Contro le 'leggi immutabili' : Gli Spartani fra tradizione e innovazione autori 8834319850

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Contro le 'leggi immutabili' : Gli Spartani fra tradizione e innovazione autori
 8834319850

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CINZIA BEARZOT FRANCA LANDUCCI

Contro le ‘leggi immutabili’ Gli Spartani fra tradizione e innovazione

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Questa ricerca e la sua pubblicazione sono state finanziate dall’Università Cattolica nell’ambito dei suoi programmi di promozione e diffusione della ricerca scientifica.

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© 2004 Vita e Pensiero - Largo A. Gemelli, 1 - 20123 Milano ISBN 88-343-1985-0

INDICE

Presentazione di Cinzia Bearzot, Franca Landuccì

VII

CINZIA BEARZOT

Spartani 'ideali' e Spartani 'anomali'

3

PIERRE CARLIER

Cleomene

I,

re di Sparta

33

MASSIMO NAFISSI

Pausania, il vincitore di Platea

53

LUISA PRANDI

Sintonia e distonia fra Brasida e Sparta

91

MARTA SORDI

Pausania

II,

Spartano atipico?

115

CINZIA BEARZOT

Lisandro tra due modelli: Pausania l'aspirante tiranno, Brasida il generale

127

FRANCA LANDUCCI GATTINONI

Sparta dopo Leuttra: storia di una decadenza annunciata

161

GABRIELE MARASCO

Cleomene

III

fra rivoluzione e reazione

191

Presentazione

L’attualità della «questione spartana», sottolineata dal fiorire, negli ultimi anni, di un articolato dibattito storiografico, a livello sia monografico che miscellaneo, ci ha incoraggiato a prendere in considerazione, per la serie di incontri seminariali dell’anno accademico 2002/2003, un aspetto caratteristico della storia di Sparta: quello della dialettica fra tradizione e innovazione, fra immobilismo e dinamicità, fra conservazione e apertura al nuovo. Questa dialettica ci è parsa incarnata con significativa evidenza nella vicenda storica di alcuni protagonisti della storia di Sparta, che tentarono di trovare, pur stretti nelle maglie rigide della struttura costituzionale spartana, spazi di iniziativa autonoma e di autoaffermazione che consentissero, fra l’altro, anche di avviare le riforme necessarie al rinnovamento dell’apparentemente immutabile kosmos spartano, e quindi alla sopravvivenza di Sparta in contesti storico-politici che ne mettevano ormai in forte evidenza l’inadeguatezza a livello politico, economico e sociale. Non a caso, il titolo – Contro le ‘leggi immutabili’ – rimanda al celebre dibattito del I libro di Tucidide (I, 67-87), oggetto del quale sono, tra l’altro, le caratteristiche fondamentali della politica spartana, e precisamente ad una battuta dei Corinzi, i quali, sottolineando il carattere antiquato della politica di Sparta (¢rcaiÒtropa Ømîn t¦ ™pithdeÚmata) in contrapposizione con la capacità innovativa (newteropoia) degli Ateniesi, affermano che la tanto decantata immutabilità delle leggi e dei costumi spartani (t¦ ¢k…nhta nÒmima ¥rista: Thuc. I, 71, 3) non va considerata necessariamente un valore, laddove le provocazioni della realtà impongano innovazioni e miglioramenti. L’approccio sostanzialmente – ma, si noti, non esclusivamente – biografico che caratterizza il volume si giustifica così anche con la necessità di valutare l’apporto della singola personalità in un contesto tendente a deprimere ogni forma di personalismo e a risolvere l’individuo nella collettività. L’inevitabile selezione ci ha condotto a considerare, da una parte, personalità legate alle case reali spartane, che vennero a trovarsi diversa-

VIII

PRESENTAZIONE

mente in urto con i consolidati orientamenti politici, ideologici e culturali di Sparta, come il re Cleomene I, il reggente Pausania, i re riformatori (se pur con diverse ambizioni e risultati) Pausania II e Cleomene III; ma, dall’altra, anche uomini che, non potendo ambire al potere regale, cercarono in ambito militare – sul versante terrestre, come nel caso di Brasida, o su quello navale, come Lisandro – spazi per esercitare quell’influenza loro preclusa nelle normali vie costituzionali. La loro azione si inserisce in un quadro politico-sociale complesso e contraddittorio, che progressivamente conduce Sparta verso la crisi e a cui si è cercato di riservare, all’interno del volume, una qualche attenzione. Ci pare che i contributi qui raccolti concorrano a mettere in luce la complessa articolazione interna del mondo politico spartano e la presenza, al di là dell’impressione di realtà monolitica che esso può dare, di un vivace dibattito interno, incentrato sulla discussione relativa alla vocazione politica di Sparta a livello panellenico e, di conseguenza, alla capacità e volontà dei suoi uomini di esprimere un’azione congruente o non congruente con tale vocazione, nei termini in cui la definiva la tradizione. Abbiamo ritenuto utile corredare ciascun contributo con un breve abstract in inglese, con l’intento di favorire la conoscenza e l’utilizzazione del volume all’estero: anche se l’italiano è stato a lungo, nelle nostre discipline, una lingua internazionale, è quasi inutile ricordare quanto sia difficile, oggi, inserirsi nel dibattito scientifico scrivendo in una lingua che non sia l’inglese. La configurazione complessiva del volume deve molto al prezioso apporto di Marta Sordi, professore emerito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e dei colleghi di altre università italiane e straniere che hanno partecipato ai nostri incontri spartani: Pierre Carlier dell’Università di Paris X – Nanterre, Gabriele Marasco dell’Università della Tuscia, Luisa Prandi dell’Università della Basilicata, Massimo Nafissi dell’Università di Perugia. A tutti loro va il nostro sentito ringraziamento. Cinzia Bearzot Franca Landucci

CINZIA BEARZOT

Spartani ‘ideali’ e Spartani ‘anomali’

Il confronto tra Spartani ‘ideali’ e Spartani ‘anomali’, con cui, anche grazie al suggerimento di Luisa Prandi che qui ringrazio, ci è parso opportuno iniziare la serie di incontri i cui risultati sono confluiti in questo volume, è tema già antico. La tradizione non manca, infatti, di proporci alcune interessanti comparazioni tra esponenti della Sparta più tradizionale e Spartani innovativi, se non addirittura trasgressivi, tali da suscitare nell’opinione pubblica e nell’establishment della loro città perplessità, resistenze o persino reazioni di carattere repressivo1. Vorrei riprendere alcune di queste comparazioni, che si inseriscono in diversi contesti storici, senza ovviamente pretendere di esaurire il problema. Per il V secolo, vorrei soffermarmi sul confronto implicito che Tucidide propone, nel dibattito a quattro voci del congresso di Sparta svoltosi nel corso dell’assedio di Potidea, tra il re Archidamo e l’eforo Stenelaida. Più che un confronto tra due individui, come è stato osservato da S. Hornblower, si tratta di un tentativo di mettere a fuoco «Spartan and Athenian national characteristics»2: Archidamo è il tipico esponente della Sparta della tradizione, prudente, esitante, lenta fino all’immobilismo, Stenelaida di una Sparta più reattiva e dinamica, capace di coniugare tradizione e innovazione. Per il IV, intendo considerare le due coppie Lisandro/ Callicratida e Agesilao/Agesipoli, dove la contrapposizione è condotta sul doppio binario del contrasto di caratteri e della dialetti1 In generale cfr. S.J. HODKINSON, Social Order and the Conflict of Values in Classical Sparta, «Chiron», 13 (1983), pp. 239-281, in particolare 265 ss. 2

S. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, Oxford 1991, p. 108: una funzione analoga a quella svolta, nel I libro di Erodoto, dal confronto tra la Sparta licurghea e l’Atene pisistratide, nel I libro di Tucidide dall’excursus su Pausania e Temistocle. Cfr. anche F. WASSERMANN, The Voice of Sparta in Thucydides, CJ, 59 (1963/64), pp. 289-297.

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CINZIA BEARZOT

ca egemonia/imperialismo. Lisandro e Agesilao, infatti, propongono un modello di leader politico per molti versi innovativo e sono esponenti di due forme, diverse e complementari, di imperialismo estraneo alla tradizione spartana; Callicratida e Agesipoli (come, del resto, il padre Pausania II) incarnano invece un modello più tradizionale e sostengono una visione più contenuta dell’egemonia, di intonazione panellenica, maggiormente rispettosa dei principi di libertà e autonomia e in linea con l’antica immagine di Sparta, che la proponeva come paladina della libertà contro ogni forma di imperialismo e di tirannide3. Il mio intento è di mettere in evidenza come, in periodi storici molto diversi e caratterizzati da diversi problemi, la contrapposizione tra Spartani ‘tradizionali’ e Spartani ‘innovativi’ venga condotta su un registro analogo, legato non tanto a generici motivi di carattere etico che si limitino a contrapporre lo Spartano rigorosamente fedele ai valori nazionali allo Spartano ‘degenere’, quanto ad una profonda riflessione sulla vocazione egemonica di Sparta e sulle sue modalità di espressione. 1. Archidamo e Stenelaida Nel dibattito di Sparta, in cui Tucidide fa intervenire delegati corinzi, ambasciatori ateniesi, il re Archidamo e l’eforo Stenelaida4, il sovrano rappresenta, con il suo discorso (I, 79-85), la posizione del partito non tanto della pace, quanto della prudenza, contro quella del partito interventista, di cui è invece esponente l’eforo (I, 86)5. L’atteggiamento dello storico nei confronti di Archidamo è sostanzialmente positivo: in I, 79, 2 egli lo presenta come ¢n¾r kaˆ xunetÕj dokîn enai kaˆ sèfrwn, con un giudizio che accosta il concetto di xÚnesij, che esprime la 3 Si osservi, comunque, che nel IV secolo la questione si presenta molto complessa: se confrontati con Lisandro, per esempio, anche personaggi a loro modo «anomali» come Pausania II e Agesilao diventano, come vedremo, esponenti della tradizione. 4 Cfr., sull’intera sezione del I libro dedicata al dibattito, A.W. GOMME, A Historical Commentary on Thucydides, I, Oxford 19502, pp. 227 ss., e HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, pp. 107 ss. 5 Cfr. in proposito la messa a punto, con discussione della bibliografia, di U. BULTRIGHINI, Il “pacifismo” di Archidamo, RCCM, 33 (1991), pp. 5-28.

SPARTANI ‘IDEALI’ E SPARTANI ‘ANOMALI’

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capacità di penetrazione intellettuale, a quello di swfrosÚnh, che esprime l’idea di moderazione, autocontrollo e prudenza6. Tale accostamento ritorna nell’ambito del discorso attribuito al re (I, 84, 2-3) e appare con ciò funzionale a delineare le caratteristiche principali di Archidamo, proposto come un modello di esemplare fusione di qualità intellettuali e morali7. È stato detto che Tucidide non esprimerebbe con ciò un giudizio personale, ma si limiterebbe semplicemente a riferire della reputazione di cui Archidamo godeva8: tuttavia, l’accostamento proposto dallo storico tra la tradizionale virtù della swfrosÚnh e quella più qualificante della xÚnesij, che Tucidide considerava caratteristica dei più autorevoli tra gli uomini politici ateniesi, mi sembra deporre a favore di una valutazione positiva di Archidamo, che era, fra l’altro, xenos di Pericle (Thuc. II, 13, 8). Valutazione positiva che sembra peraltro implicita nel fatto che, come è stato notato, nella parte del suo discorso dedicata al problema delle risorse gli viene attribuito un pensiero molto simile a quello di Pericle e dello stesso Tucidide9. Fin dal suo esordio, il discorso di Archidamo invita ad una valutazione prudente della situazione: «Quella guerra poi di cui ora si discute, potrete vedere che non è la più insignificante, se la si esamina come si deve (e„ swfrÒnwj tij aÙtÕn ™klog…zoito)» (I, 6

La xÚnesij caratterizza in Tucidide gli esponenti più significativi della democrazia ateniese, da Temistocle a Pericle (I, 74, 1; 79, 2; 138, 2-3; II, 15, 2; 34, 6; IV, 81, 2; VI, 54, 5; 72, 2; VIII, 27, 5; 68, 4): Pericle la presenta anzi come la principale virtù politica, capace, assai più della forza concreta, di assicurare il successo (I, 140, 1 e II, 62, 5). Capace di creare reputazione positiva e di generare imitazione (IV, 85, 2), la xÚnesij appare la virtù principale di chi è chiamato a valutare e a decidere in ambito politico (VI, 36, 1 e 39, 1), e si contrappone, come tipicamente ateniese, alle più tradizionali virtù spartane (cfr. I, 84, 3). Cfr. in proposito C. BEARZOT, Il vocabolario dell'autorevolezza politica nella Grecia del IV secolo, ACD, 32 (1996), pp. 23-38, 26 ss. Sulla swfrosÚnh cfr. invece le osservazioni di J.R. WILSON, Sophrosyne in Thucydides, AHB, 4 (1990), pp. 51-57; N. HUMBLE, Sophrosyne Revisited: Was It ever a Spartan Virtue?, in Sparta: Beyond the Mirage, Swansea - London 2002, pp. 85-109, 85 ss. 7 Cfr. GOMME, A Historical Commentary on Thucydides, I, p. 248. 8 H.D. WESTLAKE, Individuals in Thucydides, Cambridge 1968, p. 123. 9 «In the first part of his speech he preaches a doctrine [...] which is essentially thucydidean and periclean in its principles» (WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 124). Cfr. E.F. BLOEDOW, Archidamus the «Intelligent» Spartan, «Klio», 65 (1983), pp. 27-49. Per i paralleli tra il discorso di Archidamo e quello di Nicia in VI, 8-14 cfr. V. HUNTER, Thucydides: The Artful Reporter, Toronto 1973, pp. 127 ss.

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CINZIA BEARZOT

80, 2)10. Il re esorta alla prudenza insistendo sulla differenza qualitativa tra l’egemonia ateniese e quella spartana, sulla disparità delle risorse (soprattutto sul piano finanziario e navale), sulla tradizionale indisponibilità di Sparta a lasciarsi coinvolgere in imprese che la portino lontano dal Peloponneso11; chiede perciò di avviare trattative che consentano di rimandare il conflitto e di realizzare, nel frattempo, una preparazione più accurata. Conscio delle difficoltà poste da una guerra «tra continentali e isolani» (I, 83, 2), e dunque dalle caratteristiche non tradizionali per Sparta, Archidamo ribadisce la necessità di non lasciarsi eccitare12 dai discorsi degli alleati: «poiché noi avremo la responsabilità degli avvenimenti, buoni o cattivi che siano, così dovremo anche prevederli con tranquillità (kaq' ¹suc…an)» (I, 83, 3). Particolarmente interessanti sono per noi i §§ 84-85, in cui Archidamo risponde sistematicamente alle accuse rivolte a Sparta dai Corinzi nel discorso che Tucidide fa pronunciare loro in I, 6871 e che qui ripropongo, scegliendo i passi più significativi: La fiducia che domina nella vostra patria i rapporti della vostra vita pubblica e privata, o Lacedemoni, vi rende più diffidenti verso gli altri, se vi diciamo qualche cosa: e in seguito a questo fatto vi procurate una prudente moderazione (swfrosÚnh), ma anche vi comportate con maggiore ignoranza (¢maq…a) per quanto riguarda quello che avviene fuori del vostro paese (I, 68, 1). E sappiamo qual è il modo degli Ateniesi, sappiamo che essi senza dare nell’occhio assalgono i loro vicini. E finché pensano di passare inosservati a causa della vostra ottusità (di¦ tÕ ¢na…sqhton), sono meno audaci; quando invece sanno che voi, sì, ve ne siete accorti, ma non ve ne curate (e„dÒtaj perior©n), allora insistono con decisione. Voi infatti ve ne state tranquilli (¹suc£zete), voi soli tra i Greci, o Lacedemoni, difendendovi non con la forza ma con l’indugio (tÍ mell»sei), e voi soli abbattete il crescere della potenza nemica non quando è all’inizio, ma quando si è fatta doppia (I, 69, 3-4). 10 La traduzione è di F. FERRARI, in Tucidide, La guerra del Peloponneso, I-III, Milano 1985. 11 Su questa parte del discorso cfr. C. PELLING, Thucydides’ Archidamus and Herodotus’ Artabanus, in Georgica: Greek Studies in Honour of G. Cawkwell, London 1991, pp. 120-142. 12 Sull’uso del verbo ™pa…resqai, che caratterizza quanti non sanno applicare la virtù della swfrosÚnh, ha attirato l’attenzione WILSON, Sophrosyne in Thucydide, pp. 51-57: cfr., nel discorso di Archidamo, anche I, 84, 2.

SPARTANI ‘IDEALI’ E SPARTANI ‘ANOMALI’

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Né ci sembra che voi abbiate mai considerato quale carattere abbiano gli Ateniesi, contro i quali ora voi dovete lottare, e quanto, anzi, quanto completamente siano diversi da voi. Essi sono innovatori e rapidi a far progetti e a compiere le loro decisioni (newteropoioˆ kaˆ ™pinoÁsai Ñxe‹j kaˆ ™pitelšsai œrgJ Ö ¨n gnîsin); voi siete paghi di conservare quello che possedete e di non prendere nuove deliberazioni e, nell’azione, di non compiere neppur ciò che è necessario. Ancora, loro, audaci oltre le proprie forze, sfidano il pericolo senza riflettere e sono ottimisti nelle situazioni più gravi (kaˆ par¦ dÚnamin tolmhtaˆ kaˆ par¦ gnèmhn kinduneutaˆ kaˆ ™n to‹j deino‹j eÙšlpidej): vostra caratteristica è di far di meno di quanto è in vostro potere, il non fidarvi neppure dei calcoli più attendibili del vostro ragionamento e il credere di non poter mai scampare dalle difficoltà. Inoltre, decisi di fronte a voi esitanti (¥oknoi prÕj Øm©j mellht£j), portati a lasciare il loro paese mentre voi non volete mai uscire dal vostro (¢podhmhtaˆ prÕj ™ndhmot£touj): giacché loro credono di poter acquistare qualcosa con la lontananza dalla patria, mentre voi con l’intraprendere qualcosa temete di perdere anche quello che possedete (I, 70, 1-4). Essi soli sperano e ottengono contemporaneamente quello che progettano, perché rapido è il compimento delle loro decisioni. E così in tutte queste occupazioni per la durata della loro vita si affaticano tra prove e pericoli, e pochissimo godono di quello che hanno perché sempre acquistano, e considerano una festa solo il fare quello che si deve, e una sventura tanto una quiete inattiva (¹suc…an ¢pr£gmona) che un attività penosa. Sicché se, riassumendo, si dicesse che sono nati per non aver tranquillità (¹suc…an) loro stessi e per non concederla agli altri, si avrebbe ragione (I, 70, 7-9). Una tale città vi si erge di fronte, o Lacedemoni, eppure voi indugiate (diamšllete) e non credete che la tranquillità (¹suc…an) duri il più a lungo possibile per quegli uomini i quali, sebbene nella loro preparazione militare non infrangano il diritto, si mostrano decisi, se offesi, a non cedere; piuttosto, rispettate l’uguaglianza sul fondamento di non offendere gli altri e di non subire danni quando vi dovete difendere. Questo modo di vivere a stento potreste ottenerlo se aveste come vicina una città simile alla vostra: ora, come dicevamo poco fa, antiquata è la vostra politica (¢rcaiÒtropa Ømîn t¦ ™pithdeÚmata) in paragone alla loro. Ed è inevitabile che, come in un’attività tecnica, tutto ciò che è recente prevalga: se una città è tranquilla, le consuetudini sono eccellenti quando sono immutabili (¹sucazoÚsV mn pÒlei t¦ ¢k…nhta nÒmima ¥rista), ma quando essa si volga a molte imprese sono necessari anche molti miglioramenti successivi, Per questo gli Ateniesi, grazie alla loro molteplice esperienza, si sono rinnovati più di voi (™pˆ plšon Ømîn keka…nwtai). Ma a questo punto si ponga un termine alla vostra lentez-

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za (bradut»j) [...] perché noialtri, scoraggiati, non ci rivolgiamo ad un’altra alleanza. [...] Se voi vorrete essere alacri (proqÚmwn), resteremo con voi [...] (I, 71, 1-4 e 6)13.

Nel complesso sistema di reciproche rispondenze che caratterizza il dibattito di Sparta, Archidamo, che si trova per alcuni aspetti in sintonia con gli ambasciatori ateniesi e in particolare a proposito del rispetto della politica di non interferenza, reagisce invece vigorosamente all’attacco portato dai Corinzi contro le tradizioni spartane in ambito di ™pit»deumata, cioè di stile di vita e di condotta politica: E la lentezza e l’esitazione (tÕ bradÝ kaˆ mšllon), che in noi soprattutto rimproverano, non vi facciano arrossire. Affrettandovi, finireste più lentamente, perché vi accingereste all’opera impreparati: e infatti noi reggiamo una città che è sempre stata libera e la più celebre. E proprio questo nostro carattere è indice di una prudente saggezza (swfrosÚnh œmfrwn): grazie ad esso, infatti, solo noi non ci insuperbiamo nella prosperità e meno degli altri cediamo alle sventure, né il piacere che ci fa provare chi con le lusinghe ci spinge nei pericoli ci fa contraddire le nostre convinzioni, e se uno ci incita con le accuse, non per questo, irritati, ci lasciamo persuadere. Grazie alla nostra disciplina spirituale (di¦ tÕ eÜkosmon) noi siamo valorosi (polemiko…) e assennati (eÜbouloi): valorosi, perché il sentimento dell’onore è affine alla saggezza, e il coraggio è affine alla vergogna che si prova davanti al disonore (Óti a„dëj swfrosÚnhj ple‹ston metšcei, a„scÚnhj d eÙyuc…a); assennati, perché educati così rozzamente (¢maqšsteron) da rispettare le leggi e così severamente nella nostra disciplina (swfronšsteron) da non disobbedirle, senza essere troppo intelligenti in cose inutili (t¦ ¢cre‹a xunetoˆ ¥gan Ôntej); ma educati in modo tale da non disprezzare con belle parole la preparazione del nemico e mostrarci all’azione diversi da quel che appare nei nostri discorsi, bensì, se mai, da considerare i piani dei nemici come equivalenti ai nostri e la sorte che capita come non determinabile dal ragionamento. Sempre ci prepariamo nell’azione come se andassimo contro nemici assennati, e non facciamo dipendere le nostre speranze dai loro eventuali errori, ma dalla nostra sicura preveggenza (aÙtîn ¢sfalîj pronooumšnwn). Non bisogna credere che un uomo sia

13 Cfr., da ultimo, G. CAMASSA, I Greci davanti al problema del mutamento, QS, 57 (2003), pp. 147-172, 155 ss.

SPARTANI ‘IDEALI’ E SPARTANI ‘ANOMALI’

9

molto diverso dagli altri, ma che è più forte chi è stato educato nelle più dure difficoltà. Ebbene, questi principi che i nostri padri ci dettero e che noi abbiamo sempre seguito con profitto, non mettiamoli da parte, e non pigliamo in fretta, nel breve periodo di un giorno, una decisione che riguarda molte vite, molto denaro, molte città, la nostra gloria; al contrario, pigliamola con calma (kaq' ¹suc…an): la nostra forza permette a noi, più che a ogni altro, di farlo. E mandate un’ambasceria agli Ateniesi sulla questione di Potidea, mandatela sulle offese che gli alleati dicono di aver subito, tanto più che loro sono pronti a sottomettersi a un giudizio: attaccare subito, come se fosse un malfattore, uno che si sottomette, non è lecito. Ma intanto preparate la guerra (I, 84-85).

All’accusa di lentezza e di esitazione, che egli riprende letteralmente, con intento polemico, dall’intervento corinzio14, Archidamo reagisce ribadendo la tradizione di prudente saggezza che ha sempre caratterizzato Sparta, la quale è ™leuq»ra e eÙdoxot£th15 proprio per aver sempre agito in linea con la sua tradizionale swfrosÚnh œmfrwn: la valutazione politica, cioè, non deve esser dominata dalle emozioni provocate dal successo o dal fallimento, dall’adulazione o dalle critiche16. A Sparta, il valore militare non è impedito dalla capacità di riflessione (polemiko…/ eÜbouloi); «ignoranza» e «saggezza» si coniugano in un rigoroso rispetto delle leggi (¢maqšsteron/swfronšsteron)17 ed evitano il rischio di essere «troppo xuneto… in cose inutili»18. Dopo aver ribadito la capacità degli Spartani di far uso della prÒnoia, Archidamo 14

Cfr. GOMME, A Historical Commentary on Thucydides, I, p. 248. La ripresa indicherebbe tuttavia anche una certa coscienza dei limiti spartani: cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, p. 128. 15 Per la più comune variante ™ndoxot£th cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, p. 128. 16 Cfr. GOMME, A Historical Commentary on Thucydides, I, p. 248; inoltre WILSON, Sophrosyne in Thucydides, p. 51. 17 Cfr. GOMME, A Historical Commentary on Thucydides, I, pp. 249-250, il quale nota il profondo contrasto tra la visione di Archidamo e quella espressa da Pericle nell’Epitafio (II, 37, 2-3; 40, 2-3); in proposito cfr. anche E.L. HUSSEY, Thucydidean History and Democritean Theory, in Crux. Essays De Ste. Croix, Exeter 1985 (HPTh, 6, 1985), pp. 118-138, 123 ss. 18 Dove ancora si coglie una volontà di contrapposizione rispetto agli Ateniesi, uomini della xÚnesij, e insieme il rifiuto della visione del carattere nazionale spartano e ateniese proposta dai Corinzi: cfr. GOMME, A Historical Commentary on Thucydides, I, p. 251.

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CINZIA BEARZOT

sottolinea, infine, la necessità di agire kaq' ¹suc…an, seguendo i principi dei padri. È interessante notare come il re spartano riproponga sistematicamente in positivo quanto i Corinzi avevano sottolineato come elemento negativo, con una serie di precise corrispondenze verbali e concettuali: l’importanza dell’¹suc…a per poter prendere buone decisioni (I, 83, 3; 85, 1 ~ I, 69, 4; 71, 1 e 3); l’esaltazione della swfrosÚnh, anche quando il suo corollario sia l’¢maq…a (I, 80, 2; 84, 1 e 3 ~ I, 68, 1), che non necessariamente si traduce in «ottusità» (I, 82, 1 di¦ tÕ ¢na…sqhton ~ I, 69, 3 oÙ m¾n oÙd ¢naisq»twj); il rispetto dei principi ereditati dai padri, che non è affatto segno di arretratezza (I, 85, 1 ~ I, 71, 2 ¢rcaiÒtropa Ømîn t¦ ™pithdeÚmata)19. Nonostante Tucidide riconosca ad Archidamo la dote della xÚnesij accanto a quella della swfrosÚnh, il re rifiuta le sollecitazioni dei Corinzi ad adeguarsi almeno parzialmente al modello ateniese, ribadendo il valore della politica spartana nella sua configurazione più tradizionale. Nel suo carattere semplice e diretto, sottolineato da Gomme20, che contrasta con la raffinata elaborazione di quelli dei Corinzi e degli Ateniesi, il discorso ci fornisce «an admirable picture of the general habit of the Spartans as they appeared to themselves»: un bell’esempio, diremmo noi, di autorappresentazione spartana. È significativo che Archidamo appaia con connotazioni non diverse nel discorso che Tucidide gli fa rivolgere alle truppe peloponnesiache raccolte all’Istmo nella primavera del 431 (II, 11). Archidamo ripercorre temi per lui consueti: la necessità di restare fedeli alla tradizione dei padri; di agire con prudenza e per ragionamento, non sotto stimoli emozionali; di procedere ad una accurata preparazione; di osservare la disciplina. Il discorso è stato giudicato «conventional and uninspired»21 e quindi più significativo, per la ricostruzione del temperamento di Archidamo, rispetto a quello del congresso di Sparta: tuttavia, fermo restando il fatto che la funzione dei due discorsi è certa-

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Cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, pp. 112 ss., 125 ss., 131. Cfr. GOMME, A Historical Commentary on Thucydides, I, p. 251. Cfr. inoltre F.M. WASSERMANN, The Speeches of the King Archidamus in Thucydides, CJ, 48 (1952/53), pp. 193-200. 21 WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 126.

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mente diversa22, a me pare che essi abbiano molti elementi in comune e si pongano in un’evidente continuità, come mette in evidenza già l’esordio, che in entrambi i casi fa appello all’esperienza della guerra di chi parla e dei più anziani fra i presenti per sottolineare la straordinaria importanza dell’evento militare di cui si è protagonisti (I, 80, 1 kaˆ aÙtÕj pollîn ½dh polšmwn œmpeirÒj e„mi ~ II, 11 1 kaˆ aÙtîn ¹mîn oƒ presbÚteroi oÙk ¥peiroi polšmwn e„s…n)23. Entrambi caratterizzano Archidamo, se non come singola personalità24, come un tipico esponente del tradizionalismo spartano, legato a valori espressi da parole d’ordine come swfrosÚnh, ¹suc…a, logismÒj, prÒnoia, paraskeu», kÒsmoj; del resto, in II, 18, 3-5 lo stesso comportamento pratico di Archidamo risulta ispirato ad analoghi criteri nella conduzione della guerra, prudente fino a guadagnarsi l’accusa di fiacchezza (cfr. II, 18, 3: dokîn kaˆ ™n tÎ xunagwgÍ toà polšmou malakÕj enai), come risulta anche dal ricorrere di una terminologia che fa riferimento al tema dell’esitazione (™pimon», scolaiÒthj, ™p…scesij, mšllhsij)25. In I, 86 il breve discorso di Stenelaida, pur attaccando gli ambasciatori ateniesi e rispondendo ad alcune delle loro argomentazioni, non ad Archidamo, tuttavia tiene chiaramente sullo sfondo anche l’intervento del sovrano, riprendendone ironicamente la terminologia e ponendosi su una linea di completa contrapposizione rispetto a lui26:

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Cfr. ibi, p.125. Per gli elementi di conflitto generazionale che l’allusione lascia trasparire, cfr. E.F. BLOEDOW, The Speeches of Archidamus and Sthenelaidas at Sparta, «Historia», 30 (1981), pp. 129-143. Su questo tema cfr. ora E. DAVID, Old Age in Sparta, Amsterdam 1991, pp. 78 ss. 24 Cfr. WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 131: «Archidamus is hardly a character at all». Cfr. tuttavia D.P. TOMPKINS, Archidamus and the Question of Characterization in Thucydides, in Nomodeiktes. Studies Ostwald, Ann Arbor 1993, pp. 99-111. 25 Cfr. WESTLAKE, Individuals in Thucydides, pp. 127 ss. 26 Cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, p. 130. Tra i due discorsi non mancano tuttavia interessanti affinità stilistiche, come nota TOMPKINS, Archidamus, p. 110. Per un’analisi retorica del discorso dell’eforo, che ne sottolinea i toni ironici, cfr. J. ALLISON, Sthenelaidas’ Speech: Thucydides 1.86, «Hermes», 112 (1984), pp. 9-16; inoltre, con diversa prospettiva, E.F. BLOEDOW, Sthenelaidas the Persuasive Spartan, «Hermes», 115 (1987), pp. 60-66. 23

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I lunghi discorsi degli Ateniesi non li capisco: infatti, dopo aver intessuto grandi lodi di se stessi, non hanno negato affatto di fare ingiustizia ai nostri alleati e al Peloponneso. Eppure, se contro i Medi allora si comportarono bene, ora si meritano una doppia punizione, perché da onesti son divenuti malvagi. Noi invece siamo gli stessi di allora, e, se saremo saggi (Àn swfronîmen), non permetteremo che si offendano i nostri alleati, né indugeremo a difenderli (toÝj xumm£couj [...] oÙ perioyÒmeqa ¢dikoumšnouj oÙd mell»somen timwre‹n): i maltrattamenti che loro subiscono dagli Ateniesi avvengono adesso e non indugiano a venire. Altri hanno molti denari e navi e cavalli: noi abbiamo dei buoni alleati che non dobbiamo abbandonare agli Ateniesi, né dobbiamo chiedere soddisfazione con le vie legali o con discorsi, dal momento che non siamo maltrattati da discorsi, ma dobbiamo vendicarci in fretta (™n t£cei) e con tutte le nostre forze. E nessuno ci venga a insegnare che siamo noi che dobbiamo riflettere (bouleÚesqai), una volta che siamo stati offesi: chi sta per commettere una cattiva azione, se mai, deve riflettere a lungo. Decretate dunque la guerra, o Lacedemoni, come è degno di Sparta, e non lasciate che gli Ateniesi diventino più potenti. Non tradiamo gli alleati, ma, con l’aiuto degli dei, rivolgiamoci contro il colpevole.

Stenelaida respinge duramente l’invito del re a bouleÚesqai ed esorta piuttosto a decidere in fretta (™n t£cei) per la guerra, cosa che egli considera «degno di Sparta»: pur ammettendo l’esistenza di un problema di risorse («altri hanno molti denari e navi e cavalli»), egli, senza rinnegare il concetto di swfrosÚnh ma applicandolo diversamente da Archidamo27, ritiene saggio (swfrone‹n) privilegiare la tutela degli alleati, non tollerando (perior©n: cfr. I, 69, 3) che essi vengano offesi e non esitando (mšllein) a difenderli. L’eforo, rovesciando l’applicazione delle nozioni di swfrosÚnh e di mšllhsij nel senso auspicato dai Corinzi, incarna dunque un modello spartano ‘alternativo’, molto vicino a quello proposto dagli alleati peloponnesiaci: un esponente della Sparta meno tradizionale, pronta nelle reazioni, rapida nel decidere, capace di competere con la newteropoia ateniese. Il problema che Tucidide lascia emergere dalla contrapposizione tra Archidamo e Stenelaida, e che fu certamente posto alla vigilia della guerra nel dibattito interno alla lega del Peloponneso, mi sembra rivelare, al di là degli aspetti etici che 27

Cfr. GOMME, A Historical Commentary on Thucydides, I, p. 251.

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pure sono presenti, un carattere strettamente politico: Sparta, con i suoi ¢rcaiÒtropa ™pithdeÚmata, è in grado di contrapporsi efficacemente alla capacità di iniziativa e di rinnovamento di Atene? Oppure la nuova realtà impone agli Spartani di considerare un cambiamento di prospettiva, che consenta loro di uscire dall’immobilismo e di coniugare tradizione e innovazione? Certo il dibattito di Sparta rivela che la politica spartana mostrava, alla vigilia della guerra, segni di inadeguatezza colti sia dall’esterno, come mostrano i discorsi degli Ateniesi e dei Corinzi, sia dall’interno, giacché Stenelaida, raccogliendo e facendo sue le provocazioni corinzie e criticando Archidamo, riflette certamente l’opinione di alcuni settori dell’opinione pubblica spartana. Lo sviluppo della potenza ateniese e la contrapposizione crescente tra i due blocchi stanno infatti mettendo in discussione l’idea di egemonia propria della tradizione spartana: un’egemonia di terra, fortemente legata all’ambito peloponnesiaco e tendente a garantire l’equilibrio della Grecia attraverso una divisione delle sfere di influenza che non comportasse, per Sparta, un impegno stabile fuori dai settori che tradizionalmente l’avevano impegnata. Questa visione dell’egemonia spartana, che si esprime con chiarezza nel ritiro degli Spartani dalla guerra nell’Egeo nel 478 e nella cessione dell’egemonia sul mare agli Ateniesi, è ben rappresentata, prima di Archidamo, da Etemarida nell’episodio che Diodoro (XI, 50), unico nell’ambito della nostra tradizione, ricorda sotto l’anno 475/4: Allora gli Spartani che irragionevolmente (¢lÒgwj) avevano perso l’egemonia sul mare, mal tolleravano la perdita: in collera con i Greci che avevano defezionato da loro, minacciavano di infliggere loro la punizione conveniente. Quando si riunì la gerusia, deliberarono sulla guerra contro gli Ateniesi per l’egemonia sul mare; analogamente quando si riunì anche l’assemblea comune, i più giovani e la maggior parte degli altri avevano l’ambizione di riconquistare l’egemonia, poiché ritenevano che, se l’avessero ottenuta, avrebbero avuto in abbondanza molte ricchezze, e in generale reso Sparta più grande e più potente, e le case dei privati avrebbero conseguito un grande incremento di prosperità. Ricordavano anche l’antico vaticinio nel quale il dio comandava loro di fare attenzione a non avere l’egemonia zoppicante, e l’oracolo, dicevano, a nient’altro si riferiva se non alla situazione attuale: il loro potere era allora zoppicante, se, essendo due le egemonie, ne avevano perduta una. Quasi tutti i cittadini erano fortemente orientati verso questo piano

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e quando la gerusia si riunì per deliberare su questo, nessuno pensava che qualcuno avrebbe avuto il coraggio di consigliare qualche cosa di diverso. Ma un componente della gerusia, di nome Etemarida, che era della stirpe di Eracle e per il suo valore godeva di consenso presso i suoi concittadini, si mise a consigliare di lasciare gli Ateniesi in possesso dell’egemonia: non era nell’interesse di Sparta contendere per il mare (m¾ sumfšrein g¦r tÍ Sp£rtV tÁj qal£sshj ¢mfisbhte‹n). Riuscì ad avanzare argomenti adeguati alla sua inaspettata proposta, e contro ogni aspettativa persuase la gerusia e l’assemblea popolare. Alla fine gli Spartani giudicarono che Etemarida dicesse cose convenienti e rinunziarono al loro entusiasmo per la guerra contro gli Ateniesi28.

Il passo diodoreo testimonia di un acceso dibattito in Sparta sul tema dell’egemonia navale, che gli Spartani avevano perso nel 478 per lo scarso interesse mostrato da Leotichida alla continuazione della guerra contro la Persia e per il comportamento ‘tirannico’ di Pausania a Bisanzio. La perdita dell’egemonia navale, considerata ‘irragionevole’, è mal sopportata da una parte consistente dell’opinione pubblica, in particolare dai più giovani; l’orientamento di quanti intendono impegnarsi con forza per riacquistarla sembra configurarsi come maggioritario. Solo l’intervento di Etemarida, che insiste sul fatto che l’egemonia navale non corrisponde agli interessi di Sparta, distoglie i concittadini dall’ipotesi di una guerra con Atene per il dominio del mare. L’episodio, che va inserito nello sviluppo che porta Sparta e Atene dalla contrapposizione del 478 al compromesso dell’età cimoniana, basato sul principio della divisione delle sfere di influenza29, mostra una Sparta profondamente divisa tra volontà di espansione e ripiegamento, tra rivendicazione dell’egemonia di terra e di mare e autolimitazione delle proprie aspirazioni egemoniche: una spaccatura che spiega anche il contrasto tra Archidamo e Stenelaida e che, come vedremo, riemerge, come una significativa costante della storia spartana, anche nel IV secolo.

28 La traduzione è di I. LABRIOLA, in Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, libri IX-XV, Palermo 1986. 29 Cfr. in proposito SORDI, Atene e Sparta dalle guerre persiane al 462-1 a.C., «Aevum», 50 (1976), pp. 25-41 (ora in Scritti di storia greca, Milano 2002, pp. 341-360); inoltre, E. LUPPINO, Egemonia di terra ed egemonia di mare. Tracce del dibattito nella storiografia tra V e IV sec. a.C., Alessandria 2000, pp. 63 ss.

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2. Callicratida e Lisandro La seconda comparazione che vorrei prendere in esame ci conduce nell’epoca molto diversa dell’egemonia spartana, quando allo scontro fra blocchi caratteristico del contesto storico della guerra del Peloponneso si sostituisce l’imperialismo incondizionato di un’unica potenza. Il dibattito sull’egemonia non cessa tuttavia per questo e si accentua anzi sul versante interno, rendendo particolarmente attuale la questione del ruolo del leader politico e delle sue caratteristiche ideali: quali uomini per quale egemonia? Il confronto tra Callicratida e Lisandro è proposto sia da Senofonte sia da Plutarco, in forma simile ma non pienamente sovrapponibile per le diverse prospettive e i diversi interessi delle due fonti, ed è stato studiato analiticamente da U. Bernini30. Parto dalla più antica e più sobria testimonianza di Senofonte (I, 6, 1-7), peraltro utilizzata, accanto ad altre fonti, dallo stesso Plutarco31, che si colloca nel contesto della sostituzione di Lisandro, il cui mandato come navarco era scaduto e non era iterabile, nella primavera del 406: L’anno seguente [...] gli Spartani inviarono al comando della flotta Callicratida, poiché era scaduto il termine del mandato di Lisandro. Passandogli le consegne, Lisandro disse a Callicratida che gli affidava la flotta da padrone dei mari e da vincitore in battaglia (qalattokr£twr [...] kaˆ naumac…v nenikhkèj). Egli lo invitò allora da andare da Efeso lungo la costa sulla sinistra di Samo, dove erano le navi ateniesi, e a consegnargli la flotta a Mileto: solo allora avrebbe ammesso che suo era il dominio dei mari. Lisandro rispose che non aveva nessuna intenzione di immischiarsi in affari che non lo riguardavano, dal momento che era un altro ad avere il comando. Callicratida prese allora l’iniziativa di aggiungere a quelle ricevute da Lisandro altre cinquanta navi, equipaggiate con gli uomini di Chio, Rodi e altre città alleate. Raggiunte così le centoquaranta unità, si preparava ad affrontare il nemico. Capì però di 30

Cfr. U. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij: cultura, etica e politica spartana fra quinto e quarto secolo a.C., «Memorie Istituto Veneto», 41 (1988), 2, pp. 1247. 31 Per le fonti della Vita di Lisandro rimando a J.-F. BOMMELAER, Lisandre de Sparte. Histoire et traditions, BEFAR, 240, Paris 1981, pp. 25 ss.; L. PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, Milano 1997, pp. 18 ss.

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avere contro gli amici di Lisandro, che non solo obbedivano di mala voglia, ma diffondevano anche nelle città l’opinione che gli Spartani commettevano un grave errore a cambiare i navarchi, perché spesso arrivavano a questa carica persone inadatte, con poca esperienza di navigazione e di uomini, e mandando comandanti inesperti e sconosciuti alla gente del luogo correvano il rischio di subire qualche sconfitta. Callicratida, di conseguenza, convocò gli Spartani presenti e disse loro: «Per ciò che mi riguarda, mi sta anche bene rimanere in patria, e se Lisandro o un altro pretendono di avere più esperienza di me in fatto di navigazione, non sarò io a contestarli, ma poiché è lo stato che mi ha affidato il comando della flotta, a me non resta che obbedire agli ordini meglio che posso. Quanto a voi, circa la missione di cui io mi vanto e di cui il nostro governo viene accusato, datemi il consiglio che vi pare migliore: se rimanere o se tornare in patria a riferire come stanno le cose qui». Poiché nessuno osò proporre qualcosa di diverso dall’obbedienza agli ordini della patria e compiere ciò per cui era venuto, andò da Ciro a chiedergli la paga per i marinai; la risposta fu di pazientare due giorni. Indignato per il rinvio e adirato per le continue attese alla reggia di Ciro, Callicratida disse che i Greci erano veramente disgraziati a dover adulare dei barbari per denaro e dichiarò che, se fosse tornato sano e salvo in patria, avrebbe fatto il possibile per riconciliare Ateniesi e Spartani32.

Callicratida manda a chiedere fondi a Sparta e nel frattempo riesce ad ottenere contributi volontari da Mileto e da Chio; attacca poi la filoateniese Metimna, la conquista ma rifiuta di renderne schiavi gli abitanti, dichiarando che «finché aveva il comando lui, nessun Greco sarebbe stato ridotto in schiavitù»; si limita a vendere gli Ateniesi della guarnigione e gli schiavi, mandando poi a dire a Conone che avrebbe posto fine al suo adulterio col mare (Óti paÚsei aÙtÕ moicÒnta t¾n q£lattan): un modo per dichiarare, come aveva fatto Lisandro, che il mare apparteneva agli Spartani (I, 6, 8-15)33. Il ritratto che Senofonte offre di Callicratida e la linea su cui conduce la contrapposizione con Lisandro è chiara, e chiari appaiono anche i termini del dibattito politico che vi è sotteso. Da 32 33

La traduzione è di M. CEVA, in Senofonte, Elleniche, Milano 1996.

Per l’uso del termine qalattokr£twr da parte di Lisandro cfr. U. BERNINI, Tre profezie sul passato melie (Lisandro, Agide II, Gilippo), MGR, 18 (1994), pp. 15-63, 37 ss.

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una parte, Lisandro sottolinea il proprio personale successo militare e la inconsueta dimensione navale che ha contribuito a far assumere all’egemonia spartana. La dose è rincarata dai philoi di Lisandro, che contestano il divieto di iterazione della navarchia insistendo sul tema della competenza tecnica in ambito navale e delle capacità di gestire gli uomini: navarchi ¥peiroi qal£tthj e incapaci di gestire con successo i rapporti umani non sono in grado di garantire stabilmente il successo spartano. Nonostante Senofonte non si esprima mai apertamente, né qui né altrove, contro Lisandro34, la polemica allude chiaramente alle sue aspirazioni personalistiche: nelle argomentazioni dei philoi, che mostrano evidentemente l’intenzione lisandrea di superare lo scoglio istituzionale costituito dal divieto di iterare la navarchia, sembra quasi di sentire l’eco della polemica dell’aspirante tiranno Ermocrate sul numero eccessivo di strateghi a Siracusa (Thuc. VI, 72, 3-4)35, e la stessa risposta, polemica e insieme ironica, di Lisandro a Callicratida che gli contesta, in un dialogo tesissimo, il controllo del mare (oÙ famšnou d toà Lus£ndrou polupragmone‹n ¥llou ¥rcontoj), rivela che gli venivano rivolte accuse di eccessivo «attivismo». Callicratida, per contro, rifiuta ogni sottolineatura personalistica, presentandosi come semplice affidatario di una missione e rifiutando persino di reagire all’attacco personale, controbattendo all’accusa di inesperienza: il suo comportamento è ispirato ad una rigorosa obbedienza agli ordini ricevuti da Sparta. Un orientamento confermato dall’episodio delle Arginuse, quando, al consiglio di ritirarsi datogli dal suo ufficiale Ermone di Megara, Callicratida risponde «che Sparta, lui morto, non sarebbe stata governata peggio, mentre la fuga, questa sì,

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Cfr. J.-M. GIRAUD, Lysandre et le chef idéal de Xénophon, QS, 53 (2001), pp. 39-69, 44: «Xénophon n’écrit aucun mal de Lysandre. Il n’en écrit aucun bien non plus. Il ne dit rien». L’atteggiamento di Senofonte a proposito di Lisandro è giudicato non ostile da W.K. PRENTICE, The Character of Lysander, AJA, 38 (1934), pp. 37-42; contra H.D. WESTLAKE, Individuals in Xenophon’s “Hellenica”, Essays on the Greek Historians and Greek History, Manchester-New York 1969, pp. 216-225 (= BJRL, 49, 1966, pp. 249-269), 216 ss.; B. DUE, Lysander in Xenophon’s Hellenika, C&M, 38 (1987), pp. 53-62, ripropone l’ipotesi di un orientamento favorevole, che «is not stated directly but emerges implicitly from the various contexts» (p. 61). 35 Cfr. C. BEARZOT, Strategia autocratica e aspirazioni tiranniche. Il caso di Alcibiade, «Prometheus», 14 (1988), pp. 39-57, 49 ss.

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affermò che sarebbe stata una vergogna» (I, 6, 32)36. Pur risultando tutt’altro che privo di personalità e di ambizioni (lo provano il dialogo polemico con Lisandro, i due discorsi di Efeso e di Mileto e la minaccia rivolta a Conone) e di capacità di iniziativa (lo prova il tentativo di risolvere la questione dei finanziamenti indipendentemente dalla Persia)37, Callicratida si presenta esclusivamente come un rappresentante dello stato, che ripone la propria filotim…a nell’obbedienza alla polis 38: il che, peraltro, non comporta necessariamente l’abbandono della politica talassocratica, come rivela, ancora, la battuta sull’adulterio di Conone con il mare. Due altri aspetti meritano di essere sottolineati per la loro rilevanza politica. Da una parte, l’intolleranza manifestata da Callicratida a proposito del rapporto di dipendenza dalla Persia39; dall’altra, la volontà di impegnarsi in favore di un’intesa panellenica, il cui successo dipende dalla riconciliazione tra Sparta e Atene. L’atteggiamento garantista di Callicratida verso i Greci trova conferma nell’episodio di Metimna: presa con la forza la città, che ospitava una guarnigione ateniese, Callicratida rifiuta di vendere schiavi gli abitanti, giacché «finché aveva lui il comando e dipendeva da lui, nessun Greco sarebbe stato ridotto in schiavitù» (I, 6, 14)40. L’intonazione antipersiana e panellenica, se risente di temi caratteristici del IV secolo e presenti anche in Isocrate41,

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Cfr. Plut. Mor. 222 e-f (con il commento di C. SANTANIELLO, in Plutarco, Detti dei Lacedemoni, Napoli 1995, p. 351). 37 Caratteristiche che hanno consentito a J. ROISMAN, Kallikratidas - A Greek Patriot?, CJ, 83 (1987/88), pp. 20-33, di proporre un’immagine meno idealizzata del Callicratida storico: «Contrary to what is portrayed in the ancient sources and consequently in some modern studies, the admiral was not a perfect contrast to Lysandros» (ibi, p. 33). Per un’analisi dei discorsi di Efeso e di Mileto cfr., oltre a BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 31 ss., J.L. MOLES, Xenophon and Callicratidas, JHS, 114 (1994), pp. 70-86, 73 ss., con discussione della bibliografia in merito. 38 Cfr. V. GRAY, The Character of Xenophons’ Hellenica, London 1989, p. 81; inoltre, R. SEAGER, Xenophon and Athenian Democratic Ideology, CQ, 51 (2001), pp. 385-397, 391 ss. 39 Cfr. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 20 ss., 59 ss. 40 Cfr. ibi, pp. 43-44. 41 Cfr. J. DILLERY, Xenophon and the History of His Times, London - New York 1995, pp. 41 ss. Per un aggiornamento sul pensiero politico isocrateo cfr. W. ORTH (ed.), Isokrates. Neue Ansätze zur Bewertung elines politischen Schriftstellers, Trier 2003.

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corrisponde fortemente alla personalità di Senofonte, la cui opera è dominata dall’idea di un accordo tra Sparta e Atene come garanzia di stabile equilibrio panellenico42. Queste ragioni di sintonia rendono ragione degli elementi simpatetici che in Senofonte concorrono a delineare al ritratto di un Callicratida fortemente tradizionalista, ‘Spartano ideale’ che si mette costantemente in secondo piano rispetto alla città e cerca di mettere in atto una politica egemonica molto controllata e in un certo senso antiimperialista, di rispetto per le autonomie, di equilibrata convivenza panellenica e di distacco dalla Persia, e che Senofonte fa figurare, per riprendere le parole di J.L. Moles, come una sorta di «prophetic or anticipatory figure who articulates [...] Xenophon’s final views on the best way forward for Greece»43. I moderni hanno molto discusso la tendenza di Senofonte nei confronti di Callicratida: alcuni la ritengono favorevole44, altri hanno espresso l’opinione che la presentazione del navarco sia ironica e ostile45, altri infine preferiscono scegliere una posizione mediana. In proposito a me pare, tra i diversi orientamenti, molto equilibrata la posizione di Moles46, il quale nota come lo storico, nel proporre 42 Un buon esempio è dato dal racconto senofonteo del congresso di Sparta del 371 (Hell. VI, 3, 1 ss.), che è incentrato esclusivamente sul rapporto tra Atene e Sparta (i soli interventi menzionati sono quelli degli ambasciatori ateniesi Callia, Autocle e Callistrato) e oscura completamente altri aspetti del dibattito, come lo scontro tra Agesilao ed Epaminonda: cfr. C. BEARZOT, Autonomia e federalismo nel contrasto fra Sparta e Tebe: la testimonianza di Senofonte, in Atti della “Giornata tebana” (Milano, 18 aprile 2002), Milano 2002, pp. 79-118, 109. Per gli interventi dei tre oratori ateniesi sul tema del rapporto Atene/Sparta rimando a G. SCHEPENS, Three Voices on the History of a Difficult Relationship. Xenophon’s Evaluation of Athenian and Spartan Identities in Hellenica VI 3, in Identità e valori: fattori di aggregazione e fattori di crisi nell’esperienza politica antica (Atti del Convegno Bergamo-Brescia, 16-18 dicembre 1998), Roma 2001, pp. 261-276. 43 MOLES, Xenophon and Callicratidas, p. 83. 44 WESTLAKE, Individuals in Xenophon’s “Hellenica”, p. 217; così anche BOMMELAER, Lisandre de Sparte, pp. 86-87; G. RONNET, La figure de Callicratidas et la composition des Helléniques, RPh, 55 (1981), pp. 111-121; P. CARTLEDGE, Agesilaos and the Crisis of Sparta, Baltimore 1987, p. 190. 45 Cfr. W.E HIGGINS, Xenophon the Athenian, New York 1977, pp. 10 ss.; così anche GRAY, The Character of Xenophons’ Hellenica, pp. 22 ss., 81 ss.; P. KRENTZ, in Xenophon, Hellenika I-II.3.10, Warminster 1989, pp. 145 ss.; DUE, Lysander in Xenophon’s Hellenika, pp. 56-57. 46 Cfr. MOLES, Xenophon and Callicratidas, pp. 70-86; nello stesso senso anche G. PROIETTI, Xenophon’s Sparta, «Mnemosyne» Suppl., 98, Leiden 1987, pp. 10 ss., 106-107; B. LAFORSE, Xenophon, Callicratidas and Panhellenism, AHB, 12 (1998), pp. 55-67.

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il contrasto tra «the traditional Spartan type» rappresentato da Callicratida e «the unspartan Spartan» Lisandro, lasci emergere una valutazione che, facendo perno sul tradizionalismo di Callicratida, ne mette in evidenza tanto i valori quanto i limiti, sia come figura morale che come comandante militare. Plutarco, nella Vita di Lisandro (5, 7-7, 6)47, conduce a sua volta un confronto tra Lisandro e Callicratida, in cui l’intervento di giudizio del biografo è assai più pesante rispetto a quanto si è visto in Senofonte. Dopo aver ricordato lo stretto rapporto intrattenuto da Lisandro con i suoi philoi e xenoi, rapporto che sta alla base del sistema egemonico creato dal navarco (5, 5-6)48, Plutarco riferisce della sua sostituzione con Callicratida allo spirare del mandato: Per questo motivo [i philoi] fin dall’inizio non videro di buon occhio l’arrivo di Callicratida come successore di Lisandro nel comando della flotta né, in seguito, quando pure questi diede chiara prova di essere il migliore e il più equo di tutti (p£ntwn ¥ristoj kaˆ dikaiÒtatoj), apprezzarono il suo modo di comandare, semplice e schietto secondo l’usanza dorica (tù trÒpJ tÁj ¹ghmon…aj, ¡ploàn ti kaˆ Dèrion ™coÚshj kaˆ ¢lhqinÒn). Ammiravano sì la sua virtù, ma come ammiravano la bellezza di una statua che raffiguri un eroe, e sentivano invece la mancanza delle premure di Lisandro, rimpiangendo il suo attaccamento agli amici e i vantaggi che ne ricavavano, a tal punto che, quando lui partì, erano in lacrime e in preda allo sconforto. Lisandro, del resto, li rendeva ancor più maldisposti nei confronti di Callicratida e rimandò indietro a Sardi il resto del denaro che Ciro gli aveva dato per la flotta, esortando Callicratida ad andare egli stesso a chiederne altro, se voleva, e a provvedere al mantenimento dei soldati. Alla fine, al momento di salpare, chiamò Callicratida a testimone che la flotta che gli consegnava aveva l’egemonia del mare (Óti qalassokratoàn tÕ nautikÕn parad…dwsin). Ma l’altro, volendo dimostrare che la sua ambiziosa affermazione era solo una fanfaronata priva di fondamento (t¾n filotim…an ¢lazonik¾n kaˆ ken¾n oâsan), disse: «Allora, lasciando Samo a sinistra e passandole tutt’intorno naviga alla volta di Mileto e là consegnami le navi; non dobbiamo infatti temere di passare 47

Per un commento all’intero passo cfr. PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, pp. 235 ss. 48 Sui philoi di Lisandro cfr. 13, 5 ss.; 23, 5 e 9-10; cfr. Plut. Ages. 6, 2; 7, 2. Per l’organizzazione dell’impero e i suoi problemi cronologici cfr. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, 157 ss.; inoltre A. MISSIOU, Reciprocal Generosity in the Foreign Affairs of Fifth-century Athens and Sparta, in Reciprocity in Ancient Greece, Oxford 1998, pp. 181-197, 192.

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davanti ai nemici che si trovano a Samo, se siamo padroni del mare». Lisandro replicò a questa affermazione dicendo che non era lui, bensì Callicratida il comandante della flotta, e salpò alla volta del Peloponneso, lasciando Callicratida in grande imbarazzo: egli era infatti giunto da Sparta non avendo con sé somme di denaro, e non poteva sopportare che fossero costrette a dargliene con la forza le città, che già si trovavano a mal partito (oÜte t¦j pÒleij ¢rgurologe‹n kaˆ bi£zesqai [...] Øpšmeine). Pertanto non gli restava che andare a bussare alle porte dei generali del re per chiederle, come già aveva fatto Lisandro: se non che Callicratida era per natura il meno adatto di tutti per queste cose, lui che era un uomo indipendente e orgoglioso (prÕj Ö p£ntwn ¢fušstatoj ™tÚgcanen, ¢n¾r ™leuqšrioj kaˆ megalÒfrwn) e riteneva che qualsiasi sconfitta inferta a Greci da altri Greci fosse più dignitosa che andare ad adulare alle porte di uomini barbari, il cui unico pregio era di avere molto oro. Costretto però dalla mancanza di risorse finanziarie, salì in Lidia e andò direttamente al palazzo di Ciro; là ordinò di annunciargli che era giunto il navarco Callicratida e che voleva conferire con lui. Una delle guardie che erano alle porte gli disse: «Ma ora, o straniero, Ciro non ha tempo perché sta bevendo». E con grande semplicità Callicratida ribatté: «Non importa, resterò ad aspettare qui finché non abbia finito». In quell’occasione diede ai barbari l’impressione di essere un uomo rozzo (¢groikÒj) e suscitò il loro sarcasmo, sicché se ne andò via. Poiché non fu ricevuto anche quando si presentò una seconda volta alla porta di Ciro, pieno di sdegno tornò ad Efeso, lanciando molte maledizioni contro coloro che per primi si erano lasciati corrompere dal lusso dei barbari (™ntrufhqe‹sin ØpÕ barb£rwn) e avevano insegnato loro ad essere insolenti (Øbr…zein) per via della loro ricchezza. Giurò davanti ai presenti che, non appena fosse arrivato a Sparta, avrebbe fatto di tutto per riconciliare i Greci fra di loro perché essi incutessero timore ai barbari e smettessero di richiedere il loro potente aiuto per combattersi gli uni gli altri49. Ma Callicratida, che aveva ideali degni di Sparta (¥xia tÁj Lakeda…monoj dianohqe…j) ed era in grado di sostenere il confronto con gli uomini più insigni tra i Greci per giustizia, magnanimità e coraggio (di¦ dikaiosÚnhn kaˆ megaloyuc…an kaˆ ¢ndr…an), non molto tempo dopo fu sconfitto nella battaglia delle Arginuse e in quell’occasione perse la vita (5, 7-7, 1)50. 49

L’episodio, che in Plutarco ha alcuni particolari in più rispetto al racconto senofonteo, si ritrova quasi letteralmente in Plut. Mor. 222 c-d (cfr. SANTANIELLO, in Plutarco, Detti dei Lacedemoni, p. 350). 50 La traduzione è di F. MUCCIOLI, in Plutarco, Vite parallele. Lisandro-Silla, Milano 2001.

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Come si vede, la struttura del racconto plutarcheo poggia sulla versione di Senofonte, ma ci sono particolari in più rispetto allo storico: i riferimenti alle qualità personali di Callicratida (uomo libero, giusto e magnanimo, coraggioso e semplice) e di Lisandro (la filotim…a)51, l’insofferenza di Callicratida verso l’esazione forzata di tributi dagli alleati, il disprezzo dei Persiani verso il nuovo navarco giudicato ¢groikÒj, l’allusione alla truf» e alla Ûbrij che caratterizzano il rapporto tra Greci e barbari e la reciproca influenza negativa. Il confronto tra i due personaggi viene ripreso da Plutarco nei paragrafi successivi, dopo aver ricordato le pressioni degli alleati e dello stesso Ciro per ottenere il ritorno in Ionia di Lisandro, che, non potendo essere navarco, venne mandato con l’incarico di ™pistoleÚj di un certo Araco, ma in realtà kÚrioj ¡p£ntwn (cfr. Xen. Hell. II, 1, 6-7). Il suo ritorno è salutato con entusiasmo dagli uomini politici oligarchici messi al potere da Lisandro nelle città, che speravano di diventare più potenti per mezzo suo: Ma a quanti apprezzavano dei comandanti il modo di fare semplice e generoso (¡ploàn kaˆ genna‹on), Lisandro, in confronto a Callicratida, sembrava un individuo malvagio e un impostore (panoàrgoj [...] kaˆ sofist»j), perché intesseva con inganni (¢p£taij) la maggior parte delle operazioni di guerra ed esaltava la giustizia per il proprio tornaconto (kaˆ tÕ d…kaion ™pˆ tù lusiteloànti megalÚnwn); in caso contrario, considerava il suo interesse come se fosse il bene (kaˆ tù sumfšronti crèmenoj æj kalù) e riteneva che la verità per sua natura non valesse più della falsità, ma stabiliva il valore dell’una e dell’altra in base all’utilità (tÍ cre…v). Invitava a deridere quanti pensavano fosse giusto che i discendenti di Eracle non combattessero ricorrendo a inganni, dicendo che «dove infatti non arriva la pelle del leone, bisogna cucirvi sopra la pelle della volpe» (7, 5-6).

Con ciò il confronto è concluso, con l’ulteriore sottolineatura 51

Cfr. anche Plut. Lys. 2, 4 (tÕ filÒtimon kaˆ filÒnikon); 18, 4 (frÒnhma, Ôgkoj); 19, 1-2 (filotim…a, barÚthj, Øperoy…a, assenza di moderazione); 19, 6 (calepÒthj toà trÒpou); 21, 5-6 (filotim…a e desiderio di diventare kÚrioj di Atene, stroncata da Pausania II); cfr. anche Plut. Ages. 8, 6 (filotim…a). Cfr. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 133-134; PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, p. 228; C. PELLING, Aspects of Plutarch’s Characterisation, in Plutarch and History, London 2002, pp. 283-300 (= ICS, 13, 1988, pp. 257-274), 292 ss.; PH. STADTER, Paradoxical Paradigms. Lysander and Sulla, in Plutarch and the historical tradition, London - New York 1992, pp. 41-55; J.M. CANDAU MORÓN, Plutarch’s Lysander and Sulla, AJPh, 121 (2000), pp. 453-478, 466 ss.

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della forte contrapposizione tra le due nature, l’una semplice e generosa, l’altra malvagia e ingannatrice e, soprattutto, tendente a privilegiare l’interesse personale. La principale differenza rispetto a Senofonte consiste, come appare evidente, proprio dall’aggiunta di riferimenti agli aspetti di temperamento dei due protagonisti, che Plutarco trae da una fonte diversa da Senofonte: fonte da identificare probabilmente con Eforo, il quale era certamente ostile a Lisandro, giacché a lui dobbiamo la conservazione della tradizione, non priva di aspetti incerti, sui progetti sovversivi del navarco, accusato, in base a carte rinvenute dopo la sua morte, di mirare ad una radicale riforma della diarchia spartana (FGrHist 70 FF 205 e 206)52. Teopompo, altra fonte che Plutarco cita nella Vita, ammirava invece Lisandro sul piano personale per la sua totale indifferenza ai piaceri e al denaro (FGrHist 115 FF 20 e 333): a lui potrebbe risalire la presentazione di Lisandro nel capitolo II della Vita plutarchea, che non solo ne sottolinea la crescita in povertà (™n pen…v), il coraggio, l’indifferenza ai piaceri (paršscen ˜autÕn [...] kaˆ ¢ndrèdh kaˆ kre…ttona p£shj ¹donÁj: cfr. Theop. F 20, sèfrwn ên kaˆ ¹donîn ¡pasîn kre…ttwn), ma, pur ricordandone aspetti ambigui (come l’ambizione, tÕ [...] filÒtimon [...] kaˆ filÒnikon, e la tendenza ad essere, verso i potenti, «ossequioso più di quanto non convenisse ad uno Spartiata», qerapeutikÕj d tîn dunatîn m©llon À kat¦ Sparti£thn fÚsei doke‹ genšsqai)53, lo ritiene, con un giudizio che non manca di sorprendere, «capace di adattarsi più di chiunque altro alle usanze del paese» (eÜtakton [...] prÕj toÝj ™qismoÚj) e sembra con ciò contestare quell’estraneità alle tradizioni spartane che la tradizione eforea invece accreditava54. 52

Cfr. in proposito U. BERNINI, Il progetto politico di Lisandro sulla regalità spartana e la teorizzazione critica di Aristotele sui re spartani, SIFC, 78 (1985), pp. 205-238; A.G. KEEN, Lies about Lysander, «Papers of the Leeds International Latin Seminar», 9 (1996), pp. 285-296. 53 Sull’ambiguità della figura di Lisandro in Plutarco cfr. le interessanti osservazioni di T. DUFF, Moral Ambiguity in Plutarch’s Lysander-Sulla, in Plutarch and His Intellectual World, London 1997, pp. 169-187; ID., Plutarch’s Lives. Exploring Virtue and Vice, Oxford 1999, pp. 161-204; inoltre BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 131 ss.; inoltre J.M. CANDAU MORÓN, Plutarch’s Lysander and Sulla: Integrated Characters in Roman Historical Perspective, AJPh, 121 (2000), pp. 453-478, 466 ss. 54 Per l’ammirazione di Teopompo per Lisandro, che non necessariamente implica

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Callicratida, in compenso, figura con maggior evidenza, in Plutarco, come il rappresentante della migliore tradizione spartana (ti [...] Dèrion; ¥xia tÁj Lakeda…monoj dianohqe…j) e come contraltare di Lisandro (il cui disprezzo per i giuramenti è giudicati in 8, 5 oÙ LakwnikÒn) su tutta la linea, dai comportamenti personali agli orientamenti politici. Callicratida, infatti, possiede le virtù tradizionali di giustizia (dikaiosÚnh; p£ntwn ¥ristoj kaˆ dikaiÒtatoj), laddove Lisandro privilegia sumfšron e cre…a; di nobiltà d’animo (genna‹oj), mentre Lisandro è panoàrgoj; di semplicità (¡ploàn ti; ¡ploàj), mentre Lisandro è definito sofist»j; di schiettezza (¢lhqinÒn), mentre Lisandro ricorre all’inganno (¢p£taij); di magnanimità (megaloyuc…a; megalÒfrwn) e di coraggio (¢ndr…a; ¢ndrèdhj)55. Sul piano politico, la sua caratteristica principale è il suo forte senso della libertà (™leuqšrioj), che lo rende incapace sia di vessare gli alleati, sia di dipendere dai barbari: della politica di Lisandro, dunque, egli rifiuta sia la durezza imperialistica verso i Greci, sia il rapporto privilegiato, e per di più su basi personali, con i Persiani56. Si aggiunga che l’immagine di Callicratida come uomo semplice e giusto è confermata da Diodoro, il quale, sempre a proposito della sua sostituzione a Lisandro nella navarchia (XIII, 76), lo definisce ¥kakoj d kaˆ t¾n yuc¾n ¡ploàj, oÜpw tîn xenikîn ºqîn pepeiramšnoj, dikaiÒtatoj d Spartiatîn. La notazione che identifica Callicratida come immune dal contatto con costumi stranieri concorre a contrapporlo a Lisandro, cui lo stesso Callicratida sembra alludere, in Plut. Lys. 6, 8, come a uno di «coloro che per primi si erano lasciati corrompere dal lusso dei barbari (™ntrufhqe‹sin ØpÕ barb£rwn)»57. una valutazione positiva dell’imperialismo spartano, e per la diversa posizione di Eforo cfr. I.A.F. BRUCE, Theopompus, Lysander and the Spartan Empire, AHB, 1 (1987), pp. 1-5; G. SCHEPENS, 'Aret» versus ¹gemon…a. Theopompus on Problems of the Spartan Empire, in Storiografia locale e storiografia universale. Forme di acquisizione del sapere storico nella cultura antica (Atti del Convegno Bologna, 16-18 dicembre 1999), Como 2001, pp. 529-565, 542 ss.; cfr. anche PRENTICE, The Character of Lysander, pp. 38 ss., e BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 120 ss. 55 Cfr. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 120 ss. 56 A questo proposito cfr. Plut. Mor. 222 e (cfr. SANTANIELLO, in Plutarco, Detti dei Lacedemoni, p. 351), con BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 64-65. 57 Cfr. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 21 ss.

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Rispetto al confronto tucidideo tra Archidamo e Stenelaida, quello tra Callicratida e Lisandro è, anche nel ‘tucidideo’ Senofonte, un confronto tra personalità prima che tra orientamenti politici: il problema centrale sembra più quello del leader ideale che del carattere dell’egemonia spartana. Se poi ci concentriamo su Plutarco, che risente della tradizione eforea e teopompea, gli aspetti temperamentali ed etici prevalgono decisamente sulle osservazioni di carattere politico, dando ampio spazio al ‘carattere’ dei personaggi e alla misura in cui essi si trovano in linea con la tradizione spartana. Ma, come ha ben colto Bernini, il problema dei due modelli egemonici, diversamente caratterizzati sul piano delle sfere di influenza da privilegiare, dell’atteggiamento verso i Greci e del rapporto con la Persia, che si contrapponevano nella storia spartana dal 478, è sempre presente sullo sfondo: anche se non a torto è stato richiamato che può essere semplicistico fare di Callicratida – che vuole sì sganciarsi dalla Persia e promuovere la riconciliazione tra Sparta e Atene, ma anche impedire a Conone di «commettere adulterio con il mare» – un esponente di correnti pacifiste di ispirazione panellenica58, certo la sua figura, di fronte a quella tanto discussa di Lisandro, incarna una tradizione politica meno spregiudicata e più rassicurante nel suo sostanziale tradizionalismo, che pone al centro di tutto lo stato e il suo interesse, non l’individuo e le sue ambizioni. 3. Agesilao e Agesipoli Diodoro XV, 19, 4, sotto l’anno 383/2, dopo aver brevemente riferito degli interventi spartani contro Olinto e contro Fliunte e subito prima del resoconto della presa della Cadmea, parla di un contrasto politico tra i re Agesilao ed Agesipoli: In questo periodo i re degli Spartani erano in discordia tra loro sulle scelte di politica estera: Agesipoli, che era uomo pacifico e giusto, ed inoltre di singolare intelligenza (e„rhnikÕj ín kaˆ d…kaioj, œti d kaˆ sunšsei diafšrwn), sosteneva che bisognava rispettare i giuramenti e non asservire i Greci, violando gli accordi comuni; dichiarò che Sparta

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Cfr. LAFORSE, Xenophon, Callicratidas and Panhellenism, pp. 55-67.

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aveva cattiva fama (¢doxe‹n g¦r ¢pef»nato t¾n Sp£rthn) perché aveva consegnato ai Persiani i Greci d’Asia, perché stava sottomettendo le città greche, pur avendo giurato nei patti comuni che ne avrebbe rispettato l’autonomia. Agesilao, invece, per natura portato all’azione e alla guerra (ín fÚsei drastikÒj, filopÒlemoj Ãn), mirava al controllo della Grecia (tÁj tîn `Ell»nwn dunaste…aj ¢nte…ceto)59.

Diodoro60 appare qui esponente di quella tradizione ostile ad Agesilao che trova riscontro anche in Plutarco e che del re sottolinea quegli aspetti oscurati da Senofonte, come la spregiudicatezza, l’ambiguità, l’indifferenza ai valori della convivenza ellenica, la scarsa sensibilità religiosa61. Il collega Agesipoli è presentato come il suo contraltare sul piano del carattere e delle qualità personali: e„rhnikÒj mentre Agesilao è filopÒlemoj, d…kaioj laddove Agesilao aspira alla dunaste…a sui Greci, caratterizzato dalla virtù intellettuale della sÚnesij mentre Agesilao è piuttosto drastikÒj, attivo ed energico, con un giudizio che ritorna in XV, 31, 4, dove anche ad Agesilao è riconosciuta la virtù della sÚnesij (Ãn g¦r Ð ¢n¾r oátoj drastikÕj kaˆ met¦ sunšsewj pollÁj qrasÝj kaˆ parabÒloij pr£xesi crèmenoj), e in XV, 33, 1 (drastikÕj enai dokîn 'Aghs…laoj kaˆ me…zona kaˆ dunamikwtšran œcwn t¾n dÚnamin). Il passo è da confrontare, per il carattere di Agesilao, con Plut. Ages. 35, 5, che riguarda il rifiuto di Agesilao di sottoscrivere la pace successiva alla battaglia di Mantinea del 362 per non riconoscere l’indipendenza di Messene: «diede l’impressione di essere aggressivo, violento e assetato di guerra» (b…aioj oân ™dÒkei kaˆ ¢phn¾j kaˆ polšmwn ¥plhstoj). Per quello di Agesipoli, invece, il confronto è con Plut. Ages. 20, 7, secondo cui egli era «di natura mite e dolce» (fÚsei d pr©oj kaˆ kÒsmioj). Contrapposte sono anche le visioni politiche che animano i due sovrani: mentre Agesilao aspira, con qualsiasi mezzo, al controllo della Grecia, e ad un controllo espresso con il termine dunaste…a, che diversamente da ¹gemon…a ha forti risvolti perso-

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La traduzione è di D.P. ORSI, in Diodoro Siculo, Biblioteca storica, libri XI-XV, Palermo 1986. 60 Cfr. H.D. WESTLAKE, Agesilaus in Diodorus, GRBS, 27 (1986), pp. 263-277. 61 Cfr. CH.D. HAMILTON, Plutarch and Xenophon on Agesilaus, AncW, 25 (1994), pp. 205212; E. LUPPINO, in Plutarco, Vite parallele: Agesilao-Pompeo, Milano 1996, pp. 87 ss.; D.R. SHIPLEY, A Commentary on Plutarch’s Life of Agesilaus, Oxford 1997, pp. 24 ss., 46 ss.

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nalistici62, Agesipoli si preoccupa della cattiva fama che una politica di questo genere comporta per Sparta, portandola a violare sistematicamente gli stessi patti giurati da essa promossi e garantiti. Il testo torna ben tre volte, in poche righe, sul tema delle violazioni di cui Sparta si è resa colpevole («sosteneva che bisognava rispettare i giuramenti e non asservire i Greci, violando gli accordi comuni; dichiarò che Sparta aveva cattiva fama [...] perché stava sottomettendo le città greche, pur avendo giurato nei patti comuni che ne avrebbe rispettato l’autonomia»): esse appaiono al centro delle preoccupazioni di Agesipoli, il quale, si noti, ripropone nei confronti di Agesilao la stessa accusa di danneggiare l’immagine di Sparta che il padre Pausania II aveva rivolto a Lisandro a proposito del sostegno offerto ai Trenta Tiranni contro i democratici di Trasibulo (Diod. XIV, 33, 6: qeorîn d t¾n Sp£rthn ¢doxoàsan par¦ to‹j `Ellhsin)63. Agesilao, cioè, segue una politica scorretta sul piano etico, ispirata a propositi di autoaffermazione e contraria agli interessi di Sparta. Nel suo commento al libro XV di Diodoro, P.J. Stylianou64 nota la tendenza della tradizione a contrapporre sistematicamente Agesilao, responsabile di tutte le disgrazie di Sparta, al suo collega agiade del momento, cui sono attribuite tendenze moderate e pacifiste: Agesipoli in Diod. XV, 19, 4, Cleombroto in Polyb. IX, 23, 7. Eforo, nel passo diodoreo che ci interessa, sarebbe dunque influenzato da questa tradizione, che, secondo il commentatore, non va integralmente respinta ma, che, comunque deve essere considerata con prudenza. Se, infatti, ci furono certamente inimicizia e contrapposizione politica tra Agesilao e Cleombroto, fratello e successore di Agesipoli; nel caso di Agesipoli, invece, i rapporti fra i due sarebbero stati nel complesso buoni (cfr. Xen. 62

Cfr. bibliografia e problemi in C. BEARZOT, Il concetto di dunaste…a e lo stato ellenistico, in Gli stati territoriali nel mondo antico, Milano 2003 (Contributi di storia antica, 1), pp. 21-44. 63 Cfr. Ch.D. HAMILTON, Spartan Politics and Policy, 405-401 B.C., AJPh, 91 (1970), pp. 294-314, 302 ss.; ID., Sparta’s Bitter Victories. Politics and Diplomacy in the Corinthian War, Ithaca-London 1979, pp. 79 ss. Cfr. anche Paus. III, 5,1: l’azione di Pausania II nel 403 trova la sua giustificazione nel non voler attirare su Sparta la peggiore delle infamie (tÕ a‡sciston Ñneidîn), sostenendo la tirannide di uomini empi quali i Trenta Tiranni. 64 Cfr. P.J. STYLIANOU, A Historical Commentary on Diodorus Siculus, Book 15, Oxford 1998, pp. 219-220.

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Hell. V, 3, 20; Plut. Ages. 20, 7-9), al massimo di emulazione (Xen. Hell. IV, 7, 5), mentre il loro dissenso, comunque da non enfatizzare, sarebbe derivato solo da divergenze in ambito di politica estera. Si potrebbe osservare che Diod. XV, 19, 4 delinea appunto una contrapposizione politica, non personale, e che tracce di questa contrapposizione non mancano nelle fonti: Senofonte (Hell. V, 3, 20) afferma che quando Agesilao seppe della morte di Agesipoli «non provò piacere, come si sarebbe potuto pensare, per la morte di un avversario» (oÙc Î tij ¨n õeto ™f»sqh æj ¢ntip£lJ); inoltre un passo di Massimo di Tiro (35 8c), in cui si legge la frase ¢ll¦ 'Aghs…laoj Lus£ndrJ fqone‹ kaˆ 'Aghs…polij ”Agin mise‹ kaˆ Kin£dwn to‹j basileàsin ™pibouleÚei, conferma, se si accetta la convincente ipotesi di C. Tuplin che emenda ”Agin in 'Aghs…laon, il contrasto politico tra i due sovrani ('Aghs…polij 'Aghs…laon mise‹)65. Se passiamo all’analisi dei casi concreti, notiamo che Stylianou tende costantemente a minimizzare la possibilità di un dissenso tra i re. Nel caso dell’attacco contro Mantinea del 385 (Xen. Hell. V, 2, 1-7), la presenza al comando dell’esercito di Agesipoli, «malgrado i rapporti fin troppo amichevoli esistenti fra suo padre Pausania e i capi del partito democratico di Mantinea» (V, 2, 3), fu fondamentale per la mediazione, condotta dallo stesso Pausania II, che salvò la vita agli esponenti del partito democratico (V, 2, 6): ma Stylianou ritiene che vi sia stato invece pieno accordo66, nonostante la diversa opinione dei moderni67, nel caso di Mantinea come in quello di Olinto68. Pur ammettendo poi che Agesipoli possa essere compreso tra quegli avversari di Agesilao che in Plut. Ages. 23, 6, a proposito dell’occupazione della Cadmea, esprimono il sospetto che Febida 65

Cfr. C. TUPLIN, Two Proper Names in the Text of Diodorus, Book 15, CQ, 29 (1979), pp. 347-357, 356. 66 Cfr. STYLIANOU, A Historical Commentary on Diodorus Siculus, Book 15, pp. 188 ss. 67 Cfr. R.E. SMITH, The Opposition to Agesilaos’ Foreign Policy, 394-371 B.C., «Historia», 2 (1953-54), pp. 274-288, 279-280; D.G. RICE, Agesilaus, Agesipolis, and Spartan Politics 386-379 B.C., «Historia», 23 (1974), pp. 164-182; CARTLEDGE Agesilaos, pp. 257 ss.; CH.D. HAMILTON, Agesilaus and the Failure of the Spartan Hegemony, Ithaca-London 1991, pp. 120 ss.; C.J. TUPLIN, The Failings of Empire. A Reading of Xenophon Hellenica 2.3.11-7.5.27, «Historia» Einzelschriften 76, Stuttgart 1993, pp. 87 ss. 68 Cfr. STYLIANOU, A Historical Commentary on Diodorus Siculus, Book 15, pp. 225-226.

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avesse agito per conto del re, ritiene che non vi siano elementi cogenti per credere che Agesipoli si sia opposto al mantenimento di una guarnigione sull’acropoli di Tebe, così utile per Sparta: il che perlomeno ignora il vivace dibattito sull’occupazione della Cadmea che divise l’opinione pubblica spartana. Solo nel caso dell’attacco a Fliunte del 381, promosso per restaurare gli esuli oligarchici, Stylianou ammette un dissidio, legato alla simpatia di Agesipoli per il locale governo democratico, che era stato leale verso Sparta durante la guerra corinzia69. In effetti, da Senofonte (Hell. V, 3, 10) risulta che i Fliasii contavano sul sostegno di Agesipoli, che li aveva elogiati per il contributo in denaro fornito a Sparta; che Agesilao desiderava la guerra perché fra gli esuli vi erano suoi ospiti; che in Sparta l’iniziativa della spedizione contro Fliunte fu molto discussa, giacché «molti Spartani andavano dicendo che a causa di pochi uomini si inimicavano una città di più di cinquemila abitanti». Io credo, sulla base delle nostre testimonianze, che Stylianou proponga una visione eccessivamente irenica del rapporto tra Agesilao ed Agesipoli, giacché la contrapposizione risulta implicitamente dal racconto di Senofonte ed espressamente da Diodoro: la profonda diversità delle due tradizioni, senofontea e diodorea, a proposito del giudizio su Agesilao rende a mio parere credibile il confronto condotto da Diodoro in XV, 19, 4 e induce a respingere l’ipotesi di un suo carattere topico. In realtà, non è difficile osservare che il rapporto Agesipoli/Agesilao ripropone la stessa dialettica tra il padre di Agesipoli, Pausania II, e Lisandro: una dialettica in cui Lisandro e Agesilao appaiono come gli esponenti di due diverse forme di ambizione personale (vale la pena di notare che la tradizione attribuisce ad entrambi la caratteristica della filotim…a/filonik…a)70 e di imperialismo, mentre Pausania II e Agesipoli assumono il ruolo dei mediatori, dei fautori della convivenza tra città greche libere ed autonome, del rispetto delle tradizioni etico-

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Cfr. ibi, p. 220. Cfr. SHIPLEY, A Commentary on Plutarch’s Life of Agesilaus, pp. 71-72; inoltre C. MOSSÉ, Plutarque et le déclin de Sparte dans les Vies de Lysandre et d’Agésilas, «Eirene», 35 (1999), pp. 41-46. Sulla nozione di filotim…a in Plutarco cfr. F. FRAZIER, À propos de la «philotimia» dans les «Vies»: quelques jalons dans l’histoire d’une notion, RPh, 62 (1988), pp. 109127.

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politiche spartane71. La continuità della politica dei due sovrani agiadi è ben illustrata dal monumento che l’esule Pausania, alla morte del figlio, gli dedicò a Delfi e in cui, senza menzionare Sparta, dichiarava, con significativa intonazione panellenica, che tutta la Grecia cantava all’unisono la virtù di Agesipoli (`Ell¦j d' ¢ret¦n Ðmofwne‹). * Quali, in conclusione, gli elementi comuni ai tre casi? Se pure in situazioni storiche molto diverse, si contrappongono personalità e linee politiche caratterizzate da alcune costanti. Da una parte troviamo gli uomini della swfrosÚnh e della dikaiosÚnh, delle virtù tradizionali e dell’autocontrollo, esponenti di orientamenti politici e di gruppi d’opinione che esprimono una politica estera dalle intonazioni panelleniche e ‘pacifiste’, desiderosi di assicurare un equilibrio panellenico garantito dall’accordo tra potenze, dalla spartizione delle sfere di influenza e dal reciproco controllo, anche a costo di risultati meno brillanti e di una forzata autolimitazione delle ambizioni. È il versante di Etemarida72, di Archidamo, di Callicratida73, di Pausania II, di Agesipoli. Dall’altra troviamo gli uomini dell’iniziativa militare spregiudicata e dell’indifferenza etica, delle capacità innovative ma anche, talora, della paranomia, esponenti di orientamenti imperialistici di modello ‘ateniese’74: è il caso di Stenelaida, di Lisandro, di Agesilao75. La contrapposizione ha aspetti sicuramente topici, non sempre rigorosamente collegati con carattere e orientamento politico delle diverse personalità: lo rivela il fatto che uomini 71

Cfr. SHIPLEY, A Commentary on Plutarch’s Life of Agesilaus, p. 256, a proposito di Plut. Ages. 20, 7-9, citato più sopra: malgrado i due re avessero qualità simili, nel caso di Agesipoli «his own gentle nature suggests a less aggressive tendency and perhaps a more peaceful policy than Agesilaos». Cfr. G.L. CAWKWELL, Agesilaos and Sparta, CQ, 26 (1976), pp. 62-84, 77 ss.; HAMILTON, Agesilaus, pp. 122-123. 72 Cfr. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 205 ss.; PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, pp. XVI-XVII (a proposito di Callicratida e della sua ripresa dell’ideologia etimaridea e cimoniana). 73 Cfr. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 30-31, 38 ss. 74 Cfr. ibi, pp. 23 ss., 201 ss. (a proposito di Lisandro). 75 Cfr. C. BEARZOT, Philotimia, tradizione e innovazione. Lisandro e Agesilao a confronto in Plutarco, in Studi Stadter, in corso di stampa.

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come Pausania II e Agesilao, a loro volta non estranei ad atteggiamenti ‘sovversivi’, possono diventare campioni di tradizionalismo, per esempio quando vengono posti in confronto con Lisandro. Tuttavia, mi preme sottolineare si tratta sempre di una contrapposizione di carattere prettamente politico, non etico: attraverso i singoli personaggi, si contrappongono non tanto diversi caratteri, diverse stature morali, diverse impostazioni etiche, ma due differenti visioni del ruolo egemonico di Sparta in Grecia, che il mondo politico spartano aveva sempre costantemente discusso al suo interno76. Un’ultima osservazione, che ci dice dei profondi cambiamenti che interessano la Sparta del IV secolo, in cui comportamenti tradizionalmente ‘rivoluzionari’ e ‘sovversivi’ cominciano a diventare a loro volta elementi di tradizione. Senofonte (Hell. V, 2, 32) ci riporta le parole con cui Agesilao, di fronte all’irritazione degli efori e della maggior parte degli Spartani nei confronti di Febida per l’occupazione della Cadmea, in quanto egli aveva agito per iniziativa personale, «senza autorizzazione della sua città» (Óti oÙ prostacqšnta ØpÕ tÁj pÒlewj taàta ™pepr£cqei), difese il generale: egli affermò «che sarebbe stato giusto punirlo, se l’operazione avesse nuociuto a Sparta, ma in caso di successo era antica consuetudine ammettere simili iniziative personali (¢rca‹on enai nÒmimon ™xe‹nai t¦ toiaàta aÙtoscedi£zein)»77. Con ciò, quel personalismo che ancora Callicratida respinge con nettezza è ormai inserito da Agesilao – personaggio che davvero assomma ambiguamente in sé i più diversi aspetti della realtà spartana contemporanea78 – fra i dati della tradizione.

76 Peraltro, l’una non meno oppressiva dell’altra: come osserva BOMMELAER, Lysandre de Sparte, p. 169, a proposito dello smantellamento dell’impero di Lisandro, «l’empire organisé était remplacé par la sphère d’influence; cela modifiait mais ne supprimait pas le rôle particulier de la cité qui déténait l’hégémonie». 77 Cfr. Plut. Ages. 23, 7. 78 Cfr. E. LUPPINO, Agesilao di Sparta: tra immagine e realtà, in L’immagine dell’uomo politico: vita pubblica e morale nell’antichità, Milano 1991 (CISA, 17), pp. 89-109.

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CINZIA BEARZOT

ABSTRACT The ancient tradition often compares ‘conventional’ and ‘unconventional’ Spartans. In our sources we can find typical Spartans, representing the best local tradition, and innovating Spartans, who excited suspicion in their own city’s public opinion and establishment. This paper considers such comparisons in different historical contexts, without claiming to be exhaustive. First of all, I consider the comparison between the Spartan king Archidamus and the ephor Sthenelaidas in the «Spartan debate» in Thucydides’s first book. Their speeches attempt not only to compare two individuals, but also to focus on «Spartan and Athenian national characteristics»: Archidamus is the typical Spartan, representing his own city’s traditional caution, hesitation, and inactivity; on the other hand, Sthenelaidas is the alternative Spartan, representing a more dynamic and innovating attitude. Moreover, I consider two couples, Lysander and Kallicratidas, and Agesilaus and Agesipolis, whose personalities and politics are often compared in our sources. On the one hand, Lysander and Agesilaus are innovating leaders and represent different imperialistic trends that are not consistent with Spartan tradition; on the other hand, Kallicratidas and Agesipolis (like his father, king Pausanias II) are more traditional leaders and conceive of Spartan hegemony as an instrument of panhellenic policy, respecting freedom and autonomy of Greek states, and following the ancient image of Sparta as the champion of freedom and the enemy of imperialism and tyranny. These cases emphasize some unchanging features in the comparison of different personalities and political orientations. On the one hand, we find men like Etoimaridas, Archidamus, Kallicratidas, Pausanias II and Agesipolis, representing sophrosyne and dikaiosyne, traditional moral virtues and self-control, supporting a panhellenic and ‘pacifist’ foreign policy, defending a panhellenic balance of power based on dividing spheres of influence, on mutual control, and on restriction of Spartan hegemonical ambitions. On the other hand, we find men like Sthenelaidas, Lysander and Agesilaus, representing unscrupulous military aggressiveness and ethical indifference, innovating capacity but also paranomia and imperialistic trends on the ‘Athenian’ model. Such parallelism has a strictly political character: the comparison is not between different personalities or ethics, but between different ideas about the hegemonic role of Sparta in Greece. In any case, it must be noted that in fourth-century Sparta ‘unconventional’ and ‘revolutionary’ behaviour can be perceived as ‘traditional’. Xenophon (Hell. V, 2, 32) mentions an interesting sentence by king Agesilaus about the case of Phoebidas, who held the acropolis of Thebes, the Kadmeia, on his own initiative. The ephors and most Spartiates angrily disapproved of Phoebidas’s behaviour as he had acted «without authorization by the state»; however, Agesilaus said that «if what he had done was harmful to Lacedaemon, he deserved to be punished, but if advantageous, it was a time-honoured custom that a commander, in such cases, had the right to act on his own initiative». In his contrast with Lysander, Kallicratidas, at the end of the fifth century, had refused personal initiatives as inconsistent with Spartan tradition; according to Agesilaus, an ambiguous and many-sided character, personalism can be considered a traditional element.

PIERRE CARLIER

Cleomene I, re di Sparta*

Cleomene I, come è stato più volte fatto notare, è il primo personaggio storico di Sparta. Non certo il primo la cui esistenza sia attestata in maniera sicura (questo è infatti già il caso del re Teopompo o, nel VI secolo, di Chilone, Aristone o Anassandrida), ma il primo la cui attività sia conosciuta con alcuni dettagli, principalmente grazie a Erodoto. Ci sono menzioni di Cleomene nel libro III delle Storie a proposito di Meandrio di Samo e alla fine del libro VI a proposito dell’alleanza fra Atene e Platea che Cleomene aveva favorita (VI 108), ma le testimonianze erodotee su Cleomene si trovano principalmente in due gruppi di passi abbastanza lunghi, V 38-97 e VI 48-85. E ben noto che il filo conduttore delle Storie è la lotta fra i Greci e i sovrani orientali, e che Erodoto segue la successione dei regni di questi sovrani. Prima delle guerre persiane, egli parla delle città greche soltanto in digressioni. C’è un primo dittico su Atene e Sparta nel libro I, quando Creso, poco prima del 546, cerca l’alleanza della più importante delle città greche1. Creso, secondo Erodoto, pensa prima ad Atene, ma Atene in questo momento è dominata dalla tirannide di Pisistrato, e quindi debole. Perciò, Creso sceglie di chiedere l’aiuto di Sparta. C’è un secondo dittico cinquant’anni dopo, quando Aristagora nel 499, all’inizio della rivolta ionica, viene a chiedere l’aiuto dei Greci d’Europa contro Dario. In questo secondo dittico, la sequenza non è più Atene e poi Sparta, ma Sparta e poi Atene. Aristagora

* Questo testo è una versione aggiornata del saggio pubblicato nel 1977 La vie politique à Sparte à l’époque de Cléomène 1er. Essai d’interprétation, «Ktèma», 2, pp. 65-84. Ringrazio la dott. Flavia Carraro e la prof. Cinzia Bearzot per il loro aiuto nella redazione del testo italiano. 1

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56-70.

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tenta prima - invano - di ottenere l’aiuto di Sparta, e poi si reca ad Atene, che è diventata potente e dinamica. Erodoto spiega le cause di questa trasformazione della città attica, e menziona le cinque spedizioni spartane contro Atene negli anni 511-500. Si deve sottolineare che l’analisi di Erodoto è molto sfumata: la democrazia è per lui un fattore di energia e di potere2, ma il plethos ateniese si lascia ingannare da Aristagora, mentre il re Cleomene, che decide da solo, ha un’idea più giusta della situazione, e capisce che non sarebbe possibile andare fino a Susa per vincere il Gran Re3. Il secondo passo dettagliato su Cleomene è introdotto dalla richiesta di Dario ai Greci di dare al Re «la terra e l’acqua»( probabilmente nel 491). Gli Egineti, che hanno da parecchi anni una guerra contro gli Ateniesi, accettano (VI 48). Gli Ateniesi accusano gli Egineti presso gli Spartiati di tradire la Grecia, e Cleomene interviene ad Egina (VI 50). Dopo la narrazione di quest’episodio complicato, Erodoto racconta gli ultimi anni di Cleomene (VI, 7475) e discute le diverse spiegazioni del suo suicidio. È nell’elenco dei sacrilegi del re che narra la spedizione contro gli Argivi del 494 (VI, 76-84) Anche se Erodoto ci dà molte informazioni sul regno di Cleomene, l’insieme di questi dati frammentari non costituisce certo «una storia di Sparta sotto il regno di Cleomene I»4. Inoltre, il grado di precisione delle indicazioni è molto variabile. Erodoto si è interessato alle istituzioni di Sparta e alla sua vita politica, e l’elenco dei gšrea reali (VI 56-58) come il resoconto dei conflitti tra Cleomene e Demarato sono estremamente dettagliati. Però, quando l’attenzione dello storico è concentrata su un altro problema, succede che egli non menzioni se non brevemente una decisione lacedemone, senza precisare chi prese la decisione né la procedura. È importante quindi non solo mettere insieme i dati di Erodoto, ma anche sottolineare, a proposito di ogni avvenimento, i suoi dettagli e i suoi silenzi.

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V

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97.

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Pace M. POHLENZ, Herodotos, Leipzig-Berlin 1937, pp. 37 ss.

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Ecco dunque l’ordine cronologico dei fatti menzionati da Erodoto5: Verso il 520, alla morte di Anassandrida, la successione è oggetto di disputa tra Cleomene e il suo fratellastro Dorieo che spera di vincere in ragione della sua ¢ret»; gli Spartiati si attengono al loro nÒmoj tradizionale e designano Cleomene perché è il più anziano (V 42)6. 519: Cleomene, che si trova vicino a Platea, consiglia ai Plateesi di cercare l’alleanza ateniese (VI 108; Tucidide, III 68). Nessun altra precisazione è data in proposito. Verso il 516: il samio Meandrio venuto a domandare il soccorso di Sparta contro i Persiani si rivolge a Cleomene: questi rifiuta di sostenerlo e lo fa cacciare dalla città dagli efori per paura che prenda il sopravvento su altri Spartiati con la corruzione (III 148). Poco dopo il 514: Cleomene riceve un’ambasciata scita venuta a domandare alleanza contro Dario (VI 84). Prima del 510: i Lacedemoni incoraggiati dalla Pizia, ispirata dagli Alcmeonidi, decidono di rovesciare i Pisistratidi. Una prima spedizione viene inviata via mare sotto la direzione di un certo Anchimolio (V 63). Cleomene non viene menzionato. 510: i Lacedemoni decidono una nuova spedizione, terrestre questa volta, contro i Pisistratidi e designano Cleomene come strathgÒj (V 64). Nel 508/507, all’appello del suo amico Isagora, Cleomene – solo ad essere menzionato – interviene ad Atene e tenta invano di stabilire l’oligarchia (V 70-72). Verso il 506, Cleomene – solo menzionato – mette insieme un esercito in tutto il Peloponneso e marcia contro l’Atene di Clistene. A Eleusi, 5 Erodoto non dà nessuna data esplicita per gli eventi del regno di Cleomene I, ma indica molti sincronismi con altri eventi ben datati ( per esempio l’avvento di Dario, la caduta dei Pisistratidi, la rivolta della Ionia, la presa di Mileto ecc. ). È dunque possibile proporre una cronologia almeno approssimativa di questo periodo della storia spartana. Lo studio moderno fondamentale sui problemi cronologici rimane T. LENSCHAU, König Kleomenes I von Sparta, «Klio», 31 (1938), pp. 412-429. Fra gli studi più recenti, si veda anche ED. WILL, Korinthiaka, Parigi 1955, pp. 638-663; A. ROOBAERT, Isolationnisme et impérialisme spartiates de 520 à 469 avant J.-C., Louvain 1985, pp. 3-62; ED. LÉVY, Sparte, Paris 2003, pp. 217-260; C. FORNIS, Esparta, Barcelona 2003, pp. 77-84. 6 Nei capitoli 43-46, Erodoto racconta le spedizioni fallite di Dorieo e la sua morte, e conclude (V 48): se fosse rimasto a Sparta, Dorieo sarebbe diventato re perché «Cleomene non ha regnato molto tempo» (oÙ g£r tina pollÕn crÒnon Ãrxe Ð Kleomšnhj). L’osservazione è sorprendente riguardo a un regno di più di trent’anni, ma non sembra giustificato correggere il testo dei manoscritti come ha proposto per esempio A. GRIFFITHS, Was Kleomenes Mad?, in Classical Sparta: Techniques behind her success, A. Powell ed., London 1989, pp. 53-54.

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i Corinzi e, in seguito, l’altro re Demarato fanno defezione. L’insieme degli alleati li segue (V 74). Tra il 506 e il 501: i Lacedemoni, scontenti dell’«ingratitudine ateniese» decidono di restaurare Ippia. Il progetto lacedemone, che si urta con l’ostilità degli alleati, è abbandonato. Cleomene non viene menzionato (V 90-91). Nel 499: Aristagora, in nome degli Ioni in rivolta, domanda rinforzi a Sparta. Per tre volte cerca di ottenere l’appoggio di Cleomene – solo ad essere menzionato –. Avendo fallito non insiste e lascia Sparta (V 49). Nel 4947, Cleomene infligge agli Argivi una grande disfatta a Sepeia, ma non tenta di prendere la città. Accusato al suo ritorno di essersi lasciato corrompere, viene assolto (VI 82). Erodoto non precisa chi decise della spedizione. Nel 491 o poco prima: gli Spartiati gettano in un pozzo i messaggeri di Dario venuti a reclamare la terra e l’acqua (VII 134): Cleomene non è menzionato. Nel 491 ancora, alla domanda degli Ateniesi, Cleomene – solo menzionato – interviene ad Egina e esige degli ostaggi. Gli Egineti, incoraggiati da Demarato, rifiutano di obbedire a un solo re (VI 48-50). Di ritorno a Sparta, Cleomene fa deporre Demarato senza esitare a corrompere la Pizia per raggiungere il suo scopo (VI 65-66). In compagnia del nuovo re Leotichida torna a Egina e si fa portare gli ostaggi reclamati (VI 73) – i re sono i soli ad essere menzionati –. Fra 491 e 489: le manovre di Cleomene contro Demarato sono scoperte. Cleomene fugge (VI 74)8. 490: gli Spartiati inviano agli Ateniesi dei soccorsi che arrivano dopo Maratona (VI 106 e 120). 489-488: in Arcadia, Cleomene costituisce una lega diretta contro 7

Anche se Pausania, Periegesi III 4, 1 colloca questa spedizione all’inizio del regno di Cleomene, l’oracolo che associa la disfatta di Argo e la caduta di Mileto (Erodoto VI 19 e VI 77) suggerisce piutttosto un sincronismo fra i due eventi, nel 494. 8 L’incertezza cronologica è particolarmente grave in questi anni, e impedisce di proporre un’interpretazione assai sicura degli eventi. Alcuni hanno supposto che la minaccia di Cleomene associato agli Arcadi e agli iloti potesse spiegare la lentezza dell’aiuto spartano agli Ateniesi al momento di Maratona (W.P. WALLACE, Kleomenes, Marathon, the Helots and Arcadia, JHS, 73, 1953, pp. 32-35), ma bisogna sottolineare che Erodoto non menziona gli iloti e che Platone nelle Leggi 692d accusa i Messeni ma non parla di Cleomene. Si potrebbe supporre, al contrario, che la vittoria di Maratona avesse creato a Sparta, nello stesso momento, un senso di sollievo riguardo alla minaccia persiana e un po’ di apprensione riguardo alla potenza ateniese; la presenza di ostaggi egineti ad Atene non sarebbe più giustificata dopo Maratona, e gli avversari di Cleomene avrebbero forse considerato l’indomani della battaglia come il momento opportuno per accusarlo.

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Sparta. Gli Spartiati impauriti lo richiamano e gli rendono le prerogative reali, ma egli impazzisce e si suicida 9.

Sul carattere di Cleomene, correva voce che fosse già pazzo quando era giovane, ma Erodoto menziona soltanto questo rumore (æj lšgetai, V42), senza precisare la sua opinione. Sulla follia del re alla fine della sua vita, invece, lo storico non esprime più dubbi: secondo lui, si può soltanto discutere delle cause della pazzia di Cleomene. Partendo dalla testimonianza di Erodoto, alcuni studiosi moderni hanno tentato di precisare di che tipo di follia soffriva Cleomene. Per esempio, lo psicanalista Georges Devereux ha scritto un libro intitolato Cléomène le roi fou. Etude d’histoire ethnopsychanalytique 10, nel quale esamina il caso Cleomene come se il re fosse un malato nel suo studio. Per lui, Cleomene sarebbe squilibrato perché non sarebbe stato amato dal padre; sarebbe stato così influenzato dalla madre che avrebbe ripreso la politica dello zio della madre, Chilone; la sua follia sarebbe una schizofrenia paranoide, e il suicidio compiuto lacerando il suo corpo sarebbe tipico di questa patologia11. È facile sottolineare la fragilità di tali ipotesi. Non possiamo assicurare che Cleomene sia stato pazzo: forse la sua follia è un’invenzione dei suoi avversari. Forse Erodoto ha fondato la sua opinione su tradizioni ostili che ha adottate perché corrispondevano alle sue concezioni religiose e morali sull’hubris e la nemesis. Griffiths ha sottolineato che ci sono molte somiglanze fra i ritratti di Cleomene e di Cambise: Erodoto ha usato la stessa chiave per interpretare la vita di molti despoti e tiranni12. Però, Griffiths esagera quando afferma che lo storico moderno non può fidarsi della testimonianza erodotea. Erodoto menziona molto spesso tradizioni diverse, che ovviamente non accetta tutte. Egli ci dà indicazioni preziosissime sulle propagande opposte (in particolare a proposito di Cleomene). Erodoto non inventa spedizioni 9

È lecito dubitare della realtà d’un «suicidio» cosi opportuno. Si veda per esempio K.J. BELOCH, Griechische Geschichte, II, Leipzig 1914, p. 36. 10 Cléomène le roi fou, Paris, 1995. La pubblicazione è postuma. 11 Secondo DEVEREUX, ibi, p. 102, Cleomene si sarebbe anche castrato, ma Erodoto avrebbe «censurato» questa autocastrazione. 12 Was Kleomenes Mad?, pp. 70-72.

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militari, ambasciate, processi e matrimoni: li menziona perché una riflessione critica l’ha convinto che sono eventi reali o almeno probabili. Inoltre, tutti i commenti di Erodoto non sono topoi moralizzanti, ci sono anche molte analisi politiche e stategiche articolate13. Da un lato, Erodoto somiglia a Lampone, l’indovino di Pericle, ma somiglia ancora di più ad Anassagora e Tucidide. Bisogna utilizzare criticamente uno storico già molto critico. Non è possibile dire con certezza se Cleomene fosse veramente pazzo, ma è possibile analizzare la politica estera del re. Per di più, la testimonianza di Erodoto ci dà indicazioni preziose sulla vita politica a Sparta alla fine del VI secolo e all’inizio del V secolo. All’ esame dei dati erodotei, s’impongono tre constatazioni a proposito del peso rispettivo delle istituzioni spartane: l’estrema discrezione del ruolo degli efori14, l’importanza dell’assemblea, infine – e soprattutto – il ruolo di primo piano che occupa uno dei due re, Cleomene. Gli efori sono citati solamente due volte nell’insieme dei resoconti relativi al regno di Cleomene. In III 148, Cleomene domanda loro di cacciare Meandrio. In VI 82, essi giudicano Cleomene o forse introducono semplicemente il suo processo15, quando al suo ritorno da Argo, egli viene accusato dai suoi nemici di essersi lasciato corrompere; il re è assolto con una netta maggioranza (pollÒn). In nessuna di queste circostanze gli efori agiscono di propria iniziativa: essi sono investiti nel primo caso da Cleomene, nel secondo dai suoi nemici; nelle due occasioni gli efori appoggiano Cleomene. Come ha notato A. Andrewes16, questa discrezione e questo appoggio si spiegano semplicemente attraverso il prestigio di Cleomene: ogni anno, Cleomene fa eleggere come 13 Sul grande valore della testimonianza erodotea su Sparta, sono totalmente d’accordo con C.G. STARR, The credibility of early Spartan history, «Historia», 14 (1965), pp. 257-272. 14 Il ruolo degli Anziani è più discreto ancora. Nel regno di Cleomene, Erodoto non menziona mai la Gerousia esplicitamente. 15 Nel 403, il re Pausania è giudicato da un tribunale composto dagli anziani e dagli efori (Pausania, Periegesi III 5, 2). È possibile, ma non certo, che Cleomene sia stato tradotto davanti allo stesso dikast»rion. 16 The Government of Classical Sparta, in Studies V. Ehrenberg, Oxford 1966, p. 9: «It is precisely in the reigns of strong kings that we should expect not to hear of conflicts between kings and ephors».

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efori membri della sua fazione, persone che di fatto sono i « suoi uomini». Erodoto attribuisce esplicitamente all’iniziativa dei Lacedemoni – cioè probabilmente dell’assemblea – tre decisioni di politica estera: le due spedizioni contro i Pisistratidi (V 63, V 64) e la spedizione fallita per ristabilire Ippia (V 90-91); è evidente che sotto il regno di Cleomene I l’assemblea poteva già dichiarare la guerra. Il problema è di sapere se era la sola a poterlo fare, come è evidentemente il caso all’epoca della guerra del Peloponneso. Si tratta qui della questione dei fondamenti – o dell’assenza di fondamenti – costituzionali della posizione di Cleomene I. Che egli ricopra un ruolo di primo piano in questo periodo è fuori di dubbio: Cleomene riceve ambasciatori, accorda o rifiuta loro l’appoggio spartano (III 148, VI 84, V 491) e dirige quasi tutte le spedizioni di Sparta (VI 108, V 64, 70-72, 74, VI 75, 48). Egli agisce in virtù delle prerogative reali che deterrebbe indipendentemente dal popolo? O, al contrario, il suo ruolo deriva principalmente dal suo prestigio? Si arroga tirannicamente dei poteri usurpati? Inoltre, la situazione di Cleomene contrasta con quella dell’altro re, Demarato, che nonostante i ripetuti sforzi non riesce ad imporsi. Bisogna spiegare non solamente la potenza di un re, ma la disuguaglianza tra i due re.

Le prerogative reali nella politica estera Per tentare di analizzare la posizione costituzionale di Cleomene, il primo testo che dobbiamo prendere in considerazione è la famosa lista dei gšrea17 accordati dagli Spartiati ai loro re (VI 5659)18. Ci accontenteremo in queste pagine di portare la nostra attenzione sull’inizio del testo, dove vengono trattate le prerogative reali in tempo di guerra. Esso si presenta così: Gšrea d¾ t£de to‹si basileàsi SpartiÁtai dedèkasi: ƒrwsÚnaj dÚo, DiÒj te Lakeda…monoj kaˆ DiÕj OÙran…ou, kaˆ pÒlemon ™kfšrein ™p’ ¼n 17

Riprendo qui delideratamente la forma ionica usata da Erodoto. Il plurale omerico e attico di gšraj è gšra. 18 Per un’analisi dettagliata di tutto il testo, si veda P. CARLIER, La Royauté en Grèce avant Alexandre, Strasbourg-Paris 1984, pp. 249-274.

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¨n boÚlwntai cèrhn, toÚtou d mhdšna enai Spartihtšwn diakwlut¾n, e„ d m», ™n tù ¥ge ™nšcesqai. Questo testo offre due grandi difficoltà d’interpretazione. Innanzitutto, qual è il senso dell’espressione pÒlemon ™kfšrein? P.-E. Legrand traduce: «il diritto di portare la guerra là dove vogliono»19. Diciamo più esattamente: «il diritto di portare la guerra contro il territorio che vogliono»20. Bisogna dire però che la stessa ambiguità caratterizza l’espressione francese/italiana e l’espressione greca: «portare la guerra contro un territorio» può certo dirsi del sovrano che decide una guerra in tutta libertà; ma può anche designare l’azione di un generale che, a guerra già dichiarata dalla sua città, invade tale o tal altro territorio nemico. Secondo la prima interpretazione, i re hanno il diritto di pace e di guerra; secondo la seconda, hanno soltanto il comando supremo delle azioni militari21. Evidentemente, il peso del divieto di opporsi alla decisione del re imposto agli Spartiati – sotto pena di sacrilegio – è differente nell’uno e nell’altro caso: se il re ha solo dei poteri strategici, si tratta semplicemente di assicurare la disciplina durante la campagna militare; ed è solamente se il re può decidere della guerra o della pace che la maledizione che pesa sugli eventuali oppositori costituisce una protezione straordinaria per un potere che è esso stesso esorbitante. Questa ambiguità non può essere risolta. La seconda ambiguità riguarda l’insieme del testo: i gšrea elencati da Erodoto sono conferiti a ciascuno dei re, a titolo personale, o ai due re a titolo collegiale? In qualche occasione Erodoto precisa che tale o tal altro privilegio è accordato ad ognuno dei re: così, durante i banchetti, si accorda a ciascun re (˜katšrJ) una porzione doppia di ogni vivanda22; e nella stessa maniera ognuno dei due (˜k£teron) designa due Pythioi 23. È 19

«le droit de porter la guerre où ils veulent», trad. CUF, Paris 1948. G. Nenci traduce: «il diritto di portare guerra in qualunque regione vogliano» (Erodoto, Le storie. Libro VI, Milano 1998). 21 L’espressione pÒlemon ™kfšrein non è usata altrove da Erodoto. Gli usi dell’espressione da parte di Senofonte, Polibio e Diodoro non permettono di precisarne il senso: talvolta si dice di città o di sovrani che decidono una guerra offensiva, talvolta di generali che comandano una spedizione di invasione. 22 VI 57, 5. 23 VI 57, 12. 20

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certo allettante concludere che ogni volta che Erodoto non fornisce questa precisazione, i gšrea sono conferiti ai due re collegialmente. Talvolta, una tale conclusione sembrerebbe giustificarsi: come nel caso dei banchetti o dei giochi, ai quali i due re presiedono insieme. Però, nella maggior parte dei casi, è imprudente decidere fondandosi unicamente su un argomento ex silentio. Se si mettono insieme queste due incertezze, sul peso dei gšrea e sul loro carattere personale o collegiale, si vede che questo passaggio è suscettibile di quattro interpretazioni: 1)ciascuno dei due re ha il diritto di pace e di guerra24; 2)i due re hanno insieme il diritto di pace e di guerra; 3)una volta dichiarata la guerra dalla polis, l’uno o l’altro re dirige le operazioni con pieni poteri; 4)una volta dichiarata la guerra, i due re dirigono insieme le operazioni militari con pieni poteri. La maggior parte dei commentatori ha proposto una sola interpretazione del testo, la seconda della nostra lista, quella della sovranità collegiale dei re riguardo alla pace e alla guerra25. La contraddizione tra la testimonianza erodotea e la pratica attestata all’epoca classica sembra dunque aver messo a disagio questi commentatori. Essi hanno dovuto supporrre che Erodoto attribuisse ai due re una prerogativa al suo tempo caduta in disuso, cosa che sembra improbabile: nessun indizio permette di pensare che per Erodoto i re siano stati privati di qualsiasi prerogativa regale tradizionale. Al contrario, il perfetto dedèkasi suggerisce che i re conservano i gšrea che sono stati dati loro all’origine e in maniera definitiva. La difficoltà tuttavia svanisce e questa supposizione diventa inutile se si riconosce la profonda ambiguità del testo26. Una delle interpretazioni, la terza della nostra lista, quel24 Questa prima interpretazione è teoricamente possibile, e non si può totalmente escludere che sia stata applicata in certi momenti. Però, una tale prassi non avrebbe potuto mantenersi durevolmente. Se i due re decidono spedizioni diverse nello stesso momento, è impossibile che l’esercito della città segua i due. È quindi indispensabile o che il re che decide una spedizione benefici dell’appoggio almeno tacito del collega (situazione molto vicina della seconda interpretazione) o che la sua decisione sia convalidata dall’assemblea (situazione vicina della terza interpretazione). 25 Fra molti altri R. Macan, How&Wells e P. Legrand, ad loc. 26 Se il testo è ambiguo, non è perché lo storico descrive in un modo equivoco una legge che sarebbe formulata chiaramente a Sparta, ma perche il nÒmoj spartano stes-

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la dei pieni poteri strategici del re a capo della spedizione, corrisponde esattamente alla pratica del V secolo. La formulazione di Erodoto non esclude la pratica del suo tempo, ma ne ammette al contempo delle altre. È possibile precisare quale interpretazione prevaleva sotto il regno di Cleomene I? Possiamo tracciare l’evoluzione delle prerogative dei re su questo punto? Erodoto ci dice che prima della dicostas…a dei due re sul campo di battaglia di Eleusi (verso il 506), i re accompagnavano l’uno e l’altro l’esercito nelle spedizioni (tšwj g¦r ¢mfÒteroi e†ponto, V 75). La presenza dei due re nella campagna militare non implica necessariamente un comando collegiale. Si potrebbe allora ritenere che uno dei due re ricevesse la direzione delle operazioni e che l’altro, senza avere nessun attributo propriamente militare, lo accompagnasse per celebrare i sacrifici necessari al successo dell’esercito spartano. Il confronto tra i due passaggi di Erodoto (VI 56 e V 75) lascia dunque che sussistano delle incertezze sull’estensione delle prerogative dei re relative alla guerra: i due re, agendo insieme, possono decidere una spedizione come essi la vogliono? Ricevono dal popolo i comandi militari? A titolo personale o a titolo collegiale? La prima ipotesi ha ottenuto il favore di un gran numero di storici, che hanno visto nel ruolo svolto da Cleomene un esempio della «sovranità collegiale dei re». Questa tesi, proposta con qualche sfumatura da G. Dum27, eretta a dogma da U. Kahrstedt28 e ripresa in seguito da molti altri, può essere così riassunta: quando i due re agiscono insieme, sono «sovrani», godono di una «potenza assoluta», possono imporre la loro volontà al koinon degli Spartiati e non devono rendere conto dei loro atti; invece, ognuno dei re, considerato isolatamente, non è che un magistrato incaricato di eseguire le missioni che gli vengono conferite dall’assemblea, sottomesso al controllo degli efori, responsabile dei suoi atti e suscettibile di essere condannato. Nella sua forma più

so è equivoco. Un nÒmoj vago e ambiguo ha molti vantaggi, perché permette di cambiare la pratica costituzionale e i poteri dei diversi organi dello stato senza introdurre nuove leggi. 27 Entstehung und Entwicklung des spartanischen Ephorats, Innsbrück 1878, pp. 55-93. 28 Griechisches Staatsrecht, I, Sparta und seine Symmachie, Göttingen 1922, pp. 119-143.

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estrema, questa teoria, anche se è già stata espressa nell’antichità29, non può essere la concezione abituale delle istituzioni spartane, e testimonia una profonda incomprensione della regalità a Sparta, e in Grecia in generale30. Però, non è certo escluso a priori che i due re abbiano conservato insieme nel quadro dei loro gšrea, fino al 506, dei poteri molto estesi per quanto riguarda la politica estera. Ammettiamo che i re, a condizione di essere d’accordo, possano intraprendere una spedizione, senza avere bisogno giuridicamente del parere di nessuno: anche in questo caso, il peso rispettivo dei due re e le decisioni prese dipendono in larga misura dall’opinione del damos. Certo, era forse possibile per i due re, qualora fossero interamente d’accordo su una linea politica, far prevalere il loro punto di vista su quello del popolo31. Però, la condizione necessaria all’esercizio di un tale potere, cioè la perfetta intesa tra i due re, non poteva realizzarsi che raramente: sappiamo infatti che la diafor£ era un aspetto quasi permanente delle relazioni fra i re; Erodoto (VI 52) ci dice anche che fu il caso dei gemelli Euristene e Procle! Supponiamo dunque un disaccordo aperto tra i due re – pensare che non ci fosse nessuna diafor£ prima del 506 sarebbe in effetti ingenuo da parte nostra e contrario alla documentazione–. Uno dei re desidera intraprendere una spedizione, l’altro rifiuta. Se il re che vuole la guerra si sente appoggiato dall’opinione del popolo, può far decidere della spedizione all’assemblea (sappiamo infatti in modo sicuro che i re non avevano il monopolio delle decisioni di politica estera). 29

Nel 242, da partigiani dei due re Agide IV e Cleombroto: ¢mfo‹n d taÙt¦ bouleuomšnwn ¥luton enai t¾n ˜xous…an kaˆ paranÒmwj mace‹sqai prÕj toÝj basile‹j (Plutarco, Agide 12). 30 La parola più usata da Omero per designare la regalità è quella di gšraj che esprime l’idea di privilegi concessi dal popolo al re in compenso di servizi. Per maggiori dettagli sul gšraj omerico, si veda CARLIER, La Royauté, pp. 140-177. Quando Tucidide oppone le regalità tradizionali alle tirannie, ricorre alla nozione di gšraj (I 13,1): prima delle tirannie, c’erano soltanto ™pˆ ·hto‹j gšrasi patrikaˆ basile‹ai. È significativo che Erodoto usi la stessa parola per introdurre l’elenco delle prerogative dei re spartani, in una formula con risonanze omeriche: Gšrea d¾ t£de to‹si basileàsi SpartiÁtai dedèkasi. Il gšraj è molto diverso della sovranità. Inoltre, tutte le analisi antiche di Senofonte, Platone e Aristotele sottolineano le limitazioni imposte alla regalità spartana e non solo ai due re separatamente. 31 Non abbiamo nessun esempio; ma la documentazione è scarsa.

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Un re popolare può quindi, per quanto riguarda la decisione, raggirare l’opposizione del suo collega sottoponendo il suo progetto al popolo. Questa possibilità aveva per effetto di dissuadere un re dall’opporsi alla politica dell’altro quando era sicuro che questi sarebbe stato appoggiato dalla maggioranza: per non essere in minoranza egli dava dunque il suo accordo. Spiegherei volentieri l’appoggio prestato a Cleomene da Demarato nei primi anni del suo regno (V 75) attraverso una considerazione di questo genere: Demarato è già pieno di fqÒnoj rispetto a Cleomene, svolge a malincuore il ruolo del brillante secondo, ma non può fare altrimenti. Anche ammettendo che giuridicamente certe decisioni siano prese grazie all’accordo dei due re, la maggior parte del tempo, è l’accordo di uno dei re e del popolo che costituisce la condizione politica di queste decisioni, poiché l’intesa tra i due re è di fatto il risultato della constatazione rassegnata di un certo rapporto di forza nell’opinione pubblica. Tra una spedizione decisa dal popolo sotto l’impulso di uno dei re, e una spedizione decisa dallo stesso re con l’accordo del suo collega, grazie all’appoggio – anche solo virtuale – del popolo, la differenza è molto piccola. È probabile che i re di Sparta abbiano avuto, a titolo collegiale, il diritto di pace e di guerra in un passato più o meno lontano. Nella seconda metà del VI secolo non è sicuro che lo conservino ancora. Se su questo punto ci sono delle incertezze, si capisce bene invece come il disaccordo tra i due re abbia dovuto incoraggiare il trasferimento di questo potere all’Ekklesia. Comunque, prima del 506, i due re partono in spedizione insieme, cosa che attenua in parte la disuguaglianza dovuta alle differenze di prestigio. Il re più popolare è obbligato, durante la campagna militare, a persuadere il suo collega, a tener conto delle sue riluttanze; quello tra i due re che accompagna l’esercito, più con rassegnazione che con entusiasmo, conserva la possibilità di indebolire o di far fallire la politica del suo collega; si può pensare che, nella maggior parte dei casi, agisse in modo discreto e entro certi limiti per evitare di attirare su di sé delle rappresaglie.

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La dicostas…a di Eleusi La defezione di Demarato durante la spedizione di Eleusi sembra rappresentare un atteggiamento estremo, che non si spiega se non in ragione di circostanze eccezionali. Questa spedizione contro Atene è una spedizione peloponnesiaca, e non solo lacedemone: è la prima che sia menzionata esplicitamente come tale. Sarebbe interessante sapere a chi nel VI secolo i contingenti alleati dovevano obbedienza: non è infatti impossibile che abbiano giurato ai due re (che comandavano collegialmente) di seguirli là dove essi li avessero condotti32. Secondo il resoconto di Erodoto (V 75) sono i Corinzi che, prima della battaglia, fanno la prima defezione: il loro atto si spiega attraverso la volontà di limitare gli interventi di Sparta negli affari interni delle poleis, e in parte forse attraverso ragioni di «Realpolitik»: Corinto allora favorirebbe Atene contro Egina, considerata come la rivale più pericolosa in campo navale33 . È il momento prescelto da Demarato per defezionare a sua volta. Si noterà che egli non prende l’iniziativa del movimento, e che in una certa maniera, si accontenta di dare il «calcio dell’asino» a Cleomene. Quali sono le ragioni di questo comportamento da parte di Demarato? Si potrebbe certo suggerire che Demarato, dopo la partenza dei Corinzi, abbia voluto evitare che la battaglia si facesse in condizioni sfavorevoli: non è questo l’avviso di Erodoto, né quello degli Spartiati, che considerano la defezione del re come una delle cause principali del fallimento della spedizione. Bisogna sicuramente vedere in questo comportamento l’effetto del suo fqÒnoj rispetto a Cleomene: facendo fallire la spedizione, Demarato mira nello stesso tempo a indebolire la posizione di Cleomene e a rinforzare la propria. È evidente che così Demarato può sperare di guadagnare un certo numero di simpatie esterne, quella degli Ateniesi, che libera da un gran pericolo, quella dei Corinzi, la cui manovra riesce pienamente, quella degli altri alleati di cui precede e forse giustifica la partenza. Egli spera inoltre che, a Sparta stessa, il fallimento della spedizione renda 32 L’ipotesi è suggerita da U. KAHRSTEDT, Griechisches Staatsrecht, I, Sparta und seine Symmachie, Göttingen 1922, pp. 119-126. 33 Sui possibili motivi dei Corinzi, si veda WILL, Korinthiaka, pp. 654-658.

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necessaria una revisione della politica estera, e per portare avanti questa nuova politica, più conciliante con gli alleati, Demarato pensa di avere un posto di gran lunga migliore di quello di Cleomene. Sembra che sia allora il desiderio di divenire il primo re che ha ispirato Demarato in questo atto grave e non privo di rischi. I calcoli di Demarato non sono sbagliati in assoluto, visto che i Lacedemoni hanno dovuto modificare i loro rapporti con i loro alleati (il primo congresso federale sarà convocato qualche anno più tardi, al momento del progetto di restaurazione di Ippia,V 91; gli alleati vengono allora consultati). Inoltre, è probabile che la preoccupazione di non urtare gli alleati spieghi l’assenza di condanna contro Demarato quando ritorna a Sparta: nella storia di Sparta, molti re sono stati condannati per atti meno gravi34. Nondimeno, gli Spartani prendono una misura di ordine generale, il cui effetto, se non il fine, è quello di scartare completamente Demarato dalla scena della politica estera. Essi decidono, stabilendo un nuovo nÒmoj, che ormai l’esercito verrà portato avanti da un solo re e che l’altro sarà sollevato (paraluÒmenoj) dal comando. In qualsiasi modo si voglia interpretare il potere che i re avevano in precedenza, questa misura mette fine all’aspetto collegiale dell’ autorità reale in tempo di guerra35.

I due re dopo la riforma del 506 Secondo alcuni storici36, questa riforma, proibendo ai re di portare avanti insieme una spedizione, avrebbe causato una diminuzione considerevole dell’influenza reale, un trasferimento del potere dei re agli efori. Certo, questa riforma è di natura tale da impedire ai re di comandare una spedizione contro il volere popolare. Abbiamo visto tuttavia che, anche prima del 506, la pos34

Sui processi contro i re spartani, si veda CARLIER, La Royauté, pp. 276-277. Questa riforma politica si accompagna ad una trasformazione del culto dei Dioscuri. Per maggiori dettagli sul legame fra i due re e i gemelli Dioscuri, si veda ibi, pp. 299-301. 36 DUM, Entstehung und Entwiclung des spartanischen Ephorats, e KAHRSTEDT, Griechisches Staatsrecht, I, in particolare; cfr. supra, note 17 e 18. 35

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sibilità di tali imprese era piuttosto teorica. Il nÒmoj del 506 non fa che dare il colpo di grazia ad un potere già indebolito. Niente indica, nel resoconto di Erodoto, che questa riforma abbia contribuito ad accrescere il ruolo degli efori, che restano dopo il 506 discreti quanto lo erano prima. Il ruolo di Cleomene invece sembra essere rimasto ugualmente importante. Si è talvolta parlato di un’eclissi di Cleomene dopo il fallimento di Eleusi, perché non era menzionato nel tentativo di restaurazione di Ippia37 (V 90-93): ma, come ha dimostrato Ed. Will38, questa volontà di installare ad Atene un regime non democratico, e strettamente dipendente da Sparta, si situa perfettamente nella linea della politica seguita da Cleomene. Ciò che resta sicuro al di fuori di ogni dubbio è che Cleomene nel 499 ha ritrovato – se mai l’ha perduta – tutta la sua influenza politica: è a lui, e a lui solo, che Aristagora si rivolge; la formula stessa utilizzata da Erodoto (Kleomšneoj œcontoj t¾n ¢rc»n, «Cleomene detenendo il potere») è estremamente eloquente in proposito (V 49). È chiaro che, dopo il 506, il potere di Cleomene riposa sul suo prestigio e che il suo prestigio deriva in parte dal fatto che la sua politica estera è quella che desiderano gli Spartiati nella loro maggioranza, in parte dal fatto che i Lacedemoni hanno fiducia nella sua abilità, intelligenza e valore militare. Non soltanto la riforma del 506 non ha intaccato la posizione di Cleomene, ma sembra addirittura che abbia rinforzato il suo potere. Erodoto (V 77) ci espone questa riforma in modo molto conciso: un solo re parte nella campagna militare, mentre l’altro resta a Sparta. Non precisa come si faccia la ripartizione dei ruoli. Se i Lacedemoni avessero voluto mantenere una stretta uguaglianza tra i loro re assicurando nello stesso tempo l’unità del comando militare, avrebbero potuto stabilire una regola che prevedesse un’alternanza tra i due re e fare in modo che ognuno comandasse ™n mšrei, a turno (un anno su due per esempio). Invece no: molto spesso è lo stesso re che dirige tutte le campagne durante più anni consecutivi39. Potremmo allora supporre 37

Per esempio J.A.O. LARSEN, Sparta and the Ionian revolt, CP, 27 (1932), pp. 146-147.

38

Korinthiaka, p. 654, nota 3.

39

Per un elenco dei comandi militari dei diversi re spartani, si veda CARLIER, La Royauté, pp. 316-324.

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che uno dei due re abbia sempre la priorità sul suo collega, sia per anzianità sia per appartenenza alla «prima» famiglia reale? L’una e l’altra ipotesi sono smentite da un esame attento dei fatti. Non essendoci nessun principio generale riguardo all’attribuzione di un comando ad uno dei re anziché all’altro, bisogna ammettere che la polis sceglieva in piena libertà colui che giudicava il più adatto. Possiamo essere più precisi: il re prescelto per comandare una spedizione militare è usualmente designato dall’Assemblea del popolo, forse su proposta degli efori40. Il re che parte in campagna militare è allora il re più popolare, o almeno quello che il popolo giudica come il più competente. Dopo il 506, il re che ha il consenso e la fiducia popolare può vedersi attribuire la direzione di tutte le spedizioni; durante la campagna militare esercita da solo il comando, senza bisogno dell’appoggio del suo collega, senza temere un «sabotaggio » da parte di questi. La riforma del 506 ha avuto come effetto di aggravare la disparità di potere tra i due re. Questa conseguenza della riforma si manifesta rapidamente dopo il 506. Mentre Cleomene dirige più che mai la politica estera di Sparta, Demarato sembra respinto in secondo piano . Certo, è possibile che abbia svolto un ruolo importante in altre occasioni, a noi sconosciute. Erodoto (VI 70) ci dice che si era illustrato per i suoi «atti» e i suoi «consigli», e che una volta deposto fu eletto ad una ¢rc» dai suoi concittadini, cosa che prova che godeva anche lui di un certo prestigio (VI 71). Per quanto riguarda gli «atti», Demarato sembra aver ottenuto la gloria di una vittoria olimpica. Può darsi che i suoi consigli fossero ascoltati in politica interna, per le feste religiose o nell’organizzazione dei giochi. Ciò che pare sicuro è che non era soddisfatto della parte di attività che gli era lasciata: altrimenti il suo rancore per Cleomene e il suo comportamento nell’affare di Egina resterebbero inspiegabili.

40 Questa indicazione non si trova mai nel testo di Erodoto, ma è molto frequente nelle Elleniche di Senofonte. Sembra che nel 403 il re Pausania sia mandato ad Atene dai soli efori ( o più esattamente da tre dei cinque efori, Elleniche II 4,29). Sulla designazione dei capi militari, si veda ANDREWES, The Government of Classical Sparta, pp. 11-15 e ultimamente N. RICHER, Les éphores, Paris 1998, pp. 373-387.

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L’affare di Egina Quando Cleomene, su richiesta degli Ateniesi, esige degli ostaggi dagli Egineti, questi rifiutano e lo accusano di agire «senza l’autorizzazione dello stato spartano», ¥neu Spartihtšwn toà koinoà, «poiché altrimenti sarebbe stato accompagnato dall’altro re» (VI 50). L’incidente – come anche il rifiuto degli Ateniesi di rendere gli ostaggi al solo Leotichida (VI 86), ripresa ironica dell’argomento egineta – è stato spesso invocato per argomentare in favore della tesi della «sovranità collegiale»: se i re agissero insieme potrebbero esigere degli ostaggi a piacere loro. La formulazione stessa dell’argomento egineta suggerisce piuttosto un’altra interpretazione: solo il koinÒn spartano potrebbe esigere degli ostaggi, e i due re non potrebbero applicare une tale decisione se non insieme: l’azione dei due re sarebbe allora la prova della volontà della polis 41. Però, se Cleomene agisce di sua propria iniziativa e illegalmente, perché gli Egineti non esigono una decisione dall’assemblea di Sparta, o almeno, visto che si tratta di un affare federale, un voto del Congresso degli Alleati? Tali domande, infatti, corrisponderebbero di più alle regole in vigore a Sparta e nella Confederazione. La questione diventa più chiara se si nota che gli Egineti formulano una protesta «su istigazione di Demarato». Poco importa agli Egineti che Cleomene agisca legalmente o no, che abbia o no l’appoggio dell’Assemblea di Sparta o del Congresso degli Alleati (è possibile che Cleomene abbia fatto adottare la sua decisione d’intervenire da questi organi; è estremamente probabile in ogni caso che gli Egineti non attendessero da tali istanze decisioni molto accomodanti). Ciò che essi esigono è che Cleomene sia accompagnato da Demarato (hanno probabilmente ottenuto da quest’ultimo la sicurezza che rifiuterà d’intervenire o che, se interverrà con Cleomene, le condizioni imposte a Egina saranno molto meno dure). Grazie agli Egineti, Demarato spera di ottenere l’abbandono 41

In qualsiasi modo lo si voglia intendere, l’argomento egineta è sorprendente nel 491: gli Egineti ignorano che dal 506 un solo re di Sparta dirige le spedizioni? È vero, tuttavia, che un intervento all’estero per chiedere ostaggi non è esattamente una spedizione.

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della regola del 506 sull’intervento di un solo re all’estero, regola che sembrerebbbe aver favorito soltanto Cleomene. Vi è dunque uno scambio di servizi tra Demarato e gli Egineti: egli assicura loro protezione contro Cleomene, ed essi gli permettono di fare il suo rientro sulla scena politica spartana. Nello stesso tempo in cui incoraggiava la resistenza degli Egineti, Demarato attaccava Cleomene a Sparta (dišballe tÕn Kleomšnea, VI 51): fa probabilmente valere il fatto che il suo avversario agisce più nell’interesse degli Ateniesi che in quello di Sparta, che la brutalità di Cleomene è origine di fallimenti e che lui stesso ha molto più credito presso gli Egineti. Insomma, come nel momento della dicostas…a di Eleusi, Demarato spera di far prevalere una nuova politica, differente da quella di Cleomene e che dirigerebbe lui stesso. Se Cleomene accetta di rientrare a Sparta senza ostaggi, invece di prenderne manu militari, non è probabilmente, come è stato a volte affermato42, perché ammette la fondatezza del rifiuto egineta; può darsi che sia invece perché è appoggiato soltanto da una piccola truppa e non può ingaggiare ostilità aperte contro gli Egineti: tali ostilità rischierebbero di provocare ciò che la presa degli ostaggi è destinata ad evitare, cioè l’intervento persiano e l’installazione di una base persiana a Egina; egli preferisce quindi prendere gli Egineti nella trappola del loro stesso pretesto giuridico, cambiando collega e intervenendo insieme a Leotichida. La crisi della regalità spartana Cleomene, al suo ritorno da Egina, è fermamente deciso a sbarazzarsi di Demarato, ma non l’attacca frontalmente e non tenta di ottenere la sua condanna per alto tradimento43. Preferisce usare un mezzo indiretto e far deporre Demarato per illegittimità44. La manovra riesce, ma il successo di Cleomene si ritorce presto contro di lui. Si sparge la voce che Cleomene abbia corrotto la Pizia. Cleomene screditato fugge e riesce a ritornare a Sparta dopo aver formato una coalizione arcadica contro la propria città 42

Per esempio, How & Wells, ad loc. Forse Demarato aveva molti amici nella Gerousia, e Cleomene lo sapeva. 44 Si veda il racconto molto dettagliato di Erodoto VI 61-67. 43

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(V 74). Se ritrova la sua ¢rc», è unicamente per la paura che ispira. Non solo ha perso il prestigio di cui godeva un tempo, ma appare come un traditore pericoloso. Alla fine del regno di Cleomene, il carattere della vita politica di Sparta è profondamente cambiato: alla lotta per il favore del popolo come fatto dominante, si è sostituita la lotta tra il popolo (e gli efori) e uno dei due re. Il fenomeno si riproduce qualche anno più tardi: il reggente Pausania è sospettato, a torto o a ragione, di complottare con i Persiani e con gli iloti (Tucidide, I 128-134). È chiaro che nel periodo che segue il 491, la regalità spartana conosce una grave crisi: dei cinque personaggi che esercitano il potere reale tra il 510 e il 470, solo Leonida lascia un buon ricordo; gli altri quattro figurano come dei traditori (Cleomene, Demarato nel 480, Pausania) o come individui spregevoli e corrotti (Leoticida): tutti ebbero un regno interrotto da una deposizione o da una morte violenta. Niente permette di affermare comunque che questa crisi della regalità abbia causato una diminuzione considerevole delle attribuzioni costituzionali dei re. Anzi, la debole influenza dei re parrebbe essa stessa assai passeggera. Basta leggere Tucidide per apprezzare l’importanza di un Archidamo o di un Plistoanatte. Nel IV secolo un Agesilao, grazie alla sua abilità, riuscirà ad assicurarsi una posizione comparabile a quella di Cleomene prima del 491. Il regno di Cleomene prima del 491 corrisponde ad una delle situazioni tipiche che si riproducono nel corso della storia di Sparta: quella della direzione politica continua di un re durante un lungo periodo di tempo45.

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Per un’analisi complessiva del ruolo politico dei re di Sparta, si veda P. CLOCHÉ, Sur le rôle des rois de Sparte, LEC, 17 (1949), pp. 113-138 e 343-381, C.G. THOMAS, On the role of Spartan Kings, «Historia», 23 (1974), pp. 257-270 e CARLIER, La Royauté, pp. 279287.

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ABSTRACT Thanks to Herodotos, Cleomenes I is one of the earliest Spartan characters who are more than mere names. The Herodotean evidence does not allow us to decide whether Cleomenes was mad, but it gives us very interesting indications on Spartan politics in the late archaic period. Two salient facts apprear: 1)the importance of the popular assembly 2)the predominance of one of the two kings, Cleomenes. The list of the Spartan kings’ gšrea in Hdt. VI 56-58 is both precise and ambiguous. Till 506, the two Spartan kings may have had the right to decide a war if they agreed with each other; when they disagreed – and they often disagreed –, the damos had to decide. Anyway, the two kings led the Spartan army together. After the dicostas…a of Eleusis in 506, the Spartans voted a new law laying down that one king only should lead the expeditions abroad. This reform still increases the inequality between the two kings: one of them, the more popular who inspires Spartan foreign policy, is also chosen as war-leader, while the other king –Demaratos between 506 and 491 for instance – only celebrates sacrifices at home.

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Pausania, il vincitore di Platea

Pausania era apparso d’improvviso, e forse neppure trentenne, sul proscenio della storia, succedendo al padre Cleombroto quale tutore del figlio di Leonida, Plistarco (Hdt. IX 10). Egli ebbe il comando di un esercito che, per effettivi e numero dei diversi contingenti che lo componevano, trovava confronto solo nel mito troiano – l’eroico precedente che del resto Simonide avrebbe evocato nell’elegia per Platea1. Le lodi per la vittoria furono immense: tutti riconobbero l’¢ret» di Pausania, per primi ufficialmente gli stessi alleati (Hdt. IX 81,2; Diod. XI 33). Simonide nei frustuli dell’elegia che ci sono pervenuti lo qualificò come ¥ristoj (fr. 11,34 s. W.2) e Tucidide, che ricorda l’¢x…wma di cui godeva presso gli Elleni per la vittoria di Platea (I 130,1), definisce lui e Temistocle lamprot£touj [...] tîn kaq’ ˜autoÝj ‘Ell»nwn (138,6)2. La fin troppo orgogliosa primitiva dedica del tripode di Delfi, poi sostituita con l’elenco delle città vincitrici (Thuc. I 132,2) ‘Ell»nwn ¢rchgÕj ™peˆ stratÕn êlese M»dwn, Pausan…aj Fo…bJ mnÁm’ ¢nšqhke tÒde,

non fu il solo, e forse neppure il primo eccesso di Pausania. Infatti, secondo la tradizione tucididea, che è ovviamente la guida

1

Fr. 11 W.2, cfr. per es. D. BOEDEKER, Heroic Historiography: Simonides and Herodotus on Plataea, «Arethusa», 29 (1996), p. 232 (ora in D. BOEDEKER - D. SIDER, eds., The New Simonides. Contexts of Praise and Desire, New York - Oxford 2001, pp. 120-134). Quanto allo specifico senso del paradigma mitico trovo attraente l’ipotesi di C.O. PAVESE, Elegia di Simonide agli Spartiati per Platea, ZPE, 107 (1995), pp. 1-26, per la quale v. infra, pp. 64 s. 2 V. anche Timocreonte di Rodi, fr. 1 Page, per la bibliografia cfr. M. NAFISSI, Tucidide, Erodoto e la tradizione su Pausania nel V secolo, RSA, 34 (2004), in corso di stampa.

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per ogni ricostruzione della vicenda di Pausania3, durante la trionfale campagna a Cipro e a Bisanzio nel 478/7 Pausania adottò costumi persiani e si macchiò di hybris nei confronti degli alleati di cui era a capo: fu soprattutto grazie al suo comportamento violento e poco rispettoso degli alleati (o fu sfruttando questo pretesto, al dire d’Erodoto, VIII 3) che gli Ateniesi poterono sostituirsi agli Spartani come egemoni. In questo stesso periodo – ma le prove della sua colpevolezza sarebbero state scoperte solo poco prima della sua morte – Pausania si mise in contatto con il re, offrendogli i propri servigi per rendere sua schiava la Grecia. Si appurò allora che avrebbe anche progettato, per giungere al suo scopo, di liberare gli iloti e di concedere loro la cittadinanza. Condotta a termine la strategia del 478/7, sempre stando al resoconto tucidideo, Pausania subì un primo processo a Sparta, che si concluse con una parziale condanna. Gli Spartani intanto inviarono un collegio con a capo Dorcide per guidare le forze alleate, ma nel frattempo era stata fondata la lega di Delo, e Dorcide, che gli alleati non accettarono come hegemòn, ritornò indietro con i suoi. Anche Pausania, nello stesso 477, lasciò Sparta: raggiunse Bisanzio a puro titolo privato su una nave di Ermione, a suo dire per combattere con i Greci (tutto lascia pensare che da questo momento egli non fosse più tutore di Plistarco, e dunque neppure ‘reggente’). Cacciato da Bisanzio dagli Ateniesi, il vincitore di Platea riparò in un piccolo centro della Troade, Colone. Sia a Bisanzio sia a Colone Pausania continuò a esibire comportamenti medizzanti: alla fine gli Spartani – avvertiti d’imprecisate pericolose mene dell’Eraclida – lo richiamarono in patria, sotto minaccia di guerra. Al ritorno in città seguirono una temporanea prigionia, le indagini, che portarono alla scoperta del tradimento di Pausania e dei suoi progetti in combutta con Serse (per conseguire i suoi scopi Pausania avrebbe anche progettato di liberare gli iloti), e la tragica morte. Il figlio di Cleombroto si rifugiò in un edificio del santuario di Atena Chalkioikos, ma vi venne assediato fino allo stremo: lo si fece uscire dal santuario solo perché spirasse fuori della sua soglia. 3 Thuc. I 94 -96,1; 128,2-135,2. Altre fonti in P. PORALLA - A.S. BRADFORD, Prosopographie der Lakedaimonier bis auf die Zeit Alexanders des Großen, 2nd ed., Chicago 1985, nr. 595 (adde Sim. 11,34 s. W.2).

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Delfi avrebbe imposto più tardi agli Spartani di espiare un comportamento comunque giudicato sacrilego. Ma così entriamo già nella storia della tradizione su Pausania, un tema che verrà trattato in un altro contributo, sia sul versante letterario, con particolare riguardo ad Erodoto e Tucidide, sia in riferimento alle culture cittadine cui gli storici si rifecero4. Qui discutiamo il significato della vicenda storica di Pausania: naturalmente ciò richiede che in primo luogo si prenda posizione circa il valore documentario della testimonianza tucididea; seguiranno rapide considerazioni sulla storia degli studi e un cenno ai problemi cronologici. Poi si considereranno il rapporto fra Pausania e i Persiani (rapporto che non si conclude nella categoria del medismo), successivamente gli aspetti interni al mondo greco, inserendo la figura di Pausania nella dialettica fra Sparta, Atene e gli alleati. Infine si cercherà di far luce sul richiamo a Sparta e sulla determinazione con la quale le autorità vollero la morte di Pausania. 1. Il valore documentario della tradizione su Pausania Il resoconto di Tucidide su Pausania ha suscitato molte perplessità. Esso presuppone che Pausania sia colpevole di medismo, ma le prove a suo carico sono assai dubbie, e questo vale innanzitutto per le due lettere scambiate fra Pausania e Serse all’epoca del soggiorno a Bisanzio (I 128,6-129) che, scoperte in seguito, rivelarono un progetto di conseguire il dominio della Grecia (I 128,3: ¹ ‘Ellhnik¾ ¢rc»), al prezzo di rendere Sparta e la Grecia soggette al re (I 128,7). Pausania avrebbe anche chiesto in moglie la figlia del re, mentre il re metteva a disposizione di Pausania il nuovo satrapo di Dascilio, Artabazo. Queste lettere sono, a parere di molti, un falso di persona competente5. È anche assai strano 4

V. NAFISSI, Tucidide, Erodoto e la tradizione. Caposaldo della critica all’autenticità delle lettere (false già per H. REUTHER, Pausanias, Sohn des Kleombrotos, Führer der Griechen in den Kämpfen gegen die Perser von der Schlacht bei Platää bis zur Eroberung von Byzanz, Diss. Münster 1902, pp. 24-31) è K.J. BELOCH, Griechische Geschichte2, Strassburg 1916, II 2, pp. 155 s. Importante la discussione di C.W. FORNARA, Some Aspects of the Career of Pausanias of Sparta, «Historia», 15 (1966), pp. 262-267. Durante il primo breve soggiorno di Pausania a Bisanzio dopo la conquista della città non vi sarebbe neppure stato il tempo materiale per lo scambio di lettere come descritto dalla tradizione (ibi, pp. 263-265; A. BLAMIRE, Pausanias

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che, in un clima inquisitorio come quello descritto da Tucidide, Pausania conservasse la copia della sua lettera al re e la risposta del re, mentre si preoccupava di far uccidere i suoi messi (Thuc. I 132,5)6. In termini psicologici e storici, poi, non è facile capire perché Pausania, il cui prestigio era legato alle vittorie sul re, ed era ancora a capo dei Greci, dovesse nutrire allora simili propositi7. Erodoto, inoltre, conosce una tradizione alternativa a quella di Tucidide, che non attribuiva al reggente rapporti con il satraand Persia, GRBS, 11, 1970, pp. 297 s.); probabilmente il servizio di posta regio avrebbe potuto essere sufficientemente rapido (F. BOURRIOT, Pausanias, fils de Cléombrotos, vainqueur de Platées, IH, 46 (1982), p. 3; J.A.S. EVANS, The Medism of Pausanias: Two Versions, «Antichthon», 22 (1988), p. 3, nota 15), ma le lettere secondo Tucidide viaggiano con Gongilo e Artabazo e, specie se si accetta la cronologia di W. T. Loomis, cit. infra, nota 23, per la presa di Bisanzio, c’è davvero poco tempo per il rilascio dei prigionieri ad opera di Gongilo, i viaggi di Gongilo e Artabazo, l’invio della lettera del re da Artabazo a Pausania e le dimostrazioni di medismo in Tracia. Non provano nulla le espressioni di sapore autentico contenute nella lettera di Serse, a cominciare dal suo incipit (per l’incipit delle traduzioni greche delle lettere dei re persiani v. L. PORCIANI, La forma proemiale. Storiografia e pubblico nel mondo antico, Pisa 1997, pp. 25-37): v. S. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides. I, Books I-III, Oxford 1993, p. 216 a 129,3 ke…setai soi eÙerges…a ™n tù ¹metšrJ o„kJ; difende senza persuadere l’autenticità delle due missive J.D. GAUGER, Authentizität und Methode. Untersuchungen zum historischen Wert des persisch-griechischen Herrscherbriefs in literarischen Tradition, Hamburg 2000, pp. 263 s. H.D. WESTLAKE ha sgombrato il campo da un equivoco: Tucidide non può essere il redattore del falso (Thucydides on Pausanias and Themistocles – a written source?, CQ, 27, 1977, pp. 95-110, rist. in ID., Studies in Thucydides and Greek History, Bristol 1989, pp. 1-18, spec. 7 s.): non può dimostrare, però, che Tucidide abbia ricevuto le lettere da una precedente redazione letteraria. Buone considerazioni sulle difficoltà poste dal resoconto tucidideo in A. LIPPOLD, Pausanias von Sparta und die Perser, RhM, 108 (1965), pp. 329-338; P.J. RHODES, Thucydides on Pausanias and Themistocles, «Historia», 19 (1970), pp. 388 s.; J. DUCAT, Les hilotes, BCH, suppl. XX, Athènes 1990, pp. 129 s.; A. PARADISO, Forme di dipendenza nel mondo greco, Bari 1991, pp. 4-10. M. LANG, Scapegoat Pausanias, ClJ, 63 (1967), pp. 79-81 ne sottolineava il carattere moraleggiante e vi riconosceva motivi folclorici e, non senza capziosità, quattordici difficoltà di fatto e coerenza. A.J. PODLECKI, Themistocles and Pausanias, RFIC, 104 (1976), pp. 309-311, che pure difende la sostanza del resoconto tucidideo, dichiara la propria difficoltà ad accettare le ‘prove’ citate da Tucidide. Altre opinioni sono raccolte da BOURRIOT, Pausanias, fils de Cléombrotos, e da A. ROOBAERT, Isolationnisme et Impérialisme Spartiates de 520 à 469 avant J.-C., Lovanii 1985, p. 189, nota 324. Sono venuto troppo tardi a conoscenza della tesi di dottorato di C. ROMANO, Sparta e la Persia dalla fine delle Guerre Persiane alla Guerra Deceleica. 6 Cfr. FORNARA, Some Aspects, p. 262. Significativamente O. LONGO, Tecniche della comunicazione nella Grecia antica, Napoli 1981, p. 72, nota 22, paragona l’uccisione del corriere «all’atto con cui si brucia una lettera riservata subito dopo averla letta». 7 Cfr. BLAMIRE, Pausanias and Persia, pp. 297 s.; J.F. LAZENBY, Pausanias, son of Kleombrotos, «Hermes», 103 (1975), p. 235.

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po Artabazo, ma con il suo predecessore a Dascilio, Megabate, e un accordo formale (engye) per averne in moglie la figlia, accordo legato al suo desiderio di farsi tÁj ‘Ell£doj tÚrannoj. A quanto pare, Erodoto dubitava di queste voci (V 32: e„ d¾ ¢lhq»j gš ™sti Ð lÒgoj) proprio perché credeva che Pausania – come racconta Tucidide – avesse chiesto la mano della figlia del re8. Resta il fatto che esistevano versioni diverse sul suo medismo, e che la richiesta della mano della figlia di Serse ha tutta l’aria della duplicazione, che porta agli estremi l’ambizione e la colpa di Pausania9. E, infine, a Pausania sono imputate le massime colpe di cui poteva essere accusato un Greco, e in particolare uno Spartano dei suoi tempi: il medismo, l’aspirazione ad una tirannide panellenica e il complotto con gli iloti. Francamente troppo. Nessuno degli elementi qui ricordati è forse in sé probante, ma cumulativamente essi sono pesanti10. La tradizione sulle colpe e sulle prove a carico di Pausania, in particolare, si è probabilmente sviluppata inizialmente a Sparta quando il reggente era chiuso nel santuario della Chalkioikos e nel periodo immediatamente successivo alla sua morte per giustificare l’azione delle autorità, non ineccepibile sul piano della legittimità11. Ma per tor8

V. NAFISSI, Tucidide, Erodoto e la tradizione. «Viel weniger absurd» (BELOCH, Griechische Geschichte, p. 155). Per A.W. GOMME, Historical Commentary on Thucydides, I, Oxford 1945, p. 432, non c’è necessaria contraddizione fra il fidanzamento con una donna e la richiesta d’averne in moglie un’altra, più nobile; l’osservazione è formalmente corretta, ma non è questo il modo più ovvio di trattare le due tradizioni. Secondo EVANS, The Medism of Pausanias, p. 6 (che giustamente prende le distanze dalla cronologia dell’arrivo di Artabazo ricavabile dal racconto tucidideo sullo scambio di lettere, Thuc. I 129,1: se le lettere sono false, non sappiamo quando Artabazo arrivò a Dascilio), la storia del fidanzamento con la figlia di Megabate risalirebbe ai tempi del primo soggiorno a Bisanzio di Pausania, e nel 477 (a suo parere 478) l’accusa di medismo si sarebbe basata su queste voci. Ma le dicerie sulla figlia di Megabate potrebbero essere state messe in circolazione anche dopo la partenza del satrapo: il matrimonio non ci fu e il richiamo del satrapo dava conto della mancata realizzazione delle promesse. Per gli accusatori di Pausania, cui probabilmente risalgono i falsi, era invece utile stabilire un rapporto con il satrapo attualmente a Daskyleion, più pericoloso dell’ormai inoffensivo Megabate: è ciò che accade con la tradizione sulle lettere con il re e Artabazo. 10 Anche le più intelligenti difese di Tucidide, mentre sottolineano l’arbitrarietà delle ricostruzioni alternative, non mancano di ‘correggerne’ il resoconto: per es. BLAMIRE, Pausanias and Persia, pp. 297 s. ammette la storicità delle lettere, ma non crede che Pausania possa aver stabilito questi rapporti durante il primo soggiorno a Bisanzio. 11 V. NAFISSI, Tucidide, Erodoto e la tradizione. 9

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nare alla conoscenza dei ‘fatti’, si dovranno rispettare il più possibile il dettato e le implicazioni del racconto dello storico ateniese, pur avendo ben chiari i limiti di questa testimonianza. Dal momento in cui il resoconto di Tucidide ha cessato di essere vincolante e si è trasformato in un repertorio da cui estrarre dati e dettagli verosimili per una nuova proposta d’insieme, i moderni hanno avuto di fronte a sé grandi spazi in cui far correre la fantasia, e ne hanno approfittato12. Le spiegazioni alternative, quando non fanno riferimento al conflitto fra efori e re13, pongono Pausania al centro di disegni politici ‘razionali’ chiaramente definiti, trovando più o meno sostegno nell’interpretazione della pentecontetia offerta dal figlio di Oloro. In tali spiegazioni entrano in gioco i rapporti con la Persia e con Atene, e le prospettive politiche di Sparta: Pausania è divenuto talora il rappresentante di una politica ambiziosa, che non ha avuto la forza di imporsi in una città che si è immaginata divisa sulle diverse opzioni strategiche14, ed alcuni hanno inserito in questo contesto il progetto di liberare gli iloti, non come mezzo per raggiungere il potere personale15, ma per creare un’efficace forza navale o militare16. Pausania è così attore e vittima, talora anche inconsapevole17, d’intricate vicende di politica internazionale. 12

Per un quadro BOURRIOT, Pausanias, fils de Cléombrotos, pp. 1-5. V. per es. P. OLIVA, Sparta and her Social Problems, Amsterdam-Prague 1971, pp. 147152; J. WOLSKI, Pausanias et le problème de la politique spartiate (480-470), «Eos», 47 (1954), pp. 75 ss.; J.M. BALCER, The Medizing of the regent Pausanias, Actes du premier Congrès international des études balkaniques et sud-est europèens, 1, Sofia 1969, pp. 105-114. 14 W.G. FORREST, A History of Sparta 950-192 B.C.2, London 1980 (1ª ed. Oxford 1968), pp. 99-101; LAZENBY, Pausanias, son of Kleombrotos, pp. 245-248; P. CARTLEDGE, Sparta and Lakonia. A Regional History 1300-362 BC, London 1979, p. 212. 15 OLIVA, loc. cit. supra, nota 13; BLAMIRE, Pausanias and Persia, pp. 295-305 (i Persiani, d’intesa con Pausania, avrebbero dovuto impegnare Atene impedendole d’intervenire a difesa delle autorità spartane). 16 J. WOLSKI, Les Ilotes et la question de Pausanias, régent de Sparte, in Schiavitù, manomissione e classi dipendenti nel mondo antico, Roma 1979, pp. 7-20; Ed. WILL, Le monde grec et l’Orient, Le Ve siècle, Paris 1972, p. 141; D. LOTZE, Selbstbewusstsein und Machtpolitik. Bemerkungen zur machtpolitischen Interpretation spartanischen Verhaltens in den Jahren 479477 vor Chr., «Klio», 52 (1970), pp. 255-275 (spec. 271-273); S. HORNBLOWER, La Grecia classica. Dalle guerre persiane ad Alessandro Magno, Milano 1997 (trad. di The Greek World 479-323 BC, London - New York 1991), p. 49. Cfr. LAZENBY, Pausanias, son of Kleombrotos, pp. 246 s., 249 s. 17 U. KAHRSTEDT, Sparta und Persien in der Pentekontaetie, «Hermes», 56 (1921), pp. 320325; LANG, Scapegoat Pausanias, pp. 79-85. 13

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F. Bourriot ha denunciato i presupposti modernizzanti delle ipotesi che attribuiscono a Pausania grandi progetti politici portati avanti con una perfetta razionalità dei fini e ha ricondotto i moventi di Pausania alla sua condizione di ‘re a titolo temporaneo’, che cerca di sfruttare la sua posizione di generale vittorioso18. Gli interessi di Pausania si sarebbero rivolti costantemente all’area degli stretti: qui egli avrebbe cercato di crearsi una posizione di ripiego degna di sé; Bourriot ammette che Pausania abbia avuto dei contatti con il re di Persia ma rileva l’inefficacia del primo scambio di lettere (sulla cui autenticità egli esprime dei dubbi), e spiega i successivi, che Pausania avrebbe continuato a tenere anche da Sparta, con il suo desiderio di conservare o riprendere la posizione acquisita a Bisanzio19. Bourriot ripone nella tradizione tucididea una fiducia maggiore di quanto a me sembri ammissibile e le sue tesi non possono essere accettate in toto: tuttavia questo mio lavoro si muoverà nella sua scia soprattutto per l’adesione al principio, d’altronde ormai ben acquisito, secondo il quale solo alla luce delle istituzioni, delle norme e delle mentalità contemporanee si possono formulare ipotesi meno arbitrarie sulla storia dei Greci: nel caso di Pausania quest’esigenza è stata forse solo parzialmente soddisfatta. A molti, e per primo in fondo ad Aristotele20, la sua vicenda è parsa un caso esemplare del conflitto fra le aspirazioni individuali e gli equilibri della polis e delle sue leggi. Una simile prospettiva pare promettente: questo conflitto è tipico della generazione delle guerre persiane, i cui protagonisti, come Milziade o Temistocle, si scontrarono in seguito con la propria comunità. Ed è facile imputare all’età d’un giovane ebbro di gloria gli eccessi che perdettero Pausania: il figlio di Cleombroto, però, era cre18

Dopo il 1980 studi volti a ricostruire i veri disegni politici di Pausania sono apparsi più raramente: v. ora G. GIORGINI, The quest for the fleet and the inevitability of war. Pausanias’ policy and Thucydides’ narrative, RSA, 34 (2004), in corso di stampa. 19 BOURRIOT, Pausanias, fils de Cléombrotos, pp. 10-15. 20 Pol. V 1307a 2 (cfr. per es. la polemica fra H. BERVE, Fürstliche Herren zur Zeit der Perserkriege, «Die Antike», 12 (1936), pp. 25-28 e V. EHRENBERG, When did the Polis Rise?, in Polis und Imperium, Beiträge zur alten Geschichte, Zürich-Stuttgart 1965, p. 96, già in JHS, 57, 1937). La notazione di Aristotele sembra sorgere naturalmente da Tucidide, che lo presenta ˜fišmenoj tÁj ‘EllhnikÁj ¢rcÁj (I 128,3; secondo ROOBAERT, Isolationnisme, pp. 182 s., l’espressione tucididea indicherebbe il desiderio di Pausania di tornare al comando degli alleati, ma il riferimento al re pone le aspirazioni di Pausania in una luce molto più sinistra).

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sciuto in una cultura cittadina che se proponeva come valore prioritario il conseguimento della timè, era anche caratterizzata da un fortissimo controllo sociale e politico e da uno schiacciante conformismo. Pausania presumibilmente, non essendo destinato al trono, come sarebbe successo ad Agesilao una sessantina d’anni dopo21, aveva interiorizzato fin dall’infanzia alcuni principi fondamentali dell’educazione spartana, qualunque fossero esattamente allora le sue forme22: la timè andava conseguita in una continua competizione mediante comportamenti finalizzati all’interesse comune, nell’obbedienza alle gerarchie e nel rispetto della legge tradizionale. Pausania sembrerebbe clamorosamente incapace di mantenere questo delicato equilibrio: egli è passato per un uomo che alla propria philotimìa sacrifica la patria e l’Ellade. La sua storia non può però intendersi in una dimensione prevalentemente biografica e come semplice devianza individuale: ne sono protagonisti anche scelte politiche, valori, paure e fantasmi collettivi, e si può vedere in essa anche il drammatico (in qualche misura fatale) conflitto di una cultura politica aristocratica. La cronologia delle vicende di Pausania è incerta, come quella di tanti eventi della Pentecontaetia, né mi pare si possano acquisire nuovi punti fermi. Dopo Platea (479) e le campagne da Cipro a Bisanzio del 478/7, con la caduta della città sul Bosforo che va forse posta solo nella primavera del 47723, il più importante punto di riferimento è costituito dal sincronismo stabilito da Tucidide (I 135,3) fra la morte di Pausania e le vicende di Temistocle24. Dopo la morte di Pausania – e una naturale interpretazione del passo farebbe dire: subito dopo la morte di 21

Plut. Ages. 1,2-4. V. N. KENNELL, The Gymnasium of Virtue, Chapel Hill - London 1995, pp. 115-142, con le osservazioni di E. LÉVY, Remarques préliminaires sur l’éducation spartiate, «Ktèma», 22 (1997), pp. 151-154, e di J. DUCAT, Perspectives on Spartan Education in the Classical Period, in S. HODKINSON - A. POWELL (eds), Sparta, New Perspectives, London 1999, p. 63, nota 3. 23 W.T. LOOMIS, Pausanias, Byzantion and the formation of the Delian League: a chronological note, «Historia», 39 (1990), pp. 487-492. 24 Non mi sembrano conclusivi i ragionamenti condotti sulla base di Giustino IX 1,3 s. e di un frammento di Ione di Chio (FGrHist 392 F 13 =150-152 F *106 Leurini) tramandato da Plutarco (Cim. 9,2-3) e combinato con Plut. Cim. 6, Eforo FGrHist 392 70 F 191,6 e Diod. XI 60,2: in proposito v. M. NAFISSI, Pausania a Bisanzio. Due note, in preparazione. 22

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Pausania – degli ambasciatori spartani si recano ad Atene per accusare Temistocle, che si trova ad Argo, già ostracizzato; gli Ateniesi si lasciano convincere, e insieme agli Spartani si mettono sulle tracce di Temistocle, che prende la via della fuga. La tradizione successiva considerò, com’è noto, il 471/0 un anno cruciale nella biografia del politico ateniese, ma si discute ancora se in quest’anno essa collocasse l’ostracismo o la fuga in Asia: la data può essere documentaria e affidabile e gli òstraka sembrano favorire la prima soluzione25. Ad ogni modo, se il 471/0 è l’anno della fuga in Persia, esso è un termine ante quem per la morte di Pausania, se invece il 471/0 è l’anno dell’ostracismo, una lettura senza pregiudizi di Tucidide impone di considerarlo un termine post quem 26. In tal caso, mentre si è costretti ad abbandonare le datazioni alte per la fine del reggente (p. es. 474/3 o 472/1)27, diviene decisiva la cronologia della fuga di Temistocle, che è agganciata, almeno in Tucidide, all’accessione al trono di Artaserse (I 137,3)28. Secondo Tucidide, infatti, Temistocle, dopo il suo arrivo in Asia, avrebbe scritto una lettera ad Artaserse da 25

Ciò almeno dal I sec. a.C. (Cic. Amic. 12,42, Nep., Arist. 3,3, Eus. Chron. 192 Karst, cfr. Diod. XI 54-58, che pone nel 471/0 gli eventi dal primo processo alla morte), ma la data pare già apollodorea: cfr. FgrHist 244 F 342. V. in breve R.J. LENARDON, The Chronology of Themistokles’ Ostracism and Exile, «Historia», 8 (1959), pp. 25-27; C. CARENA - M. MANFREDINI - L. PICCIRILLI (a cura di), Plutarco. Le vite di Temistocle e di Camillo, Milano 1983, pp. 265 s.; M. STEINBRECHER, Der delisch-attische Seebund und die athenisch-spartanischen Beziehungen in der kimonischen Ära (ca. 478/7-462/1), Stuttgart 1985, pp. 18-26; P.J. RHODES, The Athenian Revolution, in CAH V2, pp. 66 s.; S. BRENNE, T 15, in P. SIEWERT (hrsg.), Ostrakismos-Testimonien I, Stuttgart 2002, pp. 42 s., 249, 251, nota 16. 26 Le date proposte per la morte di Pausania vanno dal 474/3 fino al 466: per un quadro v. ROOBAERT, Isolationnisme, p. 227, nota 501. 27 GOMME, Historical Commentary, pp. 397-399; W.G. FORREST, Themistokles and Argos, CQ, n.s., 10 (1960), pp. 237 s.; ID., Pausanias and Themistokles Again, «Lakwnika… Spouda…», 2 (1975), pp. 1-5; J.F. BARRET, The Downfall of Themistocles, GRBS, 18 (1977), spec. pp. 209-305; F.J. FROST, Plutarch’s Themistocles. A Historical Commentary, Princeton N.J. 1980, pp. 190-191. 28 Con RHODES, Thucydides on Pausanias, pp. 393 s. (cfr. Plutarco, Le vite di Temistocle e di Camillo, pp. 272-274, RHODES, The Athenian Revolution, p. 66) non considero storicamente attendibile il dettaglio dell’incontro della flotta ateniese a Nasso in Thuc. I 137,2 (il principale problema che si presenta nella ricostruzione di M.E. White, sulla quale infra); ma altri non sono di questo avviso: v. per es. P.J. MILTON,The Date of Thucydides Synchronism of the Siege of Naxos with Themistokles’ Flight, «Historia», 28 (1979), pp. 257-275; STEINBRECHER, Der delisch-attische Seebund, pp. 27 s. Ancor più irrilevante la menzione della rotta Taso-Cuma in Plut. Them. 25,2-26,1.

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poco asceso al trono (465/4). La morte di Pausania dovrebbe essere anteriore a questa data29. Indipendentemente dal sincronismo con Temistocle, i dati essenziali sulla biografia dei figli di Pausania hanno permesso a M.E. White di concludere che Pausania difficilmente può esser morto prima del 470 circa; dipendono invece soprattutto dalla tradizione tucididea della fuga di Temistocle gli argomenti che inducevano la studiosa a preferire una data verso il 465, e segnatamente il 467/630. Considerato il carattere aneddotico del racconto tucidideo è forse opportuno limitarsi a dire che la morte di Pausania dovrebbe essere posta poco dopo il 471/0.

2. Pausania e i Persiani: vendetta, onore e ‘medismo’ I sentimenti di Pausania, com’è ovvio, sono parte d’una storia psicologica impossibile da recuperare. Va tuttavia messo in chiaro il quadro di valori cui egli poté fare riferimento. Come ricordava qualche anno fa D. Asheri, Platea è per la tradizione erodotea una vendetta delle Termopili31. La storia, e nella 29

Com’è noto, la tradizione di IV sec. pose l’arrivo di Temistocle in Asia già all’epoca di Serse: Plut. Them. 27,1. Il buon senso fa preferire il sincronismo tucidideo («less exciting»: RHODES, The Athenian Revolution, p. 66), ma si sono anche cosiderati i due dati conciliabili fra loro: E. BADIAN, The Peace of Callias, in ID., From Plataea to Potidaea. Studies in the History and Historiography of the Pentecontaetia, Baltimore - London 1993, p. 7. 30 Per i primi v. M.E. WHITE, Some Agiad Dates: Pausanias and his Sons, JHS, 84 (1964), pp. 140-142 e il cauto consenso di RHODES, Thucydides on Pausanias, pp. 398 s. (che si chiede perché Pausania, verosimilmente non ancora trentenne, non avesse al proprio fianco a Platea dei s`ymboloi, a differenza di quanto accadde a Plistanatte nel 446: ma l’uso potrebbe essere un’innovazione posteriore alle guerre persiane, cfr. L. THOMMEN, Lakedaimonion Politeia. Die Entstehung der spartanischen Verfassung, «Historia» Einzelschr. 103, Stuttgart 1996, p. 132; critico G.L. CAWKWELL, The fall of Themistocles, in B.F. HARRIS (ed.), Auckland Classical Essays presented to E.M. Blaiklock, Auckland - Oxford 1970, pp. 55 s., nota 16: ma le indicazioni sull’età di Plistanatte in Thuc. I 107,2 e Plut., Per. 22,2 si confermano a vicenda): per i secondi WHITE, Some Agiad, pp. 142-144; 146 (cfr. LAZENBY, Pausanias, son of Kleombrotos, pp. 244 s.; E. BADIAN, Toward a Chronology of the Pentecontaetia down to the Renewal of the Peace of Callias, in ID., From Plataea to Potidaea, p. 89). STEINBRECHER, Der delisch-attische Seebund, pp. 35 s., ritiene di poter datare il ritorno di Pausania nel Peloponneso nel 471/0 e la morte nel 467 ca.: tre anni sarebbero il tempo minimo per generare i tre figli attribuiti a Pausania, ma il presupposto, che la loro madre non possa aver seguito Pausania a Bisanzio e/o a Colone, è arbitrario. 31 D. ASHERI, Platea vendetta delle Termopili: alle origini di un motivo teologico erodoteo, in M. SORDI (a cura di), Responsabilità perdono e vendetta nel mondo antico, Milano 1998

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finzione drammatica erodotea Serse, faranno cadere sulla persona di Mardonio (VIII 114) la punizione che, come stabilito dall’oracolo delfico, è dovuta a Sparta e agli Eraclidi. L’oracolo propone, attraverso la menzione di questi ultimi, il tema della vendetta personale e familiare di Pausania, sviluppato poi nell’aneddoto su Lampone l’Egineta. Lampone avrebbe proposto a Leonida di infierire sul corpo di Mardonio, per restituire al Persiano quanto era stato fatto subire a suo zio Leonida (IX 78,1-2: tetimwr»seai ™j p£trwn tÕn sÕn Lewn…dhn, cfr. 238,2). Richiamando la tradizionale connessione fra klšoj, œpainoj, tim» e timwr…a32, Lampone fa notare a Pausania che egli difenderebbe il proprio onore e quello di Leonida, e personalmente otterrebbe una gloria ancora maggiore di quella che ha già per aver salvato i Greci. Senza dubbio Lampone intende anche dar modo a Pausania d’agire direttamente su Mardonio: non è stato infatti il reggente ad uccidere il figlio di Gobria33. Pausania approva il riferimento alla propria p£trh, ma rifiuta di compiere l’atto empio, indegno d’un Greco. Dichiara che il numero dei morti nemici è tale che basta a vendicare ampiamente non solo Leonida, ma anche quelli che son caduti con lui (79,1-2: Lewn…diÄ dš, tù me keleÚeij timwrÁsai, fhmˆ meg£lwj tetimwrÁsqai, yucÍs… te tÍsi tînde ¢nariqm»toisi tet…mhtai aÙtÒj te kaˆ oƒ ¥lloi oƒ ™n QermopÚlhsi teleut»santej). Senza cadere in una reciprocità assoluta, che avrebbe comportato atti barbari e già stigmatizzati dall’epos omerico, ma richiamandosi invece (anche per necessità dialettiche) ad una nota tendenza della vendetta greca, d’ispirazione agonale, per cui la parte (CISA, 24), pp. 65-86. V. anche J. DILLERY, Reconfiguring the Past: Thyrea, Thermopylae and Narrative Patterns in Herodotus, AJPh, 117 (1996), pp. 242-245. 32 Il nesso etimologico fra tim» e timwr…a (timwrÒj è un composto di tim» e di un secondo termine apparentato a Óromai, Ðr£w; il suo valore fondamentale è «colui che salvaguarda la timé» ed è ben visibile anche in Hdt. IX 78-79: v. P. DEMONT, Secours et vengeance: note sur timwr…h chez Herodote, «Ktéma», 20, 1995, pp. 37-45, spec. 41), rivela la strettissima relazione fra onore e vendetta, determinata dagli imperativi della reciprocità e dello spirito competitivo: cfr. G. HERMAN, Ritualized Friendship and Greek City, Cambridge 1987; sul tema v. innanzitutto H.-J. GEHRKE, Die Griechen und die Rache. Ein Versuch in historischer Psychologie, «Saeculum», 38 (1987), pp. 121-149. 33 E tuttavia come nella logica politica e giudiziaria la parte offesa delega alla polis la timoría nei confronti di chi le ha recato danno (G. HERMAN, Athenian beliefs about revenge: problems and methods, PCPhS, 46, 2000, p. 25, che si rifà a GEHRKE, Die Griechen und die Rache, pp. 129 ss.), così Pausania può svolgere il suo compito di timorós per il tramite dell’esercito da lui comandato.

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offesa si onora di prendere molto più di quanto non le sia stato tolto (è la regola della «testa per l’occhio» di K.J. Dover)34, Pausania chiarisce d’aver salvaguardato con yucÍsi [...] tÍsi tînde ¢nariqm»toisi assai degnamente l’onore di Leonida. L’aneddoto, che giustamente Asheri dichiara didattico ed encomiastico, propone un Pausania all’altezza dei propri compiti di vendicatore e di rappresentante della cultura greca, ma certo non dimentico del proprio ruolo familiare35. Del resto, quando la vendetta si compie, Erodoto ricorda insieme il risarcimento dell’uccisione di Leonida, la gloria di Pausania vincitore, la genealogia eraclide dell’uno e dell’altro, ed il nome dell’uccisore di Mardonio (IX 64,1-2). Erodoto non dice esplicitamente quello che per un Greco doveva esser chiaro. A Platea l’Eraclide Pausania ha potuto vendicare lo zio paterno Leonida: anche per questo la sua vittoria fu degna della massima ammirazione, kall…sthn ¡pasšwn tîn ¹me‹j †dmen36. Fin qui, dunque, l’interpretazione erodotea. Asheri ha messo in luce le diverse tracce del tema delle vittorie sui Persiani come vendetta nella cultura greca di V secolo37. È probabile che esso fosse valorizzato anche subito dopo la vittoria di Platea: così è, almeno, se C.O. Pavese ha ragione a sostenere che i versi iniziali del fr. 11 W2 dell’elegia simonidea ricordano la morte di Achille e la caduta di Troia per mano di Dike come exemplum mitico della fine di Leonida alle Termopili e della sua vendetta sul campo di

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Greek Popular Morality, Oxford 1974, p. 184; GEHRKE, Die Griechen und die Rache, pp. 133-137. 35 ASHERI, Platea vendetta delle Termopili, pp. 72-74. 36 ™nqaàta ¼ te d…kh toà fÒnou toà Lewn…dew kat¦ tÕ crhst»rion tÕ to‹si Sparti»tVsi ™k Mardon…ou ™petelšeto kaˆ n…khn ¢nairšetai kall…sthn ¡pasšwn tîn ¹me‹j ‡dmen Pausan…hj Ð KleombrÒtou toà ‘Anaxandr…dew: tîn d katÚperqš oƒ progÒnwn t¦ oÙnÒmata e‡rhtai ™j Lewn…dhn: æutoˆ g£r sfi tugc£nousi ™Òntej. V. M.A. FLOWER - J. MARINCOLA, Herodotus. Histories Book IX, Cambridge 2002, pp. 219 s. ad loc. che giustamente sottolineano il nesso te ... kai;. Per la connessione fra vendetta familiare e genealogia cfr. la risposta di Serse ad Artabano Hdt. VII 11. Pausania ha ricordato l’origine eraclide della propria famiglia sul cratere dedicato a Poseidone sul Bosforo (Ninfide, FgrHist 432 F 9, cfr. Hdt. IV 81,3). 37 ASHERI, Platea vendetta delle Termopili, pp. 76-86: che ricorda fra l’altro la Nemesi di Ramnunte. Meno sicuro di Asheri mi sentirei sui precedenti classici dei Leonidaia (cfr. NAFISSI, Tucidide, Erodoto e la tradizione), mentre ho più fiducia di lui (79-81) sulle ipotesi di PAVESE, Elegia di Simonide, a proposito del nuovo Simonide, cfr. infra.

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Platea38. Di lì a poco la guerra contro i Persiani sarebbe proseguita con la fondazione della lega di Delo, che, a quanto sostiene Tucidide, nacque con l’intento dichiarato della rappresaglia e della vendetta: come sottolineò K. Raaflaub, dobbiamo prendere sul serio – al di là del giudizio tucidideo, che la riduce al rango di prÒschma – una categoria che aveva certamente un suo peso nelle percezioni, nelle argomentazioni e nelle decisioni politiche e individuali39. In realtà è probabile che il concetto di vendetta orientasse già le percezioni collettive e individuali, e che anzi ispirasse le decisioni politiche di Sparta sin dalla vigilia di Platea: così si spiega la singolare perseveranza con cui si volle assegnare ai parenti di Leonida e ai tutori di suo figlio Plistarco la guida dell’esercito che doveva affrontare l’armata nemica che aveva superato le Termopili. L’incarico fu assegnato al fratello di Leonida, Cleombroto, e poi al suo giovane figlio Pausania; per la prosecuzione dello scontro contro i Medi, necessariamente ora per mare, non si optò per il vincitore di Micale, Leotichida, ma ancora per Pausania40. Nella stessa luce va intesa la decisione di Pausania, che alla morte del padre volle accanto a sé nel comando degli alleati l’altro suo cugino, Eurianatte, il figlio di Dorieo (Hdt. IX 10)41. Per 38

PAVESE, Elegia di Simonide, pp. 22 s. Ma lo stato frammentario del testo impone grande cautela. Fra le numerose interpretazioni proposte circa committenti ed occasione d’esecuzione dell’elegia, la più convincente mi sembra quella di quanti vogliono che l’elegia fosse commissionata dagli Spartani (e da Pausania?): v. A. ALONI, L’elegia di Simonide dedicata alla battaglia di Platea (Sim. frr. 10-18 W2) e l’occasione della sua performance, ZPE, 102 (1994), pp. 9-22, e poi per es. PAVESE, Elegia di Simonide (Sparta) e G. BURZACCHINI, Note al nuovo Simonide, «Eikasmos», 6 (1995), pp. 23-26 (Pausania e Sparta). Per una committenza ateniese C. BEARZOT, P.Oxy. 3965: considerazioni sulla data e sull’ispirazione dell’elegia di Simonide per la battaglia di Platea, in B. KRAMER - W. LUPPE - H. MAEHLER - G. POETHKE (hrsg.), Akten des 21. internationalen Papyrologenkongresses. Berlin 13-19.8.1995, «Archiv für Papyrusforschung», Beih. 3 (1997), pp. 71-79. 39 Thuc. I 96,1 (¢mÚnesqai), VI 76,2 (timwr…a), con K. RAAFLAUB, Beute, Vergeltung, Freiheit? Zur Zielsetzung des Delisch-Attischen Seebundes, «Chiron», 9 (1979), spec. pp. 18-20. 40 Cfr. PAVESE, Elegia di Simonide, p. 23. L’imbarazzo dei moderni è ben esemplificato dagli interrogativi di BOURRIOT, Pausanias, fils de Cléombrotos, pp. 1 s. Per altre ipotesi v. per es. LOTZE, Selbstbewusstsein, p. 267; J.F. LAZENBY, The Defence of Greece, Warminster 1993, pp. 208-210, seguito da FLOWER - MARINCOLA, Herodotus, p. 117. 41 Altro dettaglio imbarazzante per gli storici: cfr. le ipotesi di BELOCH, Griechische Geschichte, pp. 158 s. (certamente infondate: v. P. CARLIER, La royauté en Grèce avant Alexandre, Strasbourg 1984, pp. 244 s.) e THOMMEN, Lakedaimonion Politeia, pp. 107 s.

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Pausania la guerra era una questione d’onore personale e familiare. La prospettiva d’Erodoto, dalla quale siamo partiti, ordina i fatti in funzione di Platea, ed è molto nutrita del senno di poi: quel Pausania dichiara soddisfatto il suo imperativo con la vittoria di Platea e la morte di Mardonio, ma per il Pausania storico il conto con Serse poteva essere restato aperto, anche dopo la campagna di Cipro e di Bisanzio. Tucidide considera vuota parola la sua intenzione dichiarata di lasciare Sparta da privato per partecipare alla guerra contro i Persiani42. Io credo invece che essa vada senz’altro presa sul serio. Come vedremo più avanti, di fronte al dilemma, scegliere fra la timè regale che ricadeva su di lui come tutore di Plistarco e la timè derivante dalla guerra e dal suo ruolo di timoròs, Pausania ha scelto di combattere per meritare e difendere gli onori che spettano agli Eraclidi nell’esercizio dell’aretè 43. Presumibilmente sperava che i suoi successi gli avrebbero reso possibile un ritorno trionfale a Sparta, e forse immaginava che allora la sua polis avrebbe ripreso il suo impegno contro i Persiani44. Non poteva sapere che le cose sarebbero andate molto diversamente. Nel comportamento, vero o presunto, che Pausania ha tenuto nel periodo in cui è stato lontano da Sparta, durante e dopo la sua strategia del 478/7, dobbiamo, almeno inizialmente, distinguere in modo netto tre aspetti: 1. gli atti irrispettosi e violenti nei confronti degli alleati, rispettivamente la dedica del tripode e il comportamento che Tucidide

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Su ‘EllhnikÕj pÒlemoj in Thuc. I 128,3 contro CAWKWELL, The fall of Themistocles, p. 53 (Tucidide farebbe riferimento a una guerra fra i Greci), v. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, ad loc. pp. 213 s. con bibl. e A. TSAKMAKIS, Thukydides und die Vergangenheit, Tübingen 1995, pp. 117 s. 43 44

Cfr. infra.

Cfr. LAZENBY, Pausanias, son of Kleombrotos, pp. 241-243: ma la nostra documentazione non consente di ricostruire degli schieramenti dei gruppi dirigenti spartani in relazione a diverse opzioni in politica estera, la cui stessa definizione è in parte ipotetica, in parte erronea (cfr. LOTZE, Selbstbewusstsein; A. ANDREWES, Spartan imperialism?, in P. GARNSEY - C. WHITTAKER (eds.), Imperialism in the Ancient World, Cambridge 1978, pp. 94 s.).

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definisce b…aioj, con i singoli episodi per i quali fu condannato (I 95,1; 130,2; 96,5)45; 2. l’imitazione dei costumi barbari di cui egli dà mostra nei suoi luoghi di residenza e radicamento, soprattutto a Bisanzio (I 130,1); 3. i progetti medizzanti, che prevedono la consegna della Grecia ai barbari e il dominio personale di Pausania sulla Grecia. La distinzione fra ‘medismo’ culturale (che gli Spartani avvertono come paranom…a) e medismo in senso proprio46 (che può essere rubricato come atto di vera e propria prodos…a)47, è sufficientemente chiara in Tucidide. In I 130,1 egli elenca i primi segni della colpa di Pausania e li si riassume con oÙkšti ™dÚnato ™n tù kaqestîti trÒpJ bioteÚein, e in I 132,2 ricorda come gli Spartani sospettassero Pausania, di cui non conoscevano ancora i progetti politici, tÍ te paranom…v kaˆ zhlèsei tîn barb£rwn48. Quando Tucidide afferma che Pausania venne imputato il medismo (e prosciolto: Thuc. I 95,5), pensa invece ad un’accusa di prodos…a. Tucidide attribuisce al primo soggiorno a Bisanzio il tradimento della causa dei Greci e l’inizio dei rapporti con il re, ma solo l’indagine che precede la morte avrebbe fornito le prime prove (I 128,6). Non si può escludere che i sospetti fossero effettivamente così precoci come crede Tucidide49.

45 Alcuni descrissero poi nel dettaglio questi comportamenti: Plut., Arist. 23; sulla storicità di questi particolari cfr. ROOBAERT, Isolationnisme, p. 180 con bibl. nota 269. 46 Mhd…zein, a differenza di termini analoghi, come lakwn…zein, indica tradimento in collusione con i Persiani, e non si usa in senso puramente culturale: v. C.J. TUPLIN, Medism and its Causes, «Transeuphratene», 13 (1997), pp. 156-185. 47 Come accadde a Temistocle, cfr. Thuc. I 138,6 e le altre fonti citate da M.H. HANSEN, Eisangelia, Odense 1975, p. 70, nota 6. Alla prodosìa di Pausania fa cenno ripetutamente Diodoro XI 44, 46, 54-5, per descrivere la colpa più grave di Pausania, ma anche per lui l’iniziale rottura con gli alleati è dovuta al cedimento alla tryphè persiana e al comportamento tirannico (XI 44,5). 48 zhlèsei tîn barb£rwn specifica il precedente paranom…v, pur essendo unito ad esso da te ... kaˆ...: v. J. CLASSEN - J. STEUP, Thukydides, 7. Ausg., Berlin-Zürich-Dublin 1966, p. 340, ad loc. 49 Anche se Tucidide lascia intendere il contrario (I 95,5: ™dÒkei safšstaton e†nai; come se già allora fosse possibile la deduzione, piena di senno di poi – FORNARA, Some Aspects, p. 266 nota 53 rimarca «Thukydides should [...] have written doke‹ instead of ™dÒkei» –, che leggiamo in I 130,1: dopo aver ricevuto la lettera del re Pausania «non riusciva a nascondere i suoi propositi: da piccoli atti lasciava intravvedere quanto di più grosso avesse in animo di fare in futuro»), quanto noto fino a quel momento del

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In I 130,1-2 Tucidide raffigura Pausania che esce (™xÇei) da Bisanzio in vesti persiane, si avanza per la Tracia scortato da dor`yphoroi Medi ed Egizi (™dorufÒroun), si fa imbandire la mensa alla maniera persiana50. Questi comportamenti sono esplicitamente attribuiti da Tucidide all’anno della sua strategia51. I verbi all’imperfetto li dichiarano abituali52. Come ha notato C.J. Tuplin, l’uso di abbigliamento persiano da parte di Greci, anche in contesti particolarmente esposti all’interazione culturale, è decisamente raro53. M.C. Miller ha ricordato un suggestivo ritratto di Ludwig Wilhelm von Baden, che dopo aver partecipato alla liberazione di Vienna dall’assedio dei Turchi del 1683 si fece ritrarre in vesti turche54. Non è chiaro però percomportamento di Pausania era ben lungi dal costituire prova di prodosìa. Quanto ai sospetti, poteva averne destati già allora la fuga dei congiunti del re da Bisanzio e il rapporto di Pausania con Gongilo di Eretria (Thuc. I 128,5-6), il cui medismo è un dato di fatto (Xen., Hell. III 1,6; Anab. VII 8,8 con P. DEBORD, L’Asie Mineure au IVe siècle (412323 a.C.). Pouvoirs et jeux politiques, Bordeaux 1999, pp. 189-191, 238-239) e che certo tradì solo in questo momento (v. LIPPOLD, Pausanias von Sparta, p. 320, nota 1). Pausania aveva affidato Bisanzio e i prigionieri a Gongilo; «si sosteneva che essi erano riusciti a sfuggire a Pausania», ma si ritenne poi che li avesse volutamente fatti scappare, per acquisire benemerenze presso il re. Non è però chiaro quando sorse il sospetto sul quale si costruirono le prove del tradimento di Pausania, facendo di Gongilo il latore della lettera al re (I 128,6). Ad un’accusa di prodosìa basata sui rapporti con Gongilo o su altre calunnie pensano BOURRIOT, Pausanias, fils de Cléombrotos, p. 3, e LAZENBY, Pausanias, son of Kleombrotos, pp. 236-238 (anche i rapporti con Megabate di cui è traccia in Erodoto V 32 avrebbero reso plausibile l’accusa; ma cfr. n. 9); scettico RHODES, Thucydides on Pausanias, pp. 389 s. 50 Sull’alternanza dei termini Mhdikaˆ skeua… e tr£peza Persik» v. C. TUPLIN, Persians as Medes, Achaemenid History VIII, Leiden 1994, p. 242 (ma si potrebbe pensare a un purismo etnografico ispirato a Hdt. VII 62). 51 Non abbiamo ragione di spostarli nel periodo dopo il suo ritorno, come fra gli altri fa FORNARA, Some Aspects, pp. 266 s. e nota 59: v. LAZENBY, Pausanias, son of Kleombrotos, pp. 238 s. 52 Si è pensato vesti e dor`yphoroi rinviino ad un’unica uscita da Bisanzio (il nesso logico è ribadito da te ... kaˆ ... ), causa di scandalo e discussione, che LIPPOLD, Pausanias von Sparta, p. 325, riconduce all’offerta del cratere nel santuario di Poseidone presso il Mar Nero (ma l’offerta è verosimilmente successiva, cfr. NAFISSI, Pausania a Bisanzio); in questo caso non si dovrebbe però parlare di una spedizione militare, ma di un’uscita solenne. In ogni caso non si può pensare a viaggi in aree sotto controllo persiano (EVANS, Tha Medism of Pausanias, p. 7), che sarebbero stati citati a carico di Pausania. Altre ipotesi arbitrarie sull’uso dei dor`yphoroi in LAZENBY, Pausanias, son of Kleombrotos, pp. 236 s. 53 TUPLIN, Medism, pp. 167-169. 54 Cfr. M.C. MILLER, Athens and Persia in the Fifth Century BC. A study in cultural receptivity, Cambridge 1997, p. 184, con rinvio a R. WAISSENBERGER, Die Türker vor Wien.

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ché – come sostiene la Miller – questo ritratto non debba aiutarci a capire il comportamento di Pausania che era cresciuto in una cultura che nei suoi testi fondamentali cantava d’eroi che indossavano le armi strappate al nemico55. La porzione di bottino che spettava a ciascuno aveva una valenza simbolica, era espressione del valore personale: ciò è tanto più vero, lo mostra l’Iliade, nel caso della parte riservata, che materializza l’eccellenza dell’eroe. A partire da Omero l’uso più comune dei beni così ricevuti era la loro esibizione. Così il ‘medismo’ culturale di Pausania è l’esibizione del gèras che è stato riconosciuto allo stratego, e che manifesta a tutti la superiorità del vincitore sul vinto. Oggetti, dunque: vesti, suppellettili e vasellame da mensa da sfoggiare in occasioni cerimoniali, come banchetti e solenni uscite ufficiali. Anche i dory` phoroi erano in fondo poco più che oggetti: gli uomini del re erano per i Greci suoi schiavi, e queste prede animate sfilavano dietro Pausania vestito alla persiana, come gli Immortali e i dory`phoroi nel corteo del re56. Così Pausania si presenta come colui Europa und die Entscheidung an der Donau, Wien - Salzburg 1982, fig. 100, E. PETRASCH R. SÄNGER - E. ZIMMERMANN - H.G. MAJER, Die Karlsruher Türkenbeute, München 1991, p. 33. P. BRIANT, Histoire de l’Empire Perse de Cyrus à Alexandre, Paris 1996, p. 361, vede invece nei gesti di Pausania l’imitazione di un satrapo. Secondo K. J. DOVER, I tessuti rossi dell’Agamennone, «Dioniso», 48 (1977), pp. 61-66 (in inglese in Greek and the Greeks: Collected Papers, I, Oxford 1987, pp. 151-160) Pausania avrebbe adottato «lo stile e le maniere che agli Asiatici sembravano adatte a una persona della sua condizione» secondo la tendenza del vincitore a mostrarsi non inferiore al vinto. 55 Ettore e le armi di Achille: Il. XVII 183-214. Archil. fr. 5 W.2 attribuisce i valori della propria cultura al celebere Sawn tij, che ¢g£lletai del suo scudo (lo stesso verbo è usato per Ettore œcwn êmoisin le armi di Achille: Il. XVII 473). Da una citazione di epichòrioi in Timeo (ap. Ath. XII 522b-c , ma cfr. JACOBY, FGrHist IIIB Komm. 560 e M. GIANGIULIO, Ricerche su Crotone arcaica, Pisa 1989, p. 11, nota 14) sappiamo che i Crotoniati riconducevano il lussuoso abbigliamento dei loro magistrati (o piuttosto dei loro servi pubblici) al giorno in cui avevano fatto indossare per disprezzo allo schiavo del loro pritane le vesti strappate ad uno dei Persiani che reclamavano il medico Democede (cfr. Hdt. III 125 s.). 56 A Platea erano stati fatti meno di 3000 prigionieri (Hdt. IX 70,5); Pausania ricevette «dieci di tutto (se questo è il significato di p£nta dška: cfr. FLOWER - MARINCOLA, Herodotus, p. 250 ad loc.)[...] donne, cavalli, talenti, cammelli e la stessa quantità delle altre ricchezze» (IX 81,2): non si ricordano uomini, ma la lista, che aggiunge una curiosità barbarica, i cammelli (la tipica bestia da soma dei Persiani e degli Arabi: Hdt. I 80, VII 83, 86-7, 125, 184, cfr. III 102-5, MILLER, Athens and Persia, pp. 36 s.), a oggetti di sapore epico, tutti compresi nei doni promessi da Agamennone ad Achille (Il. IX 122-130 = 264-272), è esplicitamente selettiva. Per i dory` phoroi di Pausania come prigionieri v. per es. LAZENBY, Pausanias, son of Kleombrotos, pp. 236 s.; per lo schiavo «possesso animato» Arist. Pol. 1253b32; per i dory` phoroi del re di Persia Hdt. VII 40-1, cfr. BRIANT, Histoire de l’Empire, spec. pp. 197, 271-273, 338.

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che ha strappato al gran re i simboli del suo status 57. È, dopotutto, lo stile che ci aspetteremmo da chi vantò la vittoria sui Persiani come fece Pausania con l’epigramma per il tripode di Delfi. Non deve pertanto ingannarci la banalizzazione diodorea di un Pausania che indulge alla tryphè e al fascino della ricchezza barbarica di (XI 44,5; 46,1-3); Diodoro travisa in senso moralistico quell’«elevarsi orgoglioso» segnalato da Tucidide come conseguenza della lettera regia (I 130,1: pollù tÒte m©llon Ãrto)58. Anche la prospettiva tucididea, ovviamente non è immune dal preconcetto della colpevolezza di Pausania: per Tucidide Pausania si comporta da satrapo della Grecia in pectore. Questi atti, però, anche ad un occhio libero dai pregiudizi, apparivano carichi di simbolismo dispotico: Pausania ricordava re e satrapi d’Asia, e i loro imitatori locali, i tiranni59. Significativamente la tradizione e la ricerca moderna tendono ad assimilare i comportamenti e le aspirazioni di Pausania sotto il comune denominatore della tirannide. Tucidide dichiara che il suo esercizio del comando turann…doj m©llon ™fa…neto m…mhsij À strathg…a (I 95,3)60, Erodoto accenna al desiderio di farsi tÁj ‘Ell£doj tÚrannoj (v 32). Le accuse che più tardi sarebbero state mosse a Pausania avevano la loro radice nei sospetti alimentati durante la strategia. Pausania si andava sempre più distaccando dai Greci,

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La tradizione che riconosce nella kataskeu» di Serse il mobilio, il vasellame e i tessuti della gigantesca tenda di Mardonio (Hdt. IX 82,1) è la stessa che riferisce dei banchetti di Pausania (sulla quale cfr. NAFISSI,Tucidide, Erodoto e la tradizione). La tenda fu verosimilmente smantellata, ma una parte almeno del suo contenuto in mobilio e in oggetti preziosi dovette toccare a Pausania (v. MILLER, Athens and Persia, pp. 53, 235 s.). Sulle spoglie delle guerre persiane EAD., ibi, pp. 29-62; per le ricchezze come simboli di rango nell’esercito persiano e per la conquista dei beni preziosi contenuti nelle tende del sovrano nemico come segno tangibile della vittoria nell’ideologia regale del Vicino Oriente, ibi, pp. 34-36. 58 Già Crizia collega medismo e truf» dei Tessali (88 B 31 D.-K.): cfr. TUPLIN, Medism, p. 171. 59 Si pensi ai dory` phoroi dei Pisistratidi: Thuc. VI 56.2, 57.1, 4; cfr. E. HALL, Inventing the Barbarian. Greek Self-Definition through Tragedy, Oxford 1989, p. 156. 60 Gli fanno eco Diod. XI 44,5 (turannikîj prosferomšnou to‹j Øpotetagmšnoij) e Plut., Mor. 873c (de Her. mal. 42: turannik¦ fronîn, in riferimento all’iscrizione sul tripode di Platea). Anche la storia di Pausania e Cleonice (Plut. Cim. 6,4-7; Mor. 555c [de sera numinis vindicta 10]; Aristodemos, FgrHist 104 F 1,8,1; Paus. III 17,8-9) mette in scena un Pausania afflitto da due tipici vizi tirannici, l’appetito sessuale e la sospettosità.

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perché avvertiva la propria superiorità di vincitore del Re: da questo punto di vista il suo medismo e la sua ‘inaccessibilità’ erano due facce della stessa medaglia61. È anche facile capire perché, tornato a Bisanzio e poi a Colone, Pausania continuasse a comportarsi in questo modo (Thuc. I 131,1): Pausania faceva buon uso del suo bottino personale, quello riconosciutogli a Platea (Hdt. IX 81,2) e certo anche nella campagna del 478/7, come stratego dei Greci; perduto questo ruolo di archegòs, e ridotto al rango di semplice privato, rammentava a tutti la propria timè e l’aretè del vincitore dei Medi.

3. Pausania, Sparta, Atene e gli alleati Secondo Bourriot Pausania fu un uomo fedele alla propria patria, intenzionato a lasciare la basilèia al suo pupillo, e che tuttavia non si sarebbe più accontentato d’una posizione di privato62. Egli avrebbe sfruttato il proprio ruolo e prestigio di comandante dei Greci per conquistarsi un regno nell’area degli stretti. Bourriot ha giustamente richiamato precedenti ateniesi (Pisistrato ed Ippia nel Sigeo, Milziade nel Chersoneso Tracio) e spartani. Proprio a Bisanzio si sarebbe insediato più tardi, nel 403, lo Spartiate Clearco con l’ambizione di creare un proprio dominio63. Colpisce il caso dello zio di Pausania, Dorieo, che, consapevole della sua ¢ndragaq…h, di fronte alla preferenza che il nòmos accordava al fratello, baršwj fšrwn scelse la via della colonizzazione (Hdt. V 42). Probabilmente Bourriot non ha voluto aggiungere l’esempio di Tera, tutore di re, ecista, e infine re in proprio, per non sfiorare i confini dell’età degli eroi. Tera aveva abbandonato Sparta per fondare una colonia nell’isola cui avrebbe dato il

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Il nesso sarebbe ancora più stretto se questa inaccessibilità fosse in qualche modo ispirata o riconducibile al cerimoniale delle corti dei satrapi e del re di Persia in particolare: BRIANT, Histoire de l’Empire, pp. 269 s. per la corte regale, 358 per i satrapi, con rinvio fra l’altro a Xen. Hell. I 6,6-10; Plut. Lys. 6 (Callicratida e Ciro). Ma l’inaccessibilità può anche avere un’interpretazione spartana (cfr. infra, nota 74). 62 BOURRIOT, Pausanias, fils de Cléombrotos, pp. 12 ss. 63 Diod. XIV 12, Xen. Anab. I 1,9, II 6,2-4, Polyaen. II 2,6-10; H. BERVE, Die Tyrannis bei den Griechen, München 1967, I, pp. 214 s.

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nome, e sulla quale avrebbe regnato, deinÕn poieÚmenoj ¥rcesqai Øp’ ¥llwn, ™pe…te geÚsato tÁj ¢rcÁj (Hdt. IV 147,3)64. Il paragone con Dorieo e Tera è suggestivo: i temi della percezione della propria areté e della sensibilità alla timé e alle gerarchie sono importanti anche per Pausania. Dorieo e Tera, però, se ne vanno volontariamente, spinti dal destino ineluttabile: invece Pausania, pur senza essere esiliato, ha subito un processo e una condanna, e parte per continuare una guerra già iniziata (Thuc. I 95,3, 5-6, 128,3). Si aggiunga che il suo affaire non era solo una questione interna di Sparta. Il m‹soj nei suoi confronti aveva spinto gli alleati a cercare in Atene una nuova egemone (Thuc. I 9596). Val la pena innanzitutto considerare da vicino le misure prese dalle autorità spartane a seguito della strategia del 478/7 e riguardo alla prima iscrizione del tripode delfico (è lecito supporre che il caso appartenga allo stesso contesto logico e cronologico)65, e valutare poi il successivo atteggiamento di Pausania. Cominciamo dal tripode. Ho citato in apertura l’iscrizione fatta apporre da Pausania. Non è chiaro se gli Spartani, come sembrerebbe implicare Tucidide, procedettero di propria iniziativa, oppure su sollecitazione degli alleati, come risulta per esempio da Plutarco, o addirittura su imposizione degli Anfizioni, come sostiene invece Apollodoro, l’autore del kat¦ Nea…raj66. La testimonianza di quest’ultimo sembra trovare almeno parziale conforto nell’analisi del documento epigrafico recentemente condotta da Steinhart: l’iscrizione appare redatta in dialetto ed alfabeto focidesi; l’elenco, ordinato in una forma che Steinhart paragona a quella delle liste dei thearodokoi, sarebbe d’ispirazione 64

toioàtoj mn d¾ ¥rcwn Ãn: ¥rcesqai d ØpÕ ¥llwn oÙ m£la ™qšlein ™lšgeto. Così Senofonte chiude l’encomiastico ritratto di Clearco in Anab. II 6,1-15. 65 Sulla data dell’intervento si discute: v. W. GAUER, Weihgeschenke aus den Perserkriegen, Ist. Mitt. Beih. 2, Tübingen 1968, p. 93, che si pronuncia a ragione in favore del 477; il testo tràdito in Thuc. I 132,3 ¢d…khma kaˆ toàt’ (tÒt’ Struve) ™dÒkei enai è giustamente difeso da CH.W. FORNARA, Two Notes on Thucydides, «Philologus», 111 (1967), pp. 291-294, ma, contrariamente a quanto egli sosteneva, esso non implica che l’epigramma sia stato cancellato solo dopo la morte di Pausania (cfr. K. MEISTER, Das panhellenische Weihepigramm auf der Schlangensäule von Delphi, «Epigraphica», 33, 1971, p. 21; J. TREVETT, [Demosthenes] 59 and History, CQ, n.s., 40, 1990, pp. 410 s.). 66 Thuc. I 132,2 s.; [Dem.] Neaer. (59) 97 s.; Plut. Mor. 873c (de Her. mal. 42) e le altre fonti citate in FGE ‘Simonides’ XVIIa. Secondo Diod. XI 33,2 il testo fu propriamente sostituito da FGE ‘Simonides’ XVIIb.

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delfica. La semplificazione tucididea – che fra l’altro a giustificazione di Sparta pone l’accento sul carattere privato dell’iniziativa di Pausania – riproduce bene il punto di vista e l’interesse di Sparta, che è molto presente in questi capitoli67. Non è improbabile che le connotazioni dispotiche dei comportamenti di Pausania avessero caricato d’un senso minaccioso i titoli – comunque altisonanti – di cui egli si fregiava nelle dediche del tripode delfico e del cratere di Bisanzio, ‘Ell»nwn ¢rchgÒj e ¥rcwn ‘Ell£doj eÙrucÒrou68. Verosimilmente nel secondo caso Pausania era davvero titolare della dedica, e non s’era impossessato di un donario comune, come a Delfi (a me pare anzi probabile che il vincitore di Platea abbia offerto il cratere sul Bosforo durante il secondo soggiorno a Bisanzio, come replica all’‘esproprio’ – a lui poteva apparire tale – del donario delfico da parte dei Greci)69. A causare risentimento era stata, infatti, in primo luogo l’appropriazione da parte di Pausania d’un donario comune: ciò è evidente da Tucidide, quando ricorda il testo finale come un elenco delle città che avevano sconfitto il barbaro70 e avevano dedicato il monumento. Il loro desiderio di figurare come vincitori ed autori 67 M. STEINHART, Bemerkungen zur Rekonstruktion, Ikonographie und Inschrift des platäischen Weihgeschenkes, BCH, 121 (1997), pp. 33-69. L’indicazione delle fonti (v. anche Thuc. III 57,2) sulla redazione spartana del testo è univoca. La Contra Neera parla d’un processo intentato agli Spartani per iniziativa dei Plateesi: la versione è certo in parte ispirata ad eventi contemporanei, ma il ruolo degli Anfizioni è probabile: v. P. SÁNCHEZ, L’Amphictionie des Pyles et de Delphes, Stuttgart 2001, pp. 103 s. È possibile che la versione tucididea, apologetica e favorevole a Sparta, abbia imposto la sua autorità sulla tradizione posteriore. Comunque S. HORNBLOWER, The Religious Dimension to the Peloponnesian War, HSCPh, 94 (1992), spec. p. 176, inquadra il silenzio di Tucidide sul ruolo dell’Anfizionia nel suo disinteresse per gli affari religiosi. Sul monumento v. anche R. FÖRTSCH, Kunstverwendung und Kunstlegitimation im archaischen und frühklassischen Sparta, Mainz 2001, pp. 53-55. 68 LIPPOLD, Pausanias von Sparta, pp. 325 s., per le allusioni a un dominio sui Greci si pronuncia già H. SCHAEFER, RE XVIII 2,2, 1949, s.v. Pausanias 25, coll. 2566, 2570, convinto dei progetti autoritari di Pausania e delle sue mene con la Persia: contra giustamente ROOBAERT, Isolationnisme, pp. 174 s. 69 Cfr. NAFISSI, Pausania a Bisanzio. 70 Un altro punto centrale: il confronto fra il distico di Pausania, Pind. Pyth. I 71 s. e FGE ‘Simonides’ XVIIb mostra come l’atto di appropriarsi del merito della vittoria sul nemico era una tipica strategia discorsiva del tiranno. Comunque Pausania non si proclama esplicitamente salvatore della libertà della Grecia, come fa Pindaro con Ierone, v. J.F. MCGLEW, Tyranny and Political Culture in Ancient Greece, Ithaca - London 1993, pp. 134-150.

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della dedica fu soddisfatto71 e, cassati il nome e la titolatura di Pausania, il prestigio spartano era fatto salvo con il primo posto nell’elenco delle città. Possiamo considerare alla luce di quest’episodio il donario di Lisandro per Egospotami, nel quale si è giustamente soliti ravvisare una smodata glorificazione personale. Il gruppo statuario esaltava il navarca, incoronato da Poseidone, capo e vincitore, secondo quelle che erano state anche le intenzioni di Pausania e del suo epigramma, ma non dimenticava gli Spartani e gli alleati, sia pure ponendo convenientemente in secondo piano le statue dei relativi navarchi. Lisandro, a differenza di Pausania, sapeva trattare i s`ymmachoi, come del resto prova la sua capacità di costruirsi clientele72. La tradizione biografica del resto attribuisce a Lisandro un’opinione diversa anche riguardo ai comportamenti violenti, che contraddistinsero la strategia egea di Pausania. Quando il lottatore Autolico mandò a gambe levate lo spartano Callibio, armosta di Atene, che aveva minacciato di colpirlo con il bastone, Lisandro rimproverò Callibio, così almeno racconta Plutarco, dicendogli che non sapeva comandare uomini liberi73. Aneddoti a parte, i comportamenti violenti o minacciosi dei comandanti spartani sono ben documentati. S. Hornblower ha mostrato come quest’arroganza fosse espressione di un senso di superiorità da cui Pausania era tutt’altro che immune. Ne nascevano incidenti nelle relazioni con alleati e sottoposti, tanto più se d’altissimo rango. Istruttivo è il caso del navarca Astioco e del grande atleta Dorieo, esule a Turi e protagonista della storia di Rodi74. A giudi71

Simonide non aveva trascurato gli alleati nell’elegia di Platea (frr. 15-16), cfr. 11,29 s. W.2 con BOEDEKER, Heroic Historiography, pp. 230-233. Mi sembra difficile comunque precisare se la composizione simonidea abbia preceduto o seguito la cancellazione del distico di Pausania. Non si può datare l’elegia sul malcerto presupposto della precoce conflittualità fra Sparta e Atene (cfr. ALONI L’elegia di Simonide, pp. 16-20). Una celebrazione in occasione del funerale dei caduti di Platea non è impossibile (D. BOEDEKER, Simonides on Plataea: Narrative Elegy, Mythodic History, ZPE, 107, 1995, pp. 217-229). 72 Sul donario di Lisandro A. JACQUEMIN, Offrandes monumentales à Delphes, AthènesParis 1999, p. 338 nr. 322 (documentazione, bibliografia); FÖRTSCH, Kunstverwerdung, pp. 60 s. 73 Plut. Lys. 15,7. 74 S. HORNBLOWER, Sticks, stones and Spartans, in H. VAN WEES (ed.), War and Violence in Ancient Greece, London - Swansea 2000, p. 57, che ricorda l’episodio di Lisandro e

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care dal modo con cui si esprime Tucidide, sembrerebbe che anche nel caso di Pausania ciò che offendeva il senso dell’onore degli alleati fosse il fatto che egli non usasse alcun riguardo neppure verso gli uomini più in vista fra di essi (I 130,2: dusprÒsodÒn te aØtÕn pare‹ce kaˆ tÍ ÑrgÍ oÛtw calepÍ ™crÁto ™j p£ntaj Ðmo…wj éste mhdšna dÚnasqai prosišnai). Alcune delle qualità cui Tucidide attribuisce i successi di Brasida, praòtes e metriòtes (IV 81,2 e 108,2-3) erano merce rara presso i capi spartani all’estero: per Tucidide l’atteggiamento violento è quasi una costante e una chiave interpretativa degli insuccessi di Sparta (cfr. I 77,6, III 32,2, 93,2). Perciò l’esito del processo mostra una volontà di controllo notevole (tanto più rimarchevole se si pensa ai casi di Sfodria e Febida nel IV secolo)75. Benché l’azione di Pausania abbia avuto i suoi effetti storicamente più rilevanti – sopratutto nella prospettiva dell’excursus tucidideo sulla Pentecontaetia – su Atene, gli Ioni e gli altri Greci appena liberati, che si unirono nella lega delio-attica, la mancanza di rispetto di Pausania nei confronti degli alleati colpiva anche i membri ‘iniziali’ della lega ellenica. Lo dimostra la vicenda del tripode e lo lasciano intendere tanto Tucidide (I 95,1) quanto Diodoro (XI 44,5-6). Insomma Pausania danneggiava Sparta non solamente nel nuovo settore egeo dell’alleanza dei Greci, ma anche in quello a lei più tradizionalmente legato. Sembra ragionevole pensare che in città si fosse particolarmente preoccupati di questo versante della crisi provocata da Pausania. Contrariamente a quanto poteva sembrare a Tucidide76 (I 128,3, ma cfr. 95,5), Pausania uscì tutt’altro che indenne dalla vicenda; gli Spartani acconsentirono che il suo nome fosse completamente cancellato dal tripode delfico e decisero di non asse-

Callibio e si apre con il ricordo dell’incidente in Thuc. VIII 84,2-3, di cui sono protagonisti lo Spartano Astioco e i Turii, guidati da Dorieo (sulle glorie della sua famiglia v. G. MADDOLI - M. NAFISSI - V. SALADINO, a cura di, Pausania. Guida della Grecia. VI. L’Elide e Olimpia, Milano 1999, pp. 223-229) che richiedono la paga. Astioco minaccia con il suo bastone Dorieo e rischia la lapidazione. Tucidide sottolinea che a rendere particolarmente difficile la situazione era la condizione di liberi dei marinai. Non meno importante era naturalmente il prestigio di Dorieo. 75 P. CARTLEDGE, Agesilaos and the Crisis of Sparta, London 1987, rispettivamente pp. 156 s., 296 s. e 136-138, 156-159, 301. 76 V. infra, nota 82.

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gnare più a lui, ma a un gruppo di Spartiati capeggiati da Dorcide, il comando dell’esercito ellenico (I 95,6). Anche se i dettagli di questa organizzazione non sono chiari (alcuni ne negano il carattere propriamente collegiale), la scelta di non inviare un singolo mostra quanto si prendessero sul serio i problemi posti dall’esercizio individuale della strategia panellenica77. Estromesso dal comando, Pausania raggiunge di nuovo il teatro di operazioni senza un incarico ufficiale di Sparta (dhmos…v mn oÙkšti ™xepšmfqh, „d…v d aÙtÕj tri»rh labën ‘Ermion…da ¥neu Lakedaimon…wn ¢fikne‹tai ™j ‘Ell»sponton)78. Non gli s’impedisce di combattere contro i Persiani, ma è chiaramente impensabile per lui farlo agli ordini di Spartani di rango inferiore: da questo punto di vista il confronto con Theras è calzante79. Così il figlio di Cleombroto se ne parte da privato: ma abbandonare Sparta ha un prezzo alto. Significa non esercitare più la reggenza80. Evidentemente per Pausania, e ancor più per il Pausania 77

THOMMEN, Lakedaimonion Politeia, pp. 110 s., cfr. ROOBAERT, Isolationnisme, p. 196. È infine chiaro il dettaglio della scitale del messo che lo richiamerà da Colone (I 131,1): il contrasto con l’esplicita indicazione di Tucidide (I 128,3) ha creato problemi già in antico (schol. Thuc. I 131,2). Secondo Plut. Lys. 19,8-12, la scitale sarebbe un bastone funzionale ad una scrittura crittografica: il messaggio è scritto tenendo la striscia di papiro avvolta attorno al bastone e ridiventa leggibile solo se il ricevente ha un bastone uguale. Se Pausania era privo di un incarico pubblico, come poteva avere una scitale? Alcuni hanno creduto che Pausania avesse appunto un incarico pubblico, magari segreto (KAHRSTEDT, Sparta, pp. 323 s.; WOLSKI, Pausanias, pp. 88 s.; LANG, Scapegoat Pausanias, pp. 83 s.; FORNARA, Some Aspects, pp. 261 s.; cfr. EVANS, The Medism of Pausanias, p. 7), altri che avesse una scitale in quanto reggente (fra gli altri GOMME, Historical Commentary, p. 433, e HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, p. 217 ad loc.), e molti hanno sottolineato che il possesso della scitale non prova che Pausania fosse in missione pubblica (LIPPOLD, Pausanias von Sparta, p. 326 nota 27; RHODES, Thucydides on Pausanias, pp. 388, 390; CAWKWELL, The Fall of Themistocles, pp. 57 s. note 27 e 33; LAZENBY, Pausanias, son of Kleombrotos, pp. 240 s.; PODLECKI, Themistocles, pp. 295 s.; ROOBAERT, Isolationnisme, pp. 202 s.). Ma le osservazioni di T. KELLY, The Spartan Scytale, in J.W. EADIE - J.W. OBER (eds.), The Craft of the Ancient Historian: Essays in Honor of Chester G. Starr, New York 1985, pp. 141-169 (spec. 148-149), e S. WEST, Archilochus’ message-stick, CQ, n. s., 38 (1988), pp. 42-48, permettono d’escludere che Tucidide alludesse al sistema crittografico che presuppone il possesso della scitale da parte del ricevente, che non è attestato prima del III sec. a.C.; la scitale è qui semplicemente il segno dell’autorità ufficiale del messo spartano: v. N. RICHER, Les éphores. Études sur l’histoire et sur l’image de Sparte (VIII-III siècles avant Jésus-Christ), Paris 1998, pp. 483-490 (spec. 486). 79 La partenza di Pausania è verosimilmente contemporanea o di poco successiva all’invio di Dorcide (cfr. ROOBAERT, Isolationnisme, pp. 200 s.). 80 Cosa d’abitudine negata, in modo per me incomprensibile: per es. LIPPOLD, Pausanias von Sparta, p. 327. 78

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ferito con cui abbiamo a che fare, la guerra contro i Persiani e la timorìa di Leonida sono un obbligo d’onore che non permette di conservare la timè regale, che gli spettava come tutore di Plistarco. Epìtropos verosimilmente intanto divenne suo fratello Nicomede81, che dovette prendere il posto di Pausania a fianco di Plistarco dopo la morte del vincitore di Platea e risulta essere stato reggente all’inizio del regno del figlio di Pausania Plistanatte. Il Pausania che lascia la sua città ha subito una condanna ed è stato estromesso dal comando panellenico. A Delfi l’anàthema che egli aveva posto come capo dell’esercito greco è diventato il donario d’un esercito senza capo. La via dell’onore – fin qui percorsa a passo trionfale – s’è trasformata in una ripida salita, che comporta una guerra quasi privata e la rinuncia alla timé dei re di Sparta. Il bicchiere a Tucidide sembrava mezzo vuoto82, ma ai più la misura sarebbe parsa stracolma. Né va dimenticato l’ulteriore affronto subito dagli ex-compagni d’arme con la cacciata da Bisanzio (I 131,1): e Sparta inerte, un altro affronto. Al ritorno in patria, potenziale causa di aisch`yne, intollerabile per il suo senso d’onore, Pausania preferisce il grigio – si direbbe – riparo di Colone. Un Pausania ferito, risentito, animato da desiderio di vendetta, dunque? É bene prescindere dalle valutazioni negative con cui il malevolo resoconto tucidideo getta discredito sull’obbedienza di Pausania (I 131,2: Ð d boulÒmenoj æj ¼kista Ûpoptoj enai kaˆ pisteÚwn cr»masi dialÚsein t¾n diabol¾n), e limitarci a constatare quelli che si presentano come fatti83: Pausania ha rispettato la punizione subita in un regolare processo, ha seguito l’araldo che gli ordinava di rientrare in patria (I 131,1) e s’è offerto di affrontare un nuovo processo (I 131,2). Certo egli viveva una forte tensione: da un lato la percezione soggettiva del torto subito e l’ossessione del proprio onore, dall’altra le norme

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PORALLA - BRADFORD, Prosopographie, pp. 97 s., nr. 565. In I 128,3 l’esito del processo diviene un’assoluzione completa (kriqeˆj Øp’ aÙtîn ¢pelÚqh m¾ ¢dike‹n, ma cfr. I 94,5). Nell’excursus sulla pentecontetia l’interesse principale è per gli atti contro gli alleati, per i quali Pausania è condannato, mentre nell’excursus sul sacrilegio Tucidide ha in mente soprattutto il suo medismo, accusa dalla quale Pausania fu assolto. 83 E che peraltro costituiscono essi stessi una sequenza sospetta, che implica la colpevolezza di Pausania (cfr. infra).

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civiche interiorizzate, gli imperativi della solidarietà verso i concittadini e del rispetto della legge e delle autorità pubbliche. Molti vogliono che Pausania fosse, dopo il suo ritorno a Bisanzio, il tiranno della città sul Bosforo84. L’opinione è probabilmente corretta: una polis che ospitava l’Eraclida vincitore di Platea, e che per di più s’atteggiava nella maniera che abbiamo visto, non poteva che riconoscerne il prestigio e l’influenza. Il segno più tangibile del controllo da lui esercitato sulla città è nell’assedio cui gli Ateniesi dovettero impegnarsi per sloggiarlo da Bisanzio85. La testimonianza più controversa su Pausania a Bisanzio è invece contenuta in Giustino IX 1,3: Haec namque urbs condita primo a Pausania, rege Spartanorum, et per septem annos possessa fuit. Il testo di Giustino è qui probabilmente confuso, e non possiamo sapere se Trogo ricordasse Pausania per la rifondazione della città, o non semplicemente, come si è spesso supposto, per la sua conquista86. Ad ogni modo quella a cui rinunciamo è tutt’al più una pagina di storia della cultura; la superiorità che garantiva a Pausania uno straordinario ruolo a Bisanzio è comunque evidente. Se nel 477/6 Pausania era tornato per combattere contro i Persiani, la Tracia era ben scelta. Anche dopo la conquista di Eione (476/5), c’era di che misurare il proprio valore: si pensi alla lunga resistenza opposta da Mascame a Dorisco (Hdt. VII 106)87, o agli scontri nel Chersoneso e nell’Ellesponto degli anni ’60, cui parteciparono anche i Bizantini, ormai alleati d’Atene88. Ma la promessa ate84

LIPPOLD, Pausanias von Sparta, pp. 326 s.; BERVE, Die Tyrrannis, I, pp. 179-181. La ricostruzione di BOURRIOT, Pausanias, fils de Cléombrotos, pp. 13 s., del soggiorno di Pausania a Bisanzio non è sempre persuasiva: i dorifori sarebbero prigionieri trasformati in mercenari, e il loro uso rivelerebbe il carattere personale delle sue conquiste nell’area; certo essi possono diventare «un piccolo esercito» solo forzando il testo di Tucidide. 85 V. R. MEIGGS, The Athenian Empire, Oxford 1972, pp. 467 s. contro la tendenza a trattare in modo disinvolto b…v [...] ™kpoliorkhqe‹j di Thuc. I 131. Per un appoggio locale a Pausania si pronunciano fra gli altri C. LANZANI, Ricerche intorno a Pausania reggente di Sparta, RSA, n.s., 7 (1903), p. 259, BLAMIRE, Pausanias and Persia, p. 299; di ROOBAERT, Isolationnisme, p. 208, l’improbabile ipotesi che Pausania si reggesse su truppe peloponnesiache, fra le quali i rinforzi inviati da Dorcide. 86 Per es. BELOCH, Griechische Geschichte, pp. 185 s.: Haec namque urbs condita primo a Pausania...; cfr. NAFISSI, Pausania a Bisanzio. 87 È impossibile datare la caduta di Dorisco: MILLER, Athens and Persia, p. 11. 88 Plut. Cim. 14,1 e Agorà XVII 1 = IG I3 1144,118 ss. (integrazione).

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niese di proteggere gli alleati dalle eventuali violenze di Pausania (Thuc. I 95,1-2) non era il viatico per una serena collaborazione e la lega di Delo riduceva oggettivamente gli spazi per un’attività ‘parallela’ e per una politica ambiziosa condotta da Bisanzio anche solo a livello regionale. Certamente Pausania non riuscì a ritrovare quel ruolo di rilievo nella guerra dei Greci che credeva di meritare. La collaborazione poteva, d’altra parte, essere sgradita sia agli strateghi ateniesi, che dopotutto avevano in Pausania un concorrente, sia agli alleati, dopo la campagna del 478/7. E non parliamo delle tensioni che l’occupazione di un centro come Bisanzio poteva provocare e di eventuali resistenze a livello cittadino89... Insomma, incomprensioni e ostilità possono spiegarsi anche senza far appello alla grande politica o al tradimento di Pausania. Cacciato da Bisanzio ad opera degli Ateniesi e dei loro alleati, e senza rimostranze di Sparta, Pausania ripiega a Colòne, in Troade. A Sparta giunse notizia che il figlio di Cleombroto complottava con i barbari (pr£sswn ™j toÝj barb£rouj). Si può immaginare che a denunciarlo fossero gli Ateniesi e i loro alleati. Il richiamo ebbe toni molto duri. Gli Spartani minacciarono guerra a Pausania, come se fosse diventato ormai estraneo alla comunità civica90. La cooperazione con Atene sembra incondizionata, e certo riflette i buoni rapporti dell’età di Cimone: questo è un dato che emerge da tutta la vicenda di Pausania. Fra Diodoro (XI 50), che per il 475/4 riporta il celebre dibattito sulla guerra contro Atene e sembra testimoniare un ampio risentimento per il passaggio dell’egemonia ad Atene, e Tucidide (I 95,7), che nel dar conto del disimpegno di Sparta dalla guerra contro i Persiani ritiene che essa fosse soddisfatta d’aver lasciato ad Atene, considerata affidabile, quest’impegno, preferisco Tucidide91. In generale

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La tradizione, che presenta la cacciata di Bisanzio come una sorta di liberazione della città da un despota, immagina – ma non direi provi – simili dinamiche interne: Plut. Cim. 6,4-6. Bisanzio e il controllo del Bosforo: Hdt. VI 5,3. 90 Fatto a quanto pare unico nella traduzione (SCHAEFER, s.v. Pausanias, col. 2574; cfr. ROOBAERT, Isolationnisme, p. 217). 91 V. CH.W. FORNARA - L.J. SAMONS II, Athens from Cleisthenes to Pericles, Berkeley-Los Angeles-Oxford 1991, pp. 118-124, per un’illuminante discussione del problema (cfr. anche D.M. LEWIS, Mainland Greece, 479-451 b.C., in CAH V2, 1992, 100; per l’aspetto di IV secolo di Diod. XI 50 v. G. BUSOLT, Griechische Geschichte bis zur Schlacht bei

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non credo ad una forte contrapposizione fra Sparta e Atene negli anni ’70. Quanto a Pausania, è probabile che ora92 intrattenesse rapporti con il satrapo di Dascilio93. Non solo la testimonianza d’Erodoto su Megabate (V 32), ma anche le lettere e l’esposizione dei fatti in Tucidide I 129 sono indicative in questo senso: i falsi presuppongono questi rapporti e servono a dimostrare che essi erano l’anello di una catena che giungeva fino al re e che erano funzionali a tradire la Grecia. Inevitabilmente l’ostilità di Atene e degli alleati spingeva Pausania e il satrapo di Dascilio l’uno verso l’altro94. Pausania poteva sentirsi tradito dai vecchi alleati, ora diventati suoi nemici personali: come ricorda Aristotele, l’ingiuria subita dagli amici è particolarmente dolorosa95. Con l’aiuto persiano, poi, Pausania poteva sperava di rientrare a Bisanzio, o semplicemente tale aiuto gli era indispensabile nel soggiorno a Colone96. I doveri proposti Chaeroneia, III 1, 2. Ausg., Gotha 1897, p. 71, nota 2, e ROOBAERT, Isolationnisme, pp. 213 s., peraltro propensa a riconoscervi nel fondo dei reali ricordi). Molti credono alla storicità dell’episodio (bibl. in ROOBAERT, Isolationnisme, p. 211, nota 433), alcuni senza accettare la datazione (?) diodorea: secondo M. SORDI, Atene e Sparta dalle guerre persiane al 462/1 a.C., «Aevum», 50 (1976), pp. 25-41, ora in Scritti di storia greca, Milano 2002, pp. 341-360, il dibattito si sarebbe tenuto nel 471/0 e sarebbe in rapporto con le tensioni fra Pausania e gli Ateniesi (cfr. BADIAN, Toward a Chronology, p. 207, nota 25). Altri sono propensi a riferirlo al 478 o al 477: G.E.M. de STE. CROIX, The Origins of the Peloponnesian War, London 1972, pp. 170 s.; MEIGGS, The Athenian Empire, pp. 40 s. (più prudente circa i suoi dettagli). 92 Così MEIGGS, The Athenian Empire, p. 467. 93 Megabate o – come si dovrebbe dedurre dalle lettere – Artabazo. Sulla cronologia dell’arrivo di Artabazo cfr. supra, nota 9. Pausania è così uno dei primi Spartani ad intessere rapporti con i Persiani: sulla natura di questi rapporti v. L.G. MITCHELL, Greeks Bearing Gifts. The public use of private relationships in the Greek world, 435-323 BC, Cambridge 1997, pp. 111-123. Per la complessità delle relazioni fra Greci e Persiani in Asia nei primi decenni dopo le guerre persiane v. M. WHITBY, An international symposium? Ion of Chios 27 and the margins of the Delian League, «Electrum», 2 (1998), pp. 207-224. 94 Avrà trovato un modo per conciliare tali rapporti, in quanto personali, con un persistente odio per Serse, o avrà considerato Platea (e la campagna navale del 478/7) vendetta sufficiente? Certo non avrà avuto bisogno della sfrontatezza di Agesilao, che dopo la Pace del Re prÕj tÕn e„pÒnta toÝj Lakedaimon…ouj mhd…zein, avrebbe risposto m©llon toÝj M»douj lakwn…zein (Plut. Ages. 23,2; Artax. 22,4; mor. 213b [Apophth. Lac., Agesilaos, 61]). 95 Arist. Pol. 1328a 1-16; v. M.W. BLUNDELL, Helping Friends and Harming Enemies, Cambridge 1989, p. 38 e index s.v. mutability of friendship and enmity. 96 BOURRIOT, Pausanias, fils de Cléombrotos, pp. 12, 14 s., che peraltro immagina che

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dalla solidarietà panellenica erano meno vincolanti degli obblighi di lealtà civica. In ogni caso la Troade e l’Eolide sono il ricettacolo di Greci pro-persiani: Gongilo con Mirina e Grinio sulla costa, Gambrio e Palegambrio nella valle del Caico; Temistocle con Magnesia, Miunte e Lampsaco, e forse anche Percote e Palescepsi (se si crede a Plut. Them. 29,7): siamo abituati a concepire la geografia politica greca come un mosaico irregolare, ma l’indizio sembra rilevante97. Ma, pure qui, dobbiamo ammettere la nostra ignoranza. Anche il satrapo poteva aver fatto il primo passo verso il vecchio nemico: il nuovo conflitto con gli Ateniesi trasformava Pausania in un suo amico potenziale.

4. Richiamo a Sparta ed eliminazione di Pausania: le patologie dell’eunomìa nell’età dei Medikà A questo punto c’è da chiedersi perché Sparta, che si era liberata di Pausania, sentì il bisogno di richiamarlo in patria, per poi dargli la morte98. Nel richiamo da Colone s’esprime verosimilmente del genuino spirito panellenico. Questo esigeva la cooperazione con i Greci in guerra contro il barbaro (e dunque con Atene) e, per converso, una rigida intolleranza nei confronti di chi se la intendeva con i Persiani. In quegli anni Sparta, a stare alle testimoPausania abbia tentato di stabilire dei rapporti con il re o con il satrapo di Daskyleion fin dal suo primo soggiorno a Bisanzio. 97 Cfr. WHITBY, An international symposium, pp. 219 s.: «a buffer zone of pro-Persian Greek dynasts [...]established [...]to protect the areas of denser Persian settlement». 98 Il problema si pone a chi dubita della storicità delle notizie tucididee, almeno a partire da BELOCH, Griechische Geschichte, pp. 157 s., che collegò le mene con gli iloti al progetto d’abbattere l’eforato attribuito al basileÚj Pausania in Arist. Pol. V 1301b 19-22. Si può essere tentati di stabilire un nesso fra le ambizioni del re Pausania di Pol. VII 1333b 32-35 e il desiderio di monarce‹n di Pausan…aj Ð strathg»saj kat¦ tÕn MhdikÕn pÒlemon (Pol. V 1307a 2-5; v. da ultimo E. LÉVY, Le régime Lacédémonien dans la Politique d’Aristote: une réflexion sur le pouvoir et l’ordre social chez les Grecs, in Images et représentations du pouvoir et de l’ordre social dans l’antiquité, Acte du Colloque, Angers 1999, Paris 2001, p. 66, nota 61), ma la distinzione sembra coerente e il contesto di Pol. VII 1333b 32-35, quello delle polemiche di IV secolo sulla Lakedaimonìon Politeia, con accenni espliciti o impliciti a Thibron e a Senofonte, fa pensare a Pausania ‘il giovane’: cfr. M. NAFISSI, La nascita del kosmos, Napoli 1991, p. 60, nota 123 e p. 62, nota 132; RICHER, Les éphores, spec. pp. 29-31.

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nianze antiche, s’impegnava attivamente contro i medizzanti, che gli alleati a suo tempo avevano giurato di dekatèusai (Hdt. VII 132,2, cfr. VIII 112,1): la proposta dei Peloponnesiaci di trasferire gli Ioni negli empòria dei medizzanti (Hdt. IX 106,2-3)99, l’azione subito dopo Platea, che portò all’esecuzione dei leaders tebani, ed ebbe per protagonista proprio Pausania (Hdt. IX 96-8), il progetto degli Spartani di escludere dall’Anfizionia delfica i medizzanti (Plut. Them. 20,3-4)100, l’impresa di Leotichida in Tessaglia, e la punizione a lui riservata per corruzione, durissima (Hdt. VI 72)101, gli onori concessi dagli Spartani ad Atenade, l’assassino di Efialte (Hdt. VII 213). Ad Atene gli òstraka mostrano come il medismo potesse rappresentare un elemento centrale della retorica politica che portava alla condanna102. E se sono legittimi i dubbi sul valore storico di alcune testimonianze e/o i sospetti che l’ambizione d’estendere il proprio ruolo egemone in Grecia possa aver pesato nella politica di Sparta, non vanno in alcun modo sottovalutati i sentimenti antipersiani, che – come mise bene in rilievo Lewis – influivano sulle scelte della città ancora nel 456 ca., durante la cosiddetta prima guerra del Peloponneso, allorché non ci si lasciò persuadere da Megabazo ad invadere l’Attica (Thuc. I 109,2-3), nel 451, quando fu giurata la tregua quinquennale e nel 446, quando si giunse alla pace dei trent’anni103. Sorprendentemente, siamo disposti ad accordare 99 Secondo B. SMARCZYK, Untersuchungen zur Religionspolitik und politischen Propaganda Athens im Delisch-Attischen Seebund, Diss. München 1990, pp. 407 s. l’intenzione di punire i medizzanti avrebbe qui avuto un ruolo primario. Ibi, pp. 408-413, nota 59, una discussione degli altri casi. 100 SÁNCHEZ, L’Amphictionie, pp. 98-103 con bibl. 101 Per una datazione bassa, 469 a.C., contro quella sovente ancora accettata del 478/7 o 477/6, e per le ambizioni di Sparta nella Grecia centrale e in Tessaglia v. M. SORDI, La Tessaglia dalle guerre persiane alla spedizione di Leotichida, in EAD., Scritti di storia greca, Milano 2002, pp. 125-127 (già in RIL, 86, 1953, pp. 297-323). Un quadro delle ipotesi in ROOBAERT, Isolationnisme, pp. 246-258 e ora in C. ROMANO, Leotichida II, ASNP, s. IV, 5 (2000), pp. 116-118. Per la punizione riservata a Leotychidas v. W.R. CONNOR, The Razing of the House in Greek Society, TAPhA, 115 (1985), pp. 79-102. 102 R. M. MCMULLIN, Aspects of Medizing: Themistocles, Simonides and Timocreon of Rhodes, ClJ, 97 (2001), pp. 55-67, spec. 62-66; S. BRENNE, Die Ostraka (487-ca. 416 v. Chr.) als Testimonien, in P. SIEWERT (hrsg.), Ostrakismos, pp. 156-158, T 1/41, T 1/46-61, 156 , T 1/37. 103 Su questo comportamento leale e su questo sentimento che Tucidide (I 82,1) e Archidamo (?) giudicavano ancor vivo all’inizio della guerra del Peloponneso, tanto da addurre ragioni circa la correttezza d’una richiesta d’aiuto ai barbari, v. D.M. LEWIS, Sparta and Persia, Leiden 1977, pp. 62-67.

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alle guerre persiane un ruolo enorme nello sviluppo dell’identità greca, e ad immaginare che i sentimenti da esse destati siano state facili vittime degli interessi individuali e cittadini. In ogni caso si deve riconoscere che per gli Spartani era quanto mai opportuno tener fede alla propria immagine di liberatori della Grecia e interrompere quello scandaloso brigare di Pausania con i Persiani. I confini tra relazioni private e politica erano tutt’altro che netti, soprattutto a Sparta104, la chiarezza che l’esilio volontario di Pausania portava in questo punto era offuscata dallo status di Pausania: egli era un Eraclide, il vincitore di Platea, e perciò un simbolo di Sparta. In ogni caso la sua monè non poteva continuare: l’ideale panellenico nutriva il prestigio di Sparta. A Sparta si provava certo aspro risentimento nei confronti dell’uomo politico che, con il proprio comportamento, come abbiamo visto, aveva arrecato gravi danni alla polis, alienandole la philìa dei suoi alleati. Non va perso di vista lo sfondo, purtroppo nebuloso, dei conflitti che agitavano in quegli anni il Peloponneso. Le tensioni meglio documentate sono quelle con gli Arcadi ed Argo, di cui è traccia nella serie di battaglie vinte dagli Spartani con Tisameno come mantis. Quantunque non si possa escludere che la seconda e la terza battaglia, a Tegea contro «Tegeati ed Argivi» e a Dipea contro «tutti gli Arcadi eccetto i Mantineesi» (Hdt. IX 35,2), siano posteriori all’‘eliminazione’ di Pausania e Leotichida (e che dunque la crisi scoppi dopo l’eliminazione del reggente), pare probabile che Pausania sia stato richiamato quando Tegea e una parte almeno delle comunità arcadi erano ostili e andava anche fronteggiata la ripresa di Argo105; ancor più critica sarebbe la situazione se il richiamo di

104 105

V. MITCHELL, Greeks Bearing Gifts, spec. pp. 55-65.

Nota la connessione fra la crisi dei rapporti nel Peloponneso e la dura punizione di Pausania P. CARTLEDGE, Sparta and Lakonia, p. 214. Vorremmo sapere quando inizia questa crisi, che si protrae ancora negli anni della rivolta messenica. Che essa sarebbe potuta scoppiare solo dopo la ‘caduta’ di Leotichida e Pausania o, viceversa, che Pausania sia stato richiamato quando la situazione nel Peloponneso era ormai stabilizzata, sono ipotesi arbitrarie l’una di BELOCH, Griechische Geschichte, pp. 188 ss. , l’altra di THOMMEN, Lakedaimonion Politeia, p. 123. La datazione dei due scontri ricordati da Erodoto è notoria crux: a buon senso si può dire solo che le due battaglie hanno

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Pausania fosse posteriore all’inizio della rivolta del terremoto – un caso che ritengo assai poco probabile, ma che non si può nep-

come termine post quem Platea (479) e come termine post quem non o la fine della rivolta dei Messeni o un momento imprecisato nel suo corso (458/7?): non è chiaro infatti se il quarto scontro ricordato dalla problematica tradizione manoscritta di Erodoto (™pˆ d Ð Messhn…wn Ð prÕj tù ‘Isqmù o Ð prÕj ‘Isqmù) sia l’intera guerra o un suo importante episodio (v. W. LAPINI, Tisameno di Elide (Herod. 9.35.2), SIFC, 14 (1996), pp. 156-166; N. LURAGHI, Der Erdbebenaufstand und die Entstehung der messenischen Identität, in D. PAPENFUß - D.M. STROCKA (hrsg.), Gab es das Griechische Wunder? Griechenland zwischen dem Ende des 6. und der Mitte des 5. Jahrhunderts v. Chr., Mainz a. Rh. 2001, pp. 286 s.; FLOWER - MARINCOLA, Herodotus, pp. 172 s. ad loc. Per il terremoto e l’inizio della guerra Diod. XI 63-64 e Schol. Aristoph. Lys. 1144a-b indicano il 469/8 e il 468/7, Paus. IV 24,5 il 464/3, data conciliabile con il sincronismo fra la rivolta di Taso del 465/4-463/2 e il terremoto e la ribellione dei Messeni che i più leggono in Thuc. I 101,1-2 (sull’interpretazione di genomšnou seismoà in questo passo v. W.K. PRITCHETT, Thucydides’ Pentekontaetia and other Essays, Amsterdam 1995, pp. 5-10); per la fine della guerra, decennale secondo Diod. XI 64,4, non in contrasto con Diod. XI 84,7, c’è un cenno in Ps. Xen. Ath. pol. 3,11 che mostra che essa precede la battaglia di Tanagra (W. LAPINI, Commento all’Athenaion Politeia dello Pseudo-Senofonte, Firenze 1997, pp. 286 s.) mentre in Thuc. I 103,1 leggiamo della resa d’Itome dek£tJ œtei (il numerale è peraltro sospetto di corruttela: tet£rtJ? pšmptJ? ›ktJ?, cfr. PRITCHETT, Thukydides Pentakontaetia, pp. 24-61). In generale N. LURAGHI, Der Erdbebenaufstand, pp. 280-290. Alcuni datano la battaglia di Tegea – e certuni anche quella di Dipea – ancora negli anni ‘70 (p. es. BUSOLT, Griechische Geschichte bis zur Schlacht, p. 121, nota 1, Ed. MEYER, Geschichte des Altertums IV 15, Stuttgart 1954, pp. 483 s., N.G.L. HAMMOND, Studies in Greek Chronology of the Sixth and Fifth Centuries B.C., «Historia», 4, 1955, pp. 380 s.), altri all’inizio degli anni ‘60 (BELOCH, Griechische Geschichte, pp. 188-190, GOMME, Historical Commentary, p. 409) o addirittura nel 465 (A. ANDREWES, Sparta and Arcadia in the early fifth century, «Phoenix», 6, 1952, p. 5, ma prima della rivolta del terremoto). Quanto a Dipea molti la pongono durante la rivolta del terremoto, o dopo il 465/4 (ANDREWES, ibi), o dopo il 469/8 (HAMMOND, Studies, pp. 380 s., BADIAN, Toward a Chronology, pp. 104, 211, nota 44: 468/7, J.H. SCHREINER, Hellanikos, Thukydides and the Era of Kimon, Aarhus 1997, pp. 30-32): contra A. POWELL, Athens and Sparta. Constructing Greek Political and Social History from 478 B.C., London 1988, p. 107 e LEWIS, Mainland Greece, pp. 104 s. Un indizio indipendente del fatto che Tegea fosse ostile a Sparta e alleata di Argo nel periodo della guerra del terremoto viene dalla combinazione di Strabo VIII 6,19 con Diod. XI 65,4 (ma quanto c’è di topico in questi impedimenti degli Spartani? Cfr. la guerra, di storicità più che dubbia, di Pl. Leg. 698e-d); il celebre trattato ricordato da Arist. fr. 592 Rose documenta verosimilmente l’interdipendenza fra le tensioni con Tegea e la rivolta (su di esso v. ora G.L. CAWKWELL, Sparta and Her Allies in the Sixth Century, CQ, n.s., 43, 1993, pp. 368-370 e T.F.R.G. BRAUN, CrhstoÝj poie‹n, CQ, n.s., 44, 1994, pp. 40-45). In ogni caso le precisazioni sulla cronologia delle battaglie di Tegea e Dipea poggiano su fragili castelli d’ipotesi. Pericolose sono le speculazioni sull’attività politica di Temistocle nel Peloponneso, il cui significato è stato certo sopravvalutato, anche se l’azione promossa contro di lui mentre si trovava ad Argo è rivelatrice dell’inquietudine spartana (M. WÖRRLE, Untersuchungen zu der politischen Verfassung von Argos im 5. Jahrhundert v. Chr., München 1964, pp. 120 s.; J.L. O’NEIL, The exile of Themistokles and Democracy in the Peloponnese, CQ, n.s., 31, 1981,

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pure escludere –: la rivolta rese gli Spartani assai bisognosi dell’appoggio dei propri alleati106. In ogni caso quando Pausania viene richiamato il controllo spartano del Peloponneso è malcerto, ed egli poteva esserne ritenuto almeno in parte responsabile. La situazione peloponnesiaca mi sembra più rilevante, per riconoscere il clima in cui matura la fine di Pausania, che non le ipotetiche tensioni con Atene107. Inoltre la figura di Pausania e la memoria ancor viva dei suoi successi e dei suoi onori potevano suscitare in città l’invidia108, una tipica patologia delle comunità aristocratiche ed egualitarie, nelle quali gli individui sono assetati di onori e gelosi di quelli altrui109. Se l’invidia è un sentimento pp. 335-346; LEWIS, Mainland Greece, p. 108): non è consigliabile trarre indicazioni cronologiche dalle date dell’esilio di Temistocle ad Argo o del sinecismo di Elis (Diod. XI 54,1), o da quella altamente ipotetica del sinecismo di Mantinea (Strabo VIII 3,2), o dal corso degli eventi in Argolide e forse neppure dall’esilio di Leotichida a Tegea (Hdt. VI 67,2). Le tensioni con le città arcadi attestate dall’attività di Cleomene in esilio (Hdt. VI 74) e dalla fuga di Hegesistratos a Tegea (Hdt. IX 37,4), sembrano appianate all’epoca della spedizione di Serse. Ai buoni rapporti non devono aver giovato le strette relazioni stabilitesi allora fra Sparta e Atene – della rivalità fra Tegeati e Ateniesi è in qualche modo sintomatica espressione la discussione sullo schieramento a Platea (Hdt. IX 26-7) – e la prima iscrizione del tripode delfico. Le monete Arkadikòn, coniate a quanto pare a partire dagli anni ‘70 (C.M. KRAAY, Archaic and Classical Greek Coins, London 1976, p. 97), paiono un altro segno di queste difficoltà, più manifesto se le si connette ad un’unione parziale dell’Arcadia come alleanza – inizialmente antispartana – sotto l’egemonia di Tegea, solo indiretto se furono battute da un’organizzazione religiosa centrata sul Lykaion (la seconda ipotesi è favorita da T.H. NIELSEN, Arkadia and its poleis in the Archaic and Classical Periods, Göttingen 2002, pp. 121-157, che dimostra l’assenza di un’unione confederale dell’Arcadia dell’epoca). 106

Cfr. per es. BADIAN, Toward a Chronology, pp. 89-95, 100. L’opzione per la cronologia diodorea della rivolta è comunque possibile.

107 LAZENBY, Pausanias, son of Kleombrotos, pp. 245-248, per es., connette i progetti di liberazione degli iloti di Pausania con la promessa d’aiuto a Taso ribelle (Thuc. I 101,1-2: un episodio quanto meno poco controllabile e sospetto: v. FORNARA-SAMONS, Athens, p. 127). 108 Il riferimento tucidideo agli ™cqro… di Pausania (I 132,1: L. CANFORA, Tucidide. La guerra del Peloponneso, I, Roma-Bari 1986, p. 101 sospetta qui uno scolio ed espunge) sembra più una rassicurazione data ai lettori sul carattere non preconcetto degli indizi poi effettivamente raccolti, che l’indicazione (tanto più rivelatrice in quanto involontaria) di un particolare clima d’ostilità nei confronti del reggente. 109

«Competitive envy was fostered as a structural feature of Spartan society» (CARTLEDGE, Agesilaos, p. 284): v. Hdt. VI 61,1 (Damarato e Cleomene), IX 71,4 (gli Spartiati e Aristodemos); Thuc. IV 108,7 (i protoi andres e Brasida); Xen. Hell. II 4,29 (il re Pausania e Lisandro), III 4,8 (i 30 Spartiati che accompagnano Agesilao in Asia

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riprovevole, la diffidenza nei confronti dei re era strutturale, costantemente legittimata e alimentata dalle istituzioni spartane, a cominciare dal celebre giuramento mensile fra efori e re (Xen. Lak. pol. 15,7)110. A complicare le cose c’era il fatto che Pausania non era un basilèus a vita, ma un reggente. Pausania forse avrebbe potuto convivere con l’idea di timài a termine, ma gli altri – come esplicitamente spiega Tucidide in I 132,1 – sospettavano che non ne sarebbe stato capace111. Vorremmo sapere quanto fosse lontana – o vicina – la maggiore età di Plistarco al momento della morte di Pausania. Purtroppo possediamo indicazioni tutt’altro che incontrovertibili sulla data di nascita di Plistarco112 ed abbiae Lisandro; Plut. Lys. 23 attribuisce l’invidia ad Agesilao). Phthonos è particolarmente frequente fra hòmoioi: Arist. Rhet. II 1386b-1388a, spec. 1387b 22-1388a30. Il termine ha usualmente connotazione etica negativa. Negli epinici l’invidia è il biasimevole sentimento dell’uomo dappoco non consapevole dei propri limiti che, di fronte al successo ottenuto dall’uomo di valore con il favore degli dei, intende negargli l’onore meritato. D’altra parte il poeta raccomanda al laudandus senso della misura (P. BULMAN, Pthonos in Pindar, Berkeley-Los Angeles-Oxford 1992). Le istituzioni civiche legittimano l’azione contro coloro che non riconoscono i limiti della propria condizione, dando a questi sentimenti la copertura dell’interesse civico. Sono venuto a conoscenza di D. KONSTAM - K. RUTTER (eds.), Envy, Spite and Jealousy: The Rivalrous Emotions in Ancient Greece, Edinburgh 2003, a lavoro concluso. 110

CARLIER, La royauté, pp. 287-291.

111

Ibi, p. 288. m¾ ‡soj boÚlesqai enai to‹j paroàsi è spiegato «sich innerhalb der bestehenden Ordnungen halten» da CLASSEN-STEUP, Thukydides, ad loc. e GOMME, Historical Commentary, p. 434 chiosa che tù kaqestîti sarebbe stato più chiaro di to‹j paroàsi; seguono invece U. v. WILAMOWITZ-MOELLENDORFF, Griechisches Lesebuch II, Berlin 1902, p. 28 (to‹j paroàsi è lo stato attuale di Pausania e richiama il precedente ™n tù parÒnti) le traduzioni di A. MADDALENA, Thucydidis, Historiarum liber primus, Firenze 1961, III 39, e J. De Romilly («il ne voulait pas rester dans les limites de sa situation actuelle»). A parer mio, to‹j paroàsi fa riferimento sia all’ordine esistente a Sparta, sia alla presente condizione di Pausania, indissolubilmente legati. 112

A stare a Hdt. V 51,1, la madre di Plistarco, Gorgò, dev’esser nata nel 508 o nel 507. Si ammette comunemente che le ragazze si sposassero a Sparta un po’ più tardi che altrove in Grecia, verso i diciotto, venti anni (P. CARTLEDGE, Spartan Wives: Liberation or Licence?, CQ, n.s., 31, 1981, pp. 94 s. [ora in Id., Spartan Reflections, Berkeley - Los Angeles - London 2001, pp. 84-105]; D.M. MCDOWELL, Spartan Law, Edinburgh 1986, pp. 72 s.; S. HODKINSON, Property and Wealth in Classical Sparta, London 2000, p. 372). M. LUPI ha dimostrato che il matrimonio avveniva nei tempi abituali, e che però era seguito, fino ai vent’anni per le donne e i trenta per gli uomini, da una fase da lui detta criptomatrimoniale, di solito sterile (L’ordine delle generazioni. Classi di età e costumi matrimoniali nell’antica Sparta, Bari 2000, pp. 65-94). Plistarco difficilmente può esser nato prima del 489, nel qual caso egli sarebbe divenuto maggiorenne verso il 469. Conferma lo stesso termine ante quem non un

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mo visto quali incertezze regnino sulla data della morte di Pausania. Già nel 470, la data più alta ragionevolmente ammissibile per essa, Plistarco poteva essere vicino alla maggiore età; naturalmente la possibilità tende a divenire probabilità, quanto più scendiamo nel tempo. Come se non bastasse, Pausania era notoriamente un uomo profondamente ferito. L’abbiamo visto obbediente113, ma sarebbe assurdo immaginare che le autorità spartane, dopo il secondo forzato rientro, non temessero il regale individuo, nuovamente offeso, non solo con il violento richiamo, ma forse in maniera ancora più brutale con l’imprigionamento. La carcerazione era, infatti, una misura molto dura, anche perché il recluso era posto in ceppi, in condizioni cioè degne d’uno schiavo, e non d’un libero114. L’osservazione di Tucidide (I 131,2), che gli efori possono imprigionare il re, presuppone la sorpresa del lettore, di fronte al trattamento cui è sottoposto un uomo di quel livello sociale115. Non sappiamo come si comportasse allora Pausania, ma la sua offerta to‹j boulomšnoij di portarlo in giudizio – se autentica – suona come una sfida (I 131,2)116. Le precedenti azioni di dato valorizzato da M.E. WHITE, Some Agiad Dates: egli morì nel 458 (Diod. XIII 75,1) senza un successore diretto, il che si spiega bene se non avesse, o avesse da poco compiuto i trent’anni. M.E. White considera la data della morte di Pausania da lei ritenuta più probabile, il 467/6, come un termine ante quem non per la nascita di Plistarco, da porre verso il 485 ca. Pausania sarebbe stato concepito da Gorgò a ca. 21-22 anni. Favorisce una data alta per la nascita di Plistarco l’età avanzata di Leonida al momento del matrimonio (secondo WHITE, Some Agiad Dates, p. 150, l’eroe delle Termopili potrebbe essere nato verso il 538-6): in quanto re, è probabile che Leonida abbia desiderato un erede. 113

V. supra.

114

In una cultura che considerava il corpo del libero virtualmente sacrosanto, e che riservava le punizioni e la tortura agli schiavi, la carcerazione era parte d’un complesso di misure penali destinate ad umiliare il colpevole: la cattura e l’infamante processione che conduceva in carcere, l’associazione con altri prigionieri colpevoli di crimini gravi, l’indegnità fisica dei ceppi (V. HUNTER, The Prison of Athens, «Phoenix», 51, 1997, pp. 296-326, spec. 318 s.). 115

Lo conferma l’apparente imprecisione di Tucidide (cfr. schol. ad loc. e HORNBLOWER, A Commentary, p. 217, ad loc.): propriamente Pausania non è un re, ma a Tucidide interessa la sua timè regale; cfr. Xen. Lak. pol. 8,4; Lib., or. 25,64 (un brano evidentemente ispirato da Tucidide). 116

ANDREWES, Spartan Imperialism, pp. 93-95, a ragione osserva che Pausania doveva avere un sostegno tale da rendere rischioso un processo: ma Pausania poteva contare molto più sul suo prestigio personale, che non sul favore di quanti ritenevano giusto riconseguire l’egemonia.

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Pausania autorizzavano i timori. Egli era stato effettivamente sospettato d’ambizioni tiranniche, aveva mostrato ferrea intransigenza nella salvaguardia della propria timè, quando era stato processato, aveva accettato la condanna, ma si era posto da allora al di fuori della compagine cittadina. La sicurezza e l’innocenza professate dal reggente lasciavano solo presagire altrettanta inflessibilità nella propria difesa in giudizio. Egli poteva sostenere – non senza ragione – d’aver avuto meno onore di quello che gli spettava. E c’era da temere che il vincitore di Platea e il vendicatore delle Termopili, che aveva consacrato la vita alla più tradizionale virtù militare, alla difesa della propria timè e alla vendetta familiare e cittadina, e che a tutto questo aggiungeva il prestigio suo e degli antenati, da Eracle a Leonida, potesse contare non solo un gruppo ristretto d’amici, ma anche trascinare dalla propria parte larghe porzioni del dàmos. Anche perché i conflitti che Sparta affrontava nel Peloponneso e l’ostilità fra Pausania ed Atene e i suoi alleati avrebbero potuto permettere al reggente di mescolare il piano personale e quello patriottico: quegli alleati che avevano voluto la sua condanna, avevano infangato la sua timè, ora facevano guerra a lui e a Sparta. In altre parole: Sparta era sull’orlo della stasis. Era una crisi d’un genere tutt’altro che insolito: nella fenomenologia delle staseis greche il motivo dell’onore e della vendetta fu certo assai presente117. Aristotele ha trattato sistematicamente gli stati d’animo, gli obiettivi, e le cause immediate delle discordie civili. Al filosofo, che si basava sulla tradizione tucididea, quella di Pausania la (mancata) rivoluzione sembrava nata dal senso di superiorità d’un uomo già grande, che doveva sfociare nella costruzione della monarchia118; in realtà quella che si temeva Pausania potesse mettere in atto era anche o soprattutto la rivolta di un uomo disonorato: non solo una stasis per la timè, ma anche una stasis per sottrarsi al suo contrario, l’atimìa119,

117

V. per es. N. FISHER, Hybris, revenge and stasis in the Greek city-states, in van WEES (ed.), War and Violence, pp. 83-123. 118

Arist. Pol. V 1307a 1-2 œti ™£n tij mšgaj Ï kaˆ dun£menoj œti me…zwn enai, †na monarcÍ, ésper ™n Lakeda…moni doke‹ Pausan…aj Ð strathg»saj kat¦ tÕn MhdikÕn pÒlemon; cfr. 1302a 26-31 e 1302b 15-21, con il commento di E. SCHÜTRUMPF - H.J. GEHRKE, Aristoteles. Politik Buch IV-VI, Berlin 1996. 119

Cfr. Arist. Pol.

V

1302a 31-34, per l’occasione immediata 1302b 10-14. Il caso di

PAUSANIA, IL VINCITORE DI PLATEA

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Pausania si poteva ribellare per il timore di subire ancora una volta ingiustizia e disonore120. In più pesavano su Pausania l’incarico da lui affidato a Gongilo d’Eretria121 e i rapporti con i Persiani di Dascilio. Neppure questi ultimi di per sé potevano giustificare un’accusa di prodosìa: ma chi ricordava gli esempi di Ippia122 e Demarato, inevitabilmente avrà sospettato che il reggente scegliesse un’altra via per sistemare i propri conti in città – e in tutta la Grecia – e ricorresse all’aiuto dei barbari. Anche ad Atene l’ostracismo mostra come sospetti di aspirazione alla tirannide e medismo fossero strettamente legati: opinioni senz’altro autorizzate dall’esperienza storica del dominio persiano e dalla sua strutturale tendenza a favorire domini individuali123. La combinazione di questi fattori – tipici della cultura politica greca, in particolare nell’età che vede il tramonto (temporaneo) della tirannide, ma certo acuiti dalle preoccupazioni per l’equilibrio e dalle regole di accesso alle timài tipiche di Sparta, nonché dalla temperie storica delle guerre persiane – creavano una miscela esplosiva, caratterizzata dalla paura e dai sospetti reciproci124. Che la tensione fosse estrema, lo conferma la reazione di Pausania, convinto di poter sperare solo nello scrupolo religioso dei magistrati, che peraltro agirono con grande determinazione ed assoluta urgenza125. È in questo contesto che – molto verosimilmente – vennero ‘fabbricate’ le prove della colpevolezza di Pausania. Prove che dimostravano quali fossero i veri scopi del rapporto fra Pausania e il satrapo di Dascilio. Si trattava di conLisandro, paradigma di questo tipo di stasis (1306b 31-3) è relativamente vicino, ma Pausania non viene disonorato da un suo superiore in timè. 120

Arist. Pol. V 1302b 21-4.

121

V. supra, nota 49.

122

Thuc. VI 59,4.

123

V. supra, nota 102 e N. LURAGHI, Il Gran Re e i tiranni. Per una valutazione storica della tirannide in Asia Minore durante il regno dei primi Achemenidi, «Klio», 80 (1998), pp. 22-46.

124

«La paura di quel che (Pausania) poteva fare fu probabilmente più decisiva del risentimento per quello che aveva già fatto» (RHODES, Thucydides on Pausanias, p. 392).

125

Forse la durata dell’ultimo soggiorno di Pausania va calcolata più in mesi che in anni. GOMME, Historical Commentary, p. 397 ne fissava a quattro o cinque anni il limite superiore, ma la lentezza delle indagini non deve trarre in inganno.

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MASSIMO NAFISSI

vincere gli Spartani che il reggente rinchiuso nel recinto sacro d’Atena e morto davanti al suo ingresso s’era macchiato di delitti che meritavano la morte, ambizione di tirannide e tradimento126. Prove materialmente false, dunque: ma è molto probabile che al loro contenuto ‘credessero’ anche quelli che le crearono. Il caso di Pausania mi pare rappresentare un’attuazione concreta (e forse l’autentica ispirazione) di quanto osservato da Socle Corinzio (Hdt. V 92a.2): gli Spartani ful£ssousi deinÒtata che non sorgano tiranni nella loro città.

ABSTRACT Thucydides’ treatment of Pausanias, although far from perfect, remains the best evidence concerning his downfall. The proofs of Pausanias’ Medism are probably concocted, but the main lines of the story are still recognizable. Instead of attributing to him great political ambitions, involving Athenians, Persians, and Spartan factions divided on political targets, the paper tries to explain his acts and Spartans’ responses to them – undervalued by Thucydides – in the light of contemporary social values and political culture. The sense of honour, with its attendant feelings of vengeance and shame, guided Pausanias’ actions, while the Spartan officials feared the reaction of an offended offspring of Heracles: the phantom of tyrannis, and of a ruler who could be put on the throne by Persian spears, led them to putting Pausanias to death.

126

Su questo punto v. gli argomenti addotti in NAFISSI,Tucidide, Erodoto e la tradizione.

LUISA PRANDI

Sintonia e distonia fra Brasida e Sparta

Lo spartano Brasida, attivo fra i 30 e i 40 anni nel primo decennio della guerra del Peloponneso, gode della fama di essere anomalo rispetto al cliché dei politici e militari della sua città d’origine. Si tratta di una fama originata in prima istanza da Tucidide1 ben attestata sia a livello di pubblicazioni specialistiche sia a livello di manuali, che in passato mi sono anche trovata a confermare2. Il nuovo studio cui ho sottoposto ora più specificatamente la figura di Brasida mi ha offerto l’occasione di constatare come gli elementi a nostra disposizione non siano in realtà né così coerenti, né così univoci, da indurmi a ribadire ancora senza riserve la communis opinio. Il mio intervento ha quindi come tema di fondo un’indagine sulle peculiarità di Brasida – le sue caratteristiche individuali, il suo modo di agire, il suo rapporto con l’establishment di Sparta – insomma su ciò che lo accomuna e su ciò che lo distingue da questo topos spartano che ben illustra C. Bearzot3. Croce e delizia di una simile ricerca è il fatto che la nostra documentazione è al 90% tucididea4. I problemi nascono da vari

1

I singoli passi li analizzo nel corso del mio studio; sulla diversità di Brasida cfr. A.S. BRADSFORD, The duplicitous Spartan, in A. POWELL-S. HODKINSON (eds.), The Shadow of Sparta, London-New York 1994, sopr. pp. 74-76. 2 Riferimento d’obbligo a H.D. WESTLAKE, Individuals in Thucydides, Cambridge 1968, pp. 148-165, in part. 148 e 153; S. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, Oxford 1991, II, Oxford 1996, p. 52. Per quel che mi riguarda, cfr. PRANDI, La liberazione della Grecia nella propaganda spartana durante la guerra del Peloponneso, in M. SORDI (a cura di), I canali della propaganda nel mondo antico, Milano 1976 (CISA, 4), in part. pp. 75-82. 3 Cfr. in questo volume C. BEARZOT, Spartani ‘ideali’ e Spartani ‘anomali’. 4 Cerco di sfruttare, nel testo e nelle note, tutte le testimonianze non tucididee che conosciamo; giustifico la significativa omissione di Polyaen. I.38 con il fatto che si tratta di cinque stratagemmi ininfluenti per il tema del rapporto fra Brasida e Sparta.

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fattori: Brasida fu per Tucidide un nemico diretto, si trovarono uno di fronte all’altro in Tracia nel 424; B. fu anche l’antagonista di Cleone, esecrato esponente della politica ateniese5. In un certo senso per lo storico era arduo presentare Brasida favorevolmente ma lo era anche presentarlo sfavorevolmente; e in effetti la cifra sua distintiva è, prima di ogni altra, un grande interesse personale6. Naturalmente la testimonianza tucididea è già stata ben studiata e vorrei qui segnalare qualche aspetto che i moderni hanno sottolineato e che mette in evidenza questo interesse personale. Per esempio i canali di informazione dello storico, che si atteggia sempre a conoscitore delle intenzioni di Brasida e ben informato sulle sue mosse7; oppure il carattere epico, di aristeia, che le parti delle Storie a lui dedicate presentano8; o la presenza, in uno dei discorsi di Brasida, del linguaggio storiografico tucidideo9. Questo indiscutibile interesse personale di Tucidide per Brasida è causa ed insieme garanzia di una ricerca, si può immaginare accurata, di notizie sul suo operato. Ed è su questo materiale che bisogna lavorare, con la diffidenza di chi cerca tracce di coerenza

5

Cfr. WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 154, nota 1. La cosa è condivisa dalla critica. Può essere emblematica l’espressione usata da L. BOEGEHOLD, Thucydides’ representation of Brasidas before Amphipolis, CPh, 74 (1979), p. 152, «Thucydides [...] seems to put himself inside Brasidas». Più recentemente G. HOFFMANN, Brasidas ou le fait d’armes comme source d’héroïsation dans la Grèce classique, in V. PIRENNE-DELFORGE - E. SUAREZ DE LA TORRE (eds.), Héros et héroines dans les mythes et les cults grecs, Actes du Colloque (Valladolid, 26-29 mai 1999), Kernos Suppl. 10, Lièges 2000, pp. 365-375, coglie l’esposizione di Tucidide come mirante alla costruzione di una figura eroica. 7 Anche se in questo caso mi sembra che WESTLAKE, Thucydides, Brasidas and Clearidas, GRBS, 21 (1980), pp. 333-339 = Studies in Thucydides and Greek History, Bristol 1989, pp. 78-83, abbia convincentemente dimostrato che non abbiamo elementi sicuri per credere ad una conoscenza diretta fra i due e per attribuire a Brasida il ruolo di propagandista di se stesso: è più probabile che il ruolo di tramite sia stato giocato da persona vicina a Brasida, come Clearida. 8 Cfr. l’esauriente trattazione di HORNBLOWER, A Commentary, II, pp. 38-50, che enfatizza il tema dell’assimilazione di Brasida ad Achille. 9 Cfr. l’interessante analisi di R. NICOLAI, Il generale, lo storico e i barbari: a proposito del discorso di Brasida in Thuc. IV 126, in G. ARRIGHETTI - M. TULLI (a cura di ), Letteratura e riflessione sulla letteratura nella cultura classica, Atti del Convegno (Pisa, 7-9 giugno 1999), Pisa 2001, pp. 145-155, in part. 152: «Tucidide fa parlare Brasida [...] come avrebbe parlato chi si fosse formato sulla sua opera». 6

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interna e, soprattutto, tracce di elementi discordanti in una fonte unica. La parte più significativa dell’azione dello Spartano si concentra nel 424 e forse non a caso Tucidide colloca, all’inizio e alla fine della relativa narrazione, due ‘capitoli’ – IV 81 e IV 10810 – che sono insieme due ritratti di Brasida e due diagnosi della situazione politica.

Thuc. IV 81 È un giudizio d’insieme che colloca Brasida nello svolgimento della guerra, e che Tucidide ha elaborato sicuramente a posteriori non solo della campagna di Tracia, che ebbe fine nel 422 con la morte di Cleone e di Brasida, ma anche della spedizione in Sicilia e, forse, della conclusione del conflitto11. Due sono, secondo lo storico, le motivazioni dell’invio di una spedizione in Tracia, una personale di Brasida – il desiderio di quel comando, il che equivale a dire che si era offerto, che aveva dato la propria disponibilità – e una «personale» dei Calcidesi: dal momento che solo due capitoli prima, a IV 79, egli aveva chiaramente esposto le ragioni per cui Perdicca di Macedonia da un lato e i Calcidesi dall’altro avevano chiesto esplicitamente un intervento di Sparta nella zona, la frase tucididea dovrebbe significare che i Calcidesi vedevano favorevolmente proprio la scelta di Brasida, e non semplicemente che desideravano la spedizione. Noi non abbiamo elementi di connessione fra Brasida e i Calcidesi che siano anteriori al suo arrivo in Tracia nel 424, e la particolarità che sembra renderlo idoneo a questo incarico è il fatto di apparire drast»rioj, energico12. Tucidide aggiunge che l’esito più significativo dell’attività di Brasida furono le defezioni degli alleati di Atene in favore di Sparta e ne ricorda i due 10

Il primo lo commento ora, il secondo infra.

11

Cfr. J. DE ROMILLY (ed.), Thucydide. La guerre du Peloponnèse, IV-V, Paris 1967, pp. a proposito dell’intero racconto delle vicende di Brasida.

XXI-XXII, 12

Vocabolo usato in Tucidide solo da Pericle nel famoso passo sulla condanna dell’¢pragmosÚnh (II 63.3), come nota HORNBLOWER, A Commentary, II, p. 46.

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sistemi: la maggior parte per mezzo della giustizia e della moderazione da lui manifestate13, le altre per mezzo del tradimento. Affermazione questa che merita di essere poi valutata attentamente in rapporto alla narrazione dei fatti che Tucidide realizza. Tali defezioni, comunque ottenute, ebbero incidenza sullo sviluppo del conflitto, perché crearono un diversivo antiateniese dopo il colpo di mano di Atene a Pilo ed alleggerirono la sua pressione sul Peloponneso, e perché offrirono a Sparta delle località utili da scambiare con la città nemica. Per inciso, questo non significa «liberare la Grecia». Dalla constatazione dell’effetto immediato a quello sui tempi medi: ingenerando la fiduciosa speranza che tutti gli Spartani fossero come lui, Brasida fece in pratica propaganda a Sparta e suscitò ™piqum…a nei suoi confronti. Le caratteristiche che Tucidide gli riconosce qui sono di per sé più generiche della giustizia e moderazione di poco prima: l’arete e il fatto di essere in tutto agathos sono qualità non certo sconvenienti ad uomini di Sparta ma nemmeno peculiari di quella città; quanto alla xÚnesij invece, bisogna tenere presente che Tucidide la riconosce anche ad Archidamo – che viene presentato come uomo kaˆ xunetÕj dokîn e‡nai kaˆ sÒfrwn (I 79.2)14 – e che in Diodoro (XV 19.4) sunšsei diafšrwn viene definito Agesipoli. La qualificazione di Brasida come «primo Spartano attivo fuori da Sparta» appare corretta se riferita al periodo del conflitto peloponnesiaco oggetto dell’opera di tucididea: ovviamente prima di lui un altro Spartano era stato a contatto con le città poi divenute alleate di Atene, il reggente Pausania15. Una via che credo fruttuosa per rivisitare le vicende di Brasida senza troppo ripetere il lavoro già fatto da altri è quella di restare nella prospettiva dei giudizi tucididei – questo e quello di IV 108, sul quale mi soffermerò oltre – ma di centrare l’attenzione sul 13

Cfr. HORNBLOWER, A Commentary, II, pp. 54-57, che enfatizza il participio parascèn. Brasida voleva mostrarsi giusto e misurato, convinto di ottenere risultati positivi. 14

Dote rara nei riconoscimenti dello storico, cfr. J. BOËLDIEU-TREVET, Brasidas, in P. BRULÉ - J. OULHEN (eds.), Esclavage, guerre, économie en Grèce ancienne. Hommages à Y. Garlan, Rennes 1997, p. 154.

15

Cfr. in questo volume M. NAFISSI, Pausania,il vincitore di Platea.

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tipo di incarico di volta in volta ottenuto da Brasida e sui suoi rapporti con il governo di Sparta16. Questo permette anche di porre in qualche modo a confronto le valutazioni politiche di Tucidide con le sua parti narrative e di scorgervi per così dire delle crepe, delle contraddizioni o delle incongruenze che, lungi dall’essere tutte indizi di incompleta redazione dell’opera17, rivelano piuttosto la convivenza non sempre facile di informazioni e di valutazioni di matrice che si presenta diversa anche se non sempre come tale viene dichiarata dallo storico. E in questo modo si constata, io credo, di avere sotto gli occhi un’unica fonte che non è però una fonte unica.

Ruoli pubblici di Brasida estate 431 (II 25) – comandante di un presidio – Brasida sventa con i suoi uomini – una frour£18 – il tentativo ateniese di tenere Metone, cioè un’iniziativa nello spirito del piano strategico di Pericle che costituisce, anche per la zona in cui avviene, un’anticipazione del colpo di mano a Pilo. È quasi certo che Tucidide ricorda il suo nome e descrive ampiamente la tattica da lui impiegata perché Brasida sarebbe divenuto poi figura di primo piano nel conflitto. La mossa punta, oltre che sulla relativa facilità dell’obiettivo, sulla velocità e l’audacia, caratteristiche che sono in genere la cifra del personaggio, e gli merita una lode pubblica19. anno 431 (Xen. Hell. II 3.10) – eforo (?) – Il passo è una pura lista di efori spartani, da Enesia a Endio. Che si tratti o meno di un’in-

16 I meno presenti nella nostra tradizione, come notava già WESTLAKE, Individuals in Thucydides, pp. 148 e 159. Darò conto gradatamente delle posizioni dei moderni. 17 Cfr. A.W. GOMME - A. ANDREWES - K.J. DOVER, Historical Commentary on Thucydides, V, Oxford 1980, p. 364; contra NICOLAI, Il generale, p. 154. 18 Secondo G. WYLIE, Brasidas - Great Commander or Whiz-Kid?, QUCC, 41 (1992), p. 76 era allora un locagÒj. 19 Il fatto che lo storico aggiunga che tale lode era la prima dall’inizio del conflitto tradisce un interesse fin eccessivo per il personaggio, visto che la guerra era proprio appena iniziata e il tempo per gli atti di valore era stato comunque poco.

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trusione nel testo delle Elleniche20 non è problema qui rilevante, nel senso che l’attendibilità della lista potrebbe essere buona nell’uno e nell’altro caso. La presenza del nome Brasida al secondo posto dell’elenco fa pensare al generale21, in tal caso relativamente giovane, ma nulla dimostra che si tratti di lui e – soprattutto – poco mi sembra di poter ricavare da tale identificazione22. estate 429 (II 85-6 e 93) – xÚmbouloj – Brasida viene inviato insieme ad altri due Spartani come consigliere del navarco Cnemo, nell’ambito di iniziative per la riorganizzazione della flotta dopo le sconfitte subite ad opera di Formione nel golfo di Corinto. Il primo risultato fu un nuovo scontro con due fasi alterne, al termine del quale sia Ateniesi sia Spartani eressero un trofeo. All’inizio dell’inverno egli partecipa con tutti i comandanti ad un progetto di colpo di mano via mare sul Pireo, che in corso d’opera devia su Salamina. Non siamo autorizzati ad attribuire al solo Brasida l’idea23, ma si trattava di una strategia diversa da quella delle cadenzate invasioni annuali dell’Attica (peraltro condizionate dall’epidemia), più simile agli attacchi ateniesi e mirante a sfruttare l’effetto della sorpresa e della paura. estate 427 (III 69, 76 e 79) – xÚmbouloj – Brasida è consigliere presso il navarco Alcida, nell’ambito del progetto di mettere le mani su Corcira in stasis prima di un definitivo intervento ateniese. Egli consiglia inutilmente di tentare uno sbarco ma Alcida fa valere la propria autorità sul piano istituzionale e non agisce. La vicenda suscita almeno due osservazioni per il tema del mio intervento: 20

Cfr. J. HATZFELD, Xenophon, Helléniques, I-III, Paris 1936, ad loc. Cfr., a favore, B. NIESE, s.v. Brasidas, in RE III (1899), col. 815, e K.-W. WELWEI s.v. Brasidas, in NP, 2 (1997), col. 760; invece contro P. KIRCHNER, s.v. Brasidas, Suppl. 1 (1903), col. 257. 22 Sono in genere convinti che l’eforato fosse una sorta di riconoscimento per il salvataggio di Metone S. HODKINSON, Social Order and the Conflict of Values in Classical Sparta, «Chiron», 13 (1983), p. 260; J. ROISMAN, Alkidas in Thucydides, «Historia», 36 (1987), p. 416; WYLIE, Brasidas, p. 77; U. BERNINI, Tre “profezie sul passato” melie (Lisandro, Agide II, Gilippo), Miscellanea greca e romana, XVIII, Roma 1994, p. 51. 23 Come sembra fare HODKINSON, Social Order, p. 265. La sintassi tucididea (II 86.6 e 93) accomuna il ‘consigliere’ Brasida agli altri ufficiali, definiti strathgo… o ¥rcontej.

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– il ruolo di consigliere non è un rango ufficiale, rientra infatti nella mentalità spartana del maggior controllo possibile, e può essere importantissimo o ininfluente. Nel caso dei navarchi, soprattutto in questa fase di inevitabile attenzione di Sparta ad un settore tradizionalmente marginale come quello navale, l’impiego di consiglieri può correggere anche i limiti dell’annualità della carica sul piano delle competenze e dell’esperienza. Brasida appare uno degli uomini di riferimento in un comparto nuovo della politica estera24. – il suo contrasto con Alcida non verte però su una questione tecnica, e non è in gioco l’esperienza nell’uso della flotta. A prima vista si tratta solo di una scelta di maggiore o minore audacia – e già in questo insistere per l’azione si riconosce la mentalità del Brasida che aveva respinto gli Ateniesi da Metone – ma a ben vedere il consiglio di combattere corrisponde anche al progetto di sostenere dall’esterno la fazione aristocratica e filospartana corcirese, che era minoritaria e in difficoltà per i reiterati interventi di Atene sull’isola. Non va dimenticato che Alcida era l’uomo che poco tempo prima non aveva accettato il consiglio dell’alleato Teutiaplo d’Elide di fare un tentativo su Mitilene, appena recuperata dagli Ateniesi ma forse non del tutto priva di filospartani; e nemmeno quello alternativo degli esuli Ioni e Lesbî di sobillare una sollevazione di città della Ionia contro Atene (III 30-1): due iniziative mancate che sono per molti aspetti simili sia al caso, altrettanto mancato, di Corcira sia a quelli, invece portati in seguito a successo da Brasida, di Megara e delle città della Tracia. Osare con un’alta percentuale di rischio e confidare nell’aiuto di fazioni interne alle città non rientrava nell’indole (e negli ordini?) di Alcida, mentre rientrava assai bene in quella di Brasida25. Non è immediatamente evidente, dal racconto di Tucidide, se Alcida abbia perso una buona occasione rifiu24 Cfr. G. DAVERIO ROCCHI, Brasida nella tradizione storiografica: aspetti del rapporto fra ritratto letterario e figura storica, «Acme», 38 (1985), p. 69. È stato notato da ROISMAN, Alkidas, p. 404 che Tucidide menziona i xÚmbouloi solo in occasione della carriera di Brasida. 25 Cfr. ora M. INTRIERI, B…aioj did£skaloj. Guerra e stasis a Corcira fra storia e storiografia, Soveria Mannelli 2002, pp. 108-111, sui modi ed i limiti degli interventi degli Spartani, che a Corcira diedero comunque prova di incertezze forse dopo aver suscitato speranze nella fazione a loro favorevole.

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tando di seguire il consiglio di Brasida26, resta il fatto che negli anni successivi in Calcidica costui sembra ottenere buoni risultati con il minimo dell’impegno. estate 425 (IV 11-2) – comandante di una nave – Brasida partecipa con ardore ai tentativi di rompere dal mare il blocco ateniese di Pilo: la sua idea è che tutti, Spartiati ed alleati, non devono risparmiare le navi pur di approdare; dà l’esempio in prima persona ma viene ferito più volte e perde coscienza mentre lo scudo gli cade in mare. Ancora più che a Metone egli ricopre qui una funzione subalterna27, e viene ricordato solo per il rilievo acquisito successivamente. Il suo comportamento appare fondamentalmente ‘spartano’ e (forse proprio per questo) in realtà improduttivo28: la guarnigione assediata era senza dubbio importante, ma non solo Brasida non ottiene nessun risultato ma nemmeno si capisce la ratio delle sue critiche agli altri trierarchi, visto che Tucidide (IV 11.3) riconosce che tutti si impegnavano, oppure quella della sua azione, visto che non era certo sfasciando le navi che i Peloponnesiaci sarebbero riusciti a sbarcare in forze a Pilo. estate 424 (IV 70-4) – ? – Prima di partire per la spedizione in Tracia ma già incaricato di compierla – e quindi con truppe alleate ai suoi ordini e con un ruolo per noi assolutamente indefinito ma di notevole autorità – Brasida sollecita l’intervento dei Beoti, che erano già in avvicinamento, e interviene nelle vicende di Megara. Nonostante gli Ateniesi abbiano già occupato il porto, Nisea, egli si dirige a Megara, lacerata al suo interno; dopo una sorta di braccio di ferro fra Ateniesi e Beoti davanti alla città, i filospartani megaresi aprono le porte e viene insediata una duratura oligarchia. Si replica l’interesse per lo sfruttamento delle fazioni già manifestato a Corcira, con il dato di una maggiore autonomia di 26

ROISMAN, Alkidas, pp. 409-411, mette in evidenza sia il fatto che gli Spartani non avevano forze oplitiche per combattere a terra e che troppo vicini erano ormai i rinforzi ateniesi, sia che il loro collegamento con gli oligarchici di Corcira non era buono. 27 Cfr. DAVERIO ROCCHI, Brasida, p. 65. 28 Cfr. le osservazioni di ROISMAN, Alkidas, pp. 417-418; connotati tipicamente eroici per l’impossibilità del gesto vi coglie la HOFFMANN, Brasidas, p. 367.

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azione che lo porta a conseguire un risultato positivo nell’ottica di Sparta. estate 424 (IV 78-88; 102-16; 120-29; 132-5; V 2-13) – ? – Non abbiamo terminologia ufficiale che indichi il tipo di autorità di cui fu investito Brasida per la Tracia, perché Tucidide è estremamente sfuggente al riguardo. Mi sembra che l’unica fonte a usare un termine di tipo tecnico sia la Suda, dove è definito strathgÒj29: vocabolo poco spartano, forse, ma che illustra bene l’attività di Brasida. La spedizione in Tracia non appare in modo evidente né un progetto di Brasida né un progetto di Sparta30. I richiedenti sono Perdicca e i Calcidesi, per motivi contingenti, e se in qualche modo questi ultimi indicano Brasida, o lo gradiscono, è per la sua fama di energia. Piuttosto una simile iniziativa corrispondeva in quel momento anche a necessità di Sparta, come la creazione di un diversivo e l’aquisizione di ‘merce di scambio’: c’è un tema della paura spartana per gli ostaggi, che va dal colpo di mano a Pilo nel 425 alla restituzione dei prigionieri dopo la pace del 421. 1. L’anno 424 è la prima occasione per capire i rapporti fra Brasida e il governo di Sparta ed è anche la prima occasione per constatare le ambiguità della nostra fonte. Brasida desidera un comando e lo ottiene, ricevendo truppe peloponnesiache mercenarie (1000 uomini) e truppe ilotiche (700 uomini)31. La composizione del suo esercito ha fatto pensare a disistima, ad un comando di classe inferiore32, ad un allontanamento dalla 29

Suid. s.v. Brasidas = Sch. Arist.Pax. 640

30

Cfr. HORNBLOWER, A commentary, pp. 51-52; cfr. L. KALLET-MARX, Money, Expense and Naval Power in Thucydides’ History I-5.24, Berkeley 1993, p. 171. Una situazione non dissimile si sarebbe verificata successivamente quando i consigli incrociati ed ‘esterni’ di Corinzi, Siracusani, città dell’Asia Minore, e di Alcibiade indussero gli Spartani a intervenire in Sicilia, a fortificare Decelea e a riprendere l’attività navale nell’Egeo.

31

Per l’episodio, dai risvolti poco chiari, della liberazione e poi della strage di iloti segnalato da Thuc. IV 80.3-4, cfr. B. JORDAN, The ceremony of the helots in Thucydides IV 80, AC, 59 (1990), pp. 37-69; WYLIE, Brasidas, p. 93, nota 29; P. CARTLEDGE, Spartan reflections, London 2001, pp. 128-130. 32

Cfr. WYLIE, Brasidas, p. 78, nota 7.

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città33 ma non c’è materia per costruire, in assenza di precisi riscontri nella tradizione, il progetto di una spedizione, per così dire pro forma. Piuttosto bisogna tenere presente che dopo i fatti di Pilo Sparta aveva problemi di carenza di truppe; che anche in passato una spedizione extrapeloponnesiaca non era destinazione di spartiati se non in casi particolari (e comunque meno lontani); che in occasione della richiesta d’aiuto dei Mitilenesi ribelli ad Atene era stato inviato in prima istanza un solo spartiata. E credo sia significativo notare che il rapporto di Brasida con i «suoi» iloti non ha lasciato traccia34. Una volta giunto nel nord della Grecia, Brasida raccoglie anche alleati locali (IV 102.1). 2. L’attraversamento della Tessaglia, nella lunga distanza che separa la Megaride dalla Calcidica, è il problema più arduo e dopo Eraclea Trachinia Brasida si trova davanti una regione divisa. Egli si avvale di due espedienti: conta sulla garanzia di notabili favorevoli a Sparta35 (in parte sollecitati da Perdicca) ma soprattutto – dopo un pourparler con esponenti della fazione avversa, e su consiglio dei suddetti notabili – punta sulla rapidità della propria marcia, in spregio alla promessa fatta di non avanzare36. Vorrei notare che, in questo caso, l’obiettivo non era certo una conquista del territorio ma che in realtà Brasida sfrutta a proprio vantaggio l’esistenza di una divisione politica per fare ciò che la maggioranza non gli avrebbe concesso. 3. Degli ordini e del piano d’azione Tucidide non espone nulla preliminarmente ma seguendo la narrazione degli eventi si colgono due filoni, corrispondenti alle due richieste di aiuto rivolte da Brasida a Sparta. Perdicca si aspetta e pretende che Brasida e le sue truppe lo aiutino nella sua opera di rafforzamento contro Arrabeo dei 33

Cfr. DAVERIO ROCCHI, Brasida, p. 72, che pensa ad un rapporto con la perdita dello scudo a Pilo. 34 È stato notato da WYLIE, Brasidas, p. 93 che le truppe ilotiche sembrano essere state disciplinate e fedeli. Sui Brasidei cfr. C. BEARZOT, Lisandro tra due modelli: Pausania l’aspirante tiranno, Brasida il generale. 35 Come rileva M. SORDI, La lega tessala, Roma 1958, pp. 120-121 e nota 4, veramente filospartana era solo Farsalo. 36 Cfr. WESTLAKE, Individuals in Thucydides, pp. 150-151; che si tratti di un vero e proprio bluff, mal mascherato da gesto diplomatico, evidenzia WYLIE, Brasidas, p. 80.

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Lincesti. Essa costituisce una diversione notevole dagli immediati interessi di Sparta ed ha soltanto l’utilità di garantire il rifornimento continuo delle truppe stesse che il re aveva promesso. Su questo fronte Brasida non si muove del tutto bene: durante la prima spedizione si adopera in realtà per una composizione del conflitto, allo scopo di avere sovvenzioni anche da Arrabeo, ma rimedia una riduzione del sussidio macedone; rassegnatosi poi a partecipare ad una seconda spedizione, soffre prima il voltafaccia degli Illiri che defezionano da Perdicca e lo attaccano e poi il cambio di campo dello stesso re, che si riaccosta ad Atene e lo ostacola; il tutto gli costa anche un inevitabile calo di attenzione nei confronti delle città greche della zona. La reazione del governo di Sparta a tutto ciò non ci è nota37. Con i Calcidesi e gli altri abitanti della zona tracica il rapporto appare più importante ed interessante: nel corso delle trattative con Acanto, la prima città che defeziona da Atene, c’è menzione – sia nel discorso di Brasida sia nella parte narrativa – di giuramenti che i responsabili del governo spartano avevano prestato a B. stesso, riguardo alle garanzie per l’autonomia degli alleati che egli avrebbe guadagnato alla causa di Sparta. Questo elemento della testimonianza tucididea evoca un sostanziale accordo prima della partenza fra Brasida e i dirigenti spartani sull’obiettivo della missione38, cioè distaccare da Atene le città della zona e legarle a Sparta. Che questa strategia e lo scrupolo per l’autonomia delle città fossero idee personali di Brasida – e quindi che i giuramenti fossero stati in qualche modo da lui sollecitati per vincolare il governo – è possibilità difficile da sostenere, di fronte al silenzio dello storico. Quello che è certo è che Brasida si impegnò molto attivamente nella esecuzione del progetto39; ma è altrettanto certo che pure i Calcidesi sostennero attivamente la politica di attrarre a Sparta le città della zona tracica, 37 WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 151 ipotizza comunque una lacuna diplomatica di Sparta su questo fronte. 38 Cfr. HORNBLOWER, A Commentary, II, pp. 47-48 e 59-60; lo studioso rileva anche, pp. 50-51, che la sintassi di Tucidide non lascia dubbi sulla sua convinzione dell’esistenza di tali giuramenti, ma che tale esistenza configura di fatto come un gesto di empietà la successiva rinuncia di Sparta a tutelare le autonomie. 39 Che esso fosse ideale o piuttosto strumentale, come inclina a credere WESTLAKE, Individuals in Thucydides, pp. 164-165, non è agevole dire.

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cosicché è difficile negare che il loro appello alla città peloponnesiaca volesse propiziare una serie di defezioni dalla lega di Atene40. 4. Quanto alla modalità delle defezioni, Tucidide afferma – come ho già accennato – che la maggioranza avvenne per la giustizia e la moderazione che egli mostrava, il resto attraverso il tradimento. Un controllo, effettuato sulla sua stessa narrazione mi ha lasciato però una sensazione diversa. Le località passate a Sparta furono, nell’ordine: Acanto e subito dopo Stagiro (IV.88.2); Anfipoli e poi Mircino, indi Galepso ed Esime, poi varie località della penisola Atte; Torone. Dopo la tregua del 423 defezionarono Scione e Mende. Ora, di Stagiro non sappiamo nulla; Mircino, Galepso ed Esime parrebbero non essere state prese con il tradimento (107.3); delle città dell’Atte Tucidide afferma che la maggior parte si schierarono con Brasida ma che Sane e Dion opposero molta resistenza (109.5). Circa le città più significative in questa fase – Acanto, Anfipoli, Torone, Scione e Mende – possiamo rilevare che erano tutte più o meno divise al loro interno e che tale divisione ha giocato un ruolo nel rapporto con Brasida. La prima località alla quale Brasida si rivolge, Acanto, è così incerta sul da farsi che egli vi entra da solo. Anche dopo il suo discorso ai cittadini il voto, peraltro segreto, gli è favorevole a condizione che egli giuri loro, anche a nome del governo spartano, le garanzie giurate per l’autonomia della polis ricevute da Sparta. Il discorso che Tucidide gli presta contiene l’esplicita ripresa del manifesto con cui Sparta era entrata in guerra nel 431, un leit-motiv in tutti i suoi interventi41, che appare la ragion d’essere della sua missione voluta da Sparta, piuttosto che un’idea e un programma personale. Ma nel discorso di Acanto compare anche un altro ed inquietante tratto: dopo un’articolata esposizione delle valide motiva-

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In ogni caso non mi sembra si possa ritenere Brasida totalmente autonomo da Sparta nelle sue decisioni, come fa WYLIE, Brasidas, pp. 79-80. 41 Cfr. IV 85.1; 86.1 e 87.2 (giuramenti); 108.2; 114.3; 120.3; V 9. Cfr. già WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 152; poi HORNBLOWER, A Commentary, II, p. 49. Il tema propagandistico della liberazione percorre tutto il primo decennio del conflitto, cfr. PRANDI, La liberazione, pp. 72-83.

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zioni che gli Acanti hanno per schierarsi con lui, Brasida afferma a 87.2 che, se essi rifiutano e ritengono che tutto possa rimanere come prima, egli prenderà a testimoni dei ed eroi locali del fatto che è giunto per il bene di quella terra e che non è stato ascoltato; poi cercherà di ottenere con la forza il risultato, devastando la chora e non ritenendo di commettere per questo ingiustizia. Tale promessa, che ha tutti i caratteri di una minaccia, in cui l’uso della forza si ammanta di ipocrisia, si inquadra in due riferimenti che Tucidide inserisce nella parte narrativa, sia prima sia dopo il discorso, a proposito dei vivi timori degli Acanti per la sorte del loro raccolto ormai imminente e del fatto che questi timori costituirono parte non piccola della decisione di assecondare Brasida e di defezionare da Atene42. Ma c’è dell’altro, che non mi sembra sia stato posto nella giusta luce: l’intenzione di Brasida di prendere a testimoni dei ed eroi del luogo richiama assai da vicino l’ ™piqeiasmÒj che lo stesso Tucidide attribuisce ad Archidamo quando nel 429 iniziò l’assedio di Platea43. Giunto davanti alla città, il re spartano dichiara che la spedizione militare e la guerra hanno come scopo la liberazione dei Greci dal giogo di Atene (II 72.1); dopo che le trattative con i Plateesi, perché defezionino da Atene e collaborino a tale liberazione, sono approdate ad un rifiuto, Archidamo prende a testimoni dei ed eroi della Plataide che gli Spartani non commettono ingiustizia se aggrediscono la città, e avvia le opere d’assedio (II 74.2-75.1)44. I due uomini, cui Tucidide attribuisce, fra le altre, la qualità della xÚnesij, mostrano la stessa sequenza mentale45 nel presentare in primo luogo l’aspetto positivo, ideale ed accattivante della

42 Su questi timori cfr. anche WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 152 e WYLIE, Brasidas, p. 81; D.M. LEWIS, in CAH, V2, Cambridge 1992, pp. 426-427; KALLET-MARX, Money, p. 172. 43 Per il contesto della vicenda cfr. PRANDI, Platea. Momenti e problemi della storia di una polis, Padova 1985, pp. 101-104. 44 W. KENDRICK PRITCHETT, The Greek State at War, III, Berkeley 1979, pp. 322-323, segnala anonimamente in nota IV 87 come caso analogo a II 72.1; anche HORNBLOWER, A Commentary, I, p. 354 e II, p. 283, si limita ad un rimando incrociato fra i due passi. 45 Pur non considerando questo parallelo I. MOXON, Thucydides’ account of Spartan strategy and foreign policy in the Archidamian war, RSA, 8 (1978), pp. 21-22, suggerisce che Brasida fosse un protegé di Archidamo.

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loro richiesta di cambiare campo – cioè la realizzazione del manifesto con cui Sparta aveva dichiarato guerra ad Atene – facendo poi subentrare in caso di mancata collaborazione il rovescio di quel manifesto, cioè che non si trattava di una proposta ma di una imposizione in nome del supremo valore dell’autonomia. Non abbiamo elementi per affermare che Acanto sia stata presa con il tradimento, in senso tecnico, ma questo non significa che sia corretto dire che fu presa con la persuasione: oltre le due categorie tucididee attribuite a Brasida spunta una terza via, quella del ricatto e delle minacce46. Quanto ad Anfipoli, città-chiave della zona, era una località dalla popolazione composita dove agiva una piccola quinta colonna filospartana. In suo appoggio Brasida emana un proclama molto moderato: Anfipolitani ed Ateniesi potevano o rimanere senza danno oppure emigrare entro cinque giorni; l’effetto fu positivo e la città si consegnò. Ma non andrebbe trascurato il fatto (in genere tralasciato dai moderni) che nel presentarsi davanti ad essa in un rigido inverno Brasida aveva di sorpresa fatto molta preda e molti prigionieri fra quanti si trovavano fuori le mura: i parenti all’interno, assicura Tucidide (106.1), avevano ben presente la condizione di questi ostaggi. Pure a Torone Brasida sfrutta l’azione di una quinta colonna per prendere la città di sorpresa e, ottenutone il controllo, ne propizia la durata con un analogo proclama di moderazione: il discorso che Tucidide gli presta ribadisce il tema della liberazione, senza spunti ricattatorii, in questo caso oggettivamente meno necessari. Questo comportamento di Brasida non subisce mutamenti neppure dopo la conclusione della tregua annuale nell’estate del 423. Sono tre, a nostra conoscenza, le località con cui egli entra – indebitamente – in rapporto dopo tale stipula: Scione, Mende e Potidea. Sulle ultime due egli esercita delle pressioni per la formazione di quinte colonne (121.2) e ottiene la consegna di Mende da parte di un minuscolo gruppo filospartano (116.3), mentre fallisce il primo tentativo di entrare di sorpresa a Potidea (121.2) e non ha poi occasione di ritentare. 46

Cosa che non esclude la formazione di un rapporto anche stretto fra Brasida e Acanto, cfr. infra, nota 49.

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Scione resta l’unica località della zona che – nel racconto di Tucidide – gli rivolge un appello e lo accoglie unanimemente, tributandogli in pubblico una corona d’oro come liberatore della Grecia, e in privato onori anche più compromettenti47. La sensazione di chi legge la narrazione di Tucidide è che la maggioranza delle città sia stata acquisita da Brasida puntando non tanto su un approccio amichevole e sulla semplice persuasione quanto sullo sfruttamento delle divisioni interne e delle paure che la presenza di un esercito nemico suscitava: di fronte ad esse il fatto che Brasida non desse corso a repressioni e vendette costituiva un effetto-sorpresa potente che giocò – quello sì – un ruolo decisivo nell’accattivargli anche qualche città che sulle prime non era affatto convinta di dover passare all’altro campo. E questo può spiegare perché gli Ateniesi recuperarono con relativa facilità solo Mende, mentre per Scione e Torone dovettero molto impegnarsi militarmente, e Acanto e Anfipoli furono perdute48. Ed anche perché Brasida meritò, oltre alle simpatie, una posizione di rilievo nel tesoro degli Acanti a Delfi49, gli onori e quasi il culto degli Scionei in vita e degli Anfipolitani post mortem 50. Ma il comportamento di Brasida in Tracia non fece che portare alle estreme conseguenze51 e, se si vuole, con abilità, una ‘strategia’52 che egli aveva già cercato di impiegare, o aveva impiegato, anche prima della spedizione53: Corcira e Megara erano, non

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Cfr. WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 155; L. LOSADA, The fifth column in the Peloponnesian War, «Mnemosyne», Suppl. 21, Leiden 1972, p. 73; HORNBLOWER, A Commentary, II, pp. 49-50. 48 Cfr. per la rabbia ateniese PRANDI, Clemenza e impero nell’esperienza ateniese (Thuc. III 40,2-3), in M. SORDI (a cura di), Responsabilità perdono e vendetta nel mondo antico, Milano 1998 (CISA, 24), in part. pp. 103-105. 49 Cfr. Plut. Lys. 1.1.e 18.1 (nonché Mor. 400f-401a). 50 Cfr. Thuc. V 11 e HOFFMANN, Brasidas, pp. 369 e 374 per interessanti osservazioni sulla sostituzione Agnone-Brasida. 51 In questo senso concordo con LEWIS, in CAH, pp. 426-427 che Brasida andò oltre ogni immaginazione di Sparta. 52 Circa le capacità tattiche e militari di Brasida cfr. i rilievi limitativi di WYLIE, Brasidas, pp. 92-92. Più ottimista P. POUNCEY, Desorder and defeat in Thucydides, HPTh, 7 (1986), pp. 12-14. 53 Per la raccolta dei dati e per la visione d’insieme rimando a LOSADA, The fifth Column, pp. 73-76, 96-98 e 119, il quale pone bene in rilievo come il ricorso al tradimento dall’interno sia stata sempre la cifra degli interventi tentati o realizzati da Brasida.

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diversamente da Acanto, Anfipoli o Torone54, città lacerate da fazioni filoateniesi e filospartane55, e agire con successo su di esse56 poteva condizionare lo schieramento della città senza gli oneri di una conquista in piena regola57. Con ogni probabilità Brasida aveva concordato prima della partenza con il governo di Sparta un certo tipo di obiettivi ed il tono ufficiale della missione58; la metodologia poi era quella consueta sua, che gli Spartani già conoscevano. Thuc. IV 108 Relativo all’inverno 424/2359, è a questo punto un testo importante per cominciare a capire quanto fu sostenuta la missione di Brasida nel suo divenire. Fra le molte notizie e considerazioni interessanti che contiene – una diagnosi di tipo strategico sulle vie rimaste per raggiungere gli alleati ateniesi di Tracia, un’analisi psicologica del comportamento di questi stessi alleati60 – sono particolarmente pertinenti al mio tema due aspetti: – la definizione del modo di essere e di agire di Brasida: egli mštrion ˜autÕn pare‹ce e dichiarava sempre di essere stato mandato per liberare la Grecia; diceva però cose ™folk¦ kaˆ oÙ t¦

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Collega strettamente i casi di Corcira e Megara a quelli delle città traciche anche INTRIERI, B…aioj did£skaloj, pp. 134-139, che pone l’accento sui meccanismi squisitamente interni della stasis e dei mutamenti di regime. 55 WYLIE, Brasidas, p. 79, puntualizza che l’instaurazione di un governo oligarchico a Megara fu il vero risultato dell’operazione. 56 È interesante segnalare – cfr. ROISMAN, Alkidas, pp. 412-413 – anche il denominatore comune del momento notturno, sovente proposto o scelto per il colpo di mano. 57 È ben vero che quando le fazioni filospartane erano di entità modesta occorreva distaccare uomini a loro sostegno – come nota WYLIE, Brasidas, p. 85 – ma il sistema consentiva a Brasida di manifestare clemenza e di propiziare un effetto a catena. 58 Sul carattere non ‘imperialista’ ma ‘limitato’ del programma spartano nel nord della Grecia cfr. F. RUZÉ, Délibération et pouvoir dans la cité grecque de Nestor à Socrate, Paris 1997, pp. 189-191. 59 Sul rapporto di composizione fra IV 81 e IV 108 rimando a HORNBLOWER, A Commentary, II, p. 48 e nota ad loc., del quale condivido le conclusioni. 60 WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 153, nota 1, ritiene che l’errore di valutazione attribuito agli alleati alluda al periodo 423-421, quando Atene fu in grado di recuperare qualche città ribelle.

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Ônta, segnatamente che gli Ateniesi si erano rifiutati di combattere davanti a Nisea61; di fatto per la prima volta gli alleati di Atene avevano a che fare con Lacedemoni Ñrgèntwn. – il suo rapporto con il governo di Sparta: Brasida chiede l’invio di un esercito, mentre allestisce un cantiere sullo Strimone, ma gli Spartani non lo assecondano per lo fqÒnoj dei prîtoi e perché la tendenza prevalente è quella di recuperare i prigionieri di Pilo e di chiudere il conflitto. Quest’ultima espressione di Tucidide è inequivocabile e non permette molti commenti62. Nonostante la mancanza di appoggi, si potrebbe dire, nel periodo successivo Brasida conquista buona parte dell’Atte e la città di Torone63. Nell’estate del 423 viene conclusa una tregua fra Atene e Sparta, che prevede delle restituzioni e inibisce altre operazioni, ma Scione si consegna a Brasida e viene accolta. Questo momento è senza dubbio il migliore banco di prova della dicotomia, o scollatura, indicata da Tucidide fra Brasida e il suo governo: da un lato lo storico ripete, a IV 117, che gli Spartani, per tutelare gli ostaggi di Pilo, non desideravano che Brasida andasse oltre; dall’altro però racconta che davanti alle insistenze fatte da Brasida a proposito di Scione presso i due garanti della tregua – Aristonimo per Atene ed Ateneo per Sparta – quest’ultimo lo sostiene (IV 122)64 e che gli Spartani inviano ambascerie, schierandosi con Brasida e sollecitando un giudizio. Probabilmente è anche questo comportamento che incoraggia

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Questa affermazione di Brasida compare a IV 85.7 nel discorso di Acanto, debitamente sfruttata per insinuare l’idea della debolezza di Atene. 62 E in genere viene creduta dai moderni: WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 153, ritiene questa notizia sull’invidia una prova che Tucidide ricavava informazioni dall’entourage di Brasida; il mancato invio di rinforzi è molto enfatizzato da HODKINSON, Social Order, p. 279; LEWIS, in CAH, p. 391, vede Brasida molto condizionato dall’atteggiamento della città; HORNBLOWER, A Commentary, II, pp. 40-41, prospetta più possibilità. 63 Secondo DAVERIO ROCCHI, Brasida, pp. 64 e 73, si inaugura qui la fase di maggiore indipendenza delle iniziative di Brasida. Cfr. anche ROISMAN, Alkidas, p. 418; WYLIE, Brasidas, p. 95. 64 Come nota anche HORNBLOWER, A Commentary, pp. 52 e 386-387; invece WYLIE, Brasidas, p. 94, ritiene che l’aver ingannato Ateneo, sul rapporto cronologico fra la defezione di Scione e l’inizio della tregua, abbia danneggiato Brasida, ma non spiega perché.

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Brasida65 a continuare ad agire su Mende, finché ne ottiene la defezione, e a cercare, senza successo, di fare lo stesso con Potidea. Verrebbe da pensare a difficoltà intermittenti fra Brasida e Sparta ma resta poco chiaro, a mio parere, perché un governo neghi rinforzi a un generale a fine inverno, alla vigilia di una nuova campagna, e una manciata di mesi dopo si esponga sul piano diplomatico per sostenerlo su un punto dubbio e rischioso come la violazione di una tregua di per sé già difficile66. Soprattutto se è vero che dal 425 gli Spartani erano in continua fibrillazione per gli opliti catturati a Pilo. Ma la questione è anche più complessa: in realtà nella stessa estate del 423 (IV 132.2-3) un esercito spartano con Iscagora, Aminia e Ateneo si stava dirigendo verso la Tracia; il voltafaccia di Perdicca, che si accosta agli Ateniesi allora impegnati ad assediare Scione, fa sì che i Tessali – da lui ispirati – non ne consentano il passaggio. I tre comandanti allora raggiungono personalmente Brasida, per controllare secondo gli ordini la situazione67, e gli conducono da Sparta dei giovani destinati a divenire ¥rcontej, in modo che le città non capitino a governanti casuali68. Tucidide definisce questo invio paranÒmwj69, e la critica coglie qui l’istituzione di ‘protoarmosti’, un anticipo di quella che sarà poi una caratteristica dell’azione politica di Lisandro70. La presenza – autorevole – di un uomo di Sparta in una città appare lesiva dell’au65

Il quale, secondo WYLIE, Brasidas, p. 88, poteva sentirsi «esonerato» dai termini della tregua, perché non vi aveva avuto parte. 66 Com’è noto, Tucidide afferma a chiare lettere che Brasida calcolava male (IV 122.3). 67 Secondo WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 160, questa era una manifestazione di insoddisfazione del governo spartano nei confronti di Brasida. E forse anche di preoccupazioni alimentate dalla presenza delle truppe ilotiche, cfr. DAVERIO ROCCHI, Brasida, p. 77, e dal livello di popolarità da lui raggiunto. 68 In genere i moderni vi colgono un’allusione a quanto lo storico narra a IV 130 – in occasione della riconquista ateniese di Mende – del comportamento controproducente del capo degli Spartani Polidamida. Cfr. però HORNBLOWER, A Commentary, II, pp. 57-58, sul fatto che costui poteva ben essere un uomo di Brasida come gli altri archontes. Da parte mia vorrei notare che in ogni caso l’invio dell’esercito e degli ufficiali doveva essere stato deciso a Sparta ben prima che Polidamida contribuisse con il suo comportamento brusco al voltafaccia e alla perdita di Mende. 69 Cfr. HORNBLOWER, A Commentary, II, p. 409 per qualche interpretazione. 70 Cfr. in questo volume BEARZOT, Lisandro tra due modelli.

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tonomia della stessa ma tale presenza potrebbe anche essere stata sentita da una parte dei cittadini come garanzia contro un pericolo esterno maggiore71. Questi archontes furono voluti da Sparta o da Brasida72? Tucidide dice soltanto che Brasida insediò Pasitelida a Torone e Clearida ad Anfipoli. Circa un anno dopo, alla fine dell’estate del 422, un altro esercito spartano di 900 uomini diretto in Tracia si trova ad Eraclea Trachinia e vi indugia mentre si combatte intorno ad Anfipoli, poi nel corso dell’inverno giunge fino a Pierio di Tessaglia. È interessante come Tucidide riporta la decisione dei comandanti73 di questo esercito, Ranfia, Autocaride ed Epicidide, di non proseguire oltre la marcia: l’ostilità persistente dei Tessali è un immediato problema; il secondo è ovviamente la morte del destinatario dei rinforzi sopravvenuta ad Anfipoli; la possibilità di sostituirsi a lui nel confronto diretto con Atene risulta vanificata dal ritiro degli Ateniesi dalla zona; più in generale, essi non si ritengono ¢xiÒcreoi di fare ciò che Brasida aveva in mente e ritengono di poter essere giustificati, in questo, dal fatto che gli Spartani sono inclini a giungere presto ad una pace con Atene. Dal passo emerge una sorta di strategia facilior – raggiungere una zona e cercare il modo migliore di dare battaglia – e una sorta di strategia difficilior – colpire il nemico in altre maniere – senza che questo implichi un vero e proprio dissidio fra le due. Brasida si era impegnato anche nella seconda via, i tre Spartani erano stati addestrati solo nella prima74. Con il rientro, nell’estate del 421 (V 34), dei soldati di Brasida insieme a Clearida – va segnalato che gli iloti vengono liberati e 71

Cfr. WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 161, nota 1, che tende a minimizzare il significato dell’iniziativa, e LEWIS, in CAH, p. 429, il quale pensa che Brasida potesse avere necessità di ufficiali. 72 Al governo spartano pensano DAVERIO ROCCHI, Brasida, p. 76, la quale vede un Brasida idealista di fronte a Sparta che invece considerava in modo strumentale il programma di liberazione; MOXON, Thucydides’ account, p. 23, che comunque dubita dell’idealismo di Brasida; WYLIE, Brasidas, p. 94, che li considera una vera e propria imposizione al generale; BOËLDIEU-TREVET, Brasidas, p. 157, che lo vede comunque libero da condizionamenti. 73 Thuc. V 12-13: non si tratta di una sua diagnosi, questa volta, cfr. HORNBLOWER, A Commentary, II, p. 53. 74 Cfr. BERNINI, Tre «profezie», pp. 47-48, sulle due «spartanità».

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poi reimpiegati, con funzioni di presidio, al confine con l’Elide – il governo di Sparta conclude l’appoggio concesso a Perdicca e ai Calcidesi, abbandonando completamente gli alleati di Atene presso i quali Brasida aveva suscitato tante simpatie. Conclusioni Gli elementi per definire il rapporto fra Brasida e Sparta, e quindi il vero carattere della sua azione, sono difficili da armonizzare. In favore dell’idea di un accordo, e di una sostanziale fiducia del governo nei confronti del generale, si può considerare: il dato dei giuramenti del 424, che costituiscono un vincolo vicendevole ed una garanzia per il progetto della spedizione; l’appoggio di tipo diplomatico subito dopo la tregua dell’estate 423; l’invio di due missioni di rinforzo nel 423 e nel 422. Contro tale idea restano le notazioni tucididee, di difficile verificabilità: l’invidia dei prîtoi nell’inverno 424/3; il desiderio, genericamente attribuito agli Spartani nel 423, di interrompere le operazioni in Tracia per recuperare gli ostaggi. Ma anche il dato di fatto che le due spedizioni non raggiunsero mai Brasida: e se nel primo caso la netta chiusura dei Tessali rendeva difficile, in mancanza dell’effetto-sorpresa, tentare un passaggio veloce come quello realizzato un anno prima dallo stesso Brasida, nel secondo gli Spartani avrebbero dovuto mettere in preventivo tale difficoltà, perché non aveva senso nemmeno partire senza averla risolta. La sensazione lasciata da Tucidide, cioè che giunti alla base di Eraclea Trachinia i comandanti fecero una sosta piuttosto lunga, induce a credere che non avessero un piano e che l’esito della battaglia di Anfipoli li abbia liberati da un compito che era comunque superiore ai loro mezzi75. Lo stesso accade a proposito delle iniziative di Brasida. Da un lato Tucidide lo caratterizza come moderato e non aggressivo, e lo testimoniano i proclami per le città alieni da discriminazioni nei confronti degli avversari di Sparta; gli fa dichiarare ad ogni tappa di essere stato inviato a portare la libertà e a difendere le autonomie cittadine e, soprattutto, di non essere un uomo di 75

Cfr. WYLIE, Brasidas, pp. 94-95.

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fazioni. Dall’altro gli presta, nel discorso di Acanto, un tratto di marca ‘archidamica’ e lascia cadere nella narrazione spunti di comportamento velatamente ricattatorio nei confronti di beni e persone dei Greci di Tracia. Quanto all’ampio utilizzo di V colonne e di fazioni filospartane, in genere molto minoritarie, non credo occorrano ulteriori precisazioni. In particolare poi, quando lo storico segnala che vengono condotti in Tracia i due giovani ‘protoarmosti’, pur affermando che tale invio è anomalo non offre nessun elemento – neppure di tipo sintattico – per chiarire al lettore la situazione: ciò che si ricava dalla lettura è che non vi fu alcuna opposizione, né da parte di Brasida né da parte di altri. E val la pena di notare che uno dei due, Clearida, cercò per un poco di raccogliere l’eredità del generale defunto. La soluzione a queste dicotomie è anche la soluzione alla domanda da cui sono partita, cioè se Brasida fu uno spartano veramente ‘diverso’. A me sembra si possa dire che nella maggior parte delle sue iniziative a noi note, Brasida agì in sintonia con gli interessi primari di Sparta in quei momenti76: liberò Metone dall’aggressione ateniese e cercò di liberare Pilo; cercò di acquisire il controllo di Corcira e acquisì quello di Megara e del suo porto; portò sotto il patrocinio di Sparta quanti più alleati di Atene potè in Tracia. Tutto ciò mirava e contribuiva di fatto all’unico obiettivo di difendere il Peloponneso dall’aggressione di Atene. I primi, rapidi, successi in Tracia avevano distolto radicalmente gli Ateniesi dagli sbarchi in terra spartana, capovolgendo la situazione77, ma a quel punto agli Spartani non interessava più andare oltre e guadagnare alla propria alleanza tutti gli alleati di Atene; essi avevano piuttosto necessità vitale di recuperare gli Spartiati ostaggi nella città attica, e vi era chi pensava che stravincere nel nord potesse essere anche controproducente per tale recupero. Può esere curioso che Tucidide non presti mai un pensiero preoccupato per la loro sorte a Brasida, che pure era stato gravemente ferito a Pilo nel tentativo di forzare il blocco. Credo però che proprio su questo punto – continuazione o meno della campagna tracica dopo la

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Cfr. DAVERIO ROCCHI, Brasida, pp. 66-67.

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Cfr. WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 164.

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tregua annuale del 423 – grande fosse divenuta la distonia fra Brasida e il governo. Ma tale distonia non sembra essere stata percepita allora come insubordinazione, come rifiuto a continuare a vivere e ad operare al modo di Sparta, come eccesso di protagonismo78. È ben vero che il nostro «ritratto» di Brasida non è di marca lacedemone, ma piuttosto di marca tracica79 e potentemente elaborato dallo storico ateniese – quindi risultato di un’ottica «straniera» – ma è pure vero che, fra le caratteristiche che la tradizione presta a Brasida, forse due sole appaiono meno usuali in uno Spartano: una certa eloquenza e una certa energia. L’eloquenza era di indubbio aiuto nella creazione di rapporti interpersonali, e l’energia era la cifra che lo differenziava da concittadini come Alcida o dal terzetto che capeggiava il secondo esercito di soccorso. Tucidide dice che il comportamento di Brasida suscitò simpatie nei confronti di Sparta perché egli risultava accattivante e che venne colto come un prototipo degli altri Spartani. Esiste a questo proposito un aneddoto, che si legge in Diodoro (XII 74.2-4) e che ricorre più volte in Plutarco80: un gruppo di Greci di Tracia giunge a Sparta dopo la morte di Brasida ed esprime alla madre estrema ammirazione per il caduto e per la sua grandezza; la donna risponde che il figlio era agathos – Brasida fu mortalmente ferito ad Anfipoli anche perché si espose molto81 – ma che Sparta ne ha molti migliori di lui. Diodoro aggiunge che gli efori onorano la donna per questa risposta. Fuori dal topos della madre spartana, il racconto mi sembra riprodurre scenograficamente il concetto tucidideo: Brasida – che si comportava in un modo lodevole ed accetto a Sparta, dove l’abilità e la competitività erano ufficialmente incoraggiate82 – aveva colpito l’immaginario dei Greci con cui era venuto a contatto ma non era diverso e non era superiore ad altri Spartani; quindi ne era il prototipo. 78

Anche se è vero, cfr. DAVERIO ROCCHI, Brasida, p. 80, che Brasida fu il primo Spartano cui la guerra creò spazi personali. 79 Cfr. ibi, p. 81. 80 Plut. Lyc. 25.8-9; Mor. 190b e 240c. 81 Cfr. WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 163 e BOËLDIEU-TREVET, Brasidas, p. 149, sull’esempio dato dal comandante. 82 Cfr. su questo HODKINSON, Social Order, p. 267.

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BRASIDA E SPARTA

Brasida aveva preso su di sé la concretizzazione del manifesto spartano di liberazione della Grecia dal giogo di Atene, come se fosse un ordine datogli dalla città83; di personale, rispetto ai suoi contemporanei, vi aveva messo lo spregiudicato sfruttamento delle fazioni accompagnato da audacia e gusto del rischio. I successi che avevano arriso alla sua missione nel nord, fino alla battaglia di Anfipoli, garantirono la sua fama. La morte prematura impedì a Brasida di evolversi come uno Spartano insubordinato. E fu così relativamente facile – dal momento che come combattente era ‘senza macchia e senza paura’ e come generale non era stato sconfessato dal governo – farlo rientrare nei ranghi di una ‘spartanità’ abbastanza tradizionale84.

ABSTRACT This paper aims at reading Brasidas’ military career in the light of his relations with Spartan leadership. Our primary source – his «enemy» Thucydides (books IV and V) – reveals in this respect clashing evidence between narrative parts and personal opinions or evaluations. So it is not impossible to perceive, through his literary presentation of Brasidas as an epic hero, the fil rouge of a loyal service to political interests of Sparta. Brasidas was a leader more active or resolute than other Spartans but not so inusual.

83 Posso anche concordare con la HOFFMANN, Brasidas, pp. 371-374, che Brasida non era «le héros des Spartiates», ma non credo che sia necessario risalire agli slogan delle guerre persiane – e al tema degli eroi tirannicidi – per individuare il contesto del messaggio di liberazione diffuso da Brasida. 84

Cfr. BERNINI, Tre «profezie», pp. 23 e 30, che parla di «normalizzazione» di Brasida. Credo che l’esistenza di un cenotafio di Brasida a Sparta, segnalata da Paus. III 14.1 – il corpo era stato invece seppellito ad Anfipoli, quale nuovo ecista – non deve essere caricata di significato, visto che a Sparta era stata solennizzata anche la sepoltura di un personaggio infinitamente più discusso come Pausania (Thuc. I 134.4); cfr. ora NAFISSI, Sparta e Pausania.

MARTA SORDI

Pausania II, Spartano atipico?

Se si può parlare di Pausania II in un discorso su Sparta fra tradizione e innovazione è solo per il logos che gli è attribuito sulle leggi di Licurgo con la proposta, giudicata rivoluzionaria da Aristotele, di abolire l’eforato: è solo questa proposta che ne rivela la partecipazione al dibattito sulla costituzione spartana che caratterizza il decennio successivo alla vittoria su Atene nella guerra del Peloponneso e che ne fa in qualche modo il precursore dei re riformatori che cercheranno di rinnovare Sparta nel corso del III secolo. 1. Il ‘logos’ di Pausania La fonte principale per questo logos è Strabone (VIII 5, 5-366) che cita esplicitamente la sua fonte: Eforo. Quest’ultimo, polemizzando con Ellanico, che attribuiva la costituzione spartana ad Euristene e a Procle e non faceva menzione di Licurgo, citava Pausania che, pur essendo andato in esilio per l’odio degli Europontidi, l’altra casa reale a cui Licurgo apparteneva, compose un logos perˆ tîn LukoÚrgou nÒmwn1, in cui riferiva anche gli oracoli a lui dati. L’accenno agli oracoli dati a Licurgo dagli dei ha indotto – e credo giustamente – i moderni2 a riferire al logos di Pausania gli oracoli, di probabile origine eforea, dati, secondo Diodoro (VII 12), dalla Pizia di Delfi a Licurgo; la presenza fra questi oracoli di 1

E. DAVID, The Pamphlet of Pausanias, PP, 184 (1979), p. 94 per la lezione per… e non kat£. 2 Ibi, pp. 98 ss.; S. HODKINSON, ‘Blind Ploutos’? Contemporary Images of the Role of Wealth in Classical Sparta, in The Shadow of Sparta, edd. A. Powell - S. Hodkinson, LondonNew York 1994, pp. 200 ss.

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uno relativo alla philocrematia che perderà Sparta (ibi, 5) ha fatto pensare agli stessi moderni che Pausania concentrasse la sua critica sugli aspetti sociali ed economici della «corruzione», che l’afflusso di capitale straniero aveva introdotto in Sparta dopo la vittoria. In realtà, senza escludere la possibilità che accenni di questo tipo ci fossero nel logos di Pausania, come ci sono nel cap. XIV della contemporanea Lakedaimonion politeia di Senofonte, ciò che di Pausania dice Aristotele mostra che il centro dell’operetta non riguardava questi aspetti: in due passi della Politica, infatti (V 1, 51301 b e VII 13, 13-1333 b) Aristotele, nel primo, attribuisce a Pausania l’abolizione dell’eforato, mettendolo sullo stesso piano di Lisandro, che voleva l’abolizione della basileia, nel secondo, lo critica per aver lodato il legislatore (evidentemente Licurgo) per aver indirizzato le sue leggi al dominio e alla guerra, osservando che colui che vuole esercitare il dominio (krate‹n) sui vicini, può cercare di esercitarlo anche sulla propria città: ciò che appunto i Lacones rimproverarono a Pausania II. La critica a una areté finalizzata soltanto prÕj tÕ krate‹n si ritrova in Aristotele (Pol. II 6, 22-1271 b) e si è pensato che essa sia rivolta soprattutto contro Senofonte3; io credo che essa riguardasse anche il logos di Pausania. Che l’areté fosse un’idea dominante in Pausania sembra confermato infatti dall’esaltazione che egli ne fece nella dedica da lui posta al figlio Agesipoli a Delfi dopo la sua morte (TOD II 120, 2 `Ell¦j d'¢ret¦n Ðmofwne‹): le imprese militari da lui compiute in Attica nel 403, in Elide nel 402, ad Aliarto nel 395/4 non sembrano però giustificare un’accusa di questo tipo. Ma delle implicazioni del logos di Pausania mi sono occupata più ampiamente altrove4. Qui mi pare opportuno volgere l’attenzione soprattutto ai processi che Pausania subì per il suo comportamento. Che i processi furono due, il primo, finito con un’assoluzione subito dopo l’intervento in Attica del 403, il secondo, in absentia, terminato

3

E. LUPPINO MANES, Un progetto di riforma per Sparta: la Politeia di Senofonte, Milano 1988 (che ricorda anche le critiche di Platone e Aristotele ad una areté di tipo esclusivamente militare). 4 M. SORDI, Pausania II e le leggi di Licurgo, in Studi Dobesch (in corso di pubblicazione).

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con la condanna a morte e con l’esilio, dopo la ritirata da Aliarto nel 395, è solo Pausania il Periegeta a dirlo; egli è anche l’unico, però, a ricordare particolari sulla procedura spartana che lo rendono particolarmente degno di attenzione.

2. I processi contro Pausania Pausania il Periegeta (III 5, 1-6), nella parte da lui dedicata ai re spartani, dopo aver riferito l’intervento del re Pausania II ad Atene nel 403, durante il quale, mandato a parole (tù lÒgJ) come nemico di Trasibulo e degli Ateniesi e per assicurare la tirannide a quelli a cui l’aveva affidata Lisandro, dopo aver vinto in battaglia gli Ateniesi del Pireo, decise subito di tornarsene a casa, senza attirare contro Sparta il biasimo più turpe, rafforzando la tirannide di uomini empi, osserva che, tornato da Atene dopo aver combattuto una battaglia senza risultati, fu dai suoi nemici tratto in giudizio: nel tribunale contro il re sedevano i 28 geronti, gli efori e, con essi, «il re dell’altra casa»: 14 geronti e Agide giudicarono che Pausania fosse colpevole; il resto del tribunale lo assolse. Poco tempo dopo Pausania, giunto in ritardo ad Aliarto dall’Arcadia, dove aveva riunito gli alleati, trovò che Lisandro, arrivato dalla Focide, non aveva aspettato ed era stato già sconfitto e ucciso e marciò contro Tebe con l’intenzione di attaccare battaglia; i Tebani si schierarono e fu annunziato l’arrivo di Trasibulo con gli Ateniesi. Quest’ultimo aspettava che gli Spartani attaccassero battaglia per poi prenderli alle spalle. Pausania temette di essere preso in mezzo a due eserciti nemici, fece una tregua con i Tebani e raccolse i caduti sotto le mura di Aliarto. Agli Spartani – dice il Periegeta – questo non piacque, ma io lodo invece la sua decisione perché egli sapeva che le sconfitte degli Spartani avvengono quando sono presi in mezzo ai nemici, e il timore di ciò che era avvenuto alle Termopili e nell’isola di Sfacteria fece sì che egli non divenisse la causa di un terzo disastro. Accusato dai cittadini per la sua lentezza in Beozia (ibi, 6 tÒte d ™n a„t…v poioumšnwn tîn politîn t¾n bradÝthta aÙtoà t¾n ™j Boiwt…an) non sopportò di entrare nel tribunale e fu accolto dai Tegeati supplice di Atena Alea. Il racconto di Pausania il Periegeta è chiaramente e fortemente apologetico nei confronti del re Pausania: sia per il 403 che per

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il 395 ne difende le decisioni che avevano risparmiato, nel primo caso, un’accusa vergognosa a Sparta, nel secondo la terza sconfitta dopo le Termopili e Pilo. Egli appare peraltro molto ben informato di cose spartane: conosce le modalità e il risultato del primo processo, davanti alla gherusia, mentre sembra presupporre che il secondo, voluto dai cittadini, si sia svolto in contumacia davanti all’apella. Insiste, per il primo processo, in cui Pausania fu assolto da metà dei geronti e da tutti gli efori, sull’ostilità «del re dell’altra casa», Agide5; sa che dopo il secondo processo, non fu chiesta l’estradizione, a causa della venerazione verso il santuario di Atena Alea, diffusa in tutto il Peloponneso. La ricchezza e la precisione delle notizie (che continuano anche dopo – ibi, 7 – con la menzione dell’epitropos, Aristodemo, che governò al posto dei figli di Pausania, Agesipoli e Cleombroto ancora troppo giovani, e che era al comando degli Spartani quando essi ebbero un successo a Corinto) rivelano come fonte del Periegeta un autore bene informato. L’informazione che gli Spartani perdono quando si trovano presi fra due eserciti nemici, con la citazione delle Termopili e di Pilo, fa pensare che si tratti di un autore che scrive prima di Leuttra, quindi di un contemporaneo: alla stessa conclusione ci porta il forte impegno apologetico a favore di Pausania II e delle sue scelte. Si tratta inoltre di un autore che, al pari di Senofonte, dà molta importanza, fra gli Ateniesi, a Trasibulo, facendo di lui, nel primo caso, il protagonista della riscossa democratica, e arrivando addirittura, nel secondo, a indicarne il piano d’azione. Si tratta di un autore ostile a Lisandro e ai Trenta, appoggiare i quali avrebbe costituito un’immensa vergogna per Sparta. La versione da lui data dei due processi appare nota sia ad Eforo, che, nella citazione di Strabone (VIII 5, 5-366), mostra di conoscere l’ostilità contro Pausania «del re dell’altra casa» e fa addirittura di tale ostilità la causa dell’esilio di Pausania (allargandola da Agide ad

5

Anche in un altro passo (III 8, 6) Pausania il Periegeta è il solo a parlare di un accordo di Agide con Lisandro per la distruzione di Atene, in contrasto con i giuramenti e senza il parere ufficiale degli Spartani. La notizia è certamente ostile ad Agide e a Lisandro, come rivela l’accento posto alla violazione dei giuramenti: secondo U. BERNINI, Lysándrou kaì Kallikratída synkrísis: cultura, etica e politica fra quinto e quarto secolo a.C., Venezia 1988, pp. 43-44, la notizia potrebbe derivare dal pamphlet di Pausania II. Io credo, invece, che derivi dalla stessa fonte di Strab. VIII 5, 5 (366), di cui manifesta la stessa tendenza.

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Agesilao), sia alla fonte cronografica di Diod. XIV 89, secondo cui Pausania andò in esilio ™gkaloÚmenoj ØpÕ tîn politîn. L’altra fonte importante sul processo in seguito al quale Pausania andò in esilio è il contemporaneo Senofonte. Diversamente dal Periegeta, Senofonte non parla di un primo processo, ma solo di quello dopo Aliarto; egli ricorda però che nel processo dopo Aliarto fu rinfacciato a Pausania anche il suo comportamento del 403. Dopo aver riferito ampiamente la vicenda di Aliarto (Xen. Hell. III 5, 17-24), insistendo soprattutto sulla instabilità emotiva dei Tebani entusiasti per la vittoria, depressi per l’arrivo di Pausania e nuovamente pieni di coraggio quando gli Ateniesi arrivarono e si schierarono al loro fianco, e dopo aver detto che Pausania, arrivato il giorno dopo la morte di Lisandro, si consigliò con i polemarchi e con gli altri ufficiali presenti e decise, d’accordo con loro (ibi, 23 oƒ ™n tšlei Lakedaimon…wn), di fare una tregua per raccogliere i morti, tenendo conto dello scoraggiamento dei suoi per la sconfitta, della debolezza della propria cavalleria e della forza di quella avversaria, e, soprattutto, del fatto che i caduti erano sotto le mura e che, anche risultando gli Spartani superiori, non sarebbe stato facile raccoglierli sotto i colpi dei nemici dalle torri, conclude che Pausania, quando giunse in patria, fu giudicato per un delitto capitale, essendo stato accusato perché era arrivato in ritardo ad Aliarto rispetto a Lisandro, dopo aver promesso che sarebbe arrivato nello stesso giorno (ibi, 25 sunqšmenoj e„j t¾n aÙt¾n ¹mšran paršsesqai), perché non con una battaglia, ma con una tregua, aveva cercato di raccogliere i caduti, e anche perché, avendo avuto nelle sue mani il popolo degli Ateniesi nel Pireo, lo aveva lasciato libero. Oltre che per questi motivi, non essendo presente al processo, fu condannato a morte. Andò in esilio a Tegea e morì poi là di malattia. Il racconto di Senofonte, amico di Agesilao, non sembra qui particolarmente ostile a Pausania, la cui decisione appare presa d’accordo con i magistrati spartani presenti e, soprattutto, pienamente giustificata dalle circostanze. La tendenziosità di Senofonte si riversa in questo caso solo sui Tebani, presentati come al solito di carattere instabile e facili all’entusiasmo e agli scoramenti improvvisi. Diversa da quella indicata da Pausania il Periegeta è la posizione degli Ateniesi, che, secondo Senofonte, erano già arrivati e schierati a fianco dei Tebani (ibi, 22 sumparet£xanto); Senofonte è inoltre più preciso sui tempi: Pausania arrivò il gior-

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no dopo la morte di Lisandro e questo fu il primo capo d’accusa, visto che egli aveva promesso di arrivare lo stesso giorno. Senofonte dice anche, però, che Lisandro non aspettò per niente e sembra sottintendere che la responsabilità della sconfitta fu sua. Anche la versione di Senofonte, come quella dell’autore di Pausania il Periegeta, fu recepita dagli autori successivi: Plutarco, che cita Teopompo (Lys. 30, 2) per la vicenda di Aliarto, rivela la combinazione che lo storico di Chio aveva fatto tra Senofonte, da cui deriva evidentemente il ragionamento che indusse Pausania a chiedere una tregua per l’impossibilità, anche se vittorioso, di raccogliere i caduti per la loro vicinanza alle mura (ibi, 29, 2), e versioni contrastanti con quella senofontea, come l’opposizione alla decisione del re da parte degli anziani Spartiati che erano con lui (ibi, 29, 1 oƒ presbÚteroi tîn Spartiatîn) e che volevano a tutti i costi combattere fino alla morte; Teopompo utilizzava, dunque, notizie indipendenti da Senofonte e derivate da fonte tebana, come l’intercettazione della lettera inviata da Lisandro a Pausania con l’ordine di ricongiungersi con lui ad Aliarto e con la promessa che egli sarebbe arrivato sul far dell’alba (ibi, 28, 2). Come Senofonte, egli diceva inoltre che gli Spartiati sopportarono di mal animo le vicende che avevano portato alla morte di Lisandro éste tù basile‹ kr…sin progr£yai qanatik»n (ibi, 30, 1), e che Pausania non affrontò il giudizio, fuggendo a Tegea, dove visse supplice nel santuario di Atena. Plutarco, senza citare Teopompo, ma dipendendo presumibilmente da lui, accenna anche in un passo precedente, relativo al 403, all’accusa mossa al re, Ñl…gJ d Ûsteron ¢post£ntwn p£lin tîn 'Aqhna…wn (ibi, 21, 4), quindi dopo l’inizio della guerra di Corinto, di aver lasciato che il popolo ateniese, imbrigliato dall’oligarchia, fosse libero di tornare arrogante e violento: il tÕn dÁmon ¢ne…j di Plutarco corrisponde esattamente al tÕn dÁmon [...] ¢nÁke di Senofonte (Hell. III 5, 25): Teopompo, ammiratore di Lisandro, conosceva naturalmente il racconto di Senofonte, ma si compiaceva di integrarlo e correggerlo6; non si può escludere che egli conoscesse anche la fonte di Pausania perché Plutarco, in Lys. 21, 3, parlando della venuta del re Pausania in

6 Cfr. M. SORDI, Tendenze storiografiche e realtà storica nella liberazione della Cadmea in Plut. Pel. 5-13, in M. SORDI, Scritti di storia greca, Milano 2002, pp. 539 ss.

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Attica nel 403, dice, usando la stessa espressione del Periegeta, che egli era venuto lÒgJ mn Øpr tîn tur£nnwn ™pˆ tÕn dÁmon (cfr. Paus. III 5, 1 QrasuboÚlJ kaˆ 'Aqhna…oij polšmioj tù lÒgJ). Senofonte e l’ignoto autore di Pausania il Periegeta sono dunque le due fonti contemporanee da cui tutta la nostra tradizione su Pausania II dipende: Eforo le conosceva tutte e due, ma le riassumeva con estrema brevità (come rivelano i brevissimi rendiconti di Diodoro sull’intervento di Pausania in Attica e su quello di Aliarto7), dedicando invece la sua attenzione al re spartano solo per il suo logos, nella parte in cui trattava di Licurgo e delle sue leggi; Teopompo arricchiva con ulteriori particolari il racconto di Senofonte su Aliarto e conosceva forse la fonte del Periegeta sull’intervento in Attica del 403. La condanna di Pausania per il suo ritardo ad Aliarto e per la sua ritirata fu dunque, in base alle nostre fonti principali, una condanna pretestuosa: l’opposizione che i vecchi spartiati avrebbero mosso alla decisione del re, secondo Plutarco (Lys. 29, 1), che dipende da Teopompo, è contraddetta dalla testimonianza del contemporaneo Senofonte sull’accordo degli Spartani ™n tšlei, ed ha il sapore di un’invenzione a posteriori costruita sull’aneddotica su Sparta del «o con questo o su questo»8. La condanna di Pausania II fu voluta dai suoi avversari, gli amici di Lisandro e «il re dell’altra casa»: come Agide nel 403, così, con più fortuna nel 394 Agesilao, che era appena tornato dall’Asia, fu certamente ben lieto di venir liberato, pressoché contemporaneamente, di due avversari, il rappresentante degli Agiadi, con cui già suo fratello era stato in contrasto, e l’intraprendente generale a cui doveva il regno, ma con il quale negli ultimi anni era venuto in conflitto. Eforo, citato da Plutarco (Lys. 30, 3-4), dice addirittura che poco dopo la morte di Lisandro fu 7

Diod. XIV 33, 6; 81, 3. Solo per la guerra d’Elide il racconto di Diodoro è più ampio (XIV 17, 4-12), ma qui Eforo dipende probabilmente da Ippia d’Elide (R. BILIK, Hippias von Elis als Quelle von Diodors Bericht über den elisch-spartanischen Krieg, AncSoc, 29, 1998/99, pp. 21-47), che attribuisce a Pausania la devastazione del territorio sacro: ma qui l’ostilità, più che contro Pausania è contro gli Spartiati. 8 J.F. BOMMELAER, Lysandre de Sparte: histoire et traditions, Paris 1981, p. 196 e BERNINI, Lysandrou, pp. 156-157 sembrano credere all’autenticità della notizia sull’opposizione dei vecchi spartiati, che ritengono una prova del favore di cui Lisandro godeva a Sparta. Io credo che il favore sia autentico, ma che l’opposizione non si sia manifestata al momento della battaglia, ma, semmai, durante il processo.

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trovato nella sua casa, proprio da Agesilao, un biblion con un perì tes politeias logos, nel quale egli diceva che si doveva togliere la basileia agli Euripontidi e agli Agiadi per darla ai migliori; Agesilao avrebbe voluto portare il discorso davanti ai cittadini per mostrare che tipo di cittadino era stato nel segreto Lisandro, ma il presidente degli Efori Lacratida glielo impedì dicendo che era più prudente seppellire Lisandro e, con lui, il suo logos, che era persuasivo e astuto. Cornelio Nepote Lys. 3, 5 conosce il ritrovamento e il contenuto dell’oratio di Lisandro e ne ricorda anche l’autore (Cleone di Alicarnasso), ma collega tale oratio con i tentativi di corruzione che Lisandro aveva fatto presso parecchi oracoli (Delfi, Dodona, Ammone): essa era «sic scripta, ut deum videretur congruere sententiae, quam ille se habiturum pecunia fidens non dubitabat». Cornelio dice che per questa oratio, Lisandro, che già era stato processato e assolto prima di Aliarto per le sue sospette consultazioni oracolari, sarebbe stato certamente condannato: è probabile che anche in questo caso la fonte sia Eforo, riassunto diversamente da Cornelio e da Plutarco. La morte di Lisandro, in fondo, non fece dispiacere a nessuno, in Sparta, e la condanna del re Pausania per il suo ritardo fu in definitiva un pretesto. Restava invece l’altra accusa, pienamente attuale nel 394: l’appoggio da lui dato al demos di Atene e a Trasibulo, nel 403.

3. Pausania e i democratici Anche in questo caso le fonti principali restano Senofonte e Pausania il Periegeta, dal cui autore, oltre che da Senofonte, dipendono gli autori successivi. Accanto a Senofonte, ma da spiegare con le deformazioni dell’oratoria giudiziaria, dobbiamo però ricordare anche Lisia, nel discorso per i nipoti di Nicia (XVIII), per il quale Pausania II «cominciò ad essere favorevole al popolo» (ibi, 11 ½rxato eÜnouj enai tù d»mJ) quando conobbe le sventure subite per colpa dei Trenta dai parenti di Nicia e fu invitato ad aiutarli in nome dell’amicizia e dei legami di ospitalità che c’erano con lui (ibi, 10 di¦ t¾n fil…an kaˆ di¦ t¾n xen…an t¾n Øp£rcousan). Allora Pausania dimostrò a tutti gli Spartani la malvagità dei Trenta e non accettò dai Tiranni i doni ospitali, mentre li accettò dai parenti di Nicia. La democrazia non deve

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dunque lasciare privi dei loro beni – dice l’oratore – quelli che, giunti ancora fanciulli nella tenda di Pausania, aiutarono il popolo (ibi, 22 bohqÁsai tù pl»qei). Il merito del comportamento amichevole di Pausania è dunque, per Lisia, del commovente intervento dei nipoti di Nicia, posti sulle ginocchia del re spartano nella sua tenda nell’Accademia. Ben diverso spessore storico ha il lungo racconto di Senofonte (Hell. II 4, 29-39), arricchito da precisi particolari topografici, dal nome dei due polemarchi spartani caduti e sepolti, con l’olimpionico Lacrate ed altri, davanti alle porte del Ceramico (ibi, 33), dal nome di uno dei due efori che avevano accompagnato Pausania e che erano d’accordo con lui (ibi, 36 Nauclide), dal nome dei due ¢pÕ tîn ™n ¥stei, Cefisofonte e Meleto (ibi, 36-7), che di loro iniziativa parteciparono alle trattative con gli Spartani. Senofonte – come è noto – era presente e si trovava fra quelli ™k toà ¥stewj e il suo racconto, che si conclude col nobilissimo discorso di Trasibulo sulla riconciliazione e con l’affermazione che il demos mantenne il suo giuramento, è improntato, nello stesso tempo, all’amaro risentimento di chi sentì, allora, sé e il suo «partito» traditi dagli Spartani e da loro consegnati ai propri avversari, come dice appunto Trasibulo nel suo discorso (ibi, 41) «come cani mordaci legati alla catena», e all’ammirazione per Trasibulo e per la lealtà del demos. Il comportamento di Pausania, che aveva persuaso tre degli efori a fare la spedizione, è dettato, secondo Senofonte, dall’invidia (ibi, 29 fqon»saj Lus£ndrJ, e„ kateirgasmšnoj taàta ¤ma mn eÙdokim»soi, ¤ma d „d…aj poi»soito t¦j 'Aq»naj) e impostato fin dall’inizio sulla finzione: ibi, 31 egli accetta la battaglia con i democratici e vince solo avanzando contro di loro Óson ¢pÕ boÁj ›neken, perché non fosse chiaro che era loro favorevole: Ópwj m¾ dÁloj e‡h eÙmen¾j aÙto‹j ên. Subito dopo la vittoria riportata in una battaglia che non avrebbe voluto, ma a cui era stato costretto dall’irritazione (ibi, 32 ¢cqesqe…j) per un attacco ateniese, e dopo aver alzato il trofeo (ibi, 35), Pausania, per niente adirato con loro (ibidem, oÙd' ìj çrg…zeto aÙto‹j), manda di nascosto ambasciatori a quelli del Pireo per ammaestrarli su che cosa dovevano dire i loro ambasciatori a lui e agli efori presenti (l£qrv pšmpwn ™d…daske toÝj ™n Peiraie‹ oŒa cr¾ lšgontaj pršsbeij pšmpein prÕj ˜autÕn kaˆ toÝj parÒntaj ™fÒrouj). A questo punto i democratici decisero

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di dargli retta e Pausania si dette da fare anche per dividere quelli della città, dicendo che non avevano bisogno di combattere con quelli del Pireo, ma che, riconciliatisi con loro, dovevano essere tutti e due amici degli Spartani. I due efori che accompagnavano il re erano d’accordo e mandarono volentieri a Sparta quelli del Pireo che avevano fatto la tregua e dalla città due privati, Cefisofonte e Meleto. Quando quelli della città mandarono anche loro ufficialmente ambasciatori a Sparta, dichiarando che, come loro avevano consegnato se stessi e le mura agli Spartani, così anche quelli del Pireo dovevano consegnare, se erano veramente amici degli Spartani, il Pireo e Munichia, gli efori e gli œkklhtoi (ibi, 38) mandarono ad Atene una commissione di quindici e ordinarono a tutti di riconciliarsi nel modo migliore con Pausania. La pace fu fatta e quelli del Pireo salirono in armi sull’Acropoli, dove Trasibulo pronunziò il suo discorso (ibi, 40 ss.). Senofonte presenta l’intervento di Pausania come una sceneggiata concordata con la maggioranza degli efori e, tutto sommato, anche degli altri Spartani, contro Lisandro e contro i Trenta. Anche in Senofonte, però, dietro la motivazione personale dell’invidia, risulta ben chiaro il movente politico del comportamento del re e di quelli che la pensavano come lui: il timore dell’eccessivo potere di Lisandro, che voleva fare propria Atene, e la preoccupazione per l’opinione pubblica greca, rappresentata dalle obbiezioni dei Corinzi e dei Tebani che giudicavano contrario ai giuramenti marciare contro gli Ateniesi che non avevano violato i patti (ibi, 30). Ma quello che per Senofonte è solo un pretesto dei Corinzi e dei Tebani, consapevoli che gli Spartani volevano rendere o„ke…an kaˆ pist»n la chora degli Ateniesi, è invece la autentica motivazione, morale e religiosa, che l’ignoto autore di Pausania il Periegeta attribuisce al re Pausania: evitare a Sparta, con l’appoggio a empi tiranni, la vergogna davanti ai Greci. Eforo (apud Diod. XIV 33, 6) combina questo motivo con quello senofonteo dell’invidia: Pausan…aj [...] fqonîn mn tù Lus£ndrJ, qewrîn d t¾n Sp£rthn ¢doxoàsan par¦ to‹j “Ellhsin; e, in modo analogo, sembra essersi comportato Teopompo (Plut. Lys. 21, 3). È probabile che la preoccupazione dell’opinione pubblica greca fosse il motivo profondo del comportamento di Pausania nel 403: Eforo (apud Diod. XV 19, 4) coglie lo stesso motivo anche nel figlio di lui Agesipoli e nel suo scontro con Agesilao, indicandolo, come per Pausania, nella preoccupazione della adoxia di

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PAUSANIA II, SPARTANO ATIPICO?

Sparta, accusata di asservire i Greci. Bisogna ammettere anche, però, che il comportamento di Pausania verso Atene, che nel 403 era condiviso dalla maggioranza degli Spartani e dagli efori ed era dettato dal desiderio di mantenere la linea tradizionale di Sparta, potesse apparire nel 394, dopo l’inizio della guerra di Corinto, quando Atene si era schierata con i nemici di Sparta, un tradimento, come lo presenta Giustino-Trogo (VI 4, 7 proditionis accusatus), attingendo presumibilmente a Teopompo. Quest’ultimo si rivela, come ho già detto, anche la fonte più probabile di Plutarco Lys. 21, 4 quando, riferendo, d’accordo con Senofonte, la condanna nel 395, «dopo che Atene si era di nuovo schierata contro Sparta», dell’appoggio concesso da Pausania al demos ateniese nel 403, conclude che questo «aggiunse gloria a Lisandro, dimostrando che egli aveva agito, non per favorire altri (scil. i tiranni), ma lealmente, per l’utile di Sparta». Potè avvenire così che uno Spartano tradizionalista come fu certamente Pausania, fedele all’ideale dell’areté spartana, fatta di disciplina e di coraggio militare, e a quella ¡plÒthj tÁj pÒlewj, che ancora Senofonte (Hell. VI 1, 17) loda per bocca di Polidamante di Farsalo nel 375, fosse condannato a morte dalla sua patria per aver rispettato le promesse di autonomia che Sparta aveva fatto ai Greci durante la guerra e finisse la sua vita esule in Arcadia, amico dei democratici di Mantinea, per la cui salvezza intercesse presso il figlio Agesipoli nel 385 (Xen. Hell. V 1, 3 e 6), e fosse giudicato un traditore e un rivoluzionario: egli fu invece soltanto la vittima più illustre di quella nova sapientia che Lisandro e Agesilao avevano introdotto in Sparta.

ABSTRACT The Author analyses the sources concerning Pausanias’s three campaigns (in Attica in 403, in Elis in 402/1, in Boiotia in 395/4) and his two trials (in 403 and 394); the A. concludes on these occasions Pausanias appeared as a conservative, a loyal supporter of the traditional Spartan policy, an enemy of Lysander’s adventurist policy: he is supposed to have been worried because Lysander’s policy was damaging Sparta’s image in Greek public opinion. Only Pausanias’s logos about the Spartan constitution seems «revolutionary»; he wrote it in exile, suggesting the suppression of the ephorate, because, in his opinion, the ephors had been responsible for Sparta’s crisis, thanks to their support to Lysander in 395.

CINZIA BEARZOT

Lisandro tra due modelli: Pausania l’aspirante tiranno, Brasida il generale

Nella Vita di Lisandro, al cap. 14, 3, Plutarco riferisce del tentativo del navarco di colonizzare Sesto insediandovi i suoi marinai, dopo averla tolta agli Ateniesi e averne cacciato gli abitanti: tentativo fallito per l’opposizione di Sparta, che in quest’occasione, per la prima volta secondo il biografo, ritenne opportuno prendere le distanze da Lisandro. Così, brevemente, racconta il biografo: [Lisandro] strappò agli Ateniesi il possesso di Sesto e non permise che vi rimanessero i Sesti, ma diede da spartirsi tra loro la città con il suo territorio ai piloti e ai comiti che avevano servito sotto di lui. Di fronte a questa decisione per la prima volta gli Spartani si opposero e fecero insediare nuovamente i Sesti nei loro territori1.

L’episodio, noto al solo Plutarco2, non ha ricevuto particolare attenzione da parte dei moderni; sul piano cronologico, il biografo sembra collocarlo nella primavera del 404, prima della caduta di Atene (16 Munichione 405/4), ma non vi è nulla di veramente sicuro su questo punto3. A quanto sembra di dover evincere da quel poco che il biografo dice, la tentata colonizzazione di Sesto fu un’iniziativa di carattere del tutto personale, con cui Lisandro intendeva ricompensare gli uomini, certamente di status inferiore4, che avevano servito nella flotta sotto il suo 1

La traduzione è di F. MUCCIOLI, in Plutarco, Vite parallele. Lisandro-Silla, Milano 2001. Diod. XIII, 106, 8 si limita a segnalare la presa della città e l’allontanamento, in seguito ad una tregua, degli Ateniesi che vi si trovavano. 3 La cronologia di Plutarco è in ogni caso dubbia: cfr. J.-F. BOMMELAER, Lisandre de Sparte. Histoire et traditions, BEFAR, 240, Paris 1981, p. 151, nota 208. D. LOTZE, Lysander und der peloponnesiche Krieg, AAWL, 57, 1, Berlin 1964, pp. 38 e 59, discute la datazione di Plutarco suggerendo, in alternativa, l’autunno del 404. 4 Cfr. P.A. RAHE, Lysander and the Spartan Settlement, 407-403 B.C., Diss. Yale 1977, pp. 182-183: «These were for the most part landless men who had gone to sea to secure 2

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comando e con i quali doveva aver instaurato un rapporto di fiducia personale. Il progetto di una Militärkolonie 5 venne accolta con molto sospetto a Sparta, tanto da indurla ad una clamorosa sconfessione: fu questa la prima vera frattura fra il governo spartano e il navarco, che fu costretto, con il reinsediamento dei Sesti avvenuto forse entro la fine dell’estate del 404 se non addirittura prima della caduta di Samo (fine aprile 404)6, a rinunciare al progetto. Jean-François Bommelaer, pur non dedicando un’attenzione sistematica all’episodio, ha proposto cursoriamente alcune osservazioni degne di nota. Da un lato, l’episodio di Sesto sembra da inserire nel quadro della vocazione non più solo terrestre, ma anche marinara di Sparta, promossa da Lisandro e nella quale egli intendeva mantenere un ruolo personale importante7; esso esprime un modello di colonizzazione che coinvolge gruppi sociali, in cui il fondamento della cittadinanza è «l’adhésion à un projet ou le dévouement aux entreprises d’un chef» e i cui antecedenti più significativi, in campo spartano, sono la fondazione di Eraclea Trachinia, realizzata con il contributo di cittadini e di perieci (426), e l’insediamento a Lepreon, in Trifilia, degli iloti che avevano combattuto con Brasida in Calcidica ed erano stati poi liberati (421); e costituisce, dunque, un’esperienza che «ne peut être apprécié que par rapport à l’idée impériale»8. A queste considerazioni aggiungerei che la vantaggiosa posizione di Sesto dal punto di vista strategico, che Senofonte fa espressamente rilevare ad Alcibiade in Hell. II, 1, 25 e allo Spartano Dercillida in Hell. IV, 8, 5, doveva essere valutata con interesse da Lisandro, nella prospettiva della creazione di una base stabile di intervento nella zona degli Stretti, forse non priva del carattere di dominio persothe livelihood which they could not find at home». In Xen. Hell. III, 5, 12 i Tebani affermano che gli Spartani ritenevano opportuno insediare gli iloti come armosti: per quanto non priva di forzature, la notizia sembra implicare che il sistema imperiale lisandreo comportasse anche la promozione sociale dei non cittadini che vi erano coinvolti: sul passo cfr. P. KRENTZ, in Xenophon, Hellenika II.3.11-IV.2.8, Warminster 1995, p. 199. 5 P. FUNKE, Homonoia und Arché, «Historia» Einzelschriften, 37, Stuttgart 1980, p. 31. 6 Cfr. ancora BOMMELAER, Lisandre de Sparte, p. 151, nota 208. 7 Ibi, p. 27. 8 Ibi, p. 210.

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nale9. D’altro canto, osserva Bommelaer, non bisogna dimenticare che la conclusione della vicenda mostra che Lisandro, anche al culmine della sua potenza, poteva essere sconfessato dal governo spartano, e rivela con ciò la sostanziale debolezza della sua posizione istituzionale10. Questa iniziativa di politica imperiale a guida personale, mirante a coagulare intorno a Lisandro il consenso dei suoi uomini e a rafforzare il rapporto ingeneratosi nel corso della comune attività militare, sembra un episodio isolato, in quanto è privo tanto di sicuri precedenti (come vedremo, i casi sopra ricordati di Eraclea Trachinia e di Lepreon mostrano, accanto alle affinità, anche non meno significative differenze) quanto di sviluppi successivi: esso appare, dunque, strettamente legato alla personalità di Lisandro e pone il problema di eventuali modelli dell’azione politica del navarco. U. Bernini, a proposito del progetto sestio, che egli giudica «invero singolare e nuovo, coerentemente e continuativamente ‘personale’», si è domandato quali siano state le fonti di ispirazione di Lisandro, e ha preso in considerazione, da una parte, il modello di Eraclea Trachinia, la colonia dedotta dagli Spartani nel 426, nella vicinanza delle Termopili e con obiettivi di carattere strategico, con la partecipazione, accanto a cittadini, di perieci e di «quegli altri Greci che volevano farlo, ad eccezione degli Ioni, degli Achei e di alcune altre stirpi» (Thuc. III, 92)11; dall’altra, un modello di carattere più ideale e «letterario», specificamente erodoteo. Nel caso di Eraclea Trachinia l’affinità sarebbe data dalla composizione non esclusivamente cittadina della popolazione coloniale, mentre nel secondo giocherebbe un ruolo primario la scelta del luogo, con il suo carattere simbolico: «Lisandro, nel mentre ‘rifondava’ questa pÒlij in termini siffatti, non sapeva (e non pensava) forse che le Storie d’Erodoto si chiudevano con la presa di Sesto, da parte degli Ateniesi, al comando di Santippo, padre di Pericle?»12. Sono certamente 9 Cfr. RAHE, Lysander and the Spartan Settlement, p. 183: Lisandro avrebbe inteso, con l’insediamento di uomini di sua fiducia, fare dell’Ellesponto «a private lake». 10 Cfr. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, p. 115. 11 Cfr., per i problemi relativi, A. ANDREWES, Spartan Imperialism?, in Imperialism in Ancient World, Cambridge 1978, pp. 91-102, 95 ss.; S. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, Oxford 1991, pp. 501 ss. 12 Cfr. U. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij: cultura, etica e politica

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osservazioni non prive di acutezza: tuttavia, il caso di Eraclea Trachinia sembra molto diverso rispetto al progetto sestio, in quanto l’iniziativa è della città di Sparta, non di un singolo individuo, e la composizione della colonia è molto varia, comprendendo non solo perieci, ma anche cittadini di pieno diritto e altri Greci; per fare un paragone con altre esperienze affini, la fondazione di Eraclea ricorda quella, promossa da Atene nel 444/3, della colonia panellenica di Turi, nonostante la sua più specifica connotazione etnica, mentre il caso di Sesto, con l’espulsione degli antichi cittadini e il ripopolamento, fa pensare piuttosto alle cleruchie ateniesi. Quanto all’ipotesi di una ispirazione ‘erodotea’, che intendesse la rifondazione di Sesto come il segno evidente del rovesciamento della situazione del 478 e del passaggio del controllo del nord Egeo da Atene a Sparta, essa appare ingegnosa, ma forse un po’ troppo peregrina, anche perché, nel caso del 404, l’espulsione degli abitanti e il ripopolamento rappresentano comunque un significativo passo in più rispetto alla semplice occupazione del sito. È probabile, quindi, che si debba cercare il nostro ‘modello’ – sempre che il progetto sestio non si limiti ad imitare il sistema cleruchico ateniese13 – in altre direzioni. 1. Policrate il tiranno Plutarco, nella Vita di Lisandro, affronta il problema degli eventuali modelli adottati dal navarco solo per deplorare l’imitatio, che egli avrebbe perseguito, del tiranno Policrate di Samo (Lys. 8, 4-5). Il contesto non ha alcun rapporto con lo specifico caso della colonizzazione di Sesto ed è relativo alla leggerezza di Lisandro riguardo ai giuramenti: Androclida ricorda una frase di Lisandro che denuncia la sua grande leggerezza riguardo ai giuramenti: infatti, così dice, egli esortava a ingannare i fanciulli con gli astragali e gli uomini con i giuramenti. Imitava in ciò Policrate di Samo, ma sbagliava ad imitare un tiranno, lui spartana fra quinto e quarto secolo a.C., «Memorie Istituto Veneto», 41 (1988), 2, pp. 1247, 188-189, nota 654. 13 Per l’adozione di un modello imperialistico «ateniese» da parte di Lisandro cfr. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 23 ss., 201 ss.

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che era un generale, né si addiceva a uno Spartano comportarsi nei riguardi degli dei come con i nemici, anzi in modo ancora più oltraggioso: infatti colui che inganna servendosi di un giuramento confessa la propria paura nei confronti del nemico, mentre manifesta disprezzo nei confronti della divinità.

Il passo è interessante soprattutto perché sostiene l’opportunità di sganciare l’immagine dello strathgÒj Lisandro da quella del tÚrannoj Policrate: un modello, quest’ultimo, in effetti molto pericoloso sul piano propagandistico. Policrate, contro il quale gli Spartani avevano promosso un poco fortunato, ma non per questo meno significativo intervento militare (Her. III, 39 ss.)14, era stato il primo dei Greci di età storica ad aspirare alla talassocrazia e ad ambire al dominio «della Ionia e delle isole» (cfr. Her. III, 122, 2; Thuc. I, 13, 6)15, aveva mantenuto stretti rapporti di collaborazione con i Persiani e si circondava di intellettuali destinati ad orchestrare il consenso in suo favore16. Ora, questi diversi comportamenti di Policrate sembravano trovare un’eco in quelli di Lisandro e segnalare il carattere oÙd LakwnikÒn degli atteggiamenti del navarco17: tanto più che i rapporti di Lisandro con Samo erano, come è noto, molto stretti e che fu proprio Samo, la cui tradizione locale ricordava positivamente Policrate, a concedere a Lisandro onori divini in vita, come ricorda lo storico samio Duride (FGrHist 76 F 71)18. Ciò può valere a spiegare l’insistenza plutarchea sul carattere del tutto inopportuno del modello di 14

Per un commento sistematico al racconto erodoteo su Samo cfr. D. ASHERI, in Erodoto, Le Storie, III, Milano 1990, pp. 256 ss. 15 Cfr., anche per i necessari riferimenti bibliografici, N. LURAGHI, Samo arcaica: storie di pirati e di tiranni, in Storiografia locale e storiografia universale. Forme di acquisizione del sapere storico nella cultura antica (Atti del Convegno Bologna, 16-18 dicembre 1999), Como 2001, pp. 119-138. Sui due passi citati cfr. ASHERI, in Erodoto, Le Storie, III, p. 338; HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, p. 46. 16 Per le caratteristiche della tirannide policratea cfr. G. SHIPLEY, A History of Samos, 800-188 BC, Oxford 1987, pp. 81 ss. 17 Sui comportamenti anomali di Lisandro rispetto alla tradizione spartana cfr. in questo stesso volume C. BEARZOT, Spartani ‘ideali’ e Spartani ‘anomali’, pp. 15 ss. 18 Cfr. F. LANDUCCI GATTINONI, Duride di Samo, Roma 1997, pp. 234 ss. (cfr. anche 227228, a proposito di FGrHist 76 F 63, sulla memoria di Policrate nella tradizione samia, con bibliografia); EAD., Duride di Samo e l’imperialismo ateniese, in da Elea a Samo. Filosofi e politici di fronte all’impero ateniese (Atti del Convegno, S. Maria Capua Vetere, 4-5 giugno 2003), in corso di stampa.

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Policrate, in quanto apportatore di connotazioni ‘tiranniche’ peraltro già insite nella spregiudicata battuta ricordata da Androclida, che infatti, non certo casualmente, la tradizione attribuisce anche a Dionigi I e a Filippo II19. Tuttavia, in Plutarco il problema dell’imitatio di Policrate sembra concentrato sulla natura infida e spergiura del Samio, di cui è testimone Her. III, 4420, e non pare affatto implicare la cosciente adozione del modello policrateo da parte di Lisandro: piuttosto, esso potrebbe far pensare ad un accostamento tra Policrate e Lisandro da parte di settori dell’opinione pubblica contemporanea ostili al navarco. In ogni caso, per quel che a noi interessa, non è certo nel modello policrateo che possiamo trovare un motivo di ispirazione per il progetto coloniale di Sesto. 2. Brasida il generale Certamente degno di più attenta riflessione per il nostro tema è, invece, il modello di Brasida. L’immagine del figlio di Tellide è infatti per molti aspetti sovrapponibile a quella di Lisandro, tanto che è stata formulata l’ipotesi che Tucidide, scrivendo di Brasida, tenesse presente l’esperienza del navarco21: egli è uno Spartano il cui successo è costruito sulle doti personali (Tucidide lo definisce drast»rioj e gli attribuisce ¢ret» e xÚnesij, cfr. Thuc. IV, 81, 1-2), sulla brillante conduzione di uno specifico incarico militare (con la funzione, secondo la Suda, s.v. Bras…daj, di strathgÒj), sull’abilità nel creare e gestire rapporti personali con le truppe (non cittadine, ma mercenarie o addirittura ilotiche: cfr. Thuc. IV, 80, 5; Diod. XII, 67, 3) e con gli alleati, sulla capacità di immaginare una 19

Cfr. ASHERI, in Erodoto, Le Storie, III, pp. 263-264; L. PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, Milano 1997, p. 240. 20 Cfr. Nep. Lys. 2, 1e 4, 2, che ricorda, tra le caratteristiche negative di Lisandro, la perfidia. Si noti che lo stesso Nepote (I, 1) nega la virtus di Lisandro, attribuendo i suoi successi alla felicitas: un tema, quello della fortuna, anch’esso legato alla figura di Policrate (cfr. il tema dell’eÙtuc…a in Her. III, 39 ss.). Cfr. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, pp. 29-30 e 31. 21 Cfr. H.R. RAWLINGS III, The Structure of Thucydides’ History, Princeton 1981, pp. 234 ss.; ma cfr. già F. WASSERMANN, The Voice of Sparta in Thucydides, CJ, 59 (1963/64), pp. 289-297, 292 ss., sulla scorta di O. REGENBOGEN, Thukydides politische Reden, Leipzig 1949, p. 46.

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Sparta in grado di impegnarsi con successo in imprese audacemente lontane dai propri confini, quale fu la fortunata spedizione in Tracia, e di contrastare efficacemente Atene nella sua sfera di influenza; uno Spartano che, proprio grazie alle caratteristiche innovative della sua azione politica e militare, non mancò di suscitare in parte dell’opinione pubblica spartana una certa preoccupazione (Thuc. IV, 108, 7); infine, uno Spartano che, in modo clamorosamente contrastante con le tradizioni antipersonalistiche di Sparta, ottenne, dopo la morte, onori eroici come ecista di Anfipoli (Thuc. V, 11, 1; ma cfr. anche gli onori tributatigli in vita dagli Scionei in Thuc. IV, 121)22. Diversi elementi, nell’esperienza politico-militare di Brasida, sembrano dunque richiamare caratteristiche lisandree: penso soprattutto al possesso di una competenza militare che investe l’ambito sia terrestre sia navale, all’uso di truppe non cittadine23, al ricorso ad ¥rcontej che sono stati visti come una sorta di ‘protoarmosti’ (V, 132, 3)24, all’abile sfruttamento delle lotte di fazio22

Cfr. H.D. WESTLAKE, Individuals in Thucydides, Cambridge 1968, pp. 148 ss.; G. DAVERIO ROCCHI, Brasida nella tradizione storiografica: aspetti del rapporto tra ritratto letterario e figura storica, «Acme», 38 (1985), pp. 63-81; S. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, II, Oxford 1996, pp. 38 ss. (sulla figura di Brasida in Tucidide), 255 ss. (sulla spedizione in Tracia), 449 ss. (sugli onori eroici). Altra bibliografia su Brasida, in questo stesso volume, in L. PRANDI, Sintonia e distonia fra Brasida e Sparta, pp. 91-113. 23 Cfr. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, p. 203, che nota l’analogia tra Brasida e Lisandro su questo punto: «Brasidas [...] recrute des mercenaires en dehors des cadres habituels de la cité [...] et trouve par lui-même les moyens pour les entretenir. Cette troupe ressemble plus à une armée de métier qu’à une armée de citoyens, et devient la chose de Brasidas plutôt que celle de Sparte. De la même façon, en assurant la régularité de la solde, Lysandre transforme les contingents maritimes en une flotte permanente, où le statut d’origine des individus compte moins que l’appartenance à la pyramide hiérarchique dont le navarque est le sommet»; cfr. ibi, p. 230. Dal canto suo G.L. CAWKWELL, Thucydides’ Judgment of Periclean Strategy, YCS, 24 (1975), pp. 53-70, 57, avanza l’ipotesi che la proposta di utilizzare soldati di status inferiore risalisse al reggente Pausania. Sull’arruolamento degli iloti cfr., in senso più generale, Y. GARLAN, Les esclaves grecs en temps de guerre, in Actes du Colloque d’histoire sociale 1970, Paris 1972, pp. 29-62, 41 ss.; A.W. GOMME - A. ANDREWES - K.J. DOVER, A Historical Commentary on Thucydides, IV, Oxford 1970, pp. 34-35 (ove si rileva come l’uso di truppe di origine ilotica sia stato il presupposto fondamentale per consentire a Sparta l’impegno in imprese a lungo termine in territori lontani o addirittura oltremare, come nel caso della spedizione in Tracia, della guerra ionica e delle campagne d’Asia); inoltre, J. BOËLDIEU-TREVET, Brasidas: la naissance de l’art du commandement, in Esclavage, guerre, économie en Grèce ancienne. Hommages Garlan, Rennes 1997, pp. 147-158. 24 Cfr. W.R. CONNOR, Thucydides, Princeton 1984, p. 138 e nota 77; cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, II, pp. 408-409.

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ne all’interno delle città, alla costruzione di una rete di rapporti personali con gli alleati, alle forme di ‘culto della personalità’25. Ma ciò che è più interessante è che sembra di poter rilevare una tendenza di Lisandro a porsi coscientemente in continuità con Brasida: anche se, come è stato osservato, le fonti non parlano esplicitamente di alcun rapporto tra i due26, significativa in questo senso appare la notizia di Plutarco (Lys. 18, 2-3), secondo cui nel tesoro di Brasida e degli Acanti c’era una trireme, fatta d’oro e d’avorio, lunga due cubiti, che Ciro gli aveva inviato come premio per la vittoria. Anassandrida di Delfi (FGrHist 404 F 2) racconta che nel tesoro vi era un deposito di Lisandro, che consisteva di un talento d’argento, cinquantadue mine e inoltre undici stateri.

Lisandro sembra con ciò celebrare la memoria di una sua grande vittoria navale (quella di Nozio o quella di Egospotami)27 collegandola alla memoria del Brasida impegnato a sua volta sul mare, come consigliere dei navarchi Cnemo (Thuc. II, 85, 1; 86, 6; 93, 1) e Alcida (Thuc. III, 69; 76; 79, 3) nel 429 e nel 426 e come trierarco a Pilo nel 425 (Thuc. IV, 11, 4 ss.), nonché del Brasida ‘liberatore’ dei Greci dall’imperialismo ateniese, ricordato, nello stesso edificio, dall’iscrizione dedicatoria recante il suo nome accanto a quello degli Acanti e menzionata da Plut. Lys. 1, 1 (Bras…daj kaˆ 'Ak£ntioi ¢p' 'Aqhna…wn: cfr. Mor. 401 cd)28. Nel tesoro degli Acanti, del resto, era stata eretta anche una statua di Lisandro, raffigurato con capelli e barba lunghi, «secondo l’usanza antica» (Plut. Lys. 1, 1)29. Il donario della nave criselefantina e la collocazione della statua-ritratto dai tratti «tradizionalisti», come ha sottolineato U. Bernini, sembrano costituire un 25

Per la documentazione su tutti questi aspetti cfr. PRANDI, Sintonia e distonia fra Brasida e Sparta, pp. 91-113. 26 Cfr. MUCCIOLI, in Plutarco, Vite parallele. Lisandro-Silla, p. 132, nota 1. 27 Per Nozio si pronuncia BOMMELAER, Lisandre de Sparte, p. 10, seguito da PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, p. 261; per Egospotami CH.D. HAMILTON, Lysander, Agesilaus, Spartan Imperialism and the Greeks of Asia Minor, AW, 23 (1992), pp. 35-50, 43, nota 55. 28 Cfr. U. BERNINI, Tre profezie sul passato melie (Lisandro, Agide II, Gilippo), MGR, 18 (1994), pp. 15-63, 25 ss. Per i problemi posti dall’iscrizione cfr. PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, pp. 223-224. 29 Cfr. ancora PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, pp. 224-225.

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messaggio esplicito ed esprimere il consapevole riconoscimento di una continuità personale e politica: «un donativo – afferma Bernini – che testimoniasse e suggellasse simbolicamente l’esperienza e la vicenda d’una sincera e sentita sodalità: da Lisandro a Brasida; e, insieme, d’un coerente itinerario politico e strategico: da Brasida a Lisandro – all’interno della storia concitata e sfaccettata d’una generazione e mezza di Spartani»30. Ora, per tornare al problema dell’iniziativa di Lisandro a Sesto, mi pare che il modello brasideo potesse offrire al navarco elementi di ispirazione in due sensi. Da una parte, Brasida, riconosciuto dagli Anfipoliti come swt»r per averli liberati dagli Ateniesi, aveva ricevuto onori eroici come o„kist»j di Anfipoli (Thuc. V, 11, 1): Gli alleati [...] seppellirono a spese pubbliche Brasida in città, davanti a quella che ora è la piazza del mercato. E da allora in poi gli Anfipoliti, cinto di uno steccato il suo sepolcro, gli fanno sacrifici come ad un eroe e offrono in suo onore giochi e sacrifici annuali. E gli dedicarono la colonia come a un fondatore, dopo aver distrutto le case di Agnone e se c’era qualcosa che potesse restare come ricordo della sua fondazione; consideravano Brasida come loro salvatore, e nel momento presente per timore di Atene preferivano l’alleanza di Sparta [...]31.

Dall’altra, gli iloti che avevano servito in Tracia sotto il suo comando furono liberati (Diod. XII, 76, 1) e insediati a Lepreon, in Trifilia, se pure soltanto dopo la sua morte, nell’estate del 421 (Thuc. V, 34, 1): E nella stessa estate giunsero presso di loro [sc. gli Spartani] dalla Tracia i soldati che erano partiti con Brasida, e che Clearida aveva riportato dopo che era stata fatta la tregua. I Lacedemoni decretarono che quegli iloti che avevano combattuto con Brasida fossero liberi e abitassero dove volevano, e non molto dopo li trasferirono a Lepreo insieme ai neodamodi, giacché la città era posta verso la Laconia e l’Elide ed essi erano già in disaccordo con gli Elei32.

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Così BERNINI, Tre profezie sul passato melie, p. 27. Sui donativi lisandrei si troverà accurata documentazione in BOMMELAER, Lisandre de Sparte, pp. 7 ss. 31 La traduzione è di F. FERRARI, in Tucidide, La guerra del Peloponneso, I-III, Milano 1985. 32 Sulla vicenda cfr. GOMME - A. ANDREWES - K.J. DOVER, A Historical Commentary on

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L’esperienza di Brasida, nuovo ecista di Anfipoli dopo il ripudio dell’ateniese Agnone e patrono di truppe ilotiche conosciute in seguito come «Brasidei» (Thuc. V, 71, 3)33, potrebbe aver costituito un precedente interessante, sia per il consenso e gli onori che Brasida aveva tratto dal suo ruolo di fondatore, sia per il rapporto privilegiato dello strathgÒj con le sue truppe non cittadine, rapporto che Sparta aveva in qualche modo riconosciuto installando a Lepreon, con una forma di insediamento militare stabile che doveva comprendere l’assegnazione di terre34, i 700 iloti liberati veterani della Tracia. Se a queste considerazioni, che possono gettare un ponte tra Brasida e il Lisandro aspirante ecista di Sesto, aggiungiamo, riprendendo ancora Bernini, la comune «persistente attenzione ai territori della Tracia (fino agli Stretti e oltre)», che si esprime per Brasida nell’«intervento sul cruciale nodo di Anfipoli, identificato come ideale punto fermo e base della direttrice strategica orientata verso l’Ellesponto», per Lisandro nella riorganizzazione del territorio tracico affidato ad Eteonico (Xen. Hell. II, 2, 5) e appunto nell’occupazione di Sesto, la cui importanza strategica e sicurezza di posizione è stata ricordata più sopra35, troviamo forse nella cosciente adozione di un modello brasideo una delle motivazioni presenti dietro all’iniziativa coloniale di Lisandro a Sesto.

3. Pausania il reggente La cosa, però, non finisce qui. Proprio l’ambito geografico in cui si situa il progetto lisandreo, quello del distretto tracico-ellespontico, ci indirizza infatti verso la considerazione di un modelThucydides, IV, pp. 34 ss.; C. FALKNER, Sparta and Lepreon in the Archidamian War, «Historia», 48 (1999), pp. 385-394. 33 E impiegate dagli Spartani in diverse occasioni, cfr. Thuc. V, 57, 1 e 71, 3 (cfr. GOMME - ANDREWES - DOVER, A Historical Commentary on Thucydides, IV, p. 79). 34 Cfr. GOMME - ANDREWES - DOVER, A Historical Commentary on Thucydides, IV, pp. 34 ss.: «we are probably to suppose that they were offered land there». Cfr. G.B. BRUNI, Mothakes, neodamodeis, Brasideioi, in Schiavitù, manomissione e classi dipendenti nel mondo antico (Atti del Colloquio internazionale, Bressanone, 25-27 novembre 1976), Roma 1979, pp. 21-31, 28-29. 35 Cfr. BERNINI, Tre profezie sul passato melie, p. 18 e nota 9; cfr. anche pp. 45 ss. Sugli interessi di Lisandro nella Grecia centro-settentrionale cfr. A. ANDREWES, Two Notes on Lysander, «Phoenix», 25 (1971), pp. 206-226, 217 ss.

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lo più antico, e più imbarazzante, di quello di Brasida, il quale peraltro, dopo la morte precoce, venne rapidamente ‘normalizzato’ e riassimilato nell’ambito della tradizione spartana, oscurando gli aspetti innovativi della sua esperienza36. Penso, ovviamente, a Pausania di Cleombroto: come nota Bommelaer, infatti, tali sono i punti di contatto tra le due vicende personali e storiche che «l’exemple du régent Pausanias s’impose évidemment à l’esprit»37. Già la caratteristica di ‘esclusi’, entrambi recalcitranti al loro destino, sembra accomunare Pausania e Lisandro: l’uno Agiade, ma figlio cadetto ed escluso perciò dal regno, e tuttavia costantemente alla ricerca di diversi spazi di autoaffermazione, l’altro con ogni probabilità Spartiata di stirpe eraclide38, ma escluso dall’accesso al regno in quanto non appartenente ad una delle due casate regnanti e, a giudicare dalla tradizione eforea sui suoi progetti di riforma della diarchia (FGrHist 70 FF 205 e 206)39, per nulla soddisfatto di tale limitazione. Se poi ripercorriamo i momenti salienti della vicenda di Pausania, altre e anche più significative affinità si impongono all’attenzione40. a) Prima di tutto, il carattere e i comportamenti. Già per il periodo della missione ufficiale affidatagli da Sparta dopo la presa di Sesto, in qualità di strathgÒj dei Greci (Thuc. I, 94), Pausania ci appare come un violento (b…aioj: Thuc. I, 95, 1), il cui comportamento ingiusto ingenera odio (Thuc. I, 95, 4: œcqoj; I, 96, 1: 36

Cfr. BERNINI, Tre profezie sul passato melie, p. 30. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, pp. 214-215, nota 82; cfr. H.D. WESTLAKE, Individuals in Xenophon’s “Hellenica”, in Essays on the Greek Historians and Greek History, ManchesterNew York 1969, pp. 216-225 (= BJRL, 49, 1966, pp. 249-269), 224 38 Per il problema delle origini di Lisandro, con ogni probabilità uno Spartiata, ma ritenuto da alcune fonti antiche un motace, cfr. D. LOTZE, Moq£kej, in Bürger und Unfreie im vorhellenistischen Griechenland. Ausgewählte Aufsätze, Stuttgart 2000, pp. 185194 (= «Historia», 11, 1962, pp.427-435); BOMMELAER, Lisandre de Sparte, pp. 36 ss.; L. PICCIRILLI, Callicratida, Gilippo, Lisandro erano motaci?, CCC, 12 (1991), pp. 265-269; per ulteriore bibliografia cfr. PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, pp. 226 ss. 39 Cfr. in proposito U. BERNINI, Il progetto politico di Lisandro sulla regalità spartana e la teorizzazione critica di Aristotele sui re spartani, SIFC, 78 (1985), pp. 205-238; A.G. KEEN, Lies about Lysander, «Papers of the Leeds International Latin Seminar», 9 (1996), pp. 285-296. 40 Per i necessari riferimenti bibliografici su Pausania rimando, in questo stesso volume, al lavoro di M. NAFISSI, Pausania, il vincitore di Platea, pp. 53-90; in particolare, per l’excursus tucidideo (I, 128 ss.) cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, pp. 211 ss. 37

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m‹soj) negli alleati, provocandone il distacco da Sparta e determinando l’offerta dell’egemonia agli Ateniesi; la Ûbrij di Pausania trova riscontro in Erodoto, anche se lo storico, che offre un ritratto tendenzialmente positivo del reggente, la interpreta come un pretesto (prÒfasij) usato per sottrarre l’egemonia agli Spartani (Her. VIII, 3, 2)41. Preoccupati per la ricaduta negativa che tali comportamenti potevano avere sull’immagine della città, gli Spartani, probabilmente nella primavera del 477, richiamano Pausania (Thuc. I, 95, 3; 131, 1): infatti, dai Greci che arrivavano a Sparta era accusato di grandi ingiustizie (¢dik…a poll») e la sua sembrava più un’imitazione di tirannide (turann…doj m…mesij) che una strategia (Thuc. I, 95, 3)42.

Rilievi sui comportamenti discutibili di Pausania tornano in Tucidide, sempre a proposito del primo soggiorno a Bisanzio, nell’excursus di I, 128 ss.: Era difficile rivolgergli la parola (dusprÒsodÒn te aÙtÕn pare‹ce) e aveva un carattere così aspro (tÍ ÑrgÍ oÜtw calepÍ ™crÁto) che nessuno poteva avvicinarglisi, e soprattutto per questo gli alleati si volsero agli Ateniesi (Thuc. I, 130, 2)43.

Vengono in mente le frequenti allusioni di Plutarco alla filotim…a di Lisandro (Lys. 2, 4; 6, 2; 19, 1; 21, 6; cfr. Ages. 8, 6)44, alla sua superbia e alterigia (Lys. 18, 4: frÒnhma, Ôgkoj; 19, 2: Øperoy…a),

41

Sulla differenza tra l’atteggiamento di Tucidide e quello di Erodoto a proposito di Pausania cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, p. 141; NAFISSI, Pausania, il vincitore di Platea, pp. 55 ss. 42 La durezza di Pausania con gli alleati è esemplificata da Plut. Arist. 23, 1-3. Cfr. infra, nota 88. 43 Cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, p. 216: la difficoltà di accesso alla persona, tipica delle corti orientali, costituisce non solo un segno di cattivo carattere, ma anche e soprattutto di adozione di costumi barbarici (cfr. NAFISSI, Pausania, il vincitore di Platea, pp. 62 ss.; infra, pp. 146 ss.). 44 Cfr. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 133-134; PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, p. 228; C. PELLING, Aspects of Plutarch’s Characterisation, in Plutarch and History, London 2002, pp. 283-300 (= ICS, 13, 1988, pp. 257-274), 292 ss.; PH. STADTER, Paradoxical Paradigms. Lysander and Sulla, in Plutarch and the historical tradition, London - New York 1992, pp. 41-55; J.M. CANDAU MORÓN, Plutarch’s Lysander and Sulla, AJPh, 121 (2000), pp. 453-478, 466 ss.

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alla sua durezza di carattere (Lys. 19, 2: barÚthj; 19, 6: calepÒthj toà trÒpou) che «rendeva temibile e insopportabile la sua dÚnamij» (Lys. 19, 6), al punto che si attribuiva allo Spartano Eteocle l’affermazione che «la Grecia non avrebbe sopportato due Lisandri» (Lys. 19, 5): una frase che lascia ben trasparire la preoccupazione degli Spartani nei confronti dell’opinione pubblica greca45. A preoccupazioni di questo genere potrebbe essere stato dovuto, verso la fine dell’anno 404, il richiamo di Lisandro dall’Ellesponto su denuncia di Farnabazo, prezioso alleato degli Spartani che si riteneva ¢dikoÚmenoj Øp' aÙtoà (Plut. Lys. 19, 7 ss.); esse si ripropongono poi con particolare evidenza in occasione dell’intervento spartano a favore dei Trenta Tiranni nel 403. In Plutarco (Lys. 21, 4-6), infatti, l’intervento di Pausania II ad Atene è visto come l’esito di un accordo tra i due re, mirante a stroncare la filotim…a di Lisandro e il suo desiderio di diventare kÚrioj di Atene; in Diodoro (XIV, 33, 6) ciò che determina l’iniziativa del sovrano agiade è il timore del danno che può derivare all’immagine di Sparta dai comportamenti di Lisandro (qeorîn d t¾n Sp£rthn ¢doxoàsan par¦ to‹j `Ellhsin)46, e Senofonte (Hell. II, 4, 29) riferisce del consenso della maggioranza degli efori all’intervento di Pausania II. I timori di cui Lisandro fu oggetto, nel 403, da parte del governo spartano sembrano gli stessi che avevano determinato il richiamo di Pausania, colpevole di ¢dik…a, nella primavera del 477, e forse anche quello dello stesso Lisandro alla fine del 404: che, cioè, comportamenti arroganti nei confronti degli alleati e dei Greci in generale, espressi attraverso comandi militari che sembravano piuttosto una turann…doj m…mesij47, rendessero Sparta fortemente impopolare. Viene da domandarsi se il 45

Per il problema dell’identificazione di Eteocle cfr. PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, p. 266. 46 Cfr. anche Paus. III, 5,1 (l’azione di Pausania II nel 403 trova la sua giustificazione nel non voler attirare su Sparta la peggiore delle infamie, tÕ a‡sciston Ñneidîn, sostenendo la tirannide di uomini empi); cfr. inoltre, con valutazione più generale, Nep. Lys. 1, 3-5 («Lysander [...] sic sibi indulsit, ut eius opera in maximum odium Graeciae Lacedaemonii pervenerint»); Paus. IX, 32, 9-10 (Lisandro fu causa di rimprovero, Ñne…dh, per Sparta e le procurò bl£boj [...] m©llon À çfšleian). 47 Sulla tendenza dei comandanti spartani a trattare i Greci di condizione libera sottoposti alla loro disciplina militare alla stregua di iloti, che ovviamente rendeva Sparta molto impopolare, cfr. S. HORNBLOWER, Sticks, Stones, and Spartans. The Sociology of Spartan Violence, in War and Violence in Ancient Greece, London 2000, pp. 57-82.

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rilievo plutarcheo, secondo cui Lisandro «sbagliava ad imitare un tiranno, lui che era uno strathgÒj» (Lys. 8, 5), non possa essere meglio compreso in questo contesto; e se sia casuale che la battuta di Eteocle fosse attribuita da Teofrasto all’ateniese Archestrato, in riferimento non a Lisandro ma ad un celebre ‘aspirante tiranno’ come Alcibiade48. b) In secondo luogo, le ambizioni di potere personale, ovvero la ricerca di spazi di autoaffermazione per reagire agli angusti limiti imposti agli Spartiati dalla tradizione. Già si è accennato all’impressione ‘tirannica’ suscitata dai comportamenti di Pausania secondo Tucidide: ma anche Erodoto ne ricorda l’ardente desiderio di diventare tiranno della Grecia (œrwta scën tÁj `Ell£doj tÚrannoj genšsqai), che lo induce a fidanzarsi con la figlia di Megabate, satrapo della Dascilitide (Her. V, 32)49, e Tucidide afferma che egli, quando dopo il primo processo e l’assoluzione dalle accuse più gravi si recò privatamente nell’Ellesponto, col pretesto di unirsi ai Greci, lo fece in realtà per trattare con il Re, «come aveva fatto anche prima, desideroso dell’impero della Grecia» (™fišmenoj tÁj `EllhnikÁj ¢rcÁj: Thuc. I, 128, 3). L’ambizione di potere – un potere assoluto e tirannico – sembra stare, dunque, alla base del medismo di cui Pausania venne accusato già in occasione del primo soggiorno nell’Ellesponto (quando Serse avrebbe messo a disposizione del reggente il satrapo Artabazo, successore di Megabate: Thuc. I, 129) e di cui riuscì, in occasione del primo richiamo, a discolparsi, ottenendo di essere ritenuto colpevole solo di violazioni di carattere privato („d…v prÒj tinaj ¢dik»mata: Thuc. I, 95, 5). Per Lisandro, Plutarco sottolinea come il sistema imperialistico basato sulle decarchie e sugli armosti avesse come obiettivo l’edificazione di un dominio personale sulla Grecia (Lys. 13, 6: trÒpon tin¦ kataskeuazÒmenoj ˜autù t¾n tÁj `Ell£doj ¹gemon…an)50; attraverso di esso, egli divenne «potente più di qualunque altro greco prima di lui» (Lys. 18, 4), addirittura il «padrone (kÚrioj) della Grecia» (Lys. 16, 1; 48

Cfr. PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, p. 266. Cfr. G. NENCI, in Erodoto, Le Storie, V, Milano 1994, p. 197. 50 Cfr. Nep. Lys. 1, 4: «nihil aliud molitus est quam ut omnes civitates in sua teneret potestate, cum id se Lacedaemoniorum causa facere simularet».

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21, 2; cfr. FGrHist 115 Theop. F 20: genÒmenoj goàn tÁj `Ell£doj scedÕn ¡p£shj kÚrioj)51, tanto da indurre i re, dopo il suo richiamo in patria, ad un parziale smantellamento del sistema (Lys. 21, 2)52. Quanto ai rapporti con la Persia, e in particolare con Ciro (con il quale è ben documentata non solo l’alleanza, ma anche l’amicizia personale), è quasi inutile ricordarne l’importanza nella politica lisandrea: vale forse la pena di sottolineare, però, che Lisandro si espose a pesanti critiche proprio per il carattere personalistico del suo rapporto con Ciro53. Lo rivela Plutarco (Mor. 222 e) ricordando una battuta di Callicratida, contraltare di Lisandro tanto in Senofonte quanto in Plutarco54, a proposito dei suoi rapporti con il principe persiano: [Callicratida], quando Ciro mandò il soldo per le truppe e doni per lui, accettò unicamente il soldo e restituì i doni, dicendo che non doveva esserci un’amicizia privata (fil…an […] „d…an) tra loro, ma che l’amicizia comune, esistente con tutti i Lacedemoni, valeva anche per lui55.

È chiaro che l’opinione pubblica spartana deplorava la tendenza di Lisandro a «sovrapporre autorevolmente se stesso»56 alla propria città e a gestire in chiave personalistica rapporti delicati come quello con i Persiani. Un interessante elemento aggiuntivo proviene da un aneddoto riguardante Antalcida e ricordato da Plutarco nella Vita di Artaserse (22, 3): commentando il dono di una corona di fiori profumata da parte del Re ad Antalcida, probabilmente in occasione delle trattative del 387/6, il biografo nota che lo Spartano era uomo adatto a lasciarsi corrompere

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Cfr. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 112 ss. Xen. Hell. III, 4, 2 attribuisce l’iniziativa agli efori: su tutto il problema cfr. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, pp. 162 ss.; inoltre FUNKE, Homonoia und Arché, pp. 31 ss.; KRENTZ, in Xenophon, Hellenika II.3.11-IV.2.8, p. 183. 53 Uno dei motivi del richiamo a Sparta, secondo BOMMELAER, Lisandre de Sparte, p. 159, va identificato proprio con il fatto che gli Spartani furono avvertiti, dai loro osservatori e da Farnabazo, «du caractère très personnel donné par Lysandre tant à l’organisation de l’empire qu’à ses liens, désormais compromettants, avec Cyrus». 54 Cfr. BEARZOT, Spartani ‘ideali’ e Spartani ‘anomali’, pp. 15 ss. 55 La traduzione è di C. SANTANIELLO, in Plutarco, Detti dei Lacedemoni, Napoli 1995. Sull’episodio cfr. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 64-65. 56 BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, p. 188. 52

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(™ntrufhqÁnai), «lui che aveva disonorato in Persia Leonida e Callicratida» (™xorchs£menoj ™n Pšrsaij tÕn Lewn…dan kaˆ tÕn Kallikrat…dan)57. L’accostamento tra Leonida e Callicratida, che individua in entrambi un modello di nobile indipendenza dalla Persia e dalle sue seduzioni in termini di potere e di ricchezza, sembra evocare per contrasto proprio quello tra Pausania e Lisandro, entrambi sensibili alla truf» persiana58. È bene accennare anche alla questione del rapporto con le classi inferiori, anche se su questo punto, già in sé molto incerto, sembra difficile trovare corrispondenze. Tucidide (I, 132, 4) ricorda, tra le accuse rivolte a Pausania dopo il suo definitivo ritorno a Sparta, quella di trescare con gli iloti: E seppero anche che Pausania faceva maneggi con gli iloti, e così era effettivamente, ché aveva promesso loro la libertà e i diritti politici, se si fossero ribellati insieme a lui e avessero compiuto tutto il suo piano.

L’accusa è stata in genere ritenuta infondata: tuttavia, F. Bourriot ritiene possibile che l’accusa sia nata dal fatto che Pausania aveva in mente di utilizzare iloti «pour l’aider dans sa chimérique installation sur les Détroits»59. Nel caso di Lisandro, i suoi progetti di riforma della diarchia non sembrano coinvolgere le classi inferiori60; un suo coinvolgimento nella cosiddetta ‘congiura di Cinadone’ non è provato61; J.-F. Bommelaer ne conclude, a proposito delle affinità tra Pausania e Lisandro, che l’aspetto delle trattative con gli iloti è «étranger au ‘dossier’ de Lysandre»62. L’ipotesi di una volontà di intervento, da parte di Lisandro, non

57 Cfr. sul passo D. P. ORSI, in Plutarco, Le vite di Arato e di Artaserse, Milano 1987, pp. 293-294. 58 Così come l’accostamento tra Lisandro e Alcibiade, l’’aspirante tiranno’ ateniese (Athen XII, 535 d; Plut. Lys. 19, 5; Alc. 16, 8; Ael. V.h. XI, 7), sembra riproporre la coppia Pausania/Temistocle. 59 F. BOURRIOT, Pausanias, fils de Cléombrotos, vainqueur de Platées, IH, 44 (1982), pp. 116, 14. 60 Cfr. supra, e nota 39. 61 Cfr. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, p. 180. A. LUTHER, Die cholè basileia des Agesilaos, AHB, 14 (2000), pp. 120-129, considera la congiura di Cinadone una crisi creata ad arte da Agesilao e da Lisandro per sviare l’attenzione dalla discussa successione del sovrano:, comunque priva, nelle intenzioni di Lisandro, di agganci con la questione sociale. 62 BOMMELAER, Lisandre de Sparte, p. 215, nota 82.

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solo sulla diarchia, ma anche sulla cittadinanza è stata recentemente sostenuta da G. Parmeggiani: tuttavia, non ci sono elementi per affermare che fosse previsto un coinvolgimento degli iloti63. Ma se l’ipotesi di Bourriot a proposito del ruolo degli iloti nei progetti coloniali di Pausania è valida, la possibilità di un parallelismo con il progetto sestio di Lisandro, che prevedeva certamente lo stanziamento di inferiori, merita di essere tenuta in qualche considerazione. c) Un settore che merita attenzione, nella valutazione delle affinità tra Pausania e Lisandro, è quello della cura dell’immagine pubblica attraverso dediche di vario genere. Secondo Erodoto, Pausania dedicò un enorme cratere di bronzo all’imboccatura del Ponto, all’epoca della presa di Bisanzio (Her. IV, 81, 3); su di esso, secondo la testimonianza di Ninfide di Eraclea (FGrHist 432 F 9), il reggente avrebbe fatto apporre la seguente dedica: Questo monumento del suo valore (mn©m' ¢ret©j) lo dedicò al signore Posidone Pausania, capo dell’ampia Ellade (¥rcwn `Ell£doj eÙrucÒrou), sul Ponto Eussino, Spartano di nascita, figlio di Cleombroto, dell’antica stirpe di Eracle.

La dedica, con il suo accentuato personalismo che traspare dalla memoria dell’¢ret» del dedicante e dal titolo di ¥rcwn dell’Ellade, risale al primo soggiorno ellespontico di Pausania e sembra già tradire atteggiamenti in urto con la miglior tradizione spartana: Ninfide, infatti, lo considera segno di una truf» e di una Øperhfan…a che avevano allontanato Pausania dai costumi patri (t¦ tÁj Sp£rthj ™xelqën nÒmima) e gli avevano fatto scordare chi fosse (™pilaqÒmenoj aØtoà). Ma è soprattutto la dedica del tripode delfico, con la sua prima iscrizione che metteva lo stratego in primo piano nominandolo espressamente, a segnalare una preoccupazione di Pausania per la propria immagine che urtava la sensibilità ellenica e in particolare spartana, tanto che la 63

Cfr. G. PARMEGGIANI, Il percorso dell’egemonia spartana nelle Storie di Eforo di Cuma, in Letture spartane (in corso di stampa).

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questione fu ripresa in occasione del secondo processo, come indizio dell’allontanamento di Pausania dai costumi nazionali (Thuc. I, 132, 2-3): Il condottiero dei Greci (`Ell»nwn ¢rchgÒj), poiché distrusse l’esercito dei Medi, Pausania, offrì a Febo questo monumento (Thuc. I, 132, 2)64.

Come è noto, l’iscrizione venne fatta eradere dagli Spartani e sostituita dall’elenco dei popoli e delle città che avevano contribuito a respingere il barbaro: e Tucidide nota che in occasione della vicenda del tripode «era parsa evidente l’ingiustizia (¢d…khma) di Pausania» (Thuc. I, 132, 3). Il capitolo lisandreo è ancora più complesso, giacché, come ha mostrato Bommelaer, il materiale documentario relativo a dediche di Lisandro è molto ampio65. Basterà qui ricordare il celebre ‘monumento dei navarchi’, di cui ci parla Plutarco (Lys. 18, 1): Lisandro [...] fece innalzare a Delfi una statua di bronzo di se stesso e una di ciascuno dei navarchi, nonché stelle d’oro dei Dioscuri, che scomparvero prima della battaglia di Leuttra.

Plutarco non specifica che la statua rappresentava Lisandro in atto di ricevere una corona da Posidone, quindi in atteggiamento eroico (Paus. X, 9, 7-8)66. Il ‘monumento dei navarchi’, eretto per celebrare la vittoria su Atene67, era un complesso di grande rilievo, comprendente almeno trentasette statue collocate su una ter64

Sulla testimonianza di Tucidide cfr. C. ZIZZA, Tucidide e il tirannicidio: il buon uso del materiale epigrafico, «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena», 20 (1999), pp. 1-22, 5-6, 17-18. Cfr. la parafrasi di Nep. Paus. 1, 3: «suo ductu barbaros apud Plataeas esse deletos eiusque victoriae ergo Apollini id donum dedisse». L’epigramma è attribuito a Simonide da Paus. III, 8, 2. 65 Cfr. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, pp. 7 ss.; inoltre G. ZINSERLING, Persönlichkeit und Politik Lysandros im Lichte der Kunst, «Wiss. Zeitschrift der Friedrich-Schiller-Univ. Jena», 14 (1965), pp. 35-43. 66 Cfr. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, p. 16; PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, p. 260. 67 Sui problemi relativi alla datazione cfr. PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, pp. 260-261: nonostante il tentativo di datare il monumento al 360, la dedica dopo Egospotami resta la più probabile.

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razza artificiale e divise in due gruppi: il primo di nove statue (Castore, Polluce, Zeus, Apollo, Artemide, Posidone, Lisandro, l’indovino Agia e il pilota della nave ammiraglia, Ermone); il secondo di ventotto statue di misura inferiore, raffiguranti i comandanti spartani e gli alleati che avevano combattuto ad Egospotami. Esso imitava, superandola in ricchezza, la ‘base di Maratona’, che rappresentava Milziade accanto ad Apollo, ad Atena e ai dieci eroi attici68. Sui piedistalli vi erano iscrizioni, alcune delle quali conservate: di particolare interesse quella che reca l’epigramma composto da Ione di Samo per Lisandro, e che recita: La statua la dedicò in ricordo dell’impresa che compì quando, vittorioso, con le rapide navi abbatté la potenza dei Cecropidi, lui, Lisandro, incoronando l’inespugnabile Lacedemone, acropoli dell’Ellade, ampia patria (ML 95 c )69.

Lisandro, nel ‘monumento dei navarchi’, era dunque nominato personalmente, e ciò avveniva anche nelle iscrizioni poste sotto le statue di Castore e Polluce (ML 95 a-b), che sarebbero apparsi accanto alla nave ammiraglia all’inizio della battaglia di Egospotami, quasi a segnalare la personale protezione accordata a Lisandro (Plut. Lys. 12, 1), e che sempre a Delfi, come si è visto più sopra, erano ricordati dalla dedica delle due stelle d’oro70. Bommelaer riconosce, nel complesso della documentazione onoraria relativa a Lisandro, una propaganda organizzata che ricorre a forme dal contenuto ideologico differente rispetto ai valori della tradizione classica71: con esse, Lisandro varcava spregiudicatamente il limite imposto a Pausania e sovrapponeva liberamente la propria immagine a quella della sua città, fino a farsi acclamare, in un peana di ambiente samio, «lo stratego della Grecia divina (tÕn `Ell£doj ¢gaqšaj stratagÒn), che viene dalla vasta Sparta» (Plut. Lys. 18, 5; cfr. FGrHist 76 Duris F 71); peana che, 68

Cfr. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, p. 16. Per informazioni dettagliate sul monumento cfr. ibi, pp. 14 ss., PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, pp. 260-261. 70 Cfr. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, pp. 10-11; PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, pp. 246 e 261. 71 Cfr. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, pp. 17 ss., 23.

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come del resto il complesso delle testimonianze epigrammatiche relative al navarco, ha un tono non dissimile da quello delle dediche pausaniane72. L’impressione che Lisandro volesse consapevolmente violare, nella celebrazione di se stesso, una tradizione consolidata di identificazione dello Spartiata tipo con la propria città è molto forte e sembra evocare un’altra corrispondenza tra la vicenda del reggente e quella del navarco: con in più una sorta di ulteriore superamento del limite, di ulteriore Ûbrij, che doveva impressionare i contemporanei. Come forse li impressionava il fatto che, come ha notato Bernini73, il tesoro degli Acanti, scelto da Lisandro per dedicarvi la trireme criselefantina di Ciro, era, topograficamente, l’edificio più vicino al tripode delfico celebrativo di Platea, oggetto di uno dei più significativi aspetti del contenzioso tra Pausania e Sparta. d) Consideriamo anche il tema dello stile di vita, contrario alle abitudini dello Spartano tipico, adottato dai nostri personaggi. Ricorda Tucidide (Thuc. I, 95, 7) che gli Spartani, dopo aver assolto Pausania dalle accuse più gravi rivoltegli durante il suo mandato ufficiale nell’Ellesponto, decisero in ogni caso di non rimandarlo come ¥rcwn; dopo aver inviato Dorchide con poche truppe, di fronte al fatto che gli alleati non riconoscevano più agli Spartani l’egemonia stabilirono di non impegnarsi più direttamente: temevano infatti che quelli che uscivano dalla loro patria si corrompessero (foboÚmenoi m¾ sf…sin oƒ ™xiÒntej ce…rouj g…gnwntai), così come era avvenuto per Pausania (Thuc. I, 95, 7).

La preoccupazione per il «diventare peggiori» degli Spartani inviati all’estero investe certamente non solo i comportamenti violenti e ingiusti, ma anche l’adozione di uno stile di vita alieno dalla tradizione spartana: uno stile di vita che Pausania adotta fin dal primo soggiorno nell’Ellesponto, dopo avere avviato trattative con il Re:

72

Cfr. ibi, pp. 18-19. Su Lisandro e i poeti cfr. Plut. Lys. 18, 7-10, con BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, pp. 175 ss.; sul frammento durideo, LANDUCCI GATTINONI, Duride di Samo, pp. 234 ss.; EAD., Duride di Samo e l’imperialismo ateniese, in corso di stampa. 73 Cfr. BERNINI, Tre profezie sul passato melie, p. 28.

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non poteva più vivere nel modo solito dei Greci, ma usciva da Bisanzio vestito con l’abbigliamento proprio dei Medi, e quando marciava attraverso la Tracia era scortato da una guardia di Medi e di Egizi, si faceva imbandire una tavola preparata alla persiana e non poteva più trattenere i suoi sentimenti, ma anche nei minimi fatti mostrava quello che nei suoi piani avrebbe poi fatto più in grande (Thuc. I, 130, 1).

Segue nel testo tucidideo il passo, già ricordato più sopra, sull’altezzosità di Pausania, posta in stretto rapporto con l’adozione di costumi persiani, giacché l’inaccessibilità era una caratteristica delle corti orientali: «era difficile rivolgergli la parola (dusprÒsodÒn te aÙtÕn pare‹ce) e aveva un carattere così aspro (tÍ ÑrgÍ oÙtw calepÍ ™crÁto) che nessuno poteva avvicinarglisi»74. È interessante notare che l’accenno alla tavola «preparata alla persiana» contrasta significativamente con il racconto di Erodoto (IX, 82), che presenta un Pausania campione della frugalità tradizionale: fatto preparare un pranzo alla persiana e uno spartano, Pausania avrebbe convocato i comandanti dei Greci per dire loro: O Greci, per questo vi ho radunati, per mostrarvi la stoltezza del Medo, che avendo un tale tenore di vita (toi»nde d…aitan œcwn) è venuto contro di noi che lo abbiamo tanto misero per togliercelo75.

Al di là della diversa impostazione del racconto erodoteo e tucidideo su Pausania, a me pare che la clamorosa differenza di stile di vita tra il Pausania stratego dei Greci e il Pausania signore di Bisanzio segnali una svolta, che si colloca proprio nel momento della costituzione del dominio ellespontico. Quando poi, tornato privatamente a Bisanzio e cacciatone dagli Ateniesi76, Pausania venne richiamato per la seconda volta, forse nel 471/70, e sottoposto ad un nuovo processo, gli Spartiati, mancando di prove sicure contro di lui, riesumarono il vecchio episodio del tripode come segno di riluttanza ad accettare il proprio ruolo:

74

Cfr. supra, nota 43. Cfr. A. MASARACCHIA, in Erodoto, Le Storie, IX, Milano 1994, p. 197. 76 Cfr. Thuc. I, p. 131: secondo Iust. IX, 1, Pausania vi sarebbe rimasto sette anni. Cfr. infra, pp. 154 ss. 75

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Pure, questi faceva sorgere, per via delle sue illegalità (paranom…a) e della sua imitazione dei barbari (z»lwsij tîn barb£rwn), parecchi sospetti che egli non volesse essere uguale agli altri (m¾ ‡soj boÚlesqai enai to‹j paroàsi). Ed esaminando gli altri lati del suo carattere, se mai, nel suo modo di vivere si fosse scostato dalle abitudini comuni (tîn kaqestètwn nom…mwn), osservarono che una volta sul tripode di Delfi [...] anche allora era parsa evidente l’ingiustizia (¢d…khma) di Pausania (Thuc. I, 132, 1-3).

L’adozione di uno stile di vita ‘diverso’ dalle abitudini tradizionali, ‘illegale’ e ‘barbarico’ sanziona in Tucidide la frattura tra Pausania e la comunità d’origine; e se il quadro erodoteo risulta più problematico, in quanto Pausania appare in Erodoto come un paradigma della Sparta più tradizionale, rigorosamente antipersiana e di abitudini frugali, il tema della Ûbrij gli è comunque già noto. L’adozione, da parte di Lisandro, di uno stile di vita ‘regale’, incompatibile con i nÒmima spartani, è segnalato da Senofonte a proposito della spedizione in Asia di Agesilao (Hell. III, 4, 7-8), ma trova certamente origine nei rapporti stabiliti dal navarco con le città d’Asia Minore all’epoca della guerra ionica: Lisandro era sempre seguito da una gran folla di adulatori e faceva la figura del re, mentre Agesilao quella di un semplice privato. La cosa irritò quest’ultimo [...] ma anche i trenta Spartiati, che ne ebbero un’invidia tale da non riuscire a trattenersi, e protestarono presso Agesilao, dichiarando che Lisandro, col suo tenore di vita più sontuoso di quello del re stava violando le leggi (æj par£noma poio…h LÚsandroj tÁj basile…aj ÑgkhrÒteron di£gwn)77.

La questione ritorna in Plutarco, nella Vita di Lisandro (23, 5; cfr. 9-10):

77

La traduzione è di M. CEVA, in Senofonte, Elleniche, Milano 1996. Per quanto riguarda l’atteggiamento di Senofonte a proposito di Lisandro, esso è giudicato non ostile da W.K. PRENTICE, The Character of Lysander, AJA, 38 (1934), pp. 37-42; contra WESTLAKE, Individuals in Xenophon’s “Hellenica”, pp. 216 ss. B. DUE, Lysander in Xenophon’s Hellenika, C&M, 38 (1987), pp. 53-62, ripropone l’ipotesi di un orientamento favorevole, non espresso direttamente, ma emergente in forma implicita dal contesto.

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Al loro arrivo in Asia, gli abitanti del luogo, non avendo rapporti di familiarità con Agesilao, intrattenevano con lui colloqui assai brevi e sporadici; invece, in seguito ai frequenti incontri avuti con lui in passato, accorrevano alla porta di Lisandro e lo accompagnavano sia gli amici che lo ossequiavano sia quelli che erano guardati con sospetto in quanto lo temevano (Lys. 23, 5).

Si noti l’accorrere dei f…loi «alla porta» (™pˆ qÚraj) di Lisandro: l’espressione è molto significativa, in quanto deriva dal linguaggio ufficiale delle corti orientali ed è usata di solito per identificare le corti persiane (dei satrapi o dei membri della casa reale), alle cui ‘porte’ ci si rivolgeva per richieste di vario genere; un buon esempio è dato dal ricorrere dell’espressione in Xen. Hell. I, 6, 7 e10 e in Plut. Lys. 6, 4 e 8 (cfr. 6, 4, 6) a proposito delle umilianti attese di Callicratida «alla porta» di Ciro78. Lisandro è quindi assimilato ad un sovrano orientale, che intrattiene una vera e propria corte. Nella Vita di Agesilao (7, 1-4), infine, il tema dello stile di vita non consono alla tradizione è trattato anche in rapporto ai modi bruschi e altezzosi di Lisandro, non diversamente da quanto accade per Pausania in Thuc. I, 130, 1, e in netta contrapposizione con il più tradizionale atteggiamento di Agesilao, semplice e affabile79: Quando poi [Agesilao] giunse ad Efeso, subito lo infastidirono fino a diventare insopportabili la grande considerazione e il potere che circondavano Lisandro: la folla si recava davanti alla sua abitazione (™pˆ t¦j qÚraj) in ogni occasione e tutti lo ossequiavano e gli rendevano omaggio, come se Agesilao avesse il comando solo apparentemente, in virtù della legge, ma poi effettivamente Lisandro avesse il potere (kÚrion ¡p£ntwn) e fosse arbitro di tutto e tutto facesse concretamente. Nessuno infatti era più famoso e più temuto di lui tra i comandanti che erano stati inviati in Asia, né alcuno aveva più di lui beneficato gli amici né danneggiato i nemici. Questi fatti erano recenti e la gente se ne ricordava bene; soprattutto, vedendo che Agesilao era schietto, semplice con tutti e affabile (¢felÁ kaˆ litÕn ™n ta‹j Ðmil…aij kaˆ dhmotikÒn), mentre Lisandro manteneva la durezza, la violenza e il parlare brusco di sem78

Cfr. P. KRENTZ, in Xenophon, Hellenika I-II.3.10, Warminster 1989, p. 147; PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, p. 238. 79 Cfr., sul carattere di Agesilao e la tradizione spartana, Plut. Ages. 2, con il commento di D.R. SHIPLEY, A Commentary on Plutarch’s Life of Agesilaus, Oxford 1997, pp. 67 ss.

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pre (sfodrÒthta kaˆ tracÚthta kaˆ braculog…an), in tutto lo adulavano e si rivolgevano solo a lui. Di conseguenza, prima di tutto gli altri Spartiati si risentirono di essere subalterni di Lisandro più che consiglieri del re; poi lo stesso Agesilao, anche se non era invidioso né si adirava per gli onori altrui, ma poiché era molto ambizioso e ricco di spirito d’emulazione, temeva che se le sue azioni gli avessero portato qualche gloria, questa sarebbe spettata a Lisandro a causa della sua fama80.

4. Le impressioni dei contemporanei È molto difficile per noi moderni, di fronte a questa serie di convergenze, sfuggire all’impressione di una profonda affinità fra le vicende personali e storiche di Pausania e di Lisandro: e altrettanto difficile doveva essere per i contemporanei. Che tale affinità sia stata chiaramente percepita trova conferma in una battuta attribuita al re Agide II: Ateneo (XII, 543 c), nel contesto in cui riporta anche FGrHist 115 Theop. F 20, afferma che quasi tutti raccontano che Pausania e Lisandro erano famosi per la loro truf». Per questo Agide disse, a proposito di Lisandro: in lui, Sparta sopporta (fšrei)81 un secondo Pausania.

Secondo Bernini82, il detto di Agide trova la sua vera origine nella constatazione del crescere della potenza e dell’influenza di Lisandro; secondo Bommelaer83, il termine truf» ha carattere più specifico e può indicare l’adozione di costumi persiani o l’altezzosità (due aspetti che comunque, come si è visto, vanno di pari passo tanto nella raffigurazione tucididea di Pausania quanto in quella plutarchea di Lisandro e che, come è stato sottolineato, evocano i comportamenti dei tiranni e dei satrapi sostenuti dalla Persia)84. A me pare, in ogni caso, che la battuta accosti in 80

Come nota SHIPLEY, A Commentary on Plutarch’s Life of Agesilaus, pp. 132-133, la terminologia usata da Plutarco per descrivere gli omaggi a Lisandro (verbi come Øpop…ptw, prosšcw) allude a costumi persiani. 81 Oppure: «ha prodotto». 82 Cfr. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, p. 23. 83 Cfr. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, pp. 32-33. 84 Il concetto di medismo coinvolge infatti aspetti socio-culturali, con il rifiuto dello

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modo significativo i due personaggi prendendone di mira lo stile di vita e le ambizioni personalistiche: bastano a dimostrarlo le parole che Callicratida, in Plut. Lys. 6, 8, rivolge contro coloro che per primi si erano lasciati corrompere dal lusso (™ntrufhqe‹sin) dei barbari e avevano loro insegnato ad essere insolenti per via della loro ricchezza,

parole che sono chiaramente indirizzate contro Lisandro e che, attribuendogli la colpa di truf», intendono deplorare le diverse forme di tralignamento dalla tradizione nazionale ascrivibili al navarco85. Non è privo di interesse anche il fatto che la battuta sia di Agide II, il sovrano euripontide che, secondo la tradizione plutarchea, nel 403 si trovò d’accordo con Pausania II per impedire a Lisandro di diventare kÚrioj di Atene (Plut. Lys. 21, 2; 4; 5-6)86: è chiaro che alcuni dei massimi esponenti della Sparta contemporanea videro Lisandro come un grave pericolo, analogo a quello costituito a suo tempo da Pausania, vuoi per i costumi incongruenti con la tradizione spartana, vuoi per le ambizioni personali, vuoi per la volontà di avviare l’egemonia di Sparta su vie diverse da quelle tradizionali. Un’ulteriore conferma può, forse, trovarsi in Diodoro. Come è noto, la rappresentazione ostile di Lisandro, che ritroviamo in Diodoro e in Plutarco, risale con ogni probabilità ad Eforo: quest’ultimo era infatti certamente sfavorevole a Lisandro, giacché a lui dobbiamo la conservazione della tradizione sui progetti sovversivi del navarco, accusato, in base a carte rinvenute dopo la sua stile di vita greco in favore di quello orientale: cfr. D.F. GRAF, Medism. The Origin and Significance of the Term, JHS, 104 (1984), pp. 15-30, 15. 85 Cfr. BERNINI, Lus£ndrou kaˆ Kallikrat…da sÚgkrisij, 21 ss. Sempre secondo BERNINI, ibi, pp. 22-23, il termine avaritia, usato da Nepote per Lisandro (Lys. IV, 1-2), potrebbe tradurre il concetto di truf». 86 Per le diverse fazioni a Sparta e la posizione di Agide, che sarebbe da distinguere da quella di Pausania II, cfr. Ch.D. HAMILTON, Spartan Politics and Policy, 405-401 B.C., AJPh, 91 (1970), pp. 294-314, 307-308; ID., Sparta’s Bitter Victories. Politics and Diplomacy in the Corinthian War, Ithaca - London 1979, pp. 82 ss.; BOMMELAER, Lisandre de Sparte, pp. 155-156 e 166; cfr. con diversa posizione, E. DAVID, Sparta between Empire and Revolution (404-243 B.C.), New York 1981, pp. 10 ss.; PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Lisandro e di Silla, pp. 250, 269-270.

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morte, di mirare ad una riforma della diarchia spartana (FGrHist 70 FF 205 e 206)87. Tenuto conto di questa ostilità, è interessante notare come Diodoro/Eforo tratta la figura di Pausania il reggente. In xi, 23, 3, Diodoro si limita a segnalare che Pausania fu messo a morte dai concittadini di¦ pleonex…an kaˆ prodos…an, dove il primo termine segnala certamente una eccessiva e inopportuna ambizione di potere. Più analiticamente, in XI, 44 lo storico riprende la vicenda del 478/7: Pausania, inviato come naÚarcoj per liberare le città greche ancora occupate da guarnigioni barbare, conquista Bisanzio e rimanda, attraverso Gongilo di Eretria, i prigionieri persiani illustri a Serse, di cui voleva sposare la figlia per tradire i Greci. Pausania è appoggiato da Artabazo, che gli fornisce segretamente forti somme di denaro con le quali corrompere i Greci. Ma il suo tradimento diviene manifesto: Poiché emulava il lusso persiano (t¾n Persik¾n truf»n) e si comportava in modo tirannico (turannikîj) con i sottoposti, mal lo tolleravano tutti, e soprattutto quelli tra i Greci che erano stati assegnati ad un qualche comando. Perciò mentre essi si riunivano fra di loro nell’esercito, per popoli e per città, e sparlavano della durezza di Pausania (toà Pausan…ou tÁj barÚthtoj katalaloÚntwn), i Peloponnesiaci lo abbandonarono e salparono alla volta del Peloponneso; a Sparta inviarono ambasciatori ad accusare Pausania (Diod. XI, 44, 5)88.

Dopo aver narrato la fine di Pausania e di Temistocle (XI, 45), Diodoro formula su Pausania un giudizio complessivo molto inte87

Cfr. BOMMELAER, Lisandre de Sparte, pp. 39-40; BEARZOT, Spartani ‘ideali’ e Spartani ‘anomali’, p. 23, con altra bibliografia in merito. 88 La traduzione è di I. LABRIOLA, in Diodoro Siculo, Biblioteca storica, libri XI-XV, Palermo 1988. Una visione e una terminologia analoghe si ritrovano, a proposito di Pausania, in Plut. Cim. 6, 1-3: Pausania è accusato di prodos…a, di trattare gli alleati con asprezza e arroganza (tracšwj kaˆ aÙqadîj), di compiere prepotenze insensate (poll¦ di' ™xous…an kaˆ Ôgkon ¢nÒhton Øbr…zontoj), di comportarsi con una durezza e un’alterigia intollerabili (t¾n calepÒthta kaˆ Øperoy…an toà Pausan…ou m¾ fšrontej). Cfr., per le fonti di Plutarco in proposito, L. PICCIRILLI, in Plutarco, Le Vite di Cimone e di Lucullo, Milano 1990, pp. 219 ss. Lo stesso si trova in Plut. Arist. 23, 1-3: Pausania e gli altri comandanti spartani sono severi e duri con gli alleati (™pacqeˆj kaˆ calepoÝj Ôntaj) e il reggente in particolare mostra prepotenza e severità (pleonex…a kaˆ barÚthj), tratta con asprezza i comandanti alleati (met' ÑrgÁj [...] kaˆ tracšwj) e punisce duramente gli inferiori. Al discredito degli Spartani a causa di Pausania allude Aristot. Athen. Polit. 23, 4 (toÝj L£kwnaj diabeblhmšnouj di¦ Pausan…an).

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ressante per noi (XI, 46). Lo storico non vuol lasciare senza condanna la kak…a e la prodos…a di Pausania: Chi non si stupirebbe della sua stoltezza, lui che era stato benefattore della Grecia, aveva vinto la battaglia di Platea, aveva compiuto molte altre lodate imprese, e non salvaguardò minimamente la dignità di cui godeva, ma per amore della ricchezza e del lusso dei Persiani (¢gap»saj tîn Persîn tÕn ploàton kaˆ t¾n truf»n) disonorò tutta la sua antecedente celebrità (t¾n [...] eÙdox…an)? Inorgoglito dai suoi successi89, aborrì il costume di vita spartano (t¾n Lakwnik¾n ¢gwg¾n) e imitò la sfrenatezza e il lusso dei Persiani (t¾n tîn Persîn ¢kolas…an kaˆ truf¾n ™mim»sato), lui che era l’ultimo a dover invidiare le abitudini dei Persiani: non ne era stato informato da altri, ma lui stesso di fatto, per personale esperienza, comprese quanto il regime degli antenati eccellesse in virtù sul lusso dei Persiani (pÒsJ tÁj tîn Persîn trufÁj ¹ p£trioj d…aita prÕj ¢ret¾n dišferen: Diod. XI, 46, 2-3)90.

La visione di Pausania che Diodoro ci offre91 deriva in parte da Tucidide, ma particolari diversi o in più rivelano l’uso di altre fonti: il ricorso ad Eforo, in questo caso specifico, è reso sicuro dalla convergenza tra XI, 54 e FGrHist 70 Eph. F 18992. Ora, è interessante notare che le accuse di barÚthj, di comportamenti ed ambizioni tiranniche, di truf», di imitazione dei barbari ed odio dei costumi patri sono temi usati da Eforo a proposito di Lisandro: e molto significativa, a questo punto, appare la menzione della carica di navarco per Pausania, del tutto assente in Tucidide (il quale definisce il comando pausaniano come strathg…a, come ¹gemon…a e più genericamente come ¢rc», ma mai come navarchia), e il ricordo del denaro fornitogli segretamente da Artabazo per corrompere i Greci, altro particolare 89

Cfr., per Lisandro, Nep. Lys. 1, 3: «hac victoria Lysander elatus». Quest’ultima notazione sembra tener conto del racconto erodoteo in IX, 82. 91 Cfr. Nep. Paus. 3, 1-3, che ripropone una visione analoga: «non enim mores patrios solum, sed etiam cultum vestitumque mutavit. Apparatu regio utebatur, veste Medica; satellites Medi et Aegyptii sequebantur; epulabatur more Persarum luxuriosius quam qui aderant perpeti possent; aditum petentibus conveniundi non dabat, superbe respondebat, crudeliter imperabat». A proposito della crudelitas, si noti che essa è in Nepote una delle caratteristiche di Lisandro: cfr. Lys. II, 1 e IV, 1. 92 In entrambi i passi troviamo la notizia secondo cui Temistocle, informato delle intenzioni di Pausania di tradire la Grecia al Re e sollecitato ad associarsi all’impresa, rifiutò di farlo. 90

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assente in Tucidide e che sembra evocare il rapporto privilegiato di Lisandro con Ciro. Se è vero che Tucidide scriveva di Brasida pensando a Lisandro, d’altra parte l’impressione di una sovrapposizione tra Pausania e Lisandro in Eforo è molto forte: nell’uno e nell’altro lo storico di Cuma sembra condannare l’incapacità di accontentarsi del prestigio ottenuto stando nei limiti imposti dalla tradizione cittadina, di restare fedeli allo stile di vita spartano, di tenere comportamenti atti a generare uno stabile consenso. Si noti che Teopompo, a quanto ne sappiamo, ammirava invece Lisandro sul piano personale per la sua totale indifferenza ai piaceri e al denaro (FGrHist 115 FF 20 e 333): a lui potrebbe risalire la presentazione di Lisandro nel capitolo II della Vita plutarchea, ove il biografo non solo ne sottolinea la crescita in povertà, il coraggio, l’indifferenza ai piaceri (paršscen ˜autÕn [...] kaˆ ¢ndrèdh kaˆ kre…ttona p£shj ¹donÁj: cfr. Theop. F 20, sèfrwn ên kaˆ ¹donîn ¡pasîn kre…ttwn), ma soprattutto lo ritiene, con un giudizio che non manca di sorprendere, «capace di adattarsi più di chiunque altro alle usanze del paese» (eÜtakton [...] prÕj toÝj ™qismoÚj) e sembra con ciò contestare quell’estraneità alle tradizioni spartane che la tradizione eforea invece accreditava93. Da tutto ciò sembra derivare una conferma all’esistenza di un dibattito su Lisandro ‘nuovo Pausania’: se Eforo, sulla linea della tradizione contemporanea di cui si fa portavoce Agide, probabilmente accentuava le somiglianze, Teopompo invece le contestava, presentando un Lisandro indifferente al denaro e ai piaceri e tutt’altro che ansioso di imitare stili di vita estranei. 5. Bisanzio e Sesto: la storia si ripete? Possiamo, allora, tornare al caso di Sesto. Io credo che, stante l’esistenza di un dibattito su Lisandro ‘nuovo Pausania’, sia difficile che i contemporanei non abbiano pensato, di fronte all’occupazione di Sesto e al progetto lisandreo di ripopolarla con i propri 93 Per l’ammirazione di Teopompo per Lisandro cfr. I.A.F. BRUCE, Theopompus, Lysander and the Spartan Empire, AHB, 1 (1987), pp. 1-5; G. SCHEPENS, 'Aret» versus ¹gemon…a. Theopompus on Problems of the Spartan Empire, in Storiografia locale e storiografia universale. Forme di acquisizione del sapere storico nella cultura antica (Atti del Convegno Bologna, 16-18 dicembre 1999), Como 2001, pp. 529-565, 542 ss.; per altri riferimenti bibliografici cfr. BEARZOT, Spartani ‘ideali’ e Spartani ‘anomali’, p. 23.

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uomini, creando una specie di dominio privato, al riproporsi della vicenda di Pausania a Bisanzio. Secondo Tucidide (I, 128, 3 ss.) Pausania, richiamato nella primavera del 477 a Sparta e assolto dalle accuse più gravi, ma non più inviato con incarichi ufficiali, prese un’iniziativa personale: con una nave di Ermione tornò in forma privata („d…v, ¥neu Lakedaimon…wn) nell’Ellesponto e si reinstallò a Bisanzio, dove riprese le sue precedenti pratiche (Thuc. I, 131, 1: toiaàta ™fa…neto poiîn); rimastovi, a quanto pare, per sette anni (Iust. IX, 1), Pausania venne cacciato da Bisanzio dagli Ateniesi e si installò a Colone in Troade; qui, continuando i contatti con i Persiani, venne alfine minacciato di guerra dagli Spartani e richiamato per la seconda volta dagli efori (forse nel 471/70)94. L’iniziativa di Pausania, del tutto personale anche se in un primo momento non avversata apertamente da Sparta, ebbe come esito la creazione di un dominio personale, con una corte di tipo satrapico, che servì come base per ulteriori trattative con il Re: trattative che avrebbero dovuto favorire lo sviluppo, per il reggente esautorato dal comando, di una forma più ampia di potere personale95. Ma il dato più significativo per la nostra prospettiva ci viene da una notizia conservataci da Giustino (IX, 1, 3), che ricorda Pausania come nuovo ecista di Bisanzio («haec urbs condita primo a Pausania, rege Spartanorum, et per septem annos possessa fuit»). Questa notizia, che allude ad una vera e propria rifondazione e illumina in modo significativo la natura del rapporto di Pausania con la città di Bisanzio, suggerisce la possibilità che ci si trovi di fronte ad un precedente della rifondazione brasidea di Anfipoli: ma soprattutto, getta nuova luce sull’impresa sestia di Lisandro, condizionandone certamente la percezione da parte dei contemporanei. Quando Lisandro, presa Sesto, ne scacciò gli abitanti per installarvi i suoi uomini, con una iniziativa autonoma che prefi94

Per i problemi cronologici cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, p. 217. Sul carattere del dominio bizantino di Pausania e sui suoi precedenti (i Pisistratidi al Sigeo, Milziade nel Chersoneso tracico) cfr. BOURRIOT, Pausanias, pp. 13 ss.; NAFISSI, Pausania, il vincitore di Platea, pp. 71 ss. Su Milziade, insediatosi nel Chersoneso con un dominio personale e morto in odore di tradimento, vuoi per la connivenza con i persiani, vuoi per le ambizioni tiranniche, cfr. G. VANOTTI, L’immagine di Milziade nell’elaborazione propagandistica del V e IV sec. a.C., in L’immagine dell’uomo politico: vita pubblica e morale nell’antichità, Milano 1991(CISA, 17), pp. 15-31, 18 ss., con bibliografia. 95

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gurava un dominio personale in una zona strategica, la memoria di Pausania dovette imporsi prepotentemente ai contemporanei, tanto più che nel 405 Lisandro aveva ricevuto da Ciro l’incarico di esigere il tributo dai domini del principe, trasformandosi quasi in un satrapo persiano96. La storia sembrava così ripetersi in modo allarmante: fu forse proprio questo il motivo più profondo che determinò l’immediata sconfessione da parte di Sparta e la prima vera frattura fra il navarco e il governo spartano. È assai probabile, ovviamente, che Lisandro non intendesse affatto evocare l’inquietante precedente di Pausania97: se si deve cercare nel progetto sestio un modello di natura ‘personale’, egli intendeva piuttosto rifarsi, in questo caso specifico come in altri, a quello, vincente e per di più ‘normalizzato’, di Brasida, ecista di Anfipoli e capo militare legato ai suoi uomini da uno stretto rapporto di fiducia, capace di favorirne la promozione sociale. Ma, anche a motivo del complesso dei comportamenti ‘anomali’ del navarco, la presa di Sesto e il tentativo di insediamento coloniale dovettero accentuare l’impressione di un Lisandro ‘nuovo Pausania’, inteso a costruirsi una sorta di dominio personale nella zona strategica degli Stretti, con una iniziativa autonoma, non concordata con il governo centrale, che la storia passata faceva temere foriera di inquietanti sviluppi. Non è un caso che le battute sull’eccezionalità e la pericolosità di Lisandro, che ricordavano come egli fosse un ‘secondo Pausania’ e come la Grecia non potesse sopportare due Lisandri, siano entrambe di parte spartana e testimonino della preoccupazione degli ambienti tradizionalisti nei confronti del navarco e delle sue iniziative98.

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Cfr. Xen. Hell. II, 1, 14; Diod. XIII, 104, 3-4; Plut. Lys. 9, 1. Cfr. in proposito HAMILTON, Lysander, pp. 36-37. Si confronti l’esperienza avviata nel successivo 403 dallo spartano Clearco a Bisanzio (Xen. Anab. I, 1, 9; II, 6, 2-4; Diod. XIV, 12, 2-9). 97 È quindi da ritenere improbabile l’ipotesi di A.S. SCHIEBER, Thucydides and Pausanias, «Athenaeum», 58 (1980), pp. 396-405, secondo cui le lettere contenute nell’excursus tucidideo su Pausania (I, 128-135) sarebbero un falso opera di Lisandro. Tenendo conto della battuta di Agide, è difficile che quest’ultimo, se gli oppositori andavano accreditando un’immagine di lui come ‘secondo Pausania’, avesse interesse a rilanciare, e per di più in senso negativo, la memoria del reggente. 98 Cfr. CH.D. HAMILTON, On the Perils of Extraordinary Honors. The Cases of Lysander and Conon, AncW, 2 (1979), pp. 87-90; BOMMELAER, Lysandre de Sparte, p. 35.

LISANDRO TRA DUE MODELLI

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6. Lisandro tra Pausania e Brasida e il giudizio di Tucidide Un’ultima osservazione nasce dal giudizio espresso da Tucidide in IV, 81, 2-3, dove lo storico sembra quasi valutare Brasida per differentiam sia rispetto a Pausania, sia rispetto a Lisandro: [Brasida] mostrandosi subito giusto e moderato (˜autÕn parascën d…kaion kaˆ mštrion) verso le città, le fece defezionare in gran numero e in parte le prese per tradimento [...] In seguito, dopo gli avvenimenti di Sicilia, la virtù e l’intelligenza (¢ret¾ kaˆ xÚnesij) di Brasida, esperimentata dagli uni e valutata per sentito dire dagli altri, fu soprattutto quello che ispirò agli alleati di Atene il desiderio di volgersi a Sparta. Brasida fu il primo che lasciasse la sua città e sembrasse un uomo onesto sotto ogni punto di vista (kat¦ p£nta ¢gaqÒj), sì da ispirare sicura fiducia che anche gli altri Lacedemoni fossero uguali a lui.

Il rilievo secondo cui la virtù e l’intelligenza99 di Brasida spinsero gli alleati di Atene a volgersi a Sparta sembra evocare, per contrasto, il ben diverso effetto degli opposti comportamenti di Pausania, la cui durezza indusse gli Ioni ad offrire l’egemonia agli Ateniesi100, e di Lisandro, la cui spregiudicatezza alienò ben presto a Sparta le simpatie che si era conquistata nella lotta contro Atene per la «liberazione» della Grecia101; del resto, le qualità che secondo Tucidide Brasida mette in campo nel rapporto con gli alleati (metriÒthj, dikaiosÚnh, praÒthj: cfr. Thuc. IV, 81, 2; 108, 2-3)102 non sono certo attribuibili né a Pausania né a Lisandro, che anzi seguono comportamenti opposti103. Quando poi 99

Cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, II, pp. 271 ss. Come nota cursoriamente CONNOR, Thucydides, p. 130, nota 52; cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, II, p. 270. 101 Cfr. supra, p. 139 e nota 46. 102 L’analoga impressione di una evocazione dei casi di Pausania e di Lisandro si trae da Thuc. I, 77, 6, laddove gli ambasciatori ateniesi dichiarano agli Spartani: «Voi, se, distrutta la nostra potenza, vi toccasse il comando, ben presto perdereste quella simpatia che ora vi si porta per la paura che incutiamo, se è vero che anche adesso avete gli stessi sentimenti che mostraste allora, quando per breve tempo aveste l’egemonia nella lotta contro i Medi. Le vostre abitudini particolari, infatti, sono inconciliabili con quelle degli altri, tanto più che ciascuno di voi fuori della patria non si conforma né a queste abitudini né a quelle di tutto il resto della Grecia». Cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, II, pp. 342-343. 103 A proposito di Brasida e Lisandro, osserva RAWLINGS, The Structure of Thucydides’ 100

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Tucidide sottolinea come Brasida sia stato il primo Spartano a mantenersi ¢gaqÒj fuori dalla sua città, l’allusione alla truf» di Pausania e di Lisandro e al loro tralignamento dai costumi patri per adottare uno stile di vita barbarico sembra farsi patente104. Si è già ricordato come alcuni studiosi moderni abbiano sottolineato il rapporto tra il racconto tucidideo su Brasida e l’esperienza di Lisandro105: io credo, però, che anche l’antecedente pausaniano abbia un ruolo non irrilevante nel giudizio tucidideo. Tale giudizio, nonostante lasci aperte molte incertezze106, sembra proporre Brasida come un modello complesso, che assomma in sé qualità innovative e doti ‘tradizionali’, capacità di iniziativa e assenza di personalismo, disponibilità verso nuove esperienze e fedeltà al costume patrio: certamente «a Spartan not made like other Spartans»107, ma non necessariamente incompatibile con l’immagine tradizionale del cittadino laconico. Forse proprio per segnalare gli aspetti ‘tradizionalisti’ del personaggio Tucidide sembra accostare Brasida ad Archidamo, riconoscendo ad entrambi quella xÚnesij che non è in genere dote ‘spartana’ per eccellenza e prestando loro atteggiamenti analoghi, come il giuramento «per gli dei indigeti» pronunciato da Archidamo a Platea e da Brasida ad Acanto (II, 71, 4 ~ IV, 87, 2)108. Un modello, quello di Brasida, assai più funzionale di altri sul piano propagandistico: ma che a Lisandro non riuscì di riproporre in modo convincente. Tentato da atteggiamenti certo più spregiudicati e personalistici, non impedito, come Brasida, dalla morte precoce di portare avanti la sua visione innovativa dell’egemonia spartana, egli apparve in realtà ai re Agide e Pausania II e all’opinione pubblica spartana contemporanea più tradizionalista un ‘nuovo History, p. 234, che Tucidide intende portare l’attenzione del lettore «more upon the contrasts than the similarities between them». 104 Cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, II, p. 270; cfr. I, pp. 123-124. 105 Cfr. RAWLINGS, The Structure of Thucydides’ History, pp. 234 ss.; BERNINI, Tre profezie sul passato melie, pp. 23-24; HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, II, p. 273. 106 Cfr. WESTLAKE, Individuals in Thucydides, p. 164: «There is [...] something missing in the Thucydidean presentation of Brasidas». 107 HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, II, pp. 60-61. 108 Cfr. HORNBLOWER, A Commentary on Thucydides, I, pp. 359-360; II, p. 283. Sulle analogie fra Archidamo e Brasida in Tucidide cfr. PRANDI, Sintonia e distonia fra Brasida e Sparta, p. 103.

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LISANDRO TRA DUE MODELLI

Pausania’, che Sparta era costretta a sopportare e che, attirando su di lei l’¢dox…a, doveva, come Pausania, essere sconfessato: il che, nel caso di Sesto da cui abbiamo preso le mosse, ma anche in altri casi – penso al richiamo dall’Ellesponto alla fine del 404, all’intervento ad Atene dell’agosto-settembre del 403, al processo che egli subì nell’autunno dello stesso anno –, significativamente avvenne. Diversamente da Pausania, egli seppe però mantenere appoggi in patria e lasciarsi aperta la possibilità di rientrare nei ranghi, conservando, tra alti e bassi, il suo prestigio fino alla morte109: Plutarco, ricordandone l’inquietudine di uomo che «non sopportava il giogo impostogli in patria né tollerava di sottostare agli ordini», la paragona, con un giudizio illuminante, a quella di «un cavallo che dal libero pascolo e dai prati torni alla mangiatoia e venga di nuovo portato al suo solito lavoro» (Plut. Lys. 20, 8)110.

ABSTRACT In Lysander’s Life (14, 3) Plutarch mentions Lysander’s attempt to colonize Sestos by installing there his seamen, after taking the town from the Athenians and expelling its inhabitants. His attempt failed for Spartan opposition. According to Plutarch, on this occasion, for the first time Spartan government didn’t support Lysander who was compelled to abandon his plan. Lysander’s project could not invoke a sure precedent in Spartan history. As it seems, it was a new, personal initiative of ‘imperial’ politics, with the purpose of strengthening the relationship between commander and soldiers, and of making Lysander popular among his fleet’s sailors. Had Lysander any model for his colonial initiative in mind? Or was it only connected with the navarch’s powerful, innovating personality? Lysander’s historical experience can conjure up several models, such as Polycrates the tyrant, Brasidas the general, Pausanias the regent. Pausanias, in particular, seems to resemble Lysander as far as personality, ambitions, care of his public image, and way of life are concerned. Lysander’s contemporaries perceived such striking analogy, as attested in a sentence by king Agis II: according to Athenaeus (XII, 543 c), the king used to say that, with Lisander, Sparta bore ‘a second Pausanias’. It has been stressed that Thucydides’ account on Brasidas seems to be

109 110

Cfr. R.E. SMITH, Lysander and the Spartan Empire, CPh, 43 (1948), pp. 145-156. Cfr. Plut. Ages. 1, 3; MUCCIOLI, in Plutarco, Vite parallele. Lisandro-Silla, p. 206, nota 175.

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influenced by Lysander’s historical experience. In the same way, Diodorus’s account on Pausanias suggests that the image of Lysander influenced the perception of the Spartan regent in the Bibliotheca historica. Diodorus’ main source, Ephorus, seems to blame their analogous intolerance of the limits imposed on individuals by the Spartan tradition, and their refusal of the typical ‘Spartan way of life’. Thus, our sources suggest lively debate on Lysander as a ‘new Pausanias’ which involved historians as Ephorus and Theopompus. According to the fragments, the former probably underlined the similarities between Pausanias and Lysander, as in the contemporary tradition represented by king Agis; the latter denied such similarities by depicting Lysander as indifferent to money and pleasures, and not eager to imitate a foreign way of life. If such debate occurred, then, Lysander’s taking of Sestos to colonize it with his men as a private dominion did probably remind his contemporaries of the shadow of Pausanias’s dominion in Byzantium after the Second Persian War. Lysander did not likely mean to conjure up Pausanias’s alarming precedent; on the contrary, he probably meant to imitate Brasidas who had been Amphipolis’s founder unconditionally trusted by his soldiers, and who, nonetheless, still respected Spartan tradition. However, Lysander’s unconventional behaviour increasingly led to perceiving him as a ‘new Pausanias’, and spread worries about his personal initiatives and their constitutional consequences. Spartan apprehensions are proved by Agis’s sentence and in a similar remark by the Spartan Eteokles who, according to Plutarch (Lys. 19, 5), used to say that «Greece would not have suffered two Lysanders». So, ‘conventional’ Spartans as Agis and Eteokles gave expression to the apprehensions of Spartan conservative political groups about Lysander’s ‘unconventional’ initiatives.

FRANCA LANDUCCI GATTINONI

Sparta dopo Leuttra: storia di una decadenza annunciata1

Nell’ambito di un tema generale legato all’analisi della storia spartana «tra tradizione e innovazione», mi sembra doveroso notare, in primis, che l’argomento da me affrontato, a differenza della grande maggioranza di quelli sviscerati in questa sede, non appare direttamente collegato a un singolo personaggio, capace da solo di coagulare intorno al proprio nome l’interesse della critica: nel mio caso, infatti, le problematiche spartane inerenti ai cambiamenti e alle anomalie verificatisi a partire dalla seconda metà del IV secolo sono insite nella situazione stessa che, in prosieguo di tempo, gli Spartani dovettero affrontare; con una metafora teatrale si potrebbe dire che, scomparso il personaggio capace di svolgere il ruolo di deus ex machina, cioè di abile risolutore di intrecci impossibili, in città resta solo la dura, e spesso amara, fatica della sopravvivenza, in un mondo nel quale altri appaiono ormai i veri protagonisti della storia. D’altra parte, la stessa possibilità di riservare una certa ampiezza cronologica ad un singolo intervento, qual è il mio, sta ad indicare la scarsa considerazione di cui gode questa problematica; nella nostra memoria collettiva, infatti, dal punto di vista evenemenziale, sono ben pochi i fatti salienti della storia greca metropolitana che dopo il 370 videro come protagonisti degli Spartani: gli unici nomi veramente significativi sono quelli di Agide III, che nel 331/30 guidò una sfortunata ribellione contro la Macedonia, e di Agide IV e Cleomene III, i re rivoluzionari della seconda metà del III secolo, che, al di là della loro reale importanza nel contesto dell’epoca, devono la loro fama al fatto di essere stati immortalati

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Tutte le date, salvo diversa indicazione, devono essere considerate a.C.

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da Plutarco in una doppia biografia, in parallelo con quella romana dei ben più famosi fratelli Gracchi2. Per quanto riguarda, invece, il ricordo di Archidamo III e di Cleonimo, esso è legato in maniera indissolubile alle loro «avventure» in Magna Grecia, dove, com’è universalmente noto, si recarono su invito di città della Grecità occidentale, ormai alla disperata ricerca di condottieri che fossero in grado di fronteggiare la pressione dei popoli italici3; in quest’ottica, potremmo citare anche il nome di Pirro, re dell’Epiro, del quale tutti coloro che hanno una buona cultura generale conoscono le imprese in Italia contro i Romani, mentre solo gli antichisti non dimenticano che egli morì nel Peloponneso, nel 272, dopo aver attaccato Sparta, valorosamente difesa dal re Areo I, il cui nome, a mio avviso, non suscita alcuna eco se non tra gli specialisti di storia ellenistica4. Grande attenzione è stata, invece, dedicata alle questioni sociali ed economiche della Sparta tardo-classica e proto-ellenistica, questioni sulle quali i moderni hanno espresso opinioni diverse e, talvolta, inconciliabili tra loro5; a questo proposito, cen2

A questo proposito, cfr. E. GABBA, Studi su Filarco. Le biografie plutarchee di Agide e Cleomene, «Athenaeum», n.s., 35 (1957), pp. 3-55 e 193-239; G. MARASCO, Commento alle biografie plutarchee di Agide e di Cleomene, I-II, Roma 1981-1983; ID., Cleomene III tra rivoluzione e reazione, in questo stesso volume; per una chiara sintesi degli avvenimenti, cfr. P. CARTLEDGE-[A. SPAWFORTH], Hellenistic and Roman Sparta. A Tale of Two Cities, London-New York 1989, pp. 38-58. Sarebbe qui da citare anche il nome di Nabide, il cosiddetto tiranno di Sparta vissuto all’inizio del II secolo, ma la sua azione è in genere molto trascurata nel contesto storico - storiografico dell’epoca, concentrato sulla progressiva invadenza di Roma nel mondo greco (per una prima informazione su Nabide, cfr. J.G.TEXIER, Nabis, Paris 1975; CARTLEDGE-[SPAWFORTH], Hellenistic and Roman Sparta, pp. 59-79; K.W. WELWEI, in DNP, 8, 2000, s.v. Nabis, coll.659-660). 3

Su questi personaggi, cfr., in generale, G. URSO, Taranto e gli xenikoˆ strathgo…, Roma 1998; su Cleonimo in particolare, cfr. L. BRACCESI, L’avventura di Cleonimo (a Venezia prima di Venezia), Padova 1990; M. SORDI, Cleonimo nella laguna veneta. Un frammento di Catone, «Hesperìa», 10, Roma 2000, pp. 255-259 (= EAD., Scritti di Storia greca, Milano 2002, pp. 587-592). 4

Su Areo, cfr. G. MARASCO, Sparta agli inizi dell’età ellenistica: il regno di Areo I (309/8 – 265/4 a.C.), Firenze 1980; CARTLEDGE-[SPAWFORTH], Hellenistic and Roman Sparta, pp. 28-37.

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Per un puntuale status quaestionis, cfr. gli aggiornamenti bibliografici presenti nei numerosi contributi raccolti in S. HODKINSON-A. POWELL (eds.), The Shadow of Sparta, London-New York 1994; IID. (eds.), Sparta: New Perspectives, London 1999; IID. (eds.), Sparta. Beyond the Mirage, London 2002; M.WHITBY (ed.), Sparta, Edinburgh 2002.

SPARTA DOPO LEUTTRA

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trale in tutti gli studi è il problema della drammatica tendenza all’oliganthropia della società spartana, perché esso è considerato il segno e il sigillo della crisi socio-economica che impedì alla città-stato della Laconia di continuare a giocare un ruolo da protagonista nella storia6. Nelle fonti, questo problema dell’oliganthropia è affrontato per la prima volta a livello di riflessione teorica in un passo molto famoso della Politica di Aristotele, dove, con lapidaria icasticità, si afferma che Sparta non sarebbe riuscita a reggere il peso della grande sconfitta subita nella battaglia di Leuttra proprio a causa dell’oliganthropia, che avrebbe minato alle fondamenta la vitalità della polis e che sarebbe stata determinata da un regime di occupazione della terra che favoriva la concentrazione della proprietà fondiaria: in questo quadro di riferimento, all’epoca di Aristotele, gli Spartiati, cioè i cittadini di pieno diritto, si sarebbero ridotti a meno di mille, mentre in età arcaica avrebbero toccato anche le diecimila unità7. La testimonianza del filosofo, che insiste non solo sulla debolezza demografica ormai evidente e conclamata nella società spartana della seconda metà del IV secolo, ma anche sulla catastrofica parabola discendente che l’avrebbe preceduta, è confermata dai molteplici accenni storiografici alla consistenza degli effettivi militari messi in campo da Sparta nelle guerre persiane, 6 Per un approccio generale alla questione, cfr. le ormai classiche sintesi di G.E.M. DE STE. CROIX, The Origins of the Peloponnesian War, London 1972, pp. 331-332; P. CARTLEDGE, Sparta and Lakonia. A Regional History 1300-362 BC, London-New York 2002², pp. 263-272. 7 Cfr. Aristot. Pol. II 1270 a 17-20; 29-38: to‹j perˆ t¾n ¢nwmal…an tÁj kt»sewj ™pitim»seien ¥n tij. to‹j mn g¦r aÙtîn sumbšbhke kektÁsqai poll¾n l…an oÙs…an, to‹j d p£mpan mikr£n: diÒper e„j Ñl…gouj Îken ¹ cèra. [...] toigaroàn dunamšnhj tÁj cèraj cil…ouj ƒppe‹j tršfein kaˆ pentakos…ouj kaˆ Ðpl…taj trismur…ouj, oÙd c…lioi tÕ pl»qoj Ïsan. gšgone d di¦ tîn œrgwn aÙtîn dÁlon Óti faÚlwj aÙto‹j ece t¦ perˆ tÁn t£xin taÚthn: m…an g¦r plhg¾n oÙc Øp»negken ¹ pÒlij, ¢ll’ ¢pèleto di¦ t¾n Ñliganqrwp…an. lšgousi d’æj ™pˆ mn tîn protšrwn basilšwn metšdidosan tÁj polite…aj, ést’ oÙ g…nesqai tÒte Ñliganqrwp…an polemoÚntwn polÝn crÒnon: ka… fasin ena… pote to‹j Sparti£taij kaˆ mur…ouj. Su questo passo, cfr. da ultimo E. SCHÜTRUMPF, Aristotle on Sparta, in HODKINSONPOWELL (eds), The Shadow of Sparta, pp. 323-345, con puntuali aggiornamenti bibliografici; per una riflessione generale sull’attenzione ai problemi demografici nel mondo antico, cfr. L. GALLO, Popolosità e scarsità di popolazione. Contributo allo studio di un topos, ASNP, 3.10.4 (1980), pp. 1233-1270.

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nella guerra del Peloponneso e, infine, nell’ultra decennale confronto con Tebe, tra il 395 e il 371: se Erodoto parla di 8000 Spartiati nel 4808, Tucidide, pur con una complicata parafrasi, sembra indicare in 3500 il numero degli Spartiati nel 4189, mentre per Senofonte gli Spartiati sarebbero stati circa 2500 nel 39410 e al massimo 1500 al momento di Leuttra nel 37111. Dato che Aristotele instaura un collegamento diretto tra oliganthropia e regime della terra nel mondo spartano12, sulla struttura di quest’ultimo si è concentrato l’interesse della critica, che, nel tentativo di mettere a fuoco le cause «genetiche» della oliganthropia medesima, non ha raggiunto risultati univoci e si è divisa sull’interpretazione e la considerazione delle fonti che della cosiddetta land tenure spartana si occupano13. Come è stato di recente sintetizzato14, per lungo tempo è stata maggioritaria «la tesi di un sistema fondiario egualitario rigidamente controllato dallo stato e fondato sul principio dell’indivisibilità dei lotti di terra», tesi fondata essenzialmente su una breve riflessione di Polibio15 e su una più ampia descrizione plutarchea della parte della costituzione di Licurgo relativa al tÁj gÁj 8

Cfr. Hdt. VII 234, 2; questa cifra sembra confermata dai successivi riferimenti erodotei agli effettivi spartani del 479 (cfr. Hdt. IX 10,1; 11, 3; 28, 2; 29, 1). 9 Cfr. Thuc. V 68. 10 Cfr. Xen. Hell. IV 2, 16. 11 Cfr. Xen. Hell. VI 1, 1; 4, 15 e 17; sui problemi demografici nella Sparta del dopo Leuttra, a causa delle perdite subite, cfr. anche Diod. XV 63, 1. 12 Per testo del passo in questione di Aristotele, cfr. supra, nota 7. 13 A questo proposito, mi sembra paradigmatico il confronto tra le riflessioni, assolutamente contemporanee, di D.M. MACDOWELL, Spartan Law, Edinburgh 1986, pp. 89110 (Landholding and Inheritance), e di S. HODKINSON, Land Tenure and Inheritance in Classical Sparta, CQ, 36 (1986), pp. 378-406, riflessioni che arrivano a conclusioni diametralmente opposte, per quanto riguarda sia il regime della terra, sia la storicità della cosiddetta rhetra di Epitadeo, storicità confermata dal MacDowell e negata dallo Hodkinson. Come sottolinea quest’ultimo (p. 378), conservano ancora intatta la loro validità le parole di F.W. WALBANK, A Historical Commentary on Polybius, I, Oxford 1957, p. 728, il quale afferma che «the problem of Spartan land tenure is one of the most vexed in the obscure field of Spartan institutions». 14 Cfr. M. LUPI, L’ordine delle generazioni. Classi di età e costumi matrimoniali nell’antica Sparta, Bari 2000, pp. 139-142. 15 Polyb. VI 45, 3: tÁj mn d¾ Lakedaimon…wn polite…aj †dion e„na… fasi prîton mn t¦ perˆ t¦j ™gga…ouj kt»seij, ïn oÙdenˆ mštesti ple‹on, ¢ll¦ p£ntaj toÝj pol…taj ‡son œcein de‹ tÁj politikÁj cèraj.

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¢nadasmÒj16, poiché entrambi questi passi sottolineano non solo l’originaria tendenza all’uguaglianza all’interno di Sparta, ma anche la sostanziale «artificiosità» della land tenure cittadina, che ci viene descritta come una costruzione statalistica fondata su un presupposto teorico, a prescindere dallo status quo preesistente. Ma la situazione della Sparta post-classica, segnata da forti diseguaglianze nella proprietà della terra, fotografava una realtà in totale contraddizione con il principio «licurgico» di indivisibilità ed eguaglianza dei lotti di terra, principio che, per poter essere affermato, doveva essere stato incardinato in un quadro giuridico che, in materia di successione, prevedesse l’unicità dell’erede. Per sanare questa aporia sono stati utilizzati altri due passi di Plutarco17, contenuti, rispettivamente, nella biografia di Licurgo, dove si accenna alle decisioni del legislatore in merito all’assegnazione dei lotti di terra ai neonati, e in quella di Agide e di Cleomene, i re rivoluzionari della seconda metà del III secolo, dove il problema della land tenure spartana è messo in collegamento con le riforme introdotte da un eforo Epitadeo, aliter ignotus. In primo luogo, infatti, il collegamento tra questi passi sembra autorizzare la teoria dell’originaria univocità del rapporto tra

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Plut. Lyc. 8, 1-7: 1. deÚteron d tîn LukoÚrgou politeum£twn kaˆ neanikètaton Ð tÁj gÁj ¢nadasmÒj ™sti. [...] 3. [...] (Lukoàrgoj) sunšpeise t¾n cèran ¤pasan e„j mšson qšntaj ™x ¢rcÁj ¥nad£sasqai ka… zÁn met’ ¢ll»lwn ¤pantaj Ðmale‹j kaˆ „sokl»rouj to‹j b…oij genomšnouj, tÕ d prwte‹on ¢retÍ metiÒntaj, [...] 5. ™p£gwn d tù lÒgJ tÕ œrgon, œneime t¾n m ¥llhn to‹j perio…koij Lakwnik¾n trismur…ouj kl»rouj, t¾n d e„j tÕ ¥stu t¾n Sp£rthn sunteloàsan ™nakiscil…ouj: tosoàtoi g¦r ™gšnonto klÁroi Spartiatîn. Dato che nel paragrafo 6 Plutarco, riferendosi in forma anonima agli autori che ne sarebbero responsabili, riporta altre due versioni storiografiche di questa suddivisione dei klÁroi degli Spartiati, versioni che, comunque, non mutano il totale di novemila lotti, si è molto discusso su questa tripartizione della tradizione; a questo proposito, cfr. l’analisi di L. Piccirilli, in L. PICCIRILLI - M. MANFREDINI (a cura di), Plutarco, Le Vite di Licurgo e di Numa, Milano 1980, pp. 246-249, il quale sembra accettare l’ipotesi di G. MARASCO, La leggenda di Polidoro e la redistribuzione di terre di Licurgo nella propaganda spartana del III secolo, «Prometheus», 4 (1978), pp. 115-127, sulla attribuzione ad Ermippo di Smirne della paternità di tutta la discussione plutarchea; a questa conclusione si richiama anche HODKINSON, Land Tenure and Inheritance in Classical Sparta, p. 382 e nota 18 (su Ermippo di Smirne cfr. ora J. BOLLANSÉE, Hermippos of Smyrna and His Biographical Writings: a Reappraisal, Leuven 1999 [Studia Hellenistica, 35], dove, però, non ci sono riferimenti al passo in questione di Plutarco). 17 Cfr. Plut. Lyc. 16, 1-2; Agis 5, 1-3.

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padre e primogenito, senza alcuna considerazione degli eventuali cadetti, poiché nella Vita di Licurgo si parla di assegnazione al neonato di un (intero) klÁroj, tra quelli fissati, ab origine, dal legislatore, mentre nella Vita di Agide e Cleomene si afferma esplicitamente che il klÁroj passava dal padre al figlio, che è indicato con un singolare che non lascia adito a dubbi sull’esclusione dei fratelli minori dalla successione paterna. In secondo luogo, poi, la citazione, nel passo in questione della biografia di Agide, della riforma costituzionale operata dall’eforo Epitadeo, in un momento databile all’incirca (= scedÒn) all’inizio dell’egemonia spartana, mettendo in evidenza le profonde discrasie che essa avrebbe causato al sistema, imputa proprio a questa riforma il collasso socio – economico della città peloponnesiaca, che è già descritto nella Politica di Aristotele e che, nell’ottica più tradizionalista, si sarebbe potuto evitare con una maggiore fedeltà alle antiche regole licurgiche18. Di contro a quanto si è appena detto, riscuote oggi molto credito una opposta interpretazione della struttura del regime della terra spartano, che nega l’esistenza, a questo riguardo, di una impostazione egualitaria e statalista nella costituzione ancestrale, ammettendo contestualmente sia una tipologia privatistica dei beni fondiari, che avrebbero costituito un okoj molto simile a quelli presenti nel resto del mondo greco, sia una piena divisibilità, ab origine, dei beni ereditari, arrivando a negare addirittura la storicità della figura di Epitadeo; la crisi spartana sarebbe dunque stata il frutto naturale delle regole «licurgiche», che, ammettendo una progressiva parcellizzazione dei lotti di terra, avrebbero provocato un altrettanto progressivo aumento del numero dei cittadini privati dei pieni diritti, perché non più in possesso del

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Per l’esistenza a Sparta di un diritto di successione fondato sul maggiorascato e non sulla divisibilità dell’eredità e per l’importanza della rhetra di Epitadeo nel precipitare della crisi spartana, cfr. D. ASHERI, Sulla legge di Epitadeo, «Athenaeum», n.s., 39 (1961), pp. 45-68; J. CHRISTIEN, La loi d’Épitadeus: un aspect de l’histoire économique et sociale de Sparte, RD, 52 (1974), pp. 197-221; G. MARASCO, La retra di Epitadeo e la situazione sociale di Sparta nel IV secolo, AC, 49 (1980), pp. 131-145; E. DAVID, Sparta between Empire and Revolution (404-243 BC). Internal Problems and Their Impact on Contemporary Greek Consciousness, New York 1981, pp. 46-50; T.J. FIGUEIRA, Mess Contributions and Subsistence at Sparta, TAPhA, 114 (1984), pp. 87-109; MACDOWELL, Spartan Law , pp. 89-110.

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censo sufficiente, e, di conseguenza, avrebbero favorito una forte concentrazione della proprietà19. Questa interpretazione è fondata non solo sulla piena valorizzazione della testimonianza di Aristotele, che insiste con forza sulle sperequazioni economiche che sarebbero state alla base della diminuzione del numero degli Spartiati e che, almeno esplicitamente, non accenna affatto a riforme intervenute in prosieguo di tempo a mutare il sistema più arcaico20, ma anche sul fatto che nelle fonti di V e IV non ci sono indicazioni relative ad un regime della terra spartano di matrice egualitaria e statalista, indicazioni che compaiono solo nelle fonti posteriori ai tentativi rivoluzionari di Agide IV e di Cleomene III, alla propaganda dei quali dovrebbe dunque essere imputata l’idea di una Sparta egualitaria per volontà di Licurgo, propaganda storiograficamente immortalata da Filarco, fonte filo-spartana delle Vite di Agide e Cleomene di Plutarco21. 19 Di questa tesi è oggi portabandiera S. Hodkinson, che l’ha sviluppata in una lunga serie di contributi, a partire da HODKINSON, Land Tenure and Inheritance in Classical Sparta, pp. 378-406, fino alla recente monografia che tutti li riassume: ID., Property and Wealth in Classical Sparta, London 2000. Anteriore, in origine, alla riflessione dello Hodkinson, ma poi con lui convergente, CARTLEDGE, Sparta and Lakonia, pp. 138-152; cfr. anche ID., Agesilaos and the Crisis of Sparta, Baltimore 1987, pp. 167-169. Alla posizione dello Hodkinson si riferiscono esplicitamente, tra gli altri, E. SCHÜTRUMPF, The Rhetra of Epitadeus: a Platonist’s Fiction, GRBS, 28 (1987), pp. 441-457 (cfr. anche ID., Aristotle on Sparta, pp. 323-345); M. NAFISSI, La nascita del kosmos. Studi sulla storia e la società di Sparta, Perugia 1991, pp. 102-108; N.R.E. FISHER, Sparta Re(de)valued: Some Athenian Public Attitudes to Sparta between Leuctra and the Lamian War, in Aristotle on Sparta, in HODKINSON-POWELL (eds.), The Shadow of Sparta, pp. 347-400; e, pur con qualche distinguo, soprattutto a favore della storicità della rhetra di Epitadeo (cfr. infra), LUPI, L’ordine delle generazioni, pp. 139-165. 20 Cfr. Aristot. Pol. II 1270 a 1-b 7; di particolare interesse mi sembra 1270 b 5-7, a proposito della divisibilità ereditaria del patrimonio paterno: ka…toi fanerÕn Óti pollîn (sc. uƒîn) ginomšnwn, tÁj d cwraj oÛtw dihÄ rhmšnhj, ¢nagka‹on polloÝj g…nesqai pšnhtaj. A puro titolo di esemplificazione, è da notare che Diod. XI 50, 1, già a proposito del dibattito politico a Sparta subito dopo le guerre persiane, accenna alle aspirazioni «crematistiche» di molti giovani Spartiati. 21 Cfr., a questo proposito, i riferimenti presenti in HODKINSON, Land Tenure and Inheritance in Classical Sparta, p. 383 e note 25-26; per un elenco delle fonti che, essendo posteriori all’esperienza dei re rivoluzionari e alla storiografia filo-rivoluzionaria di Filarco, attribuiscono a Licurgo misure egualitarie, cfr. PICCIRILLI-[MANFREDINI] (a cura), Plutarco, Le Vite di Licurgo e di Numa, Milano 1980, p. 246, il quale accenna, anche se non in maniera esaustiva, alle indicazioni di altre fonti precedenti, indicazioni che sembrano ignorare il cosiddetto egualitarismo di Licurgo in materia di organizzazione della proprietà fondiaria.

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Di fronte a questa divaricazione della critica, il Lupi22 ha di recente tentato una interessante conciliazione delle due posizioni, sottolineando, giustamente, che nell’interpretazione del sistema fondiario spartano è da evitare ogni aprioristica rigidità: «una cosa è rifiutare l’ipotesi dell’erede singolo, altra è ritenere che ad ogni generazione avvenisse inevitabilmente la divisione egualitaria dei beni paterni tra tutti i figli»23, anche perché la scarsità delle nostre fonti, ridotte a veri e propri lacerti di informazione, ci costringe a una ricostruzione faticosa ed incerta che non può avere nessuna pretesa di esaustività. Nella tesi di Lupi24 mi sembra importante soprattutto la rilettura di un frammento di Eraclide Lembo, l’epitomatore delle Costituzioni di Aristotele, nel quale, a proposito dell’alienabilità della terra a Sparta, si legge che in linea di principio era considerato vergognoso vendere la terra, ma era invece proibito vendere il lotto di terra indicato come la cosiddetta ¢rca…a mo‹ra25, espressione che è stata in genere interpretata dai moderni in riferimento ai lotti di terra iniziali, nati da una distribuzione iniziale, collegata con uno dei grandi eventi della Sparta più arcaica26.

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LUPI, L’ordine delle generazioni, pp. 139-165. Ibi, p. 159. 24 Cfr. in particolare ibi, pp. 139-165; la tesi in questione dello studioso italiano è ora ribadita in ID., L’archaia moira. Osservazioni sul regime fondiario spartano a partire da un libro recente, «Incidenza dell’Antico», 1 (2003), pp. 151-172. 25 Heraclid. Lemb. Exc. Pol. 373.12, ed. Dilts: pwle‹n d gÁn Lakedaimon…oij a„scrÕn nenÒmistai. tÁj ¢rca…aj mo…raj oÙd œxesti. Secondo LUPI, L’ordine delle generazioni, p. 159, l’espressione, ¢rca…a mo‹ra, usata da Eraclide ritorna, quasi alla lettera, in un passo, purtroppo lacunoso (e, dunque, di non chiara interpretazione), degli Instituta laconica di Plutarco, nel quale sembra essere ribadita la non liceità della vendita della porzione di terra «stabilita dall’inizio» (¢rcÁqen) (cfr. Plut. Inst. Lac. 22 [Mor. 238 e-f]). 26 Se molti studiosi hanno identificato la ¢rca…a mo‹ra con i lotti di terra della Laconia distribuiti tra gli Spartiati che avevano partecipato all’invasione dorica (cfr. e.g. L. PARETI, Storia di Sparta arcaica, I, Firenze 1917, pp. 197-199; V. EHRENBERG, Spartiaten und Lakedaimonier, «Hermes», 59 [1924], pp. 22-72 [= ID., Polis und imperium. Beiträge zur alten Geschichte, Zurich 1965, pp. 161-201]; CARTLEDGE, Sparta and Lakonia, pp. 143-145), altri hanno pensato anche ai lotti che, distribuiti sia in origine sia all’epoca delle guerre messeniche, costituivano il patrimonio più antico in mano alle singole famiglie, in contrapposizione con terre di più recente acquisizione (cfr. A.H.M. JONES, Sparta, Oxford 1967, p. 43; U. COZZOLI, Proprietà fondiaria ed esercito nello Stato spartano dell’età classica, Roma 1979, p. 8). Lo Hodkinson, invece, se nel 1986 23

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Secondo lo studioso italiano, sarebbe, invece, ipotizzabile che l’inizio di cui si parla nel frammento di Eraclide non si riferisca affatto ad un momento iniziale della storia di Sparta, ma al momento iniziale della partecipazione alla vita della città da parte dei proprietari di questi particolari lotti di terra; nella Vita di Licurgo, infatti, Plutarco ci ricorda che dei neonati spartani, tutti obbligatoriamente sottoposti, da parte degli anziani della tribù, a uno scrutinio, che ne valutava la robustezza, venivano accettati nella comunità cittadina solo coloro che ™x ¢rcÁj (= fin dall’inizio) apparivano in buona salute e a questi era assegnato un lotto di terra27. Proprio questo lotto di terra potrebbe, dunque, essere la ¢rca…a mo‹ra citata da Eraclide e corrispondere a una parte predeterminata del patrimonio paterno, sufficiente, con la sua rendita, a «garantire» in futuro al neo-Spartiata i prodotti per quella compartecipazione economica ai sissitia, che, come ci conferma esplicitamente Aristotele, era dirimente per il riconoscimento dei pieni diritti politici28. (cfr. HODKINSON, Land Tenure and Inheritance in Classical Sparta, p. 382) sospendeva il giudizio, ritenendo troppo scarse le informazioni in nostro possesso, più di recente (cfr. ID., Property and Wealth in Classical Sparta, pp. 85-89), sulla base di due studi pubblicati nel corso degli anni Novanta del secolo scorso (cfr. S.LINK, Landverteilung und sozialer Frieden im archaischen Griechenland, [«Historia» Einzelschriften, 69], Stuttgart 1991, pp. 92-96; J.F. LAZENBY, The Archaia Moira: A Suggestion, CQ, 45 (1995), pp. 8791), ipotizza che la notizia sull’archaia moira non dipenda da una tradizione aristotelica, ma risalga alla propaganda legata ai re rivoluzionari del III secolo, e che essa consista non in un lotto di terra, ma nei prodotti agricoli che, come un tributo, ogni ilota doveva versare allo Spartiate proprietario del terreno lavorato dall’ilota stesso (contra, LUPI, L’ archaia moira, pp. 151-172, che, nel ribadire la tesi già presentata in ID., L’ordine delle generazioni, pp. 159-165, evidenzia le obiezioni alle quali, a suo avviso, si presta la tesi più recente dello Hodkinson). 27 Plut. Lyc. 16, 1-2: tîn fuletîn oƒ presbÚtatoi katamaqÒntej tÕ paid£rion, e„ mn eÙpagj e‡h kaˆ ·wmalšon, tršfein ™kšleuon, klÁron aÙtù tîn ™nakiscil…wn prosne…mantej e„ d’ ¢gennj kaˆ ¥morfon, ¢pšpempon e„j t¦j legomšnaj ’Apoqštaj, par¦ tÕ Taägeton baraqrèdh tÒpon, æj oÜt’ aÙtù zÁn ¥meinon ×n oÜte tÍ pÒlei tÕ m¾ kalîj eÙqÝj ™x ¢rcÁj prÕj eÙex…an kaˆ r`èmhn pefukÒj. Il riferimento ai «novemila» lotti, all’interno di una notizia di matrice molto arcaica, come provano i riferimenti sia alla lšsch sia agli anziani delle tribù, sembra essere un’aggiunta di Plutarco, in diretto collegamento con la notizia sui «novemila» lotti distribuiti da Licurgo, notizia già riferita dal biografo a 8, 5 (cfr. supra, p. 165, nota 16), come aveva già ipotizzato COZZOLI, Proprietà fondiaria ed esercito, p. 23, e riconferma ora LUPI, L’ordine delle generazioni, p. 159. 28 Cfr. Aristot. Pol. II 1271 a 27 - 38 (cfr. anche 1272 a 14-16 per un rapido richiamo della questione, in confronto alla diversa organizzazione cretese).

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Ma se questo lotto iniziale era così importante, in quanto la sua assegnazione, anche se teorica, segnava, di fatto e di diritto, l’ingresso ufficiale dei neonati nella comunità degli Spartiati, potremmo forse ipotizzare, da un lato, che esso costituisse, per così dire, la «legittima» ereditaria di ciascun figlio, e, dall’altro, che il resto del patrimonio paterno, non coinvolto nella cerimonia alla lesche della tribù, non solo potesse essere, almeno in parte, dato in dote alle eventuali figlie femmine, che, sempre secondo Aristotele29, godevano a Sparta di notevoli diritti di proprietà30, ma anche lasciato dal padre a uno soltanto dei figli maschi. Pur riconoscendo che a questo proposito la tradizione non offre informazioni esplicite, mi sembra innegabile che in un’ottica di questo tipo risultino molto più comprensibili sia gli accenni delle fonti anteriori ad Aristotele alle sperequazioni economiche già riscontrabili a Sparta prima della metà del IV secolo31, sia i riferimenti, ricchi di rimpianti, delle fonti più tarde all’egualitarismo spartano di matrice licurghea32. Se l’esistenza di un lotto iniziale «garantito» ad ogni figlio legittimava il richiamo ad una antica uguaglianza tra gli Spartiati nella suddivisione della terra, richiamo fortemente amplificato, per motivi propagandistici, dai re rivoluzionari della seconda metà del III secolo, la realtà di una ampia divisibilità del patrimonio paterno, nel suo insieme, tra tutti gli eredi (maschi e femmine che fossero, vista la notevole aspettativa dotale di queste ultime) rende ragione delle considerazioni di Aristotele sulla concentrazione in poche mani delle proprietà fondiarie spartane nella sua epoca, poiché ammette la 29

Cfr. Aristot. Pol. II 1270 a 24-32. Sulla situazione giuridica delle donne spartane, cfr. le ancora fondamentali osservazioni di HODKINSON, Land Tenure and Inheritance in Classical Sparta, pp. 394-404, oltre ai più recenti studi di M.H. DETTENHOFER, Die Frauen von Sparta: gesellschaftliche Position und politische Relevanz, «Klio», 75 (1993), pp. 61-75; L. THOMMEN, Spartanische Frauen, MH, 56 (1999), pp. 129-149; E. MILLENDER, Athenian Ideology and the Empowered Spartan Woman, in HODKINSON-POWELL (eds.), Sparta: New Perspectives, pp. 355-359. 31 Cfr. per es., Hdt. VII 134, 2, che sottolinea i diversi livelli di benessere goduti dagli Spartiati; Xen. Lak. Pol. 1, 9, che accenna esplicitamente alla possibile divisione dei cr»mata; Xen. Ages. 4, 5, che ricorda i beni distribuiti da Agesilao, dopo l’ascesa al trono, ai parenti di sua madre, che erano in gravi difficoltà economiche (a questo proposito, cfr. anche Plut. Ages.4,1, che dal passo parallelo di Senofonte interamente dipende). 32 Cfr. Polyb. VI 45, 3 (cfr. supra, nota 15); Plut. Lyc. 8,1-7 (cfr. supra, nota 16). 30

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possibilità di un progressivo processo di accumulo per alcuni e di depauperamento per altri. Non è, infatti, da escludere che coloro ai quali, una volta divenuti adulti, fosse rimasto solo il lotto iniziale loro assegnato alla nascita, non fossero poi in grado di garantire a tutti i figli una porzione di terra sufficiente ad assicurare loro il diritto di partecipare ai sissitia, così che questi rischiavano di perdere il pieno godimento della cittadinanza, andando ad ingrossare le fila dei cosiddetti Øpome…onej33, mentre i fortunati eredi di patrimoni più consistenti acquisivano posizioni di predominio economico che li facilitavano nell’aumentare sempre di più le loro ricchezze, approfittando delle difficoltà altrui. In questo quadro, mi sembra condivisibile l’ipotesi di Lupi34 che vede nella rhetra di Epitadeo, citata solo da Plutarco, nella Vita di Agide 35, non una semplice invenzione propagandistica dei re rivoluzionari della seconda metà del III secolo, ma una reale disposizione legislativa, di poco posteriore alla fine della guerra del Peloponneso, che avrebbe autorizzato l’alienazione, per donazione e/o testamento, del lotto iniziale, provocando così la definitiva eliminazione di ogni garanzia a priori per la salvaguardia dei requisiti economici necessari al mantenimento della cittadinanza: grazie a questa rhetra, infatti, gli Spartiati in difficoltà avrebbero potuto offrire come garanzia ad eventuali creditori questo loro lotto iniziale, fino a quel momento intoccabile, ricevendo così un beneficio immediato, ma riducendosi di fatto a nullatenenti, per sempre emarginati dal numero degli Ðmo‹oi36. 33 Il titolo di Øpome…onej, riferito agli Spartiati «declassati», è attestato solo in Xen. Hell. III 3, 6, inserito nell’elenco di coloro che, secondo Senofonte, Cinadone, il cospiratore spartano degli inizi del IV secolo, confidava che avrebbero partecipato alla congiura da lui ordita perché odiavano così tanto gli Spartiati da desiderare di mangiarli crudi (sulla congiura di Cinadone, cfr. E. DAVID, The Conspiracy of Cinadon, «Athenaeum», n.s. 57 [1979], pp. 239-259; R. VATTUONE, Problemi spartani: la congiura di Cinadone, RSA, 12 [1982], pp. 19-52; F. SARTORI, Il “pragma” di Cinadone, in Stuttgarter Kolloquium zur historischen Geographie des Altertums. 2, 1984 und 3, 1987, Bonn 1991, pp. 487-514; J.F. LAZENBY, The Conspiracy of Kinadon Reconsidered, «Athenaeum», n.s., 85 [1997], pp. 437-447). 34 LUPI, L’ordine delle generazioni, pp. 162-165. 35 Plut. Agis 5, 1-3 (cfr. supra, p. 165). 36 Per una indicazione della rhetra di Epitadeo come disposizione che favoriva la cessione della terra in pagamento di debiti pregressi, cfr. soprattutto ASHERI, Sulla legge

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Sic stantibus rebus, dunque, pur con tutta la cautela dovuta all’aspetto speculativo di questa teoria, credo sia possibile concludere che, per quanto riguarda la situazione socio-economica di Sparta all’epoca di Leuttra, le fonti sembrano autorizzare l’ipotesi di una oliganthropia degli Spartiati non solo per un fenomeno strettamente demografico, cioè per un saldo negativo tra natalità e mortalità, ma anche per un fenomeno più marcatamente economico, dovuto al progressivo «declassamento» di molti membri di quest’ordine sociale, per l’impossibilità di mantenersi ai sissitia, cioè agli standards minimi di benessere necessari per il godimento della cittadinanza37. Naturalmente la situazione socio-economica precipitò dopo la sconfitta spartana nella battaglia di Leuttra, quando, secondo Plutarco38, ben due cospirazioni furono ordite in città, per attentare all’ordine costituito, in una delle quali furono sicuramente coinvolti degli Spartiati, fatti massacrare da Agesilao senza pro-

di Epitadeo, pp. 45-68. Per un sommario elenco degli studi che sottolineano la storicità e l’importanza di questo provvedimento legislativo, cfr. supra, nota 18. Negano, invece, addirittura la storicità della figura di Epitadeo, coloro che, come lo Hodkinson, ritengono che il regime della terra spartano fosse improntato a una totale forma privatistica fin dall’epoca più arcaica; per un sommario elenco degli studi orientati in questa direzione, cfr. supra, nota 19, tenendo conto che le osservazioni fondamentali sono comunque quelle di HODKINSON, Land Tenure and Inheritance in Classical Sparta, pp. 378-406. A proposito della storicità della figura di Epitadeo, ha certamente ragione LUPI, L’ordine delle generazioni, p. 163, lì dove afferma che «trattandosi di un eforo del quarto secolo, nessuna tradizione (sc. legata ai re rivoluzionari della seconda metà del III secolo) poteva permettersi di operare di pura invenzione perché la notizia poteva essere facilmente smentita attraverso un controllo documentario». 37 A un fenomeno quasi unicamente economico pensa, di fatto, lo Hodkinson, che ora ribadisce la sua posizione nella recente monografia che riassume tutti i suoi precedenti lavori: HODKINSON, Property and Wealth in Classical Sparta; diversa invece la conclusione di LUPI, L’ordine delle generazioni, pp. 159-162, che, convinto dell’esistenza di un rigido controllo centralizzato delle politiche familiari che arrivava a scoraggiare la fecondità naturale, è costretto ad ammettere una forte denatalità, anche se, a mio avviso, questo è, almeno in parte, in contraddizione con quanto egli stesso dice a proposito dei molti «declassati» a causa della divisibilità dei patrimoni. 38 Plut. Ages. 32, 6-12; se Senofonte ignora questi avvenimenti sia nelle Elleniche che nell’Agesilao, Cornelio Nepote (Ages. 6, 2) e Polieno (II 1,14) accennano solo alla prima delle due congiure. Per la seconda, dunque, Plutarco è la nostra unica fonte (cfr. in questo senso il commento di D.R. SHIPLEY, A Commentary on Plutarch’s Life of Agesilaos. Response to Sources in the Presentation of Character, Oxford 1997, pp. 345-349).

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cesso39, mentre all’altra parteciparono «uomini malvagi e perversi», che, in numero di circa duecento, si asserragliarono nella località fortificata di Issorium, dove furono eliminati con l’inganno dallo stesso re40. Se già nel 399 tra i congiurati al seguito di Cinadone erano presenti Spartiati «declassati» al ruolo di Øpome…onej41, tra i quali sembra si potesse annoverare anche l’ideatore stesso della congiura42, è certo ipotizzabile che, all’epoca di Leuttra, gli Ûpouloi kaˆ ponhro… (= uomini falsi e malvagi), le cui macchinazioni, nel testo plutarcheo, sono esplicitamente distinte dalle diserzioni di perieci ed iloti43, siano da identificare con alcuni degli Øpome…onej, ormai emarginati di fatto e di diritto dalla vita di Sparta e ansiosi di «ribaltare» una situazione che si era fatta per loro insostenibile44. Ma dal punto di vista socio-economico, dopo Leuttra, Sparta subì contraccolpi ancora più gravi a causa della ribellione degli iloti messeni, che, nel giro di due anni, con l’aiuto di Epaminonda, conquistarono una piena autonomia, simboleggiata, anche dal 39 Plut. Ages. 32, 11-12: ¢pškteinen oân kaˆ toÚtouj met¦ tîn ™fÒrwn bouleus£menoj Ð ’Aghs…laoj ¢kr…touj, oÙdenÕj d…ca d…khj teqanatwmšnou prÒteron Spartiatîn. 40 Plut. Ages. 32, 6-7; a proposito della natura e della condizioni di questi congiurati, a 32, 6, si legge: ™n d Lakeda…moni tîn p£lai tinj ØpoÚlwn kaˆ ponhrîn æj diakÒsioi sustrafšntej katšlabon tÕ ’Issèrion, oâ tÕ tÁj ’Artšmidoj ƒerÒn ™stin, eÙerkÁ kaˆ dusekb…ston tÒpon. 41 Cfr. Xen. Hell. III 3, 6, dove è stilato l’elenco dei partecipanti alla congiura, tra i quali sono inseriti anche gli Øpome…onej. 42 Sulla congiura di Cinadone, cfr. DAVID, The Conspiracy of Cinadon, pp. 239-259; VATTUONE, Problemi spartani: la congiura di Cinadone, pp. 19-52; SARTORI, Il «pragma» di Cinadone, pp. 487-514; LAZENBY, The Conspiracy of Kinadon Reconsidered, pp. 437-447. Per una diversa interpretazione di questa congiura, cfr. ora A. LUTHER, Die cwl¾ basile…a des Agesilaos, AHB, 14 (2000), pp. 120-129, il quale ritiene che alla base dell’episodio ci fosse una manovra di Lisandro e di Agesilao a sostegno della contrastata candidatura al trono di quest’ultimo. 43 Cfr., a questo proposito, Plut. Ages. 32, 12, dove si nominano i perieci e gli iloti che passarono dalla parte dei Tebani ormai già penetrati in Laconia. 44 Su queste due congiure, cfr. E. DAVID, Revolutionary Agitation in Sparta after Leuctra, «Athenaeum» n.s., 58 (1980), pp. 299-308; CH.D. HAMILTON, Social Tensions in Classical Sparta, «Ktema», 12 (1987), pp. 31-41, in particolare 39-41 (cfr. anche ID., Agesilaus and the Failure of Spartan Hegemony, Ithaca-London 1991, pp. 227-229); anche SHIPLEY, A Commentary on Plutarch’s Life of Agesilaos, pp. 345-349, pensa alla possibile presenza di Øpome…onej tra i cospiratori, riferendosi, in particolare, alla prima delle due congiure.

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punto di vista urbanistico, dalla fondazione, ai piedi della rocca di Itome, della città di Messene, circondata da una grandiosa cinta di mura, i cui resti ancora oggi testimoniano l’orgoglio dei Messeni per la libertà ritrovata dopo più di trecento anni di servaggio45. La perdita di gran parte della Messenia segnò, infatti, per Sparta la perdita di un territorio vasto e fertile, i cui proprietari, tutti appartenenti alla casta degli Spartiati46, si trovarono di colpo spossessati di un patrimonio che doveva costituire la loro principale fonte di reddito: anche se nessuna fonte antica accenna in maniera esplicita al problema di questi nuovi poveri, molti dei quali dovettero essere bruscamente ridotti al rango di Øpome…onej per l’impossibilità di mantenersi ai sissitia, proprio a questo vulnus socio-economico potrebbe essere imputato il pertinace rifiuto delle autorità spartane di riconoscere in via ufficiale l’indipendenza della Messenia di fronte al resto del mondo greco, che invece l’aveva pienamente accettata, rifiuto che condannò Sparta a una sorta di auto-emarginazione nella diplomazia della Grecità, tanto che essa non fu tra i firmatari della pace comune siglata dopo la battaglia di Mantinea del 362, perché tra di loro era compresa anche la Messenia e l’accettarla come partner in un trattato avrebbe significato, per Sparta, un formale riconoscimento di questa realtà statale47. L’ipotesi che il numero degli Øpome…onej a Sparta fosse aumentato in maniera considerevole con la perdita della Messenia mi 45

Sulla ribellione degli iloti messeni, cfr. Xen. Hell. VII 2, 2; Ages. 2, 24. Sulla fondazione di Itome, cfr. invece, Diod. XV 66, 1 e 6; Plut. Ages. 34, 1; Pelop. 24, 9; Paus. IV 26, 5-27. Per una analisi degli avvenimenti, cfr. CARTLEDGE, Sparta and Lakonia, pp. 252-259; una semplice ripresa della parte narrativa in ID., Agesilaos, pp. 382-392. Per una riflessione sulla riscoperta delle tradizioni messeniche dopo la fondazione di Itome, cfr. M.L. ZUNINO, Hiera Messeniaka, Udine 1997; sull’origine dell’ilotia, cfr. ora N. LURAGHI, Helotic Slavery Reconsidered, in HODKINSON - POWELL ( eds.), Sparta. Beyond the Mirage, pp. 227-248. 46 Sulla distribuzione tra gli Spartiati delle terre della Messenia appena conquistata in età arcaica, cfr. D. ASHERI, La diaspora e il ritorno dei Messeni, in Tria corda. Scritti in onore di A. Momigliano, Como 1983, pp. 27-42; NAFISSI, La nascita del kosmos, pp. 99-108. 47 Sulla pace stipulata tra i Greci dopo la battaglia di Mantinea, cfr. Diod. XV 89, 1-3; Polyb. IV 33, 8-10; Plut. Ages. 35, 3-4, dove è esplicito l’accenno al rifiuto di Sparta di accettare la presenza della Messenia al tavolo delle trattative; accenno già reso esplicito al momento della fondazione della città di Messene, come leggiamo in Xen. Hell. VII 1, 27; 4, 9; Isoc. VI 11-33; Plut. Ages. 34, 1-2.

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sembra confermata, anche se non in maniera esplicita, da alcune notizie che le fonti, sia biografiche che storiografiche, riferiscono agli ultimi anni di vita del re Agesilao, descritto di fatto come un comandante di ventura che, su incarico della sua città, avrebbe intrapreso campagne militari all’estero e, segnatamente, in Egitto in cambio di una ricompensa venale48. A proposito delle ultime imprese di questo monarca spartano, Senofonte, nell’encomiastico Agesilao a lui dedicato, per non gettare ombra alcuna sul personaggio, non fa nessun accenno esplicito alla problematica del mercenariato, ma si limita a ricordare, con grande pudore, la decisione del sovrano di procurare denaro alla città, che ne aveva urgente bisogno49, e conclude il racconto dell’avventura egiziana dello Spartano semplicemente affermando che questi, «avendo ricevuto molto denaro, fece vela verso la patria, benché fosse ormai pieno inverno»50. Plutarco, invece, con un tono implacabilmente ostile ad Agesilao, afferma senza infingimenti che egli, assetato di ricchezze, suscitò grande indignazione tra i Greci perché mise «la sua persona al servizio di un barbaro ribelle al suo re e vendette il suo nome e la sua reputazione per denaro, agendo in qualità di mercenario e di comandante di mercenari»51; il biografo di Cheronea, inoltre, sembra dare per scontato il pieno accordo tra il sovrano e l’establishment istituzionale, visto che sottolinea la presenza di ben trenta consiglieri Spartiati al seguito del re, mentre non offre nessun elemento per identificare i numerosi mercenari da lui reclutati grazie al denaro inviato dall’egiziano Taco52. 48 Cfr. a questo proposito le osservazioni acute e puntuali di CARTLEDGE, Agesilaos, pp. 325-330, e il quadro più generale di HAMILTON, Agesilaus and the Failure of Spartan Hegemony, pp. 230-240 e 253-257. 49 Xen. Ages. 2, 25. Per un commento ai singoli passi di questa opera senofontea, cfr. E. LUPPINO MANES, L’Agesilao di Seonfonte tra commiato ed encomio, Milano 1991, ad loca. 50 Xen. Ages. 2, 31 (la traduzione nel testo è di LUPPINO MANES, L’Agesilao di Senofonte, p. 77): (’Aghs…laoj) cr»mata poll¦ proslabën oÛtwj ¢pople‹ o‡kade ka…per mšsou ceimînoj Ôntoj. 51 Plut. Ages. 36, 2 (per un commento all’intero cap. 36 della biografia di Plutarco, cfr. SHIPLEY, A Commentary on Plutarch’s Life of Agesilaos, pp. 375-383): oÙ g¦r ºx…ou ¥ndra tÁj ‘Ell£doj ¥riston kekrimšnon, kaˆ dÒxhj ™mpeplhkÒta t¾n o„koumšnhn, ¢post£tV basilšwj ¢nqrèpJ barb£rJ crÁsai tÕ sîma, kaˆ toÜnoma kaˆ t¾n dÒxan ¢podÒsqai crhm£twn, œrga misqofÒrou kaˆ xenagoà diaprattÒmenon. 52 Plut. Ages. 36, 6: Óqen ¢qro…saj misqofÒrouj ¢f’ ïn Ð Tacëj aÙtù crhm£twn œpemye,

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Più equilibrata la posizione di Diodoro, il quale, in una narrazione di esemplare sobrietà, ci informa non solo che la spedizione di Agesilao in Egitto era di matrice ufficiale (mentre l’ateniese Cabria era presente in forma strettamente privata, su invito diretto dell’autoproclamato sovrano egiziano), ma anche che erano stati inviati con lui mille opliti53, che furono certo pagati anch’essi come mercenari dagli Egiziani e che potrebbero essere identificati, almeno in parte, come membri di quella, ormai numerosa, classe di nuovi poveri, composta da Spartiati, già cittadini per diritto di nascita, ma ridotti al rango di Øpome…onej perché erano ormai senza proprietà fondiaria, a causa della perdita del controllo spartano sulla Messenia. Gli studiosi moderni54, però, pur sottolineando il carattere mercenario dell’ingaggio di Agesilao in Egitto, evitano di approfondire la questione dell’identità di questi opliti che accompagnarono il re di Sparta, preferendo in genere mettere in evidenza le problematiche legate più strettamente alle vicende personali di Agesilao stesso, dato anche il carattere biografico di gran parte della tradizione; solo il Cartledge55 accenna, in via cursoria, alla possibilità che tra i mille opliti inviati ufficialmente da Sparta al seguito del sovrano potessero esserci «some déclassé (sic) Spartans deprived of full citizenship by the loss of their klaroi in liberated Messenia», ma anch’egli appare più interessato alle azioni del re che ai problemi sociali della città.

kaˆ plo‹a plhrèsaj ¢n»cqh, tri£konta sumboÚlouj œcwn meq’ ˜autoà Sparti£taj æj prÒteron. Il riferimento finale æj prÒteron è alla partenza di Agesilao per l’Asia, subito dopo la sua ascesa al trono, in vista della liberazione della Grecità d’Asia, quando il re, secondo Plut. Ages. 6, 4, prese con sé trenta Spartiati come comandanti e consiglieri; data l’assoluta ufficialità di quella missione asiatica, la presenza dichiarata, e quindi certo non a carattere di mera amicizia personale, di altrettanti Spartiati nella spedizione in Egitto rafforza l’ipotesi di un accordo organizzativo tra il sovrano e gli altri organi istituzionali spartani, forse in risposta ad una esplicita richiesta del ribelle egiziano, richiesta probabilmente resa ancora più interessante dal contestuale invio di una forte somma di denaro. 53 Diod. XV 92, 2-3 (per un commento a questo passo diodoreo, cfr. P.J. STYLIANOU, A Historical Commentary on Diodorus Siculus Book 15, Oxford 1998, ad locum). 54 Cfr., tra le opere più recenti, CARTLEDGE, Agesilaos, pp. 325-330; HAMILTON, Agesilaus and the Failure of Spartan Hegemony, pp. 253-257; LUPPINO MANES, L’Agesilao di Senofonte, ad locum; SHIPLEY, A Commentary on Plutarch’s Life of Agesilaos, pp. 375-383. 55 CARTLEDGE, Agesilaos, p. 328.

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A mio avviso, però, il fatto che solo dopo la perdita della Messenia le fonti parlino esplicitamente, per la prima volta, di un re di Sparta come di un condottiero di ventura, recatosi all’estero, con un suo contingente di uomini, per mettersi al servizio di uno straniero, in cambio di un ingaggio, autorizza l’ipotesi che dopo il 369/8 si fosse aperta in città una profonda crisi socio-economica e che Agesilao abbia pensato di risolverla, almeno parzialmente, con un servizio mercenario che, da un lato, avrebbe procurato un «impiego» immediato per gli uomini arruolati per la spedizione e, dall’altro, con il recupero di una notevole somma finale, avrebbe dato nuovo respiro alle esauste finanze di Sparta, in attesa di quella auspicata riconquista della Messenia che, come abbiamo già accennato56, era nei voti della cittadinanza. Appare del tutto coerente con la situazione che abbiamo fin qui delineato anche l’atteggiamento che al figlio di Agesilao, Archidamo III, attribuisce Isocrate, nell’omonima orazione che, secondo l’Ateniese, sarebbe stata pronunciata a Sparta, di fronte all’apella, nel 366, durante la conferenza diplomatica che discuteva sulla stipula di una nuova pace comune, orazione tutta incentrata sulla illegittimità dell’indipendenza della Messenia e così in sintonia con il comune sentire degli Spartani da ottenere il voto contrario dell’assemblea a ogni ipotesi di compromesso57: più che la sconfitta di Leuttra fu, dunque, la perdita dei territori messeni che costituì il vero punto di svolta della storia spartana del IV secolo, innescando una crisi sociale che spinse Agesilao, nonostante la sua ormai veneranda età, a «reinventarsi» capitano di ventura per monetizzare le abilità belliche dei suoi concittadini declassati. Le difficoltà causate a Sparta dalla nuova situazione creatasi in Messenia furono poi amplificate anche dalla contestuale fondazione della città di Megalopoli, in Arcadia, attraverso un ampio sinecismo nella regione58, città che rispondeva a uno dei punti 56

Cfr. supra, p. 174. Cfr. Isoc. VI passim, per una puntuale elencazione, da parte di Archidamo, delle ragioni di Sparta (e dei torti subiti) a proposito della Messenia; sulla questione, cfr. CH. D. HAMILTON, The Early Career of Archidamus, ECM, 26 (1982), pp. 5-20; CARTLEDGE, Agesilaos, pp. 401-402. 58 Per la fondazione di Megalopoli, cfr. in particolare, oltre alla sintetica notizia di Diod. XV 72, 4, e al dettagliato racconto di Paus. VIII 27, 1-8, la raccolta di fonti in M. MOGGI (a cura di), I sinecismi interstatali greci, Pisa 1976, n. 45, pp. 293-324.

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fermi della politica di Epaminonda, il quale, come afferma giustamente il Moggi59, dopo il 371 aveva in mente «un disegno antispartano che mirava a circondare la Laconia con una serie di grossi centri che impedissero, per il futuro, una ripresa dell’espansionismo di Sparta nel Peloponneso»60. I tentativi di Archidamo di restituire a Sparta, almeno in parte, i territori perduti furono alla lunga definitivamente frustrati dalla discesa in campo di Filippo II di Macedonia, il quale, durante e dopo la terza Guerra Sacra, si fece sempre più coinvolgere nelle vicende non solo della Grecia centrale, ma anche del Peloponneso, proseguendo nella politica di lento accerchiamento di Sparta già iniziata da Tebe, politica che raggiunse il suo culmine intorno al 343 quando, grazie anche alla cosiddetta Geldpolitik macedone61, Argo, Messene e Megalopoli si allearono ufficialmente con lui e anche l’amicizia con l’Elide fu definitivamente perduta per Sparta62. In questa difficile situazione deve essere inserita anche la spedizione occidentale di Archidamo, sulla quale siamo informati in maniera molto sommaria da fonti che o non sono interessate a contestualizzare gli avvenimenti in una narrazione coerente dell’intera vicenda o ci sono purtroppo giunte in frammenti63; unica, 59

MOGGI (a cura di), I sinecismi interstatali greci, p. 314; della stessa opinione anche CARTLEDGE-[SPAWFORTH], Hellenistic and Roman Sparta, pp. 3-15. 60 In questa politica anti-spartana di Epaminonda, oltre alla fondazione di Messene e di Megalopoli e all’appoggio a Tegea e Argo, da sempre ostili a Sparta, va inquadrato anche il nuovo sinecismo di Mantinea, che fu attuato dopo il diecismo imposto nel 385 dalla città lacone, in nome del principio dell’autonomia delle singole comunità, sancito dalla pace del re del 386 (cfr. a questo proposito, le fonti raccolte in MOGGI [a cura di], I sinecismi interstatali greci, n. 24, pp. 140-156, per il primo sinecismo e il successivo diecismo di Mantinea, n. 40, pp. 251-256, per il secondo sinecismo della città). 61 A questo proposito, cfr. da ultimo CARTLEDGE-[SPAWFORTH], Hellenistic and Roman Sparta, p. 13; sui rapporti tra Archidamo e Filippo II, cfr. CH.D. HAMILTON, Philip II and Archidamus, in W.L. ADAMS - E.N. BORZA (eds.), Philip II, Alexander the Great and the Macedonian Heritage, Washington DC 1982, pp. 61-83; per un’analisi delle vicende della terza Guerra Sacra e di quelle immediatamente successive da un punto di vista Macedone, cfr. la sintesi di J.R. ELLIS, Philip II and Macedonian Imperialism, London 1976, pp. 158-159, e il dettagliato racconto di J. BUCKLER, Philip II and the Sacred War, Leiden 1989, pp. 85-99. 62 Cfr. Demosth. 18, 295; Polyb. XVIII 14. 63 Per la tradizione frammentaria, cfr. Theopomp. in FGrHist 115 F 232; per uno scarso interesse ad un racconto contestualizzato, cfr. Strabo. VI 3, 4 (C 280); Plut. Agis 3, 3; Cam. 19,9; Paus. III 10, 5; VI 4, 9.

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parziale, eccezione un passo di Diodoro, che si occupa con una certa ampiezza della questione nella ricapitolazione del destino dei mercenari responsabili del saccheggio di Delfi durante la terza Guerra Sacra, poiché una parte di loro fu anche al seguito di Archidamo64. Senza entrare in una minuta analisi delle problematiche cronologiche della spedizione di Archidamo65, è importante notare che il passo di Diodoro appare pienamente consonante, spesso anche dal punto di vista lessicale, con il frammento del libro LII delle Filippiche di Teopompo nel quale si accenna alla vicenda66: in entrambi i testi, infatti, non solo è citato l’arrivo a Sparta di una ambasceria tarantina, ma sono messe in evidenza l’immediatezza della reazione spartana e la velocità dei preparativi di Archidamo per portare aiuto a Taranto, sulla base di una reciproca alleanza, che solo Diodoro sembra giustificare in nome dell’antica suggšneia tra le due città67. Teopompo, da parte sua, sottolinea in particolare il desiderio di Archidamo di allontanarsi dalla patria, perché, ¢post¦j tÁj patr…ou dia…thj, sunhq…sqh xenikîj kaˆ malakîj e, di’ ¢kras…an, era ansioso di andarsene68; questa stessa motivazione riecheggia anche in Diodoro, a proposito, però, non dell’impresa di Archidamo, ma di altre due spedizioni in Occidente di Spartani di lignaggio reale, quella di Acrotato del 314 e quella di Cleonimo nell’ultimo decennio del IV secolo: entrambi, infatti, sono accusati di aver abbandonato i costumi aviti e di aver agito in modo non conforme alla tradizione69. Nei passi in questione, inoltre, sia 64

Cfr. Diod. XVI 62, 4 - 63, 2; sulla matrice demofilea di questo passo di Diodoro, cfr. le riflessioni presenti in M. SORDI (a cura di), Diodori Siculi, Bibliothecae Liber XVI, Firenze 1969, pp. XXII- XXX; ora riprese da URSO, Taranto e gli xenikoˆ strathgo…, pp. 16-17. 65 A questo proposito, cfr. URSO, Taranto e gli xenikoˆ strathgo…, pp. 11-22. 66 Cfr. Diod. XVI 62, 4 - 63, 2, e Theopomp. in FGrHist 115 F 232. 67 Sull’origine dei legami tra Sparta e Taranto, cfr. M. NAFISSI, From Sparta to Taras: Nomina, ktiseis and Relationship between Colony and Mother City, in HODKINSON-POWELL (eds.), Sparta: New Perspectives, pp. 245-272. 68 Theopomp. in FGrHist 115 F 232: ’Arc…damoj Ð L£kwn ¢post¦j tÁj patr…ou dia…thj sunhq…sqh xenikîj kaˆ malakîj: diÒper oÙk ºdÚnato tÕn o‡koi b…on Øpomšnein, ¢ll’ ™spoÚdazen a„eˆ di’ ¢kras…an œxw diatr…bein. 69 Cfr. Diod. XIX 71, 3, dove, a proposito di Acrotato, si legge: t¾n p£trion d…aitan metšbalen kaˆ ta‹j ¹dona‹j ™netrÚfhsen oÛtwj ¢selgîj éste Pšrshn enai doke‹n kaˆ oÙ Sparti£thn.

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Teopompo che Diodoro tendono a sottolineare, con espressioni similari, la truf» dei tre spartani coinvolti, nel corso della seconda metà del IV secolo, in avventure occidentali, sulla base di quel topos storiografico, tipico dell’Ellenismo, che fa della decadenza morale una delle caratteristiche principali delle élites post-classiche70. A me sembra, però, che in questi stessi passi affiori, in maniera più o meno esplicita, la percezione che la «novità» negativa di questi personaggi fosse proprio la volontà di allontanarsi, anche fisicamente, dalla patria, nell’ottica di una trasferta militare che non è più strettamente inquadrata nel sistema difensivo di Sparta, ma si collega all’interesse per la xen…a, con tutta l’ambiguità di cui questo concetto è portatore nel IV secolo, quando il termine xšnoj, oltre a indicare lo straniero, entra nel lessico della guerra con il significato di mercenario71. Se, infatti, di Archidamo Teopompo sottolinea la xen…a del comportamento72, di Acrotato Diodoro dice che accettò l’invito dei Sicelioti xenikÁj ¹gemon…aj ™piqumîn73, mentre nella descrizione dei preparativi di Cleonimo è ormai esplicito l’accenno al suo ruolo di comandante di ventura, dal momento che all’inizio del passo in questione si afferma che lo Spartano, ™pˆ Tain£rJ tÁj

Cfr., poi, Diod. XX 104, 4, dove, a proposito di Cleonimo, si legge: ¢poqšmenoj [...] t¾n Lakwnik¾n ™sqÁta dietšlei trufîn. 70 Sul topos della truf», cfr. oltre all’ormai classico articolo di A. PASSERINI, La truf» nella storiografia ellenistica, SIFC, n.s., 11 (1934), pp. 35-56, gli studi più recenti di C. TALAMO, Pitagora e la truf», RIFC, 115 (1987), pp. 385-404, e S. STELLUTO, Il motivo della truf» in Filarco, in I. GALLO (a cura di), Seconda Miscellanea Filologica, Napoli 1995, pp. 47-84. Cfr. anche le riflessioni di URSO, Taranto e gli xenikoˆ strathgo…, pp. 15-16. 71 A questo proposito, cfr. ora F. LANDUCCI GATTINONI, I mercenari e l’ideologia della guerra, in Il pensiero sulla guerra nel mondo antico, Milano 2001 (CISA, 27), pp. 65-85, con riferimenti all’ampia bibliografia precedente. Per una recente analisi delle caratteristiche del mercenariato arcaico e classico, cfr. M. BETTALLI, I mercenari nel mondo greco. I. Dalle origini alla fine del V sec. a. C., Pisa 1995; per una breve sintesi della storia globale del mercenariato cfr. S. YALICHEV, Mercenaries of Ancient World, Constable-London 1997, anche se restano ancora fondamentali le due classiche monografie degli anni Trenta del secolo scorso: H.W. PARKE, Greek Mercenary Soldiers from the earliest Times to the Battle of Ipsus, Oxford 1933; G.T. GRIFFITH, The Mercenaries of the Hellenistic World, London 1935. 72 Theopomp. in FGrHist 115 F 232 (per il testo, cfr. supra, p. 179 e nota 68). 73 Diod. XIX 70, 6: (Acrotato) di¦ taàta d¾ xenikÁj ¹gemon…aj ™piqumîn ¢smšnwj Øp»kouse to‹j ’Akragant…noij.

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LakwnikÁj xenolog»saj stratiètaj pentakiscil…ouj, suntÒmwj katšpleusen e„j T£ranta74. Sic stantibus rebus, sono, a mio avviso, del tutto condivisibili le opinioni dello Ellis e del Cartledge75, che, a proposito, rispettivamente, di Archidamo e di Acrotato, mettono in rilievo gli interessi «mercenari» delle loro avventure occidentali, anche se, come nel caso di Agesilao, i due studiosi anglosassoni sono attenti più a indagare le motivazioni personali di ogni singolo personaggio che a riflettere sui loro eventuali rapporti con la realtà sociale degli Øpome…onej spartani76. Tra l’attivismo bellico extra-metropolitano dei due sovrani Euripontidi, Agesilao e Archidamo, e quello, più tardo, dei due Agiadi, Acrotato e Cleonimo, figli di quel Cleomene II che regnò, senza lasciare traccia di sé, dal 370 al 30977, si situa la diversa esperienza di Agide III, figlio di Archidamo e nipote di Agesilao, la cui sfortunata lotta contro Antipatro, plenipotenziario di Alessandro in Europa, è, insieme alla guerra lamiaca, uno degli episodi più famosi della resistenza greca alla egemonia della Macedonia, stabilitasi definitivamente sulla Grecia dopo la battaglia di Cheronea e la fondazione della Lega di Corinto. Agide III salì al trono dopo la morte del padre, che, secondo Diodoro78, avvenne in una battaglia combattuta nello stesso giorno della battaglia di Cheronea; anche se questo perfetto sincronismo ha suscitato sospetti tra i moderni79, la sostanziale contem74 Diod. XX 104, 2; sull’importanza del promontorio del Tenaro, odierno Capo Matapan, per il reclutamento di mercenari nell’ultimo quarto del IV secolo, cfr. F. LANDUCCI GATTINONI, Il ruolo dei mercenari nella nascita dei regni ellenistici, in Guerra e diritto nel mondo greco e romano, Milano 2002 (CISA, 28), pp. 123-139, in particolare 127-129. 75 Cfr. ELLIS, Philip II and Macedonian Imperialism, p. 203; CARTLEDGE-[SPAWFORTH], Hellenistic and Roman Sparta, p. 27. 76 Cfr. supra, p. 176 e nota 54. 77 Sulla personalità, assolutamente insignificante, di Cleomene II, cfr. CARTLEDGE[SPAWFORTH], Hellenistic and Roman Sparta, p. 16, con puntuali riferimenti alla poca bibliografia precedente. 78 Diod. XVI 88, 3-4; secondo Plut. Agis 3, 3, Archidamo sarebbe stato ucciso in combattimento dai Messapi in una località, Mandorio, generalmente identificata con l’odierna Manduria. 79 A questo proposito, cfr., ad esempio, i dubbi di CARTLEDGE-[SPAWFORTH], Hellenistic and Roman Sparta, p. 14, dubbi, invece, quasi totalmente assenti in HAMILTON, Philip II and Archidamus, p. 80, che accetta i dati della tradizione diodorea.

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poraneità tra i due avvenimenti è indubbia e l’assenza di Archidamo dalla Grecia nel momento in cui Atene organizzò la sua coalizione anti-macedone dovette certo influire pesantemente sulla decisione di Sparta di rimanere neutrale nella contesa: è stato, infatti, più volte sottolineato80 che il giovane Agide, lasciato come reggente dal padre, non poteva avere l’autorevolezza necessaria a convincere l’establishment cittadino a partecipare a una impresa militare gravida di incognite. Ma dopo la battaglia di Cheronea, Agide, appena salito al trono, si trovò a fronteggiare pesanti richieste da parte di Filippo, che pretendeva di imporre agli Spartani una serie di rettifiche territoriali a favore dei più ostili tra i popoli con loro confinanti (Messeni, Argivi e Arcadi di Megalopoli); di fronte alla sua resistenza, il Macedone invase la Laconia e impose con la forza gli aggiustamenti di confine già proposti per via diplomatica81. Per questo, Sparta fu l’unico stato greco che non aderì né alla pace comune che fu siglata nel Congresso di Corinto convocato da Filippo nell’estate del 33782, né alla cosiddetta Lega di Corinto fondata contestualmente alla stipula della pace in vista della spedizione contro la Persia83: al momento della morte di Filippo II, dunque, Sparta, chiusa in un completo isolazionismo, osservò da spettatrice non solo l’ascesa al trono del giovane Alessandro, ma 80

Cfr. E. BADIAN, Agis III, «Hermes», 95 (1967), pp. 170-192, in particolare 171-172, le cui conclusioni sono riprese e condivise da HAMILTON, Philip II and Archidamus, p. 81. 81 Su questa invasione della Laconia, ignorata dalla oratoria ateniese contemporanea agli avvenimenti, la tradizione più antica è quella di Polibio (IX 28, 6; 33, 8-11) che in flash-back descrive la situazione del Peloponneso dopo Cheronea, tradizione poi ripresa da fonti più tarde di matrice erudita (cfr., in particolare, Plut. Apophtheg. Lacon. 16[Mor. 216b]; Apophtheg. Lacon. 53[Mor. 235a-b]; Paus. III 24, 6; V 4, 9); per un’analisi dei provvedimenti di Filippo, cfr. C. ROEBUCK, The Settlement of Philip II in 338 B.C., CPh, 43 (1948), pp. 73-92; HAMILTON, Philip II and Archidamus, pp. 81-83; M. JEHNE, Koine eirene. Untersuchungen zu den Befriedungs- und Stabilisierungsbemühungen in der griechischen Poliswelt des 4. Jahrhunderts v.Chr., Stuttgart 1994 («Hermes» Einzelschriften, Heft 63), pp. 146-148. 82 Cfr. Diod. XVI 89,1. 83 Per l’esclusione di Sparta dalla pace e dall’alleanza militare, cfr. Iust. IX 5, 3; Plut. Inst. Lacon. 42 (Mor. 240a-b); per una recente ricapitolazione degli avvenimenti, cfr. JEHNE, Koine eirene, pp. 152-154 e in particolare nota 3, dove si pone il problema, di fatto irrisolvibile a causa del silenzio delle fonti, se Sparta, presente a Corinto, abbia rifiutato di firmare i trattati lì preparati, o se si sia rifiutata a priori di presenziare al Congresso.

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anche la sua fulminea vittoria sul tentativo insurrezionale di Tebe, la sua conferma come «egemone» della Lega di Corinto e l’inizio della guerra «panellenica» contro l’Impero Persiano84. In stridente contrasto con questo ripiegamento di Sparta su se stessa appare la cosiddetta rivolta di Agide85, che in genere viene presentata dai moderni come un tentativo, miseramente fallito, della città lacone di rovesciare l’egemonia macedone in Grecia, tentativo talvolta descritto addirittura come una vera e propria follia, priva di reali prospettive perché perseguita anche dopo che la vittoria di Alessandro ad Isso aveva tolto ai Persiani la possibilità di mantenere il controllo, almeno parziale, dello scacchiere strategico dell’Egeo86. In effetti, su questi avvenimenti l’unica problematica ampiamente discussa dalla critica è quella relativa alla cronologia, che è controversa a causa di pesanti aporie presenti nelle fonti storiografiche, visto che Curzio Rufo87 data la battaglia di Megalopoli, che vide la sconfitta e la morte di Agide, prima di Gaugamela, cioè prima dell’autunno del 331, mentre Diodoro e Giustino88 rovesciano l’ordine di queste battaglie, posticipando di qualche tempo la scomparsa del re spartano; per quanto riguarda, invece, la pubblicistica ateniese contemporanea, è da notare che

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Per una breve sintesi, cfr. CARTLEDGE-[SPAWFORTH], Hellenistic and Roman Sparta, pp. 18-20. L’assenza di Sparta dalla Lega di Corinto fu esplicitamente notata da Alessandro dopo la battaglia del Granico, quando, inviando ad Atene trecento panoplie persiane come trofeo della vittoria, vi fece incidere un’iscrizione i cui dedicanti erano Alessandro medesimo e tutti i Greci, tranne i Lacedemoni (cfr. Arr. Anab. I 16, 7; Plut. Alex. 16, 17-18). 85 Per quanto riguarda la tradizione storiografica antica su questa guerra, cfr. Diod. XVII 62-63; Iust. XII 1, 4-11; Curt. VI 1, 1-21; riferimenti contemporanei, in Aesch. III 165 e in Dein. I 34; in Arriano ci sono solo accenni alle notizie che sulla guerra giunsero ad Alessandro (cfr. Arr. Anab. III 6, 3; 16, 9-10). 86 Cfr. a questo proposito le parole di DE STE. CROIX, The Origins of the Peloponnesian War, pp. 376-378, che, al termine della sua breve riflessione sulla guerra di Agide, afferma che essa fu an act of folly. Per una descrizione della guerra di Agide come una guerra contro l’egemonia macedone, cfr. per es. N.G.L. HAMMOND-[F.W.WALBANK], A History of Macedonia, III, Oxford 1988, pp. 76-79; CARTLEDGE-[SPAWFORTH], Hellenistic and Roman Sparta, pp. 20-24. 87 Curt. VI 1, 21; per un commento cfr. J.E. ATKINSON (a cura di), Curzio Rufo, Storie di Alessandro Magno, II, Milano 2000, pp. 411-412. 88 Diod. XVII 62, 1-3; Iust. XII 1, 4.

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Eschine, nell’estate del 330, pronunciando la sua orazione contro Ctesifonte89, afferma che dovevano ancora partire gli ostaggi spartani che il macedone Antipatro aveva deciso di inviare ad Alessandro dopo la vittoria di Megalopoli, fatto che apparirebbe piuttosto strano se collocato non pochi mesi dopo lo svolgimento della battaglia, ma a quasi un anno di distanza dal fatto. A prescindere da tali questioni cronologiche, a proposito delle quali sembra ormai ampiamente condivisa l’ipotesi ribassista che colloca la guerra di Agide tra l’estate del 331 e la primavera del 330, dato il particolare valore della testimonianza di Eschine, per la sua contemporaneità agli avvenimenti90, è importante discutere la genesi delle azioni del sovrano spartano per cercare di capire se davvero l’interpretazione corrente di questo episodio, letto unicamente in chiave di resistenza greca all’egemonia macedone, sia l’unica possibile, anche se in base ad essa le mosse di questo personaggio possono apparire frutto non di logica, ma di pazzia. In quest’ottica, mi sembra di particolare interesse il fatto che 89

Per la datazione di questa orazione all’estate del 330, cfr. Aesch. III 254, dove l’autore sottolinea che di lì a pochi giorni sarebbero iniziati i giochi pitici, sempre celebrati durante il solleone; per l’imminente invio di ostaggi spartani ad Alessandro, cfr. Aesch. III 133, dove si afferma che: oƒ LakedaimÒnioi [...]nàn ÐmereÚsontej kaˆ tÁj sumfpor©j ™p…deixin poihsÒmenoi mšllousin æj ’Alšxandron ¢napšmpesqai. Per più ampi riferimenti alla guerra di Agide in questa orazione, cfr. Aesch. III 165. 90 Se già negli studi anteriori alla metà del Novecento alcuni studiosi, come H. BERVE, Das Alexanderreich auf prosopographischer Grundlage, II, München 1926, n. 15, ritenevano che la guerra di Agide si fosse svolta tra la primavera e l’autunno del 331, altri, come A. SCHÄFER, Demosthenes und seine Zeit, III, Leipzig 18872, pp. 201-203 e 212-216, la datavano, invece, tra l’estate del 331 e la tarda primavera del 330. Questa seconda cronologia, considerata in genere più attendibile dalla maggioranza degli studiosi, è stata rifiutata in toto da BADIAN, Agis III, pp. 170-192, in un articolo nel quale era fortemente sostenuta la datazione più alta della guerra. Contro l’ipotesi di Badian, ancora condivisa da CARTLEDGE-[SPAWFORTH], Hellenistic and Roman Sparta, p. 22, c’è stata una vera e propria levata di scudi da parte di molti, convinti che la battaglia di Megalopoli debba essere datata alcuni mesi più tardi di Gaugamela, nella primavera del 330 (cfr. per es. G.L. CAWKWELL, The Crowning of Demosthenes, CQ, 19 [1969], pp. 163-180; R.A. LOCK, The Date of Agis III’s War in Greece, «Antichthon», 6 [1972], pp. 1527; A.B. BOSWORTH, The Mission of Amphoterus and the Outbreak of Agis’ War, «Phoenix», 29 [1975], pp. 27-43); queste critiche sono sembrate convincenti anche al Badian stesso, che di recente ha ammesso di aver cambiato idea ed ha accettato la cronologia bassa, con una datazione di Megalopoli alla primavera del 330: cfr. E. BADIAN, Agis III: Revisions and Reflections, in I. WORTHINGTON (ed.), Ventures into Greek History, Oxford 1994, pp. 258-292; per una sintesi della discussione, cfr. ora F. SISTI (a cura di), Arriano, Anabasi di Alessandro, I, Milano 2001, pp. 433-434.

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Arriano, nell’Anabasi di Alessandro, non dia «spazio alla guerra condotta dal re spartano e conclusasi [...] con la sconfitta di Megalopoli ad opera di Antipatro, dove Agide stesso trovò la morte»91, ma si limiti a citare l’Euripontide solo a proposito dei suoi rapporti con i luogotenenti di Dario nell’Egeo92, offrendo poi al lettore due criptici accenni ai prodromi degli avvenimenti peloponnesiaci, visti «dalla parte di Alessandro», che, informato della situazione alla vigilia di Gaugamela, inviò rinforzi in Grecia, senza peraltro modificare i suoi programmi contro Dario93. La evidente svalutazione dei fatti operata da Arriano, in stridente contrasto con i drammatici racconti che di questi fatti medesimi danno Diodoro, Giustino e Curzio, i quali descrivono la disfatta spartana e la morte di Agide con i toni epici riservati agli eroi della Grecità94, può richiamare alla mente la sprezzante battuta che, a livello aneddotico, Plutarco mette in bocca ad Alessandro, il quale, informato degli esiti della battaglia di Megalopoli, avrebbe esclamato che, a fronte dei combattimenti da lui sostenuti in Oriente, si era trattato di una «battaglia di topi»95. Arriano insiste sul rapporto mercenario già consolidato tra Agide e i persiani Farnabazo e Autofradate prima della battaglia di Isso96, autorizzando così l’ipotesi, pur nel silenzio delle fonti, che il sovrano spartano avesse avuto dei contatti con Memnone di Rodi, ammiraglio di Dario, fin dal 335/34, per offrire alla Persia 91

Si tratta del commento ad Arr. Anab. II 13, 4-6, in SISTI (a cura di), Arriano, Anabasi di Alessandro, I, pp. 433-434, dove si legge, inoltre, che «il silenzio di Arriano (oltre a questo solo due accenni a III 6, 3; 16, 9-10) risale sicuramente alle sue fonti [...] e può essere motivato sia da ragioni politiche, come il proposito di attenuare la portata del malcontento in Grecia, sia soprattutto da ragioni compositive, come la tendenza ad accentrare la narrazione sulla spedizione di Alessandro». 92 Arr. Anab. II 13, 4-6; le operazioni persiane nell’Egeo sono descritte in Arr. Anab. II 1-2 e riprese poi in Anab. II 13, 4-6; cfr., a questo proposito, S. RUZICKA, War in the Aegean, 333-331 BC: a Reconsideration, «Phoenix», 42 (1988), pp. 131-151. 93 Cfr. Arr. Anab. III 6, 3; 16, 9-10; con il commento di SISTI (a cura di), Arriano, Anabasi di Alessandro, I, ad loca. 94 Cfr. Diod. XVII 62-63; Iust. XII 1, 4-11; Curt. VI 1, 1-21. 95 Plut. Ages. 15, 6: ’Alšxandroj d kaˆ prosepšskwye puqÒmenoj tÁn prÕj ^’Agin ’Antip£trou m£chn, e„pèn «œoiken, ð ¢ndrej, Óte Dare‹on ¹me‹j ™nikîmen ™ntaàq’, ™ke‹ tij ™n ’Arkad…v gegonšnai muomac…a». 96 Arr. Anab. II 13, 4.

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i propri servigi, così come facevano molti altri Greci97; in questo quadro, la posizione di Agide appare molto simile a quella tenuta sia da suo nonno Agesilao negli ultimi anni della sua vita, quando si era recato in Egitto come capitano di ventura98, sia, in seguito, da suo padre Archidamo, quando aveva risposto all’appello dei Tarantini99. Arriano100, inoltre, ricorda esplicitamente i trenta talenti consegnati da Autofradate ad Agide, nonostante il turbamento suscitato nei Persiani dalla sconfitta di Dario ad Isso, ed è possibile che questa somma sia stata utilizzata dal re per pagare quegli 8000 mercenari, già al soldo di Dario, che, secondo Diodoro e Curzio Rufo101, erano riusciti a fuggire dal campo di battaglia di Isso ed erano infine sbarcati sulle coste peloponnesiache, probabilmente in quel promontorio del Tenaro102, dove, sempre secondo Arriano103, si trovava il fratello di Agide, Agesilao, al quale fu materialmente consegnato il denaro pagato da Autofradate. Dato, però, che Arriano e Curzio104 ci informano che dopo Isso i macedoni Anfotero ed Egeloco tolsero ai Persiani ogni controllo sull’Egeo, mi sembra evidente che la scomparsa della presenza persiana dallo scacchiere egeico dovette recidere ogni rapporto di Agide con i suoi finanziatori, vanificando tutti i piani strategici concordati in precedenza; ma nonostante questa nuova, imprevista, situazione scoppiò ugualmente una guerra che le nostre fonti storiografiche, cioè, in particolare, Diodoro, Giustino e Curzio105,

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Per l’ipotesi di contatti tra Agide e Memnone, cfr. CARTLEDGE-[SPAWFORTH], Hellenistic and Roman Sparta, p. 21; sui mercenari greci al servizio di Dario, cfr. F. LANDUCCI GATTINONI, I mercenari nella politica ateniese dell’età di Alessandro. Parte I. Soldati e ufficiali mercenari ateniesi al servizio della Persia, AncSoc, 25 (1994), pp. 33-61. 98 Cfr. supra, pp. 175-177. 99 Cfr. supra, pp. 178-180. 100 Arr. Anab. II 13, 5-6. 101 Diod. XVII 48, 1; Curt. IV 1, 39. 102 Sull’importanza del promontorio del Tenaro, odierno Capo Matapan, per il reclutamento di mercenari nell’ultimo quarto del IV secolo, cfr. LANDUCCI GATTINONI, Il ruolo dei mercenari nella nascita dei regni ellenistici, pp. 123-139, in particolare 127-129. 103 Arr. Anab. II 13, 6. 104 Arr. Anab. III 2, 3-7; Curt. IV 5, 14-22. 105 Diod. XVII 62-63; Iust. XII 1, 4-11; Curt. VI 1, 1-21.

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descrivono come una guerra per la libertà, anche se, come sottolineano i moderni106, molti Greci da sempre ostili alla Macedonia, Atene in primis, non vollero partecipare a questa impresa. Circa 25 anni fa, però, la McQueen107 ha notato che le comunità peloponnesiache che non combatterono a fianco di Agide, a parte Corinto, bloccata dalla guarnigione macedone di stanza nell’Acrocorinto, furono quelle che avevano pesanti contenziosi territoriali con Sparta e che erano state ampiamente beneficate, a spese della città lacone, non solo dopo Leuttra, ma anche dopo Cheronea: in quest’ottica, credo sia ipotizzabile che Agide, informato della definitiva sconfitta persiana nell’Egeo, abbia deciso di impugnare comunque le armi non tanto con la speranza, che a quel punto sarebbe stata solo una folle illusione, di rovesciare l’egemonia della Macedonia sulla Grecia, quanto piuttosto di recuperare almeno i territori strappati a Sparta dopo la battaglia di Cheronea, per dare terra a quanti dei mercenari tornati dopo Isso erano Spartani, forse Spartiati per nascita, ma ridotti al rango di Øpome…onej a causa della perdita delle loro proprietà fondiarie108. Dopo la sconfitta di Dario a Isso e l’eliminazione della presenza persiana nell’Egeo, proprio la situazione di questi uomini, ormai privi di prospettive anche come mercenari, avrebbe spinto Agide ad attaccare i territori confinanti, per cercare di offrire loro una possibilità di sopravvivenza, suscitando, però, l’immediata reazione del comandante macedone della guarnigione dell’Acrocorinto, al quale Antipatro aveva affidato il compito di mantenere lo status quo in Grecia: Eschine109, infatti, ricorda che

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Cfr. e.g. BADIAN, Agis III, pp. 170-192, il quale, a proposito della sconfitta di Agide, descritto come un campione della libertà greca, imputa pesanti responsabilità ad Atene (e a Demostene, in particolare) per aver rifiutato di partecipare alla guerra (questi stessi concetti sono ora ribaditi in BADIAN, Agis III: Revisions and Reflections, pp. 258-292); cfr. anche CARTLEDGE-[SPAWFORTH], Hellenistic and Roman Sparta, p. 23, che sottolinea la sfiducia dei Greci nei proclami di libertà degli Spartani. 107 E.I. MCQUEEN, Some Notes on the Anti-Macedonian Movement in the Peloponnese in 331 BC, «Historia», 27 (1978), pp. 40-64. 108 A questo proposito, cfr. supra, pp. 173-175. 109 Aeschin. III 165; sulla figura di Corrago, cfr. anche Schol. in Aesch. ad III 133 et 165, dove sono riprese le notizie già presenti nell’orazione.

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contro Agide intervenne in primis il macedone Corrago, che fu umiliato e sconfitto110, costringendo Antipatro a vendicarlo. La sconfitta di Corrago, del tutto ignorata dalle fonti storiografiche che considerano Agide un eroe della libertà della Grecia, avrebbe dunque trasformato un disordine regionale, nato per questioni di rettifiche territoriali, in una guerra più ampia, perché avrebbe aperto la strada alla discesa di Antipatro nel Peloponneso; il sovrano spartano, che si era offerto come comandante di ventura ai Persiani, rimasto senza finanziatori e in balìa dei mercenari che aveva già arruolato, si trasformò, forse suo malgrado, in un paladino della libertà, quando si ritrovò a combattere non contro le piccole comunità statali limitrofe a Sparta, per recuperare i territori aviti, ma contro il luogotenente di Alessandro in Europa: le sprezzanti parole di quest’ultimo, sulla «battaglia di topi» combattuta nel Peloponneso111, potrebbero riferirsi al fatto che tutto era nato per quelle beghe di confine tipiche del mondo greco, che Alessandro giudicava meschine, specie se confrontate con la grandiosità della sua spedizione in Oriente. In questa prospettiva, la parabola politico-militare di Agide, vero e proprio comandante di ventura al servizio della Persia, prima della definitiva sconfitta di Dario, appare del tutto analoga a quella dei suoi predecessori Agesilao e Archidamo e dei suoi successori Acrotato e Cleonimo; dopo Leuttra, infatti, i più attivi tra i sovrani spartani furono pesantemente coinvolti in questioni di mercenariato, perché la grave crisi sociale di Sparta metteva molti cittadini nella necessità di diventare soldati di ventura, per trovare i mezzi di sussistenza per sé e per le loro famiglie: la guerra scatenata da Agide nel Peloponneso sarebbe stato il frutto di una situazione disperata, visto che le vittorie macedoni in Oriente avevano definitivamente eliminato, per molti Øpome…onej di Sparta, la possibilità di essere reclutati come mercenari al soldo della Persia112. 110

Su questo personaggio, cfr. BERVE, Das Alexanderreich auf prosopographischer Grundlage, II, n. 444. 111 Plut. Ages. 15, 6, per il testo, cfr. supra, nota 95. 112 In questo quadro non è da escludere che anche la neutralità ateniese sia stata provocata dal fatto che nella città attica le prime mosse militari di Agide erano state lette come un attacco alle comunità confinanti per motivi territoriali che gli Ateniesi, tra l’altro, non condividevano, visto che, avendo aderito alla Lega di Corinto, avevano di fatto e di diritto riconosciuto il nuovo assetto territoriale del Peloponneso voluto da

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Nell’analisi della storia spartana «tra tradizione e innovazione», dunque, sembra del tutto accettabile la tesi che nella realtà del dopo-Leuttra le grandi qualità belliche degli Spartiati, che in età arcaica e classica avevano costituito il massimo vanto della comunità, furono molto spesso sfruttate a meri fini di lucro, in attività mercenarie che segnarono un profondo mutamento della società spartana, mentre dell’antico eroismo restò vivo il ricordo, tanto da influenzare ancora gli Alessandrografi di età romanoimperiale, che, con l’eccezione di Arriano, leggono l’impresa di Agide come l’ultima guerra combattuta da un re spartano per la libertà dei Greci e in pratica fanno di Agide stesso l’erede di una gloriosa tradizione plurisecolare, senza accennare alla sua posizione di comandante di ventura, messo in gravi difficoltà dall’impossibilità di offrire i servigi suoi e dei suoi uomini alla Persia degli Achemenidi.

ABSTRACT In the context of a general subject about tradition and innovation in Spartan history, I am interested in a matter that is not linked to a single extraordinary character, who is able, on his own account, to attract scholars’ attention: after 370 BC, Spartan people had so few important leaders that we remember only the names of Agis III, who led an unfortunate revolt against Macedonia in 331/30, and of Agis IV and Cleomenes III, the third century reforming kings who are famous to-day especially thanks to their Plutarchean lives in parallel with the lives of the better known Roman Gracchi. But scholars are very interested in the social and economic history of late Classic and early Hellenistic Sparta: as for this, the decline of Spartiate manpower, the so-called oliganthropia, has been much studied; in the ancient world it was analysed for the first time by Aristotle, in the second book of his «Politics», where we can see a direct connection between oliganthropia and land tenure in Sparta. For many years most scholars had thought that the Spartan system of land tenure and inheritance was controlled by the government with rules which had to ensure the estates remained undivided and that individual landholders didn’t have any power of testament; but in the last 20 years S. Hodkinson and, after him, numerous scholars have suggested another picture of Spartiate land tenure

Filippo II (cfr. supra, p. 182); nel successivo precipitare degli avvenimenti la prudenza di Demostene ebbe la meglio, di fronte al pericolo di dover affrontare direttamente la furia di Antipatro.

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and inheritance. In his first, important essay, Hodkinson says that he has witnessed « a (Spartan) system which was pre-eminently one of private estates transmitted by partible inheritance and diverging devolution and open to alienation through lifetime gifts, testamentary bequests and betrothal of heiresses»113. In this general state of uncertainty, Spartiate oliganthropia is supposed to have risen not only from demographic fenomena, but also from social and economic events, i.e. the progressive fall of the citizens’ number due to the «declassing» of many Spartiates, who lost their estates after Sparta’ s defeat at Leuktra, when Messenian helots won their freedom with Epaminondas’ help. After the loss of Messenian land, the old Agesilaus was the first Spartan king to turn «condottiere» to earn the wherewithal to augment Sparta’s military strength; he founded a tradition of mercenary service: like him, many Spartan kings became «condottieri» in Italy and Sicily too and led mercenaries, most of whom are supposed to be Spartans deprived of full citizenship by the loss of their estates in liberated Messenia. In my opinion, also the war Agis III fought against Antipater, Alexander’s lieutenant in Europe, can be assumed to be linked to the problems of those Spartan mercenaries, who, after the battle at Issus, had come back to their homeland, where they could not live due to the loss of their estates: Agis III tried to regain some of the lost Peloponnesian land, but he was crushed by Macedonians soldiers led by Antipater. Within the framework of tradition and innovation in Spartan history, we may conclude that after the defeat at Leuktra Spartiate military strength was often employed in mercenary adventures; in this light, Agis III is not the last hero of the Greeks’ freedom, but a «condottiere» who, after Darius’ defeat at Issus, saw his men in trouble, because they could not be hired by the Persian king: he vainly looked to get land for them.

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HODKINSON, Land Tenure and Inheritance in Classical Sparta, p. 404.

GABRIELE MARASCO

Cleomene III fra rivoluzione e reazione

La tradizione dei grandi sovrani spartani ebbe in epoca ellenistica un ultimo esponente che caratterizzò in maniera decisiva i destini della sua città: Cleomene III, il re che portò a compimento i progetti di riforme sociali già sostenuti senza successo dal suo predecessore Agide IV1. Divenuto sovrano nel 2352 e impegnato già dal 229 nella guerra contro la Lega Achea, Cleomene s’impadronì del potere assoluto nel 227 grazie ad un colpo di stato, uccidendo gli efori, attuò l’abolizione dei debiti e la ridistribuzione delle terre ed ampliò il corpo civico degli Spartani, con effetti decisivi per l’efficienza dell’esercito spartano, che riuscì a sconfiggere gli Achei ed a conquistare gran parte del Peloponneso. La contromossa degli Achei, che si allearono con la Macedonia e chiamarono in loro aiuto il re Antigono Dosone, mise in difficoltà Cleomene, che d’altra parte perdeva rapidamente i consensi di quanti avevano inutilmente sperato che egli attuasse anche nel resto della Grecia le riforme sociali che aveva realizzate a Sparta: nonostante alcuni successi parziali e l’aiuto finanziario di Tolemeo III, Cleomene fu dunque sconfitto a Sellasia nel 222 e costretto a fuggire in esilio in Egitto, dove rimase per alcuni anni presso la corte, finché nel 219 Tolemeo IV lo fece imprigionare. Cleomene morì suicida, dopo un inutile tentativo di fuga. 1

Sul regno di Cleomene cfr. in particolare P. OLIVA, Sparta and Her Social Problems, Amsterdam-Prague 1971, pp. 230 ss.; É. WILL, Histoire politique du monde hellénistique (323-30 av. J.-C-), I, Nancy 19662, pp. 336-364; E.N. TIGERSTEDT,The Legend of Sparta in Classical Antiquity, II, Stockholm 1974, pp. 49 ss.; B. SHIMRON, Late Sparta. The Spartan Revolution 243-146 BC, Buffalo 1972, pp. 29 ss.; G. MARASCO, Commento alle biografie plutarchee di Agide e di Cleomene, I-II, Roma 1981; P. CARTLEGE - A. SPAWFORTH, Hellenistic and Roman Sparta: a Tale of Two Cities, London-New York 1989, pp. 49-58; P. GREEN, Alexander to Actium. The Hellenistic Age, London 1990, pp. 256-262. 2 Per la cronologia del regno di Cleomene cfr. Marasco, Commento, II, pp. 657-661.

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La vicenda di Agide e di Cleomene ha attirato l’interesse di molti studiosi per i suoi molteplici aspetti di storia politica, sociale ed economica, per i suoi elementi romanzeschi e drammatici e per i suoi risvolti filosofici, dati i rapporti di Cleomene stesso con lo stoico Sfero di Boristene; l’interesse si è quindi incentrato sulla ricostruzione e sull’interpretazione complessiva della «rivoluzione spartana», con giudizi nettamente discordanti, che hanno di volta in volta ricollegato questo fenomeno all’influenza di teorie «socialiste», legate in particolare alla filosofia stoica, o l’hanno interpretato come un episodio della lotta di classe oppure, al contrario, ne hanno accentuato gli aspetti moderati e conservatori, giudicando l’azione dei sovrani riformatori come un tentativo dell’aristocrazia per risolvere i problemi più urgenti mantenendo il potere3; il dibattito in proposito è stato talmente variegato, che perfino nella storiografia sovietica si sono contrapposte interpretazioni che hanno condannato il carattere reazionario dell’azione di Agide e Cleomene, che avrebbe mirato a ristabilire il dominio dell’aristocrazia eliminando le tensioni sociali, ed altre che invece ne hanno sottolineato il carattere di lotta di classe, in cui il ruolo dirigente sarebbe spettato ai poveri delle città e delle campagne4. Non meno interessante, e certo più trascurata, è tuttavia l’importanza della figura stessa di Cleomene, in quanto rappresentante di una tradizione politica ed etica secolare. Infatti, se l’interpretazione della figura di Agide resta assai difficile, sia per la brevità del suo regno e i limiti della documentazione, sia per l’esistenza intorno a lui di un forte partito, con esponenti di notevole rilievo5, ben diversa è la situazione riguardo a Cleomene, protagonista incontrastato della scena politica e coadiuvato da personaggi che condividevano certo la sua linea politica, ma che si limitarono a collaborare alla sua realizzazione. La tradizione antica tuttavia, rispecchiando i temi delle opposte propagande, 3 Sulle varie interpretazioni offerte della «rivoluzione spartana» cfr. Marasco, Commento, I, pp. 91 ss. con ampia bibliografia. 4 Per queste due interpretazioni opposte, rappresentate in particolare da A.J. Tjumenev e da S.I. Kovalev, cfr. M. RASKOLNIKOFF, La recherche soviétique et l’histoire économique et sociale du monde hellénistique et romain, Strasbourg 1975, pp. 48 e 299. 5 Su ciò e sulla necessità di distinguere nettamente l’azione riformatrice dell’epoca di Agide da quella poi attuata da Cleomene cfr. MARASCO, Commento, I, pp. 98 ss.

CLEOMENE III FRA RIVOLUZIONE E REAZIONE

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vive e diffuse già fra i contemporanei6, ci ha riportato due ritratti ben distinti e contrapposti del re spartano: da una parte, infatti, la tradizione favorevole, rappresentata soprattutto dallo storico contemporaneo Filarco, la cui narrazione ci è nota attraverso la biografia di Plutarco7, ci dipinge in maniera estremamente positiva la figura di Cleomene come vero basileus, fulgido esempio di virtù personali e politiche, di giustizia e d’attaccamento alla tradizione licurgica, di dedizione al bene dei cittadini e degli alleati e giustifica le sue azioni violente con la necessità di reagire ad una situazione estrema di decadenza e di corruzione, per riformare Sparta e riportarla alla semplicità del passato. Dall’altra parte, la tradizione ostile, iniziata dalle perdute Memorie del principale avversario di Cleomene, Arato di Sicione8, ed ampiamente attestata sia dalla narrazione di Polibio9, sia dalle notizie di Pausania10, condanna aspramente Cleomene come tyrannos, ne sottolinea la violenza, l’ingiustizia e la crudeltà nei confronti sia dei concittadini che degli avversari e ne considera l’azione del tutto contraria alla legge e alla morale e dannosa per Sparta e per tutta la Grecia. Per comprendere il ruolo e la novità della personalità di Cleomene nell’ambito della storia spartana, occorrerà, innanzi tutto, considerare i precedenti e la situazione in cui egli dovette agire. Il dibattito politico all’epoca di Agide era stato incentrato sull’ideale della Sparta di Licurgo, che i riformatori si propone6

Sui quali cfr. MARASCO, Storia e propaganda durante la guerra cleomenica. Un episodio del III secolo a.C., «Rivista Storica Italiana», 92 (1980), pp. 7-34. 7 Cfr. in particolare E. GABBA, Studi su Filarco. Le biografie plutarchee di Agide e di Cleomene, «Athenaeum», N.S. 35 (1957), pp. 3-55 e 193-239; TH. W. AFRICA, Phylarchus and the Spartan Revolution, Berkeley-Los Angeles 1961; SHIMRON, Late Sparta, pp. 9 ss; MARASCO, Commento, passim. 8 FGrHist 231; cfr. in particolare Plutarchi vitam Arati, edidit, prolegomenis commentarioque instruxit A.J. Koster, Leiden 1937, pp. XV ss.; W.H. PORTER, Plutarch’s Life of Aratus, with Introduction, Notes and Appendix, Dublin-Cork 1937, pp. XV ss; D.P. ORSI, Citazioni dalle Memorie di Arato in Plutarco, «Gerión», 5 (1987), pp. 57 ss. 9 Polyb. II 45-70; V 35-39; cfr. in particolare F.W. WALBANK, A Historical Commentary on Polybius, I, Oxford 1957, pp. 239-291 e 565-569; B. SHIMRON, Polybius and the Reforms of Cleomenes III, «Historia», 13 (1964), pp. 147-155. 10 Sulla narrazione di Pausania (in particolare 2, 9, 1-3), che si ricollega soprattutto ad una tradizione di parte achea ben più ostile a Cleomene dello stesso Polibio, cfr. l’accurata analisi di C. BEARZOT, Storia e storiografia ellenistica in Pausania il Periegeta, Venezia 1992, pp. 157 ss.

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vano di restaurare ed i loro avversari sostenevano di voler mantenere, sicché questo ideale era divenuto ormai un modello ineludibile per qualsiasi progetto politico e la figura del nomoqšthj costituiva l’esempio perfetto a cui adeguarsi. D’altra parte, il fallimento dell’azione di Agide aveva dimostrato l’impossibilità di mutare la situazione interna con metodi costituzionali, evitando l’uso della forza; inoltre, la posizione militare di Sparta si era notevolmente aggravata per la minaccia pressante della Lega Achea, rendendo improrogabili le riforme sociali per accrescere e rafforzare l’esercito, ma anche fornendo a Cleomene il comando delle truppe, mezzo indispensabile per attuare il suo colpo di stato11. L’azione di Cleomene si muoveva dunque necessariamente fra l’ossequio alle forme del passato tradizionale di Sparta ed esigenze nuove, imposte dai cambiamenti interni di Sparta e dalla situazione internazionale. Tuttavia, se l’adesione al modello licurgico fu una costante della propaganda di Cleomene12, come dimostra soprattutto il discorso che egli pronunziò per giustificare le proprie riforme subito dopo il colpo di stato13, essa rimase del tutto esteriore, poiché la sostanza dell’azione del sovrano dimostra invece, a mio avviso, che ben diversi erano i suoi obiettivi e gli ideali a cui egli si ispirava. L’analisi della prassi adottata da Cleomene è infatti ben più indicativa, a mio avviso, delle sue reali intenzioni e del suo modo di concepire il proprio ruolo politico che non le manifestazioni esteriori e le continue professioni di rispetto e di aderenza all’ideale licurgico. L’organizzazione dello stato spartano era stata basata per secoli su tre pilastri: la diarchia, la gerusia e l’eforato. Elementi essenziali dell’azione di Cleomene subito dopo il colpo di stato furono l’abolizione dell’eforato e la nomina a sovrano suo collega del fratello Euclida. Riguardo al primo punto, Cleomene giustificava la sua azione soprattutto con l’argomento dell’origine non ‘licurgica’ dell’eforato, la cui istituzione sarebbe stata ben successiva 11

Sull’importanza dei motivi militari nell’azione di Cleomene cfr,. ad es. AFRICA, Phylarchus, pp. 25 e 27; A.H.M. JONES, Sparta, Oxford 1967, p. 152; A. TOYNBEE, Some Problems of Greek History, London 1969, p. 388; TIGERSTEDT, The Legend, II, p. 72; SHIMRON, Polybius, pp. 32 ss; MARASCO, Commento, I, pp. 121 ss. 12 Cfr. MARASCO, Storia e propaganda, pp. 11 ss. 13 Plut. Cleom. 10 (= FGrHist 598 F 1); per la sostanziale aderenza di questo discorso al reale pensiero di Cleomene cfr. MARASCO, Commento, II, pp. 430-431 con bibliografia.

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rispetto all’epoca del legislatore e non avrebbe fatto parte della costituzione spartana originaria14. Tuttavia, per quanto questo argomento potesse apparire sostenibile sul piano storico ed antiquario, tanto più perché aderente alla tradizione aristotelica15, anche se contrario a quanto sostenuto dalla grande maggioranza delle fonti16, in ogni caso l’azione di Cleomene modificava nettamente la situazione costituzionale che aveva caratterizzato per secoli lo stato spartano e, soprattutto, appare significativa del nuovo indirizzo che il sovrano voleva dare al suo potere ed al suo ruolo nello Stato. Gli efori, infatti, avevano svolto una funzione essenziale di polizia, non solo controllando le azioni ed i costumi, impedendo il diffondersi di idee contrarie all’ordine stabilito e sorvegliando la condotta degli stranieri17, ma anche e soprattutto limitando e reprimendo le ambizioni eccessive dei singoli e impedendo che sovrani o semplici cittadini potessero elevarsi al di là della propria condizione e minacciare gli equilibri su cui si basava la società spartana: proprio gli efori, ad esempio, avevano perseguito ed eliminato il reggente Pausania, accusato d’aspirare al potere assoluto e d’aver cercato di procurarsi a tal fine l’appoggio degli iloti18, e, nel corso del V e del IV secolo, avevano condannato alcuni sovrani, in base ad una procedura particolare, che attribuiva loro tale giurisdizione19. In questa prospettiva è poi interessante notare che Pausania periegeta afferma che Cleomene aveva imitato Pausania, desiderando la tirannide e non adattandosi alle leggi tradizionali20. È dubbio se l’accenno si riferisca al reggente Pausania o al sovrano omonimo21, che nel 395 era stato accusato per la 14 Plut. Cleom. 10, 2 ss.; sull’argomentazione di Cleomene e sul problema dell’origine dell’eforato cfr. MARASCO, Commento, II, pp. 431 ss. con bibliografia. 15 Arist. Pol. 5, 1313a, 26-33; cfr. anche Plut. Lyc. 7, 1-3. 16 Cfr. Hdt. 1, 65; Ephor., FGrHist 70 F 149 (=Strabo 10, 4, 18, p. 428); Plato epist. 8, 354b; Xen. Lac. 8, 3; Satyr. ap. Diog Laërt. I 68; Iustin. 3, 3, 1. 17 Sulle funzioni degli efori cfr. soprattutto G. BUSOLT- H. SWOBODA, Griechische Staatskunde, II, München 1926, pp. 683 ss.; H. MICHELL, Sparta, Cambridge 1952, pp. 122-123. 18 Thuc. 1, 128-131; cfr. ad es. OLIVA, Sparta., pp. 146-152 con bibliografia. 19 Plut. Ag. 11, 4 ss., su cui cfr. H.W. PARKE, The Deposing of Spartan Kings, «Class. Quart.», 39 (1945), pp. 106-112. 20 Paus. 2, 9, 1. 21 Cfr. in proposito MUSTI, in Pausania. Guida della Grecia, Libro II, La Corinzia e l’Argolide, a cura di D. MUSTI - M. TORELLI, Milano 1986, p. 247; BEARZOT, Storia e storiografia, p. 194, nota 200.

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sconfitta d’Aliarto e costretto all’esilio22 e che era stato autore di un’opera «Contro le leggi di Licurgo» in cui aveva attaccato l’eforato23; ma l’osservazione del periegeta resta comunque indicativa di una giusta percezione del legame fra le ambizioni di potere personale di Cleomene e la necessità primaria di eliminare l’eforato, principale ostacolo nel corso della storia spartana al realizzarsi di simili mire. L’eliminazione dell’eforato dunque, che dal discorso di Cleomene appare chiaramente non una misura transitoria dovuta alla situazione eccezionale, ma una riforma permanente, basata sull’argomento dell’estraneità di questa magistratura rispetto al kÒsmoj licurgico, comportava l’abolizione di qualunque limite alle ambizioni del sovrano, che ormai si ergeva ad unico padrone dello Stato. D’altra parte, il conferimento della regalità al fratello, pur mantenendo viva la finzione della doppia regalità, eliminava nella realtà un altro elemento fondamentale dell’ordine costituito di Sparta. La netta coscienza di questa realtà da parte dell’opinione pubblica è del resto dimostrata da un lato dall’insistenza delle fonti achee nel condannare l’illegalità di questa misura, talmente forte che Pausania giunge perfino ad accusare Cleomene d’aver fatto eliminare a tal fine il figlio ancor bambino di Agide24, dall’altro dall’imbarazzata notizia di Plutarco, che considera la nomina di Euclida niente più che un espediente per mascherare la realtà di un regime monarchico25; l’arbitrarietà della decisione è del resto confermata dal fatto che, ancora in seguito, esponenti della dinastia Euripontide erano ancora vivi in esilio26. L’istituzione della diarchia era sentita come caratteristica fondamentale del regime spartano e necessaria al suo retto funzionamento: Platone, ad esempio, l’aveva considerata assai utile, in

22 Xen. Hell. 3, 5, 25; Diod. 14, 89; Plut. Lys. 30, 1; Paus. 3, 5, 6. Cfr. H. SCHAEFER, s.v. Pausanias, nr. 26, RE, XVIII, 4 (1949), 2583; OLIVA, Sparta, pp. 186-187. 23 Strabo 8, 5, 5 = FGrHist 70 F 118 = 582 F 3. GABBA, Studi su Filarco, pp. 215-216, dubita comunque che Pausania avesse sostenuto la tesi dell’origine non licurgica dell’eforato, fornendo così un precedente all’argomentazione di Cleomene. 24 Paus. 2, 9, 1, cfr. MARASCO, Commento, II, pp. 348-351; BEARZOT, Storia e Storiografia, p. 194, nota 202. 25 Plut. Cleom. 11, 5. 26 Cfr. Polyb. 4, 35, 13-14.

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quanto portatrice di una giusta misura27, ed ancora Polibio, in un discorso attribuito a Filippo V, afferma che i re di Sparta avevano mantenuto la supremazia fino a quando avevano obbedito agli efori e accettato di condividere il trono, ma, quando avevano cambiato la loro costituzione in una monarchia, avevano subìto ogni genere di sventura28. In effetti, l’esistenza stessa di due sovrani, unita alla rivalità tra le due casate, aveva contribuito notevolmente, nel corso della storia, a limitare il potere dei re spartani ed a mantenerlo nei limiti costituzionali. D’altra parte, a mio avviso, la scelta di Cleomene di associarsi sul trono il fratello non costituiva solo un espediente per mantenere la parvenza della diarchia tradizionale, ma aderiva anche a ideali e realtà ben diffusi nel mondo contemporaneo, al di fuori di Sparta. È noto, infatti, che una delle novità fondamentali delle monarchie ellenistiche fu costituita proprio dall’associazione al trono di un congiunto del sovrano, in genere il figlio. Questa misura fu adottata già alle origini della regalità ellenistica da Antigono Monoftalmo, che nel 306, proclamandosi re, si associò al trono il figlio Demetrio29, e rimase diffusa nella dinastia antigonide; in Egitto poi, già nel 285, Tolemeo I aveva nominato coreggente il figlio minore30. Ma soprattutto nel regno dei Seleucidi questa istituzione era divenuta del tutto comune31, a partire dall’associazione al trono di Antioco I nel 294/332, ed era stata applicata anche tra fratelli: nel 241, infatti, Antioco Ierace era stato nominato coreggente e governatore dell’Asia Minore dal fratello maggiore, Seleuco II33. In que27

Plato Leg. 3, 691d-e. Polyb. 23, 11, 4-5; cfr. Liv. 40, 8, 12; WALBANK, A Historical Commentary, III, Oxford 1979, p. 234. 29 Diod. 20, 53, 2; Iustin. 15, 2, 10; Plut. Demetr. 18, 1; App. Syr. 54, 275; cfr. O. MÜLLER, Antigonos Monophthalmos und das « Jahr der Könige », Bonn 1973, pp. 45 ss.; R.A. BILLOWS, Antigonos the One-Eyed and the Creation of the Hellenistic State, Berkeley- Los Angeles- London 1990, pp. 155 ss. 30 Porphyr., FGrHist 260 F 2, 2-3; cfr. Iustin 16, 2, 7-9; A.E. SAMUEL, Ptolemaic Chronology, München 1962, pp. 14-15 e, per le fonti documentarie, H. VOLKMANN, s.v. Ptolemaios, nr. 18, R.E XXIII, 2 (1959), 1629; nr. 19, ivi, 1645. 31 Cfr. ad es. E. BIKERMANN, Institutions des Séleucides, Paris 1937, pp. 31 ss. 32 Plut. Demetr. 38; App. Syr. 61, 324-27. 33 Iustin. 27, 2, 6; STÄHELIN, s.v. Seleukos, nr. 4, RE, II A 1 (1921), 1238-1239; WILL, Histoire politique, I, p. 255. 28

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sta prospettiva, inoltre, assume a mio avviso, un valore particolare l’affermazione di Cleomene esule in Egitto che, richiesto di partecipare all’uccisione dellla madre e del fratello del nuovo re Tolemeo IV, avrebbe sconsigliato la misura, dicendo che bisognava piuttosto che il re avesse un maggior numero di fratelli per la sicurezza e la stabilità del regno34. L’affermazione appare legata alla personale esperienza di Cleomene, che sul fratello aveva potuto contare fino al sacrificio personale a Sellasia35, ma corrispondeva anche ad una realtà ben viva nelle monarchie ellenistiche, in cui, se è vero che la successione dava spesso adito a lotte e massacri, è anche vero che la coreggenza rimase un’istituzione diffusa ed importante, con effetti in genere positivi. Quanto infine alla gerusia, l’affermazione di Pausania, secondo cui Cleomene l’avrebbe abolita e sostituita con la magistratura dei patronomi36, è errata: in realtà, infatti, la gerusia continuò ad esistere, mentre ai patronomi vennero attribuite alcune delle funzioni fino ad allora esercitate dagli efori, escluse naturalmente qualsiasi forma di controllo sui sovrani e qualsiasi incombenza che potesse permetter loro di contrastare il potere di Cleomene37. Tuttavia, in nessuna delle fonti relative al regno di Cleomene ricorre il benché minimo accenno ulteriore ad un qualsiasi ruolo della gerusia, sicché è legittimo supporre che questo sia stato praticamente nullo. D’altra parte, all’indomani del colpo di stato Cleomene fece esiliare ottanta cittadini; in seguito, attuando la ridistribuzione della terra, attribuì a ciascuno di essi un lotto e promise di richiamarli non appena la situazione fosse ritornata tranquilla38. I geronti erano ventotto, secondo la notizia di Plutarco, che cita in proposito non solo Aristotele, ma anche Sfero, contemporaneo e partecipe delle riforme di Cleomene39, il che esclude che fosse intervenuta qualsiasi modificazione. Mi sembra logico supporre che fra gli esiliati, ovviamente apparte34

Plut. Cleom. 33, 4. Cfr. Plut. Cleom. 28, 6-7. 36 Paus. 2, 9, 1. 37 Cfr. BUSOLT-SWOBODA, Griechische Staatskunde, II, p. 729; OLIVA, Sparta, pp. 245-246; SHIMRON, Late Sparta, pp. 39-40. 38 Plut. Cleom. 10, 1; 11, 2. 39 Plut. Lyc. 5, 11-12 (= Arist. Fr. 537 Rose2 = Sphaër. Fr. 629, SVF, I, 142). 35

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nenti alla categoria dei ricchi conservatori, fossero presenti anche parecchi geronti, che erano per l’appunto i principali esponenti della classe abbiente. Il loro esilio e l’esproprio della massima parte dei loro beni, imposto dalle misure di Cleomene, li privava d’altronde di ogni peso politico anche nella prospettiva di un eventuale ritorno. Pertanto, sia che Cleomene abbia provveduto a sostituirli nella loro carica, sia che invece abbia lasciato liberi i loro posti nella gerusia, quest’assemblea veniva in ogni caso ad essere privata di qualsiasi voce d’opposizione e ad essere composta da persone sottomesse al volere del re, che in tal modo poteva esercitare il proprio potere assoluto. Attuando poi le riforme sociali, Cleomene procedette alla ridistribuzione della terra ed all’ampliamento del corpo civico mediante l’immissione di perieci, fino a giungere alla cifra di 4.00040. Già in precedenza, tuttavia, egli aveva dichiarato che avrebbe proceduto ad un esame e ad una scelta degli xšnoi, al fine di immetterne i migliori nella cittadinanza41. Questa misura fu effettivamente attuata in seguito, poiché a Sellasia i cittadini spartani presenti erano 6.00042. Gli xšnoi così inseriti nella cittadinanza furono, a mio avviso, in massima parte mercenari43. Verso questi ultimi Cleomene dimostrò in ogni caso costantemente un’attenzione particolare, che testimonia il suo forte interesse per il loro ruolo: i mercenari, infatti, giocarono una parte fondamentale nel colpo di stato contro gli efori44, si segnalarono per la loro fedeltà nonostante le gravi difficoltà di Cleomene nel fornire loro il soldo dovuto45 e si sacrificarono a Sellasia, dove combatterono strenuamente e caddero per la maggior parte nello scontro46. Ancora durante l’esilio, secondo la concorde testimonianza di Polibio e di Plutarco, Cleomene poté contare sull’attaccamento dei numerosi mercenari Peloponnesiaci e Cretesi presenti in 40

Plut.Cleom. 11, 3. Plut. Cleom. 10, 11. 42 Plut.Cleom. 28, 8. 43 MARASCO, Cleomene III, i mercenari e gli iloti, «Prometheus», 5 (1979), pp. 45-62; cfr. anche GREEN, Alexander, p. 257. 44 Plut. Cleom. 8, 1. 45 Plut. Cleom. 27, 5. 46 Plut. Cleom. 28, 1 e 8. 41

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Egitto, tanto che in occasione del complotto contro Maga e Berenice affermò che essi avrebbero eseguito i suoi ordini senza discutere47. Anche questo aspetto della politica di Cleomene si ricollega, assai più che alla tradizione spartana, alla prassi del mondo ellenistico. È noto, infatti, che i mercenari avevano un ruolo fondamentale nella politica dei sovrani48 e che, in particolare, la loro politograf…a fu una misura diffusa nel mondo ellenistico, raccomandata alle città dagli stessi sovrani49; del resto, la colonizzazione attuata dai re ellenistici nei paesi conquistati dell’Oriente riguardò, soprattutto nella prima fase, principalmente l’elemento militare, poiché proprio lo stanziamento di veterani e di soldati permetteva ai sovrani non solo di popolare i territori conquistati, ma anche di garantirsene il pieno controllo e la fedeltà50. D’altra parte nelle città i mercenari, proprio per la loro origine e condizione, erano naturalmente portati all’assoluta fedeltà nei confronti del sovrano che li aveva immessi nella cittadinanza; anche sotto questo aspetto, dunque, la linea politica di Cleomene tendeva a rafforzare il suo dominio assoluto, conformandosi alla prassi delle monarchie ellenistiche. Le principali misure adottate da Cleomene già all’indomani del colpo di stato, frutto di un programma ben meditato e non d’improvvisazione, appaiono quindi chiara espressione della sua volontà di costituire una monarchia assoluta, sia pure mantenendo apparentemente alcune forme della costituzione tradizionale. In questa prospettiva, mi sembra evidente che il modello a cui s’ispirava Cleomene non era la tradizionale diarchia spartana, con il suo rispetto per la costituzione ed i forti vincoli che questa le 47

Polyb. 5, 36, 4-5; Plut. Cleom. 33, 6 e 8. In proposito cfr. soprattutto G.T. GRIFFITH, The Mercenaries of the Hellenistic World, Cambridge 1935; M. LAUNEY, Recherches sur les armées hellénistiques, I-II, Paris 1949-1950. 49 Cfr. MARASCO, Cleomene III, i mercenari, pp. 56-57. 50 Sulla preponderanza dell’elemento militare fra i coloni dei regni ellenistici cfr. ad es., recentemente, G.M. COHEN, The Seleucid Colonies. Studies in Founding, Administration and Organization, «Historia», Einzelschriften, Heft 30, Wiesbaden 1978, pp. 30 ss.; R.A. BILLOWS, Kings and Colonists. Aspects of Macedonian Imperialism, LeidenNew York- Köln 1995 (in particolare pp. 148 ss.); sulle finalità militari della colonizzazione ellenistica COHEN, The Hellenistic Settlements in Europe, the Islands, and Asia Minor, Berkeley- Los Angeles- Oxford 1995, pp. 63 ss.

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imponeva, bensì l’esempio contemporaneo della monarchia ellenistica, nei suoi aspetti idelogici51, ma anche e soprattutto nella sua prassi, che era quella che più interessava un uomo d’azione com’era Cleomene. D’altra parte, la propaganda di quest’ultimo si sforzava di presentare il re spartano come modello di virtù personali, di continenza, di padronanza di sé, contemperando la tradizione spartana con gli analoghi ideali della monarchia ellenistica52. È poi vero che nella biografia di Plutarco ricorrono frequenti attacchi contro i re ellenistici, in particolare contro quelli orientali e contro Antigono Dosone, che ne mettono in rilievo l’amore per il lusso, il dispotismo e l’arroganza e ne condannano la pretesa di onori divini53; ma questa polemica mi sembra rispecchiare soprattutto il veemente antimacedonismo di Filarco54 e le esigenze della sua interpretazione, ostile a quanti erano stati avversari di Cleomene. Ciò è del resto confermato dal fatto che, se la versione di Filarco, rispecchiata in Polibio ed in Plutarco, condannava aspramente Tolomeo IV, responsabile della morte del re spartano55, gli accenni al padre Tolemeo III sono invece sostanzialmente benevoli, tanto che ne vengono messi in rilievo la simpatia e la stima verso Cleomene, che egli amava assai più degli adulatori e intendeva riportare sul trono56. 51

Sui quali cfr. in particolare J. KAERST, Studien zur Entwicklung und theoretischen Begründung der Monarchie im Altertum, München-Leipzig 1898, pp. 38 ss.; E.R. GOODENOUGH, The Political Philosophy of Hellenistic Kingship, «Yale Class. Stud.», 1 (1928), pp. 55-102; W. SCHUBART, Das hellenistische Königsideal nach Inschriften und Papyri, «Archiv für Papyrusforschung und verv. Geb.», 12 (1937), pp. 1-26; Id., Das Königsbild des Hellenismus, «Die Antike», 1937, pp. 272-288; K. W. WELWEI, Könige und Königtum im Urteil des Polybios, diss. Köln 1963, pp. 123 ss.; G.J.D. AALDERS, Political Thought in Hellenistic Times, Amsterdam 1975, pp. 17 ss.; D. MUSTI, Il regno ellenistico, in Storia e civiltà dei Greci. La società ellenistica. Quadro politico, Milano 1977, pp. 288 ss. In particolare per i Seleucidi, con i quali, come si è visto e si vedrà ancora più avanti, Cleomene mostra i maggiori punti di contatto, cfr G. DOWNEY, The Seleucids: the Theory of Monarchy, in The Greek Political Experience. Studies in Honor of W.K. Prentice, Princeton 1941, pp. 162-172. 52 Cfr. MARASCO, Storia e propaganda, pp. 8 ss. 53 Plut. Cleom. 13, 2-3; 16, 7; 30, 7. 54 Su cui cfr. ad es. GABBA, Studi su Filarco; AFRICA, Phylarcus, passim. 55 Circa la versione di Filarco e la sua profonda influenza sul resto della tradizione antica cfr. MARASCO, La valutazione di Tolemeo IV Filopatore nella storiografia greca, «Sileno», 5-6 (1979-1980), pp. 159-182. 56 Plut. Cleom. 32, 1- 33, 1.

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Ma l’elemento che più dimostra l’adesione di Cleomene all’ideale della monarchia ellenistica è costituito dal suo comportamento nei confronti del morto Lidiada, l’ex tiranno di Megalopoli che aveva accettato di far aderire la sua città alla Lega Achea e ne era divenuto stratego. Quando egli cadde eroicamente sul campo di battaglia a Ladocea, nel 227, dunque subito prima del colpo di stato di Cleomene, il re spartano «fece portare presso di sé il cadavere di Lidiada e, adornatolo con un mantello di porpora e postagli sulla testa una corona, lo fece deporre dinanzi alle porte di Megalopoli»57. Lidiada non era affatto il discendente di un’antica e rispettata dinastia come quella degli Eraclidi e neppure aveva avuto un regno illustre ed irreprensibile: al contrario, divenuto tiranno verso il 244, egli si era mantenuto al potere con la forza ed era stato a lungo avversario degli Achei, fino al 235, quando aveva fatto aderire la sua città alla Lega, per motivi di mero calcolo politico58; divenuto stratego, aveva poi avuto un ruolo fondamentale nell’indirizzarla allo scontro con Sparta59. Il fatto dunque che Cleomene l’onorasse in tal modo, ornandolo con la porpora e la corona, che nelle monarchie ellenistiche erano le insegne esteriori ed i simboli della regalità60, anche a prescindere dalle evidenti finalità propagandistiche più immediate del gesto, legate al desiderio di accrescere i contrasti interni nella Lega Achea61, dimostra fino a che punto Cleomene fosse animato dall’ideale monarchico caratteristico dell’ellenismo e tenesse a ricollegarvisi. Un ultimo elemento della condotta di Cleomene che mi sembra 57

Plut. Cleom. 6, 5-6. Su cui cfr. in particolare P. TREVES, La tradizione politica degli Antigonidi e l’opera di Demetrio II, «Rendic. Acc. Naz. dei Lincei», Classe di Sc. Mor., stor. e filol., Ser. VI, 8 (1932), pp. 190-191; WALBANK, Aratos of Sicyon, Cambridge 1933, pp. 62-63. 59 Sulla carriera di Lidiada cfr. in particolare H. BERVE, Die Tyrannis bei den Griechen, München 1967, I, pp. 401-402; II, pp. 712-713, con fonti e bibliografia. Sulle sue responsabilità nello scoppio della guerra con Sparta A. FERRABINO, Il problema dell’unità nazionale nella Grecia antica. I. Arato di Sicione e l’idea federale, Firenze 1921, pp. 65 ss.; WALBANK, Aratos of Sicyon, p. 64; WILL, Histoire politique, I, p. 337; R. URBAN, Wachstum und Krise des achäischen Bundes. Quellenstudien zur Entwicklung des Bundes von 280 bis 222 v. Chr.¸«Historia», Einzelschriften, Heft 35, Wiesbaden 1979, pp. 71 ss. 60 Cfr. in particolare BIKERMANN, Institutions, pp. 32-33; H-W. RITTER, Diadem und Königsherrschaft, München- Berlin 1965, passim; MUSTI, Il regno ellenistico , p. 293. 61 Cfr. MARASCO, Commento, II, pp. 409-410. 58

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necessario sottolineare riguarda la sua politica estera. Plutarco riferisce che, dopo la battaglia di Dime nel 226, Cleomene propose di concludere la pace con gli Achei, ingiungendo loro di cedergli l’¹gemon…a62; i termini di questa richiesta sono ribaditi in maniera del tutto analoga in un passo successivo della biografia di Cleomene e in altri tre passi di quella di Arato, relativi al periodo immediatamente successivo al colpo di stato di Cleomene, alle trattative dopo la battaglia di Dime ed a quelle svoltesi invece nel 225, dopo la defezione di Corinto agli Spartani, nelle quali ancora Cleomene chiese per sé l’¹gemon…a sugli Achei63. La richiesta di Cleomene non può essere intesa né nel senso che egli esigesse la carica di stratego della Lega Achea64, né in quello che egli chiedesse di avere una posizione analoga a quella che Tolemeo III aveva detenuto durante la guerra contro il Gonata65. D’altra parte, anche l’ipotesi da me stesso formulata, secondo cui Cleomene avrebbe così voluto sottolineare che l’egemonia che egli intendeva imporre agli Achei costituiva la restaurazione di quella che Sparta aveva a lungo detenuto nell’ambito della Lega Peloponnesiaca66, se può valere sul piano propagandistico, trova invece un netto limite nella precisa affermazione di Plutarco, ripetuta in due biografie ed in cinque passi, relativi anche a momenti e situazioni differenti, secondo cui Cleomene avrebbe preteso l’egemonia non per Sparta, ma per se stesso. Questa circostanza è essenziale e la terminologia adottata dal biografo, sulla scorta delle sue fonti, ci induce ad una conclusione nuova: il progetto politico di Cleomene mirava non alla restaurazione della tradizionale egemonia spartana, bensì all’istituzione di un nuovo assetto nel Peloponneso, in cui il ruolo dominante sarebbe stato attribuito non a Sparta, ma a lui stesso, riconosciuto ¹gemèn dagli Achei. Il modello per questa soluzione non poteva dunque 62

Plut. Cleom. 15, 2. Plut. Cleom. 16, 6; Arat. 38, 4; 39, 1; 41, 6. 64 Così intendeva A. HEUSS, Stadt und Herrscher des Hellenismus, «Klio», Beiheft, N.F. 26, Leipzig 1937, pp. 44-45; contra, giustamente, OLIVA, Sparta, pp. 250-251; WILL, Histoire politique, I, p. 344. 65 Così K.J. BELOCH, Griechische Geschichte, IV, 1, Berlin-Leipzig 19252, p. 705; WILL, Histoire politique, I, p. 344. 66 MARASCO, Storia e propaganda, p. 20. 63

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essere la tradizione delle Lega Peloponnesiaca, in cui il potere egemone era spettato non a un individuo, bensì ad uno stato, nel quale per di più le ambizioni di potere personale erano severamente represse. Converrà piuttosto pensare, a mio avviso, al modello della Lega di Corinto, in cui l’alleanza delle città greche in vista della koin¾ e„r»nh e della lotta al comune nemico persiano era stata sottoposta al controllo di Filippo il Macedone67; è essenziale ricordare, in proposito, che nell’organizzazione della Lega Filippo aveva assunto appunto il titolo di ¹gemèn, con i poteri di comandante supremo dell’esercito per ogni impresa mirante ad imporre e garantire la pace comune68, ed il titolo era stato poi confermato ad Alessandro alla vigilia della spedizione contro la Persia69. Questo esempio non era del resto rimasto isolato: nel 302, infatti, Antigono e Demetrio avevano ricostituito la Lega di Corinto, con caratteristiche in parte analoghe70; in quell’occasione, Demetrio era stato anch’egli proclamato ¹gemèn della Grecia, come in precedenza Filippo e Alessandro71. Questi modelli politici dovevano essere ancora assai vivi nella memoria dei Greci e, del resto, anche la prassi politica delle altre monarchie ellenistiche si era indirizzata in genere verso soluzioni in parte analoghe, che miravano a contemperare l’esigenza propagandistica di salvaguardare, almeno formalmente, l’eleuthe67

Per l’organizzazione della Lega di Corinto ed i rapporti fra gli stati greci e Filippo cfr. in particolare I. CALABI, Ricerche sui rapporti tra le poleis, Firenze 1953, pp. 147 ss.; K. DIENELT, Der Korintische Bund, «Jahres. d. Österr. Inst. in Wien», 43 (1956), pp. 249 ss.; T.T.B. RYDER, Koine Eirene, Oxford 1965, pp. 150 ss.; H.H. SCHMITT, Die Staatsverträge des Altertums, III, München 1969, pp. 3-14 (nr. 403), con fonti e bibliografia; GRIFFITH, in N.G.L. HAMMOND - G.T. GRIFFITH, A History of Macedonia, II, Oxford 1979, pp. 623 ss. 68 Syll.3 260, ll. 21-2 (= SCHMITT, Die Staatsverträge., III, nr. 403); Polyb. 9, 33, 7; Diod. 16, 89, 1; Plut. Inst. Lac. 240a; cfr. in particolare M. SCHEELE, StrathgÒj aÙtokr£twr. Staatsrechtliche Studien zur griechischen Geschichte des 5. und 4. Jahrhunderts, diss. Leipzig 1932, pp. 12-19; A. MOMIGLIANO, Filippo il Macedone, Milano 1987, pp. 164-165; GRIFFITH, A History of Macedonia, pp. 630-631; A.B. BOSWORTH, A Historical Commentary on Arrian’s History of Alexander, I, Oxford 1980, pp. 48-49. 69 Plut. Alex. 14, 1; Arr. Anab. 1, 1, 2; 2, 14, 4; Schol. Ael. Aristid., p. 178, 16 Dindorf; cfr. BOSWORTH, A Historical Commentary, I, pp. 48-49. 70 La ricostituzione della Lega è nota soprattutto da un’iscrizione di Epidauro (L. MORETTI, Iscrizioni storiche ellenistiche, I, Firenze 1967, nr. 44 = H.H. SCHMITT, Die Staaatsverträge, III, nr. 446); cfr. ad es. WILL, Histoire politique, pp. 77-79 con bibliografia; MARASCO, Studi sulla politica di Demetrio Poliorcete, «Atti e Memorie dell’Arcadia», ser. III, vol. VIII, fasc. 2 (1984), pp. 103 ss. 71 Plut. Demetr. 25, 4.

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ria e l’autonomia delle poleis con la realtà dell’affermazione dell’autorità personale e del controllo da parte del sovrano72. Riguardo infine all’origine di questo preciso indirizzo politico di Cleomene, che come abbiamo visto era vivo nel re spartano già prima del colpo di stato, assai dubbie sono le ipotesi di quanti hanno voluto sostenere un’ispirazione filosofica, stoica o cinica, sulle riforme cleomeniche73, tanto più in quanto la notizia plutarchea circa una presenza di Sfero a Sparta durante la giovinezza di Cleomene è scarsamente credibile74. Cleomene doveva invece, a mio avviso, trovare ispirazione in una circostanza ben più importante, che è stata generalmente trascurata e che era legata alla più recente esperienza della sua famiglia. Suo padre Leonida, infatti, aveva partecipato con il nonno Cleonimo, esule da Sparta, alla spedizione contro la Laconia con cui Pirro aveva cercato di mettere sul trono Cleonimo nel 27275. Morto Pirro, Leonida si era recato in esilio ed era tornato a Sparta solo intorno al 262, per assumere la tutela del figlio minorenne di Acrotato, caduto in battaglia; infine, morto il bambino, gli era succeduto sul trono76. Plutarco condanna la degenerazione di Leonida anche rispetto ai costumi corrotti di Sparta ai suoi tempi, affermando che egli «aveva frequentato a lungo i palazzi dei satrapi ed era stato cortigiano di Seleuco, poi aveva trasferito sconvenientemente il fasto orientale nella pratica degli affari greci e in un governo regolato dalle leggi»77. La condanna moralistica di Plutarco, specchio evidente dell’aspra polemica di Filarco contro il sovrano rivale di 72 Cfr. in particolare, per i Seleucidi, W. ORTH, Königlicher Machtanspruch und städtische Freiheit: Untersuchungen zu den politischen Beziehungen zwischen den ersten Seleukidenherrschern (Seleukos I., Antiochos I., Antiochos II) und den Städten des westlichen Kleinasien, München 1977. 73 Sul problema cfr. MARASCO, Commento, I, pp. 87 ss.; II, pp. 359 ss. con bibliografia, a cui si aggiunga GREEN, Alexander, p. 257. 74 Plut. Cleom. 2, 2, contro la cui attendibilità cfr. ad es. P. TREVES, Studi su Antigono Dosone,«Athenaeum», n.s., 13 (1935), p. 28, n. 3; GABBA, Studi su Filarco, pp. 36 e 53; AFRICA, Phylarchus, p. 18. 75 Paus. 2, 6, 7; sulle vicende di Cleonimo e sulla spedizione di Pirro cfr. in particolare G. MARASCO, Sparta agli inizi dell’età ellenistica: il regno di Areo I (309/8-265/4 a.C.), Firenze 1980, pp. 93 ss., con bibliografia. 76 Plut. Ag. 3, 8; Paus. 3, 6, 7-8; cfr. MARASCO, Commento, I, pp. 194-195. 77 Plut. Ag. 3, 9; per l’errore dell’accenno a un re Seleuco cfr. MARASCO, Commento, I, pp. 194-195.

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Agide, non oscura l’importanza della testimonianza: dopo essere stato presso Pirro, per circa dieci anni Leonida aveva vissuto alla corte seleucidica, evidentemente in una posizione di rilievo, ed era stato non solo spettatore, ma anche partecipe della politica di quella monarchia. In effetti, Leonida fu poi accusato e condannato dai sostenitori di Agide perché, durante l’esilio, aveva sposato la figlia di un satrapo, dalla quale aveva anche avuto dei figli78; alla corte seleucidica, dunque, Leonida aveva goduto di una posizione del tutto confacente al suo rango ed aveva frequentato i più alti dignitari. L’accenno di Plutarco alla tendenza di Leonida a trasferire a Sparta i costumi e l’orientamento politico a cui si era abituato durante l’esilio è dunque estremamente significativo, al di là del valore moralistico che il biografo gli attribuisce: è poi ben comprensibile che l’esistenza di un’altra casata e, soprattutto, il controllo degli efori abbiano a lungo limitato le possibilità d’azione di Leonida, ma le sue ambizioni di potere sono chiaramente attestate dal fatto che, dopo la morte di Agide, non solo egli rimase sovrano senza collega, lasciando vuoto il trono degli Euripontidi, ma anche costrinse la vedova di Agide, che aveva un figlio appena nato, a sposare Cleomene, ancora non in età da matrimonio79, sottoponendo in tal modo, anche in prospettiva futura, la casata euripontide al controllo della propria dinastia80. Queste considerazioni inducono a mio avviso a riconsiderare i limiti d’attendibilità della versione di Filarco, rispecchiata da Plutarco, che contrappone nettamente il conservatore Leonida al riformatore Cleomene. In realtà, al di là delle diverse scelte, imposte anche dalle circostanze, la linea politica dei due sovrani agiadi trovava un comune denominatore proprio nell’ambizione d’imporre il potere proprio e della propria dinastia, sfruttando le occasioni che si presentavano. Mi sembra dunque credibile che proprio dall’esperienza del padre presso Pirro e poi alla corte seleucidica Cleomene abbia tratto in gran parte l’ispirazione per

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Plut. Ag. 10, 4; 11, 2-6. Plut. Cleom. 1, 1-3. 80 Cfr. in tal senso CARTLEDGE- SPAWFORTH, Hellenistic and Roman Sparta, pp. 48-49; E.I. McQUEEN, The Eurypontid House in Hellenistic Sparta, «Historia», 39 (1990), p. 178; GREEN, Alexander, p. 256. 79

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imitare ideali e realtà che, comunque, erano ormai diffusi e condivisi ai suoi tempi. La figura e l’azione di Cleomene, dunque, costituiscono la dimostrazione di come la realtà contemporanea del mondo ellenistico, con il trionfo dell’ideale monarchico e delle forti personalità, si fosse ormai decisamente affermata e fosse penetrata anche in uno stato tendenzialmente conservatore ed isolato come Sparta, presentandosi come una trasformazione ineluttabile, per permettere allo stato spartano di sopravvivere e di adeguarsi ad un mondo ormai del tutto cambiato rispetto a quello che aveva dovuto affrontare nel corso della sua tradizione secolare.

ABSTRACT Cleomenes III personality shows a substantial agreement with the models of the Hellenistic kingship, in spite of the themes of his propaganda, founded on the formal acceptance of the ideals of Lykourgos. The abolition of the ephorate and the radical modifications to the role of the diarchy and of the gerusia were a break with the traditional Spartan constitution and the wide grant of citizenship agreed with the Hellenistic practice. On the other hand, the honours given to Lydiadas’s body and the formal sides of the position Cleomenes reserved for himself in the relations with the subjects and the allies confirms the strong influence on him of the Hellenistic political ideals.