1982. Memorie di un giovane vecchio 9788842083030

"Sì, effettivamente. C'è. Il capello bianco. C'è. Il capello bianco c'è. Dev'essere spuntato du

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1982. Memorie di un giovane vecchio
 9788842083030

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Wendy Uba con Paola Monzini Il mio nome non è Wendy

Lisa Ginzburg Malìa Bahia

Paolo Nori Siam poi gente delicata. Bologna Parma, novanta chilometri

Roberto Alajmo 1982. Memorie di un giovane vecchio

Roberto Alajmo

1982 Memorie di un giovane vecchio

Editori Laterza

© 2007, Gius. Laterza & Figli Prima edizione ottobre 2007 Seconda edizione novembre 2007 Proprietà letteraria riservata Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari Finito di stampare nel novembre 2007 SEDIT - Bari (Italy) per conto della Gius. Laterza & Figli Spa ISBN 978-88-420-8303-0

Roberto Alajmo partecipa alla campagna «Scrittori per le foreste» lanciata da Greenpeace. Questo libro è stampato su carta amica delle foreste (carta riciclata senza cloro) e non ha comportato il taglio di un solo albero.

Indice

Prologo. Non è un capello

3

Quel che resta del mondo

12

Saldo delle nascite e delle morti

22

Terrorismo, ultimi fuochi

29

Triste, solitario e Mundial

43

Libertà limitata

58

La politica è un formicaio

69

La speranza degli onesti

83

L’impiccato

92

Come venirne fuori (dal servizio militare)

106

La musica del tempo

119

La cultura: alti e bassi

130

Dalle Falkland alle Malvinas e ritorno

144

Libertà ritrovata

154

1982 Memorie di un giovane vecchio

Prologo Non è un capello

In questi casi, il classico dei classici è svegliarti una mattina, andare in bagno, sciacquarti la faccia e scrutare nello specchio. Dopodiché accorgerti di qualcosa e avvicinarti ancora un po’ alla tua immagine riflessa per accertarti di aver visto bene. Non può essere. Sì che può essere. Sì, effettivamente. C’è. Il capello bianco. C’è. Il capello bianco c’è. Dev’essere spuntato durante la notte. Non c’è altra spiegazione possibile, perché ieri non c’era e oggi invece sì. Cerchi di consolarti pensando che prima o poi doveva succedere. Minimizzi, ti sforzi di prenderla con ironia. Certe volte funziona. Dipende. Rimane comunque da stabilire come regolarsi ora che è successo. Poi verrà il tempo delle eventuali tinture, ma lì per lì l’istinto porterebbe a prenderlo con due dita e cercare di estirparlo, prima che la sua presenza possa contagiarsi agli altri capelli, rinviando così almeno di qualche giorno la svolta psicologica che si prospetta nella tua vita, una soglia paragonabile al compimento dei venti, trenta, quarant’anni. Quando scopri 3

che ti è spuntato il primo capello bianco sei portato a fare riflessioni di un certo spessore, stilare bilanci, formulare propositi. Se non ti viene in mente nulla di significativo da tramandare almeno a te stesso vuol dire che sei davvero povero di spirito. Strano: dai capelli bianchi ci si aspetta che siano forieri di saggezza, oltre che di depressione. Oppure, se riesci a resistere al primo istinto distruttivo, dopo avere individuato e preso fra due dita quell’unico capello bianco, ti fermi a indugiare sulla sorte che deciderai di destinargli. E alla fine lo lasci vivere, nel ricordo di quella scaramanzia che intima: sette capelli bianchi ricresciuti per ognuno strappato via. La rappresaglia tricologica funge da deterrente, ma i sette capelli bianchi dopo una settimana probabilmente ti spunteranno lo stesso, crudeli come certi nazisti da film, che malgrado il sacrificio dell’eroe davano ordine di procedere lo stesso con la fucilazione degli ostaggi. Così succede, di solito. Comunque si voglia reagire, il giorno della scoperta del primo capello bianco è di quelli cruciali, da segnare nel calendario della tua vita a caratteri maiuscoli. Neri e maiuscoli. Nel mio caso, però, la dinamica è stata diversa. Niente risveglio, niente specchio, niente soprassalto alla scoperta del singolo capello bianco, né tentazione di strapparlo via. Tutto è successo in un periodo in cui non mi guardavo mai allo specchio. Diciamo quasi mai. Mi trascuravo un po’. O forse la cura dell’aspetto fisico era diventata meno importante. Da qualche mese la mattina avevo ridotto al minimo le abluzioni e persino le funzioni corporali per cerca4

re di guadagnare tempo e presentarmi puntuale all’adunata del mattino. Perché sì: era il periodo del servizio militare. Non che mi piacesse indugiare a letto dopo la sveglia. Tutt’altro. Anzi, quando mi capitava di svegliarmi anzitempo, correvo in bagno e mi lavavo prima degli altri. Questo perché dieci minuti dopo il suono della tromba, nei bagni si creava un ingorgo umano cui cercavo sempre di sfuggire, provando a scansare la pesantezza dei primi scherzi da caserma della giornata. Il mio sistema consisteva nell’indossare la divisa prima ancora di lavarmi. E solo poi, quando la maggior parte degli altri era intenta alla vestizione, quando l’ingorgo si scioglieva, andavo in bagno e mi mischiavo ai ritardatari ancora in mutande, io che già indossavo persino il basco d’ordinanza, per non lasciarlo in camerata col rischio che me lo fregassero. Si fregavano tutto, pure i baschi. Per non bagnare i vestiti mi lavavo alla meno peggio, limitando al massimo il contatto con l’acqua gelata, oltre che coi commilitoni. Non mi piacevano i commilitoni. Per niente. Né loro, né la situazione in cui mi trovavo. E per la verità, sospetto, nemmeno io piacevo a loro. Insomma, in quel periodo allo specchio mi guardavo poco, e malgrado l’ora di punta ai bagni fosse passata, mi restava poca voglia di indugiare nella cura del dettaglio estetico personale. Inoltre, per il motivo che ho detto, quando mi capitava di guardarmi allo specchio, il più delle volte indossavo il berretto. Quindi, il giorno in cui il famoso Primo Capello Bianco ha deciso di spuntarmi sulla testa, io me lo sono perso in pieno. Non ho dovuto mai affrontare il dubbio strappo-non strappo, per il semplice 5

motivo che quando me ne sono accorto, i capelli bianchi erano diventati già troppi per essere affrontati in termini di sterminio collettivo. Non è neppure escluso che possano essere diventati bianchi tutti assieme, magari in un momento di particolare stress. Dicono che succede. O almeno succede nei romanzi dell’orrore: vedi un fantasma, e all’improvviso ti si imbiancano i capelli. Per quanto riguarda me, tuttavia, non c’è stato nessun fantasma, nessun istante di stress particolare. Si tratta di un momento difficile da individuare, perché tutto quel periodo era di particolare stress. La chimica che presiede a questo genere di mutazioni è imperscrutabile, e difatti non ricordo un inciampo particolare o uno di quegli spaventi che provocano, secondo la leggenda, l’imbiancamento repentino. Può darsi che sia stato così: ma non lo so; per il semplice motivo che, non guardandomi allo specchio per lunghi periodi, non potevo accorgermene. Né potevo sperare che se ne accorgesse qualcuno dei miei compagni d’arme; guardarsi reciprocamente, notare un dettaglio nell’aspetto personale di un altro era non proibito, ma di sicuro fuori luogo, indizio sicuro di effeminatezza. Ergo: né io guardavo gli altri, né gli altri guardavano me. Vivevamo con un paraocchi che ci ostruiva ogni visione laterale. Potevamo vedere solo gli oggetti che ci si presentavano frontalmente, individuare solo i beni di prima necessità e soddisfare solo bisogni primari: bere, mangiare, respirare. Stop. Anche gli altri bisogni primari, come vedremo, potevano essere sospesi. Solo esercitando un letargo dell’intelligenza e dello spirito potevamo ga6

rantirci l’unico obiettivo possibile, nel contesto, ossia arrivare alla fine dei trecentosessantacinque giorni che ci toccava trascorrere in caserma. Cioè, sopravvivere. Ogni altra attività si configurava come un lusso e dunque, ancora, come indizio di effeminatezza. Leggere era effeminato, ascoltare musica era effeminato, persino andare in chiesa era considerata una manifestazione di effeminatezza. Guardare i capelli degli altri sarebbe stato il massimo dell’effeminatezza. Per cui non so se qualche mio effeminato commilitone si sia accorto del fatto che i miei capelli erano diventati bianchi. Di sicuro nessuno mi ha detto niente, finché sono rimasto in caserma. Nemmeno io l’avrei fatto. Se mi fossi accorto di una mutazione del genere su un mio commilitone, me ne sarei stato zitto. Non volevo certo passare per effeminato. È stata la mia fidanzata di allora, Maria, che se ne è accorta quando mi ha rivisto dopo quasi un mese, in occasione della prima licenza. Mi ha guardato senza espressione e ha detto: «Hai i capelli bianchi». Così ha detto. Senza un punto esclamativo alla fine, senza ironia o tenerezza. Senza allarme o compatimento. Come una pura e semplice constatazione. Io sono caduto dalle nuvole: «Che dici?» Naturalmente sono corso allo specchio più vicino per verificare l’entità del danno. Lei non mi ha seguito, è rimasta ad aspettarmi in soggiorno. Il suo restare, contrapposto all’ipotesi di seguirmi con amore, avrebbe dovuto rivelarmi molte informazioni che per il momento era me7

glio ignorare. Un problema per volta. Sono andato in bagno da solo e ho guardato i miei capelli. La proliferazione di quelli bianchi era molto più avanzata di quanto potessi immaginare, tanto che mi sono chiesto distintamente come avessi fatto a non accorgermene prima. Ho mosso la testa passando le dita fra i capelli per verificare che non fosse uno scherzo della luce riflessa, ma no: quelli bianchi erano davvero moltissimi. Non proprio maggioranza, ma di sicuro, almeno, minoranza più che qualificata. Spiccavano sul nero in maniera uniforme, senza zone di concentrazione. Impensabile procedere a un’estirpazione individuale. Ho immaginato che fosse successo la notte prima, ma ho dovuto ammettere di fronte a me stesso che non era affatto probabile. Poteva essere successo una notte qualsiasi del mese precedente, oppure anche un poco alla volta, nell’arco dello stesso periodo. La sostanza non cambiava. La sostanza era che i miei capelli avevano cominciato a imbiancare in maniera drastica. La scoperta è bastata a rovinare l’incontro con Maria, incontro che pure avevamo (avevo) desiderato con spasmi di passione inediti, se si considerano i precedenti del nostro rapporto. Lei stessa, che nei primi tempi fra noi era quella più innamorata, stentava a riconoscere quella retorica passionale di cui farcivo le lettere che le spedivo dalla cattività. A Orvieto, dove espiavo il periodo del cosiddetto «Car», vivevo in una solitudine animalesca, circondato da creature primordiali, prive di qualsiasi sensibilità umana. In quei trenta giorni mi ero aggrappato al ricordo di Maria in maniera disperata, fino a capovolgere i ruoli 8

consolidati nel nostro rapporto, dove fino ad allora io ero stato la parte più sfuggente. Per forza: lei era tutto ciò che rimaneva del mio passato di essere umano per cultura e sentimenti. Lei era la mia àncora di salvezza. Lei e I., naturalmente. Ma quello di I. è un altro discorso, che affronteremo al momento opportuno. Quando sono tornato in soggiorno Maria era ancora dove l’avevo lasciata. Io ho detto solo: «È vero, sono tutti bianchi». Al che mi sarei aspettato che lei rispondesse: Ma no, ma che dici, non tutti, sono solo un po’ bianchi. Invece lei non l’ha detto. Non ha nemmeno abbozzato qualcosa che somigliasse a una forma di consolazione. Mi ha risposto: «Eh, te l’ho detto». Dopodiché la conversazione fra noi ha preso altre strade, strade più convenevoli, tralasciando del tutto la scoperta dei capelli bianchi. Col senno di poi, posso dire di non ricordare nulla, di quel che abbiamo detto. Posso anzi dire di non avere mai saputo nulla, di quella conversazione. Non si ricorda, tecnicamente parlando, qualcosa che all’inizio si ricordava: ma non è questo il caso. Lei parlava e io non ascoltavo. Ero distratto. La mia mente era dirottata su quell’unico binario possibile: i capelli bianchi. Mi erano venuti i capelli bianchi. Nella maniera certo approssimativa dei ventenni, mi rendevo conto di avere appena varcato una soglia biologica impercettibile e fondamentale, però. Il mio corpo aveva cominciato a invecchiare. Stavo mutando. Era cominciata una metastasi incruenta che però sempre metastasi risultava. E il destino di quella mutazione sapevo quale sa9

rebbe stato. Il destino innominabile, lontanissimo, eppure, a partire da quell’indizio che avevo appena scoperto, un po’ più vicino. Mentre Maria parlava, io pensavo ai fatti miei. Per la precisione: cercavo di capire che cosa avesse provocato quella proliferazione di capelli bianchi. Doveva per forza esserci un motivo scatenante. Doveva esserci e dovevo scoprirlo. A un certo punto la mia ragazza – il mio ingrizzo, si diceva a Palermo in quegli anni – mi ha richiamato all’ordine dei discorsi che stava facendo. Discorsi più che impegnativi, che riguardavano la fine dell’amore e altri dispiaceri di minor conto. Le circostanze mi spingevano ad abbandonare l’indagine sui motivi della canizie. Ma una parte di me, mentre Maria mi stava lasciando, non smetteva di ruminare. Non vale la pena di pensarci, mi dicevo. Ormai è successo, amen. Ora la mia ragazza mi sta dicendo che ha deciso di lasciarmi, concentriamoci su questo. Fin quando, effettivamente, Maria ha ottenuto la mia attenzione ed è riuscita a farmi il discorsetto che si era preparata, alla fine del quale mi sono ritrovato single, oltre che vittima di una canizie già in stato di avanzamento. È stato allora che ho scelto di stabilire delle priorità, lasciando perdere le riflessioni sui capelli e concentrando piuttosto ogni sforzo per rimediare al nuovo stato di solitudine sentimentale. A distanza di tempo, tuttavia, mi viene il sospetto di aver sbagliato nella selezione delle priorità. Forse, se non avessi lasciato perdere, se avessi proseguito le indagini nell’immediatezza dei fatti, sarei riuscito a scoprire il motivo per cui avevo cominciato a invecchiare. Addirittura, 10

una volta scoperto il movente, avrei potuto intervenire sulle cause e risolvere il problema alla radice, restando giovane ancora per un po’, se non per sempre, come allora credevo possibile. Non l’ho fatto, e ancora me ne dispiaccio. Arrivano però momenti della vita in cui bisogna tornare indietro e riflettere. Come quando in autostrada si scopre che bisognava imboccare una certa uscita. Ormai è troppo tardi, siamo andati troppo avanti, non si può tornare a marcia indietro. Tuttavia è possibile uscire dall’autostrada successivamente e tornare indietro percorrendo strade secondarie. Strade, certe volte, addirittura divergenti rispetto alla nostra destinazione. Non solo è possibile tornare indietro, ma addirittura bisogna farlo. Non c’è altra possibilità. Chi l’ha detto che ormai è troppo tardi? Non è passato poi troppo tempo. Non stiamo parlando di un passato talmente remoto da non poter essere ricostruito, almeno per sommi capi. Per cui, ho deciso. È arrivato il momento di portare a termine l’indagine lasciata in sospeso a suo tempo e capire perché i miei capelli sono diventati bianchi proprio allora. Scoprire dove è cominciata la mutazione, e con la mutazione la china discendente. Dove io ho sbagliato a imboccare l’uscita dall’autostrada. E forse non solo io: è il genere umano, l’intero pianeta terra che a partire da quel momento ha iniziato a perdere la sua innocenza. È ora di tornare indietro, al dove, al quando e al perché. Cominciamo a inquadrare l’anno. Era il millenovecentottantadue.

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Quel che resta del mondo

A pensarci bene, poi, tutto è relativo: quel che nel calendario gregoriano è 1982, anno non bisestile con Pasqua che cade l’11 aprile, se si decide di calcolare il tempo a partire dalla fondazione di Roma diventa 2735. Nel calendario cinese lo stesso periodo è incastrato fra il 4678 e il 4679. Nel calendario ebraico fra il 5741 e il 5742. Il calendario induista triplica le varianti: Vikram Samvat 20372038, Shaka Samvat 1904-1905, Kali Yuga 5083-5084. Siamo dalle parti del 1360-1361 in quello iraniano, diverso da quello islamico che invece segna 1402-1403. I capodanni coincidono invece nel calendario berbero, per il quale siamo tuttavia nel 2932, e in quello runico: 2232. Se si conta dall’invenzione di Sanremo, siamo all’anno 32: e oltre alla vittoria di Riccardo Fogli, per capire l’aria che tira andrebbero ricordati pure il secondo posto di Al Bano e Romina Power con Felicità e il terzo di Drupi con Soli. Ultimo classificato è Vasco Rossi. I tempi sono quelli che sono, ma è libero ognuno di decidere che musica ascoltare e persino in che anno vivere, di quale calendario. Questo per dire che siamo padroni di stabilire pure 12

quali sono gli eventi di rilievo dell’anno in questione, quelli che tenderebbero a rimanere magari fuori dalle rievocazioni storiche. Quelli che si risolvono nell’arco della durata di se stessi, senza sviluppi ulteriori, e quelli destinati a portarsi dietro sviluppi anche di un certo rilievo. A prima vista parrebbe una notiziola: il 3 gennaio un cartello di 18 Tv locali guidato da Edilio Rusconi si consorzia per trasmettere su scala nazionale, e nasce la rete televisiva denominata Italia 1. Il giorno dopo, il gruppo Mondadori di Tv locali ne mette assieme una ventina, e lancia un altro canale nazionale: Rete 4. Avranno o non avranno queste due notiziole dei riflessi di lungo periodo per il futuro dell’Italia? A livello internazionale si registrano eventi traumatici di cui si fa presto a perdere memoria: il golpe militare in Bangladesh, avvenuto il 23 marzo non lascia strascichi notevoli nella storia del mondo, ma in quella degli abitanti di quel paese senz’altro sì. È la classica notizia da pagine interne, drammatica ma lontana, e non è detto che risalti più di altre che sul giornale si prestano a essere corredate da una fotografia, come quella del pescatore norvegese di nome Rune Ystebo, che il 23 agosto nella baia di Radoy arpiona un calamaro gigante che si trova a soli cinque metri di profondità. Chissà che fine ha fatto quel calamaro, se è finito sotto formalina oppure vittima di una gigantesca frittura. E chissà che fine ha fatto Rune Ystebo dopo l’improvvisa popolarità mondiale che gli è toccata. Una tappa importante di cui sono in pochi ad accorgersi è datata 16 aprile, quando a Erlangen, in Germania Ovest, nasce il primo bambino in provetta. La notizia fi13

nisce nelle pagine dei quotidiani dedicate alle scoperte scientifiche, quelle che di solito si saltano riservandosi di leggerle in un secondo momento, e alla fine non si leggono mai. A maggior ragione sfugge ai più l’undicesima applicazione del «minuto di 61 secondi», fissata il 30 giugno. Si tratta di una correzione temporale applicata periodicamente agli orologi atomici di tutto il mondo. Lo scopo è uniformare l’ora artificiale alla rotazione terrestre, il cosiddetto Coordinated Universal Time. Ossia, far funzionare correttamente i sistemi di comunicazione ad alta velocità e simili. Stesso genere di notizia: il 10 marzo tutti i pianeti del sistema solare si ritrovano allineati sul medesimo asse. La notizia è un piccolo evento per l’astronomia e un gran pretesto per l’astrologia. A tutt’oggi non risultano conseguenze eclatanti di questo allineamento, né per l’una né per l’altra disciplina. Un piccolo evento a livello nazionale, ma che risulterà il prologo di una serie lunga e dolorosa, è il primo caso italiano di Aids. Sono solo i più ipocondriaci a leggere gli articoli dei giornali e apprendere che l’acronimo Aids sta per Sindrome da ImmunoDeficienza Acquisita, una nuova malattia che colpisce il sistema immunitario, che si trasmette attraverso i contatti sessuali e il sangue, che ne sono colpiti spesso i tossicodipendenti, ma non solo loro. E soprattutto: che è letale. Il titolo di uomo dell’anno, con tanto di foto in prima pagina sulla rivista «Time», viene assegnato al computer. È la prima volta che il riconoscimento non viene assegnato a una persona in carne e ossa. La tesi è che questa mac14

china è destinata a modificare radicalmente la vita dell’uomo sulla terra. Proprio quest’anno viene lanciato il computer Commodore 64, destinato a essere venduto in venti milioni di esemplari, fino al 1994. Per ogni eventuale utilizzo, ecco di seguito un elenco di notizie di svariato interesse, tra le quali il lettore è libero di individuare le più gravide di conseguenze per il futuro dell’umanità: 11 gennaio. Il figlio scavezzacollo del Primo ministro inglese Margaret Thatcher, Mark, fa perdere le sue tracce durante il rally Parigi-Dakar. Lo ritrovano tre giorni dopo, in buone condizioni di salute. 26 gennaio. Mauno Koivisto viene eletto presidente della Finlandia. 2 febbraio. Il presidente siriano Hafez al-Assad ordina all’esercito di dare una strizzata ai fratelli musulmani, l’ala religiosa integralista ostile al regime. 15 febbraio. La piattaforma petrolifera Ocean Ranger cola a picco durante una tempesta al largo della costa atlantica canadese: muoiono 84 operai. 16 marzo. A Newport, Rhode Island, Claus von Bulow viene giudicato colpevole per l’uccisione della moglie. 12 maggio. Un prete spagnolo armato di baionetta vorrebbe pugnalare il papa durante il suo pellegrinaggio a Fatima. Viene fermato con discreto anticipo. 27 maggio. Il candidato conservatore inglese Tim Smith conquista il seggio di Beaconsfield battendo il candidato laburista Tony Blair. 5 giugno. A Budapest viene disputato il primo campionato mondiale di cubo di Rubik. 13 giugno. In Alberta, Canada, i membri del Black Leo-

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pards Karate Club distruggono a mani nude, nella sua interezza, una casa in muratura. Beninteso, col consenso dei legittimi proprietari. 13 giugno. Fahad viene proclamato re dell’Arabia Saudita. Succede al fratello Khalid. 9 luglio. L’irlandese Michael Fagan riesce a eludere tutti i controlli e introdursi a Buckingham Palace. Nel farlo si ferisce a una mano, ma riesce a restare per una decina di minuti, sanguinando, nella camera da letto di sua maestà, a colloquio con Elisabetta II, prima che lo portino via e lo consegnino ai medici per accertamenti psichiatrici. È la seconda volta che ci prova: nel corso della prima incursione a palazzo reale aveva anche rubato una bottiglia di vino. 20 luglio. Due bombe dell’Ira uccidono otto soldati inglesi nel centro di Londra. 31 luglio. A Bearne, in Francia, 53 persone fra cui 46 bambini muoiono in un incidente autostradale. 1° ottobre. Helmut Kohl prende il posto di Helmut Schmidt come cancelliere tedesco. 13 ottobre. La Ford lancia in grande stile il suo nuovo modello europeo: la Sierra. 28 ottobre. Il Partito socialista vince le elezioni spagnole. Felipe Gonzales viene nominato Primo ministro. 3 novembre. In Afghanistan, nel tunnel di Salang esplode un’autobotte di carburante. Nella devastazione dell’incendio che ne consegue muoiono più di mille persone. 12 novembre. Due giorni dopo la morte di Leonid Brezˇnev, segretario generale del Partito comunista sovietico fin dal 1964, l’Urss ha un nuovo leader. Il successore è Jurij Andropov. Nei giorni successivi, i commentatori si sforzano di trovare qualche indizio di svolta nella biografia del nuovo segretario generale. Il fatto che sia il capo del Kgb e che a suo tem-

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po abbia coperto un ruolo di spicco nell’invasione dell’Ungheria lascia pochi margini all’ottimismo. 14 novembre. Al confine polacco con l’Unione Sovietica, dopo undici giorni di prigionia, viene liberato il sindacalista Lech Wa¢esa. 2 dicembre. Un dentista sessantunenne americano, Barney Clark, è la prima persona a ricevere nel proprio petto un cuore artificiale. Gli servirà per andare avanti altri 112 giorni. Succede in Utah, Stato all’avanguardia per questo genere di esperimenti. 7 dicembre. Viene messo in pratica per la prima volta un nuovo sistema per somministrare la pena di morte: l’iniezione letale. La cavia si chiama Charles Brooks Jr. Succede in Texas, Stato all’avanguardia per questo genere di esperimenti.

Quanto a guerre, la più sensazionale è quella delle Falkland, ma quasi come una staffetta, il 6 giugno comincia quella del Libano: su ordine del ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon, il generale Eitan invade con le sue truppe la parte meridionale del paese. L’eufemistico titolo dell’operazione è Pace in Galilea. Il pretesto viene da un fallito attentato contro l’ambasciatore israeliano a Londra e dagli attacchi che l’Organizzazione per la liberazione della Palestina lancia contro la zona nord di Israele. In seguito però il Primo ministro Menachem Begin ammetterà davanti al parlamento che durante gli undici mesi di cessate il fuoco immediatamente precedenti a quella che verrà chiamata prima guerra del Libano, gli insediamenti israeliani erano stati attaccati solo due volte, e che durante il periodo in questione nella zona si erano contati solo due morti. 17

Il piano dei vertici politici e militari israeliani è di cancellare definitivamente le basi della resistenza palestinese in Libano. Nell’ultimo periodo, dopo la cacciata dei vertici dell’Olp dalla Giordania, i miliziani palestinesi si sono riorganizzati e hanno fatto della zona meridionale del Libano, dove vivono circa 300.000 profughi palestinesi, la loro base operativa. L’operazione israeliana ha un obiettivo dichiarato: la creazione di una fascia di sicurezza di 40 chilometri per preservare il Nord del loro paese dagli attacchi. Ma si sa com’è: una cosa tira l’altra, e a fine giugno l’esercito si ritrova, ops, alle porte di Beirut, e da qui fa partire pesanti bombardamenti sulla parte ovest della capitale. L’esercito israeliano si trova di fronte diverse fazioni libanesi: la milizia sciita di Amal, guidata da Nabih Berri, le truppe del governo libanese (appoggiate dall’Arabia Saudita, dalla Siria e dall’Iran), il Fronte di liberazione del comandante Ahmed Jibril nonché svariati partiti libanesi di sinistra. Alleati principali di Israele sono i miliziani cristiani della Falange, di cui si sentirà parlare più avanti. Le trattative di pace sono rese più difficili da un piccolo intoppo: le due (o tre, o quattro) parti in causa non intendono assolutamente rivolgersi la parola. Nel migliore dei casi il modello resta sempre quello: io lo dico a te, tu lo dici a lui che risponde a te che lo dici a me. Alcuni si rifiutano persino di prendere atto dell’esistenza del nemico, fermo restando il diritto di prenderlo a fucilate. In seguito all’escalation dello scontro, tuttavia, l’incomunicabilità viene messa da parte e grazie a un complesso lavoro di mediazione si raggiunge un accordo internazionale secondo cui forze di pace statunitensi, francesi e italiane dovrebbe18

ro garantire la tenuta umanitaria del conflitto, favorendo una via di fuga per gli esponenti dell’Olp. L’accordo prevede un contingente di 800 soldati statunitensi, 800 francesi e 400 italiani, col compito di garantire il ritiro. Il primo contingente arriva il 21 agosto, e da quel momento Arafat e i suoi quindicimila superstiti iniziano a ripiegare. Il presidente americano Reagan, attraverso il suo inviato, Philip Habib, garantisce che nei campi profughi in Libano non entreranno più armi, e gli israeliani promettono che non attaccheranno i campi profughi. Difatti non li attaccheranno: non in prima persona. Tanto bene, per il momento, sembrano funzionare le cose che il contingente americano decide improvvisamente di lasciare la zona il 3 settembre, con due settimane di anticipo rispetto alla scadenza prevista. Risultato: subito dopo viene assassinato il neoeletto presidente del Libano Bashir Gemayel, che gode dell’appoggio di Israele, che come ritorsione col suo esercito occupa anche Beirut Ovest, fino ad allora rimasta roccaforte palestinese. Ma soprattutto succede quel che succede a Sabra e Shatila. Sabra e Shatila sono due campi per rifugiati palestinesi che si trovano alla periferia di Beirut Ovest. Giovedì 16 settembre, poco prima di sera, le milizie cristiano-falangiste alleate di Israele e capitanate da Elie Hobeika entrano nei campi e bloccano tutte le uscite, mentre attorno ai reticolati si stringe un cordone di sicurezza formato da soldati israeliani. Il loro compito è di controllare che i camion carichi di cadaveri lascino regolarmente la zona per raggiungere le fosse comuni. La stampa internazionale ha sentore di qualcosa soltan19

to il sabato, due giorni dopo. I giornalisti si precipitano sul posto, ma Sabra e Shatila sembrano abbandonati. È strano, se si considera che solo pochi giorni prima erano strapieni di rifugiati. Per capire che cosa è successo basta che i giornalisti arrivino sufficientemente vicino, e quel che gli occhi stentano a credere viene confermato dall’odore caldo della putrefazione. I numeri si daranno alla fine, i numeri non mostrano niente. Prima è meglio provare a contare i morti uno per uno, così come vengono descritti sui quotidiani dell’indomani. In un giardino, i corpi di due donne giacciono in cima a un cumulo di macerie, dalle quali spunta pure la testa di un bambino. Poco lontano c’è il corpo decapitato di un bambino. Forse è lo stesso, ma a giudicare dal quadro complessivo non è scontato nemmeno questo. Oltre l’angolo, due ragazzine di dieci o dodici anni giacciono sul dorso, con la testa sfondata e le gambe disposte in maniera innaturale. Pochi metri più avanti, i corpi di otto uomini fucilati contro il muro di una casa. In una viuzza, sedici cadaveri sovrapposti, quasi accartocciati gli uni sugli altri. E ancora, e ancora. I sopravvissuti raccontano altri dettagli aberranti. Raccontano di donne palestinesi che si gettano ai piedi di alcuni ufficiali israeliani implorando protezione, e quelli rispondono di non avere diritto di intervenire negli affari interni libanesi, smentendo implicitamente la loro stessa presenza sul posto. 20

Il numero dei morti non è mai stato fornito con certezza. La Croce Rossa ne conta 2.750, a cui vanno aggiunti quelli sepolti nelle fosse comuni, quelli restati sotto le macerie e tutti coloro che dopo essere stati deportati risultano scomparsi. Una cifra verosimile prevede che le vittime siano state tra le 3.000 e le 3.500. Trucidate a freddo, nell’arco di quarantott’ore, fra il 16 e il 18 settembre. Vale la pena di raccontare come è finita per l’unico sicuro responsabile della mattanza di Sabra e Shatila, Elie Hobeika. Vent’anni dopo verrà fatto saltare in aria assieme alla sua Jaguar, a Beirut. Due giorni prima aveva incontrato due senatori belgi e si era dichiarato pronto a fare delle rivelazioni sulle coperture di cui in occasione della strage aveva goduto presso il Ministero della Difesa di Israele. A conti fatti, viene calcolato che circa quindicimila persone, tra le quali circa mille soldati israeliani, siano morte nell’invasione del Libano. Rimane solo da registrare che alla fine del 1982, a seguito della radicalizzazione dello scontro, un’ala dissidente di Amal pratica una scissione facendo nascere Hezbollah, milizia apertamente finanziata dall’ambasciata iraniana di Beirut. Per dire di come più ti pare di semplificarle, più le cose tendano a complicarsi.

Saldo delle nascite e delle morti

Fra le allegre consuetudini di fine anno, c’è da annoverare il repertorio funerario che quotidiani e riviste compilano attorno al 31 dicembre e che comprende tutte le personalità di rilievo che nel corso dei dodici mesi precedenti hanno dato addio alla vita. Il più delle volte si tratta di un rimpasto dei coccodrilli apparsi nel corso dell’anno che sta per chiudersi. È una lettura che induce al pessimismo. Se ne trae sempre l’impressione che l’anno trascorso sia stato un anno luttuoso, che il mondo ne esca irrimediabilmente più povero. Ma si tratta pur sempre di un bilancio incompleto, realizzato sulle basi di una falsa prospettiva. Per trarre delle conclusioni affidabili bisognerebbe lasciar trascorrere del tempo. Va bene il dolore per le irrimediabili perdite, ma bisognerebbe anche capire i frutti che quell’annata saprà dare, e questo è possibile solo dopo molti anni. Muore un grande scrittore, ma magari da un’altra parte del mondo nello stesso momento ne sta nascendo uno ancora più grande, o magari ancora ce n’è un altro che si trova sul punto di farsi riconoscere dalla gran massa dei lettori passando direttamente dalla fase di Gio22

vane Promessa a quella di Venerabile Maestro, saltando a pie’ pari quella intermedia di Solito Stronzo. A occhio e croce, per completezza di informazione, quotidiani e riviste dovrebbero lasciar trascorrere almeno mezzo secolo prima di seminare pessimismo, dopodiché tornare all’annata in questione e raffrontare i due elenchi, quello delle nascite e quello delle morti. Dopodiché, se vogliono, trarne delle conclusioni. Bisognerebbe aspettare almeno settanta anni, l’arco di un’esistenza umana. Meglio ancora cento, per comprendere nel bilancio pure i talenti postumi, quelli che verranno scoperti solo dopo che il pubblico sarà maturo per recepire il loro magistero. Un quarto di secolo basta a stento per abbozzarlo, un bilancio del genere. Dopo questa doverosa avvertenza, ecco il repertorio delle morti più significative del 1982: 19 gennaio: Elis Regina, cantante brasiliana 17 febbraio: Thelonious Monk, jazzista statunitense 25 febbraio: Christian Schad, pittore tedesco 2 marzo: Philip K. Dick, scrittore statunitense 3 marzo: Georges Perec, scrittore francese 3 marzo: Sepp Bradl, saltatore con gli sci austriaco 5 marzo: John Belushi, attore statunitense (Gem) 8 aprile: Katherine Rawls, nuotatrice, tuffatrice e aviatrice statunitense 30 aprile: Taisen Deshimaru, maestro zen 8 maggio: Gilles Villeneuve, pilota di Formula 1 canadese (Gem) 29 maggio: Romy Schneider, attrice austriaca (Gem) 9 giugno: Nicola Diulgheroff, pittore e architetto

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10 giugno: Rainer Werner Fassbinder, regista cinematografico tedesco (Gem) 13 giugno: Riccardo Paletti, pilota di Formula 1 italiano 8 luglio: Isa Miranda, attrice italiana 28 luglio: Corrado Meloni, detto Meloncino, fantino italiano 23 agosto: Stanford Moore, chimico premio Nobel statunitense 24 agosto: Giorgio Abetti, astronomo e fisico italiano 29 agosto: Ingrid Bergman, attrice svedese (Gem) 14 settembre: Grace Kelly, attrice statunitense nonché moglie del principe Ranieri III di Monaco (Gem) 4 ottobre: Glenn Gould, pianista canadese 16 ottobre: Mario Del Monaco, tenore italiano 10 novembre: Elio Petri, regista italiano 2 dicembre: Marty Feldman, comico, attore, regista e sceneggiatore britannico 20 dicembre: Arthur Rubinstein, pianista e direttore d’orchestra polacco 24 dicembre: Luis Aragon, poeta francese 27 dicembre: Jack Swigert, astronauta statunitense

Con la sigla Gem (Grande emozione nel mondo) si segnalano le morti che più hanno colpito l’opinione pubblica internazionale. E questo non soltanto per il rilievo della personalità in questione, quanto piuttosto per la tempistica della morte, considerata comunemente prematura. La presenza di ben sei Gem acuisce l’impressione di trovarsi di fronte a un’ecatombe di talenti e intelligenze. Veramente viene da pensare che il mondo sia più vecchio, senza di loro. A distanza di tempo, molti di questi nomi fanno accen24

dere una lampadina nel cervello di ognuno. Lampadine del tipo: ah, è stato proprio quell’anno! È trascorso tutto questo tempo! Sembrava di meno! Sembrava di più! Dal che, eccezionalmente, non si ricava nulla. Alcuni altri nomi della lista invece non fanno accendere nessuna lampadina. Al massimo fanno venire in mente una serie di domande: in quale anfratto della memoria era andato a ficcarsi Jack Swigert, sempre ammesso di avere mai saputo chi fosse? Quale destino crudele aveva portato un pilota semisconosciuto come Riccardo Paletti a morire in Canada nel corso del suo terzo gran premio in carriera, poco tempo dopo che una sorte simile era toccata a Gilles Villeneuve, col risultato di essere subito cancellato dalla memoria collettiva? Quale legame letterario univa le morti di due creatori di universi come Philip Dick e Georges Perec, a distanza di un giorno l’uno dall’altro? E Arthur Rubinstein, nei due mesi e mezzo in cui gli sopravvisse, ebbe il tempo, il modo e la voglia di piangere la morte di un collega da lui diversissimo come Glenn Gould? La morte ravvicinata accomuna, crea false prospettive. Alimenta la credenza di un disegno complessivo dei destini umani e crea associazioni indebite. Si è portati a mettere in relazione personaggi deceduti in un arco di tempo ristretto come Romy Schneider, Ingrid Bergman e Grace Kelly. Tre attrici, tre bellezze inarrivabili, tutte e tre morte nel giro di meno di quattro mesi. Naturalmente è solo un gioco prospettico, e niente unisce davvero John Belushi e Marty Feldman, a parte il fatto che facevano lo stesso mestiere di far ridere. Ma sospetti del genere sono difficili da smentire, né esistono controprove. 25

I rimandi improbabili rischiano di moltiplicarsi quando – come proviamo a fare adesso, a distanza di tempo – si accostano coloro che sono morti a quelli che nello stesso periodo hanno cominciato a vivere: 1° gennaio: David Nalbandian, tennista argentino 5 gennaio: Janica Kostelic, sciatrice croata 13 gennaio: Guillermo Coria, tennista argentino 2 febbraio: Filippo Magnini, nuotatore italiano 10 febbraio: Justin Gatlin, atleta statunitense 17 febbraio: Adriano Leite Ribeiro, calciatore brasiliano 22 aprile: Kakà (Ricardo Izecson Dos Santos Leite), calciatore brasiliano 30 aprile: Kirsten Dunst, attrice statunitense 20 maggio: Petr Cˇech, calciatore ceco 21 giugno: William del Galles, principe inglese 5 luglio: Alberto Gilardino, calciatore italiano 12 luglio: Antonio Cassano, calciatore italiano 13 luglio: Eleonora Pedron, valletta televisiva italiana 7 agosto: Marco Melandri, pilota italiano di motociclette 30 agosto: Andy Roddick, tennista statunitense 13 ottobre: Ian Thorpe, nuotatore australiano 16 dicembre: Margot Sikabonyi, attrice italiana

Anche su questo elenco ci sarebbe da ragionare. Intanto, come già accennato, la prospettiva storica è falsata. La prevalenza di atleti non è dovuta tanto ai tempi che corrono, in tutti i sensi, quanto al lasso di tempo trascorso, che valorizza le personalità capaci di emergere in giovane età, come appunto succede agli sportivi. È sicuro che con gli anni qualcuna di queste giovani celebrità sia destinata a scomparire dalla memoria di lungo periodo per 26

lasciare il posto a un certo numero di scienziati o artisti di rilievo. Almeno si spera. Difatti nella lista dei morti dell’anno non compaiono sportivi se non quelli ancora in attività, soprattutto se deceduti nell’esercizio delle loro funzioni. Degli altri, delle vecchie glorie, si erano già perse le tracce. Significa che erano morti poco alla volta, sfumando dalla memoria collettiva dopo essersi ritirati dallo sport. La loro morte anagrafica è una pietra sopra che merita solo un necrologio di poche righe nelle pagine interne dell’indomani, e nessuna rievocazione nel bilancio di fine anno. Questo limita il gioco delle reincarnazioni possibili, per quanto, in teoria, sia sempre possibile credere che l’anima di Katherine Rawls sia riuscita a ricollocarsi nel corpo di Ian Thorpe: i tempi tecnici corrisponderebbero. Così come nel caso di Taisen Deshimaru, che in quanto maestro zen doveva crederci per forza, alla reincarnazione. Lo stesso giorno della sua morte è nata l’attrice Kirsten Dunst. Da ciò si ricava che, se esiste, l’intelligenza che presiede alle reincarnazioni deve essere dotata di un discreto senso dell’umorismo. Lascia pensare e lascia i pensieri in sospeso il fatto che Antonio Cassano sia nato il giorno successivo al trionfo dell’Italia ai campionati del mondo di calcio. Oppure ancora fa specie lo zelo con cui qualcuno si è preoccupato di stilare su Wikipedia (la fonte primaria di questo repertorio delle nascite e delle morti), una biografia dettagliata dell’attrice italo-ungaro-canadese Margot Sikabonyi, interprete finora di alcuni episodi dello sceneggiato Un medico in famiglia e del film Kitesurf mortale, premiata come 27

rivelazione dell’anno al festival di Poggio Mirteto nel 2003. Magari è lei, o una come lei, a essere destinata a diventare la diva futura. Si tratta di aspettare ancora un po’, e finalmente sapremo.

Terrorismo, ultimi fuochi

Dicono che il Novecento sia moralmente cominciato con quattordici anni di ritardo, in coincidenza con l’attentato di Sarajevo e il conseguente scoppio della prima guerra mondiale. Anche i secoli, certe volte, non riescono ad arrivare puntuali. Secondo lo stesso criterio non è difficile individuare nell’11 settembre 2001 la data di effettiva conclusione del secolo e del millennio scorsi, che avrebbero così ottenuto una proroga di quasi nove mesi, il tempo di una gestazione umana. In totale, quindi, sommando i ritardi si può dire che il Novecento sia durato più o meno ottantasette anni. Per questo viene chiamato «il secolo breve». Ma non è detto che i secoli debbano risultare perennemente in ritardo: possono pure arrivare in anticipo, e lo stesso vale per le annate. Una volta accertato che il 1982 è un anno superdotato, fertile di eventi e gravido di conseguenze, possiamo decidere di farlo cominciare con tredici giorni d’anticipo, il 17 dicembre dell’81, giorno in cui a Verona le Brigate rosse rapiscono il generale statunitense James Dozier. Se tanto mi dà tanto, il 1982 è quindi un 29

«anno lungo», con l’aggravante di far parte del «secolo breve». Anche questo va preso in considerazione, se si tratta di dimostrare che il 1982 è stato un anno speciale, da cui i successivi sono poi derivati almeno in termini di influenza. L’ipotesi è che quell’anno rappresenti lo snodo cruciale per l’esistenza mia personale, per via dei capelli bianchi, nonché dell’Italia e dell’universo mondo. Nella rievocazione storica il rapimento del generale Dozier risulta emblematico per una serie di motivi emblematici: perché è avvenuto in Italia, perché Dozier è un cittadino della più grande potenza mondiale e infine perché è un militare. E quello è l’anno del mio servizio militare. Non si tratta di una serie di straordinarie coincidenze? Facciamo finta di sì. Le Brigate rosse si tengono Dozier per una quarantina di giorni. Se l’erano andato a prendere a domicilio, penetrando in casa, immobilizzando la moglie e neutralizzando la resistenza dell’ostaggio. Sul momento la notizia induce un po’ tutti a peccare di un inconfessabile pessimismo: se sono capaci di rapire un generale di brigata dell’esercito degli Stati Uniti, significa che sono ancora forti. Questo ragionamento se ne porta dietro un altro, a mo’ di corollario: se hanno ammazzato Moro, figurarsi se non ammazzeranno un generale della Nato. Subito comincia il solito minuetto di comunicati e propaganda. Dozier viene fotografato mentre mostra una specie di tazebao che in 22 righe riassume gli obiettivi della guerra all’imperialismo. I giornali però fanno fronte comune e non pubblicano la foto, segno che gli anticorpi in grado di sconfiggere il terrorismo alla fin fine sono riusci30

ti a impiantarsi nello stolido corpaccione dell’Italia. Sui giornali appare solo l’assenza della notizia: è arrivato un comunicato, hanno diffuso una fotografia; ma cosa ci sia scritto nel comunicato, cosa raffiguri la foto, viene lasciato all’immaginazione dei lettori. A leggere questo genere di dettagliata assenza di notizie, io penso: tanto lo ammazzano. Tanto lo ammazzano lo stesso. Questo penso negli ultimi giorni dell’81 e nei primi dell’82, che trascorrono nell’attesa del peggio. E invece no, si vede che sono io che non capisco certe sottigliezze della guerriglia mediatica: la mattina del 28 gennaio il corpo speciale della polizia, l’Ucigos, fa irruzione in un covo delle Br liberando il generale, arrestando cinque brigatisti senza ammazzarne nemmeno uno, e lasciando agli italiani l’idea di vivere nel migliore dei mondi possibili, in un paese efficiente dove i servizi segreti funzionano e la polizia sa fare il suo mestiere al di là di ogni ragionevole dubbio. Ricordo distintamente di esserci rimasto persino male per il fatto che dopo la liberazione Dozier decidesse subito di essere rimpatriato. Mi sarei aspettato che per un senso di gratitudine rimanesse a vivere in Italia almeno per un altro po’, a godersi assieme a tutti noi le gioie dell’improvvisa efficienza combinate col sole, il mare, la fantasia e tutto l’arsenale classico dell’Italia di sempre. Ma si vede che a vent’anni uno è particolarmente ingenuo, oppure sono io ad essere incapace di godermi la ventata di ottimismo nazionale, perché parallelamente mi sorprendo a pensare: davvero allora le Br si sono smosciate. Rapire un generale americano era stato un finale presuntuoso e fallimentare, l’ultima smargiassata. La Ferrari 31

comprata pagando solo la prima rata, facendosela requisire subito dopo dall’ufficiale giudiziario. Per me, poco più che ventenne moderato di sinistra, le Br rappresentano un nemico, ma come succede per i nemici contro cui abbiamo combattuto per un lungo periodo, mi sarei aspettato un’uscita di scena un po’ meno ingloriosa. In quel modo si viene a svalutare la vittoria dello Stato e, in generale, tutta la partita che si è giocata negli ultimi dieci anni. A ciò si aggiunga il fatto che nell’aprile di quell’anno si celebra il processo Moro, che si trasforma fin da subito in uno svelamento umano, prima ancora che giudiziario e politico. In aula si sfiorano gli opposti: i Gallinari e i Moretti da una parte, e dall’altra i familiari di Moro e Bachelet, oltre a tanti altri che la storia nel frattempo si è incaricata di dimenticare. Le vittime da una parte e i macellai dall’altra. Di fronte al dolore muto, le rivendicazioni fatte da dietro le sbarre rivelano tutto il loro velleitarismo isterico, urlate fuori tempo massimo. Attraverso le testimonianze dei pentiti Savasta, Libera e Peci emergono tutte le meschinità quotidiane, le ripicche, le gelosie che si erano volute ammantare di eroismo. Anche il rispetto che si tributa al combattente nemico naufraga nella mediocrità. Fine della geometrica potenza. Fine del delirio di efficienza rivoluzionaria. Quasi nessuno aveva pensato che le Brigate rosse possedessero davvero la forza eversiva che sostenevano di avere, col supporto di una classe operaia ormai in via di estinzione: ma manco che si afflosciassero così miseramente. Viene persino da pensar male. 32

I nodi dell’atteggiamento dello Stato di fronte al terrorismo vengono al pettine già nel mese di marzo, con un ritorno di fiamma sui giornali del caso Cirillo. Breve flashback: Ciro Cirillo, consigliere regionale campano, era stato sequestrato nell’aprile dell’81 dalle Brigate rosse. Il suo autista e un brigadiere di scorta erano stati senz’altro ammazzati, seguendo il criterio poco democratico che le Br avevano seguito pure in altre occasioni: i proletari vanno assassinati subito, i potenti successivamente, e valutando caso per caso. Cirillo viene processato secondo copione, e secondo copione anche condannato a morte. Ma poi, a sorpresa, decidono di liberarlo. La liberazione di Cirillo, avvenuta alla fine del luglio successivo, dopo tre mesi dal rapimento, suscita fin da subito qualche sospetto. Anche perché nell’immediatezza della liberazione, l’esponente politico viene nuovamente sequestrato – dalle forze dell’ordine, stavolta –, consegnato alla famiglia e tenuto lontano dai magistrati inquirenti per un paio di giorni. Quando finalmente il pubblico ministero viene ammesso a fargli visita incrocia sulle scale due pezzi grossi democristiani, Flaminio Piccoli e Antonio Gava, venuti in visita di cortesia. Con gli amici e i compagni di partito sì, ma di fronte al pubblico ministero no, Cirillo non è in grado di parlare, viene posseduto da una specie di delirio. Il magistrato chiede l’opinione di un medico che certifica: la vittima è ancora in stato di shock. Passa il tempo. A distanza di un anno, nel marzo dell’82, a far nuovamente saltare il tappo della vicenda è «l’Unità», che con un articolo di Marina Maresca rivela qualche dettaglio della trattativa. Dopo e dietro ai procla33

mi di fermezza, per contattare le Brigate rosse si sarebbero mossi un ministro e un sottosegretario, entrambi democristiani. Persino i servizi segreti avrebbero cercato la mediazione di Raffaele Cutolo, il boss camorrista da tempo in carcere. L’articolo fa molto rumore, ma si scoprirà successivamente che la notizia aveva un falso fondamento. La Maresca finirà addirittura in carcere e Claudio Petruccioli sarà costretto a lasciare la direzione dell’«Unità» dopo essersi formalmente scusato con Vincenzo Scotti e Francesco Patriarca, i due esponenti democristiani tirati in ballo e poi scagionati dallo stesso sindaco comunista di Napoli, Maurizio Valenzi. L’imprudenza dell’«Unità» non deve nascondere però lo scenario parzialmente veritiero che veniva delineato nell’articolo, specie per quanto riguarda la saldatura fra crimine organizzato e terrorismo rosso. La prova arriva in luglio, con l’uccisione del capo della squadra mobile di Napoli, Antonio Ammaturo, rivendicata dalla colonna locale delle Br: da quel momento in poi, seguendo la perversione di una certa logica, gli interessi della camorra e quelli del proletariato cominciano a coincidere. Successivamente, il ministro dell’Interno Rognoni ammetterà davanti al parlamento che in effetti un riscatto era stato pagato per la liberazione dell’esponente democristiano, ex sindaco sia di Poggioreale che di Torre del Greco, assessore regionale all’Urbanistica e delegato al coordinamento per la ricostruzione dopo il terremoto dell’Irpinia, incarico per il quale si trovava in condizione di manovrare appalti per molti miliardi. A rivelare il preciso am34

montare della somma pagata per il riscatto saranno gli stessi rapitori: un miliardo e 450 milioni. Come se tutto questo verminaio non bastasse, il 1° aprile viene ritrovato a Ottaviano il corpo decapitato di Aldo Semerari, una figura enigmatica di criminologo, capace in passato di sporcarsi le mani nello svolgimento del suo lavoro. L’occasione è buona per scoprire che era stato proprio lui a sconfessare le rivelazioni dell’«Unità» sul caso Cirillo. Una dozzina d’anni dopo si concluderà il processo di secondo grado, e la sentenza non mancherà di sottolineare le anomalie operative di Sismi e Sisde nel coinvolgimento di Cutolo – e viene da chiedersi: in cambio di che? –, più le ombre che sfiorano gli esponenti democristiani Piccoli e Gava. En passant, la sentenza farà pure notare quel che molti nel frattempo avevano già abbondantemente notato: che cioè nel caso Cirillo non era stata seguita la millantata linea della fermezza nelle trattative. Quella stessa linea di fermezza che durante il rapimento Moro era stata il baluardo su cui si erano infrante tutte le speranze di liberazione. Dal mio giovanile strapuntino di osservazione, in quell’anno io mi limito a osservare queste trame con sospetto e smarrimento. Cerco di farmi un’idea dei retroscena basandomi sugli editoriali di qualche intellettuale di riferimento. In linea di massima mi trovo spesso d’accordo con Leonardo Sciascia: c’è poco da stare allegri a dover scegliere fra stare con questo Stato oppure con le Brigate rosse. Ancora oggi, nelle ricostruzioni storiche successive si tende ad omettere il questo, col risultato di travisare, sem35

plificando, tutto il ragionamento sciasciano susseguente. Sulla base dei miei empirici strumenti di interpretazione, stento a riconoscere la parte della ragione in una contrapposizione dove ogni contendente risponde a un gioco delle parti di cui mi sfuggono le regole. All’apparenza si fronteggiano il brigatista cattivo e lo Stato inflessibile, salvo poi scoprire che certe rigidezze sono intermittenti, e questo da entrambe le parti. Nell’82 i fumi del caso Moro non si sono ancora diradati, né si diraderanno mai. Come unico appiglio intellettuale anticonformista resta, allora come oggi, solo il dubbio sistematico sciasciano. In quegli anni Sciascia rappresenta uno dei modelli irrinunciabili, uno dei pochi con cui vale la pena persino di non essere d’accordo. Nei suoi articoli, anche quando non sono condivisibili, si trova sempre il germe di un’idea originale, la traccia di un cervello che nessuno è riuscito a portare all’ammasso. Erano stati a lungo in due a contendersi questo ruolo, due scrittori agli estremi opposti dell’Italia: Sciascia e Pasolini. Morto il secondo, resta solo lui, che col passare degli anni tende a esprimersi sempre più spesso attraverso piccoli libri-metafora, attraverso i quali ricostruisce il passato riconducendolo al presente. Il 1982 è l’anno di due di questi libri metaforici, pubblicati entrambi con Sellerio: Kermesse e La sentenza memorabile. Per quanto mi riguarda, Sciascia ha il vantaggio di essere pure un modello a portata di mano. Vive nella mia stessa città, lo vedo passeggiare lungo via Libertà, certe volte, con la modalità tipica delle camminate sul corso da parte di tutti i maschi siciliani. Vale a dire tacendo molto e fermandosi non appena dal silenzio affiora qualcosa da 36

dire, come se le due cose assieme, camminare e parlare, fossero troppo complicate, incompatibili fra loro. Come se lo sforzo necessario a ciascuna richiedesse una forma di applicazione esclusiva. È proprio in quel periodo, spinto pure dai dilemmi della lotta al terrorismo, che decido di scrivergli una lettera. Una letterina, dieci righe appena, ma molto dense. O almeno: che nelle mie intenzioni devono risultare molto dense. Certo, in alternativa potrei sforzarmi di trovare qualche amicizia in comune o andare alla presentazione di un suo libro e portargliene una copia da autografare; per sfruttare quella manciata di secondi di comunanza che si creano e subito si perdono fra scrittore e lettore. In quel breve momento avrei potuto dire qualcosa di intelligente e cercare di fare colpo su di lui. Preferisco invece la forma epistolare di contatto perché mi pare più immediata e più adatta a un uomo di lettere, da parte di un aspirante uomo di lettere. Prendo spunto da una notarella nella quale Sciascia racconta del suo rapporto con Brancati, di come a Caltanissetta, frequentando da alunno lo stesso liceo dove Brancati insegnava, Sciascia lo osservasse quasi spiandone i comportamenti, nella speranza di assorbirne, per via di qualche osmotico sistema, la linfa dell’intelligenza e della scrittura. Citando quella nota gli scrivo, più o meno: Caro Sciascia, Lei per me è un Maestro. Così come lei osservava Brancati, io pure, di nascosto, osservo lei.

Che nella sua forma lapidaria, letta oggi, risulta una 37

sparata di gran presunzione. Cioè: io ventenne, senza aver pubblicato nemmeno una riga, senza possedere nemmeno un mestiere qualsiasi, immagino di proseguire una catena i cui primi anelli sono rappresentati da Brancati e Sciascia. Se non Pirandello prima di entrambi loro. Senza accorgermi di quanto l’approccio risulti involontariamente ridicolo, affranco e spedisco la lettera, entrando subito nella fibrillazione dell’attesa pessimistica, ben sapendo che difficilmente Sciascia troverà il tempo di rispondere. Il pessimismo di questo tipo di attesa appartiene a un genere molto particolare. Si spaccia per pessimismo comprensivo, ma fin dall’inizio cova un seme di risentimento. Mentre tu aspetti, il pensiero «Capisco che lui abbia altro da fare» comincia a smottare impercettibilmente in «Cosa crede di avere altro da fare?». Sottinteso: invece di rispondere al sottoscritto. Dibattuto in questa attesa miscelata di finta modestia e autentico malanimo, trascorro prima settimane e poi mesi. Passa la primavera, poi l’estate e l’autunno. In inverno non ci penso nemmeno più. Leonardo Sciascia, pur essendo mio concittadino – tanto vicino da poterlo toccare, persino uccidere come un fan ha fatto un paio d’anni prima con John Lennon –, rimane un modello inarrivabile. Nel mio limbo di attesa senza più attese continuo a leggere i suoi libri e gli interventi sui giornali senza negarmi una punta di acido scetticismo. Leggo e penso: «Scrivi, scrivi; tanto, per quanto belle e bene allineate, sono solo parole, mentre quando si tratta di dare un segnale a un giovane intellettuale (che sarei io) te ne freghi». Come mio padre, come la mia famiglia, come la società, come tutti. Avvita38

to in questa spirale di pessimismo giovanilistico, non esito a relegare il mio scrittore preferito nel mazzo di coloro che si frappongono fra me e una confusa forma di felicità e realizzazione personale. Bisogna sapere che in quegli anni io divido l’appartamento con un amico. Fabrizio. Anzi, per la precisione: Fabrizio mi ospita a casa sua, essendo io quasi del tutto privo di sostentamento. Si tratta di un’amicizia virile, di quelle che Borges definisce con tanta precisione: che si affrettano a tralasciare la confidenza per fare a meno ben presto anche della conversazione, nutrendosi di partite a scacchi e comunicazioni di servizio. È un amico di poche parole, Fabrizio, e io per questo lo apprezzo. Talmente poche parole sentiamo il bisogno di scambiarci, che non si dilunga nemmeno la sera in cui distrattamente mi porge una busta. «Questa è per te. Era arrivata verso aprile. L’avevo messa nella tasca del cappotto, poi ho fatto il cambio di stagione ed è rimasta lì per tutto questo tempo». Maledette estati siciliane, sempre così lunghe. La lettera è di Sciascia. Ha risposto subito, adoperando più righe di quelle che gli avevo indirizzato io. Dice: Caro Roberto Alajmo, la sua lettera mi è di grande simpatia. E non come maestro – lo sono stato per vent’anni alla scuola elementare. Venga qualche volta a trovarmi. Quando sono a Palermo (e ci sarò dalla fine di maggio), di solito, la sera vado alla Galleria Arte al Borgo di via Mazzini. Con i saluti e gli auguri più cordiali, Leonardo Sciascia

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Non ci vado subito. No. Diciamo quasi subito. Non voglio andarci subito per non dare l’impressione di precipitarmi appena ricevuta la lettera, risultando così troppo asfissiante. Nella mia idea il rapporto fra me e Sciascia dovrà essere un po’ come quello fra me e Fabrizio: poche parole, con l’intento soprattutto di evitare gli eccessi di zelo da parte mia. Poi però rifletto che la lettera io avrei dovuto riceverla già da diversi mesi, visto che lui da diversi mesi me l’ha mandata. Per cui rompo gli indugi, scelgo un abbigliamento adeguato, non troppo studiato, e mi presento alla Galleria Arte al Borgo, come da istruzioni. In quei locali Sciascia negli anni ha ricreato, come in laboratorio, un circolo di conversazione in tutto simile a quelli che ancora si trovano nei paesi siciliani. Intanto, sono ammessi a partecipare solo uomini. Niente donne. Non che non le lascino entrare, ma visto che non sono ammesse a parlare, si tengono spontaneamente alla larga. Una volta che la fotografa Letizia Battaglia è venuta a fare qualche immagine, quasi nessuno le ha rivolto la parola. Quanto ai maschi, i presenti sono suddivisi in due categorie, gli Iniziati e gli Apprendisti. Anche senza bisogno di istruzioni io so bene di essere un Apprendista, e di primissimo pelo per giunta. Non c’è bisogno di spiegare che non ho diritto di parola. Del resto, sono non più di una decina le persone autorizzate a parlare pubblicamente. Beninteso: un Apprendista può rivolgersi a Sciascia e agli altri Iniziati, ma solo individualmente e per brevi momenti. Non posso quindi formulare comunicazioni che valgano erga omnes, e non sono così incosciente da prendermi confidenze con chicchessia. Quel primo pomeriggio non apro 40

bocca con nessuno, a parte Sciascia, solo per presentarmi. E anche questo con la massima brevità, giusto per verificare che si ricordi di me, della mia lettera. Si ricorda, e questo mi riempie di orgoglio. Poi mi metto in disparte a osservare il rito di formazione della cerchia degli Iniziati. È un circolo di nome e di fatto, i posti a sedere sono ordinati in cerchio. In posizione di preminenza, su una poltrona, siede Sciascia. Attorno a lui si accomodano i suoi accoliti. Dopodiché la conversazione può cominciare. Che sia cominciata si capisce dal fatto che si è fatto silenzio, e nessuno parla più. Si tratta di una conversazione spiazzante e, per un neofita, persino imbarazzante, composta com’è molto più da vuoti che da pieni. Dopo che tutti gli Iniziati hanno lasciato sedimentare a lungo il silenzio, uno di essi lancia un argomento qualsiasi. Può essere un tema d’attualità, o uno spunto letterario, una constatazione politica. Formulata l’ipotesi, tutti gli astanti rivolgono lo sguardo verso Sciascia per scrutarne la reazione. Se lui commenta, parte la conversazione vera e propria, nella quale ognuno è libero di dire la propria opinione, e allo scrittore spetta il compito di chiudere la discussione traendo le conclusioni. Se invece Sciascia non si mostra interessato a commentare la prima frase, l’argomento cade e comincia un silenzio se possibile ancora più profondo di quello iniziale, che dura fin quando un altro dei suoi amici propone un altro spunto. Allora tutti guardano nuovamente Sciascia, eccetera eccetera. Come gli altri, ma più discosto, anche io lo osservo, e come gli altri aspetto le sue parole come un assetato può aspettare l’acqua nel deserto. Il pomeriggio se ne va in 41

questa maniera che qualcuno potrebbe considerare frustrante, ma dubito di averne trascorso uno più istruttivo, nel prosieguo della mia vita. Purtroppo non posso dire, come a quanto pare invece possono un sacco di altre persone, che in seguito i miei rapporti con Sciascia abbiano fatto significativi progressi. Ho continuato ad osservarlo da lontano, abbeverandomi delle sue poche parole, dei molti silenzi e del suo sguardo ironico e sporadico. Ancora oggi, quando mi viene sete di capire certe cose, sento la mancanza non solo delle parole, ma persino dello sguardo di Leonardo Sciascia.

Triste, solitario e Mundial

Per dire di quante cose siano cambiate a cominciare da allora: sarà una sciocchezza, ma è dall’edizione 1982 che per definire il campionato del mondo di calcio si dice Mundial. Prima si diceva tutto per esteso: campionato mondiale di calcio. Al massimo della sintesi: il Mondiale. Dall’edizione di Spagna ’82 s’è cominciato a dire Mundial, e anche dopo, persino in Giappone & Corea s’è sempre detto Mundial. Come se lo spagnolo fosse la lingua ufficiale del calcio giocato a tutte le latitudini del mondo, e a quell’edizione spettasse una specie di diritto onomastico. Magari è niente, però pure questo forse qualcosa vuole significare. Devono esserci state delle qualificazioni, per arrivare alla fase finale. E nei mesi immediatamente precedenti i giornali, le televisioni devono averne parlato in abbondanza. Servizi sulle avversarie dell’Italia nel girone eliminatorio, sulle favorite, su come la Spagna si stava preparando a ospitare l’evento. Ebbene, io devo essermeli persi tutti, nessuno escluso, perché non ne conservo memoria. L’incombenza del servizio militare ha assorbito ogni mia energia mentale. Il mio cervello è già saturato di no43

zioni che riguardano il nuovo mondo in grigioverde che mi accingo ad affrontare, per cui ogni altro dato viene messo da parte come superfluo, prima ancora che inutilizzabile. Di fronte alla tragedia del mio anno di cattività nell’esercito, ogni altro evento globale passa in secondo piano. Il campionato mondiale di calcio – d’ora in poi semplicemente Mundial – in quel momento non è all’ordine del giorno. Allo stesso modo, ogni altro evento calcistico mi scorre addosso suscitando minimi soprassalti. In campionato è l’anno della craniata fra Antognoni e Martina, che fa temere il peggio per il numero dieci della nazionale. Il Milan torna in serie B, stavolta di sua spontanea volontà, senza nemmeno bisogno di penalizzazioni. La Juve vince il ventesimo scudetto alla solita maniera: rigore decisivo di Brady all’ultima giornata, mentre la diretta rivale, la Fiorentina, si vede negare un gol regolare di Graziani. L’Inter infila la solita stagione né carne né pesce, piazzandosi quarta assieme alla Roma. In Coppa Uefa, fuori ai sedicesimi di finale dopo aver pareggiato in casa 1-1 e perduto 3-2 fuori, ai tempi supplementari: con la Dinamo Bucarest, nientemeno. Però la formazione si legge a filastrocca, per cui se mi sforzo un po’ riesco ancora a metterla assieme: Bordon Bergomi Oriali / Baresi Collovati Bini / Bagni Cucchi Altobelli Beccalossi Bergamaschi. Bergamaschi all’ala sinistra, che tenerezza. La consueta mediocrità dell’Inter mi aiuta a pensare solo alla pessima estate che mi si prospetta. E tanto meno riescono ad appassionarmi le vicende dello sport mondiale. L’Aston Villa prosegue la serie delle squadre inglesi che 44

vincono la Coppa dei campioni, battendo a Rotterdam in finale il Bayern di Monaco con un gol di Peter Withe al sessantanovesimo. Saronni vince in volata il campionato del mondo di ciclismo, dopo che però Hinault ha fatto l’accoppiata Giro-Tour. Il finlandese Keke Rosberg su Williams vince il mondiale di Formula 1 quando ormai Gilles Villeneuve s’è andato ad ammazzare con la sua Ferrari durante le prove del Gran premio del Belgio, a Zolder, in maggio. L’americano Phil Mahre si aggiudica la Coppa del mondo di sci. Nel tennis Wilander vince a Parigi e Connors a Wimbledon. E con questo? Per non dire di North Carolina che vince il campionato universitario americano di basket battendo Georgetown 63-62, col tiro decisivo nel finale di uno sconosciuto, Michael Jordan. Tanto piacere per lui, per loro, per tutti loro (tranne Villeneuve): alla vigilia del Mundial io ho altro a cui pensare. Né si può dire che la nazionale italiana susciti entusiasmi. Nel girone di qualificazione ha eliminato Grecia, Danimarca e Lussemburgo, senza mai convincere del tutto. Io poi, animato da spirito di contraddizione, disapprovo quasi tutte le scelte di Bearzot, compresa quella di portarsi dietro il peso morto di Paolo Rossi, fresco reduce dalla squalifica di due anni legata alle scommesse clandestine. L’opinione pubblica nazionale non tollera che abbia soffiato il posto al capocannoniere del campionato, Roberto Pruzzo. Al commissario tecnico io però non perdono soprattutto l’ostracismo che riserva al miglior talento sprecato della sua generazione: Evaristo Beccalossi. Il giocatore che io, da interista privo di prospettiva storica, difendo dalla mentalità di un allenatore che gli preferisce il para45

dosso di un fantasista-ragioniere che risponde al nome di Giancarlo Antognoni. Viste le premesse e forse anche per una forma di antipatriottismo di reazione, prima ancora del penoso girone di eliminazione che vede l’Italia contrapposta a Perù, Polonia e Camerun, io faccio una scelta terzomondista, optando per un tifo trasversale che accomuna tutti i diseredati del mondo, compreso un Honduras capace di perdere 10-1 con l’Ungheria e festeggiare con ironico entusiasmo in occasione del proprio gol della bandiera. Anche perché dopo la vittoria all’esordio del Belgio sui campioni in carica dell’Argentina, sulle prime sembra davvero il campionato del mondo alla rovescia, con l’Algeria capace di battere la Germania 2-1 con gol di Madjer, detto «il tacco di Allah». Un anelito di rivolta globale è nell’aria, e visti i livelli di gioco dell’Italia nei primi incontri (due pareggi impalpabili contro Polonia e Perù), alla terza decisiva partita io sono già pienamente schierato dalla parte del più debole, ossia del Camerun, che si gioca lo storico ingresso ai quarti di finale con almeno due giocatori indimenticabili: il portiere pazzo N’Kono, e l’eterno centravanti Roger Milla, di cui nessuno, lui compreso, ha mai conosciuto con precisione l’età. Lo svolgimento della gara è la dimostrazione di quanto il mio terzomondismo fosse mal riposto. Nel deserto calcistico viene prima un gol di Graziani subito controbilanciato da uno di M’Bida. La puzza di intortamento si sente da molto lontano, anche se in seguito nessuno è riuscito a dimostrare nulla. Il sospetto è che i camerunesi, in cambio di non si sa quale piatto di lenticchie, si siano resi disponibili a cedere il passo agli 46

italiani, cosa che avviene a parità di punti in classifica, per la miseria di un singolo gol segnato in più. Quello di Ciccio Graziani, appunto. Graziani, detto il Generoso Graziani, fa coppia fissa in attacco con Paolo Rossi, detto il Volenteroso Paolo Rossi. È difficile stilare classifiche in proposito, ma non è azzardato affermare che mai una coppia d’attacco è risultata meno entusiasmante, almeno a priori. Il Volenteroso, in particolare, nel corso delle prime tre partite, si aggira in prossimità delle aree avversarie con le movenze e i risultati di un’anima in pena. L’Italia intera ne rivendica l’esilio, oltre che l’immediata sostituzione al centro dell’attacco. Anche negli altri gironi, malgrado il mio supporto morale, la rivolta calcistica delle popolazioni del Sud del mondo si esaurisce in una breve fiammata. Durante Francia-Kuwait uno sceicco-dirigente invade il campo e minaccia di ritirare la squadra, indignato per un gol irregolare dei francesi. Tanto basta sul momento a far ritrattare l’arbitro, che si rimangia la decisione di convalidare. Anche se poi i francesi il loro quarto gol lo segnano lo stesso, e finisce come la logica calcistica prevede che vada a finire ogni Francia-Kuwait. Camerun a parte, anche la gloriosa Algeria, dopo aver battuto la Germania, deve cedere a un complotto teutonico fra la stessa Germania e l’Austria, che combinano una vittoria di misura dei tedeschi a tutte spese dei terzi incomodi nordafricani. Malgrado gli stessi punti in classifica, l’Algeria viene eliminata per differenza reti. La sommatoria degli scandali e l’antipatia istintiva nei confronti della squadra italiana mi portano in quei giorni 47

a esultare perversamente per la composizione del girone a tre dei quarti di finale. A noi – anzi, a loro – toccano l’Argentina e il Brasile. Ah-ah. Tanto peggio, tanto meglio. L’Argentina è l’Argentina di Maradona, che si è subito ripresa dal collasso dell’esordio, e il Brasile è il Brasile di Falcao, Socrates, Cerezo, Zico. Speranze di qualificazione per l’Italia: zero. Ah-ah. Nel suo articolo di presentazione del primo incontro con l’Argentina, su «Repubblica», Gianni Brera mette una serie di mani avanti: Tra l’Italia attuale e i cugini d’oltre Atlantico corrono almeno due classi di differenza e limitandomi a due classi mi sento patriota in giusta misura […]. Purtroppo, sappiamo tutto del calcio, in Italia, fuorché giocarlo con un po’ di decenza […]. Parlando secondo logica siamo sotto di almeno due gol: ma poiché sappiamo da sempre che la logica non ha senso nel calcio considerato a priori, vediamo di stare allegri.

Di allegria parla anche alla vigilia il commissario tecnico sudamericano, Cesar Luis Menotti: «Dobbiamo regalare al popolo argentino un po’ di allegria». Dopodiché si lascia scappare un giudizio sprezzante che suscita persino il mio spentissimo orgoglio nazionale: «Gli italiani sono calcisticamente indietro di almeno cinquant’anni». Una cosa che in Italia in quel momento pensiamo tutti, ma che detta da lui, o da chiunque altro, risulta irritante. Dall’altra parte Bearzot è l’unica voce che rompe l’offeso silenzio stampa della nazionale azzurra, e per carica48

re l’ambiente non trova di meglio che una formula di incoraggiamento come: «Non temo il diluvio». Per dire quali sono le premesse della vigilia. Quella che al momento è la nazionale più antipatica di tutti i tempi – titolo indiscusso almeno fino al gruppo di Arrigo Sacchi, nei primi anni Novanta – scende in campo contro l’Argentina con l’apparenza di una sola idea in testa, ossia piazzare Gentile come una mignatta a succhiare il sangue e persino l’aria attorno al genio di Maradona. Col senno di poi c’è qualcosa di antico e persino mitologico, in quella marcatura. Maradona è l’architetto del tempio di Diana a Efeso, e Gentile rappresenta l’oscuro pastore Erostrato che invece diede fuoco al tempio e lo distrusse. Brera nel suo commento dell’indomani evoca un mito diverso, Leonida e le Termopili: Il calcio italico, ridotto alla sua essenza paesana, esprimeva paura canina, cioè in certo modo feroce, perché è assodato che i cani mordono quando hanno paura…

In sintesi, questa paura canina si manifesta con la gloria dei gregari. Vista la perdurante latitanza del Generoso e del Volenteroso, sono difensori e centrocampisti che si incaricano di cantare, oltre che portare la croce. Dopo il primo tempo, gli argentini si lanciano ciecamente a mordere chi li mordeva, e il contropiede è una nemesi che si incarna in una apertura di Antognoni per Tardelli: uno a zero. Il secondo gol è predestinato a metterlo dentro Cabrini, e quando Passarella riuscirà a trasformare in rete la 49

sua punizione da fuori area (con barriera ancora da piazzare) mancano solo pochi minuti alla fine, troppo pochi per immaginare una rimonta. La chiusa dell’articolo di Brera fa riferimento ai cinquant’anni di ritardo italiano preventivati da Menotti alla vigilia: Ah, siamo arretrati? Prendi questo mezzo secolo e porta a casa. I mezzi secoli pesano tonnellate. E poi, che maledetta noia sarebbe il calcio, se a vincere fossero sempre i migliori.

Per tornare all’approccio mitologico, si tramanda in questo caso il nome di Maradona, ma solo per meriti ancora di là da venire: perché nell’immediato il turno è destinato a passarlo invece Erostrato-Gentile, il distruttore. Oddio, non è proprio un passaggio di turno. Tutt’altro. Con l’Argentina si è giocato solo mezzo quarto di finale. Anzi, per quel che conta, un quarto di quarto. C’è ancora da fare più punti del Brasile, che nell’incontro successivo ha tutto il comodo di battere gli stessi argentini, ormai demotivati, con un gol di scarto in più. Per cui può presentarsi alla sfida decisiva con due risultati su tre a disposizione per passare stavolta davvero il turno. L’articolo di Brera anche in questa vigilia è improntato a ironico pessimismo: Dovessi impostare io la squadra contro il Brasile, incomincerei con un breve pellegrinaggio al Tibidabo, dove mi risulta agisca in prode ai poveri cristi una madonna miracolosa […]. Avvenisse mai che la madonna del Tibidabo facesse la grazia, allora viva!, andrei in processione vestito da flagellante e chiederei perdono al buon dio per aver dubitato.

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Quanto a me, tutte le partite del Mundial io sono destinato a vederle in caserma. Il capofuriere è una specie di genio maligno, che si applica molto più di me e quindi è capace di leggere i calendari del Mundial e prevedere la collocazione delle partite dell’Italia. Sulla base degli ordini di servizio da lui stilati, io risulto bloccato in caserma ogni volta che gioca la nazionale. Non che mi importi, almeno per la prima fase. Ma poi, se non altro per principio, vedere la partita si trasforma in una perversa curiosità. La visione degli incontri diventa per me un’avventura a ostacoli. Di nessuno posso dire di avere una visione unitaria e continuativa. Li vedo piuttosto saltando da un televisore all’altro, da uno grande a colori a un altro minuscolo in bianco e nero, certe volte facendo altro e correndo appena le urla dei commilitoni lasciano pensare a qualche azione succulenta. La partita col Brasile la vedo addirittura mentre sono di guardia. Cioè, praticamente non la vedo affatto. Faccio appena in tempo a vederla cominciare e poi scatta il turno che il perfido capofuriere mi ha piazzato per pura antipatia in concomitanza con lo scoccare della mezz’ora di gioco. Potrò raccontare tuttavia ai nipoti di aver visto in diretta i primi tre gol, i primi due di Rossi e il pareggio momentaneo di Socrates. Poi devo montare su una torretta a fare la guardia al nulla, e da quel momento l’unica risorsa è rappresentata da una radiolina che mi porto dietro, col rischio che se se mi scoprono finisco in punizione. Ma la mezz’ora di gioco drammaturgicamente perfetta che ho appena visto mi basta a decidere che vale la pena di rischiare anche di finire al carcere militare di Forte Boccea, lo spauracchio assoluto di quei mesi di caserma. 51

A essere sinceri, dopo la vittoria con l’Argentina io ho un po’ riposizionato i miei sentimenti nei confronti della nazionale di Bearzot. Né penso di essere l’unico italiano a essersi ricreduto, in quei giorni. Ma nella solitudine della torretta, immaginando quel che il radiocronista descrive – l’esordio di Bergomi, fra l’altro – io percepisco con grande nettezza che in assenza di Camerun e Algeria, la squadra terzomondista rimasta in gara è proprio l’Italia. Calcisticamente parlando, beninteso. Il Brasile è una squadra formata da undici architetti, ciascuno in grado di costruire un tempio di Diana a Efeso, e l’Italia da altrettanti Erostrati, capaci di passare alla storia solo in virtù della loro capacità distruttiva. In fondo, la tattica catenaccio e contropiede risulta adorabile solo dalla effettiva applicazione delle due componenti: se manca l’efficacia del contropiede, rimane solo la tristezza del catenaccio. Dopo i tre catenacci-e-basta della prima fase, il più Erostrato di tutti risulta essere proprio il Volenteroso Paolo Rossi, che dopo aver giocato quattro partite in forma di cataplasma, inaugura proprio contro il Brasile uno stato di grazia che ha tutte le sembianze dell’evento miracoloso. Non che giochi meglio di prima. Assolutamente no. Ma a partire da quel momento, improvvisamente si trova a dispiegare un culo portentoso, come mai altri se ne sono visti sui campi di pallone. Rossi vaga all’apparenza senza costrutto in area di rigore, e i palloni vanno a sbattergli addosso a casaccio, su tutte le parti del corpo. E finiscono in rete. S’è scritto con ragione che se quella partita si rigiocasse altre cento volte, cento volte vincerebbe il Brasile. Forse è vero. Ma la dissolutezza brasiliana nel cercare una vit52

toria quando basterebbe un pareggio è anche sintomo di un destino sciagurato. Nel finale, gli attacchi alla cieca dei brasiliani alla ricerca del terzo gol sono, anche riferiti dalla radio, quasi commoventi. Quando Zoff blocca proprio sulla linea un pallone colpito di testa da Socrates, trascorrono momenti di tensione e incomprensione. Sulla torre di guardia non posso confrontarmi con nessuno. Non c’è nessuno su cui scaricare non solo il nervosismo, ma addirittura la stessa certezza che la partita stia andando come pare stia andando: in totale contromano rispetto al senso razionale delle cose. In fondo, il radiocronista potrebbe mentire, potrebbe essere tutta una menzogna, come la Guerra dei mondi di Orson Welles. Dalla torretta non si vede nessuno mai, tanto meno quel pomeriggio, quando tutti si trovano davanti al televisore. Sento delle grida, in corrispondenza dei gol, ma smorzate, e devo fidarmi di quel che riferisce il radiocronista. Sul colpo di testa di Socrates, Zoff ha fermato la palla prima che varcasse la linea: «Non è gol! Non è gol!» La rivendicazione quasi isterica del portiere l’avrei vista solo dopo, nel corso di una replica, assieme allo stupore sui volti dei giocatori brasiliani. Tutte cose che ho rivisto ancora e ancora, ogni volta che la televisione, negli anni successivi, ha ritrasmesso quella impensabile partita, seconda per venerazione solo a Italia-Germania 4-3, che tuttavia risulta memorabile soltanto per la spudorata mezz’ora dei tempi supplementari. Rivedendo le immagini sgranate, i brasiliani sembrano attoniti come è logico che sia, trovandosi di fronte alla grande ingiustizia che 53

hanno appena subito. Ma di Grandi Ingiustizie si è sempre nutrita la storia, specialmente la storia del pallone. Hanno rubato, gli italiani? Forse. Di sicuro c’è che scendendo da quella torre di guardia io mi ritrovo completamente trasformato, convertito al tifo per l’Italia come mai ero stato, nemmeno da bambino. Tornando fra i vivi scoprirò di non essere l’unico, a livello nazionale. Paradossalmente, malgrado l’entusiasmo che ormai pervade la nazione intera, le due partite successive sono una specie di anticlimax, se paragonate allo psicodramma di Italia-Brasile 3-2. Uno si aspetterebbe una classica sequenza di sfide di crescente difficoltà. Ma succede il contrario. Perfino la finale, ma di sicuro la semifinale contro la Polonia appare come una formalità da sbrigare senza esitazioni. Difatti la pratica viene archiviata, grazie al fortunato vagabondare a ridosso della porta avversaria del non più solo Volenteroso Paolo Rossi. A intervalli regolari, traiettorie disperse del pallone, dopo avere impattato sulle più svariate parti del suo corpo, finiscono per rotolare in fondo alla rete. Con la Polonia finisce 2-0, e ancora una volta potrò dire un giorno che io non c’ero. Perché ero su una torre di guardia. Quando rimane da affrontare solo la finale, io mi sono ormai trasformato da scettico antipatriottico in tifoso a tempo pieno. Su Paolo Rossi ho cambiato la rotta delle opinioni fino a invertirla di 180 gradi. Quando alla vigilia vado dal capofuriere a implorare un cambio di turno – considerato che avevo visto tutte le partite in caserma, se non proprio in cima a una torre di guardia –, lui mi fa una specie di interrogatorio per capire se la mia conversione al 54

colore azzurro è autentica o dettata da qualche altra contingenza. Forse teme che voglia andare a donne proprio in coincidenza con la finale dei mondiali. Io cerco di rassicurarlo recitando il rosario della formazione e fornendogli altre prove di devozione. Entro persino in qualche dettaglio tecnico per dimostrare la mia appassionata competenza. Credo di essere stato convincente, ma credo pure di non aver avuto speranze fin da principio: malgrado tutte le mie rassicurazioni, il capofuriere scuote la testa e mi spiega che comunque ormai è tardi, e non saprebbe chi mettere al mio posto. La finale contro la Germania posso dire di averla vista cominciare e basta. Poi vengono a chiamarmi per il cambio della guardia. Pare una scena da Dead man walking, in marcia verso la camera a gas, anche se devo soltanto dare il cambio ai fortunati che potranno godersi il resto dell’incontro, fino al termine. Beati loro. La partita riuscirò a vederla solo qualche anno dopo, in tempi di calcio ultramuscolare, rimanendo sorpreso di fronte al fisico mingherlino di tutti i giocatori. Mai s’è visto in seguito un difensore rachitico quanto Scirea. Che tenerezza le gambe di Antognoni, che sembrano fatte di fil di ferro. E che compassione pure Paolo Rossi, sempre in procinto di soccombere al primo alito di ogni difensore. Tutte riflessioni elaborate col senno di poi. In diretta, l’11 luglio del 1982, la partita posso ascoltarla, ancora una volta, solo per radio. Con minori sensi di colpa, rispetto alla volta precedente, supponendo che nessun tribunale militare potrebbe condannarmi per aver disertato col pensiero, ascoltando la radiocronaca della finale durante 55

un iniquo turno di guardia. In fondo è anche questo un richiamo dell’amor di patria. Dalla radio apprendo del rigore sbagliato da Cabrini, che mi fa piombare in un’angoscia solitaria, piena di presagi funesti. Dalla radio apprendo dei gol di Rossi e di Tardelli, e solo molto dopo riuscirò a vedere la famosa corsa urlante e liberatoria che segue il due a zero. Arrivato al gol di Altobelli, posso solo immaginare il delirio di tutto il paese. La cosa strana è che lì, sul momento, non sento nulla, nemmeno un urlo. Nessun riscontro. Solo silenzio. Silenzio e radio. Mi aggrappo proprio alla radio e dalla radio vengo a sapere del gol di Breitner in un misto di terrore e speranza di salvezza. Speranza che sia troppo tardi per subire una rimonta. E alla fine è solo assieme alla mia radio che posso condividere l’entusiasmo. La torre di guardia che mi è toccata stavolta dà su un campo di stoppie. C’è di buono che un eventuale assalitore può essere avvistato e ucciso con grande anticipo. Di brutto, invece, che radiolina a parte io posso benissimo credere di essere rimasto l’unico abitante superstite del pianeta terra. Persino gli edifici della caserma sono distanti. Mi trovo del tutto isolato. Da qualche parte l’Italia è diventata campione del mondo di calcio e io mi ritrovo completamente solo. Spengo la radiolina e rimango all’ascolto, per distinguere almeno l’eco di qualche esultanza. Niente. Niente di niente. Penso di riaccendere subito la radio per coprire quel vuoto e aiutare l’immaginazione a partecipare alla gioia collettiva, ma con mia stessa sorpresa, rimango col dito fermo sulla coroncina di accensione dell’apparecchio. 56

Esito, e poi smetto pure di esitare: tolgo il dito dalla coroncina perché il silenzio del campo di stoppie mi sembra più giusto. Non so come dirlo diversamente: più giusto. Il momento del massimo godimento è passato, e posso dire di essermelo perso. Da solo non c’è gusto a impazzire di felicità. E l’alternativa è solo spegnere la radio e vedere se per caso un tedesco voglia approfittare del momento di distrazione nazionale per aggredire il paese campione del mondo. Il paese che io rappresento su questa torre di guardia. Se lo facesse – un tedesco immaginario, in maglia bianca, calzoncini da calcio ed elmetto della seconda guerra mondiale sulla testa – io gli ordinerei tre volte l’altolà, secondo regolamento, dopodiché gli sparerei senz’altro. Sicuro che lo farei, anche in mezzo alle lacrime. Lacrime di gioia, sia detto a scanso di equivoci.

Libertà limitata

Bergomi in nazionale è un altro indizio di invecchiamento. Non è nemmeno escluso che fra le cause dei miei capelli improvvisamente bianchi c’entri la sua convocazione. Potrebbe entrarci benissimo. La sua convocazione e non la mia, cioè. Il fatto che Bearzot in Spagna abbia preferito portarsi dietro lui e non me. Questa rappresenta la conferma quasi definitiva del fatto che per me in nazionale non ci sarebbe mai stato spazio, almeno nel corso dell’attuale esistenza. Ogni bambino o adolescente maschio, più o meno in segreto, spera che prima o poi la convocazione arrivi; ci crede sempre meno man mano che cresce e matura, ma continua a sperarci, in fondo al proprio cuore. Fino a quando un certo giorno smette di crederci, capisce che non ha senso continuare a coltivare anche solo un barlume di speranza. È in quel preciso momento che smette di crescere e comincia ad invecchiare: quando capisce che la chiamata in azzurro è destinata a non arrivare mai. Inoltre, fino a quel momento, non è mai successo che finisse in nazionale un giocatore più giovane di me. Qual58

cuno ha detto che diventi vecchio nel momento esatto in cui scopri che il tuo giocatore preferito è più giovane di te. Se quindi i miei capelli sono diventati bianchi, forse la colpa è pure di Giuseppe Bergomi. Forse. O forse no. Mundial a parte, o forse anche Mundial compreso, tutta l’annata 1982 viene assorbita, a livello mentale, dal servizio di leva. Anche prima dell’arrivo della cartolina non faccio altro che aspettare la chiamata, praticamente. La aspetto con la serena disposizione di un filosofo romano che sa di essere sul punto di ricevere l’ordine imperiale di togliersi la vita. Con rassegnazione, cioè, ma anche con la consapevolezza di stare per subire un torto irreparabile. Un po’ alla volta comincio a mollare i primi lavoretti, considerato pure che comunque venivano pagati talmente poco da non rappresentare una gran perdita. Allo stesso tempo mi congedo dagli amici ricevendo in cambio delle gran pacche sulle spalle. Mi dicono tutti: «Che sarà mai?» Io pure dico: «Che sarà mai?». E tuttavia, malgrado lo stoicismo di facciata, vivo questa lunga vigilia con apprensione. Fra l’altro, per diversi mesi rimango in attesa di sapere la data esatta, per cui il futuro resta un banco di nebbia che mi appare allo stesso tempo vicino e indeterminato. Se si eccettuano i rapporti con Maria e quelli quasi solo epistolari con I., per alcuni mesi mi ritiro a condurre una vita semiascetica, per quanto ascetica possa risultare la vita di un ventenne in buone condizioni di salute. Aumenta in quel periodo la propensione all’ascolto della musica classica, convinto come sono che la brutalità dell’uni59

verso militarista avrebbe avuto rispetto almeno nei confronti della personcina colta che io tengo a essere con tutte le mie forze. Faccio un paio di viaggi, questo sì. Vado a Milano per assistere alle Nozze di Figaro nella già allora famosa edizione di Strehler e Muti. Una botta di turismo culturale a costi estremamente bassi. Trasformo la necessità di procurarmi il biglietto nella virtù di risparmiare una notte di albergo restando in fila all’addiaccio fino all’indomani, così come prescrive a quanto pare la carriera del perfetto melomane. Nell’attesa, assieme agli altri desperados in coda mi dilungo in piccole gare di competenza lirica che aiutano il tempo a trascorrere, fin quando riesco a mettere le mani sul mio biglietto d’ingresso in piccionaia. Un biglietto qualsiasi, non numerato, il meno caro fra quelli disponibili. Una volta entrato, il posto risulta trovarsi in alto sulla destra, talmente in alto e talmente sulla destra che non sono in grado di giudicare come siano dal vivo le scene di Ezio Frigerio. Ne ho visto delle fotografie, però, e posso sforzarmi di immaginarle. Dalla mia postazione vedo i cantanti, ma solo se vengono in proscenio. In compenso, grazie a un binocolino che ogni tanto mi faccio prestare, posso scrutare gli eventuali problemi di caduta capelli da parte di Riccardo Muti. Che comunque non ne ha. È un pomeriggio entusiasmante e malinconico allo stesso tempo. A turbarmi è la consapevolezza di dovere già l’indomani trasferirmi al Centro addestramento reclute di Orvieto, per cui la mia tenuta psicologica risulta piuttosto fragile. Dev’essere per questo motivo che quando vedo Muti arrivare atleticamente sul podio, ringraziare in ma60

niera frugale il pubblico e attaccare senza preliminari quella corsa felice che è l’Ouverture delle Nozze di Figaro, malgrado tutta l’euforica frenesia che emana da quella musica, io non posso fare altro che scoppiare in lacrime. È un pianto composito, scaturito per metà dalla gioia di essere lì in quel momento – alla Scala, al cospetto del genio di Mozart e di Muti – e per l’altra metà dalla disperazione di dover presto lasciare quell’universo raggiante per approdare alla dimensione verde-livido di una caserma. Forse anche in condizioni di spirito normali l’opera avrebbe avuto su di me un impatto travolgente. Così è un’esperienza spirituale che mi lascia voglia di averne ancora, e ancora. Alla fine vorrei nascondermi da qualche parte e aspettare che il resto del pubblico sfolli via, che chiudano il teatro con me dentro. Vorrei diventare un fantasma del palcoscenico, assistere di nascosto a tutte le repliche, anche alle opere successive, alle prove, a tutto. Rifarmi una vita all’interno del Teatro alla Scala. È una vera disdetta che il biglietto abbia una scadenza; quando finalmente esco, lo faccio di malavoglia, con un fardello di malinconia da trascinarmi dietro. Dev’essere quel che si intende quando parlano del sorriso fra le lacrime che è peculiare della musica di Mozart. Vado a dormire convinto di avere scoperto un risvolto musicologico che finora era sfuggito agli studiosi: probabilmente Mozart aveva pure lui ricevuto la cartolina di leva, e scrivendo la musica delle Nozze di Figaro intendeva rendere idea proprio di questo bilico esistenziale. Sempre trascinandomi dietro il fardello della malinconia mozartiana, da Milano vado direttamente a Orvieto. 61

Ci arrivo in treno, l’indomani stesso della mistica esperienza scaligera, in modo che il contrasto risulti più brusco e che magari l’aura di armonia mi faccia da scudo contro l’efferatezza del mondo che mi accingo a conoscere. Sceso dal treno vengo subito identificato, inquadrato e immesso nel ciclo produttivo della caserma. Una volta disposti in riga, il caporale venuto a prenderci alla stazione dice: «Benvenuti alla caserma XXX». Poteva dire di molto peggio. Poteva dire: «Benvenuti all’inferno», secondo il copione di tanti film di guerra. È stato anzi sobrio. Ma c’è qualcosa nel suo tono di voce che mi fa intuire un velo di sarcasmo. Sta di fatto che in un istante, di fronte a quelle quattro semplici parole, l’armatura mozartiana va in frantumi e io vengo scaraventato in una dimensione del tutto ignara di sorrisi fra le lacrime e altre sottigliezze del genere. Lì, mentre sono ancora sul binario della stazione di Orvieto, capisco una volta per tutte che se un uomo armato di fucile incontra un uomo armato (idealmente) di violino, l’uomo armato di violino è un uomo morto. Le prime ore di caserma rappresentano una fedele trasposizione della vita secondo Shakespeare: un racconto narrato da un idiota, pieno di grida, strepiti, furori, del tutto privi di significato. Dopo il trattamento preliminare mi ritrovo svuotato, senza forze nemmeno per approfittare della prima serata di libera uscita, seduto sulla branda che mi hanno assegnato poche ore prima, a guardare una partita di pallone che si svolge su un campetto poco distante, inquadrato dalla finestra della camerata. Si sento62

no le voci dei giocatori ma non si distinguono le azioni di gioco. Dal mio punto di vista, tuttavia, mi sembrano felici, e probabilmente lo sono. Di sicuro lo sono rispetto a me, che mi trovo 365 giorni lontano da qualsiasi forma di felicità personale. Proprio mentre mi trovo seduto sulla branda, che cerco di distinguere i giocatori di quella remota partita, mi arriva un’illuminazione. Tremenda illuminazione: realizzo di essere appena all’inizio del problema. Di fronte a me c’è ancora tutta la montagna da scalare, e io non ho fatto nemmeno un passo avanti. È una montagna sconosciuta, che può franarmi addosso da un momento all’altro. Quel che al momento conosco sul servizio militare me l’hanno raccontato. Gli amici che c’erano già passati possedevano tutto un repertorio di storie del terrore. Una famosa era quella dell’iniezione sul petto. Secondo la versione standard – ma ne esistono diverse varianti, una più raccapricciante dell’altra – ti fanno mettere in fila assieme ad altri nove, e un infermiere-soldato infila a ciascuno un ago nel petto. Poi, col suo comodo, un ufficiale medico passa con un siringone di vaccino che applica all’ago di ciascuno, e procede a iniettare la dose che c’è da iniettare. Dopodiché, svieni. Secondo la versione tramandata, svengono tutti, e tutti si risvegliano dopo qualche ora in preda a febbre alta e tremori su tutto il corpo. Si tratta, per fortuna, di una delle tante leggende che ruotano attorno al servizio di leva: il fatto che siano false non rende la situazione meno drammatica. È che certe atmosfere di pressing psicologico non riescono a trovare una rappresentazione se non in forma leggendaria. La si63

ringa nel petto è un’invenzione, ma non risulta esagerata, nel contesto. La visita medica che faccio io è in sé decisamente meno traumatica, sebbene una mano guantata di lattice che controlla i testicoli qualche apprensione la crei sempre, in ciascuno di noi. In ogni caso, affronto la visita col duplice desiderio che finisca presto e che il medico scopra qualche grave magagna invalidante. Un’insufficienza cardiaca, qualche morbo anche letale, qualsiasi cosa. Ma niente: risulto sanissimo. Piuttosto, c’è da fare i conti col cosiddetto nonnismo, un fenomeno che pure può contare su un’aneddotica diffusa. Nella mia esperienza personale, il primo giorno è passato indenne. Per fortuna, dato che già l’impatto con l’organizzazione militare è risultato abbastanza stressante. Ma non è finita. Quando ormai è notte, nel cuore della notte, scatta un allarme. Urla, rumore di ferro sbattuto su ferro, luci accese d’improvviso. Cosa succede? Nessuno sa con precisione, ma la voce si diffonde nel giro di pochi secondi. Due voci, due ipotesi: ispezione ed esercitazione. Forse entrambe le cose. A capitanare l’ispezione-esercitazione è un ufficiale con tanto di stellette che ci tiene ad apparire il più crudele possibile. Ai suoi ordini bisogna rivestirsi in fretta e cominciare a marciare su e giù lungo i corridoi, sulle scale, in mezzo alle brande. La situazione è surreale, ma siccome tutti siamo preparati al peggio, e quella sembra una buona approssimazione al pessimo, nessuno si azzarda ad avanzare proteste. L’ufficiale comandante prende di mira soprattutto un soldato semplice. Ne scopre alcune colpe tipo scarponi poco lucidi (e li ha lucidissimi) o capelli ancora lunghi (e 64

li ha cortissimi), punendolo ripetutamente, in maniera vessatoria. Noi reclute siamo sotto shock per la scoperta dell’universo concentrazionario in cui ci rendiamo conto di essere capitati. Nessuno apre bocca, nessuno fiata fin quando, dopo un’oretta di ispezione-esercitazione, l’ufficiale si rivela per quel che è: il travestimento di un soldato semplice alle soglie del congedo. Simmetricamente, il soldato sottoposto alla raffica di punizioni è in realtà un ufficiale che si è prestato al capovolgimento delle parti. Un carnevale, insomma. Un classico carnevale con tanto di inversione di ruoli consolidati. Una raffinatezza antropologica che dovrebbe far ridere. Ah-ah. E perfino tutti noi, reclute che non siamo altro, ridiamo. Semel in anno, dico a me stesso. Torniamo a dormire che ancora non abbiamo smesso di ridere. Ma io penso: purché sia veramente semel. Tutto il seguito del servizio militare tende a somigliare più o meno, per senso dell’umorismo prevalente, a quella prima nottata. Rispetto alla media delle reclute io posso fare affidamento su un’aura da intellettuale, oltre che su qualche anno in più degli altri. Forse in virtù di questo riesco a scansare gli scherzi più pesanti. Ma il clima resta da caserma: e non c’è paradosso che possa meglio esprimere il concetto. Il fatto che gli scherzi siano rivolti ad altri e non a me non esclude che poco alla volta anch’io ne rimanga intossicato. Come quando in molti fumano in una stanza chiusa. Anche se non lo sai, stai fumando pure tu. Mi abituerò. Mi sforzo di abituarmi. Ma in realtà no: non mi abituo affatto. L’intossicazione prosegue e io somatizzo elaborando una forma acuta di stitichezza. Il mio 65

corpo si rifiuta di riciclare alcunché per oltre una settimana. I gabinetti della caserma sono ripugnanti, e questo contribuisce senz’altro. Ma chiudermi in me stesso è una decisione che non dipende solo dalla mia volontà e dal desiderio di condizioni igieniche migliori. Sono diventato estremamente introverso, e continuo a tenermi tutto dentro fin quando – dopo una settimana, appunto – riesco a ritagliarmi un giorno di licenza e a raggiungere Roma, dove certi parenti mi accolgono. Capendo il mio stato di necessità si accontentano di sommari saluti, prima di indicarmi la porta del bagno. In pratica riesco a fare un compromesso con la componente più integralista di me stesso: il gabinetto di casa dei parenti è in tutto e per tutto assimilabile a quello di casa mia. Quindi, posso. Sono giorni di assestamento, in cui cerco di procurarmi una scorza che almeno all’apparenza mi consenta di rimanere indifferente mentre il mondo reale viene smentito e smantellato giorno dopo giorno. Persino la libera uscita, a Orvieto, è un tormento. È, per la precisione, come svegliarsi da un incubo e scoprire che l’incubo ti sta aspettando anche fuori dal sonno. Non escludo che la cittadina sia la delizia turistica che proclamano le guide. Ma dopo le sei del pomeriggio viene invasa da militari in cerca di sfogo, e questo non contribuisce ad accrescere il suo fascino di borgo medievale. A meno che non si considerino medievaleggianti certe scene da notte dei tempi e sonno della ragione. Una sera vedo una recluta che cerca alla disperata di procurarsi qualche mese di convalescenza. Ha convinto uno dei cosiddetti nonni a fare una volta tanto qualcosa per lui. Il co66

siddetto nonno accetta: è una bestia, e si vede che il compito gli piace. La recluta mette il braccio sui gradini del duomo e aspetta con gli occhi chiusi. Aspetta che il cosiddetto nonno prenda una piccola rincorsa e ci salti sopra con tutto il suo peso, rompendoglielo. Nel momento stesso in cui sento il crac dell’osso rotto e l’urlo della vittima volontaria, capisco definitivamente che da quel posto devo scappare via il più presto possibile. Quel posto non è Orvieto. Quel posto è il servizio militare nel suo complesso. Orvieto passa presto, tutto sommato. Dopo il mese di addestramento vengo trasferito a Roma. Ma alla caserma della Cecchignola le condizioni esistenziali non migliorano, se non per il fatto che a una distanza più ragionevole si trovano i parenti (e il loro gabinetto), presso i quali posso almeno ricevere qualche conforto familiare. Sono stato assegnato al genio pionieri. Siamo quelli che in caso di guerra dovrebbero occuparsi di realizzare ponti e infrastrutture d’emergenza. Non dovremmo sparare, insomma; e per fortuna – almeno in teoria, come obiettivo primario – nessuno dovrebbe sparare a noi. Oltre che marciare e marciare, montare di guardia e montare di guardia, ci sono da fare delle esercitazioni sul Tevere. È un giorno che i miei commilitoni aspettano come si aspetta la scampagnata domenicale, e questo rende l’idea del livello di abbrutimento collettivo. Ci si sveglia presto e si va in comitiva sulle sponde del fiume per costruire un ponte Allenby. Il Tevere è fetente, color grigio-marrone, portatore sicuro di leptospirosi. Ma per una personalità regressa all’infanzia si tratta di costruire una casa coi mattoncini Le67

go, e dunque l’esercitazione si svolge in un clima di allegria generale. Tranne me, sono tutti contenti di stare all’aria aperta a fare qualcosa di concreto. All’inizio della mattinata mi viene assegnato l’equivalente di un mattoncino Lego e io rimango a guardarlo per mezz’ora senza sapere cosa farne, incapace di capire, prima ancora di accettare ciò che mi sta succedendo. Fin quando qualcuno non mi toglie di mano il mattoncino per andarlo a piazzare al suo posto, lasciandomi lì come una cosa dimenticata. Per la maggior parte del tempo io rimango imbambolato, all’apparenza guardando il lavoro degli altri, ma in realtà senza fare neppure quello. Sono semplicemente sbigottito. Guardo, sì: ma non vedo. Non capisco. Non condivido, soprattutto. Anche perché comincio a intuire cosa succederà dopo. La sera si torna in caserma e l’indomani si riparte per la stessa località: un’altra scampagnata. Si arriva sul posto, per qualche minuto si rimane in contemplazione del nostro capolavoro del giorno precedente. Splendido, nella luce della prima mattina. Dopodiché, si procede a smontarlo. Il giorno prima si monta e il giorno dopo si smonta, senza che nessuno nel frattempo ci sia passato sopra, senza che il ponte sia servito a nulla. Le esercitazioni di questo tipo risultano particolarmente frustranti. Un ponte Allenby costruito con sudore nell’arco di un giorno e smontato l’indomani rappresenta la migliore approssimazione moderna alla fatica di Sisifo. Con tutte le implicazioni esistenziali che implica un accostamento del genere. Implicazioni che in quel periodo mi appaiono in tutta la loro desolante chiarezza. 68

La politica è un formicaio

Fra tutti i motivi per cui potrebbero essermi venuti i capelli bianchi, io escluderei la politica. La politica italiana è estenuante e ripetitiva, non è escluso che provochi l’invecchiamento delle cellule dei soggetti umani sottoposti a esposizione prolungata. Ma io in quel periodo non mi espongo per niente, mi sono perso il Sessantotto per motivi anagrafici, e quando è arrivato il Settantasette ero distratto perché c’erano gli esami di maturità. E poi quello della politica è un processo di erosione lento, non certo subitaneo come quello che ha colpito i miei capelli. La politica italiana a distanza di tempo è quasi uguale a come sembra a prima vista: irrilevante. Come un brulicare di formiche: chi osserva il formicaio dall’alto – e resiste, se resiste, alla tentazione di calpestarlo – è incuriosito da quel genere di frenesia che prende le formiche attorno al foro d’ingresso della tana. Cerca di capire quali sono il movente e l’urgenza che presiedono a tanta agitazione. Di solito l’osservatore dall’alto conclude che le motivazioni ci devono essere, ci saranno sicuramente. Ma attengono più alla sfera dell’etologia che a quella della logica cartesiana. 69

Le formiche sfuggono al senso comune e vanno in fibrillazione per motivi che solo loro conoscono e che a loro, evidentemente, bastano. Non è escluso che ci sia da qualche parte uno scienziato in grado di spiegare tutto quel formicamento, ma alla fin fine la domanda che l’osservatore dall’alto si pone è sempre: «Chi se ne frega?». E passa oltre, calpestando o non calpestando, a seconda della disposizione d’animo. Allo stesso modo, le fibrillazioni della politica italiana sono imperscrutabili, se a cercare di interpretarle è un osservatore straniero, che si sforzi di mantenere un punto di vista dall’alto. La distanza crea incomprensione, anche la distanza di tempo. Ma non alla stessa maniera. Per chi l’ha vissuta personalmente, sia pure come semplice cittadino, una stagione politica italiana risulta futile, risulta patetica, risulta irritante, risulta grottesca. Ma non inspiegabile, e soprattutto: non irripetibile. La coazione a ripetere si è verificata per anni. L’82 potrebbe essere l’83, oppure il ’92, oppure il 2002. O anche il 2012, se appena si modificano i nomi delle persone e dei soggetti in questione. Nel caso delle persone e dei soggetti politici italiani non è neppure necessario che si ricorra a questo accorgimento. È un gioco delle parti allo stesso tempo remoto e attuale, che riguarda i nomi, non tutti, e la replica degli identici rituali. L’annata ’82 si apre appunto con una replica. Proseguono le rappresentazioni di un classico: la polemica interna al Pci. L’argomento del contendere è anche questo un evergreen: il taglio del cordone ombelicale con l’Unione Sovietica. A scatenare repliche e polemiche, verso la fine dell’anno precedente, sono i fatti di Polonia, dove con 70

l’arrivo al potere del generale Jaruzelski si registra un giro di vite autoritario i cui effetti si ripercuotono anche sul Partito comunista italiano. L’opinione pubblica dell’epoca non può sapere che si tratta di un universo totalitario che si sforza di fare la voce grossa pur essendo sull’orlo del collasso. Non sa che forse è destinato a collassare proprio per lo sforzo di fare la voce grossa senza che le sue condizioni di salute glielo consentano. L’ascesa al potere di Jaruzelski fa entrare la Polonia in un periodo spasmodico, con un succedersi di proteste e repressioni. All’apparenza, sembra la versione appena attualizzata, cioè più morbida, dei fatti di Ungheria e Cecoslovacchia. Niente carri armati per le strade, ma la sostanza pare sempre la stessa. La prudenza formale della repressione è probabilmente dovuta all’eco che una soluzione più brusca troverebbe nell’opinione pubblica mondiale. Ma anche lo scenario interno del paese è cambiato, il livello di intolleranza nei confronti del regime si è innalzato fino al punto di non ritorno. Uno sciopero degli attori fa registrare un tasso di adesione altissimo e la solidarietà di tutta la popolazione; il crumiraggio è un fenomeno talmente irrisorio da far risaltare ancora di più lo scollamento fra regime e paese reale. Quando a fine anno Jaruzelski dichiarerà conclusa la cosiddetta guerra interna, la pacificazione risulterà frutto di un equilibrio precario e mal sopportato. Di certo, a questo punto è impensabile lo schiacciamento puro e semplice di Solidarnosc, il cui leader Lech Wa¢esa è oltretutto caro a papa Wojtila. Lo stesso papa polacco, che il mondo sta imparando a conoscere in quegli anni, rappre71

senta di per sé una cassa di risonanza per tutto ciò che avviene nel suo paese d’origine. Forse proprio per i rimbalzi vaticani, le bordate di Jaruzelski finiscono per avere conseguenze anche in Italia. In questi casi il riflesso condizionato, specialmente dopo Ungheria e Cecoslovacchia, porta a osservare la reazione del Pci. I tempi cambiano, ma la prudenza rimane il carattere peculiare dell’eurocomunismo italiano. Fra prudenze e impazienze, dopo scricchiolii durati per mesi, il senso di marcia scelto dal segretario Enrico Berlinguer è quello sintetizzato in un documento di fine ’81, espressione della direzione del partito. Vi si legge: Nei paesi dell’est europeo si è di fronte a processi involutivi e a crisi ricorrenti, che mettono in discussione la concezione monolitica del potere, la mancanza di istituzioni che rappresentino effettivamente le articolazioni della società, l’idea del socialismo come modello e non come un processo storico che si sviluppa su scala mondiale nei modi più diversi. Bisogna quindi prendere atto che anche questa fase dello sviluppo del socialismo, che ebbe inizio con la Rivoluzione d’Ottobre, ha esaurito la sua forza propulsiva […]. Il mondo è andato avanti, si è trasformato, grazie anche a questa vicenda storica. Si tratta di superarla, guardando avanti.

Il famoso «esaurimento della forza propulsiva». Fatta la tara alle formule di circostanza, il documento ha un significato abbastanza netto, considerati i tempi e l’elefantiasi del soggetto politico che lo ha espresso. Dice in sostanza: il socialismo reale è un autobus con le gomme a terra, noi scendiamo e proseguiamo a piedi; oppure vediamo di tro72

vare un passaggio; in ogni caso è stato un piacere, ma d’ora in poi ognuno va per la sua strada. Così, bello chiaro. Può una linea del genere passare senza perturbazioni? No che non può. A rappresentare e farsi portavoce dell’ala tradizionalista del Pci è Armando Cossutta, che lascia passare le feste e a gennaio definisce «uno strappo» la presa di distanza di Berlinguer. Gli fa subito eco la «Pravda», scrivendo: I capi del Pci mostrano, coi loro attacchi all’Urss, di voler rinunciare alla grande dottrina del marxismo-leninismo e di essersi avviati su strade opportuniste e revisioniste.

L’editoriale suona come una scomunica senza remissione. In cinque colonne vengono usati aggettivi come «mostruoso», «inammissibile», «sacrilego», «assurdo». A stretto giro di posta Berlinguer risponde dalle pagine dell’«Unità», dove se la prende coi contenuti e soprattutto col tono adoperato dall’organo del Pcus, ossia: quello di chi pretende di esprimere un supremo giudizio politico-religioso, derivante da una funzione di «guida» che da gran tempo è stata dichiarata conclusa e che in questi anni abbiamo sempre contestato e rifiutato.

Le somme vengono tirate in marzo, quando il Pci va alla conta, Berlinguer conferma le sue posizioni e viene rieletto segretario con il voto contrario dei cossuttiani. Il resto del partito, la grande maggioranza, è con lui. Sull’altro fronte, quello democristiano, il congresso si tiene in maggio, con i tre maggiorenti – Andreotti, Picco73

li e Fanfani – che seguono il criterio dell’alternanza e decidono stavolta di schierarsi a favore della corrente di sinistra, contribuendo all’elezione come segretario di Ciriaco De Mita. I motivi per cui lo fanno, voltando le spalle al contendente della fazione di destra, Arnaldo Forlani, risultano difficili da spiegare, considerati gli anni trascorsi nel frattempo. La logica delle alleanze rimane imperscrutabile. Vagamente si può azzardare che uno spirito volubile riesce a ottenere sempre più di quanto garantisca l’invariabile fedeltà alle idee, proprie o altrui. A conti fatti, il rinnovato consiglio nazionale della Democrazia cristiana risulta più o meno ugualmente ripartito fra la posizione dei dorotei e forlaniani e quella che fa capo a Zaccagnini, che sarebbe minoritaria, ma può contare sull’appoggio della corrente Piccoli-Andreotti-Fanfani. Questi ultimi, collocandosi al centro, si mettono in condizione di decidere se far pendere il proprio peso da una parte o dall’altra, godendo al massimo della rendita di posizione. In termini giornalistici è ciò che si definisce l’ago della bilancia. Quel che la corrente centrista rappresenta in ambito democristiano si candida a rappresentare su un piano più ampio il Partito socialista, il cui obiettivo è fare da capricciosa via di mezzo fra i due massimi partiti, cercando di trarne il massimo risultato. A guidare la politica del Psi, col passare dei mesi, è sempre più saldamente la figura di Bettino Craxi. In aprile, a Rimini, si tiene una conferenza di partito che somiglia in tutto a un congresso, salvo che il nome del segretario non è nemmeno formalmente in discussione. Craxi intitola la sua relazione Governare il cam74

biamento. Le successive relazioni di Martelli, Reviglio, Amato, Ripa di Meana, Giannini, Statera, Visalberghi, Tamburrano e Giugni sono tutte sostanzialmente d’accordo: sì, bisogna governare il cambiamento. Cambiamento è la parola chiave del panorama politico italiano, e non solo di quell’anno. Il cambiamento è sempre alle porte. Tanto che, statisticamente, almeno in certi ambiti, prima o poi può succedere che un cambiamento arrivi sul serio. In giugno la Confindustria sferra un calcio all’accordo sulla cosiddetta «scala mobile», che risale al ’75. Lo fa sulla scorta di una proposta del governatore della Banca d’Italia, Ciampi, che ipotizza di bloccare le retribuzioni e pure gli automatismi della scala mobile, in modo da ridurre la spesa pubblica. La risposta dei sindacati è presto organizzata: scioperi e manifestazioni vengono fissati per il 25 giugno. Ma già nei giorni precedenti in diverse città si registrano proteste spontanee contro il carovita. E prima ancora, in marzo, il segretario della UIL deve rinunziare a parlare davanti a una platea di 200.000 metalmeccanici che lo fischiano. Il sindacato, insomma, arranca e stenta a star dietro al malcontento della base. Sono i sintomi di un distacco che nei prossimi anni sarà destinato ad aumentare, con la trimurti Cgil-Cisl-Uil che perde aderenza lasciando spazio ad altre forme di aggregazione e rappresentanza dei lavoratori. E il governo? Cosa fa il governo? Il governo è guidato dal primo presidente del Consiglio non-democristiano: Giovanni Spadolini. Pare un piccolo passo, anche questo, verso il cambiamento. Però la vita del governo è grama, vi75

sto che c’è da pagare il dazio a cinque partiti, più le singole correnti. Ognuno di essi, per il fatto di aver ceduto lo scettro del comando a un repubblicano, esponente quindi di un raggruppamento minore, pretende una serie di adeguate compensazioni. Malgrado la pazienza di Spadolini, subito prima delle ferie d’agosto il governo inciampa in parlamento. Viene presentata la fiducia sul cosiddetto decreto Formica (che prevede una forma di tassazione mirata ai petrolieri), le lobby si mettono al lavoro, e alla prova dei fatti la fiducia viene negata. Troppo stretti risultano i tempi per formare un nuovo governo prima delle vacanze estive. Si va al mare senza che nemmeno formalmente il paese possa contare su un governo cosiddetto balneare. Solo dopo ferragosto il macchinoso apparato della politica nazionale si rimette in moto, e a conti fatti risulta che il miglior successore di Spadolini è lo stesso Spadolini. A lui viene affidato il compito di cercare di rimettere assieme i pezzi del suo esecutivo. Durante le consultazioni cadono nel vuoto le aperture del Pci, che con Berlinguer si dichiara disponibile ad appoggiare esternamente un governo che si dimostri «diverso». Diverso: una parola prudente, difficile da contrariare. Sarebbe bastato che il nuovo-vecchio presidente del Consiglio dichiarasse anche solo formalmente di essere diverso, anche solo in un punto del programma, anche solo nella distribuzione delle cariche, anche solo nella nomina di un ministro. In questo caso si sarebbe aperta una fase di stabilità, senza le continue fibrillazioni che da sempre caratterizzano il panorama politico italiano. Questa ipotesi è sufficiente a scatenare il panico: al solo 76

pensiero che un governo anche solo minimamente diverso possa provocare nientemeno che un appoggio esterno dei comunisti, avviene il miracolo della compattazione del pentapartito. Come quando un mendicante si avvicina al finestrino della macchina porgendo un pacco di fazzoletti in cambio di un’offerta: l’automobilista tira su il vetro e si chiude in se stesso, ostentando uno sguardo diritto davanti, a difesa del proprio benessere. Allo stesso modo, nel timore che un appoggio esterno del Pci possa verificarsi sul serio, i partiti di maggioranza rinunziano a qualsiasi ipotesi di cambiamento, a qualsiasi rivendicazione di poltrone. A conti fatti il nuovo governo risulta identico al precedente – nome per nome, ministero per ministero – tanto che i giornali inventano l’espressione «governo fotocopia». L’unico che manca all’appello è Francesco Compagna, soppiantato da Vittorio Olcese. Ma l’ex sottosegretario ha un ottimo alibi, visto che nel frattempo è morto. Nel momento del bisogno, le dissidenze sul decreto Formica risultano superate. Questa volta la fiducia viene accordata, e anche piuttosto largamente: 357 a 247 alla Camera e 176 a 115 al Senato. La formazione completa dei governi Spadolini 1 e 2, nella burocratica sequenza delle solite personalità, nasconde tuttavia più di un nome che affiora alla memoria come una madeleine politica: Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini Sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Francesco Compagna – poi Vittorio Olcese (segretario del

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Consiglio dei Ministri); Francesco Quattrone (Funzione pubblica); Giacinto Urso (Interventi straordinari nel Mezzogiorno) Ministri senza portafoglio Claudio Signorile (Interventi straordinari per il Mezzogiorno), Luciano Radi (Rapporti col parlamento), Dante Schietroma (Funzione pubblica), Lucio G. Abis (Coordinamento interno delle politiche comunitarie), Giancarlo Tesini (Coordinamento delle iniziative per la ricerca scientifica e tecnologica), Aldo Aniasi (Affari regionali), Giuseppe Zamberletti (Alto commissario presso il Ministero dell’Interno per la predisposizione degli strumenti amministrativi e normativi necessari ad attuare il coordinamento dei servizi concernenti la protezione civile) Affari esteri Emilio Colombo. Sottosegretari: Bruno Corti, Raffaele Costa, Mario Fioret, Roberto Palleschi Interno Virginio Rognoni. Sottosegretari: Marino Corder, Angelo Maria Sanza, Altiero Spinelli Grazia e giustizia Clelio Darida. Sottosegretari: Giuseppe Gargani, Domenico Raffaello Lombardi, Gaetano Scamarcio Bilancio e programmazione economica Giorgio La Malfa. Sottosegretario: Emilio Rubbi Finanze Rino Formica. Sottosegretari: Giuseppe Amadei, Francesco Colucci, Paolo Enrico Moro, Rodolfo Tambroni Armaroli Tesoro Beniamino Andreatta. Sottosegretari: Carlo Fracanzani, Giuseppe Pisanu, Eugenio Tarabini, Angelo Tiraboschi, Claudio Venanzetti

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Difesa Lelio Lagorio. Sottosegretari: Bartolo Ciccardini, Martino Scovacricchi, Amerigo Petrucci Pubblica istruzione Guido Bodrato. Sottosegretari: Antonino Drago, Franca Falcucci, Giuseppe Fassino, Sisinio Zito Lavori pubblici Franco Nicolazzi. Sottosegretari: Mario Casalinuovo, Giorgio Santuz Agricoltura e foreste Giuseppe Bartolomei. Sottosegretari: Mario Campagnoli, Fabio Fabbri Trasporti Vincenzo Balzamo. Sottosegretari: Antonio Caldoro, Dino Riva, Elio Tiriolo Poste e telecomunicazioni Remo Gaspari. Sottosegretari: Giorgio Bogi, Pino Leccasi, Gaspare Saladino Industria, commercio e artigianato Giovanni Martora. Sottosegretari: Giovanni Angelo Fontana, Enrico Novellini, Francesco Rebecchini Lavoro e previdenza sociale Michele Di Giesi. Sottosegretari: Mario Costa, Angelo Gaetano Cresco, Mario Gargano, Piergiovanni Malvestio Commercio con l’estero Nicola Capria. Sottosegretari: Baldassarre Armato, Enrico Rizzi Marina mercantile Calogero Mannino. Sottosegretari: Giovanni Nonne, Francesco Patriarca Partecipazioni statali Gianni De Michelis. Sottosegretari: Silvestro Ferrari, Delio Giacometti

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Sanità Renato Altissimo. Sottosegretari: Maria Magnani Noya, Bruno Orsini Turismo e spettacolo Nicola Signorello. Sottosegretario: Enrico Quaranta Beni culturali e ambientali Vincenzo Scotti. Sottosegretario: Pietro Mezzapesa

Malgrado le premesse di concordia, il secondo governo Spadolini avrà vita breve. Saranno soprattutto le liti fra Andreatta e Formica a eroderne le fondamenta. Nell’ambito di una bega particolarmente vivace, il ministro delle Finanze definisce quello del Tesoro «una comare», e Andreatta risponde per le rime, attribuendo al collega la qualifica di «commercialista barese». Spadolini prova senza risultato a sedare la rissa, dopodiché, l’11 novembre si trova costretto a tornare dal presidente Pertini per presentargli le dimissioni. Con la prospettiva degli anni trascorsi si può ipotizzare cosa sia successo nel frattempo. Il timore di un appoggio esterno del Pci dev’essersi stemperato al lume di una riflessione: un governo può essere diverso a seconda dei punti di vista. Può risultare migliore, certo. E senz’altro migliore intendeva Berlinguer dicendo diverso. Strano, non averci riflettuto prima. Basta farne uno che appaia in tutto e per tutto peggiore dei precedenti, e il problema è risolto. Così si spiegherebbe il ritorno in sella, all’inizio di dicembre, di uno dei vecchi e sedicenti «cavalli di razza» democristiani: Amintore Fanfani, quello stesso che Fortebraccio aveva soprannominato già in altri tempi «Riecco80

lo». Dopo essersi guardato attorno, Fanfani dà vita stavolta a un quadripartito: restano fuori i repubblicani, ancora offesi per il trattamento ricevuto dal loro leader. Per essere diverso, di sicuro è diverso. Uno dei primi atti del nuovo governo – proprio l’ultimo giorno di dicembre, a mo’ di strenna – è il varo di una serie di inasprimenti fiscali. Tutto in nome di un’altra parola chiave della politica italiana, consorella di cambiamento. Ossia: risanamento. L’anno seguente si aprirà con una catena di manifestazioni contro questi provvedimenti. Si protesta – per altro verso, e prima ancora – anche a Comiso, dove in aprile raggiunge il culmine la campagna contro la realizzazione della base missilistica della Nato. La protesta è andata montando fin dall’anno prima, quando il governo nazionale, dopo averla tenuta nel cassetto e smentita a più riprese, diffonde la notizia che in provincia di Ragusa verranno piazzati 112 missili Cruise puntati verso est, verso il nemico sovietico, a scopo di dissuasione. A mettersi alla guida di un movimento di protesta molto composito è il segretario regionale del Pci, che è da poco tornato in Sicilia proprio perché vede nei Cruise un rischio e allo stesso tempo un’opportunità. Il rischio non solo bellico è quello che attorno alla base di Comiso si vadano a coagulare interessi mafiosi. L’opportunità è quella di compattare attorno a un tema forte come questo un’opposizione che da sempre si presenta sfibrata e disorganica a tutti gli appuntamenti elettorali, culturali e politici. Dice La Torre: In sostanza abbiamo oggi un governo che mentre è incapace di dare risposte valide alla Sicilia sul terreno del suo svilup-

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po economico e sociale, mentre si dimostra sempre più impotente a fronteggiare la violenza criminale e il terrorismo mafioso, decide di fare della Sicilia un avamposto militare in un Mediterraneo già caratterizzato da pericolose tensioni e focolai di guerra.

Focolaio di guerra era già stato, l’anno prima, l’abbattimento di due caccia libici durante una esercitazione della Nato dispiegata nel golfo della Sirte. Il clima internazionale è quindi più che teso, e l’epicentro delle tensioni è localizzato proprio nello stretto di Sicilia. La tesi dei pacifisti è che quei missili rappresentano un bersaglio disegnato proprio sul petto dell’isola, che la espone a ogni tipo di rischio. Sul fronte opposto, alcuni amministratori locali tendono a minimizzare, sostenendo che dalla base militare sia Comiso sia la provincia di Ragusa avrebbero soprattutto vantaggi economici. Già l’anno prima il movimento ha organizzato diverse manifestazioni di protesta. Ma la più affollata è datata 4 aprile 1982, quando centomila persone provenienti da quindici paesi europei si ritrovano a sfilare a Comiso per protestare contro l’installazione dei Cruise. E un milione sono i siciliani firmatari di una petizione al governo in cui si chiede la sospensione dei lavori di costruzione della base e una legislazione antimafia più stringente. Alla testa dei centomila che il 4 aprile sfilano a Comiso c’è il segretario regionale del Pci, Pio La Torre.

La speranza degli onesti

Tutto ciò che esula dall’incombenza del servizio militare è come se rientrasse in una sfera diminuita. Le notizie mi arrivano come attutite dall’ovatta dell’egoismo apprensivo che contraddistingue quei mesi della mia vita. Il 30 aprile, pochi giorni prima della partenza, uccidono Pio La Torre. Lo uccidono a meno di un chilometro da dove mi trovo io. Eppure, quando lo vengo a sapere, mi sembra che l’evento sia accaduto in un continente lontanissimo, in cima a una montagna inaccessibile, e che quindi mi riguardi fino a un certo punto. Certo, sostiene la mia coscienza: come mi riguarda la morte di ciascun uomo. Per chi suona la campana? Eccetera, eccetera. Anche quando, come in questo caso, la campana suona a pochissima distanza dalle mie orecchie, anche quando dovrebbe assordarmi, io rischio di non sentirla nemmeno. Anche perché il rumore di questa campana quasi si perde nel frastuono circostante. Nella mia città di morti ammazzati ce ne sono stati parecchi, negli ultimi anni. E anche se pare brutto dirlo, troppe morti provocano assuefazione. Se muore uno che conosci, rimani colpito. Se muoiono 78 83

persone su un aereo che precipita, come a inizio anno è successo nei dintorni di Washington, o se ne muoiono 153 (aereo Pan Am, New Orleans, luglio), ecco: in questi casi uno se ne fa più facilmente una ragione, se a bordo non c’è nessuno che conosce. Le morti avvenute lontano dalla redazione centrale del nostro quotidiano preferito possono contare solo sulla quantità per farsi riconoscere almeno nello spazio di un mattino. Lo stesso succede coi morti ammazzati dalla mafia, in certe stagioni: dispiace doverlo ammettere, ma nella confusione si rischia di perdere di vista il singolo, inaccettabile spreco che è sempre la perdita di una vita umana. Bisognerebbe raccontarli uno per uno, restituire a ciascuno la sua irripetibile unicità, perché la semplice litania dei nomi e delle date rischia di sbiadire nel tempo e nell’abitudine delle commemorazioni. Pio La Torre è un funzionario del Pci di quelli che, raggiunta una certa età, di solito preferiscono ingrigire nel comodo di qualche carica nazionale, istituzionale o di partito. Invece, nell’81, lui decide di tornare in Sicilia per assumere il ruolo di segretario regionale. Quel che non bisognerebbe fare mai: la Sicilia ti perdona se parti, ma solo raramente se decidi di tornare. Il 30 aprile, quel 30 aprile, La Torre sta andando alla sede del Pci, che si trova in corso Calatafimi. A guidare la Fiat 131 del partito è Rosario Di Salvo: autista, segretario, guardaspalle. Democraticamente, La Torre siede in macchina nel posto accanto a lui. Decidono che conviene tagliare per una serie di stradine tortuose, nella speranza di evitare le vie più trafficate. Anche lì però c’è il rischio di rimanere bloccati per una scemenza. Difatti, rimangono 84

bloccati, e proprio allora spuntano quelli, da una parte e dall’altra. Forse il blocco è stato creato apposta. Ci sono delle foto, foto pubbliche, scattate subito dopo l’attentato. Colpisce la disposizione dei corpi, il loro aspetto disarticolato e spudorato, proprio. Pio La Torre non ha nemmeno il tempo di reagire, e tanto meno di morire compostamente. Rosario Di Salvo invece tenta una difesa, arrivando a sparare due colpi di pistola, che finiscono chissà dove, nella gran confusione di tutti gli altri. Sono foto oscene, di quelle che fanno male a guardarle eppure si guardano, non si può fare a meno di guardarle. Solo che l’oscenità non riguarda più i corpi, in questo caso quelli di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo: oscena, spudorata, inguardabile è la specie di morte che li ha colpiti. Poco dopo l’agguato, l’omicidio viene rivendicato dai Gruppi proletari organizzati, e c’è persino chi fa finta di crederci. Comincia così, classicamente, l’opera di intorbidamento delle acque. Si dicono tante cose. Si dice che c’entra la battaglia di Comiso, ma per anni si continuerà a parlare di una pista interna al Pci. Di sicuro c’è che dopo nove anni di indagini, l’istruttoria viene chiusa col rinvio a giudizio di nove boss. Ma senza che sul movente si riesca a raggiungere una verità processuale. Solo nel ’92 un collaboratore di giustizia, Leonardo Messina, rivela che La Torre è stato ucciso per ordine di Totò Riina e per un motivo ben preciso: la proposta di legge che prevede il sequestro e la confisca dei patrimoni di provenienza mafiosa. Puntando al portafogli quella legge tocca un nervo scoperto. Nella fattispecie, come qualche volta accade, la reazione scomposta di Cosa nostra risulta controproducente, 85

perché sull’onda emozionale che segue l’omicidio la legge viene approvata, e prende il nome proprio di La Torre. La reazione dello Stato di fronte a questo delitto sembra sul momento un po’ meno da parata del solito. Rompendo gli indugi, il 2 maggio Spadolini decide di mandare in Sicilia il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, col ruolo di prefetto antimafia. Superprefetto, sintetizzano i giornali. Nell’ultimo periodo Dalla Chiesa si stava occupando di terrorismo, e le sue indagini rimangono così in sospeso; ma in passato aveva lavorato a lungo in Sicilia, il nuovo impegno lo appassiona, e accetta volentieri. Arriverà a Palermo proprio il giorno del funerale di La Torre, facendosi portare dall’aeroporto fino in centro con un taxi, con la sola precauzione di un precario anonimato. A Palermo Dalla Chiesa è destinato a vivere una breve stagione, ricca di parole e povera di fatti. Proprio grazie alle sue precedenti esperienze siciliane è consapevole dell’importanza di lavorare su un doppio binario: quello culturale-preventivo e quello investigativo-repressivo. In attesa dei poteri speciali che gli sono stati promessi, nelle prime settimane si dedica a un’opera di sensibilizzazione culturale. Si rivolge alla cosiddetta società civile, sperando di sottrarre consenso e ridurre l’area sociale di connivenza. Ma sa di dover fare i conti col secolare scetticismo dei siciliani a proposito delle buone intenzioni di chi li governa. E sa che le sue parole sono destinate ad avere poco peso se non dimostra di avere le spalle coperte da Roma. È questa la sua battaglia degli ultimi cento giorni. Siccome i poteri speciali tardano ad arrivare, dopo qualche set86

timana comincia a lamentarsi della carenza di sostegno. Dice: «Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì». Dalla Chiesa chiede in sostanza la funzione di coordinamento di tutte le indagini relative a fatti di mafia. Potere eccezionale, che esula dalle leggi correnti. Ripete la sua richiesta più volte, in pubblico e in privato. Rilascia a Giorgio Bocca un’intervista strategica che rimane famosa, specialmente col senno di poi. Fra le altre cose pronuncia una frase che avrebbe dovuto mettere in allarme tutti, a cominciare da lui stesso: Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso, ma si può uccidere perché è isolato.

Letta oggi, la frase sembra l’autoritratto di una vittima predestinata. Impossibile non riconoscere in questo profilo quello di colui che lo sta tratteggiando. Un’intervista lucida e circostanziata. Dalla Chiesa, pur essendo un uomo d’ordine, sa bene che i posti di blocco, che pure cominciano a dare qualche risultato, da soli non bastano. Danno il senso della presenza dello Stato sul territorio, ma da soli non bastano. Nell’intervista a Giorgio Bocca mette a fuoco il punto chiave della questione mafiosa: Gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati.

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In sostanza, Dalla Chiesa individua il punto saliente, se davvero si vuole smantellare il potere criminale: bisogna che i servizi offerti dallo Stato siano almeno concorrenziali, se non migliori, rispetto a quelli forniti dalla mafia. L’intervista pubblicata da «Repubblica» è di quelle urticanti, che dovrebbero indurre qualche ministro almeno ad alzare il telefono e mettersi a strillare. Eppure non succede niente. In realtà non si può dire che qualcuno a Dalla Chiesa dica mai di no. Non si leva nessuna voce a obiettare nulla, nemmeno in nome di quel garantismo sicilianista che ha sempre qualcosa da obiettare. Del resto il generale chiarisce che non tanto di uomini, non tanto di nuove leggi repressive ha bisogno. Le leggi che ci sono bastano: si tratta di riuscire ad applicarle. Per questo ciò che chiede, nel suo nuovo ruolo, è il potere di coordinamento delle indagini a livello nazionale. Troppo cocente è il ricordo della morte di Pio La Torre, e troppo recenti troppi altri lutti, per indurre qualcuno a schierarsi apertamente contro l’opinione pubblica prevalente. Nessun no, insomma. Ma anche: nessuna risposta positiva. Anzi: nessuna risposta, di nessun tipo. Dalla Chiesa viene imbozzolato da un reticolo di rinvii e rimandi. A posteriori, il ministro democristiano dell’Interno Virginio Rognoni rivelerà che un incontro decisivo doveva svolgersi proprio il 3 settembre, ma è saltato all’ultimo momento, rinviato al 7. Cosa sono, in fondo, quattro giorni, nell’ambito dell’ultracentenaria lotta dello Stato contro Cosa nostra? Anziché essere a Roma, il 3 settembre Dalla Chiesa si trova a Palermo. Ha trascorso la giornata a lavorare, e in 88

serata decide di andare assieme alla moglie, Emanuela Setti Carraro, a mangiare a Mondello. Guida lei. A seguirli c’è un’Alfetta di servizio con a bordo un agente, Domenico Russo, col compito di guidare e scortarli al tempo stesso. Arrivati in via Isidoro Carini, sentono dei colpi alle loro spalle e si voltano entrambi, il generale e la moglie. L’Alfetta è rimasta indietro, ferma. C’è invece una Bmw con dentro due uomini che corre e in pochi attimi arriva ad affiancarli. Il piano prevede una azione a ondate: a seguire ci sono altri uomini di riserva, pronti a completare il lavoro. Quando gli uomini sulla Bmw hanno finito, arrivano gli altri, si fermano e controllano: non c’è bisogno di intervenire. L’indomani, su un muro vicino al luogo dell’attentato, qualcuno metterà un cartello che funge da lapide informale. Sopra c’è scritto: «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti». Un cartello che verrà tolto e rimesso più volte, anche a distanza di anni. Il funerale di Dalla Chiesa ricalca il modello di molti funerali già visti e altri ancora di là da venire. Mezzo governo, Spadolini compreso, e mezza opposizione vengono presi di mira dalla contestazione della folla, senza distinzioni di responsabilità. Solo il presidente Pertini ne esce moralmente indenne. Dal pulpito arriva una omelia che suona come un’invettiva, e destinata a passare alla storia. Dice il cardinal Pappalardo, citando Sallustio: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur: mentre a

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Roma si discute, la città di Sagunto viene espugnata. E questa volta non è Sagunto, è Palermo. Povera Palermo nostra.

A parte le parole della pubblica indignazione, che seguono la consueta parabola discendente, dalla cronaca dei giorni successivi sopravvivono un paio di notizie. Primo: in concomitanza col delitto, dagli uffici della prefettura sono spariti alcuni documenti relativi al caso Moro, carte che Dalla Chiesa aveva preferito portarsi dietro da Roma fino a Palermo. Secondo: sempre sull’onda corta dell’indignazione pubblica, i poteri speciali vengono conferiti post mortem a una nuova carica, quella di Alto Commissario per la Lotta alla Mafia (tutte maiuscole), attribuita a Emanuele De Francesco. Carica destinata a sopravvivere per alcuni anni, fin quando anche la routine dell’apparenza diventa troppo inutile per essere mantenuta. Prima e dopo La Torre e Dalla Chiesa, intanto, nel Sud Italia si continua a morire. Di quell’anno, come di molti che seguono e precedono, si potrebbe fare un almanacco dei morti ammazzati. Il 3 maggio a Locri l’imprenditore Gennaro Musella viene fatto saltare in aria con una carica di tritolo. Con un esposto alla magistratura aveva fatto annullare una gara d’appalto per il porto di Bagnara Calabra. Il 16 giugno sulla circonvallazione di Palermo viene intercettato il mezzo di servizio che sta trasferendo il boss Alfio Ferlito dal carcere di Enna a quello di Trapani. Assieme a lui vengono sterminati l’autista e i tre carabinieri di scorta. La strage sancisce l’alleanza fra le cosche vincenti di Palermo e quella catanese di Nitto Santapaola. 90

L’11 agosto alle 8.15, lungo i viali del Policlinico di Palermo viene ucciso a colpi di pistola il medico legale Paolo Giaccone. Era stato incaricato dal tribunale di Palermo di compiere una perizia comparativa fra due impronte digitali. Una perizia che inguaiava il capomafia Giuseppe Marchese. Qualcuno gli aveva consigliato allora di smussare gli angoli della perizia in modo da lasciare margini alla difesa. Giaccone si era rifiutato. Un testimone racconterà che l’assassino era giovane, e avvicinandosi alla vittima sorrideva, come se avesse qualcosa da dirgli. L’ultimo morto ammazzato di Palermo data 14 novembre, quando in via Notarbartolo viene assassinato l’agente di polizia Calogero Zucchetto. Anche lui giudicato colpevole di eccesso di zelo nell’esercizio della professione. Qualche giorno prima, durante un appostamento, si era trovato faccia a faccia con il boss Pino Greco. Aveva detto agli amici: «Temo che mi abbia riconosciuto».

L’impiccato

Quando la notizia viene battuta dalle telescriventi delle redazioni sono già passati due giorni, è il 20 giugno. Un po’ uno sciopero dei giornali italiani, un po’ per il tempo che ci vuole a capire il livello del personaggio, un po’ chissà che. Eppure ciò che è successo il 18 giugno è qualcosa che per anni, fino a oggi, a intermittenza continua a riempire le pagine dei giornali. Si scriveranno libri, su quello che diventerà uno dei grandi misteri della storia italiana. Altri due giorni di ritardo ce li metto io, che nel mio abbrutimento militaresco ho cominciato a fare a meno dei quotidiani, convinto come sono che nel mondo non possa succedere niente di peggio di ciò che sta succedendo a me. La notizia me la dà un amico romano che sono andato a trovare in un pomeriggio di libera uscita: «Hai sentito di Calvi?» Io non so nulla, e lui mi spiega. A conclusione, tutto quel che mi trovo dentro da dire è: «Ah». Tutto comincia con la passeggiata mattutina di un impiegato della City di Londra lungo la riva del Tamigi. 92

Mentre cammina, questo tizio si accorge di qualcosa sotto un ponte, il Black Friars. Si avvicina e capisce che si tratta di un cadavere. Per l’esattezza: un cadavere che penzola da un’impalcatura. Il tizio dà l’allarme, e ad accorrere è la Polizia fluviale, che si incarica dei primi accertamenti. Si capisce subito che sotto il ponte dei Frati Neri non è andato a morire un senzatetto: il cadavere è vestito con eleganza, e in tasca tiene ancora l’equivalente in dollari e franchi svizzeri di diciassette milioni di lire. Addosso ha due orologi. Quello al polso segna l’una e cinquantadue, quello da taschino è fermo alle cinque e quarantanove. Nelle tasche vengono trovate alcune pagine di un’agenda con indirizzi vari, più il biglietto da visita di un notaio londinese. A ciò si aggiungono, anch’esse nelle tasche del cappotto, alcune pietre a fare da zavorra, per un peso di almeno cinque chili. Sul passaporto l’acqua del fiume non è riuscita a cancellare né la foto né il nome: Gian Roberto Calvini. A dare un’identità al cadavere sarà già in mattinata il console generale italiano, e da quel momento in poi il mistero della morte di Roberto Calvi esce dalla cronaca nera locale e viene consegnato alla storia. Impiccato sotto un ponte è finito un uomo di quelli che mirano più alla gestione del potere che alla sua ostentazione. Di quelli convinti che alla scarsezza di scrupoli non sia necessario né opportuno affiancare il compiacimento. Chi lo conosceva lo descrive come una persona riservata, capace di tenere un profilo basso malgrado le relazioni d’affari che intratteneva con mezzo mondo. Era diventato presidente del Banco ambrosiano nel ’75 grazie alla sua indiscussa capacità di creare una rete di filiali off shore e 93

holding distribuite soprattutto fra Bahamas e Lussemburgo, ma senza disdegnare altre collocazioni esotiche. Col tempo era riuscito a creare un impero che spaziava dal Centroamerica alla Svizzera, grazie anche alle sue relazioni con membri della Loggia P2, ma non solo. La diffidenza reciproca fra Chiesa cattolica e massoneria è roba vecchia. Nell’Italia neomoderna, invece, la saldatura fra i due poteri è cosa del tutto praticabile. La sponda in Vaticano di Roberto Calvi è rappresentata dal vescovo statunitense Paul Marcinkus, responsabile dello Ior, l’Istituto per le opere di religione. Ma il banchiere intrattiene relazioni molto diversificate, di cui solo una parte può permettersi di venire allo scoperto. È accusato di lavorare nell’ombra in diversi rami: dal riciclaggio di denaro per conto della criminalità organizzata, al traffico d’armi, al sostegno finanziario del sindacato polacco Solidarnosc. Giocando su diversi tavoli, Calvi pensa di poter ingannare per sempre se non tutti, almeno un discreto numero di persone. Oppure tutti quanti, per un periodo di tempo limitato. Solo che fra coloro che si sentono presi in giro a un certo punto c’è qualcuno che decide di fargliela pagare. Il suo tempo comincia a scadere nell’81, e a scoppiargli fra le mani è il fallimento del Banco ambrosiano, la banca che si è disegnato praticamente addosso. In seguito al fallimento del Banco, Calvi finisce in carcere, viene rimesso in libertà e fugge all’estero. Prova a salvare il salvabile del suo sistema di scatole vuote adoperando qualche entratura politica che gli rimane, ma evidentemente gioca male le carte che ha ancora a disposizione, e la sua partita finisce come finisce. 94

Le indagini sulla morte del banchiere cominciano da subito a muoversi in una palude di interessi che sono (sembrano, sembrerebbero, dovrebbero essere) contrastanti: massoneria e Vaticano, mafia e affari, banche e usura, servizi segreti deviati e non. Sono parecchie le affinità con un altro misterioso caso italiano, quello di Michele Sindona, anche lui banchiere e anche lui destinato a morire quattro anni dopo, in una maniera che potrebbe essere suicidio come potrebbe non esserlo. Nel caso di Calvi, a contraddire l’ipotesi del suicidio sono le acrobazie che avrebbe dovuto fare per saltare sul traliccio con il peso di un fisico non propriamente atletico più cinque chili di mattoni addosso. I filoni di indagine sono molti, ma quasi tutti è possibile seguirli solo fino a un certo punto, fin quando spariscono come un fiume carsico per ricomparire chissà dove. Secondo una ricostruzione verosimile, i problemi di Calvi nascono proprio dall’accusa di irregolarità nella gestione del Banco ambrosiano. Il suo principale antagonista dapprincipio è proprio Sindona, che gliel’ha giurata da quando si è sentito rifiutare un prestito destinato a sanare gli ammanchi delle sue banche. Poi i due fanno pace, ma nel frattempo gli ispettori della Banca d’Italia si sono mossi sulla base delle accuse di Sindona, trovando nell’attività dell’Ambrosiano anomalie sufficienti a riempire un rapporto di cinquecento pagine. A occuparsene dovrebbe essere il giudice Emilio Alessandrini, che però, ancora prima di poterne prendere visione, viene assassinato dai terroristi di Prima linea: ancora una volta il braccio armato del terrorismo di sinistra si fa strumento – per carità: in95

volontario – di interessi che con l’ipotesi di una futura dittatura del proletariato hanno poco a che vedere. A salvare per il momento Roberto Calvi è pure lo scandalo posticcio creato con l’arresto di Baffi e Sarcinelli, ovvero i vertici della Banca d’Italia. Per rimettere il banchiere in carreggiata servono poi i prestiti reiterati di Eni e Banca nazionale del lavoro, che gli danno respiro per qualche anno ancora. Ma Calvi è un uomo braccato, che vive cercando di sottrarsi ai creditori, e certuni di questi creditori sono soggetti pericolosi. Per riuscire a tenere in piedi il gioco deve fare continui investimenti. Allo scopo di ungere le ruote del suo sistema di entrature politiche, non lesina finanziamenti occulti ai partiti, facendo in modo di non tralasciare quasi nessuno, ma badando pure che certuni risultino più contenti di altri. Si calcola che a consuntivo i finanziamenti illeciti ammontino a ottanta miliardi di quegli anni. Bisogna pur dire che nel maggio dell’81, dopo essere stato arrestato, Calvi aveva tentato di suicidarsi, sentendosi abbandonato dagli amici della P2, per i quali lo scoppio del relativo scandalo suonava come il segnale di liberi tutti (di scaricare lui). Non si sa, non si capisce se questo tentativo di togliersi la vita sia stato autentico o millantato, come un ennesimo segnale rivolto all’esterno. In ogni caso, facendosi forti proprio di questo precedente, le prime indagini di Scotland Yard sono rapide nel concludere che si tratta di suicidio. Tuttavia i dubbi sono molto forti fin da subito, e fin da subito si scatena la ridda delle dietrologie. I mattoni in tasca vengono interpretati come un messaggio massonico96

mafioso, la stessa denominazione del ponte Black Friars è quella di una loggia britannica. Fa pensare pure il livello delle acque del fiume, che arrivavano a toccare i piedi del cadavere, rendendo il suicidio un’opzione ancora più improbabile. Oggetto di congetture diventa persino il colore del ponte, bianco e azzurro, come la bandiera argentina: uno degli affari in cui Calvi era impelagato consisteva in un traffico d’armi con l’Argentina durante la guerra delle Falkland. La puzza di marcio induce Scotland Yard a cercare di liquidare al più presto il caso. In un mese le indagini vengono completate, e il 23 luglio, in sede di udienza, il coroner mostra altrettanta fretta, raccomandando ai giurati di non emettere un verdetto con formula dubitativa, che avrebbe richiesto un supplemento di indagini. Risultato: anche a consuntivo, a prevalere è l’ipotesi del suicidio. Rimangono tuttavia in ombra le ultime settimane di vita di Calvi, e soprattutto l’estremo soggiorno londinese. Per capire come le cose abbiano preso la piega che hanno preso, cruciale forse risulta una lettera in cui, a maggio, la Banca d’Italia chiede conto di una serie di prestiti effettuati dal Banco ambrosiano nei confronti di soggetti non identificati per un ammontare complessivo di oltre 1.400 milioni di dollari, transitati da una serie di banche latinoamericane e che non si sa che fine abbiano fatto. Calvi sottovaluta quella lettera, pensando che come sempre succede in Italia, per ogni problema sia facile rimediare una soluzione. La complicazione nasce però dal fatto che Bankitalia impone di mandare copia della lettera a tutti i membri del consiglio d’amministrazione, in ma97

niera che la vicenda venga al più presto messa all’ordine del giorno. È verosimile che questo dettaglio risulti ferale per la riservatezza delle entrature che Calvi coltiva in ambiti variegati, massonici e mafiosi soprattutto. Il gioco può durare fin quando il Banco ambrosiano rimane una one man bank che coincide con la persona di Roberto Calvi, senza sfumature, senza impacci, e soprattutto senza controlli. La copia per conoscenza ai membri fino a quel momento puramente onorari del consiglio di amministrazione somiglia molto a uno svelamento: da quel momento in poi nessuno potrà fare finta di non sapere. Rupert Cornwell, autore del libro Il banchiere di Dio, ricostruisce la settimana che Calvi passa a Roma nel tentativo di convincere monsignor Marcinkus a fronteggiare attraverso lo Ior l’emergenza che si è venuta a creare. Marcinkus gli risponde che per il momento non può fare niente. A questo punto il banchiere si rende conto che non gli sono rimaste altre risorse utilizzabili nell’immediato. Gli amici lo hanno scaricato, e lui progetta di fuggire. Dice alla figlia di prepararsi all’espatrio, così come ha già fatto una parte della famiglia; dalle sue raccomandazioni traspare il timore che per ritorsione nei suoi confronti possano prendersela anche con qualche parente. Del resto, assicura, anche lui si accinge a raggiungerli in America. Al consiglio d’amministrazione del 7 giugno, Calvi prova a prendere tempo e circoscrivere lo scandalo dei 1.400 milioni di dollari. Quando qualcuno dei tredici rappresentanti in consiglio chiede di poter leggere con calma il dossier, però, lui capisce che il tempo della gestione unilaterale dell’istituto di credito, da parte sua, sta per con98

cludersi; accelera la decisione di trasferirsi all’estero per trovare scampo dalla giustizia e allo stesso tempo continuare a manovrare gli affari residuali. Alla figlia confida di essere pronto, se le cose si mettono male sul serio, a raccontare tutti i suoi segreti davanti alla magistratura. Torna a Roma, dove incontra i suoi avvocati, e allo stesso tempo si prepara a scappare. Il 9 giugno congeda il suo autista dicendogli di passarlo a prendere l’indomani mattina dalla sua casa romana, ma quando l’autista arriva, di Calvi non c’è traccia. È già partito per Trieste, disertando l’appuntamento che aveva con uno dei vertici dello Ior, che telefona ai dirigenti dell’Ambrosiano chiedendo notizie. I dirigenti cascano dalle nuvole, e casca dalle nuvole anche il suo avvocato, che allarga le braccia di fronte alle richieste della magistratura. Dalla latitanza, Calvi fa sapere che sta bene, che sta lavorando per il bene dell’Ambrosiano e che fra pochi giorni tornerà a farsi vivo. Nel frattempo, a Trieste entra in contatto con Silvano Vittor, un trafficante esperto nei valichi di frontiera fra Italia e Jugoslavia, che ha il compito di farlo espatriare clandestinamente. Grazie a lui, e al passaporto falso intestato a Gian Roberto Calvini, riesce a passare la frontiera. Entrambi si ritrovano a Klagenfurt, in Austria. Da qui Calvi telefona alla figlia per rassicurarla, dimostrando di sapere che in Italia ci sono un sacco di persone che lo stanno cercando. Forse non immagina davvero quante siano, e quanto alcune di esse siano motivate a ritrovarlo. All’interno del Banco ambrosiano, intanto, si è scatenata la lotta per la successione. Il titolo crolla in borsa e comincia a propagarsi il panico fra creditori e risparmiatori. 99

La situazione è rimasta sotto copertura per troppo tempo, e adesso è bastato un piccolo cedimento per far venire giù tutto quanto. Roberto Calvi diventa il ricercato numero uno, e a maggior ragione in questa veste lui adotta la strategia che ha sempre adottato: non restare mai fermo. È il principio della bicicletta, finché pedali ti muovi, e finché ti muovi non cadi. Calvi pedala, si muove freneticamente in cerca di sponde e contatti utili. Il 13 giugno si trova a Innsbruck, e sul lago di Costanza incontra un affarista elvetico. Immagina probabilmente di trasferirsi in Svizzera, oppure negli Stati Uniti, o ancora in Sudamerica, dove può contare su diversi amici. Almeno spera. Alla fine però preferisce andarsi a giocare le ultime carte a Londra, dove arriva su un jet privato di proprietà dell’affarista svizzero. Sempre assieme a Silvano Vittor prende alloggio in Chelsea Cloisters Avenue, appartamento 881. Si tratta di un palazzone anonimo, indegno di chi, come lui, fino a poco prima ha imperversato nel massimo dello sfarzo. Ma nella circostanza Calvi ha bisogno di risparmiare, e soprattutto di tenere un profilo basso, facendosi notare il meno possibile. La testimonianza di Silvano Vittor è utile a ricostruire lo stato d’animo di Calvi, che è pessimo. Rimane per ore in camera a fare telefonate a mezzo mondo, implorando e minacciando, nel tentativo di salvarsi ancora una volta e prendere fiato almeno per un po’. Quando non telefona, rimane ad aspettare telefonate che non arrivano, e nel frattempo guarda la televisione in maniera da lasciarsene ipnotizzare. Non conosce Londra, ma ha altro a cui pensare, piuttosto che andarsene in giro come fa Silvano Vit100

tor con la sua fidanzata. Resta rintanato per la maggior parte del tempo a tessere trame velleitarie. Forse spera nell’intervento di una loggia massonica londinese che in passato gli è già venuta in soccorso. Ma anche da quel fronte, nessun riscontro. Nel tentativo di rendersi irriconoscibile, o forse in un gesto d’impeto, decide di tagliarsi i baffi. La stessa moglie, al telefono, nota che il suo ottimismo, ostentato fino a qualche giorno prima, è scomparso del tutto, specie da quando è venuto a sapere che il consiglio d’amministrazione lo ha formalmente deposto. Persino la sua fidatissima segretaria si è tolta la vita gettandosi dal balcone dell’ufficio e lasciando per iscritto un ultimo messaggio: Sarò fedele alle decisioni, ma non posso più restare fedele a Calvi […]. Che vergogna fuggire così. Che sia maledetto mille volte per il danno causato alla banca e all’immagine del gruppo di cui una volta andavamo fieri.

Anche lei gli si è rivoltata contro, come verosimilmente i tantissimi dipendenti dell’Ambrosiano, e gli azionisti, e tutti quanti. Nell’arco di un mese il Banco perde 3.700 miliardi di depositi. I risparmiatori hanno calato le scialuppe e lanciato il si salvi chi può, in un contesto che rischia di travolgere l’intera economia nazionale, minata dai 1.400 milioni di dollari di esposizione all’estero accumulati dall’istituto di credito. La Banca d’Italia interviene allestendo un pool di sette banche col compito di salvare il salvabile, garantendo un minimo di liquidità. Saranno queste sette banche a creare successivamente il Nuovo banco ambrosiano. 101

In un contesto del genere, tutti pensano che Calvi sia un uomo finito. Ma lui spera ancora in un colpo di reni che gli consenta di tornare a galla. Rimane a Londra, ancora esita prima di fuggire in America, dove lo sta aspettando il resto della famiglia. Col passare delle ore si chiude sempre più in sé stesso, diventa imperscrutabile. Silvano Vittor racconta che tornando a casa dopo una passeggiata, trova l’appartamento deserto. Di Calvi, nessuna notizia fino all’indomani, quando il trafficante viene a sapere della scoperta del cadavere e se ne torna di corsa in Austria nel tentativo di non restare coinvolto. Fin qui la ricostruzione più o meno attendibile degli ultimi giorni di Roberto Calvi. Più difficile risulta districare il viluppo di altre trame che si intrecciano in quei giorni. Qui si sconfina sul terreno friabile delle testimonianze di parte. Il figlio di Calvi, Carlo, sostiene di avere scoperto un giro di neofascisti legati a Cosa nostra e implicati in quello che, lui non ha dubbi, è un omicidio. Il figlio parla pure di documenti scomparsi, che il padre portava sempre con sé, e ipotizza che a Londra ci sia finito perché attirato in una trappola ordita da qualcuno. Altra fonte è il pentito Tommaso Buscetta, che riferirà un commento di Tano Badalamenti, secondo cui a Calvi era stata affidata una gran somma di denaro appartenente ad alcuni componenti della cupola di Cosa nostra, compreso il gruzzolo personale di Totò Riina. E, sempre secondo Badalamenti, nell’omicidio è coinvolto «fino al collo» Pippo Calò, il facente funzioni di cassiere per conto dei Corleonesi. Ad andare oltre sarà un altro pentito, Francesco Mari102

no Mannoia. Secondo la sua versione, il suicidio è solo una simulazione inscenata da Francesco Di Carlo, boss di Altofonte e plenipotenziario di Riina a Londra col compito di coordinare il traffico di droga. Movente: l’impossibilità da parte di Calvi di restituire «una grossa somma che apparteneva a Licio Gelli e a Pippo Calò». Ci si troverebbe così di fronte al ricalco quasi perfetto della carriera di Michele Sindona. Come lui, anche Calvi avrebbe gestito decine di miliardi di lire rimanendo poi schiacciato dal trattore finanziario che lui stesso aveva condotto fino a quel momento. Che il banchiere temesse di essere ucciso è testimoniato dalla moglie, Clara, che prima di precederlo in America lo sorprende in un momento di tetraggine esplicita: «Se mi ammazzano…» Davanti alla Commissione d’indagine sulla P2, Clara Calvi rivela: Per me temeva che mi volessero rapire o fare qualcosa, magari anche prendermi, comunque servirsi di me per costringerlo a stare zitto, minacciarlo, ricattarlo…

Secondo un membro di quella stessa Commissione P2, Giorgio Pisanò, Calvi paga con la vita il sogno di diventare il padrone non solo effettivo, ma anche formale del Banco ambrosiano. Per impadronirsene si era messo a rastrellare con spregiudicatezza il maggior numero possibile di azioni: oltre il dieci per cento, per un valore complessivo di circa un miliardo di dollari, che all’epoca equivale a quasi due milioni di miliardi di lire. Solo che Roberto 103

Calvi quei soldi non ce li ha. Per procurarseli utilizza le finanziarie estere dell’Ambrosiano, facendole indebitare nei confronti di decine di banche europee e trasferendo poi i prestiti ottenuti sui conti di altre società sussidiarie. Che sono, in realtà, altrettante scatole vuote. Un’altra probabile verità la dice il figlio Carlo: Non è assurdo pensare che la P2 e la mafia abbiano trovato a Londra dei delinquenti comuni disposti a farlo fuori. Lo scopo: se mio padre avesse parlato, i giudici di Milano non avrebbero dovuto aspettare dieci anni prima di iniziare i processi che hanno portato a Mani Pulite. La lotta contro la corruzione sarebbe andata in maniera più veloce […]. Molte delle cose che accaddero all’epoca, continuano ad avere un peso anche oggi. Non si tratta di una storia morta e sepolta. Mio padre fu ucciso perché a un certo punto qualcuno comprese che era diventato l’anello debole attraverso il quale poter scoprire, già negli anni Ottanta, gli stretti legami tra mafia e politica. Quando hanno capito che attraverso di lui qualcuno di quei retroscena correva il rischio di essere svelato, decisero di assassinarlo.

I famigliari hanno fatto una dettagliata ricostruzione delle ultime ore di Calvi. Secondo questa ricostruzione la vittima predestinata viene prelevata nel suo appartamento londinese da qualcuno che lo narcotizza usando la precauzione di adoperare un medicinale che non lasci tracce. Nessuna sostanza del genere viene rivelata poi dall’autopsia. Quando Calvi perde conoscenza, lo depositano sul fondo di una barca: da qui le tracce di fango trovate sui pantaloni. È sulla barca che quello che tutti chiamavano 104

con reverenza «il banchiere di Dio» viene portato fin sotto al ponte dei Frati Neri. E impiccato al traliccio. Ci sono stati processi e controprocessi, sul caso Calvi. In secondo grado tutti gli imputati, da Pippo Calò a Silvano Vittor, fino alla fidanzata di quest’ultimo, sono stati assolti con la formula della prova insufficiente. L’unica cosa processualmente assodata è che non si è trattato di un suicidio.

Come venirne fuori (dal servizio militare)

Calvi, Cirillo, La Torre, Dalla Chiesa: non capisco quasi niente di quel che davvero succede in Italia quell’anno. All’evidenza delle cronache nere corrisponde una realtà recondita di trame che non ho il tempo di indagare, e che del resto sono in pochi a saper districare. A me basterebbe capire quel che succede nelle mie immediate vicinanze, e anche questo risulta pretenzioso. Perlopiù mi sembra insensata qualsiasi attività si svolga all’interno della caserma e anche molte di quelle che avvengono fuori. Come se improvvisamente tutto attorno a me abbia smesso di avere un senso. A Calvi e al resto delle trame nazionali avrò tempo di dedicarmi nel corso della vita, immagino. Mi concentro quindi sui dettagli più ravvicinati, quelli che mi riguardano personalmente. Una cosa che capisco del servizio di leva è che sarebbe un errore fare come fanno tutti, che contano i giorni. Da un capo all’altro delle camerate si sente urlare: «150 giorni all’alba! 100 giorni all’alba!» Chiaro che chi prima del congedo deve affrontarne ancora circa 350, come me, ha poco da vantarsi in giro. Piut106

tosto, risulta essere un povero disgraziato. E io mi ci sento pienamente: povero e disgraziato. Per cui evito di contare i giorni. Cerco di non pensarci. Solo che poi, proprio cercando di non pensarci e non contarli, non faccio altro che pensarci e contarli. Non lo vado gridando nelle orecchie dei commilitoni, come fanno certuni a mo’ di scherzo da nonni, anche perché c’è poco da sbandierare certe cifre. Anzi: faccio finta di non farci caso. Ma mento, anche a me stesso, perché in ogni momento potrei dire quanta pena ho già scontato e quanta me ne resta da scontare, fino all’esattezza del singolo giorno e delle ore che mancano. In certi momenti mi chiedo se non ho sbagliato strategia. Tenermi tutto dentro può funzionare nel breve periodo, ma alla lunga risulta molto frustrante. È come una pentola a pressione nella quale ho infilato ingredienti uno peggiore dell’altro. Poi ho chiuso il coperchio e sistemato la pentola sul fuoco. È comodo, perché non devo mescolare, e addirittura, a tratti, posso fingere di distrarmi e pensare ad altro. Però la pentola a pressione lasciata sul fuoco continua a cuocere quel che c’è dentro senza che io possa controllare lo stato della cottura. E non solo: alla lunga, la pentola a pressione lasciata sul fuoco rischia di scoppiare. La metafora gastronomica non è casuale, perché davvero io mi sento già più che cotto, ormai sul punto di scoppiare. Di sicuro il cervello ogni tanto mi va in ebollizione. C’entrano probabilmente le temperature raggiunte nel mese di luglio: l’estate dell’82 viene ricordata come una delle più torride del secolo. Come tutte quelle che si sono 107

susseguite da quando si è cominciato a misurare le temperature, ma stavolta con ragione: per trovarne una più calda bisognerà arrivare a quella del 2003. Il calore si aggiunge alle altre condizioni di stress, moltiplicando il senso di intolleranza e soffocamento. Tuttavia, proprio grazie a questo sistema della pentola a pressione, per il fatto di tenermi tutto dentro, nel corso delle prime settimane di servizio militare il mio stato d’animo regge, più o meno. Poi succede qualcosa, non so cosa. Dev’essere stato nel periodo dei primi capelli bianchi, e come per i primi capelli bianchi sul momento non sono in grado di stabilire la causa scatenante. Un po’ perché tutto avviene nel chiuso sigillato della pentola a pressione, ma anche perché davvero: non c’è un singolo episodio devastante. È la situazione in sé a rendere inaccettabile il mio coinvolgimento personale. Mi ritrovo in una dimensione parallela in cui le coordinate razionali che valevano fino a poco tempo prima, che erano rimaste in vigore per tutta la prima parte della mia vita, improvvisamente devono considerarsi decadute, rimpiazzate da altre che non conosco, che sto imparando a conoscere un po’ alla volta. E che, man mano che le conosco, mi piacciono sempre meno. Non è il clima di violenza diffusa a spaventarmi. Non soltanto, almeno. Per rendere l’idea dell’universo in cui mi ritrovo scaraventato, bisogna ricorrere a due aggettivi: inutile e obbligatorio. Inutile è ogni manifestazione della vita militare. Bisogna aspettare l’attacco di un nemico inesistente, e quindi difendere obiettivi improbabili, sottostare a rituali insensati. E tutto questo è, per giunta, strettamente obbligatorio. Ci sono scemenze che ogni tanto 108

capita di fare così, per scelta o per caso. Dopodiché uno se ne rende conto ed evita di ricascarci. Ma qui è l’obbligatorietà di ogni minchiata a rendere claustrofobica la situazione nel suo complesso. È l’obbligatorietà reiterata che eleva a sistema l’assieme delle singole minchiate. Una singola minchiata può essere sgradevole, ma un universo di minchiate rischia di schiacciarti. Il massimo del surrealismo è rappresentato dai turni di guardia, anche quelli che non si svolgono in concomitanza con una partita della nazionale ai mondiali di calcio. Sono la corvée più temuta, almeno dal sottoscritto, perché mi fanno piombare in una atmosfera da Fortezza Bastiani, in attesa di barbari destinati a non arrivare mai, e per giunta col sospetto che questi famosi barbari siano già arrivati, ci abbiano sorpreso alle spalle, si siano mescolati a noi, abbiano preso il nostro posto. Forse i famosi barbari siamo noi, io stesso, che faccio una vita imbarbarita in tutto e per tutto. Nella sostanza, la guardia consiste nel rimanere per due ore in cima a una torretta. Due ore di guardia, quattro di riposo, e ancora, e ancora, e ancora: per quattro volte nell’arco della giornata, in attesa dell’imprecisato nemico. Fondamentale è riuscire a crederci: se ci credi, al tuo cervello non potrà succedere niente di brutto. In questo senso il sistema prevede massimo impegno. Si sforzano di farti credere che il pericolo di una invasione sia realistico. Se non proprio un’invasione dell’Armata rossa, qualcosa che somiglia a un’invasione, un’autoinvasione da parte dei comunisti italiani. Lo spauracchio più in voga trova fondamento in un episodio risalente a pochi mesi prima, quan109

do un gruppo di terroristi ha preso d’assalto e saccheggiato un arsenale militare. Da allora in tutte le caserme del paese sono state inasprite le misure di sicurezza. Il che significa più ispezioni e più rigore nel punire le leggerezze commesse durante i turni di guardia. Pure su questo tema non mancano le leggende. Si parla di finti agguati orchestrati dai superiori per mettere alla prova il sistema difensivo della caserma. Si narra di un colonnello che ha rischiato di essere ferito dalla fucilata di una guardia. Cose che possono succedere quando l’eccesso di zelo di un superiore entra in competizione con l’eccesso di zelo di un sottoposto. E comunque sono voci. Voci di voci che si inseguono. La paura di un controllo non mi impedisce, quando viene il mio turno di guardia, di portarmi dietro ogni volta un libro da leggere di nascosto. Non per il libro in sé, né per il tempo che mi aiuta a far trascorrere. Il libro rappresenta una sfida alla sfera militare nel suo complesso. Vuole essere il granello di sabbia che prima o poi potrebbe fare inceppare una macchina che minaccia di stritolare me e il senso stesso della ragionevolezza. Ogni volta che finisco un capitolo e scendo dalla torre di guardia senza essere stato scoperto, è una piccola soddisfazione. Unilaterale, ininfluente: ma soddisfazione. Solo che la somma di tante piccole soddisfazioni non è affatto una grande soddisfazione. Anzi. Tutte le piccole soddisfazioni, i passettini che riesco a fare nella direzione di una vita civile, vengono subissati dalla massa delle contrarietà, che sono davvero troppe per essere fronteggiate da un singolo individuo. Nel giro di qualche settimana comincio a prenderla sul piano personale. Mi indigno, né mi 110

preoccupo di nascondere la mia indignazione. Il mio status di intellettuale in cattività mi consente di assumere almeno alcuni atteggiamenti stravaganti. Il più stravagante di tutti è fingere di essere depresso. Stranamente, pare che dalle parti della Cecchignola e in tutto l’esercito italiano nessuno si sia mai imbattuto in un individuo depresso. O perlomeno: non si è mai visto un individuo depresso che ammetta o addirittura dichiari di essere depresso. Dire di essere depresso è fuori luogo, e come moltissime altre cose anche più normali, considerato segno di debolezza. Dunque: effeminato. Il fatto di sbandierare la mia depressione mi aiuta fin da subito a creare attorno a me un’aura di ulteriore sospetto e rispetto. Per un misto di sospetto e rispetto, nessuno viene allo spaccio o a mensa assieme a me, nessuno esce con me la sera. Di questa depressione nessuno sa niente, è una malattia sconosciuta, ma può forse risultare contagiosa. Né io me ne faccio un dispiacere. In questo periodo mi considero la creatura più sciagurata della terra, ad esclusione però di tutte le altre che mi stanno accanto. È una specie di senso di superiorità inscritto all’interno di un senso di inferiorità. La conclusione è che se gli altri non vogliono avere a che fare con me, tanto meno io ho voglia di avere a che fare con gli altri. La pentola a pressione resta sul fuoco, e gli ingredienti all’interno proseguono la cottura. Tutto avviene lì, nel chiuso della pentola. Per questo non saprei dire qual è stato il momento della mutazione vera e propria. Come succede ai personaggi pirandelliani, deve esserci un momento in cui si passa inavvertitamente dalla finzione alla realtà. 111

Nel mio caso, un certo giorno comincio a dire di essere depresso, e un altro giorno, a distanza di non saprei quanto, scopro di essere depresso sul serio. Sono stato talmente bravo a convincere gli altri, che ho convinto persino me. Vado avanti su questo doppio binario, della depressione e della finzione della depressione, fin quando io stesso non riesco a capire dove finisca la prima e dove cominci la seconda. Nella confusione personale e generale – a un certo punto, però – ho la percezione che la pentola a pressione stia per saltare in aria. Quel che succede, per come succede, temo non sia particolarmente originale. Come fanno i peggiori atei, nel momento del bisogno sento un impulso irresistibile di rifugiarmi in seno a santa madre chiesa. C’è una cappella, in caserma. La domenica è abbastanza frequentata, ma durante la settimana rimane deserta. Questo la rende ai miei occhi un estremo rifugio dove andare certi giorni, in mezzo alla mattina, per essere sicuro di rimanere isolato dal resto della popolazione militare. Non prego, almeno questo no. Però rimango in silenzio. Fin quando, dài e dài, il cappellano mi nota. Si avvicina, parliamo. Di fronte a lui ho la dignità di mantenere un atteggiamento di laico distacco dalle questioni di fede, ciò che genera nei preti la maggiore attenzione. Tuttavia non posso nascondergli il disagio esistenziale che mi spinge quotidianamente ad andare a rifugiarmi nella sua cappella. È il cappellano a mandarmi dall’ufficiale medico. Non sono io ad avere l’idea. Lo dico per fugare ogni dubbio: a quel punto io sono transitato abbondantemente dalla finta depressione al vero esaurimento nervoso. Mi sono con112

vinto da qualche giorno che la sfera militare è stata concepita personalmente a mio danno, per farmi del male, per farmi impazzire. Prova ne sia il fatto che sto impazzendo veramente. Ho perso aderenza razionale, per cui quel semplice passo di andare in infermeria, che col senno di poi mi appare il più logico, io fino a quel momento ho stentato persino a immaginarlo. Marcare visita. Puramente e semplicemente. È quello che i miei commilitoni fanno ogni volta che possono, e che io non ho mai fatto per un misto di pudore e malinteso senso del dovere. Eppure possiedo tutti gli strumenti culturali per capire che per quanto impalpabile, il mio malessere è seriamente fondato e meritevole di cure. Ma niente: da solo non ci arrivo fin quando non mi trovo di fronte un ufficiale medico giovane ma abbastanza sveglio da rendersi conto dei risvolti impliciti in una dichiarazione come: «Se mi date un’altra volta un fucile in mano, io mi ci sparo». Messa così, nero su bianco, chi glielo fa fare di rischiare la sua pelle sulla mia pelle? L’ufficiale medico non batte ciglio e firma una richiesta di ricovero per osservazioni. Aggiunge solo: «Lo sai che significa?» Lo so. Credo di saperlo, ma non mi importa. Per fare i bagagli torno in camerata, dove la voce ha fatto molto presto a diffondersi. I commenti, quelli che arrivano alle mie orecchie, oscillano fra invidia e commiserazione, senza che l’invidia si possa distinguere dalla commiserazione: «Hai fatto bene. Ma lo sai che significa?» 113

Noto nell’aria un timore superstizioso. Manca poco che i miei compagni d’arme si facciano il segno della croce indietreggiando intimoriti. Che significa la firma del medico sotto quel tipo di diagnosi me l’avevano spiegato già nei primi giorni di servizio militare, a mo’ di deterrente, nel mazzo delle leggende che avvolgono la sfera della medicina militare. C’è lo spauracchio del terribile articolo settantaqualcosa, «congedato per malattia mentale», che equivale a un marchio d’infamia destinato a perseguitarmi per tutta la vita. Ma in questo momento, se anche dovessi assumere per bocca il batterio della peste bubbonica, io lo farei: pur di sottrarmi alla situazione in cui sono finito. In ogni caso, il congedo è un traguardo molto di là da venire. Se va bene mi daranno qualche settimana di convalescenza. Piuttosto, nell’immediato farei meglio a temere il ricovero al reparto psichiatria dell’ospedale militare del Celio. Qui i ricoverati che mi ritrovo accanto sono per metà pazzi veri e per l’altra metà pazzi finti. Faccio presto a capire che i pazzi finti sono molto più pericolosi di quelli veri, perché hanno qualcosa da dimostrare: di essere pazzi, appunto. Il contesto è da manicomio, letteralmente. Manicomio da rappresentazione farsesca, visto che è animato da soggetti che in buona parte danno un’interpretazione teatrale, da teatro popolare, della malattia mentale. Che sia una finzione o meno, l’eccesso di zelo degli interpreti rende l’atmosfera particolarmente pesante. Ma me la sono voluta, e quindi amen. In mezzo a un lancio di oggetti da un capo all’altro della camerata, prendo possesso della mia nuova branda, quella dove devo rimanere sotto osservazione per un pe114

riodo imprecisato. Nel perdurante lancio di oggetti, dispongo la mia scorta di libri sul comodino e indosso le cuffie del registratore a cassette per meglio cercare di isolarmi, sperando che i miei gesti non suonino come una provocazione agli occhi di qualcuno. Naturalmente né la lettura né l’ascolto di musica classica mi possono garantire la distrazione che spero. Ciononostante, la mia speranza è di non dover dare confidenza a nessuno, sperando che nessuno voglia dare confidenza a me, che chiedo al mondo solo di lasciarmi in pace. Una cosa sorprendente è la constatazione di essere l’unico pazzo mansueto, ossia depresso, che l’esercito italiano abbia prodotto nel breve periodo. Gli altri pazzi ricoverati, veri e finti, sono tutti pazzi estroversi, molto più appariscenti di me. Il copione della follia prevede che vittima predestinata dell’aggressività fuori controllo sia il soggetto più debole alla portata. Cioè, nel contesto, io. Nel giro di qualche minuto mi ritrovo annusato dagli altri ricoverati così come un branco di lupi sospettosi annuserebbe una preda fin troppo facile che qualcuno si fosse incaricato di portar loro a domicilio, fin dentro la tana. Mi aspetto da un momento all’altro che uno dei lupi mi dia un morso d’assaggio, dopodiché anche tutti gli altri, in assenza di reazioni e controindicazioni, affonderanno i denti nelle tenere carni psicologiche del sottoscritto. Fingo indifferenza, fingo di ascoltare Mozart cercando di mettere assieme qualche preghiera laica da recitare in silenzio. Ed è proprio la devozione mozartiana a darmi scampo. La prima cassetta che ho deciso di ascoltare è quella del Requiem. Una cosina allegra, per tenermi su in 115

quel frangente. Mentre mi sforzo di concentrarmi, una delle suore che sfaccendano in camerata si avvicina e mi domanda qualcosa. Io mi tolgo le cuffie e si vede che qualche nota arriva anche alle sue orecchie. Musica classica. Musica da chiesa. Santissimo Mozart, che sempre sia lodato: grazie a lui e al suo Requiem, la suora ha la percezione di trovarsi di fronte a un essere umano un po’ più articolato, rispetto alla media del reparto. Mi domanda ancora qualcosa, io rispondo compito, dopodiché va via dicendo: «Aspetta». Io sono più che predisposto ad aspettare. Per la visita medica decisiva bisogna aspettare non meno di dieci giorni. Non di meno, mi hanno garantito. Ti tengono a rosolare a fuoco lento in modo da indurti a ritrattare, dichiarando che la caserma è il migliore dei mondi possibili, di sicuro migliore di quel reparto di matti variegati. Col passare dei mesi, il mio cuore è diventato come un limone lasciato disseccare al sole: piccolo e duro. Chiuso alla speranza, senza più nemmeno una goccia di succo da spremere. La suora va via e io lascio finire il Requiem per poi consumare il pasto ospedaliero che è più o meno uguale per tutti i ricoverati. Pastina in brodo e pollo lesso di sicuro fanno bene allo stomaco dei gastritici, ma possono risultare fatali per l’umore dei depressi. Faccio pensieri malinconici di fronte alle mie porzioni, e mentalmente le moltiplico per il numero di giorni che sono destinato a trascorrere lì. La cifra va poi ancora raddoppiata: pranzo e cena. Dopo aver mangiato, faccio ritorno al mio letto, sdraiato sul quale, in segno di protesta, ho deciso di trascorrere tutto il mio tempo: come se non fossi già abba116

stanza demoralizzato. Sono sul punto di scegliere qualche altra musica in sintonia con l’umore, incerto fra Sibelius e una sinfonia di Mahler, quando riappare la suora. Come appaiono le suore: dal niente. Dice solo: «Vieni con me». Io la seguo come se fosse un’apparizione salvifica. Mi lascio condurre dove crede, sicuro che sarà un posto migliore. Non che ci voglia molto, ma in effetti lo è: l’ambulatorio. È qui che si decidono tutti i destini, qui si deciderà pure il mio. Il medico mi fa sedere di fronte a lui e mi rivolge poche domande di routine. Io rispondo brevemente, ripetendo quel che già ho detto al medico precedente: «Se mi date un’altra volta un fucile in mano, io mi ci sparo». Per me è diventata una specie di formula magica, un mantra. E funziona. Quando la pronuncio, il medico viene indotto magicamente a firmare una carta da cui il mio livello esistenziale risulta almeno un po’ migliorato. La prima volta è stato un piccolo miglioramento, ma questa volta il miglioramento è grande: trenta giorni di convalescenza. Rimango per un paio di secondi col foglio in mano, a riguardarlo. È un foglietto qualsiasi, ma in esso è contenuta la formula magica della felicità: trenta giorni di convalescenza. Rifaccio il bagaglio per la seconda volta in un giorno, questa volta in preda a un’euforia trattenuta. Temo che a dare sfogo all’esultanza che provo dentro di me, la mia diagnosi possa risultare invalidata, e possano quindi revocarmi i trenta preziosissimi giorni di vita che potrò trascorrere lontano dal servizio militare. Un atroce parados117

so si fa strada nella mia mente: sei contento dei trenta giorni, e dunque non sei più depresso, puoi tornare in caserma. Un cortocircuito che mi stordisce e che mi sforzo di rimuovere. Nella concitazione del momento dimentico di ringraziare, e inginocchiarmi di fronte alla suora salvifica, e baciare le sue mani, come avrei dovuto. Anche la gratitudine, mi tengo dentro, forse per paura di lasciar trasparire il galoppo del cuore che sento. Ma una volta fuori dall’ospedale non posso più trattenermi e faccio tutta la strada fino alla metropolitana di corsa, come in un film di Truffaut o nella pessima imitazione di un film di Truffaut. Ancora oggi posso dire che quello è stato di gran lunga il giorno più bello della mia vita. Il più felice ed emozionante. Un mese di vita in più. Che visto da sotto, dal primo giorno di convalescenza, pare un tempo lunghissimo. E invece se ne va in un lampo.

La musica del tempo

Come s’è capito, a quell’età io soffro di una forma grave di ossessione mozartiana. Nei mesi precedenti, mettendo da parte mille lire alla volta, sono riuscito a completare la raccolta delle sinfonie di Mozart eseguite su strumenti originali dalla Academy of Ancient Music diretta da Christopher Hogwood. Otto cofanetti, per un totale di ventuno long playing. Per il sottoscritto rappresenta un grosso sacrificio economico, ma è una collezione che conto di farmi durare per tutta la vita, e trasmettere ai miei figli, e ai figli dei miei figli. È all’eternità che punto, direttamente, e al prezzo di sole novemila lire per ciascun Lp. Esco dal negozio con l’ultimo acquisto, il cofanetto che completa la serie, pervaso da una sensazione di appagamento. Più o meno nello stesso periodo, forse lo stesso giorno di quell’ultimo acquisto, addirittura magari nello stesso momento in cui mi decido, vado alla cassa e pago, da tutt’altra parte del mondo, Sony e Philips mettono contemporaneamente in commercio un nuovo supporto musicale che si chiama compact disc. Per il momento ne parlano solo i giornali e le rubriche specializzate. Io stesso ne 119

vedrò un esemplare solo qualche anno dopo. Ma la nuova scoperta targata 1982 è precisamente ciò che renderà inutile e obsoleta non solo la raccolta delle sinfonie di Mozart, ma anche l’intera mia collezione di long playing, gettandomi in uno stato di malumore nei confronti dei venditori di dischi che si protrarrà per almeno un decennio. Sono queste le cose che ti rimangono, di una certa annata. A distanza di tempo, di un’annata non ti ricordi di primo acchito le nascite, i morti, le guerre, le vittorie e le sconfitte. Quelle sì, pure, se ti consentono di fare mente locale. Ma le iatture sì che te le ricordi, e per sempre. Certe volte non riesci a riconnettere a un anno o l’altro neppure gli eventi della tua vita privata. In compenso ti resta appiccicato in mente qualche dettaglio marginale, una scelta casuale di memorie irrilevanti. La cosa che si ricorda meglio è la colonna sonora. Che ci piaccia o no, è la musica che segna il tempo. Spesso la musica pessima, soprattutto la musica pessima estiva. L’estate ’82 fa in parte eccezione perché il grande successo arriva con calma, solo nell’ultimo trimestre. Non per questo il cuore rinuncia a intenerirsi e ironizzare ricordando Giuseppe Cionfoli, che fa scalpore al festival di Sanremo spacciandosi per frate con Solo grazie. Prima ancora di essere smascherato, il sedicente fra’ Cionfoli si sgonfia un po’ alla volta come fenomeno mediatico e musicale, come succede ad altre meteore dell’anno. Innanzitutto Gazebo, che diventa colonna sonora del film dei Vanzina di stagione, con Masterpiece, e poi i Trio, tre giovanotti tedeschi che si godono i loro quindici minuti di celebrità con Da da 120

da, senza nemmeno doversi sforzare più di tanto nella compilazione del testo. Non che dall’alto della mia passione mozartiana io me ne curi più di tanto, ma della musica incolta qualche eco mi arriva lo stesso. Per molti mesi diverse canzoni si alternano al comando della hit parade italiana senza che nessuna prevalga con decisione sulle altre, e alla fine sarà un outsider austriaco a primeggiare in assoluto. Procedendo con ordine, a inizio anno è impossibile sfuggire all’onda lunga del Tempo delle mele, il film che dopo essere uscito alla fine dell’anno precedente, si trascina dietro una contagiosa coda canora di Richard Sanderson, Reality, canzone del cuore di ciascun amore giovanile nella stagione autunno-inverno. A partire da metà febbraio per le orecchie di tutti diventa implacabile Storie di tutti i giorni, la canzone di Riccardo Fogli vincitrice a Sanremo. Dall’estero, ancora sull’onda di un successo cinematografico, emerge Paradise cantata da Phoebe Cates, la protagonista del film. Il suo dominio sulla hit parade dura tre mesi, fino all’apparizione di un nuovo mito giovanile, Miguel Bosé, che si lancia con Bravi ragazzi. Dopo un interregno nella classifica dei più venduti da parte degli Imagination (Imagination?) e di Claudio Baglioni, in autunno arriva a mettere tutti d’accordo il fenomeno Falco. Ne deriva la seguente graduatoria dei singoli più venduti dell’anno, almeno in Italia: Der Kommissar (rap that) - Falco Paradise - Phoebe Cates Reality - Richard Sanderson

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Bravi ragazzi - Miguel Bosé Avrai - Claudio Baglioni Il ballo del qua qua - Romina Power Hard to say I’m sorry - Chicago Words - F.R. David Ebony and ivory - Paul McCartney & Stevie Wonder Masterpiece - Gazebo Non succederà più - Claudia Mori Felicità - Al Bano & Romina Power Just an illusion - Imagination Storie di tutti i giorni - Riccardo Fogli I won’t let you down - Ph.D. 5 o’clock in the morning - Village People Music and lights - Imagination Tanz Bambolina - Alberto Camerini Ballo ballo - Raffaella Carrà Celeste nostalgia - Riccardo Cocciante Un’altra vita un altro amore - Christian Da da da (I don’t love you you don’t love me aha aha aha) Trio Eye of the tiger - Survivor Survival - America Un’estate al mare - Giuni Russo Disco Project - Pink Project Messaggio - Alice Flash in the night - Secret Service Solo grazie - Giuseppe Cionfoli Rosanna - Toto Ska chou chou (82) - Claudio Cecchetto Non sono una signora - Loredana Bertè Don’t you want me - Human League Wordy rappinghood - Tom Tom Club Harden my heart - Quarterflash

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Non stop twist - Kim and the Cadillacs Come vorrei - I Ricchi e Poveri Body talk - Imagination Lisa - Stefano Sani Blue eyes - Elton John Ping pong - Plastic Bertrand Sarà la nostalgia - Sandro Giacobbe Twist ’82 - Twist ’82 Lamette - Donatella Rettore Eye in the sky - Alan Parsons Project You are a danger - Gary Low This time - Donatella Rettore Nisida - Edoardo Bennato She’s a lady - Richard Sanderson Aria di casa - Sammy Barbot Private investigations - Dire Straits E già - Lucio Battisti Vivi - Gianni Togni C’est la vie - Trix Pieno d’amore - Loretta Goggi Eva - Umberto Tozzi Lady Oscar - I Cavalieri del Re On the road again - Barabbas Momenti - Julio Iglesias Ti stringerò - Nada Che fico - Pippo Franco Physical - Olivia Newton-John Soli - Drupi Japanese boy - Aneka Thru’ these walls - Phil Collins Let’s groove - Earth, Wind and Fire Problemi - Marcella Per i tuoi occhi - Loredana Bertè

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Mi mancherai (Don’t walk away) - Marcella Sono un vagabondo - Julio Iglesias Love is in control (fingers on my triggers) - Donna Summer Io no - Anna Oxa Radio station - The Rockets L’Amour OK - Plastic and Nathalie Stars on 45 III (Stars on Stevie) - Stars on 45 Marinaio - Gianni Morandi More than this - Roxy Music Marinai - Le Orme Soldi - Renato Zero Sei la sola che amo - Dario Farina Cuore bandito - Julie Fotostop - Claudio Cecchetto Accademia in classics - Accademia Sette fili di canapa - Mario Castelnuovo E non finisce mica il cielo - Mia Martini Body language - Queen Carbonara - Spliff Sogno della galleria - Franco Simone Heat of the moment - Asia Made in Italy - I Ricchi e Poveri Sei la mia donna - Mal Eye of the tiger - Nighthawk Morirò per te - Mina Romantici - Viola Valentino Abracadabra - Steve Miller Band Sola - Viola Valentino Vado al massimo - Vasco Rossi (The best part of) Breakin’up - Roni Griffith Strappacuore - Valentino Only you - Yazoo

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Anche per un altezzoso cultore della prima scuola viennese, questa classifica comporta una serie di strizzatine al cuore. Sammy Barbot! Tom Tom Club! Stefano Sani! Plastic Bertrand! Ma a parte questo, così com’è la classifica rischia di apparire fuorviante. Bisogna considerare che comprende anche canzoni uscite durante l’anno precedente. Se Un’estate al mare compare solo al venticinquesimo posto è perché ha già dato il meglio del suo potenziale di vendita nell’81. In realtà quel che resta da tramandare ai posteri dei dischi più venduti è abbastanza poco. Le canzoni che hanno resistito all’usura di un venticinquennio si contano sulle dita di una mano. (Col termine resistere si intende qui la capacità, a distanza di tempo, di riprodurre sommariamente il motivo e almeno una minima parte del testo di una determinata canzone, da parte di un soggetto come il sottoscritto, mediamente poco informato in tema di storia della musica pop). A conti fatti resta Loredana Bertè con Non sono una signora, resta Vasco Rossi con Vado al massimo, resta Cocciante con Celeste nostalgia, resta nel bene Avrai e nel male Il ballo del qua qua. Non resta il malinconico cinquantaduesimo posto del tardo Lucio Battisti di E già. Restano – ma forse, e in forma di madeleine, ossia di memoria sollecitata – Tanz Bambolina di Alberto Camerini e Che fico, cantata da Pippo Franco. Per il resto non ha certo l’ambizione di restare nella storia un gruppo che canta una canzone intitolata Twist 82 e decide di chiamarsi Twist 82, votandosi programmaticamente a diventare quel che si definisce un one song group. Ma se è per questo non resta, se non in forma molto pallida, nemmeno la memoria del pri125

mo in classifica, il singolo più venduto dell’anno. Der Kommissar è una specie di proto-rap in salsa elettronica, cantato in un inglese teutonico: se non originale, almeno eccentrico. Quel genere di canzone che di primo acchito non si riesce a focalizzare, e poi, una volta che te la fanno sentire, dici: «Ah, è questa». Altrettanto eccentrico, se non proprio originale, appare il più venduto fra gli album, ovvero Franco Battiato, musicista uscito in pieno fulgore dalla mutazione del progressive rock italiano degli anni Settanta, e arrivato in testa alla classifica con La voce del padrone. Il vero capolavoro di Battiato, in realtà, consiste nel primeggiare nelle vendite preservando persino una certa aura intellettuale. Certo, il nuovo Lp è di gran lunga meno avanguardista dei precedenti Fetus e Pollution. La miscela di alto e basso, argomentazioni colte su basi musicali da discoteca, spiazza e vince sul mercato. Singolo significativo: Gli uccelli. A conti fatti, La voce del padrone risulterà il primo disco a superare il milione di copie vendute sul mercato italiano, il che contribuirà a trasformare Battiato in un divo conclamato, e all’apparenza involontario, del panorama musicale nazionale. In classifica provano a tenergli testa, ma con distacco, la colonna sonora del Tempo delle mele, e l’album Cocciante. Solo negli ultimi mesi i Dire Straits con Love over gold riusciranno a conquistare il primo posto scalzando il musicista catanese. Come è ovvio, il discorso cambia se si guarda in ambito internazionale. Ma a prevalere, anche qui, è un fenomeno eccentrico. Così come Falco è austriaco, australiani sono i campioni d’incasso dell’anno. Così come sconosciuto 126

ai più è Falco, altrettanto sconosciuti risultano i Men At Work, che scalano le classifiche con l’album Business as usual, comprendente due singoli trainanti come Who can it be now e Down under. Anche stavolta vale la regola sopra citata, le senti e dici: «Ah, sono queste». Al loro light rock si contrappone, con risultati di vendita appena più modesti, il compositore Vangelis Papathanassiou che, sbarazzatosi degli Aphrodite’s Childs e del proprio cognome, diventa semplicemente Vangelis – un marchio, una garanzia – e si trasforma in fenomeno new age ante litteram grazie alla colonna sonora del film Momenti di gloria. Per il resto, Paul McCartney si accoppia musicalmente con Stevie Wonder partorendo Ebony and ivory e Olivia Newton-John trascina per tutta la stagione il successo di Physical, uscito l’anno precedente. A consuntivo, tuttavia, le due hit maggiori dell’anno risultano essere Hard to say I’m sorry, dei Chicago, e soprattutto Eye of the tiger, dei Survivor, meglio conosciuta come tema musicale portante del film Rocky III, a conferma dello stretto connubio, caratteristico di quegli anni, fra successo cinematografico e vendita di dischi. Altri successi estemporanei arridono a Don’t you want me, degli Human League, e al quarto album dei californiani Toto, intitolato Toto IV. Ultima, doverosa segnalazione per un album che esce in maggio e ottiene subito un buon successo: Thriller di Michael Jackson. Con gli anni si trasformerà nel disco più venduto di tutti i tempi. Altre notizie del 1982, giusto per non delegare tutto lo scibile dell’anno alla logica del mercato discografico. 127

I Sonic Youth, gruppo underground di New York, provano a trasformare il rumore in musica. Nasce il noise rock. Quasi contemporaneamente i R.E.M. vengono dalla Georgia e lanciano la Scuola di Athens. Da fenomeno tipicamente metropolitano che è stato fino a quel momento, il nuovo rock sceglie di vivere in provincia. Nel Regno Unito un paio di compagni di liceo più altrettanti amici decidono di fondare un gruppo e lo chiamano Duran Duran. A consuntivo e insindacabile parere di critici, cultori ed esperti, gli album imperdibili della stagione sono in tutto quattro: The Cure, Pornography; Violent Femmes, Violent Femmes; Virgin Prunes, If I Die I Die; Bruce Springsteen, Nebraska. E a livello italiano: Francesco De Gregori, Titanic; e Renato Zero, Via Tagliamento 1965/1970. Massimo raduno musicale mondiale: il concerto pacifista con 80.000 spettatori, il 12 giugno al Central Park di New York. Partecipano Jackson Browne, James Taylor, Bruce Springsteen e Linda Ronstadt. Massimo raduno musicale italiano: il concerto torinese dei Rolling Stones l’11 luglio, in coincidenza con la finale del campionato mondiale di calcio. Concerto che sarà ricordato per l’immagine di Mick Jagger ruffianissimo, con indosso la maglietta di Paolo Rossi. Per capire come passano gli anni, e come continuano a passare: i giornali si dilungano a descrivere i volti invecchiati delle quattro rockstar. Mick Jagger ha ben 39 anni, e tutti si interrogano sul limite massimo fino al quale riuscirà a recitare la parte dell’idolo giovanile senza risultare ridicolo. Nel corso dell’anno si sciolgono i Blondie, e un paio di 128

gruppi storici come gli Eagles e gli Yes. Si scioglie anche da se stesso, nel senso che muore, il quasi novantenne direttore e compositore tedesco Carl Orff, noto nel mondo per la sua elaborazione dei medievali Carmina Burana. In positivo si segnalano i seguenti debutti: Cccp Fedeli alla linea, Ludovico Einaudi, Eros Ramazzotti, The Smiths, e una cantante bionda che ha deciso di farsi chiamare Madonna, suscitando così un suo primo piccolo scandalo prefabbricato.

La cultura: alti e bassi

A ventidue anni sono parecchio snob. Forse è inevitabile esserlo, a quell’età. Ma io risulto infondatamente snob, visto che sono pure abissalmente ignorante. Per dire: quando il Nobel per la letteratura viene assegnato a Gabriel García Márquez, la cosa sul momento mi rallegra, visto che si tratta del mio scrittore preferito. C’è qualcosa di letteralmente simpatico quando il tuo scrittore preferito riceve il Nobel per la letteratura. Di simpatico e di antipatico allo stesso tempo. Simpatico nel senso di: «Hai visto, mondo? Te l’avevo detto». Antipatico nel senso di: «Ora però che se ne sono accorti tutti, non c’è più sugo». Per questo quando scopro dell’universale consenso tributato nei confronti di Márquez io sbuffo un po’. Sono talmente ignorante da non essermi reso conto fino ad allora che Cent’anni di solitudine era il romanzo del cuore di un sacco di gente. Gente che lo ha letto anche prima di me. Da qui il mio snobismo, lo snobismo di chi si sottrae alla maggioranza della quale inavvertitamente si è trovato a far parte. E dire che avevo fatto tanto per farmi piacere anche il cerebralismo inutile dell’Autunno del patriarca. È così 130

che Márquez mi cade dal cuore, ancora prima di sapere che persino ai migliori, dopo aver vinto il premio Nobel, capita di ritrovarsi imbalsamati, salire su un piedistallo e non riuscire a scrivere più niente di interessante. Dovendo rendere conto di tutto quel che di buono ha prodotto l’annata nel campo dell’arte e della letteratura, temo che questo risulterà uno di quei capitoli pieni di elenchi più o meno lunghi. Tanto per cominciare, eccone uno dei principali libri usciti nel mondo: Isabel Allende, La casa de los espíritus Isaac Asimov, Foundation’s edge Arthur C. Clarke, 2010: odyssey two Ken Follett, The man from Petersburg Graham Greene, Monsignor Quixote Thomas Keneally, Schindler’s Ark (vincitore del Booker Prize) Judith Krantz, Mistral’s daughter Robert Ludlum, The Parsifal mosaic Coleen McCullogh, An indecent obsession James Michener, Space Sidney Sheldon, Master of the game Danielle Steel, Crossing Più due di Stephen King, il solito prolifico: Different seasons e The running man

Da un punto di vista letterario, così come da quello calcistico, io sono nettamente esterofilo, tutto proiettato verso le letterature del mondo. Dev’essere un effetto collaterale dello snobismo di cui sopra. Però qualche preferenza la mantengo anche in campo nazionale, e quell’anno i miei 131

scrittori preferiti vanno alla grande. In Italia il Premio Strega viene vinto da Goffredo Parise con Sillabario n. 2, mentre il Campiello tocca a Primo Levi per Se non ora, quando?, che si aggiudica anche il Viareggio. Levi ancora no, ma Parise l’ho letto ben prima che vincesse il premio. Leggendolo mi sono fatto anche un piantolino, equamente distribuito fra la malinconia del libro e il pensiero dell’incombente servizio militare. I piantolini letterari danno grandi soddisfazioni. Altri premi in ordine sparso: in Francia, Umberto Eco vince il Médicis con Il nome della rosa, mentre il Goncourt va a Dominique Fernandez con Dans la main de l’Ange. Negli Stati Uniti, a vincere il Pulitzer sono, nelle rispettive sezioni, Charles Fuller (A soldier’s play), John Updike (Rabbit is rich) e Sylvia Plath (The collected poems). Il Nobel per la pace viene assegnato all’esponente politica svedese Alva Myrdal e al diplomatico messicano Alfonso García Robles. La prima, per il suo impegno a favore del disarmo; il secondo, per essere stato l’artefice del Trattato di Tlatelolco, che trasforma il Sudamerica e i Caraibi in zona denuclearizzata. Posso dire in tutta coscienza, malgrado la fase di acuto pacifismo che sto vivendo, di non averli mai sentiti nominare prima, nessuno dei due. Pure gli altri Nobel vanno a gente che di sicuro se l’è meritato, sebbene io non possa giurarci: Per la medicina: Sune K. Bergstroem, Bengt I. Samuelsson, e John R. Vane Per la fisica: Kenneth G. Wilson Per la chimica: Aaron Klug

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Per l’economia: George J. Stigler

In campo cinematografico è un’annata ricca. Il film che negli Stati Uniti ottiene i migliori incassi è E.T. l’extraterrestre, di Spielberg: 750 milioni di dollari. A seguire, nella classifica dei maggiori incassi: Rocky III, con Sylvester Stallone Sul lago dorato, con Katharine Hepburn, Henry e Jane Fonda Porky’s, di Bob Clark Ufficiale e gentiluomo, con Richard Gere e Debra Winger Il più bel casino del Texas, con Burt Reynolds e Dolly Parton Star Trek II. L’ira di Khan, di Nicholas Meyer Poltergeist, di Tobe Hooper Annie, di John Huston Momenti di gloria, di Hugh Hudson

Facendo mente locale, credo di averli visti tutti tranne un paio. Ciò significa che la mia cultura cinematografica, malgrado il servizio militare, continua a sopravvivere. D’altronde, uscendo il pomeriggio dalla caserma, spesso vado a rifugiarmi in un’altra vita scelta a caso, di quelle che si svolgono nel grembo di un cinema. A Orvieto passano poche pellicole, e quasi solo commerciali. Dopo il trasferimento a Roma va decisamente meglio, e malgrado la stagione estiva riesco a recuperare qualche filmetto più cerebrale. Del resto, tanto più in sede di rievocazione, non è con il criterio dei maggiori incassi che si fa la storia. Nemmeno la storia del cinema: qualcuno ricorda la trama 133

del Più bel casino del Texas? Viceversa, sono altri i film che rimangono a futura memoria per un motivo o per un altro: Frances, con Jessica Lange Victor Victoria, di Blake Edwards Un anno vissuto pericolosamente, di Peter Weir, con Mel Gibson e Sigourney Weaver Tron, della Disney Il verdetto, di Sidney Lumet, con Paul Newman La Cosa, di John Carpenter Querelle de Brest, di Fassbinder, che esce nelle sale quando lui è ormai buonanima 48 ore, con Eddie Murphy e Nick Nolte Fanny e Alexander, di Ingmar Bergman Lookin’ to get out, di Hal Ashby

Quest’ultimo soprattutto viene ricordato per la prima apparizione sullo schermo della seienne Angelina Jolie, a fianco del padre Jon Voight. Per la volta successiva bisognerà aspettare altri undici anni, quando lei risulterà un bel po’ più sviluppata. Al festival di Venezia, Leone d’Oro a Wenders per Lo stato delle cose. La cosa mi lascia indifferente: il mio snobismo mi ha già portato a decidere che Wenders, autore di culto per molti della mia generazione, si trova da tempo in stato di pre-bollitura. A Cannes invece vincono Yol, di Yilmaz Güney e Serif Gören, e Missing di Costa Gavras. Al festival di Berlino, Orso d’Oro a Veronica Voss, di Fassbinder, che nei cinema italiani, per essere morto, continua a imperversare parecchio. Anche con Effi Briest, un 134

fogliettone girato al risparmio, con abuso di voice off e quasi tutto imperniato su primi piani di Hanna Schygulla che indossa un parruccone a boccoli. Lo vedo un pomeriggio di luglio al Capranichetta, e tornare in caserma quel giorno è quasi una consolazione. Per quanto riguarda i premi Oscar, è l’anno di Gandhi: miglior film, miglior regista (Richard Attenborough), e miglior attore (Ben Kingsley), più altri premi di minor conto. Si consolano Meryl Streep, migliore attrice per La scelta di Sophie, Luis Gossett jr., miglior attore non protagonista per Ufficiale e gentiluomo e Jessica Lange, migliore attrice non protagonista per Tootsie. Miglior film in lingua straniera viene designato Volver a empezar, dello spagnolo José Luis Garci. Sul mercato italiano arrivano con un anno di ritardo Conan il barbaro – subito parodiato da Gunan il guerriero, con Pietro Torrisi e Malisa Longo – e Blade Runner, di Ridley Scott. Anche quest’ultimo lo vedo un pomeriggio dei miei malinconici, a Roma, e ci vado per mancanza di alternative, prevenuto come sono nei confronti del genere fantascientifico. Ma stavolta me ne torno in caserma in preda all’esaltazione. Foss’anche solo per Blade Runner, la stagione cinematografica 1982 meriterebbe di essere ricordata. Quell’anno in Italia vengono prodotti, fra gli altri, i seguenti film: Amici miei – parte seconda, regia di Monicelli, con gli stessi protagonisti del primo e un successo commerciale appena inferiore (si segnala a margine l’uscita pure di un Amiche mie

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con Carmen Russo e Nadia Cassini, regia di Michele Massimo Tarantini) Attila flagello di Dio, con Diego Abatantuono protagonista e, nel cast, Iris Peynado, per la quale ho un piccolo soprassalto cardiaco giovanile Bingo Bongo, di Pasquale Festa Campanile, con Carole Bouquet che fa la bella e Celentano la bestia Borotalco, di Oldoini e Verdone, con Carlo Verdone e Eleonora Giorgi Il buon soldato, di Franco Brusati, con Mariangela Melato I camionisti, di Flavio Mogherini, con Gigi Sammarchi e Andrea Roncato, protagonista femminile Daniela Poggi Cammina, cammina, cartolina natalizia di Ermanno Olmi Cane e gatto, con Bud Spencer e Tomas Milian, regia di Bruno Corbucci La casa stregata, dello stesso Corbucci, con Renato Pozzetto e Gloria Guida Colpire al cuore, bilancio della stagione del terrorismo firmato da Gianni Amelio, con Jean-Louis Trintignant e Laura Morante Il Conte Tacchia, dell’altro Corbucci, Sergio, con Enrico Montesano, Vittorio Gassman e Paolo Panelli Dancing Paradise di Pupi Avati, con Gianni Cavina e Carlo delle Piane Dio li fa e poi li accoppia, di Steno, con Johnny Dorelli e Marina Suma Eccezzziunale… veramente, di Carlo Vanzina, con Abatantuono, Massimo Boldi, Teo Teocoli e Stefania Sandrelli Gianburrasca, remake nemmeno tanto pecoreccio di Pierfrancesco Pingitore, con Alvaro Vitali e Gisella Sofio Giggi il bullo, di Marino Girolami, pure con Alvaro Vitali e Adriana Russo

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La gorilla, con Lory Del Santo, diretto da Romolo Guerrieri Grand Hotel Excelsior, maxiproduzione natalizia con Celentano, Montesano, Abatantuono, Verdone ed Eleonora Giorgi. Regia di Castellano e Pipolo Grog, di Francesco Laudadio, con Omero Antonutti, Gabriele Ferzetti, Franco Nero e Sandra Milo Identificazione di una donna, già tardo Antonioni con Tomas Milian In viaggio con papà, ideale investitura di successione da parte di Alberto Sordi nei confronti di Carlo Verdone Io so che tu sai che io so, di e con Alberto Sordi (nel cast, oltre a Monica Vitti, spiccano Sandro Paternostro e Gianni Letta) Io Chiara e lo Scuro, di Maurizio Ponzi (primo film da solista di Francesco Nuti, affiancato da Giuliana De Sio) Madonna che silenzio c’è stasera, ancora dell’accoppiata Ponzi-Nuti, che si segnala per stacanovismo e voglia di cavalcare un successo commerciale che non risulti troppo offensivo dell’intelligenza No grazie, il caffè mi rende nervoso, di Lodovico Gasparini, scritto e interpretato da Massimo Troisi, con Lello Arena e Maddalena Crippa La notte di San Lorenzo, dei fratelli Taviani, con Omero Antonutti, Claudio Bigagli, Massimo Bonetti e Paolo Hendel, fra gli altri. Nella locandina c’è un fascista trafitto da un nugolo di lance. Il fascista, una piccola parte, è David Riondino Gli occhi, la bocca, di Marco Bellocchio, con Lou Castel, Angela Molina e Michel Piccoli Oltre la porta, di Liliana Cavani, con Marcello Mastroianni, Tom Berenger, Eleonora Giorgi Pappa e ciccia, di Neri Parenti, con Paolo Villaggio, Lino Banfi e Milly Carlucci

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Il paramedico, con Enrico Montesano ed Edwige Fenech, regia di Sergio Nasca Piso Pisello, di Peter Del Monte Più bello di così si muore, con Montesano e Monica Guerritore, diretto da Pasquale Festa Campanile Porca vacca, sempre di Festa Campanile, con Renato Pozzetto, Laura Antonelli e Aldo Maccione Sciopén di Luciano Odorisio, con Michele Placido e Giuliana De Sio Scusate il ritardo, tappa della definitiva consacrazione anche cinematografica di Massimo Troisi Sesso e volentieri, di Dino Risi, con Johnny Dorelli, Laura Antonelli e Gloria Guida Sogni mostruosamente proibiti, di Neri Parenti, con Paolo Villaggio e Janet Agren Tenebre, di Dario Argento, con Anthony Franciosa, Giuliano Gemma e Veronica Lario, quest’ultima ancora single La Traviata, di Franco Zeffirelli, protagonista Teresa Stratas Vado a vivere da solo, di Marco Risi, con Jerry Calà Viuuulentemente mia, di Carlo Vanzina, con Abatantuono e la Antonelli E dulcis in fundo: Viva la foca, di Nando Cicero, starring Lory Del Santo

Altro capitolo cruciale, quell’anno: la televisione. Come ogni snob che si rispetti, la televisione la guardo poco. Dico di guardarla poco. Eppure si tratta anche qui di un periodo di grandi sommovimenti. È la stagione d’esordio di Italia 1 e Rete 4. Le 22 emittenti locali consorziate sotto l’insegna di quest’ultima cominciano a trasmettere per otto ore al giorno, con la direzione artistica di Enzo Torto138

ra. Sono soprattutto film e telefilm, ma anche 90 secondi, programma giornalistico curato a rotazione da Enzo Biagi, Giorgio Bocca e altre firme illustri. Si lavora a forza di videocassette che viaggiano da un capo all’altro del paese, in mancanza ancora di interconnessione. Già alla fine di gennaio la direzione delle Poste e telecomunicazioni intima a Rete 4, Italia 1 e Canale 5 di interrompere le trasmissioni, per aver violato la legge che vieta la creazione di reti a diffusione nazionale. L’ordine cade nell’indifferenza dei destinatari. Comincia quindi una guerra di denunce della Rai e controdenunce da parte delle reti private, progetti di regolamentazione e polemiche, fino e oltre la soglia della Corte costituzionale. Escluderei che a me i capelli bianchi siano venuti per seguire queste scaramucce. Ma forse l’Italia sì: dopo questi sviluppi è diventata un po’ più vecchia. In marzo la Rai compra Tele Montecarlo. Il progetto è di usare il canale per riciclare quattro ore al giorno di trasmissioni. Nello stesso mese si verifica per la prima volta un sorpasso privato-pubblico. In prima serata, Canale 5 sorpassa RaiDue. Comincia a trasmettere pure il circuito Euro Tv, che fa capo a Callisto Tanzi. Contro i network privati si schierano le grandi firme del cinema italiano, da Federico Fellini a Francesco Rosi, che protestano per la frequenza delle interruzioni pubblicitarie durante la trasmissione dei loro film. Nessuno li ascolta perché, risulta da un sondaggio fatto circolare, la maggior parte dei telespettatori giudica utili le pause pubblicitarie, durante le quali può alzarsi dalla poltrona, andare a fare pipì o, in generale, farsi i fatti propri. 139

In mezzo alla tempesta dell’etere, il 21 luglio muore di infarto Willy De Luca, direttore generale della Rai. Al suo posto viene designato Biagio Agnes, votato all’unanimità dal consiglio d’amministrazione su proposta del presidente Sergio Zavoli. Sul fronte delle private, in settembre si forma un altro consorzio, che prende il nome di Rete A. Il proprietario è l’editore Alberto Peruzzo. Allo stesso tempo Italia 1 e Canale 5 firmano un accordo tecnico che verrà conclamato, in novembre, con l’acquisto di Italia 1 da parte di Silvio Berlusconi. Per l’occasione, sull’«Unità» un editoriale si chiede se per caso, in mancanza di regole, per il futuro non si prospetti un monopolio da parte dell’imprenditore lombardo. In aprile, sulle reti Rai, inizia a funzionare il servizio Televideo. Bella novità: tu schiacci un tasto e dopo qualche secondo ti compare la notizia che vai cercando. Il massimo della televisione interattiva. Parallelamente alla guerra televisiva, si svolge una guerriglia radiofonica con gli stessi temi, ma più sottotraccia. Claudio Cecchetto crea Radio Deejay; comincia le trasmissioni Radio Italia. L’8 novembre partono Rai StereoUno e Rai StereoDue, versioni più giovanili – pomeridiane, in Fm – di RadioUno e RadioDue, che rimangono in onda solo sulle onde medie. Per quanto riguarda le trasmissioni televisive, alla lotteria Italia è abbinata Fantastico 3 condotta da Corrado assieme a Raffaella Carrà, Gigi Sabani e Renato Zero. Regia di Enzo Trapani, coi collegamenti esterni di Ramona dell’Abate e Marina Perzy. Sigla: Ballo ballo, della Carrà. Il 140

contraltare privato si chiama Premiatissima 82 e, prima ancora, Attenti a noi due, debutto sui canali privati della coppia Vianello & Mondaini. Quanto alle fiction seriali, tra le più seguite spiccano: Alla conquista del West Chips Charlie’s Angels La donna bionica Doris Day Show La grande vallata Laverne & Shirley Lou Grant Love boat Magnum P.I. Mary Tyler Moore Show Mash Phyllis Rhoda Serpico Starsky & Hutch Uccelli di rovo

Il vero snob non ne segue neppure una, anche perché sono tutte di produzione imperialista americana, con la sola eccezione inglese di George & Mildred. Per i più piccoli imperversano i cartoni giapponesi, Candy Candy e Anna dai capelli rossi, cui si affianca anche L’Apemaia, prodotta in Germania. La guerra fra Tv pubbliche e private è ben rappresentata dalla contrapposizione di serial come Dallas e Dynasty, Falcon Crest e Flamingo Road, più vari sottoprodotti come Dancin’ days, Ciranda de Pedra e 141

Anche i ricchi piangono. È in questo contesto che nasce la popolarità delle attrici Sonia Braga e Veronica Castro. Fra i prodotti nazionali di fiction l’evento dell’anno è il Marco Polo diretto da Giuliano Montaldo, protagonista Ken Marshall, con Ben Kingsley, John Gielgud, Burt Lancaster e Anne Bancroft. È periodo di grandi biografie: appena meno risonanza ottiene il Verdi di Renato Castellani, con Ronald Pickup e Carla Fracci. Si ricordano pure: Casa Cecilia, con Delia Scala Due di tutto, con Abatantuono La sconosciuta, con Martine Brochard e Adolfo Celi, regia di Daniele D’Anza Il caso Graziosi, con Jean-Pierre Cassel Il matrimonio di Caterina, di Comencini, con Anna Melato Storia d’amore e d’amicizia, con Claudio Amendola, Massimo Bonetti, Barbara De Rossi, Massimo Dapporto, regia di Franco Rossi La veritaaà… di Cesare Zavattini, con lo stesso Zavattini e Bombolo Via degli specchi, di Giovanna Gagliardo, con Milva

Sul fronte delle trasmissioni di intrattenimento, comincia quest’anno pure la sfida di mezzogiorno. Le ostilità si aprono con il debutto su Canale 5 di Il pranzo è servito condotto da Corrado, prototipo di un filone che tanto successo è destinato ad avere negli anni a venire. Come già detto, io mi vanto di ignorare la maggior parte dei programmi televisivi. Però la sera, sul tardi, mi capita di rimanere sveglio, in preda ai pensieri. La seconda serata offre poco, ma fra un canale e l’altro qualcosa si co142

mincia a trovare, di sufficientemente ipnotico da conciliare il sonno. E io questo vado cercando. Nei mesi dell’incertezza, dopo i primi periodi di convalescenza e nel timore di dover tornare in caserma, l’insonnia guadagna terreno. Per fortuna il 14 settembre su Rete 4 comincia la serie di una trasmissione destinata a diventare un pezzo della storia della televisione italiana e, per quanto mi riguarda, l’«arma-fine-di-mondo» contro l’insonnia: il Maurizio Costanzo Show. La formula, che rimarrà sostanzialmente invariata per un quarto di secolo, consiste nella messinscena di una conversazione fra persone normali, qualcuna persino intelligente, e fenomeni da baraccone tipo il nano più alto del mondo o la vergine puttana. Il tasso di banalità che ne deriva è talmente elevato da sbaragliare ogni concorrenza, in quella fascia oraria. Il movente del telespettatore insonne è un desiderio inconscio di vedere fino a che punto è capace di arrivare quella compagnia lì. In questo senso è una trasmissione d’avanguardia, la prima ad adoperare sistematicamente la fascinazione della stupidità per moltiplicare gli ascolti. Anche io mi unisco al numero di coloro che dopo le 23 abbassano le difese intellettuali e si abbandonano a questa perversione. È guardando il Maurizio Costanzo Show che puntualmente, ogni sera dimentico tutti i pensieri e scivolo nel sonno. E assieme a me, l’Italia intera.

Dalle Falkland alle Malvinas e ritorno

In tutta onestà devo ammettere che della guerra delle Falkland io non ricordo quasi niente. Eppure è stato l’evento che ha segnato l’intera annata, assieme al campionato del mondo di calcio, su un piano diverso. Non so perché mi ritrovo questo buco nella memoria. Tutto ciò che mi resta sono ricordi di ricordi, memoria artificiale, ricostruita a posteriori sulla base di immagini televisive o qualche articolo di rievocazione storica. Il perché di questo buco nei ricordi io non lo conosco, e proprio perché non lo conosco, mi insospettisco. Potrebbe essere una rimozione che ha a che fare coi capelli bianchi che mi sono spuntati proprio in quel periodo. Di certo c’è che la guerra oltre Atlantico coincide perfettamente con l’inizio del mio servizio militare. Di sicuro, in quel periodo, sulle pagine dei giornali e nelle immagini del teleschermo devo aver visto militari che si sparavano reciprocamente addosso. Come se tutto il resto, cioè il mio servizio militare, non fosse sufficiente al fabbisogno planetario di sciagure. Forse esiste una soglia del male oltre la quale la nostra mente, o almeno la mia, si rifiuta di spingersi. Quel che succe144

de oltre questa soglia semplicemente non viene registrato. Così dev’essere stato: la mia mente in quelle settimane è già satura di follia militaresca, e per le Falkland non si è trovato posto. Certe volte le guerre tendono a scoppiare per futili motivi, e del resto non sono altro che risse su vasta scala. Scoppiano per puntiglio, orgoglio, incomprensione, stronzaggine di uno o di entrambi i contendenti. Così avviene per la guerra più compatta dell’anno, una delle più brevi del secolo, quella che porta le Falkland a diventare per un po’ Malvinas per poi tornare definitivamente a chiamarsi Falkland. All’apparenza, col senno del 1982, quella delle Falkland è una guerra senza motivazioni economiche. Nessun motivo ci sarebbe stato per scannarsi alla conquista di quegli scogli perduti nell’Atlantico. Solo a posteriori s’è scoperto che sui fondali, intrappolati fra le formazioni geologiche di profondità, ci sono notevoli giacimenti di petrolio e gas naturale. Prendersi a cannonate per il petrolio: questa sì che sarebbe stata una guerra moderna. Invece quella delle Falkland ha proprio le caratteristiche di una guerra all’antica, fatta con ingredienti semplici e tradizionali. Tutto succede per una questione di puntiglio nazionalistico: uno dei litiganti va in cerca di riscatto e l’altro non è per nulla disposto a fare concessioni, specie in tema di amor proprio. Nei mesi precedenti qualche avvisaglia c’è stata. All’Onu l’Argentina ha formalmente fatto sentire le proprie rivendicazioni territoriali, avanzando pretese su queste isole che si trovano al largo della costa. Si dice Falkland (o Malvinas) e si intendono le due isole maggiori, così insi145

gnificanti che in tanti anni nessuno si è preso la briga di denominare altrimenti, e vengono quindi indicate col nome di East Falkland e West Falkland. Nel mazzo vengono comprese altre isole minori situate a sud: le Sandwich e la Georgia Australe. Il loro valore strategico o economico, per entrambi i contendenti, è molto prossimo allo zero. Ma come s’è detto e come si vedrà, non è una questione né strategica né economica. Di fronte alle rivendicazioni argentine, la Gran Bretagna non fa nemmeno cenno di aver sentito, e anzi nei mesi precedenti ritira una parte sostanziosa delle forze preposte alla difesa delle isole. Un segnale di superiorità che il presidente Leopoldo Galtieri interpreta come disinteresse. Forse, è il suo ragionamento, le Falkland sono abbastanza piccole e abbastanza lontane da non valere, dal punto di vista inglese, la pena di una difesa all’ultimo sangue. Sulla base di questa congettura Galtieri decide che una rapida campagna di conquista può rappresentare un diversivo contro la crisi economica interna, che combinata con la mancanza di democrazia rischia di far saltare tutto il sistema del potere argentino. Tutto comincia il 19 marzo, quando un gruppo di civili, sedicenti commercianti di metalli estrattivi, sbarca sul territorio della Georgia Australe e innalza la bandiera bianca e azzurra. Gli inglesi mandano una nave militare per farli sloggiare, ma gli argentini di navi ne mandano tre, di modo che quella inglese viene costretta a ritirarsi. Ad ogni buon conto il 25 marzo, nel cuore della notte, l’Argentina fa sbarcare sull’isola un contingente di soldati al comando di un protagonista reiterato dei rapporti annua146

li di Amnesty International: Alfredo Astiz, conosciuto pure col soprannome di Angelo biondo. A questo punto è inevitabile la rottura delle relazioni diplomatiche fra i due paesi, che cominciano a parlarsi per interposta persona: a nome degli argentini è autorizzato a trattare il Perù, a nome degli inglesi la Svizzera. Gli inglesi dicono agli svizzeri che dicono ai peruviani che dicono agli argentini che dicono ai peruviani che dicono agli svizzeri che dicono agli inglesi, e così via. Con questi presupposti, si capisce che i negoziati vadano a rilento. Ogni tentativo di mediazione fallisce, e una settimana dopo parte l’escalation. Gli argentini sbarcano in forze e costringono alla resa i 22 restanti marines di Sua Maestà britannica, già probabilmente depressi all’idea di dover trascorrere il loro tempo in un posto sperduto del genere. La logica dell’offensiva argentina è semplice: siccome le isolette si trovano non molto distanti dalla costa sudamericana, è al Sudamerica che appartengono. Quindi, a loro. Ci sono poi dei precedenti che risalgono piuttosto indietro nel tempo. Tuttavia, a livello di opinione pubblica internazionale, si stenta ad accettare un criterio del genere. Da parte di Galtieri e dei suoi questo rappresenta un errore di valutazione, perché se valesse il principio, la metà dei confini del mondo dovrebbe essere rimessa in discussione. Le Nazioni Unite non possono accettare le ragioni dell’Argentina, e se è vero che il mondo si divide, il paese sudamericano si ritrova politicamente quasi del tutto isolato. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu approva una risoluzione in cui si chiede il ritiro delle truppe d’invasione, e nel giro di una settimana la Comunità economica europea 147

determina una serie di sanzioni economiche. Anche l’Italia, fra qualche tentennamento, decide di allinearsi alle posizioni degli alleati europei, il che spiazza milioni di cittadini argentini di origine italiana, che vedono la loro seconda patria diventare improvvisamente ostile. Come di consueto, tuttavia, gli italiani ci tengono a distinguersi dalla massa. Pur schierandosi formalmente dalla parte della Gran Bretagna, si dissociano dalle sanzioni economiche decise dagli alleati europei, mantenendo solo l’embargo sugli armamenti. Da sempre gli argentini, di qualsiasi origine, si considerano un popolo sostanzialmente europeo, seppure dislocato oltreoceano. Una nazione europea finita alla deriva dall’altra parte del mare. Il voltafaccia della Cee quindi risulta traumatico da un punto di vista identitario. La guerra delle Falkland rappresenta, oltre a tutto il resto, il taglio doloroso di un cordone ombelicale che era rimasto integro per oltre un secolo. Questi conflitti non sono quasi mai solo un’offensiva verso un nemico esterno. Secondo copione, anche stavolta la guerra è la forma radicale del patriottismo, e il patriottismo, tanto più in questo periodo, in Argentina, rappresenta davvero l’estrema risorsa delle canaglie. Da tempo il regime sta raschiando il fondo del barile dei consensi su cui poteva contare fino a poco tempo prima. Sbarcando alle Falkland-Malvinas va cercando un riscatto, o almeno la spezia, il peperoncino capace di nascondere il pessimo sapore della dittatura in via di putrefazione. Su queste basi, Galtieri decide di andare avanti: l’invasione viene completata e comincia una campagna di nazionaliz148

zazione culturale. Port Stanley viene ribattezzato Puerto Rivero, nel nome e in onore di un gaucho che nel 1833 aveva provato a resistere all’invasione inglese. Lo spagnolo diventa per decreto lingua ufficiale delle isole. Su questo punto c’è poco da dire: non è argomento che possa risolversi sul breve periodo, e gli abitanti delle Falkland continuano a parlare fra loro in inglese, come facevano prima dell’invasione. Più immediate potrebbero essere le conseguenze di un’altra importante riforma di nazionalizzazione. Il nuovo governo decide che bisogna smetterla con la guida a sinistra, e uno dei primi atti amministrativi è la modifica delle indicazioni stradali e di tutta la cartellonistica. La decisione, presa da un giorno all’altro, comporta ovvi rischi a livello di sicurezza stradale. Automobilisti di opposte idee politiche, se radicati nelle loro convinzioni, rischiano di andare a uno scontro frontale che non è solo ideologico. Per fortuna non succede niente del genere. È significativo che gli abitanti delle isole decidano senza eccezione di non tenere conto del nuovo codice della strada. Continuano a guidare a sinistra come hanno sempre fatto, e questa è una sicura prova di resistenza civile. Oltre che il segnale di quanto duratura gli stessi abitanti delle Falkland ritengono l’occupazione argentina: non abbastanza da smantellare le proprie abitudini quotidiane. Anche in Gran Bretagna la piccola guerra atlantica provoca una fiammata di nazionalismo. In verità la prima reazione è un piccolo panico, con dimissioni del ministro degli Esteri e crollo in borsa, nel timore di una inadempienza del governo argentino, che è esposto in maniera cospi149

cua con le banche di tutto il mondo, comprese quelle inglesi. Ma le Falkland sono pur sempre un moncherino superstite del grande impero coloniale, e dopo il breve sbandamento mostrato agli inizi, il governo e l’opinione pubblica decidono che le isole vanno difese senza altre esitazioni. Il Primo ministro Margaret Thatcher dispone l’allestimento di una flotta di reazione: 2 portaerei, 2 incrociatori, 12 fregate, 2 navi anfibie, 3 sommergibili, 40 cacciabombardieri, 52 elicotteri più centinaia di altri mezzi aerei e navali di minor conto. Per il teatro di guerra parte anche un membro della famiglia reale, il principe Andrew. Il suo ruolo di pilota di elicotteri lo terrà preservato da situazioni di immediato rischio personale. La chiamano operazione Corporate: giusto il tempo di attraversare l’oceano e, appena arrivate, le forze inglesi ordinano una zona di esclusione totale nel giro di duecento miglia marine attorno alla costa delle isole. Dopo un mese di interregno, la Georgia Australe viene nuovamente riconquistata. Il comandante Astiz, malgrado la fama di duro conquistata torturando gli oppositori politici interni, mette in scena solo il minimo della resistenza formale. È una guerra antica, fondata più sulla suscettibilità di entrambi che su motivazioni economiche, ma allo stesso tempo molto moderna. Nessuno dei due paesi ha sentito il bisogno di dichiarare formalmente guerra all’altro. C’è un lungo momento in cui le navi inglesi rimangono all’àncora al largo delle isole. Un lungo momento in cui il mondo rimane in attesa di scoprire chi dei due deciderà di aprire il fuoco. Dopodiché cominciano a prendersi a fucilate, senza bisogno di altre formalità. 150

Le operazioni proseguono, e il 2 maggio succede il maggiore disastro del conflitto: 368 marinai argentini – o 323, a seconda delle fonti – muoiono nell’affondamento del loro incrociatore, il General Belgrano. L’indomani il quotidiano inglese «Sun» si lascia scappare in prima pagina un titolo crudele: Gotcha! Che equivale a Beccati! Alla faccia del fair play e della pietà per le vittime. In realtà, si scoprirà dopo qualche giorno, l’incrociatore argentino si trovava fuori dalla zona di esclusione. La Thatcher sarà costretta a porgere le sue scuse e sottolineare che però 770 marinai superstiti del Belgrano sono stati tratti in salvo, secondo le regole della marineria. Il 4, con minori danni, a essere colpito è un cacciatorpediniere inglese. La stampa argentina esulta, ma c’è poco da esultare, perché il 21 maggio gli inglesi sbarcano nella baia di San Carlo, sulla costa settentrionale di East Falkland, e quasi senza combattere ottengono la resa di 1.500 argentini. Sono tutti soldati di leva, precisamente come sono io: e si capisce perché siano così poco propensi a ingaggiare il corpo a corpo coi famigerati Gurkha, i gruppi d’assalto nepalesi in forza all’esercito inglese, famosi per raggiungere alle spalle il nemico in fuga, afferrarlo per i capelli e tagliargli la gola con le loro speciali lame da combattimento. Proprio i Gurkha sono protagonisti degli efferati scontri del 28 e 29 maggio, alla riconquista di Port Darwin e Goose Green. Alla fine il bilancio è di 17 morti inglesi e 250 argentini. Le forze di difesa provano ad affidare la loro rivalsa all’aviazione, ma la guerra, a questo punto, ap151

pare ormai su un piano inclinato che pende decisamente dalla parte britannica. L’11 e il 12 giugno papa Giovanni Paolo II si trova in visita pastorale a Buenos Aires, un viaggio organizzato in maniera estemporanea per controbilanciarne un altro, avvenuto poco prima nel Regno Unito. E nella capitale, dalle Malvinas sempre più Falkland continuano ad arrivare notizie di combattimenti. Due giorni dopo le truppe inglesi sono già nei sobborghi di Port Stanley. Per gli argentini, la guerra è perduta. Il generale Menendez, responsabile della difesa delle isole, si dichiara disposto alla resa. Il suo avversario Moore diffonde il comunicato della vittoria: il 14 giugno, alle nove del mattino (ora locale) le Falkland si trovano nuovamente «sotto il governo desiderato dai suoi abitanti». E conclude con la classica invocazione: «Dio salvi la Regina». Il bilancio definitivo di due mesi e mezzo di guerra, tralasciando costi e perdite materiali, ammonta a 255 morti fra i soldati inglesi e 649 fra gli argentini, più tre civili. Morti inutilmente, si dirà. Ma dal punto di vista degli argentini che credono nella democrazia, rimane almeno una consolazione: la sconfitta delle Falkland provoca il definitivo crollo del potere di Galtieri e dei suoi generali. All’indomani della sconfitta, arrivano le dimissioni. Di quella guerra rimangono oggi i ruderi del risentimento reciproco. Il famoso gol di mano di Maradona ai mondiali dell’86 verrà rivendicato da parte del calciatore con una citazione espressa del conflitto. I rapporti diplomatici formali fra i due paesi riprenderanno nel 1990, ma la Costituzione argentina continua tuttora a reclamare la 152

sovranità sulle isole, pur escludendo espressamente il ricorso alle armi per una riconquista. Sotto la cenere, qualche tizzone cova ancora. Specialmente viaggiando lungo le statali del paese sudamericano, fuori dai centri abitati, ogni tanto capita di incrociare un cartello azzurro, con il profilo delle isole contese e uno slogan: «Las Malvinas son argentinas».

Libertà ritrovata

Tutta l’indagine di questo libro non è solo una questione di vanità personale. Gli improvvisi capelli bianchi c’entrano e non c’entrano. C’entrano nel senso che è cambiata la prospettiva in cui il resto del mondo mi vede. Da allora in poi, per tutti, io sono un giovane vecchio. Ma non si tratta solo di questo. È stata diversa anche l’Italia, da quell’anno in poi, per il resto del mondo. Siamo stati capaci di liberare Dozier e sconfiggere il terrorismo in maniera chirurgicamente quasi perfetta, cioè senza dovere al contempo rinunciare alle garanzie democratiche: niente leggi speciali, niente svolte autoritarie. Abbiamo vinto il campionato mondiale di calcio. Il nome della rosa di Umberto Eco è diventato un best seller internazionale. Abbiamo navigato fra le insidie della crisi economica sotto la guida di una classe politica mediocre, ma finora siamo riusciti a sopravvivere lo stesso. Gli inglesi cominciano a comprare case in Toscana creando il fenomeno del Chiantishire. Di lì a poco arriveranno il successo di immagine di Azzurra e l’onda della moda italiana destinata a sommergere il mondo. Sulle copertine dei settimanali stranieri il binomio 154

spaghetti-mafia lascia il posto al glamour del made in Italy. La percezione degli italiani da parte del resto del mondo è cambiata. Da popolo di improvvisatori di talento che eravamo in precedenza, siamo diventati un popolo di talentuosi improvvisatori. Nell’inversione dei termini c’è tutto il cambiamento di prospettiva. Mentre il resto del paese si mette a correre, nel mio piccolo, io ho l’impressione di restare fermo. Ho anzi il timore che qualsiasi movimento, qualsiasi cambiamento della mia condizione possa risultare soltanto peggiorativo. Dopo aver ottenuto la prima licenza sono entrato in una specie di limbo fatto di convalescenze consecutive, un mese alla volta. Un limbo felice, specialmente all’inizio di ciascun periodo. Poi sempre un po’ meno felice per la trepidazione del rinnovo. Man mano la scadenza si avvicina, e in mancanza di certezze, mi lascio prendere dall’ansia. Eppure non è niente di difficile, dopo la prima volta l’ho capito. Si tratta di andare all’ospedale militare e assumere un’aria afflitta a sufficienza. Abbastanza afflitta da convincere l’ufficiale medico che ho necessità di restare a casa ancora per un po’. Non è difficile perché l’aria afflitta mi viene naturale, al pensiero che possano rimandarmi in caserma da un giorno all’altro. Dopo il crescendo della trepidazione, il mattino cruciale, alla vigilia di ogni scadenza, io e la mia aria afflitta prendiamo l’autobus, che già a Palermo è di per sé una fonte di afflizione, e ci presentiamo all’ospedale. Non importa l’ora: davanti al portone ogni volta c’è già la fila, come se gli altri avessero dormito all’addiaccio pur di essere visitati al più presto e uscire così dall’incertezza. Vedere in lon155

tananza la fila che si dipana dal portone è un soprassalto, un ritorno improvviso all’universo militare, costellato soprattutto di code da osservare, attese, anticamere, tempo da riempire non si sa come. Davanti al portone ci danno un numero, e quando viene il momento ci chiamano a gruppi di cinque o dieci. Si entra, e al reparto ci danno un altro numero, dopodiché ci chiamano un’altra volta. Io sono un malato labile, la mia malattia è abbastanza impalpabile, tanto da poter sfuggire a prima vista. Il medico che deve giudicare me e lei, la malattia, a colpo d’occhio non può essere in grado di capirne niente, di nessuno dei due. Ma forse esiste un test, delle domande, un questionario da riempire, dei disegni da interpretare, che potrebbero dare un responso oggettivo. Sono depresso o no? Magari, penso, sono depresso (sì che lo sono) ma la mia depressione risulta opaca alle rilevazioni. Magari è una depressione di nuovo tipo, che la scienza non ha ancora saputo classificare, strettamente mirata alla sfera del servizio militare (sì che lo è), e quindi non rientra nello spettro delle depressioni ammissibili. Ho visto al cinema Comma 22, so che chiedere di essere esonerato dal servizio militare significa di per sé che non sono pazzo. E allora, come posso uscirne? Succede per tre volte, mese dopo mese, da metà settembre a metà dicembre. Ogni volta mi presento con la mia aria afflitta, come il poeta fingitore di Pessoa, fingendo di soffrire per un dolore che in realtà provo veramente. Dare forma al dolore: questo è ciò che mi si chiede in questo giorno segnato dal destino. Ogni volta il mio numero viene urlato da un infermiere e ogni volta mi ritrovo davanti 156

a un medico militare diverso dal precedente. Non c’è continuità, e senza continuità non esistono certezze. Ogni volta il dottore dall’altra parte della scrivania può essere uno stronzo capace di cancellare con un tratto di penna la mia speranza di sopravvivenza mensile. Oppure, difatti, no. Ogni volta succede che il medico militare legge la mia cartella e firma la proroga della convalescenza per un altro mese. Il tutto senza nemmeno guardarmi. Non dico visitarmi. Ma proprio anche solo guardarmi. Firma, ed è tutto. Non che mi lamenti, questo no di certo. Ma dopo aver fatto tanto per procurarmi una vera depressione mi sarei aspettato un minimo di considerazione in più. Mi rendo conto che è solo un piccolo neo. L’importante è che il ciclo mensile della libertà degradabile possa ricominciare, e tanto basta a riempirmi il cuore di voglia di festeggiare. Esco a cena con gli amici. Litigo telefonicamente con Maria perché lei insiste che è meglio se per un po’ non ci vediamo. Ma anche il litigio telefonico in questi frangenti assume un connotato gioioso. È il segno che la mia vita va avanti deragliando dalla linea militare che a un certo punto sembrava essere un binario unico. Devo spezzare la monotonia dei mesi che si susseguono, però. Non dico trovare un lavoro, ché tanto lavoro non ce n’è e non ce ne sarà mai per un deviato psichico con certificato di garanzia dell’ospedale militare. Quindi, per festeggiare la seconda proroga, decido di partire. Prima decido di partire e poi comincio a riflettere su dove andare. Roma è stata fino ad allora la mia città di adozione. Ogni volta che mettevo assieme abbastanza denaro, è lì 157

che andavo a trascorrere il mio tempo. Era la città dove avrei voluto vivere. Ma da qualche mese anche il piacere di Roma risulta intossicato. A Roma c’è l’odiosa Cecchignola, e nutro un timore superstizioso che avvicinarmi troppo possa farmi entrare in un gorgo che mi risucchi in fondo alla caserma. Andare a trascorrere anche solo una parte della mia licenza a Roma risulterebbe un paradosso inestricabile. Mi accorgo che una ghiandola del mio corpo ha cominciato a secernere un veleno speciale, mirato al sabotaggio dell’amore per quella città. Niente Roma, quindi. Siccome mi secca un po’ partire da solo, siccome in qualche modo la devo far pagare a Maria, decido che prima ancora del posto è importante decidere un obiettivo. Un obiettivo erotico. Un obiettivo che individuo abbastanza facilmente: I. Siccome I. vive a Modena, decido che è a Modena che voglio andare. Un gentiluomo anche a vent’anni è un gentiluomo, e tale resta dopo che sono trascorsi altri venticinque anni; dunque non rivelerò i motivi per cui in quel frangente così delicato della mia vita ho molta voglia, proprio urgenza di vederla. A vent’anni un gentiluomo è comunque in grado di trovarsi una fidanzata più a portata di mano. Se quindi decido di andare a Modena significa che ho i miei buoni motivi. Sono innamorato. Basta, questo? I. mi guarda in un modo che non saprei, quando la vedo ho voglia di dirle un sacco di cose e dalla bocca non mi esce nulla. Solo con lei mi sento il cuore pieno di gioia di vivere, divento spiritoso, brillante, e poi anche tutto il re158

sto. Tutto il repertorio dell’amore ventenne, insomma. Ragion per cui, parto. Parto in treno. Il treno conviene, nel 1982: questo me lo ricordo nettamente. Anche per andare da Palermo fino a Modena. Certo, ci vuole un sacco di tempo. Ma uno dei vantaggi di essere convalescente disoccupato è proprio di potersi prendere tutto il tempo che serve. Visto che nessuno mi corre dietro, scelgo il treno, che ha ritmi più umani e rilassati, e soprattutto costa meno dell’aereo. Naturalmente, prima l’ho avvertita. In un primo momento ho preso in considerazione l’ipotesi di farle una sorpresa; ma poi, a pensarci bene, ho capito che sarebbe stato un errore. I. non è tipo da farsi impressionare da un innamorato che bussa a sorpresa alla porta di casa con un mazzo di fiori. Però suo padre sì, che si farebbe impressionare. Suo padre e anche il suo fidanzato. Perché, ops: I. ha un fidanzato. Un fidanzato che va d’accordissimo con suo padre, fra l’altro. Un fidanzato che è anche un atleta. Nelle nostre conversazioni lo chiamo «il discobolo», e I. un po’ ride e un po’ no. Poteva andarmi peggio, poteva essere un lanciatore di peso, un pugile o un lottatore. Ma anche come semplice discobolo non sarebbe contento di sapere che l’estate precedente, durante le vacanze in Sicilia, la sua fidanzata ha baciato un giovane tutt’altro che atletico, di genere anzi intellettuale, anzi aspirante intellettuale. Né io sono interessato a spiegare al discobolo perché ho molto provato a baciargli la fidanzata; riuscendoci persino, a un certo punto, sebbene certe volte mi venga il sospetto che lei abbia ceduto solo per estenuazione. 159

Insomma, telefono a I. e glielo dico: sto arrivando. Lei è contenta, dice di essere contenta, ma mi avverte: guarda che devo suonare (I. suona la chitarra), ho le prove di un concerto, non potremo stare assieme per molto tempo. Rileggo oggi le sue parole e mi pare più che chiaro, chiarissimo, il fatto che lei non stia bruciando dal desiderio di vedermi. Sul suo territorio, per giunta, che poi è il territorio anche di suo padre e del discobolo. Ma a vent’anni si è meno attenti a interpretare certi segnali, per cui ormai ho deciso e parto. Vedendo che io sono determinato, I. mette dei paletti aggiuntivi. Non devo chiamarla a casa, per esempio. Il che, in un’epoca in cui il telefonino è ancora molto di là da venire, significa che non devo chiamarla affatto. Ma in quell’unica comunicazione intercorsa lei si informa del mio orario di arrivo e mi dà un appuntamento: alle 18, sotto l’orologio di piazza Grande. Non si può sbagliare, né sul posto né sulle intenzioni. In quanto siciliano so bene che un appuntamento dato sulla piazza principale, in una piccola città, significa che le intenzioni della ragazza sono buone, che non c’è niente da nascondere, che ha deciso di mostrarsi assieme a me. Ottimo segno. Certo, alle 18 io sarò a Modena già da almeno sei ore: non è che la ragazza si affretti. Ma non importa, ne approfitterò per vedere un po’ la città. A conti fatti, la durata della visita, anche volendo tirarla per le lunghe, è di tre ore. Le successive tre le passo a leggere e a ripassare alcune frasi spiritose che ho preparato in treno per tener su il tono della conversazione. I. ha esitato molto a baciarmi, ma ridere sì: l’ho fatta ridere mol160

to, l’estate scorsa. Non voglio deluderla, anche se ora il clima è diverso e mi trovo fuori dal mio habitat naturale. Alle 18 meno venti sono già sul posto. Ne approfitto per dare un’altra occhiata al duomo di Lanfranco e Wiligelmo, che ho già visitato. Ma siccome fuori piove, un approfondimento non può che farmi bene. Già: è quasi dicembre, piove e fa anche freddo. Si è fatto buio da un po’, le giornate sono corte, in questa stagione. Io ho preso una camera in una pensione da mezza stella, dove se anche volessi non potrei portare I., considerata la mancanza di spazio per due persone. Ma questo non è un problema, perché Lanfranco e Wiligelmo hanno fatto un gran lavoro, al duomo, un lavoro che eleva lo spirito persino a me. E poi fra poco la rivedrò, e tutto il resto, anche Lanfranco e Wiligelmo, passerà in secondo piano. Siccome anche la ripassata del duomo più di tanto non riesco a farla durare, decido che aspetterò fuori, sotto i portici. Ma non proprio sotto l’orologio: un po’ distante, perché voglio vederla arrivare senza essere visto. Mi apposto e aspetto. Magari arriva prima, perché sa che sono puntuale. Sono le sei. Non ha anticipato, ma comunque sta per arrivare. Il pensiero di rivederla nel giro di qualche minuto mi dà un senso di vertigine. Le sei e cinque. Forse è meglio se lascio l’appostamento e mi vado a mettere proprio sotto l’orologio. Se lei avesse la mia stessa idea di vedermi senza essere vista succederebbe che resteremmo entrambi per delle ore ad aspettare senza incontrarci mai. Le sei e dieci. Il classico ritardo femminile. 161

Le sei e un quarto. Sicuro che non ci sono altri orologi, in questa piazza? Faccio un giro per verificare. Le sei e venti. Niente altri orologi. Il posto è questo. Ma se mentre facevo il giro della piazza lei è arrivata e non mi ha trovato? Le sei e venticinque. Non può essere, sarebbe rimasta. Non sarebbe andata via. Le sei e mezza. A pensarci bene non è per niente sicuro che sarebbe rimasta. Non trovandomi, sarebbe andata via. Le sei e trentacinque. No, no: sarebbe rimasta eccome. È in ritardo, tutto qui. Le sei e quaranta. Tipico suo: se ne frega di arrivare per tempo. La stronza. Le sei e quarantacinque. Tre quarti d’ora di ritardo. C’è gente che non si preoccupa minimamente del tempo che fa perdere agli altri. Le sei e cinquanta. Ora esagera. Non ha desiderio di vedermi? Le sei e cinquantacinque. Non è normale, questo ritardo. Di sicuro le sarà successo qualcosa. Aspetto cinque minuti e la chiamo. Le sette. Aspetto altri cinque minuti e la chiamo. Le sette e cinque. Che faccio, la chiamo? Le sette e dieci. Lei mi ha detto di non chiamarla. Ma di sicuro c’è stato un problema. Le sette e un quarto. Le sarà successo un incidente. Io la chiamo. Così se è in ospedale posso raggiungerla. Le sette e venti. Sì, la chiamo. La chiamo: squilla. Speriamo che risponda lei, speria162

mo che non risponda suo padre, speriamo che risponda lei, speriamo che non risponda suo padre. Risponde la madre: insomma, pareggio. I. a casa non c’è e lei no, non sa dove sia andata. Ma dovrebbe tornare da un momento all’altro perché stanno per andare a tavola. Ormai è quasi ora di cena, qui al Nord. Speravo di mangiare con lei, stasera, ma se non ha detto niente a casa forse oggi non sarà possibile. Torno sotto l’orologio. Le sette e mezza. Sono trascorsi altri dieci minuti, magari stavolta è passata sul serio e non mi ha trovato. Magari ha anche aspettato, e poi se n’è andata. Sicuro che se n’è andata. Nella piazza enorme ci sono quasi solo io. Per tutti è ora di cena, e il freddo aumenta. Mi stringo nel giaccone e cerco una rosticceria, un posto dove mangiare un boccone cercando di risparmiare: al ristorante ci andrò domani, con I. Sempre che dall’ospedale dove probabilmente è ricoverata decidano di dimetterla. Che poi, scopro l’indomani, I. non era per niente all’ospedale. Aveva fatto tardi con le prove. Tutto qui. Incasso la giustificazione con mezzo sorriso sulle labbra. L’altro mezzo mi rimane in gola, assieme alle rimostranze che non faccio per adeguarmi alla piega anglosassone che assume la nostra conversazione quando, sempre l’indomani, riusciamo a vederci davanti al tavolino di un bar. Me l’aveva detto delle prove, certo. Non sapeva come avvertirmi, certo. E certo che lo capisco: la sua arte viene prima di ogni cosa, me l’ha detto un sacco di volte. Come posso confessarle che non pensavo che dicesse sul serio? E ancora a monte: come avevo potuto pensare che non dicesse sul serio? Ho attraversato in treno l’intero territorio nazionale 163

e sono rimasto ad aspettarla all’addiaccio dell’inverno padano senza tenere conto delle esigenze dell’arte. Sono stato molto insensibile, in questo senso, devo ammetterlo. Senza contare il suo fidanzato discobolo, che qui la marca molto stretta, e che la sera prima è venuto a prenderla all’uscita delle prove. Al tavolino del bar mi sono seduto in assetto rivendicazionale, ma sempre pronto a perdonarla, se mi avesse fornito una buona giustificazione, tipo il ricovero in ospedale. Quando mi alzo, invece, sono in preda a un grave senso di colpa dovuto alla mia mancanza di sensibilità artistica. Spero che in questi giorni ci rivedremo, dico per sdrammatizzare, pensando in realtà: certo che ci rivedremo. Ma lei di questo non è affatto sicura. Deve provare molto, me l’ha detto: il concerto si avvicina. Però sentiamoci: mi dà il permesso di richiamarla l’indomani sera, a un’ora precisa, così vediamo se per dopodomani si apre uno spiraglio. Pago io. No, almeno un caffè te lo voglio offrire. In definitiva adesso non ricordo chi dei due finisce per imporsi e pagare alla cassa. Sospetto lei, perché sul momento sono troppo psicologicamente stremato per imporre la legge del gentiluomo. Rimango a Modena solo allo scopo di approfondire l’opera di Lanfranco e Wiligelmo per un giorno ancora, dopodiché decido di interrompere il soggiorno perché mi pare di averne abbastanza di I. (e anche di Lanfranco e Wiligelmo). Riprendo il treno e me ne torno in Sicilia, dove forse posso convincere Maria a concedermi un altro periodo di prova. Di sicuro, almeno, conto di sentire meno freddo. 164

Ormai Natale si avvicina. Ma prima delle feste c’è da fare l’ennesima visita all’ospedale militare. La affronto con lo spirito ormai consueto, come una corvée da concedere a un padrone ridotto a pretendere tutto sommato abbastanza poco, dalla servitù. Solita trafila di code e numeri, numeri e code. Tre ore dopo mi ritrovo al cospetto di un ufficiale medico. Malgrado l’esperienza, non riesco bene a distinguere il grado, ma mi pare che sia più alto dei precedenti. Dev’essere un colonnello, forse un generale medico. Ho brutti presentimenti. Li ho sempre, in queste circostanze, ma stavolta sono particolarmente brutti. Difatti per un attimo il generale medico mi guarda negli occhi, cosa che gli altri non avevano mai fatto. Mi dice: «Non possiamo andare avanti con queste licenze una dietro l’altra». Lo sapevo. Lo guardo sgomento, mi sento perduto. Però si vede che lo sguardo sgomento di uno che già teme di ritrovarsi a marciare avanti e indietro, da un muro all’altro del cortile della caserma, deve far breccia nel suo cuore. Forse sì, perché un attimo dopo che le sue prime parole si sono posate nel silenzio dell’ambulatorio, prima che io possa sostituirle con una protesta o uno scoppio di pianto, prima che possa cadere in ginocchio o strisciare ai suoi piedi, aggiunge: «Bisogna che lei decida se tornare in caserma o essere congedato definitivamente». Ora io pur di non tornare in caserma sarei disposto a qualsiasi cosa. Qualsiasi. Ma alla prospettiva di un congedo definitivo non ero per niente preparato. Sono sbigottito. È come se mi avesse chiesto: «Preferisce aver tagliato 165

un braccio o vincere al totocalcio?». Le alternative mi sembrano del tutto incongrue, tanto che rimango zitto per qualche secondo, temendo che mentre allungo la mano per afferrare la schedina vincente lui possa davvero tagliarmi il braccio. Vedendomi incerto, il generale medico va avanti: «Lei sa che dopo un congedo del genere per lei sarà estremamente difficile trovare un lavoro, nella vita?» Certo, bisogna che ci pensi: agli occhi del mondo lavorativo, da ora e per sempre, io sarò un matto a tutti gli effetti. Ci penso. Sì che ci penso. Ci penso cinque secondi, ma giusto perché meno pare brutto. Non c’è partita: meglio matto che militare. Meglio disoccupato a vita che militare a termine. Rispondo. Sento la mia voce rispondere tremula, come se l’azzardo rischiasse di schiacciarla: «Preferisco il congedo». Il generale medico mi guarda con compatimento e poi firma scuotendo la testa in modo impercettibile, intravedendo nubi fosche nel mio futuro. E io sono d’accordo con lui: la mia vita andrà malissimo, rimarrò a carico di mio padre vita natural durante. Ma di questo mi preoccuperò a partire da domani. Oggi voglio imparare a memoria tutto quello che c’è scritto su questa preziosa pergamena che lui mi consegna e io stringo fra le mani, a cominciare dalla parte scritta bella grossa: CONGEDO ASSOLUTO. «Congedo assoluto» significa che anche se domani scoppia la guerra, alla Cecchignola io non ci dovrò più tornare. Né alla Cecchignola, né ad Orvieto, né al fronte, né ovunque. Potrò andare a Roma senza timore di essere 166

nuovamente arruolato e fare tutto quello che voglio, compatibilmente con la vita di stenti che risulterà dalla mia condizione di disoccupato perpetuo e coi capelli precocemente imbiancati. Imbiancati per motivi che ancora oggi posso intuire, ma non sono riuscito a spiegare, nemmeno dopo aver ripercorso passo dopo passo tutto quel periodo. Che poi, a pensarci col senno di poi, non è stato affatto così tremendo. Malgrado i capelli bianchi e tutto il resto, la mia vita è risultata tutto sommato felice, a partire da quell’anno e per tutti gli anni che sono venuti di seguito, discendendo, per quanto mi riguarda, proprio dal 1982. Ecco, in sintesi, come è andata a finire. O era del mondo, che vi interessava sapere?