Chi comanda nella città. I greci e il potere 884308545X, 9788843085453

Il libro introduce il lettore a una sorta di visita guidata in uno dei più straordinari laboratori di pensiero politico

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Chi comanda nella città. I greci e il potere
 884308545X, 9788843085453

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M a r io V e g e t t i

Chi comanda nella città I Greci e il potere

Carocci editore (o> Sfere extra

In d ice

i “ ristampa, aprile 10 17 i a edizione, febbraio 2017

® copyright 2017 by Carocci editore S.p.A., Roma Realizzazione editoriale: Omnibook, Bari

Prologo

7

U n problema greco

9

Plethos, 0 della moltitudine

ZI

Nomos, 0 della legge

39

Kratos, 0 della forza

57

Aretè, o della virtù iperbolica

73

Epistem e, o della scienza

85

Antropologie rivali

IOI

Note

109

Indice dei passi citati

123

Finito di stampare nell’aprile 10 17 da Grafiche V D srl, Città di Castello (PG)

ISBN

978-88-430-8545-;

Riproduzione vietata ai sensi di legge (art. 171 della legge 22 aprile 1941, n. 633) Siamo su: www.carocci.it www.facebook.com/caroccieditore www.twitter.com/caroccieditore

5

Prologo

C i sono parecchie cose che il lettore non troverà in queste pagine. N on troverà un commento anali­ tico dei testi antichi condotto secondo le intenzioni d ’autore e l ’ordine delle argomentazioni: un lavoro questo imprescindibile, ma che va compiuto in altra sede. N on troverà neppure una storia delle idee po li­ tiche sviluppata secondo le sequenze cronologiche di autori e di testi, per la quale si può rinviare a ottim i strumenti di consultazione1. D i conseguenza, non troverà una bibliografia disciplinare organica: le in­ dicazioni contenute nelle note sono suggerimenti di lettura senza alcuna pretesa sistematica. M i sono proposto invece di introdurre il lettore a una sorta di visita guidata in uno dei piu straordinari laboratori di pensiero politico nella storia d O cci­ dente, che fu attivo in Atene nel secolo che va all’ in­ circa dal 430 al 330 a.C. Utilizzando le idee e i testi via via prodotti in questo laboratorio, si e allestita la messa in scena di un dibattito a piu voci, che coin­ volge filosofi, storici, poeti, politici, intorno alle do­ mande decisive su che cosa sia il potere e come possa venire legittimato o giustificato. N ella rappresenta­ zione che ne viene offerta, questo dibattito è stato 7

articolato intorno a cinque assi tematici principali

U n problema greco

(la maggioranza, la legge, la forza, la virtù, il sapere) che, co m e naturale, si intrecciano e interagiscono reciprocamente. Per il senso comune politologico, il confronto tra le idee politiche prodotte in questo laboratorio riserva qualche sorpresa: persino un re­ gime rassicurante come la democrazia maggioritaria viene messo radicalmente in discussione, e d ’altra parte un potere esecrabile come quello tirannico ri­ scuote talvolta consensi significativi. D ’altra parte, testi noti possono acquistare un rilievo e un signifi­ cato inattesi per la vulgata storiografica. M a non ho affatto inteso mostrare chi ha ra­ gione e chi ha torto, oppure chi vince e chi perde. G li aspetti che davvero interessano sono la forza teo­ rica, la spregiudicatezza intellettuale, la radicalità di approccio che caratterizzano la discussione qui rivisi­ tata. V i troviamo, da un lato, un m odello insuperato di come la riflessione politica possa andare al fondo dei problemi, magari non per risolverli ma per ren­

Lo stato [...] consiste in un rapporto di dominazione di alcuni uomini su altri uomini, il quale poggia sul mezzo della forza legittima (vale a dire, considerata legittima). Perché esso esista, bisognerà dunque che i dominati si sottomettano all’autorità cui preten­ dono i dominatori del momento. Quando e perché vi si assoggettano ? Su quali motivi di giustificazione intrinseca e su quali mezzi esteriori poggia questa do­ minazione? M. Weber, L a politica comeprofessione Tutte le forme di Autorità (umana) hanno in comu­ ne il fatto che permettono di esercitare un’azione che non provoca reazione, perché coloro che potrebbero reagire si astengono coscientemente e volontaria­ mente dal farlo. [...] Ma dato che la reazione resta sempre possibile e che la rinuncia e cosciente e volontà-

derli almeno più chiari nei loro presupposti e nelle

ria, è legittimo chiedersi il perché di questa rinuncia. O gni Autorità suscita la questione del perché esiste,

loro im plicazioni; d all’altro, una strumentazione

cioè perché la si “riconosce” subendo gli atti che ne

concettuale che certo appartiene a un m ondo lon­

derivano senza reagire contro di essi.

tano, ma che forse non ha del tutto esaurito la sua capacita di offrire stimoli e prospettive che ancora oggi sarebbe sbagliato ignorare.

A. Kojève.Z^ nozione di autorità

Nelle Supplici di Euripide, l’araldo di Tebe chiede all’ateniese Teseo chi com andi nella sua citta (let­ teralmente: « c h i è il signore (tyrannos) di questa terra?», 399)· La risposta di Teseo, secondo cui

8

9

Atene non conosce tiranni ed è governata democra­

in Grecia, dopo il crollo dei regni micenei che ave­

ticamente dal popolo, dà luogo a un aspro dibattito,

vano costituito su piccola scala una propaggine peri­

nel quale l ’araldo sostiene le ragioni della monarchia

ferica delle grandi m onarchie orientali, né una strut­

autocratica, e Teseo appunto quelle della democrazia.

tura monarchica, né un apparato statale, un esercito

Il passo è ricco di significati.

e un sistema giudiziario centralizzati. Questo rende

E certo che in ogni form azione sociale ordinata

in primo luogo impossibile una regolare trasmissione

gerarchicamente si pone la questione di legittimare

dinastica del potere. Telemaco non eredita il trono

o giustificare l ’esercizio del potere - come insieme di

di Odisseo, e del resto neppure la successione divina

condizioni necessarie perché un uom o o un gruppo

risulta dinasticamente ordinata. L a trasmissione del

di uom ini esercitino il com ando sulla comunità e

potere divino narrata da Esiodo non solo e priva di

assumano decisioni in suo nom e1 —oppure l ’aspira­

regole, ma è segnata da lotte cruente e spietate. C osì

zione e la pretesa a questo esercizio. M a è nella so­

Urano impedisce ai figli di Gaia di vedere la luce, e

cietà greca che la questione si è posta per la prima

la madre, per vendicarli, incita C rono a castrare il

volta e con la massima urgenza, costituendone una

padre ( Theog; 15 4 -18 1); Crono divora i suoi figli, e

caratteristica centrale e decisiva, tanto che il pensiero

viene a sua volta sconfitto dagli artifizi e dalla v io ­

greco rappresenta un laboratorio di ricerca sul tema

lenza di Zeus, salvato d all’astuzia della madre ( Theog.;

del potere capace di elaborare, e criticare, un venta­

459-496). Aggiunge il Prometeo di Eschilo che dopo

glio di soluzioni al quale le culture posteriori non

una lotta spietata, « n u o vi signori governano (kra-

avrebbero mai cessato di attingere.

tousi) l’ O lim po / e con nuove leggi, al di fuori del

Le ragioni di questa centralità non sono difficili

Giusto, Zeus governa / e annienta ora le potenze di

da individuare. La società e la cultura greche si sono

un tem po» (Prom. 149-151)· H mondo divino non

formate, in un processo storico che ha inizio intorno

propone dunque alla società degli uom ini alcuna

al i x secolo a.C., in uno spazio definito da un sistema

form a di trasmissione ordinata e non conflittuale

di assenze, che nel loro insieme assumono i tratti di

del potere1. Secondo il Politico di Platone (2 7 4 ^

una acuta crisi d i sovranità.

277b), C ron o aveva rappresentato l’apparizione di

La prim a assenza, resa ancora più evidente dal

un re-pastore divino, il cui regno dell abbondanza,

confronto con il mondo del Vicino Oriente, è quella

con Γ indistinzione fra uom ini e animali, aveva avuto

di un apparato statale centralizzato: non esistevano

del resto tratti grotteschi, che si riverberano su qual­

IO

II

siasi idea pastorale della regalità3; dopo il suo abban­

ma questi stessi dicono che gli dèi sono disponibili

dono (una sorte di “morte di dio” ), il m ondo lasciato

a farsi influenzare e convincere da “sacrifici, amabili

a se stesso era precipitato, n ell’epoca di Zeus, nella

suppliche” [Iliade 9.499] e offerte votive. A d essi si

confusione e nel conflitto generalizzato, di fronte

deve prestar fede o su entrambe le cose o su nessuna

ai quali gli uomini, divenuti padroni della propria sorte, avevano dovuto inventare tecniche d i gestione

delle due » (366e). La terza assenza, infine, è quella di una tradizione

della crisi, come la politica e la filosofia.

culturale secolare e autorevole, che si aggiunge alla

Tutto ciò sottolinea l ’assenza di forme consoli­

mancanza di un Libro, o di più Libri, di natura sacra

date di legittimazione, trasmissione ed esercizio del

e ispirazione divina. La sola tradizione culturale cui i

potere. A questa situazione di crisi contribuisce la se­

G reci potevano fare riferimento era la memoria leg­

conda delle assenze di cui abbiamo parlato: quella di

gendaria della “guerra di Troia”, un’ invenzione lette­

autorità sacerdotali in grado di consacrare i dinasti,

raria dunque quanto lo era la loro teologia. Platone

di garantire il rapporto fra divinità, poteri politici e

racconta che il primo legislatore di Atene, Solone,

ordine sociale. I G reci erano perfettamente consape­

durante una sua visita in Egitto avrebbe incontrato

voli delle recenti origini poetiche, dunque profane,

i sacerdoti di quell’antico paese, che gli avrebbero

prive di qualsiasi ortodossia custodita da un sacer­

detto: «So lo n e, Solone, voi G reci siete sempre dei

dozio castale, della loro religione. Scriveva Erodoto:

ragazzi, un greco non è mai vecchio. [...] Siete tutti

« D a chi nacque ciascuno degli dèi, se tutti esistes­

giovani d ’animo perché non avete nessuna opinione

sero e quali siano le loro forme, fino a poco fa - per

antica trasmessa attraverso una tradizione che viene

così dire fino a ieri - non si sapeva. Ritengo infatti

dal passato né alcun sapere incanutito dal passare del

che Esiodo e Omero mi abbiano preceduto in età di quattrocento anni, e non di più. Sono essi ad aver

tem po» (Tim eo ilio ). L a società e la cultura greche hanno così preso

composto per i G reci una teogonia, dando agli dèi

forma in un vuoto di statualità, di autorità religiosa,

gli epiteti, dividendo gli onori e le competenze, in­

di tradizione, nello spazio dunque, come si è detto,

dicando le loro fo rm e» (n 53). E nel 11 libro della

di una crisi di sovranità. Questo spazio venne riem­

Repubblica di Platone Adim anto riassumeva critica-

pito, a partire dai secoli IX e V ili a.C., da un gran

mente questa convinzione: «conosciam o gli dèi e ne

numero di piccole com unità indipendenti, in parte

abbiamo sentito parlare da nessun’altra fonte se non

urbane e in parte rurali, le poleis. La cosa più interes­

dai costumi rituali e dai poeti autori di genealogie;

sante dal nostro punto di vista è che i ruoli di potere,

12

13

da chiunque fossero detenuti (monarchie locali, ari­

Le ragioni che rendono legittim o il potere dete­

stocrazie terriere o mercantili, p o i talvolta “tiranni”,

nuto da alcuni, e che giustificano le pretese di altri

infine strati progressivamente più ampi della citta­

al suo esercizio, devono dunque venire argomentate,

dinanza) non erano legittimati né da un’ investitura

rese convincenti o almeno plausibili, se si vuole evi­

sacerdotale, né dal diritto ereditario delle monarchie

tare una situazione di conflitto sociale permanente e

dinastiche. Il potere doveva dunque venire di volta in

cruento come quello che aveva segnato le successioni

volta giustificato e legittimato da ragioni convincenti

al trono degli dèi secondo Esiodo.

(o dal ricorso diretto alla forza, in ogni caso difficile

È interessante notare che, in parallelo alla que­

e rischioso per la carenza di strumenti pubblici di

stione del potere, si pone anche quella della legitti­

repressione). Esso risultava dunque contendibile e

mità dell’accesso al discorso veritiero: che cosa auto­

negoziabile fra gruppi politici e sociali contrapposti.

rizza la pretesa di profferire discorsi veri intorno al

Il celebre logos tripolitikòs di Erodoto (in 80-82), sul

m ondo e agli uomini, e che cosa ne garantisce la ve­

quale dovremo naturalmente tornare, rappresenta

rità, in assenza della garanzia offerta dalla tradizione

u n ’immaginaria discussione fra dignitari persiani

e dal suggello sacro? I poeti arcaici, come Qme.ro ed

intorno ai rispettivi meriti della monarchia, dell’o­

Esiodo, avevano autorizzato la propria presa di pa­

ligarchia e della democrazia, come regimi alternativi

rola con la rituale invocazione alle Muse («esse una

adottabili nel vuoto aperto dalla crisi dinastica della

volta a Esiodo insegnarono un canto bello [...] perché

m onarchia del loro paese. Il dialogo erodoteo rappre­

cantassi ciò che sarà e ciò che è, / e m i ordinarono di

senta la più lim pida espressione, nella cultura greca

cantare la stirpe dei beati, sempre viven ti», Theog. 22-

del v secolo a.C., di questa negoziabilità delle forme

34). Empedocle, un profeta di salvezza, si spinge fino

del potere, e delle rispettive giustificazioni contrap­

ad attribuire a se stesso una condizione divina (« Io

poste. M a già agli inizi della storia di Atene (fra

e

tra voi come un dio immortale, non più mortale /

v i secolo a.C .), il protolegislatore della polis, Solone,

m i aggiro fra tutti onorato, come si conviene, / cinto

aveva argomentato in m odo del tutto secolarizzato

di bende e di corone fiorite»: B 112 D K ). E persino

la validità politica della sua legislazione, che veniva

Parmenide garantisce il proprio discorso di verità at­

significativamente posta per iscritto e resa dunque in

tribuendolo alla rivelazione di una “dea”, che, al cul­

linea di principio leggibile e interpretabile d all’ in­

mine del suo viaggio iniziatico, gli si rivolge così: « O

fera comunità cittadina.

giovane, che insieme a immortali guidatrici / giungi 14

v ii

15

alla nostra casa con le cavalle che ti portano, / salute a

D el resto, il cerchio tende a chiudersi. La rifles­

te! [...] Bisogna che tu impari a conoscere ogni cosa, /

sione dei presocratici sul principio o i principi del

sia l ’animo inconcusso della ben rotonda Verità / sia

cosmo si configura spesso come una ricerca sul p o ­

le opinioni dei m ortali...» (B i D K ). È chiaro però

tere o i poteri (appunto, a rch i o archaì) che dom i­

che nel procedere del discorso parmenideo l ’autrice

nano e governano i processi della natura (si pensi per

divina dell’enunciazione scompare cedendo il passo

esempio al nous di Anassagora, che è autokrates, eser­

alla forza argomentativa degli enunciati e dell’ infe­

cita la propria forza - krateìn, ischeueuin - e ha il p o ­

renza logica, da cui esso ottiene ormai una propria

tere di iniziare la rotazione del m ondo, 59 B iz D K ) é.

autonoma legittim ità4.

I tentativi di rispondere alla domanda su che

N ell’ambiente di M ileto, Ecateo, fra v i e y secolo a.C., aveva iniziato le sue Genealogie con queste pa­ role, di decisa rottura con la tradizione epica: «Scrivo queste cose, come m i appaiono vere. Infatti i discorsi degli Elleni, sono, come a me pare, molti e ridicoli» (fr. i Nenci): la decisione veritativa dell’autore appare qui perfettamente in grado di autolegittimarsi. M a che il discorso vero non avesse più bisogno di ulte­ riori garanzie, dall’ ispirazione divina all’autorità del parlante, lo aveva affermato con forza Eraclito: « N o n dando ascolto a me, ma al logos, è sensato concordare

cosa legittim i il potere - nell’am bito del sistema di assenze che abbiamo delineato - , e la dialettica che da essi si origina, innervano dal canto loro l ’ intera riflessione politica greca n ell’età “classica” della polis, fra v e IV secolo. Questi tentativi possono venire convenientemente organizzati secondo cinque tip o ­ logie principali, che com ’è naturale risultano spesso intrecciate. Eccole: 1. plethos, il principio di maggioranza;

che tutte le cose sono una soltanto» (B 50 D K = 5

z. nomos, il principio di legalità;

Fronterotta)5. E ormai il ragionamento veridico a

3. kratos, il principio della forza;

essere in grado di esibire la propria autonoma giu­

4. aretè, il principio dell’eccellenza·,

stificazione razionale. Quello che di fatto è in gioco,

5. episteme, il principio della competenza.

nella difficile elaborazione di una legittimazione del discorso di verità, nonostante l ’assenza di autorità e

Può essere interessante confrontare queste tipologie

di tradizioni che ne assicurino una garanzia esterna, è

di legittimazione del potere con le analoghe classi­

niente meno che la nascita della filosofia come forma

ficazioni proposte nella m odernità da M ax W eber e

di razionalità in grado di autogiustificarsi.

Alexandre Kojève.

16

17

Per W eber7 si possono distinguere: 1. la dominazione tradizionale ( « l ’autorità dell’eterno ieri»); 2. la dominazione carismatica (il condottiero eletto in guerra, il sovrano plebiscitario, il grande demagogo): si tratta del «terreno dello stato cittadino proprio dell’Occidente»; 3. la dominazione basata sulla legalità, in virtù della « fede nella validità della forza della legge ».

1. l ’autorità del Padre sui figli (presente tuttavia solo nelle culture mono teistiche e teocratiche); 1. l ’autorità del Signore sul servo, di matrice hegeliana; 3. l ’autorità del Capo (con le varianti del Dotto e del Tecnico), capace di progettare il futuro; 4. l ’autorità del Giudice. In rapporto alla nostra tipologia, l ’autorità del si­ gnore sul servo sembra corrispondere all’ambito della “virtù” (come vedremo, è tra l ’altro per u n ’ec­ cedenza di aretè che Aristotele giustifica il dom inio

In rapporto alla tassonomia qui proposta, si possono osservare alcune differenze e altre corrispondenze. Manca, nella classificazione di Weber, il riferimento alla forza (kratos), perché a suo avviso la forza è parte integrante della definizione dello Stato moderno (che detiene il m onopolio del suo uso legittimo). V i­

del padrone sugli schiavi). L ’autorità del C apo è per certi aspetti riconducibile ancora al tipo dell 'aretè, per altri invece a\Yepisteme, il principio della com ­ petenza conoscitiva. Infine, il Giudice corrisponde senza dubbio al nomos, il principio di legalità. Il confronto, la dialettica, il conflitto fra queste

ceversa, manca nella nostra tipologia il riferimento

diverse form e di legittimazione del potere - nessuna

alla tradizione, perché la sua assenza contrassegna la

delle quali riuscirà mai a prendere definitivamente il

crisi di sovranità entro la quale si sono formate la so­

sopravvento - costituiscono la ricchezza e la vitalità

cietà e la cultura greche. Invece, la dominazione cari­

della riflessione politica greca, dalla quale, come si è

smatica corrisponde, nella nostra tipologia, al prin­

ora visto, lo stesso pensiero moderno non si è ancora

cipio (4), aretè o virtù, e, per gli aspetti plebiscitari,

del tutto distanziato10.

anche al principio (i),p leth os o m oltitudine. Infine, la dominazione basata sulla legalità corrisponde evi­ dentemente al principio (2), nomos, la legge. Quanto a K ojève8, egli classifica questi quattro tipi di autorità (tra i quali non compare la forza, che è opposta alla nozione stessa di autorità)9: 18

19

Plethos, o della moltitudine

Quando un gruppo, col consenso di ciascun indivi­ duo, costituisce una comunità, di quella comunità fa con ciò stesso un sol corpo, che ha il diritto di delibe­ rare come un sol corpo, cioè solo in base alla volontà e alla decisione della maggioranza. [...] È indispen­ sabile che quel corpo si muova nella direzione in cui lo spinge la forza maggiore, e cioè il consenso della maggioranza. J. Locke, Trattato sulgoverno N on è mai esistita ima vera democrazia, né esisterà mai. È contro l’ordine naturale che la maggioranza go­ verni e la minoranza sia governata. [...] Se vi fosse un popolo di dèi, esso si governerebbe democraticamente. Un governo così perfetto non conviene agli uomini. J.-J. Rousseau, Il contratto sociale.i

i. N el terzo libro delle Storie, Erodoto mette in scena la discussione fra tre alti dignitari persiani - Otane, Megabizo e D ario - sul miglior regime da adottare dopo la crisi dinastica che aveva scosso l ’ impero. Egli è perfettamente consapevole della scarsa verosim i­ glianza storica dell’episodio, che sarebbe accaduto nel 522/1, e prevede l ’ incredulità dei suoi lettori (n i 8o.i, v i 43.3): in realtà, nel celebre logos tripolitikòs 21

egli riassume, antedatandoli di quasi un secolo e tra­

spetto politico-istituzionale della proposta di Otane,

sponendoli in terra persiana, i punti salienti della vi­

che risulta largamente condivisibile a tutta una tradi­

vace riflessione costituzionale che aveva impegnato

zione di pensiero di matrice soloniana, e la tiene per

la cultura greca nella seconda m età del v secolo.

il m om ento lontana dalla turbolenza sociale e id eo­

Com unque sia, nel logos erodoteo gli assetti co­

logica che aveva invece accompagnato la discussione

stituzionali vengono classificati e valutati in base al

sulla democrazia. Il rapporto fra plethos e demos ri­

numero di chi detiene il governo. In ordine inverso

sulta in effetti anche semanticamente ambiguo, oltre

rispetto agli interventi riferiti da Erodoto, D ario so­

che politicamente problematico. Se per demos si in­

stiene il governo di uno solo, la monarchia (o tiran­

tende la totalità del corpo civico deliberante (così in­

nide per i suoi detrattori); Megabizo il governo dei

tende in effetti il democratico siracusano Atenagora

pochi, l ’oligarchia; Otane, infine, propone di conse­

in Tucidide, v i 39.1; e così risultava d all’ intestazione

gnare il governo alla m oltitudine {plethos). A l regime

dei decreti approvati dall’assemblea degli ateniesi e

del plethos archon spetta secondo Otane « il nome

prom ulgati appunto in nome del “popolo” ), allora

più bello di tu tti» , quello di isonomia (“eguaglianza

plethos significherà la maggioranza della comunità

di fronte alla legge” ) (n i 80.6)1. Erodoto sa perfetta­

cittadina legittimata a deliberare. Ben diversa è l ’ac­

mente che la proposta di «conferire il potere (kratos)

cezione di demos come parte sociale popolare con­

alla m aggioranza», come la interpreta M egabizo (in

trapposta all’aristocrazia e ai possidenti. In questo

81.1) equivale all’ instaurazione della democrazia, e in

caso, non sarà difficile identificare - come appare

questo senso egli stesso interpreterà la tesi di Otane

chiaro nel testo oligarchico sulla Costituzione degli

in un passo successivo (v i 43.3); del resto, Otane

ateniesi attribuito allo Pseudo-Senofonte - la m ol­

avrebbe proposto l ’assegnazione delle cariche per

titudine del popolo, quindi il plethos e il demos, con

sorteggio, ciò che rimanda in m odo inequivocabile a

la massa numericamente preponderante dei poveri

una pratica centrale nella democrazia ateniese.

{penetes, proletari nullatenenti) (1 z, 11 8). D i qui in

C i si può chiedere perché nel logos tripolitikòs

poi, la democrazia verrà diffusamente identificata

Erodoto abbia preferito parlare di isonomia anziché

con il governo dei poveri. È la tesi di Platone (« la

di dem okratia, e la risposta a questa dom anda ci fa

democrazia nasce quando i poveri, usciti vincitori

compiere un passo avanti nella nostra inchiesta1. Il

dal conflitto, uccidono alcuni degli avversari, altri ne

riferimento all’eguaglianza giuridica sottolinea l ’a­

esiliano, e a chi resta distribuiscono in m odo egua­

11

2-3

litario (ex isou) l ’accesso alla cittadinanza e alle ca­

2. L ’obiezione politologica al principio di m aggio­

riche di potere; queste sono per lo più assegnate per

ranza viene formulata nel modo più lim pido in un

sorteggio», Repubblica v i l i ssya). Ed è la tesi riba­

dialogo fra Pericle e il giovane Alcibiade riferito nei

dita da Aristotele, che definiva icasticamente la de­

M em orabili di Senofonte. Il leader ateniese aveva

mocrazia come un regime caratterizzato da « c o n d i­

definito le leggi come quelle che « la massa del p o ­

zione plebea, povertà, lavoro m anuale» (Politica v i

polo (plethos), riunendosi e approvando, ha fatto

2 . 1 3 ^ 4 0 - 1 ) , e si spingeva fino al paradosso secondo

scrivere». M a alla fine della discussione Alcibiade

cui, se anche i poveri fossero pochi e i ricchi molti, il

giunge a scoprire il carattere violento, coercitivo, del

governo dei prim i sarebbe comunque da considerare

volere della maggioranza, salvo im probabili casi di

una democrazia (Poi. n i 8).

convinzione unanime. Conveniva Pericle: « M i pare

La ragione che Otane adduce per la sua prefe­

che tutto quello che qualcuno costringe un altro a

renza per il potere della maggioranza (isonom ia o

fare senza persuasione, prescrivendolo per iscritto

democrazia che sia) viene formulata alla maniera di

o in altro m odo, sia violenza (b ia ) piuttosto che

una sentenza oracolare: «έν τφ πολλώ ’έ νι τα πάντα»

legge». E conclude Alcibiade: « E allora tutte le cose

( ili 8ο.6), frase che significa letteralmente «n el

che la massa (plethos), essendo più forte (kratoun)

molto si trova ogni co sa» , ma che può venire inter­

dei ricchi, prescrive senza persuasione, sarebbe v io ­

pretata come “nella maggioranza sta il tutto”, o anche

lenza piuttosto che legge» (Mem. I 2.42-45). Il prin ­

“nella massa risiede tutto il potere”. La sentenza di

cipio di maggioranza come legittimazione del potere

Otane si presta dunque agevolmente a un’ interpre­

viene in questo modo ricondotto a quello della forza,

tazione totalitaria del principio di maggioranza:

kratos, di cui si dirà più avanti4.

se essa è “tutto”, la minoranza sarà letteralmente ri­

L ’oppressione anche ideologica esercitata dai

dotta a “nulla”, annientata. Su questo doppio ordine

“m olti” nella città democratica è tratteggiata con

di ragioni - sociali da un lato, basate sull’equazione

efficacia da Platone nel v i libro della Repubblica.

plethos-penetes, politiche dall’altro, motivate dal

«Q u an d o siedono in massa alle assemblee o ai tribu­

dominio della maggioranza - verranno costruite le

nali o negli accampamenti o in qualche altra riunione

critiche alla prospettiva maggioritaria-democratica

comune di folla (plethos), e con gran fragore ora d i­

di Otane, e, beninteso, dei suoi seguaci “storici”, da

sapprovano, ora elogiano i discorsi e le azio n i» , i

Efialte in p o i3.

“m olti” che dom inano nella comunità cittadina eser­ 14

25

citano la loro pressione conformante, in m odo tale

da un lato un deficit cognitivo. Il popolo «n u lla sa » ,

che in un giovane «nessuna privata educazione può

è «p rivo di intelligenza», perché inevitabilmente

resistere senza venir travolta da un tal flutto di bia­

manca di istruzione. E c ’è un deficit morale: esso è

simi e di lo d i» , ed egli « s i lascerà trasportare dove

pieno di hybris, cioè di arrogante violenza, e incon­

lo porta la corrente, e dirà che sono belle e brutte

trollabile, sfrenato (akolastos) nel perseguire i suoi

le stesse cose che pensa la fo lla » . C h i poi non si la­

scopi (in 81.1).

scia convincere « lo puniscono con la privazione di

Sullo stesso doppio registro insiste l ’ implaca­

diritti, con le confische, con le condanne a m orte»

bile critica antidemocratica della Costituzione degli

(v i 49zb-d). Pressione conform ante e ricorso alla re­

ateniesi pseudo-senofontea. « C i sono nel demos la

pressione violenta del dissenso fanno sì che « se qual­

più grande ignoranza {am athia), disordine (ataxia)

cuno entra in contatto con la folla, per sottoporle

e malvagità [ponerìa): la povertà conduce a ll’ igno­

un poema o un’altra opera d ’arte o un programma

minia, e così la mancanza di educazione (apaideusia)

politico [...] c e una necessità “diomedea” a costrin­

e l ’ ignoranza» (i j ) \ D i fronte a questa aggressione,

gerlo a fare tutto ciò che questa approverà: che poi

sembra piuttosto debole la difesa tentata dal leader

quanto essa approva sia veramente buono e bello, hai

democratico radicale Cleone. Egli avrebbe sostenuto,

mai sentito qualcuno darne una giustificazione men

secondo Tucidide, che « l ’ ignoranza (am athia) con­

che ridicola?» (vi 493d).

giunta ad autocontrollo {sophrosyne) è più utile della

Il potere della maggioranza si rivela dunque, per

destrezza sregolata» (in 37.3), che egli naturalmente

questi critici, oppressivo e violento nei riguardi delle

attribuisce alla parte aristocratica (si pensi, esemplar­

minoranze dissenzienti, che ne risultano “annien­

mente, ad Alcibiade). M a l ’unione di ignoranza e

tate” come faceva temere il m otto di Otane.

saggio autocontrollo nelle plebi sembra piuttosto un

La seconda obiezione al potere del plethos è in­ vece di ordine sociologico, e si fonda sull’evidenza

ossimoro, vista la hybris e la sfrenatezza cui condur­ rebbe la loro mancanza di paideia.

fornita d all’equazione m oìxi-dem os-povtù, che svela

Piuttosto, a queste critiche contro la moltitudine

la natura plebea della m oltitudine maggioritaria. G ià

maggioritaria possono venire opposte due risposte

M egabizo, nel logos tripolitikòs, aveva indicato i due

più articolate. La prima consiste nel fatto che se è

livelli sui quali si articolava questa critica: il prim o di

vero che i suoi membri non possono godere di una

ordine intellettuale, il secondo di ordine morale. C ’è

educazione privata, la città nel suo insieme agisce 17

come u n ’ impresa educativa collettiva che provvede

di simpatie per le masse urbane. C i sono uomini,

alla formazione e all’ integrazione comunitaria dei

dice Platone, nei quali il principio di razionalità è

cittadini, attraverso la massiccia partecipazione alle

così debole da non riuscire a governarne la condotta,

assemblee politiche, alle giurie dei tribunali, ai fe­

e si tratta in primo luogo degli addetti « al lavoro sa­

stival teatrali (la straordinaria qualità degli autori

lariato e m anuale»; è bene per loro essere asserviti

premiati in queste occasioni dalle giurie popolari è

a coloro che possiedano pienamente questo prin­

un buon testimone della loro acculturazione). « L a

cipio, in m odo che anche la loro vita venga a essere

città educa gli u o m in i», aveva scritto Simonide (fr.

governata dalla ragione per l ’interposizione di chi li

53D )6. C om e ciò accada, mediante le leggi e i co­

comanda. C osì anche i bam bini devono essere sotto­

stumi della città, lo descrive il sofista Protagora nel

posti agli educatori, finché, adeguatamente coltivata

dialogo platonico che gli è intitolato :

la loro parte migliore, possano venir «lasciati andare

Quando i ragazzi abbiano lasciato i maestri, la città li obbli­ ga ad apprendere le leggi, e a vivere secondo il loro modello iparadeigmd), sì che non abbiano a comportarsi a loro capriccio; anzi, come i maestri di grammatica, ai ragazzi che non sono ancora abili nello scrivere le lettere, porgono le tavolette, dopo avervi accennato le lettere con lo stilo obbli­ gandoli quindi a seguire questa traccia, così anche la città, accennando le linee delle leggi, trovate da buoni e antichi legislatori, obbliga, seguendo la loro traccia, a comandare e ad obbedire-, e chi traligni da esse, punisce, e a tale punizione [...] si dà il nome di “raddrizzare” (Prot. 3z6c-d).

lib eri» (R ep. I X 590c-59ia; sulla “schiavitù educa­ tiva” si vedano anche le belle pagine di L isid e 207dn o d ). Per analogia, sembra allora possibile supporre - ma solo supporre - che possa venire un tempo in cui l ’opera educativa della città sia riuscita a far sì che le masse incolte e intemperanti abbiano raggiunto la maggiore età intellettuale e morale, e che sia allora possibile la loro emancipazione: in questo momento, il principio di maggioranza, il potere alplethos, risul­ terebbero giustificati al di là delle critiche. Sarebbe dunque il trionfo di quella Sozialpadagogik nella

Le leggi e i costumi operano dunque una sorta di

quale il kantiano e socialista Paul N atorp ravvisava a

ortopedia del corpo civico, dello stesso pletbos, che

un tempo la condizione di possibilità e l ’effetto della

ne corregge deviazioni e intemperanze, e prepara a

realizzazione del “comuniSmo” platonico: nulla vie­

un’armonica integrazione sociale e culturale.

terebbe, allora, che una nuova aristocrazia spirituale

U no spiraglio in questa stessa direzione è del resto

indossi « il grembiule da o p eraio »7. Tutto ciò appar­

aperto dallo stesso Platone, di certo non sospettabile

tiene però alla speculazione esegetica. Se è vero che 29

“la città educa gli uom ini”, è anche vero che questo

b ertà» , cioè senza ricorrere alla coercizione)8. Il senso

com pito educativo restava, agli occhi di critici ostili

di questo esperimento politico era stato riassunto

al plethos, ma non privi di realismo, im pervio e in­

dallo stesso Pericle nella celebre orazione funebre,

com piuto; anzi impossibile, almeno secondo A risto ­

almeno secondo la versione tucididea: « si chiama

tele. Valutandone gli effetti dopo una secolare espe­

democrazia, perché il governo non è rivolto ai pochi,

rienza, egli ne traccia un bilancio pessimistico. « L a

ma alla maggioranza (pleionas) » (1137.1); altra espres­

massa {boi polloì) obbedisce più alla costrizione che

sione fortemente sintetica, il cui senso appare però

al ragionamento, più alle punizioni che al b ello».

chiaro: nel regime pericleo, il governo non è eserci­

Solo i cittadini già ben educati e virtuosi nei costumi

tato d a l popolo, ma p e r il popolo, è cioè orientato a

sono disposti a seguire le esortazioni dei legislatori;

soddisfare gli interessi della massa maggioritaria9.

ma questi «devon o stabilire punizioni e pene per chi

C o n l ’immagine tucididea della figura di Pericle

non si lascia convincere ed è di natura inadeguata,

siamo però usciti dall’ambito del principio di maggio­

e devono bandire chi è del tutto irrecuperabile. [...]

ranza, del plethos archon, come fonte di legittimazione

C h i è inferiore e desidera il piacere deve essere tenuto

del potere. Il Pericle «prim o u o m o », con la sua “de­

a freno con il dolore, come un animale da som a»

mocrazia guidata” - egli infatti « n o n era guidato dal

{Etica nicomachea x 10.n80a4.-1z).

plethos ma lo guidava lui stesso», i l 65.8) - , si inscrive

D i fatto, nell’incertezza dei progressi della “peda­

nella tipologia weberiana del leader carismatico (il

gogia sociale” nel venire a capo di ignoranza e sfrena­

«grande dem agogo» ), e in quella del Capo di Kojève,

tezza del plethos, durante l ’epoca di Pericle sembra sia

un tratto distintivo del quale è la capacità di progettare

stata praticata con successo un’altra strategia di con­

il futuro (che corrisponde alla capacità di previsione,

ciliazione fra principio di maggioranza e condotta

la pronoia, attribuita a Pericle da Tucidide, i l 65.6)10.

razionale della politica ateniese. Secondo l ’ interpre­

N ella tipologia qui proposta, si passa dunque dalla

tazione proposta da Tucidide, il regime pericleo « d i

dimensione del plethos a quella della aretè, dell’eccel­

nome era una democrazia, di fatto però il potere era

lenza prestazionale, di cui si dirà più avanti.

nelle mani del primo u o m o » (il 65.9). Pericle in ef­ fetti, scrive Tucidide con u n ’espressione tanto efficace

3. Per giustificare la consegna del potere al plethos

quanto sintetica, «κατείχε rò πλήθος έλευθέρως» (il

m aggioritario occorreva allora una fondazione an­

65.8: «controllava la moltitudine rispettandone la li­

tropologica che andasse al di là della mera constata­

30

31

zione sociologica d ell’ ignoranza e della sfrenatezza

munità cittadine ne danno testimonianza, visto che

delle m oltitudini. A questo com pito diede uno

quando si riuniscono per deliberare danno per certo

straordinario contributo il sofista Protagora, amico

che ognuno dei loro membri disponga della « v irtù

e collaboratore di Pericle. N ella form a m itica che

p o litica» , cioè della competenza necessaria alla co­

Platone gli attribuisce nel dialogo che reca il suo

operazione comunitaria, perché, ripete Protagora

nom e11, Protagora racconta che il semidio Epim eteo

alla fine del m ito, se così non fosse non esisterebbero

venne incaricato di distribuire fra i diversi animali le

poleis (32ie-323a). La distribuzione universale (anche

rispettive dotazioni naturali. Avendo assegnato ad

se non necessariamente omogenea) della virtù po li­

alcuni armi di offesa, come zanne e artigli, ad altri

tica assicura che le m oltitudini popolari dispongano

di difesa, come corazze e velocità, lo sbadato E p i­

almeno di quelle doti minime di intelligenza e di au­

meteo trascurò la razza umana, che si trovò così nuda

tocontrollo - al di là della loro palese carenza educa­

e indifesa di fronte all’aggressione delle fiere. G li su­

tiva - che legittimano la partecipazione alle delibe­

bentrò allora il più avveduto fratello Prometeo, che

razioni pubbliche e il potere che deriva dal loro peso

assegnò agli uom ini le capacità tecniche, con le quali

maggioritario (forse a questo pensava Pericle quando

essi furono in grado di costruirsi abitazioni e armi.

n ell’orazione funebre tucididea sosteneva cauta­

M a non erano in grado di convivere, è si danneggia­

mente che gli ateniesi, benché presi dai loro affari

vano a vicenda, perché non possedevano la «tecn ica

privati, «conoscono le cose politiche in m odo non

p o litica» (Protagora 32zb). Intervenne allora Zeus,

insufficiente, me endeos», Il 40.2).

che ordinò a Ermes di distribuire agli uom ini aidòs

È solo su questa base antropologica che si pos­

e dike, il mutuo rispetto e il senso della giustizia, da

sono considerare fondate le importanti conseguenze

cui sarebbero derivati «ordin e delle città e vincoli

politologiche tratte - sia pure con molti dubbi - da

di am icizia». Erm es chiese a Zeus se queste nuove

Aristotele in un passo della Politica che si può con­

doti dovessero venire distribuite in modo diseguale

siderare come una delle m igliori argomentazioni in

fra gli uomini, come le altre tecniche (a qualcuno la

favore del regime democratico.

disposizione per la medicina, a qualcun altro per l ’ar­ chitettura, e così via). « N o , a tutti, fu la risposta di Zeus: ne partecipino tutti, perché non nascerebbero città se solo pochi vi partecipassero» (32id). Le co­ 32

I più - scrive il filosofo - , ciascuno dei quali non è un uomo di valore (spoudaios), possono tuttavia, riunendosi, essere migliori dei pochi. [...] Infatti, essendo molti, ognu­ no ha la sua parte di virtù e di saggezza (phronesis), sicché 33

con la loro unione dalla moltitudine si ottiene una sorta di uomo unico con molti piedi, molte mani e capace di perce­ pire molte cose, e lo stesso accade anche per i costumi (ethe) e l’intelligenza (dianoia) {Poi. in 11.1281a42.-b7). Riprendendo più avanti il discorso, Aristotele riba­

mente poco nocivo, ma una m oltitudine di malvagi può causare danni socialmente irreparabili. E esatta­ mente questa la conclusione cui conduce l ’antropo­ logia pessimistica di Platone13. Stabilito che il nome “democrazia” designa il p o ­

disce che «qualora la m oltitudine {plethos) non sia di

tere della m oltitudine {tou plethous arche) {Politico

natura troppo simile agli schiavi, ciascun individuo

29id), Platone nega recisamente che questo plethos

sarà certamente peggior giudice dei competenti, ma

cittadino possa mai acquisire la scienza politica o

una volta riuniti tutti insieme saranno m igliori o al­

“regia”, che sarebbe altrimenti la più corriva fra tutte

meno non p eggio ri» (in n .i282ai5-i7).

le tecniche {Poi. 292e), e che perciò esso possa mai

In ragione della virtù cumulativa presente nella

essere in grado di governare la città con intelligenza

moltitudine, Aristotele è dunque persino disposto

{Poi. 297b); la Repubblica aveva del pari recisamente

a riconoscerle una superiorità morale e intellettuale,

negato che « la m oltitudine possa essere filosofa» (vi

e quindi un buon diritto a governare grazie alla sua

494a). La ragione antropologica di questa inevitabile

stessa dimensione quantitativa. N on si tratta, come

deprivazione epistemica della m oltitudine sta nella

vedremo, dell’ultim a parola del filosofo intorno alla

struttura psichica degli individui che la com pon­

valutazione dei m eriti dei regimi politici, ma questo

gono. V i è, n ell’anima di ogni uomo, una «m assa»

resta comunque un argomento forte in favore della

(plethos) quantitativamente prevalente di elementi

democrazia maggioritaria, insom ma del plethos ar-

irrazionali - desideri, piaceri e dolori - che negli

chonIz. Un argomento, tuttavia, che regge soltanto

uom ini m igliori sono tenuti a freno dal principio

nella misura in cui regge l ’antropologia ottimistica

razionale, ma sono invece dominanti «soprattutto

di derivazione protagorea. Se la dotazione di virtù di

in bambini, donne, servi, e, fra i cosiddetti liberi, nei

ogni membro della massa è positiva, benché piccola,

m olti dappoco {en toispollois te ka i phaulois) » ; nella

con il crescere del m oltiplicatore essa aumenterà fino

città ben governata, « i desideri della moltitudine

a diventare preponderante. Se invece questa dota­

degli uom ini dappoco sono dominati dai desideri e

zione è esprimibile con il segno negativo, tanto più

d all’ intelligenza propri di una minoranza di maggior

grande è il m oltiplicatore tanto peggiore sarà la qua­

valore» {Repubblica i v 43ia-d), il che non accade

lità del risultato: un individuo malvagio è relativa­

certo nelle democrazie dominate dal plethos.

34

35

Platone insiste a più riprese sui tratti infantili di

Una cruda immagine della Repubblica trasferisce

queste masse. La democrazia, dice Platone, sembra

l ’ambito metaforico dal campo infantile a quello

un mantello variopinto, ricamato da caratteri di ogni

animale. La folla riunita in massa è paragonata a un

tipo come se fossero fiori: «m o lti la possono giu­

«grande e vigoroso anim ale», e il demagogo a un

dicare bellissima, alla maniera dei bam bini e delle

suo stalliere (naturalmente interessato) che « n e ap­

donne quando ammirano le cose colorate» (Rep.

prende gli impulsi e i desideri, il modo in cui bisogna

v i l i 557c). C om e i bam bini ribelli, l ’uomo dem o­

avvicinarlo e toccarlo, i m om enti e le cause di ferocia

cratico « s i sottrae all’autorità e ai m oniti del padre e

e di mitezza, i suoni che è solito emettere nelle varie

della madre e degli anziani», poi anche a quelli delle

circostanze, e ancora quali altri suoni da altri pro­

leggi (L eggi in 70ib ), e consente che nella sua anima

nunciati lo calmino e lo irritin o» {Rep. VI 493a-b).

dom inino « l ’arroganza e l ’anarchia e la dissolutezza

Difficile descrivere con più efficacia il rapporto fra gli

e l ’im pudenza», dando loro rispettivamente i nomi

um ori popolari e l ’abile demagogo che sa interpretarli

di «b uon a educazione, libertà, magnanimità, co­

e assecondarli, naturalmente a proprio vantaggio.

raggio» {Rep. v i l i 56oe-56ia). L ’infantilismo delle

Il regime della maggioranza è dunque infantil­

masse democratiche porta inevitabilmente alla de­

mente disponibile alle lusinghe della demagogia, che

magogia. Il regime democratico tributerà i massimi

costituisce l ’esito inevitabile della democrazia. Per

onori a qualsiasi politico «dichiari di essere favore­

la prevalenza degli elementi irrazionali - i desideri,

vole alla m oltitudine», senza riguardo per le sue ef­

le passioni - n ell’anima di ognuno dei com ponenti

fettive capacità {Rep. v i l i ss8b). E i demagoghi « tra t­

delle m oltitudini, esse mancano di capacità di au­

tano il popolo come si fa con i bambini, cercando solo

tocontrollo, e soffrono d i una radicale deprivazione

di com piacerlo» {G orgia 502e). Un celebre apologo

intellettuale e morale. L ’antropologia platonica - a

del Gorgia mette impietosamente a fuoco il nesso fra

favore della quale si possono invocare l ’evidenza

demagogia e infantilismo popolare. Se un cuoco por­

della disparità di dotazione fra uom ini, e l ’esperienza

tasse a giudizio un medico di fronte a una giuria di

storica della difficile governabilità delle assemblee

bambini, accusandolo di tormentarli con le sue cure

democratiche - riporta dunque all’esigenza di con­

e le sue diete, mentre lui li delizia con i suoi m anica­

trollo e di guida delle masse ad opera di una leader­

retti, non c ’è dubbio che una tale giuria condanne­

ship carismatica, come quella del Pericle tucidideo,

rebbe il medico e applaudirebbe il cuoco (52ie-522a).

alla quale Platone aggiunge il requisito di un sapere

36

37

valoriale e “regale”. Alla dimensione della aretè viene così aggiunta quella della episteme, la suprema scienza di governo.

Nomos, o della legge

La funzione legittimante del principio di maggio­ ranza può invece venire garantita da un’antropologia di tipo protagoreo, con le conseguenze politiche che Aristotele ne aveva tratto. Il diritto delplethos al po­ tere dipende così, in ultima istanza, dal conflitto e dall’opzione fra antropologie rivali.

Qualunque sia la forma di governo sotto il quale vive, è libero quel popolo che sa vedere in chi lo governa non l’uomo, ma l’organo della legge. In una parola, la libertà segue sempre le sorti della legge; essa fiorisce o muore con lei; nulla è per me più sicuro di questo. J.-J. Rousseau, Lettere dalla montagna

Giustizia significa legalità. È “giusto” che una norma generale sia applicata in tutti i casi in cui in base al suo contenuto tale norma deve essere applicata [...]. “Giustizia” significa mantenimento di un ordina­ mento positivo per mezzo della sua applicazione co­ sciente. È la “giustizia sotto la legge”. H. Kelsen, Lineamenti di dottrina pura del diritto

i. Nom os presenta, nella cultura greca fra vi e V se­ colo, una vasta pluralità di significati, che condivi­ dono tuttavia un tratto comune: la valenza norma­ tiva. Una prima partizione di significati intercorre fra “leggi” scritte e non scritte. Queste ultime - alle quali si attribuisce validità universale e antichità immemorabile - vengono tradizionalmente conce­ pite come di origine divina. Tali sono le «leggi non scritte (agrapta ) e incrollabili degli d èi», che «non da oggi né da ieri vivono, né alcuno sa quando ven38

39

nero alla lu c e » , alle quali si richiama l ’Antigone

Una diversa strategia di secolarizzazione delle

sofoclea per legittimare, contro gli editti “p o liti­

“leggi non scritte” è quella seguita da Aristotele, che

ci” di Creonte, il dovere di dare sepoltura ai con­

come è suo solito attribuisce la loro universalità non

giunti (A ntigone, 454-457). Ed è probabilm en­

all’origine divina ma alla “natura” umana (physei

te dalla volontà di Z eu s1 che dipende il nomos so­

koinòn)·. citando i versi sofoclei, egli omette quindi

vrano invocato da Pindaro per giustificare il furto

il riferimento di Antigone agli dèi, traducendolo in

dei buoi di Gerione ad opera di Eracle: «N om os, re

un richiamo alla giustizia secondo natura {Retorica 1

di tutti, dei m ortali e degli im m ortali, guida giusti­

1 3 . 1373b4-i3).

ficando l ’estrema violenza {dikaiòn to biaiotaton) » (fr. 169 Snell).

2. Per il nostro discorso, sono comunque le leggi

M a c e una precoce tendenza a secolarizzare le

scritte a rivestire il maggiore interesse. A partire da

leggi non scritte trasformandole nei costumi e negli

Solone, la scrittura delle leggi gioca un ruolo decisivo

usi tradizionali dei popoli, sedimentati nel loro ethos

in quel processo che porta, nella seconda metà del v

pubblico. C o sì Erodoto, commentando il tenace at­

secolo, alla loro com piuta politicizzazione1; alla fine

taccamento dei popoli alle loro usanze, reinterpreta

del secolo, esse m ettono definitivamente fuori gioco

Pindaro dicendo che a ragione egli aveva scritto che

qualsiasi ruolo di quelle non scritte, ormai private

il nomos (di cui ora si tace il riferimento divino) è

della garanzia divina. U na legge promulgata verso il

il «sovrano di tu tti» (n i 38.4); c ’è bensì un nomos

403 stabiliva che « i magistrati non usino in nessuna

padrone (despotes), ma si tratta ad esempio della

circostanza una legge non scritta » (non facente parte

norma interiorizzata dagli Spartani che vieta loro di

cioè del codice messo per iscritto)3. Le leggi scritte

fuggire in battaglia ( v i i 10 4 .4 ). Oltre che l ’origine

hanno in questo quadro prevalentemente il valore di

divina, alla legge non scritta viene anche negata l ’u­

un ordinamento costituzionale stabile4 della comu­

niversalità, perché le nuove conoscenze etnologiche

nità cittadina (i nom oi vanno quindi distinti netta­

rivelano l ’immensa variabilità dei costumi nei popoli

mente, come indicava Aristotele, dal carattere oc­

diversi, e quindi relativizzano drasticamente la loro

casionale dei decreti assem bleati,psephism ata). Esse

validità (si veda ad esempio l ’esperimento etnogra­

sono chiamate in prim o luogo a definire i criteri di

fico condotto da D ario circa le usanze di sepoltura

accesso ai diritti di cittadinanza, stabilendo chi è po-

dei defunti, narrato da Erodoto in i n 38).

lites e chi è escluso da questo privilegio. Definiscono

40

41

inoltre le forme del governo e la composizione dei

fra il legale e il giusto, il nom imon e il dikaion·. « è

suoi organi, nonché le forme e gli organi dell’ammi-

lo stesso, diceva, vivere nella legge ed essere giusto»

nistrazione della giustizia.

(Senofonte, M em orabili i v 4.18, cfr. 4.12); e aggiun­

A l posto del pindarico « nomos re di tu tti» com ­

geva: « la virtù e la giustizia sono il più alto valore

paiono ora, secondo un detto celebre, « le leggi regine

per gli uom ini, insieme con le leggi e ciò che è loro

della c ittà» (Platone, Sim posio 196C2-3: l ’espressione

conform e» (Platone, Critone 530).

è attribuita da Aristotele all’oratore Alcidam ante

La coalescenza fra la dimensione politica, quella

in Retorica i li 3. i4o6az2-3). E sono letteralmente

giuridica e quella etica della legge veniva così a co­

procreatrici dei cittadini, padri e madri, come esse

stituire un formidabile blocco ideologico, contro il

stesse si presentano nel Critone platonico per esor­

quale si sarebbe elevata la protesta di ambienti di sim­

tare Socrate, condannato ingiustamente, a rispettarle

patie oligarchiche e ostili al sistema della democrazia

malgrado tutto (sod-sic). A segnalare la piena rea­

ateniese; protesta che trovava espressione efficace da

lizzazione, nel contesto della democrazia ateniese,

parte di autorevoli intellettuali legati al “movimento

del percorso isonomico iniziato da Solone, le leggi

sofistico”. La rigida normativa della legislazione de­

scritte potevano venire considerate nelle Supplici

mocratica veniva percepita in questi ambienti come

di Euripide come garanzia che « il povero e il ricco

un’ intollerabile violenza recata al diritto “naturale”

avessero diritto a eguale giustizia», e inoltre della

al potere spettante ai “migliori” e ai “più forti” : si isti­

libertà e dell’eguaglianza vigenti nella città (433-

tuiva così un conflitto fra legge scritta e “natura”, dove

4 4 1). Va in particolare messo in luce un tratto signi­

per natura era facile intendere il privilegio di sangue

ficativo d ell’assetto della legislazione costituzionale

delle dinastie aristocratiche e l ’eccedenza di “virtù”

scritta n ell’ambito della polis classica: la coalescenza

prestazionale - tanto militare quanto politica - , che

che esso produce fra la dominante dimensione p o ­

esse rivendicavano5. Il sofista Ippia, nel Protagora

litica e quella legale, n ell’assenza di un potere e di

platonico, sostiene dunque che il nomos, trasformato

un apparato giudiziari distinti da quelli politici; con

dal re pindarico in «tiranno degli uomini, esercita

l ’ulteriore conseguenza di u n ’ identificazione fra di­

spesso violenza contro natura» (337d)6. E Callide

mensione giuridica e dimensione etica. Persino So­

(un personaggio in cui Platone condensa posizioni

crate - tanto quello di Senofonte quanto quello di

dell’estremismo sofistico) afferma nel Gorgia che le

Platone - sembra non avere dubbi circa l ’identità

leggi sono state promulgate dalla moltitudine dei de-

42·

43

boli per imporre l ’eguaglianza asservendo chi è per natura migliore e più forte, di cui viene così violato il giusto diritto alla supremazia (483b-484a). C allid e cita con approvazione Pindaro deformandone deli­ beratamente i versi: «nom os, re di tutti, m ortali e im­

che non giova. Le cose giovevoli poste dalle leggi sono vincoli per la natura, quelle poste dalla natura sono libere (fr. 44B, iii -iv , trad. M. Bonazzi). N o n si poteva esprimere con più efficacia la denuncia del carattere oppressivo di una legislazione m inu­

mortali, guida recando violenza a ciò che è p iù giusto

ziosa e percepita come intollerante dalle minoranze

(biaiòn to dikaiotaton) » ( 4 8 4 ^ , dove il nomos non

oligarchiche. L ’opposizione fra legge e giustizia, cui

rende giusta la violenza, ma al contrario la esercita

conduceva questa critica, tentava di infrangere quel

contro la vera giustizia, che non è quella legale ma

blocco di politica, diritto ed etica che si imperniava

quella di natura7.

sul nomos della città democratica.

Una vera analisi “microfisica” della violenza

L o sforzo eversivo di contrapporre un presunto

operata dalla legge contro la natura umana è quella

diritto di natura alla legge della città si esaurì, sul

sviluppata dal politico e sofista Antifonte, uno dei

piano storico, dopo i sanguinosi eventi del 4 0 4 /4 0 3 :

prom otori del colpo di stato oligarchico del 4 11, e in

il nuovo golpe oligarchico dei Trenta T iranni e la

seguito condannato a morte per questo suo ruolo di

successiva restaurazione democratica, che com portò

eversione antidemocratica8. Scrive dunque Antifonte

tuttavia anche un progressivo logoram ento della de­

nella sua Verità:

mocrazia assembleare propria della seconda metà

La maggior parte di ciò che è giusto secondo la legge si trova ad essere ostile alla natura. E stato infatti stabilito per quanto riguarda gli occhi, che cosa devono vedere e che cosa no; e riguardo alle orecchie, che cosa devono udire e che cosa no; e riguardo alle mani, che cosa devono fare e che cosa no ; e riguardo ai piedi, verso che cosa devo­ no andare e verso che cosa no; e riguardo aH’animo, che cosa deve desiderare e che cosa no. In verità, non sono per nulla meno gradite né meno affini alla natura le cose da cui le leggi distolgono gli uomini di quelle a cui li indiriz­ zano. Il vivere e il morire, infatti, appartengono alla natu­ ra, e il vivere deriva loro da ciò che giova, il morire da ciò 44

del V secolo. Aristotele segnalò la ricomposizione del conflitto ideologico facendo - in m odo a dire il vero alquanto sorprendente - del «giusto natu­ rale (physikòn)» e di quello «legale (nom ikòn) » due specie del genere «giusto politico (politikòn d ikaion )» {Etica nicomachea v 10.1134018-9 ). Si ri­ badivano in questo m odo la supremazia anche etica della dimensione politica, e la comune appartenenza ad essa della sfera giuridica e di quella naturale. D al canto suo, Platone avrebbe dedicato la monumentale opera sulle L egg i al tentativo di porle sotto la doppia 45

garanzia della divinità, da un lato, e della razionalità

gliori, o comunque di chi governa secondo v irtù »

d all’altro.

{Et. nic. V 3 .112 9 ^ 4 -6 ); esse prescrivono le condotte

Il passaggio dal v al IV secolo può dunque venire

virtuose e proibiscono quelle cattive, benché, con­

considerato come la transizione «d alla sovranità p o ­

cede Aristotele, possono talvolta sbagliare se sono

polare [cioè d e lplethos] alla sovranità della le g g e » 9,

stabilite in modo «affrettato » {Et. nic. v 3 .112 9 ^ 9 -

e sarebbe stato naturalmente Aristotele a sancirla sul

24). Aristotele ripristina così, nella sua concezione

piano della teoria.

della legge, quella continuità fra dimensione politica, giuridica ed etica che era stata al centro del pensiero

3. Riprendendo con una certa enfasi le tesi delle Leggi

del v secolo.

platoniche10, Aristotele scrive nella Politica che im­

Il dominio della legge, cioè di una razionalità p o ­

porre il com ando della legge significa affidarlo « solo

litica posta al riparo dall’arbitrio del desiderio, sta

al dio e all’intelligenza {ton theòn kai ton noun) » ,

alla base della tassonomia aristotelica delle forme

mentre pretendere che comandi l ’uomo aggiunge il

costituzionali.

dominio dell’animalità (therion), perché l ’uom o è

In effetti, essa era stata preceduta dal Politico di

condizionato da desiderio e bramosia (epithym ia);

Platone. Salvo - come vedremo - la prim a e migliore

la legge al contrario, scrive Aristotele con un’espres­

forma di governo, emancipata dai vincoli della lega­

sione efficace, è «intelligenza scevra di desiderio

lità, l ’osservanza stretta del nomos perm etteva a Pla­

(άνευ όρέξεωςνους)» {Poi. in 16.1z87a2.8-31).

tone di distinguere, tra le costituzioni di secondo

In realtà, l ’endiadi « d io e nous» nel linguaggio

livello, quelle « c o rre tte » da quelle degenerate {Poi.

aristotelico presenta una valenza teologica assai in­

29id-292a). Riprendendo e integrando la tripar­

debolita rispetto all’eco platonica, perché essa va

tizione erodotea, i tre tipi di base erano il governo

letta come l ’equivalente di “dio, cioè il nous’, essendo

di uno solo, quello dei pochi e dei ricchi, quello dei

questo l ’elemento divino che è in noi {Etica nicom a-

molti. N el caso venisse rispettata la legalità, il prim o

chea x y.nyya.16) e ci distingue dalla mera animalità

si chiamava m onarchia, il secondo aristocrazia, il

dei desideri. L a legge è dunque razionalità spassio­

terzo democrazia; nel caso opposto, i regimi dege­

nata: «p er questo non perm ettiamo che governi un

nerati si chiamavano rispettivamente tirannide, o li­

uomo, ma il logos» {Et. nic. v io.ii34a35-6). Le leggi

garchia, e ancora democrazia, in questo caso illegale

«tendono all’ interesse comune per tutti o per i m i­

(30ia-c, 302c-e).

46

47

Aristotele schematizza in questo m odo la classi­

dall’altra. « L e leggi, in quanto distinte dalle norme

ficazione del Politico (Politica in 7, i v 2): la distin­

fondamentali della costituzione, prescrivono le re­

zione fra forme rette e forme deviate dipende per lui

gole secondo cui i governanti devono esercitare il

in prim o luogo dal fatto che il potere sia esercitato in

potere e sorvegliare i trasgressori» (Poi. IV 1.1289218-

vista dell’ interesse comune e non in quello dei gover­

20). N on è quindi possibile che le medesime leggi

nanti, il che equivale, come si è visto, al rispetto della

siano adatte a tutti i tipi di oligarchia o di democrazia

legge. Infatti « la legge è ordine (ta x is ) ed è preferi­

(Poi. i v i.i289a23-5); bisogna dunque adattare le leggi

bile che governi la legge piuttosto che qualcuno dei

ai tipi di costituzione (pros tas politeias tous nomous

cittad in i» (in 16.1287218-20). Il

dei tithesthai ), e non ovviamente il contrario (Poi. IV

1.1289213-5). L a distinzione tra forma di regime e le­ Numero governanti

Costituzioni rette

Costituzioni deviate

gislazione che ne deve dipendere sembra ovvia ma è

Uno

Monarchia

Tirannide

piena di insidie teoriche. N e risulta, in primo luogo,

Pochi

Aristocrazia

Oligarchia

che « il dio e l ’ intelligenza», che si esprimono nella

Molti

Politela (democrazia costituzionale)

Democrazia assembleare

legge, sono sorprendentemente relativizzati rispetto ai regimi politici. M a un’ulteriore, inquietante conse­ guenza viene tratta dallo stesso Aristotele. « Se le cose

I regimi anomici vivono in una sorta di perenne “stato

stanno così, è chiaro che le leggi che corrispondono

di eccezione”. Nelle democrazie assembleari in luogo

alle costituzioni corrette sono per necessità giuste,

delle leggi vigono solo i decreti occasionali {psephisma-

quelle che corrispondono alle costituzioni deviate

ta ), che sono l ’analogo degli editti (epitagmata ) dei

non sono giuste» (Poi. in 11.128 2^ 1-3). L ’eventualità

tiranni; nelle oligarchie l ’arbitrio dei magistrati al

di leggi ingiuste, funzionali alle costituzioni deviate,

potere sostituisce le norme legali (P o i i v 4.i292ai-7,

incrina la continuità fra legale e giusto, giuridico ed

5.i292b5-io). L ’osservanza della legalità previene in­

etico, che come si è visto Aristotele aveva ribadito

vece la degenerazione verso il potere arbitrario del ple-

(si chiarisce così il senso dell’eufemismo sulle leggi

thos, dei ricchi o dello stesso monarca.

“affrettate” cui accennava Γ E tic a nicomachea). E l ’e­

Il realismo politologico di Aristotele non può

sistenza stessa di regimi costituzionali deviati viola

tuttavia fare a meno di tracciare una distinzione

l ’ulteriore continuità fra sfera politica e sfera legale­

fra assetti costituzionali da una parte, e legislazione

morale, che pure Aristotele aveva sostenuto.

48

49

Ma soprattutto l ’evidenza storica e politica co­

Ckratos) necessaria a conquistare il potere {to archon ),

stringe il filosofo ad aprire con queste concessioni

che si tratti del plethos democratico, dell’oligarchia

un varco alla formidabile critica del ruolo fondativo

o della tirannide. Una volta costituito il regime,

della legge che era stata formulata da Trasimaco - un

esso agirà in modo inerziale per il proprio consoli­

personaggio platonico che come C allide condensava

damento e la propria conservazione, promulgando

tesi del radicalismo sofìstico - nel i libro della R e ­

una legislazione funzionale a questi obiettivi. L ’os­

p u b blica 11. Sostiene dunque Trasimaco:

servanza delle norme di giustizia imposte dalle leggi

Non sai che alcune città hanno un regime tirannico, altre democratico, altre ancora aristocratico? - Come no? - E non è proprio questo a essere forte (kratei) in ciascuna città, il potere (to archonì) - Certo. - Ogni forma di pote­ re stabilisce dunque le leggi in funzione del proprio utile: la democrazia le farà democratiche, la tirannide tiranni­ che, e similmente le altre. E una volta stabilite, sanciscono che giusto per i sudditi è ciò che è utile ai detentori del potere, e puniscono i trasgressori come colpevoli di illega­ lità e ingiustizia. Questo è dunque ciò che io sostengo sia giusto nello stesso modo in tutte le città - l ’utile del pote­ re costituito (xò τής καθεστηκυίας άρχής συμφέρον). Ma è poi questo a essere forte {kratei), sicché ne segue per chi ragioni correttamente che dovunque giusto è lo stesso: l ’utile del più forte (i 338d-339a).

equivarrà così, da parte dei sudditi, a garantire l ’ inte­ resse dei potenti a mantenere il loro potere11. Come ha scritto Rousseau, « il più forte non sarebbe mai abbastanza forte per essere sempre il padrone, se non trasformasse la sua forza in diritto e l’obbedienza in dovere. Da ciò nasce il diritto del più forte. [...] Si vede dunque che questa parola d iritto non aggiunge niente alla fo rz a » '3. Non è insomma la legge a legittimare il potere, ma è il potere, e la forza che sta dietro di esso, a legiferare in vista della propria conservazione. In questo modo, tuttavia, Trasimaco indica decisamente una via d ’u­ scita dall’ambito fondativo del nomos , una via che va in direzione del riconoscimento della forza (kratos )

Trasimaco conferma così la sequenza regime poli­

come ultima e determinante fonte di giustificazione

tico-legge-giustizia, al di là delle esitazioni aristote­

del potere (ne discuteremo nel prossimo capitolo).

liche. Non esistono costituzioni rette o deviate, leggi

N ell’ottica di Trasimaco, la legge conserva tut­

giuste o ingiuste. A l tempo stesso, egli smaschera il

tavia una sua funzionalità rispetto alla logica di auto­

nesso ideologico che mediante la legalità connetteva

conservazione del potere, perché assicura il controllo

dimensione politica, giuridica ed etica. Le forme di

della politica sulla sfera giuridica e morale. Ancora

regime sono determinate da chi possiede la forza

più radicali sono le critiche che Platone rivolge nel

50

51

Politico alle leggi come norme della vita sociale. È

a una situazione di tipo “egizio”, in seguito alla quale

vero che tra le costituzioni imperfette quelle regolate

«tutte le arti ci verrebbero a mancare e non potreb­

dalla legge sono preferibili a quelle in preda all’arbi­

bero mai più ricomparire, a causa di questa legge che

trio dei governanti: ma si tratta, appunto, di u n pis-

impedisce la ricerca, così che la vita, che già ora è

a lle r {P o i 297d-e), come la costituzione retta da una

difficile, diventerebbe in futuro assolutamente invi­

minuziosa legislazione delle L egg i è considerata un

vibile» {Poi. 299ε).

second best rispetto a quella più desiderabile esposta nella Repubblica (Leg ; v 739 b-e).

L ’obiezione che Platone prevede (pensando alla pratica legislativa dell’Atene democratica) è quella

Il lim ite della legge, di qualsiasi legge, consiste

che era già stata form ulata nel Critone: è possibile

nella sua generalità e rigidità, che la rendono inca­

cambiare le leggi proponendone di migliori, ma solo

pace di tener conto della estrema variabilità e insta­

dopo aver persuaso la città della loro opportunità. La

bilità delle circostanze storiche e politiche. Essa si

risposta ricorre ancora una volta a un esempio m e­

com porta, scrive Platone, «com e un uomo testardo

dico. Se un m edico competente n ell’arte costringe i

e ignorante, che non permette a nessuno di fare nulla

suoi pazienti, anche senza averli persuasi della bontà

contro quanto ha stabilito, non accetta domande da

della terapia, a sottoporsi a cure proficue, esercita

nessuno, neppure nel caso che a qualcuno accada di

forse nei loro riguardi una costrizione violenta (b ia ),

trovare qualcosa di nuovo e m igliore, ma contrario

ma questa violenza non è certo un errore n ell’arte

alle disposizioni che lui ha em anato» (Poi 294.b-c). Platone ricorre a un esempio efficace. Immaginiamo un medico che, dovendo allontanarsi dal suo pa­ ziente per un viaggio, gli lasci prescrizioni scritte da seguire durante la sua assenza. A l ritorno, se trova mutate le condizioni del paziente, non dovrà essere libero di cambiarle, anziché rispettarle alla lettera, «perché queste sarebbero le vere norme mediche e di igiene, mentre quelle diverse sarebbero patogene e non conform i all’arte?» (P o i 295c-d). M a questa fissità immutabile delle norme scritte darebbe luogo 52·

medica e risulta in ogni caso giovevole ai malati {Poi. 296b-c)14. L a conclusione politica tratta da Platone deve essere riportata per esteso.

Sia che una persona abbia fatto ricorso alla persuasione oppure no, che sia ricco o povero, che abbia agito secondo le leggi scritte o contro di esse, se fa cose utili, non deve esse­ re questo, intorno a tali cose, il criterio più vero del corretto governo della città, in base al quale l’uomo sapiente e capa­ ce amministrerà le cose dei governati? Come il capitano, che ha sempre di mira ciò che è utile alla nave e ai passegge­ ri, salva coloro che navigano con lui non dando disposizio­ ni scritte ma offrendo come legge la propria arte, così, proprio 53

nello stesso modo, non si formerà forse grazie a coloro che sono in grado di governare così una retta forma di governo, perché essi forniscono la forza della propria arte (tes technes rhomen) che è superiore alle leggi? (Poi i9éd-297a). L ’analogo politico del medico competente, dell’e­ sperto capitano è l ’uom o in possesso pieno della scienza politica, che Platone chiama anche «scienza regia» , e che ne deriva la denom inazione di «u o m o regale». « L a scienza della legislazione fa parte della scienza regia; la cosa migliore però è che non abbiano forza le leggi ma un uom o regale dotato inoltre di sag­ gezza (phronesis)» (Poi. i94a). N é la legge né tanto meno u n pletbos qualsiasi potrà mai governare la città con intelligenza (nous) perché incapace di acquisire questa scienza; «occorre invece cercare quell’unica forma di governo corretta in una piccola cerchia, nei pochi, anzi in uno so lo » (z97b-c). Platone è perfet­

evocato da Platone ci fa uscire dalla dimensione del nomos come fonte di legittimazione del potere e ci rinvia, appunto, a quelle di aretè ed episteme di cui si dirà più avanti. La latenza, sperabilmente provvisoria, di un re siffatto, in grado di superare la motivata diffi­ denza verso la sua contraffazione tirannica, costringe, come unico possibile rimedio, alla scrittura delle leggi e all’organizzazione di forme costituzionali ad essa ispirate. Q uella latenza rende infatti pericoloso e im­ praticabile un regime libero dalle pur nocive costri­ zioni della legge; come per altre ragioni nelle L eggi si considerava impraticabile il regime relativamente anomico della Repubblica, considerandolo adatto a « d è i o figli di d è i» , ma eccedente le capacità dell’at­ tuale condizione umana (Leg. v 739d, 74-oa)16. Aristotele aveva assegnato al nomos un ruolo so­ vrano; ma evidenze storiche da un lato, oscillazioni teoriche d all’altro avevano riaperto la via per ri­

tamente consapevole del rischio che si corre ad affi­

condurlo alla matrice politica, e, dietro di essa, allo

dare il potere assoluto a un simile governante legibus

spettro fondante del kratos. Platone invece indicava

solutus1'·. La sua contraffazione, una volta che l ’ igno­

la possibilità di uscire in avanti dal dom inio della

ranza abbia preso il posto della scienza, e il desiderio

legge, verso form e di potere legittimate d all’eccel­

(epithym ia) della saggezza, è naturalmente rappre­

lenza virtuosa e dal sapere di governo. D i queste di­

sentata dal peggiore dei governanti, il tiranno. E d è

verse uscite dovremo ora occuparci.

proprio questo rischio a rendere difficile l ’avvento del regime migliore, il governo della scienza politica in mano al suo supremo competente. In ogni caso, il profilo del re carismatico e supe­ riore a ogni possibile legge per virtù e scienza qui 54

55

Kratos, o della forza

È un errore di calcolo non considerare il fatto che il diritto era in origine violenza bruta e che esso ancor oggi non può fare a meno di ricorrere alla violenza. S. Freud, Perché la guerra? Lettera a Einstein L a coercizione non è la base di un sistema politico legittim o, ma semplicemente una caratteristica che gioca un ruolo strumentale, ancorché essenziale, nel suo funzionamento e nel mantenimento della sua stabilità, una caratteristica che trova la sua giusti­ ficazione solo nella legittimità del sistema di cui fa parte. Ih . Nagel, Iparadossi d ell’eguaglianza.i

i. A ll’ inizio, naturalmente, era Omero. « L e vrai héros, le vrai sujet, le centre de Y llia d e, c ’est la fo rce» . C o sì comincia il celebre saggio di Simone W eil del 19 4 0 1. D al nostro punto di vista, questa centralità della forza nelY Ilia de non risulta affatto sorprendente. N ella “società omerica” sono assenti, o estremamente precarie, le forme di legittimazione istituzionale che garantiscano la stabilità e la trasmis­ sione dinastica del potere del signore. La sola legit­ timazione della sovranità eroica in questa società sta nella sua capacità - da ribadire ogni volta - di 57

assolvere il suo specifico com pito sociale, che è in primo luogo la protezione armata della comunità, e in secondo luogo la difesa strenua del proprio status, del proprio onore (tim è). D a esse dipendono quel

i re nostri e grasse greggi si mangiano e vino scelto, dolce come il miele; ma han forza grande, perché tra i primi dei Liei combattono!” {Iliade, x i i , 310-321, trad. Calzecchi Onesti)

consenso collettivo, quel “rispetto” o “prestigio”, che

È dunque la forza - dell’animo e della spada - m o ­

sono il solo fondam ento di fatto di una sovranità così

strata in battaglia la sola fonte di legittimazione della

priva di legittimità istituzionale.

sovranità di Sarpedone e Glauco. Le cose sull’ O-

C e un passo d ell’Ilia d e che riassume con chia­

lim po non vanno diversamente che sotto le mura di

rezza questa connessione fra sovranità eroica, difesa

Troia. In Esiodo è lo stesso regno di Zeus e dei “nuovi

dello status e forza guerriera. Glauco e Sarpedone

dèi” che lo accompagnano a fondarsi sull’esito della

sono due signori della Licia accorsi in aiuto di Troia;

cruenta battaglia impegnata contro i Titani:

sotto le sue mura essi com battono per confermare la propria condizione di eroi, da cui dipendono il loro onore, dunque la legittimazione del loro potere e ancora, indirettamente, la sicurezza della comunità loro soggetta. Si chiede Sarpedone, esortando il compagno alla battaglia: Glauco, perché noi due siamo tanto onorati con seggi, con carni, con coppe numerose in Licia e tutti guardano a noi come a dèi, e gran tenuta abitiamo in riva allo Xanto, bella d’alberata e arativo ricco di grano?

Così, dopo che gli dèi beati ebbero compiuta la loro [fatica, e coi Titani conclusa di forza la loro disputa d’onore, allora invitarono a prendere il trono e il comando, per i consigli di Gaia, l’olimpio Zeus dall’ampio [sguardo sugli immortali, e lui distribuì loro gli onori (timàs) (Esiodo, Teogonia, 881-885, trad. Arrighetti) La valenza archetipa dei poem i epici, con la loro insi­ stenza sulla centralità della forza, a lungo sopita nella cultura della polis, e per così dire rimossa dall’ “ideo­ logia della città”, si sarebbe d ’improvviso riattualiz­

E la sua risposta è chiara:

zata, in pieno v secolo, ad opera di un’esperienza sto­

Ora bisogna che noi, se siamo i primi tra i Liei, stiamo saldi e affrontiamo la battaglia bruciante, perché qualcuno dei Liei forti corazze dica così: “Non ingloriosi davvero comandano in Licia 58

rica anche culturalmente traumatica: la lunga guerra fra Atene e Sparta, con il suo corollario delle guerre civili (.staseis) che spezzavano il patto costitutivo delle poleis e opponevano nella contesa cruenta per il potere 59

la parte democratica, sostenuta dagli ateniesi, a quella

uccidono alcuni degli avversari, altri ne esiliano, e a

oligarchica filo-spartana1. La guerra è stata per i greci

chi resta distribuiscono in modo egualitario l ’accesso

un «maestro violento» (biaios didaskalos), come la

alla cittadinanza e le cariche di potere» ( v ili 557a).

chiama Tucidide (in 82.2), senza dubbio il primo e

La nascita di un regime è dunque ormai pensabile solo

più acuto interprete della sua lezione: il disvelamento

nel contesto della stasis e del conflitto pleonektico.

della violenza che è intrinseca ai rapporti sociali, ma

M a la lezione corcirese era già stata anticipata per

tende a rimanere latente in tempo di pace. La guerra

l ’essenziale nel discorso che gli ambasciatori ateniesi

civile di Corcira (427-6) - prima di una lunga serie

avrebbero tenuto di fronte agli spartani ancor prima

di staseis - ha rappresentato il caso limite di questo

dell’ inizio della guerra. C o n perfetto linguaggio

disvelamento, e su di essa Tucidide ha imperniato la

hobbesiano, essi dichiarano che gli ateniesi hanno

sua analisi (n i 82-84)3.

conquistato un vasto potere (arche) spinti, «secondo

La spietatezza della guerra civile, che infrange e

l ’uso um an o», dai «tre m aggiori motivi, la gloria

capovolge tutto il sistema di valori sui quali si regge

{tim è), la paura {deos) e l ’utilità (ophelia) » . Questo

la normale convivenza all’ interno della comunità

potere com porta l ’oppressione di altre città, ma « a p ­

politica, è dovuta secondo Tucidide al desiderio di

partiene all’ordine immutabile delle cose che il più

«potere {arche) suscitato dall’ istinto di sopraffazione

debole sia sottomesso al più potente » (1 76.2). Tutto

{pleonexia) e dall’ambizione {philotim ia) » (in 82.8).

ciò sarebbe stato riassunto da Tucidide in form a as­

Questi conflitti per il potere, in cui la forza soverchia

siomatica nel celebre dialogo fra gli ambasciatori

il rispetto di ogni legge umana o divina (82.6), « a c ­

ateniesi e gli abitanti dell’ isola di M elo (416 a.C .). I

cadono e sempre accadranno finché la natura umana

prim i, che assediavano l ’ isola con forze soverchianti,

rimanga la stessa» (82.2)4. È interessante notare che

imponevano agli isolani l ’alternativa fra faccettare

Platone avrebbe seguito fedelmente il «m aestro vio ­

la sudditanza alla potenza imperiale e lo sterminio;

lento» tucidideo. N el libro v i l i della Repubblica

i secondi respingevano l ’arbitrio ateniese invocando

egli attribuisce alla democrazia un’origine violenta,

la giustizia umana e divina5. Replicano gli ateniesi:

esemplata sul modello di Corcira, che non ha nulla a che fare con l ’esperienza storica ateniese da d iste n e a Efialte, relativamente incruenta: « L a democrazia nasce quando i poveri, usciti vincitori dal conflitto, 60

Riteniamo che sia per gli dèi, per l’opinione che ne abbia­ mo, sia invece con certezza per gli uomini, valga sempre una necessità naturale (ύπό φύσεως αναγκαίας), in base a cui dovunque si ha la forza si esercita il potere (ού àv 61

κρooTj, άρχειν). Questa legge (nomos) non l’abbiamo stabi­ lita noi, né siamo stati i primi ad applicarla se già esisteva. Essa esisteva quando noi l’abbiamo ereditata ed esisterà per sempre (es aiei) quando noi la lasceremo in eredità, e dunque la applichiamo, consapevoli che anche voi, e chiunque altro, se vi trovaste a disporre di una potenza pari alla nostra, agireste nello stesso modo (v 105.2).

gli individui “superiori” (,kreittones) per natura alla massa dei deboli e degli inetti. Di fronte all’evidenza politica incontrovertibile che siffatti individui ven­ gono di norma sopraffatti dalla forza soverchiante delplethos, della massa dei “deboliper natura”, e sotto­ messi alle leggi e alle norme di giustizia egualitarie da questi imposte, Callide non può che lasciarsi andare

Solo in caso di parità di forze ha senso ricorrere a un negoziato in cui vigano i criteri di “giustizia” (v 89). I melii opteranno per l ’onore della guerra invece che per la sicurezza della resa, con le catastrofiche conse­ guenze dello sterminio e della schiavitù. L ’assioma tucidideo esprime il senso profondo della lezione del «m aestro v iolen to ». C ’è una lega­ lità incontrovertibile e invariante della natura umana (e anche di quella divina, se stiamo all’ immagine che

a una profezia dai toni spiccatamente nietzscheani: Ma qualora nascesse un uomo dotato di natura adeguata, si scuoterebbe di dosso tutto questo, lo distruggerebbe e se ne libererebbe, calpesterebbe le nostre scritture e le formule magiche e gli incantesimi [si tratta dell’educa­ zione all’eguaglianza] e tutte le leggi contrarie alla natu­ ra, e rialzandosi lo schiavo si rivelerebbe nostro padrone, e allora risplenderebbe la giustizia secondo natura (Gorgia 484a-b).

ne offrono i poeti): la forza è l ’unico fondam ento del

La più diretta confutazione del superomismo di C a l­

potere, il quale consiste semplicemente nella sotto-

lid e si trova anticipata nel testo che va sotto il nome

missione dei deboli alla sopraffazione dei più forti,

convenzionale di A nonim o di Giam blico, un sofista

motivata a sua volta dal basic in stim i dellapleonexia,

di orientamento democratico che scrive verso la fine

il desiderio di incrementare il dom inio e il privilegio.

del v secolo6. « N o n bisogna cedere alla sopraffa­ zione {pleonexia), né credere che la forza (kratos) al

2. Questo assioma può prestarsi a fraintendimenti

servizio della sopraffazione sia virtù, né che sia viltà

rozzi, nei quali una vaga nostalgia della sovranità

obbedire alle leg gi» (86 B 6.1 D K ), scrive il sofista

“eroica” conduce a posizioni teoricamente indifen­

opponendosi alle diffuse ideologie della pleonexia,

dibili. È il caso del retore C allid e, al quale Platone

cui C allid e avrebbe dato una voce retoricamente v i­

attribuisce nel Gorgia, come si è visto, una teoria del

gorosa. La convivenza degli uomini in società non è

diritto “naturale” al potere dei “più forti”, intesi come

possibile senza leggi e norm e di giustizia, aggiunge

62

63

l ’A nonim o che si allinea così alle tesi esposte da Pro­

M a non prova la supremazia della legge e della giu­

tagora nel dialogo platonico che gli è intitolato. L ’ar­

stizia rispetto alla forza, ed è quindi impotente a

gomento rivolto contro C allid e è impeccabile.

confutare sia l ’assioma di Tucidide sia il teorema di

Se ci fosse un uomo eccezionale e d’acciaio nel corpo e nell’anima, si potrebbe credere che la sua forza sarebbe sufficiente per esercitare la sopraffazione (perché si crede che un simile individuo, qualora disobbedisse alla legge, resterebbe impunito), ma questa supposizione non è cor­ retta. [...] Pare infatti che se tutti gli uomini si coalizza­ no contro un individuo di tal fatta, convinti della bon­ tà delle loro leggi, la moltitudine {plethos), o con l’abilità o con la potenza (dynam is) prevarrà e vincerà su tale uomo. Così appare chiaro che la forza stessa, in quanto forza, non si salva se non grazie alla legge e alla giustizia (B 6.1-5). C o n questo passo può essere raffrontato quanto avrebbe scritto Sigm und Freud:

La vita umana associata è resa possibile a un solo patto: che più individui si riuniscano e che questa maggioranza sia più forte di ogni singolo e tale da restare unita contro ogni singolo. Il potere di questa comunità si oppone allora come “diritto” al potere del singolo, che viene condannato come “forza bruta”7.

Trasimaco, di cui si è detto nel precedente capitolo. La prevalenza della massa contro Γ individuo pleonektico è pur sempre ancora una questione di rap­ porti di forza: il plethos riunito è in grado di sover­ chiare qualsiasi resistenza individuale. La legge e la giustizia sono chiaramente condizioni di possibilità dell’unificazione delle m oltitudini, il collante sociale che consente di esercitare la loro potenza collettiva. L ’Anonim o usa del resto un linguaggio trasimacheo quando parla della legge come di ciò che garantisce l ’utile (sym pheron) della massa (B 7.14-15). Considerazioni simili possono essere fatte a p ro ­ posito del più efficace fra gli argomenti con i quali Socrate tenta di confutare Trasimaco nel I libro della Repubblica. Se in ogni rapporto fra uom ini vigesse solo una dinam ica di sopraffazione reciproca - nel comune rifiuto di ogni norm a di giustizia e di le­ galità - questo distruggerebbe ogni legame sociale, renderebbe impossibile qualsiasi form a di convi­ venza collaborativa. «P ensi che una città, un eser­

Le parole di Freud mostrano con chiarezza il limite

cito, o una banda di briganti o di ladri o qualsiasi

dell’argomento d ell’Anonim o. Esso è efficace contro

altra aggregazione di uom ini che si rivolga verso

l ’evocazione della figura “eroica” dell’ individuo su­

una comune impresa n ell’ ingiustizia, potrebbero

periore di C allid e : non c ’è uom o d ’acciaio che possa

ottenere qualche risultato, se si recassero recipro­

prevalere con la pura forza in una società complessa.

camente ingiustizia?» (1 351C, cfr. 35ie-352.a). Se un 65

gruppo di uom ini ingiusti ha ottenuto successo in

siderato ingiusto. Inoltre, una volta emanate le leggi

qualche azione comune, ciò si deve senza dubbio al

che mirano alla sua conservazione, non c ’è m otivo

fatto che « c ’era in loro un certo grado di giustizia

per il quale i potenti dovrebbero “commettere in­

che im pediva loro di recare ingiustizia insieme ai

giustizia” violando le leggi emanate nel proprio in­

propri com pagni e ai com uni avversari, ed è grazie a

teresse; esse continuano a formare il vincolo di ag­

questa giustizia che hanno com piuto quel che hanno

gregazione che tiene coeso il gruppo sociale e gli

com piuto» (i 352c). Insomma, un certo grado di

consente di compiere azioni collaborative. La prima

consenso alle norme di convivenza collaborativa è

e fondamentale tesi trasimachea non è dunque scal­

necessario in qualsiasi com unità umana, per quanto

fita dall’argom ento di Socrate, efficace invece, come

perverse possano essere le sue finalità.

si è detto, nei riguardi della seconda.

L ’argomento è efficace contro la seconda delle

In termini leggermente diversi si pone anche la

tesi che Platone attribuisce a Trasimaco. D op o aver

questione del consenso al potere, implicata sia n ell’o ­

formulato il suo teorema che connetteva forza, po-

biezione dell’A n on im o sia nel tentativo di confuta­

tere, legge, concludendo che giustizia è ciò che è utile

zione socratica. C he il potere sia fondato sulla forza,

alla conservazione del potere, egli aveva sostenuto

e rechi in sé una tendenza a trasformarsi in dom inio,

una equazione fra potere e ingiustizia, per la quale,

non esclude - dal punto di vista di Trasimaco - che

essendo la giustizia dovere dei sudditi obbligati a ri­

esso possa ottenere consenso. Scrive in proposito

spettare le leggi, risulterebbe che i potenti prom otori

Alfonso M aurizio Iacono: « Il potere deve celare

di queste leggi sono ingiusti. Trasimaco ne derivava

quella parte di sé che lo rende dom inio. Il giusto è

la supremazia dell ingiustizia e la glorificazione della

qui da un lato l ’emanazione del più forte, d all’altro

sua massima espressione, impersonata dal tiranno (i

il nascondim ento di questa stessa emanazione. [...] Il

343b-c, 344a-c). Questa seconda tesi di Trasimaco

potere, per legittimarsi, ha bisogno della legge e della

e connessa alla prim a solo da un alone retorico, ma

giustizia allo scopo di nascondere la sua natura fon­

non da un nesso teorico. Secondo la prima tesi, con

data sulla fo r z a » 8. I sudditi non possono sottrarsi

il suo positivism o giuridico, il potere, che emana le

all’ossequio che ogni gruppo sociale deve rendere

leggi dalle quali dipendono le norme di giustizia, si

alla legge e alle norme di giustizia, e con ciò stesso

situa a monte di queste ultime, quindi in una zona

esprimono il loro consenso al potere che sta dietro la

eticamente neutra, e non può pertanto venire con­

legge e le norme.

66

67

Appartiene a una logica m olto diversa, e a un li­

u o m o » all’esercizio della sopraffazione, nessuno sa­

vello teorico inferiore, il m odo con cui Glaucone e

rebbe così pazzo da continuare a rispettare il patto

Adimanto, i fratelli di Platone che pure dichiarano

fondativo della giustizia (11 359b).

di voler offrire un’ulteriore conferma alle tesi di Tra­

C ’è tuttavia una tattica possibile per non subire

simaco (n 358b-c), ritornano sulla questione nel il

questo “disagio della civiltà”, con il suo sacrifìcio della

libro della R epubblica. L a strategia di Glaucone si

pulsione pleonektica. Essa consiste nel mantenere

basa su di una ripresa dell’antropologia pleonektica

l ’ossequio pubblico alle norme di giustizia, con la p o ­

formulata da Tucidide. Esiste uno “stato di natura”,

sitiva reputazione che ne consegue, e nel trasgredirle

pre-politico, nel quale gli uom ini danno libero sfogo

in segreto, perseguendo gli obiettivi della pleonexia·.

alla loro naturale propensione rivolta all’aggressività

basterà, dice Glaucone, «essere in grado tanto di par­

e alla sopraffazione reciproca (π 358ε): su questo del

lare in m odo persuasivo [...] quanto di usare violenza

resto conveniva anche il “m ito” di Protagora. Nasce

nelle situazioni che richiedono violenza, grazie sia al

tuttavia - e qui sta la novità introdotta da Glaucone,

coraggio e alla forza sia alla disponibilità di amici e

con una chiara anticipazione di Hobbes - la generale

sostanze» ( 1 1 36ia-b). Aggiunge il fratello Adim anto:

consapevolezza che nessuno è abbastanza forte da es­

«p er restare nascosti organizzeremo cospirazioni e

sere in grado di sopraffare gli altri senza venirne a sua

società segrete, ed esistono maestri di persuasione che

volta sopraffatto: dal punto di vista di ogni singolo

offrono la capacità di parlare al popolo e nei tribu­

individuo, il bilancio è inevitabilmente svantaggioso.

nali - con tutto ciò, useremo ora la persuasione, ora

Spinti dalla paura, e consapevoli della comune de­

la violenza, in m odo da poter sopraffare {pleonekteìn )

bolezza, gli uom ini stipulano un patto sociale (syn-

senza renderne giustizia » ( ii3 é s d ) 9.

theke) di mutua rinuncia all’esercizio della sopraffa­

Glaucone e Adim anto tendono dunque a ren­

zione reciproca: di qui derivano la legge e la giustizia,

dere possibile l ’esercizio dell’ ingiustizia pleonektica

che sanciscono la rimozione della pleonexia e l ’accet­

pur senza rinunciare al consenso pubblico assicurato

tazione dell’eguaglianza fra gli uom ini (113590). Tut­

dall’apparente rispetto delle norme sociali di giu­

tavia, la situazione prodotta dal patto sociale e dalla

stizia. Il loro discorso sembra tuttavia riferibile più

legge continua a venire percepita come una violenza

agli oppositori, desiderosi di sostituirsi al potere co ­

recata alla natura immutabile dell’uomo. Se si fosse

stituito, che ai suoi detentori, e comunque del potere

abbastanza forti per liberarsene e tornare da «vero

non si fa alcuna menzione nei discorsi dei due fra­

68

69

telli. In un regime trasimacheo, i potenti non hanno

in discussione il fondamento e la forma concettuale:

alcun m otivo di trasgredire le norme di giustizia che

il primo consiste nell’antropologia tucididea della

garantiscono il consenso al loro potere10; se lo fanno,

pleonexia come pulsione invariante della natura

non si tratta degli archontes che nel senso rigoroso

umana, il secondo nel Rechtpositivism us, cioè nella

del termine secondo Trasimaco sono infallibili,

subordinazione della giustizia alla legge emanata

come ogni autentico professionista, ma di maldestri

dall’autorità. È proprio a questi due capisaldi che

dilettanti del dominio che im pongono leggi erronee

mira la confutazione di Trasimaco sviluppata da

e disfunzionali (i 34oa-e).

Platone nel corso dell’ intera Repubblica. Sul piano

3. Il richiam o alla forza, al kratos, come unico fonda­

l ’uomo come “buono” e collaborativo, né come “na­

mento del potere e del sistema etico-giuridico che ne

turalmente politico”, secondo la tesi che avrebbe so­

consegue, significa dunque un radicale disvelamen­

stenuto Aristotele. Nega tuttavia l ’ immutabilità dei

to della legittimazione ideologica del potere stesso,

tratti fondamentali che Tucidide aveva attribuito

che m ira al consenso attraverso la legge e le norme

alla natura umana, e la concepisce piuttosto come

di giustizia11. In un im plicito tentativo di confuta­

plastica, perfettibile, perché intrinsecamente conflit­

zione della teoria di Trasimaco, filosofi contem po­

tuale e quindi suscettibile di assumere corsi diversi

ranei come N agel e Rawls - come ha mostrato Luca

a seconda degli esiti del conflitto psichico. Sarebbe

M ori - hanno tentato di sostenere che, «m entre il

dunque possibile, come vedremo, grazie a un com­

sofista disvelava la coercizione dietro la leg ittim ità»,

plesso lavoro educativo, plasmare in primo luogo un

occorre invece «risalire razionalmente alla legitti­

gruppo dirigente non-trasimacheo, e in seguito affi­

m ità dietro la coercizione» . M a, osserva M ori, « T ra ­

dare ad esso il compito di una riforma complessiva

simaco suggerisce che il carattere costitutivo della coercizione nella legittim azione non è il male, bensì

della società umana. Sul piano concettuale, Platone ritiene che le

il fatto stesso della politica [...] pretendere di risalire

norme di giustizia si situino a monte, e non a valle,

dietro la coercizione significa piuttosto esiliarsi dal

del potere e della sua legislazione. La legge e il potere

politico, anziché coglierne l ’auten ticità»11.

possono dunque essere conformi, oppure devianti, ri­

antropologico, Platone non concepisce certamente

In realtà, la teoria di Trasimaco appare difficil­

spetto allo standard della giustizia, che non dipende

mente confutabile a meno che non se ne mettano

da essi, appartenendo (nella sua forma ideale) a un

70

71

ambito ontologico separato e oggettivo. È chiaro

Aretè, o della virtù iperbolica

dunque che nella sua confutazione di Trasimaco Pla­ tone deve ricorrere a presupposti - quali un’antropo­ logia, una psicologia, un’ontologia normativa - che la filosofia contemporanea, ma ancor prima lo stesso Aristotele, avrebbero considerato troppo onerosi. In ogni caso, essi comportano una speciale forma di sa­ pere di governo, di cui si parlerà nel capitolo dedi­ cato a Epistem e.

Veggiendo le virtuosissime operazioni che le istorie ci mostrano, che sono state operate da regni e da re­ pubbliche antique, dai re, capitani, cittadini, latori di leggi ed altri che si sono per la propria patria affaticati, essere più presto ammirate che imitate, anzi, in tanto da ciascuno in ogni minima cosa fuggite, che di quella antiqua virtù non ci è rimasto alcun segno: non posso fare che insieme non me ne maravigli e dolga. N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio

i. Quando si considera la “virtù” come una delle fonti di legittimazione del potere, il riferimento non è evidentemente al valore morale del termine, per esempio alla “medietà” aristotelica fra gli estremi passionali; si tratta invece dell’eccellenza prestazio­ nale, della capacità di realizzare imprese eminenti, se­ condo il senso tradizionale di aretè nella lingua greca. Questo significato del resto è chiaramente codificato dallo stesso Aristotele n tìY E tic a nicomachea, dove si parla di «eccedenza (byperochè) secondo virtù che qualifica l ’opera (ergon ) » , esemplificando con la differenza fra la capacità del citarista virtuoso di suonare bene la cetra, e il semplice suonare la cetra

(1 6.io98a9-n). 71

73

N el caso del governo della com unità, questa ecce­

vale per me diecimila, se è il migliore (aristos, cioè

denza di virtù consisterà evidentemente in eminenti

dotato di u n ’eminente avete)» (B 49 D K = Fronte­

capacità politiche e m ilitari - insom ma le omeriche

rotta 72)1. E ancora: «L egge è anche obbedire alla

virtù della parola e della spada1. L a connessione fra

volontà di uno so lo » (B 33 D K = Fronterotta 76), si

virtù e forza emerge con chiarezza da un interessante

intende l’ individuo aristos.

passo della Politica relativo alla discussione sulla schiavitù. Aristotele riferisce del parere di coloro che

2. M a è certamente Aristotele a formulare nel modo

sostengono la legittim ità anche della schiavitù im­

più esplicito la teoria della virtù prestazionale come

posta con la violenza (il caso emblematico è quello

fonte di legittimazione del potere : una teoria che - nel

delle comunità ridotte in schiavitù in seguito a una

contesto della polis - richiedeva uno spregiudicato ra­

sconfìtta). La loro tesi è che ì ’aretè, accompagnata

dicalismo del tutto inconsueto nel filosofo. Per il suo

da mezzi adeguati, « è anche in grado di esercitare

straordinario rilievo, il passo cruciale in cui essa viene

la massima violen za»; infatti « c h i dom ina possiede

enunciata richiede di venire citato per esteso.

sempre qualche valore (agathòn) in m odo eminente (.hyperochè) » . In definitiva, « n o n c e esercizio della violenza senza v irtù » , cioè senza u n ’eccellente do­ tazione di capacità che consente di dominare sugli altri (.Politica I 6.i255ai3-ió). N on è questa (o non è soltanto questa) la posizione di Aristotele. C h e tut­ tavia egli ne accetti la sostanza, è provato dalle sue af­ fermazioni secondo cui la «guerra giusta» consiste in una «caccia allo schiavo», destinata ad asservire quegli uom ini che, destinati per natura alla schia­ vitù, si rifiutino di sottom ettervi {Poi. i 7.12551337-40, 8.1256I323-26). Il diritto al dom inio da parte di chi disponga di u n ’eccellenza di dotazioni virtuose era del resto già stato enunciato dalle sentenze di Eraclito. « U n o solo 74

Se c’è una sola persona che differisce tanto per eccesso di virtù (κατ ’ άρετής υπερβολήν) - oppure se ve ne sono più di uno, ma non tanti da formare una intera città - che la virtù di tutti gli altri e la loro capacità politica (dynamispolitikè) non siano confrontabili con quella di costoro, se sono più di uno, o di costui soltanto, se è uno solo, non si dovranno più considerare costoro una parte della città, perché subi­ rebbero un’ingiustizia se fossero ritenuti degni di preroga­ tive uguali, visto che sono tanto diseguali per virtù e per capacità politica: è verosimile che un tal uomo sia come un dio tra gli uomini. D i qui è chiaro che anche la legislazione dovrà riguardare coloro che sono eguali sia per la nascita che per la capacità, ma per individui siffatti non vi è legge, perché sono essi stessi la legge (Politica in I3.i284a3-i4). Qualora vi sia un uomo che eccelle per virtù, che cosa bisogna fare? [in rapporto all’ostracismo] Perché non si può certamente rispondere che si deve espellere o allonta­ 75

nare un uomo di tal genere, e nemmeno che si debba co­ mandare su un uomo siffatto: sarebbe all’incirca come se si pretendesse di comandare su Zeus, spartendo le cariche di governo. Resta pertanto, come pare naturale, che tutti di buon grado obbediscano a un tale uomo, per cui uomi­ ni siffatti sono re nelle città finché vivono (Politica n i 13. 12.84b2.7-34, trad. Accattino modificata).

“secondo la propria volontà” » 3, che si tratti di monar­ chie assolute o delle tirannidi proliferanti in Grecia nella seconda metà del i v secolo. Aggiunge Biagio Virgilio che le considerazioni di Aristotele sul regno assoluto {pam basileia) «prefigurano la natura e le ca­ ratteristiche delle monarchie ellenistiche»4. In effetti, l ’eccedenza incommensurabile di virtù

Queste affermazioni sono senza dubbio anomale ri­

(quindi di “potenzialità politica”, dynam is po litikè)

spetto al piano normale del discorso politico di A ri­

legittima una pari eccedenza di potere da consegnare

stotele, il cui punto di riferimento resta quello della

alla personalità carismatica che la possiede (ed è ap­

polis (si pensi per esempio alla sommatoria di quote

punto per designare questa inaudita figura del potere

omogenee di virtù che giustificava il potere del ple-

che Aristotele conia il termine pam basileia, m onar­

thos nella città democratica). Quale può dunque es­

chia assoluta, quella in cui « il sovrano esercita il

sere l ’ordine di ragioni che hanno indotto il filosofo a

suo potere su tutto secondo la propria v o lo n tà» , in

proporre questo scorcio teorico prepotentemente tra­

i6.i287a8-io). I tratti che la caratterizzano nel testo

sgressivo ? Si è pensato a un’eco della figura dell’ “uomo

aristotelico anticipano da vicino le prerogative dei

regale” del Politico di Platone, ma nel testo aristotelico

tiranni e dei re del tardo i v secolo. Il nuovo sovrano

non compare nessuna menzione di quella “scienza

è lui stesso la legge, dice Aristotele: e il re sarebbe

politica” che costituisce l ’essenziale fonte di legittima­

appunto stato considerato come la “legge vivente”,

zione della sua pretesa al potere. Più suggestiva l ’ ipo­

nomos empsychos, nella letteratura ellenistica sulla re­

tesi di un riferimento al grande allievo di Aristotele,

galità3. È inoltre come Zeus tra gli uom ini: e qui A ri­

Alessandro: dopo tutto però Alessandro era figlio di

stotele prelude chiaramente alla politica di (auto)di-

un re in una monarchia ereditaria come quella mace­

vinizzazione dei sovrani diffusa già prim a dell’epoca

done; non dipendeva dunque dalla sua “ virtù” l ’ac­

ellenistica. È probabilmente casuale, ma non privo di

cesso al potere (ma certo il suo futuro di costruttore di

significato, che sia stato proprio il figlio adottivo del

un impero). Piuttosto, come scrive Silvia Gastaldi, per

filosofo, N icànore, ufficiale dell’esercito macedone, a

Aristotele « è ormai ineludibile il confronto con una

leggere nel 324 a O lim pia il decreto che imponeva ai

forma di governo in cui il sovrano esercita il potere

greci di rendere onori divini ad Alessandro. 77

3· La teoria aristotelica della pam basileia e del so­

dalle vischiosità dei regimi tradizionali della polis,

vrano assoluto legittimato d all’eccedenza di virtù

prevale qui su ogni altra considerazione:

porta a compimento una svolta culturale che si era compiuta intorno alla metà del IV secolo: l ’abban­ dono della tirannofobia che aveva caratterizzato la cultura della polis democratica nel v e nella prim a parte del i v secolo, toccando il suo culmine nel ri­ tratto del tiranno sanguinario ed erotomane trac­ ciato da Platone nel libro v i l i della Repubblica6. Il punto di svolta è segnalato dallo stesso Platone nella sua ultima opera, le L eggi, dove pure il modello

Un tiranno che intenda trasformare i costumi di una città non ha affatto bisogno di grandi sforzi né di moltissimo tempo: occorre solo che si avvìi lui per primo nella dire­ zione in cui intende condurre i cittadini Q n b ). [...] Nessuno potrà convincerci che una città possa mutare le sue leggi in modo più rapido e semplice altrimenti che grazie al comando (hegemonia) di chi detiene il potere {dynasteuontes), né che ora questo avvenga in altro modo, né che mai accadrà in futuro (yn c)9.

generale di riferimento continua a essere quello della

Platone ha qui individuato con m olta lucidità

polis. In un passo cruciale, il filosofo-legislatore si

quella che era la ragione principale del successo e

chiede quale sia la form a di governo più adatta alla

d ell’attrazione esercitata dagli esperimenti tirannici

realizzazione dei suoi program m i di riform a morale

sempre più diffusi nel i v secolo: la rapidità deci­

e sociale. La risposta è tanto chiara da risultare scon­

sionale, l ’efficacia del potere assoluto, cui si univa

certante7: «D atem i una città a regime tirann ico»,

la speranza di poterlo orientare verso finalità posi­

governata da « u n tiranno giovane, dotato di buona

tive10. La svolta platonica non era destinata a restare

memoria e di facilità ad apprendere, coraggioso e

confinata nelle pagine delle L egg i: l ’esperienza p o li­

m agn an im o»8 ( iv 70966-8, 710C5-6), e inoltre tem­

tica d ell’Accadem ia, prim a e dopo la m orte del mae­

perante, sophron. Questa è la condizione perché una

stro, vide un impegno attivo, talvolta cruento, nella

città raggiunga la costituzione felice nel m odo m i­

vicenda delle tirannidi greche11. C ’è innanzitutto

gliore {arista), più rapido (tachista) Q iob ó ) e più

l ’autotestim onianza di Platone nella vii Lettera (se

semplice {rhasta, 7iod 8). È dunque la concentra­

è da considerare autentica) sul suo coinvolgim ento

zione di tutto il potere nelle mani di un solo uomo

nelle tirannidi siracusane di D ion isio padre e figlio,

a costituire la leva archimedea, lo strumento più ef­

con l ’obiettivo di sostenere l ’avvento al potere di

ficace per una trasformazione rapida e facile Q u a ).

D ione, che il vecchio filosofo considerava il suo al­

L ’esigenza di un potere efficace, libero dai vincoli e

lievo m igliore (nella sua figura è forse da ravvisare il

78

79

“giovane tiranno” ben dotato che viene evocato nel-

N el 352 l ’accademico Clearco, diventato tiranno di

le L eggi).

Eraclea, viene ucciso da due altri accademici, Chione

La spedizione dello stesso D ione a Siracusa nel

e Leone (ih id .). Eveone di Lampsaco trama n ell’in­

357 vide la partecipazione attiva d ell’ intera A cca­

tento di divenire il tiranno della sua città, finché

demia. Patrocinata da Speusippo (e senza dubbio

viene scoperto ed esiliato (Ath. XI so 8 f). Tim eo di

discretamente dallo stesso Platone), vi presero parte

C izico usa elargizioni di denaro e di cibo per otte­

molti accademici, insieme con qualche decina di p ro ­

nere la fiducia degli abitanti della città e poi tenta di

fughi e alcune centinaia di uom ini d ’armi (Plutarco,

rovesciarne la costituzione (Ath. x i so9a). C hairon

D ione 22, D iodoro Siculo x v i 6-9), contando su una

divenne nel 319 tiranno di Pellene; ispirandosi, dice

sollevazione popolare contro D ionisio: qualcosa

Ateneo, alla «b ella Repubblica e alle illegali L e g g i» ,

dunque fra 1’ impresa garibaldina dei M ille e lo sbarco

egli avrebbe esiliato gli aristocratici e consegnato agli

di Fidel Castro a C uba. D eposto il tiranno, D ione

schiavi i loro beni e le loro m ogli (x i 509b): si trat­

si fece proclamare strategòs autokrator {D ione 29.4),

terebbe dunque di un interprete ultra-giacobino del

la stessa carica che era appartenuta al suo avversario.

pensiero politico di Platone.

D ione aspirava dunque anch’egli alla m onarchia, e

M a è sul precoce episodio di Clearco che va ri­

per questo venne ucciso nel 354 da un suo com pagno

chiamata l ’attenzione11. A llievo in Atene di Platone e

accademico, C allippo, con l ’ intenzione segreta di di­

di Isocrate, Clearco divenne nel 364, probabilmente

ventare a sua volta tiranno (Ateneo x i 5o 8f ).

con la forza delle armi, tiranno della città di Eraclea

N on è questo che l ’episodio più noto e clamoroso

nel Ponto. A l di là delle alterne vicende del suo regno

di quel continuo coinvolgimento dell’Accadem ia

(che divenne poi dinastico), due aspetti vanno sotto-

nelle vicende delle tirannidi - con l ’ intento di abbat­

lineati. Clearco si proclam ò figlio di Zeus e impose

terle e/o di prenderne il posto - che caratterizza la

che gli venissero resi onori divini, oltre che la proster­

storia della scuola nella seconda metà del i v secolo.

nazione (proskynesis)·. da un lato, un’anticipazione

La tradizione, anche se talvolta malevola, non lascia

d ell’aristotelico “ Zeus fra gli uom ini”, d all’altro, e

dubbi in proposito, e ci si può limitare a ricordarne

soprattutto, un preludio alla divinizzazione di A les­

qualche esempio. N el 359 Pitone ed Eraclide ucci­

sandro, che sarebbe accaduta ben quarant’anni più

dono il tiranno trace C otys, venendone ricom pen­

tardi. Il secondo aspetto consiste in un significativo

sati con la cittadinanza ateniese (Philod. col. v i).

episodio di evergetismo culturale. Clearco dotò Era­

80

81

elea di una ben fornita biblioteca: u n ’anticipazione

smissione del potere, adottando m odalità alquanto

anche questa di quanto avrebbero fatto nel I I I secolo,

fluide di successione dinastica. A d essa si accom pa­

su ben altra scala, i sovrani ellenistici di Alessandria

gnava un’accentuata razionalizzazione nell’esercizio

e di Pergamo.

del governo, mediante una burocrazia efficiente e ca­ pillare, e il ricorso a tecnologie avanzate sia in campo

4. L ’originaria fonte di legittimazione delle m onar­

militare sia nella produzione agricola14. Si trattava in

chie ellenistiche è comunque definita nitidamente

ogni caso di form azioni statali alquanto fragili, per

dalla Suda (alla voce Basileia)·. « N é la nascita né il

l ’arbitrarietà del potere e la sottomissione forzata di

diritto conferiscono agli uom ini il regno, ma esso

etnie diverse BAY élite greco-macedone; una fragilità,

spetta invece a coloro che sanno guidare un esercito

ha scritto Em ilio Gabba, « so lo parzialmente ovviata

e governare accortamente gli affari pubblici, come fu

dalle forme di culto rese al sovrano [...] e dalla teoriz­

il caso di Filippo e dei successori di A lessandro». Si

zazione, variamente giustificativa, della monarchia,

tratta dunque, nel linguaggio d i Wéber, dell’autorità

affidata a filosofi e intellettuali, ospiti fissi alla corte

carismatica opposta a quella tradizionale e legale; autorità che si esprime in quella eminente dynam is politikè che Aristotele aveva riconosciuto a chi fosse dotato di una virtù “iperbolica” {Poi. I l i 13. n 8 4 a 7 ), oltre che naturalmente nella virtù guerriera, aretè polem ikè (iv 7 .12 7 9 ^ -2 ). C om e ha scritto Cinzia Bearzot, « il sovrano ellenistico è, prima di tutto, un guerriero vittorioso, re per diritto di vittoria, così come il territorio del suo regno è “conquistato con la lancia” » 13. Il consolidamento di questa legittim a­

dei r e » 15. Nonostante questo, le m onarchie ellenistiche rap­ presentarono u n ’esperienza politica del tutto inedita nella storia greca, e destinata a un duraturo successo: per quasi due secoli, il m ondo mediterraneo conobbe u n ’epoca di prosperità e di straordinaria fioritura culturale. E u n ’esperienza dalla quale fu affascinato lo stesso G iulio Cesare, che la prese a m odello nella sua impresa volta a superare la vecchia oligarchia senatoria della repubblica romana e a costruire una nuova, più m oderna form a di principato16.

zione prim aria avveniva poi naturalmente in forme diverse, dalla divinizzazione del sovrano all’evergetismo sociale e culturale. D opo le convulse fasi di fondazione, le monarchie ellenistiche passarono a una legittimazione della tra­ 82

83

Episteme, o della scienza

Non c’è da attendersi che i re filosofeggino o i filosofi diventino re, e neppure da desiderarlo, poiché il pos­ sesso della forza corrompe inevitabilmente il libero giudizio della ragione. I. Kant, Per la pace perpetua

Si dovrebbero dedicare maggiori cure all’educazione di una categoria di persone elevate, dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse incapaci di autonomia. [...] L’ idea­ le sarebbe naturalmente una comunità umana che avesse assoggettato la sua vita pulsionale alla dittatu­ ra della ragione. S. Freud, Perché la guerra? Lettera a Einstein.i

i. Qualche sapiente arcaico, da Pitagora a Em pe­ docle, si era attribuito una condizione quasi divina, una capacità più che umana di accesso alla cono­ scenza, e aveva perciò rivendicato il diritto a una su­ premazia fra gli uomini. M a nessuno prima di Platone aveva form ulato la tesi rivoluzionaria che soltanto il possesso del sapere - un sapere razionale, pubblica­ mente enunciabile e trasmissibile - può costituire la fonte di legittimazione del potere1. D i questo sapere 85

fondativo Platone offriva due versioni differenziate,

pseudo-m onarchia spartana. Quanto al potere filo­

anche se non alternative: nella prima, proposta nella

sofico da costruire, esso si configura senz’altro come

R ep ub b lica , si tratta di una “scienza” normativa, ca­

un “regno”, detenuto da una sola persona o più p ro ­

pace di orientare l ’opera di riformatori-legislatori

babilmente da un piccolo gruppo “aristocratico” (iv

e di custodi della costituzione; nella seconda, deli­

4 45d ), al cui interno vige una sorta di comuniSmo

neata nel Politico, si tratta piuttosto di una “scienza

della élite. In ogni caso, questa regalità filosofica è

regia” destinata all’esercizio diretto del governo (di

una forma di potere assoluto, non lim itato da altre

una terza versione, la teologia astrale delle Le g g i, non

leggi che non sia la costituzione {politela ) che i fi­

si discuterà in questa sede perché essa è prerogativa

losofi stessi hanno tracciata, né da altri contrappesi

del Consiglio N otturno, un organo di controllo m o ­

politici in grado di controllarlo1.

rale più che di potere e di governo).

D ue sono le vie che possono portare all’instaura­

Nel celebre passo che costituisce probabilmente

zione (difficile, ma non impossibile) di questo potere.

la chiave di volta d ell’ intera R epubblica, Platone af­

La prim a consisterebbe nella sottomissione ai filosofi

ferma solennemente che i mali delle città e di tutto

(v i 49$>b) di una comunità convintasi pacificamente

il genere umano non avranno mai termine finché

del loro diritto a governare (v i 50oa, 502a): sarebbe

« i filosofi non regnino (basileusosin ) nelle c ittà » ,

dunque la conversione m aggioritaria di un’ intera

oppure «quanti ora sono chiamati re ( basilès ) e p o ­

p o lis, democratica o oligarchica che sia, all’accetta­

tenti (dynastaì ) » non si dedichino alla filosofia, in

zione del nuovo regime. L a seconda (a dire il vero la

modo che potenza politica (dynam is p o litikè) e fi­

meno improbabile, e anche quella in qualche m odo

losofia vengano finalmente a riunificarsi (v 473C11-

tentata) prevede la conversione alla filosofia di un re,

d i). È subito da rilevare che il linguaggio di questo

di un dinasta, o di un loro figlio (conversione gu i­

passo evoca forme di potere estranee all’alternativa

data, si può supporre, da uno o più filosofi) (499b-c).

fra democrazia e oligarchia tipica della p olis classica.

In tal caso, « basta che ne compaia uno, alla testa di

Il potere esistente è descritto come detenuto da re

una città obbediente, perché giunga a compimento

e dinasti: l ’orizzonte di riferimento sembra dunque

tutto ciò che ora sembra incredibile. [...] Se al potere

quello delle tirannidi (l’ombra delle esperienze si­

c ’è un uomo che stabilisca le leggi e le forme di vita

racusane continua a estendersi sulla R ep u b b lica ),

che abbiamo descritte, non è certo impossibile che i

e forse quello della m onarchia macedone e della

cittadini accettino di seguirlo» (v i 3oza-b).

86

87

2. Che tipo di uom o è dunque questo “filosofo” che

zione vera, rigorosa e universalmente valida di quegli

Platone ritiene legittim ato a esercitare il potere o a

oggetti ideali che sono in primo luogo costituiti da

guidare i potenti? In prim o luogo, Platone assicura

valori e dunque da norme. La natura normativa degli

che egli non sarà un cittadino im perfetto; non sarà

oggetti di questa scienza la rende immediatamente

cioè inferiore a nessun altro né per «esperien za»

capace di un’efficacia prescrittiva: una scienza delle

(s’ intende negli affari politico-m ilitari della città),

norme può così diventare un sapere del comando, un

né in ogni altra « v irtù {avete)» (v i 4 8 4 d 4 -9 )5. Si

sapere costruttivo e demiurgico in grado di imporre,

tratta di una rassicurazione tutt'altro che ovvia,

al livello disordinato e turbolento della realtà storico­

visto il diffuso sospetto di mollezza e stravaganza

umana, quelle regole d ’ordine che esso riconosce

che gli ateniesi nutrivano nei riguardi degli intellet­

nell’ambito dell’essere noetico-ideale.

tuali (4 8 7 0 ^ ).

Se norme e valori della vita sociale costituiscono

M a è poi l ’eccedenza di sapere che giustifica l’aspi­

sistemi di credenze soggettive, non rapportabili a

razione dei filosofi - s’ intende dei filosofi platonici -

criteri di verità universalmente validi, secondo la tesi

a esercitare un ruolo di comando altrettanto ecce­

del relativismo di Protagora, il conflitto fra di essi

dente, a diventare insomma hegemones (v i 48407) e

non è razionalmente decidibile, e la soluzione non

re nella città. Essi dispongono infatti di una form a di

può che venire affidata alla forza, come aveva inse­

conoscenza che - anche grazie a un severo esercizio

gnato Trasimaco. I filosofi sono al contrario in grado

nell’astrazione idealizzante delle matematiche - è in

di imporre un progetto di ordine e di miglioramento

grado di risalire al di là della variabilità delle parvenze

della condizione umana, le cui garanzie di validità

fenomeniche, dell’ instabilità delle opinioni sogget­

sono interamente fondate sulla loro peculiare forma

tive, fino a raggiungere un livello di enti noetici in­

di conoscenza. Il potere nella città andrà dunque af­

varianti, oggettivamente esistenti, passibili quindi di

fidato, scrive Platone, a

una comprensione vera: insomma, le idee o forme. Ne fanno parte in prim o luogo le idee di valore, come il Giusto, il Bello, il Buono (che costituisce il vertice del mondo ideale). Il sapere dei filosofi consiste nella costruzione di una scienza (la dialettica) che almeno in linea di principio è in grado di produrre la descri­ 88

coloro che possono, alla maniera dei pittori, rivolgere lo sguardo verso ciò che è più vero, sempre riferendosi a esso e osservandolo nel modo più rigoroso possibile, in modo da istituire anche quaggiù le norme (nomima) relative alle cose belle e giuste, se occorre istituirle, e da preservare con la loro difesa quelle già esistenti (vi 484c-d). 89

Trasponendo nei costumi pubblici e privati l ’ordine che essi riconoscono nell’ambito noetico-ideale, i filosofi diventeranno «artefici di moderazione e di giustizia e di ogni pubblica v irtù » (sood). Il loro sguardo si rivolgerà in entrambe le direzioni, da un lato «verso ciò che per natura è bello, moderato e così via, dall’altro verso ciò che possono realizzarne tra gli uom in i» (v i soib). L ’ idea del Buono soprattutto servirà loro come modello {paradeigm a), valendosi del quale essi si dedicheranno « a ordinare la città,

fattivi, le vedrete mille volte meglio di quelli di laggiù, e di ognuna delle immagini saprete che cos’è e che cosa rappre­ senta, grazie all’aver visto il vero intorno a ciò che è bello e giusto e buono. E così per noi e per voi la città sarà retta nell’ordine della realtà e non del sogno, come invece acca­ de per la maggior parte di quelle di oggi, i cui cittadini si battono fra loro per delle ombre e si contendono il potere, quasi fosse un gran bene. Ma questa è la verità: la città in cui è destinato al potere chi meno desidera esercitarlo, avrà necessariamente il miglior governo e sarà la più aliena da conflitti civili (v i i 5zoc-d).

i privati cittadini, se stessi, trascorrendo la più gran parte del tempo nella filosofia, pronti però [...] ad af­

La riluttanza dei filosofi a governare (sulla quale p e­

frontare i travagli della politica e l ’esercizio del potere,

raltro Platone insiste nel solo libro

non perché considerino il potere come una cosa bella,

blica, ma non nei tre precedenti) appare destinata a

ma come un compito necessario» (v ii 54-oa).

fugare il sospetto che possa trattarsi di un gruppo

La celebre allegoria della caverna, descritta all’ i­

v ii

della R epub­

dirigente di stampo trasimacheo, votato cioè alla

della Repubblica, riassume il senso

spoliazione e non al servizio della città. Q uella che

di questa pretesa filosofica a un potere legittimato da

viene in effetti preconizzata è «u n a nuova alleanza

una form a superiore di conoscenza. L ’esistenza p o li­

del sapere e della p o litic a » , di chiara ispirazione “il­

tica e morale degli uom ini si svolge n ell’oscurità di

luministica”, come suggerisce la stessa insistenza sul

parvenze illusorie, di false opinioni intorno ai valori

tema del portare la luce nella “caverna”4.

nizio del libro

v ii

da perseguire e alle norme da osservare. I filosofi sono

N el testo di Platone, i filosofi al potere assumono

in condizione di liberarsene rivolgendo lo sguardo

una pluralità di aspetti. C i sono i filosofi fondatori,

alla luminosa verità delle forme ideali. M a è loro re­

di cui si parla nei libri v e v i. C i sono poi i “gover­

sponsabilità sociale “ridiscendere” nella caverna, aiu­

nanti” (archontes), che presumibilmente subentrano

tare gli altri uom ini a liberarsi da quelle tenebre. C osì si rivolgeranno loro i fondatori della nuova città: Dovete dunque [...] ridiscendere là dove vivono gli altri e abituarvi a osservare le immagini oscure: una volta assue­ 90

loro a fondazione della nuova città compiuta, e la cui “scienza” consiste essenzialmente nella euboulia, capacità di «deliberare non su qualcuna delle sue at­ tività ma sulla città tutta intera, e decidere quale sia 91

il miglior modo di comportarsi tanto verso se stessa

{episteme basilikè), e l ’uom o che la possiede sarà

quanto verso le altre città» (iv 4 i8 d ). C i sono infine

dunque un «u o m o regale» {basilikòs anèr). Platone

i veri e propri dialettici, filosofi compiutamente for­

aggiunge una precisazione interessante: uomo regale

mati a cura della nuova città, il cui compito consisterà

sarà sia chi è di fatto un re, sia chi è in grado di con­

nel governarla a turno e soprattutto nel garantire la

sigliare il re, a condizione che l ’uno e l ’altro possie­

sua fedeltà allo «spirito della costituzione {logos tes

dano la scienza regia (259a-b). Platone accenna così

politeias) » (vi 497c8-di). Quale che sia il rapporto

alla possibilità della coppia legislatore-tiranno, che

fra queste tre diverse figure di filosofi regnanti, essi

sarà esplicitamente preconizzata nelle L eggi, anche

sono accomunati da due caratteristiche di fondo: la

se nel seguito del Politico essa viene in effetti lasciata

legittimazione al potere grazie al possesso di un sapere

cadere. In questo dialogo si insiste piuttosto sul fatto

normativo, in grado di ordinare la vita della comunità

che gli “uom ini regali” in una città saranno inevi­

e di orientarla verso finalità buone; e l’assenza di qual­

tabilmente m olto pochi, o probabilmente uno solo

siasi limite o vincolo legislativo e politico al loro eser­

(297b-c), che verrà senz’altro chiamato “re” (io ib ).

cizio del governo. A proposito di quest 'ultimo si pone

In aggiunta alla sua scienza, quest’uomo possiede

tuttavia un problema: come può un sapere normativo,

una peculiare capacità, che viene chiamata «tecn ica

inevitabilmente universale e atemporale perché fon­

del com ando» {epitaktikè techne), dal momento che

dato sulle idee-valore, guidare la prassi quotidiana del

egli esercita appunto il potere (despozon) (z6oc).

comando politico, che interviene in circostanze inde­

Essa consiste per l ’essenziale nell’attitudine a tro­

finitamente mutevoli e accidentali? In altri termini:

vare quella «giusta m isura» che consente nel fare

come si articola il passaggio dal modello matematico

nel momento opportuno (kairòs) quel che si deve

di questo sapere a quello di competenze stocastiche

in m odo appropriato {to prepon, to deon) (284ε).

come la nautica e la medicina, così spesso evocate da

Questa tecnica è a più riprese paragonata con com ­

Platone a esemplificare il governo dei filosofi ?5

petenze quali quelle del medico (2933-0) 0 del capi­ tano (2966-2973), abili a prescrivere una terapia o a

3. Quale sia il tipo di scienza che legittima il potere,

tracciare una rotta fronteggiando di volta in volta

chi detenga questo “potere scientifico” e come possa

i mutevoli frangenti dell’esperienza. Com petenze

esercitare il suo governo: sono i temi al centro del

stocastiche, dunque, co m e proprio di una techne nel

Politico di Platone. Si tratta della «scienza regia»

linguaggio platonico. In realtà, la tecnica di governo,

92

93

con la sua « fo r z a » anche superiore alle leggi (z^ya.),

scienza possa conoscere il kairòs, cioè le mutevoli

appare nient'altro che un’altra denominazione o al

circostanze d ell’ambiente spazio-temporale, senza

più una specificazione della «scienza regia» , di cui

perdere il suo statuto di scienza; se questa cono­

essa esprime il m omento operativo, quello appunto

scenza è necessaria per l ’efFettivo governo della città,

in cui si impartiscono ai sudditi i comandi opportuni

la dignità epistemica della scienza regia è altrettanto

al buon ordine della comunità.

necessaria per legittimare il potere che in questo go ­

Questa tecnica dovrebbe colmare il divario fra

verno si esplica6.

la “scienza regia” che legittima il potere e che come

Platone non sembra tuttavia interessato a discu­

ogni scienza (platonica) consta di verità univer­

tere questa difficoltà epistemologica; quello che gli

sali e invarianti, e l ’effettivo esercizio di governo (il

im porta soprattutto è di mettere in luce le condizioni

dioikeìn della polis, i9 7b y-9 ) che si deve misurare

che perm ettano all’ “uom o regale” di esercitare il suo

con l ’ indefinita variabilità e instabilità delle circo­

potere “scientifico” sulla città nel m odo più rapido

stanze, appunto la dimensione del kairòs. La tecnica

ed efficace. E decisivo che egli sia libero da due vin­

di governo starebbe dunque alla scienza regia come

coli, che paralizzano l ’azione di governo nelle città

la competenza m eteorologica del capitano sta alla

storiche: da un lato, l ’ossequio alle leggi, che con la

scienza dell’astronomo. Il problem a è parzialmente

loro inevitabile rigidità e generalità sono inadeguate

chiarito, ma non risolto, dalla formulazione di un

- come abbiamo visto - a una duttile azione di co­

diverso rapporto fra la “scienza regia”, o “politica”,

m ando; d all’altro, la necessità di acquisire faticosa­

e quelle operative che le sono subordinate, come la

mente il consenso maggioritario, com ’è proprio dei

strategia e la giurisprudenza.

regimi democratici.

La scienza che è realmente regia non deve agire essa stessa, ma governare quelle che hanno la capacità di agire, in quanto conosce quando è opportuno o inopportuno (,enkairias/akairias) iniziare e dare impulso alle iniziative più importanti nella città, mentre le altre devono eseguire ciò che viene loro ordinato (josd).

L ’unica vera forma di governo è quella in cui si possano trovare governanti che realmente possiedono la scienza politica e non paiano soltanto possederla, sia che governi­ no secondo le leggi sia che governino senza leggi, su citta­ dini che accettano volontariamente o contro la loro volontà, siano essi poveri o ricchi: nessuno di questi fatto­ ri deve essere assolutamente preso in considerazione per valutare in alcun modo la correttezza di una forma di governo (Politico Z93c-d, trad. Giorgini).

In questo modo si pone però un serio problem a epi­ stemologico, perché non è affatto chiaro come una 94

95

Il solo criterio del buon governo, seguito dall’uomo

secondo le loro possibilità, n o i dobbiam o afferm are che

sapiente e virtuoso, è quello di fare cose utili (sym-

questa, fo rgiata secondo tali criteri, è l ’unica retta form a

phora) alla comunità, con o senza consenso, secondo

di governo (293d-e, trad. G io rgin i).

le leggi o contro di esse (i