Archeologia della nostalgia. Come i greci reinventarono il loro passato

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Archeologia della nostalgia. Come i greci reinventarono il loro passato

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John Boardman Archeologia della nostalgia Come i greci reinventarono il loro passato

Bruno Mondadori

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Tentare un 'archeologia dell a nostalgia sign ifica compiere un viaggio a ri troso. avventurar i . alla ricerca delle tracce e dell e reliq ule attraver&o le quali i. grec i deJla class icità diedero far- ~ m a al loro pa sato. n passato che fond e il m ito e la stori a , la verità e l'i:mmaginazione poetica . iJ culto degli e lemen ti nat urali e sovrann atural i. Rocce m aes tose dal profilo bizzarro fini sco no per incarnare a ntiche ero in e, e grandi ossa fo ss i Ii ven gon o identifica te co n le spoglie di leggendari g iganti. na tradizione viva. materializzata in immagini e oggetti e co ntin uamente reinventata, una orta cli miraggio danzante stÙ paesaggio real e e uggestivo delle prime ve ti gia della c ivil tà occidentale: un passato ch e lega in mani era in clis olubile gli clèi. gli eroi e i protagonist i della toria .

John Boar clman è st a to profcs ore di Arch eologia e Aste classica a Oxfo rd e v icedirettore della cuola bri ta nn ica cl i a rc heolog ia ad Aten e. L a sua inten sa a ttivi tà di studi oso, aTcb eologo ed es perto d i a rte antica lo h a portato a diri ge re g li scav i cli Smirn e, Cre ta , C hios e Tocra. Tra le u e p iù im portanti p ubbh cazio ni: L a ceramica antica (Mo nd a dori M ilano 1984 ) e L'arte greca (Rusco ni ., M il a no 1995 ). H a cmato inoltr e i volum i S toria deL mondo cLq.ssico (Lu carini , Roma 199 1) e loria Oxford deLL'arte classica (Laterza, Roma-Ba ri 1995).

€ 25,00

John Boardman Archeologia della nostalgia Come i greci reinventarono il loro passato

CD

Bruno Mondadori

La traduzione dell'opera è stata realizzata grazie al contributo dd

SEPS

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Titolo originale: The Archaeology o/ Nostalgia. How the Greeks re-created their mythical pasl © 2002 Thames & Hudson Ltd Tutti i diritti riservati © 2004, Paravia Bruno Mondadori Editori Traduzione dall'inglese di Maria Cristina Coldagelli

È vietata la riproduzione, anche parziale o ad uso interno o didattico, con qualsiasi mezzo, non autorizzata. Le riproduzioni ad uso differente da quello personale potranno awenire, per un numero di pagine non superiore al 15% del presente volume, solo a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da AIDRO, via delle Erbe n. 2, 20121 Milano, tel./fax 02/809506, e-mail [email protected] Progetto grafico: Massa & Marti, Milano Realizzazione editoriale: Arta snc, Genova La scheda catalografica è riportata nell'ultima pagina del libro. In copertina: Perseo affonda la spada nella gola della gorgone Medusa (metopa del fregio dorico del tempio di Apollo, Selinunte, ca. 575-550 a.C.).

www.brunomondadori.com

PREFAZIONE

VII

1. LA FUNZIONE DEL PASSATO IN GRECIA: LE NOSTRE FONTI

2.

1

LA STORIA FOSSILIZZATA: SCHELETRI E ALTRE OSSA

21

3.

CASE DEGNE DI EROI

35

4.

REALIA ET NATURAL/A

Realia Naturalia La Cronaca di Lindo Geografia e personaggi

71 71 101 115 117

IL PASSATO IMMAGINATO: ARRIVANO I MOSTRI

131

IL PASSATO IMMAGINATO: L'EROE E L'EROICO

165

CONCLUSIONE

197

ABBREVIAZIONI

211

NOTE

213

RINGRAZIAMENTI

229

INDICE DEI NOMI E DEI LUOGHI

231

TESTIMONIA

237

INDICE ANALITICO

277

5. 6. 7.

Indice

A George e Davina Huxley

Né "archeologia" né "nostalgia" sono i termini più adatti per

il titolo di questo libro, ma entrambi trasmettono l'essenza di quanto esso si propone: esplorare il modo in cui i greci immaginavano e ricreavano il lòro passato, specialmente quello remoto, in immll.gipi e oggetti. Nel mondo moderno, il passato è un bene dal valore composito. È proposto a viaggiatori che magari sono stanchi di pacchetti vacanze, mentre gli itinerari più mirati sono specificamente finalizzati a presentare gli aspetti storici delle Vie della Seta in Asia, per esempio, o dei campi di battaglia della guerra civile negli Stati Uniti, e in genere non offrono molto più della topografia. Le reliquie del passato, dalle più remote a quelle degli eroi contemporanei, sono diligentemente commercializzate. Il valore educativo dell'insegnamento del passato sembra aver perso il favore dei ministeri dell'istruzione, ma almeno gli aspetti materiali del passato continuano a esercitare una forte attrazione sui frequentatori dei musei e sugli appassionati di archeologia, passatempi accademici tra i più recenti, mentre gli storici dell'arte moderna vi applicano varie e quasi sempre non pertinenti percezioni moderne. Un elemento personale, legato a una famiglia o a un luogo, presenta un'attrattiva speciale, che trova la sua espressione più vistosa nella ricerca degli alberi genealogici. La persona d'ingegno può alimentare il suo interesse attraverso diversi mezzi e la televisione può ricreare, generalmente in maniera assai superficiale, ciò di cui un pubblico interessato potrebbe aver bisogno a titolo di istruzione-intrattenimento sul suo passato, persino sul suo futuro. Dal punto di vista materiale, il passato può essere ricreato dai souvenir e dalle contraffazioni - e non sempre è facile distinguere gli uni dalle altre. La ricreazione del passato più recente, specialmente delle guerre e della politica, è un terreno fertile per la revisione di atteggiamenti e per la mera propaganda; così era anche nell'antichità. Per la maggior parte delle persone, il passato è oggi più un divertimento (i gladiatori, Cleopatra) che una necessità: per i greci era un elemento essenziale della vita, dell'arte, della religione e delle aspirazioni. In questo libro osserveremo i modi in cui i greci riconoscevano intorno a loro le tracce del passato e come i loro scrittori, i sacerdoti e gli artisti le arricchivano ~ttingendo dalla loro immaginazione e da ciò che il mondo materiale poteva offrire. Sono dunque in gioco oggetti reali, identificati correttamente o no (in genere no), insieme con le suggestive configurazioni del paesaggio greco e delle sue rovine. Possiamo

Prefazione

apprendere qualcosa su questo argomento dai manufatti e dagli scavi, ma si può racimolare altrettanto nei riferimenti degli autori antichi, mentre soltanto in questi ultimi possiamo cogliere qualche indizio sull'ossessione dei greci per il loro passato e, in generale, per quello che definiremo il loro passato mitico. A questo scopo, per capire fino a che punto l'atteggiamento dei greci fosse insolito, se non eccezionale, sarà necessaria un'analisi che tenga conto delle pratiche e delle credenze di altri popoli antichi. Quanto alla nostalgia, è chiaramente qualcosa di più di un attaccamento sentimentale al passato da parte dei greci - e anche da parte nostra. Fino a oggi questo argomento è stato affrontato con l'idea di studiare l'uso che i greci facevano delle "reliquie" come oggetti di culto o dotati di poteri magici; oppure con un riguardo particolare alle possibili connotazioni politiche, sociali ed etniche dell'identificazione o della rivendicazione di antenati importanti e dell'attenzione rivolta alle tombe antiche. Al di là di tutto questo c'è il semplice fatto che, accumulando e persino creando reliquie, i greci andavano anche formando i primi "musei", nel senso di raccolte di cimeli storici più che di opere d'arte. I musei erano ospitati nei templi, ma anche molti elementi nelle campagne greche potevano essere identificati come testimonianze del passato, poiché la geografia mitica dei greci era quella del mondo in cui vivevano. «Dimmi, Socrate, non è da qualche parte qui vicino che Borea rapì Orizia?» chiede Fedro nel dialogo platonico che porta il suo nome. Socrate risponde che era più avanti lungo il fiume Ilisso, dove sorgeva un altare di Borea. Egli fa rifermento alla spiegazione "scientifica" secondo la quale il vento del Nord (Borea) fece precipitare la fanciulla dalle rocce; però considera «tali interpretazioni senza dubbio suggestive, ma dovute a un uomo ingegnoso e laborioso, che poi sarà costretto a dare una spiegazione» per i Centauri, la Gorgone e altre figure. Quanto a lui, non ha «tempo per questo genere di indagini» e si attiene «a ciò che si tramanda riguardo ad esse.»' Così faremo noi, ma a volte con un occhio al modo in cui queste storie si sono formate e sapendo con certezza (speriamo), per esempio, che la storia di Borea aveva poco più di un secolo, era un espediente degli ateniesi per dare una patria al dio del vento che all'inizio del V secolo aveva prowidenzialmente disperso le navi persiane.

VIII Archeologia della nostalgia

La letteratura dimostra che per i greci il passato aveva un'importanza vitale, non era una terra incognita. La maggior parte delle rappresentazioni della loro arte riguarda figure ed eventi divini o mitici, e questi sono anche i temi principali della loro letteratura. Le uniche eccezioni fanno la loro prima comparsa con il VI secolo, quando gli scrittori iniziano a guardare al mondo contemporaneo, alla sua geografia e ai popoli stranieri, quando nasce l'interesse per la storia "vera" oltre che per ciò che noi consideriamo il mito, ma che i greci vedevano come storia - diciamo la.!'fuito-storia1. Quando si può rivendicare come antenato un dio o un ero~, il confine tra il mito e la storia si fa vago e neppure i razionalisti, i sofisti e i filosofi dell'età classica erano immuni dalla credulità. Soltanto la vita quotidiana può essere un soggetto altrettanto interessante per gli artisti, per la poesia più antica e, con il IV secolo, per il teatro. Prima del IV secolo l'arte aveva evitato il ritratto e la raffigurazione della storia reale o di eventi contemporanei; dopo, questi soggetti furono affrontati spesso soltanto attraverso allusioni a un passato (le Amazzoni come i persiani, Socrate con l'aspetto di un satiro) che veniva prontamente reinventato o modificato per adattarlo al contesto o al messaggio - una pratica assolutamente astorica che fa della storia e della mitografia greca antica materie di studio strettamente connesse. I greci dell'età storica partivano in vantaggio. Il loro passato eroico, quella che si definisce l'età del bronzo, si materializzava in alcuni monumenti ancora esistenti, sia pure in rovina, e in manufatti rinvenuti nei campi, tutti appartenenti a tipologie non più familiari nell'uso quotidiano, ma prodotti di un'epoca in cui la Grecia era densamente popolata e i suoi governanti erano ambiziosi nelle architetture che innalzavano e nelle arti che promuovevano. Numerosi erano anche i reperti di epoche ancora più antiche, addirittura preumane, che erano evocativi per loro come lo sono stati per tutta l'umanità. Il crollo delle civiltà dell'età del bronzo di Creta e Micene e la lenta rinascita culturale e tecnica che si verificò dopo il 1000 a.C. ci permettono di affrontare l'argomento da un nuovo punto di partenza, con un popolo che disponeva di un passato bell'e pronto sia da un punto di vista materiale - intorno a sé e nelle storie che si raccontavano, ma non più come una realtà operativa -, sia con la maggior parte dei legami materiali ormai spezzati in termini di comportamento e di abilità, e senza neppure la capacità di decifrare i documenti scritti che capitava di trovare. La Grecia dell'età del ferro divenne

IX Prefazione

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Il mondo mediterraneo

I greci localizzavano materialmente la loro storia divina e mitica sul territorio della Grecia stessa, principalmente nella madrepatria balcanica e nel mondo egeo, e spingendosi a tutte le coste del Mediterraneo e del mar Nero, colonizzate tra l'vm e il VI secolo. Più lontano, collocavano personaggi e awenimenti imponanti dalle coste dell'Atlantico al Baltico, fino al Levante, ali' Asia centrale, l'Etiopia e l'Alto Egitto.

X Archeologia della nostalgia

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Il mondo egeo

XI Prefazione

Lindo

una società nuova di città indipendenti, le città-stato, al posto di regni che abbracciavano aree più ampie e diversi centri di occupazione; e vi era un atteggiamento nuovo verso le arti, generato prima dall'interno (le nuove discipline degli stili "geometrici") e poi dall'influenza del Vicino Oriente, con la rivoluzione orientaleggiante dei secoli VIII e VII. Ciò non accadde alle più antiche civiltà del Vicino Oriente e dell'Egitto, dove, benché vi fossero disastrose interruzioni della prosperità e della vita, vi fu anche una certa continuità stilistica nelle arti e nell'artigianato, e nessun drastico nuovo inizio, come in Grecia. Queste civiltà avevano anche una lunga tradizione di scrittura e documentazione: un re della Mesopotamia che avesse scavato in un vecchio palazzo avrebbe trovato tavolette scritte che era in grado di leggere; un greco avrebbe trovato tavolette e oggetti con iscrizioni del mondo minoico e miceneo, ma non avrebbe saputo leggerle - e nemmeno noi abbiamo potuto farlo fino a cinquant'anni fa, e siamo riusciti a decifrare soltanto il miceneo (lineare B). Ci occupiamo soprattutto della visione che i greci avevano della loro età eroica, quando dèi ed eroi camminavano e parlavano con i mortali, addirittura li sposavano (o più spesso li violentavano, per entrambi i sessi), e fondavano famiglie la cui progenie, con una certa ingenuità, poteva essere identificata in tempi storici. Non è del tutto sbagliato tentare di equiparare la loro età eroica con quanto l'archeologia ci dice sulla tarda età del bronzo greca. Tanto per cominciare, le genealogie inventate dimostrano che essi credevano che il loro passato eroico precedesse l'età arcaica e classica all'incirca del numero giusto di anni. Gran parte di questo passato poteva essere organizzata in generazioni di eroi intrecciate con qualche fatto storico, il che implicava una durata del periodo eroico equivalente più o meno alla tarda età micenea della Grecia, e non ere geologiche prima. In ogni caso le genealogie erano lineari, ed era sempre più importante stabilire l'ascendenza che istituire un legame plausibile con le genealogie di altri. Di conseguenza vi sono forti discordanze tra le generazioni di "famiglie" diverse, e il tentativo di sistematizzarle in uno schema, certamente mai compiuto da nessun greco, sembra collocare gli eroi della guerra di Troia nell'arco di varie generazioni. E una generazione di mortali, naturalmente, non significava nulla nell'idea che i greci avevano del loro remoto passato, quando dal Caos si formarono la Terra e le Tenebre e gli dèi combatterono contro i Giganti. Le storie e le genealogie principali entrarono nella tradizione orale entro l'VIII se-

XII Archeologia della nostalgia

colo a.C., epoca in cui Esiodo o Omero poterono metterne alcune per iscritto. 2 Se vogliamo tralasciare il soprannaturale, i greci diedero successivamente interpretazioni corrette dei particolari materiali dell'età eroica. Le numerose spedizioni eroiche, all'interno della Grecia (come quella contro Tebe) e al di fuori (come a Troia), non sono facilmente identificabili con quel poco che l'archeologia può rivelare della storia militare della tarda età del bronzo; tuttavia molte sono plausibili, e gran parte della geografia eroica greca contenuta nella letteratura è geografia dell'età del bronzo sul campo, in Grecia e in Anatolia, anche per città che nel periodo classico avevano ormai perso importanza o erano addirittura scomparse. In un modo o nell'altro i precedenti minoici, non greci, non sono mai interamente accolti, né vi sono memorie evidenti della grande eruzione vulcanica di Thera, che sembra essere la causa, o una delle cause, della fine del mondo miceneo. Per gli inizi vi sono invece versioni strozzate di cosmogonie orientali che non si radicarono mai del tutto nelle credenze dei greci sul loro passato, e la cui introduzione potrebbe essere posteriore all'età del bronzo. C'era anche l'ascesa degli dèi olimpi, tutti o quasi già noti nell'età del bronzo, ma non così familiari. Essi dovettero combattere, per la sopravvivenza e la supremazia, contro i Titani, i tradizionali dèi banditi o spodestati, poi contro i Giganti. A questo "periodo" seguono le imprese dei figli e delle figlie degli dèi, specialmente Eracle, e queste sono figure dalla mortalità equivoca. Viene poi il periodo degli eroi "storici" e mortali, gli eroi della guerra di Troia e simili. Naturalmente vi sono numerose sovrapposizioni, e il poeta Esiodo deve inserire l'"età eroica" degli eroi greci entro la successione orientale delle età dei metalli dell'uomo - oro, argento, bronzo, ferro. Allora gli inizi potevano sembrare non lontani dal tempo in cui "i greci" giunsero dal nord in quella che sarebbe diventata la loro patria. E a queste storie di inizi si affianca anche l'idea molto orientale che gli dèi fossero diffidenti erisentiti con l'Uomo, che di conseguenza doveva essere reinventato più di una volta, in storie che si incontrano nel Vicino Oriente e in India, probabilmente in tutto il mondo. Quella "storicamente" più recente fa della guerra di Troia l' espediente escogitato dagli dèi per liberarsi della razza degli eroi mortali. Questa equiparazione tra mito e storia genera ulteriori investigazioni, ma non è questa la sede per affrontarle; propongo soltanto uno schema grafico semplificato della pseudoequa-

XIII Prefazione

CAOS Arrivo dei greci TERRA DÈI oi1MPI

} { TITANI

Periodo dei Primi Palazzi minoici 2000

GIGANTI

FAMIGLIE OLIMPIE Periodo dei Secondi Palazzi minoici

1600

ERACLE TESEO 1300 ARGONAUTI GUERRA DI TEBE

I greci micenei conquistano Creta

GUERRA DI TROIA

Caduta dei Palazzi dell'età del bronzo

1000

1. Equazione ipotetica e molto approssimativa tra i primi miti greci e la storia archeologica greca più antica.

zione [fig. 1]. Potremmo osservare di sfuggita che, nella storia, l'età degli dèi attivi e dei Giganti o dei Titani non è un'epoca di cavalli e carri (caratteristiche peculiari indoeuropee; possibili eccezioni sono Poseidone e Atena); non è neppure l'epoca dei principali eroi nazionali e regionali, figli degli dèi (Eracle e altri); per gli eroi "storici" di Troia, invece, il carro è una presenza decisiva, soprattutto perché l'Anatolia è un paese di carri. Questo particolare influenza concezioni e raffigurazioni successive tanto dell'eroico quanto del divino, perché allora gli dèi compaiono (epifanie) e combattono sui carri.; Equazioni accessorie di questo genere a volte chiariscono la questione, altre volte la complicano, e sono rilevanti soltanto in un'investigazione ipotetica, come questa, non in una storica. Dobbiamo osservare anche che l'idea di una condizione molto primitiva dell'uomo, il nostro "cavernicolo", fu scarsamente presente nella storia greca fino a quando la filosofia scientifica del IV secolo rifletté più a fondo sull'argomento, e trovò la sua espressione migliore molto più tardi, per esempio in Lucrezio, nel I secolo a.C.' Le prime limitate ammissioni di un'età dell'uomo così informe - piuttosto che di una generale degenerazione delle età dell'oro e degli eroi - non ebbero alcuna influenza sulla visione che il greco classico aveva del

XN Archeologia della nostalgia

proprio passato; e vedremo che fu di scarsissima ispirazione per gli artisti. Sotto molti aspetti Erodoto è nel giusto quando scrive che Esiodo e Omero, soprattutto Esiodo, «diedero ai greci i loro dèi». Esiodo scrive intorno al 700 a.C.; si dà da fare per mettere insieme le cosmogonie del mondo greco e del Vicino Oriente, crea alberi genealogici per ogni cosa, dal Caos agli dèi, agli eroi e ai mostri, cui unisce molte leggende. La sua opera, e quella dei suoi seguaci (autori dei poemi del VI secolo Eoiai e Aspis), fu una grande conquista in termini di organizzazione; naturalmente non è tutta opera sua, ma i precedenti dovevano essere stati modesti e alquanto caotici e, come dice Erodoto, il compito di Esiodo fu agevolato dall'essere scritto.' È significativo che Esiodo, pur fornendo materiale sul quale altri possono lavorare, abbia da offrire assai meno di Omero alla nostra materia, basata in gran parte sull'osservazione del mondo materiale. Il ruolo di Omero in tutto questo non è fondamentale, se non per aver contribuito a dare forma alla visione che i greci avevano del loro passato eroico, ed essi se ne servirono come di una guida, specialmente su argomenti che ci riguardano in questa sede. È facile dare un risalto eccessivo agli aspetti fiabeschi dei suoi poemi, soprattutto quelli dei viaggi di Odisseo, perché le storie delle Sirene, di Circe, Calipso e Polifemo sono memorabili; ma essi occupano meno di un quarto dell'Odzssea, mentre il resto del poema è un "thriller psicologico" di grande forza. lo credo che Omero fosse un poeta del VII secolo dipendente da una lunga tradizione orale su fatti, avvenuti o meno, che a Esiodo interessavano poco ma che si ritenevano avvenuti in un periodo che noi definiamo la tarda età del bronzo greca. Il componimento di Omero era fondamentalmente orale, ma fu messo per iscritto durante la sua vita. I greci gli credettero, e noi possiamo fare altrettanto per gli obiettivi di questo libro, che analizza ciò che i greci credevano più che la realtà storica, qualunque essa fosse. Dopo l'età del bronzo, la tradizione dalla quale Omero attingeva era una tradizione viva, non impacciata da annali ed elenchi di re: vale a dire che poteva essere migliorata, adattata e integrata a piacere. Ciò fa del "mondo omerico" un miraggio che si muoveva su un paesaggio sufficientemente reale in cui l'immaginazione poetica poteva lavorare come voleva, rispecchiando nuovi interessi contemporanei e i fatti della vita, ma entro il quale "Omero" si manteneva ampiamente rispettoso della lontananza della sua materia.

XV Prefazione

È una situazione strana da investigare, che difficilmente trova analogie in altre parti del mondo antico per intensità e ricchezza di particolari, e anche le fonti di cui disponiamo sono insolite: molto deve essere ricavato dai testi, poiché gli scrittori greci erano facilmente colpiti dall'insolito e si dedicavano a spiegare il loro passato; e molto dall'archeologia, che è più difficile da interpretare; da ultime, vi sono le immagini antiche. Queste avevano una grande importanza in Grecia. Trasmettevano informazioni e storie e potevano commentare il presente e il passato con la stessa facilità di un testo, tanto più in una società prevalentemente analfabeta. Così, se i manufatti e le pratiche spiegate dall'archeologia o dai testi ci daranno molto, anche le raffigurazioni, soprattutto quelle sulla ceramica attica dal VI al IV secolo, costituiscono una fonte dalla quale possiamo giudicare come chi le realizzò e chi le usò immaginava quel passato che era il loro soggetto principale. Alcuni campi di questa investigazione sono stati oggetto in anni recenti di approfonditi studi e riflessioni, dedicati soprattutto all'analisi delle prove, prevalentemente archeologiche, del culto delle tombe antiche e degli eroi, del loro significato e delle loro origini religiose e sociali. Questa fase dell'interesse degli studiosi può essere in declino, così come è tramontata la mania dei culti di fertilità al principio del secolo scorso; entrambe sono state feconde, seppure inclini alla iperinterpretazione di prove imperfette. Non è mia intenzione fare nulla di più che sintetizzare questi studi, dove sia il caso, senza replicarli; intendo concentrarmi, forse non sempre esclusivamente, sulle prove materiali, archeologiche di questi e altri argomenti, a lungo trascurati dalla maggior parte degli studiosi e orientati in larghissima misura da ciò che apprendiamo dai testi. Ma la presente indagine ha qualcosa da aggiungere a questi altri studi; torna infatti a spostare il centro dell'interesse dalla teoria sociale e religiosa ai greci stessi, a quello che facevano dei resti del loro passato materiale e a come questi resti li ispirarono a ricrearlo, con motivazioni ben più importanti della semplice curiosità. Il materiale di questo libro è stato raccolto in maniera discontinua nel corso di molti anni, partendo da un interesse generale per le pratiche dedicatorie greche. Il modo in cui tale materiale è presentato spero insegnerà al lettore non specialista qualcosa su una materia di cui magari non sospettava l'esistenza, mentre agli studiosi darà una prospettiva in più, assai tra-

XVI Archeologia della nostalgia

scurata per molti anni, sul loro modo di considerare ciò in cui gli antichi greci credevano, poiché non è altro che uno studio di come gli antichi greci applicavano la loro immaginazione all'impresa di ricreare un passato al quale essi tanto spesso si rivolgevano per trovare consiglio o intrattenimento. Il libro, dunque, non è un resoconto dettagliato dell'adorazione delle reliquie, o dell'interpretazione e delle invenzioni degli autori antichi, né dell'iconografia del mito, sebbene tutti questi argomenti vi compaiano. È un po' un parassita degli studi compiuti in molte altre discipline specialistiche, che non ha la pretesa di sostituirne o migliorarne nessuno, ma semplicemente di situarli in un contesto diverso e, mi auguro, significativo. Il mito greco, infatti, è un fenomeno composto principalmente da forme di racconti popolari che si incontrano in tutto il mondo, ma anche da leggende che celano la Storia, da storie che spiegano cose peculiari della vita e della religione greca, e da mera invenzione poetica. Gli studiosi moderni possono distinguere queste categorie, che spesso si sovrappongono; nel1' antichità erano invece osservate soltanto dai pochi autori che si preoccupavano di non apparire troppo creduli e cercavano spiegazioni razionali anche per ciò che era sostanzialmente irrazionale. Così la distinzione non ci è di molto aiuto nella nostra indagine, dove la prova è analizzata nei termini in cui sembra che venisse osservata nell'antichità e il mito è semplicemente una forma di mito-storia anche quando esce dalle versioni "leggendarie" della Storia. Alla fine del libro, il lettore si sarà forse convinto che una fonte importante per il mito greco è costituita anche dalla reazione fantasiosa dei greci al mondo naturale che li circondava e ai manufatti dei loro predecessori. Non è questo l'argomento principale del libro, ma potrebbe essere uno dei suoi messaggi più importanti. È, tutto sommato, un argomento sul quale dobbiamo quasi sempre sospendere lo scetticismo, e quando scrivo della "lancia di Achille" non sempre specifico "presunta" o "cosiddetta" più di quanto facciano quasi tutte le nostre fonti. Il resto dell'affascinante questione della visione che i greci avevano del loro passato sarà ancora per molto tempo un terreno fertile per gli studiosi di altre discipline classiche; a me è riuscito difficile seguire le prove materiali, e sono certo che contengano molto più di quanto sono riuscito a ricavarne. George Huxley ha avuto la cortesia di leggere la penultima stesura del libro e, con la sua vasta conoscenza della letteratura, della geografia e dell'archeologia greca, ha fornito molti utili commenti e correzioni. Sono profondamente in debito con lui, ma attribui-

XVII Prefazione

sco a me stesso quelli che ancora sono o sembrano degli errori. Ho un grande debito con l'editore, Thomas Neurath, e con il redattore, Pat Mueller, per il loro incoraggiamento e i loro consigli. Si è dimostrato opportuno riunire i numerosi testi menzionati in un unico elenco alla fine del libro, corredato da una parafrasi del loro contenuto più che da una vera e propria traduzione, e dai loro indici; il riferimento nel testo è dato dal relativo numero d'ordine nei T(estimonia). Gran parte del1' archeologia presentata è in mente più che in corpo re: le presunte reliquie non si sono conservate materialmente, ma il loro aspetto, come il canto delle Sirene, può non essere al di là di ogni congettura, ed esse, al pari delle rovine e dei fenomeni naturali del paesaggio greco, possono ancora, come nell'antichità, stimolare la riflessione. 6

XVIII Archeologia della nostalgia

Nell'esperienza dei primi uomini (e delle prime donne), ciò che prù colpiva erano gli elementi della natura: il paesaggio,. il clima; gli altri animali; tutto questo costituiva al tempo stesso una minaccia e una fonte essenziale di sostentame11to. Ma, fino afmomen.1o in -cui fiìomo imparò a c~ntr~llare il suo ambiente, animale e vegetale, questi elementi erano anche imprevedibili: i fenomeni naturali erano mist:eriòsi, specialmente quando, attràvers-o ilclima e i cicli delle stagioni, sembravano influire sulla capacità di sostentamento dell'uomo. L'i:iomo inventò gli dèìper s-pregare questi fenomeni, per trovare un riferimento al qual~- àppellarsi per mantenerne la benevolenza, o da cercare di placare quando si facevano minacciosi; ~ iny~11tò J' af!'U)er. dare immagine e forma perm_an~pJe a ciò..cheera~ssenziale per lasuasopravv:ivenza, fuss~ materiale o divino, e per trasmetter; Ùna visione corriune delle· 1oro e delle proprie funzioni necessarie. La morte era una realtà quotidiana e inevitabile, ma ciò che era stato ucciso doveva essere rinnovato, talvolta placato. I sogni ri\l_elavao.o un'altra vita in cui i morti, anche quelli be~"ìiotCdeii~ propria famiglia, pote~ano ricomparire; ancn'essi, cìuiique, potevano essere mÌsteriosi ed esigere attèn-zione.' Quando i luoghi dì sepo1tura divennero più formali e visibili, costìtuirono una memoria permanente del passato, così come i luoghi di culto degli dèi e !\,lJ_tde strt1t(ure materiali ff:alizzate per i governanti o per i governati nei periodi di maggiore prosperità"o aerisità di popolazione. I viaggi, intrapresi per commercio, per trovare nuove terre o per Tà semplice sopravv:ivenz·a;·apr(rono la mente. L'esperienza ricordata, raccontata o documentata, era una risorsa pèrla sopravvivenza e per il pro- . gresso. Liquidare decine di migliaia di anni della storia dei· pruni uomini in questo modo così sommario ci ri~rda semplicemente che "il passato" era, ed è, sempre presente e che il suo riconoscimento aveva, e ha, una~ftm~ione importante. · Presso le comunità stanziali delle grandi civiltà di valle del Vecchio Mondo, i monumenti del passato, fossero templi, tombe o palazzi, erano imponenti. La tradizione orale prima e la scrittura poi significavano che la ~e~oria del passato poteessere _conse~ata, se quella era !;intenzione, apziché una séinplice questione di culto e di intrattenimento (tradizione oraleT o l'espressione di autostima e conferma. dell'autorità (tradizione scritta). La genealogia aveva l'importante funzione di garantire rango e ìdentità. Oggetti che nel passato erano stati effettivamente usati meritavano di essere conservati o replicati, e potevano suscitare lo stesso timore reverenziale del ricordo dell'abilità di coloro che li avevano adoperati.

w

1. La funzione

del passato in Grecia: le nostre fonti

Un senso di progresso e un profondo desiderio di miglioramento portavano con sé anche un certo timore del fallimento e, spesso, la_sensazione che il passato fosse stato a suo modo aureo e degno di essere recuperato; questo sarebbe stato vero speclalmente dove erano visibili i resti materiali di un passato diverso - diverso R~rché creato da persone diverse, o più ricche e progredite.tNon è difficile comprendere perché la memoria del passato era importante, e perché esso poteva aver bisogno di essere ricreato non solo nella storia e nella letteratura, ma anche in immagini e oggetti.I Quello che stiamo studiando dovrebbe essere un fenomeno comune all'intera umanità, e in un certo senso lo è: ma nel recupero, nella ricreazione e nell'u_so cui i greci sottoposero if pr~prio passato-Ci sembra di trova, re qualcosa di più che una piccola differenza rispetto ad altri popoli. Per evidenziare elementi di paragone e di contrasto, dunque, dopo aver esaminato i greci, nell'ultimo capitolo esporrò qualche riflessione su come il resto del mondo antico si relazionava con il proprio passato. Nel V secolo a.C., quando Erodoto cercava di stendere un resoconto delle guerre contro i persiani dalle quali gli stati greci erano da poco usciti, divisi ma per la maggior parte ancora indipendenti, ricercò le cause del conflitto nel passato più remoto. Si volse alla mito-storia e alle storie che narravano di regine greche rapite dai popoli orientali, e di donne orientali rapite dai greci: lo rapita dai fenici ed Europa dai greci, poi gli orientali con Medea, e infine la greca Elena portata in Oriente, a Troia, e la vendetta attuata dai greci: vicende quasi tutte prive di un reale fondamento storico. «Gli Asiatici, quando i Greci fuggivano con le loro donne, non se ne curavano mai; i Greci, invece, per una sola fanciulla spartana [Elena], radunarono un esercito numeroso, invasero l'Asia e distrussero il regno di Priamo [Troia]. Da allora in poi essi guardarono sempre ai Greci come a nemici dichiarati.»2 Non era una sequenza di avvenimenti molto plausibile, certamente non per i persiani che invasero la Grecia nel V secolo, ma i greci ricercavano sempre la cat1sa (aition) di ciò che accadeva, o il motivo per cui una cosa veniva fatta in quella maniera o perché avrebbe dovuto essere come essi volevano. In genere cercavano e trovavano la soluzione nelle invenzioni della loro mito-storia. Era un eser~izio praticato con grande crudezza e altrettanta efficacia per giustificare furti o invasioni, comuni tanto fra i greci stessi quanto tra i non greci. Esso offriva una giustificazione per alcuni rituali bizzarri, le cui origini si erano perdute

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perché le circostanze della loro origine erano da tempo passate e dimenticate. Poteva servire anche da esortazione, come vediamo anche nei poemi di Omero, dove un eroe può ricevere consigli o ammonimenti alla luce del comportamento dei suoi antenati. Questa "ostentazione di lignaggio" sembra essere una parte essenziale della definizione di sé di un eroe, e rimane un fattore importante per i greci durante tutto il periodo storico.' Nel V secolo, il poeta Pindaro sfrutta senza pietà questo modo di procedere nelle Odi, che celebrano le vittorie atletiche, saccheggiando la genealogia eroica e il mito per esaltare il rango dei suoi protettori e delle loro famiglie. Un uso più raffinato del passato si trova nei tragediografi attici, che esplorano le origini del giudizio democratico o del conflitto tra religione e stato attraverso la storia del processo subito da Oreste ad Atene - nel quale un voto libero ma diviso fu risolto da quello preponderante del presidente dell'assemblea, la dea Atena (nelle Eumenidi di Eschilo) - o mediante la vicenda di Antigone, divisa tra il dovere verso il fratello e il decreto del re (nell'Antzg_one di Sofocle).' Nel primo caso, l'uso del passato implica il miglioramento della storia epica con l'introduzione di una procedura di voto palese. All'incirca nello stesso periodo, vediamo che questo viene applicato anche all'episodio dell'attribuzione delle armi di Achille, a Troia. Ne troviamo la prova nella pittura vascolare [fig. 2],' che su questi argomenti costi-

2. Voto a Troia. Odisseo e Aiace (a destra, il perdente, in atteggiamento di sconforto) attendono il voto degli eroi greci sull'attribuzione delle armi di Achille. Atena sovrintende alla deposizione dei sassolini alle estremità del blocco. Vaso attico a figure rosse del Pittore di Brigo, ca. 490 a.C (Londra, British Museum E69).

3 La /unzione del passato in Grecia: le nostre fonti

tuisce una fonte non meno importante dei testi: un episodio epico della guerra di Troia viene ripreso dall'arte per dimostrare un nuovo principio della democrazia. Dall'appello al passato si potevano ottenere anche vantaggi più pratici, e questi ultimi spiegano gran parte di quanto verrà esaminato in questo libro. Un antenato "giusto" può aumentare il prestigio o giustificare una rivendicazione territoriale o di potere. Le reliquie possono essere potenti. Poiché agli occhi dei greci la mito-storia, e anche la storia, erano piuttosto flessibili, i nomi e le vicende necessari potevano essere inven!atT secondo le esigenze di ciascun caso, o le storie tradizionali potevano essere adattate in modo da soddisfare l'esigenza dell'occasione. Dove esisteva, un eventuale documento materiale del passato era aperto all'interpretazione o ajlJdemificaz;ione più c_onveniente, e poteva essere rafforz-ato dall'autorità di famiglie sacerdotali (alle quali in molti casi si dovevano le invenzioni) e reso popolare con diversi mezzi, scritti e visivi. Ma le storie che ne derivavano dovevano essere prese sul serio. Nelle circostanze in cui potremmo attenderci che l' adozione di nomi antichi ed eroici svolgesse una parte in tutto questo, il fatto che invece non sia andata così richiede una spiegazione, sia pure limitata al fatto che la scelta umana di un nome non poteva trasmettere la medesima autorità di una relazione materiale "reale" con il passato eroico. Così Pisistrato, il tiranno ateniese del VI secolo, era fiero della sua presunta discendenza da Neleo e Nestore, leggendari re di Pilo. Pisistrato portava il nome di uno dei figli di Nestore, ma quel nome era conosciuto anche nell'Atene del VII secolo. Si diceva che i discendenti di Neleo fossero migrati ad Atene, scacciati dai discendenti di Eracle e che avessero partecipato alla mitostoria ateniese e ionica. Tutto questo era un'invenzione di Pisistrato e della sua corte? Pisistrato non diede a nessuno dei suoi figli il nome di un Neleide, ma a uno diede quello di un figlio minore di Eracle, Tessalo, sfruttando certamente un' associazione già esistente tra Eracle, Atena e Atene. Si diceva anche che avesse raccolto degli oracoli.'' Raramente è possibile datare l'invenzione di simili associazioni con il passato, quale che fosse la ragione per cui venivano invocate. Molti nomi greci sono composti di nomi di dèi o dello straordinario semidio Eracle (Apollodoro, Eraclito e così via), ma non di quelli di altri eroi della storia greca. L'onomastica ateniese dell'età classica non è dominata dal nome dell'eroe locale, Teseo; in realtà, l'adozione di nomi eroici per i mortali ebbe ini-

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zio in molti casi nel II secolo d.C., quando la Grecia indulgeva in una consapevole evocazione del suo passato, che si riflette fortemente nell'opera di Pausania, una fonte importante per il nostro studio. La faccenda era del tutto diversa laddove si trattasse di toponimi, che in molti casi dipendono da associazioni mito-storiche, quando non ne furono ispirati direttamente. Se ne ricava che la denominazione che si è conservata può non essere quella originale, ma il prodotto di un'epoca e di un atteggiamento mentale in cui tali collegamenti erano considerati importanti. Sotto molti aspetti l'individuazione e la datazione di queste~ invenzioni sono più facili in presenza di testimonianze materiali, che costituiscono il nostro principale interesse. Il punto centrale è l'identità: non semplicemente il fatto che i greci vi vedevano delle reliquie di un passato - come può risultare evidente a chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo -, ma che essi awertivano l'esigenza e ve3evan9 il vantaggio di identificare alct1ne di queste testimonianz_~_çQtl_ avyenimenti specifici o personalità della l~r~-mlio-~toria. Osserveremo in un altro capitolo le pratiche seguite altrove; ma gli uomini ricreano il loro passato a vari livelli, e per portare le cose al punto in cui le portarono gli antichi greci è necessaria una disposizione particolare. Come anticipazione, possiamo individuare con certezza identificazioni e associazioni pre~ise di luoghi o cose già nell'vm secolo a.C., e sospettare che siano anteriori. Molto sembra legato all'accertamento delle credenziali di uno stato o di un culto, persino di un singolo governante, ma prove successive dimostrano che le "democrazie" non erano da meno nel ricercare la fondatezza con gli stessi mezzi. Possiamo sospettare che la Grecia arcaica dei secoli VII e VI si desse molto da fare sotto questo aspetto, benché le prove materiali in tal senso siano esigue. In ogni caso può essere giusto vedere, nell'ossessione degli artisti di illustrare il passato attraverso la decorazione di oggetti religiosi e di uso quotidiano, un'indicazione sufficiente della coscienza sia delle loro potenzialità sia del loro reale significato contemporaneo. Le nostre fonti per l'archeologia di questa materia richiedono un esame più attento. Le fonti materiali, a meno che non rechino iscrizioni, devono essere identificate in base a qualcosa di più che l'incongruità del loro contesto. È possibile che un oggetto posto in una tomba molto più tarda o dedicato in un tempio di molto posteriore non sia stato mai riconosciuto come appartenente a un passato eroico, ma che fos-

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se un cimelio di fa_guglia o una semplice curiosità, mentre nella magg~e- dei casi noi andiamo alla ricerca di ragioni che vanno oltre il semplice possesso di famiglia. Quando il contesto di un oggetto così fuori luogo è nella sfera del culto, dipenderà dalla sua natura se dovremo considerarlo come qualcosa di diverso da un altro tesoro insolito, magari a suo tempo notevole soltanto per il suo esotismo piuttosto che per un qualche ruolo che gli veniva attribuito nel passato della comunità. Non fu in riconoscimento della sua antichità, ma perché era esotica e della forma giusta, che una "ciotola a fiore" minoica in pietra fu scelta per essere posta sopra la testa del defunto nella "Tomba del vescovo" nella basilica bizantina di Cnosso, e forata per dare accesso al corpo.' In ogni caso, dove si vede che un monumento antico, manufatto o di origine naturale, attira un apparato di culto in un'epoca posteriore, possiamo presumere con certezza che esso sia stato riconosciuto in qualche misura come una reliquia o un testimone di eventi passati, anche se abbiamo bisogno di un'iscrizione o della nostra immaginazione per stabilire come sarebbe stato identificato. Pare che non vi fosse una ricerca deliberata di tali reliquie, tranne nei casi in cui le ossa degli eroi venivano cercate per essere riportate in patria, solitamente su sollecitazione di un oracolo e al fine di trame un vanta.ggi.o-µolitico. Non era così in Mesopotamia, dove vi sono prove di un senso preciso della ricerca di informazioni in monumenti riconosciuti come antichi; in quel caso, però, la continuità della tradizione era maggiore che in Grecia, e si era ancora in grado di leggere le iscrizioni antiche. I greci sapevano che Agamennone aveva vissuto a Micene, e identificavano con lui e con la sua famiglia edifici e località di Micene, ma non abbiamo ragione di credere che là o altrove tali associazioni venissero ricercate mediante scavi, anziché identificate casualmente o addirittura inventate alla luce di storie tradizionali. E in una fase antica la convenienza polttic~ Ì:~~vò persino per Agamennone una patria alternativa, ad Amide presso Sparta, e inventò qualche giustificazione materiale (T. 305). Ma vi erano certamente oggetti che venivano scoperti in occasione di scavi, generalmente per caso, e alcuni sono documentati nei ~ altrimenti non potremmo mai identificarli. Osservando degli uomini che scavavano presso uno dei monumenti mito-storici di Olimpia, Pausania (T. 350) osservò che riportavano alla luce frammenti di armi, briglie e morsi, senza dubbio oggetti votivi arcaici e classici del tipo rinvenu-

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to in grandi quantità dagli archeologi tedeschi un secolo fa, ma che Pausania non identificò come tali; e quegli scavi non erano condotti per curiosità, ma per gettare le fondamenta per la statua di un senatore romano vittorioso. Un epigramma di epoca ellenistica ricorda che un agricoltore dedicò il suo rastrello, la zappa, il piccone e i cesti perché aveva smesso di lavorare dopo aver trovato un "tesoro": ci chiediamo che cosa avesse trovato. 8 Virgilio riflette: Si sa, verrà anche un tempo in cui su quei confini il contadino rimuovendo la massa della terra col ricurvo aratro, corrosi troverà dalla scabra ruggine i giavellotti dei legionari o col pesante rastrello urterà negli elmi vuoti e immense mirerà stupito le ossa nei sepolcri scoperchiati. --(Georgiche 1.493-497)

Sog~~oli, ausili comuni per i greci nei loro tentativi di spiegare fenomeni insoliti, sono invocati anche per spiegare come le persone venissero guidate a dissotterrare reliquie, benché la maggior parte di esse venisse trovata per caso, come le armi di Olimpia. Anche Pausania ebbe un sogno, che gli rivelò dove avrebbe trovato un'urna di bronzo; il primo a scoprirla era stato un generale argivo, anch'egli guidato da un sogno, e conteneva rotoli di stagno che svelavano i Misteri delle Grandi Dee (T. 328). Le voci possono essere altrettanto potenti, ma spesso meno affidabili: durante un viaggio a piedi compiuto in Beozia quando ero studente (1949), mi fu detto più d'una volta che nel villaggio successivo c'era una grotta nella quale si trovava un carro di bronzo; lo sapevano tutti, ma in un modo o nell'altro era sempre nel prossimo villaggio. Un frammento della Vera Croce o un dito di un santo possono essere un pezzo di legno o un dito qualsiasi, e molte reliquie greche erano di questo tipo; ma molte erano più sofisticate, spesso, probabilmente, veri oggetti antichi che noi possiamo cercare di immaginare e interpretare. L'atto stesso dell'identificazione, anche della contraffazione, implica un'idea condivisa di come il passato si presentava o avrebbe dovu_to present-arsi. Nella maggior parte dei casi, per ricostruire l' a;petto dei realia menzionati dobbiamo ricorrere alla nostra immaginazione, e il modo migliore è immaginare oggetti reali, nuovi o vecchi, dotati di una nuova identità. Ma i greci crearono anche un'iconografia per il loro passato, e a questa sono dedicati due capitoli (5 e 6), che esplorano le origini del-

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le loro immagini di mostri e di figure o oggetti divini ed eroici. Una fonte iconografica più strettamente legata alle reliquie e ad altri oggetti identificati con il passato si trova poi nelle raffigurazioni che compaiono sulle monete greche di età romana, che riflettono da vicino gli interessi dell'epoca di autori come Pausania. Un Numismatic Commentary on Pausanias pubblicato intorno al 1880 (da F.W. lmhoof-Blumer e P. Gardner) si proponeva di illustrare «capolavori perduti del1' arte greca»: in realtà, in alcuni punti dimostrava molto di più. L'altro aspetto archeologico dello studio è to~afico, eriguarda principalmente l'identificazione di elementi naturali (sorgenti, fiumi, grotte) e di antichi resti di edifici con luoghi o strutture di presunta associazione eroica. Degli antichi viaggiatori della Grecia, Pa~nia e, in misura minore, Str~ne sono praticamente gli uIUCi la cui opera è giunta fino a noi. Il primo si sofferma soprattutto sui luoghi identificati con il passato eroico; e così, sulla sua scia, i viaggiatori moderni hanno profuso il loro impegno per identificare le tombe e i luoghi di culto menzionati nei testi. In molti casi le loro identificazioni devono essere corrette, anche se le prove sono a tutt'oggi carenti. Essi sapevano poco delle datazioni reali delle strutture che osservavano, ma lo stesso vale per gli antichi greci nella maggior parte delle loro fiduciose identificazioni dei luoghi eroici. L'elenco più completo di queste identificazioni topografiche è contenuto nell'edizione di Pausania curata più di un secolo fa da J.G. Frazer. La maggior parte dei curatori successivi di Pausania è rimasta indifferente a questo argomento, nonostante gli archeologi abbiano fatto molto in aree e siti specifici. Non è questa la sede per una nuova valutazione di tutte le identificazioni, plausibili o no, e io mi limito a quelle per le quali esistono resti tangibili o il cui soggetto e il contesto sono indicativi di aspetti più generali del nostro studio. Frazer era decisamente poco interessato a speculare sul carattere materiale e sull'aspetto delle reliquie, se non nei casi in cui esse sembravano collegarsi alla storia dell'arte greca. Questo ci riporta ai testi, che forniscono le identificazioni ma raramente ci sono dìinolto aiuto per capire in che cosa consistessero le reliquie, o anche che aspetto avessero. Così le nostre due principali fonti di informazioni raramente coincidono. Ricorreremo spesso ai testi di Erodoto, Pausania, Strabone e altri autori; in generale, però, ciò che essi dicono ha lo stesso valore delle loro fonti. Di solito queste non si sono conservate, ma talvolta devono essere state il frutto di ricerche più rigorose di quanto appare dai compendi di cui dispo-

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3. Sophia Schliemann mentre scava il tumulo di Troia, che è probabilmente la Batieia citata da Omero come tomba di Mirina.

niamo. Così Strabone, Apollodoro e Pausania si affidano in misura notevole all'erudizione di autori ellenistici che spesso, per noi, sono poco più di un nome. Potrebbe perdurare il sospetto che gran parte del fenomeno di identificazione e contraffazione delle reliquie sia piuttosto tardo, vicino nel tempo al nostro principale informatore su questi argomenti: Pausania, nel II secolo d.C. Non è così. Le prove archeologiche del culto degli eroi e dell'interesse per le vecchie tombe sono sufficienti a dimostrare l'antichità dell'idea generale, che risale almeno all'vm secolo a.C. I testi superstiti anteriori a Pausania che ci interessano possono essere frammentari e disorganici, ma sono anche indicativi e confermano l'antichità della pratica; ne esamìnerò brevemente alcuni prima di passare a Pausania. Omero dimostra di conoscere le sepQ}Lure eroiche, come quando descrive gli arcadi che vivono presso la tomba di Epito, un monumento esaminato da Pausania quasi un millennio dopo (T. 393 ); e una vecchia tomba, a Troia, usata come punto di osservazione (T. 99)." Omero specula persino sull'identificazione divina di una tomba a Troia (T. 98), che probabilmente possiamo individuare ancora oggi [fig. 3], '" e conosce quella di Ilo (T. 514, 583, 596). Il monte Sipilo era vicino a una delle presunte patrie di Omero, Smirne; su di esso si trovava la formazione rocciosa che veniva identificata con Niobe

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piangente tramutata in pietra [fig. 77), ed egli la conosce e la menziona." È chiaro che all'epoca di Omero (metà del VII secolo o prima aJ1cora) tombe e monumenti érÒici erano già stati liberamente identificati e dotati di un nome. 12 , 1 ì riferimenti contenuti nell'opera dello-storico Erodoto, che scrive alla metà del V secolo a.C., comprendono la)naggior parte delle categorie che esamineremo in questo libro; vi sono inoltre menzionate le dedicazioni storiche in memoria di vittorie, come i ceppi degli spartani a Tegea (T. 85), riconducibili a un tipo che potrebbe aver incoraggiato tentativi di produrre reliquie eroiche simili. Cito qui (e vi tornerò più avanti) alcuni dei brani pertinenti perché servono a dimostrare fino a che punto i greci si erano spinti nel creare quello che è il nostro argomento già al tempo di Omero, poiché anch'egli dipende dalle ricerche dei suoi predecessori sulla geografia e sul mito. O ~ aescrive la scoperta e la rimozione delle ossa dell'eroe Oreste, per motivi politici, da parte degli spartani (T. 86). A Tebe, osserva dedicazioni incise da figure mitiche (T. 91), dimostrando che queste reliquie erano già state dotate di appropriate iscrizioni arcaiche: in questo caso una contraffazione in "caratteri cadmei", probabilmente greco arcaico di uno stile non immediatamente decifrabile per un greco classico. L'invio di eroi, identificati (io credo erroneamente) come immagini di eroi, a offrire sostegno in battaglia è ricordato specialmente per Egina, con Eaco e i suoi figli mandati in aiuto dei tebani (che dissero che avrebbero preferito degli uomini), e per i greci nella battaglia di Salamina (T. 93, 96). L'identificazione di una tomba a Eleunte, di fronte a Troia, come sepoltura di Protesilao (il primo greco della spedizione che approdò a Troia) è menzionata a proposito dei tesori di quel santuario, forse il corredo di una tomba preistorica razziato dai persiani durante l'invasione della Grecia (T. 97). Altri oggetti mitici tradizionali, come la pelle strappata al povero Marsia (T. 94), sono ricordati di sfuggita. 1 .In età classica le terre di Grecia erano già ben fornite di reliquie, e l'esercizio della fantasia storica su oggetti e luoghi era 'in una fase avanzata. Il poeta P~aro, più anziano di Erodoto, si occupava del mito nell'interésse dei suoi mecenati, così come delle reliquie e delle origini ~roiche di qualche fenomeno fisico - per esempio l'attività vulcanica in Italia, generata dai Giganti sconfitti e relegati sottoterra (T. 557). Pindaro ha elaborato una visione molto raffinata del passato.n Più avanti nel corso del V secolo, comunque, lo storico Tucidide seppe raccontare la sto-

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ria antica della Grecia senza ricorrere all'intervento divino, unicamente in termini di lotte di potere. Tucidide aveva l'approccio di un archeologo e, in base al tipo di sepoltura e delle armi rinvenute in esse, identificò come carie antiche tombe di Dctlo(T. 598); e ben giudicò che, se Sparta fosse stata abbandonata e se ne fossero conservati soltanto i templi e la pianta, epoche posteriori non avrebbero creduto che fosse una città potente quale di fatto era, mentre le rovine di Atene avrebbero dato l'impressione di una potenza ben superiore (T. 599). Naturalmente Tucidide scrive al termine del grande conflitto che aveva visto Atene umiliata da Sparta." Egli prende sul serio la guerra di Troia e avanza delle ipotesi sulla logistica delle forze d'invasione, ma riflette che «gli uomini accettano gli uni\ dagli altri, senza alcuna ricerca critica, le voci che corrono sui fatti precedenti, anche se interessano il loro paese», mentre lui non ha tempo per le «composizioni dei logografi, le quali hanno maggiore attrattiva per l'orecchio che rispetto per la verità.»" La razionalità cominciava a insinuarsi in questi argomenti e si ripresemerà nel corso dei secoli, senza mai assumere una posizione dominan-te. Nelle tragedie di E~ide, contemporaneo di Tucidide ad Atene, la scena stessa è eroica, ma ammette le proprie reliquie: per esempio, le vesti delle Amazzoni dedicate da Eracle come bottino a Delfi e Micene (T. 79). Quanto fossero "vere" è difficile dire; se venivano mostrate, si trattava quasi certamente di prodotti recenti e, dalla sua descrizione, la decorazione intessufaaelTa veste di Delfi non sembra intenzionalmente arcaizzante, ma classica - astronomica e orientaleggiante. Il livello di anacronismo accettato dai tragediografi attici nei loro drammi potrebbe rivelare quanto sapevano - o almeno quello che credevano - della vita al tempo degli eroi. Sembra che fossero attenti quasi quanto Omero, anche se il loro interesse era quello di esplorare le ansie e i problemi contemporanei almeno quanto quelli dell'età eroica. Omero sapeva delle obsolete armi degli eroi dalla tradizione orale, che dev'essere iniziata verso la fine dell'età del bronzo, se non da manufatti e immagini superstiti; solo occasionalmente tradisce l'influenza della vita greca contemporanea (VII secolo), immaginando per esempio che le relazioni con i fenici fossero molto simili a quelle dei suoi tempi, ma riesce a evitare ogni seria allusione alla nuova età di colonizzazione della Grecia. I tragediografi del V secolo accolgono allusioni all'uso dell'oro come moneta - che è certamente dell'età eroica, perché ad Atene non circolavano monete d'oro-, ma anche all'argento

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e ad attività che sembrano presupporre la monetazione. Naturalmente, molto è determinato dall'esigenza di r~ndere accessibile agli ateniesi moderni la loro visione del passato eroico e delle sue problematiche, e fa parte della "veste moderna" di cui essi ammantano gran parte della loro visione del1' antichità remota. 1" Nel IV secolo Senofonte rilevò lo strano comportamento dell'armatura di Eracle a Tebe (T. 603), che lasciò il suo tempio per partecipare alla battaglia di Leuttra; ma era troppo uomo di mondo per prendere nota di episodi simili, se non di sfuggita. L'altra fonte importante è un elenco di «cose notevoli» compilato alla scuola di Aristotele. 17 Molti sono oggetti mitici, euna grande novità è costituita dal loro numero al di fuori della patria ellenica, che incoraggia la spectÙazione stÙ1' osservazione e l'invenzione di reliquie da parte dei greci d'oltremare. La coloruzzazione dell'Italia meridionale e della Sicilia iniziò a metà dell'vm secolo e proseguì fino al VI. La mitologia greca ambienta in Occidente diversi fatti, specialmente le fatiche di Eracle, e in Occi.clerite aveva ricercato le dimore di alcuni eroi greci dopo la guerra di Troia, in particolare Diomede ed Enea. Il viaggio di ritorno di Odissea fu verso occidente. Non tutte le reliquie di questi personaggi sono necessariamente invenzioni dell'vm secolo e posteriori, anche se i viaggi di colonizzazione conferivano colore locale ad alcune storie, che non è detto si siano conservate, risalenti alle prime esplorazioni greche in occidente, nella tarda età del bronzo. È questo il periodo in cui è possibile chealcun~ ~sservazioni, specialmente di carattere topografico, siano state inserite nella tradizione. Gli aristotelici conoscevàno diverse località mitiche e punti di riferimento nell'Italia non greca, nel sud della Francia e in Spagna: dunque gli oggetti mitici non erano limitati a località greche. Ma altri elementi, naturali o manufatti, erano associati al mito greco. Di questi, i più importanti sono le costruzioni "nell'antico stile greco" in Sardegna, specialmente quelle a pianta circolare (tholoi) erette da Iolao, il compagno di Eracle (T. 37). Sono i nuraghi preistorici [fig. 4], che i sardi continuarono a costruire per un millennio, fino al III secolo a.C. inoltrato. 1' Il mar Nero aveva attirato la colonizzazione soltanto verso la fine del VII secolo, pur avendo già offerto lo scenario per il viaggio di Giasone nella Colchide (l'attuale Georgia) alla ricerca del Vello d'Oro e per il suo ritorno in patria, che, in alcune versioni, comprende il Danubio e un "passaggio a nord" attraverso l'Adriatico e l'Occidente. Gli

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4. Il nuraghe di Santu Antine presso Torralba (Sardegna) e la ricostruzione del complesso, che si diceva innalzato dal compagno di Eracle, Iolao.

aristotelici erano a conoscenza di altari e reliquie lasciati dagli Argonauti sul loro percorso (T. 38). Noi non sappiamo quando i coloni greci sul mar Nero localizzarono il tracciato della corsa di Achille di fronte alla foce del Dniepr, in Ucraina; il primo a farne menzione è Erodoto.'" Le associazioni tra Achille e la costa settentrionale del mar Nero, come l'Isola Bianca (Leuke), possono essere ancora più antiche, quale che sia la loro fonte, e sono menzionate nel ciclo epico (postomerico); comprendono l'interesse romantico dell'eroe per Elena e il trasporto del suo corpo sull'isola da parte di Teti. 2" Queste identificazioni mitiche in terre non ellenich~ dimostrano fino a che punto i greci portavano con sé il loro passato, e potevano trasferirlo con la stessa facilità con cui loro stessi si spostavano. In questo atteggiamento c'è più che il semplice conforto dell'identificare, lontano dalla patria, storie, religione e riti familiari, e molti autori, a partire da Erodoto, erano ansiosi di legare ciò che credevano di saper_~del loro passato alle storie, alla mitologia e alla religione di altre e più a11t1che culture, che in alcuni casi erano meglio documentate. Una difficoltà che si incontra con i narratori di miti è sapere se alcuni particolari delle loro storie dipendano da reliquie identificate o si limitino a registrare comportamenti verosimili dei loro personaggi. Il problema è particolarmente evidente nel caso delle profezie contenute nel poema di Licofrone Alessandra, che comprende molti particolari di questo

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5. La Cronaca di Lindo (veduta d'insieme e, a fianco, un panicolare). Iscrizione su manno (altezza 2,3 7 m) che elenca dettagliatamente le offene mitiche e storiche dedicate al tempio di Atena a Lindo (Rodi). Risalente al II secolo a.C. e rinvenuta nel pavimento di una chiesa costruita sul sito del tempio (Copenaghen, Museo Nazionale 7.125).

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tipo. Questi non sono proprio essenziali ai fini della narrazione, che può essere oscura ma è sostanzialmente convenzionale. Il poema, pesantemente allusivo in tutti i suoi particolari e bisognoso di ampi commentari già nell'antichità, intendeva essere una documentazione delle profezie di Cassandra sulle conseguenze della guerra di Troia e sul destino di coloro che vi parteciparono. Più d'uno di essi prese parte a presunte fondazioni greche, non solo in Occidente o al nord, ma anche in Siria. La prossima fonte importante è più "reale": si tratta infatti di un'iscriz_i_o_ne del 99_a.C, [fig. 5] che dichiara di elencare le dedicazioni awenute da tempo immemorabile nel tempio di Atena a Lindo, sull'isola di Rodi (T. 605), e comprende oggetti che andarono distrutti in un incendio del IV secolo, storicamente documentati. Sulla realtà di tutti questi oggetti si può discutere (capitolo 4); l'elenco costituisce in ogni caso una buona indicazione di quello che era considerato il contenuto adeguato di un museo di storia locale zeppo di reliquie e memorie della mito-storia e della storia: da armi e armature della guerra di Troia e doni portati da Eracle, alle celebrazioni di recenti vittorie della città. È l'elenco più completo giunto fino a noi degli oggetti raccolti in un tempio. Il suo rivale

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più prossimo è un elenco compilato da Ampelio (T. 5), scrittore romano del II secolo d.C. (o più tardo?), di dieci reliquie del tempio di Apollo a Sicione; per tutte si può trovare un legame più o meno plausibile con la città." Pausania, anch'egli nel II secolo, menziona due sole reliquie custodite in quel tempio (T. 208), di cui soltanto una si trova in Ampelio; ma aggiunge che il tempio era stato distrutto dal fuoco. Non possiamo datare con esattezza Ampelio, ed è possibile che l'incendio sia awenuto nel periodo intercorso tra il suo scritto e quello di Pausania; oppure che entrambi si rifacessero ad altri documenti, e che Ampelio non fosse informato della recente sorte del tempio. Dopo Aristotele, un'ondata di riferimenti isolati viene a gonfiare i testimonia; si manifesta anche un notevole interesse per la reg_igrazi9n~_di_thaumasia (o mirabilia) per se stessi, specialmente sotto il dominio romano, -poìclirgli scrittori romani, al pari dei loro contemporanei greci, erano ansiosi di assimilare la tradizione greca nel nuovo ordine mondiale. Il periodo ellen~_!ic:o si era occupato di questi argomenti, soprattutto nella grande biblioteca di Alessandria, dove erano disponibili tutti i testi. Gli A.ftia di Callimaco raccontano le origini di molte credenze e rituili greci, 'ma di quest'opera ci sono giunti solo dei frammenti. La ricerca delle cause (aitia) era un'attività erudita diffusa in quel periodo, ma i poeti vi si dedicavano già da molto tempo: Eurip1de è particolarmente incline a spiegare i rituali nati dagli awenimenti mitici che racconta nelle sue tragedie. È un esercizio molto vicino a quello dell'identificazione di _prove-materiali d_el passato remoto, che è_f'~gg~Ù;_~iU? ~~:.ts~ ri