalso della competenza di esperti internazionali, ha mobilitato l’esercito, 212

promosso campagne di sensibilizzazione. Sebbene il Paese sia ancora il primo esportatore di hashish al mondo, con questi provvedimenti la produzione di «marocchino» è stata dimezzata. Da Vienna, l’allora direttore dell’agenzia dell’Onu contro la droga e la criminalità, Antonio Maria Costa, mi aveva spiegato che oltre alle pressioni dei Paesi consumatori, quello che ha davvero spinto le autorità ad affrontare l’emergenza furono gli attentati di matrice islamica che insanguinarono il Nord Africa e che i servizi marocchini scoprirono essere stati finanziati anche con i proventi della droga. In montagna, tuttavia, l’esercito non è ancora arrivato e, in questa stagione, le piantagioni di cannabis verdeggiano ovunque sui versanti delle alte valli del Rif. Più sali, più il verde si fa tenero, mentre scompaiono quasi del tutto le oasi gialle o ruggine dei campi di grano. Passati i 1500 metri, la marijuana con cui si produce l’hashish diventa monocoltura. E sono proprio le diverse tonalità di verde che consentono agli esperti, grazie alle immagini satellitari, di valutare la superficie delle coltivazioni e la quantità di ‘fumo’ che renderanno. In media, un ettaro dà circa dieci quintali d’erba, da cui si ricavano dieci chili di hashish. Ora, se nel 1974 c’erano 10.000 ettari coltivati a cannabis, nel 2003 la superficie totale aveva raggiunto 134.000 ettari, per attestarsi oggi intorno a quei valori, nonostante la guerra contro la droga lanciata dalle autorità del regno. L’uomo che mi apre le porte dei coltivatori e con cui percorro centinaia di chilometri di strade impervie tra le montagne del Marocco è Larachi el Yamani, un agronomo che da una trentina d’anni, prima per conto del Ministero dell’Agricoltura di Casablanca, poi dell’Unione Europea e infine dell’Onu, combatte il narcotraffico nel Rif. A bordo della sua vecchia Peugeot diamo poco nell’occhio, anche se, tra Chechaouen e Ketama, ogni volta che incrociamo i lussuosi Suv dei trafficanti locali lui mi chiede di abbassarmi, affinché loro non mi scorgano. Tra le povere fattorie simili a quella di Said, svettano i tetti neogotici o a pagoda delle pacchiane vil213

lette di questi criminali, non dissimili da quelle dei capoclan di Casal di Principe. Secondo l’agronomo, non ci sono abbastanza poliziotti, e quei pochi sono tutti corrotti. «L’aumento del reddito delle popolazioni di montagna ha impedito il loro esodo verso le periferie di Casablanca. Ma qui la droga ha conseguenze sociali disastrose: nelle scuole elementari ogni bambino ha il suo pezzetto di hashish da vendere al turista, e le coltivazioni di marijuana hanno decimato la preziosa biodiversità del luogo», dice Yamani. È vero: le foreste che una volta ricoprivano questi monti sono state quasi interamente distrutte. Sopra Chechaouen, la cannabis minaccia l’unica abetaia d’Africa. Attorno a Ketama, che negli anni Settanta fu luogo di pellegrinaggio per gli hippy di mezz’Europa, e che consiste in poche catapecchie lungo una strada polverosa e piena di buche, uno splendido bosco di cedri è stato irrimediabilmente sbocconcellato dalle piantagioni. L’erosione ha reso le cime che sovrastano le valli simili a panettoni calvi, dove soltanto le macchie rosa carne dell’oleandro selvatico allietano il paesaggio. Appena imbocchi una stradina meno trafficata, la marijuana cresce fin dal ciglio della carreggiata. «L’intervento dell’esercito è solo un palliativo, spesso dannoso. Per finirla una volta per tutte basterebbe impedire la vendita dei fertilizzanti, indispensabili per ottimizzare il raccolto di marijuana, e valorizzare i prodotti tradizionali: olive, fichi e mandorle», aggiunge Larachi. Ma qui questi prodotti hanno prezzi derisori, mentre l’hashish, diventato per le 80.000 famiglie di contadini del Rif l’unico mezzo di sostentamento, è sempre più richiesto sul mercato internazionale, dove arriva su potenti gommoni o inscatolato al posto delle sardine. I cortigiani lo descrivono collerico e vendicativo, eppure Mohammed VI è un monarca molto amato, adulato e perfino emulato dai suoi sudditi, i quali cercano in tutti modi di copiarne lo stile, dalla montatura dorata degli occhiali a quegli 214

attillatissimi abiti su misura che ne accentuano la corporatura da sollevatore di pesi. Lo chiamano il «re dei poveri», sebbene sia un imprenditore miliardario e, come sostengono non solo gli agiografi, siano proprio le sue aziende a trainare l’economia del Paese. Ma è nella sfera famigliare che il diciottesimo sovrano della dinastia alawide è davvero un modernizzatore, perché monogamo e perché, appena sposato, ha osato svelare al mondo il viso della moglie, l’informatica Salma Bennani, plebea di Fez. Tra i giovani marocchini, che sono più del 30 per cento della popolazione e che la stampa definisce la «generazione M6», re Mohammed VI fa tendenza, anche perché se nei suoi 38 anni di regno il padre Hassan II costruì solo 80 chilometri di autostrada, lui ne ha già asfaltati 1800. E perché, con i suoi 18 milioni di internauti, il Marocco è la nazione più connessa d’Africa. Ma può bastare la popolarità di questo sovrano dal volto carnoso e l’aria compiaciuta a spiegare il ‘miracolo’ di un Paese dove dal 2000 il Pil è raddoppiato, dove non c’è stata nessuna devastante «primavera araba» e dove negli ultimi cinque anni la polizia è riuscita a sventare ogni attacco terroristico? «Diciamo che le riforme coincidono con il suo regno, ma è come se il monarca fosse prigioniero del suo ruolo: conservatore perché ne va della sua sopravvivenza, e riformatore per necessità politica. In Marocco la monarchia si adatta alla società, ma non la trasforma», spiega Mohammed Tozy, politologo e direttore dell’École de gouvernance et d’économie di Rabat, l’università che sforna la futura élite marocchina. Quando nel 2011 i Paesi arabi furono travolti dalle loro rivoluzioni, qui le riforme erano già state avviate da una decina d’anni. Il re e suoi consiglieri avevano avuto la chiaroveggenza di anticipare le richieste dei marocchini e di rispondervi con una riforma della Costituzione che garantisce più libertà e più diritti, soprattutto alle donne, ma anche con l’abolizione della poligamia e dei matrimoni di chi ha meno di 18 anni. Eppure, sul boulevard della Corniche di Casablanca vedo ancora legio215

ni di mendicanti appostati tra le potenti 4x4 dei nuovi ricchi, davanti ai fitness club e ai lussuosi ristoranti che affacciano sull’Atlantico, dove servono burrata fresca e risotto al tartufo bianco. «Da noi la giustizia divina fa sì che le ineguaglianze siano accettate da tutti, che rientrino nella normalità. Il governo non è responsabile della povertà, salvo quando questa genera sollevamenti popolari. La miseria non è un problema etico e la si risolve con la carità», dice ancora Tozy. Ora, il governo marocchino è una coalizione curiosa quanto inedita, che vede riuniti islamisti e comunisti. Al partito degli ulema mancavano pochi seggi per raggiungere la maggioranza, e hanno perciò proposto quattro ministeri minori ai comunisti, i quali hanno opportunisticamente accettato l’offerta. Quanto al programma politico degli islamisti, equivale a quello di un partito della destra europea: famiglia, sicurezza, religione. Secondo Driss Ksikes, scrittore, drammaturgo e giornalista, costretto nel 2006 a lasciare la direzione del settimanale «Nichane» dopo una condanna per «offese all’Islam», Mohammed VI è circondato da servili cortigiani che non hanno alcun senso del servizio pubblico. Dice Ksikes: «Il Marocco è finito nelle mani degli affaristi e dei partiti politici corrotti, anche se tutto viene ancora deciso dall’alto, da quella pletora di consiglieri reali che per prima cosa guardano ai loro interessi. Tuttavia, a differenza di altri Paesi del Maghreb, qui c’è un’economia molto dinamica, soprattutto grazie ai privati. Scelte economiche avvedute hanno attirato grossi investimenti esteri, nel settore dell’auto, dell’aeronautica e dell’elettronica». Grazie alle riforme della giustizia, i marocchini non hanno più paura dell’autorità, del gendarme o dello spione. Tuttavia, sebbene non sia più istituzionalizzato come sotto Hassan II, l’autoritarismo poliziesco non è ancora scomparso. Oggi, quando la polizia commette un abuso possono esserci inchieste, processi, sanzioni. «Eppure la libertà di stampa è continuamente calpestata, i siti d’opposizione sono regolarmente censurati e la principale associazione per i diritti 216

umani è sempre nel mirino del Ministero dell’Interno. È lo stesso sistema di sicurezza molto repressivo che nel 2011 ha tarpato le ali ai protagonisti della nostra ‘primavera’, quelli del Movimento 20 febbraio, che non si ribellavano contro il capo dello Stato bensì contro la lentezza delle riforme in cantiere», aggiunge Ksikes. Dopo i quarantatre morti degli attentati di Casablanca del 2003, la repressione fu brutale e massiccia, con più di tremila arresti e condanne pesantissime. Oggi, la polizia continua a smantellare cellule jihadiste, soprattutto nelle periferie povere e nel Nord del Marocco, regione anticamente legata alla jihad, dove alcuni contrabbandieri e trafficanti di droga si sono convertiti al terrorismo. Nessun Paese del Nord Africa è al riparo dalla minaccia estremista, ma qui è stata finora neutralizzata dalla politica d’integrazione degli islamisti. Senza contare che i più feroci vanno a combattere con lo Stato islamico, dove la maggior parte di essi diventa carne da cannone. «Dei 1400 marocchini diventati foreign fighters ne sono rientrati 160, oggi agli arresti. Confessano tutti di essere stati ingannati dal Califfo, che quando non li ha mandati a morire li ha messi a sbucciare patate», mi dice Mohammed Benhammou, presidente del Centre marocain des études stratégiques. Oggi, in Marocco è possibile criticare perfino il sovrano. Ma c’è un delitto d’opinione che nessuno perdona, una linea rossa che nessun oppositore osa mai valicare: criticare l’occupazione del Sahara Occidentale, conquistato dalle truppe di Rabat nel 1975 e ancora protetto da un ‘muro’ costruito nelle sabbie. «La perdita di quella regione sarebbe una ragione per rovesciare la monarchia», sostiene Ksikes. Al momento è la sola. E nel Sahara Occidentale ero stato pochi mesi prima, non con i marocchini, ma con i loro nemici giurati, gli sahrawi. Visto da lontano, più che di un’invalicabile barriera militarizzata, il «muro della vergogna» ha l’aspetto di una duna giallognola che si erge di pochi metri, chiudendo allo sguardo l’esagerato orizzonte del Sahara. A un paio di chilometri rie217

sco appena a scorgere i cavalli di frisia che lo precedono e le parabole dei radar posti a scandagliare il nulla di un deserto punteggiato da acacie contorte e spinosissime. Per via delle mine antiuomo con cui sono state riempite queste sabbie è impossibile avvicinarsi ulteriormente. Mohammed, la mia guida sahrawi, mi indica un sentiero segnato con piccoli massi a uso delle poche delegazioni di politici stranieri o di attivisti per i diritti umani che si spingono fin qui: «Questa strada è ‘pulita’, ma non possiamo percorrerla perché i marocchini ci hanno appena individuati». Infatti, accanto a una garitta, indovino le sagome di tre o quattro soldati, presumibilmente molto annoiati e affatto minacciosi. Assieme a quello di Cipro e a quello israeliano, il valico che separa il Sahara Occidentale ‘occupato’ da quello ‘liberato’ è una delle ultime, spietate barriere che nel pianeta tagliano in due una comunità o un’intera nazione. Lungo 2720 chilometri, il ‘muro’ nel deserto è senz’altro il più armato e il meglio presidiato. «È protetto da 160.000 soldati marocchini, 240 batterie di artiglieria pesante, 20.000 chilometri di filo spinato e 7 milioni di mine antiuomo e anticarro. A Rabat costa 4 milioni di dollari al giorno», mi spiega Mohammed. Costruita a difesa dell’ultima colonia d’Africa, per i sahrawi questa barriera tiene prigioniero tutto un popolo, impedendogli l’accesso alle ricche miniere di fosfati e alle pescosissime coste dell’Atlantico, entrambe nella porzione di Sahara Occidentale occupata dai marocchini nel 1975. Per Rabat, invece, si tratta di una «cinta di protezione» eretta per arginare le falangi del Fronte Polisario, movimento in lotta per l’autodeterminazione dei sarhawi in quelle terre. Quel movimento ha però rinunciato alla lotta armata quasi un quarto di secolo fa quando, nel 1991, optò per la via diplomatica nella speranza che grazie all’aiuto della comunità internazionale venisse, prima o poi, indetto un referendum sul Sahara Occidentale. Un sogno ancora irrealizzato. Mohammed Abdelaziz, segretario generale del Fronte Polisario e presidente in esilio della Repubblica democratica 218

araba sahrawi, mi riceve a Rabouni, campo profughi nel Sud algerino trasformato nei decenni in un borgo malconcio, dove le tende di una volta sono state sostituite da casette in muratura. L’ex combattente Abdelaziz, che vanta tredici cicatrici di guerra e una presidenza da primato, perché cominciata nel 1978, considera il ‘muro’ il simbolo della separazione. «Rabat ha chiuso la porta a ogni soluzione pacifica e nel Sahara Occidentale occupato continua a calpestare i diritti della nostra comunità, torturando gli attivisti sahrawi e infliggendo pene detentive pesantissime a ogni oppositore. Siamo stanchi dello status quo e nei campi profughi i nostri giovani invocano la ripresa della lotta armata. Siamo noi sahrawi che dobbiamo decidere che cosa fare della nostra terra. Non il Marocco che la occupa illegalmente, come sancì la Corte internazionale di giustizia dell’Aja». Sempre meno amato dalla sua gente per aver scelto la difficile e al momento infruttuosa strada del negoziato, il presidente Abdelaziz da anni chiede all’Italia il riconoscimento della Repubblica araba sahrawi, come ha già fatto un’ottantina di Paesi, per lo più africani, perché «nella nostra democrazia vige il rispetto dei diversi credo e l’uguaglianza tra l’uomo e la donna, il che ci rende invisi ai fondamentalisti». Abdelaziz esige anche la condanna della Francia, «che da membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha sempre usato il suo diritto di veto per favorire la monarchia marocchina». Anche per il primo ministro sahrawi, Abdelkader Taleb Omar, senza una risoluzione dell’Onu il suo popolo ricomincerà presto a guerreggiare. «I giovani non hanno lavoro, e per loro l’unica soluzione è il ritorno alle armi. Insomma, o patria o morte». Taleb Omar dà tutte le colpe all’intransigenza del Marocco, «che non riceve l’inviato del segretario generale dell’Onu, che blocca l’ingresso nel Sahara Occidentale alle delegazioni straniere, ai giornalisti e alle Ong, e che ha perfino impedito l’arrivo nel capoluogo El Ayun del nuovo capo della Minurso, l’agenzia delle Nazioni Unite per il referendum». 219

Ma il Sahara Occidentale è aggravato anche da altri problemi, quelli che nascono alle sue frontiere: con la Libia nelle mani delle sue milizie, diventata un gigantesco mercato di armi; con il Mali, nuova roccaforte di Al Qaeda; e con il Marocco, dove i narcotrafficanti sono sempre alla ricerca di nuove rotte per trasportare droga verso l’Europa. «Quei giovani sahrawi che scalpitano per tornare a combattere l’occupante potrebbero finire nelle fila dei jihadisti, aggiungendo instabilità a una regione di per sé già incandescente», mi confida Abdeslam Omar Lahsem, presidente dell’Associazione delle famiglie dei prigionieri e dei desaparecidos. «Nel 1975 fu un’invasione barbara, con ammazzamenti e deportazioni di massa». L’8 ottobre 2010, a pochi chilometri da El Ayun, nel Sahara Occidentale occupato, 20.000 sahrawi montarono 7.000 tende in località Gdein Izik. Fu l’equivalente di una locale piazza Taksim, in anticipo di tre anni sulla rivolta turca. I manifestanti chiedevano case e lavoro al ‘tiranno’ marocchino. Un mese dopo le forze di sicurezza sgomberarono l’accampamento. Secondo il linguista statunitense Noam Chomsky fu quell’episodio, e non un mese dopo l’immolazione del tunisino Mohammed Bouazizi, che segnò l’inizio delle sfortunate primavere arabe. A maggio 2015 sbarco nuovamente in Marocco per scrivere della triste vicenda di Abu, il bambino ivoriano di 8 anni chiuso in un trolley dal padre nella speranza di fargli varcare il confine con l’enclave spagnola di Ceuta. Abu fu invece intercettato dalla polizia. Quando gli agenti della Guardia civile aprirono il bagaglio dove era stato inscatolato dissero che il piccolo era in uno «stato terribile». Per sua fortuna, l’immagine ai raggi X di lui rannicchiato nella valigia fece il giro del mondo, emozionando le coscienze di molti, compresi quelli che hanno potuto facilitare il suo ricongiungimento con la madre, nel Sud della Spagna. Atterro a Tangeri, dove affitto una macchina per recarmi 220

a Ceuta. Alle porte dell’enclave spagnola, mi trovo davanti a una fiumana di dannati appesantiti da voluminosi fagotti che attraversano il confine in senso inverso per contrabbandare la loro merce nelle città marocchine. «Non siamo migranti ma commessi viaggiatori o, meglio, pendolari della fatica», mi dice Ahmed Kamal, musulmano di Ceuta, agile e piccolo di statura, di ritorno a casa dopo aver scaricato oltre confine 70 chili di cellulari, computer portatili, detersivi e videocassette. Di veri migranti, giunti a questa porta dell’Europa da Paesi subsahariani, ne incrocio soltanto un piccolo gruppo, parcheggiato sotto una tettoia di lamiera da chissà quante ore. Sono tutti uomini, ancora infreddoliti per aver trascorso la notte all’addiaccio: aspettano, ma l’attesa non li spazientisce. Anzi, alcuni sembrano perfino felici. «Sono a un passo dalla meta, dopo migliaia di chilometri e un’infinità d’insidie, non ultima quella della polizia marocchina che adesso quando li agguanta li rispedisce nei loro Paesi d’origine. Chi riesce ad arrivare fin qui è davvero molto scaltro, oppure abbastanza ricco da poter corrompere chiunque», sostiene il contrabbandiere Ahmed Kamal, che per i migranti nutre rispetto e compassione, considerandosi lui stesso un migrante saltuario. Altri profughi li incontro al barrio del Príncipe Alfonso, che tutti abbreviano in Príncipe, il ghetto arabo di Ceuta e primo rifugio per chi è riuscito a passare il confine. Da qui salperanno per Algeciras o Gibilterra, per poi dirigersi verso Marsiglia, Francoforte o Göteborg. Non tutti ci riescono, però. Non ce la fa, per esempio, la maggioranza di chi, a rischio della vita o quantomeno di spaccarsi le gambe, tenta di scalare le recinzioni di filo spinato, alte come palazzi di quattro piani, che proteggono l’enclave. «Per loro, penetrare a Ceuta è sempre più difficile», mi dice ancora Kamal. E ha ragione, perché l’Europa ha recentemente stretto un patto con il Marocco chiedendogli di tenersi questi reietti, magari regolarizzandoli, in cambio di maggiori aiuti allo sviluppo. Ma tra Unione Europea e Marocco non si discute soltanto di come arginare il flusso di africani verso le coste del vecchio 221

continente. L’altra spinosissima questione è proprio il Príncipe, il più povero e pericoloso quartiere di Spagna, e anche d’Europa, sia pure in Nord Africa. Per arrivarci salgo sull’8: prendo l’autobus perché nel malfamato barrio non osa avventurarsi nessun taxi dell’altra Ceuta, quella ricca e cattolica, dove abbondano boutique di lusso e oligarchi russi. Una volta arrivato al capolinea scopro un formicaio di casette fatiscenti, così malmesso da non sembrare neanche un quartiere occidentale, sia pure misero e di periferia, ma piuttosto una bidonville da quarto mondo. Non ci sono commissariati nel quartiere, e la polizia vi penetra solo in assetto antisommossa. E non vedo né ristoranti né bar né farmacie. «L’altra notte è entrato un blindato della Guardia civile. S’è subito sparsa la voce e decine di giovani hanno scatenato una violenta sassaiola che ha costretto il mezzo a fare retromarcia», mi spiega l’attivista ventinovenne Mohammed Aziz, uno dei pochi che accetta di rispondere alle mie domande. Ma come spiegare un’intifada così violenta, immediata e spontanea, gli chiedo? «Qui è morta la speranza, anzitutto per colpa dell’apartheid di cui siamo vittime. Nel nostro quartiere la povertà funesta l’80 per cento della popolazione, l’abbandono scolastico raggiunge il 90 per cento e il tasso di disoccupazione è il doppio della media nazionale. La gente non parla neanche lo spagnolo ma un locale dialetto arabo. La situazione è totalmente sfuggita di mano alle autorità, creando le condizioni ideali prima per il narcotraffico e adesso per il jihadismo. Ovviamente, l’arrivo dei migranti non facilita le cose». Se disoccupazione e povertà sono l’humus più fertile per l’integralismo islamico, la solidarietà musulmana va spesso di pari passo con il proselitismo religioso o, peggio, con il reclutamento terrorista. E al Príncipe, dove per 12.000 abitanti si contano 90 imam e una quindicina di moschee, negli ultimi anni sono state arrestate 54 persone per terrorismo. Dice ancora Mohammed Aziz: «La polizia non immagina a 222

che punto i nostri giovani si stiano radicalizzando. I loro eroi sono quelli partiti a combattere in Siria o in Iraq». Uno di questi si chiamava Rachid Wahbi: faceva il tassinaro al Príncipe fino al giorno in cui scomparve per andare a irreggimentarsi nelle brigate Al Nusra. Nel luglio 2012 si schiantò con un camion pieno di esplosivo contro una caserma a Idlib, nel Nord della Siria. Assieme a Rachid Wahbi morirono più di cento persone.

Economia contemplativa

O venerato zebù, divina creatura espiatrice, sacro e placido bue malgascio, propiziatore d’eternità. T’amo o pio zebù, grasso ruminante africano dalle corna lucenti e dalla flaccida gobba, adiposa aberrazione che sballotti sul dorso al ritmo del tuo pigro incedere. Delizioso, succulento zebù, è proverbiale il sapore della tua coda servita con le arachidi fresche, e quello dei tuoi filetti vivificati dal pepe verde, del tuo cuore, del tuo fegato, delle tue budella, infilzati a pezzetti negli spiedini alla griglia. Ma, imputato zebù, sei anche l’insanabile piaga ecologica che avvalora i più neri vaticini degli esperti, perché costituisci l’atavico flagello che sta trasformando il Madagascar in un arido mattone sul quale patiscono la fame cinquanta milioni di uomini. Nella cosmologia dei malgasci, lo zebù è l’animale “alleato” per eccellenza, come possono esserlo la renna per i lapponi o il dromedario per le tribù nomadi del Sahara. Si ignora la data precisa dell’arrivo dei primi abitanti sull’isola: risale forse all’inizio della nostra era quando dall’Indonesia, trasportati da zattere che seguivano le correnti, sbarcarono in Madagascar i guerrieri merina, prima popolazione dell’isola. Quando vi sbarcai per la prima volta, agli inizi degli anni Ottanta, contava circa dieci milioni di persone e altrettanti capi di zebù che pascolavano bradi e si riproducevano a ritmi vertiginosi. Quarta isola del pianeta, il Madagascar sopravvive di una magra economia profondamente ancorata all’agricoltura: produce vaniglia, caffè, pepe, chiodi di garofano e ylang-ylang, un fiore da cui si ricava un’essenza 224

usata in profumeria, ma è costretto a importare tutto il resto, compreso il riso, che i malgasci consumano più dei cinesi. L’allevamento di bestiame, nonostante la prevalenza del settore primario e gli opimi pascoli degli altipiani, rappresenta solo il 10 per cento del prodotto nazionale lordo. Più che un bene immediatamente convertibile, gli zebù sono un segno esteriore di ricchezza. Hanno il valore di uno status symbol. Le mandrie conferiscono potere e prestigio a chi le possiede, ma non costituiscono capitale, e il numero dei capi di bestiame stabilisce il rango di un uomo, la sua casta: macellare un animale equivale irrimediabilmente a una retrocessione sociale, perciò la maggior parte degli zebù dell’isola muore di vecchiaia. Quest’usanza è poeticamente chiamata dagli economisti «allevamento contemplativo». Si dice che i malgasci vivano per prepararsi alla morte, ossia per assicurarsi, prima di varcare le soglie dell’ombra, il corretto svolgimento di quei riti funerari che procureranno loro un dignitoso aldilà. Riti pagani, dettati da liturgie animiste, che variano a seconda delle etnie (gli antropologi ne hanno individuate diciotto) e delle regioni, e che comportano immancabilmente un sacrificio di quegli zebù che il morto ha posseduto, accudito e pascolato nel corso della vita. E una volta giustiziato l’animale a colpi di machete, con le sue carni si celebrano agapi pantagrueliche. Quando muore il capo di un villaggio che possedeva centinaia di zebù, ci si abbuffa di carne per un mese, e l’alimentazione prettamente vegetariana della tribù viene finalmente arricchita di grasso e proteina animali. I teschi degli animali sacrificati saranno poi usati come ornamenti mortuari per la tomba del defunto. Ossa, al posto di fiori. È presumibile che, qualche secolo fa, il Madagascar fosse interamente ricoperto da un manto di foresta tropicale. Oggi, della lussureggiante giungla di un tempo rimane appena la decima parte, forse meno. Per farle ritrovare il suo splendore originario ci vorrebbero una decina di secoli, mentre ogni anno se ne distruggono in media centomila ettari. Due i motivi del biocidio: l’ottenimento di campi dove coltivare riso 225

e quello di nuovi pascoli per gli adorati zebù. Ora, dopo un incendio appiccato dall’uomo, il primo anno un ettaro di foresta può fruttare circa una tonnellata e mezzo di riso grezzo, che equivale a 250 chili di riso commestibile. Il secondo anno si ottengono due tonnellate di mais. Con un po’ di fortuna, il terzo anno si può far crescere manioca. Nel giro di quattro anni, l’erosione del suolo, provocata dalle piogge e dallo sfruttamento intensivo, ha talmente impoverito la terra che crescono solo erbacce. Paese povero tra i poveri – gli è già capitato di non poter partecipare a diverse Olimpiadi per mancanza di fondi – il Madagascar è anche martoriato dai boscaioli illegali, che disboscano con l’ascia quei lembi di foresta risparmiati dalle fiamme per esportare legni rari. Per questo, dall’aereo l’isola appare quasi interamente calva: la brulla peluria di savana che la ricopre è chiazzata da larghi crateri di laterite, la terra rossa messa a nudo dall’erosione del suolo. Eppure delle 96 specie di camaleonti conosciute al mondo, 45 vivono solo nel Madagascar. Nelle foreste secche che affacciano sul Canale del Mozambico sopravvivono ancora alcuni esemplari di Criptocropta ferox, un piccolo puma che è ritenuto il più primitivo dei felini viventi, scomparso nel resto del pianeta circa cinquanta milioni di anni fa. Endemiche del Madagascar sono anche 8 specie di baobab, sulle 9 conosciute. Infine, sulla Grande Ile, che una volta si chiamava Lemuria, i naturalisti hanno scoperto più di trenta specie di lemuri. Nel resto dell’Africa, soltanto tre. Fino a pochi secoli fa, nelle foreste del Madagascar esistevano ippopotami nani, lemuri grandi come gorilla, tartarughe giganti. Dell’Aepyornis madagascariensis o «uccello elefante», sorta di struzzo ciclopico e uno dei più grandi volatili esistiti sulla Terra, scomparso per essere stato troppo cacciato, sono giunte sino a noi solo le sue uova fossili, che contenevano 8 litri di albume. Secondo i paleontologi, l’Aepyornis pesava attorno ai 450 chili, quasi quanto uno zebù. Oggi, nella grande isola australe, prossimo all’estinzione è un curioso mammifero: un lemure chiamato aye-aye dai 226

malgasci e Daubentonia madagascariensis dagli scienziati, in omaggio al primo naturalista francese che lo descrisse verso la fine del Settecento, Louis Jean-Marie Daubenton. Per via delle sue particolarità morfologiche, tra cui gli incisivi a crescita continua come tra i roditori e le mammelle inguinali, gli occhi da gufo, la coda da volpe e le setole da cinghiale, Daubenton disse che si era «smarrito a un incrocio dell’evoluzione». Questo nostro lontano cugino, che a me ricorda il Gremlin del cinema, è considerato dai contadini malgasci un animale tabù. Perciò, quando ne catturano uno, lo inchiodano all’albero più alto del villaggio perché in lui vedono la reincarnazione di uno spirito maligno. Una sconveniente superstizione che, legata alla selvaggia distruzione del suo habitat, ha segnato il destino dell’aye-aye. Nel 1985, accompagnai in Madagascar una spedizione del Muséum d’Histoire Naturelle di Parigi il cui scopo era la cattura di una coppia di queste strane scimmie primitive per portarle allo zoo di Vincennes, dove l’attendevano una nuova gabbia e dove avrebbero svolto il ruolo di ambasciatori della loro specie minacciata. Dopo due settimane di ricerche nella giungla pluviale del Nord-Est dell’isola, assieme alla femmina i primatologi francesi trovarono anche un cucciolo di poche settimane. Il capo della spedizione insistette per lasciarlo nel nido: si trattava di un animale tabù e, se fosse morto durante il trasporto ad Antananarivo, c’era il rischio che le autorità malgasce impedissero di fare uscire gli esemplari adulti dal Paese. Alla fine, quel piccolo mi fu affidato, e mi fu chiesto di tornare nella capitale per conto mio. Avrei dovuto nutrirlo quattro volte a giorno con una pappetta di tuorlo d’uovo mischiato a pezzetti di mango. Quel cucciolo di aye-aye miracolosamente sopravvisse e credo anche che, nei quindici giorni che trascorremmo assieme, mi s’affezionò anche un po’. Humphrey, così lo chiamai, visse altri dieci anni, durante i quali ingravidò parecchie femmine della sua specie sparse negli zoo del pianeta. Una ventina di figli nati da questi accoppiamenti sono poi stati liberati nella sua foresta d’origine, 227

nella speranza di fermare l’estinzione della specie, o quanto meno di rallentarla. Lui morì di raffreddore. Se l’era beccato in Inghilterra, durante un incontro galante con una sua spasimante dello zoo di Londra. L’ultima spedizione scientifica a cui mi accodai in Madagascar si svolse nella foresta secca del settore occidentale dell’isola, dove crescono splendidi baobab e dove all’epoca si registrava un’invasione di micidiali scolopendre violacee che ci complicarono non poco la vita. Oltre che di scrivere sulla spedizione, il mio compito consisteva nell’aiutare un gruppo di etologi a catturare un primitivissimo fossa, o Criptoprocta ferox, per mettergli un radio-collare e poterne poi seguire gli spostamenti. Ma in due settimane non riuscimmo ad acciuffarne neanche uno di questi potenti predatori, perché, oltre che di scolopendre, quella foresta era piena anche di faine locali che la mattina ritrovavamo nelle gabbie-trappole dove la sera prima avevamo lasciato una gallina come esca per il fossa. Dopo due settimane di fallimenti, decidemmo di rientrare ad Antananarivo. L’indomani partimmo all’alba. Ci aspettavano almeno dieci ore di guida. Verso mezzogiorno, appena giunti sull’altopiano centrale della Grande Ile, vidi spuntare dal fosso al lato della strada due galline faraone, ovviamente selvatiche, perché non c’erano né fattorie né villaggi in un raggio di decine di chilometri. Frenai, incuriosito da un uccello che avevo solo visto spennato dal macellaio. Appena scesi dall’auto, da dietro un cespuglio sbucò anche un fossa, elegantissimo e per nulla impaurito, che mi guardò per un paio di secondi prima di scomparire da dov’era straordinariamente apparso. L’imprendibile Vengo spedito sull’isola keniota di Manda, quando la guerra raggiunge anche il piccolo, paradisiaco arcipelago di Lamu, di cui fa parte: la guerra dichiarata dagli shebab, quelle falangi di islamisti somali affiliati ad Al Qaeda e allo Stato 228

islamico, che per bisogno di liquidità in quell’Eden tropicale delle coste nord-occidentali del Kenya avevano cominciato a rapire donne europee. Turiste, ma non solo, da cui spremere i dollari necessari per comprare le armi e riprendersi Mogadiscio o quelle aride savane della Somalia da cui sono stati recentemente cacciati. Nel 2011 il governo keniano inviò colonne di camion, blindati ed elicotteri da combattimento oltre frontiera, con la volontà di creare una regione cuscinetto e proteggere così le sue dorate spiagge dalle incursioni di questi islamisti somali. Ma i generali di Nairobi sbagliarono i tempi della loro offensiva perché nel Corno d’Africa cominciò a piovere, e i loro carri armati s’impantanarono nel fango, a metà strada tra il confine e quella che era allora l’ultima roccaforte e sede economica degli shebab, il porto di Chisimaio, che l’esercito invasore voleva conquistare. Gli strateghi di Nairobi s’accorsero in fretta che, per muovere guerra a bande di fanatici bene addestrati alla guerriglia, ci vuole ben altro che un esercito pesante. Inviarono perciò i loro caccia a bombardare il Sud della Somalia. Il primo raid uccise dodici civili, tra i quali sei bambini. Il secondo provocò sessanta morti, anche stavolta tutti civili. Questa guerra, la prima che l’esercito di Nairobi è stato chiamato a combattere dalla nascita della Repubblica africana, tutti cercarono inizialmente di mantenerla segreta, forse per via dell’incertezza del suo esito. Cominciò nel Safari Village di Kiwayu, il più lussuoso resort dell’esclusivo arcipelago di Lamu: una decina di bungalow circondati dalle acque turchine di una remotissima riserva marina, e dove in mezzo a tanta naturalistica bellezza venivano a deliziarsi Sting, Lady Gaga e diverse teste coronate d’Europa. Dalla vicina Somalia, emulando i loro pirati connazionali, gli shebab arrivarono in barca e, dopo aver trucidato un uomo d’affari britannico, David Tebbut, sequestrarono sua moglie Judith. Due mesi dopo, nello stesso arcipelago, ma stavolta sull’isola di Manda, arrivò un altro gommone carico di shebab che assaltarono la villa dell’attrice e giornalista parigina Marie Dedieu. Da anni paraplegica, la 229

francese morì dopo una brevissima prigionia. Infine, pochi giorni dopo, nel campo profughi di Dadaab, dove il Kenya ospita mezzo milione di affamati somali, vittima di un’annosa e crudele siccità, gli stessi jihadisti sequestrarono due operatrici umanitarie spagnole di Medici senza frontiere. Fu quest’ultimo attacco che spinse i kenioti a intervenire militarmente, nella speranza che, anche con l’aiuto di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, un’operazione su vasta scala potesse cancellare una volta per tutte il flagello degli shebab somali. Ma secondo Mario Raffaelli, ex diplomatico con grande esperienza nell’Africa orientale e ora presidente della sede italiana dell’organizzazione umanitaria Amref, quell’intervento fu una mossa azzardata, perché infranse il patto tacito che esisteva tra le autorità di Nairobi e quei fondamentalisti somali che in Kenya avevano trovato una sorta di terra d’asilo. In quei giorni, arringando la folla in una cittadina vicino a Mogadiscio, uno dei capi shebab, Sheikh Muktar Robow Abu Mansur, tuonò: «Il Kenya ha iniziato la guerra e ora dovrà pagarne le conseguenze. Invito perciò chi è stato istruito nei campi militari a combattere contro il nemico». Mai parole furono purtroppo più presaghe. I prodromi delle tensioni che ipotizzò Raffaelli cominciarono a manifestarsi con attentati contro una discoteca e una stazione di autobus a Nairobi, poi con l’attacco di auto e pullman nel Nord del Paese, vicino al confine somalo. Ben più gravi furono prima l’attacco al centro commerciale Westgate nella capitale keniana, che nel settembre 2013 provocò sessantotto morti, e quello contro l’università di Garissa, della Pasqua del 2105, in cui gli islamisti somali massacrarono centocinquanta studenti. Con le manette ai polsi e stretto tra i soldati keniani, il feroce shebab non fa più paura. Per essere un combattente della jihad somala, l’uomo è sorprendentemente in carne, al limite della pinguedine. Non ha l’aspetto belluino né lo sguardo crudele, e continua a masticare sbadigli, come incu230

rante del destino che l’attende una volta che sarà stato processato. Destino che un poliziotto locale mi riassume così: «Si beccherà una decina d’anni di galera, ma tra pochi mesi un suo compagno di cella gli spezzerà il collo, perché quelli come lui in Kenya sono considerati peggio degli stupratori di bambini». L’hanno catturato in flagrante mentre cercava di fare proseliti offrendo soldi in una della miriade di tende di Dadaab, il più popoloso campo profughi al mondo, a un centinaio di chilometri dal confine somalo. Quando ci arrivo, nel settembre 2011, Dadaab conta in realtà cinque campi, che ospitano complessivamente 463.000 persone: alcune sono qui dai primi anni Novanta, ma molte altre, circa 190.000, sono approdate negli ultimi mesi per sfuggire alla guerra o alla carestia che funestano la Somalia. Sono state sistemate in tende nuovissime, dove sul cotone grezzo si staglia nitida la scritta dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, che gestisce l’insieme delle strutture. Gli altri rifugiati, invece, quelli che vivono qui da anni o addirittura decenni, abitano in tende che sono diventate baracche, rappezzate ovunque con stoffe di ogni colore o con teloni di plastica, protette da lamiere ondulate, ingrandite con tronchetti d’albero o assi di legno: nel suo genere, ognuna è un prodigio dell’architettura più povera che ci sia. Dello shebab arrestato, gli uomini che lo circondano non vogliono svelarmi il nome. S’era avvicinato alle tende carico di banconote e qualcuno deve averlo denunciato. Prova che esiste un controllo sociale anche in luoghi come questi. Già al corrente della presenza d’infiltrati jihadisti tra gli sfollati, i soldati sono giunti in un batter d’occhio e l’hanno acciuffato. «Lo sa qual è l’inconveniente della presenza degli shebab a Dadaab? Che in piena notte la polizia penetra nelle nostre tende per controllare se non nascondiamo mujaheddin», si lamenta Mohammed Hassan, da tre anni ospite con la sua famiglia nel campo keniano. «Fuggivamo dall’inferno, e qui abbiamo trovato rifugio, ma quando ci manca il cibo per sfamarci o l’acqua per i pochi capi di bestiame che abbiamo 231

portato con noi, siamo costretti a uscire dal campo. Ci imbattiamo allora nella popolazione locale, che ci aspetta armata di bastoni. Poi, ad ogni nuova ondata di profughi, per noi cominciano altri guai, perché scarseggiano subito cibo e acqua». Nei campi profughi oltre confine gli shebab agiscono invece indisturbati. Accade, per esempio, ad Ala Yasir, nel Sud della Somalia, dove reclutano nuove leve distribuendo latte e vestiti, o denaro e capre, alle famiglie di disperati che hanno perduto tutto. In cambio, chiedono i loro figli per addestrarli nel deserto e mandarli magari a morire imbottiti di tritolo in un mercato di Mogadiscio. In questa terra di nessuno, per avere le mani più libere i fondamentalisti somali hanno cominciato con l’allontanare le altre organizzazioni umanitarie, impedendo loro di distribuire aiuti. Pochi mesi fa, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite ha preferito abbandonare l’area per i maltrattamenti subiti dal suo staff. A Dadaab di organizzazioni umanitarie ce ne sono una trentina, da Medici senza frontiere a Care, Save the Children, Unicef, Iom, Cesvi e via elencando. Dopo il sequestro delle due operatrici di Msf il governo di Nairobi ha dispiegato con urgenza più agenti di polizia nei campi. Intanto, per via delle operazioni militari alla frontiera somalo-keniana e per una breve ma intensa stagione delle piogge, a Dadaab si assiste a un netto calo del numero di nuovi arrivi. Nell’ultima settimana non s’è registrato nessun nuovo rifugiato. Erano due anni che non accadeva. Molti pastori somali hanno deciso di accamparsi nel deserto, preferendo i velenosissimi serpenti e gli scorpioni alla promiscuità con i feroci shebab. «Maledetti!», ripete con un filo di voce una donnina dal volto patito, avvolta in uno scialle nero. È qui da stamattina a imprecare contro i soldati kenyani che adesso, numerosi e armati fino ai denti, presidiano il campus universitario di Garissa. Non ha più lacrime ma con gli occhi accesi di rabbia 232

dice: «Dove eravate quando sono entrati gli shebab? E che cosa facevate mentre, il Giovedì Santo, noi cristiani venivamo massacrati come bestie?». I militari non la guardano neanche, immobili, con le facce lustre di sudore nonostante un vento incandescente che tutto disidrata. La donna si chiama Angie Nzaumi. I suoi due figli erano nel campus due giorni fa: sono stati entrambi trucidati dai jihadisti somali assieme ad altri 148 studenti. A Garissa, il giorno dopo la carneficina, i commercianti tengono tutti la serranda abbassata, non tanto in segno di lutto, ma per paura di nuovi attacchi. La mattanza sembra aver rallentato il ritmo di ogni cosa. Parlano tutti sottovoce. Il suono che sovrasta ogni altro è il gracchio di grossi corvi che svolazzano tra i rami delle acacie. In una cittadina così malmessa, ai confini del nulla, mi sorprendono le dimensioni del suo campus. A uno degli ingressi, due bidelli lavano a secchiate il sangue rappreso. Qui incontro il dottor Hussein Bashir dell’organizzazione umanitaria Amref. Al momento, Bashir è tra i pochi autorizzati a entrare all’interno dell’università. «No, non ho visto studenti decapitati, ma molti di loro sono stati giustiziati con colpi sparati alla testa. Gli shebab si sono davvero accaniti su questi poveri ragazzi: la testa di molti di loro è stata praticamente recisa dalle pallottole. In molti casi sarà difficile identificarli. Nei dormitori ci sono ancora molti corpi a terra, e li stiamo raccogliendo per mandarli alla morgue di Nairobi», spiega il medico che è stato uno dei primi a portare soccorso dopo l’eccidio e a organizzare il trasporto verso gli ospedali della capitale dei feriti in condizioni più critiche. Nel principale ospedale di Garissa incontro invece Nicholas Rotich, che ha la testa bendata e la gamba destra ingessata, perché una pallottola gli ha tagliato un orecchio e un’altra gli ha fracassato il femore. La sua testimonianza è simile a quelle degli altri studenti qui ricoverati, anch’essi con ossa spezzate o con addomi perforati o gravissime ustioni. Tutti raccontano il terrore, il caos, gli spari di quelle tragiche ore. Narrano 233

di ragazze uccise a sangue freddo soltanto per aver improvvidamente invocato la grazia di Gesù mentre, in ginocchio, supplicavano i loro aguzzini di risparmiarle. O descrivono il bestiale sarcasmo degli shebab che, sparando nel mucchio per ammazzare il più gran numero di studenti, auguravano alle loro vittime una buona Pasqua. Nelle parole di Nicholas, cristiano anche lui, c’è ancora il soffio della morte, che deve essergli passata davvero molto vicina. «Mi sono salvato solo perché quand’ero bambino mio zio mi fece imparare a memoria l’inizio di una sura del Corano. È in questo modo che i jihadisti ci hanno separato: chiedendoci di recitare almeno un brano del loro libro sacro. Se eri in grado di farlo venivi salvato perché musulmano, altrimenti, se facevi scena muta, eri freddato perché cristiano. Dopo esser scampato all’esecuzione mi sono nascosto in un armadio. E da lì sentivo i miei compagni piangere e urlare di dolore». Davanti all’ingresso del campus s’è formato un piccolo gruppo di sopravvissuti, anch’essi feriti, ma in modo più lieve: chi ha sulla fronte un grosso cerotto, chi un occhio pesto, chi una stampella per aiutarsi a camminare. A loro è andata meglio, anche se è verosimile che il ricordo del massacro li tormenterà finché vivranno. Appaiono visibilmente ancora sotto shock. In silenzio guardano verso le aule e i dormitori dove molti di loro hanno già deciso che non torneranno mai più. Tra questi miracolati si muove un uomo più anziano, che li abbraccia e li conforta cercando di farli uscire dal torpore di cui sembrano preda. È un loro professore che non si trovava nel campus giovedì scorso e che per questo motivo si attribuisce colpe che non gli spettano. «Non riesco a perdonarmi di non essere stato al loro fianco. Lo so che non avrei potuto fare granché, ma con il mio corpo avrei coperto almeno uno studente salvandogli forse la vita», dice Anthony Wanjiku. Padre Nicholas Mutua, il parroco della città, mi dice che un attacco del genere lo temeva da mesi. «Dopo ogni massacro tribale o, più recentemente, dopo ogni attacco terroristico, qui da noi tutti non fanno altro che recitare We are all 234

Kenyans, siamo tutti kenyani. Ma stavolta è uno slogan che suona stonato. Noi cristiani ne abbiamo abbastanza perché, pur essendo l’80 per cento della popolazione, siamo ormai il bersaglio prediletto dei jihadisti somali. Tutto ciò per colpa del governo che continua a sottovalutare le minacce», dice padre Nicholas. Durante le esecuzioni di due giorni fa, alcuni studenti sono stati costretti a telefonare ai loro genitori per trasmettere la richiesta degli shebab di ritirare le truppe di Nairobi dalla Somalia. Un superstite al massacro racconta di aver sentito un suo compagno dire al padre: «Muoio perché il nostro presidente, Uhuru Kenyatta, si ostina a occupare la Somalia». Dopo di che, il ragazzo è stato assassinato. Il professor Wanjiku è convinto che distruggendo le loro università e uccidendo i loro insegnanti, come è già accaduto nell’Est del Kenya lo scorso novembre, gli shebab vogliono spingere gli studenti verso le madrasse, le scuole coraniche. «Perché, come Boko Haram, anche gli shebab sono ferocemente contrari alla cultura occidentale». Eppure, fino a pochi giorni fa, Garissa era una delle città più sicure di tutta la regione dei Grandi Laghi. Lo si intuisce dal numero spropositato di banche che vi hanno aperto, al punto che i suoi abitanti si crogiolavano, considerandola un hub della finanza. E adesso? Che cosa accadrà adesso che l’altro suo fiore all’occhiello, l’università, sarà disertata da insegnanti e studenti perché troppo vicina alla frontiera somala quindi troppo insicura? A Garissa non piove da più di un anno, perciò le grosse nubi che si addensano in lontananza potrebbero significare un evento finalmente liberatorio. Sono le 6 del pomeriggio quando sulle frequenze di Radio Andalus, un’emittente legata agli shebab, un portavoce promette nuovi, violentissimi attacchi contro il Kenya. Prima che scatti il coprifuoco, ritorno un’ultima volta all’ingresso del campus nella speranza che un soldato mi lasci entrare. Non vedo più la signora Angie Nzaumi. Sarà andata a piangere i suoi figli altrove. 235

Un piccolo sbaffo di sangue rappreso sul linoleum di un’aula è la sola, quasi impercettibile traccia dell’eccidio di nove mesi prima. Per il resto, i buchi scavati dalle pallottole dei kalashnikov sono stati tutti stuccati, i vetri infranti sostituiti e le pareti ridipinte. Torno a Garissa: al dormitorio del campus, dove il 2 aprile scorso gli shebab somali hanno massacrato centocinquanta studenti, anticipando con la loro efferata modalità operativa quello che altri islamisti hanno compiuto il 13 novembre al teatro Bataclan di Parigi, è stato perfino cambiato nome. Non si chiama più Elgon bensì Ewaso Nyiro. «Ma quello di cui vado più fiero è il nostro nuovo sistema di sicurezza, perché adesso abbiamo una stazione di polizia forte di 25 agenti all’interno del campus stesso», mi dice Ahmed Osman Warfa, decano del Garissa University College che ha finalmente riaperto le sue porte. «Buona parte dell’economia della città gravita attorno alla nostra università, che è la sola in tutta la regione del Kenya orientale. Il fatto che tutto ricominci è per noi tutti un evento altamente simbolico». Alle 8 del mattino, senza cerimonie né discorsi commemorativi, sono dunque riprese le lezioni, sia pure con più poliziotti che studenti, e più giornalisti locali che poliziotti. Il termometro già sfiora i 36 gradi, perciò il primo e unico corso della giornata, Business Management, si è tenuto in un’aula con le finestre spalancate per creare un refolo di corrente. Poco prima che cominci la lezione, per rassicurare i pochi studenti presenti e il resto del Paese attraverso le telecamere delle tv, vedo pattuglie di agenti armati fino ai denti perlustrare a bordo di vecchie jeep l’intera facoltà, dai vialetti che separano le aule ancora vuote fino ai campi sportivi. È lecito chiedersi se le stesse ronde si ripeteranno anche in futuro, senza i cronisti arrivati da Nairobi? Quando domando al decano Warfa se verrà posta una lapide per ricordare le vittime, lui mi guarda come se gli avessi pestato un piede. Lo stesso fanno un paio di professori giunti a festeggiare la facoltà rinnovata. «Qui tutti si comportano come se dovessimo cancellare per sempre quanto è accaduto 236

il 2 aprile», si lamenta Safia Noov, 25 anni, studentessa di Economia, scampata alla morte perché vive con la sua famiglia a Garissa, fuori dal campus, e quindi, pur essendo iscritta all’università, alle 5,30 di quella mattina, quando gli islamisti hanno cominciato a trucidare i suoi compagni, lei era nel letto di casa sua. «No, non ho paura ma è molto doloroso ritornare su questi banchi. Quel giorno ho perduto molti amici e molte amiche che non voglio dimenticare, perché se l’università è diventata più sicura di prima lo dobbiamo soprattutto al sacrificio degli studenti uccisi», aggiunge la ragazza. In molti temevano che l’università di Garissa rimanesse chiusa per sempre. Come altri attacchi perpetrati nel Kenya orientale, non lontano dal confine con la Somalia islamista, anche quello del 2 aprile era mirato a far fuggire studenti e insegnanti. Safia accetta di accompagnarci al dormitorio appena riaperto, nel cui atrio fu scattata l’immagine simbolo della mattanza, che ricorda appunto quella del teatro parigino, con decine di corpi giustiziati, gli uni accanto agli altri. Al primo piano, le pareti delle stanze dove alloggiavano gli studenti sono state ridipinte di turchese. «Qui è rimasta nascosta per più di ventiquattr’ore una mia cara amica, che così è sopravvissuta al massacro», dice Safia aprendo la porta di un armadio a muro. «Nella stanza accanto è morta invece un’altra mia cara compagna, che s’era rifiutata di seguire gli shebab al piano terra». Una volta penetrati nel dormitorio, i jihadisti hanno infatti ingannato gli studenti dicendo che li avrebbero risparmiati solo se fossero tutti scesi nell’atrio. «Ma lì, contro i miei compagni, si sono accaniti con una tale ferocia, sparando così tante pallottole, che è stato quasi impossibile identificarli». Prima dell’attacco, a Garissa si contavano quasi mille studenti: gli ottocentocinquanta sopravvissuti sono stati quasi tutti trasferiti in altre università keniane. Quelli che ricominciano a studiare qui sono in tutto una sessantina, e lo fanno sia perché, come Safia, non possono lasciare la famiglia, sia per237

ché hanno già un impiego in città che perderebbero trasferendosi altrove. «A settembre si spera che arrivino le nuove leve, ma non credo che saranno più di duecento. Perché lo spettro della morte ancora aleggia su questo campus maledetto». Dopo gli esercizi di ortografia, gli assassini seriali stanno adesso ripassando la tabella della moltiplicazione. Così, seduti in classe e con una matita in mano, trovo gli shebab che hanno imboccato la strada della redenzione accettando, dopo essersi costituiti, di partecipare a un ambizioso e segretissimo programma per un loro reinserimento sociale. «La maggior parte di essi è cresciuta nella savana e sa soltanto combattere e uccidere. Prima di imparare un mestiere devono acquisire i rudimenti della scrittura e del calcolo», spiega Adam Hussein, che dirige il primo centro per la riabilitazione degli islamisti a Baidoa, città nel Sud-Est della Somalia. «Con l’aiuto di psicologi e di consiglieri religiosi facciamo loro un lavaggio del cervello al contrario, una sorta di debriefing, spiegando che per andare in paradiso non è necessario farsi saltare in aria in un mercato o sgozzare un poliziotto, e ripetendo che nessuno è costretto a morire prima del tempo, che vivere non è peccato». Il centro sorge tra i ruderi degli uffici dell’amministrazione coloniale italiana, quando Baidoa era il florido capoluogo del Commissariato dell’Alto Giuba. Difeso da una mitragliatrice pesante e circondato da sacchi di sabbia, ha l’aspetto di un carcere di massima sicurezza, o di un fortino militarizzato, perché le forze islamiste sono oggi appostate a pochi chilometri dal centro della città. Al suo interno, la struttura ricorda invece un liceo tecnico, con laboratori di meccanica, falegnameria e cucito, e con gli ex shebab, tutti giovanissimi, al posto degli alunni. Dice ancora il suo direttore: «Ne abbiamo già rilasciati quaranta, i quali si sono perfettamente integrati alla vita civile dopo aver trascorso mediamente sei mesi qui da noi. Al momento, nessuno di loro ha fatto ritorno nel bush». Il centro ne ospita ancora centoventi. Uno di questi è 238

Bashir Hassan Yusuf, 26 anni, alto e magro, che confessa di aver ammazzato più di una dozzina di uomini. «Sì, mi pare di averne uccisi quattordici, sia con il fucile sia con il pugnale. Ma non provo rimorso, perché se non l’avessi fatto avrebbero giustiziato me». Dalla sua testimonianza, l’organizzazione terrorista appare come un regime tirannico nelle mani di pochi uomini, più simili a spietati boss mafiosi che a religiosi radicali. «Sono fuggito perché disgustato dalle bugie dei capi, dalla loro avidità e dalla loro ferocia. Per meritare la morte è sufficiente rifiutarsi di cedere quello che ti chiedono o anche obiettare un ordine impartito dall’alto. E poi, dei soldi estorti alla popolazione non spartiscono nulla con le truppe, ma si costruiscono case lussuose e aprono commerci per conto loro». A Bashir fa eco Hamed Hassan Adam, che quand’era shebab non impugnava le armi ma riscuoteva le tasse imposte dagli imam. Dice: «Tutto gira attorno ai soldi e loro usano la religione per compiere crimini abominevoli. Li ho visti trascinare fuori dalle moschee dei fedeli e freddarli uno dopo l’altro per futili motivi. Quando ho saputo che venendo qui sarei stato amnistiato dal governo federale ho subito tagliato la corda». Tra le trentasei donne del centro incontriamo Hajira Abdullahi Issac, 22 anni, vedova di un terrorista ucciso al fronte. «Dopo la sua morte sono stata stuprata da un suo amico. Ho chiesto che lo condannassero, ma mi è stato detto che per portare avanti la mia denuncia servivano quattro testimoni. Quando un altro shebab, sicuro dell’impunità, ha tentato a sua volta di violentarmi ho capito quale sarebbe stato il mio destino se fossi rimasta con loro e sono scappata», racconta Hajira. La Somalia è allo stremo. Sulle devastazioni e la miseria causati da 25 anni di guerra civile s’è incistato l’estremismo musulmano, prima con le corti islamiche e adesso con gli shebab, che con i loro attacchi funestano di continuo le città somale. L’ultimo, contro un ristorante gremito sulla spiaggia di Mogadiscio, ha provocato ventitre morti. Come può un Paese così malandato offrirsi il lusso di un tale programma? 239

«All’origine del progetto di riabilitazione c’è l’Organizzazione per le migrazione di Ginevra, che lo gestisce grazie a un budget di 1,5 milioni di dollari l’anno forniti dal governo tedesco», spiega il direttore del centro. Tra poche settimane Bashir, Hamed e Hajira lasceranno Baidoa per mischiarsi a coloro contro i quali combattevano. In forma di viatico riceveranno una piccola somma per iniziare un’attività: Bashir vorrebbe diventare meccanico, Hamed e Hajira commercianti. Ma una volta fuori non dormiranno sonni tranquilli, perché saranno tutti e tre bersagli prediletti degli shebab. Infatti, prima di essere integrati nel programma di riabilitazione, i ‘disertori’ subiscono severi interrogatori da parte degli agenti dei servizi somali, non solo per valutare la loro idoneità all’inserimento nel centro (i profili ‘ad alto rischio’ sono ovviamente scartati), ma anche per carpire preziose informazioni militari. «Ho paura per le possibili rappresaglie da parte dei miei ex compagni. Alla prima minaccia, chiederò di essere arruolato nell’esercito somalo. Altrimenti emigrerò al Nord, nel Somaliland, dove non ci sono shebab», mi dice Bashir. Ma com’è possibile che gli islamisti ancora controllino il 70 per cento del Paese pur avendo contro i 20.000 uomini dell’Amisom, la missione dell’Unione africana in Somalia, e non disponendo di un solo aeroporto dove ricevere soldi e armi da Al Qaeda e dallo Stato islamico cui sono affiliati? Per il governatore della capitale, Yusuf Hussein Jim’ale, la spiegazione è una sola: la mancanza di fondi per l’esercito somalo. «Per sbarazzarci degli shebab basterebbe pagare gli stipendi ai nostri soldati. Gli ugandesi dell’Amisom ricevono 1000 dollari al mese. A quelli somali ne spetterebbero 200, ma loro non vedono neanche quelli». «Ecco, guardi lei stesso con quanta ferocia hanno agito gli uomini di Mokhtar Belmokhtar», mi dice il commissario Denis Coulibaly. Gli avevo chiesto di farmi parlare con i feriti dell’ultimo attacco jihadista, all’Hotel Radisson di Bamako. 240

Ma lui m’ha subito portato alla morgue dell’ospedale Gabriel Fauré, a farmi vedere i morti ammazzati. Nella prima stanza ne conto sei, tutti occidentali. Riposano sulle barelle con cui sono stati raccolti la sera prima. Mentre solleva il lenzuolo che li ricopre, il commissario scuote silenziosamente il capo. Vicino a uno di essi, leggo su un cartoncino imbrattato di sangue un cognome russo. Tutti sono stati giustiziati con un colpo alla testa. I jihadisti hanno sparato a bruciapelo. «A Belmokhtar diamo la caccia da anni, ma è più furbo del diavolo. Soprattutto, conosce il deserto come io conosco Bamako, dove sono nato e dove vivo da 53 anni», aggiunge il commissario maliano. Non è soltanto la polizia del Mali a voler acciuffare il Guercio o Marlboro Man, com’è stato soprannominato Belmokhtar per via dell’occhio che perse combattendo contro i sovietici in Afghanistan e per il vasto traffico di sigarette che creò per finanziare la sua jihad. Il leader islamista è anche ricercato da agenti ben più esperti, dell’intelligence francese e statunitense, e non solo per aver rivendicato, assieme ad Al Qaeda per il Maghreb islamico, l’attacco al Radisson che ha provocato diciannove morti, tra cui un’americana, un israeliano, due belgi, sei russi e tre cinesi. Dato per morto più volte – recentemente nel Ciad e nel Sud della Libia –, Belmokhtar comincia la sua militanza negli anni Novanta, in Algeria, suo Paese d’origine, nel sanguinario Gruppo islamico armato. Nel 2007, una volta diventato uno dei capi di Al Qaeda per il Maghreb islamico, Belmokhtar inizia a imperversare in vari altri Paesi del Sahel, dal Niger alla Libia al Mali. Due anni fa, allontanato da Al Qaeda per la componente troppo banditesca della sua leadership, fonda il gruppo Al Mourabitoun, ossia «Coloro che firmano con il sangue». E nel gennaio 2013 orchestra il micidiale attacco contro l’impianto di gas di Is Amenas, in Algeria, costato la vita a trentanove ostaggi stranieri, tra cui tre americani, e a ventinove militanti. Da allora, in tutti gli attentati che sferra contro altri impianti d’estrazione algerini o installazioni mi241

nerarie del Niger, il modus operandi è sempre lo stesso: presa di ostaggi e uso di più kamikaze, spesso provvisti di cinture esplosive, o comunque di uomini votati alla morte. Proprio com’è accaduto all’Hotel Radisson. Dice ancora il commissario Coulibaly: «Con i due terroristi responsabili dell’eccidio non è stato possibile negoziare. In questo tipo di presa d’ostaggi non c’è un secondo da perdere, perché hai a che fare con jihadisti che vengono solo per uccidere il più gran numero di persone possibile prima di farsi uccidere loro stessi. Venerdì è stata una corsa contro il tempo, e ci sono stati di grande aiuto i droni che ci ha fornito l’ambasciata cinese. Prima dell’ultimo, decisivo blitz al settimo piano dell’hotel sapevamo esattamente dove erano piazzati gli ostaggi e i due terroristi». Dopo anni vissuti da fuggiasco, tra un covo o una cittadina sperduta tra le sabbie, Belmokhtar s’è forgiato un nuovo nome di battaglia: l’Imprendibile. Ma com’è possibile che questa vecchia conoscenza dei servizi di Parigi e di Washington, sulla cui testa pende una taglia di cinque milioni di dollari, non sia stato ancora snidato o fatto fuori da un missile ad alta precisione? Giro la domanda a Gérard, chiamiamolo così, un ex agente dell’intelligence di Parigi che adesso si occupa della sicurezza di personalità francesi all’estero e che incontro sulla Collina del Sapere, così viene chiamato il monte dove ha sede l’università di Bamako e che sovrasta la città. Come spiega Gérard, per la sua cattura gli americani mettono a disposizione satelliti militari sofisticatissimi in grado di riconoscere perfino le tracce dei copertoni sulla sabbia. I francesi, invece, partecipano alla sua caccia infiltrando uomini tra le fila jihadiste. «Eppure Belmokhtar è ancora uccel di bosco perché troppo spesso manca la coordinazione tra i due servizi di intelligence, o il coraggio per intervenire». Dalla sua parte, la primula rossa del terrore ha anche la geografia, ossia gli ottocento chilometri tra Niger e Mali, praticamente incontrollabili, o i novecento chilometri a nord di frontiera con l’Algeria. Senza contare che soltanto duecen242

tocinquanta chilometri separano il Paese dal Nord della Nigeria, roccaforte di Boko Haram. Ora, di quella porzione di Sahel, Gérard mi mostra una mappa dei servizi francesi piena di crocette. Ognuna di esse indica i campi di addestramento o i feudi di uno ‘sceicco’ locale. Ne conto una ventina, e sono tutti potenzialmente nefasti quanto Belmokhtar. Uscendo dalla morgue dell’ospedale Gabriel Fauré, incrocio il convoglio del presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keita, giunto a salutare i feriti dell’attacco. Il presidente ha appena ordinato lo Stato di emergenza nazionale per dieci giorni, e il lutto nazionale di tre giorni, con bandiere a mezz’asta in tutto il Mali. Come se non potesse fare di più per un Paese di nuovo nel mirino dei jihadisti. Siamo tutti scimmie africane Per giustificare i nostri peggiori comportamenti, un mio amico biologo cerca dei paralleli tra le nefandezze umane e quelle compiute nel resto del regno animale, ma non sempre ci riesce. Altrimenti, per razionalizzare una guerra o una grande catastrofe, le proietta su scala geologica, sostenendo, per esempio, che per risanare le piaghe del genocidio ruandese o per ripulire interamente il Golfo del Messico dallo sversamento di milioni di barili di petrolio basta aspettare diecimila anni. Io, invece, quando mi trovo davanti all’abominio, cerco di consolarmi pensando che sia soltanto una deviazione, più o meno lunga e contorta, della nostra miracolosa evoluzione. Ora, l’evoluzione dell’uomo me la raccontò Yves Coppens, uno dei massimi paleoantropologi francesi, che andai a trovare nel suo ufficio al Collège de France di Parigi. Più lui parlava e più ci prendevo gusto ad ascoltarlo. E non la smettevo di porgli domande al punto che, dopo quattr’ore e mezzo d’intervista, esausto, il professore mi congedò inventando che aveva un altro appuntamento. Coppens non ha dubbi: siamo tutti scimmie africane. Non è una battuta. Con l’acume e la fondatezza delle sue intui243

zioni, lo scienziato francese ha fornito le chiavi per forzare il mistero delle nostre origini. E il modello che suggerisce è quello dell’East Side Story: gli sconvolgimenti geologici e climatici che costrinsero i primi ominidi della savana africana ad alzarsi su due zampe per adattarsi a un ambiente nuovo. L’acquisizione della posizione eretta e l’aumento del volume cranico furono le conseguenze di questa mutazione. Ora, per sondare gli abissi della preistoria, i paleontologi devono arrangiarsi con una scarsa sequela di fossili. Per loro, la catena dell’evoluzione è ancora composta da maglie larghissime: un dente a 6 milioni di anni, una mandibola a 5,5 milioni; a 4, un frammento di femore, un osso frontale, il collo di un omero. Il ritrovamento in Tanzania di impronte lasciate nel fango 3,8 milioni di anni fa da esserini ancora scimmieschi, ma già dotati di locomozione bipede, fu la prima riprova dell’esattezza della teoria di Coppens. La seconda fu la sua scoperta, insieme all’americano Johanson, dello scheletro della giovane Lucy, un Australopiteco di 3,5 milioni di anni fa, dal cui bacino, dice lo studioso francese, «possiamo dedurre che già ancheggiava come una ballerina». Il lungo cammino dell’uomo è un romanzo che Coppens racconta con eloquenza fluviale. Dopo gli Australopitechi arriva l’Homo habilis, il primo uomo; poi, 1,5 milioni di anni fa, appare l’Homo erectus, che dall’Africa si lancia alla conquista del pianeta. È grande come noi, impara a usare il fuoco, costruisce capanne, prova i primi brividi metafisici. Col tempo, l’uomo esce dal contesto biologico. L’Homo sapiens sapiens, ossia l’uomo moderno, comincia a popolare l’Europa solo 40.000 anni fa. La rivoluzione del Neolitico, i primi popoli stanziali, l’allevamento, risalgono a 8000 anni fa. Il resto è storia. «Ricapitolando potremmo sostenere che la storia dell’uomo è quella del suo cervello, fin dai tempi più remoti. Circa 40 milioni di anni fa viveva un nostro lontanissimo antenato, l’Egittopiteco. Era grande come un gatto, camminava a quattro zampe e possedeva una lunga coda. Questa scimmietta, 244

appartenente alla famiglia degli ominoidi, già si differenziava dagli altri primati per le trasformazioni che aveva subìto il suo piccolo cervello. Trasformazioni che riguardavano i lobi frontali e i centri ottici legati alla corteccia cerebrale. Fu un primo passo verso la meditazione. Vede, la storia dell’uomo è parte della storia dell’universo, che include la storia della Terra, la quale, a sua volta, comprende la storia della vita. In un certo senso siamo figli delle stelle», spiega Coppens. La spaccatura tra scimmie e ominidi, i nostri primi antenati diretti, si è prodotta 7,5 milioni di anni fa, in Africa. Da quel momento l’uomo abbandona per sempre il mondo animale. È allora che si produce l’immensa spaccatura della Rift Valley, la faglia geologica che corre lungo l’Etiopia, il Kenya e la Tanzania. Improvvisamente, la parte orientale del continente si solleva, dando luogo agli attuali altopiani dell’Est. La prima conseguenza è un drastico cambiamento di clima: con la diminuzione delle piogge, la foresta regredisce e cominciano a formarsi sterminate savane. Questa separazione in diverse nicchie ecologiche provoca due evoluzioni diverse: a ovest, le grandi scimmie attuali, gorilla e scimpanzé; a est, una nuova famiglia che deve adeguarsi a un ambiente diverso, arido e con pochi alberi. «Sono gli Australopitechi, già avvezzi alla posizione eretta, come rivela l’allargamento del loro bacino. A questa famiglia appartiene Lucy, ‘la prima donna dell’umanità’, di cui abbiamo ritrovato 52 frammenti di ossa. Una scoperta senza precedenti che ci ha consentito di stabilire la sua statura – 120 centimetri –, e il suo peso – 25 chili –, la sua locomozione e, in un certo senso, il suo comportamento. Grazie all’osservazione dei denti al microscopio elettronico sappiamo anche di che cosa si nutriva». In altre parole, se non si fosse sollevato il Rift, non sarebbe cambiato il clima, le foreste non sarebbero scomparse né sarebbe mai nato l’uomo, perché la posizione eretta, la locomozione bipede, lo sviluppo del cervello, la fabbricazione dei primi manufatti sono il risultato di un adattamento a un ambiente arido. Nella savana, i nostri antenati dovettero 245

alzarsi sulle zampe posteriori per scampare ai pericoli, per scorgere una preda, per trasportare il cibo o i loro piccoli. E lo sviluppo del cervello è strettamente legato alla stazione eretta. Sostiene Coppens: «Dobbiamo rassegnarci. La nostra storia è cominciata coi piedi. Siamo diventati intelligenti solo quando ci siamo alzati da terra. L’Australopiteco ha potuto servirsi delle mani per fabbricarsi i primi utensili. Con il corpo eretto improvvisamente è cambiata la sua concezione del mondo: il suo campo visivo non era più quello di una scimmia a quattro zampe. Ora, abbracciava l’orizzonte, l’infinito. Da lì, le prime angosce dell’uomo preistorico. Insomma, la coscienza dell’umanità emerge quando l’uomo inizia a guardare il firmamento». E quanti erano Adamo ed Eva, dai quali tutti noi discendiamo? È possibile fare un censimento dei primi uomini, ossia degli antenati degli attuali 7 miliardi? Sì, conoscendo l’ecosistema africano di quell’epoca, possiamo valutare l’effettivo dei preumani e dei primi umani. Nella provincia biogeografica di Kenya, Tanzania, Etiopia e Uganda, vivevano circa 70.000 Adami e 70.000 Eve. Ciò corrisponde all’attuale densità degli aborigeni nelle regioni meno popolate dell’Australia. E quanti uomini sono esistiti sulla Terra dall’inizio della storia? «Considerando che il primo uomo ha tre milioni di anni, da allora si sono succedute 200.000 generazioni. Tenendo conto di altri fattori demografici, ciò equivale a circa 100 miliardi d’individui», ipotizza il professore, secondo il quale il primo uomo potenzialmente identico a noi, con le nostre stesse angosce, le nostre gioie, che somaticamente più ci somiglia, è per eccellenza l’Homo sapiens sapiens, che appare in Africa orientale 200.000 anni fa e che giunge in Europa circa 40.000 anni fa. «È l’uomo di Cro-Magnon. Disegna, dipinge, intaglia e possiamo affermare che il suo pensiero concettuale è sufficientemente elaborato da poterlo paragonare al nostro. È molto simile a noi, dal momento che non solo sa che sa, ma lo fa anche sapere dipingendo sui muri. Tuttavia, non credo che l’Homo faber, l’uomo che lavora la pietra, l’uomo 246

religioso, l’uomo cosciente, l’uomo sociale, l’Homo loquens, quello che parla, non credo che tutte queste personalità siano apparse necessariamente nel medesimo momento». Le sepolture più antiche, attraverso le quali l’uomo manifesta la sua prima emozione metafisica, risalgono a circa 100.000 anni fa. «Ora, è verosimile che la consapevolezza della morte si sovrapponga al concetto stesso di religione. È quella forma di angoscia che, in seguito, tutte le mitologie hanno cercato di mitigare, spiegando ai diversi popoli che cosa facevano sulla Terra e a cosa erano destinati. Le prime tracce religiose risalgono a un milione di anni fa. Sono dei crani spaccati dopo la morte con un colpo di selce. È un gesto rituale, volontario. La sepoltura denota una presa di coscienza molto più decisa, perché si scava una fossa, si colorano le pareti con dell’ocra, si cala il cadavere e si cosparge di fiori, aggiungendo pezzi di carne per il viaggio». Quale sarà la prossima tappa del genere Homo? Probabilmente quella dell’Homo sapiens sapiens sapiens. C’è chi parla di microevoluzioni. Il nostro cervello continua a svilupparsi; il nostro scheletro sta diventando più fragile; l’appendice regredisce; il dente del giudizio tende a scomparire, così come si sta accorciando il mignolo del piede. «Ma nelle condizioni attuali, sarebbe inspiegabile che il nostro corpo continuasse a mutare. Ciò significherebbe che dietro l’evoluzione ci sia un disegno, una finalità, e non l’impatto con l’ambiente naturale. In questo caso dovremmo abbandonare il discorso scientifico». Questo lungo cammino ci ha resi meravigliosamente liberi. E vulnerabili. Se un bambino non cresce in una società dove può copiare e imparare, rimane un enfant sauvage, incapace di parlare e di camminare in posizione eretta. «Siamo usciti dal nulla sbattendo due sassi tra loro, esplorando il nostro pianeta e sviluppando la tecnologia. Ma non dimentichiamo che c’è voluta tutta la storia dell’universo, della vita e dell’uomo per ottenere questa fragile libertà». È questa, direi, la morale della nostra miracolosa evoluzione. 247

Indice

La via dei cani

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I sommersi di Aleppo, p. 8 - «Les loups italiens», p. 16 - Abbiamo visto di peggio, p. 19

Memoria da elefante

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La martire, p. 33 - Il riparatore delle donne, p. 36 - Il gorilla dallo sguardo triste, p. 43

A nord

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La sfida, p. 50 - Allevatori artici, p. 53 - Il paradiso o l’ignoto?, p. 56 - Il leone e il leopardo dell’Afghanistan, p. 60

La strega e l’orco

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Il bordello più grande del mondo, p. 76 - Tutto è in vendita, p. 80 - Il prelievo del sangue, p. 84

L’Eden rinato

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Un luogo santo, p. 98 - L’ultima guerra europea, p. 106

Il più primitivo degli uomini

115

La fine della foresta, p. 121 - Appuntamento con il gigante, p. 124 - La Terra vista dal cielo, p. 130 - Il flagello di Filicudi, p. 133

Into the wild

137

Il virus e i suoi eroi, p. 143 - La paura come salvacondotto, p. 153

La tigre dagli occhi a mandorla

158

Le reliquie del dodo, p. 161 - L’intruso, p. 165 - L’altro, p. 171 Il «passeur» della giungla, p. 177

Il destino dell’orsa

180

Tsunami e sharia, p. 184 - Il lascito di Fukushima, p. 194 - Il monte dell’ascesi, p. 197

La foresta delle tre domeniche

204

La Pompei pakistana, p. 209 - La guerra del «re dei poveri», p. 212

Economia contemplativa

224

L’imprendibile, p. 228 - Siamo tutti scimmie africane, p. 243

249